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degustati da noi vini#02

I migliori assaggi a “Viva la Vite” 2020, rassegna dei vini artigianali di Pescara

Circa sessanta produttori nazionali ed internazionali hanno animato la due giorni di “Viva la Vite” 2020 all’ex Aurum di Pescara. La manifestazione, giunta alla terza edizione il 16 e 17 febbraio, ha l’obiettivo di “valorizzare i vini artigianali e naturali“. Spazio anche allo Champagne.

Organizzazione sempre più ricca, a cura dell’omonima Associazione Culturale pescarese “Viva la Vite”. Ottima la risposta del pubblico ai banchi di assaggio, ma anche alle conferenze e ai laboratori che hanno visto protagoniste etichette italiane ed estere.

I MIGLIORI ASSAGGI A VIVA LA VITE 2020

Montepulciano d’Abruzzo Doc Riserva 2015, Praesidium
Praesidium si conferma un punto fermo a livello regionale delle filiere naturali. L’azienda ha sede a Prezza (l’Aquila). Le sue coltivazioni sono esclusivamente biologiche per il tramite del sovescio e del favino. In degustazione il Montepulciano Doc Riserva 2015.

Dalla macerazione a contatto con le bucce delle uve Montepulciano d’Abruzzo e dal lungo periodo di maturazione nascono le Riserve, si tratta di vini rossi longevi e complessi. Il 2015 degustato, seppur ancora giovane, appare già ben delineato grazie alla vinificazione con fermentazione spontanea in botti di acciaio e macerazione di 12 giorni.

Affinamento di circa 24 mesi in botti di rovere di Slavonia. Ulteriori 6 mesi in bottiglia. Al naso profumi che ricordano la frutta rossa matura con note speziate e balsamiche. Al palato è un vino avvolgente, caldo, con tannino amalgamato nella massa e con un ottima persistenza. Sarebbe interessante degustarlo tra qualche anno.

Montepulciano d’Abruzzo Doc 2016, Amorotti
Azienda ubicata a Loreto Aprutino, notoriamente famosa per le celebri produzioni dell’azienda agricola Valentini. Caratteristica dell’azienda risiede nell’ utilizzo di soli cristalli di rame e zolfo, con esclusione di diserbanti e concimi chimici.

Abbiamo degustato la produzione di Montepulciano annata 2016. Alla vista il vino si presenta rosso rubino; e al naso invaso da chiari profumi di frutta rossa ben matura, riempie la bocca per la sua pienezza ed il suo corpo con evidenti sfumature fruttate e minerali. Un vino artigianale di grande prospettiva.

Cerasuolo d’Abruzzo Doc 2018, Nic Tartaglia
Azienda estesa per una decina di ettari presso Alanno (Pescara). Produzioni sincere e senza fronzoli, potremmo definirli “come natura crea”. In degustazione abbiamo scelto il Cerasuolo d’Abruzzo Doc vendemmia 2018.

Caratteristico il suo colore rosato di media intensità, al naso gradevoli note di frutta sia bianca che rossa, in particolare pesche ed amarene. In bocca di buona morbidezza ed intensità.

Si potrebbe ben accompagnare a preparazioni che prevedano anche l’utilizzo di pomodoro, ad esempio brodetti di pesce non molto elaborati del vastese oppure pizza.

Spumante Metodo classico Brut Nature Rosé Viktorija, Slavcek
Ci spostiamo virtualmente in Slovenia, su una produzione “Triple A”. Azienda condotta da Franc Vodopivec. Questo spumante viene realizzato con i vitigni Rebosco 90% e Merlot 10%. La macerazione per 6 ore con le bucce, fermentazione spontanea in contenitori di acciaio e affinamento negli stessi per 1 anno sulle fecce fini.

La vendemmia successiva avviene con rifermentazione in bottiglia con mosto fresco di Merlot proveniente dalla stessa vigna. Sboccato dopo circa 7/8 mesi con una piccola aggiunta dello stesso vino.

Un classico vino spumante rosato, dal naso marcatamente fruttato a tratti vinoso. In bocca il sorso è fresco e minerale. Lo immaginiamo di facile abbinamento con pesce, crostacei e salumi. Azienda che merita senz’altro una sosta.

Trebbiano d’Abruzzo Doc 2018, Azienda Agricola Santoleri
Siamo a Guardiagrele (CH), più precisamente in località Crognaleto, azienda ora diretta da Giovanni Santoleri che oltre alle produzioni vitivinicole cura anche delle eccellenti produzioni di farine ed oli. I cicli naturali della vigna sono alla base della filosofia per la realizzazione di ottimi vini.

Il Trebbiano d’Abruzzo doc 2018 degustato si presenta alla vista giallo paglierino ed al naso fruttato e floreale, si distingue in modo marcato l’acacia. In bocca il vino risulta sin da subito armonico e con una punta di sapidità non invadente. Un vino di corpo ed armonico reso elegante anche da una giusta freschezza.

Montepulciano d’Abruzzo Doc 2008, Azienda Agricola Santoleri
Altra produzione dell’azienda di Santoleri in rassegna a Viva la Vite 2020 di Pescara: sotto i riflettori il vitigno principe della regione, dodici anni trascorsi ma questo Montepulciano è ancora longevo.

Il suo colore rosso rubino invita ad una lunga bevuta, confermata in bocca grazie ad un gusto pieno, con un tannino ancora equilibrato e con alcuni piacevoli sentori conferiti dal legno, anticipati in precedenza all’olfatto, vaniglia su tutti.

Annata difficile quella 2008 a causa delle insistenti piogge ma che in tal caso ha messo in risalto tutte le potenzialità del nobile vitigno abruzzese. Una certezza regionale, da provare anche gli altri prodotti dell’azienda.

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Sequerciani e i vini senza maschere di Ruedi Gerber

Se avesse amato le maschere più della realtà, Ruedi Gerber avrebbe scelto di vivere di solo teatro, documentari e lungometraggi. Come quello sulla vita di Anna Halprin, la pioniera della danza moderna. O Basmati Blues, commedia romantica con Brie Larson e Utkarsh Ambudkar. Bella Bollywood. Ma è Gavorrano, paradiso minerario alle porte di Grosseto, che ha acceso la miccia al cuore del regista svizzero, patron della cantina Sequerciani.

A 54 anni suonati, nel 2010, il ciak alla nuova avventura, in Toscana. Così diversa e lontana, eppure così simile al cinema, nel fine ultimo di regalare emozioni. Il set diventa il vigneto, con le varietà autoctone Pugnitello, Foglia Tonda e Ciliegiolo. Il microfono, il calice. Il linguaggio, il vino. Ma non uno qualunque.

Nell’imperterrita ricerca artistica, quasi in contraddizione coi canoni della recitazione – le maschere, i ruoli e le trame prestabilite da mettere in scena – Gerber si circonda di professionisti amanti della naturalità. Terreno fertile per il Gruppo Matura, che affianca il regista di Berna con l’enologa Laura Zuddas – allieva di Attilio Pagli – e l’agronomo Stefano Bartolomei.

“L’idea – spiega Paolo Menichetti, ex Castello Banfi, oggi direttore generale di Sequerciani – è quella di regalare vini in grado di emozionare attraverso la massima espressione dell’uva, del territorio e del microclima”. Vini di terroir, insomma, ottenuti dalla vinificazione in purezza degli autoctoni.

“Siamo tutto tranne che talebani del vino naturale e del metabisolfito – precisa Menichetti – con la certificazione Demeter a garanzia di un approccio biodinamico alla viticoltura, in cui crediamo molto, ma senza estremismi”.

Dodici gli ettari che Ruedi Gerber ha fatto impiantare nel 2010, dopo il colpo di fulmine a Gavorrano. Quarantamila bottiglie complessive, con l’obiettivo di raggiungere le 60 mila nei prossimi anni. La tenuta, infatti, è ben più estesa: 100 ettari, di cui il 50% coperti da boschi.

Sequerciani affianca così la produzione di vino a quella di olio – mille piante, tra cui spicca la presenza della rara cultivar Lazzero di Prata, tipica delle Colline Metallifere – miele, cereali e grani antichi, per la pasta e le farine.

LA DEGUSTAZIONE

Toscana Igt Vermentino 2019, Sequerciani: 89/100
Vermentino e un tocco di Ansonica (15%) a far profumare (e sapere) ancor più di mare questo bianco della cantina di Ruedi Gerber. In bottiglia da poco, deve ancora stiracchiarsi per levarsi di dosso la stanchezza della vinificazione. Ma quelli belli son tali pure senza trucco, appena svegli.

Un bianco (non filtrato) materico, polposo, salino, che chiama l’estate e non disdegna affatto il piatto. Vendemmiate a mano, le uve vengono fermentate con i soli lieviti indigeni. La vinificazione e l’affinamento avvengono sur lies, in vasche di cemento e acciaio. Niente solfiti aggiunti.

Toscana Igt 2018 “Libello”, Sequerciani: 86/100
Sangiovese e Ciliegiolo, in parti uguali. Si tratta del piacevole entry level della cantina di Gavorrano. Tutto frutto e dalla gran beva e freschezza, sfodera un tannino molto ben integrato che ha il merito di tenere il sorso vivo in bocca, frenando la scorrevolezza dell’alcol e del frutto maturo.

Le uve, vendemmiate separatamente, vengono raccolte a mano e vinificate con una tecnica che si ispira alla macerazione carbonica. Il breve affinamento in vasche di cemento e giare di terracotta anticipa l’imbottigliamento, senza filtrazione né aggiunta di solfiti.

Toscana Igt 2018 Ciliegiolo, Sequerciani: 88/100
Ha bisogno di tempo e di “ossigeno” per esprimersi al meglio, nel calice. Poi è un’esplosione di frutto e freschezza, che raccontano una fase giovanile molto promettente. Vino di gran gastronomicità a tavola, regge bene i primi piatti (anche elaborati) a base di ragù e selvaggina.

Col tempo, c’è da scommetterci, guadagnerà terreno in termini di eleganza. Il Ciliegiolo, vendemmiato e selezionato a mano, viene fermentato grazie ai soli lieviti indigeni. Le uve vengono vinificate e affinate in vasche di cemento.

Toscana Igt 2018 Foglia Tonda, Sequerciani: 92/100
Tra le prime cantine a credere nella riscoperta e nella valorizzazione del Foglia Tonda c’è proprio Sequerciani. Oggi, il direttore generale Paolo Menichetti, lo definisce senza mezzi termini “il vino del futuro“, su cui l’azienda è “pronta a scommettere, visto il successo crescente che è in grado di riscuotere”.

Genotipo del Sangiovese, è un vitigno molto delicato in vigna. Soffre tutto: il caldo, il freddo, la pioggia, il sole. Per questo motivo fu abbandonato. Produrre un grande Foglia Tonda è l’impresa meglio riuscita a Sequerciani.

Nel calice si veste di un rosso più carico e impenetrabile rispetto a quello del Ciliegiolo, tendente al viola profondo. Scuro anche il frutto, al naso. Maturo ma di gran compostezza. Prugna su tutto, ma anche mora, cui si accostano caldi accenni di marasca, uniti a venatura pepata leggera.

Ha bisogno di tempo per liberare una nota netta di rosmarino, ben distinto nel quadro tipicamente mediterraneo. Perfetta la corrispondenza gusto olfattiva. Un vino di buon corpo, che non rinuncia però alla freschezza e all’agilità della beva. Il sorso è pieno e la venatura salina sul finale chiama il sorso successivo.

Un vino importante, certamente di prospettiva. Le uve vengono selezionate a mano e fermentate coi soli lieviti indigeni presenti sulla buccia. La vinificazione, secondo i dettami di Ruedi Gerber e dello staff enologico, avviene in vasche di cemento.

Dopo una breve macerazione, il vino viene affinato nove mesi in giare di terracotta di Impruneta e in minima parte in barrique di rovere francese. Anche in questo caso, niente solfiti aggiunti né filtrazione.

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***DISCLAIMER*** L’articolo è frutto di un pranzo-degustazione organizzato per la stampa dalla cantina e dal relativo ufficio stampa. I commenti espressi sono comunque frutto della completa autonomia di giudizio della nostra testata, nel rispetto assoluto dei nostri lettori

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Nico Speranza: “Lieviti indigeni? Cazzata! Vini naturali? Per comunisti anni Novanta”

Il vino che lo ha reso noto si chiama Crocifisso, ma non ha nulla a che fare con la religione. La conversione di Nico Speranza riguarda piuttosto la sfera professionale. Un passaggio – più o meno brusco – dai canoni dei vini naturali a pratiche di cantina “convenzionali“. Come l’utilizzo di lieviti selezionati, al posto degli indigeni.

Un’eresia passata in sordina. Tant’è che Nico Speranza – alias Azienda agricola Vittorini di Monsampietro Morico, borgo di 600 anime della provincia di Fermo, nelle Marche – continua ad essere invitato ad alcune tra le maggiori fiere dei vini naturali italiani, tra cui quella che si svolge annualmente a Faenza (RA), in Emilia Romagna.

Nico – fresco del riconoscimento della critica all’ultima edizione del Premio San Martino d’Oro, dedicato ai vini fermani – non ci gira troppo intorno, in occasione della visita del gruppo di giornalisti chiamati in giuria, tra cui noi di WineMag.it.

“So benissimo cosa significa fermentare con i lieviti indigeni, è inutile che ce la raccontiamo: se ti va male, butti via tutto. Io ho vissuto gli anni Novanta, quando per distinguersi dagli altri c’erano le tessere di Rifondazione comunista. Si parlava in una certa maniera, si ascoltava certa musica. Ormai la politica non esiste più e questi si sono riversati lì: nel mondo dei vini naturali”.

“Se faccio una cosa è perché ci credo – continua Speranza – e ho provato a fare le fermentazioni coi lieviti indigeni: sono una cazzata pazzesca!”. Uno dei riferimenti di Nico Speranza è il compianto Didier Dagueneau, vignaiolo simbolo della Valle della Loira, artefice di capolavori come il Pouilly Fumé “Silex“: “Quella roba lì è un altro mondo – sottolinea – non si riesce neppure ad avvicinarsi a quel livello, senza usare i lieviti selezionati”.

Tra le rinunce vinnaturiste della cantina Vittorini, anche le macerazioni. Un tempo più prolungate su etichette come il Marche Bianco Igt. “Ho perso diversi clienti – ammette Nico Speranza – ma in realtà ne ho guadagnati altri. Qualche ristoratore me lo ha fatto notare, ma continua comunque ad acquistare i miei vini, apprezzandoli”.

E a Faenza? “Il pubblico – risponde Speranza – è piuttosto schematizzato. Chi viene al mio banco d’assaggio non fa troppe domande. Io parlo, parlo, parlo e cerco di evitare quegli argomenti. Non c’è questa finezza. Anche il tecnico più tecnico, raccontando storie, si lascia in un certo modo influenzare”.

Eppure, quando Nico Speranza è tornato nelle Marche per dare vita alla cantina Vittorini, l’idea di fare vino naturale era centrale nel progetto. Era il 2005. Speranza, cresciuto tra Pavia e Verona, amico di Romano dal Forno e Celestino Gaspari (Zýmē) ammira i produttori della Valpolicella per la capacità di ottenere grandi risultati, assemblando uve diverse. Una filosofia fatta propria nei 4 ettari di vigna, nell’areale di Monsampietro Morico.

“Negli anni scorsi – rivela il vignaiolo marchigiano – ho chiesto all’istituto di San Michele all’Adige di fare una selezione sui miei mosti: hanno trovato tre tipologie di lieviti, nessuno dei quali adatto alla fermentazione a bassa temperatura, mia esigenza. Un responso che ha contribuito al cambio di rotta necessario per produrre vini genuini, puliti e privi di difetti”. Prendere o lasciare.

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Ritorna il Van, la fiera dei Vignaioli Artigiani Naturali

Sabato 29 febbraio e domenica 1 marzo 2020 torna alla Città dell’altra Economia di Roma l’appuntamento con la fiera-mercato VAN – Vignaioli Artigiani Naturali a cui parteciperanno oltre 50 produttori provenienti da Italia, Spagna, Francia, Slovenia e Austria.

Cresciuta anno dopo anno, questa fiera di soli vignaioli – che ha contribuito a far emergere nuove e piccole realtà – rappresenta un momento di gioioso e informale incontro tra il pubblico di operatori e appassionati e quelli che Luigi Veronelli definiva i “poeti della terra“.

Durante le due giornate di fiera-mercato, sarà possibile degustare e acquistare i loro vini, frutto di creatività artigianale e di amore per la terra. Ma sarà, soprattutto, l’occasione di approcciarsi, in modo diretto e senza preconcetti, al Vino Naturale e alle scelte ecologiche ed etiche che lo contraddistinguono.

In un periodo di grande fermento e attenzione verso questo settore, VAN propone esclusivamente produttori artigianali e naturali selezionati in base ai criteri della Carta d’intenti dei Vignaioli Artigiani Naturali.

Produttori artigiani che garantiscono la cura personale di tutta la filiera, partendo da uve biologiche o biodinamiche raccolte manualmente, la cui fermentazione è spontanea e che vengono trasformate in vino senza ricorrere a trattamenti fisici invasivi e senza l’aggiunta di alcun additivo o coadiuvante enologico se non un contenuto in solforosa di max 40 mg/l.

Inoltre, sono escluse realtà che hanno più di 15 ettari di vigneto o che producono più di 50.000 bottiglie all’anno. È questo l’unico metodo di lavoro in vigna e in cantina in grado di rispettare la terra e l’uomo e di restituire l’unicità dell’annata.

L’impegno dei “poeti della terra” è, infatti, quello di essere l’espressione del territorio che coltivano e della sua storia, attraverso prodotti agricoli ottenuti senza compromessi. Un impegno che non tralascia il sociale: una parte delle quote di adesione dei vignaioli alla manifestazione viene devoluto all’associazione Baobab Experience di Roma, che fornisce prima assistenza ai migranti.

La fiera è organizzata dall’Associazione VAN Vignaioli Artigiani Naturali la cui storia inizia nel 2003 con “Terra e Libertà/Critical Wine” di Luigi Veronelli e alcuni centri sociali, divenendo in seguito “Associazione Contadini Critici“.

Dal 2016 ha adottato il nome VAN Vignaioli Artigiani Naturali. L’Associazione VAN è unica nel garantire al proprio interno un autocontrollo tra i soci che si sviluppa in più fasi: autocertificazione, analisi dei vini, visita in azienda, degustazione vini e discussione dei risultati.

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“Terregiunte”, bufera Facebook a Roma: Rimessa Roscioli si scusa con Vespa e Masi

ROMA – Continua a far parlare di sé il Vino d’Italia “Terregiunte” del duo Vespa – Masi, già al centro di polemiche la scorsa estate, per l’abuso nell’utilizzo delle parole “Amarone” e “Primitivo di Manduria”. Rimessa Roscioli, nota enoteca-ristorante di Roma, è intervenuta sulla propria pagina Facebook per scusarsi con il giornalista Rai e con Sandro Boscaini – patron della cantina della Valpolicella – in seguito ai toni usati in un post da un collaboratore. Un exploit social degno dell’ormai nota guerriglia tra “vini naturali” e “vini convenzionali“.

Vespa e Masi, così come il vino “Terregiunte”, non vengono mai nominati nel post firmato “Lo Staff della Rimessa Roscioli” e neppure da Alessandro e Pierluigi Roscioli, nei commenti. Altra ipotesi è che il vino finito nel bersaglio sia il Rosso dei Vespa, prodotto dalla sola casa pugliese.

Il primo a puntare il dito sul collaboratore del locale è stato infatti il direttore commerciale di Vespa Vignaioli per Passione.

“Salve a tutti – si legge sulla pagina Facebook dell’enoteca-ristorante – questo breve messaggio per dire che la Rimessa Roscioli ufficialmente si dissocia da qualsiasi commento, post, che non venga dei suoi canali ufficiali (Facebook, Instagram, newsletter e altro)”.

Commenti personali in altre chat o canali non riguardano la Rimessa Roscioli e tantomeno il nome Roscioli in generale. Se qualcuno si è sentito offeso per qualche post pubblicato dai nostri collaboratori nelle loro pagine personali (post prontamente rimosso), ci dispiace. Crediamo nella libertà di espressione, ma anche nel rispetto del lavoro degli altri“.

“Siamo un’enoteca ristorante – continua il post – non siamo in trincea o in una barricata. Non pensiamo di cambiare il mondo con il nostro lavoro. Come dice giustamente Alessandro Roscioli: ‘In fondo parliamo di vino e salsicce'”.

Forse qualcuno non si rende conto, quando scrive (e quando legge), che non c’è più distinzione tra le etichette, i brand, le cose e le persone, e insultare un brand o una cosa (bottiglia di vino ad esempio), significa oggi insultare una persona“.

“Se qualcuno si è sentito offeso per qualcosa fatta o detta da un nostro collaboratore ci dispiace, da un semplice ed umile piano umano. Su questa pagina non è mai stato pubblicato, e mai lo sarà, un post denigratorio del lavoro di qualcun altro”, continua Roscioli.

Non solo per una questione di rispetto del lavoro altrui, ma anche perché non fa proprio parte della nostra cifra e soprattutto per il rispetto della Famiglia Roscioli, che è sempre stata estremamente accondiscendente e disponibile al netto dei tanti errori da noi commessi, il più delle volte in buona fede”.

“A tutti chiedo di farsi una buona bevuta per dimenticare, ciascuno con il vino che più lo aggrada e soddisfa. Salute, Lo Staff della Rimessa Roscioli“. Un messaggio chiaro e distensivo, che si inserisce in un contesto ben preciso: quello dei toni esasperati, violenti e offensivi utilizzati da meno di una decina di “ultras” del vino naturale, su Facebook. L’ultimo capitolo di una saga giunta finalmente all’epilogo? Bello poterci sperare.

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Io bevo così 2020: vino naturale, Spirits e Cena di Gala all’Excelsior Gallia di Milano

MILANO – Torna all’Excelsior Hotel Gallia di MilanoIo bevo così“, edizione 2020 (la VII) di uno degli appuntamenti più esclusivi dedicati al vino naturale in Italia. L’evento è in programma lunedì 27 gennaio presso il prestigioso 5 stelle di piazza Duca d’Aosta 9 ed è riservato a professionisti e alla stampa del settore Horeca. I migliori assaggi dell’edizione 2019 e l’intervista esclusiva rilasciata a WineMag.it dagli organizzatori.

Visto il successo crescente registrato nella storia della manifestazione, Andrea Sala e Andrea Pesce, ideatori del format, hanno riservato agli ospiti di Io Bevo Così 2020 un nuovo spazio dedicato al mondo degli Spirits: Gin, grappe, rum, whisky, liquori e amari di grandi maestri, che indicheranno la strada verso le nuove tendenze della ristorazione. Per partecipare occorre registrarsi a questo link.

“L’obiettivo della manifestazione – spiegano Sala e Pesce – è sempre stato quello di far conoscere e apprezzare i vini naturali a un pubblico sempre più ampio e alla ristorazione italiana. Dal 2014, Io Bevo Così è cresciuta anno dopo anno, grazie anche alle numerose aziende che hanno seguito e sostenuto il percorso intrapreso dagli organizzatori condividendo con loro questa visione”.

Sono stati 1840 i ristoratori accreditati nell’edizione 2019, accanto a 370 giornalisti: 130 i produttori, con 820 vini in degustazione. L’altra novità riguarda i cultori della buona cucina.

Domenica 26 gennaio, sempre all’Excelsior Hotel Gallia, è in programma la Cena di Gala. Un appuntamento ormai consolidato per rimarcare il fil rouge che lega Io Bevo Così al mondo dell’alta ristorazione.

Il servizio sarà curato dallo staff della prestigiosa struttura, che può vantare da diversi anni la consulenza dei Fratelli Cerea del Ristorante Da Vittorio di Brusaporto (BG), 3 stelle Michelin.

Altri rinomati chef si alterneranno in cucina, per proporre un menu di sei portate. I vini verranno selezionati dagli organizzatori tra le aziende partecipanti alle degustazione del giorno successivo.

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Gambellara, è rivoluzione: alleanza VinNatur ViteVis per la viticoltura sostenibile

GAMBELLARA – Artigiani del vino e grandi cooperative assieme per un progetto triennale dedicato alla viticoltura sostenibile. È quanto accade a Gambellara, dove il Consorzio Tutela Vini ha avviato lo studio sperimentale T.I.Ge.S.Vi – Tecniche innovative di gestione del suolo in vigneto e loro influenza sulla biodiversità e sulla fertilità. Obiettivo: fornire ai viticoltori indicazioni su come coltivare al meglio i vigneti per migliorare il territorio e la vita delle piante.

La ricerca, che coinvolgerà anche il Consorzio Tutela Vini Colli Euganei, verrà condotta nel periodo tra il 2019 e il 2021. Capofila del progetto sarà la cantina La Biancara di Angiolino Maule (nella foto, sopra) patron di VinNatur.

Nel gruppo di lavoro anche la stessa associazione che promuove i vini naturali, assieme alla cooperativa Cantine Vitevis, IreCoop Veneto e il Dipartimento di Agronomia, Animali, Alimenti, Risorse naturali e Ambiente. La presentazione del progetto sarà l’oggetto del convegno in programma lunedì 9 dicembre 2019 a Montecchio Maggiore (VI).

Negli ultimi decenni – spiega Silvano Nicolato, presidente del Consorzio Tutela Vini Gambellara – stiamo assistendo ad una forte riduzione delle risorse naturali negli ecosistemi agricoli, ma anche alla richiesta di un approccio sempre più sostenibile da parte dei consumatori”.

“La Doc Gambellara – conclude Nicolato – ha da sempre una forte propensione ad un pensiero alternativo nella viticoltura, tanto da essere l’avamposto del vino naturale con l’Associazione VinNatur. Per questo siamo felici di far parte di questa sperimentazione triennale che ci vedrà in prima fila per migliorare la salubrità del nostro territorio”.

“Ci auguriamo che questo studio – spiega Angiolino Maule, presidente VinNatur e titolare de La Biancara – sia il primo passo di un proficuo percorso con i produttori del Consorzio, per sensibilizzare maggiormente le aziende verso il tema della sostenibilità e avvicinarle ad una viticoltura sempre più attenta all’ambiente”.

Accanto a Giovanni Ponchia, direttore del Consorzio e moderatore del convegno in programma in provincia di Vicenza, interverranno Silvano Nicolato e lo stesso Angiolino Maule. Con loro ci saranno Lorenzo Tonina di Studio Giannone che introdurrà il progetto, la sua strutturazione e i risultati attesi.

Luca Pizzoli di Cantine Vitevis tratterà il tema della coltivazione ecosostenibile, importante per aiutare l’apparato radicale della vite. Stefano Zaninotti di Vitenova presenterà le misurazioni chimico-fisiche della fertilità biologica del terreno e l’utilizzo di tali analisi a livello agronomico. La partecipazione al convegno è gratuita e aperta a tutti.

L’avvio del progetto a Gambellara può essere considerato il secondo tassello di una “rivoluzione naturale” in corso in tutta Italia, con i “vignaioli artigiani” sempre più coinvolti e interessati a partecipare alla vita dei Consorzi, abbandonando gli estremismi. Lo dimostra, in Toscana, l’elezione di Stefano Amerighi alla presidenza del Consorzio Vini Cortona, avvenuta a maggio 2019.

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Fiano Puglia Igp 2017 “Cicaleccio”, Cantina Giara

Ci sono vini capaci di materializzare paesaggi, coi loro sentori. Il Fiano Puglia IgpCicaleccio” 2017 di Cantina Giara, con quel nome e i profumi che evocano campi d’erba sterminati, fa addirittura da colonna sonora all’assaggio.

Alle note erbacee sottili si affiancano ricordi di arancio, zenzero candito, buccia di pompelmo, frutta esotica. Accenni fumè che si riverberano dal naso al palato, in un bel gioco con la matrice minerale-salina del nettare.

Dopo un ingresso di bocca morbido e fresco, sul frutto tropicale e su precisi ritorni d’agrume, è proprio il sale che chiude il sorso, chiamando inesorabilmente quello successivo. È l’apoteosi di uno dei Fiano di Puglia più buoni di sempre.

Il segno che un’accorta vinificazione “naturale” del bistrattato vitigno pugliese, oltre alla precisa scelta di non optare per i lieviti selezionati, favorisca alcune varietà più di altre. Le uve di “Cicaleccio”, curate come figlie da Giorgio Nicassio, provengono solo dai vigneti di proprietà della cantina, ad Adelfia, in provincia di Bari.

La vendemmia si compie in piccole cassette: bello apprendere questo dettaglio dal collo della bottiglia, dove un adesivo indica “Vendemmia 2017 raccolta a mano“. L’idea di una “vendemmia raccolta a mano” è molto più efficace della mera indicazione “uve raccolte a mano”. Sottigliezze filosofiche che in vini di concetto come il Fiano “Cicaleccio” sono macigni.

Le uve vengono condotte in cantina per la sola fermentazione spontanea, senza inoculo di lieviti selezionati, nonché per l’imbottigliamento. Un Fiano “non filtrato, non chiarificato, non barricato”, precisa il vignaiolo Nicassio, sulla retro etichetta. Inchiostro utile a chiarire da dove viene questo vino, figlio di mamma “Apulia in purezza“.

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Mercato Fivi Piacenza 2019: nuova beffa del vignaiolo naturale all’organizzazione

A due settimane dal 9° Mercato dei Vini dei Vignaioli Fivi, in programma a Piacenza Expo dal 23 al 26 novembre 2019, si prospetta una nuova beffa all’organizzazione da parte della cantina toscana Palazzo di Piero e Cavaglioni (SI). Il cartello dell’azienda agricola riporterà la dicitura “Vini naturali di Toscana“, al posto della ragione sociale.

Un chiaro tentativo di distinguersi tra i banchi d’assaggio, come già accaduto nel 2018. Catturando l’attenzione di un certo tipo di pubblico verso il proprio stand, ma contravvenendo alle regole della Federazione.

I produttori avevano tempo fino al 7 novembre per comunicare il nome della cantina, la provincia e la regione che comparirà sul cartello e sulla guida dell’evento, compilando un apposito modulo in formato Excel.

L’organizzazione ha così potuto assegnare ad ogni vignaiolo il numero del tavolo e il colore di appartenenza, dando vita alla mappa ufficiale del Mercato Fivi 2019. Uno strumento utilissimo ai visitatori.

La società agricola toscana, al posto della ragione sociale, ha tuttavia indicato il nome del dominio del proprio sito web, ovvero “Vini naturali di Toscana” punto com. Il portale presenta infatti le etichette delle cantine Fattoria di Cavaglioni di Sovicille e Palazzo di Piero di Sarteano (SI).

Il cartello presente lo scorso anno al Mercato Fivi

Vini Naturali di Toscana – si apprende online – è il sito web dedicato ai vini prodotti nelle fattorie della nostra famiglia, Galeotti Ottieri della Ciaja e Galli in giro per la Toscana, dove coltiviamo vari prodotti biologici e seguiamo una precisa idea di viticoltura biologica e vinificazione naturale”.

Secondo un controllo effettuato da WineMag.it sul portale dell’Agenzia delle Entrate, la Partita Iva indicata sul sito web è legata alla ragione sociale “Fattoria di Cavaglioni Società Agricola“. “Vini naturali di Toscana” non è dunque una scritta valida ai fini delle richieste di Fivi ai vignaioli, pur non essendo stata rettificata. Ma c’è di più.

Lo scorso anno, come si evince dall’elenco dei vignaioli presenti al Mercato 2018 pubblicato da Fivi, l’azienda senese si era registrata all’evento col nome “Palazzo di Piero”, esibendo sul cartello la scritta “Vini naturali di Toscana” al posto del Comune in cui ha sede la cantina. Un unicum dell’intero evento, tollerato dall’organizzazione.

Per l’edizione 2019, la società agricola toscana ha osato ancora di più. Sulla guida e sulla mappa del Mercato in programma tra due settimane non c’è traccia di “Palazzo di Piero”, ma della sola “Vini naturali di Toscana“. L’effetto sulla cartellonistica sarà ancora più evidente: la scritta apparirà ancora più in grande, come ragione sociale.

VIETATE LE VECCHIE ANNATE SENZA LOGO

È attesa nelle prossime ore una presa di posizione ufficiale di Matilde Poggi (nella foto), presidente della Federazione italiana Vignaioli indipendenti, in merito alla vicenda. Un’edizione, quella del 2019, che vedrà tra l’altro regole ancora più restrittive per i produttori aderenti al Mercato di Piacenza.

Sempre secondo fonti ufficiali di WineMag.it, l’organizzazione ha infatti vietato di portare al banco d’assaggio bottiglie prive del logo della Federazione. Pena l’immediato allontanamento dalla manifestazione.

Una decisione che penalizza le piccole realtà emergenti desiderose di far degustare in verticale i propri vini, partendo da annate precedenti all’iscrizione all’associazione, in cui il marchio non appariva ancora in etichetta.

Viene inoltre creata un’oggettiva disparità tra le cantine più piccole e le aziende più strutturate ed economicamente più solide, in grado di ristampare le etichette inserendo il logo Fivi sulle vecchie annate dei vini.

Una scelta che pare infine contraddire i cardini del “Dossier Burocrazia“, sottoscritto dalla Federazione e presentato al Ministero dell’Agricoltura al fine di “snellire la burocrazia ogni giorno più pressante sulle piccole e medie aziende vitivinicole, per far fronte ai tanti adempimenti previsti dalla legge”.

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La Terra Trema 2019: al Leoncavallo 100 vignaioli, dal 29 novembre al 1 dicembre

MILANO – È tra gli eventi annuali più attesi dagli amanti dei “vini naturali”. La Terra Trema 2019 si terrà a Milano, dal dal 29 novembre al 1 dicembre 2019, nella sede ormai storica del Leoncavallo Spazio Pubblico Autogestito di via Watteau, 7. Si tratta della XIII edizione della cosiddetta “Fiera Feroce” milanese.

L’ingresso, come di consueto, prevede la “sottoscrizione al progetto”, al costo di 10 euro al giorno. Vino, birra, sidro, cucina a filiera diretta, ma anche musica, nel weekend: venerdì e sabato sera, dopo le ore 22, l’ingresso per i concerti è di 5 euro. Ingresso gratuito domenica sera, dopo le ore 20.

“La sottoscrizione – spiega l’associazione giovanile Il Folletto 25603 di Abbiategrasso (MI), che organizza l’evento  – comprende le degustazioni libere dei vini e dei prodotti dei vignaioli, dei birrifici, degli agricoltori e degli artigiani presenti; la partecipazione libera agli incontri, alle degustazioni guidate, ai laboratori, ai concerti”.

All’entrata, ogni visitatore sarà munito di un calice da degustazione; un catalogo illustrante le aziende e i vini e prodotti presenti, gli eventi in programma, i menù delle cene a filiera diretta; la scheda per votare l’aspirante vincitore del premio della Roncola d’Oro sarà invece disponibile allo stand de La Terra Trema.

Ogni produttore nel proprio stand metterà in evidenza l’autocertificazione e il prezzo sorgente “per permettere la massima rintracciabilità e trasparenza dei propri prodotti in degustazione e in vendita”, assicurano i promotori dell’evento.

“Non abbiamo mai dato questa manifestazione per scontata – commenta Il Folletto 25603 – non lo facciamo adesso che l’ordito tessuto intorno a vino e cibo si è fatto ancor più intricato e controverso. La Terra Trema avviene per dare supporto, spazio e visibilità ai mille volti dell’agricoltura di resistenza presenti in Italia e non solo, alle narrazioni sul vino e al cibo altrimenti inascoltabili”.

“La Terra Trema – continuano gli organizzatori della Fiera Feroce – avviene per smontare le intermediazioni nella relazione tra chi produce e chi consuma, per ritrovare il senso delle cose parlando anche di mercato. Lo fa in autogestione, nell’autofinanziamento”.

Le esperienze radicali del presente che continuiamo a supportare sono quelle di piccoli agricoltori e contadini resistenti che portano avanti il loro lavoro in modo indipendente, in territori peculiari, trasformando i rapporti e i modi di produzione, le relazioni culturali e sociali ai margini, più o meno lontani, delle metropoli bestia e con incursioni continue in queste stesse”.

“Le esperienze radicali del presente che continuiamo a supportare sono quelle che animano luoghi anche molto diversi tra loro, che combattono la desertificazione delle esperienze, vivificano ciò che abitano, costruiscono un rapporto organico tra uomo e natura”, continua Il Folletto 25603.

“Viviamo un presente ampiamente devastato e avanti agli occhi si aprono scenari ancor più apocalittici. Occorre rimanere vivaci, volenterosi di conflitto, pronti a organizzarsi nella catastrofe. Pronti al peggio, si diceva una volta. Sempre pronti al peggio”.

Poi l’annuncio: “Sarà una Fiera Feroce di esperienze di reti e di relazioni, di riflessioni collettive fortissime. Sarà una festa nonostante tutto. Nel nostro dirci ancora materia fecciosa e insolvibile, racaille, di questo sistema lasciamo queste riflessioni per una nuova occasione di confronto nell’imminente edizione de La Terra Trema”.

VIGNAIOLI, BIRRIFICI E SIDRERIE – LA TERRA TREMA 2019

ABRUZZO
Colle San Massimo – Giulianova (TE)
Fiore – Podere San Biagio – Controguerra (TE)
Ludovico – Vittorito (AQ)
Rasicci Emanuele – Controguerra (TE)

ALTO ADIGE
Brunnenhof – Egna (BZ)

BASILICATA
Podere Lucano – Ripacandida (PZ)

CALABRIA
Lucà Santino – Bianco (RC)

CAMPANIA
Podere Veneri Vecchio – Castelvenere (BN)
Salvatore Magnoni – Rutino (SA)

EMILIA ROMAGNA
Gualdora – Ziano Piacentino (PC)
Podere Cipolla – Denny Bini – Coviolo (RE)
Tre Rii – Corniglio (PR)

FRIULI VENEZIA GIULIA
Marco Pinat – Povoletto (UD)
Nicolini Giorgio – Muggia (TS)
Zahar – San Dorligo della Valle (TS)

LAZIO
Le Orme – Monticelli di Esperia (FR)

LIGURIA
Rosmarinus – Perinaldo (IM)
Taverna del Vara – Torza (SP)

LOMBARDIA
Alziati Annibale – Rovescala (PV)
Beltrama Stefano – Albosaggia (SO)
Birrificio Ma’aM – Abbiategrasso (MI)
Il Gabbiano – Sondrio (SO)
La Basia – Puegnago del Garda (BS)
La Spontanea – Villa di Salò (BS)
Orto Tellinum – San Giacomo di Teglio (SO)
Piccolo Bacco dei Quaroni – Montù Beccaria (PV)
Selva Pietro – Castione Andevenno (SO)
Torre degli Alberi – Ruino (PV)

MARCHE
Ca’liptra – Cupramontana (AN)
Fiorano – Cossignano (AP)
La Marca di San Michele – Cupramontana (AN)
Tomassetti – Senigallia (AN)
Vigneti Vallorani – Colli del Tronto (AP)

PIEMONTE
Birrificio a Bassa Velocità – Cels – Exilles (TO)
Buganza Renato – Piobesi D’Alba (CN)
Cantine del Castello Conti – Maggiora (NO)
Cascina ‘Tavijn – Scurzolengo (AT)
Cascina Boccia – Tagliolo Monferrato (AL)
Cascina Carrà – Monforte d’Alba (CN)
Cascina del Monastero – La Morra (CN)
Cascina Gasparda – Olivola (AL)
Cascina Gentile – Capriata d’Orba (AL)
Cascina Zerbetta – Quargnento (AL)
Curto Marco – La Morra (CN)
Eraldo Revelli – Farigliano (CN)
Garage dell’Uva – Settimo Rottaro (TO)
Garella – Masserano (BI)
Giachino Claudio – Montelupo Albese (CN)
Granja Farm – Chiomonte (TO)
Il Mongetto – Vignale Monferrato (AL)
Il Vino e le Rose – Momperone (AL)
La Tommasina – Frassinello Monferrato (AL)
La Viranda – San Marzano Oliveto (AT)
LeViti – Dogliani (CN)
Manera – Alba (CN)
Monfrà – Vignale Monferrato (AL)
Piatti Antonella – Mazzè (TO)
Rocco di Carpeneto – Carpeneto (AL)
Tenuta Grillo – Gamalero (AL)
Terre di Maté – Pasturana (AL)

PUGLIA
Dei Agre – Felline (LE)
Pantun – Mottola (TA)
Tenuta Patruno Perniola – Gioia del Colle (BA)

SARDEGNA
Cantina Carta – Magomadas (OR)
Orgosa – Orgosolo (NU)
Sa Defenza – Donori (CA)

SICILIA
Bosco Falconeria – Partinico (PA)
Cantina Malopasso – Zafferana Etnea (CT)
Cantine Barbera – Menfi (AG)
Mulsum – Volzone – Trecastagni (CT)
Valcerasa – Alice Bonaccorsi – Randazzo (CT)

TOSCANA
Barile Fratelli – Capalbio (GR)
Fattoria Majnoni Guicciardini – Barberino Val d’Elsa (FI)
I Botri di Ghiaccioforte – Scansano (GR)
Il Cerchio – Capalbio (GR)
La Pievuccia – Castiglion Fiorentino (AR)
Monastero dei Frati Bianchi – Fivizzano (MS)
Parmoleto – Castel del Piano (GR)
Paterna – Terranuova Bracciolini (AR)
Podere Ranieri – Massa Marrittima (GR)
Prato al Pozzo – Cinigiano (GR)
Sàgona – Loro Ciuffenna (AR)
Sant’Agnese – Piombino (LI)
Terra d’Arcoiris – Chianciano Terme (SI)
Terre Apuane – Marina di Carrara (MS)

TRENTINO
Maso Bergamini – Cognola (TN)

UMBRIA
La Casa dei Cini – Pietrafitta (PG)
Preggio – Umbertide (PG)

VENETO
Aldrighetti Lorenzo e Cristoforo – Marano di Valpolicella (VR)
Le Bignele – Marano di Valpolicella (VR)
Monteforche – Vò (PD)
Rarefratte – Breganze (VI)


FRANCIA
Chateau Pascaud Villefranche – Barsac (Drôme)

SPAGNA
La Gutina – Sant Climent Sescebes – Girona

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Oche e cavalli in vigna, non son tutte rose e fiori: parola di Roberto “Ironman” Di Filippo


Le oche che passeggiano in vigna e i cavalli usati per trainare l’aratro, al posto dei trattori. Immagini idilliache, degne di paesaggi bucolici pennellati da Vincent Van Gogh, John Constable o William Turner. Eppure, chi pensa che la biodinamica sia il Mulino Bianco della viticoltura, deve ricredersi. Una chiacchierata con Roberto Di Filippo e, puff. Le cose appaiono da un’altra prospettiva. Courbetiana.

Due gravi incidenti – più un terzo finito bene – non hanno scalfito gli ideali di questo temerario vignaiolo umbro, che nella sua Cannara (PG) conduce dal 2009 30 ettari di vigneto certificati biologici, secondo i principi della viticoltura biodinamica. Cornoletame e fasi lunari, dunque. Ma soprattutto oche (circa 400) e nove cavalli, su 4 ettari.

Animali con cui Roberto Di Filippo è entrato ormai in simbiosi. Potesse parlare, lo confermerebbe pure Bebè, il suo “cavallo preferito”. Un amore forte come il titanio. E non si tratta di un eufemismo.

“Sono una specie di RoboCop o Ironman– scherza il vignaiolo di origini salernitane – ho tre viti e un chiodo di titanio di quasi mezzo metro nella gamba. Non suono in aeroporto solo perché è metallo puro! Il dottor Roberto Valieri, che mi ha operato per due volte a Perugia, dice che è orgoglioso di me e di come sono andate le operazioni”.

La cronaca dei due incidenti è per cuori forti. “Non avevo molta esperienza nell’addestramento dei cavalli – racconta Di Filippo – e stavo addestrando Bebè, arrivato da noi da puledro. Era il 18 aprile 2014. Lo stavo guidando a redini lunghe in un filare, tirando un tronco da 200 chilogrammi”.

“All’improvviso si spaventa per una macchina e inizia a correre. Cerco di fermarlo, ma mi rendo ben presto che non riesco a tener testa al suo peso: circa una tonnellata. In un attimo mi trovo a terra, steso. Guardo la gamba e la vedo girata a 45 gradi: tibia e perone fratturati”.

Attorno inizia ad accalcarsi il personale della cantina Di Filippo, oltre ad alcuni passanti. “Istintivamente, ho preso la gamba e me la sono raddrizzata da solo. Le ossa avevano riportato una frattura netta, composta ma non esposta. Tuttora chi ha assistito a questa scena la ricorda con orrore! In realtà ho agito per istinto, per via di tutta l’adrenalina che avevo in corpo”.

Di lì a due mesi, Roberto Di Filippo è di nuovo in piedi, grazie a una placca di titanio nella gamba. “Zoppicavo ancora quando gli amici di Castello di Tassarolo mi hanno convinto a partecipare a una gara con il cavallo, che prevedeva un percorso a gincana, con un tronco lungo 6 metri. Sono riuscito incredibilmente ad arrivare primo”.

Il secondo incidente, però, è dietro l’angolo. “Stavo addestrando Bebè, questa volta su un trailer costruito da me, sempre secondo i principi dell’agricoltura biodinamica. Un’auto fa manovra, Bebè si spaventa e parte: va incontro a delle pietre, a tutta velocità. Rischiavo di essere catapultato fuori dall’attrezzo, quindi sono saltato giù, atterrando proprio sulla gamba già ammaccata. Risultato? Frattura del piatto tibiale“.

All’ospedale lo stesso medico, ma il pensiero di Roberto Di Filippo è un altro: “Adesso come lo dico a mia moglie?”. “La stessa cosa che mi è frullata nella testa di lì a pochi mesi – ammette il vignaiolo di Cannara – quando, nel tentativo di dividere la vecchia cavalla Olga in calore e Diamante, uno stallone, mi sono preso un calcio che mi ha scaraventato a 3 metri. In quel caso, solo tanto dolore”. Matrimonio salvo, un’altra volta.

“Sono ferite di guerra – scherza Di Filippo – che valgono però come monito a chiunque pensa che la viticoltura biodinamica sia tutta rose e fiori. Gli incidenti, d’altro canto, sono avvenuti quando non avevo ancora una grande esperienza nell’addestramento dei cavalli”.

“Oggi come oggi – rassicura il produttore – Bebè è affidabilissimo, come tutti i cavalli che usiamo per condurre i turisti in giro in carrozza. Merito anche di Daniele Cardullo, addestratore di fama nazionale che ci affianca nelle attività in campo”.

Non ci si può improvvisare viticoltori biodinamici – ammonosce Roberto Di Filippo – e va ricordato che la biodinamica non comporta necessariamente l’utilizzo di animali. Ai giovani dico: diventate agricoltori, siate vignaioli autentici, duri e di testa dura. Ma sappiate che è dura. Dobbiamo riumanizzare l’agricoltura e la viticoltura”.

“L’importante – aggiunge il vignaiolo umbro – è recuperare la nostra identità di agricoltori, che ormai abbiamo perso. La biodinamica si è ormai evoluta in biotecnologia: non è detto che tutte le tecniche originarie siano ancora perfette. Il mio è un approccio molto pragmatico, per certi versi olistico e umanistico”.

I VINI DELLA CANTINA DI FILIPPO

Occasione della chiacchierata con Roberto Di Filippo è stata la presentazione della gamma di vini di Cantina Di Filippo, lunedì 14 ottobre al ristorante Tiraboschi 6, a Milano. Perfetti gli abbinamenti con i piatti dello chef Gianluca Panigada.

La schiettezza di Di Filippo appare evidente anche nei calici. Al centro l’assoluta riconoscibilità dei vitigni, grazie all’applicazione di principi vicini al mondo del “vino naturale”, ma senza gli estremismi che accontentano ormai solo una schiera sempre meno nutrita di ultrà vinnaturisti.

Scordiamoci che fare vino naturale significhi lasciare tutto in mano alla natura – sottolinea Roberto Di Filippo – perché piuttosto è vero l’opposto. Chi rinuncia alle pratiche enologiche più comuni deve essere ancor più bravo e più preparato degli enologi.

I vignaioli come me sono passati dall’essere considerati i freak del biologico degli anni 80, ai freak delle oche e dei cavalli dei tempi moderni. Quello che non si dice, è che per la gran parte di noi il progetto in vigna ha una base scientifica forte, reale, documentata da anni di studi e di applicazioni”.

Che il focus sia sulla ricerca della tipicità lo si capisce sin da subito: dal Grechetto frizzante Igt dell’Umbria 2018 (92/100) che si rifà al mondo dei “Col Fondo”. Molto più di una versione umbra del “Prosecco delle origini”.

Malafemmena” – questo il nome di fantasia, in onore di Antonio “Totò” De Curtis – è di fatto uno dei frizzanti più centrati nel panorama enologico italiano, fuori dai confini di un Veneto che ha fatto da apripista.

Si prosegue con due versioni di Grechetto dell’Umbria Igt, una delle quali “Senza solfiti aggiunti” (90/100). A convincere maggiormente è proprio questa etichetta, che appare più diretta e senza fronzoli.

Al frutto esotico risponde la vena “dura” e “cruda” tipica del vitigno: muscolo e chiusura leggermente amarognola, al limite della percezione tannica. Il tutto in un quadro comunque equilibrato, che stimola la beva. Ancora più accentuata la vena fruttata nel Grechetto “convenzionale” (87/100) in vendita anche nei supermercati NaturaSì.

Il viaggio continua nell’universo dei vini rossi di Cantina Di Filippo. Grazie a un lavoro scrupoloso in vigna, Roberto “Ironman” riesce a portare nel calice due etichette di grandissimo valore. Per motivi differenti.

Colpisce la prontezza di beva del Montefalco Sagrantino Docg 2015 “Etnico” (91/100) classico vino in grado di accontentare sia il palato più accorto e “tecnico” sia il palato del semplice amatore. Tannino presente ma disteso e maturità perfetta del frutto, parlano della scelta perfetta nell’epoca di raccolta delle uve.

Fondamentale anche il lavoro in cantina, dove Di Filippo effettua la macerazione di una notte su un terzo della massa, mentre la parte restante viene vinificata in rosso, in maniera classica: l’obiettivo è estrarre esclusivamente colore e primari (frutto e varietale), per poi effettuare l’assemblaggio.

Non poteva mancare una versione più “tradizionale” del noto rosso umbro, offerta dal Montefalco Sagrantino Docg 2015 (94/100) la cui bottiglia è contraddistinta dal medaglione centrale, color argento.

Un vino di eleganza assoluta, che sfodera – come nella migliore delle attese – una complessità maggiore di quella di “Etnico”. È il Sagrantino classico, quello da aspettare per lo meno cinque anni prima che inizi a trovare il suo equilibrio, nella sua crescita verso l’apice della “forma”.

Alle note nette di sottobosco si accosta una vena minerale, che ricorda la pietra focaia. Il tannino è naturalmente ruvido, ma evidenzia tutta la sua natura nobile nel controbilanciare la vena fruttata del sorso. Un altro vino che si fa bere con facilità, se accostato al piatto giusto.

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***DISCLAIMER*** L’articolo è frutto di un pranzo-degustazione organizzato per la stampa dalla cantina e dal relativo ufficio stampa. I commenti espressi sono comunque frutto della completa autonomia di giudizio della nostra testata, nel rispetto assoluto dei nostri lettori

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“La viticoltura biodinamica? Molto più del cornoletame”. Parola di Roberta Ceretto


ALBA – Hanno tutti gli occhi chiari, azzurri come il mare, i “ragazzi” della terza generazione Ceretto. I figli di Bruno e Marcello (Roberta, Federico, Lisa e Alessandro), eredi della casa vinicola fondata da Riccardo negli Trenta, in località San Cassiano ad Alba (CN), hanno ereditato la luce posta sui cru del Barolo e del Barbaresco dai genitori. E l’hanno trasformata in uno sguardo “green“, da riversare interamente sui vigneti.

La certificazione biologica dei 170 ettari risale al 2015. Ma in realtà, dal 2003, sarebbe meglio parlare di una “scientifica applicazione della biodinamica in vigna, che va ben oltre il cornoletame“. A chiarirlo è Roberta Ceretto, figlia di Bruno, mentre crescono le superfici vitate della cantina che si avvalgono di principi steineriani.

Il nostro è un approccio scientifico alla biodinamica. Fare vino significa seguirlo in tutte le sue fasi, dalla vigna alla vendita. Quello che noi facciamo è accompagnarlo dal vigneto al consumatore finale. C’è molto più del cornoletame nella nostra idea di biodinamica”, chiarisce Roberta a WineMag.it, camminando sotto le volte della cantina storica del Monsordo.


Una convinzione che affonda le radici nella storia del territorio, fatta propria dalla famiglia Ceretto in una veste moderna, ragionata. Che va ben oltre il marketing e i “bollini”, utili a far felici i sempre meno numerosi “ultrà del vino che puzza“, purché sia autoproclamato “naturale” dal produttore. Gente di cui ha parlato di recente anche Alessandro Dettori.

“Mio padre e mio zio – sottolinea Roberta Ceretto – fanno parte di quella generazione che ha ‘costruito’ le Langhe, attorno al mito del Barolo e del Barbaresco. Non erano le Langhe di Fenoglio e della ‘malora’, ma non si allontanavano molto”.

“Di certo non erano neppure le Langhe che è possibile ammirare oggi passeggiando, dove è tutto bello, si mangia bene, eccetera. Vent’anni fa, quando ho iniziato a lavorare in azienda – ricorda Roberta – per me era difficile trovare qualcosa che funzionasse qui attorno: un albergo, un ristorante. Adesso, forse, le Langhe sono il territorio dove si mangia meglio in assoluto in Italia”.

Un’evoluzione, quella delle Langhe, che ha coinvolto e travolto (positivamente) anche l’enologia. “I vini sono migliorati tantissimo – ammette la figlia di Bruno Ceretto (nella foto, sotto) – e la gente non improvvisa più, come un tempo. Mio nonno è passato da autista di una cantina a produttore di vino. Mio cugino Alessandro, invece, ha fatto l’enologica, l’università, ha fatto vendemmie in giro, dappertutto”.

L’analisi di Roberta prosegue con limpidezza e lucidità. Mentre tutt’attorno il vino riposa nelle botti: “Non dovrei dirlo, per carità: c’è anche il discorso della conversione al biodinamico nel miglioramento dei nostri vini negli anni, acclarato dalla critica internazionale. Ma c’è da dire che Alessandro è molto più preparato. Il vino del contadino, fatto a sentimento, non esiste più”.

“Noi ci avvaliamo di due biologi a tempo pieno – sottolinea Roberta Ceretto – ma non perché il nostro sia un vino artefatto: lavoriamo a stretto contatto con la natura. Però, se devi fare una vendemmia, non entri in vigneto a caso! Frasi come ‘oggi mi sembra possa andar bene’, non funzionano più. Ogni nostra barrique è siglata, un programma ci aggiorna sulla progressione della maturazione: non esiste più nulla di improvvisato“.

Secondo Rudolf Steiner, padre della biodinamica, il letame di vacca che abbia partorito almeno una volta, infilato in un corno, sotterrato e recuperato prima di Pasqua, incrementerebbe la resa del terreno. Una pratica nota come “Preparato 500”, o “cornoletame”

“Vero che poi il produttore, e l’enologo nello specifico, hanno un talento nel riconoscere le varie fasi. Ma ormai, a un brand come Ceretto, non viene perdonato più nulla, soprattutto perché produciamo vini come Barolo e Barbaresco, che non sono generalmente accessibili a tutti i portafogli. Scoccia non spendere bene 100 euro“.

Già, perché “un vestito lo puoi cambiare ricorda Roberta – ma una bottiglia di vino no. E la faccia che ci metti è la tua, da produttore. In cantina, quindi, si lavora come in un laboratorio. Questo non vuol dire modificare la natura, ma seguirla, ben oltre il cornoletame. Sfruttando la tecnologia per migliorare quel che ci fornisce”. Voce del verbo Ceretto. Amen.

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“Il vino naturale è morto”. Parola del vignaiolo sardo Alessandro Dettori


“Accendo questo diario perché credo che il confronto, libero e sincero, sia uno strumento, doloroso ma necessario, per tenermi collegato al mondo e proiettato verso il futuro”. Così Alessandro Dettori (Tenute Dettori) spiega le ragioni dell’apertura del suo blog, dal quale oggi rilancia un post del 2014. Titolo inequivocabile: “Il vino naturale è morto, viva il vignaiolo naturale“.

“Alla fine del 2014 – spiega Dettori, vignaiolo di Sennori, Badde Nigolosu, in Sardegna – alcuni eventi personali mi hanno consigliato di spegnere i social e chiudere il blog appena nato. I social non mi mancano affatto e penso sia stata una sana e sensata scelta. Ho accumulato scritti, appunti, bozze, ritagli, disastri”.

“Insomma la voglia di scrivere non mi ha mai abbandonato ed ora ho deciso di tornare a condividere, sorridere, discutere con voi, a viso aperto, senza filtri e soprattutto, senza fake e troll”, aggiunge nel preludio al suo ritorno alla scrittura Alessandro Dettori. Poi, il rilancio del post del 2014, che riportiamo integralmente.

Mai scritto e mai detto che i nostri vini sono naturali. La parola naturale non ci è mai piaciuta. Bandita dopo il primo “Terra e Libertà/Critical Wine” dell’aprile del 2003 a Verona ed il secondo di Dicembre, sempre nel 2003, presso il Leoncavallo a Milano.

Fu proprio la partecipazione a quei due eventi dirompenti (dal 2005 prenderà il nome di ‘La Terra Trema’) che mi convinse quanto fosse pretestuoso e poco intelligente parlare di ‘vino naturale’.

Argomento appena nato in Italia ma già dibattuto, negoziato e analizzato più volte in Francia, dove la necessità di fare il vino naturale, nasce dalla esigenza di ritrovare nel bicchiere tutta la propria cultura, fatta anche di spigoli. Da alcuni amici “questo impulso” è stato riassunto come ‘Il Rinascimento delle denominazioni’.

Sono passati undici anni dal 2003 e diciotto dall’inizio della mia personale avventura, ma mi sembrano siano passate due ere geologiche. Gli anni difficili sono stati sostituiti dagli anni dell’ovvietà.

Prima dovevo stare attento a ‘svelare’ la biodinamica a qualche importatore, per non perderlo. Oppure dovevo dare tutto me stesso per argomentare che il vino sarebbe durato comunque, anche senza solforosa e nonostante le fermentazioni spontanee.

Ora, è moda. E’ ‘naturale’ bere il vino ‘senza lieviti’, ‘non filtrato’, ‘non chiarificato’, ‘politicamente impegnato’, il vino ‘contro l’industria’, ‘contro l’enologo’.

Ecco, sta diventando il ‘vino contro’ a prescindere. Ma il più delle volte è contro la propria storia, la propria cultura, il proprio terroir. Questo sta uccidendo i sogni e gli impulsi iniziali. La new-wave dei costruttori di vino naturale con poca esperienza o arguta intuizione commerciale, si sono allontanati dal terroir.

Un Terroir nasce dalla vicendevole fusione – unione tra un Luogo ed un Popolo. Per Luogo (antropologico) intendo come sosteneva Augè: “Uno spazio che è stato marcato, occupato, simbolizzato, ordinato da una Società”.

Un terroir non è figlio di un singolo, ma di una comunità che in un luogo vi ha vissuto anche e soprattutto, senza avere coscienza di ciò. Un terroir è stato amalgamato  da gesti quotidiani volti alla sopravvivenza: dal pane fatto per se, al vino fatto per essere commerciato.

Il terroir necessita sempre di un vignaiolo. Il vino naturale senza un vignaiolo è un artifizio commerciale o un capriccio. Questa è la nuova via, la nuova sfida: spostare l’attenzione dal metodo – e quindi dalla ricetta – verso la persona che vive di vino: il vignaiolo naturale.

Da quel 2003 ho capito che non avevamo fatto e non volevamo fare il ‘vino naturale’. Volevamo e vogliamo essere vignaioli naturali e i vignaioli naturali fanno semplicemente vino.

Il Vino di terroir che è cultura, non può che essere fatto, nella sua migliore ed autentica espressione, da un vignaiolo naturale che riesce a ridisegnare la cultura del luogo quotidianamente, con la propria Vita”.

Alessandro Dettori spiega poi la sua definizione di vignaiolo naturale: “Per vignaiolo naturale intendo colui che in vigna lavora seguendo i principi, i processi e i metodi che la natura usa per sé. Colui che vinifica solo le proprie uve che ha personalmente coltivato. Imbottiglia solo il proprio vino”.

E ancora: “Determina personalmente o in famiglia le scelte e le decisioni di ogni fase e processo della propria azienda agricola. Vive della sola professione di vignaiolo. Rispetta il lavoro agricolo riconoscendone il valore economico. Produce il proprio vino con i seguenti ingredienti/additivi/coadiuvanti: Uva e pochi solfiti, solo prima dell’imbottigliamento. Il vino deve essere un degno e vero rappresentante della cultura del luogo”.

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E se il vino naturale fosse quello da “bere” col cuore, al posto della bocca?


EDITORIALE –
“So benissimo che i miei vini hanno dei difetti. Ma è sempre meglio un vino naturale difettato che un vino fatto con le polverine”. Natalino Del Prete, pioniere del movimento dei vini naturali pugliesi, è uno di poche parole ma dai concetti schietti e affilati, espressi col candore dell’autentico puro di cuore.

Lo intercettiamo a Sannicandro di Bari, al termine di una degustazione di sei vini della sua cantina di San Donaci (Brindisi). Un appuntamento con la viticoltura più verace e rurale, inserito nell’ambito del programma di Radici del Sud 2019, il Salone dei vini e degli oli del Meridione.

Ho sempre creduto nei vini naturali – racconta il vignaiolo salentino – perché sono uno che si batte per il bene comune. Per me il vino naturale è quello che fornisce gli anticorpi alla persona. È una medicina“. E i difetti? “Tutti abbiamo pregi e difetti – commenta Del Prete – e poi bisogna capire cosa si intende per difetti”.

“Tutti gli esseri viventi hanno dei difetti e anche i miei vini ne hanno, per carità. Ma se per correggerli devo usare delle porcherie o delle cose che non sono genuine, preferisco lasciarli come sono“.

“Eppure – ammette Natalino Del Prete – il vino naturale sta diventando una moda. E le mode non sempre rispecchiano le esigenze delle persone, che ne sono attratte, coinvolte, assorbite. Pure gli Scapigliati erano una moda. I Sofisti erano una moda”.

“Dopo la moda, credo rimarranno in piedi solo quelli che se la sentono di pagare di persona. Rimane sempre in piedi quello che fa le cose per amore, per vocazione e con i sacrifici. In alcune annate perdo l’uva e quindi non ne faccio un discorso economico. Se non facessi vino naturale farei volontariato, missioni, cose così. Ogni morte di uomo mi diminuisce perché sono parte dell’umanità”.

Quindi è una missione fare il vino? “Per me sì – risponde Natalino Del Prete, fissandoti negli occhi – e quindi missione e imprenditoria nel mio caso vanno a braccetto. Io sono trattato da imprenditore, ma sono un lavoratore. È dalle 4 di questa mattina che sono in piedi (sono le 22.30, ndr). Quando sono in vigna e sento il profumo dell’uva, penso sia impagabile. Chi ti paga queste emozioni?”.

Un noto portale e-commerce inserisce le etichette di Natalino Del Prete nella categoria “vini coraggiosi“. Sarebbe meglio chiamarli “vini intimisti” o “di concetto”. Difettati perché puri. E puramente difettati, seguendo il discorso di Del Prete, al netto delle carenze tecnico-scientifiche delle sue affermazioni.

Le nostre note di degustazione de “Il Pioniere“, “Anne“, “Jolly” e “Sorso Antico” confermano di fatto una schiera di difetti che evitiamo di pubblicare. Una coltre che nasconde la purezza del frutto, complica la bevibilità e fa arrossire le portate proposte in abbinamento dal bistrot in cui si è tenuto il tasting.

Eppure, pensare alla passione del vignaiolo e alla profondità del suo agire in vigna fa bene all’anima e all’animo. Mentre l’ultima snasata acetica punge il cervello come un ago in un pagliaio di eterei punti di domanda, profumi e sapori passano in secondo piano.

Il cuore si allarga. E il candore intimo del generoso Natalino inebria la mente e scende giù, fin sopra allo stomaco. È il Naturali’s karma: che senso ha bere con la bocca quando si può bere col cuore?

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Se il vignaiolo naturale diventa presidente del Consorzio


EDITORIALE –
“Il desiderio iniziale di produrre vino di qualità si è integrato negli anni con un progetto più ampio: quello di rendere l’azienda un laboratorio sulla sostenibilità agricola. Ad oggi il nostro intento è quello di proporre la pratica naturale come alternativa all’agricoltura convenzionale attraverso la coltivazione dei cereali, degli ortaggi e dei frutti fino all’allevamento degli animali unita alla produzione di un grande vino!”.

Parole (e musica) di Stefano Amerighi, vignaiolo “naturale” appena eletto presidente del Consorzio Vini Cortona, in Toscana. L’organismo, nato nel 2000, conta oggi una produzione di 1 milione di bottiglie annue, per un fatturato medio che supera i 3 milioni di euro.

Un evento, l’elezione di Amerighi, che deve far ragionare il mondo vinnaturista, sempre più diviso (internamente) tra “fanatici” – detentori di un vocabolario preistorico e di un modus operandi degno dei peggiori ultrà, specie sui Social Network – e i “moderati”, che accettano il dialogo (anche istituzionale) col mondo dei produttori e consumatori di “vino convenzionale”.

L’elezione di Amerighi a presidente del Consorzio che tutela i Vini Doc di Cortona segna l’inizio di una nuova era per tutto il mondo del vino naturale in Italia, non solo dal punto di vista della comunicazione. Un segmento che non passa inosservato nei palazzi che contano, anche a Roma.

Ne è una prova l’attenzione dimostrata dal ministro alle Politiche Agricole Gian Marco Centinaio, che in un’intervista esclusiva rilasciata a WineMag.it ha aperto le porte alle principali associazioni di vinnaturisti.

Obiettivo: istituzionalizzare – o meglio “regolamentare” – un mondo fatto troppo spesso di auto-certificazioni e auto-denunce di legittimità, che si traducono in auto-referenzialità, auto-incensazione e conseguenti auto-proclamazioni di beatificazione. Una forma paradossale di illuminismo anti-enologico e anti-scientifico sempre più grottesca.

Il neo presidente Amerighi, del resto, ha già le idee chiare per Cortona e i suoi vini. “Vorrei portare una vera anteprima del nostro Syrah a Cortona – ha anticipato alla Nazione – fare maggiormente squadra con il mondo della ristorazione, trovare nuove formule di collaborazione con le realtà locali e soprattutto avere un dialogo più stretto e concreto con l’Amministrazione comunale, per poter costruire progetti di territorio”.

Ma soprattutto Stefano Amerighi si dice pronto “a fare lavoro di squadra anche all’interno del Consorzio, costituendo dei gruppi di lavoro e mettendo le energie di tutti a sistema”. Le barricate non servono. Gli ultrà dei vini naturali e biodinamici ancora meno. Cin, cin.

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“Vino naturale certificato”: Centinaio divide le associazioni di produttori

ROMA – “Certificare il vino naturale“. Volentieri ma come, se i produttori sono divisi sugli strumenti da adottare? In un’intervista esclusiva rilasciata martedì a WineMag.it, il ministro alle Politiche Agricole Gian Marco Centinaio ha aperto le porte del Ministero “per valutare l’opportunità di regolamentare il settore del vino naturale” attraverso “ampie consultazioni con tutti i soggetti coinvolti”.

Di fatto, però, è solo Angiolino Maule, patron di Vinnatur, ad accogliere in toto le dichiarazioni del ministro. Il Consorzio ViniVeri, attraverso il presidente Giampiero Bea, ha indirizzato una lettera al Capo Segreteria del ministero alle Politiche Agricole, Stefania Bellusci, per fissare un incontro a Roma con Centinaio.

L’obiettivo di Bea, così come quello dei Van (Vignaioli Artigiani Naturali, tra le associazioni più radicali del segmento) è parlare di etichettatura più che di certificazione. La richiesta al ministro sarà quella di poter indicare sulle etichette la dicitura “vino naturale”.

LE REAZIONI
“Sono d’accordo col ministro Centinaio – commenta il fondatore di Vinnatur, Angiolino Maule – serve una regolamentazione. È ora di smettere di certificarsi solo a parole: un produttore non può sentirsi superiore a chi fa vino biologico o biodinamico solo perché fa vino naturale”.

Il concetto di naturale oggi è basato, non solo in Italia ma anche all’estero, solo su chiacchiere ed è vergognoso che dopo tutti questi anni ancora non si sia arrivati a dare delle regole generali e a rispettarle”, rincara la dose Maule.

“Noi di VinNatur ci battiamo fin dalla nostra nascita affinché queste regole, che noi nel nostro piccolo abbiamo cercato di darci, diventino obbligatorie per tutti. Chi fa vino naturale non deve aver paura di un Disciplinare o di sottoporsi ad analisi o a piani di controllo per certificarsi”, conclude il patron di VinNatur.

Giampiero Bea (Consorzio ViniVeri) punta tutto sull’etichetta. “Non abbiamo bisogno di nuovi organismi di controllo che passino il loro tempo a spulciare le carte dei produttori, come avviene per il biologico. Piuttosto ci venga concessa l’opportunità di dichiararci diversi, sin dall’etichetta”.

Per ‘diversi’ non intendo migliori – continua Bea – perché tutti i vini che sono in commercio sono evidentemente legittimi. Il vignaiolo naturale si trova però di fronte al ridicolo ostacolo di non poter comunicare sull’etichetta del vino la propria diversità.

Il primo garante del vino naturale è il suo produttore: se sgarra viene punito dagli organismi competenti, come gli altri. Associazioni come la nostra, del resto, verificano da tempo l’ottemperanza delle regole stabilite dallo statuto, con controlli a campione nei vigneti dei soci”.

“L’apertura espressa dal ministro – conclude Bea – illumina la strada e porta a dare fiducia alla classe politica italiana. Nell’intervista a voi rilasciata, l’onorevole Centinaio ha dimostrato grande lucidità e serenità di giudizio. E’ caduto il muro di Berlino: cadrà anche il muro che fa ombra sui vini naturali”.

Più duri i Vignaioli Artigiani Naturali (Van). “Non vogliamo altra burocrazia – commentano in una nota inviata alla redazione di WineMag.it – o altri controlli esclusivamente sulle carte ad opera di Organismi certificatori. Chiediamo che si abbia il coraggio di percorrere una strada diversa, affidandosi alla Certificazione Partecipata. Una autocertificazione che coinvolga le associazioni dei consumatori e le amministrazioni locali”.

“Auspichiamo quindi un incontro fra i rappresentanti delle associazioni del Vino Naturale per arrivare ad una posizione condivisa, forte, univoca, prima che l’industria si impossessi dell’ennesimo vocabolo, svilendone il significato”.

IL RISCHIO MARKETING
Un riferimento esplicito ad aziende di tipo “industriale” come Pasqua Vigneti e Cantine, che ha appena presentato a Milano il suo primo “vino naturale” (qui la notizia).

Un progetto chiaramente orientato al marketing (l’azienda veneta, infatti, opera ampiamente in Gdo e in discount come Lidl) che suona come un campanello d’allarme per quei produttori che si riconoscono nei principi e nella filosofia del “vino naturale”, anche al di là dell’etichetta.

“Una eventuale regolamentazione – continuano i Van – non può prescindere da protocolli condivisi dai membri delle varie associazioni del vino naturale con un minimo comune denominatore che distingua il vignaiolo vero dalle varie subdole forme industriali e speculative”.

Sempre secondo i Vignaioli Artigiani Naturali, “l’attenzione va posta sulla figura del produttore e dei suoi metodi di coltivazione e trasformazione e non solo sull’oggetto finale ‘vino’. Il vino naturale deve rimanere un prodotto artigianale, che nasce all’interno di una azienda agricola, legato alla terra e a chi la lavora”.

Se si vuole regolamentare il settore dei vini naturali, la prima cosa che si deve chiedere, e ottenere, è l’obbligo di riportare in etichetta tutto ciò che è stato utilizzato nel processo di coltivazione e vinificazione. Quella che abbiamo sempre chiamato ‘Etichetta trasparente‘.

Vorremmo infatti la possibilità di riportare in etichetta la dicitura ‘vini naturali’, gli ingredienti e le pratiche in vigna e in cantina limitatamente ai vini naturali, con l’obbligo di indicare il valore della solforosa totale all’imbottigliamento”.

I Van indicano al ministro Gian Marco Centinaio anche altri “punti imprescindibili“: “Agricoltura biologica o biodinamica, fermentazioni spontanee, nessun additivo o coadiuvante, nessun trattamento chimico o fisico estremo tale da modificare la materia originale ed il risultato finale, ed infine dosi ridottissime di Anidride solforosa”.

IL MINISTERO E I SOLFITI

E proprio a proposito di solfiti spunta ora dagli archivi del Consorzio ViniVeri una lettera del 31 marzo 2017 firmata da Stefano Vaccari, Capo dell’Ispettorato Centrale della Tutela della Qualità e Repressione Frodi dei Prodotti Agro-alimentari.

Il referente del Ministero alle Politiche Agricole, nel rispondere a una missiva di Giampiero Bea (nella foto), indica al Consorzio Viniveri la formula da utilizzare sull’etichetta dei vini naturali in merito al contenuto di solfiti. Una vera e propria svolta, rimasta tuttavia sino ad oggi nei cassetti dell’associazione.

Tenuto conto delle disposizioni dell’Unione europea in materia d’indicazione dell’anidride solforosa nell’etichettatura dei vini – scrive l’organismo ministeriale – si è dell’avviso che possano essere utilizzate le seguenti diciture, purché siano posizionate consecutivamente, senza alcuna interruzione:

“contiene … mg/l di solfiti totali”“senza aggiunta di altre sostanze ammesse per uso enologico”; “dall’uva alla bottiglia senza aggiunta di altre sostanze ammesse per uso enologico”

a condizione che nessuna altra sostanza per uso enologico espressamente ammessa, diversa dall’anidride solforosa, dal bisolfito di potassio o dal metabisolfito di potassio, sia stata aggiunta o residui nel vino etichettato con tale dicitura”.

A due anni di distanza, Giampiero Bea si prepara ad affrontare il tema con i soci di Viniveri. “In occasione dell’assemblea di Cerea, prevista nell’ambito del prossimo salone del Vino secondo Natura del 5, 6 e 7 aprile, proporrò la modifica dello Statuto del Consorzio introducendo questa possibilità di etichettatura tra le nostre Regole”.

E a Cerea, secondo indiscrezioni, potrebbe intervenire anche il ministro Gian Marco Centinaio, per una visita di cortesia tra i vignaioli del Consorzio Viniveri. Se son brindisi, tintinneranno.

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Vino naturale, il ministro Centinaio a WineMag: “Il settore va regolamentato”


ROMA –
“Al fine di valutare l’opportunità di regolamentare il settore del vino naturale è necessario avviare ampie consultazioni con tutti i soggetti coinvolti”. Così il ministro Gian Marco Centinaio in un’intervista esclusiva rilasciata a WineMag.it.

E’ la prima volta che un ministro alle Politiche Agricole tende la mano a un settore molto attivo in Italia, pur rappresentando meno del 3% della produzione. Solo in Veneto, saranno ben due gli eventi collaterali in programma a ridosso di Vinitaly 2019: ViniVeri – Vini Secondo Natura (5-6-7 aprile a Cerea) e VinNatur Tasting (6-7-8 aprile a Gambellara).

Una svolta storica, dunque. “Tra gli organismi che è necessario interpellare – continua Gian Marco Centinaio – sono compresi i produttori. L’obiettivo è valutare l’impatto del vino naturale ‘certificato’ sul mercato nazionale ed internazionale”.

“La qualifica di vino naturale – sottolinea Centinaio – si basa ad oggi su una disciplina di carattere volontario. E’ attualmente assente un sistema di certificazione e controllo conforme alla normativa sui controlli ufficiali”.

Eppure non mancano gli esempi di autoregolamentazione, in Italia come all’estero. Su tutti il disciplinare di VinNatur, Associazione culturale fondata nel 2006 da Angiolino Maule, che oggi conta oltre 170 cantine.

Allo stesso modo il Consorzio ViniVeri pone paletti ben precisi per l’adesione al circuito, che riguardano le scelte dei produttori, sia in vigna che in cantina. Non sono ammessi per esempio diserbi e insetticidi chimici. E’ vietata la vendemmia meccanica, così come l’uso di lieviti selezionati commerciali.

Come già successo per altri settori – commenta il ministro Centinaio – alcune realtà del mercato evolvono spesso in modo indipendente rispetto alla regolamentazione. Tali realtà forniscono lo stimolo al legislatore per ratificare e regolamentare un fenomeno già esistente nella realtà economica e imprenditoriale”.

Per questo, la volontà del ministro e del suo staff è quello di “studiare ed approfondire le realtà esistenti con la più ampia consultazione dei soggetti interessati, al fine di individuare le soluzioni migliori a tutela del consumatore e dei produttori”.

Nell’intervista esclusiva a WineMag.it, il ministro commenta anche la necessità di regolamentare il settore della sommellerie in Italia. Si tratta della scia del polverone sollevato dalla testimonianza di un sommelier della catena Esselunga, raccolta dall’altra testata giornalistica del nostro network, vinialsupermercato.it (qui l’articolo e qui la replica dei presidenti Ais, Fisar e Aspi).

“Rispetto alla questione posta dalle associazioni della sommellerie italiana – assicura il ministro Gian Marco Centinaio – valuteremo la possibilità di avviare un’ampia consultazione con tutte le associazioni dei sommelier finalizzata all’individuazione di requisiti univoci di formazione e aggiornamento degli stessi, consapevoli del fatto che in materia di formazione le Regioni costituiscono l’autorità a cui è delegato tale aspetto”.

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Pizza (buonissima), cocktail e vini naturali: a Milano apre Giolina


MILANO –
E’ la sorella dandy e rock di Gelsomina, pasticceria di via Carlo Tenca. Ma in quanto a pizza, Giolina, non è seconda a nessuno a Milano. L’abbinata con cocktail e vini naturali rende lo spazioso locale di via Bellotti 6 ancor più unico sulla piazza meneghina.

L’inaugurazione di quella è molto più di una semplice pizzeria è avvenuta ieri sera. A fare gli onori di casa, una delle giovani imprenditrici del retail&food più in vista di Milano, Ilaria Puddu, cotitolare col socio Stefano Saturnino. A completare il terzetto Danilo Brunetti, primo pizzaiolo: l’apostrofo di lievito tra il forno e il ben servito bancone riservato alla preparazione dei cocktail.

Materia prima ricercata al centimetro (al chilometro sarebbe riduttivo), girovagando tra piccoli produttori italiani, meglio se “artigianali”. Imprinting partenopeo per l’impasto delle pizze di Giolina, con un paio di ingredienti segreti, nella migliore delle tradizioni.

Ed è così che, accanto a ingredienti unici (mai assaggiata la ricotta al ginepro?), Ilaria Puddu ha voluto un’intera carta di vino naturale per la sua pizzeria. “Per noi – spiega l’imprenditrice che in 7 anni di carriera ha aperto 35 locali- questa scelta è il completamento di un intenso percorso di ricerca per assicurare a Milano un posto unico”.

Siamo andati a caccia di piccole e piccolissime aziende italiane con delle storie da raccontare. Ma soprattutto – continua Puddu – si tratta di vini naturali molto piacevoli, lontani da quei ‘sentori estremi‘ che ormai non convincono più come un tempo. E’ una cosa a cui credo molto, al di là del fatto che a Milano stiano aprendo diverse enoteche e locali incentrati sul vino naturale”.

In carta, da Giolina, 5 spumanti tra Metodo classico e Charmat, 7 vini bianchi e 7 vini rossi. Completano l’offerta due passiti. Tutto il concept del cocktail si ispira invece alla “Milano da bere”.

Banco bar e drink list sono stati ideati da Flavio Angiolillo (Mag Cafè), un’istituzione in città e non solo. I nomi scelti per i cocktail sono quelli di noti personaggi milanesi, che fanno il paio con i nomi delle pizze, numerate in dialetto milanese (“Vün”, “Dü”, “Trì”, fino a “Vündes”, ovvero “undici”).

“In Italia – sottolinea Ilaria Puddu – non è ancora passato abbastanza il concetto ‘pizza e vino’. Basti pensare a quanti abbinano la birra alla pizza naturalmente, anzi quasi meccanicamente. Con Giolina cercheremo di scardinare questo ‘mito’, proponendo buoni vini e buoni cocktail pensati per questo simbolo del Made in Italy nel mondo”. E allora buona fortuna. E buon appetito.

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Biodiversità significa vino di qualità. In Franciacorta il primo studio al mondo


PROVAGLIO D’ISEO –
E’ la differenza che passa tra una bellezza naturale e una costruita dal chirurgo. Da un ambiente sano e ricco di biodiversità, non ritoccato dai “ferri” della chimica, nasce un vino “naturalmente” buono.

E’ quanto conferma per la prima volta al mondo uno studio avviato in Franciacorta dall’Università della California di Davis, in collaborazione con il professor Leonardo Valenti dell’Università degli Studi di Milano. Un progetto avviato tra i vigneti di Barone Pizzini, azienda pioniera della sostenibilità in Italia, poi diffuso in altre aree vinicole del Paese.

Non a caso Barone Pizzini ha affidato all’enologo Valenti la presentazione dei primi risultati dello studio, in occasione dell’assaggio delle basi spumante 2018 della maison franciacortina. L’analisi dei terreni dei “cru” – oltre 40 quelli a disposizione di Barone Pizzini – dà infatti vita a micro vinificazioni, utili alla perfetta composizione delle cuvée.

Un approccio che avvicina la cantina bresciana ad alcune note realtà cooperative dell’Alto Adige, che da anni vinificano separatamente le uve dei propri conferitori, per arrivare al miglior blend. La marcia in più è costituita dall’attenzione alle diverse condizioni registrabili nelle micro porzioni di ogni singolo vigneto.

Un puzzle nel puzzle, che si traduce per esempio in scelte differenti sui livelli di pressatura delle uve del medesimo “cru”, da stabilire in base alle caratteristiche di “croccantezza” ed elasticità della buccia.

Sembra una cosa ovvia la connessione tra la vitalità del suolo e la qualità del vino – spiega Silvano Brescianini, direttore generale di Barone Pizzini e neo presidente del Consorzio per la Tutela del Franciacorta – ma in realtà non sempre questo viene considerato”.

“Per di più – sottolinea Brescianini – non esistono pubblicazioni ufficiali su questo tema. Dobbiamo essere dunque orgogliosi, come italiani, di essere stati i primi a lavorarci. E un grande merito va al nostro enologo, il prof Valenti, e al nostro agronomo, Pierluigi Donna”.

I PUNTEGGI DI BIODIVERSITÀ
“Quando una vite è in equilibrio con l’ambiente – spiega Leonardo Valenti – lo dimostra con un comportamento vegetativo corretto e una tendenza a generare uve di qualità. Non abbiamo fatto altro che analizzare i fattori alla base di questa correlazione, nel sottosuolo”.

Sono stati messi sotto osservazione i differenti appezzamenti di Barone Pizzini, ritenuti più o meno in grado, secondo le evidenze storiche raccolte in occasione delle diverse vendemmie, di produrre uve di maggiore o minore qualità.

Abbiamo dunque assegnato dei veri e propri punteggi di biodiversità ai diversi terreni – aggiunge Valenti – provando per la prima volta al mondo le precise assonanze tra i valori di vitalità del suolo e la qualità dei vini da esso prodotti. Il medico non tratta tutti i pazienti alla stessa maniera. Conoscere le caratteristiche di ogni singolo terreno ci aiuta a comprendere come aiutarlo naturalmente a produrre meglio”.

L’ASSAGGIO DELLE BASI E L’ERBAMAT

Dal campo alla bottiglia, insomma, il passo è breve. E promette benissimo l’annata 2018 di Barone Pizzini, sulla base degli assaggi delle basi spumante dell’ultima vendemmia. Si tratta di prelievi di “botte”, che andranno a comporre i Metodo Franciacorta passando per il tiraggio e la successiva sboccatura.

Le uve atte alla produzione di spumante – ricorda il professor Valenti – devono raggiungere un’immaturità matura. Potremmo anche definirla una ‘maturità adolescenziale’, di un giovane che ha un carattere abbastanza formato, anche se ancora malleabile”.

E’ così che lo Chardonnay del “cru” Roncaglia, utile alla produzione dell’etichetta “Animante” (20-30 mesi sui lieviti) rivela una buona acidità, equilibrata col resto del corredo. Sarà infatti “tirato” a breve.

Più torbida la base dello Chardonnay di Ronchi, che finirà nella cuvée del “Satèn” o del “Naturae”. Una storia a sé per questo vino, ottenuto grazie a una selezione di lieviti indigeni compiuta in un magazzino sterile di Barone Pizzini, fino a individuare – tra 10 diversi – quello più capace di garantire elevati standard qualitativi in fermentazione.

Ben 5, ovvero la metà, sono risultati “gravemente problematici”: una riprova che anche tra i lieviti indigeni delle uve occorre fare selezione, per evitare arresti fermentativi o altri problemi indotti. Un progetto che Barone Pizzini intende comunque estendere ad altri vigneti.

Altro campione altra base: lo Chardonnay del “cru” del Roccolo è perfetto per il Franciacorta Riserva “Bagnadore”, prodotto di punta della cantina bresciana. Si tratta infatti delle ultime uve raccolte nel comprensorio aziendale.

Una maturazione più lenta che garantisce l’ottenimento di un vino base di potenza, struttura e maturità, grazie ad un accumulo di zucchero che non penalizza l’uva in termini di acidità e ph.

Non a caso le radici affondano in un suolo misto, dove parti profonde e sottili si mescolano. Una situazione simile a quella della fascia centrale della Borgogna, dove si trovano appunto i preziosi Grand Cru e i Premier Cru.

Tra gli assaggi più significativi anche quello dell’Erbamat, l’autoctono riscoperto da Barone Pizzini ed entrato ufficialmente tra i vitigni del Franciacorta dalla vendemmia 2017, con un massimo del 10%.

Un vitigno che dà vita a vini duri, ma dotati al contempo di una certa aromaticità, avvertibile nel retro olfattivo. In Italia può essere paragonato solo alla Durella, l’uva “tosta” con cui si produce il Metodo classico dei Monti Lessini.

“Il campanello d’allarme delle caldissime vendemmie 2003 e 2007 – spiega Silvano Brescianini – ci ha spinto ad interrogarci ancora più seriamente sui cambiamenti climatici. Tra le 18 varietà autoctone disponibili per la Denominazione abbiamo scelto l’Erbamat. Una scelta dovuta al fatto che matura 6-8 settimane dopo lo Chardonnay e mostra un’acidità malica elevata, oltre ad essere citata dall’agronomo bresciano Agostino Gallo già nel 1564″.

Barone Pizzini ha iniziato a reimpiantarlo nel 2008 in località Timoline (vigneto Prada). Nel 2011 le prime prove di vinificazione e nel 2016 i nuovi vigneti, per aumentare la massa critica. La cantina di Provaglio di Iseo, assieme a Berlucchi, detiene oggi la nursery dell’Erbamat.

Ci vorrà del tempo per capire se la sperimentazione avrà avuto gli effetti sperati – evidenzia ancora Brescianini – ma di sicuro avere un vitigno così sul territorio ci consente di presentarci all’estero con una storia autentica e di territorio da raccontare, oltre ai vantaggi garantiti dalle caratteristiche di questa uva”.

Secondo l’enologo Leonardo Valenti, la quota perfetta di Erbamat nella cuvée del Franciacorta è tra il 20 e il 25%, meglio se con Chardonnay e Pinot Noir. Sorprendenti, appunto, anche gli assaggi di Pinot Nero della vendemmia 2018 di Barone Pizzini: potenti, salini e dotati del giusto apporto di frutto.

Quel che è certo è che tutti i Franciacorta della cantina di Provaglio d’Iseo siano “ipocalorici”, come piace definirli al direttore Silvano Bresciani. Ovvero sostanzialmente privi di percezioni zuccherine. La “coda” dolce della liqueur d’expedition è poco percettibile ed è semplice capire perché: il vino “più dosato” è il Satèn, che registra tra i 4 e i 5,5 grammi di residuo.

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A Live Wine 2019 “Mr. Brett”: il vino brettato “per intenditori” che costa 8 euro

MILANO – Brettato è bello. Si chiama “Mr. Brett” il vino rosso più controverso scovato e degustato a Live Wine Milano 2019, il Salone Internazionale del Vino Artigianale andato in scena domenica 3 e lunedì 4 marzo (qui i migliori assaggi).

Un vino chiaramente infestato dal brettanomyces, messo comunque in vendita dal produttore alla “modica” cifra di 8 euro. A conti fatti, più di quanto possa costare a un milanese un giro in stalla, in qualche cascina o agriturismo del Parco del Ticino.

Roba da far impallidire pure il Rosario Scimoni (alias Alberto Sordi) di quel capolavoro che è “L’Arte dell’arrangiarsi”.

“Io cerco di avere prezzi abbastanza democratici su tutta la linea”, sostiene di fatto il “papà” del vino rosso da tavola “Mr. Brett”, un Cabernet Sauvignon vendemmia 2013.

Si chiama Mathieu Ferré ed è il figlio del cantautore, poeta ed anarchico monegasco Léo Ferré. Mathieu è titolare dell’Azienda Agricola San Donatino di Castellina in Chianti (SI). E non ci gira troppo intorno, nel spiegare “il senso” dell’etichetta: “Faccio il vino come viene. Aiuto solo l’uva a trasformarsi in vino, senza cambiare l’essenza della natura”.

Non fa una grinza. Ma il rischio, chiediamo a Mathieu, non è quello di danneggiare l’immagine dei vignaioli naturali attraverso l’esaltazione di un palese difetto, proclamato a chiari “versi” in etichetta?

Non sono poi così famoso – replica Ferré – sono un vignaiolo piuttosto sconosciuto. Non sono nella vetta dei nomi celebri. E non mi interessa neanche esserci, tra l’altro.

Il brett è considerato un difetto ma secondo me, in certi limiti, è quello che fa il successo di alcuni vignaioli, come dimostrano alcuni casi in Borgogna. Il brett fa bene al vino. Lo struttura, gli dà una complessità che potrebbe non avere”.

LA GENESI DI “MR. BRETT”
Come è nata l’idea di imbottigliare “Mr. Brett”? “Nel 2013 ho avuto un serbatoio che ha preso una strada in modo autonomo, non è stata una cosa voluta. E’ stato un po’ un problema per me. Probabilmente c’era fin dalla vigna, perché quei lieviti sono già lì. Lo buttavo via o lo imbottigliavo?”.

No doubt. “Ho deciso di metterlo in bottiglia con questa etichetta esplicita, per ben avvertire il consumatore di cosa si tratta, anche se molta gente non sa neppure cosa sia il Brett”.

Del resto, sostiene Mathieu Ferré, “questo è un vino per le persone che se ne intendono, per gli addetti ai lavori“. Mica poco.

“Ricordo che quando l’ho imbottigliato era ancora più evidente la devianza dovuta al brettanomyces – dichiara il vignaiolo intervistato a Live Wine Milano 2019 – ma è una cosa volatile che col tempo è svanita, sebbene il vino sia modificato nella fibra, nel suo Dna, nella sua natura profonda”.

Chi lo compra? “Qualche enoteca, qualche ristorante. Si lavora molto anche con la vendita diretta. Ne ho fatte solo 600 bottiglie, dunque poche. Diciamo che non è il vino che si vende maggiormente”, conclude Mathieu, sorridendo. E voi, che fate? Versate? Cin, cin.

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Approfondimenti

I Van – Vignaioli Artigiani Naturali a Roma: 200 vini in degustazione


ROMA – 
Sabato 9 e domenica 10 marzo, negli spazi della Città dell’Altra Economia di Largo Dino Frisullo, a Roma, si terrà VAN, la fiera dei Vignaioli Artigiani Naturali. Parteciperanno produttori provenienti da Italia Spagna e Austria, con oltre 200 vini naturali in degustazione e stand gastronomici biologici.

Il biglietto di ingresso giornaliero di 15 euro comprende calice, catalogo e degustazioni illimitate. E’ possibile scegliere la formula “due giorni”, acquistando un biglietto al prezzo ridotto di 22 euro.

COSA ASPETTARSI
La fiera Van, giunta alla sua nona edizione, è divenuta ormai un evento consolidato sia per gli appassionati che per gli operatori del settore. Un evento sempre più apprezzata da chi si affaccia per la prima volta al mondo del vino naturale. Sono gli stessi vignaioli ad accogliere il pubblico, a raccontare il vino e la propria storia di “poeti contadini“.

“Cantine artigiane – annunciano gli organizzatori – che garantiscono la cura personale di tutta la filiera di produzione, con vini ottenuti da uve biologiche o biodinamiche raccolte manualmente, prodotti tramite fermentazione spontanea”.

“Il contenuto in solforosa dei vini in degustazione – precisano i Van – è di massimo 40mg/l all’imbottigliamento, senza l’aggiunta di alcun additivo o coadiuvante enologico e senza trattamenti fisici invasivi. Vini che sono una vera ricchezza in grado di restituire l’unicità dell’annata e del terroir”.

La degustazione sarà accompagnata anche da prodotti tipici biologici provenienti da varie regioni italiane. Dall’Abruzzo si potranno assaggiare i formaggi di Gregorio Rotolo e i peperoncini e l’olio di Paolo Lu Cavalire.

dal Lazio saranno presenti la gastronomia de Il Bistro di Graziella e i salumi di Poggio Felcioso, dalla Sicilia si potrà degustare il cioccolato solidale di Modica del Laboratorio Casa Don Puglisi e dal Veneto il prosciutto di Tagliato per il Gusto.

I VIGNAIOLI PARTECIPANTI
ABRUZZO Colle San Massimo
CALABRIA Az. Agricola Diana, Cantine Lucà, Tenuta del Conte
CAMPANIA Salvatore Magnoni, Terra di Briganti
EMILIA ROMAGNA Ferretti Vini, Il Poggio, Maria Bortolotti, Podere Cipolla
LAZIO Cantina Ribelà, DS Bio Danilo Scenna, I Chicchi, Palazzo Tronconi
LOMBARDIA Selva Pietro, Vigne del Pellagroso
MARCHE Tenuta San Marcello
MOLISE Vinica
PIEMONTE Cascina Bricco Ottavio, Daniele Saccoletto, Granja Farm, La Cascinetta  Bortolin, Vinicea
SARDEGNA Francesco Cadinu
SICILIA Barracco Francesca, Etnella, Vini Ferrara Sardo
TOSCANA Casteldelpiano, Fattoria Castellina, Il Casale Giglioli, La Busattina, La Ginestra, Podere Fornace Prima, Poggio di Cicignano
UMBRIA Fattoria Mani di Luna, La Casa dei Cini, Podere Fontesecca

SPAGNA Malaparte, Vinos Ambiz
AUSTRIA Gut Oberstocktall, Hager Matthias, Tauss

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Gli Editoriali news

Mi hanno invitato a una degustazione di “vino selvaggio”. Che faccio, vado?


EDITORIALE –
Sondaggione perditempo di inizio settimana. Mi hanno invitato a una degustazione di “vino selvaggio“, che si terrà il 10 marzo a Cesena. Che faccio, vado? A guidarmi sarebbe un certo “Brutale“, che si è offerto di stare al mio fianco in questa “ricerca” (così l’ha definita).

In realtà si tratta di un “mercato coperto“, che ospiterà “degustazione, vendita e workshop”. Ingresso giornaliero a 15 euro, che diventano 20 euro con un piatto a scelta. “Oltre 40 le cantine presenti”, indica l’invito che è arrivato via Instagram, direttamente alla pagina winemag.it.

La voglia di mettere mano alla messaggistica istantanea del social è stata tanta. Ma ho meditato. Scrivere a ‘sto tale, “Brutale”, sarebbe stato come sparare sulla Croce Rossa. Meglio una pacata (ma nemmeno troppo) riflessione sul tema della comunicazione dei cosiddetti “vini naturali”. L’ennesima.

E’ possibile che questa gente senta così tanto il bisogno di ghetto? E’ possibile che ci sia gente così invasata da credere che questa comunicazione gretta possa avere risvolti positivi per la “causa” dei vini naturali?

Quando inizieranno a ribellarsi gli stessi produttori, al posto di restare in ostaggio di questo tipo di comunicazione abominevole?

Da frequentatore abituale delle fiere dei vini naturali – che affronto al pari di Vinitaly, del ProWein e di qualsiasi altro banco di degustazione, non me ne voglia “Brutale” – noto un crescente disappunto da parte di molti vignaioli sui toni utilizzati da quelli che più che appassionati di vino sembrano veri e propri “ultras“.

La verità è che in questi gruppi di idioti si annidano piccoli e piccolissimi distributori “di quartiere”, che con i loro toni da “lavaggio del cervello” (sui social, terra di tutti e di nessuno) sperano di attirare l’attenzione di nuovi clienti-adepti. Un linguaggio buono solo all’occorrenza, che alla lunga rischia di fare malissimo al “movimento”.

Questi veri e propri invasati politicizzati, con in mano la bandiera dei “vini naturali”, danneggiano un mondo fantastico fatto da vignaioli di vigna (e non da risvoltino) che degli slogan e delle stronzate sui social farebbero volentieri a meno. Sono in pochi gli ultras dei naturali, è vero. Ma il rumore, nelle stanze vuote, rimbomba. Chi abbassa il volume? Cin, cin.

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Approfondimenti

A VinNatur Roma spazio a cibo e vino di qualità

ROMA – Un’idea di cucina in linea con lo spirito di VinNatur, rispettosa dell’ambiente, genuina e territoriale: sarà questa la proposta degli espositori di food dedicata al pubblico di VinNatur Roma, in programma il 23 e 24 febbraio 2019 alle Officine Farneto.

I visitatori potranno alternare le degustazioni di vino con assaggi di specialità piemontesi e laziali. Dai classici agnolotti piemontesi, zuppe con verdure rigorosamente di stagione e una selezione di prodotti caseari alle fragranti ciriole, pane di piccole dimensioni tipico della tradizione laziale e in particolare romana oggi difficile da trovare, da farcire scegliendo tra una nutrita varietà di ingredienti.

VinNatur, il programma
I vignaioli protagonisti di VinNatur Roma saranno 92, provenienti da diverse regioni d’Italia, Francia e Slovenia. I vini saranno più di 400, frutto di una filiera che riduce al minimo gli interventi chimici e di manipolazione dell’uomo sia in vigna che in cantina.

Porte aperte al pubblico sabato 23 dalle 14.00 alle 20.00 e domenica 24 dalle 12.00 alle 19.00. un’occasione unica per appassionati e curiosi di confrontarsi a tu per tu con i produttori di vino naturale, esplorando un mondo in continua ricerca e sviluppo che desidera offrire sempre maggiori garanzie di qualità e sicurezza al cliente finale ed anche per acquistare le bottiglie direttamente agli stand.

Convegni e degustazioni guidate
Oltre al banco d’assaggio permanente, in programma due momenti di approfondimento: alle 16.00 di sabato in Sala conferenze si svolgerà un convegno sul tema “Sostenibilità ambientale, alla base della viticoltura del futuro” moderato dal wine writer Giampaolo Giacobbo. I relatori saranno Ruggero Mazzilli, agronomo specializzato in viticoltura, Patrizia Gentilini, oncologo ed ematologo membro di Isde Italia, e Angiolino Maule, Presidente dell’associazione VinNatur.

Gli argomenti trattati riguarderanno la riduzione dell’impatto sull’ambiente, la limitazione o eliminazione dell’impiego del rame e dello zolfo in viticoltura e molto altro.

Domenica alle 14.00 il giornalista e scrittore Sandro Sangiorgi condurrà una degustazione guidata di “vini inconsueti” per un pubblico ristretto.

VinNatur – Associazione Viticoltori Naturali
L’associazione VinNatur nata nel 2006 riunisce piccoli produttori di vino naturale da tutto il mondo che intendono difendere l’integrità del proprio territorio. Scopo dell’associazione è unire le forze di questi vignaioli per dare ad ognuno maggior forza, consapevolezza e visibilità condividendo esperienze, studi e ricerche.

Scopo dell’associazione è anche quello di promuovere la ricerca scientifica e divulgare la conoscenza di tecniche naturali e innovative. Negli anni sono nati diversi progetti di ricerca tra le aziende associate e alcune Università e Centri per la Sperimentazione.

Alla nascita le aziende aderenti a VinNatur erano 65. Oggi sono 190, per un totale di 1500 ettari di vigna che producono 6 milioni e 500 mila bottiglie di vino naturale, di cui circa 5 milioni in Italia. Per associarsi i viticoltori devono accettare di sottoporre i propri vini all’analisi dei pesticidi residui, per poter garantire la genuinità dei vini.

Vinnatur Tasting è l’evento che permette all’Associazione VinNatur di vivere e di ampliare nel tempo i propri traguardi.

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Sorgentedelvino Live 2019: Liguria al centro del mondo naturale


PIACENZA –
 Torna a Piacenza Sorgentedelvino Live.
L’edizione della svolta, che segue i festeggiamenti per il decennale dell’evento dedicato ai “vini naturali”, è in programma sabato 9, domenica 10 e lunedì 11 febbraio 2019 negli spazi di Piacenza Expo.

Appuntamento nella giornata d’apertura solo dalle 12 alle 18. Domenica, invece, porte aperte dalle 10 alle 18. Lunedì, di nuovo, dalle 12 alle 18. L’ingresso è di 15 euro per ogni singola giornata. Cosa aspettarsi?

“Tre giorni di festa, lavoro, assaggi, degustazioni, approfondimenti  – assicurano gli organizzatori – per crescere e divertirsi insieme. Un viaggio attraverso profumi e sapori, territorio dopo territorio per riscoprire quell’Italia meravigliosamente ricca di differenze, di sapori autentici e di tradizioni vitali e radicate che ancora resiste alle tentazioni dell’omologazione”.

Qui i migliori assaggi dell’edizione 2018, pubblicati dall’altro sito del nostro network, Vinialsupermercato.it

L’EDIZIONE 2019
Quest’anno, in particolare, il focus sarà sul territorio della Liguria, con l’approfondimento Terroir Liguria previsto all’interno del Padiglione 2 nel corso delle tre giornate del salone.

“Questa meravigliosa striscia di terra – evidenziano gli organizzatori – offre una grande varietà di sapori legati di volta in volta ai monti dell’entroterra o al mare. Anche dal punto di vista enologico in Liguria esiste una grande varietà e una lunga e radicata tradizione”.

Pensare alla Liguria è pensare ai vigneti eroici abbarbicati sulle pendici ripide, alle terrazze affacciate sul mare. “Terroir Liguria vuole essere un’occasione per andare oltre i preconcetti – evidenzia ancora il team di Sorgentedelvino – per esplorare questa bellissima regione con tutte le sue differenze e le sue particolarità”.

Per questo l’edizione 2019 sarà popolata da numerosi vignaioli liguri: Casa del Diavolo, Castiglione Chiavarese (GE), La Casetta, Ranzo (IM), La Bettigna, Castelnuovo Magra (SP), La Felce, Ortonovo (SP), La Ricolla, Ne’ (GE), Possa, Riomaggiore (SP), Fausto De Andreis Le Rocche del Gatto, Albenga (SV), Terra della Luna, Isola di Ortonovo (SP), Vis Amoris, Imperia (IM).

“In queste 10 edizioni di Sorgentedelvino Live – dicono gli organizzatori – abbiamo fatto conoscere tanti vignaioli, ma sono sempre più numerosi i produttori che scelgono la strada delle vinificazioni all’antica. Abbiamo osservato anche un netto miglioramento della qualità, segno di una maggiore padronanza delle tecniche di vinificazione sia da parte dei vignaioli più affermati che da parte dei tanti giovani che si sono avvicinati a questo lavoro”.

L’ELENCO DEI VIGNAIOLI DI SORGENTEDELVINOLIVE 2019

Emilia Romagna

Friuli Venezia Giulia

Liguria

Lombardia

Piemonte

Trentino Alto Adige

Valle d’Aosta

  • Priod Fabrizio, Issogne (AO)

Veneto

Abruzzo

  • Amorotti, Loreto Apruntino (PE)
  • Podere San Biagio, Controguerra (TE)
  • Q500, Penne (PE)
  • S.M.S. Pistis Sophia, Ortona (CH)
  • Stefania Pepe, Torano Nuovo (TE)

Marche

  • Aldo di Giacomi, Castorano (AP)
  • Allevi Maria Letizia, Castorano (AP)
  • Benforte Valori e Verdicchio, Cupramontana (AN)
  • Fontorfio, Cossignano (AP)
  • Mattoni Walter, Castorano (AP)
  • Musighin, Urbania (PU)
  • PS Winery, Offida (AP)
  • Sauro Carletti, Camerano (AN)
  • Tenuta Ca’ Sciampagne, Urbino (PU)
  • Tenuta San Marcello, San Marcello (AN)

Sardegna

  • Cantine Pub Agricolo, Mamoiada (NU)
  • Famiglia Orro, Tramatza (OR)
  • Sannas, Mamoiada (NU)
  • Sedilesu Giuseppe, Mamoiada (NU)
  • Tenute Rossini, Laerru (SS)

Toscana

  • Buccia Nera, Arezzo (AR)
  • Casale, Certaldo (FI)
  • Fattoria Castellina, Capraia e Limite (FI)
  • Fattoria le Montanine, Impruneta (FI)
  • La Busattina, San Martino Sul Fiora (GR)
  • Le Calle, Poggi del Sasso (GR)
  • Podere Fornace Prima, Cerreto Guidi (FI)
  • Sagona, Loro Ciuffenna (AR)
  • Vanempo, Montemurlo (PO)
  • Villa Cilnia, Arezzo (AR)

Umbria

  • Eraldo Dentici, Montefalco (PG)

Calabria

  • Brigante, Cirò (KR)
  • Cantine Lucà, Bianco (RC)
  • Casa Comerci, Nicotera (VV)
  • Diana, Saracena (CS)
  • Fezzigna Vini, Umbriatico (KR)
  • Giuseppe Calabrese, Saracena (CS)
  • Maradei, Saracena (CS)
  • Salvatore Caparra, Cirò Marina (KR)

Campania

  • Bosco Sant’Agnese, Calvi (BN)
  • Monte di Grazia, Tramonti (SA)

Puglia

  • Cantina Giara, Adelfia (BA)

Sicilia

  • Agricola Virà, Trapani (TP)
  • Armosa, Scicli (RG)
  • Cantina Gabriele Antonio, Pantelleria (TP)
  • Cantina Malopasso, Zafferana Etnea (CT)
  • Cantine Barbera, Menfi (AG)
  • Fenech, Malfa (ME)
  • Ferracane, Marsala (TP)
  • Sallemi, Caltagirone (CT )
  • Tenuta Enza La Fauci, Messina (ME)
  • Vini Eno Trio, Randazzo (CT)

 

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“Io bevo così” 2019: i migliori assaggi


MILANO –
Se c’è una manifestazione di vini naturali che, negli anni, è cresciuta senza il clamore degli slogan e gli slogan del clamore, quella è “Io bevo così”. Andrea Pesce e Andrea Sala, imprenditori con la testa sulle spalle, ne hanno dato prova lo scorso lunedì all’hotel Excelsior Gallia di Milano, location prescelta per la sesta edizione della kermesse meneghina.

Buono il riscontro di pubblico, con 650 operatori intervenuti tra Horeca e stampa e 450 attività commerciali coinvolte. Buono anche il livello dei vini in degustazione, anche se i veri “lampi di luce” si contano sul palmo di una mano. E permane il punto di domanda dell’attendibilità del vino naturale nella ristorazione.

Una parte consistente dei vignaioli dimostra grande dimestichezza nelle pratiche in vigna e in cantina. Ma c’è anche una buona fetta di produttori che alza le mani ancor prima di versare il vino nel calice.

Frasi come “La bottiglia ha fatto un bel viaggio, si deve un po’ sistemare”, oppure “E’ stata un’annata difficile, se non volevamo intervenire sul vino ‘chimicamente’ questo è il massimo che potevamo ottenere”, non depongono certo in favore dell’auspicabile proliferazione dei vini naturali (quelli buoni, of course) sulle carte dei vini dei ristoranti.

I MIGLIORI ASSAGGI A IO BEVO COSI’ 2019

Spazio alle realtà meno conosciute nella nostra scaletta dei migliori assaggi di “Io bevo così 2019“. Doverose le menzioni ai friulani di Vignai da Duline e agli umbri di Raína: vignaioli che si confermano sempre ad altissimi livelli nel panorama dei vini naturali italiani.

IL PODIO
1) Refosco dal Peduncolo Rosso 2014 “Morus Nigra”, Vignai da Duline  (5 / 5)
Il vero Vino manifesto di Vignai da Duline, capace di racchiudere ed esemplificare la filosofia produttiva della cantina di San Giovanni al Natisone (UD). Ovvero: recupero e conservazione di vecchi cloni, sostenibilità, rispetto del terroir e della tipicità del vitigno, esaltate da un Refosco esemplare in termini di equilibrio organolettico.

2) Umbria Rosso Igt / Sagrantino di Montefalco Docg 2014 “Campo di Raína”, Raína  (5 / 5)
Doppia indicazione (Igt e Docg) per questo rosso potente dell’Umbria. Doppia perché la commissione tecnica della Docg ha pensato di bocciare (la prima volta) il campione di Francesco Mariani. Per poi ripensarci, riassaggiandolo. Il vino è dunque in commercio attualmente come Umbria Igt Rosso. Ma da febbraio sarà Docg.

3) Valtellina Superiore Docg 2008, Le Strie  (5 / 5)
Tre vini di altissimo livello nella gamma di questa piccola azienda agricola di San Gervasio di Teglio (SO). Su tutti il Valtellina Superiore Docg: bello per il frutto e per il naso finissimo, ma soprattutto perché il terreno dà la netta impressione di prevalere sul legno. Un rosso valtellinese che pare aver fatto un patto col Diavolo in termini di longevità. Del resto, l’Inferno è dalle parti di Sondrio. “Regalato” in cantina: 17 euro (13,40 all’Horeca).

LE SCOPERTE
1) Ghemme Docg 2011 “Il Motto”, La Torretta. Colpisce questo rosso dell’Alto Piemonte per la precisione del disegno, in un’annata calda come la 2011. Freschezza, tannino integrato ma ancora in evoluzione, splendida chiusura, lunga, balsamica, con ricordi fumé e di cioccolato. Prezzo incredibile: 13 euro all’Horeca, 20 euro in cantina.

2) Brandisio 2010, Oreste Tombolini. “B” come “Brandisio”, da mettere sul dizionario dei sinonimi sotto la voce “Primitivo”. Un esemplare di rara finezza il 2010 di Oreste Tombolini, fiero “vitivinicoltore per vocazione” di Grottaglie (TA). Una chicca: appena 1.500 bottiglie sulle 10 mila prodotte complessivamente nei 2 ettari di proprietà.

3) Colli del Limbara Bianco Igt 2017, “Fria”, Deperu Holler. Un Vermentino “old style“, che a un naso fruttato e minerale fa seguire un palato pieno, caldo e strutturato, succoso e al contempo verticale.

4) Igt Toscana Sangiovese 2013 “Il Bruno”, Le Verzure. Per vicinanza ai colli di Montalcino, un Brunello in miniatura, anche nel prezzo: 17,40 euro per questo rosso di Murlo (SI), davvero intrigante per la trama di frutti di bosco, spezie e il tannino di gran prospettiva.

5) Ravenna Igt Bianco 2017 “Sabbiagialla”, Cantina San Biagio Vecchio. Un rosso vestito da bianco questa Albana prodotta nella zona di Faenza (RA). Note di sambuco nette al naso, avvolgenti come la frutta. In bocca, tannino e freschezza. Vino “wow”.

6) Vino Bianco 2017 “Brezza”, Luca Fedele. C’è sostanza oltre al volto “social oriented” di Luca Fedele. Una bella linea quella del giovane produttore friulano di Corno di Rosazzo (UD). In particolare, nel mare magnum del Pinot Grigio, si distingue il suo “Brezza”. Un bianco pieno, carico, giocato su una sapiente permanenza sui lieviti. Certamente uno dei bianchi più gastronomici di “Io bevo così” 2019. Di Fedele, ottimo anche il Refosco 2016 “Clap Ros”.

7) Vino Bianco 2017 “Fùnambol”, Podere Sotto il Noce. Massimiliano “Max” Brondolo ha trovato l’amore e le vigne in Emilia, nella zona di Castelvetro (MO). Il bianco fermo “Fùnambol” 2017 è il suo biglietto da visita: un Trebbiano di Spagna femminile, che regala un naso e un palato di suadente aromaticità e gran persistenza. Ottimo anche “Franzes”, il fruttato blend di uve Lambrusco di questo vignaiolo determinato (a buona ragione) a imporsi sul mercato con una produzione di qualità.

QUALITA’ PREZZO

Senza dubbio il modo migliore per definire l’intera linea di Tenuta Lenzini, piccola realtà di Capannori, in provincia di Lucca. Ottimo rapporto qualità prezzo per il “vino base”, il Colline Lucchesi Doc “Casa e Chiesa” 2016: frutto, consistenza e gran pienezza per questo Merlot affinato in acciaio (10 euro).

Serviva un vino dell’estate nella gamma. Ecco come nasce “Casa e Chiesa B-Side” 2017, il rosato di Tenuta Lenzini: da bere col secchiello questo Merlot vinificato in rosa (12 euro). Poteva mancare il vino da dolce o da meditazione? Il Toscana Igt 2003 “Dolcemente Lenzini” è un’altra etichetta interessante: un Merlot passito che non stanca mai (29 euro).

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Gli Editoriali news

Adesso il vino naturale è “un incanto come Venezia”. Ma solo perché “ogni tanto puzza”


EDITORIALE –
“Incipit dell’anno: i vini naturali sono un po’ come Venezia: a volte puzzano un po’, ma sono sempre un incanto“. La sparata è comparsa sui social, a fine 2018. Non su uno dei gruppi di intransigenti e ultras del “vino naturale“, bensì sulla pagina di Arké, la distribuzione “green” della famiglia Maule. La stessa che organizza “Villa Favorita” (oggi VinNatur Tasting), con il patron Angiolino Maule.

Seguono, come spesso accade sui social, i relativi hashtag: #vininaturali #naturalwine #venezia #arché #arke #maulismo #puzza #stinking” e la traduzione in inglese: la ciliegina sulla torta dell’epic fail.

Domande spontanee, non me ne vogliano i promotori del post: le cantine distribuite da Arké producono vini che “a volte puzzano”? Il “vino naturale” deve “puzzare“? Il bello del vino naturale è la “puzza”?

Sembra incredibile leggere tali affermazioni se si pensa al ruolo di grande rilevanza e credibilità di Angiolino Maule nel segmento “di nicchia” dei vini naturali. Tutto tranne che un estremista o un amante dei vini con i difetti, almeno per come ho avuto modo di conoscerlo in questi anni.

Tanto è vero che VinNatur si è dotata di un protocollo produttivo ristrettissimo. Un vero e proprio Disciplinare. Con tanto di enti certificatori e ispezioni (a sorpresa) in cantina. Qualcuno, di fatto, ci ha già rimesso “le penne”.

I difetti nascondono il vero terroir e la vera espressività del vino, non dobbiamo mai dimenticarlo. Io e molti altri che hanno l’umiltà delle proprie azioni abbiamo sempre ammesso i nostri errori.

Per primi ce ne scusiamo e ci impegniamo ad affrontarli e capire come non ripeterli. Quando presento i miei vini sono il primo a dire “buono, però ora che lo assaggio, lo avrei fatto diversamente e forse migliore!” Angiolino Maule, intervista del 27/01/2018

VIGNAIOLI IN OSTAGGIO
Che le responsabilità dei figli non debbano ricadere sui padri è vero quanto il contrario: Arké è “gestita” da Francesco Maule, figlio di Angiolino, e sua moglie Erica Portinari. Ma il collegamento tra la distribuzione di famiglia e la kermesse VinNatur è intellettualmente doveroso.

La verità è che ogni giorno, in Italia, un vignaiolo si sveglia e prende 3 pastiglie di Malox a colazione, a causa degli ultras del vino naturale. Ma non può dirlo ufficialmente, perché è (anche) in loro ostaggio. Come se non bastassero la burocrazia, i costi di gestione e le avversità di un clima pazzo.

Il modo di comunicare il “vino naturale”, a fronte di una sempre maggiore necessità di regolamentazione del termine, va cambiato. Parliamo di vino buono e basta. E basta con tutte queste menate della “puzza”. Neppure le fogne e le stalle puzzano più, grazie ad alcuni accorgimenti all’avanguardia (vedi sotto). Figurarsi se debba puzzare il vino.

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Gli Editoriali news

Degustatore Slow Wine stipendiato da una distribuzione di vino naturale

EDITORIALE – Momento Marzullo, ma neanche troppo. Seduti comodi, per favore. Domanda: se foste vignaioli, affidereste il giudizio dei vostri vini a una Guida che annovera, tra i degustatori, gente stipendiata da una distribuzione di vino?

Ecco, lo dicevo. Più che una domanda “marzulliana”, questa è a tutti gli effetti una domanda retorica. Eppure, così accade. In Veneto.

La distribuzione di “vini naturali” Arké, fondata dalla famiglia Maule e gestita da Francesco – figlio dell’Angiolino patron di VinNatur – e dalla moglie Erica Portinari, ha annunciato in pompa magna l’ingresso “in pianta stabile” di Gianpaolo Giacobbo. Un “amico”.

Peccato si tratti di uno dei referenti del Veneto di Slow Wine, piattaforma enologica di Slow Food, il movimento nazionale fondato da Carlo Petrini. Al di là della correttezza e della professionalità di Giacobbo, che forse solo il Padre Eterno potrà e dovrà giudicare, pare evidente il conflitto d’interessi tra i due ruoli. Un po’ come se il commercialista, in pausa pranzo, facesse il finanziere.

Una vicenda su cui qualcuno, in Veneto, chiacchiera ormai da anni. Il rapporto di collaborazione tra il degustatore di Slow Wine e la distribuzione Arké non è infatti nato ieri. Eppure tutti tacciono e hanno taciuto, almeno ufficialmente. Produttori, stampa, amici, colleghi.

E’ quella che mi piace definire omertà del pezzo di terra.

In Italia (e circoscrivo geograficamente perché vivo qui, mangio e bevo qui) parlano e denunciano solo due categorie: quelli che non hanno niente da perdere (ma proprio niente) e quelli che, più semplicemente, hanno una Coscienza (questi ultimi sono tutto tranne che eroi: fanno solo il giusto, sempre).

Chi ha un “pezzo di terra” da difendere, seppur piccolo e ormai quasi sterile, non apre bocca in Italia per paura di perdere quel poco che si è guadagnato.

Non importa come, l’importante è conservarlo. Anche col silenzio.

Chi ha una Coscienza (e una Coscienza dovrebbero averla tutti quelli che scrivono, giudicano, editano, organizzano eventi e influenzano in maniera varia i consumi dei lettori, anche potenziali) invece parla (e scrive) senza temere conseguenze: ovviamente se ha qualcosa di sensato da dire, o da scrivere.

E allora perché la stampa, in Italia, raramente denuncia? La risposta è semplice. E voglio restare nel campo della dell’enogastronomia, per non allargare troppo il cerchio. In Italia, di giornalismo e di vino, non si campa.

LA STAMPA ENOGASTRONOMICA IN ITALIA
Molti giornalisti enogastronomici vengono pagati (quando vengono pagati) pochi euro ad articolo. Pagamenti che tardano ad arrivare, contratti a tempo determinato che saltano (“Sotto al prossimo, chi è il numero 744? Prego, questa è la sua scrivania da stagista”), giornali che chiudono, portali offline, sono all’ordine del giorno.

La penna di chi scrive di vino e di cibo, in italia, rischia di rimanere spesso senza inchiostro, in un vorticoso e beffardo gioco del destino che porta il writer di turno a scrivere di beni che non può neppure lontanamente permettersi.

La vita stessa della testata che state leggendo è a rischio e fa i conti ogni fine mese con la cinica matematica dettata dall’illogicità del sistema dell’informazione. Non a caso abbiamo aperto un form per le donazioni dei lettori: gli unici che potrebbero premiare la nostra quotidiana guerra per un’informazione libera e indipendente (sapete quanti ci vorrebbero “chiusi” domani mattina? Da oggi qualcuno in più!).

PER CHI NON LO SAPESSE
Giornalisti e winewriter
(nella categoria rientrano ormai anche le graziose donzelle che necessitano di due sedute dall’estetista prima dello scatto alla bottiglia, o della partenza della #wineporn diretta su Instagram) vengono invitati a dei tour dai Consorzi e dalle cantine.

Vitto e alloggio pagato, per scrivere di questa o quella Denominazione. Di questo o di quel produttore. Mettetevi nei panni degli invitati: dareste mai problemi ai padroni di casa? E a chi vi invita? Ecco, appunto: fareste di testa vostra, in caso di necessità, solo se foste molto dotati (della Coscienza di cui sopra, s’intende). E vi assicuriamo che non finisce sempre così.

Eppure è vero anche il contrario: dall’altra parte della barricata, nel Paese del Bengodi della critica enogastronomica italiana, esistono tuttora personaggi alla moda che girano per cantine col Suv e il rimborso spese, pure per la moglie (cosa che avviene pure le compagne di certi fighissimi wine & food influencer).

Beati quelli con lo specchio del bagno di casa sporco
sin dalla mattina, quando se la lavano. La faccia.

Tutta questa spataffiata sull’omertà e sul “pezzo di terra” mica per fare caciara. Piuttosto per dire che, in fondo, pure il buon degustatore di Slow Wine Veneto deve arrivare a fine mese. E per questo non lo biasimiamo. Siamo tutti sulla stessa barca. Ma l’etica, beh. Quella è un’altra cosa. E non siamo noi a insegnarla. In alto le Chiocciole. Cin, cin.

 

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A Brescia Vino In-dipendente: 64 vignaioli da tutta Italia per la quinta edizione

CALVISANO (BS) – Sono 64 i vignaioli che il 3 e 4 febbraio interverranno a Calvisano, in provincia di Brescia, alla quinta edizione di Vino In-dipendente. L’appuntamento è dalle 11 alle 19 nella Sala Polivalente “Beata Cristina”, in via San Michele.

Scopo della manifestazione è “promuovere il lavoro dei vignaioli che quotidianamente faticano a farsi sentire”. Spazio anche per 8 artigiani del cibo da tutta la penisola, oltre a un ristoratore che preparerà piatti caldi. Si entra al costo di 10 euro: numero illimitato di assaggi e possibilità di acquisto dei vini.

“L’evento – spiega l’ideatore, il sommelier Stefano Belli – raggruppa vignaioli che difendono l’integrità del proprio territorio attraverso una forte etica ambientale, per produrre vino che prevede il minor numero possibile di interventi in vigna e in cantina, attraverso l’assenza di additivi chimici e di manipolazioni innaturali da parte dell’uomo”.

“Interventi – continua Belli – che portano i vignaioli a correre molti rischi, superabili solo grazie alla grande conoscenza in vigna e in cantina. Produrre vino naturale significa agire nel pieno rispetto del territorio, della vite e dei cicli naturali, limitando l’utilizzo di chimica e tecnologica in genere, dapprima in vigna e successivamente in cantina, conservando l’unicità del vino dall’omologazione che chimica, tecnologia e industrializzazione hanno portato nelle aziende vitivinicole”.

ELENCO DEI PRODUTTORI 2019
Campania: Il Tufiello
Emilia Romagna: Solenghi Gaetano, Az. Vitivinicola Lusenti, Il Maiolo, Az. Agr. Bragagni, Az. Agr. Tre Rii
Friuli Venezia Giulia: Gaspare Buscemi, San Lurins, Aquila Del Torre
Liguria: Az. Agr. Santa Caterina, Az. Agr. Stefano Legnani, Terre Della Luna
Lombardia: Casa Caterina, Az. Agr. Antonio Ligabue, Scapigliata, Bressanelli Fortunato, Mario Gatta,Torrazzetta, Az. Agr. Barbara Avellino, Az. Agr. Vercesi Del Castellazzo, Josef, Az. Agr. Gualdora, La Rocchetta Di Mondondone, Colle San Giuseppe, L’ulif, Marco Vercesi, Az. Agr. Selva Pietro, Vna Wine, Agr. Villa Picta, Vigne Del Pellagroso
Piemonte: Rocca Rondinaria, La Signorina, Rocco Di Carpeneto, Tenuta Grillo, Forti Del Vento, Carussin Az. Agr., Az. Agr. Garoglio Davide, Cascina Gasparda Az. Agr., Cascina Boccia,Az. Agr. Tenuta Foresto, Cascina Bricco Ottavio, Tommaso Gallina, Cascina Voglietti
Marche: Tenuta Ca’ Sciampagne
Sardegna: Orgosa, Cantina Sa Defenza
Sicilia: Bruno Ferrara Sardo, Abbazia San Giorgio, Casa Vinicola Ferracane, Rappa Raffaella, Valdibella
Toscana: Podere Anima Mundi, Casale Az. Agr.
Valle D’aosta: Az. Vitivinicola Selve
Veneto: Daniele Piccinin, Ca’ Dei Quattro Archi, Az. Agr. La Rosi, Vini Di Luce, Tenuta Maraveja, Santa Colomba, Boschera Winkler, Az. Agr. Pezzalunga

FOOD E DISTILLATI
Abruzzo:
Azienda Agricola Biologica Rotolo Gregorio & C.
Campania: Berola’ Distillati
Emilia Romagna: Torrefazione Lady Caffe’, Az. Agr. Parizzi Fabrizio, Maurizia Gentili
Lombardia: Passion Cocoa, Capriss
Liguria: Az.Agr. La Baita
Sardegna: Orgosolo Liquori
Sicilia: Valdibella

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ViViT, accordo “a lungo termine” con Verona Fiere per Vinitaly: nasce la “Organic Hall”


VERONA –
ViViT e Verona Fiere insieme “a lungo termine” a Vinitaly. Il 17 dicembre scorso, i vignaioli dell’associazione Vi.Te – Vignaioli e Territori hanno firmato un contratto di collaborazione con Veronafiere Spa, società organizzatrice di Vinitaly. L’accordo consentirà “un profondo rinnovamento e un’evoluzione nella promozione del mondo enologico legato alla produzione sostenibile e artigianale“.

Altro che crisi del settimo anno. Dopo sette edizioni di ViViT, l’associazione composta da oltre 150 vignaioli provenienti da Italia, Francia, Slovenia e Austria, ha “sentito il bisogno di un passo ulteriore”.

Un patto che fa bene, anzi benissimo, a tutto il mondo del vino italiano, che continua il confronto sotto lo stesso “tetto”, abbattendo qualche barriera ideologica di troppo tra le diverse filosofie produttive.

I DETTAGLI
Dal 7 al 10 aprile 2019, i vignaioli di Vi.Te – Vignaioli e Territori si presenteranno a Vinitaly nel nuovo spazio “Vi.Te”, caratterizzato dal logo e dai colori della stessa associazione, situato all’interno del neonato padiglione “Organic Hall”.

“Elemento fondamentale dell’accordo – evidenziano i vignaioli – è l’incarico assegnato da Veronafiere a Vi.Te per lo sviluppo di convegni e masterclass legati all’agricoltura e alla produzione enologica, che si svolgeranno all’interno di Vinitaly tra il 7 e il 10 aprile 2019, e che proporranno uno sguardo diverso sul rapporto tra vino, produzione e territorio d’origine”.

Ma non finisce qui. E’ confermato anche l’evento su invito AREAViTe19, destinato principalmente a buyers e importatori esteri, giornalisti e ad un limitatissimo numero di operatori del settore. Banchi d’assaggio “libero”, specialità alimentari preparate da artigiani del gusto e occasioni d’incontro “in un ambiente piacevole e rilassante a due passi dalla fiera.

AREAViTe19 quest’anno assumerà le sembianze del “Fuori Vi.Vit”: due giornate, dal primo pomeriggio di domenica 7 alla sera di lunedì 8 aprile, che culmineranno nella festa dei vignaioli di Vi.Te.

Grande la soddisfazione e le aspettative da entrambe le parti. “Un progetto – sottolinea Vi.Te – che apre nuove prospettive di approfondimento culturale, produttivo e commerciale per il tutto panorama enologico italiano e internazionale”.

“È da tempo – evidenzia l’associazione di vignaioli – che si osserva un’esplosione di interesse da parte dei consumatori per una produzione agricola ed eno-gastronomica più sana, rispettosa dell’ambiente e legata al territorio d’origine. In parallelo, però, cresce anche la confusione e la disinformazione su cosa voglia dire ‘biologico’, ‘naturale’, ‘sostenibile’, e via dicendo: tanti gli attori coinvolti e altissimi gli interessi”.

“Sempre di più, infatti, sembra che nel mondo del vino siano gli eventi e le manifestazioni a ‘legittimare’ una non ben definita ‘naturalità’ (e ancora sostenibilità, artigianalità, salubrità, ecc.) per il semplice fatto che un’azienda vi partecipi”, denunciano gli organizzatori del ViViT.

“Senza dubbio – aggiungono – si può trattare di un buon punto di partenza, data la serietà di molti organizzatori, ma che per evitare di alimentare altra confusione dovrebbe tradursi in un messaggio estremamente più definito e strutturato“.

Il compito principale di Vi.Te “è oggi quello di proseguire questo percorso di sviluppo e promozione della conoscenza e della cultura che si genera nel personale rapporto con la terra e il vino. Diversità, consapevolezza e presenza: ecco cos’è il vignaiolo naturale”.

Un obiettivo ambizioso. “La strada è ancora lunga – concludono i vignaioli – ma la possibilità di un dialogo e di un confronto costante tra così tanti soggetti che condividono esperienza e conoscenze, idee e opinioni, si traduce al tempo stesso in una solida base e in un’instancabile spinta di crescita per tutto il gruppo di Vi.Te – Vignaioli e Territori”.

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Io bevo così: 15 domande agli organizzatori su vini naturali, ristoranti e comunicazione


MILANO –
Entrano solo operatori Horeca e giornalisti. Porte chiuse al pubblico – forse (anche) per “tagliare fuori” le note frange di ultras del vino naturale – e arrivare dritti al punto: promuovere alla ristorazione di qualità le “piccole realtà vitivinicole artigiane e contadine”, spesso incapaci di muoversi in maniera efficace a livello commerciale.

Io bevo così, in programma lunedì 14 gennaio 2019 all’hotel Excelsior Gallia di Milano, è l’evento più garbato (e chic) del “vino naturale” in Italia, paragonabile solo a Vinnatur di Angiolino Maule. Lo organizzano per il sesto anno consecutivo Andrea Pesce e Andrea Sala, imprenditori sensibili al movimento dei vini “non convenzionali”.

Pesce ha trasformato la salumeria di famiglia in caffetteria ed enoteca, dando vita a Vini e più. Sala ha fondato la distribuzione That’s Wine, che propone a ristoranti, enoteche e bar una selezione di vini naturali.

Come è nata l’idea di “Io bevo così”?

L’idea nasce nel 2014 quando abbiamo sentito l’esigenza di portare nel nostro territorio (in particolare Lecco-Como e la Brianza) un evento che promuovesse piccole realtà artigiane e contadine legate alla propria terra e che producessero vini senza l’utilizzo di sostanze chimiche, dando così un’interpretazione quanto più fedele del territorio e dell’annata senza ricorrere a compromessi o scorciatoie.

I nostri rispettivi lavori (all’inizio eravamo in 3) sono stati un motore non indifferente per poter partire con questa idea che all’inizio ci sembrava tanto folle quanto brillante. Da allora le cose sono cambiate e sempre migliorate sino ad arrivare a oggi.

L’affluenza è cresciuta negli anni?

“Io bevo così” era inizialmente organizzato in provincia di Lecco e a Milano. Siamo passati dai 120 espositori e 1100 partecipanti del 2014 ai 1700 partecipanti e 97 produttori del 2017. A Milano, 300 persone e 30 produttori nel 2015, fino alle 400 persone (massima capienza della location) con 40 produttori del 2017. Nel 2018 un unico evento a Milano dedicato agli operatori e alla stampa di settore, all’Excelsior Hotel Gallia: 400 attività commerciali (600 persone), 100 testate giornalistiche, 90 produttori.

Ma cos’è il “vino naturale”? E’ corretto chiamarlo così?

È difficile poter dare una definizione unica e ufficiale di “vino naturale” fino a che non ci sarà un disciplinare registrato come per il biologico o il biodinamico. Quello che è il nostro pensiero e i punti di riferimento sui quali ci basiamo per la selezione delle aziende sono: l’assenza di utilizzo di pesticidi, diserbanti, prodotti sistemici, ecc in vigna (quindi vigne come minimo a regime bio o biodinamico), le fermentazioni spontanee senza utilizzo di lieviti in cantina, il non utilizzo di coadiuvanti enologici (enzimi, tannini, batteri ecc), le basse quantità di solforosa e le filtrazioni (se presenti) non sterili.

Vino naturale: c’è qualcosa da migliorare nella comunicazione al giorno d’oggi? I social sembrano popolati da ultras e intransigenti, più che da conoscitori della materia

Non crediamo esista un “modo migliore di comunicarlo”, ma il modo che più si addice alla persona che lo comunica: ognuno di noi, che si tratti di distributori, titolari di wine bar o ristoranti, enotecari, pubblico privato, blogger, appassionati, sceglie una linea di comportamento, come nel lavoro così nella vita e ognuno si prende le responsabilità di quello che dice e di quello che fa.

Ci stiamo rendendo conto che ultimamente sorgono continue polemiche sui social e su alcuni gruppi specifici e di questo ce ne dispiace molto. Dovremmo essere tutti un grande gruppo che aiuta questo piccolo, ma grande ed effervescente movimento. Non crediamo che sia utile a nessuno (ai produttori in primis) farsi coinvolgere in questo genere di battibecchi. E’ uno stile che non ci appartiene.

Vino naturale e ristorazione: quali sono i vantaggi?

Sicuramente la maggiore versatilità di questi vini sugli abbinamenti con i piatti e la possibilità di stupire il proprio ospite (sia neofita che già conoscitore). Senza dimenticare la maggiore digeribilità e “leggerezza” nella beva: caratteristiche che permettono al commensale di poter cambiare più vini durante una cena e di alzarsi il mattino dopo senza i classici mal di testa o bruciore di stomaco, che vengono nella maggior parte delle volte collegate a ciò che si mangia e non a ciò che si beve.

Vino naturale in carta: non se ne trovano, se non in pochissimi ristoranti. Come promuovere l’interesse della ristorazione e dei clienti verso questo segmento?

Certamente a tavola, ma anche e soprattutto con iniziative come la nostra, che ci permettiamo di dire UNICA nel suo genere: perché mettiamo in una giornata dedicata la ristorazione e la comunicazione di settore di fronte alle aziende che a loro volta sono pronte a farsi conoscere. Sarà poi compito della ristorazione e degli uomini che la compongono comunicare al cliente finale questa filosofia, guidarlo e aiutarlo a capire.

Vino naturale in carta: pensiate sia meglio mostrarlo assieme agli altri, oppure in una sezione propria, “indipendente” dal resto della lista?

Riteniamo che creare una sezione a parte in una carta vini sia un po’ ghettizzare. Sarebbe come dire “noi lo facciamo diverso e stiamo in una sezione a parte”. Qui dunque ritorna il ruolo fondamentale del front man di sala o del wine bar che deve conoscere a fondo la propria proposta e capire le esigenze de cliente. Invece troviamo un’idea più giusta indicare a fianco delle referenza in lista (con un simbolo o altro) se si tratta di un vino naturale (vero, artigiano).

Vino naturale a Milano: quali sono i locali consigliati?

Ci sono numerosi locali che hanno dedicato una buona parte, se non la totalità delle proprie referenze al “naturale”. Se dobbiamo citarne alcuni possiamo dire Vinoir, Vinello, Surlì, Bicerin, Champagne Socialist, Forno Collettivo (ce ne sarebbero molti altri) e per i ristoranti ci piace citare Mu Dim Sum, alta cucina cinese con una carta vini davvero interessante, e il “neonato” ristorante di Eugenio Boer, Bu:r, il cui sommelier, Yoel, ha fatto scelte ben precise e mirate.

Io bevo così: e gli altri, perché dovrebbero “così”?

Per ritrovare il gusto del vino, dello stupirsi ogni volta che si stappa una bottiglia perchè è importante quanto quello che mangiamo.

Un hotel 5 stelle a ospitare l’edizione 2019. E’ la risposta naturilista “enofighetta” a LiveWine e La Terra Trema, o qualcosa di diverso? Tradotto: si entra solo in giacca e cravatta e con la “r” moscia?

Non è nostra intenzione fare la “guerra” a nessuno: dal 2015 vi è sempre stata un’anteprima milanese a gennaio dedicata ai soli operatori che vedeva la partecipazione di circa 40 aziende: rappresentava il preludio alla due giorni di maggio che si svolgeva in provincia di Lecco e che ospitava oltre 100 espositori.

Dal 2018 abbiamo deciso di spostarci con un unico grande evento a Milano dedicato ai soli operatori. La scelta della location è molto semplice: riteniamo sia la migliore per spazi, logistica, posizione e servizi per quello che è il nostro intento.

La decisione di aprire solo agli operatori non è una scelta fighetta che implica giacca e cravatta o “r” moscia: ci sono moltissime belle fiere in Italia dedicate al vino naturale (tra cui il Live Wine) e che sono aperte al pubblico. Parlando spesso con i produttori ci siamo resi conto che sono stanchi di dover girare l’Italia (con tutto ciò che comporta anche  a livello di spese).

Da noi possono fare tutto in un giorno, con poche bottiglie, arrivando comodamente in treno o in macchina e senza dovere obbligatoriamente stare fuori due giorni. E soprattutto hanno la possibilità di fare contatti con l’operatore finale: che è il loro principale scopo.

A volte con la presenza del privato si crea troppa confusione e l’operatore che ha generalmente poco tempo non riesce ad assaggiare i vini nelle giuste condizioni. Tutti gli operatori a Io Bevo Così entrano su invito senza alcuna spesa: se ci pensate per noi è anche anti-economico non aprire al pubblico. Ma siamo fermamente convinti che questa sia la direzione giusta.

Bere “naturale” fa figo? Quanta “moda” c’è nel fenomeno?

Da quello che vediamo recentemente non crediamo che faccia figo bere naturale, ma più farsi vedere a stappare bottiglioni di blasone con sciabole, telefonini, forchette e chi ne ha più ne metta. Sembrano quel genere di cose a fare tendenza.

Vino naturale e “puzzette”. Il vino naturale puzza?

Ecco il domandone che ci aspettavamo: argomento davvero troppo complesso, perché per alcune persone quelle che sono puzze insostenibili sono invece per altri massima espressione di territorio o di stile o di altro. Certamente alcune imperfezioni nel vino a volte sono le cose che rendono quel vino ancor più accattivante.

Facciamo questa riflessione: perché se un formaggio artigianale ha profumi “particolari”, magari di stalla o di fieno, allora è riconosciuto come autentico/artigianale/senza trucchi e perché con un vino che presenta magari dei profumi di cantina non si è altrettanto clementi?

Tre etichette che avete bevuto a Natale e/o berrete a Capodanno

Se ci dobbiamo limitare a sole 3 etichette: il Metodo classico Revolution Pas Operé 2012 di Cà del Vènt (il vero e unico che non ci fa sfigurare di fronte ai grandi francesi), lo Chardonnay di Borgogna L’Ecart 2005 da vigne centenarie di Gilles e Catherine Vergè e il Buchepale 2016 di Jason Ligas (Ktima Ligas) da uve autoctone Xinomavro di montagna coltivate in permacultura nel nord della Grecia.

Il futuro del vino naturale: su cosa devono puntare i produttori?

Crediamo che i produttori debbano puntare in primis a una totale trasparenza nei confronti dei propri clienti e consumatori finali. Insomma, a nostro avviso vi è la necessità che i produttori facciano gruppo e che spingano tutti insieme e con forza per arrivare a una certificazione ufficiale e unica di “vino naturale”, basata su seri principi. Vinnatur ci sta provando da tempo, incrociamo le dita. Ultimamente assistiamo alla comparsa dei “produttori naturali dell’ultimo momento” su cui nutriamo molti dubbi.

Chi beve naturale può bere e apprezzare anche i vini convenzionali

Bella domanda. Nel mio caso (Andrea Sala) il percorso è stato quello di partire dai convenzionali e iniziare circa 10 anni fa a bere vini naturali. Una strada senza ritorno. Io credo che il vino vada assaggiato senza preconcetti e facendo parlare il bicchiere. Ritengo ci siano moltissimi vini convenzionali molto buoni e che hanno fatto la storia, ma non mi emozionano più. Diciamo che apprezzare un vino è una cosa. Emozionarsi quando lo si beve è un’altra.

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