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Carta del vino calabrese oltre Cirò: i tesori della regione, da Palizzi a Cosenza

Le ruote della Fiat Panda sbattono violentemente sui grossi massi della strada sterrata. Seconda marcia ingranata, in salita. Il motore urla, tra una botta e l’altra. Si arriva in cima tra lo stralunato e il divertito. Come dopo un giro in giostra. Tra una buca e l’altra, schivate d’un soffio, tocchi terra e ti senti Cristoforo Colombo. Dietro, solo la polvere.

“Eccolo. Lì c’è il più grosso, lo vede?”. Scende serafico dalla sua auto-carro armato il professor Orlando Sculli, abituato com’è ad arrampicarsi tra le mulattiere del Reggino. Col dito indica qualcosa costruito con la pietra scura, nascosto dalla sterpaglia ingiallita dal sole.

Uno straordinario palmento, sotterrato dalle erbacce secche. Qualcosa che, dopo due settimane di peregrinazioni tra vigneti e viticoltori calabresi, pare sintetizzare al meglio lo stato di fatto della Calabria del vino.

L’immagine più fulgida di una terra dagli immensi tesori nascosti, coperti dalla noncuranza, dall’incapacità di fare sistema. Dalla timidezza imprenditoriale “suggerita” dalla presenza della ‘ndrangheta.

Tesori a disposizione di tutti, che è possibile scoprire solo “per caso”, dopo aver percorso strade impervie e costellate da segnali inquietanti. Come le cancellate improvvisate dai pastori, lungo le strade pubbliche, nelle campagne del circondario di Ferruzzano (RC).

Proprio lì si “nascondono” oltre 700 palmenti abbandonati. Un calcolo a cui è giunto proprio il temerario professor Sculli, dopo anni di studi autofinanziati e chilometri percorsi a rincorrere il proprio amore per la verità e la storia.

Fil di ferro e barriere sulle strade di tutti (in realtà di nessuno). Là in mezzo ai campi, le numerose testimonianze di quanto la Calabria sia stata “culla della viticoltura” italiana, sin dai tempi antichi.

Lo sa bene il vignaiolo Santino Lucà, che venti chilometri più a nord di Ferruzzano sta combattendo un’eroica battaglia, pressoché solitaria. “Prima qui c’erano tutte vigne – dice col finestrino abbassato, indicando le aspre colline del Comune di Bianco – ora invece tutti si danno al bergamotto, molto più redditizio”.

Un’onda verde, quella dell’agrume utilizzato in profumeria per il suo pregiato olio essenziale, che si solleva da Villa San Giovanni, 13 chilometri a nord di Reggio Calabria, e raggiunge Monasterace, interessando tutta la costa meridionale della Calabria. Per oltre 150 chilometri.

“C’è troppo lavoro da fare in vigna rispetto ai campi di bergamotto – evidenzia Lucà – e poi qui i vini vengono forti. Il trend mondiale, ai giorni nostri, è quello di vini a bassa gradazione. Per questo tutti stanno abbandonando il vigneto. Un vuoto che diventa terra fertile per l’industria del bergamotto”.

Attorno a Santino Lucà lavorano incessantemente ruspe, escavatori e rulli, utili a preparare il terreno per i nuovi impianti di Citrus bergamia. Ma Lucà resiste, nel labirinto di Cnosso della sua Bianco. Anzi, rilancia: ha in programma nuove acquisizioni e la realizzazione di una sala degustazione e accoglienza, tra i vigneti.

“La tradizionale produzione di Greco di Bianco o Mantonico passito – spiega – è messa a dura prova. Il futuro della viticoltura in quest’area si deciderà nell’arco dei prossimi 20 anni, un po’ come in tutta la Calabria”.

Eppure, di vini e di esempi di viticoltura eroica è piena questa terra baciata dal sole, in cui convivono il più aspro e asciutto e il più montano e rigoglioso dei paesaggi. Dalle vigne a picco di Palizzi (RC), sulla punta meridionale della regione e del continente Europa, si vede il mare all’orizzonte.

Bisogna essere un po’ geni e un po’ “folli”, come Nino Altomonte, per pensare di mettere le radici tra le “timpe”, i pericolosi costoni su cui affondano le radici i vigneti. “Sono il re delle timpe“, scherza Altomonte, mentre mostra le piante di Nerello Mascalese, Nerello Calabrese, Inzolia, Malvasia e Moscato Bianco. È qui che si produce uno dei vini di maggiore qualità dell’intera Calabria: il Palizzi Igt.

Vitigni resi celebri dal fenomeno Etna, come il Nerello, si trovano anche in provincia di Catanzaro. Lo sa bene Vittorio Corasaniti, collaboratore di Santino Lucà che tra le montagne di Davoli, in località Ziia, ha individuato un vigneto storico, con piante ad alberello di 70 anni, a piede franco.

“Si tratta dell’eredità di un vignaiolo di 92 anni, scomparso di recente”, spiega Corasaniti. Evidente il filo invisibile che segna una continuità morfologica e ampelografica tra il vulcano siciliano e il sud della Calabria. “In 25 minuti di elicottero saremmo sull’isola”, sottolinea Corasaniti.

L’origine del terreno è differente, così come il microclima. Ma pare davvero di essere sulla “Muntagna”, mentre si cammina tra le piante antiche di Nerello, Greco Bianco, Guardavalle, Greco nero (Magliocco) e “Castiglione”, noto anche come Tsirò (Gaglioppo). Veri e propri monumenti naturali, salvati dalla scomparsa.

COSTA TIRRENICA E COSENTINO IN FERMENTO

Ma non è solo la Costa Ionica calabrese a riservare sorprese. C’è gran fermento nella zona tirrenica, in provincia di Vibo Valentia. Si chiamerà Costa degli Dei la nuova Doc pronta a nascere per iniziativa di Cantine Artese, Casa Comerci, Marchisa, Cantine Benvenuto e Cantina Masicei.

Poco meno di 400 gli ettari complessivi. Il cuore della nuova Denominazione sarà il Comune di Nicotera, con 167 ettari (63,67 rivendicabili). Segue Drapia, con 105 ettari, di cui 61,65 rivendicabili. Terzo gradino del podio per Limbadi, con 52,46 rivendicabili sui 105 complessivi.

Sono ben 38, tuttavia, i Comuni vibonesi potenzialmente interessati dalla nuova Doc del vino calabrese. Si punterà tutto sul Magliocco Canino per i rossi e sullo Zibibbo per le varietà a bacca bianca. “Quello che speriamo di ottenere – spiega Cosmo Rombolà di Cantina Masicei – è uscire da questa sorta di anonimato che contraddistingue la parte tirrenica della regione, nota più che altro per la bellezza delle sue spiagge”.

E a crescere, con un numero sempre maggiore di aziende capaci di imporsi sui mercati (non solo nazionali) con etichette di qualità, è anche la provincia di Cosenza. Merito di vignaioli come Dino Briglio, che con L’Acino Vini sta portando San Marco Argentano in tutto il mondo.

“In particolare – spiega Briglio – è il Giappone che sta dando grandissime soddisfazioni non solo per il Magliocco, vitigno principe di questa zona, ma anche per le altre varietà”. Stesso imprinting per Masseria Perugini, il regno di Giampiero Ventura, che conduce l’azienda assieme alla compagna Daniela De Marco e al socio Pasquale Perugini.

“L’idea – spiega Ventura – è portare avanti un’idea di Calabria costruita sui capisaldi delle origini. Non vorremmo andare avanti, ma tornare indietro, per raccontare in maniera autentica la nostra terra, nel calice”. Ecco spiegata la scommessa Guarnaccino, vitigno autoctono su cui sta puntando moltissimo Masseria Perugini, reimpiantandolo.

Sempre nel Cosentino, per l’esattezza a Malvito (CS), Tenute Pacelli pare invece un’isola a metà tra la Toscana e la Calabria, con qualche contaminazione campana. Agli originari Sangiovese, Canaiolo e Malvasia vengono affiancati Barbera, Trebbiano toscano e Vermentino.

Poi Calabrese, Syrah, Fiano, Magliocco, Cabernet Sauvignon e Greco di Bianco. Eppure, uno dei simboli di questa cantina calabrese “al femminile” è il Riesling. Un vitigno in cui credono molto Carla e Laura, figlie di Clara (di origine istriane) e dell’ex avvocato Francesco.

Ottimi i risultati ottenuti con il Metodo classico, da un vigneto dedicato. Ad accogliere i visitatori, lungo la stradina che conduce alla cantina, è infatti il cru di Riesling che prende il nome dall’erede della famiglia, Zoe.

Una realtà, Tenute Pacelli, in fase di profondo ammodernamento e ampliamento, che toccherà il suo apice al termine dei lavori di realizzazione delle nuove “ali” dell’elegante casa coloniale, immersa tra i vigneti, a due passi dalla cantina.

Punta tutto su Magliocco e Greco bianco un’altra cantina al passo coi tempi, nel Cosentino: Tenuta Celimarro, non lontana da Castrovillari (CS). Un’azienda che ha beneficiato dell’impulso del giovane enologo Valerio Cipolla, che nel 2013 ha cambiato le sorti dell’azienda, dando vita a un brand fondato su “Arte, Amor, Vino e Bellezza”.

CIRÒ, EMBLEMA DEL VINO CALABRESE

Gli investimenti sui vitigni internazionali, accostati alla valorizzazione degli autoctoni e alle continue sperimentazioni in vigna, trovano pieno compimento in una realtà divenuta sinonimo di Calabria, che proprio a Cirò Marina ha sede, dagli anni Cinquanta. Si tratta di Cantina Librandi.

La cittadina della costa ionica, nonché la pittoresca Cirò, situata in posizione più elevata rispetto alla “sorella” baciata dal mare,  può essere il punto di arrivo o quello di partenza di un tour del vino calabrese.

Tra le tappe da non perdere, proprio la vinicola dei Librandi, la cui storia ha inizio alla metà dello scorso secolo e continua oggi, con Nicodemo Librandi al timone assieme ai figli Raffaele e Paolo e ai cugini Francesco e Teresa, figli dello scomparso Antonio Librandi, fratello di Nicodemo.

Sono ormai diventate 6 le tenute di proprietà della famiglia, per un totale di circa 350 ettari: 232 vitati, 80 a uliveto e i restanti boschivi. Dal primo imbottigliamento dei vini a base Gaglioppo e Greco Bianco, nel 1953, la piccola cantina di via Tirone si è allargata a macchia d’olio. Con essa la popolarità del vino calabro.

L’acquisto nel 1955 dell’azienda Duca Sanfelice, in località Ponta, all’interno della Doc Cirò, anticipa l’inaugurazione del nuovo stabilimento produttivo in Contrada San Gennaro, nel 1975.

Il Duca Sanfelice Cirò Rosso Riserva fa il suo debutto sul mercato nel 1983, anno in cui si comincia a parlare davvero di vino calabrese nel mondo, grazie proprio a questa etichetta.

Nel 1985 i Librandi inglobano l’azienda Critone, a Strongoli. E nel 1988 escono le prime annate di “Gravello“, “Critone” e “Terre Lontane“: altri tre vini che hanno fatto la storia dell’azienda e della Calabria vitivinicola.

Nel 1997 il portafogli si allarga all’azienda Rosaneti, dove si concretizza la svolta sui vitigni autoctoni, idea da subito condivisa da Donato Lanati, al quale l’anno successivo viene affidata la conduzione tecnica della cantina.

Ma se oggi Cirò è presente sulle carte dei vini dei migliori ristoranti del mondo, lo si deve anche ai vignaioli della Cirò Revolution, autori di una sferzata decisiva alla Doc costituita nel 1969. Il profondo rispetto per il Gaglioppo lega i produttori aderenti a un movimento compatto e tenace, ormai internazionalmente riconosciuto.

In ogni calice della Cirò Revolution – cui ha contribuito in maniera determinante ‘A Vita di Francesco Maria De Franco – c’è l’essenza del vignaiolo che la produce. Si va dai vini coraggiosi e scalpitanti di Mariangela Parrilla (Tenuta del Conte), alle interpretazioni millimetriche di Cataldo Calabretta. Due modi diversi di rappresentare l’anima più vera del Gaglioppo.

Espressioni condensate nei vini di Sergio Arcuri, autore di uno dei rosati migliori d’Italia, “Il Marinetto“. Non a caso c’è tanta Calabria (e tanta Cirò) nella “Top 100” 2019 stilata da WineMag.it.

La Calabria ha tutte le carte in regola per guadagnare ulteriore spazio nella geografia enologica italiana e internazionale, proprio per la capacità di accostare il savoir-faire di grandi e piccoli produttori.

Tra i migliori assaggi nella regione anche quelli di Ippolito 1845, cantina che – come Librandi – ha saputo rimanere al passo coi tempi e interpretare bene, nell’ottica della qualità, i differenti canali di vendita (Gdo e Horeca).

Regina della Grande distribuzione, nell’areale di Cirò, è Caparra & Siciliani, capace di firmare bianchi e rossi dall’invidiabile rapporto qualità prezzo, nel rispetto del vitigno e nel segno della responsabilità sociale. La stessa filosofia che contraddistingue Cantine Zito, a Cirò Marina.

Accanto ai “big”, ecco le nuove leve. Come Francesco Esposito (Esposito Vini) che si districa bene tra vitigni internazionali ed autoctoni e ha dato un’impronta moderna all’azienda di famiglia. Un vero e proprio vulcano di idee, Francesco, che con competenza porterà la cantina a crescere e a posizionarsi meglio sul mercato, nei prossimi anni.

Così come è destinata a imporsi anche un’altra realtà di Cirò Marina: Cantina Enotria, che da 3 anni ha iniziato un nuovo corso della propria storia, con importanti investimenti e l’ingresso nel team dell’enologo Tonino Guzzo.

Interessante la gestione delle linee Igt e Doc. La prima, nel segno della tradizione e dei vitigni autoctoni, esprime appieno il territorio. La seconda guarda all’estero, ma senza snaturare la tipicità del Gaglioppo e del Greco.

IL VINO CALABRESE IN QVEVRI GEORGIANE

Ma la vera e propria ventata di novità nel vino calabrese soffia poco lontano da Cirò, a San Nicola dell’Alto (KR). Qui, Michele, Gianni e Nicola realizzano vino in qvevri della Georgia, ovvero in anfore interrate. Il nome scelto per questo curioso progetto, non a caso, è Menat: “Domani” nella lingua della comunità locale arbëreshë.

Quella del 2019 è stata la seconda vendemmia per il trio di giovani. Solo Gaglioppo e Greco Bianco da vigneti dell’areale di San Nicola dell’Alto, Comune di 800 anime arroccato sopra Cirò e Melissa.

Spettacolare l’ettaro e mezzo in contrada Fragalà, località nota per l’eccidio del 1949. “Qui i contadini si sono guadagnati la terra col sangue”, ricordano i promotori di Menat.

Tanti progetti per il futuro e la convinzione che il vino debba essere “naturale, senza la minima aggiunta di chimica, ma senza difetti e di gran bevibilità”. La prova del calice convince su tutta la linea di questa nuova cantina (tre etichette), che registra una produzione complessiva inferiore alle 2.500 bottiglie.

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***DISCLAIMER*** Si ringraziano le aziende per l’ospitalità assicurata in Calabria a WineMag.it, utile a coprire solo in parte la realizzazione del reportage. I commenti espressi su cantine e vini sono comunque frutto della completa autonomia di giudizio della nostra testata, nel rispetto assoluto dei nostri lettori

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Sorgentedelvino Live: a Piacenza 800 vini bio e biodinamici. Focus sui vini calabresi

PIACENZA – Da sabato 10 a lunedì 12 febbraio 2018, a Piacenza Expo, 150 vignaioli italiani ed europei presentano i propri vini “da agricoltura biologica, biodinamica e sostenibile”.

Particolare attenzione sarà dedicata ai vini della Calabria. Una regione tutta da scoprire nel panorama enologico italiano.

Gli stand saranno aperti sabato 10 febbraio dalle 12 alle 18, domenica 11 febbraio dalle 10 alle 18 e lunedì 12 febbraio dalle 12 alle 18 (ingresso 15 euro).

Per gli operatori Horeca (ristoratori, enotecari, addetti ai lavori) sono previste modalità di accesso agevolate, previa registrazione entro lunedì 5 febbraio 2018 sul sito www.sorgentedelvinolive.org.

L’EVENTO
Sorgentedelvino Live è dal 2008 sinonimo di assaggi, degustazioni, incontri. Con la possibilità di acquistare direttamente dal produttore. “Il modo migliore per scoprire il vino che si affida alla natura, per arrivare dall’uva alla bottiglia”, assicurano gli organizzatori Paolo Rusconi, Barbara Pulliero e Francesco Amodeo.

“In queste dieci edizioni di Sorgentedelvino Live – continua l’organizzazione –  abbiamo fatto conoscere tanti vignaioli, ma sono sempre più numerosi i produttori che scelgono la strada delle ‘vinificazioni all’antica’. Abbiamo osservato anche un netto miglioramento della qualità, segno di una maggiore padronanza delle tecniche di vinificazione sia da parte dei vignaioli più affermati che da parte dei tanti giovani che si sono avvicinati a questo lavoro”.

Gli oltre 800 vini proposti in assaggio a Sorgentedelvino Live rappresentano “un vero e proprio viaggio del gusto capace di sorprendere anche i winelover con più esperienza”. Ma perché portare in tavola vini naturali?

“Sono più buoni sia in bocca che con l’ambiente, tutto qui!”, risponde il team di Sorgentedelvino Live. Oltre ai vini sono stati selezionati prodotti tipici di “artigiani del cibo”: formaggi, salumi, conserve, dolci e tante altre golosità.

FOCUS SULLA CALABRIA: I PROTAGONISTI
La punta dello stivale d’Italia è sulla scena enologica nazionale con un ruolo sempre più di rilievo, con una produzione vinicola dall’ottimo rapporto qualità-prezzo, estremamente legata al territorio.

Quest’onda di cambiamento, partita dai vignaioli della Cirò Revolution, ha contagiato tutta la Calabria. E a Sorgentedelvino Live si potranno gustare i vini dei principali territori calabresi: da Cirò all’Aspromonte e al Pollino, i prodotti tipici di agricoltori e allevatori che hanno scelto “il rispetto per l’ambiente e il recupero delle tradizioni”.

La Calabria si presenterà al gran completo con i suoi vini, accompagnati da ‘nduja, ciccìa, maccarruni, pecorino, formaggi di capra e molto altro. E insieme ai sapori, il ritmo dei tamburelli e dalla musica “arcaica” della zampogna, con il suonatore popolare Giuseppe Ranieri in trio e le struggenti e impressionanti immagini fotografiche di Marco Zanella (Cesura), uno dei più interessanti collettivi fotografici sulla scena italiana.

Da San Marco Argentano (CS) in arrivo i vignaioli L’Acino, Ciavola Nera e Masseria Perugini. Dalle terre di Saracena, ancora in provincia di Cosenza, portano i propri vini Cantine Viola, Diana e Giuseppe Calabrese.

Ed ecco anche i protagonisti della Cirò Revolution, accompagnati da nuovi compagni di strada: A Vita, Sergio Arcuri, Cataldo Calabretta, Cote di Franze, Fezzigna, Scala Tenuta del conte.

Scendiamo verso la punta dello stivale per incontrare i vini di Altomonte e Cantine Lucà dalla provincia di Reggio Calabria. Accanto a loro i sapori tipici di Agriturismo il Biscardino, l’olio extravergine d’oliva di Timpa dei Lupi e i formaggi dei piccoli caseifici Santanna e Masseria de Tursi.

Nella giornata di domenica, a Sorgentedelvino Live è prevista una degustazione guidata attraverso i vini calabresi condotta da Matteo Gallello di Porthos (posti limitati, prenotazione consigliata) e un incontro di approfondimento dedicato all’antica tradizione del “Moscato di Saracena” a cura di Claudio Viola.

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