Categorie
news ed eventi

Milano chiama, Cirò risponde: il Gaglioppo di ‘A Vita in degustazione con Fisar

Di vino non si parla mai abbastanza a Milano, capitale del “bere bene” e, soprattutto, del “bere internazionale”. Ma di “vino calabrese” non si parla quasi mai, né a Milano né altrove.

Eppure la Calabria ha tantissimo da offrire al panorama enologico italiano. Avete letto bene: la Calabria.

A Milano, un calice di Cirò sulla tavola imbandita di un residente, lo trovi – con buona probabilità – solo dalle parti di Buccinasco. Dove di “autoctoni trapiantati” ce n’è a bizzeffe.

A fare da portabandiera del “bere calabrese” nel capoluogo lombardo ci pensa allora Fisar, la Federazione italiana sommelier, albergatori e ristoratori.

Una delegazione di provincia, quella di Bareggio, è riuscita nella grande impresa di portare “al Nord” Francesco Maria De Franco (nella foto). Con la sua cantina ‘A Vita – 8 ettari nei pressi del Km 279,8 della Statale 106 di Cirò Marina, in provincia di Crotone – De Franco è grandioso interprete del Gaglioppo, l’uva dalla quale si ottiene lo straordinario vino denominato Cirò. Un volto noto, tra l’altro, ai lettori più attenti di vinialsuper (qui il nostro articolo in occasione del Mercato dei Vini Fivi 2016).

Appuntamento il 2 novembre, alle ore 21, all’Hotel Diamante di via S. da Corbetta, 162, a Corbetta (MI). In degustazione Cirò Rosso Riserva 2010, Cirò Rosso Classico 2012, Cirò Rosso Riserva 2013 e Cirò Rosso Superiore 2014 (20 euro per i soci Fisar, 25 per i non soci; iscrizione obbligatoria versando la quota mediante bonifico bancario all’Iban IT87O0503432470000000000044 entro il 25/10/17 e inviando copia alla mail bareggio@fisar.com; posti limitati).

IL CIRO’ DI ‘A VITA
“Francesco Maria De Franco di ‘A Vita – evidenzia Raffaele Novello (nella foto), segretario della delegazione Fisar Bareggio – è uno di quei produttori che ho avuto la fortuna di conoscere quand’era ancora sconosciuto. Alla grande platea è tuttora poco conosciuto, ma chi si intende di vino lo conosce benissimo. Infatti sta iniziando ad accumulare soddisfazioni e riconoscimenti”.

“Portare il Cirò a Bareggio e, dunque, a Milano e in Lombardia – continua Novello – è una proposta che fortemente caldeggio da oltre un anno. Ho una gran voglia di far conoscere a tanti veri appassionati di vino un vitigno, il Gaglioppo, che non ha nulla da invidiare ad altri più conosciuti e blasonati. Parlo dei vari Sangiovese o Nebbiolo. Un vino, il Cirò, che se fatto bene può essere longevo. Lo racconterà sicuramente il nostro gradito ospite: può arrivare tranquillamente a 15-20 anni, mantenendo tannino e acidità di rilievo”.

“Un vignaiolo, Francesco de Franco – aggiunge il segretario Fisar Bareggio – che fa bio in Calabria da quando gli altri non sapevano nemmeno cosa fosse il biologico. Un vignaiolo che vuole cambiare il modo di comunicare il vino e che dice basta alla storia del Cirò offerto alle Olimpiadi, in Grecia. Iniziamo piuttosto a comunicare il vino come Dio comanda”.

“Un vignaiolo – conclude Raffaele Novello – che dichiara sui social d’aver fatto solo tre trattamenti in occasione dell’ultima vendemmia. Uno che sostiene la valenza di terroir, vento, terra, contro oidio e peronospora. Voglio far conoscere, soprattutto ai nuovi bevitori di vino, passatemi il termine, un vino e una zona che non possono e non devono più essere trascurati: se non conosci il Cirò non puoi dire che conosci il vino”. Appuntamento (e occasione) imperdibile per i milanesi all’ascolto.

Categorie
Vini al supermercato

Merlot del Veneto Igp 2016, Zaramella

(1,5 / 5) Dire Merlot è un po’ come dire Veneto (e viceversa). Alla base di numerose Doc, Docg, Igp, vinificato in purezza o assemblato con altri vitigni si produce principalmente nella parte centro orientale della regione.

Ma è solo uno e mezzo il “cestello della spesa” nella scala di valutazione di vinialsuper per il Merlot del Veneto Igp della Casa Vinicola Zaramella 2016, oggi sotto la nostra lente di ingrandimento.

LA DEGUSTAZIONE
Un rosso che si presenta limpido nel calice. Al naso è semplice, con sentori di frutti rossi, oltre a una nota vegetale di peperone verde. Una semplicità che si ritrova tutta al palato, dove si conferma un vino moderato dal punto di vista dell’alcolicità (11,5% alcol), della freschezza e della tannicità.

Coerente per fascia prezzo, tecnicamente esente da difetti, è da relegare a quel mondo d’oblio dei vini “ordinari” del supermercato. Il Merlot in cucina si accosta a risotti, paste asciutte, selvaggina, arrosto di pollame ed ai formaggi in genere.

LA VINIFICAZIONE
Il vino Merlot del Veneto Igp prodotto dalla Casa Vinicola Zaramella è ottenuto da una selezione delle uve Merlot, raccolte in Veneto a metà settembre. La fermentazione avviene in serbatoi di acciaio inox con macerazione delle vinacce per 10 giorni.

La Casa Vinicola Zaramella è situata in Veneto, a Cadoneghe, in provincia di Padova. Opera nel settore vinicolo dal 1890.  Da quasi un secolo è condotta dalla famiglia Fabbro, che seleziona e imbottiglia vini ad Indicazione Geografica Tipica (Igp) e a Denominazione di Origine Controllata (Doc) ottenuti da vitigni come Merlot, Raboso, Garganega, Cabernet franc, Chardonnay e Sauvignon provenienti dalle numerose regioni italiane.

Prezzo: 2,49 euro
Luogo d’acquisto: Interspar

Categorie
vini#1

Morinaccio… sui lieviti, Cascina Garitina

Sembra di vederlo, assaporando il “Morinaccio… sui lieviti”, il suo autore: Gianluca Morino. Già, perché il “Morinaccio”, forse, è il vino di Cascina Garitina che meglio esprime il carattere dell’appassionato vignaiolo Fivi di Castel Boglione, borgo di 600 anime in provincia di Asti, in Piemonte.

Un vino con cui divertirsi seriamente, il “Morinaccio… sui lieviti”. Un po’ come si può fare con Gianluca Morino. Un coerente ossimoro enologico. A partire da quella retro etichetta, in cui il produttore consiglia una temperatura di servizio tra i 4 e gli 8 gradi.

Assieme a Niades, il “Morinaccio… sui lieviti” è il “vino estivo” di Garitina. Il resto dell’assortimento della cantina, religiosamente incentrato sulla Barbera, è costituito da vini più impegnativi: “da carne” o da “meditazione”, volendo semplificare il concetto.

E allora lo ascolti, Gianluca Morino, all’inizio del tête-à-tête col “Morinaccio”. Siete tu e lui. E lui, il Morinaccio, è stato appena versato nel calice a 6 gradi. Un gioco serio non può che iniziare alle regole dell’autore dell’opera. Rosso porpora pressoché impenetrabile, ma con unghia rubino, riempie il vetro di una spuma generosa, che si dissolve in qualche secondo. Liberando al naso fiori e frutta. C’è la viola, qualche richiamo pulito alle erbe di campo.

LA DEGUSTAZIONE
C’è il contorno vinoso e grezzo di una Barbera ruvida, pensata per dissetare nelle calde giornate estive, accentuato dalla scelta (un tocco d’autore) di aggiungere una piccola percentuale di Freisa al momento dell’imbottigliamento (una tradizione che Morino porta avanti ancora oggi, conferendo nuova vita, di vendemmia in vendemmia, all’intuizione di un nonno reso così immortale).

Il gioco continua, ma cambiano le regole. La bottiglia è sul tavolo, priva di glacette o di qualsiasi accorgimento utile al mantenimento della temperatura (bassa) originaria. E appena il “Morinaccio… sui lieviti” inizia a scaldarsi, fino a raggiungere la temperatura di 15 gradi, il divertimento continua. Sul serio.

Al posto di perdere quel po’ di eleganza-grezza delle Barbere “mosse”, il calice comincia a gettare fuori sentori di bosco fini, netti, chiari. Puliti. Il vino si fa più morbido: al naso il sentore nuovo è quello della fragola matura, che si scopre corrispondente al palato.

Così come risultano vicini, naso e bocca, anche nello zafferano. Buona la persistenza, tutta giocata tra la frutta rossa e le cinghiate di un cuoio che riporta tutto sul piano dell’ossimoro. Un gioco che non vorresti finisse mai, per quanto serio e godurioso allo stesso tempo.

Morale: prendere sul serio Gianluca Morino è giusto. Ma con la consapevolezza che neppure lui lo fa sempre, con se stesso. D’altronde, da uno che passa sui social 23 delle 24 ore di cui si compone l’umana giornata, non t’aspetti certo vini così buoni.

LA VINIFICAZIONE
“Morinaccio… sui lieviti”, come detto, è un 100% Barbera ottenuto da piante di età compresa fra i 31 e 48 anni. L’allevamento è a Guyot basso, con una densità di 4-4,5 mila ceppi per ettaro, a 280-310 metri sul livello del mare. La resa è di 9 tonnellate per ettaro su unterreno di medio impasto, tende all’argilloso.

La vendemmia avviene manualmente, in piccole ceste. La vinificazione prevede diraspapigiatura, fermentazione e macerazione a cappello sommerso per un totale di 5-6 giorni. Dopo la svinatura, Gianluca Morino cerca di conservare nel vino quei 7-8 grammi residui di zuccheri che torneranno utili per la rifermentazione naturale in bottiglia.

Al momento dell’imbottigliamento si aggiunge un 2-3% di Freisa dolce, come un tempo faceva il nonno. Il vino non ha solfiti aggiunti e non viene filtrato né chiarificato. L’imbottigliamento avviene nella settimana santa, ovvero in occasione della prima luna dopo l’equinozio di primavera, momento in cui avviene il risveglio vegetativo dei lieviti naturali. Il “Morinaccio… sui Lieviti” affina poi in bottiglia, per un minimo di due mesi.

Categorie
Vini al supermercato

Chianti Docg 2015, Piandaccoli

(4,5 / 5) Il Chianti Docg 2015 dell’Azienda Agricola Piandaccoli entra di diritto tra i portabandiera della Toscana al supermercato.

Sempre più difficile trovare “toscani” di qualità, senza spendere una fortuna. Questo rosso si inserisce nel solco. Coniugando qualità e prezzo in maniera esemplare.

LA DEGUSTAZIONE
Nel calice, il Chianti Docg 2015 di Piandaccoli si presenta di un rosso rubino poco trasparente. Un colore che ne sintetizza l’essenza profonda, fatta di un’eleganza tutt’altro che ostentata. Anzi, da scoprire pian piano: come quella delle donne che non amano concedersi al primo “sorso”.

Al naso, le prime olfazioni rimandano dritto al Sangiovese e alle sue note, tipiche, di viola mammola. Poi prendono la scena i frutti di bosco, su un sottofondo a metà tra il vinoso e la soluzione salina: amarena, more, mirtilli, ciliegie.

Timidi quelli che potrebbero sembrare i “terziari” (ma questo Chianti non fa legno), coperti dalla frutta: una spruzzata di zafferano, leggera, e una nuvola di fumo dolce, quando il nettare si è ormai ben ossigenato nel calice. Assieme a richiami di macchia mediterranea, che ricordano l’alloro.

Nel frattempo lo hai già assaggiato, almeno un paio di volte. Ingresso nuovamente a metà tra il fruttato e il minerale “salato” per il Chianti 2015 di Piandaccoli. Bella pienezza offerta dalle note di frutti di bosco, a braccetto con la percezione alcolica (13%). La sensazione è quella della frutta sotto spirito. Eterea, anche se si tratta di un vino – tutto sommato – giovane.

Il tannino è morbido, ben arrotondato e levigato. Mostra ancora qualche riflesso adolescenziale in chiusura, in un retro olfattivo sufficientemente persistente, dominato dalla frutta.

Un Chianti, il Piandaccoli 2015, criticabile solo per la mancanza di una spalla acida degna del resto dei descrittori. Un vino, dunque, pensato per un consumo precoce, piuttosto che per l’affinamento. Ad oggi, il perfetto accompagnamento per piatti a base di carne rossa, nonché di primi al ragù.

LA VINIFICAZIONE
Il Sangiovese coltivato nelle tenute Piandaccoli si caratterizzano per grappoli di grandezza media-grossa con una o due ali, acini sub rotondi, quasi ellissoidali, e buccia pruinosa e sottile, dal peso medio di 300 grammi.

La vendemmia avviene manualmente, sulla base di un’accurata scelta dei grappoli. L’obiettivo è quello di portare in cantina “solo frutti perfettamente sani e maturi”. Le uve raccolte vengono poste in cassette da 13-14 kg ciascuna, per evitare l’avvio di indesiderate fermentazioni. Le caste vengono poi collocate in un camion frigo.

Un accorgimento necessario, dal momento che la cantina è distante circa 20 chilometri dalle vigne Piandaccoli. Una volta giunti nella struttura, i grappoli vengono sottoposti a un’ulteriore scrupolosa diraspatura, durante la quale vengono eliminati eventuali acini difettati.

La cantina in cui avviene la vinificazione è dotata delle più avanzante tecnologie. Il Chianti Docg di Piandaccoli matura generalmente in solo acciaio per 12 mesi, a cui fa seguito un affinamento in bottiglia di 3-4 mesi.

Prezzo: 9,39 euro
Acquistato presso: Il Gigante

Categorie
news ed eventi

Iper, la Grande I: al Portello degustazione (e sconti) su linea vini Grandi Vigne

La quarta e penultima tappa del Giro d’Italia in 80 vini Grandi Vigne 2017 di Iper, La grande i tocca Piazza Portello Milano con una tre giorni di iniziative pensate per un pubblico appassionato di vini.

In programma – da oggi a domenica 8 ottobre -incontri specializzati, degustazioni, tour guidati e la consulenza di Personal Wine Shopper (qui i dettagli). Sarà un’immersione nel mondo del vino all’interno del punto vendita Iper di via Don Luigi Palazzolo 20, tra le casette di legno che creano un villaggio ospitale nella piazza del centro commerciale.

Un tour enologico durante il quale il pubblico potrà incontrare i produttori dei vini Grandi Vigne e ricevere consigli da esperti e sommelier Fisar. Tutto per conoscere e apprezzare al meglio il marchio Grandi Vigne – creato 11 anni fa da Iper, La grande i – che riunisce produttori italiani d’eccellenza.

NON SOLO DEGUSTAZIONI
Tutte le degustazioni saranno accompagnate da prodotti firmati il Viaggiator Goloso, il brand premium del Gruppo Finiper. Sarà anche possibile acquistare il Menù Degustazione al prezzo di 5,90 euro, per gustare i piatti tipici dellatradizione culinaria italiana preparati con prodotti il Viaggiator Goloso e abbinati a un calice di vino.

Gli Incontri con degustazione “Produrre grandi vini oggi”, condotti dall’enologo Fabrizio Stecca, sono un concentrato di informazioni e nozioni, approfondimenti e tecniche di degustazione deliziato da assaggi e abbinamenti speciali.

Rivolti a un pubblico evoluto e curioso in tema di uve e vini, rappresentano un viaggio essenziale nel mondo enologico contemporaneo. Un percorso organico che tocca argomenti inerenti alla coltivazione della vite e alla produzione di vini di qualità. Ogni incontro si focalizzerà su 4 prestigiosi vini – presenti i produttori – scelti tra le denominazioni più significative del nostro Paese, e avrà la durata di 90 minuti.

La quota di partecipazione di 10 euro include il kit di degustazione del valore 3 euro, utile per proseguire in autonomia il tour in piazza. Necessaria l’iscrizione, inviando una email all’indirizzo eventi@iper.it.

IL PERSONAL WINE SHOPPER
Il Personal Wine Shopper, altra novità della tappa milanese, offre una consulenza mirata a chi ha esigenze specifiche. Permette di creare, con il supporto-guida di un enologo, un itinerario di acquisti su misura e di vivere una shopping experience unica.

Sono previste anche liste a tema – come vini per l’inverno, per brunch e aperitivi, per cene a base di carne e pesce – per orientarsi nella vasta offerta Grandi Vigne. La consulenza è gratuita ma è necessario prenotarsi alla Cassa Bicchieri di Piazza Portello o scrivendo a eventi@iper.it.

Con i Tour guidati, tenuti da uno specialista del marchio Grandi Vigne, i visitatori in possesso del kit di degustazione andranno alla scoperta dei vini seguendo un percorso logico e a tema  scandito da notizie, curiosità, tecniche di degustazione, come in una narrazione “dal vigneto al bicchiere”.

I tour, con partenze sabato 7 e domenica 8 alle ore 12 e 16,  sono gratuiti ma è richiesta la prenotazione all’indirizzo eventi@iper.it oppure presso la Cassa Bicchieri di Piazza Portello almeno 30 minuti prima della partenza.

Il kit di degustazione consente a clienti e visitatori di assaggiare tutti i vini che desiderano lasciandosi guidare dall’ispirazione e dai consigli dei sommelier. Il kit costa 3 euro e comprende, oltre alle consumazioni, un bicchiere di vetro, una sacca porta-bicchiere da collo, materiale informativo e un taccuino di degustazione con matita.

GLI SCONTI SUI VINI
I titolari di Carta Vantaggi potranno usufruire, fino al 22 ottobre, di uno sconto del 30% su tutti i vini Grandi Vigne. Con una scelta di 80 vini creati da 35 produttori, Grandi Vigne rappresenta una delle linee d’eccellenza della produzione vitivinicola nazionale presente sugli scaffali della grande distribuzione organizzata.

Bianchi e rosati, rossi giovani e fruttati, fermi o mossi, tutti d’annata e affinati in acciaio. Ma anche rossi di struttura e da invecchiamento affinati in legno, dalla botte grande al tonneaux e alla barrique. Non mancano sparkling wines, vini da dessert e grappe affinate in botte o distillate con alambicchi di rame.

PROSSIMA TAPPA: “IL CENTRO” DI ARESE
Dopo Milano Portello, “Il Giro d’Italia in 80 Vini” Grandi Vigne, chiuderà l’edizione 2017 ad Arese, il 21 e 22 ottobre.

“Una storia di cultura e rispetto – evidenzia Finiper in una nota a vinialsuper – creata da un’azienda alla ricerca dell’eccellenza, da vitivinicoltori con alti standard etici e qualitativi e da consumatori che apprezzano valori e sapori di questi vini grandiosi”.

Grandi Vigne è un progetto unico nel panorama della Gdo europea che riunisce agricoltori e produttori di vini eccellenti nelle rispettive aree di produzione, con particolare attenzione alle aziende di piccole dimensioni.

In undici anni, Grandi Vigne ha riunito 35 fornitori provenienti dalle regioni italiane a più alta vocazione vitivinicola e ha permesso ad aziende, che diversamente sarebbero state escluse da un rapporto diretto con la distribuzione organizzata, di crescere professionalmente ed economicamente.

“L’organizzazione del progetto – precisa Finiper – collabora assiduamente con ciascuna di queste realtà produttive: controlla le forniture, migliora i processi, organizza la produzione e verifica il rispetto del rigoroso capitolato che regola l’igiene, la salubrità e le caratteristiche qualitative. Grandi Vigne è un’idea che cresce costantemente nei numeri e in qualità.

Nel gennaio 2012 è stata presentata la prima linea di vini biologici certificati ICEA, nel 2016 è stata lanciata una nuova linea di vini senza solfiti aggiunti”.

Iper, La grande i rappresenta una delle più importanti realtà nel panorama nazionale della Grande Distribuzione Organizzata, tra le poche interamente di proprietà italiana. Con 27 punti vendita in 7 regioni, fa parte del Gruppo Finiper, nato nel 1974 ad opera dell’imprenditore Marco Brunelli. La mission del Gruppo Finiper è “rendere la qualità accessibile a tutti”. “Ampiezza dell’assortimento, qualità, sostenibilità, convenienza e italianità” sono i principi ispiratori che guidano le scelte di Iper, La grande i.

Categorie
Food Lifestyle & Travel

RICETTA Calamarata ai gamberi

Oggi condivido con voi un primo piatto molto facile e gustoso. Sto parlando della calamarata, un tipo di pasta a forma di anelli di calamaro , che da il nome al piatto. Io aggiungo anche i gamberi per accontentare la mia ciurma! Spero vi piaccia.

GLI INGREDIENTI
Ecco gli ingredienti per 4 persone: 320 gr di pasta calamarata; 400 gr di totano; 300 gr di gamberi; 4 gamberoni; 40 gr di olio extravergine; prezzemolo; aglio; sale; un peperoncino (facoltativo).

LA PREPARAZIONE
Versiamo l’olio in una padella abbastanza alta e uniamo lo spicchio d’aglio (che toglieremo una volta dorato) e i gamberoni ben puliti. Dopo qualche minuto aggiungiamo anche i gamberi e per ultimo i calamari ben lavati e ridotti in anelli e ciuffetti.

Cuociamo per 5 minuti e poi aggiungiamo i pomodorini tagliati a dadini e saliamo con moderazione. Intanto mettiamo sul fuoco anche l’acqua per la pasta, visto che i calamari non devono cuocere molto (risulterebbero gommosi!).

A questo punto avremo già calato la pasta, che scoleremo al dente e verseremo direttamente nel sugo. Una volta raggiunto il punto di cottura desiderato, possiamo servire in tavola. Il piatto, se si vuole, può essere completato con prezzemolo fresco, un accenno di aglio (ma davvero molto poco!) un pizzico di peperoncino, il tutto tritato insieme. E quindi… Buon appetito!

Vino in abbinamento: Fiano di Avellino, Feudi di San Gregorio

Categorie
news ed eventi

Il Milanese Imbruttito: linea di vini (e food) per Auchan e Simply

Da pagina Facebook a vero e proprio brand, capace di presentarsi nei supermercati Auchan e Simply con una linea di vini “a marchio”. Quella del “Milanese Imbruttito” è una scalata senza battute d’arresto.

Tre i “Vini imbruttiti” in vendita al supermercato: l’Ortrugo dei Colli Piacentini “Mollami!”, il Gutturnio Superiore “Oh, mi stai asciugando!” e l’immancabile bollicina, un Prosecco, dal nome di fantasia quasi scontato: “Oh, si sboccia o no?!”.

A produrre i primi due è la Fratelli Bonelli di Rivergaro, in provincia di Piacenza. Una interessante realtà che ha nel suo portafoglio, tra gli altri, due vini “bio” dall’ottimo rapporto qualità prezzo, in vendita da Lidl.

L’EPOPEA DEL MILANESE IMBRUTTITO
E’ il 7 marzo 2013 quando compare su Facebook il primo post della pagina goliardica dedicata a Milano e al particolare “slang” dei suoi abitanti. “Il Milanese Imbruttito non ha amici ma contatti”. Quasi una profezia. Di “contatti”, la pagina, ne macina milioni. In pochissimo tempo.

Passa da poco più di 200 “like” ai 16 mila ottenuti il 9 marzo 2017, a quattro anni dall’esordio. Nel “Case History” del Milanese Imbruttito si alternano campagne di sensibilizzazione per conto di Amsa – l’azienda che si occupa dello smaltimento di rifiuti a Milano – nonché per la community di carsharing “Car2Go”, ma anche per la chat di incontri “Happn”.

E’ luglio 2015 quando il sito del Milanese Imbruttito promuove Zalando. Seguono campagne su colossi come Mercedes-Benz Milano, Samsung, Goodyear, Tucano Urbano e Vodafone. Poi l’elaborazione di due “cocktail imbruttiti”, con big del calibro di Martini & Rossi (Gruppo Bacardi) e Campari Spa.

Un libro con Rizzoli, un diario per studenti firmato Pigna, un panettone con Vergani in vendita da Eataly Smeraldo. Tornei di calcio. E, infine, una linea di food & wine destinata ai clienti di due insegne del gruppo Adeo.

I VINI IMBRUTTITI
“L’idea di una linea di prodotti food a marchio ‘Il Milanese Imbruttito’ nasce circa un anno fa – spiega Marco De Crescenzio, uno dei tre fondatori – da una mail inviataci da Cristina Mazzariello di Simply/Auchan. Ci veniva chiesto di addentrarci in questo mondo. Dopo una serie di incontri, il progetto ha visto la luce ad aprile”.

“In occasione della Pasqua – continua il founder – abbiamo presentato tutte le referenze durante un evento in uno dei più grandi Simply di Milano. Patatine, zucchero, cioccolato, birra, Prosecco, la colomba e, ovviamente, i due vini, Gutturnio Superiore e Ortrugo dei Colli Piacentini”.

Una linea che punta tutto sull’immagine e sulla riconoscibilità del brand. “Il target – evidenzia De Crescenzio – è abbastanza ampio. L’acquisto del ‘Vino Imbruttito’ è d’impulso, per via delle frasi che ci sono scritte sopra, che sono poi la nostra caratteristica distintiva. Del resto facciamo ridere sui social, non siamo nel settore vinicolo”.

Vignaioli no, ma imprenditori sì, quelli del Milanese Imbruttito. Eccome. Inutile chiedere le “misure” del business: “Il fatturato chiama! Ora vado, ciàciàcià…”, è la risposta del fuggente De Crescenzio.

Categorie
Approfondimenti news

Maurizio Galimberti: come porto il vino italiano in Sud America

Baffo bianco all’insù, alla Salvador Dalí. Camicia slacciata sul petto che, a 61 anni, puoi permetterti solo se hai girato mezzo pianeta. Un bulldog inglese di 10 anni, Matok, come inseparabile compagno. Maurizio Galimberti, di Saronno (Varese) come il famoso “Amaretto”, è un ambasciatore del vino e della buona cucina italiana in Sud America.

Madre svizzera, padre di Monza. Un cittadino del mondo, già in fasce. Oggi, con la sua società, porta Oltreoceano alcune tra le eccellenze del vino Made in Italy. Duecentomila bottiglie in Centro e Sud America, in Paesi come Colombia, Ecuador, El Salvador, Panama e Nicaragua. Nazioni dove il vino italiano è molto apprezzato, anche se non alla portata di tutti.

Un business reso possibile da un’attenta selezione di Franciacorta, Supertuscan e Prosecchi di fascia medio-alta. Nel portafoglio di Maurizio Galimberti, sommelier Ais prima e degustatore Onav poi, alcune tra le etichette icona del Made in Italy del vino. Una rete di distributori locali le piazza poi in grandi hotel e catene alberghiere di lusso, come le Trump Tower.

A favorire il business, una fiscalità che invoglia le imprese a operare in Sud America. Basti pensare che, in alcuni Paesi, la pressione fiscale si ferma al 27% dell’utile. Una soglia nettamente inferiore al 64,8% dell’Italia. Ma non è tutto oro quello che luccica.

“Le spedizioni sono molto costose – evidenzia Galimberti – perché occorre attrezzarsi con container refrigerati. Occorrono 4-5 mila euro per la spedizione di un singolo container da 6 pallet, per un totale di 2.700 bottiglie. Il container grande conviene: costa 6-7 mila dollari, ma ci stanno il doppio dei bancali. Le consegne, tra navigazione, soste in dogana e rallentamenti di una burocrazia asfissiante, avvengono in 30 giorni circa dalla data di spedizione. E sul posto vanno poi calcolate le tasse, che si pagano in base al grado alcolico, con balzelli da mezzo grado”.

LO SFUSO DAL CILE
Ecco che una bottiglia pagata in Italia 10 euro può costare oltre 40 dollari in Centro Sud America. “Ovviamente – evidenzia Galimberti – si tratta di Paesi dove c’è un grande divario tra le classi sociali. In pochi possono permettersi le eccellenze del vino italiano. Il ceto medio e soprattutto quello basso, in America del Sud, ha l’abitudine di bere per ubriacarsi. E ci riesce pure bene con i prodotti locali: vini a basso o bassissimo costo provenienti dal continente”.

A farla da padrona, in questo mercato del “primo prezzo”, sono nazioni come Cile. Vero e proprio serbatoio dell’intera area per il vino sfuso e di bassa qualità. Se ne sono resi conto già da un pezzo in Argentina, nazione invasa dalla cifra record di 526 mila ettolitri di vino sfuso cileno, nei primi 6 mesi dell’anno corrente.

Quello del saronnese Maurizio Galimberti è invece (anche) un progetto culturale. “Chi esporta vini del proprio Paese non può perdere l’opportunità di fare cultura del buon bere e della buona cucina nei luoghi di destinazione”.

“Anche per me è stata una sorpresa scoprire che bevono molto vino rosso – sottolinea l’imprenditore – con gradazioni abbastanza sostenute, ma freddo. Impazziscono per il Cabernet e il Pinot Noir. Amano anche i nostri Brunello e i nostri Amarone, sempre dunque vini con una certa concentrazione e presenza d’alcol non indifferente”.

LA CUCINA COME CHIAVE
“Importo anche Chianti e Morellino leggeri – precisa il 61enne Saronno – che sono riuscito a far conoscere e apprezzare grazie al lavoro fatto con la comunicazione dell’abbinamento corretto del vino in cucina. Spesso i piatti locali sono poveri e dunque necessitano di vini semplici, giovani. Con ancora più fatica cerco di comunicare che il vino bianco, come Prosecco e bollicine più strutturate come quelle franciacortine, possono dare grandi soddisfazioni in abbinamento alla tradizione gastronomica Centro-Sud Americana”.

E non parla a caso Galimberti, che ha iniziato il suo percorso professionale proprio come chef. In questa veste lo si può incontrare a Rescaldina (MI), nel secondo dei tre punti vendita del retailer Zodio.

“Purtroppo – aggiunge Galimberti – non riesco a evitare che da quelle parti annacquino tutto col ghiaccio. Colpa delle campagne pubblicitarie di mostri sacri come Moet & Chandon, per i quali tutti nutrono vera e propria venerazione. Gli spot in cui si invita a mettere il ghiaccio nello Champagne non aiutano certo chi tenta di offrire upgrade qualitativi e professionali”.

A quattro anni dall’avvio dell’import, Galimberti ha le idee chiare sulle dinamiche d’acquisto di vino da parte dei sudamericani. “Dimmi dove fai la spesa e ti dirò tutto sul tuo portafogli”. A Panama sembra funzioni così. Con la popolazione che si suddivide per status sociale nella scelta delle insegne di supermercati in cui fare la spesa.

Riba Smith è la catena dei ricchi – spiega Galimberti – dotata di store bellissimi, moderni, dalla chiara impronta internazionale. C’è poi Super99, la catena dell’ex presidente Ricardo Alberto Martinelli Berrocal, fino a qualche mese fa in esilio a Miami. Un concept che, come Rey, punta su prezzi alla portata di tutti, senza disdegnare la qualità”.

I negozi “bene” si trovano nel centro della capitale Panama, dove un singolo ceppo di lattuga può costare 6 dollari. Allontanandosi dal cuore della città, i prezzi si sgonfiano. I quartieri diventano sempre più popolari. E l’insalata si compra a cassette. Nei mercati rionali.

“Il costo della vita scende a meno di un terzo”, spiega l’imprenditore. Anche perché a Panama c’è chi ringrazia il cielo con uno stipendio di appena 400 euro.

“La manodopera è un altro problema – evidenzia Galimberti – perché trovare personale qualificato in Paesi dove la ricchezza è così mal distribuita è cosa davvero rara. Se dai la mancia al cameriere di un ristorante di medio-basso livello, questo non si presenterà per un po’ sul posto di lavoro. Con 10 dollari ci vive tre giorni. Chi glielo fa fare di andare pure a lavorare?”.

E allora meglio pensare alla Trump Tower, dove il vino italiano scorre a fiumi e i soldi non mancano mai. Clienti facoltosi, auto di lusso a specchiarsi nelle ampie vetrate di quella che sembra una zanna, conficcata nel golfo del Pacifico Settentrionale. Qui il vino si paga alla consegna. Un paradiso del lusso dove i Franciacorta italiani sono molto apprezzati e tra le etichette più in voga.

Per gli amanti dei dettagli, qualche altra cifra. Quattrocentomila euro l’investimento necessario per avviare un business come quello di Galimberti, in Centro Sud America. Qualcuno ci vuole provare?

Categorie
news ed eventi

Rapporto Coop 2017: cresce la qualità del vino al supermercato

Si parla anche di vino nel rapporto Coop 2017. Una fotografia dell’economia e della società italiana, attraverso i dati che arrivano dal mondo della grande distribuzione organizzata. L’italiano disegnato da Coop sembra aver perso per strada molti desideri.

Tra questi, anche quello della buona tavola. Fuma di meno, beve di meno e ama di meno (-10% il calo del desiderio sessuale negli ultimi 15 anni e, conseguentemente, -6% la diminuzione registrata nell’ultimo anno nella spesa per profilattici).

In testa, piuttosto, l’italiano ha il gioco d’azzardo. A tentare la sorte in vario modo sono quasi in 30 milioni. Tradotto? L’Italia è tra i quattro popoli che perdono di più al mondo, dopo giganti come Stati Uniti, Cina e Giappone.

I CONSUMI
La trasformazione degli stili di consumo a tavola riguarda anche le bevande. Gli italiani si fidano sempre di più dell’acqua del rubinetto, ma aumentano anche le vendite di acqua in bottiglia, a scapito delle bevande gassate. Sul vino, gli italiani prediligono scelte di qualità. “Italianità” e “certificazione” del prodotto enologico sembrano essere le nuove chiavi.

Il vino resta sulla tavola degli italiani, anche se la crisi ha tagliato le gambe alle spese più voluttuarie, tra cui figurano gli alcolici. Segni incoraggianti quelli che arrivano dai primi indicatori del 2017. In Gdo, il giro d’affari messo a segno da vini, spumanti e Champagne è aumentato del 2% nella prima metà dell’anno.

“Una performance anche più lusinghiera – evidenzia il rapporto Coop – se si considera che è in atto un progressivo travaso dei volumi di vendita nella direzione di formati più specializzati e di nicchia (vendita diretta con il produttore, enoteche, cantine)”.

A crescere è la qualità del prodotto medio, “al punto da configurare un fenomeno di upgrading importante della spesa”. I dati Nielsen sui volumi di vendita citati nel rapporto Coop documentano nel primo semestre dell’anno un incremento in quantità pari al 5% rispetto allo stesso periodo di un anno fa per i vini con etichetta certificata, a fronte di un calo del 3% per i vini comuni.

EXPLOIT DEI VINI BIO
Si beve meno ma meglio, insomma. Nella scelta di acquisto, la qualità viene prima del prezzo (93%), insieme all’italianità del vino (91%) e alla certificazione d’origine (l’86% sceglie vini Dop e l’85% Igp). Anche in questo ambito cresce la sensibilità verso la variante biologica: si tratta del vino prodotto attraverso l’utilizzo di antiparassitari naturali e l’abbattimento delle sostanze chimiche e dei solfiti.

Il volume delle vendite del vino bio in Grande Distribuzione è cresciuto del 25% nell’ultimo anno, con 2 milioni e mezzo di litri venduti. Se la qualità dell’acquisto è aumentata, la quantità di vino consumata dagli italiani
ha ceduto terreno, in ragione di una predilezione per uno stile di vita più “sobrio”. Secondo il Censis, soltanto il 2,3% degli italiani consuma più di mezzo litro di vino al giorno (era il triplo trenta anni fa).

I MILLENNIALS
“Uno spaccato generazionale dei consumatori che evidenzia l’emergere di un elemento di discontinuità rispetto al passato, dal momento che la riscoperta delle eccellenze enologiche è partita dai più giovani”, recita ancora il rapporto Coop 2017. Secondo il Nomisma Wine Monitor, che ha messo a confronto i Millennials italiani con i coetanei statunitensi, nel nostro Paese si rileva “una profonda cultura del vino”.

Nella fase di orientamento all’acquisto nel nostro Paese si guarda all’origine del prodotto, oltre che alle caratteristiche organolettiche e all’affidabilità del produttore.

La passione degli italiani per il vino non si ferma all’acquisto, ma sulla scia di Expo è cresciuto anche l’interesse verso le manifestazioni enologiche. Nel 2016 sono stati 24 milioni gli italiani che hanno partecipato a eventi a tema sul vino, fra cui tantissimi giovani.

Gli stranieri non sono da meno, tanto che all’edizione 2017 di Vinitaly sono stati 48 mila i visitatori dall’esteo, di cui oltre la metà accreditati come top buyer (+8% rispetto al 2016), provenienti da 70 Paesi. Il vino rappresenta del resto uno dei principali ambasciatori del “Made in Italy”.

LE PREVISIONI
Secondo le analisi di Confcooperative, i volumi di vendita del vino nel mondo fra il 2015 e il 2020 cresceranno del 13,4%, e l’Italia, primo produttore in assoluto, vedrà ampliarsi le sue quote di mercato. Nel 2016, l’export del settore vinicolo italiano ha raggiunto quota 5,6 miliardi di euro, segnando un +4,3% sul 2015.

I mercati principali sono quello statunitense e quello tedesco, ma fra i Paesi più promettenti troviamo Cina e Russia, che nel 2016 hanno fatto segnare una crescita in volume dei vini importati dall’Italia rispettivamente pari all’11% e al 15%.

Categorie
Vini al supermercato

Champagne Brut Imperial, Moet & Chandon

(4 / 5) E’ ottenuto dall’assemblaggio di più di cento vini lo Champagne Brut Imperial di Moet & Chandon. Uno dei mostri sacri della maison francese, che è possibile reperire in tutte le maggiori catene di supermercati in Italia.

Non certo l’eccellenza assoluta tra le bollicine d’Oltralpe, pur restando nel ristretto spettro della gamma offerta dalla Gdo nostrana. Per di più a un prezzo fuori dalla portata di molti.

L’Imperial di Moet & Chandon è comunque un ottimo Champagne “base”. L’antipasto di un mondo tutto da scoprire e approfondire. Ecco motivato il giudizio di 4 cestelli della spesa su 5.

LA DEGUSTAZIONE
Di limpidezza cristallina, questo Champagne presenta una veste dorata luminosa, con riflessi verdolini. Perlage di grana fine e di buona persistenza. Al naso evidenti richiami alla mela verde e al lime fanno da contraltare alle classiche note di lievito (brioche) e di noci. Spazio anche per una componente minerale non indifferente, che sembra voler mostrare i muscoli davanti a un bouquet di fiori bianchi freschi.

Al palato, lo spettro fruttato si allarga. Mela e limone si mescolano alla morbidezza della pesca bianca e della pera. L’acidità, piuttosto spiccata nelle sue reminiscenze di ribes, è ben equilibrata col resto delle percezioni. La mineralità avvertita al naso si fa soffice, sotto al velo di un dosaggio zuccherino ben calibrato. Obiettivo centrato, per Moet Chandon. La vera vittoria è la facilità di beva di uno Champagne Brut che di “Imperial” ha più il nome che la struttura imponente.

Più che versatile l’abbinamento di questo sparkling wine francese con la tavola. Perfetto per annaffiare le chiacchiere tra amici, come aperitivo “di classe”, accompagna bene il pescato crudo, dalle ostriche ai tipici tagli da sushi (salmone, branzino, tonno). Buono anche con le carni bianche come il pollo, purché non sia troppo speziato.

LA VINIFICAZIONE
Lo Champagne Brut Imperial di Moet & Chandon è ottenuto – come da tradizione – in percentuali variabili dal blend tra uve Pinot Noir, Pinot Meunier e Chardonnay. Si va dal 30 al 40% dei Pinot Noir e Meunier al 20-30% di Chardonnay.

“Dosi” che cambiano, per garantire di anno in anno il medesimo risultato al consumatore. Concorrono all’assemblaggio, come anticipato, più di cento vini, con un 20-30% di utilizzo di vini di riserva. Moet & Chandon produce questo Champagne, sua vera icona, dal 1869.

Si tratta della maison che detiene, da sola, la parte più vasta dell’intero territorio della Champagne. Per l’esattezza 1150 ettari vitati, la metà dei quali godono dell’appellazione “Grand cru” e il 25% della “Premier cru”.

Vigneti dislocati dalla Montagne de Reims alla Côte des Blancs, dalla Vallée de la Marne a Sézanne e Aube. Per un totale di 200 dei 323 “cru” nella regione (17 Grand cru e 32 dei 44 Premier cru).

Prezzo: 28/32 euro
Acquistabile presso: maggiori catene Gdo

Categorie
news ed eventi

Tenimenti Civa: “Vini di qualità al supermercato per rilanciare il Friuli”

Più di 200 persone a Bellazoia (UD), sui colli orientali del Friuli, per l’inaugurazione dell’azienda agricola Tenimenti Civa. Una cantina proiettata principalmente sul mercato della grande distribuzione organizzata, i supermercati. Quarantatré ettari per 350 mila bottiglie annue, la capacità del sito produttivo.

In particolare è sulla valorizzazione in Gdo della Ribolla Gialla, “volano per far tornare in auge il Friuli vitivinicolo”, che punta il titolare Valerio Civa. Andrea Romito, sindaco di Povoletto, ha dichiarato come questa nuova realtà rappresenti una “spinta per il territorio a realizzare qualcosa di innovativo”.

“La grande sfida – ha dichiarato Civa – nasce dalla passione nei confronti del vino. Vino che viene venduto attraverso la distribuzione moderna, ovvero i supermercati, che richiedono sempre più prodotti di alta qualità. Non dimentichiamo che l’80% delle bottiglie prodotte in Italia sono vendute attraverso la Gdo. Il mio progetto agricolo è dedicato ai consumatori che sono e saranno molto attenti a ciò che vorranno bere e mangiare”.

I COMMENTI
“Un grazie a Valerio Civa per aver riportato l’interesse sulla ribolla gialla – ha affermato Ernesto Abbona, neo presidente dell’Unione Italiana Vini e titolare della Cantina Marchesi di Barolo – un vitigno con un nome curioso e bello. Spesso dimentichiamo che la nostra storia deve essere raccontata al mercato e se questo avviene attraverso un nome così musicale e suadente tutto è più facile”.

“Ho sempre ammirato in Valerio – ha raccontato Antonio Rallo già presidente Uiv e titolare della cantina siciliana Donnafugata –  la capacità di organizzare la propria azienda e di creare il suo team di lavoro. E’ accaduto con la Effe.ci Parma, ora sono curioso di vedere come riuscirà ad affrontare questa nuova sfida, con tutte le variabili non controllabili che comporta l’essere un produttore vitivinicolo”.

“Se un produttore emiliano ha deciso di investire nel nostro territorio – ha evidenziato Debora Serracchiani (nella foto con Valerio Civa), presidente del Friuli Venezia Giulia – significa che siamo una regione che attrae investimenti. È importante accompagnare questi sforzi per recuperare il territorio, proteggerlo, farlo conoscere, dare visibilità al Friuli Venezia Giulia. Credo che la competenza di Valerio Civa rispetto alla grande distribuzione possa essere un tassello importante che mancava nel mondo della produzione vitivinicola di questa regione”.

“Molti vini sono conosciuti a livello nazionale e internazionale – ha aggiunto Serracchiani – ma si ignorano i luoghi di produzione e raramente si sa collocare geograficamente il Friuli Venezia Giulia, che ha bisogno di darsi visibilità attraverso i propri prodotti. L’attenzione della Gdo è non solo alla qualità dei prodotti, ma anche al territorio. Questo ha permesso di far rinascere luoghi che prima erano chiusi: penso ad esempio alla latteria di Castions di Strada o al lavoro fatto sulle vongole a Marano e tante altre piccole filiere che da sole non riuscirebbero a stare sul mercato, ma spinte dalla distribuzione moderna o da chi fa questo mestiere riescono non solo a sopravvivere, ma a vivere bene”.

LA RIBOLLA GIALLA
Fede & Tinto, autori e conduttori di Decanter su Rai Radio2, moderatori e animatori della serata di inaugurazione della nuova cantina Tenimenti Civa, hanno presentato al pubblico presente Enos Costantini, esperto di viticoltura, che ha intrattenuto il pubblico con un interessante excursus storico sulla ribolla gialla.

“Il vino ha bisogno di spessore culturale – ha evidenziato Costantini – spessore che appartiene al vino friulano. Quanto è stato scritto della storia della vite e del vino in Friuli non trova pari neppure a Bordeaux o in Borgogna. Un valore aggiunto che dovremmo imparare a comunicare: 786 anni, tanti sono quelli della Ribolla. Un vitigno e un vino friulano riconsegnato alla storia, che prevedo avrà almeno altrettanti anni davanti a sé”.

Presenti all’evento anche gli assessori regionali alle Infrastrutture e territorio Mariagrazia Santoro e alle Risorse agricole e forestali Cristiani Shaurli. Quest’ultimo ha espresso soddisfazione per “un imprenditore che da subito ha dimostrato di conoscere il nostro territorio e di apprezzare i vitigni autoctoni friulani a partire dalla Ribolla gialla, sulla quale crede e che considera tra le bollicine nobili d’Italia”.

Per Shaurli l’investimento di Tenimenti Civa “rappresenta un orgoglio per tutto il territorio, anche perché questo imprenditore ha la volontà di far crescere ancora i nostri vitigni più tradizionali, quelli che rappresentano la nostra identità e quelli che non possono essere replicati altrove”.

Categorie
Vini al supermercato

Roero Arneis Docg 2015, Enrico Serafino

(4 / 5) Non tutti gli studiosi sono d’accordo sull’origine della parola Arneis. C’è chi la fa risalire a Renexij, antico nome della località Renesio di Canale. Chi alla parola dialettale piemontese arneis (“indumento”, “veste”).

In seguito arneis ha assunto anche il significato di arnese, attrezzo, e da arneis derivano anche espressioni come mal an arneis, “male in arnese”, ovvero “mal vestito”, “mal equipaggiato”.

LA DEGUSTAZIONE
L’Arneis di Enrico Serafino è di un bel giallo paglierino con riflessi verdolini, cristallino, vivo. Il naso è semplice, fruttato e floreale avvolto in una nota agrumata, delicato e fine. Se i profumi mancano di un po’ di intensità, la stessa cosa non si può dire del sapore. In bocca entra deciso, caldo, morbido, succoso e di buon corpo.

Si consiglia di berlo a una temperatura non superiore agli 8-10 gradi, per smorzare la nota alcolica leggermente sopra le righe. Nel complesso è un vino semplice ma assolutamente godibile, che potrebbe accompagnare molto bene dei ravioli di magro conditi con burro e salvia.

LA VINIFICAZIONE
Dopo la spremitura soffice delle uve (100% arneis), la fermentazione avviene in vasche d’acciaio inox a temperatura controllata. Anche l’affinamento avviene esclusivamente in vasche d’acciaio. I vini della cantina Enrico Serafino, nata nel lontano 1878, sono divisi tra “Cantina Maestra”, “Vini classici” e spumanti.

Caratteristica che accomuna tutti i vini classici, di cui fa parte questo Arneis, è la bottiglia dalla forma inusuale, via di mezzo tra la classica albesia delle Langhe, e l’anfora di Provenza. Un tocco in più di originalità sulla tavola.

Prezzo: 9,80 euro
Acquistato presso: Esselunga

Categorie
Vini al supermercato

Metodo Classico Brut Rosé Capovero, Cantine Madaudo

(4,5 / 5) Nobile vitigno siciliano il Nerello Mascalese, che troviamo sugli scaffali di Tigros in versione spumante. Sotto la lente di ingrandimento di vinialsuper finisce oggi “Capovero”, Metodo Classico Brut Rosé di Cantine Madaudo.

Catalogato come VsQ, “Vino spumante di Qualità”, è stato sboccato a novembre 2016 (vendemmia 2014). Nel calice si presenta di un rosa corallo con riflessi aranciati che ricorda per certi versi alcuni nebbioli spumantizzati in Valle d’Aosta. La cristallina limpidezza viene spezzata da un perlage fine e persistente, primo sinonimo della qualità del prodotto.

Al naso, il Metodo Classico Brut Rosé Capovero di Cantine Madaudo regala la seconda soddisfazione: buona l’intensità delle note d’agrumi e di piccoli frutti maturi a bacca rossa, unite a percezioni floreali di rosa e crosta di pane, indice dei mesi d’affinamento sui lieviti. Non manca all’appello una vena leggermente balsamica, che rende ancora più interessante il “naso” di questo calice.

Al palato l’ingresso è piuttosto caldo, nonostante la gradazione alcolica si assesti sui 12,5%. Un aspetto tutt’altro che spiacevole, anche perché rinfrancato da una “bollicina” che diviene cremosa al sorso. Riecco dunque i frutti rossi, con melograno e ribes a farla da padrona. Buona acidità, ricordata anche da sottili note di lime, cui fa eco una mineralità capace di bilanciare ed equilibrare (verso l’alto) la beva.

Sufficientemente persistenti le sensazioni retro olfattive, dominate da ricordi di polpa di frutti rossi, nocciola e iodio. Un quadro complessivo soddisfacente ed elegante: ottimo il rapporto qualità prezzo espresso dalla bottiglia.

E in cucina bello l’abbinamento che vi suggeriamo – tutt’altro che scontato – con un simbolo caseario del nord Italia come il Gorgonzola. Formaggio stagionato che dà ottimi risultati anche in soluzione cremosa, sciolto in padella, a condire poi un goloso piatto di ravioli ripieni ai porcini.

LA VINIFICAZIONE
Il Metodo Classico Brut Rosé di Nerello Mascalese fa parte della collezione “Capovero” di Cantine Madaudo. Una linea che comprende anche un altro spumante, sempre a base Nerello ma vinificato in bianco, nonché due bianchi, tre rossi e un rosato. Tutti siciliani.

La tecnica di vinificazione del Metodo Classico Brut Rosé prevede la diraspatura delle uve Nerello, seguita da una pressatura soffice e delicata. La fermentazione avviene in serbatoi di acciaio inox alla temperatura controllata di 12 gradi, per circa 20 giorni. Anche l’affinamento in serbatoi in acciaio inox, per 7-9 mesi.

La presa di spuma è prevista per la primavera successiva alla vendemmia, con l’aggiunta di lieviti selezionati e tappatura a corona. Il vino affina dunque in bottiglia, sui lieviti, per un periodo variabile fra i due e i tre anni, prima della sboccatura.

Promossa nel 2012 da una testimonial d’eccezione come Maria Grazia Cucinotta, siciliana Doc, Cantine Madaudo nasce nel 1945 per volere di “nonno Alfio”. Oggi la cantina di Larderia di Messina è guidata dalla seconda e terza generazione della famiglia. La “mission” rimane invariata da 70 anni: “Estrarre il massimo della qualità dalle fertili terre di Sicilia”.

Prezzo: 11,90 euro
Acquistato presso: Tigros

Categorie
Approfondimenti

#LeManidelVino: vendemmia social per i winelovers in Toscana

Due interi fine settimana per poter partecipare attivamente al rito della vendemmia in Toscana.

Dall’8 al 10 e dal 15 al 17 settembre torna l’appuntamento con Cantine Aperte in vendemmia, l’evento promosso dal Movimento Turismo del Vino Toscana che anche quest’anno coinvolgerà tante aziende vitivinicole della Toscana.

Gli appassionati avranno la possibilità di far parte per qualche ora della vendemmia. Il tema di questa edizione di Cantine Aperte sarà infatti “Le mani del vino”.

“Far entrare gli appassionati all’interno delle nostre cantine durante il periodo della vendemmia – spiega Violante Gardini, il presidente del Movimento Turismo del Vino Toscana – è molto emozionale visto il momento. La nostra idea è quella di poter raccontare la vendemmia e il mondo del vino attraverso le mani che lavorano la terra: una ricchezza inestimabile”.

I DETTAGLI
La promozione dell’evento sarà realizzata con una “campagna fotografica virale”, in cui le mani dei vignaioli saranno le protagoniste. Le cantine del Movimento Turismo del Vino Toscana inviteranno a partecipare all’evento Cantine Aperte mostrando le mani di chi “fa la vendemmia, le mani che selezionano i grappoli migliori durante la raccolta, le mani di chi guida il trattore e le mani di chi travasa in vino in cantina”.

Inoltre, all’interno delle cantine Movimento Turismo del Vino Toscana aderenti, i winelovers potranno lasciare l’impronta della propria mano su una botte e scattarsi foto e selfie da condividere online con l’hashtag #LeManidelVino. L’impronta sarà lasciata con colori naturali o con la vinaccia stessa.

Dalla sveglia al mattino presto per partecipare attivamente alla vendemmia, alla visita in cantina di fermentazione osservando le operazioni di selezione degli acini e i rimontaggi, fino al tradizionale pranzo dei vendemmiatori.

Tutti, dai più piccoli ai grandi esperti saranno invitati a venie in cantina per assaggiare il mosto in fermentazione. Sono previste molte attività per le famiglie dove i più piccoli che potranno per un giorno immergersi nella natura.Insomma un modo diverso e divertente per scoprire le cantine, tra i tini in fermento, le botti o in mezzo ai filari che in questo particolare periodo si animano di persone come fosse una vera e propria festa.

Categorie
news ed eventi

Un tram che si chiama La Versa. Ultima chiamata per l’Oltrepò

Diciotto milioni di euro netti di ricavi nel 2009. Poi giù. Nel buio più profondo. Fino ad arrivare a una voragine dal diametro impressionante.

Un buco (finanziario) da 12 milioni di euro, consolidato dal bilancio 2016. E un vuoto (morale) ancora più disorientante, allo scattare delle manette ai polsi dell’eterno presunto Messia, giunto dalla Franciacorta: quell’Abele Lanzanova capace, secondo la GdF, di “appropriarsi di ingenti somme sottraendole alle scarse risorse finanziarie della Cantina, peraltro già interessata da procedimenti prefallimentari”. Era il 21 luglio 2016.

L’araba Fenice dell’Oltrepò pavese ha un nome solo ed è La Versa. Evocativo. Tattile. Come i trattori dei contadini in canottiera che, nella culla del Pinot Nero italiano, passano accanto a quel blocco di cemento di 15 mila metri quadrati, pronti a tornare a popolarsi di uomini, di passioni, di idee.

Ci credono in molti – ma forse ancora in troppo pochi – nel rilancio della storica cantina pavese ad opera della nuova società costituita da Terre d’Oltrepò e Cavit. In questo quadro, in una terra che da troppi anni è un puzzle di buoni propositi e di ottimi progetti individuali annegati nell’incapacità di “fare rete”, la cooperazione pare l’unico asso nella manica.

Lo sa bene Andrea Giorgi, personaggio a metà tra il cow boy e il sindaco sceriffo: presidente della newco scioglilingua “Valle della Versa”, partecipata al 70% dai lombardi e al 30 dai trentini. Ironia sottile, silenzi dosati. Risposte mai banali o scontate. A volte pungenti. Un giardiniere pronto a seminare nel deserto. Un minuto Gandhi, il minuto dopo William Wallace (a parole) prima di Bannokburn. Senza però sfociare nel bipolarismo.

Al suo fianco Marco Stenico, il mediatore. Il direttore commerciale per antonomasia. Trentino d’origine, è lui il braccio destro di Giorgi. L’uomo perfetto per riconquistare il mercato.

E non importa se, al 24 agosto, i due non sappiano ancora quali siano, esattamente, i bottoni da premere sul quadro elettrico per accendere la luce nel “caveau” di La Versa, intitolato allo storico presidente duca Antonio Denari. Per risorgere ci vuole tempo. E occorre fiducia. La ricetta? Ripartire dal passato, in chiave moderna.

“Questa è un’azienda nuova – precisa Stenico – costituita dai due soci. Terre d’Oltrepò e Cavit si sono prese carico, ognuna per le proprie competenze, di alcune attività. Noi seguiremo la parte commerciale, mentre i nostri partner trentini la parte tecnica, la vinificazione e la parte industriale, che sta per essere messa in attività a partire già da settembre”.

Dalla scorsa settimana, i conferitori della zona di Santa Maria della Versa e di Golferenzo hanno ricominciato a portare le loro uve a La Versa. “Tutto raccolto a mano – evidenzia Stenico – Pinot Nero, Riesling e Moscato”. La prima vendemmia della nuova società si assesta sui 25 mila quintali di uva. Masse certamente inferiori ai 450-500 mila quintali che Terre d’Oltrepò e i suoi soci sono in grado di produrre annualmente. Ma siamo, appunto, solo all’inizio.

La parte del leone spetta al Pinot Nero, con oltre 10 mila quintali. A seguire il Riesling, 5 mila. E infine il Moscato, con 7-8 mila quintali. Quantità risicate da maltempo e gelate che hanno interessato l’Italia, travolgendo anche l’Oltrepò Pavese. Cento i soci conferitori di quella che fu La Versa, cui si andrà a sommare la base sociale di Terre d’Oltrepò, costituita da oltre 700 soci. Tradotto in vigneto: 6 dei 13 mila ettari complessivi sono controllati da Valle della Versa, con un potenziale produttivo che supera il 55% dell’intera zona.

“Da questa vendemmia – commenta Andrea Giorgi – ci aspettiamo un prodotto da collocare nel più breve tempo possibile sul mercato con il marchio La Versa. Un’operazione strategica per Terre d’Oltrepò, che ha già due stabilimenti: uno a Broni, l’altro a Casteggio. Il primo ha un grande potenziale dal punto di vista tecnologico, che arriva fino alla trasformazione di 15 mila quintali di prodotto al giorno. Casteggio si sta invece specializzando nell’imbottigliamento di prodotti fermi. Qui a Santa Maria La Versa vogliamo invece sviluppare il marchio e destinarlo a prodotti spumanti e a frizzanti in genere”.

Il mercato di riferimento è chiaro. “Nella nostra strategia complessiva – risponde Giorgi – visti i quantitativi enunciati, possiamo abbracciare tutta la gamma, dalle enoteche ai supermercati, passando dai ristoranti. Stiamo accuratamente selezionando i canali nei quali entrare nel modo più redditizio possibile, per creare uno zoccolo duro sul mercato italiano e sviluppare l’estero, dal momento che l’export, oggi, riguarda solo una piccola parte. Quello che vogliamo fare è accontentare i diversi target di clientela, dando senso al lavoro delle nostre centinaia di conferitori”.

Al canale moderno, quello della distribuzione e della grande distribuzione organizzata (Do-Gdo) sarà affidato il 70-75% della produzione. Il resto alla nicchia della ristorazione e delle enoteche. Diverso il discorso per il marchio La Versa. Ed è qui che si gioca una delle partite fondamentali per il rilancio della cantina pavese.

IL TESORO NEGLI ABISSI
Nei due piani sotterranei della cantina sono infatti custodite oltre un milione di bottiglie di metodo Classico oltrepadano (o futuro tale). Voci incontrollate assegnerebbero a questo scrigno un valore di 4,2 milioni di euro. Lo stesso per il quale la newco si è aggiudicata l’asta.

Una cifra che Giorgi e Stenico non confermano. E che, anzi, sembrano ridimensionare. Cosa ne sarà di questo bottino, vera carta da giocare anche nei confronti delle resistenze sull’operazione di Cavit in Oltrepò, da parte di una frangia di vignaioli delle Dolomiti? Cinque le annate custodite nel Caveau, comprese tra la 2004 e la 2015 , tra Docg e Vsq.

“Vorremmo identificare il posizionamento del prodotto in una fascia alta – precisa il direttore commerciale -. Canalizzeremo in Gdo La Versa, fatta eccezione per marchi storici come Testarossa e Cuvée storica, che invece saranno appannaggio del canale tradizionale. Sintetizzando, sia per la Gdo sia per l’Horeca, un posizionamento alto per i prodotti La Versa e numeri più bassi. Ristoranti, enoteche e bar di prestigio avranno l’esclusiva del top di gamma di La Versa, protetto dalle logiche dei facili volumi, su livelli dei grandi Franciacorta e dei grandi TrentoDoc”.

“A partire da ottobre inoltrato – dichiara Marco Stenico – saranno immesse sul mercato le prime 5-10 mila bottiglie selezionate in maniera tecnica e precisa, capaci di garantire senza ombra di dubbio quella qualità che avremo sicuramente fra tre anni. Il resto dello stock sarà venduto come prodotto di semi lavorazione ad altri produttori. Per noi questo milione di bottiglie ha un valore enorme e vogliamo portarlo a casa tutto. Devono essere il biglietto da visita di La Versa, ma soprattutto dell’intero Oltrepò, per il quale ci candidiamo a un ruolo di vero e proprio traino”.

LE ETICHETTE
Le etichette, specie quelle destinate alla Gdo, sono ancora in fase di elaborazione. Sarà un lavoro di mediazione che interesserà le stesse insegne, avvezze a richiedere ai clienti layout ben precisi, secondo le moderne frontiere del neuromarketing.

Le prime bottiglie oggetto di restyling dovrebbero spuntare sugli scaffali di una nota catena italiana a cavallo tra i mesi di ottobre e novembre (manca solo la firma sul contratto). Saranno invece tutelate da qualsiasi ingerenza le etichette storiche di La Versa, cui sarà garantita “un’identità vecchio stile, o comunque della vecchia bottiglia”.

“Faremo dei piccoli cambiamenti – annuncia Marco Stenico – ma senza togliere riconoscibilità al marchio”. Grande attenzione al mercato italiano. Ma nel mirino, per l’estero, oltre agli Stati Uniti, si affiancheranno missioni su piazze importanti, come Germania e Inghilterra.

L’aspettativa? “Innanzitutto – risponde Stenico – portare a casa la pagnotta. Ma i nostri piani industriali prevedono una crescita di 6 milioni nel primo anno e di 10 nei prossimi 3-4 anni, con redditività”. Una parola magica, “redditività”, che riguarderà soprattutto un’oculata gestione dei costi e delle risorse.

Di fatto erano trentacinque i dipendenti de La Versa colata a picco. Sette i milioni di fatturato nel 2015, scesi poi a poco più di 4 milioni nel 2016, per pagare stipendi e mantenere gli standard infrastrutturali. Di fatto, oggi sono 6 i dipendenti effettivi di La Versa (un enologo e 5 cantinieri). E se di numeri si parla, basti pensare che Terre d’Oltrepò, con un fatturato di 40 milioni, ha oggi in carico 48 dipendenti.

“Una gestione scellerata quella del passato – evidenzia il presidente Andrea Giorgi – che ha portato alla distruzione del fatturato di La Versa. Scelte imprenditoriali e commerciali errate hanno condotto la società a un’esposizione esagerata. Ma tra le cause del fallimento bisogna citare anche una componente politica, perché è impossibile immaginare 35 dipendenti in una realtà da 4,5 milioni euro annui”.

IL CONSORZIO
“La ripartenza di La Versa – dichiara Emanuele Bottiroli, direttore del Consorzio di Tutela Vini Oltrepò – è un nuovo inizio per un Oltrepò spesso percepito come schiavo di mille padroni e incapace di governare il proprio mercato. All’Oltrepò Pavese serve un marchio collettivo leader, La Versa può esserlo. In Oltrepò ci sono il Pinot nero, la storia spumantistica dal 1865, i terreni collinari tra i più vocati d’Italia, i borghi del vino più caratteristici e l’anima vera di ‘contadini diventati imprenditori’, come ricordava Carlo Boatti”.

“Tutti – prosegue Bottiroli – ripetono come dischi rotti che manca una strategia d’insieme. Per me, ferme restando le identità di tanti singoli produttori di filiera e le loro maestose composizioni, manca un direttore d’orchestra. Manca un leader che sposi un progetto di marketing e posizionamento a valore, forte dei numeri per competere in Italia e nel mondo”.

“In altre parole possiamo trascorrere i prossimi 10 anni a cercare di mettere insieme 1700 aziende vitivinicole, 300 delle quali vanno sul mercato con le loro etichette e un imbottigliamento significativo di una miriade di tipologie, oppure collaborare al rilancio di La Versa, perché torni a svolgere il ruolo di autorevole ambasciatore di un Oltrepò di alta gamma, come avveniva ai tempi del Duca Denari”.

La Versa, evidenzia Bottiroli, “ha testimoniato con il suo impegno e la sua storia l’eleganza e la longevità unica che può arrivare ad avere un grande ‘Testarossa, marchio La Versa per l’Oltrepò Pavese Docg Metodo Classico, pura espressione del Pinot nero d’Oltrepò. Ne abbiamo 3.000 ettari”.

“La nuova proprietà – esorta il direttore del Consorzio – deve coinvolgere il territorio in un percorso in cui tutti devono credere con passione, perché ripartire richiede progetti, massa critica, continuità e tempo. La Versa deve tornare a raccontare ed affermare cosa sia un grande spumante Metodo Classico italiano e un superlativo vino dell’Oltrepò”.

Categorie
news ed eventi

Enologica 2017: 25 anni di Montefalco Sagrantino Docg

Si terrà dal 15 al 17 settembre la trentottesima edizione di Enologica, l’evento che ogni anno riunisce a Montefalco (PG) migliaia di turisti e winelovers in onore del Sagrantino.

La colonna portante di Enologica 2017 saranno le celebrazioni per i 25 anni di DOCG Montefalco Sagrantino: unaricorrenza ma anche un traguardo che simboleggia l’unione e la forza di un territorio con una storia dalle radici profonde.

Il Consorzio Tutela Vini Montefalco, il Comune di Montefalco e La Strada del Sagrantino stanno già lavorando a un ricco programma in onore della tradizione e del percorso evolutivo che hanno portato il Sagrantino e i vini di Montefalco al riconoscimento, sulla scena nazionale e internazionale, di eccellenze del made in Italy.

I winelovers potranno ripercorrere i momenti salienti della storia della denominazione, conoscerne le sfaccettature, avere accesso alle memorie storiche di Montefalco e prendere parte a una straordinaria degustazione delle vecchie annate. Un weekend da segnare in agenda per scoprire le terre, i borghi e i prodotti tipici di una tra le aree produttive più rinomate dell’Umbria.

LE CANTINE PARTECIPANTI
Ecco l’elenco delle cantine aderenti a Enologica 2017: Antonelli, Arnaldo Caprai, Benedetti E Grigi, Castelgrosso, Colle Ciocco, Dionigi, Fattoria Colsanto, Fongoli, Le Cimate, Lungarotti, Milziade Antano, Moretti Omero, Napolini, Perticaia, Rialto, Romanelli, Ruggeri, Scacciadiavoli, Tenuta Alzatura – Cecchi, Tenuta Castelbuono, Tenuta Rocca Di Fabbri, Terre De La Custodia, Terre Dei Trinci.

Categorie
Vini al supermercato

Rosso Conero Dop 2013, Azienda Agricola Santa Casa Loreto

(3,5 / 5) Non poteva che attrarre il nostro interesse il Rosso Conero Dop 2013 prodotto dall’Azienda Agricola Santa Casa Loreto (AN).

In etichetta la riproduzione del complesso della Basilica a ”dominare” lo scaffale così come l’imponente cupola rinascimentale del Santuario fa con il panorama circostante, da diverse angolazioni, lì a Loreto.

LA DEGUSTAZIONE
Di un bel rosso rubino vivace, il Rosso Conero Dop 2013 dell’Agricola Santa Casa Loreto ha un’espressione vinosa gradevole, tipica del vitigno nei ricordi di piccoli frutti rossi di sottobosco.

Al naso, tra il ribes rosso, il lampone e il mirtillo giungono anche accenni di pepe nero e lievi note balsamiche.

In bocca è piacevolmente morbido e fruttato, con tannini fini. Sul finale, discretamente persistente, ritorna anche la balsamicità che ricorda il mirto.

Un calice che nel suo “non dinamismo” trova il perfetto equilibrio sulla tavola di ogni giorno, il tutto accompagnato da un ottimo rapporto qualità prezzo. Il Rosso Conero si abbina in genere a piatti saporiti, salumi, formaggi stagionati.

LA VINIFICAZIONE
Il Rosso Conero Dop 2013 Agricola Santa Casa Loreto è prodotto con uve Montepulciano in purezza. I vigneti si trovano a un’altezza di 100-150 metri sul livello del mare, su terreni argillosi allevati in parte a guyot e in parte a cordone speronato. La vendemmia viene effettuata nella seconda settimana di ottobre.

La vinificazione, effettuata per conto della Santa Casa dalla Viti Vinicola Costadoro di Loreto, è tradizionale in rosso: temperatura controllata, con macerazione sulle bucce di 8/10 giorni e frequenti rimontaggi. Successivamente il vino affina per un anno in acciaio e cemento e quindi ancora per due mesi in bottiglia, prima della commercializzazione.

L’Azienda Agricola Santa Casa Loreto dispone di circa 1400 ettari di cui 50 dedicati alla viticultura. Una produzione vincola di fatto cominciata nel XIV secolo, quando il vino veniva prodotto principalmente per consumo interno e per i pellegrini. La distribuzione nei negozi è storia recentissima, dal 2014.

Prezzo: 4,90 euro
Acquistato presso: Ipersimply

Categorie
Vini al supermercato

Bardolino Classico Chiaretto Dop 2016, Azienda Agricola Conti Guerrieri Rizzardi

(3 / 5) Rosato un po’ (troppo) salato. Una sintesi che racchiude bene l’assaggio del Bardolino Classico Chiaretto Dop 2016 dell’Azienda Agricola Conti Guerrieri Rizzardi, in vendita nei supermercati Esselunga.

Un calice che non soddisfa appieno, proprio per la preponderanza, al palato, di una nota salina che disturba la beva. Rendendo peraltro difficile l’abbinamento di questo vino rosato veneto con la cucina. Eppure le premesse sono ottime.

Il Chiaretto Guerrieri Rizzardi si presenta di un apprezzabilissimo rosato brillante, tipico della denominazione. Gli fa eco un naso elegante, altrettanto caratteristico, tra il floreale di violetta e il fruttato di fragola, lampone e ribes. Prestando ancora più attenzione, ecco la nota di “soluzione salina” che ritroveremo di lì a poco al palato.

In bocca, le percezioni fruttate che contraddistinguono il vino in ingresso vengono poi sovrastate dal sale. Quello che è uno dei tratti distintivi del Bardolino – descritto sin dalle cronache del 1935 come vino “grazioso e lieve”, ma soprattutto “salatino” – risulta la nota stonata nel calice del Chiaretto Guerrieri Rizzardi. Per eccessiva amplificazione. Una durezza che neppure la buona acidità riesce a controbilanciare.

LA VINIFICAZIONE
Sono diversi i vigneti dai quali la cantina Guerrieri Rizzardi ottiene il Chiaretto in vendita nei supermercati Esselunga. Due sono situati a Bardolino (località Campagnole e vigneto Vegro). Altri due nel Comune di Cavaion Veronese (vigneto Vignai, vigneto Cà dell’Ara). Sono 75 mila, in totale, le bottiglie prodotte.

Le viti, allevate a pergola semplice e doppia e guyot con una densità d’impianto variabile tra i 1.720 e i 5 mila ceppi per ettaro, affondano le radici in terreni di tipo ciottoloso, argilloso e calcareo di origine morenico glaciale. Il blend del Bardolino Classico Chiaretto Guerrieri Rizzardi è ottenuto prevalentemente dai vitigni Corvina (65%) e Rondinella (20%), a cui viene aggiunto un 15% tra Molinara e Negrara. Piante di età variabile tra i 5 e i 30 anni, con una produzione media per ettaro di 130 quintali (12.100 bottiglie).

La vinificazione prevede l’iniziale diraspataura e pigiatura delle uve. Segue il riempimento delle vasche di fermentazione e la svinatura, dopo circa 12 ore. La vinificazione in bianco avviene in ambiente ridotto, per preservare le caratteristiche delle uve ed evitare ossidazioni.

Prezzo: 4,89 euro
Acquistato presso: Esselunga

Categorie
news ed eventi

Giro d’Italia in 80 vini all’Iper di Savignano sul Rubicone

Il “Giro d’Italia in 80 vini” sbarca a Savignano sul Rubicone. L’appuntamento “vacanziero” con i vini della linea “Grandi Vigne” è per venerdì 11 e sabato 12 agosto nel punto vendita Iper della provincia di Forlì, all’interno del centro commerciale Romagna Shopping Valley.

Si tratta della seconda tappa del tour, iniziato il 13 e 14 maggio al centro commerciale Fiordaliso di Rozzano, nell’hinterland milanese. Poi toccherà all’Iper Seriate (BG) il 9-10 settembre, all’Iper Portello di Milano il 6-7-8 ottobre e all’Iper di Arese (MI), il 21-22 ottobre.

DEGUSTAZIONE E SCONTI
Superato il giro di boa dei 10 anni, l’evento di degus
tazione è diventa un tour che nell’arco di 6 mesi invita clienti e appassionati del vino alla scoperta della private label Grandi Vigne. Non solo informazioni e consigli di enologi e produttori aderenti al progetto, ma anche un kit di degustazione e sconti per i possessori di Carta Vantaggi.

http://www.vinialsupermercato.it/iper-la-grande-i-giro-d-italia-in-80-vini-degustazione-sconti-linea-grandi-vigne/

Grandi Vigne, marchio creato da Iper La grande i, riunisce “i vini d’eccellenza di piccoli produttori italiani”. Il “Giro d’Italia in 80 vini” è una vera e propria immersione nell’affascinante mondo del vino, in un’ambientazione accurata e con postazioni accoglienti, prevalentemente all’aperto.

Un tour enologico durante il quale il pubblico potrà incontrare i produttori aderenti al marchio Grandi Vigne e farsi consigliare dai sommelier presenti ai banchi di degustazione.

Si potrà assaggiare tutti i vini acquistando un kit di degustazione (3 euro) che comprende, oltre alle consumazioni, un bicchiere di vetro, una sacca porta-bicchiere da collo, materiale informativo e un taccuino di degustazione con matita. I titolari di Carta Vantaggi potranno inoltre usufruire di uno sconto del 20 o 30% su tutti i vini Grandi Vigne.

Categorie
news ed eventi

Campania: svolta bio per i vini del Sannio

Modifica del disciplinare di produzione dell’Igp “Benevento” e nascita del distretto “BioSannio”. Sono le due grandi novità che riguardano il Consorzio Tutela Vini del Sannio.

Le iniziative, volte a “creare occasioni di sviluppo sostenibile e competitivo per il territorio”, hanno raccolto il favore della maggioranza dell’assemblea.

La modifica del disciplinare di produzione della indicazione geografica protetta prevede l’utilizzo della sola denominazione “Benevento” L’approvazione definitiva spetterà al Mipaaf, nei prossimi mesi. Tra le novità, l’introduzione della categoria “spumante” nelle tipologie “bianco”, “rosso” e “rosato”, unico esempio per una Igp in Campania.

Inoltre è previsto l’utilizzo delle tipologie monovitigno, che ora ricomprendono tutti i vitigni idonei della provincia, la riduzione delle rese, la possibilità di produrre mosti parzialmente fermentati, vini liquorosi e vini con rifermentazione naturale in bottiglia per frizzanti e spumanti, l’utilizzo di tutte le chiusure previste dalla normativa.

“Una scelta strategica – commenta il consorzio – volta a un riposizionamento della Igp in base alle esperienze-occasioni di consumo, per consentire una maggiore capacità di risposta alle richieste dei nuovi consumatori, i cosiddetti ‘Millennials’, con l’idea di proporre i vini come un’esperienza a elevato contenuto simbolico, connesso all’autenticità di un territorio, a uno stile di vita, al piacere e al gusto”.

Il progetto di distretto “BioSannio” è invece “un’alleanza tra vitivinicoltori, università e centri di ricerca, associazioni e pubbliche amministrazioni, operatori economici, per la gestione sostenibile delle risorse del territorio culturale locale, con l’obiettivo di valorizzare e promuovere il Sannio, nel quale sperimentare politiche diffuse e condivise orientate ad aumentare la sostenibilità, la competitività e la reputazione del territorio con un’attenzione specifica alla coesione e responsabilità sociale, alla diffusione di nuove conoscenze, alla qualità del paesaggio e al benessere dei cittadini”.

IL COMMENTO
“Il ruolo fondamentale del Consorzio di tutela vini Sannio, conferitogli per legge dello Stato – spiega il presidente Libero Rillo (nella foto) – è quello di incrementare e di promuovere la valorizzazione e la tutela di un patrimonio culturale come quello vitivinicolo sannita che rappresenta un bene comune, un elemento caratterizzante a livello sociale, economico e ambientale”.

“Tutti i risultati che stiamo conseguendo – evidenzia Rillo – sono il frutto di una visione condivisa, di efficaci strategie e dell’impegno costante di tutti gli attori della filiera, e in particolare dei soci e dei consiglieri, a cui va il mio ringraziamento per il loro contributo. Crediamo che solo grazie alla cooperazione della filiera per la definizione di un percorso comune di sviluppo sostenibile per la nostra terra, è possibile incrementare il valore delle produzioni attraverso l’aumento della reputazione e dell’immagine percepita della qualità dei vini sanniti”.

I VINI DEL SANNIO
Durante l’ultima riunione del Consorzio di Tutela vini del Sannio sono state snocciolate le cifre del Vigneto Sannio. L’anno 2016, riferisce l’ente, si è concluso “con buoni segnali”: in crescita il valore delle produzioni certificate a denominazione di origine e a indicazione geografica, che ormai rappresentano  il 40% dell’intera produzione di filiera.

Lo scorso anno la produzione certificata totale a DOP e IGP è stata di 260mila ettolitri di vino, con 4mila ettari di superficie dichiarata, 3,5 mila utilizzatori, e circa 25 milioni di bottiglie certificate. La Falanghina del Sannio DOP ha registrato un + 20% (6 milioni di bottiglie in totale).

Bene anche le altre denominazioni di origine, con l’exploit della DOCG Aglianico del Taburno + 60% rispetto al 2015 (con un totale di 250 mila bottiglie certificate), mentre la Sannio DOP rimane stabile con un + 2% (6 milioni di bottiglie in totale). L’indicazione geografica Benevento continua a mantenere i suoi volumi con 12,5 milioni di bottiglie.

“Numeri significativi – commenta il Consorzio – che caratterizzano il comparto come uno dei più dinamici e importanti della provincia, con un fatturato stimato all’origine di circa 70 milioni di euro”.

Categorie
news ed eventi

Bollicine 2017: Oltrepò culla del Pinot Nero. Franciacorta, scommessa Erbamat

Oltrepò pavese e Franciacorta, due tra le zone più vocate in Italia per la produzione di spumante Metodo classico, hanno dato il via alla vendemmia 2017.

Una raccolta anticipata che non trova memoria in epoca recente, nel Pavese. Già il 2 agosto il taglio dei primi grappoli sulle colline di Oliva Gessi, pittoresco borgo di 200 abitanti alle porte di Pavia, tra Casteggio e Montalto pavese.

I primi vigneti a raggiungere la giusta maturazione in Franciacorta sono invece quelli localizzati sul versante esposto a Sud del Monte Orfano, grazie al microclima più caldo.

Ma se in Oltrepò, primo terroir di Lombardia con 13.500 ettari di vigna sui 22 mila totali, si parte di consueto dalla raccolta delle uve base spumante (Pinot nero e Chardonnay), in Franciacorta l’attenzione è focalizzata sulla risposta di un altro vitigno: l’Erbamat.

L’AUTOCTONO RISCOPERTO
Il primo agosto è entrato in vigore il nuovo Disciplinare di Produzione approvato dal Ministero, che prevede la possibilità di utilizzare lo storico autoctono bresciano a bacca bianca nella misura massima del 10%, nel blend con Chardonnay, Pinot Bianco e Pinot Nero.

Sono interessate tutte le tipologie, tranne il Satèn. L’obiettivo del Consorzio di Tutela è quello di “permettere di testare le sue potenzialità in modo graduale e valutarne eventuali incrementi in futuro”. Un traguardo raggiunto dopo anni di sperimentazioni condotte in sordina sull’Erbamat, vitigno dimenticato ma di cui si ha notizia fin dal ‘500.

“Le modifiche al disciplinare – continua il Consorzio – che si riconferma il più restrittivo al mondo fra i vini rifermentati in bottiglia, restano quindi vocate all’obiettivo di perseguire l’eccellenza in ogni singolo passaggio produttivo e aprono la strada a nuove possibilità di differenziazione. In un mondo spumantistico che prevede pressoché ovunque l’impiego di Chardonnay e Pinot Nero, infatti, l’uso dell’Erbamat può diventare un fattore di esclusività importante, capace di ripercuotersi anche sull’interesse dei consumatori internazionali”.

LE STIME
Il clima pazzo ha lasciato il segno sui vigneti della Lombardia con un taglio medio del 20% sui raccolti. E’ quanto stima la Coldiretti regionale in occasione della vendemmia 2017, iniziata il 2 agosto in Oltrepò e Franciacorta per concludersi a ottobre, in Valtellina.

E se in alcune zone le rese sono in calo del 30% con punte anche del 50% a causa delle gelate della scorsa primavera che hanno colpito a macchia di leopardo, “il caldo e la siccità di questi ultimi mesi – evidenzia Coldiretti – hanno esaltato la qualità e la maturazione dei grappoli”.

Secondo la stima di Coldiretti Lombardia, la produzione regionale dovrebbe superare il milione e 200 mila ettolitri di vino, la maggior parte dei quali per Docg, Doc e Igt. “Con i nostri vini di qualità raccontiamo l’Italia nel mondo – spiega Ettore Prandini, Presidente di Coldiretti Lombardia e vice presidente nazionale di Coldiretti – si tratta di un patrimonio di cultura, conoscenza ma anche economico visto che l’export supera i 5 miliardi di euro all’anno”.

Le province più “vinicole” sono Pavia e Brescia, che da sole rappresentano i due terzi delle superfici vitate in Lombardia e il 70% delle oltre tremila aziende lombarde. A seguire Mantova, Sondrio, Bergamo, Milano e Lodi (con le colline fra San Colombano e Graffignana), ma zone viticole con piccole produzioni si contano anche fra Como, Lecco, Varese e Cremona.

Crescono poi le superfici dedicate ai vigneti “organic”, salite a 2.570 ettari, quasi tre volte in più rispetto a quelle di dieci anni fa, con un’incidenza del 15% sul totale delle aree dedicate alle produzioni di alta qualità. Per quanto riguarda la mappa dei vigneti bio o in conversione al bio, il 61% è concentrato in provincia di Brescia con 1.581 ettari, il 32% in provincia di Pavia con 829 ettari e il resto fra Bergamo (71 ettari), Mantova (43 ettari), Sondrio (26 ettari), Lecco (11 ettari) e Milano (10 ettari).

L’intera filiera del vino, fra occupati diretti e indiretti, temporanei e fissi offre lavoro in Lombardia a circa 30 mila persone e la produzione genera un export di circa 260 milioni di euro all’anno, in particolare verso Stati Uniti, Gran Bretagna, Svizzera, Canada e Giappone.

Sul fronte dei consumi, sempre secondo le stime Coldiretti, in Lombardia quasi 5 milioni di persone bevono vino durante l’anno puntando sempre di più alla qualità, come testimonia il boom delle enoteche, arrivate a sfiorare quota mille, con un aumento di oltre il 30% negli ultimi sette anni. La provincia con la maggior concentrazione di “oasi delle Doc” è quella milanese con 261 realtà, seguono Brescia (175), Bergamo (109), Varese (99), Monza e Brianza (82), Como (63), Pavia (59), Mantova (47), Cremona (34), Lecco (31), Sondrio (25), Lodi (9).

LE STRADE DEL VINO LOMBARDO
Ma il vino è anche un mezzo di scoperta del territorio. In Lombardia si contano oltre mille chilometri di sentieri del nettare di Bacco.

Al primo posto Brescia, con 370 chilometri suddivisi tra la Strada dei Vini e dei Sapori del Garda (200 chilometri), la Strada del Vino Colli dei Longobardi (90 chilometri) e  la Strada del Vino Franciacorta (80 chilometri).

A seguire c’è la provincia di Mantova, con la Strada dei Vini e dei Sapori Mantovani che si estende per circa 300 chilometri, quella di Sondrio con i 200 chilometri della Strada dei Vini e dei Sapori della Valtellina, Bergamo con la Strada del Vino e dei Sapori della Valcalepio (70 chilometri) e infine, Lodi e Pavia, rispettivamente con la Strada del Vino San Colombano e dei Sapori Lodigiani e la Strada del Vino e dei Sapori dell’Oltrepò Pavese (con 60 chilometri ognuna).

Categorie
news visite in cantina

Il francese d’Oltrepò: Fabio Marazzi, monsieur Scuropasso

Questione d’accenti. Te ne accorgi provando a pronunciarlo alla francese: Fabiò Marassì. Suonerebbe così, forse un po’ d’antan, ma più che mai intonato, il nome di Fabio Marazzi tra le colline dello Champagne.

Non foss’altro che Cantina Scuropasso si adagi sulle colline dell’Oltrepò pavese. Frazione Scorzoletta di Pietra de’ Giorgi. Trentacinque minuti a Sud di Pavia. Un’ora abbondante da Milano.

Non esattamente nei pressi di Châlons-en-Champagne, Reims, Troyes o Charleville-Mézières. Eppure, nella casa-cantina di questo appassionato vignaiolo lombardo, sembra sin da subito che la geografia ti stia prendendo per il culo. Rouler dans la farine, se preferite un’espressione d’Oltralpe.

La “r” moscia. L’eleganza dei modi che fa dimenticare – subito – che a parlare è un contadino con la camicia blu a quadrettoni. Un’attaccamento viscerale alla terra e alle vigne. La cocciutaggine nel difendere storia e valori di un territorio sfracellato dagli scandali, maltrattato dai burattini (e dei burattinai) della politica e dei Consorzi. L’agire, sempre, nel nome di un vino che deve parlare, prima di tutto, di natura e di passione. Sin dal colore. Fabio Marazzi è il francese d’Oltrepò. Monsieur Scuropasso.

LA VISITA
Un vignaiolo strappato agli studi (e alle cravatte) di Economia e commercio. Scuropasso, fondata nel 1962 dal padre Federico e dal prozio Primo, svolta con Fabio nel 1988. Da vero e proprio “serbatoio” per le basi spumanti da Pinot Nero destinate ai grandi nomi della Franciacorta e del Piemonte (Guido Berlucchi, Carlo Gancia, Cinzano e Fontanafredda), la cantina inizia a produrre una propria etichetta. E’ il 1991. Il Metodo Classico Brut Pinot Nero Scuropasso segna l’avvio di una nuova era.

“Star vicino a enologi del calibro di Franco Ziliani, Lorenzo Tablino e Livio Testa, tutti formatisi in Francia, imparando sul campo dai vigneron dello Champagne, ha fatto in modo che la mia passione si tramutasse in un vero e proprio amore per il Pinot Nero, per le basi spumante, per il Metodo Classico”, spiega Marazzi.

Nel 1998 prende vita “Roccapietra”, la linea di spumanti Metodo Classico di Cantina Scuropasso. Un modo per unire i nomi delle due località simbolo per la produzione di Pinot Nero nella Valle Scuropasso: Rocca e Pietra de’ Giorgi.

Oggi l’azienda può contare su quindici ettari di proprietà. Centomila, circa, le bottiglie prodotte all’anno, anche grazie al contributo di alcuni storici conferitori, tenuti lontano dalle cantine sociali. Parte da leone spetta al Bonarda: 30 mila bottiglie del “vino da tavola” che consente a Cantina Scuropasso di reinvestire utili nella produzione della vera eccellenza: le 15 mila bottiglie di Metodo Classico da uve Pinot Nero.

Sempre più spazio, nell’assortimento di casa Marazzi, anche per il Buttafuoco, il vino rosso da lungo affinamento dell’Oltrepò Pavese. La recente acquisizione di “Pian Long”, vigna di un ettaro confinante per tre lati con i terreni dell’Azienda Agricola Francesco Quaquarini, fa entrare di diritto Scuropasso nell’olimpo del Buttafuoco Storico.

LA DEGUSTAZIONE
Roccapietra Brut 2010 (sboccatura ottobre 2015).
 Cinquantadue mesi sui lieviti. Giallo paglierino brillante, perlage finissimo Balsamico e assieme fruttato, con ricordi d’agrumi ben definiti. Quello che, all’estero, definirebbero senza giri di parole “vino gastronomico”. Lunghissimo nel retro olfattivo. Un 100% Pinot Nero oltrepadano in pieno stile Montagne di Reims.

Pas Dosè 2009 magnum (sboccatura novembre 2016). Settantotto mesi sui lieviti. Un Pas Dosè nudo e crudo, ottenuto colmando con lo stesso vino. Naso di limone, lime, arancia, su sfondo di miele. Uno splendido spunto erbaceo montano, che ricorda l’arnica, copre i tipici sentori Champenoise di crosta di pane e lieviti. Sempre al naso, in continua evoluzione su un perlage da ammirare per finezza, spruzzi di vaniglia Bourbon.

Un Pinot Nero che sfida il tempo e la logica: auguratevi di non trovarlo mai in batteria alla cieca, col rischio di ringiovanirlo almeno di 3 anni, scambiandolo addirittura per un rosso. Lunghissimo il finale, tutto giocato tra balsamico e agrumi. Un capolavoro da godersi, a tavola, con un bel Parmigiano 39 mesi (minimo). Chapeau, Marassì.

Cruasè 2011 (sboccatura marzo 2017). Sessanta mesi sui lieviti. Le uve Pinot Nero a contatto con le bucce 10-12 ore regalano un “rosato troppo rosato” per i disciplinari. “Ma a me piace così. E continuerò a farlo così, perché è una scelta che si basa sull’essenza del frutto”, assicura il produttore durante la degustazione.

Parole che raccontano il calice meglio di qualsiasi altra prosopopea. E disquisizioni inutili di fronte a un grande rosato che l’Oltrepò del vino rischia di perdere, formalizzandosi sull’aspetto più che sull’anima dell’ennesimo signor Pinot Nero di casa Scuropasso.

Buttafuoco Docg 2009. Meticolosa scelta delle uve per assicurare uniformità nel raccolto e nella vinificazione delle varietà Croatina, Barbera, Uva Rara e Ughetta di Canneto nei vigneti della Garivalda. Quindici giorni in vasche di cemento, poi passaggio in acciaio.

Un anno in botte grande, poi botte piccola. Altri 365 giorni di ulteriore affinamento in bottiglia, prima della commercializzazione. Un Buttafuoco dall’acidità spiccata, non retta da un tannino efficace, forse per via di un legno usato in maniera troppo invasiva. Ma se queste sono le prove per la prima vendemmia a Pian Long, la strada segnata è certamente quella giusta, anche per il rosso principe di Cantina Scuropasso.

Categorie
Vini al supermercato

Blanc de Blancs Brut, J.P. Chenet

(3,5 / 5) Attenzione a non confondere questo bel prodotto di J.P. Chenet con lo Champagne. Prima avvisaglia il prezzo, nettamente inferiore a quello della gamma di “bollicine francesi” presenti nei supermercati italiani. Uno sparkling wine che dà comunque soddisfazioni. Soprattutto nel rapporto qualità prezzo. Gran bell’affare se in promozione.

Giallo paglierino con riflessi oro, il Blanc de Blancs Brut della cantina J.P. Chenet evidenzia nel calice un perlage fine e persistente. Naso profondo di lieviti, crosta di pane e mandorla, sfodera una leggera nota ossidativa che, solo in una fase iniziale, tende a smorzare la piacevolezza delle note fruttate mature di pesca e albicocca. Fanno capolino anche note floreali fresche, sempre meglio definite.

In bocca, lo spumante Blanc de Blancs Brut Chenet riconferma la leggera ossidazione. Trattasi, di fatto, di una bollicina da bere presto, a un anno circa dall’immissione in commercio. Al palato risulta comunque morbido, rotondo.

Una piacevolezza rinvigorita da una spuma avvolgente, per nulla appuntita, che solletica la lingua e chiama il sorso successivo. La nota zuccherina finale conferisce ulteriore gradevolezza alla beva. Peccato duri poco: la pecca di questo Blanc de Blancs (quella che gli costa mezzo punto nella nostra valutazione in “cestelli” della spesa) sta proprio nella semplicità monocorde del finale e nella scarsa persistenza.

Quanto agli abbinamenti, il Brut J.P. Chenet è un vero e proprio “animale” da aperitivo. Uno sparkling che, se servito alla corretta temperatura (6-8 gradi), finirà in un baleno, senza dare alla testa. Per tecnica di vinificazione e uvaggio (100% Chardonnay) si presta anche ad accompagnare pesce grigliato e carni bianche.

LA STORIA
Il vero tratto distintivo della J.P. Chenet è certamente la caratteristica bottiglia dalle curve originali e dal corpo generoso. Una forma nata nel 1984, per mano dell’artista e imprenditore Joseph Helfrich. La chiamò “Joséphine”.

L’originale prevedeva un collo leggermente inclinato. Una forma che conserva tuttora una linea di vini della J.P. Chenet. Forse questo il segreto del successo di un’azienda capace di guadagnarsi il podio delle vendite fra le cantine d’Oltralpe, distribuendo prodotti in oltre 160 Paesi.

Prezzo: 6,49 euro
Acquistato presso: Coop

Categorie
Vini al supermercato

Verticale di Chateauneuf du Pape da Auchan: quando il supermercato regala emozioni

(4,5 / 5) Continuate pure a chiamare “enologia di serie B” quella dei supermercati. Fatto sta che l’ignoranza in materia vinicola della maggior parte degli addetti delle catene della grande distribuzione organizzata è capace di regalare vere e proprie emozioni.

Una prova? La presenza di bottiglie di Chateauneuf du Pape di annate differenti sullo scaffale dei punti vendita Auchan. Avete capito bene: proprio Auchan offre l’inconsapevole ebrezza di una “verticale” del rosso Aoc tra i più rappresentativi della Francia, ottenuto nella zona meridionale della Valle del Rodano da uve Grenache, Syrah, Mourvèdre e Cinsault.

La catena francese, che in Italia tratta col giusto riguardo la viticoltura transalpina, con un’accurata “Selezione” di vini d’Oltralpe dallo sgargiante rapporto qualità prezzo, si perde in un bicchier d’acqua: quello della corretta rotazione delle vendemmie sullo scaffale. Regalando a vinialsuper la possibilità di raccontare un’emozionante “mini verticale”.

Prima un paio di precisazioni, per i meno esperti. Vi è mai capitato di “scavare” sul fondo degli scaffali dei supermercati alla ricerca di scadenze meno ravvicinate alla data nella quale avverrebbe l’acquisto? Certamente sì.

Lo fate con lo yogurt, con l’insalata. Ma anche con le brioche. Ecco il punto: i vini sullo scaffale dei supermercati andrebbero trattati dagli addetti alla stregua dei cornetti della Mulino Bianco.

La regola è semplice: first in, first out. Il pacco di crostatine all’albicocca con scadenza più ravvicinata alla data di potenziale acquisto deve essere esposto davanti a quelle con scadenza meno prossima. Così dovrebbe accadere al vino: la vendemmia 2015 davanti alla 2016, in modo da terminare le scorte di bottiglie più “vecchie” prima di iniziare a vendere quelle “nuove”. Ahinoi, così non accade.

Le “rotazioni” della merce, ovvero la velocità con quale si svuota lo scaffale, sono (o dovrebbero essere) tali da non rendere sempre necessario il “giro delle scadenze”: i banchi si svuotano indipendentemente dalla scadenza della merce esposta, se gli ordini sono tarati in base alle rotazioni. Esattamente quello che non è successo nel caso dello Chateauneuf du Pape della Selezione Auchan.

IL CASO
Due le vendemmie presenti a banco: la 2009, esposta sul fondo dello scaffale, tra la polvere; e la 2014, facilmente reperibile sopra all’etichetta prezzo e acquistabile senza alcuno sforzo. Un errore madornale che, ripetuto in larga scala, costringe le catene a ridurre i margini di guadagno sulle singole referenze.

Considerando che la maggior parte dei vini presenti sullo scaffale dei supermercati sono di pronta beva, ovvero consumabili al top della forma nel giro di un uno o due anni dalla data di vendemmia indicata in etichetta, immaginate a che prezzo (scontato) dovrebbero essere venduti i vini di annate vicine all’aceto.

Col rischio, peraltro, di far percepire male al consumatore non solo il brand posto in sottocosto, ma l’intera Denominazione di appartenenza. Fortunatamente non è il caso dello Chateauneuf du Pape della Selezione Auchan, che si conferma vino dal grande potenziale evolutivo in bottiglia. Anche al supermercato.

LA DEGUSTAZIONE
La vendemmia 2014 (13,5%) si presenta nel calice di colore rosso rubino. Lascia perplesso, di primo acchito, la percezione olfattiva di un potenziale spunto acetico.

Un’acescenza in fase primordiale che, con l’ossigenazione, si dilegua in maniera definitiva. Il vino si apre su note di confettura di frutti rossi, su sottofondo terziario.

Non mancano una mineralità salina e una componente vegetale di macchia mediterranea, definibile nel sentore di rosmarino. L’affinamento in legno regala invece sentori altalenanti tra il cuoio e la balsamicità dolce del miele d’acacia.

L’ingresso in bocca del Chateauneuf du Pape 2014 della Selezione Auchan è caldo, sempre giocato sui frutti rossi, in un crescendo di struttura e mineralità. Il tannino è vivo ma equilibrato, soffice: ricorda il cacao bagnato. Anche l’alcolicità è equilibrata e non infastidisce la beva. Bel vino, che lascia tuttavia qualche dubbio sul potenziale evolutivo.


La vendemmia 2009 (14%) tinge il calice, come atteso, di un rosso granato impenetrabile. Il naso è appannaggio della balsamicità: terziari conferiti dall’affinamento in legno, vegetale spinto tra la macchia mediterranea (di nuovo rosmarino) e la resina di pino. Mirtilli sotto spirito, pepe nero a zaffate.

Al palato stupisce per l’acidità ancora viva. Lo Chateauneuf du Pape 2009 della Selezione Auchan mantiene un gran corpo e un piacevole calore. Lungo nel retro olfattivo, su note di frutti rossi. All’apice della curva evolutiva, regala belle emozioni a tavola, soprattutto per chi ha la pazienza di attendere le sfumature del calice. Da consumare entro la fine dell’anno, per non perdere il bel ricordo di un grande vino francese.

Prezzo: 13,90 euro
Acquistato presso: Auchan

Categorie
Vini al supermercato

Fiano di Avellino Docg 2015, Feudi di San Gregorio

(4,5 / 5) Una linea di vini che spazia dai bianchi ai rossi, passando per le bollicine, contraddistinta da un ottimo rapporto qualità prezzo, senza perdere di vista la territorialità del prodotto.

Feudi di San Gregorio, ormai storica cantina di Avellino, propone ai supermercati un assortimento completo, capace di tratteggiare l’Irpinia del vino adatto a tutte le tasche.

Sotto la lente di ingrandimento di vinialsuper finisce oggi il Fiano di Avellino Docg di Feudi di San Gregorio, vendemmia 2015. In commercio è presente anche la vendemmia 2016: interessante valutare l’evoluzione in bottiglia dell’annata precedente.

Nel calice, il Fiano Docg di Feudi si presenta di un giallo paglierino acceso, leggermente velato per la presenza di fini particelle in sospensione (nulla che ne comprometta la qualità). Al naso l’intensità è decisa: le note floreali e fruttate fresche, assieme a una spiccata mineralità, evidenziano la tipicità del vitigno Fiano.

Fiori di camomilla, pesca gialla e note agrumate invitano a un sorso che parla di campi sterminati e sterminate pianure di mare. L’alcolicità sostenuta (13,5%), tutt’altro che “ubriacante”, fa da cuscino a una spalla acida e a una mineralità che donano freschezza alla beva. Un sorso che non stanca mai. Completa il quadro il tipico finale di nocciola mista a pepe bianco.

Perfetto l’abbinamento del Fiano di Feudi di San Gregorio con crostacei, primi e secondi a base di pesce, anche grigliato. Per gli amanti della cucina giapponese, un vino perfetto per accompagnare sushi e sashimi.

LA VINIFICAZIONE
Semplicissima la tecnica di vinificazione di questo Fiano che punta a valorizzare, assieme, la prontezza della beva della vendemmia in commercio e le buone doti di ulteriore affinamento in bottiglia. Le uve vengono raccolte, diraspate e poste a fermentare in serbatoi di acciaio, a una temperatura controllata di 16-18 gradi. Anche la maturazione – della durata di quattro mesi – è affidata a serbatoi in acciaio, capaci di garantire la conservazione dei profumi e degli aromi tipici del vitigno.

Prezzo: 8,90
Acquistato presso: Carrefour

Categorie
news ed eventi

Il 9 e il 10 Luglio torna VinoVipCortina: lassù dove osano le aquile

E’ da sempre considerata una meta per V.I.P, Very Important Person, una destinazione elitaria non proprio alla portata di tutti.  Location del film cult “Vacanze di Natale” del 1983, primo episodio di una fortunata serie di cinepanettoni.

Questa volta però, a darsi appuntamento in questo gioiello delle Dolomiti non saranno famiglie di ricchi o ”arricchiti” milanesi o romani. Cortina non sarà il set dell’ennesima ”commedia all’italiana”, ma la sede della manifestazione VinoVip Cortina, evento biennale giunto alla sua undicesima edizione destinato più democraticamente a winelovers e appassionati del mondo del vino.

Dal 9 al 10 Luglio quindi, i protagonisti dell’enologia italiana e coloro che avranno il pregio di parteciparvi saranno gli attori di questa ”preziosa” manifestazione siglata ”Civiltà del bere”. Una maratona di due giorni con un fitto programma di walk-around tasting e masterclass (alcune già tutte esaurite) articolate su diverse locations.

Il 9 luglio, presso il Grand Hotel Savoia tre masterclass dedicate alla viticultura,  alla comunicazione e all’enologia. Nello stesso giorno, stessa location, vignaioli under 40 “Giovani Sognatori e Piccole Patrie”, provenienti da Doc minori presenteranno i loro prodotti dalle 12 alle 17 nel primo Walk-around tasting dell’evento. Non mancherà, in serata una cena esclusiva ad alta quota, la ”notte delle stelle”.

Il 10 Luglio, alle 10, presso l’Hotel Cristallo Golf & Spa sarà invece presente l’enologo Riccardo Cotarella, ospite alle 10.30  di Alessandro Torcoli, direttore di Civiltà del bere per un dialogo intervista (tutto esaurito). Dalle 11.30  fino alle 14 altro walk-around tasting presentato direttamente dai produttori di alcune etichette storiche e di alcune novità made con il supporto del prestigioso enologo.

Sempre il 10 luglio, nel Rifugio Faloria a 2170 metri di altezza tornerà in scena il “Wine tasting delle Aquile’‘, evento clou di VinoVip Cortina. Le 57 cantine protagoniste di VinoVip Cortina, dalle 15 alle 19 presenteranno al pubblico un totale di 172 papabili assaggi.

Categorie
news ed eventi

Calici di stelle: in Toscana eno-picnic al chiar di luna

Mai fatto un eno pic-nic al chiaro di luna in mezzo a un vigneto con vini di grande qualità? L’occasione è presto fatta: in occasione della prossima edizione di Calici di Stelle infatti il Movimento Turismo del Vino Toscana offrirà a tutti gli enoturisti e agli appassionati la possibilità di vivere un’esperienza unica dal tramonto in poi, degustando prodotti della tradizione, accompagnati dai vini toscani e magari con musica o altre forme di intrattenimento, il tutto all’aperto sotto i cieli stellati di cantine e vigneti.

“Goditi le stelle, al vino ci pensiamo noi” è il claim che il Movimento Turismo del Vino Toscana ha pensato per questa nuova edizione dell’evento dell’estate che nelle cantine del Movimento prenderà il via dalla notte di San Lorenzo, il 10 agosto, fino al 15 agosto con un ricco programma che si dipanerà nelle decine di cantine aderenti all’iniziativa sparse per tutta la regione. ”Stelle viste dal vigneto per questa edizione perché vogliamo aprire oltre che le porte delle cantine, anche i cancelli delle nostre bellissime campagne, le cantine infatti in questa occasione apriranno le loro proprietà invitando i visitatori a riappropriarsi della natura dal cielo al bicchiere – spiega il presidente del Movimento Turismo del Vino Toscana, Violante Gardini – da qui il tema di questa edizione che nasce dal concetto di convivialità che da sempre si respira nei vigneti, tradizionalmente con le veglie e le cene al sacco, ma l’obiettivo è anche quello di far osservare le stelle abbinando varie esperienze, dalla musica agli spettacoli, che le cantine offriranno per questa edizione di Calici di Stelle”.

Stelle, gastronomia e natura
Dal 10 al 15 agosto tornano le grandi feste nelle piazze e nelle cantine con eventi fatti ad hoc per emozionare i winelovers nel periodo della caduta delle stelle, nel cuore dell’estate. Proprio le stelle potranno essere viste con consapevolezza grazie allo stellario che il Movimento Turismo del Vino Toscana distribuirà a tutti i partecipanti: una mappa celeste del cielo di agosto, insieme al kit per ”godersi l’attimo” ed essere pronti ad esprimere i più grandi desideri, brindando con i migliori vini e godendo della natura vitivinicola della regione. Ogni cantina aderente all’iniziativa inoltre offrirà dal tramonto in poi la possibilità di guardare le stelle direttamente dai propri vigneti.

I programmi
Dai vigneti sul mare della Maremma e della costa degli Etruschi, passando per la Val d’Orcia e le grandi denominazioni toscane, Chianti Classico, Brunello di Montalcino e Nobile di Montepulciano. Le tante aziende che prenderanno parte all’iniziativa (su www.mtvtoscana.com  grazie al nuovo sistema di georeferenziazione delle cantine sarà possibile organizzare al meglio la propria serata sotto le stelle) organizzeranno, nel periodo dal 10 al 15 agosto, numerose iniziative, dalla musica all’arte, passando per lo spettacolo, con degustazioni sotto i cieli stellati.

Calici di Stelle
E’ l’evento nato nel 1996 per promuovere il vino italiano durante il periodo estivo. Il 10 agosto di ogni anno, la notte di San Lorenzo, nelle piazze e nelle cantine italiane gli enoappassionati sono protagonisti del brindisi più atteso dell’estate. Movimento Turismo del Vino e Città del Vino, l’associazione dei comuni vitivinicoli d’Italia, si uniscono per dare vita ad un evento che si sviluppa con una miriade di appuntamenti, dalla Val d’Aosta alla Sicilia. Vino e offerta culturale, insieme alla magia dei territori sotto le stelle, sono l’abbinamento vincente della manifestazione, in una formula che unisce la filosofia del buon bere a eventi, spettacoli, design e arte.

Categorie
Vini al supermercato

Cuvèe Sergio Rosè MO Collection, Mionetto

(3,5 / 5) Un prodotto particolare, “diverso”. È la Cuvèe Sergio Rosè MO Collection di Cantine Mionetto. Diverso perché Mionetto, cantina che ha fatto del Prosecco una bandiera, presenta qui uno spumate Extra dry rosè.

LA DEGUSTAZIONE
Colore rosa tenue, brillante, con bei riflessi rosa intenso. Anche la ricca spuma, piuttosto persistente, ha un leggero colore rosato che adorna piacevolmente il bicchiere. Il perlage è abbastanza fine, vigoroso e persistente.

Al naso, Sergio Rosè MO di Cantine Mionetto è molto fruttato. Prevalgono note agrumate di pompelmo, seguite da sentori di piccoli frutti rossi. In bocca è agile, l’effervescenza lo rende giustamente tagliente e beverino. Di buon corpo se paragonato a molti altri charmat.

La buona acidità controbilancia la nota zuccherina (14-17 grammi per litro il dosaggio dichiarato). Nota zuccherina che equilibra il finale, altrimenti leggermente amarognolo. Persistente quanto basta. Valida alternativa ai “cugini” Prosecchi per un aperitivo, Segio Mo Collecion Mionetto è una cuvèe che, a tavola, si sposa bene con fritture leggere o carni non troppo saporite.

LA VINIFICAZIONE
Sergio Rosè è ottenuto da un blend di uve rosse autoctone delle regioni Veneto e Trentino, vinificate in rosato con pressatura soffice e poche ore di macerazione sulle bucce. Il vino base subisce poi il processo di spumantizzazione in autoclave.

Fondata nella zona di Valdobbiadene nel lontano 1887 da Francesco Mionetto, capostipite della famiglia, Mionetto ha saputo in quasi un secolo e mezzo di storia divenire una delle realtà più rappresentative del Prosecco anche a livello internazionale. La svolta nel 2008, quando la cantina è stata acquisita dal gruppo tedesco Henkell & CO. Sektkellerei KG, uno dei maggiori produttori europei di bollicine.

L’accesso ai mercati internazionali è stato così più agevole, senza tuttavia snaturare la propria tradizione e vocazione ai territori della Doc e della Docg. Oggi Mionetto è presente in tutti i maggiori mercati mondiali con 32 tipologie di spumante suddivisi in 7 linee di prodotto differente.

Prezzo: 8,19 euro
Acquistato presso: Iper, la Grande I

Categorie
Vini al supermercato

Prosecco Rosè? Solo da Iper, Belen e Bastianich

(di Giacomo Merlotti e Davide Bortone) Bevitelo te, il Prosecco Rosè. Perché? Facile: non esiste. A meno di improbabili revisioni notturne del disciplinare di produzione della Doc Treviso, è una “svista” agghiacciante quella a cui si può assistere nel mega punto vendita di Arese (MI) a insegna Iper, la Grande i.

Al colosso della grande distribuzione italiana fa eco il ristorante di Joe Bastianich e Belen, Ricci Milano. Sulla carta dei vini, tra le “Bollicine”, ecco spuntare – per la modica cifra di 34 euro – il Prosecco Rosè “Flor”. Una chicca? Non proprio.

IL DISCIPLINARE
Inequivocabile l’articolo 2 comma 1 del disciplinare di produzione del Prosecco Doc. “Il vino a Denominazione di origine controllata ‘Prosecco’ deve essere ottenuto da uve provenienti da vigneti costituiti dal vitigno Glera”.

“Possono concorrere, in ambito aziendale, da soli o congiuntamente fino ad un massimo del 15%, i seguenti vitigni: Verdiso, Bianchetta trevigiana, Perera, Glera lunga, Chardonnay, Pinot bianco, Pinot grigio e Pinot nero (vinificato in bianco), idonei alla coltivazione per la zona di produzione delle uve di cui all’art. 3 del presente disciplinare”. Game over: il Prosecco rosè non esiste.

L’ERRORE
Sotto accusa, nel punto vendita Iper di Arese, nel milanese, è il cartello promozionale collocato nel bel mezzo della corsia dei vini: “Prosecco Treviso Doc Rosè Mionetto 75cl: 6,90 euro”. Inconsapevole della svista la cantina veneta Mionetto. Il prodotto in questione è infatti il “Mionetto MO – Sergio Rosé”, che in etichetta è correttamente dichiarato “Spumante Extra Dry”. Senza menzione di provenienza, Doc, o altro. E’ dunque il personale Iper ad aver identificato il prodotto in promozione come “Prosecco”.

Ci sono un’argentina e un americano in ristorante a Milano… Potrebbe cominciare così la barzelletta che vede invece come protagonista la carta dei vini di Ricci Milano. Passi per Belen, una a cui si può perdonare davvero di tutto.

Ma che un personaggio del calibro di Joe Bastianich (peraltro produttore di vino) non si accorga di una simile castroneria sulla carta dei vini del proprio ristorante, incoraggia noi malpensanti a valutazioni maliziose. Che si tratti di una trovata di “marketing” per spingere le vendite del rosè, accostandolo al “Prosecco”? Un dubbio che il mondo del web sembra confermare. Il Prosecco “Flor” compare in versione rosè sul sito californiano The Wine Connection – Rare & Premium Wines. Vini tanto “rari” e preziosi da non esistere.

DICIAMOLO
Una volta per tutte: “Prosecco” e “Spumante” non sono sinonimi. Il Prosecco è una sfumatura del vasto mondo della spumantizzazione. Non si può chiamare “Prosecco” tutto ciò che, semplicemente, non è Metodo Classico (quello, per intenderci, alla base della produzione dello Champagne, del Franciacorta o del TrentoDoc) o che abbia la “bollicina”. In definitiva, il vino chiede e merita rispetto. E ancor più ne richiede il consumatore.

Exit mobile version