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degustati da noi vini#02

Monteregio di Massa Marittima Doc 2012 “Scarilius”, La Pierotta


Dimostra una buona longevità “Scarilius” 2012 dell’Azienda agricola La Pierotta. Un Sangiovese in purezza prodotto in Maremma, sotto l’egida della Doc Monteregio di Massa Marittima. Una Denominazione ancora piuttosto sconosciuta, tra quelle toscane che ricadono nella provincia di Grosseto.

LA DEGUSTAZIONE
Nel calice, “Scariulius” 2012 si presenta di un rosso rubino con unghia granata. Chiara, al naso, l’impronta di un Sangiovese con qualche anno sulle spalle, ma ancora vivo e scalpitante. La percentuale d’alcol in volume (14%) si fa sentire senza disturbare troppo, come componente volatile.

Aiuta, anzi, l’espressione piena del frutto, a bacca nera: mora matura, in particolare. Poi richiami floreali di viola e terziari dettati dall’affinamento in legno di “Scarilius” (cuoio e tabacco dolce), oltre ad accenni leggeri di ‘selvatico’, macchia mediterranea e spezia, che rendono ancora più complesso il quadro.

L’ingresso in bocca è potente, sulla scorta dell’alcol già avvertito al naso. Ottima la corrispondenza gusto olfattiva, su tinte di frutti di bosco ed erbe come il timo e il rosmarino. Centro bocca piuttosto morbido, su tannini eleganti e ben integrati, che giocano con una bella venatura fresca.

Chiusura leggermente mentolata e persistenza più che sufficiente, su ritorni di caffè e liquirizia. Perfetto a tutto pasto, se la scelta ricade sulle carni: antipasti, primi dai ricchi ragù e secondi, senza disdegnare la selvaggina. Ottimo il rapporto qualità prezzo di questa etichetta di punta dell’Azienda agricola La Pierotta.

LA VINIFICAZIONE
Il Monteregio di Massa Marittima Doc 2012 “Scarilius” è ottenuto mediante vinificazione tradizionale in rosso. La fermentazione, con macerazione delle vinacce, avviene in vasche di cemento vetrificato. La maturazione, per 12 mesi, è affidata a barrique di rovere francese.

L’affinamento si prolunga per 6 mesi, in bottiglia, prima della commercializzazione. L’Azienda Agricola La Pierotta è situata ai piedi di Monte d’Alma, sul versante nord della provincia di Grosseto, nel cuore dell’Alta Maremma Toscana.

La famiglia Rustici vanta oltre 30 anni di esperienza nella zona. Quindici gli ettari di terreno complessivi, tredici dei quali coltivati a vigneto, con una produzione di circa ottocento ettolitri di vino all’anno.

A Sangiovese, Ciliegiolo e Vermentino si affiancano Sirah, Cabernet Sauvignon e Merlot. Completano l’offerta le Grappe ed una produzione di Olio Extravergine di Oliva di qualità.

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Gli Editoriali

Cotarella nella culla del Pinot Nero italiano: solo buoni auspici per l’Oltrepò pavese


EDITORIALE –
Ci ha girato attorno per anni, come un’ape che si fa distrarre da tante suggestioni, prima di posarsi sul fiore più bello del reame. Riccardo Cotarella, grazie al “Progetto qualità” di Terre d’Oltrepò, potrà finalmente misurarsi con lo Spumante Metodo classico Docg base Pinot Nero.

Un’uva che il noto enologo umbro conosce molto bene, per via delle sue esperienze in Piemonte (Colombo Cascina Pastori) ma soprattutto in Campania (sarà strepitoso l’Igt Paestum Rosso 2015 “Pino di Stio” di San Salvatore 1988, ancora in affinamento in cantina), oltre che “in casa”, a Falesco: il vigneto per la produzione del Brut Rosé di famiglia è situato a 450 metri sul livello del mare, nella Tenuta di Montecchio (Terni).

Il Metodo classico da Pinot Nero è il “vino simbolo” dell’Oltrepò pavese. Quello che mette d’accordo tutti, dentro e fuori da un Consorzio che, negli anni, ha perso pezzi da novanta e oggi cerca di ricomporre il puzzle. A gocce di Super Attak.

Già, perché il Pinot Noir spumantizzato “alla francese”, come lo Champagne, è l’emblema della massima qualità esprimibile dalle colline oltrepadane. Terre del vino italiano tanto straordinarie quanto sottovalutate, che hanno contribuito a far grande la Franciacorta e le zone spumantistiche del Piemonte (per informazioni citofonare ad occhi chiusi “Berlucchi”, “Martini” o “Gancia”).

Ancora oggi, dall’Oltrepò pavese partono cisterne di Pinot Nero che diventano “Veneto”, “Trentino”, “Alto Adige” e così via. Come per magia. E sarà forse proprio questo il limite eterno dei pavesi, troppo poco innamorati della propria terra e schiavi del portafoglio per dire, fermamente e in massa: “No, grazie. Questo lo vinifico io e non sarà un Vsq“.

Ancora una volta, però, il re degli enologi italiani ha scelto la strada più lunga, in un gioco all’attesa che pare compiacere il drammaturgo tedesco Gotthold Ephraim Lessing, quello de “L’attesa del piacere è essa stessa il piacere” (Minna von Barnhelm, atto IV, scena VI).

LA SVOLTA

Il primo vino di Cotarella in Oltrepò pavese, come anticipato ieri da WineMag.it, sarà un Pinot Nero fermo e non la versione spumante Metodo classico. Un’etichetta, quella firmata dal noto enologo per Terre d’Oltrepò, che si andrà ad affiancare a quella di un bianco, sempre fermo. Base Riesling renano.

Ma c’è già chi storce il naso, perché non è stata scelta – per esempio – la Croatina, neppure citata da Cotarella tra le varietà sulle quali ha intenzioni di lavorare, dalle parti di Pavia. Altri affidano lo scetticismo alla figura stessa di Cotarella, senza pensare a quanto il numero uno di Assoenologi possa – con una “semplice” consulenza – portare attenzione positiva su tutto l’Oltrepò.

Roba che uno come Gerry Scotti, assoldato da una singola cantina e per quella all’opera (promozionale) addirittura durante le trasmissioni Mediaset, può scordarsi. Eh, già. L’Oltrepò ha bisogno di dieci, cento, mille Cotarella e di meno showman dalla lacrima facile, per rilanciarsi (che dico “Ri”? Per “lanciarsi” e basta, che una reale affermazione mai c’è stata) in Italia in primis e nel mondo poi, come territorio italiano del vino di qualità.

L’Oltrepò, come sostiene da anni quell’eremita e visionaria (ma sempre meno sola) di Ottavia Vistarino, ha bisogno di tecnici di cantina che abbiano visto oltre al proprio naso. Di consulenti esterni. Di gente con le palle, insomma. Che sappia trasformare in oro il grande patrimonio ampelografico che l’Oltrepò pavese è in grado di offrire.

Altrimenti la zona resterà in eterno un vigneto vocatissimo, vasto 13.500 ettari, fino alla prova contraria dell’ingresso delle uve in cantina. Avete mai provato a mettere in fila i Pinot nero vinificati in rosso dell’Oltrepò? Quanti difetti? Quante “puzzette”? Quanti sbagli evitabili, senza stravolgere con la chimica il vino?

L’auspicio, allora, è che Cotarella porti il vento della professionalità in Oltrepò pavese, intesa come desiderio di apertura mentale e confronto, oltre i confini provinciali. Solo così si conquista Milano. L’Italia. L’Europa. Il mondo.

Ed è bello che, al fianco del famoso enologo, ci sia oggi un’altra figura nuova, che arriva in Oltrepò da una zona di successo come il Lago di Garda del fenomeno Lugana: parlo del (futuro) neo direttore del Consorzio di Tutela Vini, Carlo Veronese. Destini che si incrociano al momento giusto. Speriamo anche nel posto giusto. Auguri a entrambi. Cin, cin.

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degustati da noi vini#02

Toscana Igt rosato 2016 “Operandi”, Piandaccoli


Ebbene sì. Il vino rosato “invecchia” e lo fa benissimo se si tratta del Toscana Igt “Operandi” di Piandaccoli. La vendemmia 2016 di questo rosato da uve Sangiovese offre il meglio di sé, nel 2019. Provare per credere.

LA DEGUSTAZIONE
Un vino invitante già dal colore: buccia di cipolla luminoso, con riflessi aranciati, che non cade affatto nei facili richiami delle sirene provenzali e commerciali. Al naso è intenso e piuttosto complesso, nel susseguirsi tra note precisissime di piccoli frutti a bacca rossa e nera, macchia mediterranea ed agrumi (arancio e buccia di lime).

Il vitigno e le sue caratteristiche risultano preponderanti al palato, segno di una lavorazione più che mai rispettosa del varietale. Un altro punto in più, in un mondo di rosati slavati e uniformati. Già, perché quella dei rosati, in Italia, è una professione. Mica un hobby.

E allora ecco la bocca riempirsi del rosso Sangiovese a tutti noto, in tutti i suoi risvolti. Compresi i tannini, che si avvertono ancora pur essendo perfettamente integrati al resto dei descrittori.

Quanto al corredo di “Operandi”, ancora agrumi, frutta rossa, macchia mediterranea e una gran freschezza, impreziosita da una chiusura tra l’agrumato, il frutto rosso e lo speziato finissimo. Non manca la sapidità.

Una nota iodica che si avverte chiaramente nei Chianti di Piandaccoli, realtà toscana guidata da un imprenditore illuminato come Giampaolo Bruni, che può contare su un parco vigneti invidiabile dal punto di vista vocazionale e qualitativo, oltre che su evidenti abilità enologiche in cantina.

LA VINIFICAZIONE
Uve Sangiovese grosso in purezza per il rosato “Operandi” 2016, frutto dell’assemblaggio dei vigneti Fattoria e Pozzo. La vinificazione avviene in maniera piuttosto classica, con breve contatto sulle bucce, affinamento in acciaio di 12 mesi e ulteriore maturazione in vetro di 4 mesi, prima della commercializzazione. Solo 4 mila le bottiglie prodotte.

Novanta ettari complessivi per Piandaccoli, che ha sede a Calenzano, a pochi chilometri da Firenze. I suoli dei vigneti sono estremamente variegati: ciottolosi, ricchi di minerali, limo e sabbia e tendenti all’argilla.

I vitigni allevati sono prevalentemente autoctoni toscani: Sangiovese, Foglia Tonda, Pugnitello, Barsaglina, Mammolo, Colorino, Malvasia Toscana e Chardonnay. Il terroir è caratterizzato da profondi “borri”, ovvero spaccature più o meno profonde del suolo, che concorrono alla formazione di un microclima unico.

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Gli Editoriali news news ed eventi

“Brindisi col Prosecco Unesco” alla Mostra del Cinema di Venezia. Ma in foto è un Doc


EDITORIALE –
Altro che italian sounding, italian fake, Glera brasiliana, siciliana o australiana. I nemici più temibili del Prosecco di qualità superiore potrebbero annidarsi proprio nella culla, il Veneto. È quanto rischia di suggerire l’ultima “trovata” della casa vinicola Antonio Facchin & Figli – Vitivinicoltori dal 1870 di San Polo di Piave, in provincia di Treviso.

La cantina, sull’onda del recente riconoscimento Unesco alle colline di Conegliano e Valdobbiadene, ha pubblicizzato una propria etichetta di Prosecco Doc – dunque non Docg, unica tipologia coinvolta per zona di produzione dal world heritage – come frutto “di una viticoltura eroica tra le colline da poco patrimonio dell’Unesco“.

L’occasione di quello che solo indossando lenti “buoniste” può essere considerato un ingenuo epic fail è la 76a Rassegna del Cinema di Venezia, ovvero la Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica in programma dal prossimo 27 agosto al 7 settembre 2019, sotto l’egida della Biennale di Venezia.

LO SPOT INCRIMINATO

Brindiamo al grande cinema italiano!”, recita la pubblicità della cantina Antonio Facchin 1870. “Orgogliosi di rappresentare il territorio alla 76a Rassegna del Cinema di Venezia con il Prosecco frutto di una viticoltura eroica tra le colline del Prosecco da poco patrimonio dell’Unesco”.

“Da queste uve, grazie ad una tradizione secolare unita a tecnologia e ricerca continua, otteniamo la bollicina italiana più famosa del mondo, partner ideale per i momenti di festa e allegria di qualsiasi occasione”, si legge ancora sul manifesto pubblicitario della cantina trevigiana.

Il tutto corredato dalla fotografia della bottiglia di Prosecco Doc Treviso Millesimato Brut “Dalla Balla nob. Giuseppina“, prodotto appunto fuori dalla zona Unesco, che interessa esclusivamente il Prosecco Superiore Docg (Conegliano Valdobbiadene).

Un po’ come se un produttore di Langa, alla Mostra internazionale del Tartufo di Alba, parlasse delle qualità strepitose del Barolo, scegliendo però la fotografia di un’etichetta di Nebbiolo. Fuorviante, no?

I DATI
Del resto, come riferisce Coldiretti, sono bastate le voci dell’ormai prossimo riconoscimento a far impennare le vendite di Prosecco (soprattutto nella tipologia Doc) nel mondo, già da inizio anno.

In particolare, l’aumento record si è assestato sul 21% in valore nel 2019 sui mercati esteri, dove il Prosecco è il vino Made in Italy maggiormente esportato. Tocca ora ai Consorzi di tutela delle Docg del Prosecco spiegare le differenze tra una tipologia e l’altra, partendo proprio – secondo noi – dai mercati nazionali.

Perché non sfruttare, per esempio, la potenza di fuoco del canale Gdo, in termini di capillarità sul suolo nazionale e contatto diretto con gli acquirenti finali? Per evitare figuracce internazionali e incrementare il valore dell’export serve maggiore consapevolezza in Italia, a partire dai luoghi (i supermercati, per l’appunto) dove viene acquistato il 90% del vino in bottiglia. Cin, cin.

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a tutto volume visite in cantina

Rutte: 150 anni di tradizione nella distillazione di Gin e Genever


Sarà per il suo profilo aromatico che varia a seconda delle botaniche utilizzate, sarà per il largo uso che se ne fa nei drink (favorito, per l’appunto, dai diversi aromi che porta in sé), sarà per la sua facilità di beva anche in un semplicissimo “gin tonic”. Fatto sta che il Gin sta attraversando anni di grande successo tanto in Italia quanto a livello internazionale.

Lo scorso 3 e 4 luglio abbiamo visitato Rutte & Zn, piccola distilleria di Gin e Genever che si trova a Dordercht, in Olanda. Meno di un milione di bottiglie all’anno (nulla a che vedere coi colossi del Whisky scozzesi o americani da milioni di ettolitri anno) per una realtà che può vantare ben 150 anni di storia sulle spalle.

Fondata nel 1872 da Simon Rutte, titolare di un caffè a Dordrecht che acquistava spezie, frutta esotica ed erbe aromatiche che da tutto il mondo giungevano nel vicino porto di Rotterdam per utilizzarle in distillazione nel suo retrobottega. Gin e Genever, i due distillati tipici dei Paesi Bassi. Un secolo e mezzo dopo Rutte è presente coi suoi prodotti in oltre 100 mercati in tutto il mondo.

LA DISTILLERIA
Vriesestraat 130, 3311 NS Dordrecht. La distilleria è ancora lì, nella sede originale, nella bottega che fu di Simon Rutte. Un pittoresco edificio dal sapore tipicamente nederlandese che sembra uscito da un dipinto di Rembrandt, completamente in legno che fortuna vuole non abbia mai subito incendi nonostante gli alti rischi insiti nel processo di distillazione.

È la Master Distiller a guidarci nella visita. Myriam Hendrickx, leva 1965, Master Distiller di Rutte dal 2003. Ottava generazione di Master Distiller Rutte. Depositaria dei segreti di ogni prodotto. Una donna dal sorriso aperto ed i modi gentili che ben dissimulano un carattere deciso, indispensabile per ben svolgere quello che ancora oggi molti, erroneamente, considerano “un lavoro da uomini“.

Affascinate la storia di Rutte, ma più affascinate ancora ascoltare e toccare con mano il processo produttivo. Vedere l’unico alambicco della distilleria in funzione, cercare di capire le logiche che Myriam segue per perseguire la massima qualità dei prodotti.

GIN O GENEVER?
Chiara e semplice anche la spiegazione fra Gin e Genever. Mentre il Gin è un ri-distillato che utilizza alcol neutro di grano cui vengono aggiunte le varie botaniche con una prevalenza di ginepro, per il Genever (o Jenever, in un certo senso “il papà” del Gin) si utilizza alcol sia da grano che da malto e fra le botaniche il ginepro non è così prevalente come nel Gin. Il Genever inoltre, per disciplinare, può essere prodotto solo in Olanda, Belgio e piccole regioni di Francia e Germania.

Rutte è incredibilmente attenta alla scelta delle botaniche, la maggior parte delle quali viene utilizzata fresca. La scelta di utilizzare alcune “dry” è legata solo o all’impossibilità di reperire quella materia prima “fresh” (per problemi di conservazione) o perché quella data botanica nel processo di essiccazione concentra i propri aromi, risultando quindi migliore. Una curiosità: il ginepro utilizzato è sempre e rigorosamente di origine italiana.

Ogni botanica viene studiata nel laboratorio di Rutte sia per garantire costanza qualitativa nella produzione che per sperimentare nuove soluzioni in una continua ricerca di nuovi profili aromatici che arricchiscano la gamma della distilleria.

Talune botaniche vengono utilizzate in infusione prima della distillazione o del blending, tali altre direttamente in distillazione. Ed è qui una delle grandi abilità di Myriam: saper leggere le erbe e le spezie per poter permettere loro di regalare il meglio al prodotto finale.

Il processo di distillazione avviene tradizionalmente in un unico alambicco discontinuo in rame. O per meglio dire il processo di ri-distillazione; Rutte, come la maggior parte dei produttori di Gin, non distilla direttamente l’alcol puro da grano o malto ma lo acquista da fornitori di fiducia su filiera controllata, principalmente per una questione di tassazione.

Ogni singola fase del processo produttivo, dalla selezione delle botaniche fino all’affinamento, avviene all’interno della piccola bottega di Dordrecht. Solo imbottigliamento e confezionamento avvengono in un impianto lì vicino per problemi di spazio.

Blending a true love for the past with a nose for the future” (“mescolando un sincero amore per il passato con un naso rivolto al futuro”). È così che a volte Myriam definisce il proprio lavoro e lo spirito di Rutte mentre ci guida nella degustazione di alcuni dei prodotti più iconici di Rutte.

LA DEGUSTAZIONE
Old Simon Genever. Un’antica ricetta messa a punto dallo stesso Simon Rutte a fine ottocento. Fra le botaniche anche noci e nocciole tostate, macis, liquirizia, angelica e coriandolo.

Naso fresco e fruttato di frutta gialla con una nota boisé probabilmente data dalla tostatura. Man mano che gli si permette di aprirsi lasciandolo nel bicchiere la nota legnosa tende a calare lasciando maggior spazio alla parte fruttata e ad un sentore speziato. Pulito e morbido al palato.

Dry Gin. Anche qui abbiamo a che fare con una ricetta tradizionale della famiglia Rutte che prevede oltre a ginepro e coriandolo anche angelica, radice di iris, cannella, scorza d’arancia fresca e finocchio. Dritto e preciso come un Dry Gin deve essere. Profumi compatti fra cui si distinguono accanto al ginepro una nota agrumata di pompelmo ed una leggere dolcezza floreale.

Celery Gin. Sempre un Dry, ma qui la ricetta è stata messa a punto proprio da Myriam Hendrickx che ha visto nel sedano l’alleato ideale per la realizzazione di questo prodotto. Il risultato è un gin freso e sapido con un piacevole profumo di menta piperita, sedano, prezzemolo ed una nota citrica. Lasciato un attimo nel bicchiere ecco emergere note di agrumi e di pesca. Sorso leggero e scorrevole.

Old Ton Genever. Ricetta del 1918 recuperata dai vecchi documenti della distilleria. Limone, zenzero, cannella, ginepro, foglie di arancio, assenzio. Al naso risulta evidente la nota maltata che regala una dolcezza che sposa le note fresche ed agrumate. Avvolgente il sorso.


Paradyswyn Genever
. Mela, lampone, ciliegia, ginepro, angelica, semi di coriandolo. 100% alcol da malto ed invecchiamento in legno per un perioda da 4 ad 8 anni.

Un prodotto sui generis, quasi l’anello mancante fra il gin ed il whisky. Accanto alle note di malto e spezie tipiche del legno ecco emergere frutta tropicale, albicocca disidratata e frutta secca.

Sloe Gin. Ginepro, galanga, fiori d’arancio, genziana, vaniglia e prugne selvatiche (da cui il colore). Molto molto fruttato, quasi come un liquore, ma supportato da una fresca acidità tanto al naso quanto al palato. Buona persistenza con chiusura leggermente amaricante.

IL FOOD PAIRING
Non solo degustazione in purezza. I distillati di Rutte sono stati protagonisti anche di interessanti accostamenti di food pairing, tanto in purezza quanto in drink dedicati. Dal pesce fresco crudo abbinato al Genever consumato con semplicità all’aperto lungo i canali di Dordrecht (esperienza assolutamente da provare) alle fritture tradizionali accostate ad un semplice gin tonic.

Non ultime le sofisticate preparazioni preparate dal ristorante In de keuken von Floris di Rotterdam accostate a cocktail a base Rutte o a Gin e Genever in purezza. Che il food pairing con distillati in purezza o drink sia davvero la nuova frontiera delle esperienze Gourmet?

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degustati da noi vini#02

Franciacorta Satèn Brut Docg 2015, Ferghettina


Impossibile confonderlo sullo scaffale. Il Franciacorta Satèn Docg 2015 di Ferghettina, con la classica forma della bottiglia quadrata, è uno degli spumanti Metodo classico bresciani più riconoscibili. Una quadratura (del cerchio) che torna anche nel calice.

LA DEGUSTAZIONE
Chardonnay 100%, come previsto dal disciplinare del Franciacorta, per questa etichetta di Ferghettina che nel bicchiere si presenta di un giallo paglierino intenso e brillante, con un perlage fine ed elegante.

Al naso le caratteristiche note dettate dai lieviti, piccola pasticceria, fiori gialli ed un accenno di erbe aromatiche. All’esame gustativo, la minor pressione di anidride carbonica rende l’assaggio molto elegante. La percezione della spuma è briosa, ma di grande avvolgenza, su note di pasticceria e frutta gialla perfettamente matura.

Perfetto l’abbinamento con del pescato crudo, come frutti di mare, ostriche o un’orata. La bottiglia esprime il meglio di sé bevuta particolarmente fredda, stappata a 4 gradi per poi far riscaldare leggermente il prezioso nettare nel bicchiere.

LA VINIFICAZIONE
I vigneti di Chardonnay utili alla produzione del Satèn si trovano a un’altezza di 250 metri sul livello del mare. Ferghettina raccoglie manualmente i grappoli di Chardonnay interi, attorno alla metà di agosto. La resa si attesta tra i 90 e i 95 quintali per ettaro.

La pressatura avviene con una pressa pneumatica che garantisce la massima delicatezza all’operazione. Durante la vinificazione vengono separati i mosti in due frazioni.

Il mosto fiore, che ha le caratteristiche qualitative migliori e che viene utilizzato per la produzione di Franciacorta, e mosto di seconda spremitura, che non viene destinato all’imbottigliamento. La fermentazione alcolica viene svolta in vasche di acciaio a temperatura controllata compresa tra 16 e 18 °C.

Il vino base riposa in vasca fino alla primavera successiva alla vendemmia. Trentasei mesi (minimo) sui lieviti e dosaggio di 6 grammi litro per questo Satèn. Ne vengono prodotte annualmente circa 50 mila bottiglie da 0,75 lietri e 5 mila da 1,5 litri. La prima annata risale al 1996.

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Spumante Metodo Classico Brut Cuvée “Il Pigro”, Cantine Romagnoli


Di “bollicine” e “frizzanti” sono pieni i Colli Piacentini, che adesso possono contare anche su un Metodo classico di valore. E’ “Il Pigro” di Cantine Romagnoli, Brut ottenuto con un 70% di Pinot Nero e un 30% di Chardonnay.

La cantina di Villò (PC) – 45 ettari per un totale di 200 mila bottiglie – si sta specializzando proprio nella produzione di Champenoise, grazie a mirati investimenti in tecnologia e in vigna.

Una scelta presente nel Dna dell’azienda, il cui rilancio è stato voluto a metà degli anni Novanta dall’ingegner Antonio Romagnoli, grande appassionato di Champagne. Oggi è l’ad Alessandro Perini (nella foto) a credere nel progetto.

LA DEGUSTAZIONE
Colore giallo paglierino, ravvivato da un perlage fine e persistente. Il naso dello spumante “Il Pigro” è caratterizzato da richiami fruttati precisi, che vanno dalla pesca a polpa gialla all’esotico, su un sottofondo fresco, di macchia mediterranea.

Più verticale il palato, tutto giocato sulla freschezza, sino a toccare le note balsamiche. Tratti che rendono “Il Pigro” tutt’altro che stanco, a dispetto del nome. Anzi, il sorso è dinamico, vivo, agile e salino, dopo un ingresso che richiama le note fruttate già avvertite al naso. Uno spumante perfetto a tutto pasto.

LA VINIFICAZIONE
Vinificazione in bianco, in acciaio, e fermentazione a freddo a temperatura controllata per 15 giorni. Segue la rifermentazione in bottiglia secondo il Metodo Classico, con aggiunta di lieviti selezionati. Affinamento minimo sui lieviti di 30 mesi.

“Il Pigro” viene prodotto anche in versione Rosé ed “Extra Brut”. Quest’anno, Cantine Romagnoli toccherà quota 50 mila bottiglie di Metodo Classico, a distanza di soli 6 anni dalla prima vendemmia pensata per le “bollicine”, la 2013. Un segnale preciso della direzione in cui vuole andare questa interessante realtà della provincia di Piacenza.

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Se il vignaiolo naturale diventa presidente del Consorzio


EDITORIALE –
“Il desiderio iniziale di produrre vino di qualità si è integrato negli anni con un progetto più ampio: quello di rendere l’azienda un laboratorio sulla sostenibilità agricola. Ad oggi il nostro intento è quello di proporre la pratica naturale come alternativa all’agricoltura convenzionale attraverso la coltivazione dei cereali, degli ortaggi e dei frutti fino all’allevamento degli animali unita alla produzione di un grande vino!”.

Parole (e musica) di Stefano Amerighi, vignaiolo “naturale” appena eletto presidente del Consorzio Vini Cortona, in Toscana. L’organismo, nato nel 2000, conta oggi una produzione di 1 milione di bottiglie annue, per un fatturato medio che supera i 3 milioni di euro.

Un evento, l’elezione di Amerighi, che deve far ragionare il mondo vinnaturista, sempre più diviso (internamente) tra “fanatici” – detentori di un vocabolario preistorico e di un modus operandi degno dei peggiori ultrà, specie sui Social Network – e i “moderati”, che accettano il dialogo (anche istituzionale) col mondo dei produttori e consumatori di “vino convenzionale”.

L’elezione di Amerighi a presidente del Consorzio che tutela i Vini Doc di Cortona segna l’inizio di una nuova era per tutto il mondo del vino naturale in Italia, non solo dal punto di vista della comunicazione. Un segmento che non passa inosservato nei palazzi che contano, anche a Roma.

Ne è una prova l’attenzione dimostrata dal ministro alle Politiche Agricole Gian Marco Centinaio, che in un’intervista esclusiva rilasciata a WineMag.it ha aperto le porte alle principali associazioni di vinnaturisti.

Obiettivo: istituzionalizzare – o meglio “regolamentare” – un mondo fatto troppo spesso di auto-certificazioni e auto-denunce di legittimità, che si traducono in auto-referenzialità, auto-incensazione e conseguenti auto-proclamazioni di beatificazione. Una forma paradossale di illuminismo anti-enologico e anti-scientifico sempre più grottesca.

Il neo presidente Amerighi, del resto, ha già le idee chiare per Cortona e i suoi vini. “Vorrei portare una vera anteprima del nostro Syrah a Cortona – ha anticipato alla Nazione – fare maggiormente squadra con il mondo della ristorazione, trovare nuove formule di collaborazione con le realtà locali e soprattutto avere un dialogo più stretto e concreto con l’Amministrazione comunale, per poter costruire progetti di territorio”.

Ma soprattutto Stefano Amerighi si dice pronto “a fare lavoro di squadra anche all’interno del Consorzio, costituendo dei gruppi di lavoro e mettendo le energie di tutti a sistema”. Le barricate non servono. Gli ultrà dei vini naturali e biodinamici ancora meno. Cin, cin.

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“Monferace”, il Monferrato ci crede: 10 produttori presentano il Super Grignolino

Dopo i Super Tuscan, ecco il Super Grignolino per smettere di pensare a questo straordinario vitigno come al Brutto Anatroccolo del Piemonte. Riprende vigore l’Associazione Monferace, che ha l’obiettivo di riportare agli onori delle cronache enologiche (e sopratutto sulle tavole degli italiani) un Grignolino di qualità.

Il “Monferace”, ottenuto da Grignolino in purezza, ha un disciplinare ben preciso. Rese basse (70 quintali ettaro) in vigneti selezionati. E affinamento di 40 mesi, di cui 24 in botti di legno. Dopo quattro anni di duro lavoro – e non senza l’accusa di voler vanamente insidiare il Barolo – si potrà finalmente assaggiare la prima annata ufficiale, la 2015.

L’appuntamento con i 10 produttori dell’Associazione Monferace – che prende il nome dal vecchio “Monferrato” – è riservato alla stampa e agli operatori Horeca (su invito) e si terrà il 16 e 17 giugno presso la sede del Castello di Ponzano, in provincia di Asti.

I NUMERI DEL GRIGNOLINO
Accornero, Alemat, Angelini Paolo, Castello di Uviglie, Fratelli Natta, Sulin, Tenuta La Fiammenga, Tenuta La Tenaglia, Tenuta Santa Caterina e ViCaRa – Visconti Cassinis Ravizza sono le cantine protagoniste della rivincita del Grignolino targato Monferace.

Secondo i dati del Consorzio Barbera d’Asti e Vini del Monferrato, nel 2018 sono stati prodotti 12.086 ettolitri di Grignolino, prodotti su una superficie rivendicata di 268 ettari.

Valoritalia riferisce di 1.098.285 bottiglie da 0,75 cl, su un totale di 8.273 ettolitri messi in vetro. Un terzo della Denominazione finisce dunque sul mercato dello sfuso.

Dati che, ovviamente, non riguardano il Monferace. Il vino della riscossa, che mira a presentare il Grignolino in abito da sera. La principessa del Piemonte è diventata grande e vuole cantarlo ad alta voce. Se è intonata, lo scopriremo a breve.

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La grande beffa dei lieviti indigeni dei Consorzi del vino


EDITORIALE –
Nell’enomondo 2019 sono due le parole che riecheggiano da Aosta a Taranto e da Bolzano a Siracusa: “zonazione” e “lieviti indigeni“. Se la prima deve confrontarsi coi tempi biblici della burocrazia italiana, la seconda – il più delle volte – è in voga tra i vignaioli che si riconoscono nei metodi di produzione biodinamica e “naturale”.

Sempre più spesso, però, anche i Consorzi del vino annunciano l’avvio di studi per la selezione di “lieviti indigeni” o “autoctoni” da mettere a disposizione delle cantine associate. Un’alternativa, insomma, ai lieviti commerciali ad uso enologico reperibili sul mercato, con estrema facilità.

In occasione del convegno “Il lievito, il vigneto, la biodiversità: una discussione sui lieviti autoctoni”, tenutosi a Montagna (BZ) durante le Giornate del Pinot Nero 2019, la relatrice Angiolella Lombardi – microbiologa che è stata in servizio per 25 anni all’Istituto di Ricerca alimentare Veneto Agricoltura – ha confermato che si tratta, in sintesi, di un clamoroso caso di “non sense.

Tradotto: i lieviti di Consorzio sono una grande beffa, se non altro nei confronti dei consumatori convinti di bere un vino “più tipico”, grazie a questo “accorgimento”. Come spesso accade in questi casi, tutto si gioca su un filo estremamente sottile.

Se l’obiettivo di un produttore è tipizzare il proprio vino sulla base delle caratteristiche microbiologiche del proprio vigneto, che senso ha l’utilizzo di ceppi di lieviti individuati all’interno dell’area (più o meno vasta) del Consorzio di riferimento?

Utilizzare i lieviti di Consorzio non equivale a spostare il problema dal generale al macro-particolare, senza comunque arrivare al risultato di una vera caratterizzazione delle singole etichette di vino? Dove finisce il marketing e dove inizia la vera necessità di individuare a tutti i costi dei “lieviti di Denominazione”?

Il rischio dei “lieviti di Consorzio” non è quello di assistere a una forma alternativa di standardizzazione dei vini prodotti in un’area determinata, che ha poco a che fare con la vera tipicità e unicità (anche stilistica) esprimibile da ogni singolo produttore all’interno di una Denominazione?

Insomma: parlare di lieviti indigeni “di Consorzio” pare un ossimoro. E sono rari gli esempi in cui gli studi portano a conclusioni adottate su larga scala. Basta chiedere, in giro per l’Italia, quanti produttori siano ricorsi all’utilizzo di questi “acceleratori” di fermentazione, capaci di donare “tipicità” e “unicità” al vino di una Doc o Docg.

I COSTI
Eclatante, su tutti, il caso del Veneto. I lieviti indigeni selezionati una decina di anni fa nell’ambito di un progetto che ha visto coinvolti la Regione e il Consorzio di Tutela Doc Prosecco risultano ancora inutilizzati. A chi giovano questi studi, se non ai laboratori incaricati dagli stessi Consorzi, spesso finanziati da fondi Pac?

Il vero problema, di fatto, sono i costi delle sperimentazioni, difficilmente sostenibili da singoli vignaioli. “La spesa da sostenere – spiega Angiolella Lombardi – dipende dal numero di campioni che si vuole raccogliere in vigneto e dalla vastità della zona che deve essere campionata”.

“Oggi non si parla più delle cifre esorbitanti dello scorso decennio – continua la microbiologa – ma la spesa è comunque alta, aggirandosi tra i 7 e i 15 mila euro.

La parte più costosa è relativa all’identificazione molecolare dei ceppi funzionali allo scopo che si vuole ottenere sulla singola varietà”.

Ma ha senso parlare di “lieviti di Consorzio”? “In pratica no – ammette Lombardi – se non altro per l’enorme biodiversità presente nell’ambito microbico: una biodiversità invisibile, diversa di anno in anno. E’ stato inoltre dimostrato che non è possibile isolare sempre il medesimo ceppo in un determinato vigneto”.

Inoltre le vigne, così come le cantine, sono ambienti aperti, soggetti a contaminazione crociata, mediata dall’attività dell’uomo e degli altri esseri viventi. Non esiste una stabile colonizzazione di un vigneto o di una cantina da parte di un singolo lievito”.

Ma c’è di più. “Nella campionatura necessaria alla selezione dei lieviti indigeni – sottolinea l’esperta – si rischia addirittura di isolare dei lieviti selezionati industriali, se utilizzati in precedenza. Per questo è importante effettuare le campionature lontano dalle cantine, dalle strade e dagli edifici, per ridurre le probabilità che sia avvenuta una contaminazione”.

LIEVITI SELEZIONATI, INDIGENI O “DI CONSORZIO”?
L’alternativa, oltre dell’utilizzo di lieviti indigeni “non selezionati” tipici dei produttori di vino naturale – “che espongono tuttavia il vignaiolo al rischio di arresti fermentativi e a controindicazioni come la produzione di solforati, volatile e scarsa resistenza all’alcol”, ammonisce la ricercatrice – è sotto gli occhi di tutti.

La quantità di lieviti secchi utilizzati annualmente su scala mondiale nel settore vitivinicolo, secondo il dato fornito dall’esperta, ammonta a 600 mila tonnellate. E la loro varietà è piuttosto limitata: “I ceppi selezionati non sono moltissimi e di certo non rispecchiano la varietà ampelografica mondiale. Lo stesso ceppo può essere commercializzato con nomi diversi, in base all’azienda che lo produce”.

Tra gli ultimi Consorzi impegnati nella promozione dei lieviti indigeni c’è quello del Gavi, che ha presentato il progetto a Milano, a fine marzo 2019. Grazie alla consulenza del Laboratorio Enartis di Trecate (NO), sono stati individuati due ceppi di lieviti Saccharomyces cerevisiae (CTdG12 e CTdG07) su cui sono in corso i test da parte de La Mesma e Cantina Produttori del Gavi.

Tornando in Veneto, oltre al Prosecco Doc ha investito nei “lieviti di Consorzio” l’Asolo Montello, con un progetto avviato nel 2011 che ha portato alla sola produzione della bottiglia istituzionale, nel 2016 e 2017. Uno studio interrotto nel 2018 e non ancora discusso per la vendemmia 2019.

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news vini#02

Concorso del Pinot Nero: Alto Adige über alles. Oltrepò, Friuli e Toscana gli outsider


EGNA –
È un po’ come quello della Juventus, da un po’ di anni a questa parte. Un campionato a sé quello che giocano i Pinot Nero dell’Alto Adige col resto d’Italia. È quanto emerge dall’assaggio alla cieca delle 93 etichette che hanno preso parte al 18° Concorso nazionale e alle Giornate del Pinot Nero 2019, andate in scena da sabato a lunedì, tra Egna e Montagna (600 persone presenti in due giorni).

Un risultato, quello scaturito dagli assaggi di WineMag.it, che conferma in gran parte il giudizio della commissione composta prevalentemente da enologi ed esperti altoatesini. “Il concorso – spiega Ines Giovanett, presidente dell’Associazione che coordina i lavori – è aperto a tutti i produttori italiani di questo vitigno, nessuno escluso”.

Per ragioni logistiche – precisa ancora – la commissione di degustatori è composta per lo più da professionisti della zona, ma ogni anno inviamo oltre 200 inviti anche ad enologi ed esperti di tutte le zone potenzialmente interessate a partecipare al Concorso. La speranza è che il parterre del Concorso e delle Giornate del Pinot Nero si allarghi sempre più”.

Oggetto del tasting i Pinot Nero della vendemmia 2016. Quarantasei quelli provenienti dall’Alto Adige, 15 dal Trentino. Gli altri sono giunti da Friuli Venezia Giulia (9), Lombardia (9), Piemonte (5), Valle d’Aosta (2), Toscana (3), Veneto (1), Emilia Romagna (1), Abruzzo (1) e Sicilia (1).

Di seguito quelli che hanno ottenuto un punteggio superiore a 85/100. Otto delle etichette individuate da WineMag alla cieca rientrano anche nella classifica stilata dalla giuria del Concorso, che nel 2019 ha premiato solo etichette dell’Alto Adige e del Trentino (26 in totale, considerando vari pari merito, tra i 90,5 e gli 82/100).

  • Südtirol Alto Adige Doc Pinot Nero Riserva, Schloss Englar: 90/100
  • Südtirol Alto Adige Doc Pinot Nero Riserva “Trattmann”, Kellerei Girlan: 88/100
  • Südtirol Vinschgau Alto Adige Val Venosta Doc Pinot Nero, Weingut Falkenstein: 87/100

  • Trentino Doc Pinot Nero “Maso Montalto”, Tenute Lunelli: 87/100
  • Südtirol Alto Adige Doc Pinot Nero Riserva “Monticol”, Cantina Terlan: 87/100
  • Südtirol Alto Adige Doc Pinot Nero Riserva “Villa Nigra”, Cantina Colterenzio: 87/100

  • Südtirol Alto Adige Doc Pinot Nero “Ebner”, Weingut Ebner: 87/100
  • Südtirol Alto Adige Doc Pinot Nero “Schwarze Madonna”, Klosterhof: 87/100
  • Südtirol Alto Adige Doc Pinot Nero “Bachgart”, Tenuta Klaus Lentsch: 87/100
  • Oltrepò pavese Doc Pinot Nero “Noir”, Tenuta Mazzolino: 87/100

  • Südtirol Alto Adige Doc Pinot Nero Riserva “Zeno”, Cantina Merano: 86/100
  • Südtirol Alto Adige Doc Pinot Nero Riserva “Anrar”, Kellerei Andrian: 86/100
  • Südtirol Alto Adige Doc Pinot Nero Riserva “Jura”, Nals Margreid: 86/100

  • Südtirol Alto Adige Doc Pinot Nero “Filari di Mazzon”, Ferruccio Carlotto: 86/100
  • Friuli Colli Orientali Dop “Romain Rodaro”, Rodaro Paolo Winery: 86/100
  • Toscana Igt Pinot Nero “Cuna”, Cuna di Federico Staderini: 86/100
  • Toscana Igt Pinot Nero “Villa di Bagnolo”, Marchesi Pancrazi: 86

IL COMMENTO
Risultati che, fuori dal territorio d’elezione del Pinot nero italiano vinificato in rosso, premiano su tutti l’Oltrepò pavese di Tenuta Mazzolino. Una cantina che guarda più a uno stile francese che “sudtirolese” per il proprio “Noir”. Un territorio vocato, l’Oltrepò, dal quale potrebbero arrivare molti altri validi campioni, quest’anno mancanti all’appello.

Buona la media punteggio del Friuli Venezia Giulia, con diversi vini a 85/100. Una conferma della credibilità della Rete d’Impresa Pinot Nero costituita da nove cantine locali. Assieme contano complessivamente 28 ettari di vigneto sui 150 complessivi presenti in Friuli. Con una produzione di 150 mila bottiglie suddivisa per 12 etichette.

Sorprende invece la Toscana, con due vini sopra gli 85/100 su un totale di tre campioni giunti al Concorso nazionale del Pinot Nero 2019. Delude invece il Piemonte, che arriva a sfiorare il podio di WineMag con una sola etichetta, ferma anch’essa a 85/100 (il Langhe Doc Pinot Nero dell’Azienda Agricola Segni di Roddi, in provincia di Cuneo).

Nel corso delle 18 edizioni del Concorso, tredici volte il vincitore è risultato di provenienza altoatesina. Nella maggior parte dei casi le uve erano state prodotte nei vigneti dell’Altopiano di Mazzon, l’area storicamente più vocata al Pinot Nero in Alto Adige. Per due volte sono stati premiati dei vini trentini e in un caso un Pinot Nero della Lombardia e dalla Valle d’Aosta.

IL PINOT NERO IN ALTO ADIGE

I primi impianti di Pinot Nero vengono ufficialmente registrati nel 1840 nelle zone di Bolzano, Merano e Bressanone. Nel corso degli anni, il versante occidentale della Bassa Atesina, alcune colline nell’Oltradige, Appiano Monte in particolare, e alcune micro-zone in Val Venosta si sono dimostrate le più adatte a ospitare il vitigno.

Nel 1960 la superficie vitata a Pinot Nero raggiunge i 190 ettari. Nel 1990 ne vengono mappati 217. La crescita continua fino al Duemila, quando la superficie sale a 263 ettari. Il dato più aggiornato fornito dal Consorzio è di 465 ettari: 447 assoggettati all’Alto Adige Doc e 18 risultanti come Val Venosta Alto Adige Doc.

Il Pinot Nero occupa dunque l’8,72 % della superficie vitata Doc altoatesina totale (5.342 ettari). La maggior parte di questi vigneti sono posizionati nella zona della Bassa Atesina-Oltradige, mentre nei comuni di Egna e Montagna – nei quali ricadono l’Altopiano di Mazzon (nella foto sopra) e la rinomata zona di Gleno – gli ettari vitati a Pinot nero risultano 117.

I rimanenti ettari sono distribuiti tra le porzioni superiori dei versanti a nord della città di Bolzano, le parti elevate del versante orientale della Val d’Adige, la conca di Merano, i Pochi di Salorno a sud e, infine, la Val Venosta.

GLENO, IL CRU IN ASCESA

Gleno (localmente “Glen“), frazione del Comune di Montagna, è il cru del Pinot Nero dell’Alto Adige più in ascesa negli ultimi anni, di fronte all’Altopiano di Mazzon. Si trova sul versante orientale della Val d’Adige.

L’esposizione dei vigneti di Glen (nella foto) è a Sud-Ovest, mentre i vigneti del cru storico di Mazzon hanno esposizione Ovest Nord-Ovest. Una caratteristica che consente di ottenere una produzione di alto livello, nonostante un’altitudine media considerevole (da 420 sino a circa 800 metri sul livello del mare).

Anche a Glen, come nella vicina Mazzon, la posizione dei vigneti a ridosso della montagna Cislon garantisce un’insolazione tardiva nel periodo di maturazione del Pinot nero. Un dettaglio che si traduce nel calice in finezza ed eleganza.

Dal punto di vista geologico il suolo è molto simile a quello di Mazzon con un buon contenuto di argilla, necessaria per garantire la produzione di un Pinot nero completo. Attualmente nella frazione di Glen, delimitata verso valle dal vecchio tracciato della ferrovia, il Pinot nero viene coltivato su una superficie di circa 60 ettari: venti in meno di Mazzon.

Una parte considerevole delle uve prodotte da questi vigneti viene conferita alla Cantina Produttori Termeno, all’Azienda Franz Haas e alla Tenuta Pfitscher, i quali le vinificano insieme a Pinot nero di altre provenienze. Ma la prima cantina a credere in Gleno è stata Castelfeder, dal 1989. Risale a quell’anno il primo Pinot nero Riserva “Burgum Novum”.

Oggi i vigneti di Gleno sono molto richiesti. Il valore di un ettaro di Pinot Nero si aggira tra i 700 e gli 800 mila euro. Costa circa un milione un ettaro a Mazzon, che conserva il primato di “cru dorato” altoatesino.

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Armando Serena lascia la presidenza del Consorzio Asolo Montello: “Non ho rimpianti”

ASOLO – Rilassato, disteso. Pieno di attenzioni per i suoi collaboratori, tra cui il vice Franco dalla Rosa. Appariva così, all’ultimo Asolo Wine Tasting, all’inizio di maggio, Armando Serena. Poi, lo shock. Attraverso un comunicato stampa, il presidente del Consorzio Vini Asolo Montello ha ufficializzato le dimissioni.

“Una decisione – spiega oggi a WineMag.it – presa da mesi e già comunicata al Cda da tempo”. Il divorzio, infatti, sarà formalizzato il prossimo 4 giugno. Una data scelta da Serena per mettere gli ultimi puntini sulle “i” al proprio mandato. Tra questi Vinexpo 2019, che si conclude oggi a Bordeaux. Un evento a cui ha voluto partecipare da presidente.

“Ho dovuto anticipare la comunicazione per via delle voci sempre più insistenti che cominciavano a circolare nell’ambiente”, spiega. A 75 anni e al terzo mandato alla guida del Consorzio Vini Asolo Montello, Serena lascia “senza rimpianti“.

IL COMMENTO
“Una decisione difficile – commenta – perché questo ruolo mi ha sempre coinvolto molto. Ho addirittura lasciato la direzione della Cantina Montelvini ai miei figli per dedicarmi anima e corpo a questo ruolo. Le dimissioni non sono state una decisione semplice, ma necessaria”.

Cosa è successo? “Nulla di particolare – risponde Armando Serena – nessun episodio specifico. Io e il Cda abbiamo sempre avuto gli stessi obiettivi e finalità, ma a un certo punto è venuto meno il feeling e l’umanità. E’ più che altro una questione di sensibilità diverse, tra esseri umani. Mi sentivo a disagio a rimanere in quel contesto”.

Non è dato a sapersi di che tipo di “sensibilità” parli Serena. Ma non è escluso si tratti di “sensibilità ambientale” o paesaggistica. Gli ettari a vigneto dell’Asolo Montello, pur essendo raddoppiati dal 2011 al 2018 – da poco più di 827 ettari agli attuali 1.991 – rappresentando meno del 9% dell’area globale del Consorzio, di oltre 23 mila ettari.

Con il vigneto è cresciuta anche la produzione. Serena, di fatto, lascia dopo aver traghettato la Denominazione verso il raddoppio della produzione, passata da meno di 5 milioni a più di 10 milioni di bottiglie. Altra importante decisione è stata quella di introdurre la tipologia Extra Brut per l’Asolo Prosecco Superiore.

La modifica del disciplinare entrata in vigore nel 2018, ha inoltre benedetto la versione Brut Nature dell’Asolo Prosecco Superiore “sui lieviti”. Lasciando ai produttori la possibilità di indicare in etichetta la dicitura “Asolo Prosecco Superiore Docg” o la più semplice “Asolo Docg”.

Non solo. Serena ha svolto il proprio incarico mettendo a disposizione del Consorzio una segretaria, spesata dall’azienda di famiglia. Per tre anni non ha percepito rimborsi. Fino agli ultmi 14 mesi, quando gli è stato riconosciuto un indennizzo mensile.

“Non appena avrò individuato un campo d’azione – annuncia – restituirò al territorio l’ammontare di tutto il denaro percepito per il ruolo di presidente, in modo che questo si riversi interamente sul territorio di Asolo”.

Nella foto, Armando Serena (a destra) con il vice presidente del Consorzio Franco dalla Rosa e la sommelier Ais Alessia Paulon

IL FUTURO DI SERENA
Già chiare le intenzioni di Serena per il futuro. “Due mesi dopo aver comunicato la mia intenzione al Cda del Consorzio, ovvero verso febbraio – sono stato contattato dal gruppo Assindustria Veneto Centro. Trattandosi della più importante associazione nazionale dopo quella di Milano e avendo ancora una gran voglia di fare, ho accettato”.

Armando Serena ricoprirà il ruolo di presidente, al posto dell’uscente Ivo Nardi. Entrerà in carica il 6 giugno 2019. Tra i compiti, quello di accompagnare l’associazione di imprenditori delle province di Padova e Treviso verso l’individuazione di una futura guida, giovane e dinamica.

Sarà in sostanza un tutor, dall’alto dell’esperienza maturata con Montelvini e alla guida del Consorzio di Tutela Vini Asolo Montello. “Ho già individuato i nomi dei miei tre vicepresidenti – annuncia Serena – che non rivelo solo perché ancora manca l’investitura ufficiale. Uno si occuperà di distillati. Il secondo di biologico. Il terzo è un esperto di vini venduti in cisterna”.

“Credo e spero che le relazioni maturate negli ultimi 7 anni e in quelli precedenti con Montelvini mi diano la possibilità di lavorare bene anche nel nuovo incarico – conclude Serena – facendo gruppo per centrare gli obiettivi. Del resto ho ancora una gran voglia di fare e gli attestati di stima arrivati in questi giorni mi danno grande energia”.

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Avvinando Wine Fest 2019: i migliori assaggi a Palermo


PALERMO –
Quasi cento aziende vinicole, 800 vini in degustazione e prodotti tipici siciliani in bella vista: eccolo “Avvinando Wine Fest“. Abbiamo selezionato i migliori assaggi della kermesse svoltasi ai Cantieri Culturali alla Zisa di Palermo, l’11 e 12 maggio.

Un’edizione interessante che guarda non solo al vino siciliano ma a tutto il mondo enogastronomico, voluta per l’ottavo anno consecutivo dagli organizzatori Massimiliano Morghese, Giuseppe D’Aguanno e Marco Busalacchi ed inserita nel calendario degli eventi di interesse per l’anno 2019 della Regione Siciliana.

I MIGLIORI ASSAGGI AD AVVINANDO WINE FEST 2019


Etna Rosato Doc 2018, “Sul Vulcano”, Donnafugata
Proseguono le novità di Donnafugata nelle contrade dell’Etna. Un bel rosato da uve di Nerello Mascalese che ci avvicina all’estate e che piace per la sua freschezza e mineralità. Rosa tenue al colore, glicine e pompelmo al naso, abbastanza persistente, già pronto al consumo.

Sicilia Doc Nocera 2017, Planeta
Ogni anno sempre meglio per questo Nocera di Planeta coltivato nella splendida cornice di Capo Milazzo. Un rosso marino che profuma di mirto e garrigue. Tannini morbidi e grande equilibrio tra le parti morbide e quelle dure. Si gusta bene anche in estate a temperature più basse di quelle consigliate.

Terre Siciliane Igt 2018 “Alaziza”, Feudi del Pisciotto
Alaziza, ovvero “La splendente” é il nome di questa novità di Feudi del Pisciotto che rimanda al Castello della Zisa, a due passi da dove si svolge la manifestazione. Viognier (85%) e Zibibbo (15%). Uve coltivate a ridosso di una sughereta, a due passi da Caltagirone.

Giallo paglierino, è dotato di piacevoli profumi di mango e pesca e di una buona bevibilità. La firma di Stephan Janson, si aggiunge agli altri stilisti che hanno firmato le altre etichette di questa cantina.

Collio Doc Friulano 2017, “Ronco delle Cime”, Venica
Aromaticità e freschezza sono il biglietto da visita di questa cantina friuliana. Tra le poche cantine non siciliane presenti ma sicuramente tra le più interessanti: al colore giallo paglierino, possiede una bella sapidità e spiccano le note mandorlate e di pera.

Rosso Sicilia Doc 2016, “Terre del Sommacco”, Mandrarossa
Passione, dedizione e tanta cura per un progetto innovativo ma con un forte legame nel passato. Con “Storie ritrovate” (ne abbiamo parlato qui) Madrarossa lancia questo Cru di Nero d’Avola (insieme al Bianco 2017 “Bertolino Soprano”, da uve Grillo) della più famosa varietà siciliana coltivata a 310 metri sul livello del mare. Bel colore, profuma di more e ciliegie. Buona freschezza e tannini morbidi.

Brut Nature Metodo Classico 2012 “Enrica Spadafora”, Azienda agricola dei Principi di Spadafora
Dodici mesi in vasca d’acciaio e trenta mesi sui lieviti per questo metodo classico prodotto a Monreale da un insolito Grillo. Perlage fine e persistente. Sentori di pane, frutta secca e una piacevole mineralità. Una bella freschezza per questo spumante dedicato alla figlia Enrica dal patron della casa vinicola.

Sicilia Doc Frappato 2018 “Dumé”, Gorghi Tondi
Cosa avrà da raccontare un Frappato coltivato a Mazara del Vallo? La risposta la offre Gorghi Tondi. Rosso intenso e fresco da una vigna ancora giovane posta a 65 metri sul livello del mare. Buona struttura ma da bere anche a una temperatura di 8-10 gradi.

Catarratto Terre Siciliane Igt 2018 “Esperides”, Di Bella
Prodotto sulle colline dell’Alto Belice a 450 metri sul livello del mare si presenta di colore giallo paglierino. Al naso note di ginestra, pesca gialla e susina. Dotato di una bella sapidità e un’interessante freschezza, risulta ben bilanciato ed elegante.

Monreale Doc Syrah 2018 “La Monaca”, Tasca d’Almerita
Tra le migliori espressi del Syrah siciliano, emblema di una Doc che cresce sempre di più in termini di qualità. Rosso rubino e note di erbe e spezie. Elegante e dotato di una bella struttura e persistenza. Da bere adesso ma può regalare sorprese se lasciato riposare in cantina per qualche anno.

NON SOLO VINO

Chiudiamo questa piccola selezione con i digestivi di Amari Siciliani. Un’azienda giovane che si presenta con prodotti dai nomi antichi, belle etichette e la migliore espressione dell'”amaro fatto in casa“. Sabbenerica, Allorino, Turiddu e Passionao dove quest’ultimo colpisce per il riferimento al suo ingrediente principale ingrediente il Maracuja (Frutto della Passione).

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Sicilia, Doc Monreale da 12 a 4 varietà. Via libera agli spumanti


MONREALE –
Riduzione del numero di vitigni ammessi alla coltivazione – che passano da 12 a 4 – e introduzione di nuove tipologie di vini, tra cui gli spumanti Metodo classico e Martinotti (Charmat). Cambia così la Doc Monreale.

Oggi il presidente del Consorzio di tutela, Mario Di Lorenzo, incontrerà la stampa italiana e internazionale nella cittadina patrimonio Unesco, per formalizzare le modifiche al Disciplinare di produzione in occasione di Sicilia en Primeur 2019.

Con lui una delegazione di 8 aziende su un totale di dodici che producono i vini Doc Monreale, che proporranno in degustazione le loro etichette. La vera novità è l’esclusione del Nero d’Avola dalla base ampelografica della Denominazione, in modo da convogliare tutta la produzione del vitigno nella Doc Sicilia.

Un ulteriore segno di attenzione della governance isolana nei confronti di una varietà scelta, assieme al Grillo, per rappresentare la Sicilia in Italia e nel mondo. Dalla vendemmia 2017, infatti, i due vitigni non possono più essere imbottigliati come Igt Terre Siciliane, ma solo come Doc.

LE VARIETÀ AMMESSE

Ma il Nero d’Avola non è l’unica varietà esclusa. Restano fuori dalla Doc Monreale anche Grillo, Chardonnay, Pinot bianco, Nerello Mascalese, Sangiovese, Cabernet Sauvignon e Merlot. Sarà infatti ammesso solo l’utilizzo di Catarratto e Ansonica (Inzolia) per le varietà a bacca bianca e Nero d’Avola e Perricone per quelle a bacca rossa.

Il nuovo corso della Denominazione punta dunque tutto sui vitigni autoctoni. L’unica eccezione è il Syrah, anche se il vitigno di origine francese può essere ormai considerato completamente adattato al microclima del continente Sicilia.

La revisione interessa anche le tipologie di vini che potranno essere imbottigliati come Doc Monreale. Sarà infatti introdotta la versione spumante, sia nella versione Metodo classico – quello che prevede la seconda fermentazione in bottiglia, come nel caso della Franciacorta e dello Champagne – che nella versione Charmat, tipica del Prosecco – singola fermentazione in autoclave -.

Una scelta che risponde all’incremento esponenziale di “bollicine Made in Sicily”, come dimostrano i dati forniti a WineMag.it dall’Irvo, l’Istituto regionale del Vino e dell’Olio di Sicilia. Attualmente le aziende che producono spumanti sull’isola sono una cinquantina per circa 90 etichette, di cui 22 spumanti Rosè e 67 spumanti bianchi.

LA CORSA AGLI SPUMANTI

Secondo il censimento dell’Irvo, nel 2011 le cantine siciliane che producevano vini spumanti erano solo una ventina, per circa 30 etichette. Alcune cantine che operano all’interno della Doc Monreale hanno già avviato da tempo le prime sperimentazioni.

E’ il caso di Alessandro di Camporeale, che presenterà a breve sul mercato il primo Metodo Classico da uve Catarratto. Sarà un Dosaggio Zero o un Extra Brut, vendemmia 2016. Dai primi assaggi effettuati a Sicilia en Primeur l’etichetta – al momento 24 mesi sui lieviti – si preannuncia promettente, soprattutto in termini di longevità. Quattromilacinquecento le bottiglie complessive.

La possibilità di produrre spumanti aumenterà la potenza di fuoco sul mercato della Doc Monreale, al momento ferma alla cifra non certo esorbitante di 50 mila bottiglie. Confermata inoltre la versione rosè.

In questo quadro il Perricone, varietà ostica sia dal punto di vista agronomico che enologico, potrà fungere da vera e propria chicca della Denominazione siciliana. Un autoctono capace di rispondere alla crescente richiesta di varietà locali dei consumatori più attenti.

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degustati da noi vini#02

Vino Spumante di Qualità Vsq Dosaggio Zero 2013 “Sogno”, Cirotto

Si chiama “Sogno” ma è realtà. Il Vino Spumante di Qualità Vsq “Sogno” dell’Azienda agricola Cirotto di Asolo è un Metodo Classico base Manzoni Bianco, in versione Dosaggio Zero.

Se i vini ottenuti con questa varietà – frutto dell’incrocio tra Riesling e Pinot Bianco – sono di per sé rari da reperire, ancor più improbabile è imbattersi in uno Champenoise da Manzoni Bianco in purezza.

L’etichetta è il frutto di un lungo lavoro di sperimentazione di Francesco Siben, passato dalle prime prove di vinificazione artigianale in cantina a una produzione complessiva di circa 2 mila bottiglie annue.

Un “Sogno” divenuto appunto realtà. Una bollicina insider-outsider nella zona di produzione dell’Asolo Prosecco Superiore Docg.

LA DEGUSTAZIONE
Prima impressione: Francia. Al naso, il Vino Spumante di Qualità “Sogno” dell’Azienda agricola Cirotto ricorda in maniera nitida la nuova frontiera degli Champagne. Quelli ottenuti al 100% dalla varietà Pinot Meunier, sempre più in voga tra i produttori d’Oltralpe, che l’hanno sempre utilizzato nella cuvèe tradizionale (con Pinot Nero e Chardonnay).

Questo Metodo classico da uve Manzoni Bianco rivela infatti quel mix di percezioni larghe e assieme verticali che contraddistinguono gli Champagne da Meunier. Dunque pasticceria, agrumi, ma anche (ed ecco la componente “Riesling” dell’Incrocio) una verticalità e una freschezza davvero invidiabili.

Il sorso è pieno, ricco, ma non grasso. A parlare è il vitigno, assieme al terroir di Asolo. Terra e uva si raccontano all’unisono al palato, su tinte corrispondenti al naso (note di pompelmo e mentuccia) impreziosite da rintocchi sapidi, netti. Confermata anche la gran freschezza, premiata dalla scelta di non dosare lo spumante.

Una vera e propria chicca, da degustare oggi o conservare per qualche anno in cantina. La vendemmia 2013, di fatto, si rivela ancora in evoluzione (in degustazione la sboccatura maggio 2017), pur risultano più che mai godibile. Un Metodo Classico perfetto per accompagnare il pesce, dall’antipasto ai secondi, ma anche piatti a base di carni bianche.

LA VINIFICAZIONE
Le prime sperimentazioni di Francesco Siben sul Manzoni Bianco spumantizzato iniziano nel 2008. E si tratta, per lui, di una sfida nella sfida. Dopo aver abbandonato il lavoro in banca per seguire la moglie nell’avventura dell’Azienda agricola Cirotto, Siben fa costruire un serbatoio da 300 ettolitri per effettuare le prove di vinificazione.

Si fa aiutare dall’enologo della cantina asolana, Luciano Vettori. Assieme effettuano i primi tiraggi “col solo ausilio di un imbuto”.  Oggi tutte le fasi di produzione delle 2 mila bottiglie di “Sogno” vengono effettuate in loco, eccezion fatta per la sboccatura che avviene in un’altra cantina della provincia di Treviso.

Oggi Cirotto può contare su una superficie complessiva di 1.3 ettari di Manzoni Bianco, col quale produce anche una versione ferma. La scommessa nella scommessa sono le quantità di bottiglie che, ogni anno, a partire dalla prima edizione del 2010, vengono conservate in cantina come riserva e per la produzione di Magnum.

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L’Asolo Montello riscopre le uve antiche: Recantina oggi, Rabiosa domani


ASOLO – 
Un bianco e un rosso per domani. Per diversificare l’offerta – già consolidata – di bollicine. E cavalcare l’onda della riscoperta degli autoctoni, viste le crescenti richieste di un mercato sempre più attento alla tipicità. Così il Consorzio Vini Asolo Montello punta tutto su Recantina e Rabiosa. Le due uve affiancheranno l’ormai affermato Asolo Prosecco Superiore Docg nel futuro delle Denominazioni di questo prezioso angolo di Veneto.

Se il percorso della Recantina è già avviato, con il riconoscimento all’interno della Doc Montello Colli Asolani, per la Rabiosa (o “Rabbiosa”) il percorso è appena iniziato. La riscoperta di quella che viene considerata la “cugina” della Durella dei Monti Lessini – con la quale condivide la spiccata acidità, distinguendosi per il maggiore apporto zuccherino e alcolico – è ancora in cantiere.

Le caratteristiche organolettiche, unite all’ottima resistenza alle muffe, rendono la Rabiosa un’uva estremamente interessante per i produttori locali, costretti a fare i conti con i cambiamenti climatici. Se le prove di vinificazione delle prime due cantine andranno a buon fine, il Consorzio avvierà l’iter per l’iscrizione nell’elenco dei vitigni della Doc.

Due carte preziose nella manica del presidente del Consorzio, Armando Serena, che ieri ha condotto assieme al suo vice Franco dalla Rosa una masterclass sui rossi dell’Asolo Montello. Quattro assaggi di Recantina – oggi allevata da una decina di aziende per un totale di 10 ettari, in terreni magri prediletti da questa varietà – e 6 di Montello Rosso Docg, ottenuto dall’ormai storico uvaggio di Merlot, Cabernet Sauvignon e Cabernet Franc.

“Varietà internazionali – ha ricordato Serena – che si sono perfettamente adattate al microclima locale, tanto da poter essere ormai considerate anch’esse autoctone. Se fino a un po’ di anni fa quello di Asolo era il Prosecco segreto, perché nessuno lo conosceva, oggi questa zona può offrire ai consumatori anche dei rossi unici”.

Per scoprirle c’è Asolo Wine Tasting 2019, in programma domani, domenica 5 maggio, dalle 10 alle 19 a Palazzo Beltramini di Asolo (TV). In degustazione anche alcune eccellenze gastronomiche locali, con La Fucina del Gusto.

LA DEGUSTAZIONE

Recantina Montello e Colli Asolani Doc 2017, Sagrevit: 83/100
Cantina tra le più giovani della Denominazione. Colore rubino, mediamente trasparente. Frutto di bosco, ribes al naso, assieme a richiami vegetali netti. In bocca la struttura non è particolarmente accentuata. Un vino semplice, tutto sommato elegante. La gioventù dell’impianto gioca un ruolo determinante. Un patrimonio che non potrà che migliorare, di vendemmia in vendemmia.

Recantina Montello e Colli Asolani Doc 2017, Ida Agnoletti: 85/100
Rosso rubino intenso, riflessi violacei. Naso sul sottobosco, ma senza il verde che ha contraddistinto l’assaggio precedente. Il frutto ne guadagna in eleganza, sia al naso che al palato, dove in particolare mostra una buona pulizia. Il tannino non è spigoloso e la parte delle durezze spetta a una spezia che ricorda il pepe. Buona bevibilità, data appunto dalla bella freschezza apportata dalla spezia, specie nel retro olfattivo.

Recantina Montello e Colli Asolani Doc 2016, Giusti: 86/100
Si cresce in qualità, a riprova che il vitigno non teme affatto i giri di lancette in bottiglia. Rosso rubino tendente al violaceo. Oltre al frutto, profondo, di bosco, note terziari da caramella mou.

In bocca una bella vena salina che tende al salmastro, ma anche al torbato. Le note fresche al palato vengono attenuate dalla vinificazione in legno, che arrotonda il sorso. Bello l’equilibrio tra le componenti.

Recantina Montello e Colli Asolani Doc 2015, Pat del Colmèl: 91/100
Voto alto, per le ottime prospettive future di questa etichetta. Rosso rubino con riflessi violacei. Note di legno molto più integrate e meno invasive rispetto al precedente assaggio: la percezione è sia fresca (mentuccia) che calda (mou, fumo di pipa dolce), in un pregevole gioco che mette il naso sull’altalena.

Non manca la classica frutta di sottobosco. E’ la Recantina più tannica della batteria, ma anche quella che garantisce la maggiore pienezza al palato, nel rincorrersi tra frutto e sale. Vino giovane, come detto, che maturerà alla grande e troverà il suo perfetto equilibrio una volta assorbita la vena amaricante del tannino, in evidenza in chiusura.


Montello Rosso Docg 2016, Ida Agnoletti: 86/100
Siamo a Selva del Montello, quindi alla base del Montello. Terreno ricco di scheletro, ben drenato e caldo. Vino con buon apporto di frutto (ciliegia netta, prugna, ribes) e caratterizzato da una spezia accesa. In bocca non esplosivo, lineare, tannino piuttosto pastoso e in fase giovanile. Ottima freschezza. Vino che, al momento, guadagna in equilibrio e in eleganza nel retro olfattivo.

Montello Rosso Docg 2015, Martignago: 85/100
Ci spostiamo nel Comune di Maser, in un’area piuttosto calda, molto soleggiata, nota per la coltivazione delle ciliegie. Il vino risulta meno strutturato e fresco del precedente, più sul frutto, specie al naso. Chiude su un tannino meno evidente, ma presente, che si somma alla consueta venatura salina.

Montello Rosso Docg 2015, Le Terre: 82/100
La zona è quella di Onigo. Il naso evidenzia una spinta aromatica intensa, caratterizzata da evidenti richiami di ciliegia sotto spirito. In bocca meno evidente. L’alcol è presente e importante, non ancora supportato da una struttura all’altezza. Chiusura salina meno accentuata, che lascia spazio a una nota mentolata.

Montello Docg 2015 “Campo del Prà”, Sartor Emilio: 91/100
Azienda storica del comprensorio, situata nella zona posta davanti al Montello, tra le più vocate. Naso di frutto rosso molto preciso, caratteristico. Un Cabernet che si fa sentire col suo verde che tende più alla radice (di liquirizia) che al raspo.

Completano il quadro richiami di sciroppo di amarena e ricordi leggeri di miele. Il palato è inatteso: bella verticalità, richiami di spezia, frutto preciso in termini di maturità. Tannino vivo, in fase di distensione. Bello ritrovare in chiusura note di liquirizia e rabarbaro. Un vino che chiama il piatto: gran gastronomicità.

Montello Docg 2013 “Zuiter”, Montelvini: 84/100
Ciliegia netta, matura. Vaniglia. Vino che scorre bene in bocca ma senza lasciare il segno, giocato com’è sulle sole morbidezze. Poco complesso, si riaccende solo in chiusura, dove sfodera una buona freschezza.

Montello Docg 2015 “Umberto Primo”, Giusti (anteprima): 85/100
Nota di tabacco al naso, oltre alla classica nota di ciliegia. Nervoso, scalpitante, ancora molto giovane soprattutto per il tannino. Non ancora armonico al palato, ma è giusto che sia così: vino pensato per l’allungo, dunque da aspettare. Coraggioso.

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degustati da noi vini#02

Oltrepò pavese Doc Riesling 2017, Rebollini


Sarebbe bello trovarlo in qualche batteria di Timorasso, per confonderlo (ovviamente alla cieca) in particolar modo con quelli della sottozona della Val Borbera. Fatto sta che l’Oltrepò pavese Doc Riesling 2017 della cantina Rebollini Viticoltori dal 1968 è una vera sorpresa nel panorama oltrepadano dei vini di qualità.

LA DEGUSTAZIONE
Nel calice, questo Riesling si presenta di un bellissimo giallo paglierino con riflessi dorati. Un naso immediato quello che lo contraddistingue, complesso e articolato. Si passa dai sentori di ginestra e fiori d’arancio alle note mentolate, quasi talcate. Il tutto su un sottofondo spiccatamente minerale, gessoso.

Non finisce qui. Con qualche giro di giostra nel calice, il nettare guadagna altri sentori. Si vira sulla frutta, tra l’esotico, la pesca e la mela selvatica, tendente al maturo. Ma anche su ben più preziosi e rari risvolti erbacei, di radice di liquirizia e fieno bagnato.

Al palato una perfetta corrispondenza. A convincere è lo straordinario equilibrio tra note fruttate, mineralità e freschezza, che chiude un sorso consistente, gustoso, goloso. Polposo e al contempo verticale. Una interpretazione davvero unica di quel grande vitigno che è il Riesling Renano, in un’areale come l’Oltrepò pavese dove non sempre viene così valorizzato.

Per l’abbinamento con la cucina, il Riesling 2017 di Rebollini offre un ampio parterre di occasioni. Si va dagli antipasti a base di salumi ai primi, come una vellutata di porri o asparagi, passando per piatti più raffinati e ricercati, a base di pesce. Un vino che non disdegna certo, proprio per le sue caratteristiche, anche la carne bianca.

LA VINIFICAZIONE
Il Riesling 2017 di Rebolini è ottenuto da vigneti di proprietà dell’azienda nel Comune di Borgoratto Mormorolo (PV), dove sorge la cantina, esattamente in località Sbercia. Terreni ricchi di calcare, ideali per il Renano. Dopo la raccolta, effettuata a mano in cassetta, il mosto sosta a contatto con le bucce per qualche ora.

Viene poi fatto fermentare a temperatura controllata, molto lentamente, per un periodo compreso tra i 15 e i 20 giorni. L’affinamento avviene in vasche di acciaio sulle fecce nobili. Successivamente viene effettuata una leggera filtrazione. Il nettare viene imbottigliato nel mese di marzo o aprile, in attesa della commercializzazione.

L’azienda Agricola Rebollini può contare su una superficie complessiva di circa 33 ettari, situati nella frazione Mairano del Comune di Casteggio, Calvignano, Borgo Priolo e Borgoratto. La cantina è oggi guidata da Gabriele Rebollini, che ha introdotto negli anni numerosi accorgimenti tecnologici per migliorare il livello qualitativo della produzione.

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Südtirol Alto Adige Doc Lagrein Riserva 2016 Grieser, Cantina Bolzano


(5 / 5) Fa parte della “Prestige Line” di Cantina Bolzano – Kellerei Bozen il Südtirol Alto Adige Doc Lagrein Riserva 2016 Grieser. Non è un nome di fantasia, bensì la menzione geografica di una delle aree più vocate per il Lagrein dell’Alto Adige: Gries-San Quirino, una delle cinque circoscrizioni di Bolzano, la seconda per estensione e la più popolata.

LA DEGUSTAZIONE
Nel calice, il Lagrein Riserva Grieser si presenta di un rosso rubino intenso, impenetrabile, con unghia violacea. Al naso salgono immediatamente richiami netti ai frutti di bosco come i mirtilli e le more, ma anche di ciliegia nera e prugna matura.

Un’impronta marcatamente fruttata, intensa, cui fanno eco ricordi di vaniglia e cioccolato bianco, assieme a leggere spolverate di spezia e di resina. Un naso decisamente invitante e preciso nella sua abbondanza e ricchezza di sentori.

La stessa che poi si ritrova al palato, dove il Lagrein Riserva Grieser di Cantina Bolzano riesce ancora a stupire. Perfetta la corrispondenza gusto olfattiva, che si arricchisce di un elemento fondamentale e premiante: una gran freschezza, che dona il perfetto equilibrio a un sorso che, altrimenti, sarebbe stato solo grasso e banale.

La frutta, golosa e succosa, unita a un tannino morbido e setoso, si fa quasi masticare mentre i richiami salini e balsamici accompagnano verso un retro olfattivo lungo, altrettanto preciso ed efficace nella sua capacità di chiamare il sorso successivo.

Un vino perfetto da bere oggi, ma che può essere tranquillamente lasciato in cantina per svariati anni, ad affinare ancora. Oggi si presta in abbinamento a primi e secondi ricchi di sugo di pomodoro, come la carne alla pizzaiola, ma riesce a sostenere senza problemi anche piatti ben più strutturati come la selvaggina. Ottimo anche con i formaggi stagionati.

LA VINIFICAZIONE
Si tratta di un’etichetta ottenuta al 100% da uve Lagrein, tra le varietà più preziose e tipiche di Bolzano e dell’Alto Adige. I terreni, nella zona di Gries, sono di tipo alluvionale e sabbioso. La vendemmia avviene a metà ottobre.

Le uve del Lagrein Riserva Grieser fermentano in botti di legno e affinano per circa un anno in barrique di rovere francese e botti grandi. Cantina Bolzano è una cooperativa nata nel 1908 dall’unione di 30 viticoltori locali. Nel 1930 si uniscono a questo folto gruppo altri 18 produttori della collina di Santa Maddalena. Oggi Kellerei Bozen è una realtà che riunisce 220 famiglie.

La nuova struttura, inaugurata il 5 aprile 2019 in via San Maurizio 36 a Bolzano, è costata 35 milioni di euro, ricavati in gran parte dalla vendita delle due vecchie cantine. Un edificio interamente scavato nella montagna, il cui impatto ambientale è ridotto al minimo.

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Matteo Ascheri Revolution: il Barolo inizia a dare del tu al consumatore


Il bello è che potrebbe tirarsela come pochi in Italia, Matteo Ascheri. Invece, il presidente del Consorzio del Barolo, Barbaresco, Alba, Langhe e Dogliani ti saluta con quel sorriso contagioso. Si libera presto dei buyer americani coi quali sta colloquiando. E ti concede l’intervista con una ventina di minuti d’anticipo rispetto all’orario prefissato a Vinitaly.

Se è vero che l’eleganza non è farsi notare ma farsi ricordare, Ascheri ha imboccato la strada giusta. Per sé. E per il Barolo. Da tutti i punti di vista. Già, perché quella che sta apportando al Consorzio piemontese è una vera e propria Rivoluzione.

Culturale, d’immagine, di metodo. D’approccio. Ma soprattutto di comunicazione del Barolo, in Italia e nel mondo. Una rivoluzione vera, concreta. Fatta di parole e di fatti. Una “Revolution” che parte da un semplice assunto.

Per anni, il Consorzio del Barolo e del Barbaresco ha affidato la comunicazione alle aziende, chiamate a raccontare le Denominazioni in piena autonomia. Poi si è concentrato sul trade. Adesso è arrivato il momento di parlare al consumatore finale“.

Come? Le strade pensate da Ascheri sono molteplici. La più interessante, per chi ha sete di Barolo – ebbene sì, il Barolo si produce ma poi va bevuto – è la partnership con Vivino. “Chiederemo alle aziende del Consorzio di mettere a disposizione da un minimo di 6 a un massimo di 12-18 bottiglie di Barolo, da vendere a un prezzo interessante, stilato dalle stesse cantine”.

Una sorta di “operazione flash” pensata, appunto, per il consumatore finale. Che per un breve periodo potrà acquistare online dei grandi Barolo. E si parla di etichette di gran valore. Anche perché c’è di mezzo un risvolto Charity.

Riteniamo che questo sia un modo molto efficace e diretto per promuovere la Denominazione e ampliare il parterre del pubblico a persone che pensano di non potersi neppure avvicinare al Barolo”, spiega Ascheri. La somma raccolta sarà poi devoluta in beneficenza dal Consorzio di Tutela a un ente bisognoso, ancora da stabilire. Chapeau.

IL BAROLO NEI DISCOUNT
Un modo come un altro per far parlare di Barolo. E arginare il fenomeno del ribasso negli hard discount. “Parliamoci chiaro – sottolinea il presidente del Consorzio – questa non è una battaglia alla Grande distribuzione o ai consumatori che, per motivi di portafoglio, fanno la spesa al discount. Il nostro obiettivo è controllare l’offerta, arginando fenomeni speculativi che danneggiano l’immagine della Denominazione”.

Eppure Ascheri sa bene che il fenomeno del Barolo al Lidl o all’Eurospin, o quello del Barolo in promozione a 10 euro sugli scaffali di altre insegne della DO, è frutto di un sistema in perfetto equilibrio.

“Il meccanismo che genera questo tipo di prezzi è assolutamente sostenibile a tutti i livelli – commenta il presidente – perché è redditizio per il contadino, redditizio per l’insegna della grande distribuzione e, soprattutto, vantaggioso per il consumatore finale”.

Quindi o ci lamentiamo e basta, aspettando che la cosa degeneri – chiosa Matteo Ascheri – o facciamo qualcosa. E non si tratta di scacciare i mercanti dal tempio, perché in fondo siamo tutti mercanti. Piuttosto dobbiamo fare in modo che le aziende trovino altri canali di vendita per le loro uve, in modo da colmare il vuoto in cui si inseriscono imbottigliatori che condizionano il prezzo del Barolo negli hard discount”.

I dati, del resto, parlano chiaro nelle Langhe. Su oltre 650 aziende produttrici di Barolo associate al Consorzio, oltre 350 fanno parte della categoria “imbottigliatori“. Non va meglio al Barbaresco, dove il gap si riduce ancora: qui sono più della metà dei 300 produttori consorziati.

SOLUZIONI? “ANCHE L’AUTOTASSAZIONE”

“L’offerta di uve Nebbiolo e, di conseguenza, di Barolo come vino finito – evidenzia Ascheri – è cresciuta a livello esponenziale. In 20 anni siamo passati da 1.200 a 2.200 ettari vitati e da 6 a 14,5 milioni di bottiglie“.

E’ arrivato il momento di governare questa crescita. Abbiamo bloccato fino al 2022 i nuovi bandi per i vigneti e abbiamo intenzione di intervenire quanto prima anche sulle rese, magari introducendo la riserva vendemmiale“, annuncia Ascheri a WineMag.it.

Se necessario, per portare avanti il progetto di avvicinamento del Barolo al grande pubblico dei consumatori, il Consorzio è pronto all’autotassazione. “Abbiamo programmato investimenti per 3 milioni di euro in tre anni – ribadisce il presidente – finanziati dall’Erga Omnes”.

“Se non bastassero siamo pronti ad attingere dalle nostre tasche: in questo modo saremmo ancora più autonomi circa l’utilizzo dei fondi, focalizzandoli sugli obiettivi che ci siamo preposti”, precisa Ascheri.

E non finisce qui. Al vaglio del Consorzio di Tutela c’è anche la creazione di una “Barolo & Barbaresco Wine School“. Una sorta di Accademia, in stile Chianti o Valpolicella, in cui formare i professionisti chiamati alla comunicazione e alla vendita del Barolo e del Barbaresco, in Italia e nel mondo.

Il tutto a corollario dell’evento internazionale che segnerà il prossimo triennio della gloriosa Denominazione piemontese: Barolo & Barbaresco World Opening, l’Anteprima mondiale delle nuove annate (2016 e 2017) in programma a New York.

Prevista per febbraio 2020 e pensata come un vero e proprio spettacolo dedicato ai due rossi piemontesi, l’iniziativa sarà la vera sintesi della volontà del Consorzio di “cambiare passo e strategia sulla promozione delle Denominazioni che rappresenta”. Cin, cin.

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Prima dell’Alta Langa 2019: migliori assaggi di una Docg che sa dove andare


GRINZANE CAVOUR –
 Una Denominazione relativamente giovane, che sa perfettamente dove andare. Questa l’impressione che regala l’Alta Langa, Doc dal 2002 e Docg dal 2011, alla Prima dell’Alta Langa 2019 in corso al Castello di Grinzane Cavour (CN) fino alle ore 19.

Al banco di assaggio 23 produttori (5 in più dello scorso anno) con 50 etichette di spumante Metodo Classico base Pinot Nero e Chardonnay, nelle tipologie bianco, rosato, riserva e grandi formati. Qualità media più che buona, ma a colpire è un altro aspetto.

I “big” dell’Alta Langa, tra cui figurano aziende orientate al mercato di massa come Gancia e Tosti (rispettivamente 28 e 32 milioni di bottiglie complessive) risultano orientate alla qualità assoluta, al pari dei “piccoli produttori”.

E tra questi ultimi sono diverse le aziende che si sono affacciate per la prima volta sull’Alta Langa, con risultati stupefacenti. Grandi e piccoli, dunque, nella stessa direzione: un elemento raro da riscontrare nell’Italia del vino.

Ad oggi il Consorzio riunisce 105 produttori, per 280 ettari complessivi di vigneto, cresciuti in maniera regolare negli anni, a partire dai 40 ettari originari (Banfi, Giulio Cocchi, Enrico Serafino, Fontanafredda, Gancia e Tosti i fondatori).

Chiara la strada, da queste parti. Ma chiaro anche l’obiettivo da centrare nel futuro. Fra tre anni gli ettari complessivi saranno 350 e le bottiglie potenziali 3 milioni. “Venderle tutte è l’obiettivo che ci siamo prefissi”, commenta con un pizzico di orgoglio il presidente del Consorzio, Giulio Bava, al secondo mandato consecutivo.

Numeri che chiariscono bene il ruolo dell’Alta Langa nel panorama delle Denominazioni spumantistiche italiane. Ovvero quello di “nicchia”, con l’1,5 milioni di bottiglie attuali, a fronte degli oltre 17 milioni della Franciacorta e dei 10 milioni del Trento Doc.

Più vicino, geograficamente e numericamente, l’Oltrepò pavese (circa 1,5 milioni di bottiglie), territorio che però soffre dell’annoso “M.S.S.”: il “Morbo di Se Stesso”, malattia rara e, forse, davvero incurabile.

L’Alta Langa è un gioiellino – evidenzia il presidente del Consorzio Giulio Bava – oltre a costituire un pezzo di storia del Piemonte. I grandi utilizzano questa Denominazione come tale. E le piccole aziende costituiscono il vero fiore all’occhiello della Denominazione”.

“Non sta a me dirlo – continua il presidente – ma in Alta Langa è tutto buono e tutto di qualità. Un aspetto che è nel Dna stesso della Denominazione. Alta Langa è un Metodo Classico solo millesimato, con un minimo di 30 mesi di affinamento in bottiglia”.

“Se non avesse qualità e non fosse buono, questo vino, dopo 3 anni, non avrebbe spazio sul mercato. La chiarezza su quello che vogliamo essere è una delle chiavi del nostro successo: il nostro è uno spumante riconoscibile per rigore e per classe”, conclude il presidente del Consorzio.

I MIGLIORI ASSAGGI ALLA PRIMA DELL’ALTA LANGA 2019

Alta Langa Docg Brut 2014, Azienda Agricola Matteo Giribaldi: 91/100
Prima volta con l’Alta Langa per l’azienda. E il ciak dice chiaramente: “Buonissima la prima”. Strepitoso, tra l’altro, il rapporto qualità prezzo.

Trentasei mesi sui lieviti, 60% Pinot Nero, 40% Chardonnay, sboccatura 2019 e dosaggio attorno ai 6-7 grammi litro.

Colore giallo paglierino carico, dal quale si libera un naso balsamico, di mentuccia e macchia mediterranea. Non manca il frutto, a polpa gialla. Lo squillo dello Chardonnay, prima che il muscolo del Noir torni a fare il prepotente, pur sempre in cravatta. Lunga persistenza, calcarea e salina.

Alta Langa Docg Pas Dosé 2015 “Psea”, Pecchenino: 90/100
Sboccatura recentissima (03/2019) eppure questo spumante è già in grado di mostrarsi per quello che sarà: basta guardare oltre alla gioventù, immaginandolo adulto, formato, fatto e finito. Bellissima espressione di Chardonnay (70%) e Pinot Nero (30%) per questa azienda alla seconda “prova” con l’Alta Langa.

Note di agrumi, pietra bagnata e fumè impreziositi da un legno (9 mesi di barrique usate) utilizzato magistralmente. Ottima anche la Magnum, millesimata 2014 (sboccatura ottobre 2018) dai toni freschi e sapidi, quasi “alpini”.

Alta Langa Docg Rosé 2014 “Tenuta il Cascinone”, Araldica: 90/100
Pinot Nero in purezza, così come tutti gli Alta Langa di Araldica. Sboccatura avvenuta a fine 2018. Un rosé croccante e consistente, che gioca col palato a stringere e ad allargare le papille gustative, tra richiami di buccia d’arancia e di miele. Divertente e serio allo stesso tempo. Certamente gastronomico.

Alta Langa Docg Pas Dosé 2012, Giulio Cocchi: 89/100
Settantadue mesi sui lieviti per questo Metodo classico 100% Pinot Nero (biotipo Champagne) che è l’emblema dell’equilibrio tra verticalità salina e polpa del frutto rara da trovare in un non dosato. Un fifty-fifty garantito anche da una “bollicina” che in bocca si fa sentire in termini di grana, ma senza disturbare: contribuisce, anzi, a fare da bilancia tra il nerbo delle durezze e il “grasso” del frutto.

Alta Langa Docg Extra Brut 2015, Roberto Garbarino: 88/100
Seconda volta con l’Alta Langa per l’azienda. Trenta mesi sui lieviti e sboccatura effettuata il 2 novembre 2018 per questa cuvée composta al 60% da Chardonnay e per il 40% da Pinot Noir. Strepitoso rapporto qualità prezzo.

I vigneti a 480 metri d’altitudine sono vocatissimi e il calice parla chiaro. Un Alta Langa di gran personalità, capace come pochi (li abbiamo assaggiati tutti) di condensare bevibilità, verticalità, sale e frutto. Accenni di macchia mediterranea al naso, che in bocca si fanno balsamici, ricordando la mentuccia. Chiusura su un salino leggero.

Alta Langa Docg Riserva 2012 “Zero”, Enrico Serafino: 88/100
Ottimo il “base” di Serafino, noto per il suo ottimo rapporto qualità prezzo. Ma il prodotto icona, da quel punto di vista, è il Pas Dosè. Buona verticalità con lo Chardonnay (15% della cuvée) nel ruolo del comprimario audace.

Agrumi e fiori di campo al naso. In bocca scheletro e muscoli, ma anche una certa capacità di riempire il palato, sfoderando un ottimo equilibrio col frutto rosso, tendente al croccante.

Alta Langa Docg Blanc de Blancs Pas Dosé 2014 “For England”, Contratto: 88/100
Chardonnay in purezza, dunque, di cui il 30% affina in legno. Naso di grande intensità e pienezza, con impronta dei terziari che contribuisce a generare complessità, al posto di appesantire. Lo stesso avviene al palato, dominato dal frutto impreziosito da una nota di pietra bagnata e fumè.

Chiusura salina, quasi salmastra, lunga e scalare, in cui fa capolino, oltre alle note di tostatura già avvertite al naso, anche uno zafferano preciso. Vino complesso, gastronomico, che non stanca mai la beva.

Alta Langa Docg Extra Brut 2015, Ettore Germano: 87/100
I vini di Ettore Germano hanno uno stile preciso, un’eleganza giocata su un filo sottile. Una consistenza e un corpo mai gridato, mai ostentato, mai aggressivo. Eppure mai taciturno, timido o sommesso. Vini a metà tra l’essere grandi e urlarlo al mondo intero. E l’essere grandi senza saperlo.

Vini come questo Alta Langa (80% Pinot Nero, 20% Chardonnay), 30 mesi sui lieviti, sboccatura novembre 2018. Eleganza e verticalità che con un po’ più di struttura a sostegno sarebbero da sballo vero.

Alta Langa Docg Extra Brut Riserva 2011, Coppo: 86/100
Vino che si ama o si odia, per la netta intromissione del legno, in cui il vino base fermenta. Oggettivamente, però, un Alta Langa riconoscibile tra tutti quelli della Denominazione per lo stile improntato sull’assoluta gastronomicità.

La cuvée è composta per l’80% da Chardonnay e per il 20% da Pinot Nero, 60 mesi sui lieviti e dosaggio a 3 grammi litro. Lo Chardonnay, assieme al legno, ammorbidisce il muscolo del Pinot Nero, comunque ben in evidenza.

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Campania Stories: i migliori bianchi all’Anteprima Campania 2019


CETARA –
Spumanti e vini bianchi fermi del Vesuvio, della Costiera Amalfitana, così come del Sannio, dell’Alto Casertano e del Beneventano, senza dimenticare Campi Flegrei, Cilento, Irpinia e le Igt Paestum, Terre del Volturno e Colli di Salerno. Ben 127 i campioni in degustazione ieri all’Hotel Cetus di Cetara, in occasione dell’anteprima dei vini campani 2019.

Un’occasione, quella offerta da Campania Stories, per degustare per la prima volta la vendemmia 2018, ma anche per giudicare l’evoluzione della 2017 e delle annate precedenti, fino alla 2013 (presente con un solo campione). Ecco i migliori assaggi risultati dal tasting alla cieca.

SPUMANTI

1) Greco di Tufo Spumante Metodo Classico “Anni Venti extra Brut” s.a., Cantina di Marzo: 87/100
Più salmastro che minerale al naso. Al palato più serio, mineralità spiccata e nota di pietra focaia e sale, in chiusura, leggermente amarognola ma piacevole. Lungo, serio, gastronomico.

2) Fiano di Avellino Spumante Vsq “Sarno 1860”, Tenuta Sarno 1860. 86/100
Bollicina finissima, che gioca con la freschezza. Salinità garbata e frutto, naso-bocca. Bell’allungo fresco e salino.

3) Caprettone Spumante Metodo Classico “Pietrafumante”, Casa Setaro: 85/100
Sentori naso di macchia mediterranea e leggero miele. In bocca non di grande corpo.

BIANCHI MONOVARIETALI E BLEND MISTI

1) Irpinia Coda di Volpe 2017, Traerte: 88/100
Primo naso tra il burroso e il minerale. Non mancano richiami alla macchia mediterranea e salini. Ingresso di bocca tra burro e percezione verde dosata. Un vino che necessita di altro vetro, ma che sarà ottimo entro qualche mese.

2) Beneventano Bianco 2017 “Sogno di Rivolta”, Fattoria La Rivolta: 87/100
Naso ancora una volta burroso, unito alla macchia mediterranea. Buona verticalità al palato, frutta e sale ben dosati. Vino che denota una buona struttura e ulteriori margini di miglioramento.

3) Campania Igp 2017 “Core Bianco”, Montevetrano: 87/100
Un vino con una precisa identità enologica, tra frutto e mineralità: ottima la consistenza al palato, tattile. Note agrumate (cedro, arancia) sia al naso che in bocca. Cremosità e verticalità in un solo sorso.

BIANCHI VESUVIO

1) Vesuvio Caprettone 2018 “Benita ’31”, Sorrentino: 88/100
Vino giocato più sulla mineralità che sul frutto. Giovane, si farà, soprattutto al palato. Complesso il naso, molto apprezzabile al momento per i suoi giochi tra fiori e sale.

2) Lacryma Christi del Vesuvio Bianco 2018 “Munazei Bianco”, Casa Setaro: 87/100
Naso-bocca che si stacca da tutti per i chiari rimandi fumè e alla radice di liquirizia, oltre che alla pietra focaia. Un vino di territorio, figlio del terroir. Chiusura molto elegante, su ritorni minerali salini. Un vino del vulcano.

3) Lacryma Christi del Vesuvio Bianco Superiore 2017, Cantina del Vesuvio: 86/100
Vino giovane, di grande prospettiva. Colpisce per la struttura potente e il delinearsi di una gran gastronomicità.

BIANCHI COSTIERA AMALFITANA

1) Costa d’Amalfi Ravello Bianco 2017 “Vigna Grotta Piana”, Sammarco Ettore: 88/100
Nota burrosa, ma anche salina. Palato verticale, minerale, salato, leggermente astringente in chiusura. Un vino giovanissimo e di grandissima prospettiva.

2) Costa d’Amalfi Furore Bianco 2017 “Fiorduva”, Marisa Cuomo: 87/100
Naso minerale, con richiami di olive nere in salamoia. Bocca verticale, unita a frutto e salinità. Non manca una bella nota fruttata. Vino molto giovane e di bellissime prospettive.

BIANCHI A BASE PALAGRELLO BIANCO

1) Terre del Volturno Palagrello Bianco 2017 “Caiatì”, Alois: 88/100
Mineralità e leggera percezione di tannino al palato. Vino su durezze, molto giovane ma molto ben fatto.

2) Terre del Volturno Palagrello Bianco 2018 “Le Ortole”: 87/100
Impronta netta di macchia mediterranea, rosmarino. Bocca tra frutto e mineralità spinta. Vino pieno, con leggera venatura speziata (pepe bianco) a corredare una chiusura minerale.

BIANCHI BASE FALANGHINA

Alto Casertano
1) Falerno del Massiccio Bianco 2015 “Vigna Caracci”, Villa Matilde: 86/100
Macchia mediterranea, sale, bel frutto preciso. Allungo minerale, salino.

SANNIO FALANGHINA


1) Falanghina del Sannio Sant’Agata dei Goti 2017 “Vigna Segreta”, Mustilli: 89/100
Vino di prospettiva, giovane, non ancora nella sua fase più alta. Bella salinità e freschezza, chiusura su vago verde. Gran bella freschezza al palato, tendente al balsamico.

2) Falanghina Beneventano 2017 “Resilienza”, Donnachiara: 87/100
Vino convincente, per la bevibilità non banale, giocata in bocca su un frutto maturo, esotico, ma anche su una freschezza che riequilibra il sorso. Chiusura su vaghi ricordi di radice di liquirizia.

3) Falanghina del Sannio 2018 “Serrocielo”, Feudi di San Gregorio: 87/100
Mineralità, pietra focaia. Interessante in bocca, giovane e di prospettiva, con il frutto che deve ancora uscire bene. Un vino verticale, giocato su salinità e freschezza.

4) Falanghina del Sannio 2016 “Biancuzita”, Torre a Oriente: 86/100
Macchia mediterranea, frutto giallo maturo, ginestra, salinità: tutto in equilibro. Corrispondente al palato, su bella salinità e frutto: un palato che tende ad ammorbidirsi di quel poco che basta per risultare al contempo tipico e “internazionale”.

BIANCHI BASE FIANO

1) Cilento Fiano 2017 “Licosa”, Il Colle del Corsicano: 90/100
Macchia mediterranea intrigante, impreziosita da richiami leggeri di ginger candito e buccia d’arancia. Mentuccia, vena balsamica. In bocca gran concretezza, tra sale e corrispondenza gusto-olfattiva. Allungo minerale serioso, su note saline che accompagnano frutta esotica come ananas e papaya.

2) Fiano Paestum 2017 “Vigna Girapoggio”, Verrone Viticoltori: 89/100
Bel naso, bella bocca dritta, verticale sino al rischio di poter sembrare esile. In realtà siamo di fronte al limite tra eleganza e consistenza sussurrata. In particolare: naso di zenzero e buccia d’arancia, con richiami di macchia mediterranea. In bocca una percezione salina spiccata. Il frutto, giallo, emerge in chiusura ed equilibra un sorso di gran prospettiva.

3) Fiano di Avellino 2018 “Montealapio”, Tenute di Pietrafusa: 88/100
Altro vino di gran prospettiva. Frutto, sale in chiusura, durezze in evidenza che si potranno amalgamare.

4) Paestum Fiano 2018 “Trentenare”, San Salvatore 1988: 88/100
Altro campione giovanissimo, che evidenzia già tratti di gran completezza.

5) Fiano di Avellino 2018, Villa Raiano: 87/100
Naso non particolarmente intenso, verde anche in questo caso evidente, ma vira su radice, assieme al sale e al minerale. Non male in prospettiva.

6) Fiano di Avellino 2017 “Pietramara”, I Favati: 87/100
Più facile e immediato rispetto ad altri. Frutto spiccato, ma anche pietra focaia e frutto maturo. Macchia mediterranea che esce con l’ossigenazione. Bel vino nel complesso, che ammicca al mercato senza perdere tipicità.

7) Fiano di Avellino 2017, Rocca del Principe: 86/100
Un francese ad Avellino. Un Fiano di concetto, tra verde, frutto, grassezza e sale. Intrigante e giovane.

BIANCHI CAMPANI BASE GRECO

1) Paestum Greco 2018 “Calpazio”: 89/100
Nota di zafferano leggera, oltre al classico corredo del vitigno. In bocca è un vino sostanzialmente già godibile, ma è col tempo che questo campione dimostrerà se è valsa la pensa scommetterci.

2) Greco di Tufo 2018, Villa Raiano: 86/100
Tanto frutto giallo. In bocca, la salinità compensa il frutto. Un vino di buona prospettiva.

3) Greco di Tufo 2018, Terre D’Aione: 86/100
Frutta esotica e durezze saline: di prospettiva, giovanissimo. Certamente un campione da riassaggiare in futuro, per sondarne l’evoluzione.

4) Greco di Tufo 2017, Cantine di Marzo: 86/100
Sale su frutto. Un Greco quasi difficile per la sua aristocraticità: contratto al momento, ma con ottime prospettive.

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Gli Editoriali news

Foto sexy per la presidentessa del Consorzio. Ecco come è andata

EDITORIALE (MESSINA) – La diretta interessata, Flora Mondello, non interviene direttamente se non per minacciare azioni legali contro la testata. Ma grazie ad alcuni elementi raccolti tra le fonti di WineMag.it siamo riusciti a ricostruire la vicenda della foto “sexy” della presidentessa dell’Associazione Doc Mamertino.

Ricapitoliamo il tutto di seguito, sperando di poter tornare a parlare solo di vino al più presto.

Alle 9.38 del 28 marzo, Ferdinando Calaciura, Ufficio stampa dell’ente siciliano, invia alla redazione di WineMag.it un comunicato relativo alla “conferenza stampa di presentazione dell’Associazione dei Produttori della DOC Mamertino”, tenutasi il 27 marzo a Palermo. Si parla anche dell’imminente presenza dell’ente a Vinitaly.

Di seguito e in allegato il comunicato stampa – aggiunge Calaciura – il press kit con tutti materiali (foto, disciplinare, info sui produttori) è disponibile cliccando sul seguente link http://bit.ly/Associazione_DOCMamertino. Cordiali saluti e buon lavoro”.

Una volta aperto e revisionato il comunicato stampa (consultabile qui) clicchiamo sul link per scegliere le foto con cui corredare la pubblicazione (si tratta di un Dropbox). E’ a quel punto che scorgiamo l’unica foto che ritrae Flora Mondello in una posa degna più di Instagram che del ruolo istituzionale ricoperto, con annessa (abbondante) scollatura.

Da mesi questa testata si sta battendo pubblicamente contro il fenomeno dilagante degli influencer e delle influencer, che spesso si fanno ritrarre in atteggiamenti e abiti poco consoni al tema Wine & Food.

La scelta dell’Ufficio stampa dell’Associazione Doc Mamertino (condivisa oppure no con la diretta interessata? Ci parli di questo Flora Mondello) di inviare ai giornalisti una fotografia degna di un profilo social genera in noi il sospetto che anche un Ente del vino, per la prima volta in Italia, abbia deciso di darsi a forme di comunicazione di bassa lega, come se ne vedono tante sui social network.

Decidiamo dunque di denunciare l’episodio, in difesa di tutte le donne del vino, professioniste, che non cedono al ricatto del maschilismo per proporre esclusivamente contenuti e informazioni degne di attenzione da parte del pubblico. Tutto, insomma, tranne che un attacco di tipo sessista alla malcapitata Flora Mondello e al genere femminile.

Una presidentessa caduta vittima, forse, del suo Ufficio stampa? Ce lo dica lei, siamo qui. E, in quel caso, se la prenda con quel Ferdinando Calaciura che, una volta letto il nostro articolo, ha pensato di rimediare sostituendo la foto “sexy” della Mondello con una degna del ruolo ricoperto dalla referente della Doc Mondello. Ecco di seguito le prove.

↓ FILE DROPBOX ORIGINALI INVIATI A TUTTE LE TESTATE ↓

↓ FILE DROPBOX MODIFICATI DOPO L’USCITA DELL’ARTICOLO ↓


Questa la cronaca dei fatti, prove alla mano, come sempre nel rispetto che nutriamo nei confronti dei nostri lettori. Nostra opinione è che un Consorzio del vino che si vuole far conoscere a Vinitaly 2019 per le qualità espresse dai produttori del territorio debba puntare sui contenuti, più che sull’immagine di una bella presidentessa.

Già, perché a nessuno – nella valanga di “critiche” piovute sui social di WineMag dopo l’uscita dell’articolo, gran parte delle quali mosse a dovere da lugubri esponenti della “concorrenza” – è venuto in mente di dare del sessista a chi ha diffuso una foto così poco adatta al ruolo di rappresentanza dei produttori e delle produttrici del Mamertino.

E allora dateci pure dei bacchettoni. Lo siamo, forse. Ma sappiate per certo che questa è una testata giornalistica “sessismo free”: viva le Donne, produttrici, vignaiole, sommelier, giornaliste e comunicatrici di contenuti.

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Vino naturale, il ministro Centinaio a WineMag: “Il settore va regolamentato”


ROMA –
“Al fine di valutare l’opportunità di regolamentare il settore del vino naturale è necessario avviare ampie consultazioni con tutti i soggetti coinvolti”. Così il ministro Gian Marco Centinaio in un’intervista esclusiva rilasciata a WineMag.it.

E’ la prima volta che un ministro alle Politiche Agricole tende la mano a un settore molto attivo in Italia, pur rappresentando meno del 3% della produzione. Solo in Veneto, saranno ben due gli eventi collaterali in programma a ridosso di Vinitaly 2019: ViniVeri – Vini Secondo Natura (5-6-7 aprile a Cerea) e VinNatur Tasting (6-7-8 aprile a Gambellara).

Una svolta storica, dunque. “Tra gli organismi che è necessario interpellare – continua Gian Marco Centinaio – sono compresi i produttori. L’obiettivo è valutare l’impatto del vino naturale ‘certificato’ sul mercato nazionale ed internazionale”.

“La qualifica di vino naturale – sottolinea Centinaio – si basa ad oggi su una disciplina di carattere volontario. E’ attualmente assente un sistema di certificazione e controllo conforme alla normativa sui controlli ufficiali”.

Eppure non mancano gli esempi di autoregolamentazione, in Italia come all’estero. Su tutti il disciplinare di VinNatur, Associazione culturale fondata nel 2006 da Angiolino Maule, che oggi conta oltre 170 cantine.

Allo stesso modo il Consorzio ViniVeri pone paletti ben precisi per l’adesione al circuito, che riguardano le scelte dei produttori, sia in vigna che in cantina. Non sono ammessi per esempio diserbi e insetticidi chimici. E’ vietata la vendemmia meccanica, così come l’uso di lieviti selezionati commerciali.

Come già successo per altri settori – commenta il ministro Centinaio – alcune realtà del mercato evolvono spesso in modo indipendente rispetto alla regolamentazione. Tali realtà forniscono lo stimolo al legislatore per ratificare e regolamentare un fenomeno già esistente nella realtà economica e imprenditoriale”.

Per questo, la volontà del ministro e del suo staff è quello di “studiare ed approfondire le realtà esistenti con la più ampia consultazione dei soggetti interessati, al fine di individuare le soluzioni migliori a tutela del consumatore e dei produttori”.

Nell’intervista esclusiva a WineMag.it, il ministro commenta anche la necessità di regolamentare il settore della sommellerie in Italia. Si tratta della scia del polverone sollevato dalla testimonianza di un sommelier della catena Esselunga, raccolta dall’altra testata giornalistica del nostro network, vinialsupermercato.it (qui l’articolo e qui la replica dei presidenti Ais, Fisar e Aspi).

“Rispetto alla questione posta dalle associazioni della sommellerie italiana – assicura il ministro Gian Marco Centinaio – valuteremo la possibilità di avviare un’ampia consultazione con tutte le associazioni dei sommelier finalizzata all’individuazione di requisiti univoci di formazione e aggiornamento degli stessi, consapevoli del fatto che in materia di formazione le Regioni costituiscono l’autorità a cui è delegato tale aspetto”.

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Biodiversità significa vino di qualità. In Franciacorta il primo studio al mondo


PROVAGLIO D’ISEO –
E’ la differenza che passa tra una bellezza naturale e una costruita dal chirurgo. Da un ambiente sano e ricco di biodiversità, non ritoccato dai “ferri” della chimica, nasce un vino “naturalmente” buono.

E’ quanto conferma per la prima volta al mondo uno studio avviato in Franciacorta dall’Università della California di Davis, in collaborazione con il professor Leonardo Valenti dell’Università degli Studi di Milano. Un progetto avviato tra i vigneti di Barone Pizzini, azienda pioniera della sostenibilità in Italia, poi diffuso in altre aree vinicole del Paese.

Non a caso Barone Pizzini ha affidato all’enologo Valenti la presentazione dei primi risultati dello studio, in occasione dell’assaggio delle basi spumante 2018 della maison franciacortina. L’analisi dei terreni dei “cru” – oltre 40 quelli a disposizione di Barone Pizzini – dà infatti vita a micro vinificazioni, utili alla perfetta composizione delle cuvée.

Un approccio che avvicina la cantina bresciana ad alcune note realtà cooperative dell’Alto Adige, che da anni vinificano separatamente le uve dei propri conferitori, per arrivare al miglior blend. La marcia in più è costituita dall’attenzione alle diverse condizioni registrabili nelle micro porzioni di ogni singolo vigneto.

Un puzzle nel puzzle, che si traduce per esempio in scelte differenti sui livelli di pressatura delle uve del medesimo “cru”, da stabilire in base alle caratteristiche di “croccantezza” ed elasticità della buccia.

Sembra una cosa ovvia la connessione tra la vitalità del suolo e la qualità del vino – spiega Silvano Brescianini, direttore generale di Barone Pizzini e neo presidente del Consorzio per la Tutela del Franciacorta – ma in realtà non sempre questo viene considerato”.

“Per di più – sottolinea Brescianini – non esistono pubblicazioni ufficiali su questo tema. Dobbiamo essere dunque orgogliosi, come italiani, di essere stati i primi a lavorarci. E un grande merito va al nostro enologo, il prof Valenti, e al nostro agronomo, Pierluigi Donna”.

I PUNTEGGI DI BIODIVERSITÀ
“Quando una vite è in equilibrio con l’ambiente – spiega Leonardo Valenti – lo dimostra con un comportamento vegetativo corretto e una tendenza a generare uve di qualità. Non abbiamo fatto altro che analizzare i fattori alla base di questa correlazione, nel sottosuolo”.

Sono stati messi sotto osservazione i differenti appezzamenti di Barone Pizzini, ritenuti più o meno in grado, secondo le evidenze storiche raccolte in occasione delle diverse vendemmie, di produrre uve di maggiore o minore qualità.

Abbiamo dunque assegnato dei veri e propri punteggi di biodiversità ai diversi terreni – aggiunge Valenti – provando per la prima volta al mondo le precise assonanze tra i valori di vitalità del suolo e la qualità dei vini da esso prodotti. Il medico non tratta tutti i pazienti alla stessa maniera. Conoscere le caratteristiche di ogni singolo terreno ci aiuta a comprendere come aiutarlo naturalmente a produrre meglio”.

L’ASSAGGIO DELLE BASI E L’ERBAMAT

Dal campo alla bottiglia, insomma, il passo è breve. E promette benissimo l’annata 2018 di Barone Pizzini, sulla base degli assaggi delle basi spumante dell’ultima vendemmia. Si tratta di prelievi di “botte”, che andranno a comporre i Metodo Franciacorta passando per il tiraggio e la successiva sboccatura.

Le uve atte alla produzione di spumante – ricorda il professor Valenti – devono raggiungere un’immaturità matura. Potremmo anche definirla una ‘maturità adolescenziale’, di un giovane che ha un carattere abbastanza formato, anche se ancora malleabile”.

E’ così che lo Chardonnay del “cru” Roncaglia, utile alla produzione dell’etichetta “Animante” (20-30 mesi sui lieviti) rivela una buona acidità, equilibrata col resto del corredo. Sarà infatti “tirato” a breve.

Più torbida la base dello Chardonnay di Ronchi, che finirà nella cuvée del “Satèn” o del “Naturae”. Una storia a sé per questo vino, ottenuto grazie a una selezione di lieviti indigeni compiuta in un magazzino sterile di Barone Pizzini, fino a individuare – tra 10 diversi – quello più capace di garantire elevati standard qualitativi in fermentazione.

Ben 5, ovvero la metà, sono risultati “gravemente problematici”: una riprova che anche tra i lieviti indigeni delle uve occorre fare selezione, per evitare arresti fermentativi o altri problemi indotti. Un progetto che Barone Pizzini intende comunque estendere ad altri vigneti.

Altro campione altra base: lo Chardonnay del “cru” del Roccolo è perfetto per il Franciacorta Riserva “Bagnadore”, prodotto di punta della cantina bresciana. Si tratta infatti delle ultime uve raccolte nel comprensorio aziendale.

Una maturazione più lenta che garantisce l’ottenimento di un vino base di potenza, struttura e maturità, grazie ad un accumulo di zucchero che non penalizza l’uva in termini di acidità e ph.

Non a caso le radici affondano in un suolo misto, dove parti profonde e sottili si mescolano. Una situazione simile a quella della fascia centrale della Borgogna, dove si trovano appunto i preziosi Grand Cru e i Premier Cru.

Tra gli assaggi più significativi anche quello dell’Erbamat, l’autoctono riscoperto da Barone Pizzini ed entrato ufficialmente tra i vitigni del Franciacorta dalla vendemmia 2017, con un massimo del 10%.

Un vitigno che dà vita a vini duri, ma dotati al contempo di una certa aromaticità, avvertibile nel retro olfattivo. In Italia può essere paragonato solo alla Durella, l’uva “tosta” con cui si produce il Metodo classico dei Monti Lessini.

“Il campanello d’allarme delle caldissime vendemmie 2003 e 2007 – spiega Silvano Brescianini – ci ha spinto ad interrogarci ancora più seriamente sui cambiamenti climatici. Tra le 18 varietà autoctone disponibili per la Denominazione abbiamo scelto l’Erbamat. Una scelta dovuta al fatto che matura 6-8 settimane dopo lo Chardonnay e mostra un’acidità malica elevata, oltre ad essere citata dall’agronomo bresciano Agostino Gallo già nel 1564″.

Barone Pizzini ha iniziato a reimpiantarlo nel 2008 in località Timoline (vigneto Prada). Nel 2011 le prime prove di vinificazione e nel 2016 i nuovi vigneti, per aumentare la massa critica. La cantina di Provaglio di Iseo, assieme a Berlucchi, detiene oggi la nursery dell’Erbamat.

Ci vorrà del tempo per capire se la sperimentazione avrà avuto gli effetti sperati – evidenzia ancora Brescianini – ma di sicuro avere un vitigno così sul territorio ci consente di presentarci all’estero con una storia autentica e di territorio da raccontare, oltre ai vantaggi garantiti dalle caratteristiche di questa uva”.

Secondo l’enologo Leonardo Valenti, la quota perfetta di Erbamat nella cuvée del Franciacorta è tra il 20 e il 25%, meglio se con Chardonnay e Pinot Noir. Sorprendenti, appunto, anche gli assaggi di Pinot Nero della vendemmia 2018 di Barone Pizzini: potenti, salini e dotati del giusto apporto di frutto.

Quel che è certo è che tutti i Franciacorta della cantina di Provaglio d’Iseo siano “ipocalorici”, come piace definirli al direttore Silvano Bresciani. Ovvero sostanzialmente privi di percezioni zuccherine. La “coda” dolce della liqueur d’expedition è poco percettibile ed è semplice capire perché: il vino “più dosato” è il Satèn, che registra tra i 4 e i 5,5 grammi di residuo.

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Approfondimenti

Bonjour Prowein 2019! Francia Paese partner della Fiera di Düsseldorf

DÜSSELDORF – “Bonjour” sarà la parola d’ordine all’apertura del più importante salone mondiale dedicato ai vini. La Francia sarà infatti il Paese partner di ProWein 2019 di Düsseldorf, in programma dal 17 al 20 marzo. Saranno 1.600 gli espositori francesi, federati presso i Padiglioni Francia in quattro hall (7-11-12-13) su oltre 6.500 m².

“Made in France Made with Love” è parola d’ordine che riunirà l’intera filiera francese, dove saranno presenti anche numerose regioni con un progetto rivolto al turismo internazionale.

La collettiva organizzata da Business France, con partner regionali e interprofessionali, mette in primo piano la diversità del savoir-faire e dei territori francesi. Celebra la relazione unica che unisce da 25 anni gli esportatori francesi, partiti alla conquista dei mercati internazionali, e i professionisti del settore, in costante aumento al salone.

Lo Showroom #BonjourProWein presenterà i 100 vini e alcolici francesi selezionati per una degustazione che sarà fatta da una giuria europea reclutata congiuntamente da Weinwirtschaft e Business France.

“Sarà un’occasione per i professionisti di scoprire una selezione rappresentativa delle ultime annate”, sottolinea Benjamin Roffet, Meilleur Sommelier de France 2010 e Meilleur Ouvrier de France Sommellerie 2011. “Il savoir-faire francese – aggiunge – brillerà per i 25 anni di Prowein, da scoprire allo stand A159 hall 11”.

ESPOSITORI E REGIONI FRANCESI PRESENTI A PROWEIN 2019

– Alsazia (Consiglio interprofessionale dei Vini d’Alsazia), Bourgogne-Franche-Compté (Camera del Commercio e Industria Bourgogne Franche-Compté).

– Bordelais, il Sud-Ovest, Cognac e Armagnac (Agenzia dell’Alimentazione Nuova-Acquitania- AANA) e la Valle della Loira (Dev’up e Food’Loire).

– Valle del Rodano (interBeaujolais, Inter Rodano & Comitato Vini Auvergne-Rodano Alpi), l’Occitanie (Inter OC & Ad’Occ), la Provenza (Consiglio Interprofessionale dei Vinidi Provenza) e la Corsica (Consiglio Interprofessionale dei Vini Corsi).

– L’Associazione Nazionale Interprofessionale dei Vini di Francia (Anivin) & Francia Vin Bio federano più regioni della Francia.

– L’Associazione Brasseurs di Francia che federa 4 birrifici che saranno nello spazio Same but Different.

PROWEIN 2019
A ProWein 2019 sono attesi 7 mila espositori e oltre 60 mila visitatori professionali da tutto il mondo. Tutte le regioni viticole importanti sono rappresentate e coerentemente collocate nei padiglioni, suddivisi per Paese.

Saranno presenti anche 450 fornitori di alcolici generici, con specialità interessanti. Queste gamme complete sono completate da un programma compatto di eventi collaterali presso gli stand degli espositori e il forum ProWein.

L’aggiunta di un tocco di lusso è la Champagne Lounge che comprende oltre 50 maison di Champagne ricche di tradizione, oltre ai circa 150 marchi nel segmento completo di Champagne.

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Live Wine 2019: i migliori assaggi al Salone Internazionale del Vino Artigianale a Milano


MILANO –
Live Wine Milano 2019 nel solco delle altre Fiere del vino “artigianale” (leggi “naturale”) d’Italia: cresce la qualità media dei vini in degustazione e l’interesse del pubblico, soprattutto giovane e piuttosto preparato sull’argomento. Mal disposto, cioè, ad accettare come dogmi difetti spacciati per virtù.

C’è tempo ancora oggi, dalle 10 al Palazzo del Ghiaccio di via Piranesi, per degustare i vini di 150 produttori provenienti da tutte le regioni d’Italia e da alcuni territori ad alta vocazione vitivinicola in Europa. Ecco gli assaggi da non perdere.

I MIGLIORI ASSAGGI A LIVE WINE 2019

Barolo Docg Riserva 2011 Perno, Elio Sandri: 96/100
Semplicemente delizioso. Nel 2011 Elio Sandri decide di imbottigliare solo la riserva del Barolo: il perché è nel calice, a distanza di 8 anni.

Vigneti delle Dolomiti Igt 2016 “Granato”, Elisabetta Foradori: 96/100
Il Teroldego, in una delle sue massime espressioni di sempre. Un calice di estrema eleganza.

Toscana Igp 2015 “Il Bilaccio”, Il Borghetto: 94/100
Si legge Igp, ma si consideri pure Chianti Classico a tutti gli effetti: misteri delle fatidiche commissioni di degustazione, che bocciano vini come si trattasse di scolaretti indisciplinati, a fronte di colpi di classe assoluta come questa selezione di Sangiovese. Della medesima cantina, da non perdere “Montigiano” 2016 e “Montedesassi” 2015.

Costa Toscana Rosso Igt 2015, Ampeleia: 92/100
Un Cabernet “d’altura”, allevato a 500 metri sul livello del mare. Se ne assaggiano tanti, così, tra i premiatissimi cileni. Questo li ricorda, in termini di finezza. Anzi: ne lascerebbe alle spalle tanti. Un fuoriclasse tra i rossi di Toscana.

Terre Siciliane Igt 2017 “Nakone”, Le Sette Aje: 92/100
Tra i vini più emozionanti e sorprendenti di Live Wine 2019. Si tratta di un rosato, ottenuto dal blend tra un’antica varietà presente nel vigneto storico de Le Sette Aje, nella zona di Santa Margherita di Belice (AG), e uve Moscato.

Forlì Igt Bianco 2017, Marta Valpiani: 92/100
Un’Albana dall’assoluta gastronomicità, qui in una delle sue vesti più tipiche, eleganti e di prospettiva.

Cirò Doc Rosato 2017, Tenuta del Conte: 91/1000
Ci sono le Donne del Vino che si ricordano per lo smalto e i capelli cotonati. E poi c’è Mariangela Parrilla (nella foto sotto), che preferisce farsi ricordare nel calice. Straordinaria la padronanza di questa giovane vignaiola con le varietà storiche di Cirò, dal Gaglioppo al Greco. Una linea (intera) che racconta una Calabria vera e tradizionale. Chapeau.

Emilia Igt 2017 “Fricandó”, Al di là del fiume: 90/100
Avete presente quando vi raccontano che l’Albana è un rosso travestito da bianco? Questione di mercato. La vinificazione in anfora aiuta il varietale e i primari a esplodere, sopra i tannini. Un bianco di carattere, a tutti gli effetti.

Soave Doc 2017, Garganuda – Andrea Fiorini Carbognin: 90/100
La Garganega come mamma l’ha fatta. Nuda. Ma non per questo timida. Anzi. Esibizionismo allo stato puro del varietale, nell’interpretazione veristica e cruda di un Soave che mancava nel panorama della Denominazione.

Vermentino Doc Colli di Luni 2014 “Plinio”, Terra della Luna: 89/100
Vendemmia considerata tra le più sfortunate in Italia. Provare per ricredersi questo bianco della Liguria, nella verticale proposta da questa Azienda agricola di Isola di Ortonovo (SP).

Vsq Metodo Classico Rosé Dosaggio Zero 2003 “Estia”, Famiglia Mario Gatta: 89/100
Sua maestà il Pinot Nero, in Franciacorta. O quasi. Guai a parlare di Chardonnay a Mario Gatta, che ha fatto del Noir il colore di una vita. E di una vigna. Con risultati eccezionali. Tappa obbligata a Live Wine 2019.

Vsq Metodo Classico 2016 “Omomorto”, Giovanni Menti: 88/100
Uva Durella come poche, con l’aggiunta di un tocco di mosto di Garganega passita (3%) utile alla rifermentazione. Quattordici mesi sui lieviti per questo spumante della zona di Gambellara, da non perdere.

Vsq Metodo Classico Rosato 2015, Le More Bianche: 88/100
Uno dei pochi “esemplari” sensati di Barbera spumantizzata in circolazione. L’assaggio vale la sosta, per assaggiare l’intera linea. Roero Docg “Vigna San Bernardo” 2016 in primis.

Nero d’Avola Doc Sicilia 2017, Mastro di Baglio: 88/100
E’ una “sicilianità” coinvolgente quella con cui si viene accolti al banco di Mastro di Baglio.

La stessa che, poi, si ritrova nel calice di questo splendido Nero d’Avola 2017: frutto da masticare e mineralità salina a chiamare il sorso successivo.

Amarone della Valpolicella 2013 “Valmezzane”, Corte Sant’Alda: 87/100
Freschezza e beva i punti forti di questa etichetta, che rappresenta appieno il nuovo corso del re dei rossi del Veneto.

Igp Terre Siciliane Grecanico 2017 “Sketta”, Cantina Marilina: 87/100
Tanto timida al naso (ma sarebbe meglio dire austera) quanto croccante e vogliosa di esibirsi al palato: “Sketta” è una fanciulla dall’animo tosto e ribelle, che si rivela solo dietro a un velo di tannino. Vino gastronomico.

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Gli Editoriali news

Mi hanno invitato a una degustazione di “vino selvaggio”. Che faccio, vado?


EDITORIALE –
Sondaggione perditempo di inizio settimana. Mi hanno invitato a una degustazione di “vino selvaggio“, che si terrà il 10 marzo a Cesena. Che faccio, vado? A guidarmi sarebbe un certo “Brutale“, che si è offerto di stare al mio fianco in questa “ricerca” (così l’ha definita).

In realtà si tratta di un “mercato coperto“, che ospiterà “degustazione, vendita e workshop”. Ingresso giornaliero a 15 euro, che diventano 20 euro con un piatto a scelta. “Oltre 40 le cantine presenti”, indica l’invito che è arrivato via Instagram, direttamente alla pagina winemag.it.

La voglia di mettere mano alla messaggistica istantanea del social è stata tanta. Ma ho meditato. Scrivere a ‘sto tale, “Brutale”, sarebbe stato come sparare sulla Croce Rossa. Meglio una pacata (ma nemmeno troppo) riflessione sul tema della comunicazione dei cosiddetti “vini naturali”. L’ennesima.

E’ possibile che questa gente senta così tanto il bisogno di ghetto? E’ possibile che ci sia gente così invasata da credere che questa comunicazione gretta possa avere risvolti positivi per la “causa” dei vini naturali?

Quando inizieranno a ribellarsi gli stessi produttori, al posto di restare in ostaggio di questo tipo di comunicazione abominevole?

Da frequentatore abituale delle fiere dei vini naturali – che affronto al pari di Vinitaly, del ProWein e di qualsiasi altro banco di degustazione, non me ne voglia “Brutale” – noto un crescente disappunto da parte di molti vignaioli sui toni utilizzati da quelli che più che appassionati di vino sembrano veri e propri “ultras“.

La verità è che in questi gruppi di idioti si annidano piccoli e piccolissimi distributori “di quartiere”, che con i loro toni da “lavaggio del cervello” (sui social, terra di tutti e di nessuno) sperano di attirare l’attenzione di nuovi clienti-adepti. Un linguaggio buono solo all’occorrenza, che alla lunga rischia di fare malissimo al “movimento”.

Questi veri e propri invasati politicizzati, con in mano la bandiera dei “vini naturali”, danneggiano un mondo fantastico fatto da vignaioli di vigna (e non da risvoltino) che degli slogan e delle stronzate sui social farebbero volentieri a meno. Sono in pochi gli ultras dei naturali, è vero. Ma il rumore, nelle stanze vuote, rimbomba. Chi abbassa il volume? Cin, cin.

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degustati da noi vini#02

Terre di Chieti Igp Malvasia 2017 “Clorofillae”, Zeropuro Orsogna Winery

(4 / 5) La sostanza oltre alla forma. Già, perché dietro a quel grembiulino da scolaretta “green”, dalle vaghe tinte radical chic, si nasconde un vino di carattere: la Malvasia 2017 “Clorofillae” di Orsogna Winery.

Un nettare dall’anima “ambientalista”, garantita dal brand “Zeropuro“: l’abitino-etichetta è facilmente separabile dalla bottiglia, per favorirne il riciclo attraverso la raccolta differenziata. La forma innovativa rispetta le normative di legge.

Pochi punti di colla, al posto della copiosa “inzuppata” dei vini convenzionali, la tengono ancorata al vetro. Molto più, insomma, dell’ormai sdoganato marketing sui vini da agricoltura biodinamica e “senza solfiti“.

“La sostenibilità come principio ispiratore e metodo pratico di lavoro”, per dirla con le parole della cantina abruzzese, certificata Demeter. Solo solfiti naturali, niente lieviti selezionati, fermentazione spontanea. Ma soprattutto un vino buono.

LA DEGUSTAZIONE
Nel calice, la Malvasia Igt Terra di Chieti “Clorofillae” Zeropuro si presenta di un giallo paglierino con riflessi dorati, con velature leggere che ne rivelano il mancato filtraggio. Il naso è intrigante. I marcatori aromatici del vitigno risultano evidenti.

Ma alla frutta a polpa gialla, tendente al maturo, si affiancano preziose note che rimandano agli agrumi. Non mancano leggeri sbuffi speziati, che ricordano lo zenzero. Il sorso è corrispondente. Dopo un ingresso aromatico, il  centro bocca verte su una nota vagamente amara, prima dei ritorni di frutta matura e liquirizia.

Il tutto in quadro di buona freschezza e salinità leggera, che controbilancia in maniera ottimale la polpa. Una Malvasia, “Clorofillae”, che con queste caratteristiche guadagna in complessità e, al contempo, in termini di bevibilità.

Un vino perfetto a tutto pasto, che accompagna bene piatti a base di verdure come torte salate o tortini, oltre a zuppe, pesce e carni bianche. Da provare anche con formaggi di media stagionatura.

LA VINIFICAZIONE
Come tutti i vini di Orsogna Winery, anche l’Igt Terre di Chieti Malvasia “Clorofillae” rispetta alcuni principi fondamentali, garantiti dalla certificazione Demeter Italia.

L’anidride solforosa è usata al minimo dosaggio possibile. Vengono poi evitati coadiuvanti e additivi che incidono sull’ambiente e sulla salute, sia per il loro impiego sia per il loro smaltimento.

Inoltre, tutti i sottoprodotti che derivano dalla lavorazione delle uve, siano essi residui organici o acque reflue, sono gestiti in modo che gli effetti negativi sull’ambiente vengano minimizzati.

Da qui l’attenzione alle etichette, prodotte con una miscela di polvere di pietra (carbonato di calcio) e resine atossiche (polietilene ad alta densità) che agiscono come legante.

Nessun albero viene tagliato durante il processo di produzione della carta pietra perché si utilizza esclusivamente materiale inerte proveniente da scarti di lavorazione come base della sua composizione.

La carta pietra è fotodegradabile in un periodo di 14-18 mesi. È inoltre 100% riciclabile e recuperabile per produrre altra carta pietra, materiali plastici, materiali per l’industria edile e metallurgica e per l’agricoltura.

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Anteprima Sagrantino 2019: i migliori assaggi della vendemmia 2015


MONTEFALCO –
 Cornice splendida e vini dall’ottimo livello medio all’Anteprima 2019. La prova del calice parla chiaro: è una bella vendemmia, la 2015, per il Sagrantino di Montefalco Docg secco e passito.

La massima espressione del vino umbro in passerella nella mattinata di ieri, per la stampa e per gli operatori del settore, nella stupenda sala consiliare del Municipio di Montefalco (PG), con il puntuale servizio dei sommelier Ais.

Al chiostro Sant’Agostino la presentazione delle nuove annate a cura dei rappresentanti delle 36 cantine aderenti all’annuale Anteprima. Si è trattato solo dell’esordio della kermesse, che prosegue oggi e domani, dalle 9.30 alle 16 al Municipio e dalle 10 alle 16 al Chiostro Sant’Agostino.

LA VENDEMMIA 2015
L’andamento meteo della vendemmia 2015, nel complesso, è stato giudicato ottimale dai tecnici del Consorzio di Tutela Vini Montefalco. Dopo un inverno piovoso, la primavera è stata piuttosto ventilata e ha fatto registrare un’elevata irradiazione solare.

L’estate asciutta, calda e soleggiata ha reso facile il controllo della malattie, facilitando gli interventi dei vignaioli. Le sufficienti piogge tra settembre e ottobre hanno regalato uve equilibrate e di perfetta maturità, anche grazie alla poca umidità.

La 2015 sarà dunque ricordata come “una vendemmia fantastica dal punto di vista qualitativo, con produzione quantitativamente nella media”. Le uve sono arrivate in cantina sanissime, con ottime concentrazioni zuccherine e maturità fenoliche: la base giusta per vini strutturati e complessi, equilibrati, fini e dal giusto apporto aromatico.

I MIGLIORI ASSAGGI DI SAGRANTINO SECCO

Di seguito i migliori assaggi risultati dalla degustazione alla cieca svolta nella mattinata di ieri, suddivisi tra etichette ormai prossime all’immissione in commercio (dopo aver superato l’esame della commissione tecnica), campioni in affinamento in bottiglia (non ancora in commercio) e campioni prelevati da botte.

ETICHETTE ORMAI PROSSIME AD ESSERE MESSE IN COMMERCIO

1) Sagrantino di Montefalco Docg, Romanelli: 90/100
Naso-bocca molto eleganti. Naso profondo, sottobosco nero. Vena erbacea. Frutto (oseremmo dire) da Pinot Nero, con apprezzabile nota “foxy“. Una volpe, appunto, in mezzo all’erba. Palato che rivela inoltre venature balsamiche. Buona verticalità nonostante il frutto succoso, che con l’ossigenazione sfora nell’agrume. Un Sagrantino bello oggi e, al contempo, di gran prospettiva.

2) Sagrantino di Montefalco Docg, Tenute Lunelli – Castelbuono: 89/100
Naso giocato su un frutto di bosco molto preciso, ma anche note di caffè. In bocca grandissima bevibilità, anche se tannino e freschezza mantengono il sorso verticale. Il frutto tende al maturo, ma è tutt’altro che sgarbato o opulento. Così come sono piacevoli i ritorni vegetali e speziati, in un retro olfattivo lungo. Un Sagrantino giocato sull’equilibrio tra frutto, struttura e freschezza. Tra vecchio e nuovo stile. Antesignano.

3) Sagrantino di Montefalco Docg “Collenottolo”, Tenuta Bellafonte: 88/100
Radice di liquirizia, frutto rosso maturo. Brace. Elegantissimo e di prospettiva, quando l’alcol sarà ancora più integrato al resto del corredo. Ottima corrispondenza gusto-olfattiva. Bel frutto, tannino di prospettiva, chiusura che evolve dal frutto alla liquirizia, con ritorni fumè.

Menzione:
Sagrantino di Montefalco Docg “Medeo”, Romanelli, 88/100
Due su due per questa cantina simbolo di Montefalco. Alcol e frutto ben integrati. Vino ancora giovanissimo, ma con buonissime prospettive di evoluzione. Il vetro lo renderà grande.

CAMPIONI IN AFFINAMENTO IN BOTTIGLIA

1) Sagrantino di Montefalco Docg, Fattoria Colleallodole – Milziade Antano: 92/100
Struttura e freschezza sono i punti forti, specie in un retro olfattivo che si fa balsamico. Vino di rustica eleganza. Tipicissimo. Didattico, nella sua rappresentatività del territorio. Tannino di gran prospettiva. Considerando anche le altre componenti, vino destinato a fare tantissima “strada”.

2) Sagrantino di Montefalco Docg, Antonelli: 90/100
Colore carico, naso di frutto sotto spirito (lampone). Eppure buona componente verde: radice di liquirizia, rabarbaro. Speziatura “dolce” che ricorda per certi versi il cumino. Bel palato, gran prospettiva. Frutto, struttura, tannino, sapidità. Chiusura tendente al balsamico, mentuccia. Molto tipico e complesso.

3) Sagrantino di Montefalco Docg, Tenuta ColFalco – Agricola Ruggeri G.: 89/100
Molta spezia, ma delicata, pulita. Tocchi fruttati tendenti al maturo. Cacao che poi si ritrova anche in bocca, unito a una buona venatura sapida e a un tannino vivo. Vino da aspettare nel calice, per i positivi effetti dell’ossigenazione sul corredo olfattivo: compaiono note d’agrumi e un rabarbaro netto. Sentore che torna anche in chiusura di bocca, sotto forma di un amaro non sgradevole. Vino Stupendo già oggi.

Menzione:
Sagrantino di Montefalco Docg, La Veneranda: 88/100
Fumo, brace, spezia, bell’apporto verde, liquirizia, sale. Ha bisogno di ossigeno questo Sagrantino per esprimersi e tirare fuori tutto quello che ha da dare. In bocca ottima corrispondenza. Ben fatto e preciso in tutte le sue “fasi”, che paiono avviate verso l’ottimale amalgama. Un rosso potente, connotato da freschezza ed eleganza.

CAMPIONI IN AFFINAMENTO IN BOTTE

1) Sagrantino di Montefalco Docg, Tabarrini, “Colle alle Macchie”: 92/100
Naso su spezia e liquirizia. Esce poi un filo di ciliegia, tendente al maturo, ma anche un delicato sentore di oliva nera conciata. In bocca il tannino rileva quanto si tratti di un vino di gran prospettiva. Di fatto lo completano un bel frutto, oltre a note di liquirizia già avvertite al naso. Utilizzo ottimale del legno.

2) Sagrantino di Montefalco Docg “Sacrantino”, Pardi: 90/100
Frutto e buon apporto minerale. Ciliegia e venatura salina preziosa. Non manca la freschezza, data da una mentuccia netta, oltre che da una radice di liquirizia che si ritrova nel retro olfattivo. Ha davvero tutto questo Sagrantino, già (quasi) in equilibrio. Altro utilizzo sapiente del legno, in un rapporto ben calibrato tra pronta beva e allungo.

3) Sagrantino di Montefalco Docg Fattoria Colsanto: 89/100
Naso che, dopo iniziale riduzione, tende al verde e al terroso: terra bagnata, di sottobosco. Il frutto c’è, preciso, non esplosivo: si esprime sul lampone, sulla fragolina. Rintocchi speziati e salini, ma anche balsamici, mentuccia, china, cera d’api e brace. Radice di liquirizia, rabarbaro anticipano un frutto che si fa sempre più largo al palato, con l’ossigenazione. Chiusura salina e balsamica netta, con tannino presente ma non disturbante. Tra i campioni “pronti” e di prospettiva più complessi all’Anteprima 2019 di Montefalco.

Menzione:
Sagrantino di Montefalco Docg “Fidenzio”, Tudernum: 88/100
Fondo di caffè e risvolti terrosi al naso. Terziari di cioccolato, ma anche un bel frutto. Tannino dosato, ma di prospettiva per un medio allungo. Chiusura su frutta come il lampone appena maturo, corroborato da sbuffi speziati e balsamici (menta).

I MIGLIORI ASSAGGI DI SAGRANTINO PASSITO

1) Sagrantino di Montefalco Docg Passito, Tenuta Rocca di Fabbri: 89/100
Liquirizia netta al naso, oltre alla prugna. Profondo. In bocca buon equilibrio tra freschezza e zucchero. Buona corrispondenza gusto-olfattiva.

2) Sagrantino di Montefalco Docg Passito, Dionigi: 88/100
Bella freschezza, oltre al tannino (atteso). Campione in affinamento in vetro, dunque non ancora in commercio, ma dalle ottime prospettive.

3) Sagrantino di Montefalco Docg Passito, Tenute Lunelli – Castelbuono: 88/100
Il naso più vicino alla versione ferma, con rabarbaro e rosa, agrume candito, sbuffi di zenzero. In bocca già piuttosto equilibrato, corrispondente. Buoni auspici per il passito del Carapace.

Menzione:
Sagrantino di Montefalco Docg Passito, Pardi: 87/100
Campione da botte, ottime prospettive per quanto già riesce a raccontare nel calice.

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