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Il successo (meritato) dei vini del Carnuntum, la più piccola zona vinicola dell’Austria

Vienna a ovest, Bratislava a est. Le Alpi da una parte, i Carpazi dall’altra, lungo la linea meridionale disegnata dal Danubio. La geopolitica attuale del Carnuntum fa ben comprendere come mai i Romani, tra il I e IV secolo d.C., stabilirono proprio qui, in Austria, uno dei loro centri militari e commerciali più importanti, con oltre 50 mila persone tra soldati e civili. Un’enormità, per l’epoca.

Mentre la presenza di due tra le capitali più vicine d’Europa – 68 Km, appena un’ora d’auto – continua a esercitare un valore rilevante, se non altro dal punto di vista del turismo – specie quello “lento”, che si muove in bicicletta – il Carnuntum si fa sempre più largo nella geografia del vino europeo e internazionale.

Lo fa non solo con la chiarezza (estrema) di un sistema di qualità piramidale, ma anche (e soprattutto) con vini identitari, capaci di penetrare i mercati e valorizzare specificità e cru (Ried) dei 906 ettari vitati complessivi (2.43 milioni di bottiglie l’anno, 86 mila delle quali top di gamma) che ne fanno la più piccola zona vinicola dell’Austria.

Vigne come Göttlesbrunn, Arbesthal, Höflein, Petronell e Prellenkirchen costituiscono la punta di diamante della DacDistrictus Austriae Controllatus, il corrispettivo della Doc italiana – istituita solo nel 2019 in 6 Comuni compresi tra i distretti di Bruck an der Leitha e Schwechat. Una Denominazione giovane, insomma. Ma con le idee chiarissime.

Chiara è la suddivisione del Carnuntum in tre subregioni: Leithagebirge, Arbesthaler Hügelland e Hainburger Berge, identificate principalmente sulla base della composizione del suolo. Si va da quelli pesanti, con prevalenza di argilla e presenza di loess, a quelli più leggeri, ghiaiosi, sabbiosi e calcarei.

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Le varietà consentite, in pieno accordo con il marketing “origin-based” studiato dai piani alti dell’Austrian Wine Marketing Board (Awmb), sono quelle tradizionali della zona. Per i bianchi Chardonnay, Weissburgunder (Pinot Bianco) e Grüner Veltliner. Per i rossi Zweigelt e Blaufränkisch.

Uve in purezza (100%) per i vini monovarietali della Carnuntum Dac, mentre gli “uvaggi” possono contare fino a un massimo di un terzo delle varietà da Qualitätswein consentite in Austria, come Sauvignon Blanc, Cabernet Sauvignon o Merlot.

Ma ciò che rende unica questa piccola regione vinicola austriaca è il Rubin Carnuntum, tipologia presente ben prima dell’istituzione ufficiale della Dac. Si tratta di un rosso prodotto con sole uve Zweigelt da 48 delle 131 cantine locali. Per imbottigliarlo come tale occorre il parere positivo di almeno l’80% dei produttori, che si riuniscono ogni anno a tale scopo, prima dell’immissione in commercio.

Un vino giovane, fresco, di facile beva, che conserva la grinta tipica del vitigno, nonostante maturazione e caratteristiche pedoclimatiche regalino tannini piuttosto setosi. Segni particolari del Rubin? È esattamente la tipologia di rosso “agile” che cerca il mercato al giorno d’oggi. L’apripista per i vini top di gamma.

Un successo parso chiaro anche alla prova del calice di “Explore Carnatum“, l’evento digitale andato in scena dal 22 al 26 marzo 2021, utile a mettere in contatto i vigneron della zona con i buyer e la stampa internazionale.

Ben 2.154 i vini spediti in bottiglie “mignon” in 21 Paesi del mondo, tra cui l’Italia rappresentata da WineMag.it. Un evento utile a sopperire alla cancellazione di appuntamenti cruciali per il vino austriaco, come la ProWein di Düsseldorf e il VieVinum di Vienna, considerabile il “Vinitaly austriaco”.

Nell’arco del primo anno dall’istituzione della Dac Carnuntum – spiega il presidente Robert Payr – siamo stati in grado di esportare il 23% dei vini, il che dimostra la bontà dell’implementazione del sistema di origine. La tendenza, peraltro, è chiaramente in aumento».

Anche se, tra gioventù e pandemia, è presto per tirare le somme, i mercati più importanti per il Carnuntum si sono rivelati Germania, Svizzera, Belgio, Olanda, Lussemburgo e Danimarca. Altri, tra cui Russia, Regno Unito, Polonia, Repubblica Ceca, Finlandia e Svezia, sono stati approcciati grazie all’evento digitale di marzo.

I vini del Carnuntum – continua Payr – sono tipicamente venduti nei ristoranti austriaci, quindi la pandemia ha enormi conseguenze su noi produttori. Tuttavia, già a maggio 2020 sono state avviate degustazioni ed eventi online per i consumatori, aprendo un nuovo canale di comunicazione e distribuzione».

«La nostra regione vinicola, sia con gli eventi online per i consumatori, sia con la fiera online “Explore Carnuntum” – conclude il presidente del locale Consorzio – ha mostrato un forte senso di comunità e cooperazione che si spera aiutino l’immagine complessiva e la distribuzione dei vini, anche in tempi migliori».

EXPLORE CARNUNTUM, LA DEGUSTAZIONE

LE CANTINE

  • WEINGUT ARTNER
  • WEINGUT GOTTSCHULY-GRASSL
  • WEINGUT PAYR

I VINI DI WEINGUT ARTNER

Carnuntum Dac Ried Kirchberg Höflein Grüner Veltliner 2019: 85/100
Frutta esotica, limone, tocco di pepe e cardamomo. Bianco dal corpo medio, bella pienezza del frutto e freschezza, prima dell’allungo salino. Vino che abbina larghezza a verticalità. Buona prospettiva di evoluzione.

Carnuntum Dac Rubin Carnuntum Zweigelt 2019: 87/100
Bel colore, viola luminoso. Bel frutto di bosco e tensione al palato. Un vino essenziale, a cui non manca nulla, facile da abbinare alla cucina, a tutto pasto. Tannino fitto, ma fine. Tocco di legno in chiusura, affumicato, caffè, caramella mou, che andrà certamente a integrarsi meglio col frutto, nei prossimi mesi.

Carnuntum Dac Höflein rot Cuvée Barrique 2018: 88/100
Bel colore profondo, dall’unghia luminosa. Vino che, al naso, lascia grande spazio alle note fruttate, come ciliegia e prugna, mature ma composte, così come a ricordi fumé. Al palato una perfetta corrispondenza e a un tannino addomesticato, elegante. Grande gastronomicità, per un nettare pieno e corposo, che non stanca.

Carnuntum Dac Ried Steinäcker 1ÖTW Höflein (single vineyard) 2018: 89/100
Zweigelt in purezza su suoli ricchi di loess. Tanto fiore nel calice, violetta e frutto finissimo, tra il bosco e la ciliegia selvatica. Pregevoli note affumicate, conferite dall’affinamento in legno, per nulla invasivo. Al palato una gran bella freschezza, oltre alla riconferma (attesissima) della precisione del frutto. Un altro vino perfetto per la cucina, in crescendo di elaborazione del piatto, rispetto ai precedenti.

Carnuntum Dac Ried Kirchweingarten 1ÖTW Höflein 2018: 92/100
Il vino della vigna posta vicino alla chiesa del paese, come suggerisce il nome: Blaufränkisch in purezza. Il frutto appare più maturo rispetto agli altri vini di Artner in degustazione, ma conserva compostezza e precisione. Maggiore anche l’apporto dei terziari in un nettare che abbina concentrazione e succosità a essenziali note “pietrose”, minerali, e che si chiude su un bell’allungo secco. Pregevole l’evoluzione nel calice, con l’ossigenazione che lascia spazio a liquirizia e note di erbe mediterranee.

Carnuntum Dac Ried Aubühl 1ÖTW Höflein 2018: 94/100
Vino piuttosto nuovo per la cantina, la 2017 è stata la prima vendemmia del cru. Primo naso su un letto di frutta di bosco di gran precisione e croccantezza, da cui emergono chiari lampone e fragolina di bosco. Il frutto più succoso della batteria, abbinato alla più compatta versione dei tannini, pur eleganti. Vino esemplare, di gran prospettiva.


I VINI DI WEINGUT GOTTSCHULY-GRASSL

Carnuntum Dac Chardonnay 2019: 86/100

Chardonnay molto profumato. Tanto esotico e tanto citrico, agrume. Al palato buon ritorno delle note esotiche tropicali, molto precise. Buon vino, molto ben fatto, piacevole, beverino. Chiude anche su un leggero verde, da buccia di lime. 12.5%.

Göttlesbrunn Carnuntum Dac Chardonnay Weißburgunder 2019: 85/100
Esposizione Sud-Sud Est, molta clay e sabbia e parzialmente loess. Foresta alle spalle del villaggio Gottlesbrunn. Qui si ottengono juicy wines. Marriage beetween Pinot Blanc e Chardonnay. Pinot Blanc 6 mesi su fine lees in steal e small oak. On skin anche lo Chardo. Fermetazione spontanea. Vino più in punta di piedi, erbe e yellow fruit. Vendemmia non calda come le altre. Bella tensione di fatto, vino che si regge sull’equilibrio tra freschezza e un frutto non esplosivo. Alcol molto integrato.

Rubin Carnuntum Dac Zweigelt 2019: 88/100
Al naso molta spezia e un’impronta mediterranea, oltre al consueto frutto. Terziari piacevoli, attorno al cioccolato e al caffè. Al palato buona corrispondenza e un’estrema succosità e precisione delle note fruttate. Vino dalla beva instancabile, tannini presenti ma soffici a supportare l’anima juicy.

Lower Austria Merlot 2017 “Rotundo”: 87/100
Si cambia vendemmia e uva, passando a un Merlot 100%, perfettamente acclimatato da queste parti. Bel colore e naso che si muove sinuoso, come suggerisce il nome, su note morbide di frutta matura. Così il palato, che chiude su frutto e ritorni di spezia e terziari dolci, piuttosto preponderanti.

Lower Austria 2017 Cuvée G3: 92/100
Zweigelt, Merlot, Syrah si dividono equamente l’uvaggio. Bel colore rubino, mediamente trasparente. Al naso combinazione assoluta tra le note tipiche dei vitigni. Lo Zweigelt con la ciliegia, il Merlot con la prugna e il Syrah con le spezie. Un vino che abbina carattere e agilità di beva assoluta, grazie anche ad eleganti tannini.

Carnuntum Zweigelt 2018 Ried Aubühl 1ÖTW Höflein: 93/100
Il single vineyard di Gottschuly-Grassl si presenta nel calice di un rubino brillante. Vino connotato da ricordi di ciliegia, tabacco e un tocco di spezia nera. Tannini fini e salinità conferiscono al nettare una bella coperta su cui stendere il frutto più succoso della batteria. Terziari, verde e spezie in chiusura: cioccolato, radice di liquirizia, tocco di rabarbaro. Gran prospettiva in divenire.


I VINI DI WEINGUT PAYR

Carnuntum Dac 2020 Grüner Veltliner Löss Bio: 88/100

Vino non certo giocato sull’esplosività del frutto, bensì sull’eleganza, tocco leggero anche di pepe bianco. Agrumi in grande spolvero, vino che affetta come una lama il palato, godibilissimo, supportato da freschezza e salinità.

Carnuntum Dac 2020 Chardonnay Lehm Bio: 85/100
Super frutto, vino piuttosto “grasso” ma fresco. Al naso bei richiami agrumati che si ritrovano anche in chiusura. Ananas, tropicale, in centro e al sipario. Chiusura asciutta, nonostante grassezza.

Lower Austria Sauvignon Blanc Selection Bio: 89/100
Sorprendente risultato per questo Sauvignon in purezza che non gode della denominazione locale, ma è prodotto con uve raccolte interamente in zona. Molto mature le note esotiche a polpa gialla, ben abbinate a freschi richiami di agrumi. Ottima corrispondenza naso bocca, che abbina larghezza e verticalità in maniera esemplare. Ottima anche la persistenza. Vino molto diverso dai Sauvignon tesi e “duri” della Stiria austriaca, ma comunque ben rappresentativo.

Rubin Carnuntum Dac Selection Zweigelt 2019: 89/100
Splendido frutto anche qui, ma vino molto teso. Tannino accompagna il sorso, senza fare il protagonista, anzi, ben avvezzo nella parte del contraltare al succo (ciliegia), da buona spalla teatrale. Alcol (13.5%) perfettamente integrato. Freschezza molto netta, tanto quanto la vena juicy. L’affinamento in legno a conferire un po’ più di complessità, anche al palato.

Carnuntum Dac 2017 Ried Steinäcker 1 ÖTW Zweigelt Höflein: 94/100
Single vineyard. Molta pienezza del frutto e una tostatura del legno più accentuata rispetto al precedente. La stessa ciliegia, ma ancor più concentrata e piena. Il tannino è meno maturo, ma comunque elegante e di assoluta prospettiva: la posizione del vigneto parla chiaro, più al fresco rispetto ad altri nella zona. Vino caratterizzato da una bevibilità estrema, con chiusura freschissima e vena salina a chiamare, irresistibilmente, il sorso successivo.

Carnuntum Dac 2017 Ried Spitzerbeg 1 ÖTW Blaufränkisch Prellenkirchen: 95/100
Vino manifesto della denominazione, l’ennesimo caratterizzato da un naso precissimo (oltre al frutto, fiori di viola e spezia) una beva agilissima, tutto frutto croccante, succoso e freschezza. Un’etichetta di assoluta prospettiva, che racconta – oltre al territorio – la grande stima di Robert Payr per i produttori piemontesi di Nebbiolo e Barolo.

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I migliori assaggi al Merano Wine Festival 2017

Due giorni di degustazioni al Merano Wine Festival 2017. E l’imbarazzo della scelta nello stilare una “classifica” dei migliori assaggi. Si è chiusa martedì pomeriggio in grande stile, al Kurhaus, con Catwalk Champagne (100 etichette di 40 aziende francesi tra le più note e prestigiose) l’edizione 2017 del “salotto bene” del vino italiano.

Organizzazione pressoché impeccabile nelle varie location che hanno ospitato il ricco calendario di eventi. Tanti professionisti, pochi curiosi. Biglietti da visita che finiscono in poche ore, tra un assaggio e l’altro.

Perché il Wine Festival di Helmuth Köcher, per il vino italiano, sta al business quasi quanto il Prowein di Dusseldorf. Per le sale, a caccia di “chicche”, tanto importatori, distributori ed enotecari quanto buyer della Gdo (segnalata la presenza, tra gli altri, dell’attento buyer di Coop).

Peraltro, con un occhio alla sostenibilità delle pratiche agricole in vigna, visto l’ampio spazio dedicato ai vini naturali, biologici, biodinamici e Piwi dall’evento d’apertura “Bio&Dynamica”. Una classifica, quella dei migliori vini degustati al Merano Wine Festival 2017 da vinialsuper, che tiene conto anche di questo aspetto.

I MIGLIORI SPUMANTI
1) Riserva Extra Brut Alto Adige Doc 2011 “1919”, Kettmeir. Sul podio una bollicina altoatesina da vertigini. A produrla è Kettmeir, azienda del gruppo vinicolo Santa Margherita di stanza in via Cantine 4, a Caldaro.

Sessanta ettari complessivi, per una produzione che si aggira attorno alle 400 mila bottiglie: 120 mila sono di spumante, di cui 70 mila metodo classico. Il progetto, come spiega l’enologo Josef Romen, è quello di incrementare ulteriormente gli sparkling nei prossimi anni, “senza perdere territorialità”.

Naso fine ed elegante per la Riserva Extra Brut 2011 “1919”, tra il candito d’arancia e l’arnica. Il blend di Chardonnay (60%) e Pinot Nero (40%) funziona, al palato, al ritmo di una bollicina che esalta nuovamente note d’agrumi, questa volta in grado di ricordare la buccia del lime. E una balsamicità tendente alla spezia.

Il Pinot Nero, raccolto in un vigneto circondato dai boschi, a 700 metri sul livello del mare, ci mette i muscoli e la “zappa” sulla lingua. Lo Chardonnay la cravatta e il savoir-faire. Immaginate una Ricola buttata in un bicchiere d’acqua e sale: eccolo lì, questo tagliente Extra Brut. Sul gradino più alto del podio. “E’ una prova – chiosa Romen – per capire fino a dove possiamo arrivare”. Di questa cantina se ne sentirà parlare bene e a lungo. Purché si decida a cambiare colore alla Riserva in questione: sembra quella di uno spumante rosè.

2) Blanc de Blanc Extra Brut Franciacorta Docg 2011 “Elite”, Mirabella. Interessante realtà della Franciacorta “alternativa”, la cantina Mirabella. Si presenta ai banchi di Merano con un “Senza Solfiti” che ti sfida sin dall’etichetta, essenziale ma pretenziosa, con quel nome di fantasia che chiama i tempi dei cavalieri. Ma è una dama dalla chioma bionda, l’export manager Marta Poli, a servire la sfida nel calice.

Sboccatura 2016, 48 mesi sui lieviti per questo Chardonnay in purezza. “Elite” si presenta di un giallo invitante. Al naso crema pasticcera, burro, arancia candita, liquirizia. Palato pieno, secco, corrispondente nei sentori. Chiusura di gran pulizia su una bocca di pompelmo, prima del nuovo capolino della crema pasticcera. A colpire è l’evoluzione di questo spumante nel calice, sensibilissimo alle temperature di servizio.

Gioca col termometro questo figlio della Franciacorta che avanza, giovane e dinamica. Scaldandosi, libera note di erbe aromatiche e di macchia mediterranea. E la crema pasticcera, mista a quella speziatura dolce di liquirizia, diventa crème brûlée: la parte alta, quella col caramello elegantemente bruciacchiato. Chapeau.

Aggiungi al curriculum che si tratta di un “Senza Solfiti” (fra 3 e 6 mg/l). Che è il frutto di 10 anni di sperimentazioni da cui sono scaturite quatto tesi universitarie. Che è il “primo metodo classico italiano Docg senza solfiti e senza allergeni”. E il quadro è davvero completo.

3) Alto Adige Doc Extra Brut 2012 “Cuvée Marianna”, Arunda. Sessanta mesi sui lieviti per questo metodo classico altoatesino della nota casa di Molten (Meltina, BZ), 4 g/l di dosaggio: 80% Chardonnay elaborato al 100% in barrique (dal primo al quinto passaggio), più un 20% di Pinot Nero vinificato in bianco, che fa solo acciaio.

Vini base da Terlano e Salorno, vendemmie 2009, 2010 e 2011. E’ lo sparkling dedicato a “Marianna”, moglie di Joseph Reiterer: i due decidono assieme come bilanciare la cuvée, prima di metterla in commercio. Cinque, massimo 6 mila bottiglia totali.

Giallo dorato nel calice, naso di frutta a polpa gialla (albicocca non matura), lime, bergamotto. Non manca una vena balsamica, che porta il naso tra le montagne: in particolare ai sentori mentolati tipici dei semi dell’angelica. Una gran freschezza, insomma, che al palato si tramuta in un gran carattere: buccia di arancia, ricordi di menta, una punta di liquirizia.

Piacevolmente tagliente il gioco tra l’acidità e la sapidità spinta. Poi, d’un tratto, “Cuvée Marianna” sembra ammorbidirsi: siamo tra il finale e il retro olfattivo, che assume tinte di vaniglia bourbon. Un signor spumante, dal rapporto qualità prezzo eccezionale.

Segnalazioni
Bianco dell’Emilia Igt Frizzante Secco 2016 “L’Ancestrale nativo”, Terraquila:
Sboccatura à la volée per questo frizzante di Terraquila. Siamo in Emilia Romagna, per un blend di Pignoletto e Trebbiano che non può mancare nella cantina degli amanti dei vini dritti, diretti, “salati”.

Moscato Giallo Igt Veneto 2016, Maeli: Vino frizzante dei Colli Euganei, più esattamente ottenuto sui Colli di Luvigliano, tra le Dolomiti e Venezia. Una realtà, Maeli, che punta tutto sul Fior d’Arancio, nome locale del Moscato Giallo che, nell’occasione, si presenta in un calice capace di sfoderare note sulfuree, di grafite e fruttate di nettarina matura. Corrispondente al palato, tra il sale e la frutta.

VINI BIANCHI
1) Vigneti delle Dolomiti Igt 2008 “Julian”, Weingut Lieselehof. E’ l’edizione del Merano Wine Festival che segnerà la definitiva consacrazione sul mercato di molti vini Piwi, acronimo di Pilzwiderstandfähig, riferito alle “viti resistenti” a malattie come oidio, peronospora e botrite, tutte originate da funghi.

Weingut Lieselehof, cantina della famiglia Werner Morandell situata a Caldaro, in Alto Adige, è all’avanguardia da questo punto di vista. E sul podio dei vini bianchi di viniasuper finisce proprio “Julian”, vendemmia 2008: un blend tra due varietà Piwi qualità hyperbio: Bronner (60%) e Johanniter (40%).

Se il Bronner, per certi versi, ricorda lo Chardonnay, è il Johanniter a dare l’impronta (soprattutto olfattiva, ma anche gustativa) del Riesling. Un sinonimo di longevità che ritroviamo appunto anche nella degustazione del blend Julian, straordinariamente vivo. A partire dal colore: un giallo dorato stupendo.

Alle note di idrocarburo fanno eco richiami di erbe di montagna, camomilla e miele. Di primo acchito, al naso, questo bianco di casa Lieselehof sembra aver fatto barrique. In realtà è solo chiuso e necessita tempo per aprirsi, scaldandosi un poco tra le mani.

Acidità ancora viva (rinvigorita da ricordi di agrumi come il pompelmo, ingentiliti da quelli della pesca matura) per un vino destinato a durare ancora a lungo nel tempo. Lungo il retro olfattivo, tutto giocato sul rincorrersi di freschi sentori di erbe mediche.

2) Secondo posto nella nostra speciale classifica per due vini, pari merito. Li elenchiamo in ordine di assaggio. Il primo è il Grillo Terre Siciliane Igt Canaddunaschi 2016, della Società agricola Le sette Aje di Cannata Rosalia e S.lle. Biodinamico non certificato per questa piccola cantina di Santa Margherita di Belice, in provincia di Agrigento, che utilizza i principi dell’omeopatia in vigna, sottoponendo le piante a veri e propri “vaccini” contro le malattie.

Una realtà tutta al femminile, presa sotto l’ala “protettiva” da una delle donne del vino simbolo della regione: Marilena Barbera, presso la quale avviene la vinificazione delle uve Grillo de Le Sette Aje, in vasche d’acciaio di proprietà. Il risultato è eccezionale. Tremilacinquecento bottiglie in totale per l’annata 2016. Qualcuna di più per la 2017.

Giallo dorato ammaliante e naso intrigante, tutto giocato sulle erbe aromatiche. Macchia mediterranea in primo piano, ma anche mentuccia. In bocca è una vera e propria esplosione: un Grillo pieno, ricco, carico, caldo: corrispondente al naso per le sensazioni che conferiscono una freschezza e un corpo da campione, assieme a una bilanciata sapidità.

Chiude lungo, riuscendo a sorprendere ancora nello sfoderare inattese note di burro e crema pasticcera. Un contrasto interessantissimo tra le durezze e le morbidezze, che regala un sorso unico. A 15 euro circa (al consumatore) uno dei migliori bianchi in circolazione in Italia, per l’annata 2016.

Gli mettiamo accanto un altro vino difficile da dimenticare. Per farlo saliamo dalla Sicilia alla Campania. Raggiungiamo il beneventano per il racconto della Falanghina 2016 “Donnalaura” di Masseria Frattasi. Siamo nella terra d’elezione della Falangina, a Montesarchio, dove la cantina coltiva il biotipo campano e un altro clone, ancora più raro, dotato di una vena acida ulteriormente accentuata. Siamo poco sotto i 920 metri sul livello del mare, per un vino estremo, di “montagna”.

Donna Laura è la nonna di Pasquale Clemente, patron di Masseria Frattasi a cui è dedicato questo bianco dalle caratteristiche uniche. Si tratta infatti di una Falanghina da vendemmia tardiva. Le uve restano sulla pianta fino al 15 novembre, concentrando così zuccheri e aromi. Vengono poi vinificate in acciaio e, prima dell’imbottigliamento, passano 6 mesi in barrique nuove di rovere francese.

Una scommessa perfettamente riuscita quella di compensare con la concentrazione su pianta la vena tipicamente acida della Falanghina. Il risultato è un vino che si presenta di un giallo paglierino molto carico. Naso eccezionalmente fine e “montano”: arnica, resina di pino, liquirizia, una lieve nota dolciastra che ricorda per certi versi quelle della veneta Glera e un richiamo sottile di vaniglia, assimilabile al legno della barrique.

In bocca, l’ingresso è di quelli tipici dell’uvaggio: caldo, acido, quasi tagliente. Una sensazione accentuata dal sollevarsi delle note balsamiche già percepite al naso, che rinfrescano ulteriormente il sorso. Grande lunghezza per un retro olfattivo che fa emergere note delicate di surmaturazione, con ricordi di miele d’eucalipto.

3) Frühroter Veltliner 2015, Schmelzer Weingut. Ci spostiamo in Austria per questo “orange” capace di regalare vere e proprie emozioni. Più esattamente a Gols, piccolo Comune a sud est di Vienna, non lontano dai confini con Slovacchia e Ungheria.

Il vitigno in considerazione è il Frühroter Veltliner, autoctono austriaco nato dall’incrocio spontaneo tra Grüner Sylvaner (Silvaner verde) e Roter Veltliner (Veltliner Rosso). Solo una delle ottime etichette prodotte da Georg ed Elisabeth Schmelzer, in stretto regime biodinamico.

Cinque settimane di fermentazione in barrique di rovere aperte, con batonnage due volte al giorno. Il succo viene poi trasferito in altre barrique, a riposare per un anno. Quindi, il Frühroter Veltliner di Schmelzer viene imbottigliato. Ne risulta un orange velato, che sprigiona sentori pieni, intensi, di zenzero e arancia candita, ma anche di frutta tropicale matura: ananas, papaya.

Bocca corrispondente, ma con bella vena sapida: le note agrumate dominano il palato, ben bilanciate da quelle dolci, esotiche. Un vino gastronomico di grande interesse. Rimanendo tra i “bianchi” di casa Schmelzer, ottimo anche il Gruner 2016, con le sue note di fiori secchi e una vena sapida, rude.

4) Trentino Doc Gewurztraminer 2016, Cantina Endrizzi. Medaglia di “legno” per il coraggio di questa cantina di San Michele all’Adige. Capace di andare controcorrente, proponendo sul mercato un Gewurztraminer dal taglio serio, senza la stucchevolezza “piaciona” in voga tra i tanti competitor (grandi nomi compresi). Per di più, il rapporto qualità prezzo è eccezionale.

E’ ottenuto dai vigneti Masetto e Maso Kinderleit, situati in zona collinare, attorno alla cittadina della provincia di Trento. Un Gewurz, quello di Endrizzi, che conserva tutta l’aromaticità tipica del vitigno, svestita di qualsiasi risvolto pacchiano. Gran pienezza in un sorso che risulta caldo, visti i 14 gradi, tutti di “sostanza”, quasi di “materia tattile”, e non della morbida lascivia dello zucchero. Un bianco che non stanca mai.

Segnalazioni
Langhe Doc Nascetta 2013 “Se'” e 2016, Poderi Cellario: le potenzialità di “invecchiamento” dell’autoctono piemontese sono evidenti nella mini verticale proposta da Fausto Cellario, appassionato vignaiolo che sa trasmettere entusiasmo e amore per la propria terra;

Bianco fermo 2016 “89-90”, La Piotta: si discosta in maniera elegante dalla media dei vini bianchi passati in barrique questo vino bio e vegan dell’Azienda Agricola La Piotta. Utilizzo ineccepibile del legno sullo Chardonnay, a smorzare le asperità del Riesling. Luca Padroggi è un giovane che farà parlare (bene) dell’Oltrepò pavese, a lungo.

Lugana Dop Bio 2016, Perla del Garda: “Cru” di 4 ettari per dare vita a una Lugana potente, tanto piena e intensa quanto fine, con fresche note di mentuccia ad accostare la vena tipicamente sapida.

Vernaccia di San Gimignano Docg 2016, Fattoria di Pancole: Come molte delle aziende presenti al Merano Wine Festival 2017, Fattoria di Pancole fa Gdo (per l’esattezza con Conad in Toscana, 25 mila bottiglie l’anno). Si presenta al banco con la Vernaccia top di gamma, capace di esaltare appieno le caratteristiche del vitigno, presentando ottimi margini di affinamento futuro.

Igt Marche Bianco 2016 “Corniale”, Conventino: Non poteva mancare la segnalazione di un vino bianco quotidiano. Per farlo voliamo nella zona Nord delle Marche, da Conventino. Siamo a Monteciccardo, in provincia di Pesaro e Urbino. Semplice ma tutt’altro che banale il suo Corniale 2016. Acidità al rintocco di sentori di kiwi, mela verde, lime e pompelmo, ben calibrati con una bocca beverina, giustamente sapida. Davvero un bell’Incrocio Bruni 54.


VINI ROSSI
1) Beneventano Igt Aglianico 2015 “Kapnios”, Masseria Frattasi. Di nuovo questa straordinaria cantina campana sul podio del Merano Wine Festiaval 2017 di vinialsuper. Il miglior rosso è ottenuto da uve Aglianico amaro del Taburno in purezza, allevate nella zona di Montesarchio, Tocco e Bonea, a un’altitudine compresa tra i 500 e i 600 metri sul livello del mare.

Le uve, raccolte a metà novembre, vengono appassite in due modi: in parte appese e in parte su graticci, all’interno di un piccolo caseggiato coperto da tegole di terracotta. Passaggio in rovere nuovo, prima dell’ulteriore affinamento in bottiglia, per un anno.

Ne scaturisce un vino dal rosso rubino intrigante, sgargiante. Il naso è di quelli che ti fanno innamorare del bordo del calice: piccoli frutti a bacca rossa e nera, erbe di montagna, ginepro, miele d’eucalipto. Un’infinità di sentori, pronti a spuntare di minuto in minuto. E il palato non delude: caldo, esageratamente pieno, di frutta fragrante e liquirizia dolce, ma anche di caffé tostato. Un vino di cui innamorarsi.

Straordinario – ancor di più in ottica futura – anche il Cabernet Sauvignon 2015 “Kylyx” di Masseria Frattasi. Viti appositamente innestate su portinnesto debole: se ne portano in cantina solo 2 grappoli. Mille bottiglie in totale per la vendemmia 2015 (2016 non prodotto).

Acciaio prima e barrique di rovere francese poi (14 mesi) per questo Cab ottenuto dal recupero di un terreno abbandonato, circondato dal bosco. Naso che esalta appieno le caratteristiche del vitigno, con la sua vena sia vegetale sia piccante. Tannini e acidità di immensa prospettiva, ben corroborati da una mineralità unica.

2) Alto Adige Doc Pinot Nero 2007 “Villa Nigra”, Colterenzio Schreckbichl. Cornell è la linea dei “cru” di cantina Colterenzio, dalla quale peschiamo l’argento della nostra speciale classifica dei migliori vini degustati al Merano Wine Festival. In particolare, a colpire, è il Pinot Nero vendemmia 2007 ottenuto – come tutti i vini della “Selezione” Schreckbichl (Colterenzio) – da vigneti che godono di particolari condizioni d’eccellenza: altitudine di 400 metri, esposizione a sud ovest su terreni ghiaiosi e calcarei di origine morenica, con microclima fresco. Resa di 35 ettolitri per ettaro.

Nel calice, il Pinot Nero 2007 di Colterenzio di presenta ancora come un giovincello: il classico rubino di buona trasparenza, tipico del re degli uvaggi altoatesini a bacca rossa. Un naso finissimo di mirtillo e fragolina di bosco, ma anche di ciliegia, con una punta leggerissima di pepe, anticipa sentori più evoluti tendenti al dolce (miele d’acacia), senza mai trascinare il quadro olfattivo in disomogenee percezioni di marmellata.

Nel calice c’è il bosco. E lo si capisce anche dai richiami “vegetali” al muschio e alla menta. In bocca, questo Pinot Nero è più che corrispondente: la spalla acida è ancora muscolosa, il tannino levigato ma ancora in grado di dire la sua. A completare il quadro, richiami minerali salini che contribuiscono a chiamare il sorso successivo. Beva eccezionale per questo vino che ha ancora davanti diversi anni sulla cresta dell’onda.

3) Vigneti delle Dolomiti Igt Teroldego 2012 “Gran Masetto”, Cantina Endrizzi. Conquista il podio, dopo la medaglia di “legno” tra i vini bianchi, Cantina Endrizzi con il suo prodotto di punta: un Teroldego fatto alla maniera dell’Amarone, col 50% delle uve diraspate e sottoposte per circa tre mesi ad appassimento in celle refrigerate, alla temperatura di 10 gradi.

Uve raccolte nello storico vigneto di Masetto, tra i Comuni di Mezzolombardo e Mezzocorona, in provincia di Trento. Il risultato è un vero e proprio Teroldego alla seconda. Colore rosso purpureo, impenetrabile. Naso tipico, rinvigorito dai sentori affascinanti del parziale appassimento, che non coprono la fragranza della ciliegia e della prugna per il quale si fa apprezzare il re dei vini rossi trentini.

Grande pulizia ed eleganza anche in un palato corrispondente, arricchito da preziosi richiami di polvere di cacao. Un vino che fa venir voglia d’aver davanti un piatto di selvaggina. O, perché no? Un buon libro.

Segnalazioni
Toscana Igt “Argena”, Orlandini Aziende Agricole Forestali (verticale). In degustazione le annate 2000, 2001, 2003, 2004, 2005 e 2006. Un vino unico, prodotto dalla famiglia Orlandini da un vecchio vigneto di Sangiovese con piccole quantità di Cabernet Sauvignon. Un microclima particolare, circondato da boschi, sulle colline situate tra il Castello di Gargonza ed il Castello del Calcione, a metà tra Arezzo e Siena.

Tutte le annate di Argena conservano le caratteristiche dell’annata, a riprova del metodo col quale opera la famiglia Orlandini, che non ama “uniformare” al gusto comune i propri gioielli. Anzi. Tra tutte le etichette, segnaliamo quelle di Argena 2004 e 2005: “nasi” pregevoli, tra la frutta (ciliegia) e la macchia mediterranea (rosmarino) e sapore armonico, corroborato da tannini tutt’altro che mansueti.

Barbera d’Alba Doc Superiore 2015 Vigna Serraboella, Rivetti Massimo. Siamo a Neive, in provincia di Cuneo, Piemonte. L’azienda agricola Massimo Rivetti sfodera due Barbaresco 2013 diversi ma ugualmente meritevoli di attenzione: il primo, Froi, è di “easy” e di “pronta beva”; il secondo, “Serraboella”, ottenuto da un cru sulla stessa collina di “Froi”, è incredibilmente fine e presenta tannino e acidità di gran prospettiva.

Ma è l’outsider Barbera d’Alba Superiore 2015 “Serraboella” a fare davvero centro nel cuore. Si tratta di una selezione ottenuta da una singola vigna di 75 anni, la più vecchia dell’azienda, nel cru “Serraboella”. Due anni in barrique di rovere francese 1/3 nuove e 2/3 di secondo passaggio. Naso da campione, tra il frutto rosso e la liquirizia dolce, con un accenno di cuoio e un sottofondo di erbe di montagna. Corrispondente al palato, dove si conferma una Barbera destinata ad essere molto longeva.

Zweigelt 2015, Schmelzer Weingut. Abbiamo già incontrato questa cantina austriaca tra i migliori vini bianchi. Tra tutti i vini proposti in degustazione, a colpire c’è anche un rosso: lo Zweigelt. Si tratta di un incrocio tra St. Laurent con il Blaufränkisch, noto anche con il nome di Blauer Zweigelt, Rotburger e Zweigeltrebe.

In sintesi? Un vino da provare, destinato al pubblico (sempre più vasto) degli amanti dei vini naturali. Colore rosso rubino poco trasparente, ovviamente velato, trattandosi di un non filtrato. Alle note di piccoli frutti a bacca rossa, risponde al naso una vena di iodio che ritroveremo al palato: more mature, ribes nero maturo, una nota amarognola tipica di erbe come il rabarbaro. Tannino vigoroso, sapidità straordinariamente bilanciata col resto dei descrittori. Un “vino wow”.

Nebbiolo d’Alba “Il Donato”, La Torricella di Diego Pressenda. Vino di grande prospettiva questo Nebbiolo prodotto a Monforte d’Alba da La Torricella. Frutti rossi, frutta secca, pepe, tabacco dolce. Tannino equlibrato, ma in chiara evoluzione. Ottimo anche il Barolo 2013.

PASSITI E VINO COTTO
1) Bronner “Sweet Claire”, Weingut Lieselehof. Si tratta di un passito da Bronner, vitigno Piwi di qualità hyperbio. E siamo sempre in casa Lieselehof, già premiata tra i bianchi per lo strepitoso “Julian 2008”.

In questo caso, uve Bronner in purezza essiccate in inverno e pressate a febbraio. Giallo oro luccicante, note di agrumi (lime e limone), pesca e albicocca sciroppata, una punta di idrocarburo. In bocca c’è corrispondenza, arricchita ulteriormente dalla freschezza di note di menta piperita pressata, quasi concentrata. Stra-or-di-na-rio.

2) Erbaluce di Caluso Doc Passito 2009 “Alladium”, Cieck. Cieck è sinonimo di Erbaluce di Caluso, uno dei grandi vini bianchi piemontesi, capaci di prestarsi a un ottimo invecchiamento. Sul podio di vinialsuper finisce nella categoria passiti con “Alladium”. Deliziosamente avvolgente al naso, con le sue note agrumate e candite. Caldo e freddo allo stesso tempo, come quando si mette il naso nel talco. Corrispondente al palato, con un finale fresco.

3) Vino Cotto Stravecchio “Occhio di Gallo”, Cantina Tiberi David. Vera e propria “chicca” al Merano Wine Festival 2017, prossimamente tra i banchi del Mercato dei Vini e dei Vignaioli Fivi 2017. Parliamo della cantina Tiberi David di Loro Piceno (MC), patria del “vino cotto”, localmente chiamato “lu vi cottu”.

Un vino dalle origini nobili, che questa bella realtà a conduzione famigliare (nella foto sopra Emanuela Tiberi con il figlio Daniele Fortuna) è riuscita a far apprezzare nei salotti del Kurahus, con la stessa genuinità del prodotto. Tipico colore “occhio di gallo” (ambra) nel calice per le annate 2003 e 2005, ottenute dalla “cottura” di uve Verdicchio, Trebbiano, Montepulciano e Sangiovese.

Grande complessità in un naso e in un palato corrispondenti, con note di frutta passita e spezie calde. Perfetto accompagnamento per una vasta gamma di dessert, ma anche per i formaggi.

Fotogallery dei migliori assaggi al Merano Wine Festival 2017, compresi fuori classifica

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degustati da noi vini#02

Win Win Riesling Vdp Gutswein 2013, Weingut Von Winning

Oggi incontriamo la cantina tedesca Von Winning, con il suo Win Win Riesling, vendemmia 2013. Questa interessantissima etichetta, nata nella zona di Pfalz (Palatinato), si presenta nel calice di un giallo brillante, con dei riflessi verdognoli.

Un colore che lascia presumere come si tratti di un vino con moltissimi margini di evoluzione in bottiglia, col passare degli anni: una caratteristica intrinseca dei Riesling della Renania, vera e propria terra promessa della Germania, vocata alla produzione di vini di altissimo livello.

Nel calice, Win Win si presenta limpido e senza sospensioni. Al naso il vino esprime la sua territorialità con una presenza di idrocarburi, una pronunciata mineralità e sentori erbacei di fieno appena tagliato. Non mancano le percezioni floreali riconducibili ai fiori bianchi.

Al gusto, il Riesling Win Win Von Winning 2013 esprime un’accentuata potenza e vigorosità, un vino pieno che ben si sposa con l’eleganza della  frutta esotica. Questo connubio potenza-eleganza regala un vino complesso, ma allo stesso tempo la perfetta acidità spinge alla ricerca del sorso successivo. Il retrogusto, delizioso e non invadente, vede frutta esotica e albicocche protagoniste. In cucina, il Riesling Win Win è abbinabile a primi come risotti a base di pesce e verdure, ma anche a crudi di mare.

LA VINIFICAZIONE
La cantina Von Winning ha una storia antica, che inizia nel lontano 1849. Coltiva le uve nelle zone di Ruppertsberger, Deidesheime e Forst, nella parte sinistra del Reno. La filosofia dei suoi vini è abbastanza ‘retro’, intesa nell’accezione positiva del termine: la riscoperta di antiche tecniche di vinificazione, improntate sulla qualità, sono le chiavi vincenti di questa casa vinicola tedesca.

Le uve del Riesling Win Win crescono a un’altitudine compresa tra i 100 e i 200 metri sul livello del mare, con un età media dei vigneti di 20 anni. Il terreno sul quale crescono le uve è di composizione variegata. Si passa da suoli leggeri e sabbiosi a terreni argillosi, tutti a base arenaria.

La raccolta delle uve, nei vigneti allevati a guyot, avviene tra l’inizio e la metà settembre. La fermentazione  di questo Riesling, spontanea,  avviene  in grandi botti di rovere francese. Segue un affinamento in bottiglia di 6 mesi, prima della commercializzazione. La cantina, importata in italia dalla azienda Winedow, garantisce una produzione di 15 mila bottiglie per questa etichetta.

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