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Vino In-dipendente 2025: i migliori vini naturali a Calvisano

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Il mondo dei vini naturali deve fare largo a una manifestazione che, nel bene e nel male del contesto, non può più essere considerata di “serie B”, rispetto ad altre della stessa categoria. Ma, anzi, assurta all’olimpo delle natural wine fair. Se non a livello europeo, almeno a livello italiano. Parlo di Vino In-dipendente, rassegna di “vini artigianali” organizzata dal “sommelier vinnaturista” Stefano Belli. L’edizione 2025, la numero 10, può essere considerata quella dell’assoluta consacrazione. Oltre ai winelovers – tra cui molti giovani e giovanissimi – la fiera andata in scena il 12 gennaio ha visto la partecipazione di un buon numero di distributori e buyer, italiani ed (addirittura) esteri.

IL RACCONTO AUTENTICO DEI VIGNAIOLI

“Addirittura” perché si tratta di un evento organizzato in una “sperduta” località della provincia di Brescia, come Calvisano. Poco meno di 9 mila abitanti e una certa fama, non legata al mondo del vino. La cittadina è piuttosto nota per essere ricompresa nell’area di produzione del Grana Padano, oltre che per l’allevamento di storioni da caviale della nota azienda Calvisius Caviar. Non ultimo, per la squadra locale di rugby, che milita in Serie A. La sala polivalente del Comune, perfetta per ospitare i banchi di assaggio di una settantina di cantine, si trova proprio accanto allo stadio.

Anche i vini in assaggio sono risultati “sportivi”. Alcuni da ola. Altri da fischi. La media qualitativa dei vini in degustazione è risultata tutto sommato soddisfacente. Ma la presenza di difetti, molto evidenti ai non ultras del vino naturale, è ancora troppo alta per poter far gridare alla nuova era del vino naturale italiano. Messe da parte volatili e brett, anche le etichette “sporche” sono riuscite a mettere in risalto il racconto appassionato (e spesso sincero) dei vignaioli.

I MIGLIORI VINI NATURALI A VINO IN-DIPENDENTE 2025

Racconti di vigna, di «mani sporche di terra». Storie di profumi, di colori, di terre, di passione e di fatiche che, qualche volta, trovano piacevole consolazione nei calici. Ecco allora i migliori assaggi a Vino In-dipendente 2025, pescati come tra quelli da dimenticare in fretta. Frutto, questi ultimi, di uno storytelling che non è falso o volutamente deviato, bensì il chiaro frutto di un amore per la terra non accompagnato dalla dovuta competenza nella scienza e nell’arte – tutto tranne che naturale – di «Fare Vino Buono». Tra i tanti, troppi, difetti, vere e proprie gemme. Eccole, in ordine sparso. Vino In-dipendente 2025

Azienda agricola Franzina

Un’interpretazione autentica della Valtellina e della sottozona Maroggia, su tutta la gamma. Tutto da bere il Rosso, più complesso e strutturato “St Sixtus”. La Riserva, ottenuta dalla parcella più alta del vigneto, è una chicca.

  • Rosso di Valtellina Doc 2022
  • Valtellina Superiore Docg 2021 “St Sixtus”
  • Valtellina Superiore Docg Riserva 2021 Maroggia

Pietramatta

I vigneti si intersecano come un puzzle con quelli di Nove Lune, il “parco giochi” del responsabile Piwi Lombardia, Alessandro Sala. Pietramatta, del fratello Andrea Sala, è l’altra metà del pianeta. Memorabile il rosato da uve Moscato di Scanzo. Ottimo l’orange Amber, da uve Piwi (Souvigner Gris). Da scoprire “Sass”, taglio bordelese.

  • Bergamasca Igp Rosato 2023 “035”
  • Bergamasca Igp rosso 2022 “Sass”
  • Vino Bianco “Amber”

Denis Montanar

Chiuso e a prima vista un po’ scontroso, Denis Montanar è riuscito a fare un vino che non gli somiglia per niente, a livello “caratteriale”. “Massàl”, Merlot vendemmia 2019, è disteso, goloso ed aristocratico. Un autentico capolavoro, per la ricchezza del frutto, la raffinatezza della spezia e la profondità del sorso. Best in show tra i vini rossi a Vino In-dipendente 2025.

  • Vino Rosso Igt Venezia Giulia 2019 Massàl – Dodòn
    (BEST IN SHOW – VINI ROSSI)

Cascina La Signorina

Sfodera la verticale, zitta zitta, La Signorina. Per mettere a tacere anche l’ultimo degli idioti che ancora va in giro a dire, tronfio: «A me il Dolcetto non piace». Come se ce ne fosse solo uno. Come se tutto n0n dipendesse dalle mani di chi lo produce, forse più di qualsiasi altra varietà piemontese. Come se “La bocassa” non esistesse. Alla fine tutti muti davanti all’accoppiata 2007-2017. Tutto tranne che retorico rispetto per gli “anziani”. Chapeau.

  • Ovada Docg 2017 “La bocassa”
  • Dolcetto di Ovada Superiore Doc 2007 “La bocassa”

Azienda agricola Mariapaola Di Cato (Vini Di Cato)

Una gamma migliorabile sotto diversi profili, quella della cantina Di Cato. Ma questo “Cerasuolo d’Abruzzo” che “Cerasuolo d’Abruzzo Doc” non è – «lo abbiamo volutamente declassato» – è da applausi. Un “Raggio di Luna” che illumina il Montepulciano: floreale, carnoso, sapido, dissetante. E soprattutto ribelle. Un po’ come il Neil Young di “Eughenos Harvest Moon”.

  • Rosato Terre Aquilane Igp Biologico 2022 “Eughenos Raggio di Luna”

La Rocchetta di Mondondone

Da infermiere a vignaiolo in Oltrepò pavese, per poi tornare in corsia al momento del bisogno, durante l’emergenza Covid. Stefano Banfi è prima di tutto un Uomo dal cuore grande. Poi, e non è un dettaglio, fa pure grandi vini. La Croatina “Croaticum” e il Pinot Nero “Suavis Noir”, entrambi vendemmia 2015, sono da comprare a cartoni e da abbandonare in cantina. Con la promessa di iniziare a berli tra 5, 6 anni. Scommettiamo?

  • Provincia di Pavia Igp Pinot Nero 2015 “Suavis Noir”
  • Provincia di Pavia Igp Croatina 2015 “Croaticum”

Rós di Daniele Paolucci

Un altro “bravo ragazzo”, Daniele Paolucci di Rós. Siamo a Volta Mantovana, a poca distanza dal Lago di Garda, per un’avventura enologica fondata sì sulla passione, ma soprattutto su un gran savoir-faire. Un progetto che, nel 2025, compie 10 anni di vita. Quelli della maturità. 

  • Vino Bianco frizzante rifermentato Chardonnay 2024 “Monti solivi”
  • Vino bianco 2022 “Thýme”
  • Vino Rosso 2022 “Coràle”

Scapigliata

Come questo Metodo classico non abbia superato l’esame per la certificazione “Franciacorta”, è un mistero che poco importa risolvere. «Prendete e bevetene tutti, questo è il calice del mio Vsq per la nuova ed eterna alleanza, versato per voi e per tutti in remissione dei peccati»: suonava così. No?

  • Metodo classico Vsq Blanc de Noirs Dosaggio Zero 2020
    (BEST IN SHOW – METODO CLASSICO)

Azienda agricola Case Vecchie di Paolo Ferri

Al mantovano Paolo Ferri piace esagerare e le bottiglie da riempire col suo vino le compra solo da 1 litro. Fa bene. Perché il rosato Rondinella 2023 sarà pure “Tormentato”. Ma è da svuotare a canna, tanto va giù facile e sincero. Vola, Rondinella. Vola.

  • Vino Rosato Rondinella 2023 “Tormentato” (1 litro)

Vigne del Pellagroso – Antonio Camazzola

Un altro a cui difficilmente strappi un sorriso, Antonio “Billy” Camazzola. Ma il vino lui, dalle parti di Monzambano (Mantova) lo sa fare. Tutta apprezzabile la gamma, da cui peschiamo il bianco “Lügar”, sapientemente ottenuto da uve Riesling, Garganega e Moscato, macerate per circa una settimana. Convince per la golosa agilità di beva, abbinata a una profondità che sfiora il balsamico.

  • Vino Bianco “Lügar”

Samuele Casella Azienda agricola

Uve Rebo, sì. Ma non siamo in Valle dei Laghi, in Trentino, bensì a Gavardo, in provincia di Brescia. Una chicca di casa Samuele Casella, piena di frutto e dalla chiusura sapida, che chiama il sorso successivo. Degno di nota anche il lavoro della cantina sulle varietà Bordolesi.

  • Benaco Bresciano Igt Rosso 2021 Rebo

Grawü – Grasselli & Würth

Vale il discorso fatto prima per il Dolcetot di Cascina La Signorina. A quel paese di Grawü va mandato chi pensa il Pinot Grigio sia solo quello venduto per pochi spiccioli al supermercato. Poi, gli stessi, li si manda sul “Lato Oscuro” a scoprire il vitigno ibrido Regent, incrocio di varietà europee ed americane. Un rosso che convince gli amanti dei rossi che non disdegnano di sfoderare un buon tannino, su tanto frutto e freschezza. Geniale la scelta della semi-carbonica sul vitigno.

  • Vigneti delle Dolomiti 2022 Pinot Grigio
  • Mitterberg Rosso Igt 2021 “Lato Oscuro”

Cantina La Bacheta – Giorgia Quintarelli

(CANTINA RIVELAZIONE)

Attenzione a non confondere il cognome: Giorgia Quintarelli non è parente della più nota famiglia pilastro della Valpolicella. Lei sta a Custoza. E sembra avere molta voglia di restarci, per continuare a fare benissimo. La sua giovane gamma di vini vale una standing ovation. Colpisce la purezza della Garganega, sia nell’interpretazione più classica, “Neissance”, che con “Luna” (grappolo intero). La Corvina “Isa”? Anche lei in semicarbonica. Abbastanza per appuntarsi il nome di Cantina La Bacheta. Per non scordarlo più.

  • Verona Igt Garganega 2023 “Neissance”
  • Verona Igt Garganega 2023 “Luna”
  • Verona Igt Corvina 2023 “Isa”

Perego & Perego

“Il Barocco” è il rosso da non perdere dalle parti di Rovescala, in Oltrepò pavese. La vera chicca di Giorgio Perego, in degustazione anche a Vino In-dipendente. Vino da sempre presente nella Guida Top 100 Migliori vini italiani di Winemag, pronto a presentarsi al pubblico con una 2018 che segnerà un leggero cambio di stile, verso una maggiore componente fruttata e, quindi, una maggiore beva.

  • Vino Rosso 2017 “Il Barocco”

Azienda agricola Cuore Impavido di Loris De Bortoli

Una varietà Piwi, un vino Piwi. Che, tra l’altro, si chiama come la cantina. Piacciono le cose semplici in casa Loris De Bortoli. Scelta azzeccata col frizzante non filtrato prodotto a 800 metri d’altitudine, nel Comune di Sovramonte. Siamo alle porte del Parco Nazionale delle Dolomiti Bellunesi. Il vitigno resistente di “Cuore Impavido” è il Solaris. Un rifermentato che ricorda soprattutto il cedro, dal naso alla freschissima chiusura. Il sorso convince dall’ingresso al retro olfattivo, perché non mostra le asperità classiche di altri Piwi. Aiuta un perlage soffice e avvolgente, che porta con sé pulizia del frutto (agrumi, pesca) e una leggera, piacevolissima, vena minerale.

  • Vino Bianco frizzante non filtrato “Cuore impavido” (Piwi)

Josef – Luca Francesconi

Lo aveva detto nel video di presentazione per i social media, richiesto a tutti i vignaioli dall’organizzatore Stefano Belli: «Venite a Calvisano a Vino In-dipendente 2025, il 12 gennaio, se volete scoprire “vini d’autore”». Promessa mantenuta da Luca Francesconi, alias Josef, con l’Alto Mincio Igt Bianco 2022 “Guadalupe”. Solo Turbiana di Lugana, lavorata in vetroresina. Vino che ti resta in testa per quella “promessa” mantenuta al punto da diventare “premessa”, grazie all’unico vino della gamma di Josef ottenuto da un’uva in purezza. Applausi, di cui sopra.

  • Alto Mincio Igt Bianco 2022 “Guadalupe”

Il Pendio – Michele Loda

«Sì vabbè, ma loro si sono fatti un nome con il Metodo classico, in Franciacorta». Sento forte e chiaro rispondo dritto per dritto: assaggiate Chardonnay fermo e Pinot Nero vinificato in rosso fermo de Il Pendio. Poi fatemi sapere… In fondo, tutto non può che cominciare da una buona “base”.

  • Sebino Igt Chardonnay 2023
  • Sebino Igt Pinot Nero 2023 “La Valletta”

Matrignano

È qui la festa? Sembra di sentire in sottofondo il basso ritmato di Michael Peter “Flea” Balzary, mentre in gola scivola il frizzante “Skianty” di Matrignano. Molto più di una semplice provocazione al sistema di certificazione delle Doc, in particolare a quella del Chianti, richiamata dal nome di fantasia. “Skianty” è gusto testa capolavoro anche dal punto di vista della coscienza enologica. La base è un Sangiovese vendemmia 2023 da 11,5%, rifermentato con il mosto congelato di Cabernet Franc dolce della vendemmia 2022. Solo 500 bottiglie e uscita a marzo 2025. Da prenotare.

  • Vino Rosso frizzante “Skianty” (BEST IN SHOW – FRIZZANTI)

Forti del Vento

Una garanzia Forti del Vento, nel suo Monferrato. Il Dolcetto “La Volpe” è un altro di quelli da presentare a chi «Io il Dolcetto non lo bevo». Vinificazione in solo acciaio e riposo in cantina per un anno, prima della commercializzazione. Ben più strutturato “Ottotori”, vinificato in legno e frutto di una singola vigna. I due volti del Dolcetto, insomma, tra beva e tanta vera sostanza.

  • Vino Rosso Biologico 2022 “La Volpe”
  • Vino Rosso Biologico 2020 “Ottotori”

Terrazzi Alti

La Valtellina a Vino In-dipendente si difende alla grande anche con Terrazzi Alti. Splendide le due espressioni di Sassella della cantina della famiglia Buzzetti. Vini concreti ed eleganti, espressioni autentiche della Chiavennasca e del territorio.

  • Valtellina Superiore Docg Sassella 2022
  • Valtellina Superiore Docg Sassella Riserva 2021

Ansitz Dolomytos Sacker (MIGLIOR GAMMA AZIENDALE)

Cantina che non sbaglia un colpo (e non è una cosa poi così comune, specie nel segmento dei “vini naturali”). Siamo ad Auna di Sotto (Renon) a 500 metri d’altitudine, per il progetto enologico creato tra il 1998 e il 2009 dal compianto Rainer Zierock, professore di mitologia greca e filosofia agraria, sulla base dei principi di Rudolf Steiner. Oggi la tenuta è della famiglia Marginter, che realizza vini da assemblaggio, proseguendo il lavoro iniziato da Rainer Zierock con varietà provenienti da Grecia, Francia e Spagna. Ecco allora Assyrtiko, Petit Manseng e il Piwi Souvignier Gris, accanto a Riesling, Gewürztraminer, Sauvignon blanc. Oppure Sangiovese, Petit Verdot, Agiorgitiko, Mourvèdre e Alicante Bouschet, in mezzo a Pinot Nero, Merlot, Cabernet Franc e Cabernet Sauvignon. Un progetto unico. Tutto da scoprire.

  • Vino Bianco 2023 “Sacker Weiss”
  • Vino Bianco 2019 “Dolomytos”
  • Vino Bianco “Amphora”
  • Vino Rosso “Sacker Rot”
  • Vino Rosso 2017 “Skythos”
  • Vino Rosso 2018 “Athos”

Colle del Bricco – Matteo Maggi

Gipsy Red è l’ultimo arrivato di casa Colle del Bricco – altra presenza nell’edizione 2025 della Guida Top 100 Migliori vini italiani di Winemag – è un vino succosissimo, frutto del sapiente assemblaggio pensato e voluto dal giovane Matteo Maggi, a Stradella. Un vino che, per concetto ed esecuzione, mancava in Oltrepò pavese.

  • Provincia di Pavia Igt Rosso 2023 Gipsy Red

Azienda agricola Terre di Pietra

Dimmi che nel calice ho un vino Veronese senza dirmi che nel calice ho un vino Veronese. Autenticità allo stato puro a casa Terre di Pietra, a San Martino Buon Albergo. Corvina, Corvinone e Rondinella con l’anima.

  • Rosso Veronese Igt 2018 “Vigna del Peste”
  • Rosso Veronese Igt 2020 “Testa calda”
  • Rosso Veronese Igt 2016 “Mesal”

Villa Calicantus

Forse la vera azienda da scoprire, per chi ancora non la conoscesse, dalle parti di Bardolino. Non solo per il Chiaretto “Chiar’Otto”, vino ormai entrato nell’olimpo dei rosati italiani. Ma anche per le tante, splendide interpretazioni del Bardolino. Villa Calicantus, una garanzia.

  • Chiaretto di Bardolino Doc Classico 2023 “Chiar’Otto” (BEST IN SHOW – VINI ROSATI)

Radici erranti

Progetto molto interessante, quello di Radici erranti sulla sponda orientale del Lago di Garda, a Navelli di Salò. L’idea è nata durante il periodo del Covid, nel 2020, tra cinque amici impegnati a vario titolo nel settore del vino. L’ultimo arrivato è proprio il Metodo classico Dosaggio Zero “Stradivari”.

  • Metodo classico Dosaggio Zero “Stradivari”

Enò-Trio

Nunzio Puglisi porta avanti, insieme alla sua famiglia, una delle cantine artigianali più interessanti della zona dell’Etna. Un progetto che –  proprio come il vulcano della Sicilia – sembra tendere verso l’alto. A una precisione sempre maggiore nella restituzione, nel calice, del frutto delle vigne allevate come figli, a un’altezza che si spinge fino ai mille metri. A Vino In-dipendente, il coniglio pescato dal capello è “Calderara” 2019: vino consigliato a chiunque voglia capire davvero cos’è il Nerello Mascalese.

  • Etna Rosso Doc 2019 Nerello Mascalese “Calderara”

Prima Radice

Tra i vini più curiosi dell’evento c’è la Franconia di Prima Radice, che propone un modello davvero condivisibile, in un segmento popolato da stregoni e più d’un ciarlatano: «Agricoltura rigenerativa, laica e scientifica». Oltre al vino da varietà rare anche sidro, birra, farine e gallette da cereali storici. Il tutto a Polcenigo, in provincia di Pordenone, in Friuli Venezia Giulia.

  • Trevenezie Igt Franconia 2023 “L’importanza di essere franco”

Daniele Ricci

Poche parole per i vini dell’ex casellante Daniele Ricci. Una gamma straordinaria, che ormai tutti conoscono e la cui grandezza tutti (ri)conoscono. Poi succede che a Vino In-dipendente il vignaiolo del tortonese porti un “San Leto” 2004. Dando un senso a quei paragoni tra la denominazione piemontese e la Francia. A un prezzo tanto più conveniente da sembrare quasi folle. Daniele Ricci per il best in show-vini bianchi di Vino In-dipendente.

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Lettere news news ed eventi

Riccardo Polegato (La Viarte): «Vino naturale? Solo marketing ingannevole»


«Negli ultimi anni, il termine “vino naturale” è diventato di moda, un’etichetta che attrae un certo pubblico e promette qualità superiori e conseguenze meno impattanti per la salute.
Tuttavia, dietro questa definizione apparentemente accattivante, si nasconde una realtà altamente controversa. In primo luogo, il concetto di “vino naturale” non ha alcuna base legale o regolamentazione ufficiale: non esiste, infatti, un ente di controllo che certifichi cosa sia effettivamente un vino naturale e cosa no. Questo lascia spazio a interpretazioni arbitrarie e, inevitabilmente, a pratiche di marketing ingannevoli.

Si tratta, in sostanza, di un termine privo di rigore che gioca sulla percezione del consumatore. Non a caso, la narrativa che accompagna i vini naturali spesso sottintende che i vini prodotti in modo convenzionale siano in qualche modo “artefatti” o “inferiori”. Questo è profondamente fuorviante, perché la viticoltura convenzionale è regolamentata da norme precise, con controlli rigorosi sulla qualità e sulla sicurezza del prodotto. E non si può dimenticare come gli enologi professionisti che lavorano secondo i metodi tradizionali o moderni si affidano a decenni, se non secoli, di conoscenze scientifiche e pratiche consolidate per garantire un prodotto eccellente e sicuro, mentre le imperfezioni organolettiche tradotte come “naturali” sono spesso difetti di vinificazione.

VINI NATURALI? RISCHIO EFFETTO BOOMERANG

Un altro aspetto critico è il messaggio implicito che i vini naturali siano più salutari. Questa è una semplificazione che rasenta l’inganno, poiché la salubrità di un vino non dipende dal fatto che sia naturale o meno ma, piuttosto, da fattori come il contenuto di solfiti (che, peraltro, sono presenti naturalmente anche nei vini cosiddetti “naturali”), la qualità dell’uva e i processi di vinificazione. Dunque, affermare che un vino naturale sia automaticamente “migliore per la salute” è una manipolazione che sfrutta la poca conoscenza del consumatore medio.

Infine, c’è il rischio di un effetto boomerang: concentrarsi sul “naturale” rischia di sminuire il lavoro di migliaia di produttori che, pur non utilizzando questa etichetta, si impegnano onestamente ogni giorno per creare vini straordinari nel rispetto dell’ambiente, del territorio e, soprattutto, del consumatore. Senza contare che questo tipo di comunicazione non fa altro che dividere inutilmente il settore, invece di valorizzare la diversità e la ricchezza della viticoltura mondiale.

VINO E GIOVANI: INFORMATEVI SUL TEMA

In conclusione, il concetto di vino naturale è, nella migliore delle ipotesi, un’abile strategia di marketing; nella peggiore, è un inganno. Credo fermamente che migliorare la comunicazione nel settore vinicolo sia necessario per tutelare i consumatori, i quali meritano di sapere che un buon vino non ha bisogno di aggettivi fuorvianti per dimostrare la propria qualità.

Per questo, da giovane produttore, suggerisco ai miei coetanei di informarsi con attenzione sul tema, per essere in grado di valutare con maggior consapevolezza le proprie scelte di consumo. E lo dico nella convinzione che temi come la trasparenza, la conoscenza e il rispetto per il lavoro dei produttori dovrebbero essere al centro del dialogo, non banalizzati e trasformati in etichette che servono solo a creare inutili divisioni».

Riccardo Polegato, AD La Viarte


Riccardo Polegato, classe 1996, “figlio d’arte” cresciuto tra filari e bottiglie, titolare insieme alle sorelle Luana e Giorgia della cantina La Viarte di Prepotto (UD) sui Colli Orientali del Friuli, prende posizione sui vini “naturali”, tema sempre dibattuto all’interno del mondo enologico.

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Esteri - News & Wine eventi news ed eventi

VinNatur NYC: collettiva del vino naturale italiano a New York


Due giorni di assaggi, incontri e momenti di riflessione sul vino naturale. Domenica 12 e lunedì 13 gennaio 2025 il Rule of Thirds di Brooklyn di New York ospiterà VinNatur NYCprimo evento collettivo ufficiale negli Stati Uniti. L’Associazione presieduta da Angiolino Maule riunisce vignaioli da tutto il mondo con l’intento di «difendere l’integrità del proprio territorio, rispettandone la storia e la cultura e traendo ispirazione da una forte etica ecologica». Dal 2016, VinNatur si è dotata di un protocollo di produzione che delinea le attività ammesse in vigneto e in cantina. A New York è previsto u
n ricco calendario di degustazioni e approfondimenti su qualità, varietà e pratiche produttive dei vini naturali, che arricchirà i banchi d’assaggio di oltre 200 etichette.

«Questo appuntamento – afferma Angiolino Maule – è sicuramente una grande opportunità per i nostri soci per raggiungere un pubblico sempre più attento e appassionato. New York, con la sua energia e apertura, è il contesto ideale per raccontare la nostra filosofia e costruire legami significativi. Inoltre assistiamo a come nella Grande Mela stia crescendo il numero di enoteche e wine bar che includono vini naturali in mescita e sugli scaffali”. Un trend che si contrappone al rallentamento del consumo di bevande alcoliche negli Stati Uniti e che conferma l’interesse crescente per prodotti autentici, sostenibili e di qualità.

VINNATUR A NEW YORK CON 44 PRODUTTORI

Alla manifestazione saranno presenti 44 produttori che proporranno in assaggio i loro vini ma ci sarà posto anche per una selezione di etichette di altri 24 soci VinNatur servite da esperti sommelier. L’evento sarà aperto al pubblico e agli operatori domenica 12 gennaio dalle 14 alle 18, mentre lunedì 13 gennaio, dalle 10 alle 17, sarà riservato esclusivamente ai professionisti del settore, tra cui buyer, distributori, giornalisti e titolari di ristoranti e wine bar. I biglietti per l’evento e le masterclass, a posti limitati, sono disponibili su Eventbrite.


VinNatur NYC

​Quando: domenica 12 e lunedì 13 gennaio 2025
Dove: Rule of Thirds Restaurant, Brooklyn, New York City
Orario di apertura al pubblico: domenica dalle 14 alle 18, lunedì dalle 10 alle 17
Ingresso: biglietti acquistabili online dal mese di novembre

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Vino in-dipendente 2025, decima edizione a Calvisano: le cantine presenti


Vino in-dipendente 2025
fa cifra tonda. La decima edizione della Fiera-mercato del vino artigianale organizzata dal “sommelier vinnaturistaStefano Belli è in programma a Calvisano, in provincia di Brescia, il 12 gennaio. Ingresso dalle 10.30 alle 19.30 acquistando il ticket di 15 euro, comprensivo di calice per gli assaggi e tracolla porta calice. Vino in-dipendente sarà, in sostanza, il primo tra gli eventi del vino italiano del 2025. Il pubblico potrà degustare e acquistare direttamente dai produttori sia i vini che i prodotti alimentari nella sala sala polivalente del Comune di Calvisano.

«Vino in-dipendente – spiega il sommelier Stefano Belli – raggruppa vignaioli che difendono l’integrità del proprio territorio attraverso una forte etica ambientale, per produrre vino che prevede il minor numero possibile di interventi in vigna e in cantina, attraverso l’assenza di additivi chimici e di manipolazioni innaturali. Produrre vino naturale significa valorizzare l’unicità del vino, abbandonando l’omologazione che chimica, tecnologia e industrializzazione hanno portato nel mondo del vino. Scopo della manifestazione è promuovere il lavoro dei vignaioli che quotidianamente faticano a farsi sentire».

LISTA CANTINE VINO IN-DIPENDENTE 2025

Ricci Daniele (Piemonte)
Grawu (Alto Adige)
Az. Agr. Di Cato (Abruzzo)
Casa Caterina (Lombardia)
Villa Calicantus (Veneto)
Foradori (Trentino)
Daniele Piccinin (Veneto)
Dolomytos (Alto Adige)
Il Pendio (Lombardia)
Cantine Del Castello (Piemonte)
Tenuta Ca’ Sciampagne (Marche)
Leonardo Pallotta (Puglia)
Denis Montanar (Friuli V/G)
Josef (Lombardia)
La Scapigliata (Lombardia)
Matrignano (Toscana)
Mo-Ka (Lombardia)
Sa Defenza (Sardegna)
Stefano Legnani (Liguria)
Eno-Trio (Sicilia)
Forti Del Vento (Piemonte)
Teren (Friuli V/G)
Perego&Perego (Lombardia)
Meggiolaro (Veneto)
Cuore Impavido (Veneto)
Az. Agr. Fenech (Sicilia-Lipari)
San Domaine (Spagna)
Angel Ouiea (Spagna)
Az. Agr. Torrazzetta (Lombardia)
Case Vecchie (Lombardia)
L’orto Del Vicino (Toscana)
Terrazzi Alti (Lombardia)
Vino Riflesso (Piemonte)
Insolente (Veneto)
Santa Caterina (Liguria)
Antonio Ligabue (Lombardia)
La Signorina (Piemonte)
Masseria Gigante (Puglia)
Az. Agr. Grazioli (Lombardia)
Az. Agr. I Cangianti (Umbria)
Prima Radice (Friuli V/G)
Mccalin (Abruzzo)
Le Vignette (Toscana)
Vna Wine (Lombardia)
Tommaso Gallina (Piemonte)
Colombo Sormani (Lombardia)
Az. Agr. Casa Giachi (Toscana)
Pietra Matta (Lombardia)
Terre Della Luna (Liguria)
Bragagni Andrea (Emilia R.)
Terre Di Pietra (Veneto)
Bressanelli Fortunato (Lombardia)
Boschera Winkler (Veneto)
Ros (Lombardia)
Umaia (Piemonte)
Az. Agr. Franzina (Lombardia)
Ca De Rundaneine (Piemonte)
Antica Valpolicella (Veneto)
Az. Agr. Samuele Casella (Lombardia)
Az. Agr. Filarole (Lombardia)
Cantina La Bacheta (Veneto)
La Rosi (Veneto)
Colle Del Bricco (Lombardia)

LISTA ARTIGIANI DEL CIBO VINO IN-DIPENDENTE 2025

La Baita (Liguria)
Il Colmetto (Lombardia)
Ferdy Wild (Lombardia)
L’anciua (Liguria)
Passion Cocoa (Lombardia)
La Bucolika (Toscana)


Vino in-dipendente 2025

Quando: 12 gennaio
Dove: Sala polivalente Calvisano (Brescia), via San Michele
Orario: dalle 10.30 alle 19.30
Biglietti di ingresso: 15 euro (acquisto in loco)
Email: info@vinoindipendente.it
www.vinoindipendente.it

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La Terra Trema 2023 e quella critica al «tutto naturale della Milano lontana dalla vigna»


Andrà in scena venerdì 24, sabato 25 e domenica 26 novembre La Terra Trema 2023, XV edizione della “Fiera Feroce di vini, cibi, relazioni” al Leoncavallo Spazio Pubblico Autogestito di Milano. Lo farà col solito carico di premesse e promesse retoriche, accompagnate dai soliti nuvoloni neri sulla Milano che non piace, che sta stretta e opprime. «La Milano lontana dalla vigna» che, di anno in anno, offre però opportunità, palcoscenico, teatro e parola a tutti. Riportiamo integralmente, qui sotto, le parole scelte dagli organizzatori per annunciare l’edizione 2023 della “Fiera Feroce”, lasciando così ad ognuno la piena libertà d’interpretazione («ingresso alla manifestazione con sottoscrizione al progetto di 10 euro, valido per un giorno»).

«Torna la Fiera Feroce consapevole che tra le più grosse retoriche propinate dalla metropoli contemporanea v’è quella del “naturale”. Vino, agricoltura, artisti, vignaioli, architetti, eventi, progetti: ogni cosa è naturale, sostenibile, ecologica nella metropoli, compresa la violenza e l’ingiustizia che produce.

Dietro narrazioni solo ben disegnate insiste un modello trito e ritrito che alimenta un consumismo barbaro, ottuso, capitalista. Non saranno mai salvifiche queste città antropofaghe, le economie cannibali che generano, non saranno mai salvifiche le speculazioni compiute in nome della rigenerazione, della riqualificazione, dell’ordine gourmettizzato.

La Terra Trema | Fiera Feroce ritorna, per ribadire la sua sostanza proteiforme, innaturale, la sua materia fecciosa, racaille, per celebrare l’incontro dei molteplici volti e delle numerose voci della produzione agricola e vinicola di questa nazione e non solo. Per rivedersi, per ritrovarsi e ragionare collettivamente, fuori dalla propria bolla, dai propri ambiti protetti, per dare luogo a un confronto orizzontale che comprenda tutte e tutti, agricoltori/trici, vignaioli/e, cittadini/e.

Nel corso di questi anni, di queste quindici edizioni, La Terra Trema | Fiera Feroce ha voluto che si sviscerassero, davvero politicamente, le evoluzioni economiche, sociali, urbanistiche, ambientali, qualitative che il micro/macro mondo dei vini contemporanei ha e sta attraversando/determinando/subendo. Mai ha smesso di chiedersi e di discutere di qualità, prezzo, distribuzione, rapporti di produzione.

Si inneschino dunque rapporti realmente diretti, si generino economie orizzontali, franche, a portata di mano, si generino progetti collettivi combattivi, riottosi, indipendenti. Si tuteli con la lotta tutto questo, non lo si svenda all’illusione di una città che annienta. È il caso che si cominci a chiedersi dove sta la proclamata biodiversità nelle città, dove sono le differenze, dove vive la vita, al di là delle sdraio colorate, dei bei tavolini guarniti, lontanissimi dalle vigne.

Ribadiamo. Il cosiddetto mondo dei vini e dei cibi ben fatti (naturali e non) rischia di ritrovarsi a dissertare solo della sua stessa piacevolezza, della sua ragion d’essere, delle molteplici e inaspettate possibilità di un calice, in cattedrali glabre come giardini inglesi, terse, monoclonali. Città di niente. Necessario è costruire momenti di confronto a partire da qui. Ci auguriamo accada, ancora, a La Terra Trema 2023».


 

LA TERRA TREMA 2023 – XV EDIZIONE

Leoncavallo Spazio Pubblico Autogestito – via Watteau 7, Milano

Venerdì 24 novembre 2023
15:00 – 22:00    
22:00 – 02:00    Festa musicale

Sabato 25 novembre 2023
15:00 – 22:00    
22:00 – 02:00    Festa musicale

Domenica 26 novembre 2023
13:00 – 20:00    
20:00 – 22:00    Premiazioni e cena conclusiva

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“Le litrò de Gi.Gi.”, la bottiglia da 1 litro del “Camerlengo” Antonio Cascarano


Le litrò de Gi.Gi.“. Si chiama così l’ultimo vino in bottiglia da 1 litro firmato dal “CamerlengoAntonio Cascarano, custode di antichi vitigni riportati alla luce e salvati dall’oblio, in Basilicata. Siamo a Rapolla, nel Vulture, per una novità che non arriva a caso dopo il periodo di pandemia, in cui si è assistito alla riscoperta dei “grandi formati”.

Non sono casuali neppure gli accenti sul nome di fantasia scelto per il nuovo vino. «Con il nome Le litrò de Gi.Gi.” mi diverto un po’ a scimmiottare i francesi – spiega a winemag.it Antonio Cascarano – giocando col loro accento e scegliendo, per di più, il formato da 1 litro, tipico della cultura contadina italiana. Ma soprattutto è il primo vino che dedico a me stesso, dopo averne dedicati altri a persone a me care e al mio cane».

Fuori da Rapolla mi conoscono tutti come Antonio, nome che ho ereditato dal nonno paterno. Ma all’anagrafe ho anche altri due nomi: Luigi, perché sono nato il 21 giugno, giorno di San Luigi; e Giovanni, come il nonno materno. In paese mi hanno sempre chiamato “Luigino” o “Gigino”: da qui l’idea di “Gi.Gi.”. Il punto dopo la “G” sta a indicare… Beh, è facile da capire: ha a che fare con le donne!».

IL VINO NATURALE E LA RISCOPERTA DEI GRANDI FORMATI

L’ultima annata, generosa, ha consentito a Cascarano di produrre 1000 bottiglie di “Le litrò de Gi.Gi.”. Un numero destinato a ridursi ben presto, in vista della presentazione ufficiale della nuova etichetta in programma proprio il 12 giugno 2023. «Sarà una festa – anticipa il patron dell’Azienda agricola Camerlengo – con i piatti di Riccardo Barbera all’Agriturismo Masseria Barbera di Minervino Murge. La nuova etichetta sarà poi commercializzata su assegnazione, perché voglio assicurarmi che ce l’abbiano un po’ tutti, dall’importatore americano ai distributori italiani».

“Le litrò de Gi.Gi.” è un vino macerato ottenuto dalle rare uve Santa Sofia e Cinguli, che si dividono in maniera esatta l’uvaggio (la prima è nota anche come “Fiano del Cilento”; la seconda è molto simile al Trebbiano toscano). «Un vino da tutti i giorni – spiega Antonio Cascarano – da bere in totale spensieratezza. Un vino contadino, che mi rappresenta e che invoglia all’assaggio di altri vini in bottiglia da 1 litro. Uno su tutti il “Litrò Rosso” da uve Ciliegiolo e Sangiovese prodotto a Montemelino, in Umbria, dalla cantina Conestabile della Staffa». Un altro vino con l’accento e un altro vino contadino. Pardon, “contadinò”. Prosit.

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A che temperatura viaggia il vino naturale? Dal Giappone il “metodo Racines”

«Ho scoperto che il vino naturale non è facile da trattare, perché richiede una grande attenzione, dalla spedizione dalla cantina al trasporto, fino alla porta dei clienti. I vini naturali hanno una qualità fragile, ma squisita, che va preservata». A parlare è Yasuko Goda, titolare di Racines, importatore giapponese di vini naturali tra i più noti al mondo. L’azienda, fondata nel 2003 in Giappone con il socio Masaaki Tsukahara, vede l’Italia grande protagonista. La selezione comprende big del calibro di Monte dei Ragni (Valpolicella), Le Due Terre (Prepotto), Rivella Serafino (Barbaresco) e Valentini (Abruzzo). Tutte e 150 mila bottiglie importate annualmente da Racines possono contare sulla maniacale attenzione alla qualità del trasporto che fa di questo importatore un unicum, nel controverso mondo dei “vini naturali”.

Stanca di assaggiare vini difettati e compromessi dalle condizioni di spedizione, Yasuko Goda ha realizzato quello che potrebbe essere definito un “disciplinare di importazione”. Regole molto semplici, ma applicate in maniera ferrea su tutta la filiera, che partono proprio dal concetto di «qualità fragile» dei vini naturali, privi delle “protezioni” chimiche – pur legali – che caratterizzano invece i vini prodotti su scala industriale.

In concreto, le cantine selezionate da Racines sono chiamate a consegnare al corriere, oltre al vino, anche un termometro digitale Sensitech che registrerà le temperature in tutte le fasi di trasporto, sino alla consegna in Giappone. Convinta che il vino naturale sia “materia viva”, Yasuko Goda e il suo team di degustatori concede «tempo per riassestarsi» alle partite di vino che hanno subito sbalzi di temperatura. In alcuni casi, prima di prendere una decisione definitiva su vini risultati compromessi all’arrivo nel Paese del Sol Levante, può trascorrere anche un anno e mezzo dall’ordine.

IL DESTINO DEL VINO NATURALE COMPROMESSO, IN GIAPPONE

Emblematico quanto accaduto ad alcuni pallet giunti dall’Italia a Tokyo nel maggio del 2021, per un totale di 3.720 bottiglie. Il team di Racines, come si apprende dalla documentazione fornita a winemag.it da Yasuko Goda, ha conclamato il difetto dovuto al «fatale, errato trasporto su un normale camion, a una temperatura più alta di quella rigorosamente misurata in precedenza». Ma ha atteso sino a dicembre 2022 per degustare nuovamente la partita, riunendo un team di 7 esperti. Solo a quel punto, alla cantina italiana è stato chiesto il permesso di distillare l’intero ordine.

Non abbiamo la minima idea di buttare i vostri vini, anche se con gravi difetti – recita l’email inviata da Racines ai produttori – perché non solo sarebbe uno spreco di risorse, ma anche un tradimento nei confronti dell’affetto che voi e noi stessi nutriamo per il vino. Ci permettiamo invece di suggerire la distillazione di tutti i vini danneggiati.

In questo modo, crediamo che i vostri vini avranno un’altra vita e speriamo che i consumatori più attenti possano godere delle reminiscenze dei vostri vini nell’acquavite. Al contempo vogliamo il vostro parere, perché temiamo altrimenti di ferire il vostro amore parentale per ciascuno dei vostri vini».

IL VINO NATURALE SECONDO YASUKO GODA (E RACINES)

«Il vino naturale – spiega Yasuko Goda – per me equivale a un’esperienza che definirei molto difficile, eppure la più interessante di tutte. Mi sono innamorata del vino naturale al primo sorso, a Parigi, più di 20 anni fa, quando ancora selezionavo vini per un altro distributore. Allora il mondo del vino naturale mancava di informazioni affidabili: era come navigare senza una mappa. Ritengo che ancora oggi non ci siano abbastanza informazioni e valutazioni accurate sul vino naturale. Tutti questi elementi hanno portato a una marea di cosiddetti “vini naturali” di qualità inferiore, o con difetti evidenti, molto lontani dagli standard che esigiamo a Racines».

Da qui l’attenzione maniacale al trasporto, nell’ottica di preservare quella «qualità fragile» che contraddistingue i vini naturali. Un concetto di base nella filosofia dell’attento importatore giapponese. «Presentare vini danneggiati ai nostri clienti – chiosa Yasuko Goda – non solo li deluderà, ma minerà anche la loro fiducia nella cantina e nel relativo marchio: due aspetti che cerchiamo di consolidare con grande impegno». D’altro canto, Goda non nasconde che «i danni da calore durante il trasporto si verificano frequentemente, specie negli ultimi anni». I vini giunti a Tokyo ormai compromessi non vengono sempre distillati.

Siamo soliti offrire questi vini danneggiati solo a un numero limitato di ristoranti fidati, a prezzo ridotto – sottolinea l’importatrice – a patto che il numero di bottiglie danneggiate non sia cospicuo. Nel caso della partita di 3.720 bottiglie, risultava impossibile terminare le scorte in un periodo di tempo breve».

IL MODELLO RACINES, ISPIRATO ANCHE DALL’ENOTECA PINCHIORRI

C’è una bella fetta di Italia nel rigido “metodo Racines“. «La qualità dei vini italiani – sottolinea Yasuko Goda – è migliorata rapidamente tra gli anni Ottanta e Novanta, grazie alla comparsa di molti nuovi produttori. Ma il mercato giapponese, all’epoca, era rimasto piuttosto obsoleto. Molti amanti del vino non erano in grado di vivere questo fermento. La qualità media dei vini italiani non industriali presenti in Giappone era generalmente scarsa, deteriorata proprio dalle condizioni di trasporto nei container, non appropriate».

Ma non dappertutto. «Quando l’Enoteca Pinchiorri aprì nel quartiere dello shopping di Ginza, a Tokyo – spiega l’importatrice giapponese – ebbi l’occasione di bere i grandi vini italiani con sapori e profumi autentici, molto simili agli originali. Mi riferisco per esempio a Le Pergole Torte 1982 di Montevertine, oppure al Montepulciano 1978 di Valentini, davvero in ottime condizioni». Uno scrigno del Made in Italy enologico che chiuse i battenti, nel 2012.

«Eppure quegli assaggi – rivela Goda – mi convinsero che si potevano importare vini italiani di una certa qualità, preservandone l’integrità con un sistema di trasporto e di distribuzione a bassa temperatura, sempre inferiore ai 15°, dalla cantina al tavolo del ristorante o del privato. Grazie a questo approccio, anche il consumatore giapponese ha potuto, sin dagli esordi di Racines, conoscere la qualità dei veri vini italiani prodotti da piccoli e selezionatissimi produttori». Una mission che continua, ormai da 20 anni.

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Frascole, Pinot Nero da favola in Toscana: quando il vino naturale fa centro

In Toscana c’è una cantina che produce un Pinot Nero da favola. Si tratta di Frascole, piccola realtà di Dicomano, in provincia di Firenze. Il suo Igt Toscana Pinot Nero sorprende (almeno) due volte. La prima perché si tratta di un “vino naturale” che mette da parte “puzzette” e alibi ormai retaggio dei vignaioli più bravi a vender “fuffa per ultras” che a produrre “vino” degno di questo nome; la seconda perché la piccola produzione di Pinot Nero prende vita nell’area del Chianti Rufina, mai così vicina ai canoni stilistici della Borgogna, tra Val di Sieve e Mugello.

Siamo in alta collina. Vigneti e oliveti sono posti tra i 300 e i 500 metri di altitudine, quali appendici dell’Appenino toscano. Agricoltura biologica e artigianalità – in vigna e cantina – consentono a Frascole di produrre «vini autentici ed originali». Ciliegina sulla torta sono la pratica e gli studi compiuti in Borgogna da Cosimo Lippi, figlio di Elisa Santoni ed Enrico Lippi, fondatori della cantina di Dicomano, attiva dal 1992.

IL TOSCANA IGT PINOT NERO 2018 DI FRASCOLE

Due le annate di Igt Toscana Pinot Nero di Frascole in degustazione a Vi.Na.Ri – Vignaioli Natuali riuniti, evento che ha visto per la prima volta insieme i produttori delle due associazioni Vinnatur e Vi.te – Vignaioli e Territori, lo scorso 12 e 13 febbraio, a Milano.

Se la 2017 è da considerare come un’altra annata di studio del vitigno, il Pinot Nero 2018 di Frascole – in commercio a partire dalla prossima primavera – è un punto d’arrivo, segnato in maniera netta dalla giovane mano e dalla fresca firma di Cosimo Lippi.

Oltre alla vendemmia compiuta insieme alla famiglia, il 27enne winemaker ha partecipato nel 2020 all’assemblaggio dell’annata 2018, nel bel mezzo della sua esperienza formativa e professionale in Borgogna: laurea magistrale all’Université de Bourgogne di Dijon, in Côte-d’Or, ed esperienze in tre diverse piccole cantine locali (Meo Camuzet, Jacques Prieur e Hubert Lignier, senza dimenticare Cave de Tain nella Valle del Rodano).

L’AMORE DI COSIMO LIPPI PER LA BORGOGNA

Il Pinot Nero – racconta Cosimo Lippi a winemag.it – è un vitigno che esprime al massimo la mia idea di vino che deve essere elegante, raffinato e di gran beva. La Borgogna è la sua terra d’elezione ed ero sicuro di poter esplorare quell’approccio all’enologia poco interventista, che privilegia il lavoro in vigna, molto vicino ai canoni della nostra cantina in Toscana. Un’esperienza che ha ripagato».

La produzione di Pinot Noir di Frascole, vera e propria nicchia tra gli altrettanto eleganti e raccomandati Chianti Rufina, non potrà che continuare a crescere (1.500 bottiglie nel 2016, già 2.500 nell’annata 2018; 27 euro il prezzo Horeca). Consolidandosi come punto di riferimento assoluto per il Pinot Nero della regione. E, perché no? D’Italia. Le premesse ci sono tutte.

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ViniVeri Assisi 2023: l’elenco dei vignaioli presenti in Umbria, aspettando Cerea


ViniVeri Assisi 2023
scalda i calici di questo inizio dell’anno. Torna dopo due anni di interruzione forzata l’appuntamento con il «vino secondo natura». In Umbria, cuore verde d’Italia, i vignaioli del Consorzio Viniveri danno appuntamento per lunedì 16 gennaio, dalle ore 10 alle 17, all’Hotel Valle di Assisi.

A ViniVeri Assisi, IV edizione nel 2023, oltre 200 etichette di vino di 60 vignaioli che pongono al centro «naturalità, territorio, rispetto dell’ambiente ed identità», coniugate con una produzione «artigianale, sostenibile ed ecocompatibile, che esalta sempre competenza e qualità con la piacevolezza del vino».

Una intera giornata in cui addetti del settore, enotecari, ristoratori, sommelier, appassionati e curiosi del vino naturale potranno incontrare in Umbria quasi tutti i vignaioli del Consorzio che, dal 2004, portano avanti con convinzione il loro approccio produttivo naturale.

VERSO VINIVERI CEREA 2023

Un’occasione unica per dare in anteprima uno sguardo alle novità della prossima edizione di Viniveri Cerea (VR), storica manifestazione dedicata ai “vini prodotti secondo natura” giunta alla sua 18esima edizione, in programma dal 31 marzo al 2 aprile 2023.

E a ribadire lo speciale rapporto tra il Consorzio Viniveri e l’Umbria sarà presente a ViniVeri Assisi il presidente dell’associazione “Per la Vita di Castelluccio di Norcia Onlus”, Giovanni Perla che presenterà il nuovo Centro di Comunità di Castelluccio di Norcia.

Una nuova struttura che è un importante segnale di rinascita del territorio duramente colpito dal terremoto del 2016. Un intervento cofinanziato dall’Associazione “Per la Vita di Castelluccio di Norcia Onlus” a cui Il Consorzio Viniveri ha contribuito devolvendo sia una donazione che una percentuale degli ingressi dell’edizione 2017 di Viniveri.

NON SOLO VINO: LE CENE CON I VIGNAIOLI DI VINIVERI IN 15 RISTORANTI

Come di consueto, la sera precedente al banco di degustazione, domenica 15 gennaio, spazio alle Cene con i Vignaioli di Viniveri in ben 15 ristoranti umbri. La prenotazione è obbligatoria (elenco completo dei sul sito ufficiale).

Ospiti diversi vignaioli provenienti da Italia, Slovenia e Francia, per quello che si preannuncia come «il felice connubio di piatti e specialità del territorio umbro unite alle voci, alle storie di passione tra stagioni, terra, vigna e  cantina dei produttori con i loro vini in assaggio e in abbinamento».

ELENCO VIGNAIOLI VINIVERI ASSISI 2023

Allevi Maria Letizia Piceno, Marche
Altura Isola del Giglio, Toscana
Angol d’Amig Modena, Emilia – Romagna
Bea Paolo, Montefalco Sagrantino, Umbria
Bini Denny “Podere Cipolla”, Reggio Emilia, Emilia – Romagna
Boccella Aglianico di Taurasi, Campania
Ca’ Dei Zago, Valdobbiadene, Veneto
Cameli Irene, Piceno, Marche
Cantina Giardino, Irpinia, Campania
Cantina Ninni, Spoleto, Umbria
Cantine Di Neoneli, Isola dei Nuraghi, Sardegna
Casa Brecceto, Campania
Cascina delle Rose, Langhe del Barbaresco, Piemonte
Cascina Fornace Roero, Piemonte
Casebianche, Cilento, Campania

Castelli Maria Pia, Piceno, Marche
Charlot Pére & Fils , Champagne, Francia
Colombera & Garella, Alto Piemonte, Piemonte
Crocizia Val Parma, Emilia – Romagna
Fattoria Kappa, Toscana
Ferrandes, Isola di Pantelleria, Sicilia
Feudo D’Ugni, Abruzzo
Gatti Carolina, Treviso – Marca Trevigiana, Veneto
Grottafumata, Sicilia
I Mattaioni, Toscana
Il Censo, Monti Sicani, Sicilia
Il Vecchio Poggio, Lazio
La Castellada Collio, Friuli – Venezia Giulia
La Visciola, Piglio, Lazio
Laiolo Guido Reginin, Monferrato Astigiano, Piemonte

Le Calle Montecucco, Toscana
Macondo, Marche
Marcelli Clara, Piceno Superiore , Marche
Marra Francesco, Salento, Puglia
Massetti Francesco, Colline Teramane , Abruzzo
Mattoni Valter, Piceno, Marche
Milana Gioacchino, Cesanese, Lazio
Mlečnik, Vipavska Dolina, Slovenia
Noro Carlo, Lazio
Pian del Pino, Valdarno di sopra, Toscana
Pierini & Brugi, Montecucco, Toscana
Podere Giardino, Reggiano, Emilia Romagna
Podere Luisa Chianti Valdarno Superiore, Toscana
Podere Ortica, Valdarno Superiore – Chianti, Toscana
Praesidium, Valle Peligna – Area Pedemontana, Abruzzo

Princic Dario, Collio Goriziano, Friuli – Venezia Giulia
Raìna, Montefalco Sagrantino, Umbria
Rinaldi Giuseppe, Langhe del Barolo, Piemonte
Romani Agostino, Marche
Ronco Severo, Colli Orientali del Friuli, Friuli – Venezia Giulia
Rosi Eugenio “Viticoltore Artigiano”, Vallagarina, Trentino Alto Adige
Simonetti Carla, Bolgheri, Toscana
Skerlj, Carso, Friuli – Venezia Giulia
Slavček, Primorka, Vipavska Dolina, Slovenia
Šuman Vina/Wines, Stiria, Slovenia
Suore Trappiste di Vitorchiano, Tuscia, Lazio
TerraQuilia il Metodo Ancestrale, Emilia, Emilia – Romagna
Terre Antiche, Cesanese del Piglio, Lazio
Vodopivec, Carso, Friuli – Venezia Giulia
Zampaglione “Don Chisciotte”, Alta Irpinia, Campania
Zidarich, Carso, Friuli – Venezia Giulia


VINIVERI ASSISI 2023 IN BREVE

Quando: lunedì 16 gennaio 2023 – Dalle ore 10 alle 17
Dove: Hotel Valle di Assisi, via San Bernardino da Siena 116 – Santa Maria degli Angeli (PG)
Biglietto giornaliero: 30 euro – prevendita sul sito: 25 euro
Social: Facebook

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Cos’è il vino naturale? A Milano Vi.Na.Ri, un evento per capirlo

Cos’è il vino naturale? Arriva a Milano un evento storico che vede per la prima volta due associazioni unite nell’organizzazione di una manifestazione dedicata al vino naturaleVi.Na.Ri. è la due giorni ideata e organizzata da Vi.Te. e VinNatur, aperta a chiunque ami il mondo del vino naturale, in cui tutte le aziende aderenti rispettano gli stessi requisiti qualitativi e di produzione.

La prima edizione della rassegna, in programma domenica 12 e lunedì 13 febbraio 2023, avrà protagonisti più di 150 produttori in un’unica grande location a pochi passi dall’aeroporto di Linate. Sarà proprio Studio Novanta lo spazio collettore in cui i vignaioli italiani ed esteri potranno presentare i loro prodotti e la loro filosofia enologica e agronomica.

Vi.Na.Ri. nasce a inizio agosto 2020 quando si incontrano Angiolino Maule e Gabriele Da Prato, rispettivamente presidenti di VinNatur e Vi.Te., per gettare le basi di un percorso condiviso.

«È evidente il bisogno di fare chiarezza nel movimento del vino naturale – dichiarano i due presidenti – e si è reso possibile unendo le forze e collaborando per dare maggiore autorevolezza al vignaiolo e al suo messaggio. Da qui un evento congiunto, fuori dagli schemi abituali, che possa trasmettere la voglia dei vignaioli di raccontare e spiegare i territori, le vigne e i vini».

L’obiettivo di Vi.Na.Ri., come spiegano gli organizzatori, «è incentivare nel movimento del “naturale” una fase di profondo rinnovamento, dove le diversità diventano un punto di forza e si trasformano in conoscenze condivise e in nuovi spunti di collaborazione».

«Questo processo di cambiamento sarà rivolto soprattutto ai vignaioli naturali – spiegano le due associazioni Vinnatur e Vi.Te. – perché è fondamentale concentrarsi sulla persona e sul suo lavoro, sulle sue idee e sulle sue scelte: gli unici elementi che possono rendere un prodotto unico e irripetibile. Una strada comune che mette in relazione oltre 300 aziende vitivinicole, che con un’unica voce potranno affermare con chiarezza e determinazione la cultura del vino naturale».


INFO IN BREVE | Vi.Na.Ri. Milano 2023

Data: Domenica 12 e lunedì 13 febbraio 2023
Orari di apertura: dalle 10.00 per gli operatori, dalle 13.00 apertura al pubblico
Luogo: Studio Novanta, Via Mecenate, 88/a, 20138 Milano, MI
Ingresso: garantito con il versamento di un contributo associativo di 25,00 euro, disponibile dal 15 ottobre su eventbrite

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Scavi di Pompei, vigneti abbandonati da 9 mesi. Il nuovo gestore deve produrre “vino naturale”

I vigneti degli scavi di Pompei sono abbandonati da 9 mesi e il nuovo gestore dovrà produrre “vino naturale“. Le caratteristiche del nuovo bando attivato dal Ministero dei Beni Culturali per la gestione del “vigneto dei romani” non ha convinto Mastroberardino. La cantina irpina aveva in gestione gli appezzamenti di 1,5 ettari nel Parco Archeologico dal 1996 e ha investito ingenti somme di denaro, a titolo di donazione. Bocche cucite sull’argomento, a Roma.

La possibilità di presentare «manifestazioni di interesse per l’attivazione di una forma speciale di partenariato avente ad oggetto la gestione dei terreni attualmente nella disponibilità del Parco Archeologico di Pompei destinati e da destinare a vigneti e al ciclo produttivo del vino» si è chiusa alle ore 10 del 26 agosto.

Fonti di winemag.it assicurano che la ricerca di un nuovo gestore sia tuttora in corso in Campania, lasciando presuppore che la scadenza del bando possa essere prorogata dal Ministero dei Beni Culturali. Tra i nomi dei candidati – non confermati ufficialmente – spunterebbe anche quello di Mario Pagano, tra i titolari di Cantine Villa Regina F.lli Pagano Srl di Boscoreale, in provincia di Napoli.

VIGNETI DEL PARCO ARCHEOLOGICO DI POMPEI SENZA GESTORE

Sempre secondo fonti di winemag.it, Mastroberardino starebbe valutando la possibilità di un’azione legale utile a tutelare i propri interessi. Sul tavolo degli avvocati anche un potenziale danno di immagine per l’azienda. Sui vigneti abbandonati da dicembre 2021, ovvero allo scadere della convenzione, continua infatti a campeggiare la cartellonistica che fa riferimento al noto brand del vino campano.

D’altro canto, le aziende che intendono presentare il proprio interesse per il bando attivato dal Ministero della Cultura in collaborazione con il Parco Archeologico di Pompei devono rispondere a precisi criteri. Tra questi, l’aver «maturato esperienze nella gestione di vigneti di eccellenza e nella commercializzazione in Italia e/o all’estero dei prodotti vitivinicoli».

Vengono richiesti inoltre almeno 5 anni di esperienza nel settore, dal vigneto alla commercializzazione. E un fatturato di almeno 5 milioni di euro, cifra ottenuta aggregando il volume d’affari degli ultimi cinque anni. Per l’adesione al progetto di valorizzazione, rinominato “Azienda Agricola Pompei“, Sono ammesse anche manifestazioni d’interesse di gruppo, oltre che di singole aziende.

VIGNETI DI POMPEI: IL NUOVO GESTORE DEVE PRODURRE “VINO NATURALE”

La coltivazione dei vigneti, si apprende sempre dall’avviso pubblicato dal Ministero, «dovrà essere esclusivamente biologica». Ma le richieste si spingono ben oltre. Il nuovo gestore dei vigneti del Parco Archeologico di Pompei dovrà produrre vino «possibilmente “artigianale/naturale”».

Il tutto «ai sensi della definizione di “vino naturale“» fornita da Alice Feiring nel libro “Vino naturale per tutti“, pubblicato nel 2019 da Slow Food Editore. La produzione, si legge sempre sull’avviso, dovrà essere «effettuata nel rispetto ed interpretazione aggiornata delle tecniche e modalità colturali del mondo antico».

In particolare derivate dalla conoscenza archeologica dei siti di Pompei, Villa Regina e Stabiae nel loro periodo di vita (dunque fino al l secolo d.C.), nonché secondo le regole imposte dalle superiori istanze di tutela, fruizione e valorizzazione del patrimonio archeologico».

Nel suo volume, Alice Fiering definisce «vino naturale» quello «ottenuto da viti coltivate in modo sostenibile e realizzato con fermentazione spontanea del mosto, senza aggiunta di altre sostanze (a nostra insaputa frequenti nei vini convenzionali) fatta eccezione in qualche caso di una minima dose di solfiti».

La commercializzazione «dovrà svolgersi in via esclusiva presso tali spazi, oltre che sul web, anche attraverso la creazione di una piattaforma dedicata». Inoltre, il nuovo gestore dovrà arrivare progetti che coinvolgano «individui e gruppi disagiati, quali persone con disabilità, famiglie viventi in contesti socialmente fragili e segnati da un alto tasso di disoccupazione e dalla presenza diffusa di forme di criminalità, persone sofferenti di dipendenze e malattie croniche, detenuti volonterosi di reintegrarsi nella società civile ecc».

MASTROBERARDINO E POMPEI: ADDIO DOPO 25 ANNI

Un contesto, quello del nuovo affidamento dei vigneti presenti nel Parco Archeologico di Pompei, in cui fa rumore l’addio di Mastroberardino. Ad affidare l’incarico per la gestione degli 1,5 ettari di vigneti del Parco Archeologico di Pompei a Mastroberardino era stata nel 1996 la Soprintendenza Archeologica di Pompei, sotto l’alto patronato della Presidenza della Repubblica Italiana.

«In circa un ettaro all’interno degli scavi di Pompei – si legge sul sito web aziendale della nota cantina campana – è stato possibile impiantare vigneti a base Piedirosso e Sciascinoso, seguendo scrupolosamente le tecniche di allevamento degli antichi romani, prima che il Vesuvio, con l’eruzione del 79 d.C. seppellisse la città».

Da queste vigne è nato un vino, Villa dei Misteri, la cui prima annata, 2001, venne collocata all’asta e distribuita tra appassionati di ogni parte del mondo. I proventi furono utilizzati per sostenere il recupero della Villa dei Misteri, «uno dei più suggestivi siti archeologici di Pompei». Successivamente il progetto è stato ampliato e all’originaria scelta varietale si è aggiunto l’Aglianico, impiantato ad alberello.

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Live Wine 2022: riecco a Milano il Salone Internazionale del Vino Artigianale

Il Salone Internazionale del Vino Artigianale di Milano torna dopo la pausa forzata della pandemia. Live Wine 2022 andrà in scena al Palazzo del Ghiaccio di via Giovanni Battista Piranesi 14, domenica 20 e lunedì 21 marzo. Un’occasione unica per incontrare 150 cantine italiane ed estere e i loro “vini naturali”.

«Live Wine 2022 – spiegano gli organizzatori – avrà un allestimento ripensato in ottica di sostenibilità e riduzione dell’impatto ambientale. Come nelle precedenti edizioni, la navata principale del Palazzo del Ghiaccio sarà occupata dai banchi di assaggio, dove si potrà conversare liberamente con i produttori. Ci sarà anche una vasta area dedicata al cibo, che ospiterà una selezione di produzioni artigianali italiane ed estere».

Vino naturale, Eldorado Nord Europa: viaggio a Copenhagen e Malmö

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Vino naturale, Eldorado Nord Europa: viaggio a Copenhagen e Malmö

«Il vino naturale è come la sottocultura del Metal e dei Fumetti. È humus culturale transnazionale. Gli appassionato di vini naturali hanno un linguaggio comune, in ogni angolo del mondo. Da Tokyo a Rovescala». Eureka. Come da copione di un film in cui tutto è scontato e banale solo in apparenza, l’illuminazione, il flash, la luce rivelatoria si materializza nel momento meno atteso: il finale.

Su Copenhagen splende il primo sole dopo giorni di pioggia mista a neve, di quelle che ti si infila negli occhi mentre cerchi di non farti investire da una nuvola bionda di biciclette. Dribblando pozzanghere. L’ultima tappa di un tour di cinque giorni al seguito di 43 produttori italiani di “vino naturale”, tra la capitale della Danimarca e la vicina Malmö, in Svezia, è Il Buco.

Un ristorante e wine bar focalizzato su produzioni naturali, dalla panetteria alla carta vini, quasi interamente italiana, con importazione diretta. Un punto di riferimento ad Island Brygge, quartiere situato a nord dell’isola di Amager, a pochi passi dal centro di København.

Nell’aria, il freddo di dicembre e il volo di qualche gabbiano, tra il fermento di un sobborgo che trasmette energia, nel contrasto tra i moderni palazzi e i locali arredati industrial, contemporaneo, rustico e Boho chic.

VINO NATURALE: QUESTIONE DI APPROCCIO O DI FEDE?

È qui che Giovanni Segni, export manager plurimandatario di riferimento per la costellazione vinnaturista italiana, ha organizzato gli ultimi assaggi “controcorrente” per i vignaioli Matteo Maggi (Colle del Bricco), Stefano Milanesi e Giorgio Nicassio (Cantina Giara).

L’obiettivo è convincere il restaurant manager e curatore della selezione de Il Buco, Steffen Schandorf, a inserire in carta qualche altra etichetta, prodotta tra le zone di Pavia e Bari. Tra un calice e l’altro, il discorso che dà un senso compiuto a cinque giorni di assaggi e girovagare per le due “capitali” del vino naturale internazionale.

Ho un amico – rivela Giovanni Segni – che lavora per Marvel e non aveva mai assaggiato dei vini naturali. Da quando glieli ho proposti, non beve altro. E pensa di aver iniziato a bere davvero solo da quel momento. Per lui il passo è stato breve.

C’è un fil rouge evidente tra le sottoculture del vino naturale e dei Fumetti. Un discorso che vale pure per il Metal. L’unica differenza è che i fumetti sono diventati mainstream grazie al cinema e ai vini naturali questo non accadrà mai».

Più si affonda la lama nel terreno scivoloso e impervio dei vini naturali, più si comprende quanto il punto non sia il calice in sé, ma quello che viene esattamente prima e dopo. Quello che sta attorno al calice di questa nicchia d’appassionati.

Segni parla di «sottocultura» e «humus culturale transnazionale». Vignaioli faro come Natalino Del Prete di «bere col cuore, al posto della bocca». Parole diverse per dire tutto sommato la stessa cosa, piaccia o no: il vino naturale è approccio, fede. Poeticamente, amore. L’apostrofo rosa tra il difetto e la caratteristica.

LA VOCE DEI VIGNAIOLI A NORDIC NATURALIA 2021

“Vino naturale”: circa 23.3 milioni di risultati. “Vini naturali”: circa 6.2 milioni di risultati. “Vino”: 688 milioni di risultati. Google, il motore di ricerca più utilizzato dagli internauti, restituisce anche in Italia il battito cardiaco di un movimento, quello vinnaturista, che conta fra il 3 e il 4% dei consumi complessivi.

Una stima valida in diversi angli del mondo, che nel Nord Europa assume una rilevanza maggiore. Non a caso Giovanni Segni ha organizzato a Malmö, in Svezia, una fiera che ha visto protagonisti 43 vignaioli italiani che si riconoscono nei canoni vinnaturisti, pur con interpretazioni contrastanti. L’ha chiamata Nordic Naturalia.

La seconda edizione è andata in scena il 12 dicembre scorso. I produttori sono stati distribuiti in due locali (Far i Hatten e Grand Malmö) della città scandinava, nuova terra di conquista del vino naturale italiano, dietro a centri già “indottrinati” come Stoccolma e Göteborg.

«Rispetto all’edizione pre-Covid del 2019 – commenta Giorgio Nicassio di Cantina Giara – ci sentiamo tutti quanti un po’ cresciuti e consapevoli delle potenzialità dei nostri vini. La Svezia, con la sua attenzione assoluta alle produzioni artigianali, ben al di là di quello che importa il Systembolaget, non può che essere considerata un ulteriore trampolino di lancio».

«Faccio vini naturali da 5 anni – aggiunge Andrea Marchetti – in due zone: a sud del Lago di Garda e in Emilia Romagna. Senza nulla togliere a chi fa vino “convenzionale” e senza dire che il mio approccio sia giusto e quello degli altri sbagliato, questo è secondo me l’unico modo possibile per fare vino. Si dà espressività sincera all’uva e al territorio, senza manomissioni».

Filippo Manetti di Vigne San Lorenzo (Fognano, Ravenna) è d’accordo con il collega: «Il vino è solo naturale, le altre sono bevande a base d’uva più simili alla Coca-Cola. Purtroppo la gente li confonde. L’importatore svedese ha capito il mio approccio e mi richiede una media di tre bancali all’anno. Per il momento sono più che soddisfatto».

Anche il giovane Matteo Maggi di Colle del Bricco (Stradella, Pavia) ha da pochi mesi un importatore in Svezia. «Questo Paese – commenta – è senza dubbio un punto di riferimento per i vini naturali. Qui c’è più apertura mentale rispetto all’Italia, che è molto più tradizionalista. Ecosostenibilità, biologico e tematiche green sono al centro delle scelte quotidiane degli svedesi».

Andrea Pendin e Lorenzo Fiorin di Tenuta l’Armonia (Bernuffi, Vicenza) approfondiscono il concetto. «La larga scala e il sistema cooperativistico, così come concepiti oggi, sono limitanti». «La parola “naturale” deve tener conto di un’altra, ovvero “collettività“, alimentando quell’attenzione al tessuto sociale e alla socialità che manca nel mondo del vino convenzionale, compreso quello del biofake».

C’è anche chi ha lasciato il proprio lavoro per dedicarsi anima e corpo alla produzione di vini naturali. È il caso dell’ex ristoratore Antonio Camazzola, alias Vigne del Pellagroso (Monzambano Mantova).

«La prima vendemmia ufficiale risale al 2017 – spiega – ma ho iniziato nel 2010 facendo vino in garage. Il vino naturale è secondo me l’unica via per bere. Meglio ancora se la produzione è certificata biodinamica. Nel mio caso, da AgriBio Piemonte».

Tra i discepoli italiani di Rudolf Steiner presenti a Nordic Naturalia 2021 c’è Valerio Noro. «Abbiamo trasferito il nostro approccio olivicolo e orticolo alla viticoltura – commenta il figlio del fondatore della Società agricola biodinamica Carlo Noro di Labico, Roma – riscontrando come le pratiche biodinamiche non siano “sostenibili”, bensì migliorative».

Ma bisogna fare di più. Non è vero che “fare poco” aiuta in agricoltura, anzi. Lo stesso discorso vale per i vini naturali, per le loro fermentazioni spontanee e per tutti i processi che anticipano l’imbottigliamento. Spesso mi viene detto che i miei vini sono “troppo puliti per essere naturali”, ovvero che “non puzzano”. Questo paradigma va cambiato».

L’approccio è molto simile a quello di Sequerciani, cantina certificata Demeter con base a Gavorrano, in provincia di Grosseto. «Sin dall’inizio – spiega la manager Simona Viganò – il titolare Ruedi Gerber, svizzero appassionato di Georgia e di uno stile di vita sano e a contatto con la natura, ha voluto che la cantina puntasse tutto sulla salubrità del vino, che deve raccontare il territorio senza manipolazioni chimiche. Dando spazio, in particolare, ai vitigni autoctoni».

All’evento organizzato da Giovanni Segni ha aderito anche Max Brondolo di Podere Sottoilnoce (Castelvetro di Modena). «I nostri volumi di esportazione in Svezia sono esigui – evidenzia – e per questo ho aderito a Nordic Naturalia, a caccia di un nuovo importatore. Cerco comunque di non utilizzare il termine “vini naturali”, preferendo la definizione di “vino artigianale” o “a basso intervento“».

La filosofia produttiva – continua Brondolo – riflette le mie convinzioni da consumatore. Cerco di bere vini ottenuti attraverso meno passaggi possibili tra l’uva e il bicchiere, senza per questo sopportare difetti evidenti nel vino.

Difetti causati da poca attenzione, poco tempo o dalla sottovalutazione di certe dinamiche. I vini naturali difettati fanno male al movimento e a chi produce con la dovuta attenzione. Purtroppo se ne trovano in giro ancora tanti».

«Secondo noi di Casa Brecceto – va giù ancor più duro Raffaele Grasso, tra i titolari della cantina di Ariano Irpino, Avellino – la definizione “vino naturalenon significa un cazzo. Per di più, il vino non deve avere difetti e puzzette spacciate per terroir».

Si può sempre migliorare e siamo migliorati molto anche noi, rispetto a quella prima vendemmia garagista. Eravamo neofiti. Oggi abbiamo molta più consapevolezza. Un bel percorso che ci ha portato a produrre con lieviti indigeni e fermentazioni spontanee su 3 ettari vitati, contribuendo a preservare il nostro amato territorio».

«Produco Timorasso in una zona di semi montagna, la Val Borbera, che mi permette di fare rifermentazioni e dare a questo vitigno espressioni diverse da quelle della classica versione ferma. Meno struttura e un pochino più di eleganza rispetto a quelli più noti». Questa la lettura di Andrea Tacchella, titolare della cantina Nebraie di Rocchetta Ligure, in provincia di Alessandria.

Penso che la maggior parte del lavoro si faccia in vigna – aggiunge il vignaiolo piemontese – trasformando l’uva in vino manipolandola il meno possibile, accompagnando il processo e aspettando. Meno interventi possibili, insomma, accettando pure qualche risvolto ribelle e spigoloso del vino, un po’ come sono io».

«Il vino naturale – chiosa Marco Merli dell’omonima cantina di Perugia – è la trasformazione indotta dell’uva, senza scendere ai compromessi dell’agro-industria e dell’eno-industria. L’idea è di mettere la verità nel bicchiere. Non ho altra scelta. È una questione riguardante il mio gusto personale sin dagli esordi nel 2006, con mio padre».

Tra i produttori presenti a Nordic Naturalia 2021 anche Daniele Manini di Doria di Montalto, cantina con un approccio molto particolare alla produzione. «Storicamente – spiega l’agronomo dell’azienda di Montalto pavese, Pavia – il vino è stato considerato qualcosa di vicino alla salute. Come dimostrano numerose ricerche, il vino, se consumato in maniera moderata, pur cronica, può avere effetti positivi sull’organismo».

Le nostre uve vengono raccolte a un grado di maturazione che gli erboristi definiscono “tempo balsamico“, quando sono in grado di cedere massimamente i polifenoli. A quel punto, lavorate con un criterio sano in cantina, riescono a mantenere tutte quelle caratteristiche che rendono il vino uno dei due perni della dieta mediterranea».

VINO NATURALE: PERCHÈ PIACE AGLI IMPORTATORI IN SVEZIA

Jessica Mihai è una delle importatrici che ha compreso le potenzialità del vino naturale italiano in Svezia. A Nordic Naturalia 2021 si è presentata con una selezione di nomi noti del movimento vinnaturista del Bel paese – tra cui spiccano Franco Terpin e Denis Montanar – accanto ai vini dall’Alsazia del giovane vignaiolo Philippe Brand.

Jordmånen Vinimport è essenzialmente questo. Piccole produzioni naturali che Jessica Mihai riesce a vendere direttamente ai ristoranti svedesi, tra cui molti stellati. Tra i clienti anche diversi privati, con tutte le complicazioni dettate dal passaggio (obbligato) nel sistema monopolistico statale del Systembolaget.

La base è a Stoccolma – spiega l’importatrice – ma lavoro in tutto il Paese. In catalogo ho sei italiani e un francese. Ho iniziato nel 2019 con Terpin e Brand, per poi allargare il raggio a Cantina Giara dalla Puglia, Old Boy dal Veneto, Denis Montanar dal Friuli Venezia Giulia e ora a Pistis Sophia dall’Abruzzo».

«L’unica cosa che bevo sono i vini naturali – spiega ancora la titolare di Jordmånen Vinimport -. So perfettamente come sono fatti, senza interventi chimici. E hanno uno spettro di profumi e di sapori completamente diversi dai vini convenzionali. Offrono un’esperienza molto diversa rispetto a quella degli altri vini importati in Svezia e presenti nel catalogo ufficiale continuativo del Systembolaget».

L’ORDERING ASSORTMENT DEL MONOPOLIO SVEDESE SYSTEMBOLAGET

La storia di Jessica Mihai è emblematica e aiuta a comprendere quanto il “vino naturale” sia ormai entrato nelle case degli svedesi appassionati di vino. Si è avvicinata a questo mondo nel 2009. A due anni circa, cioè, dai primi passi del «movimento vinnaturista» alla corte di Stoccolma.

Da bevitrice e appassionata – spiega la titolare di Jordmånen Vinimport – ho voluto fare il grande salto iniziando a importare una mia selezione di vini naturali. Gli importatori pionieri hanno fatto un gradissimo lavoro sul territorio, sin dal 2007.

Hanno aperto le porte a un numero impressionante di importatori che ogni anno si aggiunge all’elenco. Un trend di crescita che riguarda anche molti ristoranti, anche tradizionali, dove non manca mai almeno qualche etichetta di vino naturale».

Nei negozi del monopolio è raro trovare “vini naturali” a scaffale. L’unico modo per acquistarli e consumarli al di fuori degli store ufficiali, dei ristoranti e dei wine bar, in Svezia, passa dal cosiddetto Ordering assortment.

L’importatore ordina il vino e lo stocca, vendendolo principalmente attraverso il sito web del Systembolaget. Solo se le vendite sono buone le etichette hanno speranza di finire sugli scaffali, entrando di diritto nel Permanent assortment, perlopiù in qualità di vendite spot.

SWEDISH WINE CENTER E LA SUA INFINITA CARTA DI VINI PIWI SVEDESI

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Al di là dell’ampio sguardo sull’estero, in Svezia c’è anche chi ha deciso di focalizzarsi sulle produzioni locali. Si tratta di Piwi, varietà di vite resistenti alle malattie fungine, oggetto in Italia del primo concorso nazionale organizzato dall’Istituto Edmund Mach di San Michele all’Adige (premiazioni svoltesi il 2 dicembre in Trentino con il successo del Solaris di Weingut Plonerhof).

Il punto di riferimento assoluto per chi si trova a Malmö è Swedish Wine Center. Accanto a una cucina molto curata, caratterizzata da un’alta qualità e freschezza della materia prima, si possono trovare i vini di diverse cantine svedesi. Arild’s Vingård è quella che dispone del maggior parco vigneti del Paese.

Ma a lasciare il segno è un vino prodotto da Vingården i Klagshamn, proprio ai margini del centro cittadino di Malmö. Si tratta di Texture 2019, Solaris che macera 44 giorni sulle bucce, in acciaio. Un orange wine che maschera bene la fenolica, anche grazie a 15% di alcol in volume molto ben integrati nel corredo.

Sul fronte dei prezzi, il costo dei vini svedesi è considerevole. Il calice, peraltro, non premia sempre lo sforzo del portafoglio, specie in tema Piwi. I più curiosi possono sperimentare la vasta selezione di Swedish Wine Center attraverso un percorso di “assaggi al calice” di oltre 20 etichette, per un totale di circa 160 euro.

VINI NATURALI A COPENHAGEN: WINE BAR E DISTRIBUZIONI EMERGENTI

Parola d’ordine “Italia”. Può sembrare strano, ma a Copenhagen c’è un wine bar con cucina che, dopo anni di vicissitudini, sembra aver trovato finalmente la quadra. All’insegna dell’italianità. Beviamo Wine Bar, fondato nel 2017 dall’imprenditore e winelover Jasper Remo, è in rampa di lancio grazie all’ingresso nel team dei giovani Matteo Vecchi e Tessa Carrettoni.

La sorte del locale situato al 58 di Nordre Frihavnsgade è nelle loro mani. Remo trascorre oltre la metà dell’anno nel Monferrato, in Piemonte, dove si occupa dell’acquisto e della ristrutturazione di vecchi casali abbandonati, per conto di facoltosi clienti internazionali. Nel tempo libero, ormai da 11 anni, va a caccia di vini.

Vista l’impossibilità di reperire la maggior parte dei miei vini preferiti in Danimarca – spiega Jasper Remo – ho deciso di diventare io stesso importatore. Beviamo Wine Bar nasce dalle ceneri di un altro locale aperto in centro, trasformato dai miei ex soci in qualcosa di diverso da quello che avevo in mente».

Questo curatissimo wine bar, ristorante ed enoteca si trova a Østerbro, quartiere di Copenhagen molto tranquillo, rinomato per essere a “misura di famiglia“. Basta guardare fuori dalle ampie vetrate del locale per notare l’impressionante viavai di passeggini.

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Vere e proprie inconsuete baby-car da 4 posti, condotte da giovani madri e babysitter. A dare una scossa alla vita serale della zona ci ha pensato proprio Jasper Remo, tra i primi imprenditori a comprendere le potenzialità del distretto situato ai margini di Nørrebro, da sempre più trendy, eclettico e alla moda.

Non sono abituato a seguire i gusti mainstream – spiega l’imprenditore – e per questo nel mio locale si trovano solo cose che piacciono in primis a me. È il caso dei vini naturali, che occupano una buona fetta della selezione. Grande spazio a piemontesi e siciliani, ma anche a vignaioli francesi ed esteri: tutte produzioni artigianali, capaci di regalare vere emozioni».

Il compito di trasmetterle ai clienti spetta a Matteo Vecchi, sommelier di origine emiliane con un curriculum riempito in giro per il mondo. L’ultima tappa Dubai, al Bulgari Hotels & Resorts. A Copenhagen è arrivato tre mesi fa, «convinto dal progetto ambizioso» di Jasper Remo.

Al suo fianco, da poco meno di un mese, la piemontese Tessa Carrettoni. Appena 19 anni e le chiavi della cucina già ancorate al grembiule da cuoca. Manualità e carattere che fanno ben sperare per il futuro di Beviamo Wine Bar. La clientela già apprezza il cambio di rotta.

IL BUCO COPENHAGEN: NATURAL WINE BAR E RISTORANTE

Aperto da novembre 2011 a Island Brygge, Il Buco è un altro angolo d’Italia a Copenhagen. Negli anni, il locale di Njalsgade 19 C si è conquistato la fiducia di molti danesi. Fino alle 17 sono ben accetti ai tavoli i laptop, poi banditi. Entrando nel ristorante prima di mezzogiorno, il colpo d’occhio è quello di uno Starbucks in chiave danese, secondo canoni architettonici industrial.

Numerosi giovani lo scelgono per l’ampiezza degli spazi, la tranquillità e la connessione WiFi sempre disponibile, oltre alla possibilità di godere di una colazione “fatta in casa”, con lieviti e ingredienti frutto di agricoltura sostenibile.

Tutto Il Buco parla la lingua green e organic. Dai panificati sino ai dolci, passando ai primi e ai secondi del menu, studiato su base stagionale. Una filosofia che unisce piatto e calice, grazie alla selezione vini curata da Steffen Schandorf, appena 29enne (nella foto sopra).

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La totalità delle etichette di vino naturale (100% Made in Italy) è importata direttamente, senza intermediari. Ma in carta non manca qualche curioso Piwi danese. L’orange wine di Drudgaard, ottenuto dalle varietà resistenti Solaris e Muscaris, è di gran lunga uno dei migliori Piwi internazionali, per equilibrio e concretezza. Da provare.

«L’import di vino, olio, formaggi e altri prodotti artigianali italiani – commenta Schandorf – ha preso vita da qualche anno, andando di pari passo con la trasformazione e l’evoluzione de Il Buco, sino alla forma attuale».

Siamo aperti tutti i giorni, dalle 7 a mezzanotte e qui il vino, essendo ristoratori e anche importatori, ha un ruolo centrale. Il nostro focus, la sostenibilità, si traduce in un’attenzione alle produzioni pure, senza solfiti aggiunti, biologiche e biodinamiche».

VINTRO NATURVIN COPENHAGEN: L’ENOTECA CON LA SORPRESA

Da un importatore all’altro, il passo è breve in Danimarca. Non senza sorprese. A suggerire che da Vintro Naturvin ci sia “qualcosa sotto” dovrebbe essere il pavimento, dall’effetto psichedelico, che richiama il logo del locale.

Tutto è chiaro quando Marius Gade, titolare dell’enoteca e distribuzione di Ravnsborggade 5 con il socio Simon Guitton, fa segno a tutti di spostarsi, iniziando a spingere un mobile ricolmo di bottiglie. Pare follia e invece ecco comparire delle scale, che conducono al buio magazzino sotterraneo. Il paradiso all’inferno, o giù di lì.

Una magia che accomuna pavimento, mobili con le ruote e scaffali di Vintro Naturvin, ricolmi di bottiglie dalle etichette indimenticabili. Colorate, sgargianti, piene di luci e della vita di personaggi che spaziano dai fumetti al mitologico, con richiami alla natura, al sesso, all’arte e alla vita bucolica.

Veri e propri manifesti del vino naturale internazionale, che fa dell’estetica e del marketing delle labels uno dei veicoli principali per spingere le vendite. Dietro all’etichetta, così come sotto a quel mobile, la concretezza di un progetto e di una selezione tutt’altro che casuale.

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Trattiamo solo vini ottenuti da fermentazione naturale – spiega Marius Gade – preferibilmente certificati biodinamici. Prediligiamo inoltre vini sotto ai 100 mg/l di solforosa, perché anche la salubrità del vino per noi è importante».

Italia e Francia hanno un ruolo da protagoniste assolute sugli scaffali di Vintro, che al momento sorreggono circa 500 etichette. Il focus sulla biodiversità di questa enoteca di Copenhagen spazia poi in Spagna, Portogallo, Georgia e Slovenia.

«La maggior parte dei vini vengono venduti ai ristoranti – spiega Marius Gade – sempre più attenti alle produzioni biologiche in carta vini. Il vero trend in ascesa è quello degli orange wine, sempre più richiesti anche dai privati, in enoteca. Direi che l’ascesa dei vini naturali in Danimarca va di pari passo proprio con l’aumento dell’interesse, e dunque delle vendite, degli orange wine».

LEONARDO TERENZONI, LA STAR DELLE ETICHETTE DEL VINO NATURALE

Se le vendite di vino naturale sono in ascesa in Italia e, soprattutto, all’estero – Nord Europa in primis – una buona fetta del merito va a chi riesce a catturare l’attenzione sullo scaffale, in un segmento che fa dell’appariscenza un must collettivo.

Chiedere per credere a Leonardo Terenzoni, 41 anni, artista (definizione che non ama) e musicista che vive tra Firenze e Bologna. Per l’esattezza in un paesino dell’Appennino tosco-emiliano, Vernio, dove ha «scelto di tornare, dopo tanto girovagare per il mondo».

Da 20 anni Terenzoni disegna alcune tra le più belle etichette di vino naturale presenti sul mercato. Il suo nome è noto nel settore e il suo tratto distinguibile tra mille. Tanto che molti produttori si affidano alla sua penna per innovare la veste di intere linee di vini, o per sbarcare sul mercato. Col botto.

L’approccio è molto simile a quello dei vignaioli con la loro terra. Terenzoni non appoggia la penna sul foglio prima di essere «entrato in un rapporto di amicizia con loro, di averli conosciuti e di averne capito le esigenze». «La cosa che mi rende più felice – rivela – è che molti vignaioli mi chiedono di realizzare l’etichetta partendo dalla mia idea di grafica, legata al mondo animale».

Ho sempre immaginato animali molto ribelli e molto in disparte, gli ultimi della fila. Per questo li vesto con la maglia a righe da pirata o da marinaio, con il cappellino da corsaro.

L’idea è simboleggiare quello che sento dentro da sempre: la voglia di viaggiare. Mi commuove pensare che questi vignaioli decidano di farmi partecipare a qualcosa che per loro ha un grande significato, come l’etichetta di un loro vino».

Leonardo Terenzoni è anche sommelier e sa bene che il vino deve parlare nel calice, ben oltre l’etichetta. «Può avere il vestito più bello del mondo, ma se non è buono non si vende. Bere vini naturali è bere le storie dei vignaioli, il loro attaccamento spasmodico al territorio. Il vino naturale implica empatia: la stessa che occorre per realizzare un’etichetta». Del resto, pesa più il quadro o la cornice?

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Cantina Ninni Spoleto, Miglior cantina Centro Italia 2022 Winemag.it: l’anima “bianca” dell’Umbria

«Un vino fatto con l’uva vera, dedicato alla mia famiglia». Gianluca Piernera, ex elettricista, è l’uomo che ha acceso la luce su uno dei vitigni italiani di maggior prospettiva: il Trebbiano Spoletino.

La sua Cantina Ninni Spoletocantina dell’anno Centro Italia 2022 per Winemag.it, all’interno della Guida Top 100 Migliori vini italiani 2022 – è una realtà relativamente giovane. Il primo vino è infatti frutto della vendemmia 2012.

MONTEFALCO E SPOLETO: L’UMBRIA DEL VINO FA SQUADRA

Una piccola realtà che è riuscita in pochi anni in un vero e proprio miracolo: portare la Doc Spoleto sotto l’egida del Consorzio di Tutela Vini Montefalco. Si è così incrementato il valore delle uve, consacrando il Trebbiano Spoletino quale alter ego di uno dei vini rossi italiani più longevi: il Sagrantino.

Una contrattazione delicata quella che ha visto coinvolti i produttori di Spoleto con i vicini di casa di Montefalco. Tra i quali il vignaiolo di frazione Terraia ha giocato un ruolo simbolico e decisivo. Del resto, Gianluca Piernera si è ritagliato uno spazio da leader ben prima di fare il suo ingresso nelle stanze della “politica del vino”.

È diventato in pochi anni un riferimento nella produzione del Trebbiano Spoletino, grazie all’esperienza nelle pratiche agronomiche maturata dall’amico Marco Casolanetti di Oasi degli Angeli. È stato proprio il padre di un’icona del vino italiano come Kurni a dare a Piernera lo slancio definitivo per cambiare vita, investendo tutto sulla viticoltura.

Oggi la produzione della cantina Ninni – che comprende anche due vini rossi da uve Montepulciano, Sangiovese, Merlot, Barbera e Aleatico e due ancestrali – si inserisce nei canoni del cosiddetto “vino naturale“, ma con grande coscienza e precisione enologica, anche grazie ai consigli di un consulente esterno all’azienda.

Le vigne, alcune delle quali a piede franco, con età media di 80 anni, vengono gestite senza prodotti sistemici. Il vino prosegue il suo percorso verso il calice con il minimo intervento possibile, imbottigliato senza essere filtrato.

In ogni etichetta la mano invisibile di Piernera, capace di rendere omaggio di volta in volta al terroir di Spoleto, a un vitigno o a un uvaggio. In una parola, alla natura.

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A Udine la quinta edizione di Borderwine – Salone transfrontaliero del Vino Naturale

Torna a Udine per la quinta edizione Borderwine – Salone transfrontaliero del Vino Naturale. Protagonisti, domenica 25 e lunedì 26 luglio dalle 18 alle 23.30 al giardino esterno del Cinema Visionario, 30 vignaioli provenienti da Italia, Austria e Slovenia.

Restano «ferrei» i criteri richiesti ai vignaioli, per poter essere ammessi all’evento. «Per poter partecipare a Borderwine – spiegano gli ideatori della kermesse, Valentina Nadin e Fabrizio Mansutti – occorrono scelta dei terreni, rispetto della loro biodiversità, esclusione di qualsiasi tipo pesticidi, additivi o di manipolazione chimica o fisica.

Produrre vino naturale per Borderwine significa guardare al futuro non solo dell’enologia, ma dell’agricoltura in genere, opponendosi alla logica che vuole una produzione continua e massiccia ad ogni costo».

LA MASTERCLASS SULLA VITOVSKA

Tra gli eventi in programma Borderwine – Salone transfrontaliero del Vino Naturale, la masterclass verticale dedicata alla Vitovska, antico vitigno autoctono a bacca bianca. Ad accompagnare i vini, un’ampia offerta gastronomica.

«Borderwine – commentano ancora Nadin e Mansutti – vuole essere un viaggio enogastronomico tra diversi confini, proprio come è la nostra cultura regionale, a partire dalla tavola e dal bicchiere. Questa edizione rappresenta per noi e per tutti i produttori presenti un momento importante simbolico, in cui ritrovarsi e confrontarsi dopo un periodo difficilissimo, davanti ad un buon bicchiere di vino». L’ingresso a Borderwine costa 20 euro; 35 euro per le due giornate.

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Zou – Zapap Officine Urbane: vini naturali e birre artigianali si incontrano a Bologna

L’hanno chiamato Fervér. Un vocabolo che evoca non solo il carducciano «ribollir dei tini», ma soprattutto un «ribollir degli animi». Fermenti alcolici, certo. Ma prima di tutto sociali. L’evento che a Bologna (re)inaugura Zou – Zapap Officine Urbane, locale giovane che, senza il Covid, avrebbe oggi compiuto un anno e mezzo di vita, in via Zago 16, sancisce l’incontro tra vini naturali e birre artigianali. A fargli da sfondo, non a caso, una delle città culturalmente più ribollenti d’Italia. Dentro o fuori dal calderone della pandemia.

Fervér – Di Vite e di Vini” è molto più di un taglio del nastro, o di un segno di rivalsa nei confronti del Coronavirus. È la formula attorno alla quale si svilupperà, dal 4 giugno al 3 luglio 2021, «una serie di appuntamenti sul vino e sulle fermentazioni».

Nulla di nuovo. Se non fosse che il teatro dell’iniziativa è il locale aperto in zona stazione centrale da un birrificio artigianale della città dei portici. Rimasto aperto un mese, lo scorso anno. Subito vittima dei lockdown, per un anno abbondante. Oggi pronto alla riscossa. Con la pancia e col cuore. Ma anche con la testa.

Considerarla una banale decontestualizzazione o contaminazione in risposta alla pandemia, è riduttivo. Perché i due mondi – quello dei vini naturali e della birra artigianale – si parlano eccome. Da sempre. Zou – Zapap Officine Urbane va oltre.

È esso stesso il luogo (meta)fisico che sancisce l’incontro tra il mondo di Christian Govoni, proprietario e mastro birraio del Birrificio Zapap di Bologna (fondato nel 2013) e quello di Ivan Giglio, appassionato di vini naturali e artefice della contaminazione eno-brassicola da cui scaturisce “Fervér – Di Vite e di Vini”.

LA RIPARTENZA

«La storia che vogliamo raccontare – spiega Govoni (nella foto) – è una storia di vini, ma anche una storia di persone. Di vignaioli che vogliono “condividere”, attraverso tutti i loro prodotti e le loro idee sempre in fermento. Così come in fermento sono i loro vini, conosciuti dal grande pubblico come “vini naturali“».

Ecco dunque pronto a scendere in campo, in via Zago 16, l’esercito dei vigneron artigiani di distribuzioni vicine al mondo dei natural wines come Gusto Nudo Srl di Bologna (4-5 giugno), GluGlu Wine di Torino (11-12 giugno), Into the Wild (18-19 Giugno), PortoFranco Bologna (25-26 giugno) e Arkè di Gambellara (2-3 luglio).

«Zou – commenta il mastro birraio Christian Govoni – non è solo l’ultimo progetto nato in casa Zapap, ma la sintesi della storia dell’azienda. Un birrificio artigianale titolare del marchio “Birra Bologna” che ha sempre creduto nel territorio. Ed è da questa convinzione che è nato il locale in cui convivono birre, lievitati, prodotti del territorio e vini».

Il tutto è inserito in un giardino cittadino, un’architettura in stile industriale. Per non dimenticarci che il nostro quartiere è ancora un luogo popolare, in cui è possibile sognare in grande.

In questi mesi, infatti, abbiamo incontrato virtualmente delle persone stupende, con cui abbiamo sognato insieme. Sono le persone con cui abbiamo organizzato Fervér – Di Vite e di Vini».

Anche il nome dei singoli appuntamenti sarà simbolico. Sarà racchiuso in una sigla o nelle parole che i vignaioli hanno scelto per comunicare al meglio il loro approccio produttivo.

«Progetti – spiega Christian Govoni – fatti di esseri umani speciali che vivono di vigna e di terra. Che combattono per far conoscere i loro territori. Capire un territorio è un percorso che attraversa spazi e persone che in quei luoghi sudano, sorridono, soffrono, amano».

I PROTAGONISTI

«Capire un territorio – continua il mastro birraio nel dare appuntamento a Zou – Zapap Officine Urbane – è un percorso che parte dalla materia prima e da chi la lavora. Loro ci saranno, porteranno i loro vini. A voi non rimane che venirci a trovare e lasciarvi guidare dai loro vini e dalle loro storie».

Già resi noti i protagonisti dei primi due incontri da Zou – Zapap Officine Urbane. Gusto Nudo Bologna porterà in assaggio le cantine Valli Unite, Rocco Di Carpeneto, Terre dei Gaia, Gualdora, Vigna Cunial, Tre Rii, Podere Cervarola, Inula, L’upupa, Vigne di San Lorenzo, La Calcinara, La Marca di San Michele, Castelsimoni, Ausonia, Cantina del Malandrino, Rocco di Carpeneto, Poggio Bbaranello – Az. Agr. Le Poggere.

A GluGlu Wine il compito di raccontare Crocizia, Macea, Camiliano, Fabbrica di San Martino, Podere Ortica, Sequerciani, Weingut in der Eben, Divella e Meggiorano. Dress code? Come pare ad ognuno. Purché non si lasci a casa il cuore. Per ascoltare e assaggiare.

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Gli Editoriali news news ed eventi

Valentina Passalacqua, il leone e la gazzella: è la nuova era del vino naturale industriale

EDITORIALE – Ogni mattina, in Italia, un vignaiolo naturale si sveglia. Sa che deve correre più in fretta di Luca Maroni, o verrà “ucciso”. Ogni mattina, in Italia, Valentina Passalacqua si sveglia. Sa che deve correre più forte del vignaiolo naturale, o “morirà di fame”. Quando il sole sorge, importa eccome se sei un vignaiolo naturale o Valentina Passalacqua. Quando mai Yahoo! Finanza si è cacato di striscio un vignaiolo naturale?

Poche righe di preambolo, scherzandoci su e prendendo spunto dal noto proverbio africano del leone e della gazzella, per raccontare quanto accade in America. Mica nel Gargano. Una storia che segna l’avvio di una nuova era mondiale per il vino naturale: quella del vino naturale industriale.

I FATTI

Con il padre Settimio Passalacqua atteso tra un mese esatto in Tribunale, a Foggia, e con il fascicolo dell’inchiesta che lo vede imputato per caporalato – assieme al braccio destro Antonio Piancone – sulla scrivania del Gup Maria Luisa Bencivenga, la figlia Valentina pensa a rimettere insieme i pezzi della propria azienda di Apricena.

Dopo l’uragano mediatico e la corsa in Camera di Commercio, per cambiare le “attività prevalenti” della cantina e slegarle formalmente da quelle di produzione di ortaggi – le stesse finite sotto inchiesta per la manodopera sottopagata e schiavizzata – la diva dei vini naturali pugliesi pare tornata a fare quello che le riesce meglio: comunicazione. Il suo habitat naturale, a 6 mesi di distanza da un’intervista senza contradditorio su Repubblica.

Attraverso il nuovo importatore Ronnie Sanders – Vine Street Partners, la “vignaiola” ha potuto godere nei giorni scorsi della grande visibilità mediatica offerta dal comunicato firmato Colangelo & Partners e pubblicato su uno dei portali più letti al mondo, in tema di economia e finanza.

Si tratta di Yahoo! Finanza – mica del Corriere del Nero di Troia – che ha ripreso (pari, pari) un testo redatto da Megan DeAngelo di Colangelo & Partners, in cui si dà notizia del nuovo accordo per la distribuzione massiva dei vini di Valentina Passalacqua negli Usa.

LA PUBBLICAZIONE

Natural Wine Leader, Valentina Passalacqua, and Vine Street Imports Partner On a National Distribution of Calcarius and ‘9 Is Enough’ Wines“, recita il titolo del comunicato pubblicato dal portale. Tutto fa presumere a un pubbliredazionale – ovvero a una pubblicazione a pagamento – più che alla divulgazione di una comune press release.

Per chi non lo sapesse, Yahoo! è un colosso “multitasking”, in 20 lingue. Sedi in 25 nazioni e ultimo fatturato di 1,33 miliardi di dollari. Perché investirci? Perché negli Usa, lo scorso anno, Valentina Passalacqua è stata tagliata dai cataloghi dei tre precedenti importatori.

Una «scelta etica», quella maturata per primo da Zev Rovine Selections. Imitato a pochi giorni di distanza anche da Jenny & François Selections di New York e Dry Farm Wines di Napa, in California.

Nel comunicato stampa redatto da Colangelo & Partners, agenzia di comunicazione che si occupa delle relazioni negli Usa di altri noti brand italiani come Duca di Salaparuta, Frescobaldi, Ornellaia e Pio Cesare – tutti “super marchi” del Made in Italy lontanissimi dal mondo del vino naturale – si fa infatti riferimento all’inchiesta. O, meglio, alla versione di Valentina Passalacqua.

«FALSE ACCUSE DI UN PRODUTTORE CONCORRENTE»

Last summer, near the beginning of the pandemic, Valentina Passalacqua was embroiled in a scandal because of false accusations by an unscrupulous natural wine competitor related to labor practices on her father’s vegetable farms unrelated to Valentina’s company. All the accusations were proven and certified to be false».

La scorsa estate, la produttrice sarebbe stata «invischiata in uno scandalo per via delle false accuse di un produttore senza scrupoli di vini naturali, connesse alle pratiche adottate nell’azienda di ortaggi del padre che nulla aveva a che fare con l’azienda di Valentina». Non risultano denunce di super Vale per diffamazione o calunnia, neppure contro ignoti.

Ma fa ancora più clamore la frase successiva: «Tutte le accuse si sono verificate false». Con quel «tutte» che ventila l’ipotesi di una chiusura del procedimento penale. Con assoluzione, s’intende, del padre Settimio e del suo braccio destro Antonio Piancone, in un processo che non vede (e non ha mai visto) Valentina Passalacqua imputata.

A confermare la tesi che una nuova era ha ormai inizio è un altro passaggio del comunicato diramato da Vine Street Partners. «Now, Valentina, is starting fresh with a focus on mainstream distribution», è lo statement dettato a Colangelo & Partners. E allora buona industria del vino naturale a tutti gli amanti degli ossimori. Cin, cin.

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Vini naturali, «definizione destabilizzante». Parola del vicepresidente Fivi

Vini naturali ancora protagonisti del dibattito in Puglia. Tra gli ospiti del talk digitale organizzato dall’avvocato eno-alimentare brindisino Stefano Palmisano anche Gaetano Morella, vicepresidente della Fivi, la Federazione italiana vignaioli indipendenti. Il vignaiolo biodinamico di Manduria ha stigmatizzato come «destabilizzante» la definizione di vino naturale.

«Fivi – ha ricordato – non ha mai guardato al metodo di produzione, è sempre stata trasversale. Non ti dice come fare il vino, l’importante è che rispetti le regole che consentono di farne parte. Detto ciò, “naturale” è una parola che non mi suona e mi destabilizza un po’. So invece cos’è la biodinamica, perché la pratico».

Gaetano Morella ha indicato altri «problemi» e «fastidi» riscontrabili negli «ambienti naturistici»: «Avendo partecipato a diverse manifestazioni, da Villa Boschi a Cerea in poi, la prima domanda che consumatori, winelover e operatori ponevano davanti al mio bicchiere di vino era sempre la stessa: “Quanta solforosa ha?”».

È un po’ come se il vino fosse qualcosa di sganciato da tutto quello che sta a monte, ovvero dal tipo di pratiche viticole che hai posto in essere, dalla vigna, dal terreno. Si risolveva tutto con quella domanda, come se tutto il mio lavoro dipendesse da quanta stramaledetta solforosa ci fosse nel bicchiere».

«Di fronte a una mia risposta volutamente tecnica – ha aggiunto Morella – con la faccia tra l’ebete e il rincoglionito, capivo che non solo non aveva idea dell’argomento, ma non gliene fregava niente se in vigneto avessi messo un chilo di rame oppure 10, o se avessi fatto una ripuntatura, a che livello di fertilità fosse il mio terreno, se fossi riuscito a preservare tale fertilità o meno. Tutto, nel naturale, si riduce al “cosa non hai fatto”».

Vino naturale, la pugliese Mina Del Prete: «Sogno una certificazione ufficiale»

Un concetto ribadito con fermezza dal vicepresidente Fivi: «La favola che una cosa brutta e sgraziata è naturale e fa bene non funziona più. Ci dobbiamo sganciare da questa idea del “non fare”. Il vignaiolo biodinamico è uno che lavora molto di più rispetto a uno convenzionale o biologico. Perché deve vivere quotidianamente il proprio vigneto, intuendo e capendo prima quando le cose accadono, non dopo, usando l’antibiotico sul problema».

Quante volte ci è stata presentata come “naturale” una mela bacata, rotta, brutta, bitorzoluta, che anche un cane rifiuterebbe? Questo non è il “naturale”. È piuttosto il frutto raccolto da terra, che non ti sei sforzato di raccogliere dalla pianta. L’hai preso e non hai fatto assolutamente nulla, per poi dire: “È naturale”».

«Con la biodinamica, invece – ha aggiunto Gaetano Morella – si innesca tutta una serie di atti per i quali il frutto non è solo esteticamente paragonabile al convenzionale, ma ha una luce propria e i sapori sono l’archetipo del sapore. La biodinamica migliora il cervello della pianta, che è nel terreno, mettendola nelle condizioni migliori per poter affrontare le problematiche. Non è sottrazione. È fare molto di più».

Sempre secondo il vicepresidente Fivi, «la biodinamica è l’unica arma contro quella che è stata negli ultimi 50, 60 anni, la banalizzazione dell’agricoltura e, in generale, la semplificazione e la monocultura».

«Quando hai a che fare con qualcosa di vivente – ha concluso Gaetano Morella – uno più uno non fa mai due. E chi lavora in vigna lo sa esattamente. Sgombriamo la mente, dunque, dal concetto che naturale significhi non fare nulla, con una consapevolezza incontrovertibile: esistono vini buoni e vini cattivi, convenzionali o naturali. Per fortuna, dico io. Altrimenti, in molti saremmo a spasso».

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Vino naturale, la pugliese Mina Del Prete: «Sogno una certificazione ufficiale»

«Questa mattina ho parlato con Gilles Azzoni, uno dei padri dell’Association des Vins Naturels, con cui concordo: il movimento del vino naturale dovrebbe seguire le orme di un sindacato come la Vignerons Indépendants de France, equivalente della Fivi italiana, e chiedere al ministero dell’Agricoltura una certificazione ufficiale del vino naturale. Qualcosa che dica “questo vino è fatto in questa maniera”».

Così Mina Del Prete, figlia del noto produttore di vini naturali pugliesi Natalino Del Prete, intervenuta ieri durante una conferenza digitale organizzata dall’avvocato eno-alimentare brindisino Stefano Palmisano.

La certificazione – ha aggiunto Del Prete – è per me un dovere nei confronti del consumatore e deve rappresentare qualcosa di molto chiaro anche per gli operatori del settore. Alcuni amici, che ci conoscono bene, da anni, mi chiedono ancora cosa significa “vino naturale” e che differenze ci sono con i vini biologici e i vini biodinamici».

Sempre secondo la produttrice, «il vino, essendo un alimento, necessita almeno di qualcosa che dica in modo chiaro come viene prodotto»: «Non dico sia necessario mettere tutti gli ingredienti in etichetta, perché la proposta sembra ormai tramontata, ma almeno fornire maggiore chiarezza».

Una proposta, come precisato dalla stessa Mina Del Prete, che «non vuole essere denigratoria per i produttori cosiddetti “convenzionali”». «Ho molta stima di diverse cantine convenzionali che lavorano bene e rispettano l’ambiente e la salute delle persone. Siamo tutti liberi. Trovo solo corretto rendere manifeste le regole del vino naturale».

Mina Del Prete non parla senza esperienza. Il padre, Natalino Del Prete, è stato uno dei primi produttori pugliesi a chiedere e ottenere, già negli anni Novanta, la certificazione biologica per i propri vigneti di Negroamaro, Primitivo e Aleatico, nel Salento.

Nella cantina di San Dònaci (BR), da sempre, nessuna filtrazione o chiarifica e ricorso esclusivo ai lieviti indigeni. L’unico «lusso»? La temperatura controllata per le fermentazioni.

«Scusate il giro di parole – ha chiosato la figlia Mina – ma per mio padre Natalino è stato “naturale” chiedere in quegli anni una certificazione, per far sapere alla gente quale fosse il suo approccio in vigna e in cantina.

Continua ancora oggi a lavorare come allora, con l’unico intento produrre un vino che, se non può dare salute, quantomeno la mantenga. Oggi vorrei che lo stesso avvenisse con il vino naturale, attraverso una certificazione ufficiale».

Nella storia della Repubblica italiana, è solo uno il ministro dell’Agricoltura che si è esposto sul tema delle regole del vino naturale. Si tratta di Gian Marco Centinaio, intervistato in esclusiva proprio da WineMag.it il 26 marzo 2019.

La patata bollente, oggi, sarebbe in mano al ministro Stefano Patuanelli, con lo stesso Centinaio attualmente nel ruolo di Sottosegretario di Stato al Ministero delle Politiche agricole alimentari e forestali. Prosit.

Vino naturale, il ministro Centinaio a WineMag: “Il settore va regolamentato”

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Il vino (vulcanico) ungherese, poco conosciuto e tutto da scoprire nel 2021

EDITORIALE – Con una selezione che supera le 100 etichette, l’e-commerce vinoungherese.it punta a far conoscere a winelovers e professionisti del settore Wine&Food una terra del vino che pare ormai giunta alla piena maturità e consapevolezza dei propri mezzi, ben oltre i vini dolci di Tokaj: l’Ungheria.

WineMag.it gioca in casa, dal momento che la selezione è stata da me compiuta negli ultimi 6 mesi con ripetuti viaggi dall’Italia e lunghe permanenze in tutte le regioni vinicole ungheresi.

L’obiettivo di vinoungherese.it è quello di ampliare il bagaglio di conoscenze degli amanti del nettare di bacco in Italia, mostrando la bellezza assoluta dei vini vulcanici ungheresi, ben oltre il mainstream (meritatissimo, per carità) dei vini Aszú, delle nuove espressioni di Furmint “dry” e delle etichette commerciali di vini rossi delle regioni Villány ed Eger.

Ho percorso in auto più di 2 mila chilometri, conoscendo personalmente ognuno dei produttori entrati in catalogo e assaggiando tutta la linea di vini (comprese, ove possibile e degno di nota, le vecchie annate). Altre realtà entreranno in catalogo nei prossimi mesi.

Al centro della selezione ci sono decine di varietà autoctone ungheresi di cui posso dirmi ormai “innamorato”. Su tutti lo Juhfark (letteralmente “Coda di Pecora”) originario di Somló: vitigno e regione che meritano un’attenzione assoluta nel panorama internazionale, in qualità di principale, nuova e vera “frontiera” del vino ungherese.

Assieme, Juhfark e Somló costituiscono una coppia inimitabile per mostrare il terroir vulcanico della collina di Somló, situata a nord del lago Balaton, nella zona orientale dell’Ungheria (a sole due ore di auto da Budapest).

Poi ci sono Budai Zöld, Csókaszőlő, Ezerjó, Hárslevelű, Irsai Olivér, Kabar, Kadarka, Kéknyelű, Királyleányka, Kövérszőlő, Leányka, Kékfrankos, Portugieser, Nektár, Olaszrizling, Turan, Zengö, Zéta e Zeus.

Nomi pressoché impronunciabili, in alcuni casi, che meritano un posto d’onore accanto a internazionali come Cabernet Franc, Cabernet Sauvignon, Chardonnay, Grüner Veltliner, Merlot, Moscato Bianco, Moscato Giallo (Sargamuskotály).

E ancora: Muscat Ottonel, Pinot Grigio, Pinot Nero, Riesling renano, Müller-Thurgau (Rizlingszilváni), Sauvignon Blanc, Syrah, Gewürztraminer (Tramini) e Zweigelt. Infine, ma non ultimi nel vasto catalogo dell’e-commerce – udite, udite – Sagrantino (l’uva di Montefalco) e Sangiovese (il vitigno che ha reso grande la Toscana, nel mondo).

Due le etichette che vedono l’Italia “protagonista”, con altrettante varietà simbolo. Il Sagrantino è allevato in Ungheria da un solo produttore, innamorato dell’Umbria: Heimann di Szekszárd, che lo utilizza in uvaggio nel portentoso “Franciscus” e nel giovane, dinamico e freschissimo “Sxrd” (a proposito di potenziali nuove frontiere per il Sagrantino di Montefalco).

Il Sangiovese è invece quello della cantina 2HA, finita nei guai con il Consorzio del Brunello (episodio raccontato qui da WineMag.it) per un sito web un po’ troppo “brunellofilo” per avere il dominio “.hu”, utilizzato per promuovere l’etichetta “Tabunello“, tuttora in vendita senza alcuna commistione con il re dei vini rossi della Toscana.

Tra le particolarità dell’e-commerce vinoungherese.it, anche la presenza del più popolare e apprezzato tra i produttori del cosiddetto vino naturale ungherese: si tratta di Hummel, vignaiolo tedesco che ha sparigliato le carte in una zona piuttosto “seduta sugli allori” e abituata all’auto-incensazione come Villány.

Non poteva mancare la cantina che, meglio di altre, sta cercando di raccogliere l’eredità di Hummel nel sud dell’Ungheria: Wassmann, il sogno divenuto realtà di un’altra coppia tedesca, Ralf Wassmann e Susann Hanauer, che opera in regime biodinamico. Chi ci segue nella scoperta? Cin, cin.

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“Vino naturale? Terroir e ossidazione non possono convivere”. Parola di Luigi Moio

“I produttori di vino naturale devono essere chiari: terroir e ossidazione non possono convivere nello stesso vino”. Parola del professor Luigi Moio, intervenuto ieri in occasione del webinar “Natural Wines: Beyond the Philosophy” organizzato dall’Oiv, l’Organizzazione internazionale della vigna e del vino.

“A meno che non sia ricercata, come nel caso dei vini fortificati come il Madeira, l’ossidazione è un difetto dei vini. La questione è molto semplice – ha sottolineato il professore ordinario di Enologia dell’Università degli Studi di Napoli – se un produttore sostiene di produrre ‘vini di terroir‘, deve cercare la purezza, intesa anche come assenza di ossidazione, in modo che le qualità del ‘terroir’ si esprimano appieno, senza distorsioni, in occasione dell’analisi sensoriale del vino”.

L’ossidazione è un processo di deteriorazione ed è una caratteristica positiva solo quando ricercata, nei cosiddetti vini ossidativi: solo a quel punto diviene una questione di gusto e consente al consumatore di scegliere ciò che lo aggrada”.

Il professor Luigi Moio ha poi chiarito quale può essere, a suo avviso, la strada per il futuro dei vini naturali. “Per produrre un grande vino naturale occorre un background in scienze come la biochimica, oltre che di enologia. Non si può lasciare che le cose avvengano solo spontaneamente. Il futuro dei vini naturali è questo”.

Il webinar sul tema dei vini naturali è stato organizzato dall’Oiv con l’intento di “sondare un argomento non ancora del tutto esplorato a livello internazionale, senza tuttavia prendere posizioni favorevoli o contrarie al movimento”.

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Cos’è un “vino naturale”? “Una dicitura ingannevole per il consumatore”, dice l’Ue

Cos’è un vino naturale? Quando un vini si possono definire naturali? A rispondere è nientemeno che la Direzione Generale Agricoltura e Sviluppo Rurale (DG-AGRI) della Commissione europea, che giudica tale dicitura “ingannevole per il consumatore” e “contraria al diritto dell’Ue. Vigilerà dunque sul suo difforme utilizzo.

Una considerazione che non si rivolge solo al “vino naturale“, ma anche al “vin méthode nature“. Secondo la Commissione, “l’informazione spinge il consumatore a ritenere che il prodotto così designato abbia una qualità o salubrità superiore rispetto ad un altro vino che non riporta la medesima dicitura”,

Verrebbe così “suggerita una differenza sostanziale nella sua composizione e natura”, tale da considerare tale informazione “potenzialmente ingannevole e, quindi, contraria al diritto Ue”, nonché alle discipline vitivinicole.

In realtà, la dicitura “vino naturale” non rientra affatto nella disciplina europea e non è inclusa nella lista delle categorie di prodotti vitivinicoli presenti nell’allegato VII del regolamento Ue n. 1308/2013, parte II.

Allo stesso tempo, ai sensi dell’articolo 80 del regolamento Ue n. 1308/2013, le pratiche enologiche autorizzate sono impiegate “per consentire una buona vinificazione, una buona conservazione o un buon affinamento dei prodotti”.

“Esse – precisa la Commissione europea – preservano le caratteristiche naturali ed essenziali del vino, garantendone la composizione da modifiche sostanziali. Pertanto, un prodotto vitivinicolo può essere commercializzato come ‘vino naturale’ se rientra nella definizione di una delle richiamate categorie di prodotti vitivinicoli e se è stato ottenuto in conformità alle disposizioni sulle pratiche enologiche autorizzate, senza alcuna distinzione su quali particolari pratiche sono intervenute nel processo produttivo”.

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Menat, il vino calabrese in anfora georgiana: Gianni Lonetti fonda una nuova cantina

Nicola Finotto e Michele Vitale, in arte Menat, ne hanno fatta di strada dopo l’inserimento nella Top 100 Migliori Vini italiani di WineMag.it, nel 2019. I loro vini calabresi in anfora georgiana (qvevri) prodotti a a San Nicola dell’Alto, in provincia di Crotone, sono ora distribuiti in diversi Paesi d’Europa e del mondo.

Un progetto a cui ha contribuito come conferitore anche Gianni Lonetti, che nel maggio 2020 ha fondato la propria azienda, incentrato sulla vigna vecchia in contrada Fragalà di Melissa. Un terreno di 1 ettaro e mezzo, da cui hanno preso vita i primi vini di punta di Menat: “Ji Jian” e “Greko”, base Gaglioppo e Greco Bianco. Le uve tipiche della zona.

Nonostante la rottura con Lonetti, il progetto originario di Menat – vocabolo che significa “Domani” nella lingua della comunità arbëreshë locale – non cambia. La convinzione resta quella che il vino debba essere “naturale, senza la minima aggiunta di chimica, ma senza difetti e di grande bevibilità”.

La prova del calice convince appieno. Il Calabria Igt rosato “Menate Zero” dice tutto sin dal nome: un vino agile, di grande beva, che si apre con l’ossigenazione su ricordi di fiori di rosa e note di frutti di bosco, agrumi e una spezia leggera, dosatissima. Il classico rosato da bere ‘a secchiate’.

La Riserva “Ji Jian”, ottenuta da mosto fiore di Gaglioppo maturato 8 mesi in anfora georgiana, si presenta di un color mattone e sfodera un naso talcato, balsamico, con ricordi di arancia rossa, anice, mentuccia. Tannino disteso ed ennesimo vino dalla beva instancabile, sapida e di lunga persistenza.

Infine il Greco Bianco macerato “Greko”, ottenuto mediante contatto di 7 mesi con le bucce e una doppia torchiatura. Colore splendido e naso che segue a ruota, tra ricordi di zenzero candito, curcuma, fiori di sambuco e albicocca matura.

Bassa l’acidità e bassa la percentuale d’alcol in volume per questo vino bianco calabrese del tutto singolare e unico, la cui spina dorsale è rappresentata dalla piacevole percezione “tannica”, conferita dalla lunga macerazione.

Le prime tre etichette di Menat, che produce circa 4 mila bottiglie l’anno, sono finite non a caso in mezza Europa e nel mondo. Una storia di successo, che in realtà ne cela un’altra. Quella di Gianni Lonetti che, dopo la rottura con i due fondatori, sta costruendo il suo futuro accanto a uno dei vignaioli calabresi più in vista: Francesco De Franco di A’ Vita – Vignaioli in Cirò.

“In attesa che la mia cantina venga realizzata – spiega Lonetti a WineMag.it – ho vinificato la mia prima etichetta a casa di un maestro del vino calabrese, come De Franco. Il vino, ottenuto proprio dalla vigna di contrada Fragalà da cui nascevano i vini di punta di Menat, è un uvaggio di Gaglioppo (70%) e Magliocco (30%): si chiama ‘Juru‘, vendemmia 2019“.

Per il momento, Gianni Lonetti ha abbandonato le qvevri georgiane. “Ma quando potrò tornare a vinificare in proprio – spiega – tornerò alla terracotta. Non a quella georgiana: sto pensando alla spagnola o, ancora meglio, all’italiana”.

Il giovane vignaiolo di San Nicola dell’Alto sta sperimentando le Tinajas, ma sembra preferire il tricolore, in particolare quello dell’azienda leader mondiale nella produzione di vinificatori in terracotta: “Mi stanno convincendo particolarmente le anfore di Artenova – ammette – prodotte a Impruneta, in Toscana”.

Le novità non finiscono qui. Il vignaiolo Lonetti potrà contare su ulteriori 5 ettari di vigneto, in una posizione particolare, ovviamente sempre in Calabria. “Per via dei cambiamenti climatici – rivela a WineMag.it – ho deciso di spostarmi dalla costa verso l’entroterra, con altri 5 ettari di vigneto a Pallagorio, altro paese di tradizione arbëreshë, non lontano da San Nicola dell’Alto”.

Una scelta di campo importante. Il Comune – poco più di mille abitanti – si trova sempre in provincia di Crotone, ma a ridosso dei monti della Sila: “Per l’esattezza – spiega Lonetti – pianterò Gaglioppo e Greco Bianco, a 554 metri sul livello del mare“. Insomma, c’è tanta carne al fuoco tra le nuove leve del vino calabrese.

© Riproduzione riservata di testi e foto

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Valentina vende meno vino “per colpa degli invidiosi”, mica di papà caporale presunto

EDITORIALE – Valentina Passalacqua vende meno vino “per colpa di concorrenti e invidiosi“, mica per la maxi inchiesta sul caporalato che ha coinvolto suo papà Settimio nel Gargano, in Puglia. È quanto di più scioccante si legge nell’intervista di Repubblica dal titolo: «Valentina Passalacqua: ‘Adesso parlo io: diffamata da concorrenti e invidiosi’».

Qualcosa di più simile a un “redazionale” commissionato dai legali della vignaiola pugliese a scopo “redentivo”, che a un articolo degno di un quotidiano nazionale. Del resto, la pubblicazione è utile a capire meglio perché la vignaiola si sia nascosta sino ad oggi dietro ai social, evitando di rispondere a WineMag.it che la cerca sin dalle prime ore dallo scoppio dell’uragano sulle 5 aziende famigliari, a inizio luglio 2020.

Se le responsabilità del padre dovranno essere chiarite dagli inquirenti nelle sedi più opportune, l’intervista di Repubblica consente insindacabilmente alla “Diva” del vino naturale pugliese Valentina Passalacqua di sciorinare sentenze inappellabili. Ovvero senza contraddittorio.

Giudizi camaleontici, tutti utili alla causa innocentista. Da un lato la lagna sulla decisione degli importatori americani di smettere di distribuire i suoi vini negli Usa (nell’ordine Zev Rovine Selections, Jenny & François SelectionsDry Farm Wines) giustificata dagli “attacchi social” e non da una reazione etica e deontologica all’inchiesta in corso:

L’eco mediatica, alimentata sia in Italia che in America da una campagna diffamatoria sui social, ha convinto alcuni importatori a sospendere le importazioni, in attesa di chiarire i collegamenti tra la mia azienda e quella di mio padre Settimio Passalacqua, accusato di caporalato a luglio di quest’anno”, commenta Valentina a Repubblica.

Dall’altro, la minaccia nemmeno troppo velata a chi intende ancora occuparsi del “caso”, facendo sapere (sempre grazie a Repubblica) che qualcuno è già stato querelato per aver “sporcato la nostra immagine in un momento per noi fortunato”: “Adesso stiamo affrontando chi ci attacca con fermezza, tramite i nostri legali”.

Sono stata accusata da Glou Glou Magazine, rivista della società di importazione Super Glou LLC, attraverso un articolo pubblicato sul loro sito web. Il movente economico dietro la campagna mediatica diffamatoria da loro promossa è evidente: tentano di sbarazzarsi di un concorrente. Fa notizia e fa comodo, soprattutto ai nostri competitor, una produttrice di vini naturali che sfrutta i dipendenti”.

Frasi che Repubblica non verifica e riporta alla lettera, senza porre ulteriori domande. “L’affermazione che Glou Glou Magazine fosse motivata da un conflitto di interessi da parte della sua consociata Super Glou – spiega a WineMag.it la fondatrice del Magazine americano, Jennifer Green – è palesemente assurda”.

Super Glou è microscopico rispetto a tutti i maggiori importatori di Valentina Passalacqua nel mercato americano (Zev Rovine Selections, Jenny & François, Dry Farm Wines), con solo quattordici produttori e appena due anni di attività alle spalle”.

“Motivato dalla dichiarazione di Zev Rovine del 24 luglio – continua Green – Glou Glou Magazine ha iniziato a scrivere sul caso, il 26 luglio. Zev Rovine Selections, Jenny & François, Dry Farm Wines e tutti gli importatori e distributori internazionali di Valentina Passalacqua operano indipendentemente da Glou Glou / Super Glou. Sono liberi di esprimere i propri giudizi”.

“Invece di cercare di mettere a tacere i media con la paura e le tattiche intimidatorie simili a quelle di Trump, Valentina Passalacqua dovrebbe concentrarsi su un proprio percorso etico”, conclude la fondatrice di Glou Glou Magazine, nella sua intervista rilasciata a WineMag.it.

Ma Repubblica presta il fianco anche su un altro fronte: “Il primo articolo di Glou Glou Magazine è coinciso con la perdita di mia madre e non avevo la lucidità per combattere tutto questo”, racconta la vignaiola al quotidiano.

Come confermato dal post Facebook della sorella di Valentina Passalacqua, Giuliana Passalacqua, la scomparsa di Grana Grazia in Passalacqua, moglie di Settimio, è avvenuta il 3 agosto a San Nicandro Garganico, in provincia di Foggia. L’articolo (o meglio il posti su Instagram) di Glou Glou Magazine è uscito il 26 luglio: ben 9 giorni prima.

Non basta. Nel “monologo repubblicano”, Passalacqua si affida a un leitmotiv ormai abusato nel mondo del vino italiano: quello della donna che deve a tutti i costi sgomitare per farsi largo tra gli uomini, usurpatori in lungo e in largo, senza se e senza ma, della femminea meritocrazia:

Si è supposto che mio padre fosse anche l’amministratore di fatto della mia società: per molti è difficile pensare che una donna possa gestire una realtà imprenditoriale di successo, soprattutto qui nel profondo sud”.

L’affermazione di Passalacqua, più che a “concorrenti e invidiosi”, pare rivolta in questo caso agli inquirenti, accusati di maschilismo e sessismo per aver inserito tra le società colpite dall’indagine sul caporalato anche la “Valentina Passalacqua Srl”, che di fatto è intestata alla sola figlia di Settimio.

A smentirla ci sarebbe pure un video di La7 del 2015 in cui la vignaiola, che all’epoca preferiva forse farsi chiamare “imprenditrice agricola”, presenta le aziende di famiglia districandosi abilmente tra centinaia di ettari di uve, ortaggi e seminativi (vedi sopra, dal minuto 5.36).

Potrebbe allora essere vero anche il contrario, ovvero che il padre abbia usato Valentina e il suo “buon nome” per curare i propri affari, facendosi “scudo” con una donna? Ipotesi infondata e superficiale, al momento, almeno quanto il j’accuse della produttrice nei confronti delle forze dell’ordine e del Tribunale foggiano.

Non sorprende, a questo punto, vedere i vini di Valentina Passalacqua al supermercato, per l’esattezza alla Coop. Forse un modo, per la produttrice che vanta un “approccio biodinamico-olistico alla viticoltura”, per mostrare la propria formula di “imprenditoria femminile all’avanguardia nel territorio”. Oppure la via più breve per raggiungere l’obiettivo di “democratizzazione del vino naturale“, altro concetto repubblicano espresso appunto su Repubblica.

Domanda: saranno contenti di ciò il distributore italiano Les Caves de Pyrene, che continua a mantenere viva la collaborazione con l’azienda pugliese, o VinNatur, l’associazione fondata da Angiolino Maule a Gambellara, in Veneto, che raccoglie 131 vignaioli naturali con una media di 9 ettari di proprietà, tra cui proprio Passalacqua (che ne ha 80 di ettari)? Ai posteri l’ardua sentenza. Del resto, tra compagni, giusto darsi una mano. Se serve, pure due.

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Caporalato, Valentina Passalacqua tagliata da altri due importatori americani

Sembra giocarsi tutta fuori dall’Italia la partita a scacchi di Valentina Passalacqua con i mercati, a un mese dall’inchiesta sul caporalato che ha travolto il padre Settimio Passalacqua, a inizio luglio 2020. Dopo Zev Rovine Selections, la produttrice di vino naturale pugliese è stata tagliata dai cataloghi di altri due importatori americani. Si tratta di Jenny & François Selections di New York e di Dry Farm Wines, colosso da oltre 20 milioni di dollari di fatturato con sede a Napa, in California.

Diversa la situazione in Italia. Les Caves de Pyrene non si smuove di un millimetro dalla posizione garantista assunta nei confronti di Passalacqua sin dalle prime ore della bufera. La vignaiola, del resto, non è indagata. “Gli altri sono liberi di fare le scelte che ritengono più opportune”, commenta Claudio Bronzi, responsabile degli uffici di Rodello (CN) prima di passare la parola al titolare di Les Caves Italia, Christian Bucci.

“Fuori dai denti, il sentimento che mi pervade di più in questo momento è l’invidia – rivela Bucci a WineMag.it – nei confronti di quelle persone che sentono di avere già la verità in tasca. Questa vicenda mi lascia con zero certezze. Valentina Passalacqua sarà colpevole nel momento in cui qualcuno lo proverà: parlando con lei, ho sempre avuto rassicurazioni sul fatto che non c’entrasse nulla con le attività del padre”.

“Sono stato da lei in Puglia tre volte – continua il titolare di Les Caves de Pyrene Italia – un anno prima di iniziare a collaborare, poco prima dell’avvio della distribuzione dei suoi vini, ovvero un anno e mezzo fa e, infine, sette mesi fa. La situazione mi è sembrata molto diversa da quella descritta dagli inquirenti, ma è ovvio che in qualsiasi azienda che si visiti ti mostrino solo quello che vogliono farti vedere“.

Non me la sento di vestire i panni di giudice di Valentina. Cosa succederebbe se decidessi di chiudere con i vini di Passalacqua e lei fosse innocente? Anche per questo parlo di ‘invidia’, nei confronti di chi ha già certezze e ha fatto scelte diverse, come i distributori americani”.

Ciò non significa che non serpeggino dubbi, anche nella testa di Bucci (nella foto, sotto). “Più che fidarci delle persone non possiamo fare, in questo momento. Domani potremmo accorgerci di aver sbagliato, o magari di aver fatto bene”. D’altro canto, la vicenda Passalacqua non giova neppure a Les Caves de Pyrene”.

“Non lasciare Valentina è tutto tranne che una scelta legata all’economia della distribuzione – evidenzia ancora Christian Bucci a WineMag.it – anche perché stiamo subendo un danno di immagine importante a causa della vicenda. Il contraccolpo è pesante e la cosa più semplice sarebbe stata dissociarci, come hanno fatto altri: il punto è che non me la sento”. Una decisione condivisa con la la ‘casa madre’, Les Caves de Pyrene UK.

D’altro canto, è un’estate da dimenticare per la produttrice pugliese iscritta a VinNatur. All’inchiesta che vede protagonista il padre Settimio si è aggiunta in questi giorni la scomparsa della madre Grana Grazia in Passalacqua (nella foto, sotto) avvenuta il 5 agosto a San Nicandro Garganico (FG).

“Ha vissuto una vita al servizio degli altri, sempre come figura di sfondo, in un quadro in cui i personaggi principali erano altri, ben più forti e duri di lei“, ha commentato sui social la sorella di Valentina, Giuliana Passalacqua, allontanata dal nido famigliare dal padre Settimio ormai da diversi anni, a causa di numerose divergenze di vedute.

“Credo di aver solo mostrato come si fa ad essere liberi. Lei mi ha tanto invidiata in questa mia possibilità, non concessa al suo tempo…”, ha proseguito nel suo sfogo la sorella della produttrice pugliese, prima di condividere il testo della canzone “M’abituerò“, di Luciano Ligabue.

Parole che aiutano a comprendere quanto ingombrante fosse la figura di Settimio all’interno di un’anacronistica “famiglia del Sud Italia”, di stampo patriarcale.

Al papà, Valentina Passalacqua ha invece intitolato un vino, il Montepulciano biologico “Don Settimio“. Un modo come un altro, come spiegava nel 2011 Valentina Passalacqua a un giornale locale pugliese, per “creare una continuità ideale tra mia nonna Giulia e mia figlia Giulia. Passato e futuro. Radici e innovazione”.

Oggi tutto, comprese le mosse presso la Camera di Commercio di Foggia, fanno pensare a un cambio di rotta drastico. E al desiderio di togliersi di dosso qualsiasi connessione con un padre “caporale“, ancor presunto.

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Ecco il primo vino naturale in lattina: è “La Spettinata bianca” di Masseria La Cattiva

Ci voleva un birraio per il primo vino naturale in lattina d’Italia. Leonardo Di Vincenzo, fondatore di Birra del Borgo e tra i titolari della cantina Masseria La Cattiva di Sammichele di Bari, ha iniziato a commercializzare da qualche ora “La Spettinata bianca“, versione in lattina da 33 cl dell’omonimo rifermentato di Trebbiano in purezza.

Ebbene sì l’abbiamo fatto! La lattina ci ha sempre intrigato. Sarà perché ne amiamo la semplicità, o sarà perché è divertente e disinvolta come la Spettinata Bianca. Freschezza, mineralità e bollicine, fermentazione spontanea, zero solfiti aggiunti”.

Che i sette fondatori di Masseria La Cattiva fossero dei “bad boys” lo si è capito subito, dagli esordi. Ovvero da quel nome, scelto nel 2011, per marchiare il progetto enologico in Puglia: 3 ettari di vigneti, non lontani da Gioia del Colle.

In pochi avrebbero scommesso che Leonardo Di Vincenzo, Paolo Bertani, Alfredo Colangelo, Manfredi La Barbera, Loreto Lamolinara, Michael Opalenski e Marianna Pastore Bovio – tutti ex birrai – sarebbero arrivati a sfidare sino a tal punto l’ingessato mondo del vino italiano.

“Tecnica, consapevolezza e soprattutto coraggio nello sfidare qualche regola e sperimentare processi nuovi”, sintetizza il team di Masseria La Cattiva. Il primo vino naturale in lattina d’Italia, del resto, non poteva che nascere da menti libere da preconcetti e schemi precompilati.

I vigneti da cui prende vita “Spettinata in Lattina” si trovano a Sammichele di Bari, nei pressi della cantina. L’impianto risale al 2001 e, da allora, le piante non hanno visto che rame e zolfo. “In vigna lavoriamo tutto a mano, dalla gestione delle viti alla vendemmia”, precisano i neo vignaioli pugliesi.

È l’ex stalla della Masseria, edificio con 300 anni di storia riportato in vita dai sette giovani, a ospitale l’uva e la sala per la fermentazione e la vinificazione. Qualcosa di nuovo per gli ex birrai, ma non del tutto.

“Da quell’esperienza – precisano i fondatori de La Cattiva – ci portiamo dietro un tesoro enorme fatto di tecnica e consapevolezza. Molti dei nostri vini saranno quindi un po’ fuori dagli schemi, sfuggiranno a facili categorizzazioni”

“Alcuni saranno forse difficili da comprendere – avvertono – ma in fin dei conti saranno unici e, cosa ancor più importante, saranno i nostri vini, espressioni autentiche della vigna e del nostro carattere”. Da ieri anche qualcosa di più, destinata a entrare nella storia. “Spettinata” e in lattina.

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La Grande distribuzione come “arma” del vino italiano, contro dazi e virus: perché no?

EDITORIALE – Nel periodo più buio e incerto per il vino italiano dell’ultimo decennio, o giù di lì, i produttori del Bel paese – piaccia o no – hanno sotto gli occhi due assi che potrebbero giocare a loro favore anche in futuro contro dazi (che siano di Trump, Johnson o Putin, poco importa) e Coronavirus vari: sono l’e-commerce, ovvero la vendita di vino online – e la Grande distribuzione organizzata (Gdo), vale a dire il variegato mondo delle insegne di supermercati.

Se sul fronte dell’e-commerce le cose sembrano andare a gonfie vele, con tre quarti delle cantine italiane che sembrano aver scoperto solo oggi le miracolose “proprietà” terapeutiche di Google (per il business, s’intende) più difficile è immaginare una “manovra d’avvicinamento” a quella che – anche per demeriti propri – appare da sempre come il grande “nemico” dei produttori “di filiera”: la Gdo, per l’appunto.

Secondo il parere di Unione italiana vini (Uiv), e in particolare del segretario generale Sergio Castelletti, qualora gli Usa avessero applicati dazi al 100% sul vino italiano a gennaio, “per gli altri Paesi sarebbe impossibile assorbire il surplus” del Made in Italy enologico, derivante dalla mancata esportazione.

Quali armi hanno, dunque, i produttori italiani, per non ritrovarsi col cerino (anzi, il pallet) in mano, di fronte al prossimo flusso mestruale della politica internazionale o, peggio, di Madre (virus) Natura?

L’idea potrebbe essere quella di indire a livello ministeriale – ovviamente a emergenza Coronavirus superata – un tavolo di lavoro serio e propositivo, che abbia come finalità la convergenza d’intenti dei maggiori protagonisti della Grande distribuzione italiana e delle sigle di rappresentanza dei produttori di vino italiano, da Uiv alla Fivi (Federazione italiana vignaioli indipendenti), per citarne solo un paio.

Passando anche (perché no?) da un confronto con quelle associazioni di produttori di “vino artigianale” (o “vino naturale“, che dir si voglia) che, negli anni, hanno dimostrato apertura verso disciplinari di produzione che regolamentino l’artigianalità ben al di là del fanatismo, del cornoletame e delle “puzze” spacciate per terroir.

Il riferimento è a VinNatur di Angiolino Maule, protagonista tra l’altro di un progetto che, a Gambellara (VI), avvicina la produzione artigianale a quella di massa della cooperativa Vitevis, nel segno della fertilità del suolo e della biodioversità.

Del resto è ormai assodato, in Italia, l’interesse nei confronti dei vini naturali. Una nicchia (si parla di meno del 3% dei consumi totali) che la Grande distribuzione potrebbe sdoganare, dopo “bio” e “senza solfiti aggiunti“.

Dal canto suo, con tutti questi nuovi attori in gioco, la Gdo dovrebbe scendere a patti con chi, sino ad ora, non è riuscito a riconoscersi nelle politiche del segmento, specie sul fronte del pricing, dell’approvvigionamento e, non ultimo, della gestione dello stock allo scaffale.

Un’idea per accontentare tutti potrebbe essere quella di dedicare un vero e proprio spazio “enoteca” nei punti vendita, diverso dalla “corsia vini”: la convergenza attuale tra due concetti tra loro agli antipodi, spesso genera risultati imbarazzanti, fermandosi alla sola analisi delle referenze in assortimento.

Uno spazio, insomma, riservato alle produzioni di maggiore qualità, a cui conferire valore ben al di là della scelta dei materiali della scaffalatura: il legno al posto dell’alluminio non basta più.

In quest’area ben circoscritta, con politiche di “listing” non centralizzate dalla sede dell’insegna, ma lasciate alla sensibilità del responsabile – in modo da valorizzare, tra le altre cose, i vitigni autoctoni della zona in cui si trova il singolo punto vendita – potrebbero operare professionisti del settore, in grado di consigliare i clienti negli acquisti. Proprio come in enoteca.

Che vantaggi avrebbe la grande distribuzione? Facile: lo scontrino medio, alla voce “bevande alcoliche”, schizzerebbe alle stelle. E Gdo e Horeca smetterebbero (forse) di farsi la guerra, con una fetta di pane ciascuno. Sotto lo stesso tetto.

Un segnale ben chiaro della necessità di una maggiore collaborazione tra la filiera agricola – e dunque vitivinicola – e la Grande distribuzione si è palesata proprio in queste settimane di emergenza Coronavirus.

Come rivela Coldiretti, tra le imprese risparmiate dai Decreti anti Covid-19 in Italia, circa il 50% lavora per garantire le forniture alimentari alla popolazione. In soldoni, si tratta di oltre un milione di realtà, divise tra 740 mila aziende agricole, 70 mila industrie alimentari e 230 mila punti vendita tra ipermercati (911) supermercati (21101), discount alimentari (1716), minimercati (70081) e altri negozi (138 mila).

La filiera alimentare continua ad operare con 3,6 milioni di persone, con un valore dai campi agli scaffali pari a 538 miliardi di euro. Ovvero il 25% del Pil. Un sistema, il nostro, che poggia sull’agricoltura nazionale e si classifica al primo posto a livello comunitario per numero di imprese e valore aggiunto.

Merito dei primati produttivi che spaziano dal grano duro per la pasta al riso, dal vino ai prodotti ortofrutticoli, ma anche per la leadership nei prodotti di qualità come salumi e formaggi.

Per affrontare l’emergenza Coronavirus e “costruire il futuro” – parole di Coldiretti – è nata proprio in questi giorni, non a caso, “l’alleanza salva spesa Made in Italy” con agricoltori, industrie alimentari e distribuzione commerciale impegnate a “garantire regolarità delle forniture alimentari agli italiani e combattere qualsiasi forma di speculazione sul cibo, dai campi alle tavole”.

Un progetto promosso da Coldiretti e Filiera Italia, insieme ai maggiori gruppi e insegne della distribuzione organizzata: Conad, Coop, Auchan, Bennet, Cadoro, Carrefour, Decò, Despar, Esselunga, Famila, Iper, Italmark, Metro, Gabrielli, Tigre, Oasi, Pam, Panorama, Penny Market , Prix, Selex, Superconti, Unes e Vegè. A quando un grande, rivoluzionario, “Patto sul vino di qualità“, vero simbolo e portabandiera del Made in Italy?

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Viniveri, annullata la fiera 2020 di Cerea: “Decisione necessaria”

Annullata l’edizione 2020 di ViniVeri, la storica manifestazione italiana di vini e prodotti alimentari “ottenuti da processi naturali“, organizzata annualmente a Cerea (VR). La XVII edizione si terrà dunque nel 2021.

“Stiamo vivendo giornate e circostanze eccezionali – commentano gli organizzatori – e la consapevolezza della gravità dell’emergenza sanitaria dovuta agli effetti del Coronavirus (Covid-19) che sta colpendo il territorio nazionale e molti stati in Europa e nel mondo, ci porta a prendere questa sofferta, difficile ma necessaria decisione“.

“Lo facciamo – dichiara Paolo Vodopivec, presidente del Consorzio ViniVeri – perché riteniamo fondamentale la tutela e la serenità sia dei produttori provenienti da tutt’Italia e da Francia, Slovenia, Croazia, Austria, Spagna e Portogallo, ma anche, e soprattutto, dei tantissimi operatori e appassionati di vino naturale che ogni anno affollano l’Area Exp ‘La Fabbrica’ di Cerea”.

“Una scelta condivisa all’unanimità da tutti i vignaioli del Consorzio Viniveri – spiega ancora Vodopivec – il nostro piccolo contributo di produttori artigiani ad un’azione collettiva virtuosa che sta impegnando tutti gli italiani”.

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Giampaolo Tabarrini, il vignaiolo alieno. Nuova cantina “spaziale” a Montefalco

Barba incolta, fisico asciutto. Un’allergia manifesta per camicie e cravatte: meglio una felpa e dei comodi jeans. Dettagli fuorvianti quelli che, a prima vista, fanno somigliare Giampaolo Tabarrini più a un vignaiolo del Kakheti – tutto qvevri, Rkatsiteli e Saperavi – che all’alieno che dimostra d’essere, mentre racconta come stia trasformando la sua cantina in un concentrato di avvenirismo e tecnologia. Montefalco come Cape Canaveral, o giù di lì. Per l’esattezza è la frazione Turrita a ospitare “l’Area 51” del vino italiano.

Piaccia o no a Steven Spielberg, E.T. pare un pivello al cospetto di G.T.: Giampaolo Tabarrini, per l’appunto. “L’incoscienza consapevole è la madre di tutte le grandi opere – commenta il vignaiolo alieno durante la visita di WineMag.it alla nuova struttura – e la tecnologia offre un sostegno indispensabile al processo super customizzato, che ha come obiettivo l’esaltazione dell’artigianalità del vino”.

Nulla di meglio per sintetizzare un progetto di 5 mila metri quadrati su tre piani, pensati e realizzati a braccetto con gli architetti Andrea Balletti e Andrea Sabbatini (studio Balletti+Sabbatini di Massa Martana – PG).

Spazi ampi, che consentirebbero al grande interprete del Sagrantino di produrre 1,5 milioni di bottiglie, a fronte delle 60 mila attuali, con 16 ettari di vigneto. “Numero che non è destinato a crescere, se non di altre 20 mila bottiglie, con l’entrata in produzione dei nuovi impianti”, assicura l’enologo Alessandro Meniconi. La struttura, così spaziosa (2.200 metri quadrati di pavimento lucidato) serve a ben altro.

Ad accogliere gli ospiti, appena al di là dell’ingresso, sarà la cucina del bistrot, con bancone americano da 25 sedute, intervallate da piante di limoni. Lo gestirà Federica, moglie di Giancarlo Tabarrini, che servirà i prodotti dell’azienda agricola, dagli ortaggi ai salumi. Piatti semplici ma deliziosi, per chi prenota la visita con degustazione.

Grande attenzione al servizio e, in particolare, ai calici. Saranno tutti custoditi in una “rastrelliera” realizzata su misura, con sistema di asciugatura e aerazione “anti straccio”. Accanto al bistrot, una serie di tavoli e sedute per testare i vini in vendita nel wine shop, circondato da luminose vetrate.

Atmosfera calda e rilassata, grazie al camino con ventole per l’aspirazione dei fumi, per godersi l’effetto “relais” senza scherzi per l’olfatto, durante il tasting. Giampaolo Tabarrini un po’ alieno e un po’ Steve Jobs: in quest’area sarà come entrare in un Apple Store. Ma al posto dei cellulari ci sarà il vino.

Ogni singola postazione sarà infatti connettibile a smartphone e tablet dai clienti, mediante sistema Nfc, lo stesso scelto da Walter Massa per i tappi “intelligenti” del suo Derthona. Fondamentale anche il ruolo della luce.

Un sistema di faretti integrati nel soffitto (500 metri di cavi) renderà regolabili i toni del bianco, in base alle condizioni dell’esterno. L’obiettivo? Far sentire chi degusta un tutt’uno con la natura circostante, seguendo i cicli delle stagioni.

Un lungo corridoio collegherà l’area ristoro e il wine shop alla sala per eventi e cerimonie, con vista sulla stanza destinata all’appassimento delle uve di Sagrantino. Ci sarà spazio per 500 sedute al coperto. Un record per una cantina del centro Italia.

L’enologo Alessandro Meniconi mostra alcune funzionalità del tablet in cantina

Il cuore della struttura resterà la vecchia torre, dalla quale si potrà accedere grazie a un badge alla parte superiore. Qui saranno ospitati gli uffici e alcune suite, con vista (e accesso) a un tetto sui generis, che ospiterà il giardino pensile e diversi appezzamenti di terreno adibiti ad orto, funzionali al bistrot.

La coibentazione e impermeabilizzazione dell’intero edificio ha richiesto, per questo, 3 mila metri quadrati di guaina di poliurea. Nei sotterranei sorge invece la cantina, unica area ormai ultimata, nel 2015. Si cambia spazio, ma non la musica. Anche qui, nella zona più cara al vignaiolo alieno, è tutto un luccicare della “Giampaolo Tabarrini philosophy“.

Luci intercambiabili, domotica, tablet, smartphone e app per controllare tutto, o quasi: dal colore emesso dai faretti ai sistemi di lavaggio delle vasche e dei legni, passando per l’archivio e l’area destinata a “I vini degli Amici” produttori. Senza tralasciare la gestione dell’areazione e lo stock a pallet, collegato ai singoli ordini e fatture.

Un progetto che sta assorbendo ormai da anni energie e ingenti risorse finanziarie del vignaiolo di Montefalco, che non per questo dimentica la vigna. Anzi. “La tecnologia ci aiuta a perfezionare tutto quello che abbiamo in testa e che non siamo in grado di seguire e monitorare con la stessa attenzione e velocità del pensiero”, sottolinea Tabarrini.

Ingegnerizzare la cantina non significa perdere qualcosa in termini di artigianalità. Come puoi pensare di essere naturale e tradizionale e non avere un sostegno tecnologico? È una puttanata! Perché prima o poi, da qualche parte scappellerai e giustificherai l’errore con la naturalità. Una puttanata, ripeto”.

Puzzette, volatili e altri difetti non sono sinonimi di naturalità, bensì di errori umani: qualcosa che non doveva succedere è successo. Più vogliamo essere estremi nel modo di fare vino, più dobbiamo essere sicuri, anzi certi, di eliminare le possibilità di errore”.

Anche su questo fronte, Giampaolo Tabarrini ha trovato conforto nella tecnologia, in cantina. “Abbiamo impostato un sistema di supervisione di fermentazione dinamica – annuncia a WineMag.it – che ci consente di gestire lo stato fermentativo del vino in base a una serie di parametri registrati in annate analoghe”.

In parole semplici, il vignaiolo di Montefalco è in grado di gestire in maniera scientifica l’avvio, la tumultuosa e la coda della fermentazione sulla base dei dati raccolti nelle precedenti vendemmie, ritenute similari. Un sistema di “alert” permette di intervenire per tempo, in caso di difformità rispetto alla curva di fermentazione impostata.

“Poter fare meglio di ieri è il motivo per cui mi sveglio la mattina”, commenta senza mezzi termini Tabarrini, che si toglie qualche sassolino dalla scarpa: “Io spesso mi incazzo e litigo con chi parla di ‘vini veri‘ e ‘vini naturali‘, per due motivi: gli altri sono falsi? Sono di gomma? Il vino non nasce in natura. E può anche succedere che se ci mettiamo a sedere col calice, questa gente piglia boccatoni!”.

Il vino è un prodotto frutto della cultura dell’uomo e la cultura è conoscenza. Avete mai visto una mucca, un cane, una lepre o una volpe bere vino, sotto a una pianta? Se dai il vino a un cane, non lo beve. Nessun animale berrebbe vino.

Significa che non è un prodotto della natura! L’unica bestia che lo consuma è l’uomo. Quindi il vino è un prodotto dell’uomo, non della natura. Dire che un vino è naturale è una presa per il culo allucinante”.

Continua Tabarrini: “Più è alta la cultura dell’uomo che fa vino, più alto sarà il livello qualitativo del vino che quell’uomo ti presenterà. Non c’è altro modo di descrivere un processo di trasformazione: l’uva, in natura, non diventa vino. E pure per l’aceto ci vuole l’intervento umano, per non fare una ciofeca. La tradizione è la somma delle conoscenze e l’artigianalità è tradizione e conoscenza”.

Da qui l’idea di mettere a disposizione della natura, ovvero dei 16 ettari di vigneti di proprietà, una cantina iper tecnologica, in grado di valorizzare la materia prima della vigna: “Oggi mi definisco ‘vignaiolo produttore di vino, rubato temporaneamente all’agricoltura’ da questo importante progetto della nuova cantina”.

“Il mio lavoro di sempre – aggiunge Tabarrini a WineMag.it – e quello che a me piace fare è in vigna. Perché sono pignolo, non ho voglia di non seguire la nascita, la crescita e la maturazione di un ambiente per me fondamentale”. E sbaglia chi pensa che, a cantina ultimata – entro il 2021-2022 – Tabarrini si godrà i frutti, magari accanto al figlio Filippo, 17enne che inizia a muovere i primi passi tra vigna e tini (e tablet).

“Il nonno mio diceva sempre: ‘Finita la gabbia, morto l’uccello’. Sta cosa mi romperebbe un po’ li coglioni, quindi… Niente inaugurazione o tagli del nastro! Credo che tutte le opere belle siano incompiute: si finiscono step, non progetti. È bello anche ricominciare e mettere tutto in discussione”. Punto e capo, per ricominciare. Sempre.

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Onav pensa a un corso sui vini naturali, espressione dei vignaioli “anarchici”

FOGGIA – Un corso dedicato ai vini “non convenzionali“: naturali, biodinamici, ancestrali. Ci sta pensando Onav, l’Organizzazione nazionale assaggiatori di vino. Ad aprire alle nuove frontiere della viticoltura è il direttore nazionale Francesco Iacono, intervenuto il 19 febbraio all’Università degli Studi di Foggia al convegno “I vini non convenzionali. Nuove filosofie ed approcci metodologici alle produzioni vitivinicole”.

Accanto a Iacono – membro tra l’altro del Comitato scientifico Onav – Enzo Mescalchin del Dipartimento Ambiente e agricoltura di montagna della Fondazione Edmund Mach di San Michele all’Adige (TN). Tra i relatori anche Antonio Seccia e Giuseppe Lopriore, docenti del Dipartimento di Studi Umanistici e del Dipartimento di Scienze Agrarie del polo universitario pugliese.

“La nostra organizzazione, sin dalla sua fondazione nel 1951, ha come finalità la conoscenza del vino approfondita dal punto di vista della degustazione e di ciò che sta dietro alla bottiglia. Per questo abbiamo deciso di sviluppare anche il tema del vini non convenzionali, che definisco quasi ‘anarchici’“, riferisce il portale online ufficiale dell’Onav, riportando le parole pronunciate da Francesco Iacono al convegno.

“Un’anarchia – continua Onav News, nell’articolo firmato da Guido Montaldo – intesa nella migliore accezione, che sta a significare, secondo la definizione di Pierre Joseph Proudhon, il rispetto dell’individualità delle scelte e delle decisioni del produttore. Su questo tema Onav sta già studiando un corso dedicato”.

“C’è ancora il preconcetto da parte di molti che il vino naturale significhi rifiuto della scienza e assecondamento del corso della natura – ha aggiunto Iacono – ma non è così. Produrre un vino non convenzionale oggi significa avere una perfetta padronanza della fisiologia della vite e dell’enologia, per intervenire il meno possibile con l’obiettivo di ottenere un vino espressione di un terroir e di una filosofia produttiva precisa”.

“Un tema attuale – conferma Onav News – sul quale è già allo studio un corso Onav dedicato. Una definizione forte per una tematica di grande attualità: la realtà dei vini non classificabili in modo convenzionale”.

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