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Dal 25 al 28 Aprile torna l’Orcia Wine Festival

Si definisce il vino “più bello del mondo” l’Orcia Doc, denominazione di origine controllata che rappresenta i produttori del territorio della Val d’Orcia, patrimonio Unesco dal 2004, proprio per la sua bellezza unica.

Queste terre saranno nuovamente  protagoniste, dal 25 al 28 aprile ,dell’Orcia Wine Festival, giunto ormai alla sua decima edizione.

La manifestazione, destinata a winelovers,  famiglie anche con bambini piccoli al seguito, amanti dei viaggi e del buon vivere  avrà come leit motiv la “Francigena di Vino”, il pellegrinaggio per antonomasia di questi territori, meta da sempre di molti turisti ed enoturisti.

IL PROGRAMMA
In programma il  25 aprile una conferenza a cura di Giampietro Comolli, fondatore dell’Osservatorio Vini Spumanti Effervescenti, in cui si parlerà di come è cambiato il mondo degli spumanti in crescita vertiginosa, anche in vista del cambiamento di disciplinare dell’Orcia Doc.

Il 26 Aprile sarà la volta del campione italiano dei sommelier Ais, Simone Loguercio che guiderà una degustazione sull’eleganza del Sangiovese nel territorio dell’Orcia Doc.

Ma l’Orcia Wine Festival è anche mostra mercato promossa dal Comune di San Quirico d’Orcia, in collaborazione con il Consorzio del Vino Orcia e Onav Siena. Quest’ultima curerà le degustazioni guidate nelle suggestive sale seicentesche di Palazzo Chigi Zondadari, con i vini di oltre 20 aziende del territorio ai banchi di assaggio.

Tra gli eventi collaterali cene tematiche nei ristoranti del territorio, trekking urbano sulla Francigena, cortometraggi,  laboratori culinari per i più piccoli e l’esposizione di auto d’epoca lungo la Francigena.

Naturalmente saranno anche possibili visite in cantina in bici ed anche in treno a vapore in partenza da Siena verso San Quirico.

ORCIA DOC E VAL D’ORCIA
Le uve che danno i vini della denominazione sono in gran parte coltivate in Val d’Orcia, zona che registra mediamente ogni anno 1,4 milioni di presenze turistiche, con un milione di escursionisti.

Non a caso il 65% delle aziende vitivinicole dell’Orcia Doc è impegnata  nell’ospitalità con agriturismi o servizi di ristorazione.

I NUMERI DELLA DOC
Nata nel febbraio del 2000, l’Orcia Doc raccoglie nella sua area di produzione dodici comuni a sud di Siena (Buonconvento, Castiglione d’Orcia, Pienza, Radicofani, San Quirico d’Orcia, Trequanda, parte dei territori di Abbadia San Salvatore, Chianciano Terme, Montalcino, San Casciano dei Bagni, Sarteano e Torrita di Siena).

Il disciplinare di produzione prevede la tipologia Orcia (uve rosse con almeno il 60% di Sangiovese), l’Orcia Sangiovese (con almeno il 90% di Sangiovese) entrambe anche con la menzione Riserva  per prolungato invecchiamento (rispettivamente 24 e 30 mesi tra botte di legno e bottiglia). Fanno inoltre parte della Doc anche il bianco, il rosato e il Vin Santo.

Sono 153 gli ettari di vigneti dichiarati su un totale potenziale di 400 ettari. La produzione media annua si attesta intorno alle 240 mila bottiglie realizzate dalle circa 60 cantine nel territorio di cui oltre 40 socie del Consorzio di tutela che dal 2014 ha l’incarico di vigilanza e promozione Erga Omnes nei confronti di tutti i produttori della denominazione.

Il Consorzio di tutela si occupa di promuovere la denominazione attraverso varie azioni, tra cui anche eventi territoriali come l’Orcia Wine Festival.

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Mondial des Vins Extrêmes: il 23 Settembre la premiazione a Torino

Foto di repertorio

TORINO – Si terrà il 23 Settembre a Torino, a Palazzo Madama, la Cerimonia di premiazione della 26esima edizione del Mondial des Vins Extrêmes organizzata dal Cervim.

La premiazione si svolgerà durante il Salone del Gusto-Terra madre in corso dal 22 al 24 Settembre.

Inaugurerà la giornata, alle ore 11, la tavola rotonda “Linguaggi e forme efficaci per promuovere la viticoltura eroica”.A seguire, alle 12.30, la Cerimonia di premiazione che vedrà coinvolti ben 227 vini.

I PREMI
Saranno assegnate 5 Gran Medaglie d’Oro, 130 Medaglie d’Oro, 92 Medaglie d’Argento ai finalisti del concorso selezionati dalla giuria internazionale del concorso internazionale dedicato ai vini eroici che si è tenuta a Sarre (Valle d’Aosta) dal 12 al 14 luglio.

Una selezione delle iniziali 723 etichette partecipanti provenienti da 279 aziende di 19 Paesi vitivinicoli eroici di tutto il mondo: Italia, Austria, Francia, Georgia, Germania, Grecia, Portogallo, Slovenia, Spagna, Stato di Palestina, Svizzera, con le novità di Capo Verde, Cile, Israele, Polonia, Repubblica di Macedonia e Slovacchia e con i graditi ritorni del Libano e Kazakistan.

L’elenco completo dei vini premiati è online e disponibile su: http://www.mondialvinsextremes.com/news/l-elenco-dei-vini-premiati-2018.

Tutte le etichette saranno anche in degustazione e a disposizione dei winelovers nelle giornate di sabato 22 e domenica 23 settembre, dalle 12 alle 24, mentre lunedì 24 settembre dalle 12 alle 19.

IL MONDIAL DES VINS EXTREMES
Il Mondial des vins Extremes è organizzato dal Cervim, in collaborazione con l’Assessorato Agricoltura e Ambiente della Regione Autonoma Valle d’Aosta, la Vival (Associazione Viticoltori Valle d’Aosta) e la sezione Ais – Valle d’Aosta, con il patrocinio dell’Oiv (Organisation Internationale de la Vigne et du Vin) di Vinofed (Federazione Internazionale dei Grandi Concorsi enologici), e la relativa autorizzazione del Ministero alle Politiche Agricole Alimentari, Forestali e del Turismo.

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Approfondimenti

Grande successo per Sky Wine 2018 a Maenza

MAENZA – Valorizzare le produzioni vinicole riscoprendo contestualmente le ricchezze storico artistiche del territorio locale. Questo è lo spirito di Sky Wine, rassegna che dal 2012 impreziosisce i weekend Pontini nelle più belle città medievali e non dell’Agro Pontino, come Sermoneta, Cori, Maenza, Priverno, Terracina e Latina.

E proprio Maenza, in provincia di Latina, ha ospitato sabato 28 e domenica 29 Luglio l’ultima rassegna
enologica dedicata alla cultura del vino, dell’olio, e del cibo, con particolare risalto alle “bollicine” e ai vini bianchi.

Oltre alle eccellenze del territorio, presenti anche molte aziende e prodotti provenienti da diverse aree geografiche (Champagne, Trento Doc, Oltrepò Pavese, Franciacorta, Valdobbiadene, Sannio) per un piacevole confronto tra prodotti classici ed emergenti.

Dalle ore 17:00 di Sabato il Centro Storico, si è popolato di winelovers ed enocuriosi che hanno girato tra i vari banchi d’assaggio presenti nel percorso guidato che conduceva dalla Loggia dei mercanti, al Castello Baronale, passando per la Chiesa San Giacomo con un sottofondo di musica classica.

Particolare novità di quest’anno, che ha riscosso molto successo, sono stati i convegni e gli approfondimenti tenuti presso l’auditorium del Castello Baronale, dove è stato possibile conoscere direttamente enologi e produttori attraverso interventi e degustazioni guidate da esperti sommelier, concludendo ogni degustazione con un prodotto gastronomico creato da Chef Locali.

I contenuti artistici a tema hanno dato corpo dall’evento, con storie fotografiche e di vita dei vignaioli dei Castelli Romani e la presenza della mostra “I Vinarelli”, acquarelli dipinti con il vino.

Ora grande attesa per il prossimo evento Sky Wine, che si terrà in una nuova location a Sezze, il 25 e 26 Agosto, il cui tema sarà l’enogastronomia del territorio, rievocando la gloriosa arte della viticultura e produzione di vino nel territorio della Provincia di Latina sin da epoca romana.

La storia del popolo maentino appartiene alla antichissime popolazioni delle civiltà pastorali italiche, le cui origini appartengono al XI Secolo, provenienti dalle vicine terre di Priverno sotto dominazione Romana.

La storia di Maenza si intreccia strettamente con le vicende feudatarie dominanti. Numerose furono le casate che ebbero in Maenza il loro feudo, come i Conti di Ceccano, Caetani, i Borgia e gli Aldobrandini.

Sull’origine del nome “Maenza” vi sono varie ipotesi, la prima è che il nome richiama Mazentius, eroe di origine etrusca, la seconda derivi invece dalla conquista da parte delle popolazioni germaniche, che dopo la conquista edificarono qui una fortificazione, richiamandosi nella denominazione alla città di Mainz. Attualmente Maenza conta 3101 abitanti.

Foto a cura di Gradiazione13

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Asolo Wine Tasting: il 6 Maggio l’evento

Il Consorzio Vini Asolo Montello si prepara per la settimana edizione dell’Asolo Wine Tasting, in programma domenica 6 maggio 2018 a Palazzo Beltramini, nel cuore del borgo di Asolo (TV).

Novità di quest’anno sono le tre degustazioni guidate dai sommelier di Ais Veneto e dedicate alle diverse tipologie di Asolo Prosecco Superiore Docg, ai vini rossi Doc e Docg del Consorzio, all’Incrocio Manzoni e alla Recantina.

IL PROGRAMMA
Dalle 10.00 alle 19.00 saranno aperti al pubblico i banchi d’assaggio con i vini del Consorzio.  Ad ospitare le tre masterclass sarà la Sala Gialla di Palazzo Beltramini. Alle 11.00 la prima degustazione, che sarà interamente dedicata all’Asolo Prosecco Superiore Docg, presentato nelle sue diverse declinazioni, in particolare l’Extra Brut. La denominazione Asolo Montello è infatti l’unica tra le Denominazioni del Prosecco che può rivendicare la tipologia Extra Brut nelle bottiglie prodotte.

Il Consorzio Vini Asolo Montello, che quest’anno ha superato l’obiettivo dei 10 milioni di bottiglie, non è però solo Asolo Prosecco Superiore Docg. Nel pomeriggio saranno presentate due degustazioni dedicate agli altri vini prodotti nella zona. Alle 16.00 l’attenzione sarà rivolta alla Recantina, all’Incrocio Manzoni e al Colfondo, che dal prossimo anno si chiamerà Asolo Prosecco Superiore Docg sui lieviti, mentre alle 17.30 ci sarà una degustazione dedicata ai vini rossi Doc e Docg del Consorzio.

Nello stesso weekend il borgo trevigiano ospiterà anche la dodicesima rassegna di Fucina del Gusto, rassegna gastronomica dedicata alle eccellenze locali, che con Asolo Wine Tasting ha in comune la volontà di valorizzare il territorio dell’Asolo Montello e i suoi prodotti. Il costo dell’entrata al banco d’assaggio sarà di 10 € comprensivo di tasca e bicchiere souvenir.
Maggiori informazioni sul sito www.asolomontello.it

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Vini al supermercato

Cortona Doc Syrah 2015 Achelo, La Braccesca Antinori

(3,5 / 5) La zona di produzione delle uve idonee alla produzione dei vini a denominazione d’origine controllata “Cortona” ricade nella provincia di Arezzo.

Comprende i terreni vocati alla qualità di una parte del territorio del borgo dall’anima medievale, incastonato tra Toscana ed Umbria, noto anche come città natale di Pietro da Cortona, pittore ed architetto simbolo del barocco, e di Lorenzo Cherubini, al secolo Jovanotti.

Sotto la lente di ingrandimento di vinialsuper un rosso toscano, prodotto con uve Syrah in purezza direttamente dal pianeta Marchesi Antinori.

LA DEGUSTAZIONE
Il Cortona Doc Syrah 2015 della Braccesca ha un colore violaceo molto intenso che dipinge archetti densi e fitti sul calice. Al naso è intenso e pulito con sentori primari di more e amarene  su fondo speziato di pepe nero e vaniglia non invadente, segno di un uso sapiente del legno.

In bocca ha un ingresso morbido e caldo con una discreta freschezza.  Di buona struttura ha un tannino elegante  nonostante la giovane età che lo rende pronto. Il sorso ha rimandi fruttati con scia pepata, ma risulta poco profondo. Ciò nonostante resta un buon vino “piacione” che, soprattutto abbinato a carni rosse, può dare soddisfazioni a tavola.

LA VINIFICAZIONE
Dopo la diraspatura e la pigiatura il mosto viene macerato a freddo per un paio di giorni, in modo da esaltare le caratteristiche fruttate tipiche del vitigno. La fermentazione alcolica a temperature non superiori ai 28 gradi ha una durata di circa 10 giorni.

Il vino viene introdotto per il 70% in barrique francesi di secondo e terzo passaggio, dove svolge la fermentazione malolattica, e per la restante parte in acciaio. Il Cortona Doc Syrah 2015 Achelo è stato imbottigliato a gennaio 2016.

La Fattoria Braccesca si estende su una superficie complessiva di 508 ettari, con due nuclei distinti e separati, uno a Montepulciano e l’altro ai piedi di Cortona, con 237 ettari di vigneto.

Prezzo: 11,95 euro
Acquistato presso: Coop

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news ed eventi

Un tram che si chiama La Versa. Ultima chiamata per l’Oltrepò

Diciotto milioni di euro netti di ricavi nel 2009. Poi giù. Nel buio più profondo. Fino ad arrivare a una voragine dal diametro impressionante.

Un buco (finanziario) da 12 milioni di euro, consolidato dal bilancio 2016. E un vuoto (morale) ancora più disorientante, allo scattare delle manette ai polsi dell’eterno presunto Messia, giunto dalla Franciacorta: quell’Abele Lanzanova capace, secondo la GdF, di “appropriarsi di ingenti somme sottraendole alle scarse risorse finanziarie della Cantina, peraltro già interessata da procedimenti prefallimentari”. Era il 21 luglio 2016.

L’araba Fenice dell’Oltrepò pavese ha un nome solo ed è La Versa. Evocativo. Tattile. Come i trattori dei contadini in canottiera che, nella culla del Pinot Nero italiano, passano accanto a quel blocco di cemento di 15 mila metri quadrati, pronti a tornare a popolarsi di uomini, di passioni, di idee.

Ci credono in molti – ma forse ancora in troppo pochi – nel rilancio della storica cantina pavese ad opera della nuova società costituita da Terre d’Oltrepò e Cavit. In questo quadro, in una terra che da troppi anni è un puzzle di buoni propositi e di ottimi progetti individuali annegati nell’incapacità di “fare rete”, la cooperazione pare l’unico asso nella manica.

Lo sa bene Andrea Giorgi, personaggio a metà tra il cow boy e il sindaco sceriffo: presidente della newco scioglilingua “Valle della Versa”, partecipata al 70% dai lombardi e al 30 dai trentini. Ironia sottile, silenzi dosati. Risposte mai banali o scontate. A volte pungenti. Un giardiniere pronto a seminare nel deserto. Un minuto Gandhi, il minuto dopo William Wallace (a parole) prima di Bannokburn. Senza però sfociare nel bipolarismo.

Al suo fianco Marco Stenico, il mediatore. Il direttore commerciale per antonomasia. Trentino d’origine, è lui il braccio destro di Giorgi. L’uomo perfetto per riconquistare il mercato.

E non importa se, al 24 agosto, i due non sappiano ancora quali siano, esattamente, i bottoni da premere sul quadro elettrico per accendere la luce nel “caveau” di La Versa, intitolato allo storico presidente duca Antonio Denari. Per risorgere ci vuole tempo. E occorre fiducia. La ricetta? Ripartire dal passato, in chiave moderna.

“Questa è un’azienda nuova – precisa Stenico – costituita dai due soci. Terre d’Oltrepò e Cavit si sono prese carico, ognuna per le proprie competenze, di alcune attività. Noi seguiremo la parte commerciale, mentre i nostri partner trentini la parte tecnica, la vinificazione e la parte industriale, che sta per essere messa in attività a partire già da settembre”.

Dalla scorsa settimana, i conferitori della zona di Santa Maria della Versa e di Golferenzo hanno ricominciato a portare le loro uve a La Versa. “Tutto raccolto a mano – evidenzia Stenico – Pinot Nero, Riesling e Moscato”. La prima vendemmia della nuova società si assesta sui 25 mila quintali di uva. Masse certamente inferiori ai 450-500 mila quintali che Terre d’Oltrepò e i suoi soci sono in grado di produrre annualmente. Ma siamo, appunto, solo all’inizio.

La parte del leone spetta al Pinot Nero, con oltre 10 mila quintali. A seguire il Riesling, 5 mila. E infine il Moscato, con 7-8 mila quintali. Quantità risicate da maltempo e gelate che hanno interessato l’Italia, travolgendo anche l’Oltrepò Pavese. Cento i soci conferitori di quella che fu La Versa, cui si andrà a sommare la base sociale di Terre d’Oltrepò, costituita da oltre 700 soci. Tradotto in vigneto: 6 dei 13 mila ettari complessivi sono controllati da Valle della Versa, con un potenziale produttivo che supera il 55% dell’intera zona.

“Da questa vendemmia – commenta Andrea Giorgi – ci aspettiamo un prodotto da collocare nel più breve tempo possibile sul mercato con il marchio La Versa. Un’operazione strategica per Terre d’Oltrepò, che ha già due stabilimenti: uno a Broni, l’altro a Casteggio. Il primo ha un grande potenziale dal punto di vista tecnologico, che arriva fino alla trasformazione di 15 mila quintali di prodotto al giorno. Casteggio si sta invece specializzando nell’imbottigliamento di prodotti fermi. Qui a Santa Maria La Versa vogliamo invece sviluppare il marchio e destinarlo a prodotti spumanti e a frizzanti in genere”.

Il mercato di riferimento è chiaro. “Nella nostra strategia complessiva – risponde Giorgi – visti i quantitativi enunciati, possiamo abbracciare tutta la gamma, dalle enoteche ai supermercati, passando dai ristoranti. Stiamo accuratamente selezionando i canali nei quali entrare nel modo più redditizio possibile, per creare uno zoccolo duro sul mercato italiano e sviluppare l’estero, dal momento che l’export, oggi, riguarda solo una piccola parte. Quello che vogliamo fare è accontentare i diversi target di clientela, dando senso al lavoro delle nostre centinaia di conferitori”.

Al canale moderno, quello della distribuzione e della grande distribuzione organizzata (Do-Gdo) sarà affidato il 70-75% della produzione. Il resto alla nicchia della ristorazione e delle enoteche. Diverso il discorso per il marchio La Versa. Ed è qui che si gioca una delle partite fondamentali per il rilancio della cantina pavese.

IL TESORO NEGLI ABISSI
Nei due piani sotterranei della cantina sono infatti custodite oltre un milione di bottiglie di metodo Classico oltrepadano (o futuro tale). Voci incontrollate assegnerebbero a questo scrigno un valore di 4,2 milioni di euro. Lo stesso per il quale la newco si è aggiudicata l’asta.

Una cifra che Giorgi e Stenico non confermano. E che, anzi, sembrano ridimensionare. Cosa ne sarà di questo bottino, vera carta da giocare anche nei confronti delle resistenze sull’operazione di Cavit in Oltrepò, da parte di una frangia di vignaioli delle Dolomiti? Cinque le annate custodite nel Caveau, comprese tra la 2004 e la 2015 , tra Docg e Vsq.

“Vorremmo identificare il posizionamento del prodotto in una fascia alta – precisa il direttore commerciale -. Canalizzeremo in Gdo La Versa, fatta eccezione per marchi storici come Testarossa e Cuvée storica, che invece saranno appannaggio del canale tradizionale. Sintetizzando, sia per la Gdo sia per l’Horeca, un posizionamento alto per i prodotti La Versa e numeri più bassi. Ristoranti, enoteche e bar di prestigio avranno l’esclusiva del top di gamma di La Versa, protetto dalle logiche dei facili volumi, su livelli dei grandi Franciacorta e dei grandi TrentoDoc”.

“A partire da ottobre inoltrato – dichiara Marco Stenico – saranno immesse sul mercato le prime 5-10 mila bottiglie selezionate in maniera tecnica e precisa, capaci di garantire senza ombra di dubbio quella qualità che avremo sicuramente fra tre anni. Il resto dello stock sarà venduto come prodotto di semi lavorazione ad altri produttori. Per noi questo milione di bottiglie ha un valore enorme e vogliamo portarlo a casa tutto. Devono essere il biglietto da visita di La Versa, ma soprattutto dell’intero Oltrepò, per il quale ci candidiamo a un ruolo di vero e proprio traino”.

LE ETICHETTE
Le etichette, specie quelle destinate alla Gdo, sono ancora in fase di elaborazione. Sarà un lavoro di mediazione che interesserà le stesse insegne, avvezze a richiedere ai clienti layout ben precisi, secondo le moderne frontiere del neuromarketing.

Le prime bottiglie oggetto di restyling dovrebbero spuntare sugli scaffali di una nota catena italiana a cavallo tra i mesi di ottobre e novembre (manca solo la firma sul contratto). Saranno invece tutelate da qualsiasi ingerenza le etichette storiche di La Versa, cui sarà garantita “un’identità vecchio stile, o comunque della vecchia bottiglia”.

“Faremo dei piccoli cambiamenti – annuncia Marco Stenico – ma senza togliere riconoscibilità al marchio”. Grande attenzione al mercato italiano. Ma nel mirino, per l’estero, oltre agli Stati Uniti, si affiancheranno missioni su piazze importanti, come Germania e Inghilterra.

L’aspettativa? “Innanzitutto – risponde Stenico – portare a casa la pagnotta. Ma i nostri piani industriali prevedono una crescita di 6 milioni nel primo anno e di 10 nei prossimi 3-4 anni, con redditività”. Una parola magica, “redditività”, che riguarderà soprattutto un’oculata gestione dei costi e delle risorse.

Di fatto erano trentacinque i dipendenti de La Versa colata a picco. Sette i milioni di fatturato nel 2015, scesi poi a poco più di 4 milioni nel 2016, per pagare stipendi e mantenere gli standard infrastrutturali. Di fatto, oggi sono 6 i dipendenti effettivi di La Versa (un enologo e 5 cantinieri). E se di numeri si parla, basti pensare che Terre d’Oltrepò, con un fatturato di 40 milioni, ha oggi in carico 48 dipendenti.

“Una gestione scellerata quella del passato – evidenzia il presidente Andrea Giorgi – che ha portato alla distruzione del fatturato di La Versa. Scelte imprenditoriali e commerciali errate hanno condotto la società a un’esposizione esagerata. Ma tra le cause del fallimento bisogna citare anche una componente politica, perché è impossibile immaginare 35 dipendenti in una realtà da 4,5 milioni euro annui”.

IL CONSORZIO
“La ripartenza di La Versa – dichiara Emanuele Bottiroli, direttore del Consorzio di Tutela Vini Oltrepò – è un nuovo inizio per un Oltrepò spesso percepito come schiavo di mille padroni e incapace di governare il proprio mercato. All’Oltrepò Pavese serve un marchio collettivo leader, La Versa può esserlo. In Oltrepò ci sono il Pinot nero, la storia spumantistica dal 1865, i terreni collinari tra i più vocati d’Italia, i borghi del vino più caratteristici e l’anima vera di ‘contadini diventati imprenditori’, come ricordava Carlo Boatti”.

“Tutti – prosegue Bottiroli – ripetono come dischi rotti che manca una strategia d’insieme. Per me, ferme restando le identità di tanti singoli produttori di filiera e le loro maestose composizioni, manca un direttore d’orchestra. Manca un leader che sposi un progetto di marketing e posizionamento a valore, forte dei numeri per competere in Italia e nel mondo”.

“In altre parole possiamo trascorrere i prossimi 10 anni a cercare di mettere insieme 1700 aziende vitivinicole, 300 delle quali vanno sul mercato con le loro etichette e un imbottigliamento significativo di una miriade di tipologie, oppure collaborare al rilancio di La Versa, perché torni a svolgere il ruolo di autorevole ambasciatore di un Oltrepò di alta gamma, come avveniva ai tempi del Duca Denari”.

La Versa, evidenzia Bottiroli, “ha testimoniato con il suo impegno e la sua storia l’eleganza e la longevità unica che può arrivare ad avere un grande ‘Testarossa, marchio La Versa per l’Oltrepò Pavese Docg Metodo Classico, pura espressione del Pinot nero d’Oltrepò. Ne abbiamo 3.000 ettari”.

“La nuova proprietà – esorta il direttore del Consorzio – deve coinvolgere il territorio in un percorso in cui tutti devono credere con passione, perché ripartire richiede progetti, massa critica, continuità e tempo. La Versa deve tornare a raccontare ed affermare cosa sia un grande spumante Metodo Classico italiano e un superlativo vino dell’Oltrepò”.

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Vini al supermercato

La felicità di Al Bano: 4,5 milioni con il vino al supermercato. In progetto la nuova cantina

Da “carrozzone” in perdita a macchina da soldi. La cantina di Al Bano Carrisi si è trasformata in 6 anni da brutto anatroccolo a cigno. Un milione e mezzo di bottiglie nel 2016, per 4,5 milioni di fatturato. Un successo che consentirà al cantante di investire ancora nel vino.

Il progetto della nuova cantina sarà ultimato entro fine agosto. Lo stabile sorgerà a pochi passi dall’attuale Tenuta, a Cellino San Marco, nel Brindisino. Un edificio in perfetto “Al Bano style”. Tremila metri quadrati su tre livelli. Quattro torri perimetrali, che si ergeranno su mura in tufo, integrate con il panorama agricolo. Tra le vigne e gli ulivi.

Un passo necessario per l’Al Bano contadino. La cantina attuale, 400 metri quadrati, è di fatto quasi al collasso. Merito del successo della linea di vini destinati ai supermercati. Il magazzino coordinato dall’enologo Michele Renna ha ritmi d’inferno. “Movimentiamo una media giornaliera di 27-32 bancali”, assicura. Ogni pallet è formato da 125 cartoni, per un totale di 750 bottiglie. Circa 20 mila i “pezzi di cuore” di Al Bano che ogni giorno partono per raggiungere i supermercati di mezza Italia.

“Sin da piccolino – dichiara il cantante vignaiolo – ho vissuto in mezzo alle vigne e al mosto. Cose che, ormai, fanno parte del mio Dna. Da bambino odiavo tutto ciò che era campagna perché significava duro lavoro. Quando me ne andai da Cellino per avviare la carriera da cantante promisi a mio padre di tornare per costruire una cantina. Ci sono riuscito, nel 1973. Lui non ci credeva, io sì. Oggi le cose vanno molto bene e stiamo attendendo che si espletino tutte le questioni burocratiche per la nuova struttura”.

DALLE ORIGINI AL FUTURO
“Quando comprai questi campi per trasformarli nella mia Tenuta – ricorda Al Bano – qui non c’era acqua, non c’era luce, non c’era linea telefonica. Ho cercato di creare un piccolo borgo autosufficiente, dove la gente arriva e non vede soltanto la fotografia di Al Bano o spera di incontrarlo. Questa vuole essere l’immagine di tutto ciò che si può fare quando si ha voglia di fare. Qui di voglia ce n’è stata tanta e ce ne sarà sempre tantissima: fare per creare lavoro, movimento, opinione. Per dire che questa terra è viva”.

Una questione di cuore, che interessa anche i figli del cantante pugliese. Mentre il padre si concede ai microfoni, l’ultimogenito, Al Bano Jr detto “Bido”, aiuta gli operai della cantina lungo la linea di imbottigliamento. Il viso non è quello del 15enne alle prese con la PlayStation. E il padre gliele canta.

“I miei figli – ammonisce Al Bano – devono imparare a capire sin da subito quanto è importante e indispensabile il lavoro e come affrontarlo. E’ comodo fare il figlio dell’artista e alzarsi sempre a mezzogiorno, ma così si rischia di creare i presupposti per i peccati del futuro. Bisogna estirpare subito questo tipo di cancro mentale”.

Sarà “Bido” l’erede delle vigne? “Intanto i figli devono imparano a lavorare – chiosa Al Bano – poi si vedrà. Anche a me non piaceva fare ciò che mi diceva mio padre e per questo mi sono creato l’alternativa. Come me, quindi, anche loro devono imparare a lavorare. Poi vedremo il da farsi”.

LA SVOLTA
Quello che Al Bano non sapeva fare, di fatto, l’ha affidato a Sergio Angioi. Il general manager delle Tenute Al Bano Carrisi è l’uomo della svolta per la cantina brindisina. Un curriculum di tutto rispetto nel mondo della grande distribuzione organizzata (Auchan, Despar), dove cresce da scaffalista a buyer, prima di approdare alla corte di Al Bano, nel 2011.

“Al mio arrivo – spiega Angioi – abbiamo dovuto sistemare i conti. Al Bano, molto pratico delle questioni di vigna e di cantina ma meno delle questioni commerciali, si era affidato a persone che non avevano capito quanto fosse importante, per lui, la cantina. Una vera e propria questione di cuore, perché Al Bano non è lo Sting o il Trulli di turno: è un contadino che ha zappato fino a 16 anni compiuti. Posso dire che se avesse iniziato sin da subito a improntare commercialmente l’azienda agricola come questa avrebbe meritato, oggi Tenute Al Bano Carrisi sarebbe la cantina più grande d’Italia”.

La crescita, con Angioi general manager, è stata esponenziale. Trenta gli ettari iniziali, passati oggi a 88. “La vera svolta – commenta Angioi – è stata la linea di vini per la Gdo, che oggi viene distribuita in numerose insegne: Il Gigante, nel nord Italia, ha creduto subito nel nostro progetto ed è una catena alla quale siamo molto affezionati. Siamo presenti anche in un’altra grande insegna come Coop, ma la logica è quella di approcciare più la distribuzione organizzata che la grande distribuzione. In questo modo riusciamo a risultare molto capillari, in tutto il Paese”.

Un marketing improntato sul “vino quotidiano” e sul buon rapporto qualità prezzo. “Al Bano è un cantane popolare – sottolinea Angioi –  e, come tale, propone vini per tutte le tasche, perché la gente non si giudica dal 730”. Accanto alla linea Do-Gdo, pari al 70% del fatturato complessivo delle Tenute, Al Bano promuove una gamma “premium”, destinata esclusivamente a ristoranti ed enoteche (horeca).

Da assaggiare “Felicità”, il Sauvignon blanc di Carrisi. Mentre in botte riposerà ancora per qualche mese il nuovo prodotto di punta di Al Bano. Un Salice Salentino Rosso Riserva Doc 2013 che si preannuncia ottimo. Si chiamerà “Aurito”, dal nome del cru. Ne saranno prodotte solo 3 mila bottiglie, “a riprova del progetto che mira all’altissima qualità”. Oggi l’etichetta di punta delle Tenute Carrisi è “Platone”: 20 mila bottiglie complessive. Il Salice Riserva sarà piazzato sul mercato italiano a non meno di 45 euro.

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Vini al supermercato

Frappato Terre Siciliane Igt 2014 Nuttata, Cantine Madaudo

(2 / 5) Non è certo il miglior Frappato in vendita in Gdo il Terre Siciliane Igt Frappato 2014 Nuttata di Cantine Madaudo. Quello che poteva essere uno dei fiori all’occhiello della “Collezione di 9 etichette” che la cantina di Villafranca Tirrena dedica alle “notti stellate di Sicilia”, si rivela piuttosto un prodotto più vicino alla base che alla media qualitativa della gamma di vini siciliani presenti nei supermercati italiani. Al limite della definizione di “vino quotidiano”. Tant’è.

LA DEGUSTAZIONE
Nel calice, il Frappato Nuttata Madaudo si presenta di un viola sostanzialmente impenetrabile. Al naso la parte migliore: buona intensità delle note di frutti di bosco e ribes, tra le quali fa capolino uno spunto vegetale che ricorda il peperone tipico del Cabernet (ma l’uvaggio utilizzato è 100% Frappato). Sempre sul terreno dei richiami vegetali, la carruba. Infine, all’olfatto, spazio anche per una spezia tanto comune nei vini siculi, il pepe nero.

Veniamo dunque all’esame gustativo, che determina la sostanziale bocciatura di quest’etichetta. L’acidità è spiccata, al limite del disturbante. Le belle note di frutti rossi avvertite al naso sforano nel citrico, nell’acerbo. Una sensazione appesantita dai 13 gradi di percentuale d’alcol in volume: letteralmente stonanti. Addio, dunque, alla piacevolezza della beva che ci si può attendere da un Frappato. E addio al corretto abbinamento (potenziale) con salumi, formaggi di media stagionatura, primi leggeri e antipasti in generale. Neanche da citare la possibilità di abbinamento con il pesce (tonno).

LA VINIFICAZIONE
Le uve Frappato crescono nei vigneti di proprietà di Cantina Madaudo, nella Sicilia Occidentale. In seguito alla selezione e alla diraspatura, gli acini vengono posti a macerare e fermentare per circa 15 giorni a temperatura controllata. La fermentazione malolattica viene svolta in vasche d’acciaio inox. Anche l’affinamento avviene in inox per circa 3 mesi e successivamente in botti di rovere francese, per altri 3 mesi. Una volta imbottigliato il vino rimane a riposare in magazzino per 1-2 mesi, prima di essere commercializzato. Il Frappato Terre Siciliane Igt Nutatta di cantine Madaudo è un vino da consumare entro 3 anni dalla vendemmia.

Prezzo: 2,90 euro
Acquistato presso: Coop

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news ed eventi

Lombardia al Vinitaly sulla spinta dell’export: +66% in 15 anni

Un incremento del 66,8% negli ultimi 15 anni, periodo nel quale il valore dell’export dei vini lombardi ha guadagnato oltre 100 milioni di euro passando da quota 153 milioni di euro a quota 258 milioni di euro. E una crescita proseguita anche nel 2016, con un +1,4% in termini di valore e un +2,6% in termini di quantità rispetto al 2015.

Vocazione sempre più internazionale per le aziende vitivinicole lombarde, che tra il 2000 e il 2015 hanno fatto registrare una crescita dirompente sui mercati esteri. L’incremento più forte in Asia Centrale (+304%) e in Unione Europea (+210,9%), ma anche in Asia Orientale (+132,6%) e America Latina (+85,1%) l’espansione è stata ben al di sopra della media.

A livello Paese le performance di crescita più rilevanti in orizzonte 15 anni si sono registrate verso Cina (+8.686,5%), Hong Kong (+1.508,8%), Spagna (+722,6%) e Belgio (+709,4%). Rilevante anche la conquista di spazio nei mercati di Regno Unito (+437,3%), Francia (+455,8%), Polonia e Russia (+507,9%).

I PRODUTTORI IN SCENA A VINITALY DAL 9 AL 12 APRILE
Un mercato, quello russo, che peraltro ha regalato grandi soddisfazioni ai produttori lombardi anche lo scorso anno. Nei primi nove mesi del 2016 le esportazioni di vini dalla Lombardia verso Mosca sono infatti cresciute del 13,8% in termini di valore e del 21,9% in termini di quantità. Una performance battuta solamente dall’export verso la Francia, il cui valore è lievitato del 24,5%, ma superiore a quelle comunque molto positive segnate verso il Canada (+11,8%), il Giappone (+11,6%) e la Danimarca (+9,6%).

È con questi numeri in crescita che la Collettiva lombarda si accinge a partecipare alla 51a edizione di Vinitaly, il Salone internazionale del vino e dei distillati che si terrà a Verona dal 9 al 12 aprile. Nutrita la presenza di espositori all’interno del Padiglione Lombardia, ospitato come di consueto nel “salotto buono” al primo piano del PalaExpo: circa 200 aziende con oltre mille etichette in degustazione.

L’INTERVENTO DI MARONI
“Parte il Vinitaly, e come tutti gli anni la Lombardia è presente con le tante eccellenze dei suoi territori e la qualità dei suoi prodotti certificati a livello nazionale e internazionale”, ha commentato il Presidente di Regione Lombardia, Roberto Maroni. “I numeri dell’export del vino lombardo lo dimostrano, con l’incremento del 66,8% negli ultimi 15 anni, un incremento della produzione del 6,7% e una balzo del 9% dei vini DOCG”.

“Vogliamo continuare a mantenere questo trend di crescita e Regione Lombardia ha in questi anni sostenuto questa vocazione sempre più internazionale delle aziende vitivinicole lombarde”, ha proseguito Maroni. “Il nostro obiettivo è puntare sulla qualità continuando a valorizzare le nostre eccellenze a beneficio dei territori e del loro sviluppo”.

“Ci piace parlare dell’edizione 2017 come dell’edizione 50+1, marcando la differenza tra il wine businnes e il winelover. Con Vinitaly in the city abbiamo tolto da Vinitaly 30 mila persone dalla fiera del businnes. E i futuri investimenti di Veronafiere”, ha commentato Mauruzio Danese, presidente di Veronafiere.

IL PREMIO PER GLI AMBASCIATORI DEI VINI LOMBARDI ALL’ESTERO
Alla luce di queste performance Regione Lombardia e Unioncamere Lombardia, che realizzano e finanziano in accordo di programma il Padiglione lombardo, hanno voluto istituire per l’edizione 2017 di Vinitaly un premio per le aziende più rappresentative in termini di export operanti all’interno dei singoli consorzi. Un riconoscimento che premia gli “ambasciatori dei vini lombardi all’estero”.

“Nel panorama di forte crescita del vino della Lombardia, espressione di distintività dei propri territori, abbiamo voluto individuare alcuni testimonial che rappresentano dei casi di vivace imprenditorialità sui mercati esteri”, ha spiegato l’Assessore regionale all’Agricoltura, Gianni Fava. “Questo perché dovremo sempre più, accanto al mercato interno, accompagnare le performance commerciali sul mercato estero. Vinitaly è un’occasione importante a livello internazionale, alla quale sono convinto debba essere affiancata un’attività di sostegno alle aziende da parte delle Regioni, perché le recenti teorie sulla gestione centralizzata dei fondi dell’OCM hanno portato a risultati imbarazzanti”.

Uno sforzo, quello per conquistare i mercati esteri, per il quale consorzi e aziende possono contare anche sul sostegno di Regione Lombardia, che solamente negli ultimi quattro anni ha erogato oltre 13 milioni di euro di contributi nell’ambito dell’OCM vino e della misura di promozione volta a rafforzare la competitività delle imprese lombarde, a incrementare la notorietà dei vini di qualità e la loro presenza sui mercati stranieri.

PRODUZIONE E QUALITÀ IN ULTERIORE CRESCITA
Qualità che, insieme alla varietà, è ormai una caratteristica distintiva riconosciuta dei prodotti enologici lombardi non solo a livello nazionale, ma anche internazionale. Basti pensare che con la vendemmia 2016 (dati Dichiarazione vitivinicola 2016), che si è chiusa con un incremento del 6,7% della produzione rispetto al 2015 e un +9% delle produzioni DOCG, la quota di vini a Denominazione di Qualità (DOCG, DOC e IGT) è cresciuta ulteriormente, arrivando all’89,2%. In sostanza, nove bottiglie su dieci tra gli oltre 182 milioni di bottiglie potenziali dell’annata 2016 saranno a marchio DOCG, DOC o IGT.

“I nostri vini non hanno nulla da invidiare ai migliori prodotti mondiali, né in termini di qualità, né in termini di varietà”, ha sottolineato il Presidente di Unioncamere Lombardia, Gian Domenico Auricchio. “La Lombardia vanta un patrimonio enologico unico che, anche grazie a una manifestazione come il Vinitaly, è sempre più apprezzato anche all’estero”.

“L’obiettivo delle Camere di Commercio, che su questo fronte hanno attivato da tempo una fruttuosa collaborazione con Regione Lombardia, è quello di offrire un supporto il più possibile forte e concreto alle imprese”, ha proseguito Auricchio. “Questo perché possano sfruttare il potenziale che il territorio e i suoi prodotti offrono e approfittare degli ampi margini di crescita che ancora esistono”.

Un sostegno, quello alle imprese, i cui effetti sono rilevanti anche in ambito occupazionale. Negli ultimi cinque anni gli addetti nel settore coltivazione e produzione di vino in Lombardia sono infatti aumentati del 16%, passando dai 5.285 del 2011 ai 6.110 nel 2016 (fonte Infocamere). Le imprese vitivinicole operative sul territorio lombardo sono invece 3.134.

I CONSORZI CUSTODI DI UN PATRIMONIO INEGUAGLIABILE
Il Padiglione Lombardia nel corso di Vinitaly 2017 proporrà un fitto calendario di incontri e degustazioni per buyer, operatori e giornalisti che vorranno conoscere la variegata offerta dei vini lombardi. Una serie di iniziative frutto della collaborazione tra la Regione Lombardia, il Sistema camerale lombardo e i Consorzi di tutela dei vini lombardi.

Questi ultimi sono garanti di un patrimonio che comprende ben l’8% delle Denominazioni di qualità a livello nazionale, a fronte di un contributo in termine di volumi che si ferma al 3%: 5 DOCG, 22 DOC, 15 IGT tutte frutto della varietà di ambienti, di clima e terrori che caratterizzano la Lombardia.

I Consorzi presenti a Vinitaly 2017 sono: Consorzio Franciacorta, Consorzio Lugana, Consorzio Moscato di Scanzo, Consorzio Oltrepò Pavese, Consorzio Provinciale Vini Mantovani, Consorzio San Colombano, Consorzio Terre Lariane, Consorzio Valcalepio, Consorzio Valtellina, Consorzio Valtènesi, ed Ente Vini Bresciani (in rappresentanza dei territori di Botticino, Cellatica, San Martino della Battaglia e Valcamonica).

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Vini al supermercato

Sedàra Sicilia Doc Rosso 2013, Donnafugata

Non certo la migliore espressione dei vini rossi della casa vinicola siciliana Donnafugata, Sedàra Sicilia Doc Rosso 2013 si presenta da sé sull’etichetta”d’autore” posta sul retro bottiglia: peraltro di difficile lettura, non solo per i caratteri troppo “piccoli” ma anche per la scelta di stampare le note descrittive su una raffigurazione delle cantine di Contessa Entellina (tutto bellissimo – per carità – ma difficile da apprezzare appieno tra le corsie di un supermercato). Vino “piacevole e informale”, si può leggere, “dalla pizza al barbecue”. Insomma, il vino “base” Donnafugata. Da apprezzare non per particolari doti, ma proprio per la sua intrinseca trasversalità nell’accompagnare le pietanze di tutti i giorni. Un vino, Sedàra Sicilia Doc Rosso, che si presenta nel calice di un rosso profondo, poco trasparente. Il suo punto forte? Quell’essere timido in entrata e forte in chiusura, sia al naso sia al palato. Con la frutta rossa (ciliegia) che si esprime intensa prima di lasciare spazio a una speziatura decisa, di pepe nero e chiodi di garofano. Sentori che, all’olfatto, si fanno tuttavia sempre meno eleganti nel calice, col passare dei minuti. Vino fresco e di facile beva nonostante i 13 gradi, risulta morbido e rotondo in bocca. Caratteristiche, queste, che lo rendono l’accompagnamento perfetto per piatti non troppo elaborati: la cucina di tutti i giorni, senza troppi fronzoli, sembra insomma il territorio prediletto di questo vino rosso siciliano. A una temperatura di servizio tra i 16 e i 18 gradi.

LA VINIFICAZIONE
A comporre il ‘quadro’ di Sedàra Sicilia Doc Rosso Donnafugata sono Nero d’Avola (prevalente), Cabernet Sauvignon, Merlot e Syrah. La zona di produzione è quella della Sicilia sud occidentale, più precisamente quella della Tenuta di Contessa Entellina e dei territori limitrofi. Le vigne sono tutte collocate a un’altitudine che varia dai 200 ai 600 metri sul livello del mare, con orografia collinare e suoli franco-argillosi a reazione sub-alcalina (pH da 7,5 a 7,9). Ricca la presenza di elementi nutritivi (potassio, magnesio, calcio, ferro, manganese, zinco) mentre il calcare totale varia dal 20 al 35%. Il vigneto è allevato con il sistema della controspalliera, con potatura a cordone speronato, lasciando da 6 a 10 gemme per pianta. La densità d’impianto varia da 4.500 a 6 mila piante per ettaro e rese di circa 85 quintali per ettaro (1,6 kg per pianta). La vendemmia delle uve destinate al Sedàra inizia a fine agosto con il Merlot e prosegue nelle prime due settimane di settembre con la raccolta di Syrah, Nero d’Avola e Cabernet Sauvignon. La fermentazione è svolta in acciaio con macerazione sulle bucce per circa 10 giorni alla temperatura di 25-28° gradi e per circa 6- 8 giorni alla temperatura di 24-25°C. A fermentazione malolattica svolta, segue l’affinamento per 8 mesi in vasca e poi in bottiglia per almeno altri 5 mesi. La longevità di Sedàrà, una volta messo in commercio, è di 4-5 anni. Immortale, invece, la raffigurazione in etichetta che riporta alla memoria Angelica Sedàra e l’affascinante sua interprete Claudia Cardinale, protagonista del film “Il Gattopardo” di Luchino Visconti.

Prezzo: 7,49
Acquistato presso: Carrefour

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vini#1 visite in cantina

Insight Sauvignon Blanc Marlborough 2013, Vinultra

Sentiamo spesso parlare di vini neozelandesi. Vini che, ormai, è facile reperire anche sul mercato italiano. Vinialsupermercato.it, come al solito, cerca di aiutarvi nelle scelte in campo enologico. E oggi racconta di un Sauvignon Blanc proveniente proprio dalla Nuova Zelanda. Si tratta del Sauvignon Blanc 2013 Insight, “single vineyard” Marlborough, prodotto dalla cantina Vinultra nella Waihopai Valley. Il vino si presenta di un colore giallo paglierino, di buona limpidezza. Al naso esprime un bouquet estremamente ampio e accattivante, molto “femminile” e floreale. Si passa dal passion  fruit alla classica foglia di pomodoro, fino alle note di zenzero fresco. Un naso prezioso, che anticipa un sorso ancora più soddisfacente. La frutta esotica torna prepotentemente, il che potrebbe far risultare questo vino stucchevole. Ma immediatamente sopraggiungono note agrumate di pompelmo rosa, a bilanciare il tutto. Completano il quadro note speziate e minerali. Il ritorno, una volta deglutito il vino, è di quello di piacevoli  e persistenti foglie di pomodoro, oltre agli onnipresenti agrumi e alle spezie.
LA VINIFICAZIONE
L’azienda Vinultra è situata a Malborough, sulla East coast della Waihopai Valley, uno dei territori più conosciuti e vocati alla coltivazione della vite in Nuova Zelanda. Il vitigno scelto per la produzione di questa etichetta si sviluppa su due terrazze differenti: quella inferiore è estremamente ricca di sassi, un terreno limoso e argilloso. Quella superiore,  invece, sempre composta di argilla e limo, presenta in abbondanza grandi blocchi di ghiaia, in questo caso friabile. Il sistema di allevamento è la controspalliera e la raccolta delle uve Sauvignon Blanc avviene tra la fine del mese di aprile e l’inizio di maggio. La diraspatura è seguita da una pressatura con pressa pneumatica. Le uve subiscono poi criomacerazione per 48 ore, processo utile alla conservazione degli aromi varietali dell’uva. La fermentazione avviene in vasche d’acciaio e il vino riposa sur lies, ovvero “sulle bucce”, per diversi mesi prima di essere imbottigliato.
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Food Lifestyle & Travel

Ristorante Navedano di Como, il paradiso gourmet di Clooney

Quel platano che da 120 anni cresce rigoglioso, affondando le radici nel suolo che un tempo ospitava un vecchio mulino, in fondo, racconta la vera storia dell’angolo di paradiso per palati chiamato Navedano. La veranda esterna gli si adatta attorno, a simboleggiare la cura e l’attenzione con cui la storica famiglia titolare accoglie, con naturale cordialità, gli ospiti. Cucina raffinata e carta dei vini che regala un memorabile Gewurztraminer: gli ingredienti di una serata perfetta e indimenticabile a Como, a pochi minuti d’auto dal frastuono milanese. Un ristorante di classe assoluta, con un “piatto” d’eccezione tra le righe del menu: quella capacità di farti sentire “a casa”, di entrare subito in perfetta sintonia con le sale raffinatamente curate, grazie all’eleganza e gentilezza dei titolari. Dal 1896 il Navedano è nelle mani della famiglia Casartelli. I coniugi Giuliano e Lella guidano con abilità e sapienza quello che è il primo (e forse unico) esempio in Italia di “ristorante-serra”. Una passione tramandata a Giuliano dal padre, Vittorio, che coniugata all’alta cucina regala agli ospiti di questo ristorante un’esperienza sensoriale a 360 gradi. Al Navedano il tempo si ferma, o quanto meno rallenta i battiti. Come in una Spa. Un “centro benessere” per palati alla ricerca di emozioni uniche, in un ambiente fine, disegnato e curato in ogni suo centimetro. In sala, la professionalità dei camerieri e della figlia sommelier di Giuliano e Lella, completa il quadro. Non a caso il Navedano è il ristorante preferito dall’attore americano George Clooney, che a Como – più esattamente a Lario – dimora nella splendida Villa Oleandra. Ed è così che ci si sente al Navedano: protagonisti di un film. O, quanto meno, di una fiaba.

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news ed eventi

Puglia, Cantine Aperte 2016 con il bus del Movimento Turismo del Vino

Saranno 55 le aziende vitivinicole che apriranno le porte della Puglia agli enoappassionati per mostrare quello che c’è dietro ogni calice di vino, con ricchi programmi di iniziative culturali, musicali, eventi e attività ad accompagnare le degustazioni dei vini di produzione. Tutto il territorio sarà protagonista attraverso i suoi vignaioli: veri e propri “professionisti dell’accoglienza in cantina” che, con passione e costante impegno, disegnano il volto dell’enologia pugliese. L’appuntamento con Cantine Aperte 2016 in Puglia è per il 29 maggio. E la vera novità sono i bus che consentiranno di raggiungere comodamente le cantine. Un’opportunità offerta dal Movimento del Turismo del Vino, nell’ambito del progetto Top Wine Destination. Cantine Aperte diventa così il wine day per eccellenza, da godere in uno dei dieci itinerari in partenza da Foggia, Trani, Bari, Ostuni, Brindisi, Taranto, Lecce. Ciascun itinerario prevede la visita a quattro cantine con light lunch, accompagnati da un sommelier dell’Ais Puglia. Per tutti i dettagli sugli itinerari e l’acquisto del wine day basta consultare il sito puglia.topwinedestination.com.

LE APP INFORMATIVE
Cantine Aperte 2016 in Puglia sarà anche l’occasione per divulgare, formare e informare sui vini regionali, con l’iniziativa #salvalagoccia, veicolata dal dropstop che i visitatori riceveranno in omaggio all’acquisto del calice, al costo di 5 euro. Al motto “Non una goccia di vino deve andare persa!”, tutti i winelovers potranno accedere alle app Ampelopuglia e Top Wine Destination attraverso gli indirizzi web e i QR code riportati sul flyer informativo che accompagna il simpatico e utile gadget. Le due app sono state pensate per fornire ai visitatori tutte le informazioni sui vini di Puglia e sulle opportunità di enoturismo nella regione. Ampelopuglia offre dettagli sulle denominazioni di origine, i territori e i principali vitigni autoctoni che definiscono la tipicità esclusiva dei vini di Puglia. Top Wine Destination illustra invece le opportunità di enoturismo e di turismo rurale offerte dal Movimento Turismo del Vino Puglia nelle cantine socie e nei più bei territori vitivinicoli, per scoprire la Puglia del vino 12 mesi all’anno. La festa del vino non sarebbe tale senza le centinaia di etichette in degustazione, dalle annate storiche e ultimissime novità sul mercato, con verticali, laboratori e minicorsi di degustazione guidati da enologi e sommelier. E per passare una giornata di svago, oltre che di apprendimento, in ogni cantina tante iniziative ricreative, giochi, spettacoli di musica e connubi vino/arte aspettano i visitatori. I winelovers potranno scegliere di raggiungere le cantine anche autonomamente. Per esempio in bici, unendosi all’iniziativa delle associazioni Fiab Ruotalibera Bari e Cicloamici Brindisi/Mesagne e Lecce.

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news ed eventi

Emirates Airline: welcome on board solo con vini top per clienti d’elite

Emirates Airline ha allestito una cantina vini di tutto rispetto per coccolare i suoi passeggeri. Negli ultimi dieci anni, la compagnia ha speso oltre 690 milioni di dollari in vini da invecchiamento, da bere tra una decina d’anni, per alimentare una cantina
di 2,2 milioni di vini top. Bottiglie acquistate direttamente dai produttori anche in anteprima. Nel 2015 un ordine di 13 milioni di bottiglie per un valore di 140 milioni di dollari, raddoppiando l’investimento rispetto agli anni precedenti. Stock quasi del tutto a copertura del consumo dei passeggeri che, solo nel 2015 hanno consumato 11,4 milioni di bottiglie di vino di cui 10 milioni servite solo in Economy class. ”Nel corso degli anni abbiamo costruito un programma che, grazie alla pianificazione e investimenti a lungo termine, ha garantito acquisti da vigneti esclusivi nel mondo, e siamo fieri del fatto che le nostre liste dei vini sono comparabili a quelle che si potrebbero trovare in un ristorante esclusivo e gourmet” ha dichiarato Tim Clark , presidente di Emirates Airline. I vini acquistati provengono soprattutto dalla Francia: la metà degli acquisti di vino per prima classe e per la business (pari a 1,8 milioni di bottiglie) sono volate direttamente dalla regione di Bordeaux. Tra i nuovi inserimenti nella carta dei vini targata Emirates, anche dei bianchi, tra cui annate vintage dell’esclusivo La Clarté de Haut-Brion. Attualmente la compagnia gestisce quotidianamente, su un volo medio, circa 70 tipi di champagne, vini e Porto, un lavoro difficoltoso dal punto di vista logistico a servizio dei consumatori che ad ogni viaggio possono aspettarsi sempre qualcosa di nuovo. Iniziativa alla quale rispondono molto positivamente, secondo Tim Clark. Per la Borgogna, invece, sono state messe a dimora in cantina solo 2000 casse di vini, pari al 10% della produzione totale della regione e per l’Italia, come al solito, la Toscana fa da padrona: per i facoltosi utenti First Class del Solaia e Ornellaia, mentre per gli abbienti della Business, appena pronto da bere ci sarà l’immancabile Tignanello.
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Approfondimenti news

Luglio con le star del vino e della musica: a Barolo il festival agrirock Collisioni 2016

Dopo il clamoroso successo di pubblico e stampa delle edizioni passate, con oltre 4 mila partecipanti unici alle singole degustazioni, il Progetto Vino di Collisioni torna anche quest’anno con una formula potenziata, portando da 15 a 50 i critici internazionali, gli importatori, i buyer, e i produttori stranieri impegnati nei gemellaggi che prenderanno parte all’edizione di quest’anno. Collisioni 2016 si conferma così il festival agri-rock di letteratura e musica più atteso in Italia: l’appuntamento è dal 15 al 18 luglio a Barolo, mecca del vino italiano, nel magnifico paesaggio delle Langhe piemontesi, patrimonio Unesco e palcoscenico naturale per ospitare nelle sue piazze musica, incontri, dialoghi con premi Nobel. Ma anche star della musica italiana e internazionale, in un’atmosfera informale di confronto e crossover tra le arti in dialoghi che vedono protagonisti scrittori, filosofi ma anche musicisti che normalmente siamo abituati ad ascoltare allo stadio. E che a Barolo prenderanno la parola in veste di narratori e di poeti, per indagare insieme la genesi e le influenze letterarie che hanno contribuito alla creazione delle grandi canzoni. Interverranno così artisti del calibro di Marco Mengoni, Mika, Negramaro e molti altri (+39.389.29.85.454, prevendita su Ticketone, Piemonteticket, Ciaoticket e nei punti vendita di Collisioni).
IL PROGETTO VINO DI COLLISIONI
Sono tre le anime che hanno decretato il successo internazionale di Collisioni, primo festival agri rock d’Europa: i grandi mostri sacri della musica mondiale come Elton John, i premi Nobel e le leggende viventi della letteratura, del giornalismo e del cinema, ma anche le grandi star del mondo del vino. La centralità dei grandi prodotti dell’enogastronomia italiana è un elemento essenziale dell’anima e dello spirito di Collisioni e si rinnova a ogni edizione grazie al Progetto Vino. Una serie di convegni, interviste, degustazioni e visite in azienda con i più importanti professionisti del vino a livello internazionale. Un programma di incontri, seminari e tasting che da un lato avvicina i grandi vini italiani e stranieri alle decine di migliaia di wine lovers presenti ogni anno all’evento, dall’altro permette ai produttori di presentare le proprie eccellenze agli esperti di tutto il mondo in degustazioni professionali private. Un panel di ospiti che raggiungeranno il Piemonte da tutto il mondo nei giorni del festival: oltre 80 esperti, sommelier di grandissimi ristoranti stellati italiani e internazionali, giornalisti, opinion leader, responsabili di catene di hotel di importanti mercati esteri, grandi collezionisti, esperti di marketing enogastronomico e di enoturismo. La scelta degli invitati rappresenta la vera cifra stilistica di Collisioni e del Progetto, perché caratterizza in modo inequivocabile la qualità e lo stile della manifestazione. Una rosa di esperti di esclusivo e di assoluto prestigio che nasce su espresso invito di Ian D’Agata, direttore creativo del Progetto Vino, che insieme a Filippo Taricco, direttore artistico di Collisioni, ha voluto realizzare fin dagli esordi un appuntamento caratterizzato da esperti di grande richiamo conosciuti in tutto il mondo.
D’Agata, premiato in autunno con il Louis Roederer International Wine Awards Book of the Year 2015 per il suo Native Wine Grapes of Italy – mai assegnato prima a un Italiano – Contributing Editor di Decanter e Staff Writer di Vinous, nonché direttore scientifico della Vinitaly International Academy, interrogato in merito alla nuova edizione di Collisioni, lascia trapelare sul sito ufficiale della manifestazione alcune indiscrezioni. Confermata la presenza a Collisioni 2016, fra gli altri, di Jeffrey Porter (USA), Wine Director dei circa 20 ristoranti Batali& Bastianich negli Stati Uniti e Keith Goldston (USA), Master Sommelier e Wine Director del Capella Hotel a Washington, DC., Anna Rönngren (Svezia),sommelière stellata del ristorante Frantzén e docente presso la Restaurangakademien. Bryant Mao (Canada), Chief Sommelier del ristorante Hawksworth, miglior Sommelier in British Columbia nel 2015. Leonid Sternik (Russia), miglior sommelier russo nel 2006 e proprietario del ristorante Vincent a San Pietroburgo e Elin McCoy (USA), responsabile della rubrica dedicata a wine&spirits per Bloomberg Markets, il cui proprietario sta decidendo se candidarsi o meno alla presidenza USA. E ancora, Jay Hutchinson (USA), sommelier del ristorante Ai Fiori, New York, Roberto Dante Martella (Canada),proprietario del ristorante Grano a Toronto, Beatriz Machado (Portogallo), sommèliere presso The Yeatman, Relais & Chateaux a Porto, “Best of Award of Excellence” wine list di Wine Spectator. Bernardo Silveira M. Pinto (Brasile),importatore di vino, Chris Horn (USA), Wine Director del Purple Café di Seattle, Madeleine Stenwreth (Svezia), Master of Wine. Anche quest’anno, inoltre, è confermata la presenza di esperti dall’estremo Oriente, tra cui, Dorian Tang (Cina), National Education Manager, ASC Fine Wines e Ying Guo (Cina), capo sommelier del Four Seasons a Shanghai.
LE DEGUSTAZIONI

“Sono tanti i giornalisti e i sommelier che mi chiedono ogni anno di intervenire – ammette D’Agata – naturalmente devo operare un’attenta selezione. Quello che mi preme maggiormente è portare nel parterre di Collisioni solo chi realmente decide ogni giorno le sorti dei vini italiani nei mercati consolidati e in quelli emergenti. Soltanto così questo progetto rappresenta un’opportunità di crescita concreta e contribuisce a diffondere nel mondo il meglio dei nostri prodotti”. Ecco dunque critici, esperti del mercato, sommelier che potranno interagire direttamente nelle degustazioni guidate con i partner del festival, nei quattro spazi dedicati all’approfondimento della cultura enogastronomica: il Tempio dell’Enoturista di Barolo, l’Enoteca Regionale, la Tasting Room.

Degustazioni e incontri dedicati alle etichette e le denominazioni, brevi seminari aperti al pubblico nazionale e internazionale di Collisioni per imparare a degustare e a riconoscere i grandi vini con la guida di produttori ed esperti internazionali, incontri promossi nei mesi precedenti al festival sui canali media e social di Collisioni, che lo scorso anno hanno registrato il sold out di prenotazioni prima ancora dell’inizio dell’evento. “Sono felice di aver contribuito a creare un progetto culturale sul vino che punta ad essere di assoluto prestigio e di ampio respiro internazionale – commenta ancora Ian D’Agata -. Collisioni è un festival eccezionale che riesce come nient’altro in Italia a mettere insieme artisti di valore unico conosciuti in tutto il mondo quali Sting, Mark Knopfler e premi Nobel per la letteratura, come Herta Muller o Vidia Naipaul utilizzando la cultura e lo spettacolo come strumenti per la promozione dei prodotti enogastronomici di tutte le regioni italiane in patria e all’estero. Nel pensare e costruire il programma – reso possibile grazie alla collaborazione delle tante realtà regionali e consorzi di tutela italiani che da anni sostengono il festival – ho cercato di rispondere a una doppia esigenza: da un lato invitare alcuni dei più autorevoli critici vinicoli e giornalisti al mondo, per creare una consuetudine tra la scena internazionale della critica vinicola, i produttori, i consorzi di tutta Italia e i loro vini. Dall’altra – conclude D’Agata – creare panel di degustazioni e incontri di carattere didattico che fossero comprensibili a un vasto pubblico. Incontri dinamici e accattivanti per non deludere le migliaia di appassionati che ogni anno da tutta Italia e dall’estero vengono a Collisioni anche per scoprire i grandi vini italiani e imparare a degustarli”.

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Vini al supermercato

Pinot Nero Alto Adige Doc Blauburgunder 2014, Kellerei Kaltern

(4 / 5) Una chicca in esclusiva per il Penny Market, il Pinot Nero Alto Adige Doc Blauburgunder prodotto dalla cantina Kellerei Kaltern di Caldaro. L’annata sotto la lente di ingrandimento la 2014, annata sfavorevole per le sue evoluzioni metereologiche che ha dato del filo da torcere anche ai contadini della cantina Kellerei di Caldaro, molto impegnati tra germogliamenti anticipati, persi poi nei mesi estivi che sono stati piovosi ed una maturazione molto lenta.

LA DEGUSTAZIONE
Nel calice il Pinot Nero Alto Adige Doc Blauburgunder si è presentato rosso  rubino tendente al granato, ma non molto carico. Il ventaglio olfattivo non è risultato particolarmente complesso, molto delicato ed incentrato soprattutto su piccoli frutti rossi, ciliegia e lampone con una leggera nota vanigliata sul finale. Al palato, nonostante un corpo medio ha convinto col suo gusto fruttato. Un ottimo equilibrio tra le componenti morbide e dure. Un tannino ingentilito accompagnato da una vena acida con tocco amarognolo sul finale che risulta comunque persistente. Il Pinot Nero Alto Adige Doc Blauburgunder prodotto dalla cantina Kellerei Kaltern si è aggiudicato nel  2011 l’oscar Gambero Rosso per il miglior rapporto qualità prezzo e nel 2010 ha guadagnato 89 punti dalla rivista Wine Spectator. Si adatta particolarmente a piatti di carni, selvaggina e formaggi stagionati.

LA VINIFICAZIONE
Prodotto con uve Pinot Nero. Le viti hanno un età media che va dai 5 ai 20 anni, sono allevate a pergola e a guyot su terreni collinari calcarei argillosi, esposti ad est ad un’altitudine compresa tra i 450 e i 550 metri sul livello del mare. La vinificazione avviene con fermentazione sulle bucce a temperatura controllata per otto giorni. Una volta svolta anche la malolattica il vino viene posto ad affinare per 7 mesi in grandi botti di legno e cemento. La cantina Kellerei nasce nei primi del 900. Attualmente conta 400 soci per un totale di 300 ettari vitati. La realtà cooperativa non è in Alto Adige un sistema semplicemente economico o di struttura aziendale, ma un modello di vita che fa parte del retaggio e della vita di tutti i giorni. Kellerei rappresenta una delle cooperative più produttive con un numero di bottiglie a sei zero: 1.800.000 bottiglie suddivise tra vini bianchi che corrispondono al 45% della produzione e vini rossi per il 55% del quale il Pinot rappresenta una quota minima.

Prezzo pieno: 7,99
Acquistato presso:Penny Market

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degustati da noi vini#02 visite in cantina

Antichi Vigneti di Cantalupo, il Nebbiolo alla “novarese”. Alla scoperta del regno di Alberto Arlunno

Umiltà e semplicità. Sono le caratteristiche con le quali Alberto Arlunno dirige una delle più importanti cantine di Ghemme. Siamo in Piemonte, poco al di là del confine con la Lombardia, in provincia di Novara. Terra dove l’uva Nebbiolo viene trasformata pazientemente in vino dai viticoltori locali.

Il signor Alberto ci accoglie con un sorriso che metterebbe a proprio agio anche il più timido dei visitatori. Il sorriso di chi ti apre le porte del suo mondo. Di casa sua. Perché è qui che abita il cuore di quest’uomo: alla cantina Antichi Vigneti di Cantalupo. Tutt’attorno, le “figlie” putative di Alberto Arlunno: le vigne.

“Andiamo in vigna, che preferisco”, dice appunto. Ci accompagna, sulla collina che sovrasta la collina, a bordo della sua Fiat Multipla che segna inesorabili 376.000 chilometri di fatiche. Il vignaiolo accosta su un crostone di terreno. ‘Va che bello! Prima fotografate la terra”, esordisce. Gli occhi brillano, come se fosse per lui la prima volta. Poi prosegue: ”Questa è una collina fluvio glaciale creata dai detriti accumulati dallo scioglimento di un ghiacciaio ed in parte trasportati dal fiume Sesia. Non è il mio vigneto di punta, ma è sicuramente tra i migliori”.

La nostra intervista non poteva sperare in teatro migliore. Una camminata tra i filari, allevati a Guyot. Alberto passeggia, ogni tanto si ferma ad ammirare una legatura, a controllare un palo, si stupisce di fronte ai rami di vite che gli sembrano uno stemma araldico. Guarda la sua vigna, con l’espressione di chi non smette di sorprendersi, centimetro dopo centimetro, di qualcosa che in fondo conosce come le sue tasche.

”Quante volte passa di qui il sottoscritto? Ogni volta – ammette – c’è un particolare nuovo che mi affascina”. ”Guarda che bello qui, con il prato appena tagliato. Sembra una vigna inglese”. E fa una fotografia. ”…Poi quando intorno è spenta ogni altra face, e tutto l’altro tace, odi il martel picchiare”, non manca neppure una citazione leopardiana dal Sabato del villaggio.

LA STORIA

Antichi Vigneti di Cantalupo è un’azienda vinicola di 35 ettari, ”tutto Nebbiolo al 105%”, scherza Alberto, fissandoti col piglio di chi s’aspetta che quella battuta, studiata e ripetuta chissà quante volte, faccia ridere di volta in volta nuovi interlocutori. E così succede.

”Cantalupo – spiega – è una trasformazione di un’azienda di famiglia. Quando è arrivata la Doc Ghemme si è pensato di rinnovare i vigneti, di ampliarli, di rifare la cantina nuova. chiamandola con quello che era il nome di un vigneto, il Cantalupo”.

Antichi Vigneti di Cantalupo nasce nel 1977, ma la famiglia Arlunno è a Ghemme dalla notte dei tempi. I nuovi impianti sono del 1970, il primo vino a “marchio” Cantalupo invece è del 1974.

Oggi l’azienda produce circa 180.000 bottiglie. Tre impiegati lavorano quotidianamente tra vigna e cantina, con picchi che raggiungono la ventina di persone, durante potatura e vendemmia. A proposito di potatura: essendo sul finire di febbraio, chiediamo ad Alberto come procedono i lavori. Ci risponde, in piemontese, che da quelle parti si dice ”chi ha la vigna sua va a potarla al mese di marzo”.

Ma loro, con i 35 ettari vitati, se andassero al mese di marzo “dovrebbero spararsi”! Noi che arriviamo dalla grande città proviamo a volte invidia per chi ha la possibilità di lavorare in mezzo alla natura. ”C’è un grande lavoro?” chiediamo ad Alberto. ”Abbastanza… Sufficiente…”, ride. Poi prosegue: ”Ogni tanto viene voglia di scappare!”. Ma Alberto, anzi, resta. E inizia a raccontarci del vitigno.

”Il Nebbiolo è importante ed è interessante anche per il fatto che puoi fare di tutto – spiega – anche la bollicina con un metodo Charmat, senza andare troppo lontano. Abbiamo fatto una prova di Metodo Classico, è lì dal 2002 che dorme: due esperimenti, uno in rosato e una prova di bianco, poca roba, ma non so dirvi com’è, non l’ho ancora assaggiata”.

Di fronte al vigneto c’è una collina dalla forma particolare, è l’occasione per Alberto di farci una vera e propria lezione di geologia sulla Valsesia. ”Quella montagna che sembra un panettone Galup, è la reliquia dell’oceano: la Tetide era l’oceano che divideva l’Africa dall’Europa. Quando, per effetto dei movimenti della crosta terrestre, l’Africa ha perso l’America Meridionale, si è creato un baratro enorme”.

L’Africa si è scontrata con l’Europa, la famosa deriva dei continenti. A partire da 60 milioni di anni fa è cominciato il processo che ha dato origine tra le varie cose alla catena delle Alpi”.

In corrispondenza di questa zona, c’è stato un rovesciamento a 90 gradi della crosta terrestre, “un ricciolo di burro” lo definisce Alberto, che ha fatto riemergere un vulcano fossile  scoppiato ai tempi della Pangea.

”Il Monte Rosa – continua Alberto Arlunno – fa parte della zolla europea. In Valsesia, dopo Varallo c’è Balmuccia, praticamente l’ultimo paese ‘africano’. Scopa invece è il primo paese ‘europeo’. Si passa anche senza passaporto”. Alberto non perde occasione di scherzare.

UN TERROIR UNICO

L’area di Ghemme, fa parte di quello che oggi è un geo parco Unesco. Il Super Vulcano è una scoperta relativamente recente, frutto di un lavoro di 36 anni del professore Sinigoi dell’Università di Trieste, con la collaborazione di un luminare dell’Università di Dallas.

Per Alberto, è una grande fortuna avere qui questo vulcano fossile che in termini di terroir ha creato una varietà incredibile. ”Gattinara – commenta il vignaiolo – ha i vigneti sulle colline, sulla parte vulcanica riemersa. Boca ha una zona vulcanica, mentre una parte del territorio è alluvionale, dovrebbe avere un’altra Doc. La collina di Ghemme è il compendio delle mineralità della Valsesia, qui c’è la macedonia Valsesiana, la sommatoria di tutto quello che si trova in Valsesia”.

Stesso vitigno, su terreni diversi anche a poca distanza, che dà frutto a vini completamente diversi. Mentre torniamo verso la cantina cambiamo discorso, parliamo della zona dal punto di vista turistico e del mercato. Questa è un’area poco valorizzata, ma Alberto dice di aver letto su una rivista di settore che “nell’Ottocento Ghemme e Gattinara erano l’epicentro qualitativo dei vini piemontesi”.

Poi sono successe molte cose, le due guerre, le leggi sulle denominazioni, le mode dei vitigni alloctoni, dei Merlot e dei Supertuscan. Mentre loro andavano avanti a Nebbiolo, “nel quale la gente non trovava il colore impenetrabile”. Poi un’inversione di tendenza: in Italia si sono accorti delle potenzialità dei vitigni autoctoni.

Barolo e Barbaresco nelle Langhe, dove si beveva solo Dolcetto, hanno saputo prendere un treno che invece questa zona ha perso. Slow Wine e il Gambero Rosso gli hanno dato una bella mano. I turisti in zona sono sempre venuti, molti dall’estero: Europa, anche dall’Est, Belgio, Germania altalenante.

Quando i tedeschi avevano il Marco – spiega Alberto Arlunno – prendevano i vini più importanti, poi con la crisi hanno tirato un po’ i remi in barca, preferendo poche bottiglie di alta gamma e acquistandone molte di fascia media”.

E poi molti svizzeri, qualche francese, giapponesi e norvegesi. Con la Cina un principio di business dieci anni fa, ma poi non ci sono stati sviluppi. La sorpresa maggiore è quella dei turisti provenienti dalla Norvegia, così com’è norvegese la proprietà di un’altra cantina della zona.

Antichi Vigneti di Cantalupo dal 92 produce un vino che va alla grande in Norvegia, un rosato (ebbene sì) differente da quelli che forse abbiamo nel retro cranio. Un rosato di Nebbiolo che ha la struttura di un rosso. ”C’è gente che non vuole saperne di rosato e poi tra le varie cose lo assaggia in cantina e lo porta a casa”, commenta Alberto Arlunno.

LA CANTINA, LA DEGUSTAZIONE

Le pareti esterne della cantina sono un museo a cielo aperto, numerosi fonti storiche sono in bella mostra. Ghemme, ma anche i vigneti di Cantalupo hanno uno stretto legame con i monaci cluniacensi dell’Abbazia di Cluny.

I monaci hanno saputo mantenere viva la viticultura anche in periodi difficili come il Medioevo, epoca di carestie, guerre, invasioni, calamità naturali. Nel 1600 erano proprio loro con le Colline Novaresi a fornire una buona parte del vino al Ducato Milanese che aveva mantenuto stretti legami con l’Abbazia di Cluny.

Il vigneto di Cantalupo è intitolato proprio ad uno degli abati di Cluny più importanti, San Maiolo. E Ghemme fa parte dei siti cluniacensi di un grande itinerario culturale, al quale Alberto Arlunno ha dedicato addirittura un vino Colline Novaresi, l’Abate di Cluny. Alberto Arlunno è davvero un’enciclopedia vivente, un motore di ricerca sul qualche si può ricercare qualsiasi informazione.

Un uomo di una cultura sopraffina in tante materie. Scienze, geografia, storia, geologia, ma anche arte. Arte, quella che si respira nella cantina che sembra un teatro, un anfiteatro fatto di gradoni che si sviluppano sulla collina, sui quali riposano botti di diverse dimensioni. Uno spettacolo che lascia senza fiato.

Poi la chicca. Una porticina che sembra la cella di un monastero ci conduce in un corridoio sul quale affacciano altrettante piccole celle, dove possono riposare fino a 5000 bottiglie a regime. Ogni cella è un cru. Le bottiglie restano lì per almeno un anno. Tutte dormono su drappi di velluto rosso. Questo angolo della cantina rappresenta un infernot moderno.

Dei vini di Antichi Vigneti di Cantalupo che abbiamo degustato non vogliamo parlare, vi basti sapere che è davvero imbarazzante decidere quali bottiglie portare a casa. Sarebbe troppo banale celebrare le qualità di ognuna, dalla base fino a quello che potremmo definire “top di gamma”. Di certo sono tutte produzioni che, pur mostrando grande carattere già ai nostri giorni, rendono merito alla grandezza del Nebbiolo come vitigno da “invecchiamento”.

La vera sfida, infatti, sarà degustare anche tra 10 anni le bottiglie che oggi potreste assaggiare, guidati dal titolare di questa splendida realtà vitivinicola novarese. Andare a conoscere Alberto Arlunno e visitare gli Antichi Vigneti di Cantalupo vuol dire arricchirsi d’una bellissima esperienza. Nozioni, emozioni indelebili.

Gli Antichi Vigneti di Cantalupo oltre che sui libri del mondo del vino dovrebbero essere riportati anche sulle mappe turistiche, sui luoghi assolutamente da visitare anche da non eno appassionati. Addirittura da chi si trova in zona perché attirato esclusivamente dal “Super Vulcano”.

Anzi, diciamola tutta: il vero Super Vulcano della Valsesia è Alberto Arlunno. Un vulcano effusivo in continuo fermento. La sua cultura, le sue vaste conoscenze sono tutte lì nella camera magmatica della cantina Antichi Vigneti di Cantalupo. Pronte a risalire lungo il ‘camino’.

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Vini al supermercato

Montepulciano d’Abruzzo Dop Niro 2012, Citra

(3 / 5) Medaglia d’oro a Mundus Vini 2012 e medaglia di Bronzo all’International Wine and Spirit Competition, eppure, il Montepulciano d’Abruzzo Dop Niro 2012 di Citra non ci ha convinto del tutto. Vediamo perché ha disatteso le nostre aspettative. Una volta versato nel calice è limpido e poco trasparente. Il colore è rosso rubino leggermente granato all’unghia. Al naso i sentori fanno fatica ad esprimersi. Inizialmente è prevalentemente vinoso, poi evolve alla ciliegia sotto spirito e a note speziate di pepe. Al gusto è molto caldo, un vino dal 13% di gradazione alcolica. Buona l’acidità e la sapidità, ma il tannino non è perfettamente integrato. Gli aromi al palato sono prettamente fruttati, ma a livello retro olfattivo non è particolarmente persistente. Per questo finale corto, per il leggero sbilanciamento verso le componenti dure e per il bouquet non particolare questa bottiglia non ci ha soddisfatto appieno. Certamente ha un ottimo rapporto qualità prezzo, è sicuramente un vino di buona beva, ma a voler essere pignoli non si fa ricordare, resta molto ordinario. Il Montepulciano d’Abruzzo Dop Niro di Citra è un vino a tutto pasto. Si abbina a primi piatti a base di funghi, tartufo o sughi succulenti, ma anche a pietanze a base di carne alla brace e al forno. Ideale con salumi, formaggi stagionati e addirittura con la cioccolata fondente.

LA VINIFICAZIONE
Prodotto con uve 100% Montepulciano. I grappoli,
raccolti
a
mano,
sono
vinificati
tradizionalmente a temperatura
controllata. Dopo la malolattica il vino decanta in acciaio inox e quindi viene affinato in barrique. Citra si trova in Abruzzo, in provincia di Chieti. Dal 1973 è una delle più importanti realtà territoriali che raggruppa nove cantine sociali. La sua bottaia è la più grande del centro Italia ed i suoi vini sono distribuiti in una cinquantina di nazioni su tutti i continenti. E’ possibile trovare un vino Citra anche su alcuni voli di linea.

Prezzo pieno: 4,50 euro
Acquistato presso: Bennet

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Vino italiano da record: 2 su 3 sono ”Doc”

Con i francesi siamo sempre in lotta: per il calcio, per la cucina, la moda e anche per il vino. Ma cosa è successo negli ultimi anni su questo fronte? L’Italia è finalmente al primo posto della produzione mondiale del nettare di Bacco, con buona pace dei cugini d’Oltralpe. Quantità, ma anche qualità che possono andare di pari passo. Negli ultimi trent’anni la produzione complessiva italiana è calata del 38%. Sono state riscritte le regole di questo mondo, a seguito degli scandali delle sofisticazioni degli anni ottanta, come quello del metanolo. Queste regolamentazioni hanno permesso una razionalizzazione dell’offerta accompagnata da una qualità sempre più crescente.
I NUMERI DEI RECORD
73 Docg, 332 Doc e 118 Igt. In termini percentuali una quota del 35% della produzione vinicola è Doc e Docg , il 31% invece è Igt per un totale del 66% di vini controllati e certificati. In sostanza 2 vini su 3 rispondono a disciplinari di produzione che dal punto di vista del consumatore sono una garanzia. L’impatto di tutto questo sul fronte occupazionale è notevole. Un recente studio della Coldiretti ha stimato che il vino alimenta opportunità di lavoro in ben 18 settori: 1) agricoltura, 2) industria trasformazione, 3) commercio/ristorazione, 4) vetro per bicchieri e bottiglie, 5) lavorazione del sughero per tappi, 6) trasporti, 7) assicurazioni/credito/finanza, 8) accessori come cavatappi, sciabole e etilometri, 9) vivaismo, 10) imballaggi come etichette e cartoni, 11) ricerca/formazione/divulgazione, 12) enoturismo, 13) cosmetica, 14) benessere/salute con l’enoterapia, 15) editoria, 16) pubblicità, 17) informatica, 18) bioenergie. Si calcolano circa 1.250.000 di posti di lavoro con l’indotto. Un fiore all’occhiello del bel paese, un’importante risorsa, in un contesto economico mondiale difficile.
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Vini al supermercato

Vallée d’Aoste Doc Torrette 2014, Cave des Onze Communes

E’ il vino rosso valdostano prodotto in maggiori quantità il Vallee D’Aoste Doc Torrette, eppure in molte parti di Italia è introvabile e sconosciuto. Noi di vinialsupermercato non abbiamo creduto ai nostri occhi quando ne abbiamo visto una fila sullo scaffale del reparto. A dispetto del nome del vitigno con il quale viene vinificato, Petit rouge, che ha un nomignolo delicato, il vino Torrette Doc 2014 prodotto da Cave des Onze Communes di Aymavilles in Val D’Aosta si presenta con un carattere imponente, tutt’altro che petit. Mai consiglio fu più apprezzato in etichetta di aprirlo almeno un’ora prima di servirlo, perché i sentori inzialmente sono soprattutto alcolici e vinosi. E’ giovane, rosso porpora che sporca il bicchiere. Dopo un po’ si apre, ma non troppo, lasciando spazio anche alla frutta rossa e a note erbacee di fieno, ma l’alcol è preponderante. La caratteristica principale del Torrette Doc è certamente il suo retrogusto amarognolo. Ha una bella acidità, sembra vivace ed è al limite del brusco: fa quasi strizzare gli occhi mentre si beve. Non è un vino leggero,  13% di alcol in volume, secco, nel complesso armonico nonostante un tannino verde che non può maturare. Per apprezzarlo l’abbinamento è fondamentale: un vino che sembra proprio l’espressione del territorio dal quale proviene, aspro come le vette valdostane, sicuramente un gusto particolare che non può piacere a tutti. Si abbina a salumi tipici, carni bianche e rosse, formaggi locali di media stagionatura come toma e fontina e alla cottura in civet, come indicato in etichetta, che abbiamo scoperto è una cottura stufata tipica della Valle D’Aosta e del Piemonte.

LA VINIFICAZIONE
Prodotto con uve Petit rouge 75%, Vien de Nus, Cornalin, Premetta 25%. Sono tutti vitigni tradizionali valdostani. Il Torrette Doc fermenta e riposa per circa 6 mesi in acciaio, viene imbottigliato nella tarda primavera successiva alla vendemmia. Nelle fasi di preimbottigliamento vengono effettuati dei piccoli tagli (5/10%) con partite dello stesso Torrette affìnate in legno per esaltarne i sentori. La Cave des Onze Communes, è una cantina che raccoglie e trasforma uve provenienti da vigneti di undici comuni del centro Valle d’Aosta, situati sulla destra e sulla sinistra orografica della Dora Baltea: Quart, Saint-Christophe, Aosta, Sarre, Saint-Pierre, Villeneuve, Introd, Aymavilles, Jovençan, Gressan, Charvensod, compresi tra i 550 ed 900 metri sul livello del mare. Nata nel 1990 oggi vanta ben 220 soci, una viticultura eroica condotta da artigiani della terra che lavorano manualmente e con passione una sessantina di ettari disposti su pendii difficili da meccanizzare.Prezzo pieno: 7,90 euro
Acquistato presso: U2
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Vino, poco ma buono: consumi dimezzati in Italia in 30 anni. Cresce l’enoturismo

Dallo scandalo del metanolo ad oggi i consumi di vino degli italiani si sono praticamente dimezzati passando dai 68 litri per persona all’anno del 1986 agli attuali 37 litri che rappresentano il minimo storico dall’Unità d’Italia nel 1861. E’ quanto affermano la Coldiretti e la Fondazione Symbola sulla base del Dossier ‘Accadde domani. A 30 anni dal metanolo il vino e il made in Italy verso la qualità’. Il risultato è che la quantità di vino Made in Italy
consumato all’interno dei confini nazionali è risultata addirittura inferiore a quella nel resto del mondo. In Italia si beve meno, ma si beve meglio con il vino che si è affermato nel tempo come l’espressione di uno stile di vita “lento” attento all’equilibrio psico-fisico che aiuta a stare bene con se stessi in alternativa agli eccessi. In Italia si stima la presenza di 35mila sommelier, ma un numero crescente di giovani ci tiene ad essere informato sulle caratteristiche dei vini e cresce tra le nuove generazioni la cultura della degustazione consapevole con la proliferazione di wine bar e un vero boom dell’enoturismo, dalle strade alle città del vino, che è una realtà consistente in Italia dal 1994, quando intorno a “Cantine aperte” nacque un movimento che oggi registra circa 3 milioni di turisti l’anno, per un giro d’affari che si attesta intorno ai 4 miliardi.

I NUMERI

Il 73% dei consumatori di vino lo bevono in casa, prevalentemente durante i pasti, apprezzando in otto casi su dieci più il vino rosso rispetto al bianco o alle bollicine che invece sono preferiti da chi lo consuma fuori casa per il 62%, secondo una recente indagine dell’Osservatorio vino dalla quale emerge che cresceranno di oltre l’8% i consumi di vino al ristorante nei prossimi due anni, per lo più al bicchiere, dove avranno la meglio le etichette locali o regionali per il 94,5% dei consumatori. Il vero cambiamento rispetto al passato si registra infatti nelle scelte di consumo con i vini del territorio che fanno registrare i maggiori incrementi della domanda a livello nazionale dove, a fronte di una stagnazione dei consumi, è boom per gli acquisti di vini autoctoni dal Pecorino al Pignoletto, dalla Falanghina al Negroamaro. Nel tempo della globalizzazione gli italiani bevono locale con il vino a “chilometri zero” che è il preferito nelle scelte di acquisto in quasi tutte le realtà regionali.

L’ENOTURISMO
La domanda sostenuta di vini di produzione locale ha spinto la nascita a livello regionale di numerose realtà per favorirne la conoscenza, la degustazione e l’acquisto. Sono molte le aziende vitivinicole che aprono regolarmente o in speciali occasioni le porte ai visitatori per far conoscere la propria attività con i metodi di produzioni dal vigneto alla cantina. Sono oltre 1000 i produttori di vino certificati che fanno parte della rete di vendita diretta di Campagna Amica attraverso punti vendita e mercati degli agricoltori dove vengono offerti vini locali a chilometri zero.

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Svolta estera per la Strada del Vino Soave: il turismo agricolo è la nuova frontiera

L’Italia offre da nord a sud tanti itinerari artistici, storici ed enogastronomici che attirano da sempre numerosi visitatori. Il territorio di Soave, nella provincia di Verona, con le sue colline e la sua posizione strategica, facilmente raggiungibile grazie ai collegamenti autostradali e su rotaia è una destinazione sempre più ambita da turisti
italiani, ma soprattutto da tedeschi e nord europei. Ed è proprio nell’ottica di portare sul territorio più stranieri che Paolo Menapace, presidente dell’Associazione Strada del vino Soave, ha incaricato l’agenzia veneziana Acquaforte Travel di realizzare pacchetti turistici ad hoc nelle terre del Soave. La zona è conosciuta all’estero soprattutto per il vino, ma vanta anche produzioni agricole eccellenti e di nicchia che possono essere un importante strumento di promozione. ”Desideriamo rendere sempre più variegata e qualificata la nostra offerta turistica, aumentare la visibilità delle nostre aziende agricole nei mercati esteri, promuovere i nostri prodotti a denominazione, scambiare conoscenze e informazioni tra professionisti del settore” ha affermato Paolo MenapaceAcquaforte Travel è un’azienda giovane, ma con una pluriennale esperienza nel settore dell’incoming in Italia. ”Chi viene in Italia vuole conoscere la storia, l’arte e la cultura, ma anche entrare in contatto con il territorio e le tradizioni gastronomiche del nostro Paese” hanno dichiarato gli operatori dell’agenzia che sono già all’opera per realizzare proposte di soggiorno  sulla Strada del vino Soave per la visita alle aziende agricole del territorio.
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visite in cantina

I Vini delle Sabbie di Corte Madonnina: viaggio al delta del Po, nel cuore della Doc Bosco Eliceo

Forse non tutti sanno che nella zona di Ferrara si producono i Vini delle Sabbie. Che cosa sono? Che caratteristiche hanno? Per scoprirlo siamo andati a visitare Corte Madonnina, un produttore locale che ci ha accolto con stupore ed entusiasmo, perché il loro prodotto è davvero sconosciuto e la battaglia è farlo conoscere. Corte Madonnina si trova sulla statale che dai Lidi Ferraresi porta verso l’Abbazia di Pomposa, verso il bosco della Mesola e Goro, proprio all’interno del Parco Regionale del delta del Po. Luogo affascinante, che attira numerosi turisti in visita al punto d’incontro tra il grande fiume e il mare Adriatico. La Doc del Bosco Eliceo è nata nel 1989 e si sviluppa proprio su una striscia costiera di circa venti chilometri tra le bocche del Po di Goro e la foce del Reno, nel Ravennate. All’interno di questa Doc vengono prodotti quattro vini: due rossi, il Fortana e il Merlot e due vini bianchi, Sauvignon e Bianco del Bosco. Il nome Bosco Eliceo, racconta Vittorio Scalambra, socio dell’azienda vitivinicola Corte Madonnina, deriva dal vecchio bosco di lecci che esisteva prima di essere tagliato per volontà papale, quando lo Stato Pontificio subentrò agli Estensi. Il vitigno principe di questa Doc è il Fortana, o Uva d’oro, sulla quale ci sono diverse leggende anche di regale origine. Delle leggende ognuno sceglie quella che preferisce. Ma Vittorio Scalambra va ben oltre. Si è documentato e ha scoperto che in realtà non esistono fonti storiche che lo ricolleghino agli Estensi. Per le origini del Fortana bisogna andare ancora più indietro sulla linea del tempo. E approdare tra gli Etruschi e tra i Greci, ben prima della corte degli Estensi. La cosa importante che vuole sottolineare Vittorio Scalambra è che il Fortana è uno dei vitigni autoctoni più antichi e soprattutto a piede franco.

ALLE ORIGINI DEL MITO
Il nome “Vini delle Sabbie” invece è dettato dal terroir. I terreni su cui qui si coltiva qui la vite da secoli sono prettamente sabbiosi. La composizione del terreno va dal 50% sabbioso nelle località più interne fino ad oltre il 90%  più a ridosso del mare, dove troviamo i vigneti di Corte Madonnina. ”Ma dove sono le vigne?” chiediamo all’imprenditore. ”Sarebbe bello averle qui vicino alla cantina – scherza Vittorio – ma dovete sapere che qui non è come altre zone d’Italia! Siamo praticamente sotto il livello del mare, mica in collina, anzi praticamente questa è una collina rovesciata”. ”Se coltivassimo le viti a questo livello otterremmo uve annacquate. Le vigne sono a pochi km, allevate con il metodo Geneva Double Courtain (Gdc), su cordoni di dune che altro non sono che innalzamenti di terreno di un paio di metri: le radici delle viti scavano per meno di 80 centimetri, ma anche se il terreno è umido vanno bagnate lo stesso, se no qui muore tutto”. Quali sono i vantaggi della coltivazione sulla sabbia? Lo chiediamo a Vittorio Scalambra. ”La sabbia – spiega il viticoltore – ha permesso a questo vitigno di resistere alla piaga della filossera, che in questo tipo di terroir non sopravvive. Se l’insetto depositasse le uova, queste verrebbero trascinate giù nei tunnellini che si formano nella sabbia. Dal punto di vista del vino invece, il suolo conferisce una sapidità ed un carattere unico”. L’azienda Corte Madonnina nasce negli anni Sessanta per volontà del padre di Vittorio, Natale Scalambra, al quale sono succeduti i figli. Vittorio si è sempre dedicato alla vigna, ha avuto qualche anno di “pausa milanese” dopo la quale è tornato, nel 2013, per affiancare la sorella nella gestione aziendale. Si occupa ancora della vigna, della parte commerciale e del web. In cantina è supportato da un bravo enologo, del negozio si occupa sua sorella. Se dovessimo definire con una parola Vittorio Scalambra ne dovremmo usare tre: “Pim, pum, pam”. È un modo di dire che usa frequentemente, intercalare che delinea il suo essere una persona pratica, pragmatica e vivace. È un grande oratore, ma non vuole farsi fotografare. Per quanto riguarda il suo business racconta: ”Lavoro prettamente con il turismo, con le persone che passano da qui per andare a visitare l’abbazia o il delta del Po e si fermano quando vedono le botti”.  Gli chiediamo se possiamo trovare i suoi vini anche nel canale horeca e grande distribuzione.

CORTE MADONNINA
”Corte Madonnina produce al momento circa 50 mila bottiglie – evidenzia Vittorio Scalambra – solo 5000 vanno in grande distribuzione, ma con un’altra etichetta perché non voglio legarla troppo all’azienda, anzi spero di uscire presto da questo canale”.  Per quanto riguarda l’horeca, invece, il vignaiolo è ancora più deciso: ”Non tocchiamo questo tasto! Premesso che una piccola realtà come la mia, con un prodotto in vendita in cantina a 5 euro non può permettersi un rappresentante a cui versare provvigioni, sono io ad andare in giro, ma ogni volta mi arrabbio quindi lo faccio sempre meno”. Il motivo della rabbia di Vittorio è chiaro: i ristoratori locali “non vogliono prendersi la briga di veicolare i prodotti territoriali – spiega – e preferiscono prodotti più facili da comunicare, prodotti che parlano da soli”. In effetti, sulla carta dei vini dei ristoranti il Bosco Eliceo non si trova. A noi di vinialsupermercato.it hanno provato a spacciare il Pignoletto di Righi, Lambruschi vari, Sangiovese e addirittura il Malbec. La Doc del Bosco Eliceo si è fatta una brutta reputazione in passato a causa della scarsità qualitativa. “Ma ora la qualità è nettamente migliorata”, assicura l’imprenditore, che poi ci spiega la sua visione delle catena commerciale che passa dal ristorante. “I ristoratori – sostiene Scalambra – non hanno voglia di sperimentare ed impegnarsi. I camerieri, peraltro, nella maggior parte dei casi non hanno la formazione adeguata per veicolare prodotti di non semplice lettura.  Stessa storia in gdo, dove non sono capaci di comunicare il prodotto. Chissà dove me lo mettono e come lo percepisce il cliente!”. ”C’è una grande ignoranza nel mondo del vino – aggiunge il viticoltore – anche se ultimamente le cose vanno meglio, perché in fondo alla catena ci sono i consumatori consapevoli, gli enoturisti”. E’ questo il cliente “Doc” secondo il titolare di Corte Madonnina. Quello che vuole raggiungere per risalire il fiume al contrario: il consumatore che educa il ristoratore e detta le regole del mercato.

VINI SNOB(BATI)?
Eppure, prosegue, ”basterebbe così poco, ovvero chiedere al turista che ordina il vino se lo vuole territoriale o meno e sono certo che il turista sceglierebbe il territorio”. “Questo andrebbe a vantaggio del ristoratore stesso, che potrebbe incrementare le vendite, lavorando sulla quantità visto che i nostri prodotti hanno prezzi contenuti, sono leggeri non sono vini strutturati, si può bere qualche bicchiere in più senza problemi”. E’ una lotta, quella con la ristorazione, che Vittorio Scalambra è stannco di combattere, lasciando spazio ai suoi colleghi. Per fortuna con il turismo lavora bene, i clienti ritornano. Ma se ci fosse più collaborazione anche da parte degli altri operatori del territorio tutto il comparto ne trarrebbe beneficio, perché i turisti stanno al vino come il vino sta al turista. Sono direttamente proporzionali. Ma come mai così pochi i produttori? si contano su una mano. Ce lo spiega Vittorio Scalambra. ”Lavorare la vite ed il vino si fa fatica – spiega – e qui hanno estirpato tutte le vigne per dare spazio all’agricoltura, paradossalmente si guadagna più con le patate che con il vino e questa è una zona molto fertile, si possono fare più raccolti all’anno”. In questo contesto ci racconta quali sono i suoi progetti come imprenditore e come uomo. ”Da una parte mi piacerebbe piantare nuove vigne – ammette – quelle attuali hanno circa 20 anni, ma ci vorrebbero troppi anni per vederne i frutti, almeno una decina, ed io sono già vecchio. Per ora voglio puntare molto sui Vini delle Sabbie, che in termini di marketing hanno un nome più facile da ricordare rispetto al Bosco Eliceo. Ho rifatto il sito, a breve sarà presente anche l’e-commerce e spero di attirare sempre più turisti grazie ad Internet, abbiamo una posizione strategica e voglio spingere su questo”‘.

Vittorio Scalambra è alla vigilia dell’esame finale per diventare sommelier Ais. ”Ho scelto di studiare da sommelier proprio perché volevo capire, da sommelier e da consumatore cosa si poteva sentire nel mio vino e soprattutto se è buono”. I vini si dividono “solo in due categorie”, secondo Vittorio. Quelli fatti bene e quelli no. Poi arriva il gusto personale, che varia da persona a persona. ”Il mio obiettivo per il momento è continuare a fare vini qualitativi – spiega – l’annata 2015 è stata eccezionale e per noi rappresenta un punto di svolta, la vendemmia è tutta meccanica, ma sto cercando di fare una parte di raccolta manuale per migliorare alcune produzioni. Voglio dare soprattutto piacevolezza della bevuta con un prodotto di qualità. E’ un percorso partito tre anni fa, sto ancora imparando, ci vuole il suo tempo. Quando il mio vino avrà raggiunto standard qualitativi di eccellenza – continua il vulcanico vignaiolo – partirò con altri progetti, non escludo di associarmi al Movimento Turismo del Vino”. Gli chiediamo se vede anche un futuro bio per Corte Madonnina, visto che è un segmento in crescita e lui è molto attento ai trends.”. È un tema che mi interessa – ammette Vittorio Scalambra – la nostra coltivazione è quasi bio anche nel nostro interesse, perché i trattamenti costano, ma è un discorso, quello della certificazione, che voglio approfondire nel medio termine. Non tutti possono fare bio, c’è il risvolto della medaglia. Se è vero che in questa zona scampiamo la filossera è altrettanto vero che siamo a rischio di altri tipi di attacco e non voglio con il bio bloccarmi e non poter trattare la vigna in caso di parassiti come la Peronospora. Devo studiare bene la questione ed il disciplinare”. Il biodinamico lo fa sorridere invece, è un po’ scettico su teorie del cosmo e qui viene fuori tutto il suo pragmatismo.

I PRODOTTI DI CORTE MADONNINA
Ma andiamo finalmente a conoscere i suoi prodotti. La degustazione inizia dal Fortana rosso frizzante. ”Avete mangiato la salamina da sugo con il purè?”, ci chiede Vittorio. Spiega, da quasi sommelier, che si tratta di una specialità locale, è un piatto grasso e strutturato. Qualche giorno fa glielo hanno servito con un barolo. La teoria vuole piatto strutturato con vino strutturato, ma Vittorio lo avrebbe servito col suo Fortana, avrebbe fatto un abbinamento di valorizzazione che premia o il vino o il piatto. Ha studiato e vuole condividere la lezione. Col suo abbinamento avrebbe valorizzato il piatto tipico ferrarese, pietanza grassa, che il Fortana frizzante avrebbe “sgrassato”. ”Ho fatto bene il mio lavoro?” ci chiede mentre degustiamo. È una persona di spirito, da buon romagnolo, con lui si può scherzare e allora lo canzoniamo: non ha usato il cavatappi di ordinanza, ma il cavabuscion domestico! Confessa che lo preferisce e che lo porterebbe volentieri dietro come sommelier.  Il suo vino Fortana frizzante è leggero, solo 11,5% di alcol. Gradevole, dal sorso invitante, fresco e con una tannicità accennata. ”Quando uno beve il mio vino sorridendo e con piacere come state facendo voi, il mio lavoro è fatto, sono contento così”, conclude Vittorio. Il mondo del vino in Italia è variegato: non ci sono solo le grandi regioni, le grandi Docg con le loro politiche. Ci sono anche tanti piccoli produttori e realtà territoriali che vanno valorizzate. Ogni vino ha il suo perché, ha il suo contesto e merita una dignità. Quella per il quale ‘personaggi’ come Vittorio Scalambra sgomitano ogni giorno. A buona ragione.

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Vignaioli naturali, superato il regolamento Europeo 203/2012: ecco il protocollo dei vini “liberi e bio”

Il mercato dei vini naturali, biologici e biodinamici è in crescita e l’Italia è sempre più protagonista di questo trend. I vigneti biologici sono in aumento, gli ultimi dati parlano di circa l’11% della superficie vitata coltivata secondo queste metodologie con picchi fino al 25% in Sicilia. L’interesse dei consumatori è altrettanto alto in materia: la riprova sono i numerosi eventi a tema vini naturali da nord a sud che attirano sempre più visitatori. ”Tutte queste iniziative dimostrano che è stato finalmente accertato il valore del vino naturale, che non è solo una moda: è maturata in produttori e consumatori una nuova consapevolezza”, spiega Tiziana Gallo che distribuisce vini naturali e organizza ogni anno le rassegne Vignaioli naturali a Roma e Vignaioli delle Langhe. Ma cosa prevede la disciplina dei vini bio? Al momento esiste un regolamento Europeo, il 203/2012. Per poter essere riconosciuti e certificati come Bio i produttori devono seguire un disciplinare in vigna ed in cantina che prevede sostanzialmente una serie di restrizioni in termini di pratiche enologiche e coadiuvanti. Le uve devono essere coltivate senza concimi, diserbanti, anticrittogamici, insetticidi e pesticidi in genere e soprattutto senza impiego di ogm, in cantina la vinificazione deve essere eseguita con l’utilizzo di prodotti e modalità autorizzate e con limitazione dei contenuti di solfiti.

Ispirandosi alla francese organizzazione Association des vin naturel, qualche giorno fa circa 40 produttori provenienti da differenti regioni hanno sottoscritto una lettera di intenti, un protocollo anche per difendersi dai produttori Bio a livello industriale che rischiano, in nome del business di accettare qualsiasi compromesso che si discosterebbe dalla loro visione e dalla loro etica. Secondo i vignaioli naturali, oggi sempre più associati e consociati, il vino è una risorsa alimentare corroborante e salutare come è stata conosciuta nei secoli e non prodotto costruito ad hoc, alterato e corretto sistematicamente in virtù delle regole di mercato. L’agricoltura deve essere biologica o biodinamica e anche autocertificata: sono disponibili a qualsiasi tipo di analisi che accerti i contenuti di fitofarmaci e solforosa. Le fermentazioni devono essere spontanee senza aggiunte di lieviti e batteri, senza aggiunta di coadiuvanti in nessuna fase di vinificazione, maturazione e affinamento e senza ulteriori trattamenti invasivi come osmosi inverse, pastorizzazioni, criovinificazioni. Questo in sintesi il contenuto del protocollo. Il Bio libero: è stato Oscar Farinetti a coniare questa espressione. Il prodotto deve essere autodisciplinato dai produttori stessi, liberi dalle normative europee e soprattutto dei costi per sostenere gli enti certificatori.

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Unione italiana vini a Poderi del Nespoli, Zonin: “La qualità non basta più per competere”

“Dobbiamo fare più sistema con tutti i soggetti del territorio: aziende, ristoranti, enoteche, sommelier, distribuzione organizzata, per condividere e promuovere un processo culturale univoco che premi sia il mondo del vino sia i consumatori. Il consumo di vino al ristorante nei prossimi due anni è stimato possa crescere di oltre 8% con una predilezione verso i vini locali o regionali (94,5% degli intervistati), a suffragare il concetto dell’importanza del territorio, e con una forte tendenza a consumare vini al bicchiere (94% degli intervistati), indice del fatto che la modalità di consumo è cambiata e che dobbiamo muoverci per trovare le formule opportune per essere al passo col tempo. La cultura della qualità e del territorio, anche per la distribuzione moderna, saranno il focus su cui concentrare gli sforzi nei prossimi anni”. Con queste parole Domenico Zonin, Presidente Unione Italiana Vini, ha chiuso oggi i lavori della Tavola Rotonda dal titolo “Mercato interno del vino: quali le prospettive del 2016?”, organizzata presso Poderi dal Nespoli (Nespoli, FC) da Unione Italiana Vini, in collaborazione con Foragri, con l’obiettivo di fornire una panoramica complessiva sullo status e sulle prospettive del comparto vitivinicolo per il 2016, dialogando con le istituzioni e con i più autorevoli esponenti del mondo vitivinicolo nazionale, i rappresentanti della Gdo, della ristorazione, delle enoteche, con il supporto dei dati forniti dall’Osservatorio del Vino. “La reputazione dei nostri prodotti – precisa Simona Caselli, assessore Agricoltura Regione Emilia Romagna – si fa qui, sul territorio. Sono la qualità prodotto, il luogo di produzione, la relazione con la gente, che ti fanno riconoscere. La nostra gastronomia sta ottenendo risultati straordinari, costruendo attenzione sui nostri prodotti e trainando il turismo. Però dovrà sempre più essere unita al mondo del vino, dovranno viaggiare insieme per portare soddisfazione maggiore per tutti. Il lavoro sulla qualità va spiegato e serve attenzione complessiva affinché non diventi fuori portata per i consumatori. Serve equilibrio e la ristorazione in questo è molto importante. Di deve ragionare, in sintesi, in termini di sistema”.

“LA QUALITA’ NON BASTA PER COMPETERE”
“La cosa certa, almeno così i dati di Fipe ci dicono – spiega Zonin – è che dobbiamo insistere sul tema della cultura perché, se ben l’85% dei consumatori intervistati ritiene di non conoscere il vino, significa che da qui dobbiamo partire per promuoverlo attraverso un marketing della conoscenza, per il quale siamo disposti ad investire”. “La qualità non basta più per essere competitivi – conclude il presidente Zonin – ma deve essere supportata da un processo di crescita culturale da parte sia delle aziende sia del consumatore. Il territorio e la tradizione sono fattori prioritari per raccontare il nostro vino e sempre più dobbiamo imparare ad insistervi per far capire la complessità e l’unicità che siamo capaci di esprimere attraverso i nostri prodotti. Aiuteremo così anche il consumatore a recepire il vino non come semplice bevanda ma come il prodotto finale di un sistema responsabile, appassionato e ricco di professionalità. Questo farà la differenza per crescere in primis sul mercato interno e poi sul mercato estero, grazie a una migliorata percezione che deriverà proprio da questa nuova cultura”.

PODERI DEL NESPOLI

L’importante conferenza si è tenuta ieri proprio a Poderi del Nespoli, cantina romagnola che dal 1929 produce vino di qualità, tra l’alto già finito anche sotto la lente di ingrandimento di vinialsupermercato.it: qui le nostre recensioni del Rosso Poderi del Nespoli e del Bianco Poderi del Nespoli, in vendita sugli scaffali della grande distribuzione organizzata. Una realtà di riferimento nel panorama enologico della Romagna, grazie all’impegno della famiglia Ravaioli, che piantò i filari del primo podere acquistato nel borgo di Nespoli, a cui negli anni si è affiancata la concezione imprenditoriale della famiglia Martini, che ha saputo guardare lontano e portare il nome di Poderi dal Nespoli e della Romagna nel mondo. Oggi, infatti, Poderi dal Nespoli unisce la storia e la tradizione con le tecnologie all’avanguardia, il rispetto per l’ambiente con la promozione dell’enoturismo come efficace modo di avvicinare il pubblico al vino. Sistemi di produzione moderna, sperimentazioni e ricerca, infatti, si accompagnano a un modello di imprenditorialità basato sull’esperienza diretta da parte del consumatore, che qui può scoprire e conoscere l’intera filiera produttiva, dal vigneto alla cantina, dall’imbottigliamento alla commercializzazione, fino al calice.

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Vini al supermercato

Aglianico Igp Salento Viticultori di San Giuseppe, Cantine San Marzano

(3 / 5) Con i suoi 4,59 euro, l’Aglianico Igp Salento Viticultori di San Giuseppe rappresenta uno dei vini rossi “top di gamma” della catena di supermercati Eurospin, che lo evidenzia a scaffale con la dicitura “Le nostre stelle”.

Un prezzo modesto, dunque, in linea con le politiche del gruppo veronese noto al grande pubblico per il claim “La spesa intelligente”. E interessante è anche questo vino, prodotto da una società cooperativa, le Cantine San Marzano di San Marzano di San Giuseppe, Taranto, capace di aggiudicarsi diversi premi e riconoscimenti a livello non solo italiano, ma anche internazionale. Interessante dunque constatare, ancora una volta, come l’attenzione per il buon vino stia facendo lievitare la qualità dei prodotti nella grande distribuzione organizzata, compresi i discount.

Passiamo dunque sotto la lente di ingrandimento l’Aglianico Igp Salento Viticultori di San Giuseppe, vendemmia 2015. Nel calice il vino si presenta di un rosso rubino intenso, con riflessi violacei. Un colore tipico del vitigno in questione. Al naso si scopre senza la minima timidezza, intenso, caldo, con note di frutti rossi maturi. Al palato la vena fruttata si conferma predominante, ma l’alcolicità contribuisce a regalare eleganza e struttura alla beva, piacevolmente fresca e sapida. Rendendo l’Aglianico Igp Salento Vitivultori di San Giuseppe il vino giusto per accompagnare antipasti a base di salumi, primi piatti con ragù di carne, nonché secondi leggeri, sempre a base di carne. Un vino giovane quello degustato, che si presta anche a un ulteriore affinamento in bottiglia.

LA VINIFICAZIONE
Stiamo dunque parlando di un vino abbastanza versatile, prodotto a San Marzano, nel Salento, in Puglia. Le vigne si trovano a un’altezza di circa 100 metri sul livello del mare, esposte a temperature medie molto alte e a una piovosità particolarmente bassa. I terreni sono a grana medio-argillosa, con profondità abbondantemente sotto il metro. La densità d’impianto è di 4.500 viti per ettaro. La vendemmia avviene nelle prime settimane di ottobre. Una volta raccolte, le uve vengono macerate a temperatura controllata per circa dieci giorni. Per la fermentazione alcolica dell’Aglianico Igp Salento, le Cantine San Marzano di San Marzano San Giuseppe utilizzano lieviti selezionati, procedendo poi ad un affinamento in acciaio.

Prezzo pieno: 4,59 euro
Acquistato presso: Eurospin

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Vini al supermercato

Aglianico del Vulture Dop Baliaggio 2013, Cantina di Venosa

(4 / 5) Davvero sorprendente e con un rapporto qualità prezzo insuperabile l’Aglianico del Vulture Baliaggio Dop 2013 prodotto dalla Cantina di Venosa.

Si presenta nel calice rosso rubino intenso e con un bouquet complesso: fruttato, speziato con sentori di pepe nero, floreale con accenni di viola, ma anche sentori di tabacco e cenere. 14% di alcol in volume sopportabili: caldo, sapido, una glicerina che lo rende di una rotondità perfetta.

La vena acida è corretta e gradevole, il tannino morbido ed elegante ed il finale sufficientemente persistente. Un vino maturo, evolvono i sentori se si apre correttamente in anticipo come indicato peraltro nella contro etichetta, ma che come stato evolutivo è al top.

Un vino che a tavola fa discutere, di quelli che controlli più volte lo scontrino pensando se sia possibile averlo pagato così poco. Onestamente anche al doppio del prezzo avrebbe retto e stupito ed in effetti,  controllando un po’ in rete il suo prezzo medio è minimo il doppio. Chapeau alla catena Gdo e al buyer che ha spuntato questo prezzo regalandoci un Aglianico del Vulture Dop di tutto rispetto ad un prezzo sbalorditivo.

Un rosso assolutamente versatile a tutto pasto che si abbina a primi piatti della cucina mediterranea, carni arrosto e brasati, selvaggina e formaggi stagionati.

LA VINIFICAZIONE
Prodotto con uve 100% Aglianico in terreni di origine vulcanica da vigneti di 10-20 anni. Le uve sono vendemmiate a mano, trasportate in piccole cassette e vinificate in piccoli fermentini inizialmente, poi in acciao inox. Dopo la fermentazione malolattica, il vino viene affinato in botti di rovere per dieci mesi e ancora per un mese in bottiglia prima della messa in vendita.

L’Aglianico è un vitigno antichissimo, fortemente caratterizzante per l’area del Vulture e per la Basilicata in generale, noto anche come il barolo del sud. I Romani addirittura concessero alla colonia di Venosa di coniare una moneta in bronzo raffigurante Dioniso, divinità fortemente legata alla terra e alla vite, poi assorbita dal culto di Bacco.

La Cantina di Venosa è una delle realtà più importanti del mezzogiorno, si trova proprio nella celebre Venosa, nota per aver dato i natali ad Orazio. Nata nel 1957 per volontà di 27 soci oggi è una realtà di circa 400 soci conferitori per 800 ettari.

Prezzo pieno: 3,20 euro
Acquistato presso: Bennet

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Franciacorta Brut Brolo dei Cavalieri, cantina Lidl

(4 / 5) Lidl conferma ancora una volta, se ce ne fosse bisogno (e ce n’è), che nulla è casuale nelle scelte compiute per la cantina vini. Come? Affidando a un’azienda di tutto rispetto, la società agricola Catturich Ducco di Passirano, Brescia, la realizzazione in esclusiva di un Franciacorta “every day low price”.

Parliamo del Franciacorta Brut Brolo dei Cavalieri, finito sotto la nostra lente di ingrandimento con la dovuta curiosità del caso. Non aspettatevi troppo e riuscirete pure a farvi piacere questo prodotto, tenendo sempre a mente l’obiettivo della catena tedesca è quello di offrire prodotti qualitativamente buoni, a prezzo contenuto.

E non si può certo dire che 7,49 euro siano soldi spesi “male” per il Franciacorta Brut Brolo dei Cavalieri, sboccatura autunno 2015. Passiamo dunque questo prodotto sotto setaccio.

LA DEGUSTAZIONE
All’esame visivo, lo spumante prodotto in esclusiva dalla Catturich Ducco per Lidl si presenta vestito d’un giallo paglierino limpido, trasparente, piuttosto chiaro. La grana del perlage è mediamente fine, la persistenza così come discreta risulta l’effervescenza e la persistenza del perlage.

Un po’ disordinate, tuttavia, le “bolle”. All’olfatto, il Franciacorta Brut Brolo dei Cavalieri non risulta leggero, schietto e mediamente fine. Semplice la complessità olfattiva, con i classici richiami alla crosta di pane e al burro, con quest’ultimo predominante.

All’esame gustativo risulta di corpo e caldo, anche in virtù dei 13 gradi di alcol in volume che fa registrare la bottiglia. Rotondo, secco, fresco e sapido. Uno spumante sufficientemente equilibrato, insomma, che si rivela intenso, mediamente fine, ma poco persistente nel retro olfattivo.

Il Franciacorta Brut Brolo dei Cavalieri accompagna aperitivi, pizza, primi e secondi piatti di pesce o di carne bianca, non troppo elaborati.

LA VINIFICAZIONE
Per quanto riguarda la tecnica di vinificazione, Catturich Ducco precisa che si tratta di un Blanc de Blancs, ovvero Chardonnay in purezza, con affinamento in bottiglia per 24 mesi circa. Con i suoi 125 ettari, Catturich Ducco è una delle società agricola che posseggono maggiori terreni nella Docg Franciacorta, potendo così sviluppare al meglio le caratteristiche peculiari di un terroir dalle mille sfaccettature.

Prezzo pieno: 7,49 euro
Acquistato presso: Lidl

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Vini al supermercato

Sudtirol Alto Adige Gewurztraminer Doc Cornaianum, Girlan

I[Usr 4] Immaginate una rosa gialla che sbocciando, oltre al profumo dei suoi petali, rilascia un bouquet di zenzero candito, litchis, melone, pesca matura e aromi di uve moscato. Sapori che esplodono al gusto come se avessimo mangiato una caramella ripiena di frutta. Aromi marcati, ma che non annoiano e che invogliano continuamente il sorso. Se completiamo il tutto con una bella acidità il binomio è perfetto. ”Tutti sanno dire ti amo, ma non tutti sanno dire Gewurztraminer”, un tormentone social degli ultimi tempi. La cantina Girlan, il Gewurztraminer lo sa dire e lo sa fare. La vendemmia finita sotto la nostra lente di ingrandimento è la neonata 2015. Per dovere di cronaca nel calice c’è rimasta ben poco, ma come diceva Moliere ”Beviamo amici miei, il tempo che fugge c’invita, godiamo della vita quanto per noi si può”. Che altro aggiungere di questo vino? Che è sostenuto da una bella acidità, data la sua giovinezza. Nei primi due anni, il Gewurztraminer riesce a conservare un’ottima acidità pur essendo un prodotto che ha una longevità di tre/cinque anni. E’ un vino di buon corpo , morbido, equilibrato e dotato di una buona persistenza retrolfattiva. L’annata 2015 è la prima che possiamo trovare al supermercato, una delle prime forniture di questa etichetta realizzata da Girlan per la gdo. Un vino prelibato che si abbina a crostacei, pesce, preparazioni a base di carne e paté de foie. La Cantina Girlan si conferma una cantina d’eccellenza. Nella nostra recensione del loro  Lagrein abbiamo cercato di sintetizzare il nostro giudizio positivo utilizzando un famoso claim pubblicitario ”un Lagrein Girlan è per sempre”, aggiungiamo che il Gewurztraminer Girlan lo è altrettanto. Segnatelo tra le cose da portare con voi su isola deserta. La cantina Girlan si trova a Cornaiano, borgo vinicolo ormai famoso. I vigneti si estendono ad un’altitudine fra i 250 e i 550 m sul livello del mare, su dei terreni diversi nella loro composizione che costituiscono un ambiente ideale per la coltivazione di numerose varietà autoctone ed internazionali. Dal 1923, la Cantina Girlan ha sede in questo maso tipico dell’Oltradige: accanto al terreno, un fattore molto importante è quello umano, quello del vignaiolo ed enologo Gerhard Kofler, che mantiene uno stretto rapporto con i soci conferitori, scambiando esperienze da cui nascono le basi per ambizioni di qualità.

Prezzo pieno: 6,99 euro
Acquistato presso: Famila

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