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Grow du Monde: il concorso che valorizza uno dei vitigni più sottovalutati d’Italia

Grow du Monde il concorso che valorizza uno dei vitigni più sottovalutati d Italia riesling italico olaszrizling grasaz grasevina
Si chiama Grow du Monde e nel 2024 è in programma in Ungheria. Si tratta del concorso enologico che valorizza uno dei vitigni più sottovalutati d’Italia, ovvero il Riesling italico. “Grow” è l’acronimo che sintetizza gran parte dei nomi internazionali di questa varietà, che ha un ruolo centrale in diverse nazioni dei Balcani e nell’Europa dell’est: “Gr” per Graševina (Croazia) e Grašac (Serbia) , “O” per Olaszrizling (Ungheria) e “W” per Welschriesling (Austria, Germania, Svizzera). Diffuso anche in Repubblica Ceca (Ryzlink vlašský), Romania (Riesling italiano) Slovacchia (Rizling Vlašský), Slovenia (Laški Rizling) – oltre che in Cina – il Riesling italico sarà al centro di Grow
du Monde International Wine Challenge 2024 a Balatonfüred, in Ungheria, dal 29 maggio al 2 giugno.

A valutare i campioni provenienti dai principali Paesi produttori sarà una giuria internazionale di esperti del settore, tra cui figurano anche alcuni master of wine. L’Italia partecipa alla giuria con il direttore di winemag.it, Davide Bortone e, per la prima volta, con i campioni di almeno cinque aziende, tutte dell’Oltrepò pavese (la regione vinicola conta oltre 1.100 ettari di Riesling italico). Si tratta di Colle del Bricco, Perego&Perego, Cantina Scuropasso, Losito e Guarini e Azienda agricola La Sbercia. Per l’iscrizione dei campioni e il loro invio in Ungheria c’è tempo fino al 30 aprile (info@growdumonde.eu) e, dunque, la rappresentanza italiana al concorso può diventare ancora più corposa.

Grow du Monde 2024 sarà ospitato dalla regione vinicola del Balaton, che si trova a circa 1 ora e mezza ad ovest di Budapest e prende il nome dal lago che è considerato «il mare degli ungheresi». Nella zona è presente una denominazione tra le più articolate del Paese, Csopak, che vede al centro proprio l’Olasrizling e i suoli vulcanici della zona. La cerimonia di premiazione e la degustazione aperta al pubblico si terranno il 31 maggio presso il Centro Congressi di Balatonfüred. Il prossimo Paese ospitante, nel 2025, sarà la Repubblica Ceca, mentre Grow du Monde 2026 si terrà nuovamente in Serbia – dopo l’edizione del 2022 tenutasi a Petrovaradin/Novi Sad – con l’idea che ogni evento successivo sarà ospitato da un Paese diverso. Non è escluso che un’edizione di Grow du Monde, prossimamente, si tenga anche in Italia, in particolare proprio in Oltrepò pavese.

IL RIESLING ITALICO: UN VITIGNO MISTERIOSO

Intanto, il concorso continua a promuovere la grande varietà ampiamente diffusa in Europa centrale e nel bacino del Danubio, di cui poco si conosce a livello scientifico. Lo studio più recente e articolato sul Riesling italico, condotto dal Cnr italiano e da ricercatori del calibro di Stefano Raimondi, ha stabilito il nome di uno dei due “genitori” della varietà – la Coccalona Nera, quasi estinta e un tempo diffusa nell’areale compreso tra Tortonese, Oltrepò pavese e Colli piacentini – mentre è ancora sconosciuto l’identikit dell’altro vitigno da cui il l’Italico ha avuto origine.

Lo studio del Cnr pone le basi per un futuro nuovo per il Riesling italico e per la sua valorizzazione, che potrebbe innanzitutto passare da un suo effettivo riconoscimento nei disciplinari di produzione della sua area di elezione, l’Oltrepò, dove al momento non può essere menzionato come tale ma solo – genericamente – come “Riesling” (in netta confusione con il Riesling Renano, con cui l’Italico non ha nulla a che fare). Le eventuali modifiche al disciplinare oltrepadano dipendono dalla legislazione nazionale legata ai due Riesling, che da un lato impedisce di menzionare l’Italico e dall’altro invita i produttori a non utilizzare il termine “Renano”, facendo riferimento all’areale vitivinicolo tedesco, protetto e riconosciuto a livello giuridico dall’Ue.

Riesling italico vs Renano: in Oltrepò pavese c’è un disciplinare da riscrivere

«In Italia – commenta a winemag.it il professor Attilio Scienza – il Riesling italico è coltivato praticamente solo in Oltrepò e un po’ in Friuli. Quasi un ricordo degli anni Sessanta e Settanta, quando era la base per gli spumanti metodo italiano dei piemontesi. Nel futuro si può ipotizzare l’uso di qualche suo sinonimo autorizzato, quale ad esempio “Risli” o “Rismi“. Il nome “italico” è di fatto la traduzione del termine tedesco “walsch”, con il quale si aggettivavano i vitigni stranieri, tra cui quelli italiani, coltivati nei territori di lingua tedesca». Insomma, una delle tante partite aperte in Oltrepò pavese, territorio che sarà certamente sotto i riflettori a Grow du Monde 2024.

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Viva il Collio (Bianco), purché non se ne parli


EDITORIALE –
Ho sempre pensato che quando una parola è troppa e due sono poche, la miglior scelta è il silenzio, perché le parole devono essere sempre utili. Viva il Collio (Bianco), dunque, purché non se ne parli. A convincermi sono stati gli ultimi quattro giorni trascorsi in Friuli Venezia Giulia, per un press tour dal sapore poco italiano e molto internazionale (per merito del nuovo ufficio stampa guidato dalla sempre ottima Federica Schir).
Si è trattato di una di quelle quelle rare occasioni in cui i giornalisti invitati si sono sentiti  liberi di esprimere opinioni sincere al cospetto dei produttori (anzi, sono stati invitati a farlo) in un settore che va in tutt’altra direzione (se non lodi e imbrodi Consorzi e aziende ospitanti non vieni più invitato e tanti, tra cui non figura ovviamente il sottoscritto, si sono piegati a questa perversa logica che ha ormai reso acritica la critica italiana di settore).

Certo, la premessa è che bisogna avere qualcosa da dire (garbatamente, si sottintende). E che quel “qualcosa” debba essere presumibilmente sensato. Il mio invito al silenzio sul Collio Bianco, indirizzato ai produttori locali, è dettato dalla tormentata storia di questa “tipologia”, che riguarda aspetti a mio avviso secondari all’interno di una denominazione ormai ben nota a livello nazionale e internazionale, come quella friulana. Esperti e meno esperti collocano, a buona ragione, il Friuli Venezia Giulia tra i migliori produttori nazionali di vini bianchi (spesso ci si dimentica dei grandissimi rossi friulani, ma questa è un’altra storia!).

I più “studiati” sanno poi che il “Collio” (o “Collio Bianco”) è, da disciplinare, la tipologia «riservata ai vini bianchi ottenuti da uve provenienti dai vigneti composti, in ambito aziendale, da una o più varietà del corrispondente colore tra i vitigni Chardonnay, Malvasia istriana, Picolit, Pinot bianco, Pinot grigio, Ribolla gialla, Riesling renano, Riesling italico, Sauvignon e Friulano / Tocai friulano, Müller Thurgau e Traminer aromatico», con gli ultimi due che, tuttavia, «non possono superare il 15% del totale». 

“UVE” E “COLLIO (BIANCO)”: UN ERRORE

Quanto all’etichettatura, scrivere “Bianco” accanto alla parola “Collio” è facoltativo, mentre è obbligatorio scrivere “Rosso” nella versione che interessa uvaggi di varietà a bacca rossa. Un elemento non secondario, quest’ultimo, nel mio ragionamento sull’opportunità di promuovere il Collio (Bianco) in maniera unitaria, indipendentemente dalle scelte aziendali (alla base del mio “invito al silenzio”). Sul territorio, di fatto, si è riaperta da ormai due anni l’infinita querelle sull’opportunità di utilizzare solo uve autoctone per la produzione del Collio Bianco, considerato a buona ragione il vino bandiera del territorio (caduto in disgrazia, negli anni – va detto – per la scelta di troppi di utilizzare “uve di scarto” per dare vita al blend).

Quattro produttori, a partire dal 2021 (oggi sono 7) hanno infatti deciso di iniziare a pubblicizzare il loro progetto che vede protagoniste le varietà autoctone, anche sull’etichetta: “Vino da uve autoctone“, si legge sotto la scritta “Collio“. A mio avviso, un errore. Dagli assaggi effettuati in passato, nonché dai nuovi, numerosi calici degustati in occasione dell’ultimo press tour (la maggior parte dei quali alla cieca), il Collio si è confermato una delle regioni vinicole italiane dalla più marcata identità intrinseca. Una di quelle regioni in cui il territorio vince sempre sulla varietà, per certi versi plasmandola a propria immagine somiglianza.

Mineralità, sapidità, tensione acido-fresca e una certa struttura “rocciosa” di fondo, fanno dei vini bianchi del Collio dei veri e propri cecchini, anche al cospetto di rinomatissime denominazioni internazionali. I vini del Collio, oggi, hanno tutte le carte in regola per sfondare, con la giusta promozione e posizionamento, in tutti i principali mercati internazionali (dove, tra l’altro, qualche scandalo ne ha offuscato l’immagine). Dotati di una bottiglia consortile unica, la “Collio Collio”, non sono generalmente economici; ma costituiscono esattamente quello che cerca il consumatore più accorto al giorno d’oggi: vini autentici, specchio di terroir e territori unici. Non di “uve uniche”.

COLLIO DA UVE AUTOCTONE? PRIMA DECIDA, UNITO, IL TERRITORIO

Quel terroir è il Collio, al quale si sono ormai “inchinate” tutte le varietà previste dalla base ampelografica del disciplinare. Vince sempre lui, il suolo, che emerge sempre più, col trascorrere degli affinamenti, dando tratti unici e riconoscibili, tanto ai vini varietali quanto agli uvaggi. Nominare la parola “uva” su un’etichetta di “Collio” / “Collio Bianco” significa fare un sgambetto a un suolo che domina intrinsecamente la varietà. Vuol dire fare 10 passi indietro sul fronte del marketing territoriale, costringendo il consumatore a interrogarsi su quale “Collio” / “Collio Bianco” sia migliore (o peggiore) e non – come da obiettivi dei promotori del “Collio – Vino da uve autoctone” – sia “più territoriale”. Perché entrambi lo sono!

Intendiamoci, però. Quella dei 6 vignaioli del “progetto autoctoni” (Cantina Produttori Cormòns, Edi Keber, Terre del Faet, Muzic, Fabian Korsic e Maurizio Buzzinelli) è una campagna buona e giusta, mossa (voglio sperare e credere) dal solo desiderio di tornare al “Collio” originario, frutto dell’assemblaggio delle 3 uve locali Ribolla Gialla, Tocai Friulano e Malvasia istriana presenti nello stesso vigneto, come da disciplinare antecedente le modifiche degli anni Novanta, che hanno dato il via libera al congiunto utilizzo delle varietà internazionali.

Per tornare a parlarne, magari incontrando a tal proposito la stampa nazionale e internazionale – ma solo a cose fatte – sarebbe buono e giusto trovare prima la quadra sul territorio. Decidere, cioè, una volta per tutte, se il “Collio” va bene così com’è, o se il “Collio” (Bianco) debba essere solo un “Vino da uve autoctone”. Parlarne, oggi, così, è inutile. Controproducente. Sbagliato. Confusionario. A maggior ragione se, persino nella gamma dei proponenti, sono presenti entrambe le “versioni”. Viva il Collio (Bianco), dunque. Purché non se ne parli, prima di aver deciso – tutti insieme, in Collio – cos’è. Prosit.

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Così il Consorzio Vitires farà la storia dei vitigni resistenti Piwi italiani


EDITORIALE – Vitires è il nome del «programma di miglioramento genetico» per la costituzione di «nuove varietà emiliano-romagnole resistenti ai patogeni fungini». Un progetto sui vitigni resistenti Piwi italiani che vede l’impegno comune di Cantine Riunite & Civ, Cantina Sociale di San Martino in Rio, Caviro, Terre Cevico e del Centro di ricerche Ri.Nova, riunitesi nell’omonimo Consorzio Vitires.

Un’unione che rappresenta il 70% delle uve prodotte in Emilia-Romagna, l’11% a livello nazionale secondo i dati vendemmiali 2022. Oscilla tra i 2 e i 3 ettari vitati la porzione di terreno impiantata con le nuove varietà, in questa prima fase sperimentale. La portata del progetto è storica e si muove nel solco delle indicazioni dettate più volte dal professor Attilio Scienza – a capo del Comitato nazionale Vini Dop e Igp – per lo sviluppo di Piwi (acronimo di PilzWiderstandsfähige) da varietà italiane.

Tra i punti deboli delle prime sperimentazioni operate su suolo italiano con i vitigni resistenti alle malattie fungine, c’è infatti il ricorso a varietà non solo sostanzialmente sconosciute, ma ottenute da incroci di vitigni non autoctoni italiani. Sauvignon Blanc, Riesling, Cabernet Sauvignon, St. Laurent sono solo alcune delle varietà di vite utilizzate per i crossing diffusi anche nel Bel paese e sviluppati principalmente in Germania, dall’Istituto vinicolo di Friburgo.

VITIRES E LE PRIME VARIETÀ PIWI DA VITIGNI ITALIANI

Vitires mira a cambiare le regole del gioco, in maniera drastica per l’Italia. Le nuove varietà resistenti ai patogeni fungini su cui sta lavorando il Centro di ricerche Ri.Nova saranno frutto di sperimentazioni su 16 varietà, tutte presenti sul territorio emiliano-romagnolo. Si tratta di Trebbiano Romagnolo, Sangiovese, Albana, Grechetto gentile, Lambrusco Sorbara, Lambrusco Grasparossa, Ancellotta, Lambrusco Salamino. E ancora: Bombino Bianco / Mostosa (noto anche come Pagadebit), Terrano / Cagnina (noto anche come Refosco d’Istria / Terrano del Carso), Famoso, Trebbiano Modenese, Lambrusco Maestri, Lambrusco Oliva, Malvasia di Candia Aromatica e Lambrusco Marani.

Piwi: nasce VITIRES, Consorzio per lo sviluppo dei vitigni resistenti dell’Emilia-Romagna

CRESCE LA DOMANDA DI PIWI DEI PRODUTTORI

«Negli ultimi anni – spiega a winemag.it Ri.Nova – il crescente interesse dei produttori emiliano-romagnoli soci del nostro centro di ricerca si è mosso verso un approccio sempre più sostenibile, in tutte le sue declinazioni. Ciò ha portato a investire, con un notevole impegno economico, in numerose attività di ricerca volte a ridurre l’impatto della viticoltura sull’ambiente. Garantendo, al contempo, un’adeguata redditività ai produttori».

Sono al momento attivi a livello regionale, con baricentro nei terreni del Polo di Tebano (centro d’innovazione, formazione e valorizzazione in agricoltura che si trova a Faenza, ndr), importanti progetti di ricerca che riguardano tematiche di interesse strategico per il sistema produttivo regionale.

Tra tutti le attività di miglioramento genetico, il programma VITIRES, volto all’ottenimento di vitigni resistenti partendo da 16 vitigni della tradizione regionale, destinato ad orientare le scelte della vitivinicoltura regionale dei prossimi anni».

VITIRES, IL PLAUSO DEL PROF ATTILIO SCIENZA

I primi incroci sono stati realizzati nel 2017. A partire dal 2021 sono stati impiantati 514 genotipi diversi (circa 6 mila piante) che, già da quest’anno (2022), sono stati oggetto di valutazioni sia dal punto di vista agronomico, sia sul fronte enologico.

Obiettivo? Ottenere, appunto, le prime varietà resistenti Piwi ad uso dei produttori regionali, dal 2026. A partire dal 2025 saranno impiantati almeno 600 genotipi diversi (circa 7 mila piante) che, dopo ulteriori analisi agronomiche ed enologiche, daranno vita a nuove varietà resistenti da mettere a disposizione dei produttori nel 2030.

Nel frattempo, il futuro dei Piwi – italiani e non solo – passa dal loro inserimento nei disciplinari di produzione dei vini Igt e Dop. Una possibilità già avallata dall’Ue, responsabilità nazionale dei Consorzi di tutela e dei loro soci. Richieste che il Comitato nazionale presieduto dal prof Attilio Scienza sembra non vedere l’ora di ricevere.

«La notizia della nascita del Consorzio Vitires – commenta a winemag.it il prof Scienza – è davvero buona. Spero che sia da esempio ad altre Regioni recalcitranti, che rappresenti uno stimolo a creare altri vitigni resistenti a partire dai vitigni autoctoni italiani. E che si possa superare in Italia, unico Paese della Ce, il divieto del loro utilizzo per la produzione dei vini Doc».

Moio e Scienza: «Futuro Piwi nelle Dop Ue passa da ricerca, terroir ed enologia leggera»

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Fondazione italiana sommelier porta il vino nello spazio con l’Agenzia Spaziale Italiana

Fondazione Italiana Sommelier porta il vino nello spazio, (per ora) grazie a un convegno in programma durante il 15° Forum Internazionale della Cultura del Vino. L’evento è frutto di una partnership di Fis con l’Agenzia Spaziale Italiana, che darà vita a una «nuova sperimentazione avanzata».

L’appuntamento è per lunedì 4 luglio dalle ore 10 presso il Salone dei Cavalieri dell’Hotel Rome Cavalieri (via Alberto Cadlolo 101, Roma) sede della Fondazione. Tra i momenti clou, la «cerimonia di affidamento dei Vini e delle Barbatelle destinati alla Stazione Spaziale».

La Coltivazione della Vite – anticipa Federazione italiana sommelier – racchiude tutti gli elementi del viaggio dell’Umanità sul nostro Pianeta. Dalla prima scoperta degli effetti di una sperimentazione spontanea di frutti maturi, allo studio del Dns dei singoli vitigni e delle caratteristiche del terreno, dove quelle Viti crescono per avere il migliore risultato».

«Sono passati millenni di sperimentazioni – continua Fis, ponendo alcuni interrogativi sul tema del vino nello spazio – prima spontanee e non elaborate fino alle tecniche più sofisticate di oggi. È un incredibile percorso che ritroviamo in tutti i campi del progresso. Bene, e allora qual è il collegamento con quanto l’Uomo, in modo via via più profondo, convinto, sfidante, sta facendo nello Spazio? Come l’Uomo lo sperimenterà in via definitiva?».

IL CONVENGO DI FIS CON L’AGENZIA SPAZIALE ITALIANA

Tra gli ospiti del convegno in programma durante il 15° Forum Internazionale della Cultura del Vino, Franco Maria Ricci, presidente di Fondazione italiana sommelier. Nel suo intervento, «il vino come elemento primario di territorio, i vitigni che rendono l’Italia il primo Paese al mondo nella produzione, ora anche nello spazio, per una sperimentazione in orbita».

Interverrà poi Giorgio Saccoccia, presidente dell’Agenzia spaziale italiana. Illustrerà, in analogia con quanto avviene nel mondo del vino, «come le attività spaziali siano un patrimonio unico del nostro Paese, un’area di eccellenza che fa distinguere l’Italia, i suoi ricercatori e le sue imprese nel mondo».

Seguirà l’intervento di Massimo Claudio Comparini, ad di Thales Alenia Space Italia. Partendo dal ruolo dell’Italia, sin dall’inizio dell’avventura spaziale, illustrerà «il percorso dell’esplorazione e dell’utilizzo delle tecnologie spaziali, per conoscere e proteggere il nostro pianeta rendendolo un luogo sostenibile». In evidenza alcuni «elementi significativi della sperimentazione in orbita della coltivazione delle piante e della vite».

BARBATELLE NELLO SPAZIO

Dopo Nicolas Gaume, founder di Space Cargo Unlimited, e Walter Cugno, vice presidente Esplorazione e Scienza Thales Alenia Space Italia, illustreranno l’esperimento attualmente in corso sulla stazione spaziale e l’importanza di proseguire «sulla base dei risultati con una nuova e più completa sperimentazione in orbita della quale illustrano gli elementi significativi». Saranno infatti presentati «i possibili esperimenti in orbita per la crescita delle piante e delle barbatelle nello spazio».

Tra gli ospiti anche Franco Malerba, primo astronauta italiano e fondatore di Space V, e l’enologo Donato Lanati (Enosis sperimentazioni) che presenteranno «i possibili esperimenti in orbita per la crescita delle barbatelle e il volo nello spazio di vini dell’eccellenza vinicola italiana». L’ingresso al convegno è gratuito ma è obbligatoria la prenotazione sul sito Fis.

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«Piwi subito nelle Igt come “palestra”, poi nelle Doc»: Italia svegliati, la Francia corre

Continua il dibattito sui Piwi, i vitigni resistenti alle principali malattie fungine della vite. Dopo la modifica del Regolamento Ue 2021/2117 pubblicata in Gazzetta ufficiale il 6 dicembre dello scorso anno, l’Unione europea ha dato il via libera al loro inserimento nelle Dop.

Ora, secondo il professor Attilio Scienza, a capo del Comitato nazionale vini, è il momento di sfruttare le Igt del vino italiano «come palestra per i Piwi, procedendo poi al loro inserimento graduale nei disciplinari dei vini a Denominazione di origine (Doc e Docg, ndr)». Anche perché la Francia, diretta competitor dell’Italia sui principali mercati internazionali, corre.

«L’Institut national de la recherche agronomique – ha spiegato Scienza – ha già autorizzato l’utilizzo di 4 varietà di vitigni resistenti per la produzione dei vini a denominazione di Bordeaux e Champagne. Si tratta di Artaban N., Vidoc N., Floreal B. e Voltis B., addirittura catalogati come specie di vitis vinifera. In Italia uno dei casi riguarda l’Alto Adige, con il Bronner nell’Igt Mitterberg».

«NUOVI PIWI INCROCIANDO I VITIGNI AUTOCTONI»

Sempre secondo Scienza, occorre lavorare per la creazione di vitigni resistenti a partire da incroci con vitigni autoctoni italiani, «sull’esempio di quanto già fatto con in Friuli Venezia Giulia con l’ex Tocai (oggi Friulano), e in Trentino con Nosiola e Teroldego». Su questo fronte sarebbe già al lavoro il Crea – Centro di Ricerca per la viticoltura di Conegliano.

«Un aspetto importante – ha proseguito il numero uno del Comitato nazionale vini – riguarda la comunicazione di questi vitigni, che devono essere considerati, anche dal punto di vista organolettico, delle realtà a sé stanti, non paragonabili ai loro “genitori”».

Andrebbe inoltre creato «un Club con un marchio nazionale», in sostituzione a quello dei Piwi di origine germanica, utile a mettere in rete expertise, favorire la zonazione e l’individuazione dei migliori terroir per ogni singolo vitigno resistente.

INSERIMENTO GRADUALE DEI RESISTENTI NELLE DOP DEL VINO ITALIANO

Quanto al loro inserimento nelle Denominazione di origine dopo la «palestra» dell’Igt, si procederebbe per via graduale. «Su richiesta dei Consorzi – ha spiegato il prof. Scienza – il Comitato nazionale vini potrebbe inserire i Piwi nei disciplinari per un massimo del 15%. Per i successivi tre anni verrebbero vagliati per quantità e qualità, sino ad aumentarne la quota all’interno delle Doc».

Tutti argomenti, quelli Scienza, arrivati durante il convegno digitale organizzato in mattinata dal Settore Vitivinicolo di Alleanza Cooperative Agroalimentari. “Nuovi modelli di viticoltura alla luce delle moderne tecnologie genetiche e delle politiche europee”, ha deciso di titolarlo il gruppo di lavoro del coordinatore Luca Rigotti.

«Si tratta di un tema particolarmente importante ed attuale – ha dichiarato l’esponente dell’Alleanza coop in apertura – anche alla luce degli obiettivi posti dalla strategia Farm to Fork e della più recente proposta di legge n. 3310 presentata l’8 ottobre scorso alla Camera dei Deputati. È un obbligo morale dell’agricoltura porsi favorevolmente nei confronti di tecnologie volte alla sostenibilità e al rispetto dell’ambiente e delle persone».

I NUMERI DEI PIWI IN ITALIA: QUANTI ETTARI VITATI?

Durante il convegno, al quale sono intervenuti anche l’onorevole Paolo De Castro (Commissione per l’Agricoltura e lo sviluppo rurale del Parlamento Europeo), il professor Michele Morgante (Istituto di Genomica Applicata Università di Udine) e il professor Mario Pezzotti (Centro ricerca innovazione della Fondazione E. Mach), sono emersi anche i numeri attuali dei Piwi in Italia.

In testa, per superficie vitata di vitigni resistenti, c’è il Veneto, con 256 ettari. Segue il Friuli Venezia Giulia, con 230 ettari. Sul terzo gradino del podio il Trentino, con 67 ettari. A seguire Alto Adige (51), Lombardia (12) e Abruzzo (10).

Il totale è di 626 ettari, con una stima per fine 2021 che doveva raggiungere quota 1.050. Una cifra ancora irrisoria se paragonata all’intero vigneto Italia, pari a 666.400 ettari. Da qui l’opportunità di sfruttare le tante Igt come banco di prova e sviluppo dei vitigni resistenti italiani.

Moio e Scienza: «Futuro Piwi nelle Dop Ue passa da ricerca, terroir ed enologia leggera»

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I vini di Cipro secondo Vouni Panayia: vitigni autoctoni e viticoltura di montagna

EDITORIALE – Seguo l’evolversi della viticoltura e dei vini di Cipro ormai da diversi anni. Una terra lontana dalle rotte più battute dai winelovers e dai professionisti internazionali del settore. Quando si pensa al vino del Mediterraneo e si guarda a est, il primo (per alcuni unico) pensiero è la Grecia. I suoi splendidi Assyrtiko sono ormai noti in tutto il mondo, così come gli aromatizzati Retsina, souvenir immancabile per i turisti.

Ancora più a oriente, prima di incrociare altre due terre del vino sempre più alla ribalta, Libano e Israele, si trova Cipro con i suoi attuali 7.641 ettari vitati. Un’isola in cui si produce vino dalla notte dei tempi. Lo dimostra l’antica tradizione del Commandaria, vino ambrato dolce le cui tracce risalgono all’800 a.C.

Oggi, se c’è una cantina in grado di raccontare da sola le punte di qualità ormai raggiunte dai vini ciprioti, quella è Vouni Panayia. Una realtà famigliare che ha trovato casa nel villaggio montano di Panayia, nella regione di Pafos. Il primo areale vinicolo di Cipro che si incontra solcando il mare Mediterraneo, da ovest verso est.

Dopo gli studi in Viticoltura ed Enologia all’Università di Firenze, Yiannis Kyriakidis e i fratelli Peter e Pavlos sono riusciti a lanciare definitivamente l’azienda di famiglia, fondata nel 1987 dal visionario Andreas Kyriakidis. Oggi la cantina produce circa 200 mila bottiglie e sembra aver raggiunto l’equilibrio perfetto tra quantità e qualità.

Venticinque gli ettari a disposizione di Vouni Panayia, circondati da una pineta, a mille metri d’altitudine. «Un terroir unico», come piace definirlo alla famiglia Kyriakidis. Siamo ai piedi della catena montuosa del Troodos, dominata dalla vetta del Monte Olimpo (1.952 metri). Tra un’increspatura e l’altra s’incontrano vigne vecchie e nuovi impianti, su cui sembrano vegliare i monasteri bizantini e le famose “chiese dipinte”, patrimonio Unesco.

I vigneti piantati da Andreas Kyriakides con le varietà bianche autoctone a bacca bianca Xynisteri, Promara, Spourtiko e Morokanela e a bacca rossa Maratheftiko, Yiannoudi e Ntopio Mavro, sono il tesoro nelle mani della terza generazione. Le radici, rimaste indenni alla fillossera, sono custodite dal presente e dal futuro dell’azienda, che può contare anche su piccoli appezzamenti di altre rare varietà autoctone come Morokanella, Aspri Fraoula (Vasilissa), Michailias, Maroucho, Bastartiko e Ofthalmo.

Dalla conservazione e valorizzazione del patrimonio di vecchie vigne, il passo è breve verso lavorazioni meticolose in cantina. Tra le mura di Vouni Panayia, la parola d’ordine è una sola: microvinificazione. «L’obiettivo – spiega Yiannis Kyriakidis – è comprendere a fondo il carattere e il potenziale qualitativo delle uve autoctone di Cipro, attraverso l’osservazione delle loro prestazioni in diverse pratiche viticolo-enologiche».

Un approccio che ha dato vita a 7 vini in tiratura limitata, applicato anche al resto della produzione, secondo canoni di “precisione enologica” assimilabili a quelli delle migliori cooperative altoatesine. Il tutto anche grazie a straordinari investimenti tecnologici in macchinari – tutti di fabbricazione italiana – nonché in legni francesi di prima qualità.

I VINI DI CIPRO CON GLI OCCHI DI VOUNI PANAYIA
Pafos Pgi Alina Xynisteri 2020 Franc de Pied (12,5% – Medium dry)

Alla vista si presenta di un giallo paglierino intenso. Ampio e intenso anche il naso, che alterna note floreali, agrumate e fruttate a polpa gialla matura. Sfiora l’aromaticità al palato, ben riequilibrata da una mineralità pietrosa, gessosa, calcarea, che tende il sorso e rimanda alla matrice del terreno a disposizione di Vouni Panayia.

Anche il finale, di un asciutto stuzzicato da morbide tinte esotiche e mielate, rimarca il minerale. E sorprende, con note di salvia e rosmarino, tipicamente mediterranee. Vino godurioso, di estrema beva. Alina “Franc de Pied”, ovvero “A piede franco”, è prodotto da piante di 70 anni di Xynisteri, il vitigno a bacca bianca più piantato dell’isola di Cipro.

Ha grappoli di medie dimensioni, poco compatti e acini di medie dimensioni. Si è adattato molto bene ai terreni ricchi di calcare e alle condizioni climatiche mediterranee. Una varietà con grande capacità di resistenza all’oidio, usata nella produzione del Commandaria e del tradizionale distillato Zivania.

Pafos Pgi Spourtiko 2020 Franc de Pied (12%)

Si presenta alla vista di un giallo paglierino. Il naso è ampio, floreale e agrumato. Nette le note di frutta tropicale matura, su sfondo minerale e di erbe della macchia mediterranea. In bocca la vena minerale è ancora più marcata. Fa da rigida spina dorsale al vino, su cui prova a distendersi della morbida frutta matura.

Ricordi di cera d’api in centro bocca, prima di una chiusura ammandorlata. Beva agile per un vino tipico, semplice ma di un certo carattere. Uno specchio sincero dalla varietà Spourtiko, che significa ”scoppio” in riferimento alle sue bacche, la cui fragile buccia si spacca facilmente.

Si tratta di una varietà con un breve ciclo vegetativo. Il grappolo è di medie dimensioni, poco compatto. Gli acini piuttosto grossi, che a piena maturazione si colorano d’un giallo dorato. Lo Spourtiko gioca un ruolo chiave nel vigneto di Vouni Panayia, in quanto consente l’impollinazione del Maratheftiko.

Pafos Pgi Plakota Mavro & Maratheftiko 2019 Franc de Pied (13,5% vol)

Alla vista si rivela d’un rosso rubino. Altro naso ampio, generoso, questa volta succoso. Note di fragola e di lampone, di ribes e di ciliegia matura, scivolano precisi su ricordi di macchia mediterranea. In bocca si conferma un vino giocato principalmente sulla generosità delle note fruttate, a polpa rossa. Tannini molto setosi in ingresso e poco più ruggenti in chiusura, contribuendo così a riequilibrare un sorso materico, chiamando quello successivo. Buona persistenza, su note che virano sulla ciliegia amara.

Altro vino ottenuto da vigne a piede franco, che affondano le radici in terreni di matrice calcarea. Mavro e Maratheftiko sono le due varietà utilizzate da Vouni Panayia per questa etichetta. Il Mavro è la varietà di uva rossa più piantata a Cipro. Ha grappoli molto grandi e compatti. L’acino stesso è di dimensioni notevoli, con una buccia spessa.

Un vitigno che, secondo le sperimentazioni della famiglia Kyriakides, sembra preferire terreni freschi e profondi. È una delle varietà utilizzate per la produzione del vino dolce Commandaria, nonché del distillato Zivania. L’altra varietà a bacca rossa con cui si ottiene Plakota è il Maratheftiko. Ha grappoli compatti, di medie dimensioni, con bacche di piccole-medie dimensioni. Nonostante i problemi di impollinazione, è considerato la migliore varietà rossa cipriota. I vini prodotti in purezza con questa varietà possono risultare molto longevi.

Barba Yiannis Maratheftiko 2017 (13,5%)

Barba Yiannis è uno dei capolavori di Vouni Panayia. Uno di quei vini che, da soli, valgono la visita. Rosso rubino profondo, dall’unghia violacea. Primo naso che conferma le aspettative create dalla vista. Quelle, cioè, di un vino giovane e di prospettiva, all’inizio della curva evolutiva. Alle note tipiche del vitigno – frutta rossa e macchia mediterranea – rispondono terziari che chiariscono la tecnica di vinificazione.

Il sorso si snoda sul medesimo fil-rouge. Ingresso fruttato, preciso, succoso; centro bocca in cui fanno capolino le note conferite dall’affinamento in legno, oltre a un tannino elegantissimo; gustativa complessa, fruttata e fresca, con chiusura su note speziate, una suadente di vaniglia, cioccolato amaro, tabacco e venature saline.

L’evoluzione nel calice, data l’ossigenazione, è continua e disegna sempre più i contorni di un nettare che va atteso, per essere goduto appieno. Vino con la strada spianata davanti, verso il futuro. Già godibilissimo e gastronomico. Non a caso Barba Yiannis è prodotto con le nobili uve Maratheftiko e può essere conservato senza timore per anni in cantina.

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Chianti Classico Docg, svolta storica con le undici Unità Geografiche Aggiuntive (Uga)

Undici Unità Geografiche Aggiuntive (Uga) e una quota di Sangiovese rialzata al 90% nell’uvaggio della Gran Selezione. La tipologia ammetterà solo vitigni autoctoni a bacca rossa (bando, dunque, agli internazionali). Sono le due grandi novità approvate oggi dal Consorzio Vino Chianti Classico, a larghissima maggioranza. Una svolta storica, quella del progetto di modifica al disciplinare di produzione della denominazione toscana.

Il tutto, nell’ottica di una «sempre più ampia valorizzazione delle caratteristiche che distinguono e rendono unica la denominazione del Gallo Nero». Le Unità Geografiche Aggiuntive – Uga del Chianti Classico sono il culmine del progetto di zonazione del territorio di produzione del Chianti Classico.

Aree più ristrette, dotate di maggiore omogeneità. «Per arrivare ad indicare in etichetta il nome del borgo o villaggio», spiega il Consorzio. Le norme nazionali ed europee consentono infatti che per i vini Dop si possa fare riferimento a unità geografiche aggiuntive, identificate all’interno della zona di produzione della denominazione.

Fra gli obiettivi della proposta di modifica, quello di «rafforzare la comunicazione del binomio vino-territorio, aumentare la qualità in termini di identità e territorialità». E «consentire al consumatore di conoscere la provenienza delle uve e, non ultimo, stimolare la domanda attraverso la differenziazione dell’offerta».

L’introduzione del nome del villaggio in etichetta servirà infatti «ad intercettare e soddisfare l’interesse dei consumatori che, in numero sempre maggiore, desiderano approfondire la conoscenza del rapporto fra i vini del Gallo Nero e il loro territorio di origine».

I CRITERI DELLE 11 UGA DEL CHIANTI CLASSICO

Per questo sono state individuate e delimitate alcune aree all’interno della zona di produzione del Chianti Classico, distinguibili in base a criteri specifici. Tra questi, la riconoscibilità enologica, la storicità, la notorietà e la significatività in termini di volumi prodotti: Castellina, Castelnuovo Berardenga, Gaiole, Greve, Lamole, Montefioralle, Panzano, Radda, San Casciano, San Donato in Poggio (comprensivo dei territori di Barberino Tavarnelle e Poggibonsi), Vagliagli.

Da sottolineare che in questa prima fase, le Unità Geografiche Aggiuntive saranno applicate alla sola tipologia Gran Selezione, con la disponibilità e l’apertura all’utilizzo anche per le altre due tipologie in un prossimo futuro.

IL CHIANTI CLASSICO GRAN SELEZIONE CAMBIA VOLTO

La seconda proposta di modifica al disciplinare, approvata dall’Assemblea dei Soci del Consorzio, riguarda l’uvaggio del vino Chianti Classico Gran Selezione. Ad oggi, le tre tipologie di Chianti Classico – Annata, Riserva e Gran Selezione – attingono alla stessa base ampelografica: 80-100% Sangiovese e fino al 20% massimo di vitigni a bacca rossa autorizzati, autoctoni e/o internazionali.

Con il nuovo disciplinare, per la tipologia Gran Selezione cresce la percentuale minima di Sangiovese (minimo 90%). Scompaiono, in caso di blend con altri vitigni, quelli internazionali. Saranno ammessi solo gli autoctoni a bacca rossa, fino ad un massimo del 10%.

Fondamentale è infatti il legame con il territorio per questa tipologia, l’unica ad essere prodotta con uve esclusivamente di competenza aziendale.

La tipologia Gran Selezione, introdotta con l’ultima revisione del disciplinare di produzione del 2013, è prodotta oggi da ben 154 aziende per un totale di 182 etichette. Rappresenta circa il 6% dell’intera produzione di Chianti Classico.

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Puglia, rubate 35 mila barbatelle a Cantine Rivera

ANDRIA – Sono 35 mila le barbatelle rubate da Cantine Rivera, un furto che mette a rischio un importante progetto dell’azienda agricola di Andria sulle varietà autoctone Bombino Nero e Nero di Troia. A darne notizia è il patron della cantina, Carlo De Corato, 82 anni e 50 vendemmie sulle schiena e tra le mani.

«Per chi ha commesso il furto – commenta – si tratta solo merce da piazzare sul mercato nero, ma per noi e per l’intero territorio vitivinicolo quelle barbatelle rappresentano il futuro. Per fortuna non tutto è perduto perché il vivaio ne aveva ancora qualche migliaio, da cui ripartiremo. Noi non ci fermiamo e non sarà di certo questo l’ultimo vigneto che pianterò».

Coraggio e determinazione, quelli del numero uno di Cantine Rivera, che non cancellano l’ennesimo episodio che vede protagonisti i viticoltori del nord della Puglia, dopo l’escalation di atti intimidatori dello scorso anno, in provincia di Foggia.

In particolare, le 35 mila barbatelle erano pronte per essere impiantate. «Sarebbe stata la concretizzazione di un progetto viticolo iniziato circa 30 anni fa – spiega l’azienda agricola di Andria – con l’impianto di 10 ettari di nuovi vigneti, ma non vigneti qualunque».

L’ultimo atto di un progetto di ricerca sulle varietà autoctone del territorio, Bombino Nero e Nero di Troia, intrapreso agli inizi degli anni Novanta da Cantine Rivera con la collaborazione del professor Attilio Scienza, proseguito con il Crea di Turi e giunto all’epilogo, con l’impianto delle barbatelle.

Si sarebbe trattato della terza generazione delle selezioni massali sui due vitigni autoctoni pugliesi, «individuate per fornire eccellente materia prima per i vini di Rivera che esprimono le tre Docg di Castel del Monte: il Castel del Monte Nero di Troia Riserva “Puer Apuliae“, il Castel del Monte Rosso Riserva “Il Falcone” e il Castel del Monte Bombino Nero rosato “Pungirosa“».

La notizia del furto ha lasciato la famiglia de Corato «senza parole»: «Lo ammettiamo – aggiunge il patron – ci ha fatto anche molto male. Ma da questo ripartiremo, più determinati che mai».

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Vendemmia 2020: taglio del 20% delle rese nel Collio. La decisione del Consorzio

Anche il Consorzio di Tutela Vini Collio abbassa le rese per la vendemmia 2020, di una percentuale pari al 20% per tutti i vitigni disciplinati dalla Doc Collio: Pinot Bianco, Sauvignon, Friulano, Malvasia e Ribolla Gialla, per citarne alcuni.

L’ente, che comprende circa 300 produttori tra viticoltori e imbottigliatori per una superficie di 1500 ettari di vigneti collinari, ufficializza oggi la decisione dopo l’assemblea di martedì 30 giugno.

“Il compito del Consorzio – spiega David Buzzinelli, Presidente del Consorzio di Tutela Vini Collio – è quello di essere un organo di tutela del territorio, il nostro asset più importante. In un momento così delicato l’ascolto dei soci è stato fondamentale per indirizzare le nostre scelte verso la soluzione di abbassare le rese”.

“Questa decisione – aggiunge il numero uno del Consorzio di Tutela Vini Collio – ha l’obiettivo di supportare i viticoltori in difficoltà a causa dell’evento pandemico in corso e del conseguente calo delle vendite, mantenendo al contempo elevata la qualità dei nostri vini, riconosciuti in tutto il mondo per la loro eccellenza”.

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degustati da noi Esteri - News & Wine news news ed eventi vini#02

Juhfark, il vitigno vulcanico dell’Ungheria: degustazione di 26 etichette con punteggi

Se c’è un vino e vitigno dell’Ungheria pressoché sconosciuto, quello è lo Juhfark. La traduzione letterale, dalla complicata lingua ungherese, aiuta a comprendere solo le caratteristiche del grappolo, a forma di “Coda di pecora“: “juh” significa “pecora” e “fark” – contrazione di “farok” – è appunto la “coda”.

Lo Juhfark, finito sotto la lente di ingrandimento di WineMag.it attraverso una rara degustazione di 26 etichette, trova la sua zona più vocata nei terreni vulcanici di Nagy-Somló. Siamo nella parte nord occidentale dell’Ungheria,  su un’area di appena 768 ettari.

Un numero che tiene conto dei 326 ettari della “sottozona” di Somló, la denominazione più piccola del Paese (Tokaij, per restare in Ungheria, conta ben 5.100 ettari). Gli sconfinamenti dello Juhafark a est, nell’Etyek-Buda, regalano vini con caratteristiche meno interessanti.

All’analisi del calice, lo Juhfark colpisce per l’eccezionale capacità di farsi portavoce del terroir vulcanico di Somló. Una carta unica a disposizione di questo autoctono ungherese, per imporsi sempre più nel panorama internazionale.

Oltre alle caratteristiche pedologiche e microclimatiche, il “Coda di Pecora” risente molto dell’andamento meteorologico dell’annata. Al netto delle scelte dei singoli viticoltori, non è difficile trovare – una accanto all’altra -etichette diverse tra loro, a partire da una percentuale d’alcol in volume che può variare dai 10,5 ai 15%.

Lo Juhfark si prende tutto il tempo necessario per esprimere al meglio le peculiarità del terreno vulcanico. Lo fa in vigna, germogliando precocemente, ma maturando relativamente tardi. E lo fa in bottiglia, regalando vini capaci di diventare sempre più complessi col passare degli anni, più che mai degni dei lunghi affinamenti.

Pgi Dunántúli Juhfark 2019, Szent István Korona (11,5%): 82/100
Giallo paglierino limpido, luminoso. Al naso fiori bianchi e frutta matura, esotica: pesca gialla, banana. Un tocco minerale, ma è il frutto il vero marcatore. In bocca buona corrispondenza. Ingresso morbido e allungo fresco, ma soprattutto salino. Poi torna la frutta. Un vino dignitoso per il prezzo contenuto, tuttavia non del tutto capace di esprimere al meglio le caratteristiche uniche della varietà. 82/100

Etyek-Budai Pdo Juhfark 2018, Szent István Korona (11%): 80/100
Bel giallo paglierino. Naso meno esplosivo del precedente. Oltre alla frutta, un tocco vegetale e una percezione iodica, minerale, più in evidenza rispetto all’altro campione della stessa cantina. In bocca il vino risulta però squilibrato sulla salinità, in mancanza del frutto. Un nettare pensato per un consumo che non vada oltre all’anno successivo alla vendemmia.

Nagy-Somlói Juhfark 2017, Kreinbacher (12,5%): 87/100
Bel giallo paglierino, riflessi dorati. Naso ampio, elegante. Fiori bianchi e frutta esotica matura, ananas, papaja, polpa di mandarino. Ma anche una parte minerale importante (pietra bagnata) con rintocchi di buccia d’arancio e un leggero apporto di spezia. In bocca il vino presenta una certa struttura e complessità.

L’ingresso è sul frutto e sul sale, pronti ad allargare la platea a una freschezza dilagante, che anticipa una chiusura minerale. Sorso molto invitante ed equilibrato, tra i ritorni di frutta esotica matura e lo iodio. Un vino con potenziale ulteriore di affinamento in bottiglia.

Somlói Juhfark Selection 2017, Kreinbacher (13%): 89/100
Alla vista giallo paglierino con riflessi dorati e una densità maggiore rispetto al precedente. Al naso una mineralità ancora più accennata (iodio, pietra focaia) accostata a un frutto di gran precisione: pesca gialla, albicocca. Una componente fruttata che fa perfettamente da spalla alla matrice vulcanica del nettare.

Il sorso rispecchia le anticipazioni olfattive: a una gran mineralità risponde un frutto pieno, materico. Durezze e morbidezze risultano in grande equilibrio, in un gioco prezioso ai fini dell’abbinamento a tavola. Purché si faccia grande attenzione al finale, con la chiusura assoluta di sipario su un agrume tendenzialmente amaricante.

Nagy-Somlói Juhfark 2015, Kancellár birtok (13,5%): 88/100
Bel giallo dorato. Naso timido ma prezioso, pronto ad esprimersi grazie all’ossigenazione. Ancora una volta mineralità in gran evidenza e una componente di frutta esotica, pienamente matura. La parte minerale si fa polvere da sparo, su note di fiori gialli, pesca a polpa gialla e melone.

Leggera percezione alcolica sin dal naso, che poi si tramuta in una “potente” avvolgenza al palato. In bocca il nettare entra morbido e poi si irrigidisce sulla freschezza e la sapidità, in un sorso che guadagna – rispetto al naso – le note agrumate. Buona gastronomicità. Vino che si trasforma nelle ore successive all’apertura, migliorando ancora.

Nagy-Somlói Juhfark Selection 2017, Csordás Fodor Pincészet (12%): 87/100
Giallo paglierino luminoso. Frutta matura, esotica. Accenno aromatico che ricorda il litchi del Gewurztraminer. Albicocca sotto sciroppo, ananas. Si concede con semplicità, su queste note, unite a una vena minerale.

Al palato tornano le note mature, ma con una spinta salina e fresca capace di riequilibrarle. Vino che chiude su una nota vagamente amarognola e speziata, accostata a una buona freschezza. Persistenza sufficiente.

Nagy-Somlói Prémium Juhfark 2019, Tornai Pincészet (13%): 90/100
Giallo paglierino, riflessi verdolini. Gran precisione e intensità del frutto, pesca a polpa bianca e gialla, richiami esotici perfettamente maturi, mentuccia freschissima e ricordi (vaghi) di liquirizia. Più lo lasci nel calice più si apre, splendidamente. Note di limone, agrumi, verbena. Fiori di glicine e un accento speziato.

In bocca mostra invece tutta la sua gioventù, su una freschezza dirompente, tirata come una corda di violino su note (rieccole qui) di agrumi e limone. Accentuata anche la vena minerale e salina, preponderante. Un’etichetta bambina, pronta a esplodere e diventare grande, longeva, di carattere. Tipica.

Nagy-Somlói Juhfark 2018, Csetvei Pincészet (11%): 85/100
Giallo paglierino. Vino piuttosto esile, connotato da una beva agilissima. Ha bisogno di aprirsi per raccontare la vena minerale, che domina il frutto. Pesca e ricordi di pera matura. Poi accenti d’agrume e di fiori, un tocco di cipria. Corpo leggero, sulla scorta dei pochi gradi. Solo note agrumate e un allungo salino. Chiude leggermente astringente.

Nagy-Somlói Juhfark 2017, Csetvei Pincészet (12%): 88/100
Giallo paglierino. Naso intenso, su fiori freschi bianchi, mineralità particolarmente accentuata, assieme a una vena talcata e agrumata e a ricordi di foglie di te grigio. Perfetta corrispondenza col palato. Struttura non particolarmente esibita, ma una certa eleganza al sorso.

La venatura minerale fa da spina dorsale assieme alla freschezza, prima di una chiusura fruttata, agrumata e in grado di riflettere la matrice vulcanica del terreno, con la pietra focaia. Un giovanotto, cui farà benissimo qualche anno di evoluzione.

Nagy-Somlói Juhfark 2017, Szalai Antal Pince (13,5%): 89/100
Giallo paglierino tendente al bianco carta. Naso timido all’inizio, si apre poi su note di fiori freschi, frutta esotica matura, zucchero filato, mentuccia e mineralità tipica del vulcano. Un accento speziato arriva con l’ossigenazione, in un olfatto che guadagna precise note agrumate.

In bocca gran pienezza e buona struttura, sorso fresco e largo al contempo. Pure salino. Non manca nulla, insomma. Persistenza molto più che sufficiente, per un vino che mostra un’ottima gastronomicità, giocata sull’equilibrio tra durezze e morbidezze.

Nagy-Somlói Juhfark 2017, Apátsági Pince (11%): 93/100
Giallo dorato. Gran naso, largo, frutta esotica matura, al limite del candito, agrumi, ananas in grandissima evidenza, fiori di campo, tra il secco e il fresco. Non manca la venatura minerale, vulcanica. Al palato è morbido e al contempo teso, in un gioco d’equilibrio che invoglia la beva. Esempio fulgido delle punte di qualità raggiungibili dal vitigno.

Juhfark 2018, Tornai Pincészet (11,5%): 87/100
Giallo paglierino, riflessi verdolini. Frutto in evidenza al naso, di perfetta maturità: pesca a polpa bianca, esotico, nespola, un tocco d’agrume, fiori bianchi freschi. La mineralità c’è, ma è più in evidenza al palato. Salinità su cui gioca un frutto elegante, prima di una chiusura tra la mandorla e l’agrume. Vino lineare, piuttosto semplice ma molto ben realizzato e rispettoso del vitigno.

Juhfark 2018, Canter Borház (10,5%): 84/100
Giallo dorato. Naso particolarmente intenso, su note di agrumi canditi, zenzero, erbe di campo, filtro di camomilla. La nota vulcanica è a metà tra la polvere da sparo e lo iodio e fa da compagna a una vena ossidativa. La nota erbacea, sulla buccia d’agrume, invece, è la prima che si ripresenta anche al palato.

Il sorso è leggero e leggiadro, ben equilibrato tra salinità e un frutto di bella presenza, giocato tra gli agrumi e la nota principale di ritorno, quella della camomilla (riecco l’ossidazione). Complessità non eccelsa del retro olfattivo, che piuttosto sorprende per la lunghezza e la freschezza, con una chiusura di sipario leggermente speziata.

Juhfark 2018, Zsirai Pincészet (12,5%): 89/100
Giallo paglierino. Il naso, riconoscibile tra mille, dello Juhafark di Somló: sbuffi talcati e minerali sul frutto pieno, maturo, a polpa bianca (pesca). La nota erbacea (stecco di liquirizia) a fare da contorno, impreziosendo un quadro già di per sé ammaliante.

Il tocco del legno vira sulla vaniglia bourbon e sulla leggera caramella mou, ad amalgamare e incomplessire. Il sorso è pieno, rotondo, morbido, col legno qui ancor più in evidenza, pur senza rischiare di soffocare il varietale. Uno Juhfark con le radici ben salde a Somlo e l’occhio strizzato all’internazionalità. Interessante in prospettiva.

Juhfark 2018, Kis Tamás Somlói Vándor Pince (12%): 92/100
Giallo paglierino, riflessi dorati. Frutta piena (pesca a polpa bianca, agrumi), giustamente matura, tocco di legno (mou, un tocco prezioso di fumè). Al palato – in ingresso – una gran pienezza, avvolgenza, senza rinunciare alla tipica verticalità e salinità dei vini di Somló, che vien fuori nel centro bocca e accompagna fino alla chiusura, lunghissima.

Materia, polpa. Poi il sale. Un altro vino di gran carattere e gastronomicità, che sfodera una struttura e un “peso” non comune, al palato. La chiusura è elegante, sapida, fresca, con un tocco fumè che invita al sorso successivo. Giovane, già ottimo, ma perfetto per una lunga conservazione. Ancora un esempio di tipicità e internazionalità coniugate divinamente.

Juhfark 2018 Teraszok, Kis Tamás Somlói Vándor Pince (11%): 90/100
Sorprende la pesantezza della bottiglia, in contrapposizione – a livello puramente estetico e concettuale – alla “leggerezza” della percentuale d’alcol in volume (appena 11%). Colore giallo paglierino con bei riflessi dorati.

Al naso complesso, col frutto sotto la coltre di un fumè spinto, di una roccia vulcanica e di richiami agrumati ed erbacei, uniti a rintocchi freschi, talcati. Non manca l’apporto del legno: mou, vaniglia bourbon. Il sorso è teso in ingresso, fresco e salino, prima di allargarsi sul frutto in centro bocca.

Torna poi nuovamente su un invitante venatura di iodio finale, arrotondata dal legno. Vino che rivela la sua estrema gioventù soprattutto nel retrolfattivo, su note di pietra bagnata, fumè e, nuovamente, vaniglia bourbon. Un nettare da aspettare, non certo nella sua fase di piena compiutezza.

Juhfark 2018, Apátsági Pince: 94/100
Colore bellissimo, un giallo paglierino pieno, con intensi riflessi dorati. Naso straordinariamente espressivo. Il frutto è pieno, di gran maturità, polposo. Pesca gialla più che bianca, esotico che ricorda la papaja e l’ananas, un accento di zenzero candito e di fico maturo.

Tocco del legno evidente, così come evidenti sono (ancor più) i richiami floreali freschi e quelli di buccia d’agrume, per una componente “verde” che incomplessisce il quadro (verbena, liquirizia, zenzero).

Al palato la consueta pienezza ed espressività di uno Juhfark unico: alla morbidezza delle note fruttate mature (ancora una volta esotico, agrume) abbina una freschezza dirompente, con le durezze tipiche dei vini vulcanici a fare loro da spina dorsale. Da bere oggi e conservare in cantina per un futuro luminoso.

Dunántúli Juhfark 2019, Törley  (11%): 82/100
Giallo paglierino acceso. Bel giallo paglierino. Naso ampio, fruttato, agrumato, tocco talcato, vegetale con nuance da macchia mediterranea. In bocca più verticale del previsto, tutto giocato sugli agrumi. Un vino semplice, corretto, ben fatto.

Grófi Juhfark 2017 “Top Selection”, Tornai Pincészet (15%): 93/100
Qui lo Juhafark perde un po’ della sua proverbiale leggerezza e mineralità, per diventare grazie all’apporto del legno un vino di struttura (senza rinunciare all’eleganza), capace di accompagnare anche piatti importanti, a base di carne. Alla vista si presenta di un giallo dorato invitante, luminosissimo.

Idrocarburo netto al naso, assieme alla mentuccia elle note di frutta secca. Seguono a ruota accenni di macchia mediterranea, finocchietto, anice, in un sottofondo conferito dal legno: si vira dunque sul fondo di caffè e la caramellina mou.

Ingresso di bocca fruttato, sulla pesca disidratata. Sul pentagramma, tra la chiave di violino e l’ultima nota, una freschezza dirompente, giocata su note di mandorla amara, agrumi, frutta esotica (albicocca, papaja, ananas) accenti iodici caratteristici della zona e vaniglia.

Vino come pochi altri di caratura internazionale, dotato di gastronomicità assoluta, tenendo però conto della chiusura sulla mandorla amara. Un nettare peraltro ancora giovane, all’inizio di un lungo percorso.

Somló Juhfark 2017 Barrel Selection, Barcza Bálint (13,5%): 92/100
Solo 1.333 bottiglie per questa etichetta di vino naturale ungherese. Giallo paglierino pieno, di buona luminosità. Naso che si stacca completamente da molti altri assaggi, con i suoi ricordi di pera, pesca bianca matura e mentuccia.

L’apporto del legno è evidente, ma non disturba il varietale. Anzi, lo impreziosisce e incomplessisce. In bocca una freschezza straordinaria, ben bilanciata dalle note fruttate. Ben chiara e scandita anche la vena minerale, che assieme all’acidità costituisce la spina dorsale dell’etichetta.

La frutta matura e la vena glicerica si scoprono non solo ben integrate, ma anche necessarie a sostenere mineralità e freschezza. La precisione del sorso è esemplare, soprattutto per concentrazione del frutto ed equilibrio con le durezze. Un vino naturale coi fiocchi, tra i migliori assaggi assoluti della vendemmia 2017.

Nagy Somlói Juhfark 2017, Spiegelberg (12,5%): 90/100
Giallo dorato pieno. Naso lineare, pulito, frutta matura tipica del vitigno e venatura minerale, su note di zenzero candito. Non mancano gli agrumi e un ricordo di vaniglia, molto delicato. Molto più netto lo “spirito” del vulcano, sulla polvere da sparo.

Il sorso è elegante, verticale, sapido e preciso, pur senza rinunciare a una certa “materia” e “polposità”, nella componente fruttata. Chiusura altrettanto precisa ed equilibrata. Vino che non primeggia in complessità, ma che può dare immense soddisfazioni a tavola e nell’ulteriore affinamento in bottiglia: il tempo non potrà che fargli bene.

Juhfark 2011, Royal Somló Vineyards (Prolingo Bt): 92/100
Bel giallo dorato, luminoso. Naso fresco e iodico, con componente frutatta perfettamente matura. Venatura mentolata e talcata, netta. Vino che ha bisogno di tempo per aprirsi, su note che virano anche su una speziatura delicata (pepe bianco, cumino). Non manca una componente vegetale, sulla verbena e l’alloro, ma anche sulla radice di liquirizia.

Netto il ricordo della cera d’api, che sarà poi presente nel retro olfattivo. In bocca svela una freschezza dirompente, riequilibrata da note mielose e di frutta matura. Componente “dura” costituita anche da una salinità ben scandita, che marca il territorio di appartenenza del nettare. In chiusura riecco la nota mielata. Quasi 10 anni e non sentirli: bingo.

Juhfark bio 2016, Dobosi (13,5%): 89/100
Bel giallo paglierino, riflessi dorati. Al naso camomilla, scorza d’agrumi, pesca bianca molto matura. Il tutto ammantato da un bella vena iodica (molto diversa da quella di Somlo). Ingresso verticale e sapido, strepitosamente affilato, col sorso che piano piano si allarga sulla frutta matura, pur conservando la vena salina. Chiusura sull’agrume, piacevole, lunga. Bel vino con una sua linearità, ancora più che mai in piedi e in grado di regalare emozioni. 90/100

24) Juhfark bio 2017, Dobosi (13,5%): 90/100
Bel giallo paglierino carico, riflessi dorati. Naso più timido del precedente, ma molto elegante e preciso. Frutta matura più in vista del precedente, più matura. Siamo sulla pesca, netta. Non manca l’agrume, in scorza, oltre a una punta di spezia bianca, leggerissima. In bocca la frutta si trova a battersi con sale, l’agrume amaro e una percezione dell’alcol non perfettamente integrata. Bella freschezza. Vino certamente non seduto, un puledro da allungo. 91/100

25) Juhfark bio 2018, Dobosi (14%): 88/100
Giallo dorato luminoso. Bel frutto maturo, pieno, molto preciso, che tende al sovramaturo. Palato pieno, rotondo, ravvivato da una bella freschezza. Accenno di tostatura al naso, di frutta secca, che poi si troverà anche al palato. Vino che rispetto agli altri ha una marcia in meno, in termini di allungo, pienezza e, forse, capacità di raccontarsi nel tempo, in futuro.

26) Juhfark bio 2019, Dobosi (13,5%): 89/100 (anteprima / preview)
Il giovanotto. Giallo paglierino non particolarmente carico, ma limpido e luminoso. Frutta perfettamente matura, pesca, albicocca, fiori freschi, nota talcata. Sorso tutto giocato sul frutto e sulla freschezza, che si scapigliano a vicenda, ricordando a tutti quanto bene farebbe aspettare ancora un po’ per godersi il nettare. Invitante la chiusura, ancora una volta sulla buccia agrume e su un accenno di spezia bianca, oltre all’accenno salino. Aspettami che arrivo.

*photo credits dei paesaggi: Somlo Wine Shop, dove sono reperibili gran parte delle etichette degustate

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“Piwi? Meglio ripensare a portinnesto e selezione clonale dei vitigni già esistenti”


SCANSANO –
Meglio i vitigni resistenti (Piwi) o i vitigni già esistenti per combattere la sfida dei cambiamenti climatici? Pare non avere dubbi Diego Tomasi, ex direttore ed ora ricercatore del Crea, Centro di Ricerca per la Viticoltura.

“I Vivai Rauscedo stanno mettendo a disposizione ormai da anni i Piwi. Ma basterebbe conoscere meglio i vitigni già esistenti e lavorare per esempio sui portinnesti più adeguati per fare in modo che si adattino alle avversità del clima, vera piaga per la viticoltura italiana e internazionale”.

L’intervento nel corso della presentazione di Morellino Green, il nuovo progetto di mobilità elettrica legata all’enoturismo nel territorio del Morellino di Scansano.

“Siamo sicuri di aver agito bene con la selezione clonale negli ultimi anni? A mio avviso ci siamo sempre limitati a studiare solo il grappolo e la sua composizione, ma non la vite, presa singolarmente. Non varrebbe la pena di riprendere in mano il tema della selezione clonale? Siamo certi di aver esplorato tutta la variabilità naturale del Sangiovese e degli altri vitigni già esistenti?”.

“La genetica – ha aggiunto Diego Tomasi – ha bisogno di altri vent’anni per arrivare a qualcosa di concreto”. Ma il tempo non c’è. “Perché il cambiamento in corso riguarda l’intensità, la persistenza e la frequenza fenomeni che creano scombussolamento al clima”.

In conclusione, sempre per il ricercatore del Crea, “la cosa migliore per i viticoltori sarebbe prendere vantaggio della diversità climatica locale, studiando il comportamento delle singole piante di vigneto in vigneto e, sulla base dei risultati, cambiare eventualmente approccio. Servono vigneti più plastici, meno rigidi, in grado di adattarsi”.

GLI STUDI DEL CREA
A riprova di questa tesi, Diego Tomasi ha riferito i risultati di alcune analisi e sperimentazioni svolte dal Crea. Centrale il ruolo del portinnesto della vite: “Abbiamo messo a confronto le reazioni dell’M4 e del 1103 P in Calabria  in condizioni di forte stress idrico”.

Il primo ha evidenziato un numero inferiori di radici, ma una dimensione del tronco della vite e un grado di umidità delle foglie superiore al 1103 P. Elemento che lo ha reso più efficace per supportare la pianta durante i fenomeni siccitosi.

“Tra le pratiche più utili – ha evidenziato Tomasi – ci sono poi le defogliazioni tardive: effettuate 3, 4 settimane prima della vendemmia, togliendo il 30% delle foglie giovani, riducono la fotosintesi ma non la formazione dei polifenoli. In due annate di Sangiovese poste sotto esame è stato il tagliato un grado Babo”.

Altro tema fondamentale per la viticoltura esposta ai cambiamenti climatici è la perdita di acidità. Emblematico il caso della Glera, uva con la quale viene prodotto il Prosecco. Negli ultimi 20 anni, secondo quanto riferito da Tomasi, la concentrazione naturale dell’acido malico della varietà si è dimezzato.

Tra le tecniche suggerite dal Crea c’è la defogliazione. “Dovrà essere eseguita in prefioritura – ha spiegato il numero uno del Centro di Ricerca – per evitare la scottatura grappoli. La defogliazione precoce testata sul Sangiovese ha avuto come risultato una minore allegagione e peso dell’acino, ma anche grappoli meno soggetti a scottature e più pigmenti coloranti”.

Da non sottovalutare i risvolti delle tecniche di allevamento della vite. In Valpolicella, la pergola inclinata testata dal Crea al posto del Guyot per la Corvina ha consentito di ottenere un 30% in più di antociani, proteggendo per di più il grappolo dalle conseguenze dei violenti rovesci.

Ma l’elemento che più si tende a sottovalutare – ha precisato Tomasi – è il suolo: la qualità del vino passa dalla terra. Da qui l’importanza assoluta di curare la rizosfera, ovvero la porzione che circonda le radici, fondamentale per aiutare la vite a sopportare gli stress, nonché elemento importantissimo nel cosiddetto terroir”.

In conclusione del suo intervento, il ricercatore del Crea ha lanciato un monito ai viticoltori: “Deve per forza accadere qualcosa di nuovo nel vigneto italiano per contrastare i cambiamenti climatici. L’imprevedibilità e gli eventi estremi all’interno della medesima annata preoccupano ormai più delle variabilità tra un’annata all’altra. Pensiamoci”.

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Il vino a Malta e Gozo: dai vignaioli alle “vigne in franchising”

Sei cantine per raccontare il vino di Malta. Dai due grandi gruppi che si contendono il primato commerciale sull’isola, Delicata e Marsovin. Passando per Meridiana – che ormai parla italiano – azienda di proprietà dei marchesi Antinori.

Proseguendo con Maria Rosa, il “giocattolino” di un milionario ultranovantenne del posto. E chiudendo, a Gozo, con Ta Mena Estate e Tal-Massar. Questo il percorso del wine tour.

Caccia agli autoctoni Gellewza, Girgentina e Serkuzan. Ma anche alle sfumature locali di varietà internazionali come Chardonnay e Sauvignon, tra i bianchi. Cabernet, Merlot e Syrah, tra i rossi. Una viticoltura, quella di Malta, che deve molto agli aiuti giunti dalla Comunità europea, a cui l’ex colonia britannica ha aderito il primo maggio 2004.

Un lasso di tempo che consente oggi all’isola di candidarsi a ruoli di tutto rispetto nel panorama enologico internazionale. Francia e Italia sono i modelli, seppur ancora lontani. Ancor di più se si considerano i 400 ettari liberi per investimenti nel settore, a fronte delle scelte di un governo distratto dai soldi facili delle compagnie assicurative internazionali e, soprattutto, del gaming e del gioco d’azzardo online.

Malta piace sempre di più agli investitori esteri in cravatta e ventiquattrore. Attirati dai vantaggi di una lingua ufficiale internazionalmente parlata, l’inglese. E dagli effetti della Brexit, che la stanno trasformando in una piccola cassaforte dei sudditi della regina.

Nel frattempo, le nuove generazioni maltesi abbandonano la campagna, preferendo i centri urbani disposti a raggio attorno alla capitale La Valletta. L’età media dei lavoratori impiegati nei 750 ettari vitati dell’isola, secondo dati forniti sul posto, si assesterebbe sui 50 anni.

Roba per vecchi, insomma, zappare la terra e godere dei frutti di Bacco, a Malta. D’altro canto, strade sempre più trafficate e in pessimo stato rallentano l’economia della piccola nazione del Mediterraneo.

E rimandano il countdown per l’Olimpo del vino, almeno di qualche anno. Mentre il turismo punta sempre più sui Millennial, la Generazione Y. Quella che si fa andar bene pure le spiagge sporche – oggi più di 10 anni fa – purché il deejay pompi musica a palla, che arrivi tra le onde.

Trovare manodopera qualificata, a Malta, è ormai un’impresa. Spesso sono aziende siciliane ad aggiudicarsi le aste per i lavori nel pubblico. E i privati, come le cantine, faticano addirittura a reperire elettricisti, idraulici, esperti nella catena del freddo e manovalanza in generale. Costi quintuplicati, dunque, per ogni singolo intervento necessario in un’ottica di modernizzazione delle strutture e delle attrezzature enologiche.

Se di mezzo ci si mette pure il cielo, con le ultime vendemmie stroncate da siccità e mancanza di reti idriche adeguate per l’irrigazione di soccorso, si comprende perché grandi gruppi come Delicata e Marsovin stiano tentando di raggiungere accordi col Palazzo del Gran Maestro, sede del nuovo parlamento progettata da Renzo Piano.

Alla viticoltura maltese occorrono denaro fresco, un programma che invogli i giovani a tornare a credere nella terra e investimenti sulla valorizzazione dei vitigni autoctoni, estirpati in massa nei due secoli di dominazione araba. Basti pensare che sull’isola cresce meno di un ettaro di Gellewza.

Completano il quadro incredibili rivalità commerciali tra l’isola madre, Malta, e la più grande delle due “isole satellite” dell’arcipelago: Gozo. Nella capitale La Valletta è impossibile reperire un vino gozitano al ristorante. Scarseggia l’offerta anche nella maggior parte delle enoteche. Mentre le catene di supermercati sembrano non curarsi dell’antagonismo.

TA MENA ESTATE
Eppure è Gozo a offrire il miglior vino in circolazione a Malta. Un assortimento di etichette di ottimo livello dal produttore Joseph Spiteri, 58enne dagli occhi azzurri come la Blue Lagoon, che ha raccolto l’eredità dei bisnonni Carmela, detta “Mena”, e Frank: a loro si deve l’inizio di un’avventura chiamata Ta Mena Estate. La copertina del wine tour a Malta è tutta sua.

Joseph Spiteri è il guardiano dell’isola di Gozo. Dai 2 ettari del 1986, l’azienda di famiglia è passata negli anni a 25 ettari, quindici dei quali vitati. E Joseph ha ancora voglia comprare terre da convertire alla viticoltura e ad altri progetti in ambito agricolo. Mentre tutt’attorno i giovani sembrano aver perso il nesso con le origini.

A Ta Mena Estate lo staff è internazionale. In cantina anche un enologo italiano, Claudio De Bortoli. Ed è proprio all’Italia che si ispira Spiteri, che ha “imparato a fare il vino in Veneto, sui Colli Euganei, e poi in Toscana”. Un “allievo dell’università della strada”, come ama definirsi, che opera in regime naturale, pur senza alcuna certificazione.

Nel 2017 cade il decennale delle “vendemmie professionali” di Ta Mena, cantina con una capacità produttiva di 150 mila bottiglie. “Servizi finanziari, scommesse, assicurazioni – denuncia Spiteri – sono il nuovo male dell’economia maltese, in crescita di 6,5 punti ogni anno. Ma a che prezzo? Senza investimenti nell’agricoltura si gioca col destino”. Nel frattempo, Joseph, pensa a produrre vini che rappresentino appieno il terroir matese.

Il Vermentino Gozo Dok 2016 “Juel” si fa apprezzare per il naso salino e fruttato e per un palato morbido, pieno, piacevolmente disorientante per la mancata corrispondenza gusto-olfattiva. Il rosè “Grecal”, altro Gozo Dok, vendemmia 2015, è invece una delle chicche di Ta Mena Estate.

Ottenuto al 35% dall’autoctona Gellewza su una base di Merlot (50%) e con l’aggiunta geniale di un 15% di Tempranillo (colore e corpo), regala note floreali dolci al naso, tipiche del vitigno maltese a bacca rossa, e un vegetale prezioso offerto dal Merlot. Bella acidità e persistenza da campione. Incredibile si tratti di un rosato 2015, con altri 3-4 anni davanti, a ottimi livelli.

Sul gradino più alto del podio, però, c’è Gabillott 2009, blend di cinque uve: Merlot, Serkuzan (Nero d’Avola), Cabernet Sauvignon e Franc (15-20%) e Syrah.

Un vino capace di concentrare in bottiglia e riversare poi nel calice il clima di un’isola baciata dal sole 300 giorni l’anno (60 mm totali di pioggia), con venti per l’80% provenienti da Nord Ovest, secchi, e un suolo prettamente calcareo e limoso.

Naso generoso e intenso, dalla frutta alle spezie, con quella costante iodica che caratterizza tutti i vini di Ta Mena Estate. Al palato la mineralità è il tratto distintivo, assieme alle note fruttate, ancora croccanti come un biscotto. Chapeau.

Peccato che gli americani preferiscano la versione “barrique” (9 mesi / 1 anno) di Gabillott, con Carmenere al posto del Cabernet Franc.

Joseph Spiteri ha un’anima d’artista. Dipinge i paesaggi di Malta, la notte, al posto di dormire. Con le canzoni dei Pink Floyd o la musica classica di Beethoven a fare da sottofondo. Vere e proprie tele sono anche i suoi vini. Gli unici capaci di rappresentare davvero la verità del terroir di Malta, senza cercare di piacere per forza. Vini veri, insomma.

MASSAR WINERY
Vini che avrebbe potuto fare “così” anche Anthony Hili di Massar Winery. Il vicino di casa, a Gozo, di Joe Spiteri. Peccato che Hili offra, con le sue etichette, la netta sensazione di non considerare Spiteri alla stregua di un genuino modello da imitare.

A Massar Winery l’obiettivo sembra più il consenso internazionale. E qualche premio (l’ultimo in Spagna) è effettivamente arrivato per la cantina di L-Għarb, Garbo in italiano, paesino situato nella parte Nord Ovest dell’isola satellite di Malta.

Vini come Tanit 2016, San Mitri 2014 e Garb 2013 paiono troppo “pensati” in cantina. Etichette che non riescono a nascondere l’abile mano di un enologo che ha l’intento di colpire il pubblico straniero. Non a caso, i residui zuccherini dei Sirkusian proposti in degustazione fanno impazzire le due turiste del Minnesota presenti al tavolo.

Abile intrattenitore, Anthony Hill racconta come “tutto, a Malta, è stato distrutto dalla politica che non crede nel ‘local’ e che non valorizza le imprese”. Come la sua, 6 ettari complessivi (3 di proprietà), e un record produttivo di 16 mila bottiglie.

A Massar Winery si allevano Vermentino, Sangiovese (importato dall’Emilia), utilizzato per la produzione di un rosso leggero e di un rosè, e l’autoctono Sircusian (anche detto Serkuzan e Sirakuzan il Nero d’Avola giunto proprio dalla Sicilia). A meritare una menzione è proprio quest’ultimo, nella versione simil “passito” di Garb 2013: vendemmia tardiva che sprigiona sentori di mela cotta, ciliegia, liquirizia, cioccolato e rabarbaro.

MERIDIANA WINE ESTATE
Tratti ancora più internazionali alla Meridiana Wine Estate, l’investimento su Malta della famiglia fiorentina dei Marchesi Antinori. Un’azienda vocata principalmente al mercato locale (export al 3%) soprattutto per lo scarso numero di bottiglie prodotte (circa 140 mila) da 17 ettari di terreni, con l’apporto di alcuni conferitori.

Un progetto nato nel 1997, che vede protagonisti vitigni francesi come lo Chardonnay (il più venduto), il Cabernet Sauvignon, il Merlot e il Syrah, accanto a Vermentino, Moscato, Viognier e piccole percentuali di Girgentina.

Vendemmia manuale e pratiche di cantina volte a preservare il “Maltese character” delle uve, non sempre con i risultati sperati – in termini di distintività – per l’utilizzo di un legno che tende a uniformare al gusto internazionale il singolo vitigno utilizzato.

Ma a colpire sono i prezzi di questi vini, letteralmente “regalati” per la qualità che riescono a esprimere (dai 9,20 ai 18,40 euro del Merlot top di gamma). A colpire, in modo particolare, sono i 15,90 euro del blend tra Cabernet Sauvignon (70%) e Merlot (30%). Il vino è Melquart 2014, 10-12 mesi di barrique. Naso splendido, ricco, balsamico, con richiami vegetali puliti, tipici dei due vitigni e in particolare del Merlot.

Grande corrispondenza al palato, dove alle note balsamiche fanno eco venature sapide che invitano la beva. Un calice e una bottiglia che rischia di finire in pochi minuti, davanti al giusto piatto. Più che soddisfacente anche il retro olfattivo, lungo. Il vino di Malta “fatto” meglio, in assoluto.

MARIA ROSA WINE ESTATE
Da Castrofilippo, paesino di 3 mila anime alle porte di Agrigento, passando per Saint-Émilion, vicino Bordeaux. Ha visto il mondo dalle vigne, dopo gli studi in Enologia e Viticoltura a Udine, la 31enne Lorena Molito. E’ atterrata a Malta due vendemmie fa. E la sua mano, a Maria Rosa Wine Estate, si sente eccome.

Poco più di 4 ettari, allevati per la maggior parte a Sirakuzan (Nero D’Avola), Cabernet Sauvignon (8%) e Syrah (2%). La tenuta, situata ad Attard, nel centro dell’isola di Malta, poco lontano dalla cittadina di Mdina, è dal 2006 il gioiellino di proprietà di Joseph Fenech. Un milionario maltese di 93 anni, imprenditore nel settore alberghiero, con la passione per il vino.

Ventimila bottiglie l’anno, zero export. Una piccola produzione di medio alto livello, cresciuta (qualitativamente) negli ultimi anni proprio grazie all’arrivo, in cantina, dell’enologa siciliana Lorena Molito.

“Questa – spiega – è una piccola realtà che punta a produrre vini di qualità. Quando sono arrivata qui, tre anni fa, mancavano però alcuni accorgimenti indispensabili, come il sistema di controllo della temperatura per le vasche in inox. Ho dovuto impormi per far comprendere che occorrevano investimenti senza i quali non si sarebbe mai raggiunto l’obiettivo”.

Nelle vasche riposa l’ultima annata, la 2017, che si preannuncia ottima. Sono pronti per essere imbottigliati il Sirakuzan Dok 2016 – grande facilità di beva, favorita da un bellissimo frutto rosso – e il Cabernet Dok 2016.

Il meglio riposa in barrique: da assaggiare le riserve di Sirakuzan, Syrah e, su tutte, quella di Cabernet Sauvignon. Peccato per il Sirakuzan vinificato in bianco, una chicca di Maria Rosa Wine Estate: non sarà prodotta quest’anno, per via della scarsità della vendemmia.

MARSOVIN WINERY
Un elenco infinito di vini sulla “carta” di Marsovin, uno dei due maggiori gruppi del settore, a Malta. Ben 43 etichette, utili a spaziare dalla base alle linee di medio livello (vini destinati alla Gdo, tutti con un ottimo rapporto qualità prezzo) sino al top di gamma.

Un milione e mezzo le bottiglie prodotte dai 23 ettari di proprietà, cui vanno a sommarsi i 330 ettari dei selezionati e storici conferitori. Mercato locale al 96% e tante richieste dall’estero (per esempio dalla Cina) impossibili da soddisfare, per via dei numeri risicati e dell’andamento climatico delle ultime vendemmie.

I terreni di proprietà, in particolare, sono dislocati nelle aree a maggiore vocazione dell’isola e consentono a Marsovin di offrire un quadro completo dei terroir maltesi. A Marnisi Estate (8,5 ettari a Marsaxlokk, uno degli appezzamenti più grandi dell’isola) su producono vini in stile Bordeaux; a Ghajn Rihana (1.2 ettari a Burmarrad, nella zona di St. Paul Bay) grazie alla competizione radicale (120 centimetri tra una pianta e l’altra), si punta a rese più basse, in grado garantire una maggiore qualità per le varietà di Cabernet Sauvignon e Franc; a Wardjia Valley (1,5 ettari) sempre a nord, vicino a Ghajn, il vento è forte e le vigne sono disposte in suo favore, protette da alberi tra i filari di Chardonnay.

Marsovin, storica realtà maltese, fondata nel 1919 da Anthony Cassar, merita una menzione proprio per il coraggio: è l’unica cantina di Malta a produrre un Metodo Classico, il Cassar De Malte, un Brut ottenuto dal cru in Wardija Valley. Record produttivo di 5 mila bottiglie.

Perlage fine e persistente, naso tipico del vitigno, con richiami alla crosta di pane e al lievito dovuti ai 24 mesi di permanenza sui lieviti. Il bouquet è floreale e fruttato fresco, marcatamente agrumato e tendente all’esotico. Corrispondente al palato, dove il perlage si rivela cremoso. Lungo il retrolfattivo. Passare da Malta e non provarlo è un vero peccato.

Ma Marsovin non si limita alla produzione di un ottimo sparkling. Bernard Muscat, wine specilist che si occupa di PR ed Eventi per il gruppo Cassar Camilleri, guida la degustazioni delle migliori referenze della cantina, nel quartier generale della cittadina portuale di Paola (Pawla o Raħal Ġdid), a Sud della capitale La Valletta.

La famiglia Cassar ama l’Italia e, in particolare, l’Amarone. Per questo, dal 2009, ha pensato di produrre il Malta Dok “Primus”, ottenuto da Gellewza (65%) e Syrah (35%) da appassimento (“Imwadded” in etichetta). Nel calice la vendemmia 2015 presenta il tipico colore concentrato. Così come spessi sono i sentori che si liberano al naso: note di fico, prugna secca, confettura di frutti rossi.

E poi tabacco, miele d’acacia. Note bilanciate tra l’affumicato e il dolce che si ritroveranno anche al palato, dove a colpire è la presenza di una componente minerale salina e un tannino di velluto, coperto da cioccolato, che fa capolino nel retrolfattivo. Un vino perfetto davanti a un libro, oltre che con il giusto abbinamento a tavola.

Molto interessante anche il Passito “Guze” 2014, lanciato sul mercato da Marsovin in occasione del 16° anniversario dalla morte di “Sur Guzi”, “Signor Giusè(ppe)”, Joseph Cassar, uno dei discendenti del fondatore. Si tratta sempre di Syrah appassito, con un residuo zuccherino di 120 g/l tutt’altro che stucchevole. Naso intenso, come quello di “Primus”, con cui lotta in quanto a finezza dei sentori.

Marnisi Old Vines 2015 è invece un blend di Merlot (40%), Carbernet Sauvignon (30%) e Cabernet Franc (30%). Un taglio bordolese tout court, ottenuto dalle vecchie vigne di Marsaxlokk. Il passaggio in legno è evidente, sia al naso che al palato, ma non invasivo.

Rosso rubino poco trasparente, questo rosso di Marsovin Winery sfoggia un naso molto elegante, nonostante la prevalenza di note vegetali spinte: carruba, rosmarino, origano, ma anche frutta rossa come la ciliegia. I terziari sfiorano liquirizia, tabacco e incenso. Il palato completa il quadro con la consueta mineralità, ancora una volta ben bilanciata alle note fruttate. Particolare il gioco tra sale e frutta: componenti tra le quali mette il dito un tannino ancora vivo. Lunga vita davanti a questo taglio, degno di Bordeaux.

Non male, tra i bianchi, la Girgentina Igt Maltese Islands 2016 in purezza della linea “La Torre”, reperibile anche al supermercato. Giallo paglierino, naso tendente all’aromatico, ricorda per certi versi il Moscato secco. Un vino che aspira alla Dok, per la quale Marsovin sta riducendo sempre più le rese, che oggi si assestano sui 90-100 quintali/ettaro.

Un vino dal corpo leggero (10%) ma non banale, adatto all’aperitivo e alle calde estati maltesi. Naso e bocca corrispondenti, giocate soprattutto sulla freschezza acida di agrumi come limone, il lime e il bergamotto. Sorprendente la chiusura sulla nocciola.

EMMANUEL DELICATA WINEMAKER
Sesta ed ultima tappa del wine tour a Malta, alla Emmanuel Delicata Winemaker. Restiamo a Paola, a poche centinaia di metri in linea d’aria da Marsovin. Con 1,2 milioni di bottiglie, Delicata è il secondo gruppo dell’isola.

Storia antica anche per questa grande azienda, fondata nel 1907 da Eduardo Delicata e passata nel 1937 nelle mani del figlio, Emmanuel, all’epoca appena diciannovenne.

Una politica aziendale completamente diversa rispetto a quella di Marsovin. “Non abbiamo nessun terreno di proprietà – spiega Georges Meekers, da 17 anni a capo dell’Ufficio vendite – sulla base del nostro progetto denominato ‘Vines for Wines’. Lavoriamo con oltre 300 viticoltori maltesi, che seguiamo attentamente con il nostro staff, a disposizione in ogni procedimento in vigna”.

Un progetto più unico che raro di “vigne in franchising”, quello della Emmanuel Delicata Winemaker. “Chiunque decida di diventare nostro conferitore – aggiunge Meekers – viene seguito dall’individuazione dei vigneti alla vendemmia. Siamo diventati così la prima cantina di Malta per quantità di uve e varietà allevate, più di 25 nel 2017. E a differenza dei competitor crediamo da oltre 20 anni nelle potenzialità degli autoctoni Girgentina e Gellewza”.

Cinquanta i vini prodotti da Delicata, “ma tutti in piccole quantità”, tiene a precisare Meekers: “I nostri sono boutique wines”. Export al 5% e grande concentrazione sul mercato maltese, specie in quello della Grande distribuzione, dove Delicata occupa un ruolo di grande rilievo a scaffale.

Nella linea non potevano mancare dei vini “mossi”. Ma non si tratta di Charmat o frizzanti. Delicata produce “aerated wines” con gli autoctoni Gellewza e Girgentina, perfetti per l’aperitivo. Peccato che le “bollicine” siano ottenute mediante aggiunta di anidride carbonica al vino. “Ma solo in piccole quantità – precisa Meekers – in quanto cerchiamo di conservare le bollicine che si creano naturalmente durante la fermentazione”.

Sono tutti vini “leggeri” quelli della Emmanuel Delicata Winemaker, pensati per un pubblico maltese non troppo esigente. A colpire è il solo Merlot Malta Dok Superior 2015 della linea Grand Cavalier, tra i vini più strutturati della casa di Paola. Frutto di un mix di barrique (Slavonia, Francia e Usa) che non sbilancia sui terziari naso e palato. Anzi, il Merlot risulta piuttosto caratteristico per la sua parte minerale-salina, che ben si amalgama alle note tostate di caffè e toffee conferite dal passaggio in legno.

Da provare anche il Moscato Malta Dok 2012 Grand Vin de Hauteville , vino liquoroso (15%) a base Moscato. Lievi e piacevoli note ossidative al naso e richiami all’idrocarburo per questo nettare di grande concentrazione gusto-olfattiva. Al palato per nulla stucchevole, sembra non stancare mai. Perfetto con formaggi e dolci come crostate alla frutta.

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a tutto volume

Grappa affinata in terracotta “Anfora”, Marzadro

Utilizzare l’anfora, il contenitore più antico della storia dell’uomo, per affinare il vino è una pratica ormai nota ed accettata, ma utilizzarla per i distillati è possibile? E con che risultato?

Ha provato a dare una risposta la distilleria Marzadro di Nogaredo (TN) con la sua “Anfora. Grappa affinata in terracotta”, 43%.

LA DEGUSTAZIONE
Incolore, perfettamente trasparente e brillante. Intensa e pulita al naso, emergono da subito note di erba tagliata e un bel bouquet floreale, con sentori di calendula in primo piano. Più in profondità si colgono profumi fruttati sia di frutti a polpa bianca sia di piccoli frutti rossi.

In bocca, la grappa affinata in terracotta “Anfora” delle distillerie Marzadro, entra morbida. L’alcolicità è presente ma non fastidiosa, ben integrata nel corpo vellutato della grappa. Una leggera dolcezza iniziale che lascia subito spazio a tutti i profumi sentiti al naso, che si percepiscono chiaramente nel retronasale. Piena ed armonica, chiude con una leggera nota amaricante ed una lunga persistenza.

LA PRODUZIONE
Sul collo della bottiglia è apposta la fascetta con il marchio “Trentino Grappa”, rilasciato dall’Istituto Tutela Grappa del Trentino, che certifica l’utilizzo di solo vinacce della provincia per “offrire al consumatore la garanzia di una qualità certificata dall’Istituto Agrario di San Michele all’Adige, attraverso analisi di laboratorio, e della Camera di Commercio di Trento presso la quale è operante una commissione per l’analisi organolettica”.

Una grappa al 100% figlia del territorio, quindi, per la quale viene utilizzato un blend di uve: 80% da vitigni a bacca rossa (Teroldego, Marzemino, Merlot) e 20% a bacca bianca (Chardonnay, Müller Thurgau, Moscato). Base molto simile a quella di un grande classico di casa Marzadro, la “Diciotto Lune”.

Come per tutte le grappe di Marzadro, la distillazione avviene solo nei cento giorni fra settembre e l’inizio del mese di dicembre, con vinacce fresche di spremitura. La distillazione segue i canoni della tradizione, con alambicco discontinuo a bagnomaria. Alambicchi in rame costruiti artigianalmente ma dotati di controlli computerizzati per impedire sbalzi di temperatura e salvaguardare gli aromi, la fragranza e la morbidezza tipici della grappa trentina. Artigianalità e tecnologia a braccetto.

La grappa riposa per minimo 10 mesi in anfore da 300 litri, realizzate con creta e argilla, che giungono da Montelupo e da Impruneta, località toscane note fin dal Medioevo per la lavorazione della terracotta.

Queste anfore garantiscono una micro ossigenazione doppia rispetto a quella che avviene con l’uso della botte. La grappa si arricchisce in eleganza e morbidezza, regalando così le caratteristiche tipiche dell’invecchiamento senza però ricevere profumi, sapori e colore dal legno.

LA DISTILLERIA
Nata sul finire degli anni ’40 a Brancolino (TN) per volere dei fratelli Sabina ed Attilio Marzadro, la distilleria si contraddistinse subito per la qualità della propria produzione e negli anni ’50 e ’60 divenne sinonimo stesso di “grappa trentina”.

Dall’introduzione nel 1975 della prima grappa da monovitigno autoctono trentino (il Marzemino) l’azienda è cresciuta costantemente, con nuovi alambicchi negli anni ’80 ed i primi distillati di frutta, fino alla realizzazione della nuova e moderna sede di Nogaredo (ad 1 Km da dove nacque) nel 2004.

Giunta alla terza generazione, Marzadro oggi offre 46 etichette di grappa differenti (fra bianche, affinate, monovitigno ed aromatizzate) e 28 etichette di liquori, coniugando una capacità produttiva industriale con l’attenzione artigianale, utilizzando quasi esclusivamente materie prime del territorio.

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Vini al supermercato

Bianco Veneto Igt 2016 Pràtalea, Abbazia di Praglia

(3,5 / 5) Un progetto nato nel 2006, con l’impianto dei primi vigneti di varietà locali come Garganega e Raboso. Siamo ai piedi dei colli Euganei, a circa 12 chilometri da Padova.

Qui, l’Abbazia di Praglia produce il Pratàlea Bianco Veneto Igt. Un blend di Chardonnay, Moscato giallo e Garganega dalla storia antica. Come quella del luogo in cui prende vita.

LA DEGUSTAZIONE
Sotto la lente di vinialsuper finisce la vendemmia 2016. All’esame visivo, il vino si presenta di un giallo paglierino cristallino e abbastanza consistente. Avvicinando il calice al naso si percepisce l’intensità tipica dei vitigni aromatici. Sentori floreali e fruttati di buona finezza e complessità.

Si individuano nel bouquet frutti a polpa bianca come la pesca, ma anche frutti esotici come mango e ananas. Gradevoli profumi aromatici come quelli inconfondibili della foglia di geranio. Al palato, Pratàlea Bianco Veneto Igt risulta secco, caldo e morbido nonostante l’annata giovane e abbastanza persistente. Sapidità e freschezza si percepiscono in un secondo momento, mentre il corpo leggero lo rende un vino da tutto pasto, piuttosto armonico nel complesso.

Un vino perfetto per un pranzo domenicale in famiglia, a base di piatti non particolarmente elaborati di verdure, pesce e carni bianche, consigliato col baccalà alla vicentina. Un bianco senza grosse pretese, conviviale, che rispetta la terra di provenienza e la filosofia di vita della regola monastica benedettina.

LA VINIFICAZIONE
Come anticipato, Pratàlea è un vino appartenente alla tipologia Bianco Veneto Igt. L’uvaggio comprende due vitigni aromatici/semi-aromatici come Chardonnay e Moscato giallo, oltre alla Garganega. Il metodo di allevamento utilizzato è il sistema a guyot (a spalliera) che garantisce migliori risultati qualitativi, ottimizzando l’insolazione, e il cordone speronato, più semplice da lavorare anche da mani poco esperte perché più adattabile alla potatura e alla vendemmia meccanizzata.

La densità d’impianto si aggira sui 4500 ceppi per ettaro. L’alta densità d’impianto, abbinata alla riduzione del numero di gemme per ceppo, porta alla formazione di grappoli con acini più piccoli e con una maggiore ricchezza in polifenoli e sostanze aromatiche, che daranno vini più colorati e profumati. Il terreno argilloso conferisce sensazioni olfattive complesse, ricchezza di alcol etilico, morbidezza e longevità in linea con la degustazione.

La vendemmia dello Chardonnay si svolge generalmente nella prima decade di settembre. Per il Moscato giallo si aspetta la terza decade, mentre la Garganega viene raccolta tra la fine di settembre e gli inizi di ottobre. La vinificazione avviene con un’iniziale macerazione sulle bucce per 5-6 ore, seguita da una pressatura soffice con sgrondro statico.

Il mosto fiore, inoculato con lieviti selezionati, fermenta in serbatoio di acciaio per 10-12 giorni a temperatura controllata. Poi, il vino riposa a contatto con le fecce per poter acquisire le specifiche caratteristiche varietali, in serbatoi di acciaio per circa 6 mesi.

VINO E STORIA
L’abbazia di Praglia fu fondata nell’XI secolo come dipendenza dell’Abbazia di San Benedetto in Polirone di Mantova, ma solo con gli inizi del XIV secolo la comunità di Praglia, conosciuta originariamente col nome di Pratalia, si rese del tutto autonoma eleggendo un Abate.

L’Abbazia benedettina fu fiorente fino alla soppressione napoleonica del 1810 ma, nel 1904 due monaci ritornarono in monastero e poté riprendere a pieno la vita regolare che continua fino ai nostri giorni.

Questa piccola e isolata abbazia è conosciuta in tutto il mondo per i suoi manoscritti, libri d’arte e pergamene, ma negli ultimi decenni è inoltre riconosciuta per la produzione di vini locali. I documenti ci raccontano di due tipologie di prodotto: il “vino de monte”, di buona qualità, ricavato dalle vigne di collina, impiegato per le funzioni liturgiche; e il “vino de plano”, meno pregevole, destinato ad essere consumato nelle taverne.

Nel 2006, il progetto riceve nuova linfa dall’impianto di varietà tipiche locali come Garganega, Raboso Piave e Veronese e Moscato Giallo, detto Fior d’Arancio, ma anche di vitigni internazionali come Chardonnay, Merlot e Cabernet.

Viene allestita in quegli anni, negli antichi spazi, una una piccola cantina moderna ed efficiente, in grado di coniugare la millenaria tradizione benedettina alla tecnologia più recente. Dalla vigna fino alla vinificazione, tutto viene controllato personalmente da Paolo Briani, che insieme ai monaci, ideatori e promotori dell’impresa, offrono il loro prezioso apporto.

Prezzo: 6,90 euro
Acquistato presso: Alìper – Alì Supermercati e Ipermercati

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Vini al supermercato

Cuvèe Sergio Rosè MO Collection, Mionetto

(3,5 / 5) Un prodotto particolare, “diverso”. È la Cuvèe Sergio Rosè MO Collection di Cantine Mionetto. Diverso perché Mionetto, cantina che ha fatto del Prosecco una bandiera, presenta qui uno spumate Extra dry rosè.

LA DEGUSTAZIONE
Colore rosa tenue, brillante, con bei riflessi rosa intenso. Anche la ricca spuma, piuttosto persistente, ha un leggero colore rosato che adorna piacevolmente il bicchiere. Il perlage è abbastanza fine, vigoroso e persistente.

Al naso, Sergio Rosè MO di Cantine Mionetto è molto fruttato. Prevalgono note agrumate di pompelmo, seguite da sentori di piccoli frutti rossi. In bocca è agile, l’effervescenza lo rende giustamente tagliente e beverino. Di buon corpo se paragonato a molti altri charmat.

La buona acidità controbilancia la nota zuccherina (14-17 grammi per litro il dosaggio dichiarato). Nota zuccherina che equilibra il finale, altrimenti leggermente amarognolo. Persistente quanto basta. Valida alternativa ai “cugini” Prosecchi per un aperitivo, Segio Mo Collecion Mionetto è una cuvèe che, a tavola, si sposa bene con fritture leggere o carni non troppo saporite.

LA VINIFICAZIONE
Sergio Rosè è ottenuto da un blend di uve rosse autoctone delle regioni Veneto e Trentino, vinificate in rosato con pressatura soffice e poche ore di macerazione sulle bucce. Il vino base subisce poi il processo di spumantizzazione in autoclave.

Fondata nella zona di Valdobbiadene nel lontano 1887 da Francesco Mionetto, capostipite della famiglia, Mionetto ha saputo in quasi un secolo e mezzo di storia divenire una delle realtà più rappresentative del Prosecco anche a livello internazionale. La svolta nel 2008, quando la cantina è stata acquisita dal gruppo tedesco Henkell & CO. Sektkellerei KG, uno dei maggiori produttori europei di bollicine.

L’accesso ai mercati internazionali è stato così più agevole, senza tuttavia snaturare la propria tradizione e vocazione ai territori della Doc e della Docg. Oggi Mionetto è presente in tutti i maggiori mercati mondiali con 32 tipologie di spumante suddivisi in 7 linee di prodotto differente.

Prezzo: 8,19 euro
Acquistato presso: Iper, la Grande I

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Maculan: “Faremo il vino rosso più buono d’Italia da viti resistenti”

“La nostra sfida per il futuro? Fare il vino rosso più buono d’Italia da varietà resistenti”. Fausto Maculan sceglie la strada delle varietà di vite resistenti alle malattie.

Il produttore di Breganze (Vicenza), marchio noto in particolare per il Torcolato e i rossi Fratta e Crosara, metterà a dimora il prossimo autunno i primi vigneti di Merlot Khorus e Sauvignon Rytos, due varietà resistenti selezionate dall’Università di Udine. Una conversione che nel corso di un decennio coinvolgerà progressivamente tutte le varietà coltivate.

“Il primo impianto sarà complessivamente di sole 4000 viti – spiega Maria Vittoria Maculan, responsabile della produzione – ma la nostra intenzione è di rinnovare via via i vigneti più vecchi con varietà resistenti alla malattie. È necessario specificare che queste varietà non sono individui geneticamente modificati, ma tipi ottenuti da incroci intraspecifici con il cambiamento solo del 5% dei cromosomi, ovvero di quelli responsabili degli effetti delle malattie sull’uva. Con queste varietà possiamo applicare solo uno o due trattamenti all’anno rispetto ai 10-11 che si praticano generalmente nel nostro territorio”.

LA SVOLTA
La prima vinificazione dai nuovi vigneti è attesa per il 2020. “Puntiamo ad avere un vino eccellente entro il 2023 – aggiunge Angela Maculan, responsabile commerciale – anno della cinquantesima vendemmia di nostro padre. Certamente il vino per celebrare quella ricorrenza sarà da vitigni resistenti”.

Una scelta fortemente voluta dalla nuova generazione, avallata da Fausto Maculan, che guarda anche al presente: “Nell’attesa di convertire tutta la produzione alle nuove varietà stiamo sperimentando nuove macchine irroratrici: diffondono il prodotto unicamente sulle foglie, aspirando le eccedenze. Niente più deriva aerea e dispersione per terra”.

Una svolta storica per l’azienda fondata nei primi anni Cinquanta da Giovanni Maculan e saldamente nelle mani di Fausto dal 1973. L’annata 2013 è stata la sua quarantesima vendemmia, celebrata con XL Vendemmia, vino a tiratura limitata voluto dalle figlie Angela e Maria Vittoria per festeggiare il padre.

Appena 300 magnum di Cabernet Sauvignon Breganze DOC prodotto con uve provenienti dal vigneto Branza e vestite con un’etichetta realizzata a mano dall’artista vicentino Pino Guzzonato trasformando in carta la fibra ottenuta dai raspi degli stessi grappoli d’uva da cui si è ottenuto il mosto.

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Valpolicella Superiore Doc Ripasso Valdimezzo 2014, Sartori

(4 / 5) E’ uno dei prodotti di punta della casa vinicola Sartori, nel mondo della Grande distribuzione organizzata. Il Valpolicella Superiore Doc Ripasso Valdimezzo, spesso soggetto a promozioni nelle varie catene di supermercati, è un ottimo prodotto di avvicinamento ai grandi vini della Valpolicella, area nota soprattutto per la produzione dell’Amarone.

Di fatto, il Ripasso è un “cugino” del grande vino del Veneto, portabandiera del Made in Italy nel mondo. Il nome “Ripasso” è dovuto alla particolare tecnica di produzione, che prevede un periodo di macerazione del vino a contatto con le vinacce fermentate di uve atte alla produzione di Amarone (o di Recioto).

LA DEGUSTAZIONE
Nel calice, il Valpolicella Superiore Doc Ripasso Valdimezzo 2014 Sartori si presenta di un rosso rubino tendente al granato, impenetrabile. Al naso richiami inconfondibili e tipici di frutti di bosco, tra cui dominano quelli a bacca rossa (ribes e lamponi), senza tuttavia coprire i sentori di mora. Anche i terziari sono evidenti all’olfatto: a tre anni dalla vendemmia, ricordano soprattutto il tabacco, ma anche lo stecco di liquirizia. Con l’ossigenazione, il Valpolicella Superiore Doc Ripasso Valdimezzo Sartori guadagna un pregevole spunto di rosmarino.

L’ingresso al palato è caldo, corrispondente all’olfatto nei richiami ai frutti rossi di bosco. Bocca che poi vira sulla sapidità, che assieme a una equilibrata acidità contribuisce a regalare una beva seriosa ma tutto sommato facile, su piatti di media elaborazione a base di carne e selvaggina. Più che sufficiente la persistenza nel retro olfattivo, dove si assiste al ritorno piuttosto prepotente dei frutti di bosco, questa volta in veste più simile alla confettura.

LA VINIFICAZIONE
Il Valpolicella Superiore Doc Ripasso Valdimezzo 2014 Sartori è prodotto con uve Corvina (55%), Corvinone (25%), Rondinella (15%) e Croatina (5%), allevate nella zona collinare attorno alla città di Verona. Le radici affondano in terreni di tipo argilloso-calcareo.

In seguito alla selezione delle uve nel vigneto, viene eseguita una delicata pigia-diraspatura e fermentazione a temperatura controllata, per 8-10 giorni. La fase che caratterizza il prodotto, come anticipato, è quella del successivo “ripasso” del vino sulle vinacce dell’Amarone. Un’operazione condotta nel mese di febbraio.

Una seconda fermentazione che favorisce sia l’estrazione dei tannini, sia la longevità, sia l’estrazione degli aromi tipici dell’Amarone. Dopo la fermentazione malolattica inizia l’affinamento di circa 12-18 mesi, che prevede anche un passaggio in botti di medie e grandi dimensioni. Dopo l’imbottigliamento il vino riposa per almeno 6 mesi in bottiglia.

Prezzo: 7,49
Acquistato presso: Esselunga

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Da Praga a Valtice: tour tra vini e vigneti della Repubblica Ceca

Prima i Celti, poi i Romani e le popolazioni Slave. La storia della viticoltura in Repubblica Ceca ha radici profonde duemila anni. E anche se oggi siamo abituati a pensare a Praga come la destinazione perfetta per gustare ottime birre (Staropramen e Pilsner Urquell per citare solo le più celebri) la capitale ceca è ricca di scorci mozzafiato legati proprio al mondo del vino.

Vigneti a picco sulla città boema e intere colline in Moravia, nel Sud del Paese. E’ questo lo spettacolo che offre la Repubblica Ceca agli amanti del nettare di Bacco. Un piacere per gli occhi che poi diventa magia nel calice, con produzioni degne di grande attenzione a livello europeo e internazionale. E’ il caso dei Riesling della Moravia, dove si concentra il 96% del vigneto ceco, tagliato dal 49° parallelo, al pari dell’Alsazia.

Ma la Repubblica Ceca è anche terra di ottimi Pinot Noir, ottenuti soprattutto nella sottozona morava di Velkopavlovická, non a caso la più calda e soleggiata della nazione. Non ultimi i vitigni a bacca bianca come la Palava (incrocio tra Traminer e Muller Thurgau super resistente alle malattie e alla botrytis cinerea), e i rossi il più delle volte semplici – ma mai banali – prodotti da Modrý Portugal (Blue Portugal) e, soprattutto, Blaufränkisch o Frankovka modrá (Franconia), dal bel tannino elegante.

DOVE BERE VINO IN REPUBBLICA CECA
Se state pianificando un wine tour in Repubblica Ceca e la vostra “base” è la città di Praga, un must è il Vinograf di Senovazne Square, 23. “In wine we trust” il claim che dice tutto. Più di 700 vini (50 al calice) sulla “carta” di quello che è molto più di un wine bar o di un’enoteca, grazie anche ai piatti dello chef Milan Horejš. Saranno invece Pavel Nikl e il suo staff a guidare la degustazione dei vini cechi più rappresentativi. Ecco quelli che abbiamo degustato.

  1. Pinot Noir Claret 2014 Brut Nature, Vinařství Pod Chlumem: Giallo dorato, perlage sottile. Particolarmente minerale al naso. Spuma bianca corposa che in bocca si scioglie dolcemente. Conferma grande mineralità anche al palato, dove si rivela persistente, lungo: pesca, ananas, papaya. Finale tra l’ammandorlato e il salino. Sensazione, quest’ultima, che cresce di sorso in sorso.
  2. Ryzlink Vlassky 2015, Vinarstvi Ilias. Giallo paglierino. Naso spiccatamente fruttato, con una punta di idrocarburo che diventa sempre più preponderante nel calice. In bocca mediamente caldo, fruttato di pesca. Mineralità che permette comunque di definire rotondo il nettare. Persistente.
  3. Palava 2016, Regina Coeli. Giallo dorato. Naso di frutta matura, pesca, albicocca. Vegetale di fieno. In bocca esplode, caldo, pieno, secco. La frutta matura rispunta nel finale, ben compensata da una buona mineralità. Piuttosto morbido. Persistente. Con l’ossigenazione e guadagnando qualche mezzo grado in più di temperatura sembra assumere tinte balsamico, d’arnica.
  4. Cuvee Quatre 2014, Dobra Vinice. Giallo quasi ambrato, naso che vira dalla vaniglia al miele, con una punta di vegetale. Bocca calda, piena: caramello, peperone giallo, pepe bianco. Morbido ma pungente. Bella acidità. Un vino dai contrasti in perfetto equilibrio.
  5. Pinot noir 2014, Kocarik. Rosso rubino piuttosto trasparente, unghia tendente al rosato. Tipico al naso con i suoi frutti rossi, ma di un’avvolgenza incredibile. Sembra yogurt ai frutti rossi. In bocca sfodera una bella acidità di ribes e lamponi, su sottofondo di vaniglia bourbon. Vinificazione in botti grandi di acacia, metà nuove e metà di secondo e terzo passaggio.
  6. Shisar Cuveé 2012 (magnum), Zapletal. Interessante blend di Merlot (40%), Rulandské modré – Pinot noir (40%) e Cabernet Sauvignon (20%). Quindici mesi di legno. Rosso granato impenetrabile. Il Pinot nero al naso è riconoscibile per l’eleganza, così come la note di peperone del Cab. Più nascosto, l’erbaceo tipico del Merlot. Una bella parte minerale, che si compensa con l’acidità. Perfetto l’abbinamento con il Grana di latte moravo.
  7. Pinot noir ‘The best of Jaroslav Springer’ 2012, Stapleton & Springer. Cantina relativamente giovane (2004) fondata dall’ex ambasciatore americano Craig Stapleton, dall’avvocato Benjamin Stapleton e dal produttore ceco Jaroslav Springer. Una realtà focalizzata interamente sul Pinot Noir di alta qualità. ‘The best of Jaroslav Springer’ si presenta di un rosso rubino trasparente. Un Pinot Noir dalle note fruttate di eccezionale pulizia, “disturbate” da una vena di rabarbaro e pan di zenzero (amaro e ‘dolce piccante’ in splendido contrasto). Non manca una parte vegetale, sottile. In bocca caldo, strutturato, fresco per acidità. Frutti rossi e vaniglia conferita da un legno tutt’altro che invadente. Sempre al palato riecco una parte vegetale (peperone verde) che conferisce una certa piccantezza. Lungo nel retro olfattivo.

LE VIGNE DI PRAGA
Chi lo avrebbe mai detto? La capitale della Repubblica Ceca conserva antichi vigneti e impianti più recenti che ancora oggi producono vino. Il più pittoresco è senza dubbio il vigneto di San Venceslao, raggiungibile a piedi dalla fermata della metropolitana Malostranská (linea A, verde), proprio sulle pendici del castello di Praga. I vini qui prodotti sono sulla carta del lussuoso ristorante Villa Richter, situato proprio tra i filari. Ma la proprietà non ha previsto la possibilità di degustazioni ad hoc dei vini. Non resta dunque che scegliere tra i vini al calice, per una cifra totale che si aggira attorno ai 35 euro.

Vale la pena comunque anche solo passeggiare nella vigna, le cui prime notizie ufficiali risalgono al X secolo dC. Secondo La leggenda è uno dei vigneti più antichi dell’intera Boemia, dove il “vigneto del Signore” (“Lord’s vineyard”) era curato da Venceslao, santo patrono della Repubblica Ceca. Il vigneto ristrutturato presenta un totale di 2500 piante delle varietà Pinot Noir e Riesling Renano. Il Pinot Noir è un ricordo del sacro imperatore Carlo IV, colui che portò questa varietà in Boemia dalla Francia. Si iniziò invece a coltivare il Riesling, originario della zona tedesca del Reno, in una fase successiva. Lungo il percorso che collega Villa Richter al castello di Praga è possibile ammirare anche altre varietà di vite coltivate in Repubblica Ceca.


Ma c’è un altro luogo incantevole legato all’antica viticoltura praghese. E’ il vigneto Grébovka (vinohrady Grébovka), parte integrante del grande Havlíčkovy sady, un parco incontaminato dove scorrazzano simpatici scoiattoli, lontani dal caos dei turisti che affollano la capitale ceca, dominato da Villa Gröbe, splendida dimora estiva in stile neo rinascimentale. Siamo a Praga 2. Una volta raggiunta l’area verde (fermata del tram Krimská), è possibile ammirare il vigneto attorno all’imponente caseggiato. Per degustare i vini prodotti nel vigneto Grébovka occorre tuttavia sedersi ai tavolini di Vinicni Altan, l’Altana Vinicola o “Gazebo della vigna”, una struttura in legno immersa tra i filari.

Le varietà coltivate sono Müller Thurgau, Riesling, Pinot Grigio, Hibernal, Pinot Noir, Blau Portogallo, Dornfelder e Neronet, su una superficie di 1,6 ettari. Vengono tutte vendemmiate e vinificate a Praga dalla cantina Sklep Grébovka di Iveta Bulánková e Pavel Bulánek. Moglie e marito gestiscono sia il vigneto che le attività del wine bar Vinicni Altan, divenuto luogo di incontro e dibattito sul mondo del vino, sede di mostre e ritrovo per molti artisti praghesi, nonché incantevole location per cerimonie private e matrimoni.

Tra i vini, ottimo il loro Müller Thurgau 2016, molto profumato, come nelle migliori attese. In bocca buona struttura e, al contempo, morbidezza e mineralità. Corrispondente al naso e in bocca su note di pesca, regala un tocco di pepe bianco che impreziosisce la beva. Semplice, ma non banale, la cuveé di rossi Frankovka e Modrý Portugal.


Terza ma non ultima meta per i winelovers in viaggio a Praga è il vigneto di Santa Clara. In questo caso bisogna spostarsi fuori dal centro della metropoli, raggiungendo il Giardino Botanico (Botanická zahrada Praha). Siamo nel quartiere di Troja, a Praga 7. Lo si raggiunge agilmente con il tram 112 (fermata Kovárna), dalla fermata della metropolitana Nádraží Holešovice (linea C, rossa).

Qui incontriamo Eliška Muchnová (nella foto), direttrice dello store ove è possibile acquistare i vini prodotti direttamente dal vigneto di Santa Clara. “La vigna e la sua cantina – spiega – sono parte integrante del giardino botanico praghese. Coltiviamo principalmente Riesling e Pinot Noir, le due varietà più tipiche del nostro territorio, su una superficie totale di 3,5 ettari. Una storia iniziata nel 2004, con la prima vendemmia”. E che dura sino ad oggi, con una produzione complessiva di 16 mila bottiglie l’anno che si arricchirà, presto, di una nicchia di distillati.

Eliška guida la degustazione dalle vasche d’acciaio della vendemmia 2016 (prossimamente in bottiglia), alla scoperta delle altre varietà allevate: Gewurztraminer, Pinot Grigio, Sauvignon e Moscato. Un tasting dagli evidenti tratti territoriali, con il comune denominatore di un elevato residuo zuccherino. Risultato? Una produzione piuttosto standardizzata sulle rotondità, sulle morbidezze e sulla facilità della beva.

Il Riesling 2016 stacca di netto gli altri bianchi, anche se non brilla in quanto a mineralità e la tipica nota di idrocarburo sia leggermente offuscata dalle note fruttate mature. La vera gemma è il Pinot Noir, con la 2015 (tuttora a riposo in barrique) che si prepara a diventare piacevolissima entro 4-5 anni dall’imbottigliamento. Di assoluto valore il Pinot Nero 2012, altro prodotto longevo, da assaporare al top entro i prossimi 3-4 anni.


LA MORAVIA
Tappa imprescindibile di un wine tour in Repubblica Ceca è la Moravia. Per chi ha poco tempo per visitare cantine e vigneti, il luogo adatto è il Salone dei Vini della Repubblica Ceca. Siamo a Valtice, nella Moravia centrale, quasi al confine con l’Austria. A due ore e 45 minuti da Praga e 50 minuti dalla città di Brno, nota nel mondo per il circuito del Gran Premio Motociclistico del motomondiale.

Scelta vincente e lungimirante quella delle istituzioni ceche, che hanno deciso di collocare nel Castello di Lednice Valtice il centro vinicolo nazionale (Národní Vinarské Centrum). Un complesso barocco dotato di una preziosa cantina, nella quale sono disposti i 100 migliori vini cechi dell’anno. I visitatori hanno la possibilità di degustare da un minimo di 16 alla totalità delle etichette presenti, avvalendosi se necessario della guida di alcuni sommelier. Come il giovane Vojtech Vaculík.

“Ogni anno – spiega – arrivano 400 campioni alla commissione di degustatori del castello di Valtice. Accedono alla finale 200 vini, tra i quali vengono decretati i 100 migliori. I vini sono suddivisi per tipologia, dai bianchi ai rossi agli spumanti, passando per i passiti e per gli ice wine. Ogni vino è corredato da un pannello con le caratteristiche organolettiche e con il profilo dell’azienda produttrice, in lingua ceca e in inglese”.

Sul pannello c’è proprio tutto: dalla percentuale di alcol in volume al residuo zuccherino, passando per l’uvaggio al numero di bottiglie prodotte per quella determinata vendemmia. “Per arrivare a competere alle fasi finali – continua Vaculík – le cantine devono superare diversi step a livello regionale, sia in Boemia, nelle due sottozone Litomerichá e Melnická, sia in Moravia, dove le sottozone sono quattro: Znojemská, Mikulovská, Velkopavlovická e Slovácká”. Circa 1200, dunque, i vini tra i quali vengono scelti i 100 presenti al Salone Nazionale di Valtice, diretto da Pavel Krška. Ecco quelli che più ci hanno colpito.

  1. Chardonnay 2015 Velkopavlovická, Vinarství U Kaplicky Sro. Nettare di colore giallo dorato, con riflessi verdolini. Ai sentori di frutta si affiancano quelli,  netti, di idrocarburo. Al palato un’esplosione, tutta giocata sul contrasto tra morbidezze e durezze, tra il caramello e le spezie. Acidità da campione, per un vino bianco dalla longevità eccezionale.
  2. Chardonnay & Rulandské sedé 2013, Sonberg. Blend di Chardonnay e Pinot Grigio dal naso stupefacente, giocato tra l’idrocarburo, il burro e la soluzione salina (avete presente la salamoia d’oliva?). In bocca un’acidità quasi balsamica. Lungo il finale, sulla sapidità e la scorza d’agrumi. Altro vino di grandissima longevità.
  3. Ryzlink Rýnský 2013, Vinselekt Michlovský As. Tra i tanti Riesling selezionati dalla giuria, questo è uno di quelli che ci convince di più. Bouquet caratteristico al naso, cui si sommano miele, frutti tropicali e fiori. Al palato una leggera spezia piccante, che si diverte a dominare su note di vaniglia.
  4. Gewurztraminer  2015, Miroslav Volarik. Un Gewurztraminer splendido, che unisce aromaticità e mineralità. Finale lungo e deciso, sul pepe bianco.
  5. Frankovka 2013, Vino Botur. Un vino rude, agricolo. Che fa pensare subito all’accostamento, in cucina, con la selvaggina. O con il goulash. Naso intenso di prugne secche e ciliegia. In bocca, confettura ai piccoli frutti a bacca rossa su sfondo tannico.
  6. Skale Family Reserve 2011, Vinarství Springer. Il gioiello di famiglia di questa cantina di 5 ettari, dislocati a Čtvrtě e Skale, a metà tra Brno e Valtice. Blend tra Cabernet Sauvignon e Merlot da incorniciare.
  7. André 2012, Vinselekt Michlovský As. Vitigno autoctono della Moravia, l’André si esprime in maniera molto convincente in questa vendemmia 2012 di Vinselekt Michlovský. Per intenderci, nel calice ricorda un Pinot Noir: dal colore, rosso trasparente, al naso di piccoli frutti di bosco. Sentori puliti, freschi, accattivanti. Al palato una nota elegante di cioccolato, stesso sentore sul quale chiude, lungo. Gran bel prodotto.
  8. Rulandské Modré Barrique 2013, Stepan Manák. Un Pinot Nero barrique dritto, diretto, senza fronzoli. Sentori “grassi” di frutti rossi, che ricordano la marmellata, senza mai stancare.
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Approfondimenti

Focus su genomica e post genomica alla Fondazione Edmund Mach

Immagine di repertorio

Si è svolto oggi alla Fondazione Edmund Mach il convegno patrocinato dall’Accademia italiana della vite e del vino, prestigiosa istituzione fondata nel 1949 per promuovere il settore vitivinicolo italiano. Al centro dell’incontro, che ha riunito presso il Palazzo della Ricerca e della Conoscenza un centinaio di accademici del vino, il tema della genomica e post genomica, con focus sulle prospettive e applicazioni per la viticoltura italiana.

Sono intervenuti in apertura il presidente FEM, Andrea Segrè, e il presidente dell’Accademia, Antonio Calò, alla presenza del direttore generale, Sergio Menapace, e del dirigente del Centro Trasferimento Tecnologico, Michele Pontalti.

“L’originalità italiana è profonda – ha spiegato Antonio Calò– perché fra i vini “di vitigni” e “di zona”, sono stati valorizzati vitigni particolari in zone particolari. Sul pilastro costituito dai vitigni vi sono all’orizzonte prospettive formidabili sostenute dai progressi della genetica e ciò è fondamentale per la sostenibilità delle coltivazioni. Ma, attenzione, a non perdere il patrimonio di variabilità oggi esistente”.
Riccardo Velasco, responsabile del dipartimento genomica e biologia piante da frutto, ha parlato di applicazioni biotecnologiche per una viticoltura sostenibile. La genetica ed ancor più la genomica hanno caratterizzato, infatti, la conoscenza scientifica di questo ultimo decennio, forse più nella vite che per qualunque altra specie coltivata. Il genoma della vite, pubblicato nel 2007 e oggetto di continuo affinamento da parte di numerosi gruppi internazionali, ha avuto, in particolar modo dall’Italia, una grande attenzione e numerosi contributi alla sua approfondita conoscenza, ed è stato anche in un certo qual modo pioniere per l’intero comparto orto-viti-frutticolo. “Grazie a questi studi – ha spiegato Velasco- è oggi possibile pensare ad un approccio radicalmente diverso alla gestione della vite, a prospettive del tutto nuove della viticoltura del futuro” . Nuovi approcci biotecnologici forniscono oggi alternative al miglioramento genetico classico, pur supportato dai marcatori molecolari. I prodotti dei due approcci sono egualmente utili ed interessanti”.
E’ stata la volta poi di Marco Stefanini, responsabile dell’unità genetica e miglioramento genetico della vite, che ha illustrato l’attività di miglioramento genetico della vite con la tecnica dell’incrocio presso la FEM che ha riguardato la produzione di nuovi genotipi maggiormente tolleranti alle principali patologie fungine della vite.
“Il valore dell’attività di incrocio, oltre ad ottenere viti con produzioni qualitativamente interessanti e adatte a ridurre gli interventi fitosanitari, permettono di rintracciare caratteri di adattamento a condizioni climatiche in evoluzione o esigenze di mercato in continua mutazione. Anche in questa ottica è importante l’attività di selezione di nuovi genotipi ottenuti da incrocio di Vitis vinifera e selezionati come primo carattere la maggiore tolleranza alla botrite. Presso la FEM si producono circa 15.000 semenzali per ogni anno, provenienti da circa 50-60 combinazioni di incrocio, selezionati per la tolleranza alle patologie fungine e qualità della produzione. Sono in fase di raccolta dati per l’iscrizione al Registro nazionale delle Varietà di Vite da vino 30 incroci di Vitis vinifera di cui 4 già iscritte (IASMA ECO 1;2;3;4) , 10 resistenti a peronospora e oidio.
Infine, Arturo Pironti, consulente legale in-house FEM, ha fatto un breve excursus storico-giuridico in tema di proprietà intellettuale, parlando nello specifico di tecniche di protezione giuridica dell’innovazione nel settore vegetale offerte dall’ordinamento, uno strumento necessario per una efficace valorizzazione. “Il recente e sempre più vivo dibattito sui nuovi approcci biotecnologici in tema di miglioramento genetico del materiale vegetale rappresenta la cartina di tornasole ideale attraverso cui misurare e valutare lo stato attuale del rapporto tra la disciplina sui brevetti biotecnologici e quella sulle privative per nuove varietà vegetali”.
L’Accademia Italiana della Vite e del Vino, una tra le più prestigiose istituzioni in campo vitivinicolo,  è stata costituita il 30 luglio 1949 dal Comitato Nazionale Vitivinicolo con decreto firmato dall’allora Presidente della Repubblica, Luigi Einaudi, ed eretta a Ente Morale il 25 luglio 1952.  L’appartenenza all’Accademia è considerata come il raggiungimento di un traguardo professionale di prestigio e di onore: attualmente comprende circa 500 membri. L’Accademia ha tra i suoi compiti statutari quello di promuovere gli studi, le ricerche e i dibattiti sui principali problemi della viticoltura e dell’enologia nonché quello di organizzare convegni (Tornate) per discutere dei più importanti problemi di ordine tecnico, economico e giuridico che interessano la vitivinicoltura

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Prowein 2017: l’Umbria del Montefalco Grechetto Doc al debutto

Sono circa 74 le Docg e 333 le Doc che si spartiscono le quote dell’export italiano. In occasione di ProWein, la più grande fiera di vini e liquori del mondo, alle 400 denominazioni nostrane già esistenti se ne aggiungerà una nuova: il Grechetto, varietà bianca autoctona tra le più diffuse in Umbria, è stata introdotta a seguito delle recenti modifiche al disciplinare da parte del Consorzio Tutela Vini Montefalco tra le tipologie della denominazione Montefalco DOC. “L’inserimento della Montefalco Grechetto Doc apporta così ai bianchi della denominazione una connotazione territoriale più riconoscibile”, spiega il Consorzio.

Il battesimo della nuova tipologia enologica sul mercato tedesco è motivata dai recenti trend presentati dal Deutsches Weininstitut, che vedono i consumatori tedeschi muoversi lentamente verso i vini bianchi (nel 2015 il consumo totale di vino è 50% rosso, 40% bianco e 10% rosato). ProWein, dunque, rappresenterà un importante banco di prova anche per il rinnovato Montefalco Bianco DOC che abbandona nell’uvaggio il Trebbiano Toscano in favore del Trebbiano Spoletino, più qualitativo e dotato di caratteristiche intrinseche superiori agli altri trebbiani.

IL MERCATO TEDESCO
La Germania costituisce, ad oggi, il 12% della quota totale di export per i vini di Montefalco ed orienta il fatturato verso l’estero del 60% delle aziende vinicole del territorio. 
Nel 2016, l’Umbria è stata una delle prime quattro regioni (dopo Liguria, Puglia e Valle d’Aosta) con crescita più vivace in termini di vendita di prodotti vinicoli all’estero (+11,6%). Una crescita che fa salire il valore dell’export italiano di circa 25milioni di euro. Il 16,7% della produzione di vino in Umbria è rappresentato dai vini di Montefalco: nello specifico il 6,3% dal Montefalco Sagrantino Docg e il 10,4% dal Montefalco Doc.

L’ultimo decennio ha segnato una importante crescita per le denominazioni montefalchesi. La superficie di vigneto iscritta a Docg è quintuplicata (da 122 a circa 610 ettari), sono state costruite oltre trenta nuove cantine e la produzione del Sagrantino è quadruplicata, passando da 660 mila a circa 2,5 milioni di bottiglie.

PROWEIN PRIMA DI VINITALY
“Questi dati non riescono pienamente a restituire la percezione del lavoro lungo e scrupoloso che è stato fatto negli ultimi dieci anni e che ha condotto lo scenario montefalchese a un rinnovamento totale – spiega Amilcare Pambuffetti, Presidente del Consorzio Tutela Vini Montefalco -. Oggi, il nostro territorio punta in alto con grande consapevolezza e sono fortemente convinto che i 25 anni della Docg Montefalco Sagrantino, denominazione identitaria della nostra produzione, saranno di buon auspicio per affermare la nostra autenticità”.

Entrambe le denominazioni, Montefalco Grechetto Doc e Montefalco Bianco Doc saranno in degustazione anche per l’imminente appuntamento con Vinitaly.

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Gutturnio Superiore Doc 2011 La Gobba, Testa

E’ il “Cru” di Casa Testa, il vino più “esclusivo”. Quello nato da vigneti che godono della migliore esposizione. Parliamo del Gutturnio Superiore Doc la Gobba, prodotto e imbottigliato all’origine dalla Casa Vinicola Cav. Italo Testa Snc di Castell’Arquato, in provincia Piacenza. Abituati dai supermercati – specie nel Nord Italia – a vini Gutturnio mossi, spesso venduti a prezzi risicati che ne denotano la scarsissima qualità, il passaggio a un Gutturnio Superiore, senza “effervescenza”, può costituire un’esperienza unica per i winelovers meno esperti. Una sorta di scoperta delle potenzialità di uvaggi spesso bistrattati, per logiche di commercio, come Croatina e Barbera. Chiariamo, innanzitutto, che al contrario dei “cugini effervescenti”, il Gutturnio Superiore Doc si presta a diversi anni di invecchiamento, proprio perché vinificato alla maniera dei grandi rossi italiani.

Sotto la lente di ingrandimento di vinialsupermercato.it finisce, di fatto, la vendemmia 2011. Tredici gradi e mezzo il titolo alcolometrico. Vino importante, dunque. Che si presenta nel calice di un rosso tra il rubino e il porpora, con riflessi granati. Al naso è schietto, mediamente fine: gli uvaggi si distinguono chiaramente, attraverso note che risultano pulite, nonostante il tempo trascorso in bottiglia. E’ il primo segnale della sublimazione di un prodotto storicamente “contadino” come il Gutturnio, vino della tradizione piacentina, che con il Superiore La Gobba si toglie di dosso le vesti polverose. E indossa la cravatta della domenica.

Al naso fa eco un palato di grande energia. Buona struttura, buon corpo. Con i profumi di ciliegia e prugna che si tramutano in gusto, giocando testa a testa con i fiori di viola e le note evolute di sottobosco (mirtillo, lampone maturo). Spazio, con l’ossigenazione, anche per terziari raffinati di vaniglia e cioccolato, avvolti al palato in tannini morbidi ma tutt’altro che spenti, uniti alla grande freschezza (e chi se l’aspettava, ancora?) conferita da un’acidità autorevole. L’idillio piacentino, da affiancare a importanti portate di carne rossa, dall’arrosto alla cacciagione, passando per la griglia. Alla temperatura dei grandi rossi: 18-20 gradi.

LA VINIFICAZIONE
Non è un caso se il Gutturnio Superiore Doc La Gobba della Casa Vinicola Testa viene prodotto solo nelle annate climaticamente fortunate. Quelle in cui il blend ottenuto al 70% da uve Barbera e al 30% da uve Croatina (Bonarda), garantisce i risultati migliori in bottiglia. I vigneti sono di tipo argilloso e calcareo, con esposizione privilegiata a Sud. L’allevamento a Guyot semplice. La tecnica di vinificazione prevede una pigiadiraspatura delle uve, accuratamente raccolte a mano, la fermentazione con lieviti selezionati in tini di acciaio a temperatura controllata e la macerazione per circa 20 giorni.

L’estrazione di colore, aromi e struttura tannica sono garantiti da rimontaggi giornalieri che evitano la creazione di sgradevoli sentori. L’affinamento si protrae per almeno 38 mesi, con passaggio di 4-6 mesi in botti di rovere di Slavonia, prima di un ulteriore affinamento in bottiglia che precede la commercializzazione. Ottimo vino, il Gutturnio Superiore La Gobba, dopo i 4-5 anni dalla vendemmia.

Prezzo: 6,95 euro
Acquistato presso: Auchan

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La crisi del vino novello spiegata da Cavit

Trecentoquarantamila bottiglie. Si assesta su queste cifre la produzione di vino novello da parte di Cavit, Cantina Viticoltori del Trentino. Cifre in decremento. Così come in picchiata risultano, su scala nazionale, le vendite di vino novello. Una crisi senza fine, quella del corrispettivo italiano del Beaujolais nouveau francese. Il primo nettare della vendemmia, ottenuto (almeno parzialmente) mediante macerazione carbonica, ha perso il fascino di 10 anni fa. In Italia se ne producevano 10 milioni di bottiglie. Oggi 2 milioni. Il minimo storico, come sottolinea la stessa Coldiretti.

“Indubbiamente – spiega Susi Pozzi, direttore Marketing Italia di Cavit S.C. – il mercato del Novello negli anni ha subito un ridimensionamento, sia dal punto di vista delle bottiglie totali sia del numero di produttori. E’ un prodotto che ha raggiunto la fase di maturazione e declino. Le motivazioni sono diverse: un calo generalizzato del consumo di vino, la perdita ‘dell’effetto attesa’, dopo la modifica della data del cosiddetto ‘deblocage‘ del 6 novembre, una costante rincorsa all’anticipo del Natale che ha eroso ‘spazio/tempo’ alla vendita di questo prodotto, in particolare nel canale Gdo”.

Eppure, per Cavit, la produzione di vino novello rappresenta un segmento importante. “Il nostro novello Fiori d’Inverno è leader nel canale Gdo – precisa ancora Pozzi – mentre Terrazze della Luna è dedicato al canale Horeca. Il novello, per Cavit, rappresenta ancora un prodotto importante, che sosteniamo con eventi ad hoc per comunicare al consumatore e agli opinion leader la peculiarità dell’uva Teroldego, particolarmente adatta alla tecnica della macerazione carbonica, oltre alle caratteristiche distintive dei nostri Novelli”.

IL NOVELLO DI CAVIT
L’Igt Vigneti delle Dolomiti “Fiori d’Inverno”, destinato ai supermercati, è un vino di pronta beva, preparato e proposto al consumatore già un mese dopo la fine della vendemmia. La zona di produzione è il Campo Rotaliano, nei comuni di Mezzolombardo, San Michele all’Adige e tra le colline coltivate a vite di Roverè della Luna. In particolare, “Fiori d’Inverno” nasce dalle uve di due vigneti autoctoni trentini: Teroldego e Schiava Gentile, che contribuiscono al blend rispettivamente al 70 e al 30%.

La tecnica usata per la vinificazione del Teroldego è la macerazione carbonica: le uve, perfettamente sane e mature, vengono fatte sostare intere e non pigiate in tini di acciaio inox in ambiente saturo di anidride carbonica. Durante questo periodo avviene la fermentazione intracellulare con estrazione delle sostanze aromatiche più delicate presenti nella buccia. Dopo qualche giorno l’uva viene pressata e il mosto fatto fermentare a temperatura controllata. Unito alla Schiava gentile (che dunque non subisce macerazione carbonica) viene poi sottoposto a un breve affinamento in tini di acciaio inox, prima dell’imbottigliamento e della commercializzazione. Dati analitici: alcool 11,50% vol., acidità totale 4,8 g/l, estratto secco netto 26 g/l, zuccheri residui 7 g/l.

Caratteristiche organolettiche: colore rosso rubino, vivo e brillante. Profumo netto, marcatamente fruttato con sentore di lampone e fragola tipico dei vini ottenuti in macerazione carbonica. Sapore secco, piacevolmente equilibrato, di corpo leggero, ma elegante e vivace. Temperatura di servizio: 12-14° gradi.

Il Novello di Teroldego Igt Vigneti delle Dolomiti “Terrazze della Luna” è vinificato e proposto al consumatore appena dopo un mese dalla vendemmia. “A torto – spiega Susi Pozzi – per la sua giovinezza, è considerato di ‘relativa’ qualità: è invece il frutto di un’attenta selezione delle uve, di una raffinata tecnica enologica e di un efficiente servizio al consumatore più curioso”. La zona di produzione è sempre quella del Campo Rotaliano in Trentino, ossia l’area vitata delimitata dalle Borgate di Mezzolombardo, Mezzocorona e San Michele all’Adige, collocata lungo i fiumi Adige e Noce. “L’esperienza – evidenzia Pozzi – ha dimostrato che il vitigno più adatto all’elaborazione del vino Novello è l’autoctono Teroldego, opportunamente selezionato e vinificato in purezza. La particolare resistenza ‘meccanica’ della buccia consente di mantenere integri gli acini durante la prima fase di vinificazione in macerazione carbonica delle uve intere. Particolare questo molto importante per i processi enzimatici che avvengono in questa prima fase all’interno dell’acino e che conferiscono al vino quel particolare sentore fruttato e fresco, tipico del novello”.

Il metodo di elaborazione è quello della macerazione carbonica. I grappoli maturi e perfettamente sani vengono posti interi, e non pigiati, in piccoli tini di acciaio inox. La macerazione in ambiente chiuso, in totale assenza di ossigeno, favorisce l’estrazione delle sostanze aromatiche e coloranti dalle bucce. Dopo alcuni giorni si passa alla pigiatura delle uve, avviando il mosto alla fermentazione a temperatura controllata. Un breve affinamento in recipiente d’acciaio inox precede imbottigliamento e commercializzazione.

Caratteristiche organolettiche: colore rosso rubino, vivace e brillante; profumo netto con marcato sentore fruttato che ricorda i frutti di bosco e in particolare il lampone. Sapore fresco, armonico, delicato e piacevole. Dati analitici: alcool 12,00% vol, acidità totale 5 g/l, estratto netto 26 g/l, zuccheri residui 6 g/l. Temperatura di servizio: 12-14° gradi.

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Vini al supermercato

Alsace Riesling Réserve 2014, Pierre Sparr

(1,5 / 5)Nella giungla dei vini al supermercato è facile perdersi. E’ ancora più facile perdere la rotta quando ci si addentra nel tortuoso mondo dei vini francesi del supermercato. Ma la bussola impazzisce, letteralmente, sul Riesling Réserve 2014 Pierre Sparr. Doveroso sottolineare, in primis, che non si tratti di un prodotto “Aoc”, ovvero d’Appellations d’origine contrôlée, il corrispettivo transalpino della “Doc” italiana. Bensì di una semplice Appellation Alsace Contrôlée: formula con la quale viene genericamente identificato il vitigno alsaziano utilizzato per la produzione, in questo caso il Riesling. Un prodotto, dunque, che già di per sé rappresenta l’ombra dell’originale. E a questo punto, ad Esselunga, andrebbe chiesto perché inserire in assortimento un prodotto francese di “serie b”, peraltro a un prezzo non certo alla portata di tutti? Forse, la risposta sta sull’etichetta posteriore: in quell’analisi altisonante del Riesling Riserva Pierre Sparr, che a noi di vinialsuper pare…davvero nulla di che.

Quantomeno, raccomandiamo – per l’ennesima volta – agli addetti del supermercato di “girare le annate” e di trattare la corsia del vino come quella dei biscotti (già, perché anche il vino “scade” se è di bassa qualità, o se è prodotto con vitigni non adatti all’invecchiamento, o se è stato ‘turato’ con sugheri economici). Sul banco dove preleviamo questo Riesling, di fatto, sono presenti due annate. La 2014, che scegliamo per la nostra degustazione. E la 2013, dimenticata sul fondo dello scaffale: bottiglie piene di polvere e “liquido” visibilmente “ridotto” all’esame del collo della bottiglia, rispetto alla “sorella” 2014.

L’ANALISI DI VINIALSUPER
La domanda che continua a frullarci nella testa, mentre sorseggiamo questo…”Riesling Alsaziano Riserva”, è: perché? Perché? Dell’eleganza e della finezza dei Riesling d’Oltralpe, neppure l’ombra. Questo Pierre Sparr – a proposito: maison prestigiosa, la cui storia affonda le radici nell’anno 1680, a Beblenheim, in Alsazia per l’appunto – sembra piuttosto un vino di montagna, di quelli che servono in brocca nelle osterie.

Mancano, al naso, i caratteristici spunti di frutta a polpa bianca e di agrumi, mentre risaltano con una certa insistenza i soli fiori bianchi freschi. Sembra quasi un Gewurztraminer base, quando spunta invece, con l’ossigenazione, qualche richiamo olfattivo dolciastro, che ricorda il miele. Desaparecidos i sentori minerali, vera e propria “firma” della straordinaria Valle del Reno, di cui il Riesling alsaziano è simbolo. Al palato, struttura scarsa, monocorde, fruttata fresca. E, anche qui, nemmeno l’ombra della mineralità che si potrebbe (dovrebbe?) attendere dal vitigno. Consigliamo questo vino a tutto pasto. Degli altri.

LA VINIFICAZIONE
Apprendiamo dal sito web dell’importatore e distributore “esclusivo” del Riesling Riserva Pierre Sparr, la Boldrini Import Export di Roma, alcune informazioni sulla tecnica di vinificazione. Si tratta, come atteso, di un Riesling in purezza, ottenuto da vigne dell’età media di 26 anni. La vendemmia è condotta sul finire del mese di ottobre. La fermentazione avviene poi a temperatura controllata, con successivo riposo sulle fecce fini: un’operazione volta a favorire l’aromaticità del prodotto. Da apprezzare la schiettezza con la quale l’importatore descrive i sentori fruttati e minerali di questo Riesling Alsaziano, parlando di semplici “reminiscenze”. Chapeau.

Prezzo pieno: 7,19 euro
Acquistato presso: Esselunga

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Vini al supermercato

Corvo Rosso Igt Terre Siciliane 2014, Duca di Salaparuta

(3,5 / 5) Nero d’Avola, Nerello Mascalese e Pignatello, noto anche come Perricone. Duca di Salaparuta, gruppo che riunisce tre marchi storici della “sicilianità” come Corvo, Florio e la stessa Duca di Salaparuta, produce con questi tre vitigni uno dei vini più noti dell’intera isola, commercializzati in grande distribuzione: il Corvo Rosso Igt Terre Siciliane. Sotto la lente di ingrandimento di vinialsupermercato.it, la vendemmia 2014.

LA DEGUSTAZIONE
Nel calice, il vino si presenta di un rosso rubino brillante, di moderata trasparenza, con riflessi tendenti al granato. Al naso si rivela di buona complessità. Nuovi sentori fanno capolino col passare dei minuti, grazie all’ossigenazione. Si passa da subitanee percezioni di fiori di mandorlo e frutta rossa (marasca), a più profondi richiami a spezie leggere, sino a piacevoli tinte vegetali di carruba.

Al palato, il Corvo Rosso Igt Terre Siciliane Duca di Salaparuta gioca tutto sulle morbidezze e sulla facilità della beva. Da quello che viene definito dallo stesso produttore “un vino quotidiano”, non ci si può aspettare di meglio. E invece questo rosso siculo riesce ad andare oltre: il blend funziona, è ben equilibrato. La terra fa il resto.

Alle note semplici e avvolgenti di frutta rossa (di nuovo marasca) fa da contraltare una sapidità che chiama il sorso successivo: asciutto, moderatamente caldo, piacevolmente vinoso e, soprattutto, di sufficiente persistenza. Il Nero d’Avola che fa da base costituisce l’ossatura del vino, la sua struttura. A Nerello Mascalese e Pignatello-Perricone il compito di impreziosirla, assieme al legno della botte grande in cui matura il Corvo Rosso. Interessante vino a tutto pasto, tutt’altro che banale per la fascia prezzo in cui si posiziona, si presta ad accompagnare grigliate di carne, arrosti e formaggi di media stagionatura. A una temperatura di servizio di 16-18 gradi.

LA VINIFICAZIONE
E’ nei terreni più vocati alla viticoltura della Sicilia che affondano le radici i vitigni del Corvo Rosso, cullati da un microclima ideale. Siamo nella zona centro orientale, tra le province di Agrigento e Caltanissetta, a un’altezza che varia tra i 50 e i 350 metri sul livello del mare. La terra è di tipo misto, ma con percentuali considerevoli di calcare attivo. L’allevamento è condotto da Duca di Salaparuta col metodo della controspalliera e dell’alberello, con una densità di ceppi per ettaro medio-alta, pari a circa 4 mila piante. La vendemmia è manuale e, a seconda delle annate, avviene dalla seconda settimana di settembre alla prima settimana di ottobre.

La fermentazione del Corvo Rosso è affidata al metodo tradizionale, con macerazione sulle bucce per un periodo che può variare dai 6 agli 8 giorni. Seguono svinatura, pressatura soffice e fermentazione malolattica: un passaggio fondamentale, quest’ultimo, per garantire maggiore piacevolezza alla futura beva con la trasformazione dell’acido malico in acido lattico. Corvo rosso Terre Siciliane Igt Duca di Salaparuta matura poi per almeno 10 mesi in grandi botti di quercia e, successivamente, in tini di cemento vetrificato. Prima della commercializzazione, questo rosso di Sicilia affina in bottiglia per altri 2 mesi, a temperatura controllata. Viene prodotto dal 1824, anno di fondazione di un marchio di cui è divenuto il simbolo.

Prezzo pieno: 5,89 euro
Acquistato presso: Iper Coop

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news ed eventi

Vendemmia 2016, la Francia cede il primato all’Italia

E’ atteso un calo di circa il 10% della produzione di vino in Francia rispetto allo scorso anno con produzione si dovrebbe quindi attestare a 42,9 milioni di ettolitri, di molto inferiore ai 48,5 milioni di ettolitri stimati per l’Italia da Ismea. E’ quanto emerge da una analisi della Coldiretti sulla base del servizio statistico del ministero agricolo transalpino Agreste, dalla quale si evidenzia che l’Italia conquista quest’anno il primato mondiale nella produzione mentre la Francia potrebbe addirittura perdere addirittura il posto d’onore a vantaggio della Spagna dove le prime stime parlano di valori attorno ai 45 milioni di ettolitri. La débacle produttiva francese è dovuta a gelate primaverili che hanno colpito alcune zone viticole (Champagne, Borgogna e la Valle della Loira), episodi ricorrenti di vento, cui si sono aggiunti il peggioramento della siccità verso il Mediterraneo e la grandine in alcune aree (Charente, Borgogna-Beaujolais, Linguadoca-Rossiglione) che hanno pesano sulla raccolta. In Italia, come evidenzia Coldiretti, si registra un andamento fortemente differenziato tra le diverse regioni con il primato produttivo in Veneto con 9,7 milioni di ettolitri in aumento del 2% rispetto allo scorso anno, ma incrementi del 5% sono previsti anche in Emilia Romagna, dell’8% in Toscana, del 5% in Piemonte e in crescita anche la Puglia mentre un forte calo del 15 % si rileva in Sicilia, tra le regioni con i maggiori raccolti.

“L’Italia – commenta il Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali, Maurizio Martina – si conferma primo produttore di vino al mondo per quantità. Un dato importante, soprattutto tenendo conto della grande qualità che sappiamo sviluppare in tutti i territori delle nostre regioni. Ora dobbiamo diventare leader anche per valore. Una sfida alla nostra portata, che vogliamo e dobbiamo vincere insieme ai produttori, continuando a investire su qualità e innovazione. Il Governo fa la sua parte. Nel nostro piano di ricerca per le biotecnologie sostenibili c’è un Focus specifico dedicato alla vite, così come la viticoltura sarà protagonista nella crescita dell’agricoltura di precisione in Italia. Agiamo poi sulla semplificazione per le aziende e sul fronte della promozione e della tutela. Anche sul web”. Proprio il 9 settembre, l’Italia sarà protagonista sulla piattaforma di e-commerce Alibaba in occasione della giornata dedicata al vino.” Un segnale importante – dichiara Martina – che ci dimostra le potenzialità di questo settore e le occasioni da cogliere sui mercati internazionali. Abbiamo un sistema vitivinicolo da oltre 14 miliardi di euro, con un export che nel 2015 ha toccato il record dei 5,4 miliardi e che nei primi cinque mesi del 2016 ha registrato un trend in crescita. Non solo numeri – conclude Maurizio Martina – ma tradizione, legame con il territorio, eccellenza, una biodiversità che vanta oltre 500 vitigni coltivati. È questo che rende il sistema Italia unico al mondo. È su questo che dobbiamo costruire il successo dei prossimi anni”.

“Una buona vendemmia quella del 2016 – aggiunge Antonio Rallo (nella foto), Presidente Unione Italiana Vini (Uiv) – che mantiene valori quantitativi da record superando le previsioni di Spagna (42,9 milioni di hl) e Francia (43 milioni di hl). Dopo un andamento primaverile non sempre favorevole l’estate si sta chiudendo con ottime condizioni. Il miglior battesimo per l’Osservatorio del Vino, promosso da Uiv e Ismea che, quest’anno per la prima volta, diffonde le previsioni vendemmiali raccogliendo l’eredità della ventennale collaborazione tra questi due soggetti. I dati rilevati, sono frutto di una ricognizione puntuale effettuata tra il mese di agosto e i primi di settembre in tutte le zone vitate del Paese, integrati, grazie all’Osservatorio, in un sistema organico e strutturato di monitoraggio della produzione e dei mercati interno ed internazionale che rappresenta un punto di svolta per il sistema vitivinicolo italiano”.

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Cent’anni di basilico e vino: viaggio alla Anfossi di Albenga

Dormire “in cantina” e puntare la sveglia “ogni due-tre ore”, per controllare “il colore del rosato” ottenuto da uve Rossese. Che non dev’essere “né troppo rosso, né d’un rosso scialbo”. Problemi con cui solo un viticoltore ligure deve fare i conti. Problemi, per fare i nomi, di viticoltori di Liguria come Luigi Anfossi, trentacinque anni. Rappresentante della quarta generazione di una famiglia d’origine genovese – con influenze inglesi – che nel quartier generale di Bastia d’Albenga, Savona, produce basilico atto a divenire pesto destinato alla grande distribuzione italiana (Unilever). E vini (Vermentino, Pigato, Rossese Riviera Ligure di Ponente Doc e rosato) reperibili sugli scaffali di Esselunga e Carrefour. Un’impresa a conduzione famigliare che può annoverare tra i propri clienti la nota “John Frog”, nome col quale Luigi Anfossi ama chiamare la Giovanni Rana. Ma se è vero che il basilico rappresenta il core business dell’Azienda agraria Anfossi (10 gli ettari coltivati), degna di nota è anche la produzione di vini liguri, ottenuti grazie all’allevamento di 5 ettari di terreno vitato e dalle uve di alcuni conferitori della zona. Per una produzione annuale complessiva che si assesta sulle 70 mila bottiglie.

Un’azienda fondata nel 1919, che si appresta a spegnere entro breve le (prime) cento candeline. Una storia lunga un secolo che vede il suo momento chiave negli anni Ottanta, quando l’impresa agricola viene rilanciata sul mercato italiano ed europeo da Mario Anfossi con la collaborazione del socio piemontese Paolo Grossi. Al figlio Luigi il compito di occuparsi delle sorti del settore vitivinicolo. Diplomato in agraria dopo aver iniziato gli studi al Liceo Classico, Luigi sogna per la propria azienda e per il settore vitivinicolo ligure un futuro luminoso. “La Liguria ha grandissime potenzialità inespresse in questo settore – commenta Luigi Anfossi -. Potenzialità che potremmo alimentare innanzitutto iniziando a valorizzare a livello locale i nostri vini, ottenuti da vitigni autoctoni come il Pigato. Capisco che in un mondo globalizzato come il nostro sia corretto trovare anche in Liguria una selezione sterminata di Gewurztraminer. Ma se si puntasse di più sulla promozione dei vini locali, raccontandone la storia anche ai turisti nelle varie attività del lungomare, sono sicuro che ne trarrebbe grande beneficio tutta l’economia locale”. D’altronde “quanti liguri sanno come mai il Pigato si chiama così?”, chiede ironicamente Luigi Anfossi, alludendo alle “macchie” presenti sull’acino di questa straordinaria varietà autoctona della Liguria.

LA DEGUSTAZIONE
Il Pigato dell’Azienda agraria Anfossi, esprime tutta la ‘semplice complessità’ dei vini liguri. Di facile beva per i suoi richiami fruttati freschi, eppure tutto sommato ‘impegnativo’ per il suo corpo e la sua struttura, tutt’altro che banale. Morbido al palato, è capace di sorprendere con quella punta amara che risveglia i sensi, in un finale sapido che preclude un retrogusto amarognolo, stuzzicante, da sgranocchiare come le nocciole tostate. Un vino dall’ottimo rapporto qualità prezzo, insomma, da pescare tra le corsie degli store del marchio Caprotti a una cifra che si aggira solitamente attorno agli 8 euro. Non presente in Esselunga, ma comunque apprezzabilissimo, il Vermentino ligure di Anfossi. Meno impegnativo del Pigato, ancora più soave nei richiami fruttati, strizza l’occhio a un consumatore meno esigente di quello che preferisce il Pigato. Un Vermentino da regalarsi nelle giornate di sole, da abbinare a piatti di pesce o di carne bianca non troppo elaborati. Meno profumato, invece, il naso del rosato Paraxo 2015 Anfossi: classificato come vino da tavola, ottenuto come anticipato da uve Rossese rimaste a contatto con le bucce non oltre le 24 ore, soddisfa nell’abbinamento con piatti della tradizione come il coniglio alla ligure. Al palato sfodera infatti la buona struttura del Rossese e una complessità aromatica non banale (13% di alcol in volume). La degustazione si chiude con l’ottimo Rossese in purezza, l’unico vino rosso prodotto dall’Azienda agraria Anfossi di Bastia di Albenga. Uno di quei rossi non convenzionali, capaci di esprimere il meglio della terra di provenienza. Il Rossese Anfossi parla infatti – al naso – di resine di macchia mediterranea, in un concerto di piccoli frutti a bacca rossa. Corrispondente al palato, non manca un finale di buona persistenza. Un vino da assaporare sia con il pesce (provare per credere, per esempio con un piatto di tonno in crosta di pistacchio) sia con la carne (ben cotta). Il segreto dei vini Anfossi? Lo spiega Luigi. “Non possiamo contare su terreni in altura – commenta – ma abbiamo la fortuna di avere una grande vigna in prossimità del fiume Centa, qui ad Albenga. Viene così assicurata una buona escursione termica. In futuro mi piacerebbe comunque sperimentare qualcosa di nuovo, magari attraverso macerazioni prolungate delle uve per ottenere vini più longevi”. Segreti e progetti per il futuro di un viticoltore ligure pieno di idee. Una storia, quella di Anfossi, destinata a continuare a lungo.

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Vini al supermercato

Korem rosso Igt Isola dei Nuraghi 2011, Argiolas

A dare lustro alle cantine meglio “attrezzate” della Gdo italiana ci pensa ancora una volta Argiolas. La casa vinicola sarda distribuisce Korem, Indicazione Geografica Tipica Isola dei Nuragh, nei supermercati Iper la Grande I (Finiper) dotati di enoteca e spazio degustazioni. Sotto la lente di vinialsupermercato.it, finisce così la vendemmia 2011. Stappiamo questa bottiglia consapevoli che un simile vino possa dare il meglio di sé ancora per molti anni. Nel calice, Korem Igt Nuraghi 2011 Argiolas si presenta di un rosso rubino carico, intenso, che scorre denso, mostrando già nella fluidità un’ottima consistenza. Al naso risulta spiccante: a farla da padrone sono le note di confettura di frutti rossi e frutta matura come amarena, more e marasche, che ben si amalgamano ai profumi conferiti dalla botte. Una speziatura presente ma delicata, così come in bocca risulta Korem. Vino rotondo, morbido, in grado tuttavia di mostrare le unghie e i denti come solo i migliori rossi di Sardegna sanno fare. Korem è un vino dal carattere estroverso, capace di regalare – nello stesso sorso – la classe del gentiluomo e la tenacia dell’instancabile marinaio. Splendidi i tannini, che lasciano presagire un futuro luminoso senza disturbare la beva, per nulla affaticandola ad appena 5 anni di maturazione in bottiglia. Un’eleganza che si ripresenta puntuale anche in un retro olfattivo in cui si rincorrono note di cioccolato, cuoio e liquirizia: una volta deglutito, Korem 2011 si concede ancora a lungo al palato. Intenso, fine, persistente. Inutile dichiarare “pronta” la vendemmia degustata. Se ben conservato, questo vino sardo può regalare soddisfazioni ancora per moltissimi anni. Per chi, come noi, decidesse di servirlo, la temperatura non dovrebbe superare i 18 gradi. L’abbinamento migliore? Se degustato in solitudine, come vino da meditazione, quella di un buon libro o della buona musica. Altrimenti, le portate di selvaggina (come l’agnello) costituiscono l’ideale piatto con cui godere appieno degli aromi offerti da Korem Argiolas. Un rosso che risulta ottimo anche con lo spiedo di maialino da latte.

LA VINIFICAZIONE
Come detto, Korem è un vino rosso a Indicazione Geografica Tipica Isola dei Nuraghi. Le uve che concorrono al blend sono Bovale Sardo, Carignano e Cannonau, coltivate nella Tenuta Sa Tanca, a un’altezza variabile fra i 250 e i 300 metri circa sul livello del mare. Il suolo, a medio impasto tendente allo sciolto, registra la presenza di materiale calcareo argilloso. La vendemmia avviene in maniera manuale, nel corso delle prime ore del mattino. La vinificazione prevede una macerazione di media durata, attestabile tra i 10 e i 12 giorni, con svolgimento della fermentazione malolattica in vasi vinari di cemento vetrificato. Il vino subisce quindi un passaggio in barriques della durata di 10-12 mesi e un ulteriore periodo di affinamento in bottiglia per circa 6 mesi. Korem è uno dei prodotti di punta di Argiolas, inserito nella “Linea Prestigio” della casa vinicola che ha base a Serdiana, in provincia di Cagliari. Qui, nel 1906, nasce il patriarca Antonio. I suoi due figli, Franco e Giuseppe, condividono la sua passione e la trasmettono prima alle mogli Pina e Marianna e, poi, ai figli. Oggi nella cantina di Serdiana lavora la terza generazione Argiolas. Una realtà che, con i suoi prodotti di altissimo livello, contribuisce a sdoganare grandi vini nel mondo della Gdo italiana.

Prezzo pieno: 34 euro
Acquistato presso: Iper la Grande I (Finiper)

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