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Guida Top 100 Migliori vini italiani 2023: ricevila in un clic

Guida Top 100 Migliori vini italiani 2023 ricevila in un clic

È finalmente disponibile la Guida Top 100 Migliori vini italiani 2023 di winemag.it. Quinta edizione per il prodotto editoriale di punta della nostra testata giornalistica, quest’anno in vendita esclusivamente sul nostro portale (non più su Amazon Kindle, come nelle precedenti edizioni). La selezione delle etichette e il conseguente “ingresso” nella Guida 2023 è avvenuto tramite le consuete, rigorose sessioni di degustazione alla cieca. I campioni sono stati dapprima suddivisi per regione e/o denominazione e poi giudicati in due mesi di degustazioni, nel corso dell’estate 2022.

Passano gli anni, ma la linea editoriale della Guida Top 100 Migliori vini italiani di winemag.it resta fedele ai principi fondamentali che rendono così diversa la nostra quotidiana attività rispetto a quella di molte altre realtà. Guardandoci attorno, anzi, notiamo la decadenza senza fine di un settore aggrappato alla propria sopravvivenza più con le unghie e lo stomaco, che col cuore e l’anima.

Approcci superficiali, “marchette”, “compitini” e frasi fatte per compiacere questo o quel produttore, questo o quell’ufficio stampa, sono ormai la regola in un settore in cui ci presentiamo, ormai da anni, come mosche bianche. Un aspetto che ci viene sempre più riconosciuto dalle migliaia di lettori che ogni giorno leggono le nostre wine news, iscrivendosi alla nostra newsletter ed entrando, così, nel profondo della cronaca enologica italiana ed internazionale.

LA FILOSOFIA DELLA GUIDA TOP 100 MIGLIORI VINI ITALIANI 2023 – WINEMAG.IT

Non cambia, non passa, non sbiadisce, non appassisce la nostra voglia di raccontare, anche e soprattutto attraverso lo strumento originale di una Guida Vini, l’Italia del vino più autentica, trincerandoci (anzi, tutelando i produttori stessi) attraverso il blind tasting. Una modalità che premia ancor più l’espressione territoriale, la tipicità e il carattere di ogni singolo vino degustato, senza le distrazioni del “marketing” legato alla singola etichetta e del “rumore” generato da ciò che fa (sempre più, ahinoi) da contorno al calice.

Il nostro approccio alla degustazione è il medesimo riservato alle notizie che quotidianamente appaiono online, sul nostro wine magazine indipendente. Un focus sull’oggettività che mette al centro il lettore, nel nostro duplice ruolo di semplici “megafoni” del mondo del vino italiano (da un lato) e di degustatori appassionati, curiosi e critici (dall’altro).

Crediamo che questo sia il valore aggiunto della nostra Guida Vini, molto distante dal mondo delle Guide italiane ed internazionali che hanno finito per allontanare il pubblico per linguaggio, filosofia e metodologia di lavoro. E soprattutto, dobbiamo dirlo molto francamente, per oggettiva mancanza di fiducia nell’oggettività dei risultati.

Ecco dunque, tra le pagine della Guida Top 100 Migliori vini italiani 2023 di winemag.it, grandi nomi accanto a cantine che si affacciano da pochi anni sul panorama enologico italiano ed internazionale. A tutti viene assicurata la medesima dignità, garantita dal tasting alla cieca e dal nostro approccio caldo ma distaccato.

Vini prodotti da grandi cantine e piccoli vignaioli artigianali. Nomi storici e realtà desiderose di affermarsi, che meritano di essere scoperte. Nella Top 100 Migliori vini  italiani 2023, così come nelle edizioni precedenti, trovano spazio vini di impronta tecnica e di “metodo” – in grado ovviamente di sfoggiare la propria identità territoriale – e altri che trasmettono l’emozione dell’artigianalità e della cura manuale, esenti da difetti di natura chimica o accidentale.

Sfumature che convivono perché accomunate dalla bontà e dalla capacità intrinseca di comunicare prima a sorsi e, poi, a parole. Pochi, semplici dettami, dicevamo. Bando, tra le altre cose, al cosiddetto “gusto internazionale” – ormai cambiato, anche grazie a consumatori sempre più attenti all’autenticità e alla territorialità – e a scelte commerciali che tendono a uniformare le diverse Denominazioni del vino italiano.

GUIDA TOP 100 WINEMAG.IT: TERRITORIO (E “TERROIR”) AL CENTRO

Snodo importante nella “costruzione” della nostra Guida, è il desiderio di sotterrare l’ascia dell’integralismo e di quello che ci piace definire “razzismo enologico“. Ciò che deve colpire è il vino nel calice, non la filosofia produttiva (“convenzionale”, “naturale”, “biologico”, etc).

L’altro focus della Top 100 di WineMag.it è su produttori e vignaioli che puntano sulla valorizzazione delle espressioni dei singoli “cru” del proprio “parco vigneti”. Alla parcellizzazione e alla valorizzazione della macro eccellenza nella micro selezione. Il tutto ricordando sempre che siamo sognatori, prima che commentatori e critici del nettare di Bacco. Amiamo le persone vere e i vini in grado di trasmettere personalità, nerbo, carattere. Gusto e passione. In una parola? Amiamo il coraggio e chi osa.

Come ogni anno, il nostro sogno, tradotto (anche) in Guida, è quello di essere riusciti a costruire l’ennesima “carta dei vini” alla portata di tutti (dal professionista al consumatore meno esperto, ma desideroso di bere bene). Una selezione in cui regioni e denominazioni perlopiù si mescolano, per mostrare il quadro delle bellezza dell’Italia, racchiuse in “bottiglie sparse” di vino. Tra queste, un’altra novità: i vini dell’anno della Guida Top 100 Migliori vini italiani 2023:

Importante anche lo sguardo sulle quattro Cantine dell’anno 2023, di cui vi invitiamo a scoprire l’intera produzione: Rubinelli Vajol (Cantina italiana dell’anno 2023), Azienda Agricola Possa (Cantina dell’anno 2023 – Nord Italia), Terre del Marchesato (Cantina dell’anno 2023 – Centro Italia) e Tenuta Cerulli Spinozzi (Cantina dell’anno 2023 – Sud Italia). Più che cantine, famiglie del vino italiano. È proprio da loro che vogliamo iniziare il racconto di un anno che ci ha reso fieri del nostro lavoro e di una Guida che ci ha emozionato, non poco, prima, durante e dopo la sua pubblicazione. Buone bevute, con la nostra Top 100.

Davide Bortone
Curatore della Guida Top 100 Migliori vini italiani
e direttore di winemag.it

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Ahr, la nuova frontiera del Pinot Nero


Quattordici luglio 2021. Un mercoledì d’estate come tutti gli altri, se non fosse stato per quelle strane foto di barrique galleggianti nel fiume Ahr che iniziavano a diventare virali tra gli abitanti di Bad Neuenahr-Ahrweiler, nel tardo pomeriggio. Di lì a poco, attorno a mezzanotte, l’unico posto sicuro sarebbero diventati i tetti delle case. La città, d’improvviso, si era ritrovata in apnea. Inghiottita da una marea alta due metri. Acqua, mista a fango e detriti.

L’Ahr, esondato ben oltre l’allerta diramato dalle autorità locali, mieteva 134 vittime in 6 ore. Un’interminabile conta dei danni per la città capoluogo del Landkreis Ahrweiler, nel Rheinland-Pfalz, la Renania-Palatinato, 50 minuti a sud di Colonia. A distanza di poco più di un anno dalla tragedia sono i produttori di vino dell’Ahr, principali attori del tessuto agricolo della zona, tra i più danneggiati dall’alluvione del 14 e 15 luglio 2021, ad aver voglia di «normalità». Le carte in regola per tornare a vedere la luce, «anzi trasformare la catastrofe in un’opportunità», ci sono tutte.

AHR: PINOT NERO ASSO NELLA MANICA

L’asso nella manica dei vignaioli dell’Ahr è il Pinot Nero. La varietà originaria della Borgogna, chiamata localmente Spätburgunder, occupa il 65% dei 530 ettari totali della regione vinicola (344 ettari). I vini assumono caratteristiche uniche e distinguibili rispetto a quelli prodotti in Francia. Il merito è del suolo, ricco di sedimenti di origine vulcanica, ardesia, calcare e grovacca. Ma anche del particolare microclima. L’Ahr è infatti la zona vinicola vocata ai vini rossi situata più a nord in Europa.

In un’epoca contraddistinta dai cambiamenti climatici, i produttori locali riescono a preservare le caratteristiche aromatiche della loro uva regina, senza dover intervenire sull’acidità, in cantina. Che il Pinot Nero ami il clima temperato, del resto, è noto anche in Alto Adige. Non a caso, nella regione vinicola italiana più vocata al “Noir“, è già iniziata la caccia ai vigneti di alta quota (alla stregua del Kerner).

LE CARATTERISTICHE DEI GRAND CRU DEL PINOT NERO DELL’AHR


Un altro elemento che rende unico il Pinot Nero dell’Ahr è il rigido sistema di classificazione dei Grand Cru, sul modello francese. In Germania vengono chiamati Grosses Gewächs (abbreviato GG). Costituiscono il vertice della piramide di qualità del VDP (Verband Deutscher Prädikatsweingüter), una sorta di consorzio che raggruppa 200 aziende vinicole tedesche, votate alla qualità assoluta.

Anche se il nome del GG può essere utilizzato in etichetta da aziende che non aderiscono al VDP, l’assaggio dei Pinot Nero dell’Ahr provenienti dai diversi vigneti chiarisce quanto il sistema sia efficace nel caratterizzare a livello organolettico i singoli Grand Cru.

I vini provenienti da Sonnenberg risultano molto espressivi sul fronte del frutto, più maturo e “pieno” rispetto ad altre vigne: in una parola sono “pronti” prima di altri. Pfarrwingert raggiunge solitamente gradazioni alcoliche di mezzo grado o un grado superiori rispetto alla media. Regala vini fruttati, potenti e di prospettiva, pur elegantissimi, profondi ed equilibrati in tutte le componenti.

I Pinot Nero dell’Ahr di Rosenthal sono croccanti, salini; dal tannino leggermente più pronunciato rispetto a quelli di altre zone (anche se più “pronto” di quelli del fresco cru di Alte Lay, noto fino al 2017 come Domlay). Presentano spesso ricordi balsamici e di liquirizia. A Gärkammer, il Grosses Gewächs (GG) più piccolo dell’intera Germania con i suoi 0,68 ettari (monopolio di Weingut J.J. Adeneuer, inserito nel più vasto comprensorio di Walporzheim) eleganza, gran polpa, possibilità garantita di lungo affinamento e note di grafite più pronunciate che altrove.

Una espressione simile si rileva a Kräuteberg, non lontano appunto dal micro appezzamento di Gärkammer. I terreni ricchi di ardesia, localmente chiamata Schiefer, non lasciano spazio ad equivoci sulla matrice del suolo che si riflette nel calice. Silberberg, in posizione più fresca – al pari di Alte Reben, Grand Cru dove è piantato molto Riesling – esalta il mix tra il frutto rosso tipico del Pinot Noir, la mineralità del loess (löss) e caratteri fenolici e speziati accentuati. Vini dunque meno “immediati”, rispetto a Sonnenberg.

IL FRÜHBURGUNDER DELL’AHR: UN PINOT NERO PRECOCE, “QUASI AUTOCTONO”

I produttori locali stanno investendo molto anche su un’altra varietà di uva di origine francese, frutto di una mutazione del Pinot Nero. Si tratta del Frühburgunder, Pinot Nero precoce che matura circa 2, 3 settimane in anticipo rispetto al Noir. Una varietà “quasi autoctona” per la zona, diffusa nei dintorni di Bad Neuenahr-Ahrweiler dalla notte dei tempi. E salvata dall’oblio dall’Istituto di Ricerca di Geisenheim negli anni Settanta del Novecento (rischiava di estinguersi perché poco produttiva).

La fetta maggiore dei 240 ettari di Frühburgunder presenti al mondo si trova proprio nell’Ahr. Qui occupa il 6% del vigneto locale (32 ettari). Una varietà che ha anche sinonimi italiani: Luglienga Nera, Luviana Veronese, Maddalena Nera, Uva de Trivolte. Così come il Pinot nero, anche il Frühburgunder ha i suoi Grand Cru, o meglio i suoi Grosses Gewächs – GG.

Marienthaler Rosenberg regala vini splendidi, aperti, sin dal primo naso sulla tipica frutta rossa croccante del vitigno (ciliegia, ribes, lampone) e su una spalla acida da vino “glou-glou”, perfetto a tavola (anche) con le zuppe di pesce. Da non perdere anche alcune espressioni di Frühburgunder dell’assolata vigna GG Sonnenberg, dove il Frühburgunder, da buon “Pinot Nero precoce”, matura perfettamente. I vini ottenuti da questa porzione abbinano un frutto pieno a tinte speziate e balsamiche, che ricordano la mentuccia.

NON SOLO PINOT NERO E FRÜHBURGUNDER NELL’AHR

Le idilliache colline vulcaniche della Valle dell’Ahr, votate alla viticoltura eroica e meta di turisti che amano perdersi tra vigneti e boschi, soprattutto nella stagione autunnale, non accolgono solo varietà a bacca rossa come Pinot Nero e Frühburgunder. Il 2,7% dei 530 ettari vitati della regione vinicola sono occupati dal Portugieser, varietà oggi molto diffusa in Ungheria. Non mancano in Ahr i vitigni a bacca bianca.

La fetta maggiore è riservata al Riesling (8,2%, ovvero 44 ettari), che qui assume caratteristiche completamente diverse da zone d’elezione come la Mosella. Molto più interessante l’interpretazione dei produttori locali del Pinot Bianco (Weissburgunder, 20 ettari complessivi). Gran parte dei vini prodotti in purezza con questa varietà risultano freschi e succulenti, molto versatili nell’abbinamento a tavola. E soprattutto poco alterati dall’esuberanza alcolica del vitigno, che qui mette in mostra – piuttosto – la sua buona acidità.

LA FRAMMENTAZIONE DEL VIGNETO DELL’AHR

Sono cinquanta le cantine private attive nell’Ahr. Sette aderiscono all’Associazione delle Aziende vinicole di Qualità tedesche (VDP). Ben 3 le cooperative, tra cui la più antica della Germania. Si tratta di WG Mayschoß – Altenahr (Winzergenossenschaft Mayschoß – Altenahr), fondata nel 1868 (nella foto sopra, i soci fondatori) e completamente distrutta dall’alluvione dell’Ahr del 14-15 luglio 2021, in tutte e tre le sue sedi.

Sono già state riattivate la vinoteca e uno spazio per le degustazioni, oltre a parte della produzione che accoglie le uve di circa 400 soci viticoltori, per un totale di 150 ettari. Può contare sulla stessa superficie vitata la seconda cooperativa locale, Dagernova (Die Winzergenossenschaft Dagernova aus Dernau), ma con un numero maggiore di soci, ben 600. Ahrweiler Winzerverein raggruppa invece 78 soci per 24 ettari.

Un quadro di grande frammentazione, quello del vigneto dell’Ahr. Le cantine private si dividono 206 dei 530 ettari complessivi della regione vinicola, dove vasti “corpi unici” di vigna sono cosa molto rara. Un’areale fortemente legato alle vendite in cantina (moltissimi gli enoturisti dalla vicina Olanda: Amsterdam è ad appena 300 Km). Con l’export che si assesta attorno al 5% della produzione complessiva, pari a 31.700 ettolitri annui (circa 4,2 milioni di bottiglie).

AHR WINE TOUR: LE CANTINE DA NON PERDERE

  • Weingut Sermann (Seilbahnstraße 22, 53505 Altenahr)
  • Weingut Kreuzberg (Buschstr. 13 – Porta 27, 53340 Meckenheim. Indirizzo temporaneo)
  • Weingut Nelles (Göppinger Str. 13a, 53474 Heimersheim)
  • Weingut Peter Kriechel (Walporzheimer Str. 85, 53474 Bad Neuenahr-Ahrweiler)
  • Weingut J.J. Adeneuer (Max-Planck-Strasse 8, 53474 Ahrweiler)
WEINGUT SERMANN


Lukas Sermann
, 32 anni, è il volto della riscossa di questa fetta di Germania. Sguardo deciso, di chi sa cosa vuole, ferito ma non piegato dal torto subìto da madre natura. A giudicare dalla cantina e dal bistrot che ha aperto la scorsa settimana per la prima volta al pubblico, l’alluvione è ormai alle spalle. Eppure, tra le barrique che galleggiavano nel fiume come mosche in un bicchiere, c’erano pure le sue.

Le sale di affinamento di Weingut Sermann, ad Altenahr, piccola comunità di 1.600 abitanti nella parte “alta” della Valle dell’Ahr, sono state tra le prime ad affogare nel fango. Il fiume, che solitamente ha una profondità media di 80 centimetri, ha raggiunto in questa zona i 5 metri, attorno alle ore 20 del 14 luglio. Superando gli 8, nella notte. Impossibile pensare a barrique e bottiglie in affinamento quando l’unico obiettivo è salvare la pelle.

Ci siamo rimboccati le maniche e abbiamo rilanciato – spiega Lukas Sermann – riaprendo la cantina e dando vita a un bistrot. I piatti sono stati pensati per l’abbinamento con i nostri vini, ma è possibile scegliere anche etichette provenienti da altre regioni tedesche».

Questo giovane vignaiolo dell’Ahr promuove uno stile improntato su freschezza e beva. Lo ottiene attraverso una meticolosa scelta del periodo di raccolta delle uve, sua vera e propria “ossessione”.

TRE VINI DA NON PERDERE DI WEINGUT SERMANN

  • Altenahrer Übigberg Weissburgunder 2021 “Auf Graben”. Pinot Bianco in purezza. Varietale in gran luce, nonostante l’affinamento in legno nuovo. Note finissime d’agrumi, sorso polposo e allungo salino. Vino di gran gastronomicità. Ottima anche la versione “d’entrata”, per la quale è stato scelto legno usato.
  • Spätburgunder Rosé de Noir 2021 “Gypsy 2”. La prova che l’Ahr sia in grado di produrre anche rosati d’eccellenza da Pinot Nero. Come sopra: ottimo anche il “base”, vinificato in legno usato.
  • Altenahrer Eck Spätburgunder 2021 “im Eck 2021 Alte Reben”. Pinot nero da vigne di 80 anni. Un manifesto al vitigno principe dell’Ahr e alla sua immensa eleganza. Delicatissime nuance di spezia sul frutto rosso croccante e chiusura balsamica che ricorda la liquirizia fusa.

WEINGUT KREUZBERG


Ha perso tutto, con l’esondazione dell’Ahr del 14 e 15 luglio 2021, Weingut Kreuzberg. “Tutto”, al punto di dover trasferire la produzione e lo stoccaggio in un capannone industriale. Per l’esattezza a Meckenheim, poco meno di mezzora di strada da Bad Neuenahr-Ahrweiler. Zona di mele, più che di vigne e vino. Ça va sans dire, un indirizzo temporaneo.

«Vogliamo tornare in valle il prima possibile – spiega a winemag.it Lea Kreuzberg (nella foto sopra) -. Il progetto della nuova cantina è già approvato, ma non riusciremo a stabilirci lì prima di dicembre 2023. Tutte le nostre attrezzature sono andate distrutte. Se abbiamo potuto metterci al lavoro subito dopo l’alluvione è stato solo grazie alla solidarietà di altri produttori, che ci hanno donato le strumentazioni».

Lea, 23 anni, sorride mentre cammina tra le vasche di acciaio e le barrique arrivate da ogni angolo di Germania. C’è anche una costosissima pressa pneumatica. Il tetto del capannone è alto decine di metri. Ma la figlia del fondatore di Weingut Kreuzberg, Ludwig Kreuzberg, è un gigante. Di spirito e volontà d’animo. «Mi faccio forza, anche perché papà ha deciso di darmi ancora più fiducia dopo il disastro», sottolinea sorridendo, timida. Il futuro è tutto suo.

TRE VINI DA NON PERDERE DI WEINGUT KREUZBERG

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  • ‌‌Spätburgunder 2020 Devonschiefer. Colore leggermente più  più carico dei precedenti. Il vino trascorre 16 mesi barrique usate ed è un manifesto al Pinot Nero dell’Ahr e ai suoi terreni ricchi di scisto. Per definizione, un “vino di terroir”. Si apre e progredisce sul frutto, croccante, goloso, che danza sulla spina dorsale minerale. Da provare anche “Devonschiefer R”, sua versione riserva, prodotta in tiratura limitatissima: meno di 400 bottiglie l’anno. Struttura tannica e salinità a fare da spina dorsale sul tipico frutto rosso, con i richiami di legno a dare respiro internazionale al sorso, senza snaturarlo.
  • Spätburgunder 2020 Silberberg GG. Vigna singola, connotata da un suolo ricco di scisto, condito col loess. Lievi richiami fenolici e struttura tannico-minerale a fare da ossatura. Bel centro bocca sul frutto rosso, che si spinge sino un finale lungo, fresco, in cui i ricordi di ribes e fragolina di bosco appena matura giocano con la consueta vena salina del terreno.
  • Frühburgunder 2020 Walporzheimer. Vino che è frutto dell’assemblaggio delle uve di tre vigne della zona di Walporzheimer. Abbina l’intrigante morbidezza fruttata del vitigno e la consueta agilità di beva a note speziate conturbanti, che ravvivano e tendono il sorso. Splendido finale salino, lungo, su un tocco di pepe e grafite. Quello che ci vuole per riempire ancora il calice.

WEINGUT NELLES


È una delle cantine dell’Ahr che aderiscono al VDP, ma soprattutto l’ennesima realtà che sta giovando del ricambio generazionale. Oggi, alla guida di Weingut Nelles c’è Philip Nelles (nella foto sopra), 37enne le cui idee cominciano a pesare in azienda. Sia dal punto enologico, che organizzativo.

C’è il suo zampino nella stilistica della gamma di vini, fedeli all’espressione delle singole vigne, in piena filosofia VDP. Ma anche nella scelta di investire in un’ampia e moderna sala di degustazione, spazzata via dall’alluvione dell’Ahr, a poche settimane dall’inaugurazione. Non si è salvato nulla. Tantomeno le sale di affinamento, poste nei sotterranei.

Nei giorni del disastro, oltre a centinaia di volontari giunti da tutta la Germania, ha fatto visita a Weingut Nelles anche Olaf Scholz, in qualità di ministro delle Finanze, prossimo a ricoprire il ruolo di cancelliere. Un’ulteriore spinta a rimboccarsi le maniche per Weingut Nelles, cantina nata dalle ceneri di una cooperativa il cui anno di fondazione affonda nella notte dei tempi: quel 1479 che campeggia, tuttora, sul logo aziendale.

TRE VINI DA NON PERDERE DI WEINGUT NELLES

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  • Spätburgunder Burggarten GG 2020 “B-52”. ‌Chiarissima sin dal primo naso la matrice vulcanica che caratterizza i suoli di questo Pinot Nero dell’Ahr, proveniente dal Grosses Gewächs (GG) Burggarten. Altrettanto chiara l’estrema eleganza che si snoda dal primo naso al retro olfattivo, nonostante il vino sia solo all’inizio del suo lungo percorso di vita. Pregevole la speziatura che accompagna l’incedere delle note di fragolina di bosco, ribes e lampone, perfettamente mature e piene (la vigna ha 40 anni), su una freschezza dirompente. Chiude su una sottilissima percezione tannica che, unita alla vena sapida, chiama il sorso successivo. Legno nuovo (15 mesi) usato con grande sapienza, per conferire ancora più complessità a un nettare di “partenza” di elevatissima qualità.‌
  • Spätburgunder Schieferlay GG 2020 “SL”. La sigla sintetizza il nome del Grosses Gewächs (GG) di provenienza delle uve, ovvero Schieferlay. Stessa tecnica di vinificazione di “B-52”, ma suolo che in questo caso è ricco di calcare. Il nettare si presenta nel calice del tipico rubino luminoso. Naso aromatico, di grandissima pienezza. È il palato a confermare il perfetto bilanciamento tra frutto e acidità, con la salinità a fare da spina dorsale, ancora una volta specchio fedele del terreno nei vini di Weingut Nelles. L’alcol aiuta ad ammorbidire le durezze e, con l’elegantissima trama tannica, contribuisce a chiarire le doti di lungo affinamento del nettare.
  • Spätburgunder Rosenthal GG 2020 “R”. Suolo di scisto, molto sassoso al Grosses Gewächs (GG) di Rosenthal. Vino in cui domina la componente fruttata e in cui giunge netto il richiamo alla liquirizia e a un tocco di vaniglia. Note tostate in chiusura e retro olfattivo. Tra i vini di Nelles, “R” è quello che rivela con maggiore chiarezza l’utilizzo di legni nuovi. Una scelta spiegabile dal maggiore apporto fenolico e tannico delle uve di Rosenthal rispetto ad altri GG. Nel complesso un vino giovanissimo, a cui dare tempo è un obbligo, oltre che una scelta che si rivelerà azzeccata: anche “R” darà grandissime soddisfazioni nella sfida col tempo.

WEINGUT PETER KRIECHEL


Peter Kriechel
gestisce con il fratello Michael la cantina di lunga tradizione famigliare, nel cuore di Bad Neuenahr-Ahrweiler. Presiede l’associazione dei produttori locali e crede tanto nel Pinot nero dell’Ahr quanto nelle potenzialità del Frühburgunder.

Non a caso, Weingut Peter Kriechel possiede ben 4 ettari di questo “Noir” precoce. E grazie a un lungo lavoro di selezione è riuscito ad ottenere il proprio clone di Frühburgunder, che riesce a maturare addirittura circa una settimana prima di quello” classico”.

Un vitigno con cui Kriechel sta sperimentando in campo anche fuori dai confini della Germania, ovvero in Svezia e Olanda. La cantina, completamente sommersa dall’esondazione del fiume Ahr del 14 e 15 luglio 2021, ha un’altra particolarità. È l’unica, cioè, ad utilizzare per l’affinamento legni “autoctoni” della piccola regione vinicola tedesca, da 1.300 litri.

Non è finita qui. Grazie ai 30 ettari complessivi e allo spirito rivoluzionario e innovatore della famiglia, Weingut Peter Kriechel ha avviato da qualche anno la produzione di due spumanti Metodo classico (Sekt) da uve Meunier (Brut e Nature), che vale la pena di scoprire.

TRE VINI DA NON PERDERE DI WEINGUT PETER KRIECHEL

  • Marienthaler Rosenberg Frühburgunder 2020. Splendido naso di ciliegia appena matura, oltre a lampone e ribes. Espressione del frutto che conquista anche al palato, consistente, fresco, goloso, impreziosito da speziatura elegantissima e terziari composti. Un vino prodotto solo nelle annate migliori.‌
  • Ahr Spätburgunder 2020 “S”. Avete presente il vino che vorreste trovare fresco e servito sul tavolo, al ritorno a casa dopo una giornata nera? Eccolo. Deliziosa espressione del Pinot Nero dell’Ahr, in una delle sue versioni più agili e beverine, ma non per questo banali. Nella gamma di Weingut Peter Kriechel, il vino d’entrata: occhio, però, a non sottovalutarlo.
  • Ahrweiler Rosenthal Spätburgunder 2020. L’ennesimo spaccato delle potenzialità del Pinot nero in questa piccola regione vinicola tedesca, in particolare nelle sfaccettature di Rosenthal. Naso intrigante e stratificato, dal fiore al frutto alla spezia. Sorso profondo, proprio grazie ai ritorni della componente speziata, e centro bocca di gran eleganza, stuzzicato da salinità e freschezza. Tannino modellato sulla polpa, tanto da frenarne l’incedere esuberate, in punta di spada. Persistenza lunghissima, fresca, tesa, speziata, balsamica di liquirizia (marcatore di Rosenthal) e mentuccia.


WEINGUT J.J. ADENEUER

Marc Adeneuer, ex presidente dell’associazione di produttori dell’Ahr, è uno che non le manda a dire. Dentro e fuori dal calice cerca la purezza dell’espressione, che spesso passa dalla parola e dalla forma più diretta. Porta avanti una visione di vino, di cantina e di territorio che si spiega in una parola: “Purist“. Il nome prescelto per una linea dei suoi vini.

Weingut J.J. Adeneuer è il riflesso di questa filosofia. A condurla, assieme a Marc (nella foto sopra), c’è il fratello Frank. I due hanno preso in mano le redini dell’azienda di famiglia, con una tradizione centenaria in Valle Aurina, nel 1984. Da allora è cambiato molto. Anzi, tutto. L’adesione al Verband Deutscher Prädikatsweingüter (VDP) è stato quasi scontato.

Un sigillo sull’idea di qualità che la cantina di Ahrweiler intende difendere e portare avanti. Se l’avvento di Marc e Frank ha portato con sé anche l’innovativo avvio della produzione dei vini bianchi, lo stile dei vini rossi di Weingut J.J. Adeneuer è tra i più tradizionali dell’Ahr. La ventata di novità sarà quella di Tim, rappresentante dell’ultima generazione di questa appassionata famiglia di produttori.

TRE VINI DA NON PERDERE DI WEINGUT J.J. ADENEUER

  • Spätburgunder ‌Walporzheimer Gärkammer GG 2020. Con i suoi 0.68 ettari nel più vasto comprensorio di Walporzheim, Gärkammer è il Grosses Gewächs (GG) più piccolo per estensione della Germania ed è monopolio di Weingut J.J. Adeneuer. Viti di 80 anni di età media, tra cui alcune centenarie a piede franco. Il nome del “Grand Cru”, tradotto in italiano, suonerebbe come “Camera” (Kammer) “di fermentazione” (Gär). Il termine designa il particolare microclima della parcella, caratterizzato da ardesie che catturano il calore diurno e lo sprigionano alle piante nella notte. Il calice dello Spätburgunder ‌Gärkammer GG 2020 è uno dei biglietti da visita più autentici del Pinot Nero dell’Ahr. La concentrazione del frutto (non solo rosso, presente anche ricordi di mora matura) la fa da padrona, sulla spina dorsale della salinità, e su una profondità elegante. Ricordi di grafite rendono ancora più intrigante Gärkammer, assieme a una lunghezza da Noir di caratura internazionale.
  • Spätburgunder ‌Alte Lay GG 2020. È proprio ad Alte Lay che Mark e Frank Adeneuer impiantarono il loro primo vigneto su terrazzamenti, nel 1984. Fragolina di bosco e lampone danzano nel rubino luminoso di quest’altro “Grand Cru” di J.J. Adeneuer, più “timido” di Gärkammer ma non per questo meno espressivo. Tannini soffici, ma presenti. Bella espressione giovanile di un Pinot nero di gran prospettiva, frutto di un cru connotato da un microclima più fresco rispetto a molti altri nell’Ahr. Una zona ancora meno influenzata dai cambiamenti climatici che sembrano riguardare in maniera solo marginale questa regione vinicola tedesca, unica nel mondo per la sua naturale vocazione alla produzione di grandi vini rossi.
  • Frühburgunder Sonnenberg GG 2020. L’inclinazione del vigneto e la perfetta esposizione a Sud fa di Sonnenberg uno degli appezzamenti privilegiati per la maturazione ottimale del “precoce” Frühburgunder. Suoli ricchi di arenaria, grovacca e loess per l’appezzamento a disposizione di J.J. Adeneuer. Ecco la bella presenza di sole anche nel calice: frutto pienamente maturo (fragolijna di bosco, ma anche ribes nero), e bella speziatura tipica della varietà in retro olfattivo, oltre a un tocco di liquirizia salata. Anche in questo caso, vino all’inizio del suo percorso di vita.

UN PO’ DI ITALIA NELL’AHR


Si chiamano Alex Eller, ‌Felix Brüggert e ‌Niklas Körtgen e hanno tutti 26 anni. Sono i fondatori di quella che è, senza ombra di dubbio, la cantina della regione vinicola tedesca dell’Ahr con la più bassa età media: Jungwinzer Next Generation. Un nome, un programma. I tre giovani enologi condividono un progetto enologico comune, pur essendo impiegati rispettivamente in tre diverse aziende vinicole del territorio, dopo essersi formati in Italia, per l’esattezza in Alto Adige.

Alex Eller lavora a Weingut Jean Stodden e ha effettuato il suo tirocinio da Castelfeder, a Cortina. Felix Brüggert, enologo di Weingut Paul Schumacher, si è fatto le ossa a Kellerei Eisacktal, ovvero Cantina Valle Isarco, a Chiusa, non lontano da Bressanone. Niklas Körtgen, in forza a Winzerhof Körtgen, è tornato in Ahr dopo l’importante occasione formativa da Kellerei Tramin, a Termeno.

L’idea di Jungwinzer Next Generation è quella di proporre al mercato vini di facile comprensione e, soprattutto, dal costo contenuto. Il tutto senza rinunciare alla qualità, dalla vigna (un solo ettaro) alla cantina. Le etichette, dalla grafica moderna, colorata e accattivante, chiariscono un concetto confermato anche dagli assaggi del Pinot Nero (Spätburgunder), proposto in ben sei versioni: rosso, riserva, rosé (fermo e spumante Brut) e blanc de noir (fermo e spumante Brut). Completa la gamma l’altra bollicina Müller Turbo Sekt dry.

Non manca un po’ di Italia neppure nella ristorazione della regione vinicola dell’Ahr. Damiano Tucci, 59 anni, gestisce assieme alla moglie Erika Verses, 50 anni, la pizzeria Pizza Da… Miano. Siamo nel cuore del capoluogo Bad Neuenahr-Ahrweiler, all’altezza di Ahrhutstraße, 40. La coppia, giunta in Germania ormai 6 anni fa da Rovigo, ha superato indenne il periodo del Covid-19, per poi vedere il proprio piccolo locale completamente distrutto dall’alluvione del 14-15 luglio 2021.

Oggi la pizzeria Pizza Da… Miano è diventato un punto di riferimento per la pizza nel circondario, servita al trancio a pochi passi da St. Laurentiuskirche, la splendida chiesa attorno alla quale si concentra il maggior numero di locali, ristoranti e birrerie tradizionali della zona, con vista sulle colline del Pinot Nero dell’Ahr.

«Le cose adesso vanno molto bene – racconta – ma non ce l’avremmo fatta senza l’aiuto di tantissimi giovani giunti da tutta la Germania, sin dalla ore successive al disastro, e agli aiuti del governo. Il peggio è alle spalle e ora la zona può rinascere, grazie ai suoi straordinari vini».

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Il Cannonau di Sardegna 2021 Martis Sero di Vignaioli Cadinu è Miglior rosato italiano 2023

Il Cannonau di Sardegna Doc rosato 2021 Martis Sero di Vignaioli Cadinu è il Miglior rosato italiano 2023 per la Guida Top 100 Migliori vini italiani di winemag.it. Il riconoscimento va all’ultimo nato della cantina guidata dai fratelli Pino e Giovanni Cadinu, vignaioli interpreti della Sardegna più profonda, intima e autentica: quella di Mamoiada, in provincia di Nuoro.

Una tipologia non così nota fuori dall’isola, il Cannonau in versione rosata, che merita di essere scoperta. Nel calice, Martis Sero 2021 si presenta di un rosa salmone intenso, completamente penetrabile alla vista e di grande luminosità.

Al naso ricordi di piccoli frutti a polpa rossa, ribes, fragolina. Ampio il corredo di piante aromatiche tipiche della macchia mediterranea, su cui spicca il mirto. Splendido binomio tra morbidezza e carattere in un palato generosissimo, che si sviluppa fiero, su una perfetta corrispondenza gusto olfattiva.

IL CANNONAU MARTIS SERO, UN OMAGGIO A MAMOIADA

Frutta grande protagonista anche in chiusura, mentre la persistenza regala ritorni di mirto. Il risultato è una beva inappagabile, freschissima, che sfiora il balsamico. Un vino rosato, in definitiva, che parla di Sardegna, incollato com’è ai profumi e ai sapori tipici dell’isola.

La bottiglia degustata in occasione dei tasting alla cieca utili all’ingresso nella Guida Top 100 Migliori vini italiani di winemag.it è la numero 522 di 620. Di fatto, il Cannonau di Sardegna Doc 2021 Martis Sero di Vignaioli Cadinu è un vino prodotto in tiratura limitatissima, che si accosta a un’altra grande interpretazione del Cannonau di Mamoiada, vinificato in rosso (sempre in tiratura limitata).

Le vigne della cantina Vignaioli Cadinu si trovano in località Su Tutturighe, a 750 metri sul livello del mare. Colpo d’occhio unico sulle vallate circostanti e peculiarità altrettanto uniche per Cannonau della zona. La scelta dei fratelli Pino e Giovanni Cadinu è quella di produrre vini da viticoltura biologica, nel massimo rispetto dei pichi filari di vite ad alberello ereditate dal padre, nel 2019.

“Martis Sero”, che dà il nome sia al rosato che al rosso, è un altro segnale di attenzione al territorio di Mamoiada e al suo celebre Carnevale. Un omaggio a Juvanne Martis Sero, personaggio che incarna più di altri la sacralità del vino per i sardi, in occasione del Martedì Grasso.

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Rubinelli Vajol è Cantina italiana dell’anno per la Guida Top 100 Migliori vini italiani 2023

Rubinelli Vajol è la Cantina italiana dell’anno 2023 per winemag.it. Il massimo riconoscimento dell’annuale Guida Top 100 Migliori Vini italiani della nostra testata va all’azienda agricola di San Pietro in Cariano (VR), uno dei comuni della Valpolicella Classica.

Premiata la famiglia Rubinelli e la sua capacità di valorizzare il “Vajol“, la zona dove si trova la cantina, tra vigneti, “marogne” (muretti a secco) e un patrimonio di biodiversità rimasto intatto negli anni, costellato di olivi, mandorli e ciliegi. Un areale che si colloca tra Marano e Fumane, individuato e circoscritto anche dal “re delle mappe dei vigneti “, Alessandro Masnaghetti.

BELLEZZA E BONTÀ, I CAPISALDI DI RUBINELLI VAJOL

Una cantina, Rubinelli Vajol, che fa della “Bellezza” e della “Bontà” i propri capisaldi. Una filosofia produttiva che si riflette nella capacità di regalare al pubblico una gamma di altissimo livello qualitativo. Ai vertici – e non poteva che essere così – l’Amarone della Valpolicella, proposto in diverse etichette, tutte capaci di condensare tradizione e slancio al futuro.

Rubinelli Vajol è certamente una cantina che interpreta ai massimi livelli l’Amarone Revolution. Quel “ritorno alle origini” che è la vera sfida attuale intrapresa da molti soci del locale Consorzio di tutela, come risultato evidente dall’ultima edizione dell’Anteprima (Amarone Opera Prima 2022).

I VINI RUBINELLI VAJOL, CANTINA ITALIANA DELL’ANNO 2023 WINEMAG.IT

I calici della cantina di San Pietro in Cariano colpiscono, e convincono, per precisione ed espressività della componente fruttata, premiando e valorizzando la tipicità delle uve autoctone della Valpolicella.

Il legno, ove utilizzato, mostra savoir fair e conferma l’intento di premiare la voce delle varietà locali, dimostrando come si possano produrre “vini di metodo” che sono fotografie di uno spaccato del territorio. Freschezza, giusta rotondità, spezia e prospettiva.

L’eccellenza nell’apparente semplicità, come dimostra la cifra stilistica delle lettere iniziali minuscole dei vini, sulle etichette: «Il nostro no alle sovrastrutture e il nostro sì alla beva», come spiegano all’unisono i titolari (i fratelli Renzo e Alberto Rubinelli e Nicola Scienza) con i soci, che oggi guidano l’azienda di famiglia con la stessa passione del capostipite Gaetano.


RUBINELLI VAJOL

Via Paladon 31
37029 San Pietro in Cariano
Verona – Italia

tel: +39 045 6839277
email: info@rubinellivajol.it

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Langhe Doc Arneis 2019 “Tre Fie”, Agricola Marrone

È tra le etichette della Guida Top 100 Migliori vini italiani 2022 di winemag.it il Langhe Doc Arneis 2019 “Tre Fie” di Agricola Marrone. Alla vista, il vino si presenta di un giallo paglierino luminoso, dai riflessi dorati. Naso floreale, fragrante, delicato e avvolgente.

Palato agile ma concreto, tra note d’agrumi, frutti tropicali e venature minerali. Beva compulsiva, instancabile: un Arneis perfetto per l’estate torrida che ha avvolto l’Italia. «Vino da aperitivo ma non solo», come lo descrive bene la famiglia produttrice, di La Morra.

Il Langhe Doc Arneis 2019 “Tre Fie” di Agricola Marrone colpisce tuttavia per la precisione con cui è ricamato, sulla tipicità di un vitigno di cui si parla sempre troppo poco, in Italia e nel mondo. È il vino che Gian Piero Marrone ha dedicato alle “Tre Fie”, ovvero le sue tre figlie: il presente e, soprattutto, il futuro dell’azienda.

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Bonarda dell’Oltrepò pavese Doc 2018 Il Giubellino, Bagnoli

Un Bonarda tra i migliori vini d’Italia. Ebbene sì, se si tratta del Bonarda dell’Oltrepò pavese Doc 2018 Il Giubellino di Bagnoli. La cantina di San Damiano al Colle (PV), fuori dalle rotte della politica e delle chiacchiere che imbrigliano la zona, sfodera l’ennesima annata di grande valore per un’etichetta che è ormai una bandiera dell’azienda.

Un rosso fermo, diverso dal frizzante cui è abituato il mercato, capace di piazzarsi nella Guida Top 100 Migliori vini italiani 2022 di winemag.it (già iniziate le degustazioni della Guida 2023, di prossima pubblicazione).

BONARDA IL GIUBELLINO BAGNOLI: LA DEGUSTAZIONE

Il Bonarda dell’Oltrepò pavese Doc 2018 Il Giubellino di Bagnoli si presenta alla vista di un rosso rubino, poco penetrabile. Al naso è ricco, pieno, stratificato come pochi Bonarda: mora matura, spezia dolce, liquirizia, un tocco di pepe nero e di cannella. In bocca, come da attese e per volontà stessa della cantina, è altrettanto «spesso», intenso, con ampie note speziate.

Toni fruttati e tannini risultano armonicamente equilibrati, in un sorso che fa della morbidezza e della freschezza il suo punto forte. “Il Giubellino”, per caratteristiche, si presta ad abbinamenti piuttosto importanti, che spaziano dai tradizionali piatti della gastronomia pavese alle ricette internazionali a base di carne.

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Lessini Durello Doc Riserva 36 mesi Brut 2016, Casarotto

Il Lessini Durello Doc Riserva 36 mesi Brut 2016 di Casarotto è uno degli spumanti Metodo classico presenti nella Guida Top 100 Migliori vini italiani di WineMag.it. Supera brillantemente i tasting alla cieca, confermandosi quale ennesimo pezzo da novanta della cantina di Montecchia di Crosara (VR).

LA DEGUSTAZIONE

Giallo paglierino luminoso per questo Champenoise simbolo dei Monti Lessini, ottenuto con l’uva autoctona Durella. Perlage finissimo, persistente. Naso croccante e d’un frutto voluttuoso, attorno alla crosta di pane.

Risvolti floreali e mielati, albicocca, agrumi, vena tropicale. E, soprattutto, una vena minerale-vulcanica pronta a far da fil rouge e da spina sorsale al sorso, sin dall’ingresso del Lessini Durello Doc Riserva 36 mesi Brut 2016.

La beva si dipana su sentori corrispondenti al naso, con altrettanta generosità ed eleganza tropicale. È il trionfo di un Metodo classico che riesce ad esaltare primari e terroir.

GLI ABBINAMENTI

Un punto di riferimento assoluto, questa etichetta di Casarotto, nel contesto della denominazione spumantistica veneta, al top tra gli spumanti italiani.

Come suggerisce la cantina, il Lessini Durello Doc Riserva 36 mesi Brut 2016 risulta versatile nell’abbinamento. Ottimo come aperitivo, sposa antipasti e portate a base di pesce, cotto e crudo. Si abbina bene a sopressa e formaggi locali. Eccellente con il baccalà alla vicentina.

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Vini dolci per Natale? Gli Sciacchetrà da Top 100 WM 2022 di Heydi Bonanini (Agricola Possa)

«Dove le rocce, il sole, il mare e il vento creano un intreccio magico di colori e profumi» si trova l’Azienda agricola Possa di Heydi Bonanini. Siamo alle Cinque Terre, angolo della Liguria che regala due vini dolci – o, meglio, due Sciacchetrà – perfetti per Natale 2021, direttamente dalla Guida Top 100 Migliori vini italiani 2022 di WineMag.it.

Cinque Terre Dop Sciacchetrà 2019, Azienda Agricola Possa, Heydi Bonanini

Naso delizioso, goloso, tra frutta matura (dattero in gran vista), bergamotto, rosmarino. Un’esplosione della macchia mediterranea nel calice. L’ossigenazione libera note di curry e curcuma e intensifica la succosità materica del frutto.

Ci vorrebbe un libro intero per raccontare come questo nettare-capolavoro guadagna in complessità col passare dei minuti nel calice. Non resta che assaggiarlo, concedendosi un regalo (in più) in occasione di Natale 2021. Uno di quei vini, lo Sciacchetrà di Possa, da condividere solo con chi se lo merita davvero.


Cinque Terre Dop Riserva Sciacchetrà 2017, Azienda Agricola Possa – Heydi Bonanini

Frutta secca, sotto sciroppo e terziari si dividono la posta, al naso, in un quadro di grazia assoluta. Giusto il tempo di portare lo Sciacchetrà di Possa alla bocca, per comprendere quanto possa essere lunga una carezza d’albicocca, vaniglia, caramella mou e fondo di caffè.

Chiudi gli occhi e una brezza gentile, di mare, sfiora le labbra. Gran beva. Non è un vino ma il mare, ovunque si voglia. Un nettare più forte del traffico delle metropoli. Una finestra sui terrazzamenti eroici della splendida Liguria. Delle splendide Cinque Terre.

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La Marchesa, Miglior cantina Sud Italia 2022 WineMag.it: Foggia nuova rotta della Puglia del vino

Quindici ettari vitati, quasi tutti a circa 300 metri dal corpo dell’azienda. Una masseria nel cuore della Daunia, a poca distanza dal suo luogo simbolo: il castello di Lucera. Una famiglia dedita alla viticoltura. Più di trent’anni di esperienza. Cantina La Marchesa è tutto questo, in uno: cantina dell’anno Sud Italia 2022 per WineMag.it, all’interno della Guida Top 100 Migliori vini italiani 2022.

Una realtà che si fa custode di un tratto di Puglia aspro, generoso. Fin troppo spesso dimenticato. Lo racconta al mondo attraverso i suoi vini. A condurre le vigne è Sergio Lucio Grasso, un vignaiolo vulcanico ed instancabile, legato alle proprie viti come se fossero un’estensione del proprio corpo.

CANTINA LA MARCHESA SUL PODIO DEL SUD ITALIA

A tratti ruvido nei modi, sempre schietto nelle parole, trasmette la sua energia e la vera essenza del territorio nei suoi vini. A fargli da contraltare è la moglie, Marika Maggi. Solare, aperta, fantasiosa donna del vino pugliese. È lei l’anima comunicativa della cantina La Marchesa. I due, insieme, sono una forza della natura.

Una voce unica, all’insegna dell’autenticità della produzione, divenuta l’ennesima ragione di vita comune. Nero di Troia, Montepulciano, Fiano e Bombino Bianco i vitigni coltivati con passione da Cantina La Marchesa e da cui nascono i cinque vini dell’azienda. Custodi di un territorio che merita un posto d’onore nel panorama vitivinicolo italiano.

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Che vino regalare per la Festa della Mamma del 9 maggio? Sei consigli dalla Top 100

A caccia di vini per la Festa della Mamma del 9 Maggio? I nostri consigli si concentrano sulle etichette premiate dalla Guida Top 100 Migliori vini italiani 2021 di WineMag.it, in particolare su due spumanti Metodo classico da Emilia Romagna e Campania, due bianchi da Alto Adige e Piemonte, un rosso dalla piccola Doc Capriano del Colle (Brescia, Lombardia) e un Marsala Vergine d’annata 1995.

  • Vsq Metodo classico 2016 Rosato “Il Pigro”, Romagnoli
    Un petalo di rosa colora il calice. Delicatezza anche al naso, con note di piccoli e precisissimi frutti rossi. Tocco di agrumi. Al momento, il miglior spumante metodo classico della gamma di Romagnoli, non ultimo per la finezza del perlage. Un’etichetta che alza l’asticella degli Champenoise prodotti in provincia di Piacenza, zona che sta trovando anno dopo anno il proprio equilibrio.
  • Vsq Metodo classico 2017 Caprettone “Pietrafumante”, Casa Setaro
    Il calice si tinge di un giallo paglierino dai riflessi dorati. Il vino è da premio, dall’ingresso alla lunga chiusura. Un percorso arrotolato attorno a un agrume delizioso. Il resto è freschezza, salinità, pienezza. Spensieratezza e gastronomicità.
  • Alto Adige Doc Valle Isarco Grüner Veltliner 2019 “Aristos”, Eisacktaler Kellerei
    Giallo paglierino. Naso che regala belle note tropicali, soprattutto mango. Grandissimo equilibrio e grandissima freschezza. Chiusura salina, contornata da agrume ed albicocca appena matura. Uno dei cosiddetti “vini verticali”, affilati come lame, in grado di mostrare appieno il prezioso terroir della Valle Isarco, in Alto Adige. Un vino perfetto per una Festa della Mamma di carattere.
  • Colli Tortonesi Doc Derthona Timorasso 2018 “Grue”, Pomodolce
    Giallo paglierino, riflessi dorati. Bel naso talcato. Frutta matura, macchia mediterranea e mentuccia a donare freschezza. Alcol presente, che deve integrarsi, ma non disturba. Palato pieno, freschezza assoluta con ritorni di frutta matura. Lunghissimo.
  • Lombardia Capriano del Colle Doc Marzemino 2019 “Berzamì”, Lazzari
    Rosso rubino tendente al trasparente. Bellissimo frutto, preciso. Ammalianti note di fiori, soprattutto di viola. In bocca bella freschezza, con ritorni di spezia. Ottima declinazione del vitigno.
  • Marsala Vergine Riserva Doc 1995 “La Villa Araba”, Martinez
    Non c’è Festa della Mamma senza un grande vino “dolce”. In questo caso, un pezzo di storia di Marsala nel calice, in tutti i sensi. La cantina di Carlo Martinez è uno degli emblemi della grandezza eterna della città del vino della Sicilia, che con questa etichetta tiene alta la bandiera di una denominazione sciaguratamente snobbata (e maltrattata). Peraltro, rapporto qualità prezzo eccezionale per “La Villa Araba”.
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Capriano del Colle Doc Bianco Superiore 2015 “Otten:2”, Cantina San Michele

Chi l’ha detto che la Botrytis cinerea sia peculiarità dei soli vini Tokaji, Sauternes, Trockenbeerenauslese (ce l’avete fatta a pronunciarlo?) o dei muffati di Orvieto? In Italia, un po’ a sorpresa, ecco i benefici della “Muffa Nobile” in un micro areale della provincia di Brescia: la Doc Capriano del Colle.

La prova? La straordinarietà e unicità di “Otten:2“, vino prodotto da Cantina San Michele con uve Trebbiano provenienti dai vigneti di proprietà del piccolo comune lombardo. Solo uno dei vini presenti nella Guida Top 100 Migliori vini italiani 2021 di WineMag.it.

LA DEGUSTAZIONE
Nel calice, il vino si presenta di un giallo paglierino luminoso. Al naso note di frutta surmatura, precise e composte, senza la minima sbavatura. In bocca una gran concretezza, suggellata dal gioco tra freschezza e rotondità. Vino importante, estremamente gastronomico. Lunghissimo.

Un Trebbiano davvero sorprendente nelle due fasi, distinte eppure molto ben amalgamante, capaci di creare un quadro di gran equilibrio: quella “dura”, calcarea; e quella  “morbida” e suadente, conferita dalla Botrytis cinerea.

LA VINIFICAZIONE
Solo una parte delle uve è stata colpita dalla “Muffa nobile”, permettendo a Cantina San Michele una vendemmia tardiva utile alla concentrazione e all’ampiezza dei profumi. Le uve sono state sottoposte a una pressatura soffice.

La fermentazione di Otten:2 è avvenuta in vasche di acciaio a temperatura controllata, per 15 giorni. L’affinamento si è protratto in vasche di cemento, prima di un ulteriore riposo del nettare in bottiglia, per 12 mesi.

Dopo la fondazione avvenuta nel 1982, Cantina San Michele ha avviato un percorso virtuoso che ha trovato compimento all’inizio degli anni Duemila. Il vero anno anno della svolta è stato però il 2011, quando l’azienda agricola è finita nelle mani dei cugini Elena e Celeste Danesi.

I due giovani si sono posti l’obiettivo di valorizzare la produzione del Monte Netto, noto anche come Montenèt, nel dialetto bresciano, o “Monte di Capriano”. Una piccola collina di 133 metri di altezza, caratterizzata da un terreno di sabbia grigia, ghiaia e calcare. Un’area naturale protetta da Regione Lombardia, che vi ha istituito un Parco.

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Falanghina del Sannio Dop 2018 “Cese”, Fosso degli Angeli

Può un vino di 15 gradi risultare fresco e non stancare mai? La risposta è sì e la Falanghina del Sannio Dop 2018Cese” di Fosso degli Angeli è lì a dimostrarlo. Solo uno dei vini della Campania presenti nella Guida Top 100 Migliori vini italiani 2021 di WineMag.it.

LA DEGUSTAZIONE
“Cese” si presenta alla vista di un giallo paglierino acceso, luminoso. Il naso è ampio, caldo, floreale ed agrumato, con richiami di macchia mediterranea, in particolare di rosmarino. A dominare il sorso è la frutta tropicale, perfettamente matura.

Si distinguono ananas, banana e pesca, con tocchi agrumati e ritorni erbacei che danno nerbo a un sorso glicerico. Proprio in questo senso “Cese” è una Falanghina che maschera bene i 15 gradi di percentuale d’alcol in volume, presenti in etichetta.

Acidità e sapidità, oltre a dare equilibrio a una beva instancabile, ne allargano il ventaglio di possibilità di abbinamento in cucina. Non a caso Marenza Pengue, vignaiola Fivi che conduce Fosso degli Angeli con la sorella Dina e il cognato Pasquale Giordano, suggerisce di provarla con «costine d’agnello cotte a bassa temperatura, poi impanate e fritte nel burro in cui è stato grattato un pezzetto di scorza di limone».

LA VINIFICAZIONE
Solo 2.500 bottiglie per la Falanghina del Sannio Dop “Cese”, che prende vita dalle uve dei vigneti di proprietà della cantina, a Casalduni. Piante giovani (2012 / 2018), che affondano le radici in un terreno argilloso e calcareo vulcanico, a un’altitudine di 560 metri sul livello del mare.

La produttività si assesta sui 70 quintali per ettaro nella vigna certificata biologica. La raccolta delle uve di Falanghina avviene in piccole cassette, generalmente tra la fine di settembre e l’inizio di ottobre.

L’uva viene pigiadiraspata e sottoposta a criomacerazione per 12 ore. Segue una pressatura soffice e una fermentazione con lieviti indigeni in acciaio, a temperatura controllata. L’affinamento avviene in acciaio, per 12 mesi. “Cese” viene commercializzata solo in seguito a un ulteriore anno in bottiglia.

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Falso Tignanello 2001 su Tannico, spunta il video: «Fake imbarazzante

Spunta il video del falso Tignanello 2001 venduto da Tannico a un cliente della provincia di Brescia. Il caso che ha infiammato la cronaca enologica di fine 2020 si arricchisce di un nuovo, imbarazzante capitolo per il colosso dell’e-commerce di vino partecipato al 49% dal Gruppo Campari.

Nel video pubblicato qui in esclusiva da WineMag.it, un professionista del settore della ristorazione bresciana spiega i retroscena della vicenda che vede protagonista il noto vino prodotto da Antinori. Un capitolo culminato nell’apertura di una vera e propria inchiesta da parte dei Carabinieri del Nas di Milano.

«Ad un amico che voleva assaggiare dei super classici italiani – spiega il ristoratore a WineMag.it – ho fatto acquistare attraverso Tannico alcune bottiglie di Biondi Santi, Sassicaia e Tignanello 2001. Una volta ricevuto l’ordine, mi sono subito accorto di quella strana bottiglia: senza ombra di dubbio si trattava di un falso».

«L’etichetta era palesemente fotocopiata, e pure male, forse utilizzando uno scanner e una stampante della Epson di qualità casalinga! Anzi, forse neanche uno strumento della Epson, perché non darebbe risultati così scadenti! Mi chiedo come abbia fato il noto e-commerce a non accorgersi del falso Tignanello presente nei propri magazzini, prima di spedire una bottiglia a un cliente».

Ordina Tignanello su Tannico: scopre che è falso

Curiosi di capire cosa ci fosse all’interno, il ristoratore e il cliente di Tannico hanno deciso di stappare insieme la bottiglia. Palese, a prima vista, anche la contraffazione del tappo – un microagglomerato da pochi centesimi di euro – e del contenuto. Un vino dal colore troppo “giovane” per poter essere un Tignanello 2001.

«Ha il colore di un Lambrusco – chiarisce la coppia di amici nel video – è palese che sia finto. Ci sono dei falsificatori che fan ridere le galline! Questo qui è un vino da 2,50 euro a bottiglia, forse un Barbera. Un vino che non ha neanche un anno di bottiglia».

«È imbarazzante per chi ha fatto una cosa del genere, perché fare una contraffazione così loffa, è da somari – aggiunge il ristoratore bresciano – e sconcertante che chi ha venduto questa bottiglia non si sia accorto che l’etichetta sia stata fotocopiata palesemente, in mala maniera».

Il Tignanello falso è costato 180 euro al cliente di Tannico, mai rimborsati dall’e-commerce per il rifiuto di riconsegnare “il corpo del reato”. La battaglia è però finita sul tavolo dei rispettivi avvocati, con tanto di diffida al Ceo di Tannico, Marco Magnocavallo. Chi vivrà, berrà.

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Marisa Cuomo, Costa d’Amalfi da en plein

Marisa Cuomo è una cantina simbolo non solo della Campania, ma di una vera e propria gemma italiana famosa nel mondo: la Costa d’Amalfi. Un nome che, da solo, è capace di evocare paesaggi incantati, dominati da scogliere a picco sul mare e spiagge da cartolina.

La Banca d’Italia calcola che, ogni anno, prima dell’emergenza Covid-19, l’indotto del turismo straniero superi i 350 milioni di euro in questo spicchio della Provincia di Salerno, con epicentro nei comuni di Amalfi, Positano, Ravello, Maiori e Minori.

Proprio qui hanno trovato casa Marisa Cuomo e Andrea Ferraioli, presenti nella Guida Top 100 Migliori vini italiani 2021 di WineMag.it con ben quattro vini: Costa d’Amalfi Doc Furore Bianco 2018 “Fiorduva”, Costa d’Amalfi Doc Ravello Bianco 2019, Costa d’Amalfi Doc Furore Rosso Riserva 2016 e il “vino quotidiano” Costa d’Amalfi Doc Bianco 2019. Un vero e proprio en plein.

LA DEGUSTAZIONE
Costa d’Amalfi Doc Furore Bianco 2018 “Fiorduva”, Marisa Cuomo
Giallo paglierino carico. Il bianco più complesso della cantina. Pienezza del sorso data dalla grande maturità del frutto ed una vena salina, iodata, marcata. Tanto sapido in bocca da sembrare servito su una barca, in mezzo al mare.

Costa d’Amalfi Doc Ravello Bianco 2019, Marisa Cuomo
Giallo paglierino. Meno complesso di “Fiorduva”, ma coinvolgente nella sua estrema verticalità. Acidità affilata e tagliente; sapidità accentuata. Note vestite e ammantate dalla frutta matura. Un vino di mare fresco, godibile e senza fronzoli.

Costa d’Amalfi Doc Furore Rosso Riserva 2016, Marisa Cuomo
Rosso rubino, unghia violacea. Note di frutta matura e tocchi di spezia. Concentrato. Sorso estremamente bilanciato, tra frutto pieno e morbido e durezze saline. Terreno calcareo che gioca un ruolo determinante in questo equilibrio.

Costa d’Amalfi Doc Bianco 2019, Marisa Cuomo
Più salino e verticale di “Furore” coinvolge il naso con tutta la gamma delle erbe mediterranee. Riempie la bocca in maniera stupenda, alternando la vena glicerica alla freschezza. Vino da non perdere.

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Alto Adige Doc Pinot Nero Riserva 2016 “Vigna Ganger”, Girlan

Colore inconfondibilmente “Pinot Nero“. Naso intenso. Fragolina di bosco, spezia nera, sottobosco verde, sasso bagnato. Equilibrio splendido tra la frutta matura e la componente balsamica. Nel retro olfattivo caramello salato, caramella mou, ed il sempre presente frutto di bosco. Infinita la persistenza.

Abbiamo voluto non a caso partire dalla degustazione per descrivere l’Alto Adige Doc Pinot Nero Riserva 2016 Vigna Ganger” di Girlan. Un’etichetta che si racconta da sola, per la capacità di rappresentare un vitigno, un territorio, una regione. Una nazione. Uno dei volti più prestigiosi del Pinot Nero italiano.

L’uva selezionata viene raccolta a mano a metà settembre e riposta in piccoli contenitori per il trasporto nella cantina Girlan. Qui, un quinto del Pinot Nero viene vinificato a grappolo intero. Passa per gravità nei tini d’acciaio inox, in cui avviene la fermentazione. Un processo durato 25 giorni in occasione della vendemmia 2016.

A fermentazione malolattica avvenuta, Girlan procede con l’affinamento per 20 mesi in barrique e successivamente ad un ulteriore affinamento in bottiglia, che si protrae per 18 mesi. Un vino, il Pinot Nero Riserva 2016 “Vigna Ganger” di Girlan, inserito nella Guida Top 100 Migliori vini italiani di WineMag.it 2021.

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Cinque vini sotto i 15 euro per le Feste dalla Top 100 Migliori vini italiani WineMag.it

Cinque vini dall’ottimo rapporto qualità prezzo, inferiore ai 15 euro, per le Feste di Natale e Capodanno dalla Top 100 Migliori vini italiani 2021 di WineMag.it. Si tratta di etichette inserite nella sezione “Vino quotidiano” della Guida Vini edita dalla nostra testata indipendente, grazie a una rigorosa degustazione alla cieca.

  • Pavia Igt Chardonnay 2019 “Il Fermo”, Finigeto
    Giallo paglierino, leggeri riflessi verdolini. Naso tipicissimo, con un po’ di agrume e frutto pieno. In bocca si allarga sulla frutta esotica ma in chiusura di sipario sorprende per la matrice calcarea e per quanto risulti asciutto ed equilibrato. Un’ottima espressione dello Chardonnay in Oltrepò pavese.
  • Capriano del Colle Doc 2019 “Fausto”, Lazzari
    Giallo paglierino, acceso. Naso con tocco di mandorla, frutta esotica, ananas. Gran bella “spinta” calcarea. Bella verticalità, sembra quasi un bianco di montagna. Asciutta la chiusura, elegantissima.
  • Lazio Igp Moscato 2019, Casa della Divina Provvidenza
    Giallo paglierino, naso pieno, aromatico. Banana, ananas, tocco tropicale e di lime che raddrizza il sorso. Ben equilibrato e bel retro olfattivo. Un ottimo “vino quotidiano”, a un passo dall’ingresso nella “Top 100” WineMag.it 2021.
  • Lacryma Christi del Vesuvio Rosato 2019 “Munazei”, Casa Setaro
    Rosso carico, corallo. Naso con richiami esotici, ma anche di fragoline, lamponi, ribes e banana. Bel sorso pieno con un allungo fresco e salino su note agrumate.
  • Sicilia Monreale Doc Bianco 2019 “Murriali”, Baglio di Pianetto
    Giallo paglierino, naso non esplosivo, delicato, floreale fresco e fruttato. Vino che riempie bene la bocca, in un gioco prezioso tra morbidezze e durezze. Bella macchia mediterranea sul frutto esotico maturo.

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Cinque vini dolci per Natale dalla Guida Top 100 Migliori vini italiani 2021 di WineMag.it

Cinque vini dolci per Natale dalla Top 100 Migliori vini italiani 2021 di WineMag.it, la Guida Vini edita dalla nostra testata indipendente, grazie a una rigorosa degustazione alla cieca.

  • Alto Adige Doc Gewurztraminer Passito 2018 “Cresta”, Rottensteiner
    Giallo dorato. Naso freschissimo, sorso pure. Grandissima precisione sia nella parte olfattiva che gustativa. Frutta tropicale matura, miele, crema pasticcera che cedono il passo ad una beva scorrevole e soddisfacente.
  • Colli Orientali del Friuli Docg 2012 Picolit, Valentino Butussi
    Se sai dove “andrà a finire” negli anni, con l’evoluzione, non lo bevi oggi. Il consiglio, dunque, è quello di acquistare più di una bottiglia, per valutarne i positivi effetti del lungo affinamento. Perfetto oggi, con le suadenti note dolci ed equilibrate, grandioso domani, quando inizierà a virare su note ben più complesse.
  • Moscato d’Asti Docg 2018 Vigna Manzotti “Matot”, Simone Cerruti
    Un Moscato tipico. Identitario. Elegante ed equilibrato, non si concede agli eccessi in nessun verso, rimanendo fedele a se stesso e alla terra unica in cui nasce. Sorso affilato che asseconda la dolcezza, senza nasconderla.
  • Toscana Igt Passito rosso biodinamico “Sine Felle”, Podere Casaccia
    Vino che si distingue, accendendo la luce sui vini dolci. Si aggiunga il recupero di vecchi cloni di Sangiovese e Canaiolo da parte dell’azienda guidata da Roberto Moretti, per la produzione (in sole 600 bottiglie) di un nettare che sa di fico maturo, di dattero e – soprattutto al naso – si comporta come un rosso secco. In bocca, la freschezza risulta perfettamente integrata con la dolcezza e suggerisce abbinamenti avventurosi.
  • Marsala Vergine Riserva Doc 1995 “La Villa Araba”, Martinez
    Un pezzo di storia di Marsala nel calice, in tutti i sensi. La cantina di Carlo Martinez è uno degli emblemi della grandezza eterna di Marsala, che con questo vino tiene alta la bandiera di una denominazione sciaguratamente snobbata. Rapporto qualità prezzo eccezionale.

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degustati da noi vini#02

Cinque vini rossi per Natale dalla Top 100 Migliori vini italiani 2021 di WineMag.it

Cinque vini rossi per Natale dalla Top 100 Migliori vini italiani 2021 di WineMag.it, la Guida Vini edita dalla nostra testata indipendente, grazie a una rigorosa degustazione alla cieca.

  • Barbera d’Asti Superiore Docg 2016 “Litina”, Cascina Castlet
    Inconfondibilmente Barbera. Frutto succoso, grondante, ben sostenuto da accenni di spezia e freschezza. In bocca gioca a fare la preziosa, svelandosi poco a poco. Bell’allungo speziato. Eleganza pura.
  • Amarone della Valpolicella Docg Classico Bio 2011 “Morar”, Valentina Cubi
    Colore seducente. Naso di frutto, di cuoio, sanguigno, ferroso, spezia, bacca di ginepro. Tutti profumi portati su da un alcol che fa da sprint ed è tutt’altro che disturbante. In bocca perfetta armonia tra note di frutta matura ed i ritorni di cuoio e liquirizia. Chiude sulla bacca di ginepro ed un tocco di prugna.
  • Colli Euganei Doc Merlot 2018 “Poggio alle Setole”, Vigne al Colle
    Rosso rubino, riflessi violacei. Un Merlot particolarmente espressivo, vero, tipico. Accenni verdi che donano freschezza alla parte di frutto maturo ed alla spezie dolce, liquirizia soprattutto. Grande bevibilità.
  • Toscana Igt 2015 “Cà”, Podere Fedespina
    Bel colore carico, gran bel frutto per un vino figlio della sua terra, anzi del suo terreno. Radici profonde che si fan largo tra il calcare. Ne risulta un sorso asciutto, di gran prospettiva, tra la pienezza dei primari e una riequilibrante verticalità. Quando si dice “in vino veritas”.
  • Colli di Salerno Igt Aglianico 2016 “Borgomastro”, Lunarossa
    Rosso rubino splendido. Al naso un gran frutto di bosco, tocchi di spezia nera e macchia mediterranea. In bocca meravigliosamente coinvolgente con le sue note di frutta croccante. Gran lunghezza. Un vino che sorprende per precisione.

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Menat, il vino calabrese in anfora georgiana: Gianni Lonetti fonda una nuova cantina

Nicola Finotto e Michele Vitale, in arte Menat, ne hanno fatta di strada dopo l’inserimento nella Top 100 Migliori Vini italiani di WineMag.it, nel 2019. I loro vini calabresi in anfora georgiana (qvevri) prodotti a a San Nicola dell’Alto, in provincia di Crotone, sono ora distribuiti in diversi Paesi d’Europa e del mondo.

Un progetto a cui ha contribuito come conferitore anche Gianni Lonetti, che nel maggio 2020 ha fondato la propria azienda, incentrato sulla vigna vecchia in contrada Fragalà di Melissa. Un terreno di 1 ettaro e mezzo, da cui hanno preso vita i primi vini di punta di Menat: “Ji Jian” e “Greko”, base Gaglioppo e Greco Bianco. Le uve tipiche della zona.

Nonostante la rottura con Lonetti, il progetto originario di Menat – vocabolo che significa “Domani” nella lingua della comunità arbëreshë locale – non cambia. La convinzione resta quella che il vino debba essere “naturale, senza la minima aggiunta di chimica, ma senza difetti e di grande bevibilità”.

La prova del calice convince appieno. Il Calabria Igt rosato “Menate Zero” dice tutto sin dal nome: un vino agile, di grande beva, che si apre con l’ossigenazione su ricordi di fiori di rosa e note di frutti di bosco, agrumi e una spezia leggera, dosatissima. Il classico rosato da bere ‘a secchiate’.

La Riserva “Ji Jian”, ottenuta da mosto fiore di Gaglioppo maturato 8 mesi in anfora georgiana, si presenta di un color mattone e sfodera un naso talcato, balsamico, con ricordi di arancia rossa, anice, mentuccia. Tannino disteso ed ennesimo vino dalla beva instancabile, sapida e di lunga persistenza.

Infine il Greco Bianco macerato “Greko”, ottenuto mediante contatto di 7 mesi con le bucce e una doppia torchiatura. Colore splendido e naso che segue a ruota, tra ricordi di zenzero candito, curcuma, fiori di sambuco e albicocca matura.

Bassa l’acidità e bassa la percentuale d’alcol in volume per questo vino bianco calabrese del tutto singolare e unico, la cui spina dorsale è rappresentata dalla piacevole percezione “tannica”, conferita dalla lunga macerazione.

Le prime tre etichette di Menat, che produce circa 4 mila bottiglie l’anno, sono finite non a caso in mezza Europa e nel mondo. Una storia di successo, che in realtà ne cela un’altra. Quella di Gianni Lonetti che, dopo la rottura con i due fondatori, sta costruendo il suo futuro accanto a uno dei vignaioli calabresi più in vista: Francesco De Franco di A’ Vita – Vignaioli in Cirò.

“In attesa che la mia cantina venga realizzata – spiega Lonetti a WineMag.it – ho vinificato la mia prima etichetta a casa di un maestro del vino calabrese, come De Franco. Il vino, ottenuto proprio dalla vigna di contrada Fragalà da cui nascevano i vini di punta di Menat, è un uvaggio di Gaglioppo (70%) e Magliocco (30%): si chiama ‘Juru‘, vendemmia 2019“.

Per il momento, Gianni Lonetti ha abbandonato le qvevri georgiane. “Ma quando potrò tornare a vinificare in proprio – spiega – tornerò alla terracotta. Non a quella georgiana: sto pensando alla spagnola o, ancora meglio, all’italiana”.

Il giovane vignaiolo di San Nicola dell’Alto sta sperimentando le Tinajas, ma sembra preferire il tricolore, in particolare quello dell’azienda leader mondiale nella produzione di vinificatori in terracotta: “Mi stanno convincendo particolarmente le anfore di Artenova – ammette – prodotte a Impruneta, in Toscana”.

Le novità non finiscono qui. Il vignaiolo Lonetti potrà contare su ulteriori 5 ettari di vigneto, in una posizione particolare, ovviamente sempre in Calabria. “Per via dei cambiamenti climatici – rivela a WineMag.it – ho deciso di spostarmi dalla costa verso l’entroterra, con altri 5 ettari di vigneto a Pallagorio, altro paese di tradizione arbëreshë, non lontano da San Nicola dell’Alto”.

Una scelta di campo importante. Il Comune – poco più di mille abitanti – si trova sempre in provincia di Crotone, ma a ridosso dei monti della Sila: “Per l’esattezza – spiega Lonetti – pianterò Gaglioppo e Greco Bianco, a 554 metri sul livello del mare“. Insomma, c’è tanta carne al fuoco tra le nuove leve del vino calabrese.

© Riproduzione riservata di testi e foto

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Cinque vini bianchi per Natale dalla Top 100 migliori vini italiani WineMag.it

Cinque vini bianchi per Natale dalla Top 100 Migliori vini italiani 2021 di WineMag.it, la Guida Vini edita dalla nostra testata indipendente, grazie a un rigoroso blind tasting.

  • Alto Adige Doc Chardonnay 2018 “Flora”, Girlan
    Giallo paglierino, riflessi dorati. Nota mielata di primo naso. L’ingresso in bocca è morbido per poi affilarsi grazie alla viva freschezza. Ricco e con una intrigante complessità data dal varietale, non dall’affinamento. Di grande eleganza, bilancia sapientemente note citriche e cremosità da pasticceria.
  • Soave Doc 2017 “Le Cervare”, Zambon
    Giallo paglierino. Al naso una pietra focaia “didattica”, esuberante. Il vulcano ammansisce fiori e frutti pur presenti, dimostrando come il vino sia ancora giovanissimo. In bocca una buona freschezza e grande sapidità, su note di frutta matura ed una leggera chiusura citrica. Persistenza da campione.
  • Vino bianco “Escamotage”, Simone Cerruti
    Giallo paglierino carico. Naso splendidamente aromatico. Salvia, mentuccia, uva sultanina, eucalipto, verbena. In bocca domina una gran vena salina. Dritto e verticale, con ritorni del varietale in chiusura. Un vino gastronomico che dà il meglio di sé a tavola.
  • Trebbiano Spoletino Igt 2019 “Maceratum”, Fongoli
    Orange. Naso di erbe, radice di liquirizia, zenzero ed agrume candito. In bocca tannino non ruvido ma presente, a sua volta stuzzicato da un agrume succoso. Chiude su ritorni di radice di liquirizia, lungo. Accenno di sale e gran freschezza. Vino manifesto di un movimento, quello dei cosiddetti “vini naturali”, che troppo spesso si perde in sofismi. Ma quando fa sul serio, fa sul serio. Così.
  • Melissa Doc Greco di Bianco 2019 “Caraconessa”, Fezzigna
    Giallo paglierino. Bel naso di bergamotto, agrumi, erbe mediterranee. Leggero tocco di spezia bianca. Sorso teso ma agile, lungo sulla freschezza e su ritorni di agrumi. Vino manifesto del vitigno e della zona.

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Cinque spumanti per Natale dalla Top 100 migliori vini italiani WineMag.it

Cinque spumanti per Natale dalla Top 100 Migliori vini italiani 2021 di WineMag.it, la Guida Vini edita dalla nostra testata indipendente, grazie a un rigoroso blind tasting.

  • Alta Langa Docg Brut 2014 “Cuvée Leonora”, Cascina Bretta Rossa
    Un vero e proprio vino di terroir, ottenuto da uve Pinot Nero e Chardonnay, allevate a 400 metri sul livello del mare. Giallo paglierino, riflessi dorati. Perlage fine e persistente. Note di frutta matura, mineralità calcarea, piacevole freschezza. Armonico in bocca, chiude su una leggera vena amaricante.
  • Vsq Metodo classico Nature “Ugo Botti”, Tenuta la Vigna
    Guarda un po’ che succede (di molto bello, s’intende) a un passo dalla Franciacorta. Lo Champenoise di Tenuta la Vigna si presenta di un giallo paglierino con rifessi dorati. Perlage molto fine e molto persistente. Nota di pasticcera classica dello Chardonnay, a far da sottofondo ad agrumi e frutti perfettamente maturi. Chiusura su sale e liquirizia netta. Bello il profilo calcareo, che regala un sorso asciutto. Una perla, in una gamma più che mai completa.
  • Vsq Metodo classico Blanc de Blancs Extra Brut, Monsupello
    La maison dell’Oltrepò pavese tiene alta la bandiera del territorio con uno Champenoise di pura classe, ottenuto da uve Chardonnay in purezza. Giallo paglierino, riflessi dorati. Perlage molto fine e molto persistente. Al naso tocco di liqueur, poi gelsomino, frutto maturo, esotico. Centro bocca salino e cremoso, dritto e freschissimo. Gran chiusura su note di crema pasticcera.
  • Lessini Durello Doc Riserva 2016 Pas Dosè, Dal Maso
    Non sbaglia un colpo la cantina Dal Maso, che ha scelto di scendere in campo nella sfida degli spumanti Metodo classico base Durella. Carattere ed estrema gastronomicità per questo spumante che racconta bene l’annata.
  • Asolo Prosecco Superiore Docg 2019 Extra Brut, Tenuta Amadio Rech Simone
    Uno spumante di grandissima stoffa, ottenuto da vecchie viti. Perlage fine e molto persistente. Naso burroso, tocco di lievito e note di ananas, banana, papaia. Ingresso di bocca minerale, per poi ritornare su un frutto pienissimo e perfettamente maturo anche nel lungo finale, fresco e preciso. Il perlage ‘lavora’ benissimo sulla frutta matura, conferendo cremosità assoluta. La gemma in una gamma completa, di altissimo livello. Azienda da tenere in assoluta considerazione nel panorama di Asolo e del Prosecco Superiore.

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Terre di Petrara è la Miglior cantina d’Italia 2021 WineMag.it

ROMA – Il premio Miglior Cantina d’Italia 2021 di Winemag.it va alla cantina Terre di Petrara di San Mango sul Calore, comune della provincia di Avellino, in Irpinia. Una realtà capace di affermarsi in una fase cruciale: quella del passaggio generazionale, all’iterno della famiglia Simonelli.

“Questo premio che ci ha emozionato – sottolinea Giuseppe Simonelli, architetto e responsabile oggi della cantina di famiglia – perché abbiamo immaginato la gioia che avrebbe potuto dare ai nostri nonni e a chi ci ha messo in condizione di entrare in questa realtà. L’obiettivo di mantenere il sapore dei vini come era una volta si è rivelato un cardine fondamentale per raggiungere questo traguardo durante una degustazione alla cieca delle bottiglie”.

“Si tratta di un premio che ci stimola a continuare lungo la strada intrapresa e a ricercare una qualità sempre maggiore, pur conservando la tradizione”, fa eco Claudia Simonelli, economista e grande appassionata di vendemmia, appena reduce dalle fatiche sul campo.

Il grande valore aggiunto deriva proprio da quei terreni delle nostre proprietà e dalle loro caratteristiche straordinarie. Siamo sempre più certi che oltre il marchio ci sia un prodotto che offre la testimonianza dei sapori autentici: questo riconoscimento è proprio un invito a non cambiare mai le cose importanti”.

“Nell’ambito della degustazione alla cieca – commenta Davide Bortone, direttore di WineMag.it – la redazione si è espressa con voto unanime sul premio a Terre di Petrara, Miglior cantina d’Italia 2021. L’Irpinia è una terra straordinaria”.

“Dipinta così bene nel calice, mostra quanto la strada intrapresa da una larga parte della Campania del vino sia quella corretta: qualità, riconoscibilità delle peculiarità del terroir e grande lustro ai vitigni locali. Un premio – conclude Bortone – che, ci auguriamo, serva ad accendere la luce sull’Irpinia anche dal punto di vista dell’enoturismo, vera chiave del futuro di tutto il Made in Italy enologico”.

L’EVENTO
La premiazione e il momento conviviale con gli esperti del settore si è tenuto a Roma presso il ristorante Sa Cardiga, in sardo “La Graticola”. I titolari Alessandro Biagiotti e Alberto Boi con lo Chef Andrea Catania hanno proposto per una volta un menù dalle venature, dai colori e dai sapori della Campania felix e dell’Irpinia, con caciocavallo impiccato, scialatielli alle melanzane e manzo di prima qualità, innaffiato dall’ottimo Taurasi Docg e dal Fiano di nobile provenienza.

Dal prossimo 22 ottobre, a cadenza settimanale verrà inaugurata una Wine Experience in centro a Roma, presso lo Spazio Canova 22, nell’omonima traversa di Via del Corso, nei locali di un’antica fornace per il pane. Sarà proposta una degustazione di vini e prodotti tipici che vedrà come protagonista l’Irpinia.

“Periodicamente – prosegue Giuseppe Simonelli – vorremmo in futuro dare la possibilità di fare un’esperienza diretta nella nostra terra, per visitare i vitigni, la cantina e degustare i prodotti direttamente sul luogo di produzione. In termini di promozione e digitalizzazione, tra poche settimane attiveremo il nostro e-Commerce, che permetterà una più semplice e sicura pianificazione degli ordini”.

Il sito www.terredipetrara.it invece è attivo e consultabile per tutte le informazioni che riguardano l’azienda e i vini. “La logistica verrà semplificata in modo da ottimizzare ogni trasporto e velocizzare i tempi di risposta in modo intelligente e funzionale”, anticipa Simonelli.

“Gli obiettivi futuri della nostra azienda – prosegue il giovane manager – fanno parte di un ampio programma di pianificazione che prevede eventi, esperienze, promozione, logistica e nuovi prodotti”.

Per ora è stata avviata una produzione limitata che riguarda il Taurasi magnum ed il Taurasi riserva. A breve si intenderà inaugurare la commercializzazione dell’olio di oliva, altra eccellenza Irpina.

TERRE DI PETRARA E L’IRPINIA
Terre di Petrara si trova a San Mango al Calore, nella verde Irpinia, la parte più interna dell’entroterra campano. Questa zona, caratterizzata da un paesaggio collinare e dalle distese boscose, rappresenta un luogo intriso di memoria e di antica cultura.

Qui ha inizio la storia della famiglia Simonelli, che da secoli raccoglie i frutti della propria terra. Al 1816 risalgono le prime scritture ufficiali di questo percorso, oggi fedelmente riportati sulle etichette delle bottiglie.

La produzione a carattere locale era riservata a pochi intimi fino al 2009, quando i tre fratelli Giuseppe, Alberto e Mario Simonelli decisero di proporre i vini al pubblico affinché fossero apprezzati anche al di fuori dei propri confini. A vegliare sulle coltivazioni vi è una maestosa quercia centenaria, testimone della storia della Famiglia e del suo territorio, che oggi si pone quale simbolo nel logo di Terre di Petrara.

“Noi consideriamo il vino come convivialità e come atto di generosità – sottolinea Claudia Simonelli –. Nei tempi in cui le case dei nostri nonni erano aperte a tutti, si utilizzavano questi prodotti come momenti dello stare insieme. Ci piace immaginare che le persone che aprono questo vino vogliano cogliere l’occasione per condividere con i propri cari e amici i loro momenti più intimi”.

“Terre di Petrara – continua – è una realtà nuova per noi giovani che ci inseriamo in un mondo che prima vedevamo solo da lontano. Curiosi e determinati ad imparare il mestiere, abbiamo approfondito i temi legati alla terra, alla viticoltura e alla produzione, stimolando una grande passione per queste attività”.

La nostra missione consiste nel portare l’Irpinia al di fuori dei confini attraverso le sue meraviglie: questa terra può diventare un attrattore naturale nonché un motore che attiva un circuito basato sui prodotti e sui frutti della terra. Del resto le castagne, le nocciole, le olive, i formaggi e i salumi sono tutti prodotti che in Irpinia raggiungono altissimi livelli di qualità”.

“Noi giovani – conclude Claudia Simonelli – abbiamo il ruolo di proseguire un lavoro iniziato da molti anni e cercare di espandere la cultura dell’entroterra campano. La sfida più grande è stata quella di conservare il sapore originale gustato da chi stappò quel vino la prima volta, imbottigliando l’autenticità e lo stile che da sempre contraddistinguono la tradizione familiare”.

LE ORIGINI E LA CANTINA
La tradizione vitivinicola della famiglia Simonelli risale al 1816, anno in cui compaiono alcune documentazioni che testimoniano l’utilizzo dei terreni per la coltivazione della vite.

Terre di Petrara nasce nel 2009 dalla volontà di Giuseppe Simonelli, classe 1934, con la volontà di accrescere una produzione che in precedenza era destinata esclusivamente a famiglia e amici. Da subito l’azienda si pone il nuovo obiettivo di raggiungere un pubblico più ampio, comunque conservando i sapori dei vini che gustavano i nostri avi.

Ad oggi la produzione annua è di circa 30 mila bottiglie tra Taurasi Docg, Aglianico Dop e Fiano Dop, vini che hanno consentito alla cantina di aggiudicarsi il premio Miglior Cantina d’Italia 2021 di WineMag.it. I terreni appartenenti a Terre di Petrara hanno una dimensione di 8.5 ettari; 3 ettari sono dedicati alla coltivazione del vitigno Fiano e 5.5 ettari sono invece dedicati al vitigno Aglianico.

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Guida Top 100 migliori vini italiani 2021 WineMag.it: cantina dell’anno in Campania

Guida Top 100 Migliori vini italiani WineMag.it alla terza edizione, dopo l’esordio nel 2018. Confermata la scelta ecologica dell’e-book, in vendita su Amazon Kindle. Gli introiti serviranno a finanziare l’attività della nostra testata giornalistica, fieramente una delle poche realtà indipendenti nel panorama della critica enogastronomica italiana ed europea.

Anche quest’anno, la scelta delle etichette è giustificata da pochi, semplici dettami. Al centro dell’attenzione, su tutto, la tipicità e il rispetto del varietale: bando al cosiddetto “gusto internazionale” – ormai cambiato, anche grazie a consumatori sempre più attenti all’autenticità e alla territorialità – e a scelte “commerciali” che tendono a uniformare le diverse Denominazioni del vino italiano.

Fortemente connesso al primo caposaldo c’è il nostro desiderio di sotterrare l’ascia dell’integralismo e del “razzismo enologico“: ciò che deve colpire è il vino nel calice, non la filosofia produttiva (“convenzionale”, “naturale”, etc).

L’altro focus della Top 100 Migliori vini italiani di WineMag.it è su produttori e vignaioli che puntano sulla valorizzazione delle espressioni dei singoli “cru” del proprio parco vigneti.

In un anno come il 2020, segnato dalla pandemia Covid-19, capace di condizionare pesantemente anche il mercato internazionale del vino, speriamo di aver costruito una “carta” di vini italiani alla portata di tutti, capace di mostrare la bellezza dell’Italia, in una bottiglia di vino.

Un obiettivo centrato da Terre di Petrara, che WineMag.it premia “Miglior cantina dell’anno2021. L’azienda della famiglia Simonelli si trova in Irpinia, nel profondo entroterra della Campania.

Si tratta di una realtà storica, le cui prime tracce risalgono al 1816. “Una produzione a carattere locale riservata a pochi intimi fino al 2009”, spiegano i tre fratelli Giuseppe, Alberto e Mario Simonelli, che in quell’anno hanno deciso di “proporre i vini al pubblico, affinché fossero apprezzati anche al di fuori dei propri confini”.

Simbolo della cantina Terre di Petrara, una maestosa quercia centenaria, testimone della storia della famiglia e del suo territorio. Il manifesto della cantina è chiaramente in linea con la modernità elegante di cui WineMag.it vuole farsi testimone (e promuovere) nel mondo del vino italiano.

“La sfida più grande – sottolineano di fatto i fratelli Simonelli nel presentare la filosofia aziendale – è stata quella di conservare il sapore originale gustato da chi, quel vino, lo stappò la prima volta, imbottigliando l’autenticità e lo stile che da sempre contraddistinguono la tradizione familiare”. Missione compiuta. Nel calice.

Davide Bortonedirettore responsabile WineMag.it

[Scrivici una mail per partecipare alla prossima edizione della Guida Top 100 migliori vini italiani WineMag.it]

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Gli Editoriali news news ed eventi

Patto sul vino di qualità in Gdo: sì di Coldiretti all’ipotesi di WineMag.it

EDITORIALE – Nei giorni scorsi, attraverso un editoriale, avanzavo la proposta di un “Patto sul vino di qualità” nella Grande distribuzione. L’ipotesi piace a Coldiretti che, attraverso il responsabile nazionale settore Vino, Domenico Bosco, si dice pronta ad aderire, dando seguito alla richiesta di un tavolo di lavoro, coordinato dal Mipaaf e partecipato dalle insegne Gdo, al quale possano sedersi gli attori della filiera del vino italiano, assieme ai rappresentanti delle associazioni che, ad oggi, faticano a trovare spazio sugli scaffali del supermercato, per via delle dinamiche attuali.

È il caso di realtà come la Federazione italiana vignaioli indipendenti (Fivi) o di VinNatur, espressioni di “trend” che, messi a sistema, potrebbero rendere un grande servizio al settore traino dell’agroalimentare italiano.

Il “Patto sul vino di qualità” nella Gdo consentirebbe ai piccoli produttori, maggiormente colpiti da calamità come dazi ed epidemie (vedi Covid-19), di poter contare su un altro segmento di vendita, da accostare a un’Horeca in ginocchio e a rischio, oggi come in futuro.

Il tutto, ovviamente, non senza una modifica organica della percezione del “Vino di qualità” all’interno dei supermercati, che prenda avvio dalle scaffalature e dai display per trovare pieno compimento in aspetti come le logiche di approvvigionamento, atte a valorizzare l’artigianalità del Made in Italy enologico.

Un piano strutturale, insomma, che consenta da un lato alla Gdo di alzare lo scontrino medio alla voce “vino”. E, dall’altro, ai produttori di qualità di vedersi riservato un trattamento Horeca (in termini di assistenza al cliente, corretta rotazione del prodotto e valorizzazione dello storytelling e dell’esclusività) sotto il tetto di una Gdo sempre aperta al pubblico e meno soggetta ai cicli mestruali della politica internazionale e di Madre Natura.

“Aderiamo a questa ipotesi? Sicuramente sì – commenta il responsabile nazionale settore Vino di Coldiretti, Domenico Bosco – ma con una premessa: che non si voglia parlare di annullare l’Horeca in favore della Gdo, anche perché da sola, la grande distribuzione, non può sostituire in toto la rete di enoteche e ristoranti in cui trova ‘sfogo’ il vino di qualità italiano”.

“La situazione attuale, come dimostrano i dati in possesso di Coldiretti – continua Bosco – dimostra che l’azzeramento delle vendite dei negozi fisici Horeca ha portato a un incremento tra il 4 e il 10% della Gdo e del sostanziale raddoppio del giro d’affari dell’online, che passa dall’1% a meno del 3%”.

Chiaro che una maggiore attenzione della Gdo ai prodotti di nicchia, messa a sistema e non solo riservata alle scelte di singoli o isolati punti vendita, potrebbe portare benefici a tutto il settore del vino italiano”.

“Più in generale – continua Bosco – non va dimenticato che alcune delle battaglie di Coldiretti si sono rivolte proprio alla Grande distribuzione. In questo senso, un ‘Patto sul vino’ che garantisca ai piccoli produttori una giusta remunerazione e una sostanziale ‘protezione’ da eventuali fenomeni di speculazione, non può che trovarci favorevoli”.

Anche perché per i produttori di nicchia si tratterebbe soltanto di avere un’opzione in più per giocarsi la vendita dei loro vini di qualità, in una Gdo che dovrebbe attrezzarsi per garantire gli standard delle enoteche”.

“Un eventuale ‘Patto sul vino’ che veda protagonisti piccoli produttori e insegne – conclude il responsabile nazionale settore Vino di Coldiretti – potrebbe inoltre favorire ulteriormente il trend positivo del biologico e della valorizzazione delle produzioni di nicchia di ogni singola regione d’Italia”.

A comprovare la necessità di una piano strutturale che veda protagonista il vino in Gdo sono gli ultimi riscontri dai Consorzi. Covid-19 sta infatti portando soldi nelle casse dei produttori disposti a dialogare con la Grande distribuzione. Risalgono a ieri i dati del Chiaretto e del Bardolino, due grandi denominazioni del Veneto.

“Assecondando le esigenze delle famiglie – commenta Franco Cristoforetti, presidente del Consorzio di tutela del Chiaretto e del Bardolino – la Gdo ha incrementato la domanda di vini quotidiani e accessibili, capaci di esprimere una precisa identità e una qualità molto affidabile. Noi che abbiamo spinto il Chiaretto e il Bardolino in questa direzione stiamo raccogliendo frutti anche in una fase così delicata”.

I numeri danno la misura del fenomeno: 2,6 milioni di bottiglie di Chiaretto piazzate nei primi tre mesi del 2020 dai produttori gardesani nella grande distribuzione. Mezzo milione in più del primo trimestre dello scorso anno (+21,1%). Il Bardolino è a 3,6 milioni (+2,6%).

E a parlare della necessità di diversificazione dei segmenti, sempre in Veneto, è Cantina di Negrar. “Se c’è un messaggio che il settore enoico deve cogliere da questa situazione drammatica è proprio la necessità di rispondere velocemente alle nuove dinamiche cambiando le proprie strategie”, commentano all’unisono Renzo Bighignoli e Daniele Accordini, presidente e direttore della cooperativa della Valpolicella.

Il tutto, mentre si assiste allo stravolgimento delle dinamiche generali dei due segmenti. Mai, in un settore ‘Horeca centrico’ come quello del vino italiano – almeno dal punto di vista della comunicazione – si è parlato così tanto di Gdo. E mai l’Horeca ha bistrattato tanto i produttori di vino di qualità, nel momento del bisogno.

Lo si evince dalle dichiarazioni di alcuni chef stellati italiani. I fratelli Costardi, a Vercelli, prevedono di rimodulare le forniture di vino, introducendo il conto vendita. Lo chef dell’Imbuto di Lucca, Cristiano Tomei, pensa invece di “ridurre la cantina del ristorante” per salvare i posti di lavoro. Una guerra inattesa, che rischia di generare esodi inaspettati, forse ormai inevitabili. Esodi da sigillare con un “Patto”, per accendere la luce lungo il cammino.

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Lettera aperta di un sognatore

In questo periodo difficile per tutti, noi di WineMag.it e Vinialsuper.it abbiamo scelto di confermare in maniera ancora più ferrea la nostra linea di rispetto assoluto nei confronti dei lettori, che si manifesta da sempre nella netta differenziazione tra pubblicità e informazione.

Riteniamo questo punto fondamentale per dare il nostro contributo a un settore, quello della stampa enogastronomica, che soffre di una crisi di autorevolezza e credibilità – al di là della congiuntura economica – proprio a causa del progressivo svilimento etico e deontologico, che genera inaccettabili commistioni tra pubblicità e giornalismo.

Tutti lo sanno, nessuno ne parla: ebbene, abbiamo deciso di rompere il ghiaccio, costi quel che costi, sperando di essere seguiti da altri e di non rimanere soli con le spalle al muro, come spesso capita in Italia a chi alza la mano per primo. In ogni caso, è un rischio che deve assumersi chi ha a cuore l’informazione prima del portafogli.

Non intendiamo dunque partecipare ad alcun “tasting online”, “Splashmob”, “degustazione virtuale” proposta dagli uffici stampa in questi giorni alle nostre testate. Crediamo che qualsiasi cantina che intenda parlare, attraverso i nostri canali, con i nostri lettori, debba consentirci di veicolare correttamente tali attività codificandole come “pubblicità”, al posto di mascherarle da “informazione”.

Non sappiamo come arrivino a fine mese molti colleghi. Di certo, noi di WineMag.it e Vinialsuper.it non siamo in grado di vivere grazie ai campioni gratuiti che le aziende (generosamente) sono abituate ad elargire a testate e blog vari, grazie alla mediazione di uffici stampa lautamente retribuiti.

Intendiamo dunque interrompere il cordone ombelicale, consci che questa scelta ci costerà ulteriori problemi in un settore che vive di ripicche e vendette trasversali, specie nei confronti di chi non cede al paradigma del “do ut des”. Cordiali saluti

Davide Bortone, direttore responsabile WineMag.it -Vinialsuper.it

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Il silenzio sui dazi Usa di Trump. E i “dazi” della critica enogastronomica italiana

EDITORIALE – Da un lato i dazi di Trump, che potrebbero decimare (se non annientare) le esportazioni di vino italiano negli Usa, soggette al 100% di ricarico. Dall’altro gli attacchi social di qualche produttore di vino del Belpaese alle “testate giornalistiche” italiane, colpevoli di non fare abbastanza informazione sull’argomento: “Tutto tace“, scrive per esempio il vignaiolo Fivi piemontese Gianluca Morino su Facebook. Un quadro che mette a nudo il sostanziale stallo – per non parlare della vera e propria involuzione – dell’editoria enogastronomica italiana. La situazione – se non fosse chiaro – è drammatica. Da una parte e dall’altra della bottiglia. O della penna, s’intende.

Chi chiede alla stampa di schierarsi non sa – o non considera – che il giornalismo (non solo quello enogastronomico) in Italia è sostanzialmente morto. Si scrive in prima persona, si attacca chi prova a cambiare il sistema, si accusa di far marchette chi, nella duplice veste di editore e direttore responsabile di una testata, cerca di tenere in piedi tra mille sacrifici personali gli unici due progetti editoriali “di rottura” presenti in Italia.

Una duplice veste dettata, appunto, dall’assenza di editori puri, interessati a promuovere contenuti più che pubblicità. Un invito spassionato giunga a chi oggi si appella alle “testate giornalistiche” contro i dazi di Trump: chiedete di difendervi – facendo i nomi – a chi vi prospetta premi per portare i vostri vini in giro per il mondo, per cifre che si aggirano attorno ai 30 mila euro.

Chiedete di prendere posizione a chi intasca i vostri soldi per due foto col vostro vino in mano pubblicate su Instagram, col nome dell’account che richiama l’Ais (Associazione italiana sommelier). Chiedete di difendere il Made in Italy enologico a quelle testate a cui pagate fior di redazionali, mai pubblicati come tali.

Perché chi si sorprende del silenzio, spesso, è lo stesso che alimenta forme alternative all’informazione professionale. E non è il caso di Morino. La stampa, insomma, pare tornar buona solo al momento del bisogno.

Potremmo scrivere tutti a Trump, o potremmo averlo già fatto, senza fare troppa pubblicità. Potremmo anche fare tutti fronte comune, ma per cosa? Cosa hanno fatto le istituzioni italiane, sino ad ora, per bloccare Trump?

Troppo poco, se non nulla. L’ultimo comunicato della ministra Bellanova (Mipaaf) riguarda un (seppur nobilissimo) bando Agea per gli indigenti. Non resta che sperare che resti qualcosa di buono sotto al ciuffo di Donald. Cin, cin.

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La “Top 100” 2019 WineMag.it è su Amazon Kindle: ecco i migliori 100 vini italiani

Seconda edizione per la classificaTop 100” di WineMag.it, dopo l’esordio nel 2018 consultabile online. Quest’anno la nostra selezione dei 100 migliori vini italiani “senza bandiera né razza”, che contempla assieme convenzionali, naturali, biologici, biodinamici e senza solfiti aggiunti, è in vendita su Amazon Kindle, a questo link. La guida è consultabile scaricando gratuitamente l’app di Kindle.

Nel 2019, la nostra redazione ha avuto modo di degustare circa 3 mila vini destinati al mercato Horeca (enoteche, hotellerie e ristorazione). La scelta delle migliori 100 etichette è giustificata da pochi, semplici dettami.

Al centro dell’attenzione, su tutto, la tipicità e il rispetto del varietale, che deve risultare scevro da condizionamenti dettati dal cosiddetto “gusto internazionale” e dalle scelte commerciali che tendono a uniformare le diverse Denominazioni del vino italiano.

Fortemente connesso al primo caposaldo c’è il nostro desiderio di sotterrare l’ascia dell’integralismo e del “razzismo enologico“: ciò che deve colpire è il vino, non la tecnica di produzione.

Altro focus della nostra classifica è sui produttori e vignaioli che puntano sulla valorizzazione delle espressioni dei singoli “cru” del proprio parco vigneti.

Riteniamo infatti che la cosiddetta “zonazione” sia un’arma in più in mano al Made in Italy enologico, nel mare magnum del vino internazionale. Non resta che augurarvi buone bevute con la classifica “Top 100” di WineMag.it. Cin, cin.

Davide Bortone – direttore responsabile WineMag.it

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Povero Marsala (parte 3): vini aromatizzati con etichette fuorilegge al supermercato


MILANO –
Etichette fuorilegge al supermercato per i vini aromatizzati a base Marsala. È quanto emerge dalla terza parte della nostra inchiesta sulle sfortunate sorti del vino simbolo della Sicilia. A sbagliare sono alcune insegne della Grande distribuzione organizzata, che sul cartellino del prezzo utilizzano la parola “Marsala” per descrivere quelli che, invece, sono semplici “vini aromatizzati” privi di Doc, come il “Cremovo” o il “Floriovo“.

Non succede al discount, ma nei punti vendita di grandi gruppi come Conad, Esselunga e Iper, La grande i (Finiper). La legge italiana non permette che vengano utilizzati a scopi pubblicitari o esplicativi i nomi che rimandano alle Denominazioni di origine, in accostamento a tipologie (di vini o di altri prodotti) che non rientrano nel disciplinare di produzione delle relative Doc, Dop e Docg.

Emblematico il caso dell’azienda friulana Schianchi Srl che, dal 2018, ha rinunciato all’utilizzo in etichetta del nome dei vini Doc utilizzati per la preparazione delle proprie “gelatine di vino“, per evitare di incorrere in sanzioni.

LA CONFERMA DELL’ESPERTO

“Il Marsala Doc – commenta Michele Antonio Fino, professore associato dell’Università degli Studi di Scienze gastronomiche di Pollenzo – è un ingrediente dei ‘vini aromatizzati’ in questione, come il Prosecco Doc può esserlo di uno Spritz”.

“Se uno imbottiglia dello Spritz e in etichetta ci scrive ‘Prosecco al Select’, ovviamente tutti ci scandalizziamo. La stessa cosa vale per le etichette eventualmente non rispettose della legge, o per i cartellini dei punti vendita che in modo poco accurato, invece di parlare di ‘bevanda a base di vino e uovo’, ancora parlino di ‘Marsala’ all’uovo”.

La più recente modifica del disciplinare di produzione del Marsala Doc, come ricorda Fino, risale al 2014: “Contrariamente a quanto era previsto nella legge del 1950, che fece del Marsala la prima Doc italiana giuridicamente regolamentata, e ancora nella legge di riforma 851 del 1984, oggi non esistono più quelli che venivano chiamati ‘Marsala speciali‘, prodotti con aggiunta di ingredienti diversi dall’uva e dall’alcool di origine viticola”.

“Il ‘Cremovo’, prodotto a base di Marsala Doc e uovo, che ancora era prevista nella legge del 1984 – aggiunge il professor Fino – viene oggi prodotto legalmente da diverse aziende che lo etichettano correttamente come bevanda a base di vino aromatizzato con uovo”.

Con l’autorizzazione del Consorzio di tutela – e solitamente a fronte del pagamento di somme relativamente ingenti – le aziende possono precisare che il vino utilizzato è Marsala Doc. “Tuttavia – conclude il docente di Pollenzo – non è corretto parlare di ‘vino’, nemmeno di ‘vino speciale’ e tantomeno di ‘Marsala Doc’ all’uovo”. Chi cambierà la musica?

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Vigna Solenga 2015, il Buttafuoco storico che illumina la strada all’Oltrepò pavese


“Tanta fatica, tanta passione, tanta volontà. E i risultati, anche se arrivano, sono minimi rispetto allo sforzo necessario per raggiungerli”. Che il Buttafuoco storico “Vigna Solenga” fosse molto più di un semplice vino per la famiglia Fiamberti, era chiaro a tutti. Mai, però, qualcuno era riuscito a sintetizzare così bene il concetto come ha fatto ieri Ambrogio Fiamberti, al Chic’n Quick dello chef Claudio Sadler.

La vendemmia 2015 del rosso simbolo di una delle cantine storiche dell’Oltrepò pavese ha sfilato a due passi dal Naviglio, come un guerriero tornato vincitore in patria col suo esercito, dopo la battaglia. Con l’armatura tirata a lucido e lo sguardo fiero all’orizzonte.

Già, perché è questo l’effetto che fanno i migliori vini di uno dei territori più massacrati d’Italia dalle (il)logiche dei commercianti d’uva, quando superano i confini pavesi per approdare con successo a Milano (città in cui dovrebbero essere presenti per principio costituzionale, nelle carte di tutti i ristoranti che si definiscano tali).

Uno squillo di tromba prodotto in sole 2 mila bottiglie, dunque una vera e propria chicca enologica. Del resto, il Buttafuoco Storico “Vigna Solenga” 2015 è quello che fa dire “buona la seconda” a Giulio Fiamberti, orgoglioso figlio di Ambrogio.

Il cru fu acquistato dai miei antenati nel 1814 e fu ‘ritoccato’ solo negli anni Venti del Novecento. Dopo il necessario reimpianto avvenuto nel 2007, abbiamo dovuto attendere 7 anni prima di poter produrre di nuovo il nostro Buttafuoco Storico, sulla base delle regole del Consorzio fondato nel 1996″.

Peccato che “7 anni”, a partire dal 2007, voglia dire 2014. “Un’annata particolarmente sfortunata in Oltrepò – ricorda Giulio Fiamberti – come in altri territori d’Italia. Eccoci dunque a presentare con grande soddisfazione questa 2015, prima vendemmia della Vigna Solenga dopo il reimpianto“.

UN VINO BANDIERA

Un vino che indica la strada a tutto l’Oltrepò pavese: quella della zonazione e dei “cru“, come leva per puntare alla qualità assoluta, da raccontare ai mercati, dalla vigna fin dentro (e fuori) dal calice.

“Sono assolutamente convinto che l’Oltrepò, così come qualunque altra grande zona di produzione di vini, non sia tutta uguale – commenta Fiamberti -. Ciò non vuol dire che una zona sia migliore dell’altra, ma che ci siano delle specificità da valorizzare in ognuna, prima di tutto a livello ampelografico”.

Un territorio come il nostro – aggiunge il produttore oltrepadano – con differenze impressionanti di altitudini, di microclimi, di terreni e di esposizioni, non può fare a meno della zonazione. Altri territori hanno, per fortuna o sfortuna, una maggiore omogeneità. Da noi, la zonazione diventa non soltanto una strada da seguire: è assolutamente necessaria“.

Un passaggio non ancora affrontato in maniera seria, a livello consortile. “Conforta, per ora – chiosa Fiamberti – che molte aziende simbolo dell’Oltrepò abbiano avviato questo percorso autonomamente, all’interno dei vigneti di proprietà. Chiunque alzi l’asticella nel nostro territorio, per noi è solo un amico e un compagno di viaggio“.

E “l’asticella” oltrepadana si alza anche in enoteca e nella ristorazione, grazie al Buttafuoco Storico “Vigna Solenga” 2015. L’etichetta di Fiamberti sarà in vendita attorno ai 35 euro nelle migliori “botteghe” del vino.

Al ristorante, sarà invece in carta attorno ai 45 euro: il posizionamento che merita un Oltrepò che ha bisogno di sdoganarsi dalle logiche della Grande distribuzione organizzata, puntando a mercati degni del proprio valore.

Del resto, come sottolinea Giulio Fiamberti, “nel ‘Vigna Solenga’ c’è tutta la storia della nostra famiglia e anche il suo futuro, dal momento che per noi il Buttafuoco è la cifra dell’azienda e vogliamo che lo sia sempre di più”.

“Siamo convinti che i cru siano una chiave di successo per tutti i territori che producono grandi vini rossi, tra cui va annoverato l’Oltrepò pavese del Buttafuoco Storico”. Il calice, del resto, conferma questa tesi.

LA DEGUSTAZIONE

[Voto WineMag.it: 94/100 – Rapporto qualità prezzo: 5/5] Parola d’ordine “finezza” per sintetizzare quello che c’è da aspettarsi dal calice di “Vigna Solenga” 2015, uvaggio di Croatina (50%), Barbera (40%), Uva Rara (5%) e Ughetta di Canneto (5%).

A garantirla sono i conglomerati di Rocca Ticozzi presenti nel terreno: ghiaie di origine marina che offrono preziosi sali minerali alle radici della pianta, permettendo un eccellente drenaggio delle acque.

La Valle Solinga, strettissima, accentua poi le escursioni termiche tra vetta e fondo valle, utili a trovare il giusto punto di equilibrio tra i vari gradi di maturazione delle uve, che crescono tra i 200 e i 280 metri sul livello del mare.

La freschezza e la sapidità garantite dalle condizioni microclimatiche, si traducono nel calice in una estrema raffinatezza ed eleganza, capaci di garantire al Buttafuoco Storico 2015 “Vigna Solenga” una beva davvero instancabile. Merito di una sapiente estrazione durante la lunga macerazione e di un utilizzo di legni non invasivi.

Evidenti anche le garanzie di positivo affinamento negli anni a venire, quando l’ulteriore periodo “in vetro” amalgamerà tra loro le varie componenti. A beneficiarne sarà soprattutto la parte olfattiva, al momento ancora leggermente “slegata”. Il guerriero ha solo il raffreddore. Roba da niente. Domani sarà già passato.

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