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Milano Rum Festival 2018: fascino, scoperte e conferme sul distillato dei Caraibi

MILANO – Basta uno sguardo social sul mondo del rum per capire che è in atto una sorta di rinascita di questo distillato.

Personaggi come Richard Seale (proprietario e master distiller di Foursquare) e Luca “Ruruki” Gargano (patron di Velier) hanno ingaggiato una lotta senza quartiere in difesa della qualità e della chiarezza nella comunicazione dello spirito dei Caraibi.

Troppa è la confusione, tra stili i cui confini si mescolano, colori improbabili e che poco raccontano, aggiunte più o meno mascherate, più o meno lecite, ed etichette che riportano numeri credibili quanto quelli dei sondaggi elettorali.

Il Milano Rum Festival, come già nell’edizione dello scorso anno, è una candela quando manca la corrente, per fare luce e smettere di andare a tentoni, vista anche la presenza di personaggi illustri e disponibili che lì si possono incontrare, ovviamente sempre con il bicchiere pieno.

L’organizzazione in loco è buona, il desk per la registrazione funziona bene a ritmi sostenuti, gli spazi sono sufficientemente accoglienti e nella hall dedicata alla manifestazione troviamo anche un banco che vende appetizer di buona qualità.

Purtroppo non possiamo dire altrettanto del sito, nel quale fino all’ultimo non siamo riusciti a trovare informazioni circa le masterclass organizzate. L’unica fonte di informazione era un cartello scritto frettolosamente posto accanto al desk. Peccato. Gli assaggi sono iniziati con tre bianchi molto diversi tra loro (si diceva del colore che da solo poco racconta).

LA DEGUSTAZIONE
Trois Rivieres Cuvèe de l’Ocean. Il color blu Tiffany che caratterizza tutta la produzione Trois Rivieres è stato un richiamo irresistibile. 42abv per questo rum AOC Martinique, prodotto da canna da zucchero coltivata vicino all’oceano, che dona freschezza e sapidità.

Grande equilibrio tra note dolci di canna da zucchero e frutti tropicali e più fresche e sapide di agrume, iodio ed erba fresca. Ritroviamo il tutto intatto anche in bocca, in perfetta corrispondenza. Lunghissimo.

Lo stile inconfondibile di una distilleria che non delude mai, tantomeno al Milano Rum Festival 2018.

Elements Eight Platinum. La melassa proviene dalla Guyana, la distillazione avviene in St. Lucia in colonna tradizionale. Blend di 8 rum invecchiati almeno 4 anni in botti ex bourbon viene poi filtrato fino a renderlo quasi bianco e completamente trasparente.

Al naso è fresco, con note agrumate e balsamiche, mentolate e di pino. In bocca è cremoso e piacevole anche se l’alcool spinge un po’ troppo per essere solo a 40abv. Buona la persistenza. La sua vocazione è nei cocktail.

Rum Fire Velvet. Siamo in Jamaica, dove il rum da 40 gradi finisce nei biberon. La distilleria è la storica Hampden, la materia prima la melassa e l’alambicco è discontinuo.

Terzo rum bianco, terzo stile, simile ai due precedenti nel bicchiere, totalmente diverso al naso, dove i suoi 63 gradi si percepiscono a distanza di un paio di spanne.

Le lunghe fermentazioni con presenza di dunder (residui di distillazioni precedenti) conferiscono una grande quantità di esteri, che si traducono in profumi e sapori complessi, pungenti e ricchi.

Frutta tropicale molto matura, spezie (anice), resina, salamoia, barbeque. In bocca stupisce per l’ingresso dolce e sorprendentemente morbido, ma bisogna essere veloci a coglierlo, perché poco dopo i 63 esplodono stordendo per un po’ le povere papille.

Niente paura però, come per il peperoncino occorre solo un po’ di pazienza. Serve che la tempesta si plachi quel tanto che basta per riuscire a riprendere in mano il timone della barca, per tornare a solcare i mari del Milano Rum Festival. Ed è un tripudio! Non è un rum per tutti, ma è un rum che tutti prima o poi dovrebbero assaggiare.

Foursquare 2004 cask strenght. Non poteva mancare una visita alLa (la L maiuscola è voluta, n.d.r.) distilleria di Barbados. La cosa che stupisce ad ogni incontro con la distillleria Foursquare è il perfetto equilibrio tra morbidezza e potenza, tra finezza e gusto.

Ci sono i pirati irsuti e senza paura, i nobili ammiccanti avvolti in sete preziose, e poi c’è Barbados. Per una volta la descrizione inizia dalla bottiglia. L’etichetta è il manuale di come dovrebbe essere. Si legge chiaramente l’anno di messa in botte (2004), l’anno di imbottigliamento (2011), il tipo di distillazione (blend di pot e column) e il legno in cui è stato invecchiato (ex bourbon).

Tutto chiaro e semplice, non serve scomodare Google al Milano Rum Festival per sapere tutto quello che c’è da sapere su questo rum. Ogni bottiglia dovrebbe avere un’etichetta così.

Al naso emerge chiaramente l’impronta di Barbados: frutta disidratata, spezie dolci, fumo e tabacco, vaniglia e caramello, finissimo. L’assaggio rappresenta il manifesto di Richard Seale: morbidezza senza dolcezza. I suoi rum sono sempre deliziosi e godibilissimi (fosse un vino si direbbe “di grande beva”) senza mai cadere nella ruffianeria. Dave Broom, descriveva un altro rum di Foursquare in due parole: “da meditazione”. Definizione azzeccatissima.

Abuelo Centuria. L’approccio ai rum latini, soprattutto dopo essere passati per la Jamaica o Martinica, può essere problematico. Occorre ricordare che il rum può anche essere leggero, esile e suadente.

È il caso del top di gamma della distilleria panamense, non presente nel listino della degustazione, ma che ci è stato comunque offerto in degustazione (grazie mille!).

Blend di rum invecchiati fino a 30 anni facenti parte della riserva di famiglia, è stato prodotto per la prima volta nel 2008 per festeggiare i 100 anni di Casa Varela, sede storica della distilleria.

Di un bel colore ambra con riflessi rossastri e di grande consistenza, alla prima olfazione mi ha stupito.

La tipica morbidezza latina, che spesso sfocia in dolcezza, qui si trasforma in eleganza assoluta. Albicocca, anice stellato, vernice, tabacco, macis, tutto sussurrato, tanto che vorrei ci fosse silenzio attorno.

Col passare dei minuti (a volte capita di voler assaporare ogni istante e di non decidersi a bere) le note eteree si attenuano ed emergono quelle più calde, burrose, e piccanti.

Anche in bocca risulta estremamente fine, coerente, in perfetto equilibrio tra morbidezza cremosa e dolce di miele, e sentori leggermente piccanti e speziati, persino balsamici. Una leggera nota tannica completa il quadro di un rum in abito da sera, che ti resta appiccicato in testa e non se ne va più, senza strafare, senza prepotenza e senza arroganza. Classe pura.

Oliver’s Exquisido Solera Vintage 1985. Ultimo nato in casa Oliver è un Solera di lungo invecchiamento che parte dall’alcool base ottenuto da 5 distillatori differenti ed affinato con un lungo, lunghissimo, processo Solera.

Ne risulta un Rum elegante e complesso. Austero al primo impatto, ce lo si aspetterebbe forse più morbido e “dolcione”, rivela grande armonia ed equilibrio.

Profondo al naso con note di spezie e di legni pregiati. In bocca rivela tutta la sua morbidezza ma anche la sua potenza. Lunga la persistenza. Fra i Single Cask presenti al Milano Rum Festival 2018 segnaliamo due Demerara.

Diamond 2003 e Port Mourant 2005. Il primo, intenso al naso, apre su sentori vegetali e fruttati di uvetta e frutta matura. In bocca è caldo e rotondo ed a fianco alla frutta si percepiscono note di cacao e spezie mentre la nota vegetale tende a ricordare la luppolatura da birra.

Il secondo ha profumi più legati alla frutta tropicale all’eucalipto ed al balsamico. Meno rotondo e più sapido al palato. Entrambi molto persistenti. Due prodotti diversi, ugualmente affascinanti.

Chiudiamo il nostro viaggio con un “fuori zona”. Rum Naga, dall’Indonesia. La canna da zucchero è coltivata sull’isola di Java, durante la lenta fermentazione la melassa viene arricchita dall’aggiunta di lievito di riso rosso giavanese, parte dell’invecchiamento avviene in botti di legno locale.

Un prodotto decisamente “locale”. Colore dorato che introduce un naso esotico. Note di mango, banana matura, spezie dolci e cacao accompagnate da una fondo vegetale di canna da zucchero che ricorda quella di molti agricole. In bocca è morbido e fresco grazie all’alcolicità che, seppur non elevata, si fa sentire.

Servizio a cura di Denis Mazzucato e Giacomo Merlotti

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news vini#1

Lo Champagne secondo Louis Roederer

Louis Roederer è una delle poche Maison de Champagne ancora gestita dalla famiglia fondatrice. Una storia che affonda le radici nel lontano 1776, a Reims. La cantina ottiene il nome attuale nel 1833, quando viene ereditata da Louis Roederer, che intraprende un percorso di crescita e ristrutturazione in controtendenza rispetto alle altre realtà della regione.

A differenza di altre Maison (i cosiddetti Négociant Manipulant) che acquistano uve da altri vignaioli, Louis è convinto che il segreto di un grande vino risieda nella terra. Inizia così a investire nell’acquisto di vigne nei territori dei Grand Cru e Premier Cru. Un approccio da piccolo vignaiolo (Récoltant Manipulnat, come si dice Oltralpe) ma su larga scala.

Nel 1850, la Maison Roederer può contare su 100 ettari di proprietà. Oggi su oltre 240 ettari, suddivisi in 410 appezzamenti fra la Montagne de Reims, la Cote de Blancs e la Vallée de la Marne. Unica nel suo genere, la cantina coniuga in sé tanto l’abilità enologica propria delle grandi Maison quanto l’attenzione alla viticoltura tipica dei Vigneron.

Per dar modo di conoscere ed approfondire gli Champagne di Louis Roederer lo scorso 20 ottobre la sezione Onav di Varese ha organizzato un’interessante degustazione.

LA DEGUSTAZIONE
Sette le proposte. Apre la serata il Brut Premier, il “base” di casa Roederer, lo champagne pensato per dare continuità alla Maison dopo la prima guerra mondiale.

Vinificazione in fusti di rovere per la cuvée composta dal 40% di Pinot Noir, 40% di Chardonnay e 20% di Pinot Meunier. Tre anni di affinamento sui lieviti, 6 mesi di riposo in bottiglia dopo la sboccatura, 9 g/l di dosaggio.

Giallo paglierino brillante, perlage piuttosto fine. Molto pulito al naso con note fruttate di mela, di agrume, vegetali di fieno ed una dolcezza di crema pasticcera. In bocca il perlage è un poco aggressivo. Grande acidità e buona sapidità. Evidente la presenza del Meunier. Equilibrato con una dolcezza di miele e camomilla che accompagna la breve persistenza.

Brut Rosè Vintage 2011. Annata difficile con inverno secco, primavera calda ed estate fresca e piovosa che costrinse a vendemmia anticipata. 63% Pinot Noir, 37% Chardonnay. Il 22% dello Chardonnay è vinificato fusti di rovere mentre il 13% fa fermentazione malolattica. Quattro anni di affinamento e 6 mesi di riposo in bottiglia dopo sboccatura. 9 g/l il dosaggio zuccherino.

Color buccia di cipolla brillante, il perlage è piuttosto fine e persistente. Al naso è più timido del brut con note di melograno, gesso e salmastre di ostrica seguite da una speziatura di pepe bianco.
Un poco aggressivo il perlage, di buona acidità, chiude su di una nota amarognola forse dovuta al residuo zuccherino.

Blanc de Blanc Vintage 2008. Annata con primavera molto piovosa ed estate secca che hanno dato una maturazione lenta e progressiva delle uve. 100% Chardonnay, il 15-20% vinificato in botti di rovere con battonage settimanale e nessuna fermentazione malolattica, 5 anni di affinamento sui lieviti ed un dosaggio zuccherino di 8-10 g/l.

Paglierino con riflessi dorati al naso è molto fine, delicato. Uno champagne che non urla i propri sentori ma che sussurra note floreali e fruttate contornate da un profumo di erba tagliata. Molto elegante in bocca non rivela il proprio dosaggio zuccherino forte di una grande mineralità. Lunga la persistenza.

Brut Nature 2009 e Brut Nature 2006. Una mini verticale. Il Brut Nature 2009 nasce in un’annata ricordata come una delle migliori in Champagne, con inverno rigido e secco ed estate soleggiata ed asciutta. 70% di Pinot Noir e Pinot Meunier, 30% Chardonnay. 25% della vinificazione in rovere, nessuna malolattica, nessun dosaggio zuccherino.

Colore paglierino con riflessi dorati. Naso molto espressivo ove si riconoscono note floreali di ginestra, frutta bianca, agrumi, mandorla e marzapane ed una nota di tabacco da pipa. Al palato il perlage è molto piacevole in contraltare con la schietta acidità del pas dosé.

Il 2006 è l’anno che suggella le varie prove della Maison, iniziate nel 2003, per la realizzazione del primo Brut Nature. 70% di Pinot Noir e Pinto Meunier, 30% Chardonnay. Fermentazione spontanea del 100% dei vini in botti di legno. Nessun dosaggio.

Colore più carico rispetto al 2009 al naso è più chiuso con sentori simili a quelli del 2009 contornati da una nota dolce di confetto. In bocca è teso e pulito con una grande mineralità.

Vintage 2009. 70% Pinot Noir, 30% Chardonnay. 30% circa dei vini vinificati in legno. 9 g/l di dosaggio. Color giallo dorato con perlage molto fine e persistente. Estremamente pulito al naso con note di cera d’api, di frutta disidratata, note di spezie, di tostatura e di pasticceria.

Finissimo in bocca col perlage che accarezza il palato, uno champagne rotondo con acidità e mineralità perfettamente bilanciate. Lunga la persistenza.

Chiude la degustazione Cristal 2007. Annata con primavera calda ed estate fresca chiusa da una vendemmia in condizioni ideali. La cuvée, ottenuta da vecchie viti, si compone del 58% Pinot Noir e 48% Chardonnay con il 15% dei vini vinificati in rovere. 9,5 g/l il dosaggio.

Colore dorato con perlage finissimo. Pulizia assoluta al naso con agrume maturo, tostatura che vira al fumé e note minerali di pietra focaia. Bocca equilibrata ed estremamente armonica. Finale lungo.

LA STORIA DEL CRISTAL
Correva l’anno 1867 quando la Maison Roederer confezionò una versione speciale della propria Cuvée de Prestige per lo Zar di Russia Alessandro II.

A causa di tensioni nazionali ed internazionali si temevano attentati alla vita dello Zar e così, in occasione della “Cena dei tre imperatori” cui Alessandro II avrebbe partecipato (insieme a Guglielmo I di Prussia ed al principe Otto von Bismarck) venne realizzata una bottiglia particolare.

La bottiglia era in cristallo trasparente (da cui il nome) per garantire che al suo interno vi fosse champagne e non qualche liquido infiammabile o esplosivo.

Allo stesso modo il fondo della bottiglia era piatto per evitare che vi si potessero nascondere altre minacce. La bottiglia così nata, adornata da una etichetta dorata che ne esalta l’eleganza, divenne un’icona a tal punto da essere oggi considerata dagli economisti un “bene di Veblen”.

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degustati da noi vini#02

Barba Yiannis Maratheftiko 2012 Vintage, Vouni Panayia Winery

L’estate si avvicina e, chissà, qualcuno dei lettori sceglierà Cipro per le vacanze. E allora spazio ai consigli per le visite in cantina. Tra le mete consigliate, la Vouni Panayia Winery, che col suo Barba Yiannis 2012 dimostra quanto l’isola sia interessante dal punto di vista enologico.

LA DEGUSTAZIONE
Rubino intenso con riflessi violacei, impenetrabile. Naso che si apre lentamente ma generosamente su note di confettura di frutti rossi. Corrispondente al palato, dove sfodera un’acidità  viva, ottima sapidità e un tannino di velluto, sostenuto da persistenti note di vaniglia e cacao.

Evolve bene e a lungo negli anni Barba Yiannis, Maratheftiko in purezza che ho accompagnato con l’agnello, a Pasqua. Un autoctono dell’isola, in vendita anche nei supermercati ciprioti. Si tratta del prodotto di punta della Vouni Panayia Winery, moderna cantina situata tra i monti di Pano Panagia, da dove potrete godere – tra l’altro – di un panorama eccezionale.

La prova che in zona ellenica crescono col passare degli anni ottime winery, capaci di affermarsi anche a livello internazionale con i loro prodotti, spesso ottenuti da vitigni antichi, oggetto di un minuzioso lavoro di accrescimento della qualità, puntando sulla riduzione della resa per ettaro e su moderne tecnologie di cantina. Qui per leggere il nostro reportage completo dall’isola.

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