Secondo il National Vintage Report 2024 di Wine Australia, nel 2024 la produzione di uva da vino australiana è aumentata del 9% rispetto all’anno precedente, raggiungendo una stima di 1,43 milioni di tonnellate. Con una sorpresa: per la prima volta dal 2014, le uve bianche superano quelle rosse in occasione della vendemmia 2024 in Australia, seppur di pochissimo (51% vs 49%). Determinante il crollo del Shiraz, compensato dalla crescita dello Chardonnay (+31%). L’annata 2024 fa seguito al minimo storico di 23 anni registrato nel 2023. Nonostante la crescita, la produzione di quest’anno è ancora ben al di sotto della media decennale di 1,73 milioni di tonnellate.
«Questa è la terza annata delle ultime cinque che è stata al di sotto della media decennale – sottolinea Peter Bailey, responsabile del settore Market Insights di Wine Australia. Negli ultimi anni si è infatti registrata una tendenza alla diminuzione della produzione di uva da vino australiana. Negli ultimi due anni, la media quinquennale è diminuita di oltre 100 mila tonnellate. «Tuttavia – continua Bailey – la riduzione della produzione non riflette necessariamente una diminuzione dell’offerta. Non ci sono indicazioni che la superficie viticola sia diminuita in modo significativo; quindi, il potenziale per un raccolto abbondante esiste ancora senza una gestione attiva delle rese”.
Un tema che non lascia insensibile il governo australiano, che ha di recente annunciato un pacchetto di sostegno alla redditività a lungo termine del settore vitivinicolo, che prevede tra l’altro lo sviluppo di un catasto nazionale dei vigneti. L’obiettivo è aiutare i viticoltori ad avere un quadro più chiaro della reale offerta a livello nazionale.
AUSTRALIA: CRESCE LA PRODUZIONE DI UVE BIANCHE
L’aumento complessivo della raccolta rispetto all’anno precedente è stato di 112 mila tonnellate e interamente determinato dalle varietà di uve bianche, che sono aumentate di 117 mila tonnellate (19%), raggiungendo le 722 mila tonnellate. Nonostante ciò, la quantità delle varietà bianche è rimasta del 10% inferiore rispetto alla media decennale, classificandosi come la seconda più scarsa degli ultimi 17 anni. La vendemmia delle uve rosse è diminuita di poco meno di 5 mila tonnellate (1%), attestandosi a 705 mila tonnellate, la più bassa dall’annata 2007, colpita dalla siccità, e il 40% in meno rispetto al picco di 1,2 milioni di tonnellate raggiunto nel 2021. La quota complessiva di uva bianca è aumentata al 51% e, per la prima volta dal 2014, la è stata superiore a quella rossa.
«La riduzione complessiva delle uve rosse in occasione della vendemmia 2024 in Australia – spiega ancora Bailey – è dovuta interamente allo Shiraz, che è diminuito di quasi 48 mila tonnellate, mentre la maggior parte delle altre varietà rosse è aumentata. Questa diminuzione non è stata causata solo dalle regioni interne, con le valli di Barossa e Clare che hanno rappresentato un terzo della riduzione. Più in generale, i fattori stagionali hanno contribuito a far sì che il 2024 sia un’altra annata scarsa. Tuttavia, l’ulteriore e significativa riduzione della produzione di vino rosso può essere in gran parte attribuita alle decisioni prese dai viticoltori e dalle aziende vinicole di ridurre la produzione. Queste decisioni sono dettate dai bassi prezzi dell’uva, dal notevole eccesso di scorte di vino rosso e dalla riduzione della domanda globale di vino».
PREZZI DELLE UVE E INCOGNITE DEL VINO AUSTRALIANO NEL 2024
Lo Chardonnay è aumentato del 31%, raggiungendo le 333 mila tonnellate, superando lo Shiraz e riprendendo il titolo di varietà regina in occasione della vendemmia 2024, detenuto l’ultima volta nel 2013. Lo Shiraz è diminuito del 14%, passando a 298 mila tonnellate, la cifra più piccola dal 2007. Il South Australia ha rappresentato la quota maggiore della raccolta (49%), ma è diminuito del 4% e ha perso 6 punti percentuali rispetto agli altri Stati. Tutti gli altri Stati, ad eccezione dell’Australia Occidentale, hanno incrementato le loro rese rispetto al 2023, con la Tasmania che ha registrato un aumento del 42%, raggiungendo una resa record di 16.702 tonnellate.
Il valore della vendemmia 2024 in Australia è stimato in 1,01 miliardi di dollari, con un aumento del 2% rispetto all’anno precedente. L’aumento del 9 % del quantitativo è stato compensato da una diminuzione complessiva del valore medio, passato da 642 dollari per tonnellata a 613 dollari per tonnellata. Nelle regioni calde dell’entroterra, sia i rossi che i bianchi hanno subito un calo del valore medio del 5%, mentre nelle regioni fredde e temperate si è registrato un piccolo aumento (3%) dei bianchi, mentre il valore medio dei rossi è rimasto invariato. Bailey afferma che il calo complessivo del valore medio è stato determinato principalmente dalla diminuzione dei prezzi medi pagati per le uve rosse e bianche provenienti dalle regioni calde dell’entroterra e dall’aumento della quota di tonnellate provenienti da queste regioni.
Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, tra carta stampata e online, dirigo winemag.it. Collaboro inoltre come corrispondente per una delle testate internazionali più autorevoli del settore, in lingua inglese. Edito con cadenza annuale la “Guida Top 100 Migliori vini italiani” e partecipo come giurato ai più importanti concorsi enologici internazionali. Oltre alle piazze tradizionali, studio con grande curiosità i mercati emergenti, seguendone dinamiche, trend ed evoluzioni. Negli anni ho maturato una particolare esperienza nei vini dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa, tanto da aver curato la selezione vini per un importatore leader in Italia. Nel 2024 mi è stato assegnato un premio nazionale di giornalismo enogastronomico.
Le esportazioni di vino australiano sono diminuite dell’11% in valore (a 1,79 miliardi di dollari) e del 4% in volume (a 604 milioni di litri) nell’anno conclusosi a settembre 2023, secondo l’ultimo Rapporto sulle esportazioni di Wine Australia. Buone notizie arrivano però dalla Cina, che ha accettato di intraprendere una «revisione accelerata» dei dazi sulle importazioni di vino australiano. Un passo molto gradito dai viticoltori e produttori di vino di tutto il Paese, con Wine Australia che continuerà a lavorare a stretto contatto con il governo australiano e con Australian Grape & Wine «per sostenere questo processo in ogni modo possibile».
Nell’isola ci ci interroga tuttavia sulle cause del crollo dell’export di vino australiano, ben al di sotto delle medie di lungo periodo. Le cause vengono innanzitutto addebitate al «calo globale del consumo di vino in molti mercati maturi, dove viene venduta la maggior parte dei volumi di esportazione australiani, soprattutto i vini “commerciali” da meno di 10 dollari a bottiglia». Le pressioni sul costo della vita stanno inoltre rallentando la tendenza a lungo termine della premiumisation globale. «Alcuni consumatori – spiega Wine Australia nel commentare i dati disastrosi del 2023 – stanno moderando il consumo di alcolici come strategia di risparmio».
Entrando nel dettaglio dell’analisi, Regno Unito, Canada e Usa sono stati i principali responsabili del calo dei volumi nell’ultimo trimestre. Questa performance riflette le «ampie sfide economiche» per le vendite di vino nell’Uk, come l’inflazione e l’aumento delle tasse e delle imposte sugli alcolici. Allo stesso modo, i livelli elevati di spedizioni di vino non confezionato in Canada stanno mostrando segni di stabilizzazione, mentre i volumi di vino confezionato hanno continuato a diminuire. Un dato che, per certi versi, accomuna l’Australia all’Italia e ai 12 Paesi Top Exporter internazionali.
CRESCE IL NUMERO DI IMPORTATORI DI VINO AUSTRALIANO
«Negli ultimi 12 mesi – spiega Peter Bailey, responsabile dei Market Insights di Wine Australia – il valore totale delle esportazioni ha avuto una traiettoria discendente dopo il picco di 3,1 miliardi di dollari raggiunto nei 12 mesi terminati a ottobre 2020. Gli Usa sono stati i principali responsabili del calo complessivo del valore, insieme al Canada e al Regno Unito. La crescita verso Hong Kong ha compensato parte di questo calo. Tuttavia, nonostante il calo dell’anno scorso, nell’ultimo trimestre si sono registrati alcuni segnali positivi negli Stati Uniti, con una crescita delle esportazioni dell’8% in valore rispetto allo stesso trimestre del 2022.
Anche il numero di esportatori di vino australiano è aumentato a 1.247 nell’anno conclusosi a settembre 2023, con 98 aziende esportatrici in più rispetto all’anno precedente. Il mercato che ha registrato la maggiore crescita del numero di esportatori tra i mercati principali è stato Hong Kong, seguito da Thailandia e Vietnam».
EXPORT VINO AUSTRALIANO: CALA ANCHE SINGAPORE
In Asia si sono registrati risultati contrastanti, tra cui un calo delle esportazioni verso Singapore e un aumento delle esportazioni verso Hong Kong. Due hub commerciali chiave della regione, che riflettono le attuali condizioni volatili del mercato. I mercati emergenti chiave, come la Thailandia e le Filippine, sono cresciuti in valore durante questo periodo.
I primi cinque mercati per valore (annualità chiusa a settembre 2023)
Stati Uniti (in calo dell’11% a 366 milioni di dollari: quota del 20% del valore totale delle esportazioni) Regno Unito (-10% a 354 milioni di dollari: quota del 20% del valore totale delle esportazioni) Hong Kong (+26% a 205 milioni di dollari: quota dell’11% del valore totale delle esportazioni) Canada (in calo del 22% a 148 milioni di dollari: quota dell’8% sul valore totale delle esportazioni) Singapore (-12% a 117 milioni di dollari: quota del 7% del valore totale delle esportazioni)
I primi cinque mercati per volume
Regno Unito (-3% a 215 milioni di litri: 36% del volume totale delle esportazioni) Stati Uniti (-4%, 134 milioni di litri: 22% del volume totale delle esportazioni) Canada (+20% a 74 milioni di litri: quota del 12% del volume totale delle esportazioni) Nuova Zelanda (-3% a 31 milioni di litri: 5% del volume totale delle esportazioni) Germania (-9% a 28 milioni di litri: 5% del volume totale delle esportazioni)
Winemag.it, wine magazine italiano incentrato su wine news e recensioni, è una testata registrata in Tribunale, con base a Milano. Un quotidiano online sempre aggiornato sulle news e sulle ultime tendenze italiane ed internazionali. La direzione del wine magazine è affidata a Davide Bortone, giornalista, wine critic, giudice di numerosi concorsi internazionali e vincitore di un premio giornalistico nazionale. Winemag edita inoltre con cadenza annuale la Guida Top 100 Migliori vini italiani. Winemag.it è un progetto editoriale indipendente e di elevata reputazione in Italia e in Europa. Puoi sostenerci con una donazione.
Risultati contrastanti per l’export del vino australiano, nei suoi mercati chiave. Le esportazioni sono diminuite dell’1% in volume a 627 milioni di litri e dell’11% in valore a 2,01 miliardi di dollari nell’anno conclusosi il 30 settembre 2022, secondo l’ultimo Rapporto sulle esportazioni di Wine Australia.
Se da un lato il calo riflette le difficili condizioni di mercato degli ultimi due anni – tra cui i dazi sul vino australiano imbottigliato importato nella Cina continentale, l’impatto delle sfide globali del trasporto e le conseguenze del cambiamento delle abitudini dei consumatori durante la pandemia Covid-19 – dall’altro le cifre mostrano quanto i valori stiano iniziando a stabilizzarsi.
È il responsabile di Wine Australia, Market Insights Peter Bailey a sostenere che i risultati siano stati contrastanti nell’anno conclusosi il 30 settembre 2022. Gli aumenti registrati in alcuni mercati sono stati “compensati” da cali in altri.
«Il Rapporto sulle esportazioni – dichiara Bailey – mostra la performance delle esportazioni australiane e pone in evidenza alcune tendenze in crescita. In questo rapporto, vediamo che la coda del declino delle esportazioni verso la Cina continentale ha un impatto sui dati totali delle esportazioni. Si prevede che questo fenomeno si esaurisca entro la fine del 2022».
LA BOLLA CINESE INCIDE SULL’EXPORT DI VINO AUSTRALIANO
Escludendo la Cina continentale dai dati – aggiunge Bailey – le esportazioni di vino verso il resto del mondo sono rimaste stabili in valore, con un calo dello 0,2% a 1,99 miliardi di dollari e un aumento dell’1% in volume a 622 milioni di litri.
Le esportazioni verso il Regno Unito, Hong Kong e Singapore sono diminuite, a causa del ritorno ai livelli di spedizione previsti. Il calo verso il Regno Unito è stato ritardato rispetto ad altri mercati con modelli di consumo COVID-19 simili, come gli Stati Uniti e il Canada».
Le esportazioni verso le regioni del Nord America e del Sud-Est asiatico sono in crescita. In particolare, si è registrata una forte crescita delle esportazioni verso Stati Uniti, Canada, Malesia e Tailandia.
Il trend di crescita negli Stati Uniti e in Canada è stato guidato da entrambe le fasce di prezzo. Le esportazioni di vino premium hanno continuato a crescere e le esportazioni commerciali non confezionate sono aumentate, grazie all’accelerazione delle spedizioni dell’annata record 2021, dopo un inizio più lento del solito a causa delle pressioni globali sui trasporti.
Inoltre, il numero di esportatori verso gli Stati Uniti ha raggiunto il livello più alto dal 2008. Tra quelli che commerciano vini a un valore di 10 dollari o più al litro FOB, il 75% ha registrato una crescita, «a dimostrazione del fatto che il mercato del vino australiano di qualità continua la sua ascesa».
PREZZI VINO AUSTRALIANO COMPETITIVI NEGLI USA
«Tuttavia – sottolinea Peter Bailey – mentre le esportazioni totali sembrano stabilizzarsi, il settore vinicolo può continuare ad aspettarsi fluttuazioni di mercato, poiché l’aumento dell’inflazione e dei tassi di interesse può mettere sotto pressione i margini e ridurre la spesa dei consumatori nei mercati chiave. Una nota positiva è che negli ultimi mesi il dollaro australiano si è deprezzato rispetto al dollaro USA, il che aiuta le aziende vinicole australiane ad essere più competitive negli Stati Uniti».
Gli esportatori di vino australiani hanno effettuato spedizioni verso 118 destinazioni durante il periodo, rispetto alle 111 dell’anno precedente. La crescita maggiore è stata registrata in Nord America, con un aumento del 6% a 604 milioni di dollari, e nel Sud-Est asiatico (+15% a 291 milioni di dollari).
Tuttavia, il forte calo verso l’Asia nord-orientale (-46% a 321 milioni di dollari, a causa della Cina continentale) e verso l’Europa (-12% a 621 milioni di dollari, a causa del ritorno del Regno Unito a livelli di spedizione più normali) ha superato la crescita verso altre regioni.
Export vino australiano: i primi cinque mercati per valore
Stati Uniti (+5% a 412 milioni di dollari. 21% di quota del valore totale delle esportazioni)
Regno Unito (in calo del 14% a 395 milioni di dollari. Quota del 20% del valore totale delle esportazioni)
Canada (+10% a 190 milioni di dollari, quota del 10% del valore totale delle esportazioni)
Hong Kong (in calo del 21% a 163 milioni di dollari, con una quota dell’8% sul valore totale delle esportazioni), e
Singapore (-16% a 132 milioni di dollari, quota del 7% del valore totale delle esportazioni).
I primi cinque mercati per volume
Regno Unito (-12%, 222 milioni di litri. 36% del volume totale delle esportazioni)
Stati Uniti (+14%, 139 milioni di litri. 22% del volume totale delle esportazioni)
Canada (+26% a 62 milioni di litri. Quota del 10% del volume totale delle esportazioni)
Nuova Zelanda (+14% a 32 milioni di litri. 5 percento del volume totale delle esportazioni), e
Germania (-7% a 31 milioni di litri. 5 percento del volume totale delle esportazioni).
Nord America
Le esportazioni verso gli Stati Uniti sono aumentate del 5% in valore a 412 milioni di dollari e del 14% in volume a 139 milioni di litri. La crescita è dovuta a diversi fattori. Uno di questi è che il volume di vino non confezionato spedito negli Stati Uniti è aumentato del 53%, raggiungendo i 68 milioni di litri durante il periodo.
L’entità di questo aumento è dovuta al fatto che la vendemmia australiana del 2021 è stata la più copiosa mai registrata e le spedizioni sono state ritardate a causa delle continue sfide del trasporto globale. Negli ultimi mesi, le spedizioni di questa annata si sono intensificate.
In secondo luogo, il vino confezionato è diminuito dell’1% in valore, a 319 milioni di dollari, e del 9% in volume, a 71 milioni di litri. Poiché il volume è diminuito più del valore, il valore medio del vino confezionato è aumentato del 9%, a 4,47 dollari al litro FOB.
L’aumento del valore medio è dovuto al calo dei vini commerciali confezionati (soprattutto nel segmento di prezzo compreso tra i 2,50 e i 4,99 dollari) e all’aumento delle esportazioni al di sopra dei 7,50 dollari al litro FOB, con un incremento del 32% a 71 milioni di dollari.
Le esportazioni di vino in Canada sono aumentate del 10% in valore, raggiungendo i 190 milioni di dollari, e del 26% in volume, con 62 milioni di litri. L’aumento del volume è stato determinato soprattutto dalla crescita delle spedizioni di vino non confezionato. Il volume delle spedizioni di vino non confezionato è aumentato del 44%, raggiungendo i 36 milioni di litri.
L’aumento del valore totale delle esportazioni verso il Canada è stato trainato dalle spedizioni di vino confezionato, soprattutto nella fascia premium. Il valore delle spedizioni confezionate è aumentato dell’11% a 156 milioni di dollari, mentre il volume è cresciuto del 7% a 26 milioni di litri. Le spedizioni a partire da 5 dollari al litro FOB sono cresciute del 18% in valore, raggiungendo i 122 milioni di dollari, il valore più alto per questo segmento di prezzo dal 2009.
Regno Unito
Le esportazioni verso il Regno Unito sono diminuite del 14% in valore a 395 milioni di dollari e del 12% in volume a 222 milioni di litri. Questo calo delle esportazioni di vino nel Regno Unito era atteso, anche se un po’ in ritardo. Ci sono stati due fattori che hanno aumentato le esportazioni verso il Regno Unito dal 2020.
In primo luogo, il periodo di transizione della Brexit ha visto un aumento delle esportazioni prima della scadenza del 31 dicembre 2020. In secondo luogo, il vino australiano occupa la prima posizione nel settore off-trade, una categoria che ha beneficiato molto della chiusura del settore on-trade durante la pandemia COVID-19 e che ora, con la riapertura del settore on-trade, sta registrando un’inversione di tendenza nella domanda di vino australiano.
Mentre questa inversione di tendenza si è verificata molto prima negli Stati Uniti e in Canada, altri due mercati in cui l’Australia detiene una quota maggiore del settore off-trade rispetto a quello on-trade, nel Regno Unito il cambiamento è stato molto più lento e le esportazioni stanno iniziando a risentirne solo ora.
L’Asia
Le esportazioni verso l’Asia nordorientale sono diminuite del 46% in valore (321 milioni di dollari) e del 31% in volume (35 milioni di litri). A questo calo hanno contribuito soprattutto le esportazioni verso la Cina continentale (-92% a 21 milioni di dollari) e quelle verso Hong Kong (-21% a 163 milioni di dollari).
Le esportazioni verso Hong Kong stanno tornando a un livello più normale dopo un aumento delle spedizioni verso questo mercato nel 2021. A compensare alcuni cali sono state le esportazioni verso il Giappone e Taiwan, aumentate rispettivamente del 18% e del 13%.
Le esportazioni verso la Corea del Sud sono diminuite del 5% in valore, raggiungendo i 43 milioni di dollari; il calo ha riguardato le esportazioni di valore inferiore a 7,50 dollari al litro FOB (-44%), mentre quelle superiori a 7,50 dollari al litro sono aumentate del 30%.
Le esportazioni verso il Sud-Est asiatico sono aumentate del 15% in valore, raggiungendo 291 milioni di dollari, e del 39% in volume, raggiungendo 24 milioni di litri. Diversi mercati hanno registrato un aumento del valore, tra cui la Thailandia (+95% a 53 milioni di dollari) e la Malesia (+55% a 59 milioni di dollari).
Questa crescita è stata leggermente compensata da un calo delle esportazioni verso Singapore, scese del 16% a 132 milioni di dollari; anche le spedizioni verso Singapore si stanno normalizzando dopo un elevato livello di spedizioni nel 2021 e 2022.
Winemag.it, wine magazine italiano incentrato su wine news e recensioni, è una testata registrata in Tribunale, con base a Milano. Un quotidiano online sempre aggiornato sulle news e sulle ultime tendenze italiane ed internazionali. La direzione del wine magazine è affidata a Davide Bortone, giornalista, wine critic, giudice di numerosi concorsi internazionali e vincitore di un premio giornalistico nazionale. Winemag edita inoltre con cadenza annuale la Guida Top 100 Migliori vini italiani. Winemag.it è un progetto editoriale indipendente e di elevata reputazione in Italia e in Europa. Puoi sostenerci con una donazione.
Non va giù, all’Australia, la decisione del governo neozelandese di vietare la vendita di Prosecco australiano sul proprio territorio, entro i prossimi 5 anni. Grazie a un accordo con l’Unione europea per la protezione dello spumante italiano a Denominazione di origine controllata (Doc), i produttori australiani non potranno più esportare il loro “Prosecco” in Nuova Zelanda.
«Siamo delusi dalla decisione e stiamo cercando di ottenere chiarimenti sugli impatti dal governo della Nuova Zelanda», commenta senza mezzi termini a winemag.it Tony Battaglene, amministratore delegato dell’associazione governativa nazionale Australian Grape & Wine (Agw) che riunisce oltre 2.500 viticoltori e 5 mila produttori di uva da vino aussie.
Nell’accordo tra Nuova Zelanda e Unione europea pesa come un macigno il ruolo politico e di intelligence del Consorzio di Tutela dello spumante italiano più famoso del mondo.
L’Ufficio Marchi dell’Ue è arrivato a definire il Prosecco «il più famoso vino spumante in Europa, assieme allo Champagne». In Australia, tuttavia, non è riconosciuto come Indicazione Geografica, ma solo come vitigno.
IN AUSTRALIA “PROSECCO” INDICA SOLO UN’UVA
Le leggi australiane sul vino prevedono che termini come “Prosecco” possano essere legittimamente utilizzati come «indicatore varietale», anche quando un vitigno è registrato come Indicazione Geografica, o parte di essa.
Del resto, quello del Prosecco australiano in Nuova Zelanda non è un business di poco conto. Secondo i dati più aggiornati forniti da Wine Australia a winemag.it, il Paese ha esportato circa 750 mila bottiglie di “Prosecco”in Nuova Zelanda tra giugno 2021 e giugno 2022. Per un valore di circa 3,5 milioni di dollari.
Secondo una stima approssimativa riferita alla vendemmia 2022, la produzione di Prosecco australiano si assesta attorno ai 15 milioni di bottiglie. A produrlo sono anche grandi colossi come Accolade Wines, che proprio lo scorso anno ha annunciato l’ampliamento della gamma della controllata Grant Burge Wines (Barossa Valley), con l’esordio di un’etichetta di Prosecco e una di Prosecco Rosé (nella foto di copertina).
Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, tra carta stampata e online, dirigo winemag.it. Collaboro inoltre come corrispondente per una delle testate internazionali più autorevoli del settore, in lingua inglese. Edito con cadenza annuale la “Guida Top 100 Migliori vini italiani” e partecipo come giurato ai più importanti concorsi enologici internazionali. Oltre alle piazze tradizionali, studio con grande curiosità i mercati emergenti, seguendone dinamiche, trend ed evoluzioni. Negli anni ho maturato una particolare esperienza nei vini dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa, tanto da aver curato la selezione vini per un importatore leader in Italia. Nel 2024 mi è stato assegnato un premio nazionale di giornalismo enogastronomico.
C’è il Syrah. E poi c’è il Shiraz australiano. Un vino che, col suo stile, ha fatto strage di cuori nel mondo. Merito del suo frutto generoso e della speziatura caratteristica. Un vero e proprio tesoro per l’Australia, Paese in cui può ormai essere considerato un vitigno autoctono.
È stato infatti uno dei primi ad essere portato sull’isola, all’inizio dell’Ottocento. Oggi resiste, con impianti che risalgono al 1843. Vecchie viti ad alberello, o meglio monumenti, che contano – seppur in minima parte – nei 39.893 ettari di Shiraz presenti in Australia. Una cifra non da poco, pari al 27% del totale del vigneto australiano (146,244 ettari).
IL SYRAH / SHIRAZ IN AUSTRALIA
Lo si trova un po’ in tutte le regioni vinicole. Ma è in Barossa Valley (11.609 ettari), McLaren Vale (7.438) e Yarra Valley (2.837) che si concentra la maggiore porzione di Shiraz. A seguire Hunter (2.605 ettari), Great Southern (2.545), Eden Valley (2.169) e Strathbogie Ranges (1.980), che staccano di molto Grampians, nello stato di Vittoria (appena 651 ettari).
Una varietà che ha dimostrato di adattarsi molto bene alla grande variabilità di queste regioni. Una diversità che riguarda non solo il suolo, ma soprattutto le altitudini degli impianti, che possono variare da un minimo di 10 (McLaren Vale e Great Southern) a un massimo di 540 metri sul livello del mare (Eden Valley).
Un elemento da non sottovalutare. Non solo per i cambiamenti climatici, ma soprattutto per quel processo di “personalizzazione” del vino a cui si sta assistendo su scala mondiale, che va al di là della singola interpretazione del terroir. Qualcosa che porta ad affermare che, oggi, non esiste più un unico stile di Shiraz australiano. Ma che tutti, pur nella diversità, stiano cercando una maggiore freschezza.
VINI AUSTRALIANI: IL GRAN TASTING DI LONDRA 2022
La conferma è arrivata il 7 aprile scorso a Londra, unica tappa “europea” di Wine Australia nel 2022. Ben 37 cantine australiane hanno dato appuntamento a buyer e stampa alle Royal Horticultural Halls, portando in degustazione oltre 500 vini, tra bianchi e rossi.
Tutto quello che stiamo facendo è mostrare, sempre più, quanto fantastico sia il “frutto” di questa varietà», la fa semplice Tim Duval di John Duval Wines. Un lavoro sugli aromi primari che si concretizza in cantina, ma inizia in vigna.
In molti hanno iniziato a raccogliere l’uva prima del solito – aggiunge – con l’obiettivo di centrare una maggiore freschezza, a partire dal vigneto».
In cantina sempre più spazio all’acciaio, al posto del legno. Senza rinunciare a cemento o contenitori alternativi, in particolare agli innovativi “eggs” e alle anfore. Un aspetto che risulta evidentissimo negli assaggi, in particolar modo tra quelli delle cantine della Barossa Valley.
Già, perché anche i Shiraz della famosa regione vinicola australiana, notoriamente concentrati e strutturati (non ultimo per l’apporto del legno) stanno virando verso una maggiore freschezza e attenzione all’agilità di beva. In Australia, insomma, sta accadendo quello che in Valpolicella abbiamo rinominato Amarone Revolution.
COME CAMBIA LO STILE DEL SYRAH / SHIRAZ AUSTRALIANO
Oltre all’impronta stilistica, balza all’occhio (pardon, al portafoglio) l’ottimo rapporto qualità prezzo di diverse etichette, entro 15 £. Alzando un po’ l’asticella, ancora meglio la fascia 20-30£: un segmento di pricing in cui il vino australiano ha davvero molto da dire, a livello internazionale.
Quanto al bilancio dei migliori assaggi al gran tasting di Londra, in testa figura la Barossa Valley con 5 vini. In questa zona del South Australia, il Shiraz occupa il 62% della superficie vitata, re incontrastato delle varietà a bacca rossa e bianca. Bene anche la McLaren Vale, sempre in South Australia, con tre vini.
A seguire la Eden Valley, zona ancora tutto sommato di nicchia per la varietà (26% del totale degli impianti) ma che è da tenerein grandissima considerazione per il futuro, per via delle altitudini raggiungibili: le più elevate non solo del South Australia, ma del panorama nazionale del vitigno.
Più a Est colleziona 5 vini anche Victoria, sparsi (uno a testa), tra la piccola Geelong (città dove, da domani, 2 luglio, si terrà la 7a edizione del Winter Shiraz Festival), Grampians, Heathcote, Victoria e Yarra Valley. Un solo rappresentante anche per Clare Valley (ancora una volta nella regione del Sud) e Hunter Valley, unica etichetta rappresentante del New South Wales, la regione in cui si trova Sidney.
Vini – va detto – quasi introvabili in Italia, considerando che il maggiore importatore (Casella Family Brands) opera quasi esclusivamente nella grande distribuzione (con la linea Yellow Tail in vendita da Esselunga).
Gli altri – Mcpherson Wines, Two Eights Wines Australia Pty Ltd e Hochkirch Wines – secondo quanto riferito da fonti australiane, potrebbero utilizzare l’Italia solo come base di arrivo dei container, con il carico (di vino australiano) destinato a distributori di altri Paesi del continente.
TOP 20 SHIRAZ AUSTRALIANI (TASTING ROYAL HORTICULTURAL HALL – LONDON)
Brokenwood “Graveyard Vineyard” Hunter Valley Shiraz 2017 (13,5%, £94,95) BEST IN SHOW
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Era il 1972 quando il primo Chardonnay australiano “in purezza” faceva il suo esordio sul mercato. In cinquant’anni di storia, il vino bianco più iconico dell’Australia ha attraversato mode e trend. Si è lasciato accarezzare dal burro e dalle note tostate tipiche dello Chardonnay francese, affinato in legno. Sino ad arrivare, oggi, a trainare il mercato internazionale grazie a uno stile ben riconoscibile.
Una via di mezzo tra la schietta freschezza che contraddistingue altre uve a bacca bianca note al pubblico mondiale (vedi Sauvignon Blanc o Chenin) e l’aristocratica eleganza nell’utilizzo del legno. Che torna “contenitore” e smette d’essere “ingrediente”.
Questa l’impressione data dagli 8 Chardonnay australiani in degustazione con Wine Australia nel pomeriggio di martedì 5 aprile. Il modo scelto per celebrare con la stampa internazionale l’anniversario dei 50 anni del primo bianco varietale prodotto e commercializzato nel Paese.
Un percorso lento, che ha preso avvio nel 1830, anno in cui le prime barbatelle di Chardonnay iniziarono ad essere “addomesticate” nei molteplici terroir del vino australiano.
Si arriva così agli anni Novanta, contraddistinti dall’imperare delle vinificazioni in barrique, oggi retaggio del passato. Al loro posto, Chardonnay che privilegiano territorialità e raffinatezza. Nel segno dell’equilibrio tra frutto, terziari e potenziale d’affinamento.
«La sua popolarità può essere aumentata e diminuita nel corso degli anni – ha sottolineato Mark Davidson, referente di Wines of Australia – ma una cosa è certa: lo Chardonnay australiano è una leggenda con un futuro brillante».
Davidson ha condotto il digital tasting degli 8 Chardonnay scelti per celebrare i 50 anni, assieme a MaryAnna Worobiec (Wine Spectator) e Oz Clarke Obe (wine writer e presentatore televisivo britannico).
E proprio a Londra, nella giornata di oggi, sbarcano centinaia di vini australiani in degustazione per stampa e trade al Royal Horticultural Halls (Westminster), altro appuntamento che winemag.it sta seguendo in presenza, in queste ore, dalla capitale del Regno Unito.
LO CHARDONNAY IN AUSTRALIA
Lo Chardonnay e le sue Nozze d’Oro non potranno che essere tra i grandi protagonisti. È infatti il vitigno a bacca bianca più coltivato in Australia, in 58 delle 65 regioni vinicole del Paese. È secondo secondo solo allo Shiraz e continua ad essere il vino bianco più esportato. Secondo le stime di Wine Australia, sarebbero 3,8 i milioni di bicchieri di Chardonnay australiano gustati ogni giorno, all’estero.
Gli stili sono molteplici, soprattutto per via delle differenze climatiche in cui matura l’uva. Si passa dagli Chardonnay occidentali, in particolare quelli di Margaret River, influenzati dell’Oceano, a quelli dell’area subtropicale, come Hunter Valley, ad est.
La varietà riflette caratteristiche locali ovunque sia coltivata – ha evidenziato ancora Mark Davidson – e viene prodotta in una serie di stili che vanno da quelli leggeri e croccanti, a quelli più corposi e complessi, maturati in botte».
Un’altra discriminante, evidente nel tasting di martedì 5 aprile, è legata alla fermentazione malolattica. Lo Chardonnay si presta ad essere teso e freschissimo, senza aver compiuto la “seconda fermentazione” in vinificazione. Oppure più “morbido”, quando l’acido malico si trasforma in lattico in seguito alla fermentazione alcolica (solitamente in Primavera).
8 CHARDONNAY AUSTRALIANI PER CELEBRARE I 50 ANNI
Hunter Valley Chardonnay 2018 “Winemaker’s Selection Vat 47”, Tyrrell’s: 87/100
Siamo a ovest, per l’esattezza nella Hunter Valley, a Nord di Sidney (New South Wales). Chardonnay da clone Penfold, vendemmiato il 12 gennaio e imbottigliato il 1 novembre 2018. Fermentazione iniziale in acciaio, poi in barrique di rovere francese. Maturazione di 9 mesi per il 20% in barrique di rovere francese nuove. Fermentazione malolattica non svolta.
Alla vista di un bel giallo paglierino. Legno presente al naso e in retro olfattivo. Burro fuso, vaniglia, note mielate tra i descrittori utili a comprendere la natura di questa etichetta, caratterizzata da una buona freschezza e da una chiusura tendenzialmente morbida, ma asciutta.
Margaret River Chardonnay 2018 “Art Series”, Leeuwin Estate: 92/100
Ci spostiamo a sud-est, per l’esattezza a Margaret River. Chardonnay da clone Gingin, vendemmiato tra la metà e la fine di febbraio 2018 e imbottigliato il 26 agosto del 2019. Fermentazione in barrique, 100% rovere nuovo francese. Maturazione di 11 mesi in nuove botti dello stesso materiale. Fermentazione malolattica non svolta.
Alla vista di un giallo paglierino. Splendido naso, dal legno molto più garbato rispetto al precedente campione. Frutto tropicale di perfetta maturità, mai sbavato. Colpisce per precisione e focus sul frutto, abbinato a una freschezza vibrante, d’agrume.
Tornando all’utilizzo del legno, non manca una carta dose di burro fuso. Ma l’acidità lo “asciuga” e rende ancora più croccante il frutto, polposo. Chiusura nel segno del centro bocca: asciutto, agrumato. Zona vinicola da tenere in grande considerazione, Margaret River.
Great Southern Chardonnay 2018 “Block 8′ Mount Barker”, Forest Hill Vineyard: 90/100
Torniamo a sud-ovest, nella regione vinicola del Great Southern, altra cullo dello Chardonnay australiano. Non cambia invece il clone: ancora una volta quello scelto dalla cantina è il Gingin. Vendemmia avvenuta il 24 febbraio; imbottigliamento nel dicembre 2018.
Fermentazione spontanea con lieviti indigeni in rovere francese da 225, 300 e 500 litri. Maturazione per 9,5 mesi in rovere. Malolattica svolta per meno del 5%. Naso che si stacca in maniera netta dai precedenti campioni. Risulta meno ampio e il vino pare contratto, inizialmente ridotto.
Ecco poi il frutto che deve ancora esplodere in maturazione, tra note verdi preziose che ricordano la buccia d’agrume (lime, limone) e la polpa d’una pesca bianca. Sullo sfondo un tocco di ginger. Al palato, come da attese (e premesse): struttura acida importante, per uno Chardonnay sorretto da una freschezza importante, attorno alla quale gioca un ruolo fondamentale la frutta esotica.
Che c’è. E si fa apprezzare, pur nell’accezione “fresca”, poco glicerica, per nulla morbida. Il mondo è pieno di vini “vuoti” che puntano solo all’acidità, specie nel mondo vinnaturista, contraddistinto da lieviti indigeni e fermentazioni spontanee. Qui, la freschezza diventa lo strumento e il manifesto di una raccolta delle uve magistrale, volta a dare un tocco di personalità a un vino inconfondibile e longevo.
Si passa a un’espressione di Chardonnay che coniuga uve allevate in tre zone: Tumbarumba, Adelaide Hills e Tasmania, tra la piccola isola austraiana e la parte “continentale”, a sud ovest.
Vendemmia compiuta da marzo ad aprile 2019. Fermentazione (alcolica e malolattica, integrale) al 100% in barrique francesi, dove avviene anche l’affinamento (8 mesi, per il 35% in rovere francese nuovo). Vino che cambia molto in base alla temperatura di servizio, caratterizzandosi (a quella corretta) per la precisione enologica.
Frutto e freschezza si dividono equamente il palco, con un accento particolare dato dai suoli duri, basaltici delle prime due zone. Vino che entra teso, su ricordi di pietra bagnata, melone e pesca bianca, per poi ammorbidirsi nel finale.
Stato di Victoria, a pochi chilometri dalla città di Melbourne. È qui che si trova la Penisola di Mornington, dalla quale provengono le uve di Moorooduc Estate. La raccolta è avvenuta tra il 26 e il 28 febbraio per i cloni I10V3, 95 e 96 (Robinson) e l’imbottigliamento il 14 gennaio 2019.
Fermentazione spontanea in 29 barrique di rovere e 2 puncheon (20% legno nuovo). L’affinamento si prolunga per 8 mesi, nei medesimi contenitori (20% nuovo, 80% 1/8 anni). Fermentazione malolattica svolta.
Vino che si stacca completamente dal resto dei campioni in degustazione per i 50 anni dello Chardonnay australiano. Si parte, di fatto, da un giallo più dorato, ben distante dai paglierini precedenti. Leggera vena ossidativa per un vino più largo che teso. Bell’agrume in chiusura, a conferire un po’ di nerbo a un sorso tendenzialmente dominato dalla frutta esotica matura.
Yarra Valley Chardonnay 2021, Giant Steps: 90/100
Restiamo nello Stato di Victoria, ma ci allontaniamo dalla città di Melbourne, distante circa 100 chilometri dal vigneto di Giant Steps. Un’areale fresco, condizionato dalle correnti dell’oceano Pacifico. Fermentazione spontanea per le uve Chardonnay raccolte a cavallo di febbraio e marzo 2021, con imbottigliamento avvenuto ad ottobre.
La scelta della cantina è per il rovere francese, ma solo il 15% è nuovo. La maturazione si protrae per 8 mesi in botti di rovere francese: anche in questo caso, nuove solo per il 15%. Solo il 10% della massa ha svolto la fermentazione malolattica in maniera spontanea.
A differenza di altre etichette di Giant Steps, questo vino non è frutto di un singolo vigneto. Parlare di “entry level” è comunque sbagliato, in quanto si tratta di una ricercata espressione di “sintesi” dello Chardonnay della Yarra Valley: un vino che ne sintetizzi il carattere. Missione compiuta, a giudicare dal calice.
Questo Chardonnay abbina in maniera deliziosa frutto e acidità, con quest’ultima a fare da spina dorsale, mentre tutt’attorno si diverte un frutto goloso. Sorprendono i soli 12.5%, perché il palato è pieno: perfetto equilibrio tra freschezza e vena setosa, “glicerica”. Vino “immediato”, di sapiente fattura. Chiude asciutto, su un leggero ricordo di stecco di liquirizia e sale, capace di chiamare il sorso successivo.
Le colline di Adelaide sono una delle zone di produzione massiva dello Chardonnay australiano. Siamo ancora nel South Australia, non lontano da Melbourne. Nello specifico, la vendemmia dei cloni B95, B96, B76 e 277 è avvenuta a marzo 2020 e il nettare è stato imbottigliato il 1 febbraio 2021.
Fermentazione spontanea in barrique di rovere francese, per un terzo nuove. Affinamento di 9 mesi per il 25% in rovere francese nuovo, principalmente da 500 litri. Il resto in barrique da 228 litri. “M3” ha svolto interamente la malolattica.
All’analisi, un vino caratterizzato da un’espressione del frutto piuttosto piena, sia al naso sia al palato. Buona freschezza agrumata a controbilanciare la vena glicerica. Proprio a proposito di alcol (13,5% vol.), la componente disturba un poco in chiusura. Vino semplice.
Voliamo in Tasmania per l’ultimo campione scelto da Wine Australia per celebrare i cinquant’anni dello Chardonnay australiano. Diversi i cloni a disposizione di Tolpuddle Vineyard, cantina di Richmond, a nord della capitale Hobart: B96, I10V1, I10V3, 76, B95, G9V7.
Le uve sono state raccolte a cavallo di marzo e aprile 2020, con il successivo imbottigliamento a giugno 2021. Anche in questo caso, la scelta del produttore è per la fermentazione spontanea in barrique di rovere francese, nuove per un terzo. Malolattica svolta interamente.
Eppure, questo vino vibra di freschezza, sin dal naso. Merito del clima montano della Coal River Valley, fresca ma assolata e asciutta. Una nuova isola felice per lo Chardonnay australiano. Convince per lo stratificato bouquet, che si apre in tutta la sua pienezza appena lo sbuffo di burro fuso lascia spazio ai fiori bianchi e a un frutto croccante e pieno.
In bocca un’acidità elettrica, ben controbilanciata da ritorni di frutta perfettamente matura, che denota la sapienza di Tolpuddle Vineyard nella scelta del m0mento perfetto per la raccolta delle uve. Venature ammandorlate in chiusura smussano l’acidità sferzante che caratterizza il sorso agrumato. Finale lungo, preciso, asciutto, per un vino che non stanca mai. E ha ottime chance di ulteriore, positivo affinamento.
Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, tra carta stampata e online, dirigo winemag.it. Collaboro inoltre come corrispondente per una delle testate internazionali più autorevoli del settore, in lingua inglese. Edito con cadenza annuale la “Guida Top 100 Migliori vini italiani” e partecipo come giurato ai più importanti concorsi enologici internazionali. Oltre alle piazze tradizionali, studio con grande curiosità i mercati emergenti, seguendone dinamiche, trend ed evoluzioni. Negli anni ho maturato una particolare esperienza nei vini dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa, tanto da aver curato la selezione vini per un importatore leader in Italia. Nel 2024 mi è stato assegnato un premio nazionale di giornalismo enogastronomico.
Due nuovi direttori sono stati nominati nel consiglio di Wine Australia fino al 30 settembre 2024. Lo annuncia il governo, attraverso il ministro dell’Agricoltura e dell’Australia settentrionale, il deputato David Littleproud. Due le nuove figure, John Lloyd e Justin Brown, che si uniranno ai direttori riconfermati Cath Oates, Catherine Cooper, Frances-Anne Keeler e Mitchell Taylor in un «momento critico» per il vino australiano.
«In questo periodo particolare – commenta Michele Allan, presidente del consiglio di amministrazione di Wine Australia – queste sei nomine combinano le competenze necessarie per rappresentare i bisogni e gli interessi del nostro settore».
IL NUOVO CDA DI WINE AUSTRALIA
Dalla sua base nel New South Wales, John Lloyd è stato per 10 anni amministratore delegato di Horticulture Innovation Australia, guidando il dipartimento di ricerca di marketing verso «grandi cambiamenti e una crescita enorme», ha sottolineato Allan a proposito di una delle due new entry.
«Justin Brown, dall’Australian Capital Territory – ha aggiunto il presidente del Cda di Wine Australia – ha una vasta esperienza di mercato, in particolare nelle negoziazioni, avendo perseguito, protetto e promosso numerose opportunità di accesso per l’industria australiana».
Il Cda si concentrerà ora sul posizionamento del settore in termini di crescita e redditività, sulla diversificazione del mercato e su modalità innovative che aiutino ad affrontare le sfide quotidiane, dalla vigna alla cantina. In uscita da Wine Australia gli ex direttori Brian Croser e Mary Retallack, cui va il ringraziamento «per il loro inestimabile contributo negli ultimi sei anni».
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L’export dei vini dell’Australia è diminuito del 24% in valore e del 17% in volume nel 2021. Lo rivela l’ultimo rapporto sulle esportazioni di Wine Australia, che fissa a 2,27 miliardi di dollari il valore e a 638 milioni di litri i volumi, nell’anno che viene conteggiato da ottobre a settembre. Giù del 9% anche il valore medio: 3,56 dollari per litrofree on board (Fob).
L’ente del vino australiano attribuisce le cause del crollo alla «significativa diminuzione delle esportazioni verso la Cina continentale». Il Paese del Dragone ha infatti stangato l’Australia contariffs che hanno scoraggiato i buyer cinesi. Ma le tariffe aggiuntive non sono l’unica ragione della battuta d’arresto dell’export del vino australiano.
Si sono anche registrati livelli più bassi di vino disponibile per l’esportazione, a causa delle produzioni nazionali quantitativamente più scarse tra le annate 2018 e 2020. «Mentre la vendemmia 2021 australiana è stata di dimensioni record – riferisce Wine Austrialia – si prevede che ci vorrà del tempo prima che l’impatto sui volumi di esportazione si riassesti. La maggior parte dei vini dell’annata 2021 dovrebbero essere spediti nei prossimi due trimestri».
IL COMMENTO DI RACHEL TRIGGS (WINE AUSTRIALIA)
La direttrice generale di Wine Australia, Rachel Triggs, sottolinea come i cali complessivi riflettano «le sfide che il settore vinicolo australiano ha affrontato negli ultimi 12 mesi». «Il crollo delle esportazioni che stiamo vedendo ora – aggiunge – è stato amplificato dal grande aumento delle esportazioni nel settembre e nell’ottobre 2020».
Un trend dovuto alla scelta, condivisa dalle nostre cantine con i buyer, di spedire il vino in Cina continentale prima dell’imposizione delle tariffe. Stessa sorte per il Regno Unito, prima della conclusione della transizione della Brexit. Nello stesso periodo, è aumentata la domanda di vino australiano anche negli Stati Uniti, durante la pandemia di Covid-19».
«L’anticipo sulle tempistiche tradizionali dell’export – conclude Rachel Triggs – ha fatto sì che la maggior parte dei vini dell’annata 2020 siano stati spediti prima del solito. Il risultato spiega, tra l’altro, gli inventari più bassi da 10 anni a questa parte riferiti all’anno solare 2021″.
I DATI DEI PRIMI CINQUE MERCATI DEL VINO AUSTRALIANO
Tra i primi cinque mercati dell’export del vino australiano non figura l’Italia. In valore, il Regno Unito registra nell’ultimo anno una crescita del 7% (460 milioni di dollari). Seguono gli Stati Uniti, in calo dell’11%, a 393 milioni di dollari. Ecco dunque la Cina continentale, in calo del 77% (274 milioni di dollari).
Nella “Top 5” figura poi Hong Kong, in crescita del 135% a 207 milioni di dollari. Quinta posizione per il Canada, in calo del 12% a 173 milioni di dollari. I primi cinque mercati per volume dell’export di vino australiano sono stati Regno Unito (-2%, 251 milioni di litri), Stati Uniti (-12%, 123 milioni di litri), Canada (-13%, 49 milioni di litri), Germania (-4%, 33 milioni di litri) e Nuova Zelanda (calo del 13%, a 28 milioni di litri).
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Nel periodo 2019-2020 il valore medio delle esportazioni di vino australiano è cresciuto a 3,89 dollari per litro “franco a bordo” (Fob), il livello più alto dal 2004-2005. Tuttavia il valore totale delle esportazioni sia diminuito dell’1% in valore attestandosi a 2,84 miliardi di dollari come conseguenza delle misure anti Covid-19.
L’avvento della pandemia ha provocato interruzioni senza precedenti per i mercati del vino in tutto il mondo – ha affermato Andreas Clark, amministratore delegato di Wine Australia – con la chiusura di ristoranti, caffè e bar. Mentre i primi due trimestri del 2019-20 hanno mostrato aumenti delle esportazioni, nel terzo trimestre, conclusosi a marzo 2020, le esportazioni sono diminuite del 7% in valore rispetto all’anno precedente, mentre il quarto trimestre è stato leggermente più forte con un calo dell’export pari al 4% in valore”.
Anche se rimane una notevole incertezza sull’entità, la durata e l’impatto della pandemia in termini sanitari ed economici, sono emerse alcune chiare tendenze nei mercati chiave in relazione alle vendite di vino.
Nel complesso, la domanda di vino e il consumo di vino ha resistito nella maggior parte dei mercati mondiali – ha proseguito Clark -L’impatto maggiore è stato sul modo in cui i consumatori hanno acquistato vino, con la chiusura del canale horeca e il passaggio all’online. Nel canale off-trade c’è stata una crescita in tutte le fasce di prezzo, dove si è invertita la tendenza al calo del rapporto volume/valore coi consumatori che si orientano verso marchi noti e vini quotidiani rispetto ai vini da occasione”.
La crescita del valore medio è stata trainata dal calo dei volumi di esportazione, diminuiti del 9%, trainati dal calo dei vini nei nei segmenti di prezzo più bassi. Diminuzione di volume guidato più dalla carenza di offerta che dal calo della domanda, con le annate 2018 e 2019 poco produttive e l’annata 202o che è stata la più scarsa dell’ultimo decennio.
Le esportazioni di vino imbottigliato sono diminuite dello 0,4% in valore e dell’8% in volume. Ciò si è tradotto in un aumento dell’8% del valore medio assestandosi a 7,08 dollari per litro (Fob). L’aumento del valor medio è stato trainato dai vini di fascia alta.
Le esportazioni di vino sfuso sono diminuite del 3% in valore e del 10% in volume con valore medio che è aumentato dell’8%, pari a 1,31 dollari al litro (Fob). Il valore medio delle esportazioni sfuse è rimasto elevato e si trova su livelli che non si raggiungevano dalla fine del 2005 a causa della relativa scarsità di vino australiano in una situazione di
Nel 2019-2020, tutte le fasce di prezzo inferiori a 15 dollari al litro (Fob) sono diminuiti di valore, calo parzialmente compensato dalla forte crescita delle esportazioni, pari a 50 o più dollari al litro (Fob). Nel complesso le esportazioni di fascia superiore ai 10 dollari al litro (Fob) sono cresciute del 5% a 1,04 miliardi di dollari.
LE DESTINAZIONI DELL’EXPORT
L’anno scorso il vino australiano ha raggiunto 116 destinazioni. Le esportazioni sono aumentate in valore in Europa (615 milioni di dollari, +3%) e nel Sud-est asiatico (181 milioni di dollari, +0,3%).
Il valore spedito in Europa è stato il più alto dal 2011-2012, mentre le spedizioni nel Sud-est asiatico rappresentano un record nell’anno finanziario. Il Regno Unito, la Germania e la Scandinavia hanno trainato la crescita in Europa, mentre Singapore e Indonesia sono stati i principali motori della crescita nel sud-est asiatico.
Le prime cinque destinazioni per valore sono:
Cina continentale, 1,1 miliardi, +0.7%
Stati Uniti d’America, 430 milioni, – 0,4%
Regno Unito, 383 milioni, + 3%
Canada, 186 milioni, -6%
Singapore, 98 milioni, +13%
Le esportazioni verso la Cina continentale sono aumentate dello 0,7% in valore a 1,1 miliardi di dollari e sono diminuite del 17% in volume a 121 milioni di litri. Il valore medio è aumentato del 22% a 9,07 dollari al litro Fob.
Nonostante il calo di valore l’Australia rimane il primo importatore di vino nella Cina continentale e nell’ultimo anno ha ottenuto risultati migliori rispetto ai suoi principali concorrenti. I dati sulle importazioni dal Global Trade Atlas mostrano che l’Australia detiene una quota del 37% del valore del vino importato dalla Cina continentale nei 12 mesi terminati a maggio 2020, ben prima della Francia con il 27%, del Cile con il 13% e dell’Italia con il 6%.
Nel 2019-2020, il valore delle esportazioni verso gli Stati Uniti d’America è diminuito dello 0,4% a 430 milioni di dollari e il volume è diminuito del 10% a 137 milioni di litri. Il valore medio è aumentato dell’11% a 3,13 dollari al litro Fob. Le restrizioni sull’horeca dovute al Covid sembrano aver aiutato le vendite di vino australiane con il valore delle esportazioni che si è stabilizzato nel terzo trimestre prima di aumentare del 14% nel quarto trimestre.
Nel 2019-2020, le esportazioni di vino australiano nel Regno Unito sono aumentate del 3% in valore a 383 milioni di dollari, nonostante una riduzione del 2% in volume a 232 milioni di litri. Il valore medio è aumentato del 5% a 1,65 dollari al litro Fob.
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