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Vini vulcanici italiani: Casa Setaro si mette sulle spalle il Vesuvio e propone il primo “vino di contrada”

Vini vulcanici italiani Casa Setaro si mette sulle spalle il Vesuvio e propone il primo vino di contrada massimo setaro Contradae 61·37

EDITORIALE – Casa Setaro, cantina gioiello di Massimo Setaro, si mette sulle spalle il Vesuvio e propone il primo “vino di contrada” del territorio. Un passo solitario coraggioso, che vuol essere d’esempio verso l’ufficiale zonazione del vulcano campano, unica arma in mano ai viticoltori locali per alzare l’asticella della qualità e dei prezzi delle uve. Una mossa che contribuirebbe al definitivo riconoscimento internazionale dei vini del Vesuvio, sulla scorta di quanto già fatto in Sicilia dall’Etna.

Contradae 61·37” è un vino bianco a denominazione Vesuvio Doc, vendemmia 2019, che contiene nel suo nome la mancanza di visione che da decenni attanaglia la politica del vino campano (e vesuviano). I numeri “61” e “37” sono infatti un ripiego.

Un vero e proprio escamotage, col quale Massimo Setaro designa, legalmente, Bosco del Monaco, la “contrada” di Trecase da cui nasce il vino. Una “sottozona” non menzionabile in maniera esplicita in etichetta, proprio per via della mancanza di una zonazione ufficiale.

IL NUOVO VINO DI CASA SETARO ISPIRA IL VESUVIO ALLA ZONAZIONE

Al momento, la Doc Vesuvio conta infatti sulla sola distinzione tra l’Alto Colle Vesuviano, che identifica i vigneti oltre i 200 metri sul livello del mare, e il Versante Sud-Orientale, che guarda il mare. Ecco dunque un aiuto dalla Smorfia napoletana, secondo cui il numero 61 rappresenta il Bosco; e il numero 38 il Monaco.

Una scelta – commenta Massimo Setaro in esclusiva a winemag.it – nata dall’impossibilità, secondo il disciplinare oggi vigente, di denominare questo vino con la parola “contrada”. Per ora abbiamo fatto presente la questione e ne abbiamo discusso anche nell’ambito di un recente convegno organizzato con Confagricoltura. Era invitato anche l’assessore all’Agricoltura Nicola Caputo, che tuttavia non si è presentato».

«Faremo altri convegni sul tema – continua il patron di Casa Setaro – poiché il territorio lo merita. Per la sua eterogeneità, è giusto che siano riconosciute almeno le “contrade” del Vesuvio. Ci auguriamo di vincere anche questa battaglia, ricordando come il Caprettone (varietà di cui la cantina può essere considerata pioniera, ndr) non fosse riconosciuto come vitigno e lo è diventato solo nel 2014».

CONTRADAE 61·37, IL VINO “DI CONTRADA” DI CASA SETARO

“Contradae 61·37” è un vino interamente ottenuto da vecchie viti a piede franco, di età compresa tra i 50 e gli oltre 100 anni, in contrada Bosco del Monaco. Casa Setaro è l’unica a possedere vigne in questa “sottozona” del Comune di Trecase, il più piccolo centro abitato vesuviano, in provincia di Napoli.

In particolare, concorrono all’uvaggio un 50% di Caprettone, un 30% di Greco e un 20% di Fiano. Tutte piante sparse all’interno del medesimo vigneto, già identificato da Vincenzo Setaro, fondatore dell’azienda, come il più vocato a disposizione della cantina.

Prima della nascita di “Contradae 61·37” 2019, le uve concorrevano – in base alle caratteristiche dell’annata – alla produzione di Pietrafumante, lo spumante Metodo classico base Caprettone, e/o dell’Aryete, il Vesuvio Caprettone Doc di Casa Setaro.

“Contradae 61·37”, primo vino della cantina ottenuto da uvaggio, in tiratura limitata di sole 2.500 bottiglie, sta lì a raccontare la propria unicità coraggiosa. Ancor più, a tracciare la via del futuro del Vesuvio.

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Quando metteremo Rovolon sulla mappa dei grandi vini rossi italiani?

EDITORIALE – C’è un territorio del Veneto ancora fuori dalla mappa dei grandi vini rossi italiani. Sono i Colli Euganei e, in particolare, la sottozona di Rovolon. Siamo nella parte settentrionale della denominazione, nell’area più fresca del Parco Regionale. La macchia mediterranea, tipica della zona sud, lascia spazio a varietà che amano climi più temperati, come il castagno. E se anche da queste parti la vera “star” è il Fior d’arancio Docg, dal classico spumante alle versioni passito e secco, sono i vitigni bordolesi a sorprende con le loro note del tutto uniche.

Se ne parla poco. Troppo poco. Ma siamo al cospetto di un vero e proprio unicum. Gli Euganei sono l’unica zona delle Venezie in cui riemergono abbondanti lave acide ricche di silice, molto viscose. Terreni con alte percentuali di riolite, trachite e latite non sono rari da queste parti, così come il basalto.

Gli antichi strati del fondo marino sono riemersi a macchia d’olio, circa 35 milioni di anni fa. Movimenti di Madre Natura che hanno modificato per sempre il mare che copriva l’intera Pianura padana. Una “gioia” per il carattere dei bordolesi, di casa sui Colli Euganei dall’Ottocento.

ROVOLON E I COLLI EUGANEI: SVOLTA CON LE NUOVE GENERAZIONI

Lo ha compreso bene Martino Benato, appassionato vignaiolo che da anni sperimenta in vigna e in cantina, per trarre il meglio dai propri Cabernet Franc, Merlot e Carmenere. Quelli della cantina Vigne al Colle sono vini rossi di territorio, di annata, di cru. Di cuore e di savoir faire. Capaci come pochi di riflettere nel calice non solo le caratteristiche varietali e del microclima di Rovolon, ma anche la vena minerale-vulcanica che caratterizza i Colli Euganei.

Benato è l’anello di raccordo tra le vecchie e le nuove generazioni di produttori. La consacrazione di Rovolon come terra di grandi vini rossi italiani passa da lui, tanto quanto dall’importante ricambio generazionale in corso in quest’areale di 2.300 ettari (solo mille rivendicati a Doc), incastonato tra le province di Padova e Vicenza.

Con il ritorno a casa del figliol prodigo, di fatto, un’altra azienda di Rovolon è ormai pronta a spiccare il volo, prendendo a sua volta per mano i Colli Euganei. È Reassi, guidata da Diego Bonato. Il classe 1982 ha raccolto l’eredità dei genitori, che vendevano al 95% vino sfuso, trasformando la cantina e i suoi 6 ettari in una gemma.

DIEGO BONATO: «VARIABILITÀ DEI SUOLI PARI SOLO A MONTALCINO»

Dopo aver girato il mondo (Australia, Francia, Nuova Zelanda e Toscana, da Tolaini), il giovane winemaker è tornato alle radici. «Sono partito con l’idea di tornare, per dare una mano all’azienda di famiglia. Ma più giravo, più mi rendevo conto dell’unicità di Rovolon, dei Colli Euganei e delle loro potenzialità ancora inespresse», dice a WineMag.it.

Mentre lavoravo in Toscana, in sella alla mia biciletta, ho visitato ogni cantina di Bolgheri, porta a porta. Secondo la mia esperienza, la variabilità dei suoli e dei microclimi dei Colli Euganei è paragonabile solo a quella di Montalcino. Neppure sull’Etna, altra zona vulcanica che ho visitato di recente, c’è una tale eterogeneità».

Una consapevolezza dolce e allo stesso tempo amara. «Quello che mi chiedo – continua Diego Bonato – è quando cominceremo, noi produttori euganei, a renderci conto delle nostre potenzialità e a promuovere tutti assieme una zona in cui un Merlot piantato a Rovolon è completamente diverso e riconoscibile rispetto a uno piantato a Sud, così come a Est e a Ovest dei Colli?».

LA CHANCE DI ROVOLON

Gli fa eco Martino Benato. «Per molti anni, i degustatori nazionali si sono concentrati sulla zona sud dei Colli euganei, a mio avviso perdendo la vera essenza della nostra denominazione, ovvero la sua “biodiversità”. Dove possiamo arrivare oggi a Rovolon? Rispondendo a questa domanda potrei esagerare, o al contrario minimizzare».

So solo che le sorprese saranno grandi, perché un clima come il nostro, al centro della Pianura padana, su suolo vulcanico focalizzato sui bordolesi, è qualcosa di unico: non ce n’è un altro. Le nuove generazioni hanno capito che non si può vivere di rendita, con i vini d’annata. La controtendenza è già iniziata. E fare sacrifici premia. Non subito, ma premia».

Ai grandi vini poderosi, grassi e ricchi di terziari sin troppo caratterizzanti, tipici della zona sud dei Colli Euganei, si contrappone l’eleganza, la vena erbacea delicata e balsamica, la spezia fine e la mineralità dei bordolesi di Rovolon. «Chiacchierando con alcuni amici al Consorzio – rivela Benato – concordavamo sul fatto che questa sottozona è un po’ la Borgogna dei Colli Euganei, capace cioè di mostrare l’anima fine della denominazione, oltre alla potenza».

LE VERTICALI DI VIGNE AL COLLE

Le verticali dei rossi di Vigne al Colle parlano chiaro. Dal “vino d’entrata”, il Colli Euganei Doc Rosso, base Merlot (60%) con Cabernet Franc e Carmenere a dividersi equamente il resto dell’uvaggio (40%), si evidenziano in maniera netta i profili delle annate 2016, 2017, 2018 e 2020. La crescita del livello nella sperimentazione è evidente, con Martino Benato che sta dando sempre più “del tu” a Rovolon. E con i vigneti che, “invecchiando”, sono in grado di regalare fotografie sempre più nitide del terroir euganeo.

Nel calice, l’annata 2016 vira su profili d’arancia sanguinella, senza rivelare l’attesa complessità. La 2017 è timida, chiusa, di primo acchito. Si apre piano, tendendosi come un arco verso un futuro luminoso, spinta da un naso molto espressivo e da un palato che sa di Rovolon.

Duemiladiciotto dal frutto denso, su cui danza un tannino fine, in un quadro balsamico, mentolato, reso ancor più tipico da elegantissime venature minerali ed erbacee. Un vino “bambino”, all’inizio del suo percorso. Esattamente come il Colli Euganei Doc Rosso 2020, con terziari di cioccolato bianco e una gran matericità, in termini di fruttato e peso palatale.

VARIETÀ BORDOLESI SUGLI SCUDI NEI COLLI EUGANEI

Le grandi emozioni di casa Vigne al Colle arrivano con il Merlot Poggio alle Setole, che si dimostra in grande spolvero in occasione della verticale. Grafite, balsamicità ed eleganza per la 2016. Spezia scura, liquirizia nera, ciliegia e gran freschezza per la giovanissima vendemmia 2017.

Da applausi una 2019 in cui Benato ha portato sì in cantina il 50% delle uve (quelle risparmiate dalla grandine) ma in stato di salute eccezionale. Il naso è un concerto d’origano e macchia mediterranea, frutto fresco e note dettate dall’affinamento in legno, che al palato lasciano il palco a croccantezza, finezza e mineralità.

Un fuoriclasse, poi, il Colli Euganei Doc Rosso Riserva 2018 (35% Cabernet Franc, 35% Carmenere, 30% Merlot) già premiato dalla Guida Top 100 Migliori vini italiani 2022 di WineMag.it. A riprova che la denominazione del Veneto si stia muovendo nella direzione giusta, anche le due new-entry di casa Vigne al Colle. Un bianco e un rosso, “Crea Bianca” (Pinot Bianco e Incrocio Manzoni, fifty-fifty) e “Crea Rossa” (Refosco, Merlot e Cabernet Franc), che dietro alla “facciata” dell’agilità di beva celano il carattere vero e unico della zona.

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I vini vulcanici di Gambellara, tra identità e futuro: il distretto della Garganega è qui

Una zona, un vitigno. Un vigneto, un vino. Se in Italia c’è un’area vinicola che sa dove andare, quella è Gambellara. Dei vini vulcanici base Garganega prodotti nell’area collinare classica si parla ancora troppo poco, persino nel Bel paese.

In compenso, è dal 2008 che il Consorzio di Tutela ha concluso uno dei più efficaci progetti di zonazione su scala nazionale. Sono 6 le sottozone individuate: Creari, Taibane, Monti di Mezzo, Selva, San Marco e Faldeo.

Da citare anche la mappatura dell’area di “Pianura”, nella quale i produttori sembrano credere sempre meno, col passare degli anni. A confermarlo è il direttore del Consorzio, Giovanni Ponchia: «La Denominazione – rivela a WineMag.it – ha ormai preso una strada identitaria: quella dei vini vulcanici di collina».

Nel nostro areale si producono sempre più vini bianchi secchi monovarietali, da uve Garganega. E sempre meno vini Doc di pianura, in favore della crescente utilizzo del “Doc classico”, riferita all’area “classica” delle colline, su cui ricadono i cru individuati oltre 10 anni fa».

«Ci sono produttori che ci credono di più – continua Giovanni Ponchia – e produttori che ci credono meno. In linea di massima, si continua a insistere sulla Garganega in purezza, con periodi di sosta sui lieviti abbastanza prolungati, in vinificazione. Per gli affinamenti si predilige l’acciaio, con pochissimo utilizzo dei legni».

I NUMERI DELLA GARGANEGA DI GAMBELLARA

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La produzione annuale di Gambellara si assesta attorno alle 300-450 mila bottiglie, con gli ettari rivendicati che variano da circa 200 a 380 in base all’annata. «La zona è piuttosto circoscritta e ormai tutta vitata – sottolinea ancora il direttore del Consorzio – soprattutto nella parte collinare che sta alimentando sempre più la Denominazione».

«Il Gambellara – continua – è sostanzialmente un vino di collina da monovitigno. Possiamo dire che questo è il distretto in cui la Garganega offre l’espressione più schietta e più franca, esente da “contaminazioni” di altre uve». Un ecosistema in grado di riversare nel calice le caratteristiche del terreno. Nello specifico, quello di matrice vulcanica.

«I cru del Gambellara – evidenzia Giovanni Ponchia – sono lo strumento più efficace in mano ai nostri viticoltori per mostrare le peculiarità tradizionali, toponomastiche e produttive delle sottozone. Bevendo Gambellara classico si comprende perfettamente cosa siano i “vini vulcanici”, rispetto a quelli prodotti in altri tipi di terreni».

LA DOC GAMBELLARA IN 8 BIANCHI DA UVE GARGANEGA

Gambellara Doc Garganega 2020 Ca’ Fischele, Dal Maso

Giallo paglierino piuttosto intenso, riflessi dorati. Al naso un mix elegante di frutta esotica matura, agrumi, ricordi di erbe della macchia mediterranea, mentuccia, verbena e venature iodiche. In bocca la Garganega è generosa ma equilibrata.

Ampia sul frutto (pesca gialla matura, agrumi), tanto quanto nuovamente tesa, fresca, salina. Buona persistenza per un vino che conferma la parola d’ordine “equilibrio”, in tutte le fasi. Buono oggi, ancora meglio domani, per chi ha il piacere di attenderlo.

Gambellara Doc Classico 2017 Creari, Cavazza

Giallo dorato dovuto a una macerazione prolungata sulle bucce. Naso generoso, su note compostissime di frutta stramatura. Si spazia dall’albicocca alla pesca gialla, dall’ananas alla papaia.

Si concede e stratifica lentamente al naso, dopo la generosa overture. E vale proprio la pena di attendere, perché l’ossigenazione libera sbuffi di spezie calde (vaniglia bourbon, zafferano), tanto quanto cremosi ricordi di pasticceria, uvetta e agrumi canditi.

Sullo sfondo, la matrice vulcanico-calcarea del terreno. Una “vulcanicità” che invece appare da subito netta al sorso, di sorprendente tensione e finezza tattile, sin dall’ingresso. Qualcosa difficile da immaginare, dopo un naso giocato principalmente sulle componenti aeree (i frutti), con il “terreno” in sordina.

Non manca però l’equilibrio. Sale e tensione fresco-acida lasciano il giusto spazio all’espressione delle parti morbide, compresa l’alcolicità (13% vol.). Vino in evoluzione, di sicura longevità.

Gambellara Doc Classico 2020 Bocara, Cavazza

Giallo paglierino luminoso. Sin dal primo naso è chiaro come ci si trovi di fronte a un vino che abbina frutto ed essenza minerale-vulcanica. Generosissime e croccanti le note di frutta a polpa bianca (pera) e gialla (pesca, ricordi di albicocca appena matura, susina, melone).

Sull’altro versante, un profilo chiaro, ma ancora non del tutto espresso: il vulcano spinge al naso note pietrose che necessitano tempo e ulteriore affinamento in bottiglia per esprimersi ai massimi della pienezza.

Perfetta sin d’ora la corrispondenza gusto olfattiva, con la frutta protagonista del sorso dall’ingresso alla chiusura. Interessante il profilo minerale del palato, in netta evoluzione. Ne è un emblema la chiusura asciutta ed elegante, sui ritorni pietrosi avvertiti al naso.

Gambellara Doc Classico 2018 Rivalonga, Menti Vini

Giallo paglierino, alla vista. Un vino che è la riprova della longevità dei vini da terroir vulcanico e di quanto il “vulcano” stesso, dalle parti di Gambellara, sia una componente da attendere, prima che si mostri nel calice con estrema eleganza.

Nel Rivalonga di Menti, il binomio frutto-mineralità è ai massimi livelli. Ma il bouquet si arricchisce di preziosi ricordi erbacei, ottima spalla per una salinità che deve sostenere la polpa bianca e gialla di pesca, melone, pera e ananas. Tutta frutta perfettamente matura.

In definitiva un vino in equilibrio estremo, che abbina a una spiccata mineralità e a un “senso” profondo del terroir vulcanico delle colline di Selva, la «dolcezza» e il «sapore» di una terra generosa come Gambellara.

Gambellara Doc Classico 2018 Capitel Vicenzi, Azienda Agricola Virgilio Vignato

Giallo paglierino, riflessi dorati. Al naso netta impronta minerale, cui si accostano prima ricordi di erbe della macchia mediterranea (mai così netti, nel tasting, il rosmarino e il timo) e, poi, l’ampio bouquet di frutta. Ecco la pesca gialla, l’albicocca, il melone, la susina, tanto quanto una pera matura, grondante di succo.

Non manca una componente agrumata, accostabile più al cedro che al limone, tra polpa e scorza. Splendida corrispondenza gusto olfattiva, con i 13% di alcol in volume che sono una manna dal cielo, nell’ottica del perfetto equilibrio del sorso.

Salinità e freschezza strabordanti, per un vino che entra in bocca come una lama e poi si ammorbidisce, sull’alcol e sulla frutta. Applausi scroscianti per l’epoca di raccolta delle uve Garganega utili alla produzione di questo vino. Uno di quei nettari che esaltano primari dell’uva e terroir, tanto quanto il savoir-faire agronomico ed enologico del vignaiolo.

Gambellara Doc Classico 2019 Col di Mezzo, Natalina Grandi

Giallo paglierino, riflessi dorati. Al naso tutto quello che ci si deve aspettare da un nettare di Gambellara, con un tocco in più di balsamicità, tanto da sfiorare i ricordi di eucalipto e liquirizia. Primo naso comunque dritto sulla matrice vulcanico-salina-pietrosa.

Poi la frutta, generosa e ricca, tra la polpa gialla e quella bianca, abbracciata dal corredo fresco-balsamico. Perfetta corrispondenza gusto olfattiva, anche in termini di stratificazione e coerenza nello sviluppo – quasi sequenziale – dei descrittori. Forse un po’ troppa esuberanza della balsamica, nel retro olfattivo.

Ma la frutta matura e l’alcol aiutano a riequilibrare un sorso saporitissimo, gustoso, tra i più goduriosi del tasting. Attenzione all’abbinamento, che deve essere di pari importanza ed esuberanza gustativa. Con Col di Mezzo, del resto, si può giocare a tavola in termini di temperatura di servizio, più o meno fresca in base al piatto (meglio ricchi primi che secondi a base di pesce).

Gambellara Doc Classico 2020, Azienda Agricola Sordato Lino

Giallo paglierino luminoso. Al naso, mai così netto il sentore di pera matura, cui fa eco la tipica mineralità dei bianchi di Gambellara. In bocca si conferma vino agile e beverino, diretto, giocato sull’immediatezza più che sulla stratificazione. Il vino glou-glou della batteria: guardi la bottiglia ed è finita.

Gambellara Doc Classico 2020 Corte dei Mèi, Azienda Vitivinicola Marchetto

Giallo paglierino intenso, dai leggeri riflessi dorati. Naso apparentemente semplice, che si svela pian, piano, con l’ossigenazione. Spazia dalla pera alla pesca e si concede generoso sulle note erbacee mediterranee, prima ancora di rivelare la matrice vulcanica del terreno (Eureka!)

Al palato un tocco leggerissimo d’ossidazione non penalizza, al momento, il resto del corredo. Anzi, lo rende ancora più complesso, accostandosi alle note di frutta matura già avvertite al naso e alla bella vena minerale. Chiude asciutto, salino, tanto da chiamare il sorso successivo. Altro vino dalla grande agilità di beva.

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degustati da noi news news ed eventi vini#02 visite in cantina

Vigne al colle, Montegrande e Reassi: che tris sui Colli Euganei

Il palco ideale sul quale l’Italia del vino potrebbe annunciare al mondo intero di essere ripartita più forte di prima, una volta superata la pandemia? Senza dubbio il Veneto dei Colli Euganei.

Un pezzo minuscolo del puzzle della viticoltura del Bel paese, balzato alla velocità della luce agli onori delle cronache internazionali quale epicentro del Coronavirus, avrebbe così l’opportunità fenicea di raccontarsi, nel solco dei terroir vulcanici italiani e mondiali.

A guardar bene, non ci si spiega come mai dei Colli Euganei si parli così poco negli ambienti del vino e della ristorazione. I mille ettari rivendicati a Doc su un totale di 2.300, aiutano a comprendere quanto ricercata sia la produzione enologica locale, resa particolare dalla presenza nel terreno di trachite, riolite e lalite.

Il ventaglio ampelografico è ampio, ma ben circostanziato sulle eccellenze. Si passa dai vini bianchi e rossi prodotti da vitigni autoctoni e da internazionali presenti sin dal 1870 nella zona (Serprino, Merlot e Cabernet), ai vini dolci, spumanti e passiti da uve Moscato Giallo (il Colli Euganei Fior d’Arancio è Docg dal 2011).

Anche il territorio offre ogni genere di attrattività al turista e all’enoturista moderno. Tra possibilità di escursioni nel verde dei colli vulcanici, visite a luoghi di culto e di cultura centenaria e ristoranti di ottimo livello, il nesso tra terra e cielo che fa dei Colli Euganei un vero e proprio paradiso sono gli impianti termali, presenti nel Parco Regionale. Luoghi in cui cullarsi, magari proprio tra una visita e l’altra in cantina. Eccone tre da non perdere.

COLLI EUGANEI, TRE CANTINE (E VINI) DA NON PERDERE

«In una fredda notte d’inverno il Carro Minore, il Colle e la Luna si incontrano, un sogno, uno stile, un’emozione che si trasferisce nell’aroma dei propri vini». Il romanticismo all’ennesima potenza del logo di Vigne al Colle si mescola col pragmatismo e la grande competenza di Martino Benato, che conduce con la moglie la cantina di Rovolon.

Il vino da non perdere: Merlot 2018Poggio alle Setole


Agricoltori da una vita, i Cristofanon vendevano un tempo solo vino sfuso, facendo la spola tra le province di Padova e Vicenza, con sconfinamenti in Lombardia, tra Milano e Varese. Dal 1995 il cambio di rotta, grazie all’avvento di Raffaele e Paola Cristofanon, fratello e sorella alla seconda generazione, e all’esperienza dell’enologo Lorenzo Caramazza.

Il vino da non perdere: Colli Euganei Docg Fior d’arancio passito 2012


Per comprendere la grande chance che hanno i Colli Euganei nel panorama presente e futuro basta farsi un giro da Reassi. Diego Bonato, classe 1982, ha raccolto l’eredità dei genitori che vendevano al 95% vino sfuso, trasformando la cantina e i suoi 6 ettari di vigneti in una chicca imperdibile. Vincitore del premio Giulio Gambelli nel 2017, quale enologo under 35 alla Tolaini di Castelnuovo Berardenga, ha lasciato il “posto fisso” per tornare a casa. I Colli Euganei ringraziano.

Il vino da non perdere: Vin bastardo 2016 (Marzemina bastarda grossa, Turchetta e Corbina)

***DISCLAIMER*** Si ringrazia il Consorzio per la copertura delle spese in loco, per la realizzazione del reportage

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degustati da noi Esteri - News & Wine news news ed eventi vini#02

Juhfark, il vitigno vulcanico dell’Ungheria: degustazione di 26 etichette con punteggi

Se c’è un vino e vitigno dell’Ungheria pressoché sconosciuto, quello è lo Juhfark. La traduzione letterale, dalla complicata lingua ungherese, aiuta a comprendere solo le caratteristiche del grappolo, a forma di “Coda di pecora“: “juh” significa “pecora” e “fark” – contrazione di “farok” – è appunto la “coda”.

Lo Juhfark, finito sotto la lente di ingrandimento di WineMag.it attraverso una rara degustazione di 26 etichette, trova la sua zona più vocata nei terreni vulcanici di Nagy-Somló. Siamo nella parte nord occidentale dell’Ungheria,  su un’area di appena 768 ettari.

Un numero che tiene conto dei 326 ettari della “sottozona” di Somló, la denominazione più piccola del Paese (Tokaij, per restare in Ungheria, conta ben 5.100 ettari). Gli sconfinamenti dello Juhafark a est, nell’Etyek-Buda, regalano vini con caratteristiche meno interessanti.

All’analisi del calice, lo Juhfark colpisce per l’eccezionale capacità di farsi portavoce del terroir vulcanico di Somló. Una carta unica a disposizione di questo autoctono ungherese, per imporsi sempre più nel panorama internazionale.

Oltre alle caratteristiche pedologiche e microclimatiche, il “Coda di Pecora” risente molto dell’andamento meteorologico dell’annata. Al netto delle scelte dei singoli viticoltori, non è difficile trovare – una accanto all’altra -etichette diverse tra loro, a partire da una percentuale d’alcol in volume che può variare dai 10,5 ai 15%.

Lo Juhfark si prende tutto il tempo necessario per esprimere al meglio le peculiarità del terreno vulcanico. Lo fa in vigna, germogliando precocemente, ma maturando relativamente tardi. E lo fa in bottiglia, regalando vini capaci di diventare sempre più complessi col passare degli anni, più che mai degni dei lunghi affinamenti.

Pgi Dunántúli Juhfark 2019, Szent István Korona (11,5%): 82/100
Giallo paglierino limpido, luminoso. Al naso fiori bianchi e frutta matura, esotica: pesca gialla, banana. Un tocco minerale, ma è il frutto il vero marcatore. In bocca buona corrispondenza. Ingresso morbido e allungo fresco, ma soprattutto salino. Poi torna la frutta. Un vino dignitoso per il prezzo contenuto, tuttavia non del tutto capace di esprimere al meglio le caratteristiche uniche della varietà. 82/100

Etyek-Budai Pdo Juhfark 2018, Szent István Korona (11%): 80/100
Bel giallo paglierino. Naso meno esplosivo del precedente. Oltre alla frutta, un tocco vegetale e una percezione iodica, minerale, più in evidenza rispetto all’altro campione della stessa cantina. In bocca il vino risulta però squilibrato sulla salinità, in mancanza del frutto. Un nettare pensato per un consumo che non vada oltre all’anno successivo alla vendemmia.

Nagy-Somlói Juhfark 2017, Kreinbacher (12,5%): 87/100
Bel giallo paglierino, riflessi dorati. Naso ampio, elegante. Fiori bianchi e frutta esotica matura, ananas, papaja, polpa di mandarino. Ma anche una parte minerale importante (pietra bagnata) con rintocchi di buccia d’arancio e un leggero apporto di spezia. In bocca il vino presenta una certa struttura e complessità.

L’ingresso è sul frutto e sul sale, pronti ad allargare la platea a una freschezza dilagante, che anticipa una chiusura minerale. Sorso molto invitante ed equilibrato, tra i ritorni di frutta esotica matura e lo iodio. Un vino con potenziale ulteriore di affinamento in bottiglia.

Somlói Juhfark Selection 2017, Kreinbacher (13%): 89/100
Alla vista giallo paglierino con riflessi dorati e una densità maggiore rispetto al precedente. Al naso una mineralità ancora più accennata (iodio, pietra focaia) accostata a un frutto di gran precisione: pesca gialla, albicocca. Una componente fruttata che fa perfettamente da spalla alla matrice vulcanica del nettare.

Il sorso rispecchia le anticipazioni olfattive: a una gran mineralità risponde un frutto pieno, materico. Durezze e morbidezze risultano in grande equilibrio, in un gioco prezioso ai fini dell’abbinamento a tavola. Purché si faccia grande attenzione al finale, con la chiusura assoluta di sipario su un agrume tendenzialmente amaricante.

Nagy-Somlói Juhfark 2015, Kancellár birtok (13,5%): 88/100
Bel giallo dorato. Naso timido ma prezioso, pronto ad esprimersi grazie all’ossigenazione. Ancora una volta mineralità in gran evidenza e una componente di frutta esotica, pienamente matura. La parte minerale si fa polvere da sparo, su note di fiori gialli, pesca a polpa gialla e melone.

Leggera percezione alcolica sin dal naso, che poi si tramuta in una “potente” avvolgenza al palato. In bocca il nettare entra morbido e poi si irrigidisce sulla freschezza e la sapidità, in un sorso che guadagna – rispetto al naso – le note agrumate. Buona gastronomicità. Vino che si trasforma nelle ore successive all’apertura, migliorando ancora.

Nagy-Somlói Juhfark Selection 2017, Csordás Fodor Pincészet (12%): 87/100
Giallo paglierino luminoso. Frutta matura, esotica. Accenno aromatico che ricorda il litchi del Gewurztraminer. Albicocca sotto sciroppo, ananas. Si concede con semplicità, su queste note, unite a una vena minerale.

Al palato tornano le note mature, ma con una spinta salina e fresca capace di riequilibrarle. Vino che chiude su una nota vagamente amarognola e speziata, accostata a una buona freschezza. Persistenza sufficiente.

Nagy-Somlói Prémium Juhfark 2019, Tornai Pincészet (13%): 90/100
Giallo paglierino, riflessi verdolini. Gran precisione e intensità del frutto, pesca a polpa bianca e gialla, richiami esotici perfettamente maturi, mentuccia freschissima e ricordi (vaghi) di liquirizia. Più lo lasci nel calice più si apre, splendidamente. Note di limone, agrumi, verbena. Fiori di glicine e un accento speziato.

In bocca mostra invece tutta la sua gioventù, su una freschezza dirompente, tirata come una corda di violino su note (rieccole qui) di agrumi e limone. Accentuata anche la vena minerale e salina, preponderante. Un’etichetta bambina, pronta a esplodere e diventare grande, longeva, di carattere. Tipica.

Nagy-Somlói Juhfark 2018, Csetvei Pincészet (11%): 85/100
Giallo paglierino. Vino piuttosto esile, connotato da una beva agilissima. Ha bisogno di aprirsi per raccontare la vena minerale, che domina il frutto. Pesca e ricordi di pera matura. Poi accenti d’agrume e di fiori, un tocco di cipria. Corpo leggero, sulla scorta dei pochi gradi. Solo note agrumate e un allungo salino. Chiude leggermente astringente.

Nagy-Somlói Juhfark 2017, Csetvei Pincészet (12%): 88/100
Giallo paglierino. Naso intenso, su fiori freschi bianchi, mineralità particolarmente accentuata, assieme a una vena talcata e agrumata e a ricordi di foglie di te grigio. Perfetta corrispondenza col palato. Struttura non particolarmente esibita, ma una certa eleganza al sorso.

La venatura minerale fa da spina dorsale assieme alla freschezza, prima di una chiusura fruttata, agrumata e in grado di riflettere la matrice vulcanica del terreno, con la pietra focaia. Un giovanotto, cui farà benissimo qualche anno di evoluzione.

Nagy-Somlói Juhfark 2017, Szalai Antal Pince (13,5%): 89/100
Giallo paglierino tendente al bianco carta. Naso timido all’inizio, si apre poi su note di fiori freschi, frutta esotica matura, zucchero filato, mentuccia e mineralità tipica del vulcano. Un accento speziato arriva con l’ossigenazione, in un olfatto che guadagna precise note agrumate.

In bocca gran pienezza e buona struttura, sorso fresco e largo al contempo. Pure salino. Non manca nulla, insomma. Persistenza molto più che sufficiente, per un vino che mostra un’ottima gastronomicità, giocata sull’equilibrio tra durezze e morbidezze.

Nagy-Somlói Juhfark 2017, Apátsági Pince (11%): 93/100
Giallo dorato. Gran naso, largo, frutta esotica matura, al limite del candito, agrumi, ananas in grandissima evidenza, fiori di campo, tra il secco e il fresco. Non manca la venatura minerale, vulcanica. Al palato è morbido e al contempo teso, in un gioco d’equilibrio che invoglia la beva. Esempio fulgido delle punte di qualità raggiungibili dal vitigno.

Juhfark 2018, Tornai Pincészet (11,5%): 87/100
Giallo paglierino, riflessi verdolini. Frutto in evidenza al naso, di perfetta maturità: pesca a polpa bianca, esotico, nespola, un tocco d’agrume, fiori bianchi freschi. La mineralità c’è, ma è più in evidenza al palato. Salinità su cui gioca un frutto elegante, prima di una chiusura tra la mandorla e l’agrume. Vino lineare, piuttosto semplice ma molto ben realizzato e rispettoso del vitigno.

Juhfark 2018, Canter Borház (10,5%): 84/100
Giallo dorato. Naso particolarmente intenso, su note di agrumi canditi, zenzero, erbe di campo, filtro di camomilla. La nota vulcanica è a metà tra la polvere da sparo e lo iodio e fa da compagna a una vena ossidativa. La nota erbacea, sulla buccia d’agrume, invece, è la prima che si ripresenta anche al palato.

Il sorso è leggero e leggiadro, ben equilibrato tra salinità e un frutto di bella presenza, giocato tra gli agrumi e la nota principale di ritorno, quella della camomilla (riecco l’ossidazione). Complessità non eccelsa del retro olfattivo, che piuttosto sorprende per la lunghezza e la freschezza, con una chiusura di sipario leggermente speziata.

Juhfark 2018, Zsirai Pincészet (12,5%): 89/100
Giallo paglierino. Il naso, riconoscibile tra mille, dello Juhafark di Somló: sbuffi talcati e minerali sul frutto pieno, maturo, a polpa bianca (pesca). La nota erbacea (stecco di liquirizia) a fare da contorno, impreziosendo un quadro già di per sé ammaliante.

Il tocco del legno vira sulla vaniglia bourbon e sulla leggera caramella mou, ad amalgamare e incomplessire. Il sorso è pieno, rotondo, morbido, col legno qui ancor più in evidenza, pur senza rischiare di soffocare il varietale. Uno Juhfark con le radici ben salde a Somlo e l’occhio strizzato all’internazionalità. Interessante in prospettiva.

Juhfark 2018, Kis Tamás Somlói Vándor Pince (12%): 92/100
Giallo paglierino, riflessi dorati. Frutta piena (pesca a polpa bianca, agrumi), giustamente matura, tocco di legno (mou, un tocco prezioso di fumè). Al palato – in ingresso – una gran pienezza, avvolgenza, senza rinunciare alla tipica verticalità e salinità dei vini di Somló, che vien fuori nel centro bocca e accompagna fino alla chiusura, lunghissima.

Materia, polpa. Poi il sale. Un altro vino di gran carattere e gastronomicità, che sfodera una struttura e un “peso” non comune, al palato. La chiusura è elegante, sapida, fresca, con un tocco fumè che invita al sorso successivo. Giovane, già ottimo, ma perfetto per una lunga conservazione. Ancora un esempio di tipicità e internazionalità coniugate divinamente.

Juhfark 2018 Teraszok, Kis Tamás Somlói Vándor Pince (11%): 90/100
Sorprende la pesantezza della bottiglia, in contrapposizione – a livello puramente estetico e concettuale – alla “leggerezza” della percentuale d’alcol in volume (appena 11%). Colore giallo paglierino con bei riflessi dorati.

Al naso complesso, col frutto sotto la coltre di un fumè spinto, di una roccia vulcanica e di richiami agrumati ed erbacei, uniti a rintocchi freschi, talcati. Non manca l’apporto del legno: mou, vaniglia bourbon. Il sorso è teso in ingresso, fresco e salino, prima di allargarsi sul frutto in centro bocca.

Torna poi nuovamente su un invitante venatura di iodio finale, arrotondata dal legno. Vino che rivela la sua estrema gioventù soprattutto nel retrolfattivo, su note di pietra bagnata, fumè e, nuovamente, vaniglia bourbon. Un nettare da aspettare, non certo nella sua fase di piena compiutezza.

Juhfark 2018, Apátsági Pince: 94/100
Colore bellissimo, un giallo paglierino pieno, con intensi riflessi dorati. Naso straordinariamente espressivo. Il frutto è pieno, di gran maturità, polposo. Pesca gialla più che bianca, esotico che ricorda la papaja e l’ananas, un accento di zenzero candito e di fico maturo.

Tocco del legno evidente, così come evidenti sono (ancor più) i richiami floreali freschi e quelli di buccia d’agrume, per una componente “verde” che incomplessisce il quadro (verbena, liquirizia, zenzero).

Al palato la consueta pienezza ed espressività di uno Juhfark unico: alla morbidezza delle note fruttate mature (ancora una volta esotico, agrume) abbina una freschezza dirompente, con le durezze tipiche dei vini vulcanici a fare loro da spina dorsale. Da bere oggi e conservare in cantina per un futuro luminoso.

Dunántúli Juhfark 2019, Törley  (11%): 82/100
Giallo paglierino acceso. Bel giallo paglierino. Naso ampio, fruttato, agrumato, tocco talcato, vegetale con nuance da macchia mediterranea. In bocca più verticale del previsto, tutto giocato sugli agrumi. Un vino semplice, corretto, ben fatto.

Grófi Juhfark 2017 “Top Selection”, Tornai Pincészet (15%): 93/100
Qui lo Juhafark perde un po’ della sua proverbiale leggerezza e mineralità, per diventare grazie all’apporto del legno un vino di struttura (senza rinunciare all’eleganza), capace di accompagnare anche piatti importanti, a base di carne. Alla vista si presenta di un giallo dorato invitante, luminosissimo.

Idrocarburo netto al naso, assieme alla mentuccia elle note di frutta secca. Seguono a ruota accenni di macchia mediterranea, finocchietto, anice, in un sottofondo conferito dal legno: si vira dunque sul fondo di caffè e la caramellina mou.

Ingresso di bocca fruttato, sulla pesca disidratata. Sul pentagramma, tra la chiave di violino e l’ultima nota, una freschezza dirompente, giocata su note di mandorla amara, agrumi, frutta esotica (albicocca, papaja, ananas) accenti iodici caratteristici della zona e vaniglia.

Vino come pochi altri di caratura internazionale, dotato di gastronomicità assoluta, tenendo però conto della chiusura sulla mandorla amara. Un nettare peraltro ancora giovane, all’inizio di un lungo percorso.

Somló Juhfark 2017 Barrel Selection, Barcza Bálint (13,5%): 92/100
Solo 1.333 bottiglie per questa etichetta di vino naturale ungherese. Giallo paglierino pieno, di buona luminosità. Naso che si stacca completamente da molti altri assaggi, con i suoi ricordi di pera, pesca bianca matura e mentuccia.

L’apporto del legno è evidente, ma non disturba il varietale. Anzi, lo impreziosisce e incomplessisce. In bocca una freschezza straordinaria, ben bilanciata dalle note fruttate. Ben chiara e scandita anche la vena minerale, che assieme all’acidità costituisce la spina dorsale dell’etichetta.

La frutta matura e la vena glicerica si scoprono non solo ben integrate, ma anche necessarie a sostenere mineralità e freschezza. La precisione del sorso è esemplare, soprattutto per concentrazione del frutto ed equilibrio con le durezze. Un vino naturale coi fiocchi, tra i migliori assaggi assoluti della vendemmia 2017.

Nagy Somlói Juhfark 2017, Spiegelberg (12,5%): 90/100
Giallo dorato pieno. Naso lineare, pulito, frutta matura tipica del vitigno e venatura minerale, su note di zenzero candito. Non mancano gli agrumi e un ricordo di vaniglia, molto delicato. Molto più netto lo “spirito” del vulcano, sulla polvere da sparo.

Il sorso è elegante, verticale, sapido e preciso, pur senza rinunciare a una certa “materia” e “polposità”, nella componente fruttata. Chiusura altrettanto precisa ed equilibrata. Vino che non primeggia in complessità, ma che può dare immense soddisfazioni a tavola e nell’ulteriore affinamento in bottiglia: il tempo non potrà che fargli bene.

Juhfark 2011, Royal Somló Vineyards (Prolingo Bt): 92/100
Bel giallo dorato, luminoso. Naso fresco e iodico, con componente frutatta perfettamente matura. Venatura mentolata e talcata, netta. Vino che ha bisogno di tempo per aprirsi, su note che virano anche su una speziatura delicata (pepe bianco, cumino). Non manca una componente vegetale, sulla verbena e l’alloro, ma anche sulla radice di liquirizia.

Netto il ricordo della cera d’api, che sarà poi presente nel retro olfattivo. In bocca svela una freschezza dirompente, riequilibrata da note mielose e di frutta matura. Componente “dura” costituita anche da una salinità ben scandita, che marca il territorio di appartenenza del nettare. In chiusura riecco la nota mielata. Quasi 10 anni e non sentirli: bingo.

Juhfark bio 2016, Dobosi (13,5%): 89/100
Bel giallo paglierino, riflessi dorati. Al naso camomilla, scorza d’agrumi, pesca bianca molto matura. Il tutto ammantato da un bella vena iodica (molto diversa da quella di Somlo). Ingresso verticale e sapido, strepitosamente affilato, col sorso che piano piano si allarga sulla frutta matura, pur conservando la vena salina. Chiusura sull’agrume, piacevole, lunga. Bel vino con una sua linearità, ancora più che mai in piedi e in grado di regalare emozioni. 90/100

24) Juhfark bio 2017, Dobosi (13,5%): 90/100
Bel giallo paglierino carico, riflessi dorati. Naso più timido del precedente, ma molto elegante e preciso. Frutta matura più in vista del precedente, più matura. Siamo sulla pesca, netta. Non manca l’agrume, in scorza, oltre a una punta di spezia bianca, leggerissima. In bocca la frutta si trova a battersi con sale, l’agrume amaro e una percezione dell’alcol non perfettamente integrata. Bella freschezza. Vino certamente non seduto, un puledro da allungo. 91/100

25) Juhfark bio 2018, Dobosi (14%): 88/100
Giallo dorato luminoso. Bel frutto maturo, pieno, molto preciso, che tende al sovramaturo. Palato pieno, rotondo, ravvivato da una bella freschezza. Accenno di tostatura al naso, di frutta secca, che poi si troverà anche al palato. Vino che rispetto agli altri ha una marcia in meno, in termini di allungo, pienezza e, forse, capacità di raccontarsi nel tempo, in futuro.

26) Juhfark bio 2019, Dobosi (13,5%): 89/100 (anteprima / preview)
Il giovanotto. Giallo paglierino non particolarmente carico, ma limpido e luminoso. Frutta perfettamente matura, pesca, albicocca, fiori freschi, nota talcata. Sorso tutto giocato sul frutto e sulla freschezza, che si scapigliano a vicenda, ricordando a tutti quanto bene farebbe aspettare ancora un po’ per godersi il nettare. Invitante la chiusura, ancora una volta sulla buccia agrume e su un accenno di spezia bianca, oltre all’accenno salino. Aspettami che arrivo.

*photo credits dei paesaggi: Somlo Wine Shop, dove sono reperibili gran parte delle etichette degustate

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GoVolcanic 2019: i vini vulcanici italiani convincono Budapest. I migliori assaggi

BUDAPEST – I vini vulcanici italiani sono ormai una categoria ben definita, riconoscibile anche all’estero. Un movimento capace di riunire i produttori di alcune delle aree vitivinicole più vocate del Belpaese, accomunate dal terroir vulcanico. La conferma è arrivata lo scorso weekend a Budapest con GoVolcanic 2019, prima edizione del summit che si candida a diventare uno degli appuntamenti chiave per i vini vulcanici internazionali, in Europa.

Sotto lo stesso tetto i vignaioli di Soave, Monti Lessini, Etna e Vulture, ospitati da 40 produttori ungheresi delle regioni di Mátra, Tokaj, Somló, Bükk, Balaton, Ménes e Szerémség. Presenti anche diversi vigneron di Isole Canarie, Azzorre, Slovenia, Israele, Francia (Auvergne) e Slovacchia (Tekov, Tekovského regiónu).

Abbiamo avviato la valorizzazione dei vini da suolo vulcanico ormai 10 anni fa – commenta Aldo Lorenzoni, direttore del Consorzio Tutela Vini Soave e Recioto di Soave, nonché del Consorzio del Lessini Durello – ed è bello vedere che la nostra idea si sia sviluppata non solo in chiave nazionale, ma anche internazionale”.

“All’evento di Budapest faranno seguito summit in Francia e Germania – annuncia Lorenzoni – ma soprattutto siamo protagonisti come Lessini Durello, assieme al formaggio Monte Veronese e alla cantina Santo Wines di Santorini, del progetto ‘Gli eroi vulcanici d’Europa‘: una misura 1144 dell’Ue che coinvolge 6 Stati, in 3 anni. Momenti, questi, che trasformano i vini vulcanici in una vera e propria categoria”.

Buoni i riscontri in Ungheria, con 738 visitatori registrati in due giorni all’Holdudvar della Margitsziget, l’isola Margherita sul fiume Danubio, tra Buda e Pest. “Siamo entusiasti di aver generato l’interesse internazionale per questo evento – commenta l’organizzatrice Eva Cartwright – e speriamo di aver ispirato il pubblico a visitare di persona gli incredibili paesaggi da cui provengono questi vini vulcanici”.

La macchina organizzativa dell’edizione 2020 è già in moto: “La location sarà più grande – annuncia Cartwright – e accoglierà nello stesso edificio, oltre ai produttori di vino, anche quelli di alcune eccellenze gastronomiche locali. L’intento sarà sempre quello di giocare sul trinomio Vino-Cibo-Esperienza“.

I MIGLIORI ASSAGGI A GOVOLCANIC 2019

SPUMANTI
Lessini Durello spumante Brut “Vulcano”, Zambon: 90/100
La temperatura di servizio non aiuta al momento dell’assaggio, ma l’etichetta in questione è una vecchia conoscenza di WineMag.it. Un Metodo classico che sa abbinare al frutto polposo della Durella la verticalità ed essenzialità tipica dei vini vulcanici.

VINI BIANCHI
Tokaj 2017, Sanzon Rány: 94/100
Furmint, single cru: 6 grammi litro ammortizzati a dovere dall’impronta vulcanica del terreno. Naso che si presenta timido, su note di buccia d’agrumi, per poi esplodere (letteralmente) su frutta esotica, mandarino e macchia mediterranea. Leggera percezione talcata. Spettacolo puro al palato, nel gioco tra larghezza e verticalità, polpa e “vulcano”. Chiusura salina elegantissima, con ritorni leggeri di liquirizia.

Tokaji 2017, Homonna Attila: 93/100
Furmint e Hárslevelű. Minerale da vendere, sia al naso sia la palato. Le note di pietra bagnata si avvicendano col frutto. In bocca una gran verticalità, senza rinunciare ancora al frutto, in un quadro di perfetta corrispondenza gusto olfattiva che si arricchisce di accenni di macchia mediterranea. Splendido.

Soave Doc 2017 “Le Cervare”, Zambon: 92/100
Vino bocciato tre volte dalla commissione di degustazione della Doc, forse per l’utilizzo di lieviti indigeni poco standardizzanti. Eppure “Le Cervare” è uno dei Soave più tipici in circolazione, con le sue note agrumate e l’impronta vulcanica che si manifesta su pietra focaia e polvere da sparo, prima di una chiusura sulla mandorla amara.N

Nagy-Somlói Juhfark 2017, Somlói Apátsági Pince: 92/100

Juhfark è il nome del vitigno che corrisponde al Coda di pecora, autoctono della Campania. Evidente la matrice del terroir, affiancata da note di fiori secchi, agrumi e tè nero. Al palato ricordi di frutta secca e gran sapidità, che accompagna verso un finale lungo e corposo.

Rhine Riesling 2017 “Shop Stop”, Villa Sandahl: 91/100
Un Riesling renano prodotto nella zona del Balaton, in cui i 6 grammi litro di residuo aiutano a riequilibrare la gran verticalità e freschezza del vitigno. Tra i vini più “gastronomici” in degustazione a GoVolcanic 2019.

Olaszrizling Single vineyard 2017, Sabar: 90/100
Naso ampio, talcato, mentolato, agrumato. In bocca verticale, molto salato, in un quadro di apprezzabilissimo equilibrio. Gran bevibilità, tipica del vino semplice ma non banale, e ottima persistenza.

Vinho Branco Verdelho Ig Açores 2017 “Magma”, Adega Cooperativa dos Biscoitos: 90/100
La mano degli enologi Anselmo Mendes e Diogo Lopes è leggerissima in questo vino delle Canarie che rispetta al 100% il terroir vulcanico, senza alcun compromesso “di cantina”. Vino verticale e diretto, dalla gran beva.

VINI ROSSI

Cabernet Sauvignon Red Hills Lake Country 2017, Obsidian Ridge Vineyards: 95/100
Uno dei capolavori della viticoltura americana. Al 96% di Cabernet Sauvignon la cantina accosta un 2% di Petit Verdot e un 2% di Malbec. Il gioco fra terra, frutto e terziari incolla il naso al calice.

Dal muschio al sottobosco bagnato, passando per richiami minerali (la classica pietra bagnata), si passa ai frutti rossi e alla mora, prima di sfociare nella spezia. In bocca pieno, elegantissimo, verticale ma equilibrato, tra frutto, terziari. Il tannino è vivo e di prospettiva, ma non disturba. Il rosso che sbanca l’evento di Budapest.

Etna Doc Rosso 2012 “Millemetri”, Feudo Cavaliere: 93/100
Frutto rosso, agrume, mineralità, pietra bagnata e ricordi goudron. In bocca buona verticalità e gran eleganza. Ritorni di agrumi e frutta rossa anticipano una chiusura salina, lunga e precisa. Da provare anche il rosato di questa nobile cantina siciliana.

Do La Palma Vijariego negro, Viñarda: 92/100
Siamo alle Canarie, per un vino manifesto del terroir. Con questo Vijariego negro metti il naso sul vulcano e inspiri a pieni polmoni il “concetto”. Sintesi per il naso di questa etichetta che gioca su sentori di brace, minerali e di erbe, con buon apporto di polpa. In bocca dritto, stretto, fa salvare la parte minerale. Gran bevibilità.

Etna Rosso 2016 “Scalunera”, Torre Mora: 91/100
Frutto rosso croccante, erbe, liquirizia, radice, bella profondità e pulizia. Corrispondente e lungo. Bella prova sull’Etna quella di Torre Mora, la tenuta etnea del colosso toscano Piccini.

Bükki Zweigelt Mályi – Zúgó – dűló 2018 Organikus Szőlőbirtok és Pincészet, Sándor Zsolt: 89/100
Vino semplice, beverino, tutto frutto e terroir vulcanico. Gran facilità di beva e rispetto della tipicità dello Zweigelt.

VINI DOLCI
Recioto di Soave Docg Classico 2013, El Vegro: 94/100
Naso su goudron ed erbe aromatiche. Bocca dolce e tagliente. Un Recioto di Soave da incorniciare.

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GoVolcanic: a Budapest il summit europeo dei vini vulcanici. C’è anche l’Italia

BUDAPEST – Per la prima volta in Europa, gli appassionati di vini vulcanici, geologia, rocce, minerali e gastronomia possono unirsi sotto lo stesso tetto. GoVolcanic, in programma dal 29 novembre all’1 dicembre a Budapest, in Ungheria – più esattamente all’Holdudvar della Margitsziget, l’isola Margherita sul fiume Danubio, tra Buda e Pest – è uno degli eventi più singolari del panorama europeo del 2019, giocato sul trinomio “Vino – Cibo – Esperienza”. WineMag.it seguirà l’evento in presa diretta, nella capitale ungherese.

Il concept dell’evento è del tutto nuovo e si basa su fasce orarie assegnate. Il biglietto di ingresso offre ai partecipanti cinque ore di degustazione, il tempo di passeggiare o partecipare ai seminari (maggiori dettagli sul sito web dell’evento).

Il sistema mira a garantire una distribuzione uniforme delle persone, evitando folle e code e offrendo ai partecipanti un’esperienza, in cui possono concentrarsi sulla degustazione anziché sul bere, mangiare del buon cibo, imparare e divertirsi in un ambiente rilassato.

Oltre alla degustazione di vini, i partecipanti possono incontrare alcuni dei più acclamati esperti europei e ungheresi durante i seminari di geologia. E assistere a un’esibizione accademica su rocce e minerali.

L’obiettivo del team GoVolcanic è quello di “creare un evento che rompesse il circolo infinito delle feste del vino e dei mercati gastronomici prima delle festività natalizie e di fornire una piattaforma di due giorni per coloro che non solo desiderano assaggiare vini o cibi deliziosi, ma anche conoscere i magici paesaggi vulcanici“.

Ci saranno oltre 40 produttori ungheresi presenti all’evento da Mátra, Tokaj, Somló, Bükk, Balaton, Ménes e Szerémség, oltre a un numero di cantine che l’organizzazione descrive come “sconosciute” e “straordinarie”.

Tra queste Obsidian Ridge Wines, nota azienda vinicola dalla California. Spazio anche all’Italia con i vini dell’Etna, del Vulture, di Soave e dei Monti Lessini. Per l’estero: Isole Canarie, Azzorre, Slovenia e Francia. Ampio spazio anche ai vini del Tekov della Slovacchia.

Tra i relatori di GoVolcanic ci saranno alcuni tra i più acclamati esperti di vino mondiali, produttori, ristoratori, scrittori, geologi e scienziati. GoVolcanic si propone come evento di caratura internazionale, con programmi disponibili sia in inglese che in ungherese.

Si potrà assistere ai seminari di John Szabo, Elizabeth Gabay MW, Ágnes Herczeg, David Moore, Sue Tolson, Alder Yarrow, Adam Gollner, Roland Velich, Janos Arvay, Lajos Takacs e Zoltan Balogh. Ospite d’onore sarà Imre Gyorgykovacs, enologo di Somlo.

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Nunzio Puglisi (Enò-Trio) e Frank Cornelissen: facce pulite dell’Etna, la nuova America del vino italiano

E’ il motore rombante dell’economia siciliana. La nuova America del vino italiano. L’Etna, con i suoi vini fini, eleganti e longevi, è l’immagine più fulgida del rilancio enologico del Meridione, a suon di Nerello Mascalese. Il simbolo della riscossa di tante regioni del Sud Italia, spremute per decenni da grandi e piccole aziende del Nord.

Conquistadores a caccia di uve “da taglio” cariche di colore, d’alcol e struttura, con cui blendare bacche bianche e rosse altrimenti incapaci di dare vini di peso. Qualitativo e commerciale.

Un tesoro, l’Etna, che ha ormai abbracciato la sua indipendenza. Una terra che abbiamo visitato in lungo e in largo, entrando in nove cantine in cinque giorni di tour. Piccole e grandi aziende, che operano o meno all’interno della Gdo, nella filosofia del nostro “contenitore unico” di informazioni controcorrente.

Quel che emerge è che ciò che alla Sicilia è stato preso in passato, alla Sicilia sta tornando con gli “interessi”. I 903 ettari vitati della Doc (2,5 milioni di bottiglie complessive su 117 iscritti al Consorzio) danno vita a vini capaci di competere con i più vocati territori vitivinicoli internazionali.

Che la discesa di tanti imprenditori sull’Etna non sia frutto di pura filantropia, bensì di marketing e tentativi di diversificazione, è chiaro a tutti. L’Etna “tira”. Negli ultimi mesi, infatti, è in corso una vera e propria gara per accaparrarsi gli ultimi terreni a disposizione nel comprensorio della Denominazione. Prima che il prezzo lieviti ancora, rispetto ai 100 mila euro all’ettaro attuali.

NICOSIA: DA “CANTINE” A “TENUTE”
Il caso emblematico è quello di Cantine Nicosia. Il gruppo di Trecastagni (CT), molto attivo nella Grande distribuzione organizzata grazie alle uve dei conferitori, diventerà presto uno dei maggiori player sul vulcano.

Trentatré gli ettari di recente acquisizione sul versante Nord dell’Etna, il più vocato per la produzione dei rossi base Nerello Mascaese e Cappuccio.

Vigneti che entreranno in produzione entro il 2022. Secondo indiscrezioni, è in programma anche la realizzazione di un polo di accoglienza enoturistica nella zona di Linguaglossa. Hospitality e Spa, nel segno delle migliori boutique winery.

Il disegno è chiaro. Con la creazione di un nuovo brand, denominato “Tenute Nicosia“, la cantina che per anni ha puntato sulla Gdo (con picchi di qualità come l’Etna Rosso della linea “Grandi Vigne” dell’insegna Iper, la grande I) punta a un restyling d’immagine. Nascerà una nuova linea “top di gamma” destinata soprattutto all’Horeca, da affiancare a quella attuale del versante Etna Est (dove tra l’altro si trova il sito produttivo).

Nicosia, di fatto, è solo l’ultimo colosso che si unisce alla caccia all’oro dell’Etna. Un “battaglione” a cui i vari Firriato, Planeta, Donnafugata e Tasca d’Almerita (solo per citarne alcuni) hanno aderito ormai da anni.

L’ETNA CHE CONQUISTA
Ma se la scelta iniziale è di tipo commerciale (così come lo è stata certamente per produttori illuminati come Andrea Franchetti di Passopisciaro e Marco De Grazia di Tenuta delle Terre Nere) è anche vero che dell’Etna finisci per innamorarti, per davvero.

E allora ecco che anche i vini dei colossi (o di chi ha investito sull’Etna in maniera lungimirante, riconoscendone il potenziale economico, oltre che vitivinicolo) hanno senso di entrare nell’Olimpo enologico mondiale. Con punte di qualità assoluta, accanto ai “vini veri” e “naturali” di chi sull’Etna è nato (vedi Enòtrio di Nunzio Puglisi, nella foto sotto con la figlia Desirée) o ci è arrivato dal Belgio (come Frank Cornelissen).

Necessari però dei distinguo. Tra i “big” meglio Planeta di Firriato per i vini fermi, che mostrano ottimi margini di invecchiamento (sorprendenti i bianchi). Ottimi i due sparkling prodotti a Cavanera da Firriato, superiori al Metodo Classico base Carricante ottenuto dai vigneti di Sciaranuova – Planeta.

Per le “bollicine” dell’Etna, riferimento assoluto tutto da scoprire è Antonino Destro. La sua Azienda vitivinicola, con l’appoggio dell’enologo Giovanni Rizzo, offre una gamma straordinaria di Metodo Classico sensati e territoriali, con al vertice un “60 mesi” sui lieviti (base Nerello Mascalese vinificato in bianco) degno di entrare nella top 10 italiana dei migliori champenoise sotto i 35 euro (prezzo di cantina).

Spumanti, questi, in grado di far dimenticare in un baleno Charmat base Catarratto come “Pros.it” di Cantine Patria, più consoni a giocarsela (al ribasso) col Veneto della Glera Extra Dry, perfetta per palati avvezzi al frizzantino da aperitivo.

Poco Etna e poco senso (se non commerciale) per vini come questo: scimmiottanti il campione italiano di vendite internazionali from Treviso, scevro da qualsiasi identità etnea.

Tra l’altro uno spumante con un’etichetta – a nostro avviso – al limite della correttezza nei confronti del consumatore: “Pros” “.” “it” non vi ricorda nulla?

Sicuri che, vedendo questa etichetta su uno scaffale, in molti (soprattutto stranieri) non possano pensare di trovarsi di fronte a un “Pros”-ecco “It”-aliano? Una label molto “Patri”-ottica (scommettiamo) per le tasche della cantina di Solicchiata.

D’altronde, il Consorzio del Prosecco Doc ha ben altri problemi a cui pensare, tra cui l’allargamento della regolamentazione alla versione Prosecco Rosé, di cui già si parla ovunque.

Rapporto qualità prezzo molto interessante, invece, su tutta la linea di Antichi Vinai 1877, che a Castiglione di Sicilia è attiva con un sito produttivo di maestose capacità (oltre 1 milione di bottiglie potenziali, quasi la metà di tutta la Doc) al momento sfruttato dalla famiglia Gangemi per attività di imbottigliamento “conto terzi”.

IL CASO
Una cantina, Antichi Vinai, artefice di un casus degno delle cronache vinicole nazionali.

Quello di Neromosso, “frizzante” da 2 bar (tecnicamente “vino bianco mosso di Sicilia”) piazzato sul mercato con grande successo a un costo incredibile per la tipologia: ben 9 euro in cantina (13,50 sul sito web della cantina).

Una “bolla” imitatissima in zona, dopo il lancio ufficiale avvenuto nel 2010. Si tratta di Nerello Mascalese vinificato in bianco, con piccole percentuali di uve a bacca bianca (Minnella e Zibibbo) che restituiscono un calice tutto sommato tipico in termini di mineralità etnea.

Altro discorso per Marco De Grazia e la sua Tenuta delle Terre Nere. Un’azienda che in pochi anni si è trasformata in un vero e proprio faro per l’Etna. Vini di una finezza assoluta, con la Borgogna a materializzarsi nei calici dei “cru” delle contrade.

Tenuta delle Terre Nere è la punta di diamante di De Grazia, ex commerciante di vini che ha dato vita alla rivoluzione dei Barolo Boys. Un marchio, “BB”, che ha consentito alle Langhe di farsi conoscere fino in America. Un miracolo replicato da De Grazia sull’Etna.

Chi deve crescere, invece, è Palmento Costanzo. Il recupero dell’antico caseggiato e della cantina – unico sito produttivo siciliano costruito all’interno di un antico palmento, risalente al XIX secolo – è iniziato nel 2011, ma il cambio di enologo ha forse creato qualche squilibrio tra le annate ad oggi in degustazione.

Una difformità che non aiuta la comprensione del tipo di lavoro che la famiglia Costanzo vuole intraprendere sull’Etna, anche se le premesse sono buone. Alla ristrutturazione dell’antico palmento (prevista Hospitality e Spa) sta facendo seguito un lavoro attento nei vigneti certificati biologici, che porterà presto alla presentazione di nuove etichette, tra cui il primo “cru” e il primo Metodo classico.

I VIGNAIOLI DA COPERTINA
Ex commerciante di vino, così come De Grazia, è Frank Cornelissen. Uno che dà del tu alla Muntagna, sulla quale sembra cresciuto. E nella quale, certamente, ha affondato le radici, oggi solidissime.

Cornelissen e Nunzio Puglisi di Enò-trio, uomini copertina del nostro tour, sono vignaioli diversi tra loro. Che hanno in comune, però, l’amore per l’Etna e la voglia di proporre un modello di viticoltura rispettoso dell’ambiente.

Intellettuale il belga Cornelissen, dentro e fuori da un calice in cui sviscera un minimalismo giapponese (del Giappone, non a caso, è originaria la moglie) ad eccezione del prezzo del vino di punta, “Magma”, in vendita a oltre 180 euro.

Maestro di vigna il siculo Puglisi, un lottatore in camicia che può vantare vigneti tra i più belli dell’Etna (certamente i più maniacalmente ordinati, anche grazie all’apporto della figlia Desirée) e tra i più alti in quota (oltre i mille metri quello di Traminer, cha dà vita a un vino strepitoso).

Due sperimentatori, Cornelissen e Puglisi, che meritano tutta l’attenzione autentica di chi cerca qualcosa di lontano dalle mode e dagli stereotipi del mondo del vino. Due da prendere in considerazione a tutti i costi, in previsione di un tour alle pendici dell’Etna.

Una panoramica, quella che avete appena letto, con la quale vogliamo introdurre un secondo articolo, dedicato ai migliori vini degustati in occasione del tour: online tra qualche giorno.

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vini#1

Vino Rosso GaioGaio, Azienda Vinicola Calabretta

“Se vuoi essere unico, devi essere differente” CIt. Il vignaiolo apocrifo.  Ecco come si viene accolti sulla homepage della cantina Calabretta, oggi protagonista della nostra degustazione.

Siamo in Sicilia, alla scoperta di etichette “rivoluzionarie”per vinificazione e tipologia di proposta. L’azienda è triple A: Agricoltori, Artigiani, Artisti.

Il vino sotto la nostra lente di ingrandimento è il GaioGaio, vino rosso che proviene da vigne giovani appena impiantate in contrada Calderara da una rigorosa selezione massale e, in parte, a piedefranco. Un vino rosso della gradazione di 13% di alcol in volume consigliato per qualsiasi occasione del quale vengono prodotte solo 4000 bottiglie.

LA DEGUSTAZIONE
All’esame visivo GaioGaio dell’azienda Calabretta si veste di un rosso rubino, con riflessi che virano su un granato appena accennato. Un’ estrema limpidezza, accompagna una buona scorrevolezza con lacrime fitte che scendono nel calice.

Il naso è abbastanza austero, non regala moltissimo, ma comunque emergono note fresche vegetali che ben si sposano con i frutti rossi e alcune foglie di pepe.

Discorso diverso per il palato, dove incontriamo a primo impatto una buona astringenza che regala una bevuta asciutta e pulita. La tanta mineralità si percepisce da un ritorno di grafite ben bilanciata da sensazioni di lampone e mela rossa.

LA VINIFICAZIONE
GaioGaio è un blend di uve Nerello Cappuccio e Nerella Mascalese. La vendemmia viene effettuata manualmente. La vinificazione avviene con diraspatura, pigiatura, inizio della fermentazione spontanea e macerazione per 7 giorni con frequenti rimontaggi in contenitori di acciaio. La fine della fermentazione alcolica e malolattica avviene in contenitori di legno da 70/75 hl con affinamento sulle fecce fini in botti di rovere di Slavonia da 50/60/70/75 hl per circa 11 mesi. Il suolo dal quale provengono le uve è di origine vulcanica con sabbia mista a sassi e pietre. I vigneti hanno circa 5 anni, sono allevati ad alberello disposti a filiera con pianta bassa e lavorati in biologico. La densità media ceppi per ha: 5750 con produzione media per ettaro di 40.0 hl.

Calabretta è una delle aziende più antiche del versante nord dell’Etna oggi  alla quarta generazione. Coltiva i propri vigneti seguendo la tradizione plurisecolare dell’Etna con uso limitato di zolfo e rame e potature manuali che garantiscono basse rese per ettaro. Dagli anni novanta, sotto la guida dell’ultima generazione, nelle persone di Massimo Calabretta e suo figlio Massimiliano, con investimenti mirati, ha riorganizzato la cantina e affiancato alla classica produzione di vini come Etna Rosso monovitigni, vini di contrada e vini bianchi. Una cantina particolare disposta su più livelli interrati dove i vini unici per terroir affinano naturalmente in vecchie botti di legno.

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degustati da noi vini#02

Vignato lancia “Primo Incontro”: il vino da merenda

Rifermentazione in bottiglia sui propri lieviti e nessuna aggiunta di solforosa per una Garganega in purezza pensata come un “vino da merenda”. La Garganega di Gambellara, i suoi lieviti indigeni, nessuna aggiunta di solforosa: è un inno al territorio più autentico, e allo stesso tempo alla convivialità, il vino “Primo Incontro” che la cantina biologica Davide Vignato di Gambellara (VI) lancia in questi giorni d’estate.

Il nuovo vino, prodotto dalla cantina che solo un paio di anni fa ha lanciato i primi due Gambellara Classico Doc biologici certificati nella storia della denominazione vulcanica vicentina, è una Garganega rifermentata in bottiglia, che nasce da vigneti di collina con 25 anni di età nella sottozona dei Monti di Mezzo e Faldeo.

A una prima fermentazione con lieviti spontanei segue l’aggiunta di mosto di Recioto di Gambellara prima della rifermentazione, in bottiglia che avviene senza alcuna aggiunta di anidride solforosa. “Volevo fare un vino giovane e frizzante – racconta Davide Vignato – capace di rispecchiare al meglio il nostro territorio quanto i due Gambellara Classico Doc che produco, ma che fosse anche in grado di distinguersi per uno spirito ancora più immediato e conviviale”.

Le scelta dei lieviti indigeni e della rifermentazione in bottiglia vanno in questa direzione. E’ nato così un “vino da merenda”, quotidiano, da bere a inizio serata con gli amici o da gustare con semplicità a tutto pasto”.

Il nuovo vino – Garganega 100% sotto la denominazione IGT Veneto – Primo Incontro ha un colore giallo paglierino con una leggera velatura naturale dovuta alla rifermentazione sui lieviti.

Al naso profumi fragranti di fiori bianchi, mela e crosta di pane sono ravvivati da una freschezza che ritorna in bocca per un sorso immediato e piacevole, in cui prevale la nota minerale e terrosa tipica del terroir. In chiusura la scia leggermente amarognola caratteristica della Garganega esalta la bevibilità del vino, ideale per l’aperitivo e con piatti dai sapori non eccessivamente strutturati.

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A Montebello Vicentino torna “Garganica”, tre giorni con i vini vulcanici

Dopo il successo del 2015, torna per il secondo anno e farà tappa a Montebello Vicentino (VI) “Garganica, alla scoperta dei vini vulcanici del Gambellara Doc”, evento che mira a promuovere la produzione enologica di un suggestivo angolo del Veneto confrontandola con i vini italiani che ne condividono l’anima e la provenienza vulcanica. La manifestazione, organizzata da Consorzio Tutela Vini Gambellara, Strada del Recioto e dei vini Gambellara Doc e Pro Loco Montebello, si terrà da venerdì 10 a domenica 12 giugno e vedrà al centro di degustazioni, abbinamenti cibo-vino e un intrigante derby del vulcano oltre 50 etichette italiane derivanti da territori di natura vulcanica. Ad aprire la seconda edizione di Garganica sarà una serata dedicata allo sport: venerdì 10 giugno, dalle ore 17 alle 20, al Palazzetto dello Sport di Montebello si svolgerà “DOC Basket”, triangolare di pallacanestro al termine del quale partecipanti e pubblico potranno cenare insieme presso lo stand allestito dalla Pro Loco. La giornata di sabato 11 giugno si aprirà con un press tour riservato alla stampa di settore, durante il quale venti giornalisti provenienti da diverse regioni italiane incontreranno alcuni produttori, faranno visita ad aziende di prodotti tipici (Caseificio Albiero e Panificio Rossi Federico) e cantine (Cavazza e azienda agricola Sordato Lino), assaggeranno diversi prodotti enogastronomici e, alle ore 16, parteciperanno a un convegno aperto anche al pubblico che si terrà alla cantina Menti Vini (Contrada Selva, 2/A). “La Garganega, espressione del territorio, espressione del Veneto” è il titolo della tavola rotonda che vedrà confrontarsi il presidente del Consorzio Tutela Vini Giuseppe Zonin, il presidente Assoenologi Veneto Orientale Luigino Bertolazzi, il responsabile regionale della guida Vini Buoni d’Italia Claudio Marafetti e l’enologo Nicola Menti; al termine del convegno sarà offerta ai partecipanti una degustazione di vini vulcanici. In serata, alle ore 20.30, l’appuntamento è in via Piazza Italia e via Vaccari con una stuzzicante “Cena vulcanica sotto le stelle” durante la quale i piatti tipici del territorio preparati dai ristoranti “La Marescialla” e “Giulietta e Romeo” sposeranno i vini vulcanici e il gruppo popolare Ballincontrà di Thiene si esibirà dal vivo. Il costo della cena è di 30 euro, prenotazioni: stradadelrecioto@libero.it o 328.8920757. Giornata clou della manifestazione sarà la domenica 12 giugno, quando, a partire dalle ore 15.30 fino alle 20, in Piazza Italia si potranno degustare e confrontare i vini vulcanici di diverse zone d’Italia proposti in banchi d’assaggio in abbinamento a creazioni gastronomiche dei ristoratori della Strada del Recioto.

Calice alla mano si potranno assaggiare e scoprire analogie e differenze tra le produzioni di Gambellara e quelle del Consorzio del Soave, del Consorzio Tutela Vini Lessini Durello, Consorzio Vini doc Colli Euganei, del Consorzio Tutela Bianco di Pitigliano, Consorzio per la Tutela dei Vini Orvieto, del Consorzio Tutela Denominazione Vini Frascati, dell’Enoteca Provinciale della Tuscia, della Cantina di Mogoro (Sardegna),  dell’azienda De Falco Vini (Vesuvio), del Consorzio Tutela Vini Etna Doc, delle aziende Vinicola Paternoster e Cantine Madonna delle Grazie (Vulture) e delle aziende Pietratorcia e Giardini Arimei (Ischia). Alle ore 17, nella loggia del Palazzo Municipale, si terranno gli enoracconti “Il Vulcano dal nord al sud”: sei vigneron di diverse regioni enologiche racconteranno la loro storia e il loro vino, espressione unica di terre altrettanto uniche. Mentre alle ore 18 si terrà il derby del vulcano con degustazione enogastronomica guidata tra i bigoli con il ragù di colombino, abbinato al Gambellara Classico Doc e gli arancini di riso con il cuore di Pachino e Ragusano, abbinato all’Etna Bianco Doc. (costo della degustazione 10 euro, prenotazioni: stradadelrecioto@libero.it o 328.8920757). Durante il pomeriggio al Centro sportivo Fogazzaro per i bambini e i ragazzi si terrà la seconda edizione del “Palio dei giochi dei quattro campanili” con prove ispirate alla civiltà contadina, mentre lungo le vie del paese andranno in scena spettacoli con artisti, acrobati, maghi e giocolieri.  A rappresentare la Doc Gambellara durante la tre giorni saranno le aziende agricole Grandi Natalina, Montecrocetta, Sordato Lino, Davide Vignato, Vignato Virgilio, le aziende vitivinicole Zonin Roberto e Marchetto, Podere Il Giangio, Cantine Vitevis – Cantina di Gambellara, Cantine Vitevis s.c.a. Colli Vicentini, Cavazza e Menti Vini.

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news ed eventi

Vulcanei 2016: il 21-22 Maggio un ”eruzione” di vini al Castello del Catajo

I terreni vulcanici sono tra i migliori per la produzione del vino, capaci di regalare vini unici e di grande personalità, grazie alla presenza nel suolo di minerali in grado di trasferire alle vite sostanze importanti. Diverse le aree Doc italiane che possono vantare origini ”vulcaniche” tant’è che nel 2012 è nata addirittura un’associazone, ”Volcanic ”Wine”, dall’accordo tra Consorzio del Soave, Consorzi di Etna e Campi Flegrei, di Gambellara, del Bianco di Pitigliano, del Lessini Durello e dei Colli Euganei allo scopo di promuovere i vini bianchi da suolo magmatico. Diversi sono stati in passato gli appuntamenti nell’ambito del progetto di promozione di ”Volcanic Wines”, in Italia e all’estero e per, tutti i winelovers, il prossimo evento è previsto per il 21-22 Maggio a Battaglia Terme, in provincia di Padova. Un banco di assaggio con oltre 50 vini di suoli vulcanici sarà allestito nella suggestiva location del Castello del Catajo, Una delle più belle dimore europee, un monumentale edificio ricco di storia, fascino e leggende, costruito a partire dal XVI secolo da Pio Enea I degli Obizzi ,dimora unica nel suo genere che nel tempo è stata villa principesca, alloggio militare, cenacolo letterario e reggia imperiale. In degustazione vini dei territori dei Campi Flegrei – Colli Euganei – Etna – Frascati – Gambellara – Ischia – Lessini – Mogoro – Orvieto – Pantelleria – Pitigliano e Sovana – Soave – Tuscia – Vesuvio – Vulture, ma anche ospiti d’Oltralpe come Naturgarten Kaiserstuhl dalla Germania e Parc naturel régional des Volcans d’Auvergne direttamente dalla Francia. Il banco d’assaggio aprirà sabato dalle 15:30 alle 22:30 e domenica 22 Maggio dalle ore 10:30 alle 19:30. Per tutta la durata dell’evento saranno presenti con prodotti gastronomici numerosi produttori dell’area euganea tra cui alcuni presìdi Slow Food e altre rarità. Un originalissimo coffee corner completerà l’offerta. Laboratori di degustazioni guidati da un esperto daranno modo di scoprire e approfondire alcuni vini vulcanici locali, nazionali ed europei, per un confronto appassionante. Il biglietto di ingresso per il pubblico, acquistato in loco, è di 14 euro e comprende: calice e bisaccia, degustazione di tutti i vini, panificati e acqua, accesso al Giardino dei Giganti, accesso alla Sala della Pallacorda che accoglie vignaioli italiani e stranieri, accesso al portico adiacente la Sala della Pallacorda che ospita i produttori euganei ed accesso al Giardino delle Delizie e alla Grande Peschiera, oltre alla possibilità di visitare il Piano Nobile del Castello al prezzo scontato di 4 euro.

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