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Vino In-dipendente 2025: i migliori vini naturali a Calvisano

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Il mondo dei vini naturali deve fare largo a una manifestazione che, nel bene e nel male del contesto, non può più essere considerata di “serie B”, rispetto ad altre della stessa categoria. Ma, anzi, assurta all’olimpo delle natural wine fair. Se non a livello europeo, almeno a livello italiano. Parlo di Vino In-dipendente, rassegna di “vini artigianali” organizzata dal “sommelier vinnaturista” Stefano Belli. L’edizione 2025, la numero 10, può essere considerata quella dell’assoluta consacrazione. Oltre ai winelovers – tra cui molti giovani e giovanissimi – la fiera andata in scena il 12 gennaio ha visto la partecipazione di un buon numero di distributori e buyer, italiani ed (addirittura) esteri.

IL RACCONTO AUTENTICO DEI VIGNAIOLI

“Addirittura” perché si tratta di un evento organizzato in una “sperduta” località della provincia di Brescia, come Calvisano. Poco meno di 9 mila abitanti e una certa fama, non legata al mondo del vino. La cittadina è piuttosto nota per essere ricompresa nell’area di produzione del Grana Padano, oltre che per l’allevamento di storioni da caviale della nota azienda Calvisius Caviar. Non ultimo, per la squadra locale di rugby, che milita in Serie A. La sala polivalente del Comune, perfetta per ospitare i banchi di assaggio di una settantina di cantine, si trova proprio accanto allo stadio.

Anche i vini in assaggio sono risultati “sportivi”. Alcuni da ola. Altri da fischi. La media qualitativa dei vini in degustazione è risultata tutto sommato soddisfacente. Ma la presenza di difetti, molto evidenti ai non ultras del vino naturale, è ancora troppo alta per poter far gridare alla nuova era del vino naturale italiano. Messe da parte volatili e brett, anche le etichette “sporche” sono riuscite a mettere in risalto il racconto appassionato (e spesso sincero) dei vignaioli.

I MIGLIORI VINI NATURALI A VINO IN-DIPENDENTE 2025

Racconti di vigna, di «mani sporche di terra». Storie di profumi, di colori, di terre, di passione e di fatiche che, qualche volta, trovano piacevole consolazione nei calici. Ecco allora i migliori assaggi a Vino In-dipendente 2025, pescati come tra quelli da dimenticare in fretta. Frutto, questi ultimi, di uno storytelling che non è falso o volutamente deviato, bensì il chiaro frutto di un amore per la terra non accompagnato dalla dovuta competenza nella scienza e nell’arte – tutto tranne che naturale – di «Fare Vino Buono». Tra i tanti, troppi, difetti, vere e proprie gemme. Eccole, in ordine sparso. Vino In-dipendente 2025

Azienda agricola Franzina

Un’interpretazione autentica della Valtellina e della sottozona Maroggia, su tutta la gamma. Tutto da bere il Rosso, più complesso e strutturato “St Sixtus”. La Riserva, ottenuta dalla parcella più alta del vigneto, è una chicca.

  • Rosso di Valtellina Doc 2022
  • Valtellina Superiore Docg 2021 “St Sixtus”
  • Valtellina Superiore Docg Riserva 2021 Maroggia

Pietramatta

I vigneti si intersecano come un puzzle con quelli di Nove Lune, il “parco giochi” del responsabile Piwi Lombardia, Alessandro Sala. Pietramatta, del fratello Andrea Sala, è l’altra metà del pianeta. Memorabile il rosato da uve Moscato di Scanzo. Ottimo l’orange Amber, da uve Piwi (Souvigner Gris). Da scoprire “Sass”, taglio bordelese.

  • Bergamasca Igp Rosato 2023 “035”
  • Bergamasca Igp rosso 2022 “Sass”
  • Vino Bianco “Amber”

Denis Montanar

Chiuso e a prima vista un po’ scontroso, Denis Montanar è riuscito a fare un vino che non gli somiglia per niente, a livello “caratteriale”. “Massàl”, Merlot vendemmia 2019, è disteso, goloso ed aristocratico. Un autentico capolavoro, per la ricchezza del frutto, la raffinatezza della spezia e la profondità del sorso. Best in show tra i vini rossi a Vino In-dipendente 2025.

  • Vino Rosso Igt Venezia Giulia 2019 Massàl – Dodòn
    (BEST IN SHOW – VINI ROSSI)

Cascina La Signorina

Sfodera la verticale, zitta zitta, La Signorina. Per mettere a tacere anche l’ultimo degli idioti che ancora va in giro a dire, tronfio: «A me il Dolcetto non piace». Come se ce ne fosse solo uno. Come se tutto n0n dipendesse dalle mani di chi lo produce, forse più di qualsiasi altra varietà piemontese. Come se “La bocassa” non esistesse. Alla fine tutti muti davanti all’accoppiata 2007-2017. Tutto tranne che retorico rispetto per gli “anziani”. Chapeau.

  • Ovada Docg 2017 “La bocassa”
  • Dolcetto di Ovada Superiore Doc 2007 “La bocassa”

Azienda agricola Mariapaola Di Cato (Vini Di Cato)

Una gamma migliorabile sotto diversi profili, quella della cantina Di Cato. Ma questo “Cerasuolo d’Abruzzo” che “Cerasuolo d’Abruzzo Doc” non è – «lo abbiamo volutamente declassato» – è da applausi. Un “Raggio di Luna” che illumina il Montepulciano: floreale, carnoso, sapido, dissetante. E soprattutto ribelle. Un po’ come il Neil Young di “Eughenos Harvest Moon”.

  • Rosato Terre Aquilane Igp Biologico 2022 “Eughenos Raggio di Luna”

La Rocchetta di Mondondone

Da infermiere a vignaiolo in Oltrepò pavese, per poi tornare in corsia al momento del bisogno, durante l’emergenza Covid. Stefano Banfi è prima di tutto un Uomo dal cuore grande. Poi, e non è un dettaglio, fa pure grandi vini. La Croatina “Croaticum” e il Pinot Nero “Suavis Noir”, entrambi vendemmia 2015, sono da comprare a cartoni e da abbandonare in cantina. Con la promessa di iniziare a berli tra 5, 6 anni. Scommettiamo?

  • Provincia di Pavia Igp Pinot Nero 2015 “Suavis Noir”
  • Provincia di Pavia Igp Croatina 2015 “Croaticum”

Rós di Daniele Paolucci

Un altro “bravo ragazzo”, Daniele Paolucci di Rós. Siamo a Volta Mantovana, a poca distanza dal Lago di Garda, per un’avventura enologica fondata sì sulla passione, ma soprattutto su un gran savoir-faire. Un progetto che, nel 2025, compie 10 anni di vita. Quelli della maturità. 

  • Vino Bianco frizzante rifermentato Chardonnay 2024 “Monti solivi”
  • Vino bianco 2022 “Thýme”
  • Vino Rosso 2022 “Coràle”

Scapigliata

Come questo Metodo classico non abbia superato l’esame per la certificazione “Franciacorta”, è un mistero che poco importa risolvere. «Prendete e bevetene tutti, questo è il calice del mio Vsq per la nuova ed eterna alleanza, versato per voi e per tutti in remissione dei peccati»: suonava così. No?

  • Metodo classico Vsq Blanc de Noirs Dosaggio Zero 2020
    (BEST IN SHOW – METODO CLASSICO)

Azienda agricola Case Vecchie di Paolo Ferri

Al mantovano Paolo Ferri piace esagerare e le bottiglie da riempire col suo vino le compra solo da 1 litro. Fa bene. Perché il rosato Rondinella 2023 sarà pure “Tormentato”. Ma è da svuotare a canna, tanto va giù facile e sincero. Vola, Rondinella. Vola.

  • Vino Rosato Rondinella 2023 “Tormentato” (1 litro)

Vigne del Pellagroso – Antonio Camazzola

Un altro a cui difficilmente strappi un sorriso, Antonio “Billy” Camazzola. Ma il vino lui, dalle parti di Monzambano (Mantova) lo sa fare. Tutta apprezzabile la gamma, da cui peschiamo il bianco “Lügar”, sapientemente ottenuto da uve Riesling, Garganega e Moscato, macerate per circa una settimana. Convince per la golosa agilità di beva, abbinata a una profondità che sfiora il balsamico.

  • Vino Bianco “Lügar”

Samuele Casella Azienda agricola

Uve Rebo, sì. Ma non siamo in Valle dei Laghi, in Trentino, bensì a Gavardo, in provincia di Brescia. Una chicca di casa Samuele Casella, piena di frutto e dalla chiusura sapida, che chiama il sorso successivo. Degno di nota anche il lavoro della cantina sulle varietà Bordolesi.

  • Benaco Bresciano Igt Rosso 2021 Rebo

Grawü – Grasselli & Würth

Vale il discorso fatto prima per il Dolcetot di Cascina La Signorina. A quel paese di Grawü va mandato chi pensa il Pinot Grigio sia solo quello venduto per pochi spiccioli al supermercato. Poi, gli stessi, li si manda sul “Lato Oscuro” a scoprire il vitigno ibrido Regent, incrocio di varietà europee ed americane. Un rosso che convince gli amanti dei rossi che non disdegnano di sfoderare un buon tannino, su tanto frutto e freschezza. Geniale la scelta della semi-carbonica sul vitigno.

  • Vigneti delle Dolomiti 2022 Pinot Grigio
  • Mitterberg Rosso Igt 2021 “Lato Oscuro”

Cantina La Bacheta – Giorgia Quintarelli

(CANTINA RIVELAZIONE)

Attenzione a non confondere il cognome: Giorgia Quintarelli non è parente della più nota famiglia pilastro della Valpolicella. Lei sta a Custoza. E sembra avere molta voglia di restarci, per continuare a fare benissimo. La sua giovane gamma di vini vale una standing ovation. Colpisce la purezza della Garganega, sia nell’interpretazione più classica, “Neissance”, che con “Luna” (grappolo intero). La Corvina “Isa”? Anche lei in semicarbonica. Abbastanza per appuntarsi il nome di Cantina La Bacheta. Per non scordarlo più.

  • Verona Igt Garganega 2023 “Neissance”
  • Verona Igt Garganega 2023 “Luna”
  • Verona Igt Corvina 2023 “Isa”

Perego & Perego

“Il Barocco” è il rosso da non perdere dalle parti di Rovescala, in Oltrepò pavese. La vera chicca di Giorgio Perego, in degustazione anche a Vino In-dipendente. Vino da sempre presente nella Guida Top 100 Migliori vini italiani di Winemag, pronto a presentarsi al pubblico con una 2018 che segnerà un leggero cambio di stile, verso una maggiore componente fruttata e, quindi, una maggiore beva.

  • Vino Rosso 2017 “Il Barocco”

Azienda agricola Cuore Impavido di Loris De Bortoli

Una varietà Piwi, un vino Piwi. Che, tra l’altro, si chiama come la cantina. Piacciono le cose semplici in casa Loris De Bortoli. Scelta azzeccata col frizzante non filtrato prodotto a 800 metri d’altitudine, nel Comune di Sovramonte. Siamo alle porte del Parco Nazionale delle Dolomiti Bellunesi. Il vitigno resistente di “Cuore Impavido” è il Solaris. Un rifermentato che ricorda soprattutto il cedro, dal naso alla freschissima chiusura. Il sorso convince dall’ingresso al retro olfattivo, perché non mostra le asperità classiche di altri Piwi. Aiuta un perlage soffice e avvolgente, che porta con sé pulizia del frutto (agrumi, pesca) e una leggera, piacevolissima, vena minerale.

  • Vino Bianco frizzante non filtrato “Cuore impavido” (Piwi)

Josef – Luca Francesconi

Lo aveva detto nel video di presentazione per i social media, richiesto a tutti i vignaioli dall’organizzatore Stefano Belli: «Venite a Calvisano a Vino In-dipendente 2025, il 12 gennaio, se volete scoprire “vini d’autore”». Promessa mantenuta da Luca Francesconi, alias Josef, con l’Alto Mincio Igt Bianco 2022 “Guadalupe”. Solo Turbiana di Lugana, lavorata in vetroresina. Vino che ti resta in testa per quella “promessa” mantenuta al punto da diventare “premessa”, grazie all’unico vino della gamma di Josef ottenuto da un’uva in purezza. Applausi, di cui sopra.

  • Alto Mincio Igt Bianco 2022 “Guadalupe”

Il Pendio – Michele Loda

«Sì vabbè, ma loro si sono fatti un nome con il Metodo classico, in Franciacorta». Sento forte e chiaro rispondo dritto per dritto: assaggiate Chardonnay fermo e Pinot Nero vinificato in rosso fermo de Il Pendio. Poi fatemi sapere… In fondo, tutto non può che cominciare da una buona “base”.

  • Sebino Igt Chardonnay 2023
  • Sebino Igt Pinot Nero 2023 “La Valletta”

Matrignano

È qui la festa? Sembra di sentire in sottofondo il basso ritmato di Michael Peter “Flea” Balzary, mentre in gola scivola il frizzante “Skianty” di Matrignano. Molto più di una semplice provocazione al sistema di certificazione delle Doc, in particolare a quella del Chianti, richiamata dal nome di fantasia. “Skianty” è gusto testa capolavoro anche dal punto di vista della coscienza enologica. La base è un Sangiovese vendemmia 2023 da 11,5%, rifermentato con il mosto congelato di Cabernet Franc dolce della vendemmia 2022. Solo 500 bottiglie e uscita a marzo 2025. Da prenotare.

  • Vino Rosso frizzante “Skianty” (BEST IN SHOW – FRIZZANTI)

Forti del Vento

Una garanzia Forti del Vento, nel suo Monferrato. Il Dolcetto “La Volpe” è un altro di quelli da presentare a chi «Io il Dolcetto non lo bevo». Vinificazione in solo acciaio e riposo in cantina per un anno, prima della commercializzazione. Ben più strutturato “Ottotori”, vinificato in legno e frutto di una singola vigna. I due volti del Dolcetto, insomma, tra beva e tanta vera sostanza.

  • Vino Rosso Biologico 2022 “La Volpe”
  • Vino Rosso Biologico 2020 “Ottotori”

Terrazzi Alti

La Valtellina a Vino In-dipendente si difende alla grande anche con Terrazzi Alti. Splendide le due espressioni di Sassella della cantina della famiglia Buzzetti. Vini concreti ed eleganti, espressioni autentiche della Chiavennasca e del territorio.

  • Valtellina Superiore Docg Sassella 2022
  • Valtellina Superiore Docg Sassella Riserva 2021

Ansitz Dolomytos Sacker (MIGLIOR GAMMA AZIENDALE)

Cantina che non sbaglia un colpo (e non è una cosa poi così comune, specie nel segmento dei “vini naturali”). Siamo ad Auna di Sotto (Renon) a 500 metri d’altitudine, per il progetto enologico creato tra il 1998 e il 2009 dal compianto Rainer Zierock, professore di mitologia greca e filosofia agraria, sulla base dei principi di Rudolf Steiner. Oggi la tenuta è della famiglia Marginter, che realizza vini da assemblaggio, proseguendo il lavoro iniziato da Rainer Zierock con varietà provenienti da Grecia, Francia e Spagna. Ecco allora Assyrtiko, Petit Manseng e il Piwi Souvignier Gris, accanto a Riesling, Gewürztraminer, Sauvignon blanc. Oppure Sangiovese, Petit Verdot, Agiorgitiko, Mourvèdre e Alicante Bouschet, in mezzo a Pinot Nero, Merlot, Cabernet Franc e Cabernet Sauvignon. Un progetto unico. Tutto da scoprire.

  • Vino Bianco 2023 “Sacker Weiss”
  • Vino Bianco 2019 “Dolomytos”
  • Vino Bianco “Amphora”
  • Vino Rosso “Sacker Rot”
  • Vino Rosso 2017 “Skythos”
  • Vino Rosso 2018 “Athos”

Colle del Bricco – Matteo Maggi

Gipsy Red è l’ultimo arrivato di casa Colle del Bricco – altra presenza nell’edizione 2025 della Guida Top 100 Migliori vini italiani di Winemag – è un vino succosissimo, frutto del sapiente assemblaggio pensato e voluto dal giovane Matteo Maggi, a Stradella. Un vino che, per concetto ed esecuzione, mancava in Oltrepò pavese.

  • Provincia di Pavia Igt Rosso 2023 Gipsy Red

Azienda agricola Terre di Pietra

Dimmi che nel calice ho un vino Veronese senza dirmi che nel calice ho un vino Veronese. Autenticità allo stato puro a casa Terre di Pietra, a San Martino Buon Albergo. Corvina, Corvinone e Rondinella con l’anima.

  • Rosso Veronese Igt 2018 “Vigna del Peste”
  • Rosso Veronese Igt 2020 “Testa calda”
  • Rosso Veronese Igt 2016 “Mesal”

Villa Calicantus

Forse la vera azienda da scoprire, per chi ancora non la conoscesse, dalle parti di Bardolino. Non solo per il Chiaretto “Chiar’Otto”, vino ormai entrato nell’olimpo dei rosati italiani. Ma anche per le tante, splendide interpretazioni del Bardolino. Villa Calicantus, una garanzia.

  • Chiaretto di Bardolino Doc Classico 2023 “Chiar’Otto” (BEST IN SHOW – VINI ROSATI)

Radici erranti

Progetto molto interessante, quello di Radici erranti sulla sponda orientale del Lago di Garda, a Navelli di Salò. L’idea è nata durante il periodo del Covid, nel 2020, tra cinque amici impegnati a vario titolo nel settore del vino. L’ultimo arrivato è proprio il Metodo classico Dosaggio Zero “Stradivari”.

  • Metodo classico Dosaggio Zero “Stradivari”

Enò-Trio

Nunzio Puglisi porta avanti, insieme alla sua famiglia, una delle cantine artigianali più interessanti della zona dell’Etna. Un progetto che –  proprio come il vulcano della Sicilia – sembra tendere verso l’alto. A una precisione sempre maggiore nella restituzione, nel calice, del frutto delle vigne allevate come figli, a un’altezza che si spinge fino ai mille metri. A Vino In-dipendente, il coniglio pescato dal capello è “Calderara” 2019: vino consigliato a chiunque voglia capire davvero cos’è il Nerello Mascalese.

  • Etna Rosso Doc 2019 Nerello Mascalese “Calderara”

Prima Radice

Tra i vini più curiosi dell’evento c’è la Franconia di Prima Radice, che propone un modello davvero condivisibile, in un segmento popolato da stregoni e più d’un ciarlatano: «Agricoltura rigenerativa, laica e scientifica». Oltre al vino da varietà rare anche sidro, birra, farine e gallette da cereali storici. Il tutto a Polcenigo, in provincia di Pordenone, in Friuli Venezia Giulia.

  • Trevenezie Igt Franconia 2023 “L’importanza di essere franco”

Daniele Ricci

Poche parole per i vini dell’ex casellante Daniele Ricci. Una gamma straordinaria, che ormai tutti conoscono e la cui grandezza tutti (ri)conoscono. Poi succede che a Vino In-dipendente il vignaiolo del tortonese porti un “San Leto” 2004. Dando un senso a quei paragoni tra la denominazione piemontese e la Francia. A un prezzo tanto più conveniente da sembrare quasi folle. Daniele Ricci per il best in show-vini bianchi di Vino In-dipendente.

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Riccardo Polegato (La Viarte): «Vino naturale? Solo marketing ingannevole»


«Negli ultimi anni, il termine “vino naturale” è diventato di moda, un’etichetta che attrae un certo pubblico e promette qualità superiori e conseguenze meno impattanti per la salute.
Tuttavia, dietro questa definizione apparentemente accattivante, si nasconde una realtà altamente controversa. In primo luogo, il concetto di “vino naturale” non ha alcuna base legale o regolamentazione ufficiale: non esiste, infatti, un ente di controllo che certifichi cosa sia effettivamente un vino naturale e cosa no. Questo lascia spazio a interpretazioni arbitrarie e, inevitabilmente, a pratiche di marketing ingannevoli.

Si tratta, in sostanza, di un termine privo di rigore che gioca sulla percezione del consumatore. Non a caso, la narrativa che accompagna i vini naturali spesso sottintende che i vini prodotti in modo convenzionale siano in qualche modo “artefatti” o “inferiori”. Questo è profondamente fuorviante, perché la viticoltura convenzionale è regolamentata da norme precise, con controlli rigorosi sulla qualità e sulla sicurezza del prodotto. E non si può dimenticare come gli enologi professionisti che lavorano secondo i metodi tradizionali o moderni si affidano a decenni, se non secoli, di conoscenze scientifiche e pratiche consolidate per garantire un prodotto eccellente e sicuro, mentre le imperfezioni organolettiche tradotte come “naturali” sono spesso difetti di vinificazione.

VINI NATURALI? RISCHIO EFFETTO BOOMERANG

Un altro aspetto critico è il messaggio implicito che i vini naturali siano più salutari. Questa è una semplificazione che rasenta l’inganno, poiché la salubrità di un vino non dipende dal fatto che sia naturale o meno ma, piuttosto, da fattori come il contenuto di solfiti (che, peraltro, sono presenti naturalmente anche nei vini cosiddetti “naturali”), la qualità dell’uva e i processi di vinificazione. Dunque, affermare che un vino naturale sia automaticamente “migliore per la salute” è una manipolazione che sfrutta la poca conoscenza del consumatore medio.

Infine, c’è il rischio di un effetto boomerang: concentrarsi sul “naturale” rischia di sminuire il lavoro di migliaia di produttori che, pur non utilizzando questa etichetta, si impegnano onestamente ogni giorno per creare vini straordinari nel rispetto dell’ambiente, del territorio e, soprattutto, del consumatore. Senza contare che questo tipo di comunicazione non fa altro che dividere inutilmente il settore, invece di valorizzare la diversità e la ricchezza della viticoltura mondiale.

VINO E GIOVANI: INFORMATEVI SUL TEMA

In conclusione, il concetto di vino naturale è, nella migliore delle ipotesi, un’abile strategia di marketing; nella peggiore, è un inganno. Credo fermamente che migliorare la comunicazione nel settore vinicolo sia necessario per tutelare i consumatori, i quali meritano di sapere che un buon vino non ha bisogno di aggettivi fuorvianti per dimostrare la propria qualità.

Per questo, da giovane produttore, suggerisco ai miei coetanei di informarsi con attenzione sul tema, per essere in grado di valutare con maggior consapevolezza le proprie scelte di consumo. E lo dico nella convinzione che temi come la trasparenza, la conoscenza e il rispetto per il lavoro dei produttori dovrebbero essere al centro del dialogo, non banalizzati e trasformati in etichette che servono solo a creare inutili divisioni».

Riccardo Polegato, AD La Viarte


Riccardo Polegato, classe 1996, “figlio d’arte” cresciuto tra filari e bottiglie, titolare insieme alle sorelle Luana e Giorgia della cantina La Viarte di Prepotto (UD) sui Colli Orientali del Friuli, prende posizione sui vini “naturali”, tema sempre dibattuto all’interno del mondo enologico.

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Vino in-dipendente 2025, decima edizione a Calvisano: le cantine presenti


Vino in-dipendente 2025
fa cifra tonda. La decima edizione della Fiera-mercato del vino artigianale organizzata dal “sommelier vinnaturistaStefano Belli è in programma a Calvisano, in provincia di Brescia, il 12 gennaio. Ingresso dalle 10.30 alle 19.30 acquistando il ticket di 15 euro, comprensivo di calice per gli assaggi e tracolla porta calice. Vino in-dipendente sarà, in sostanza, il primo tra gli eventi del vino italiano del 2025. Il pubblico potrà degustare e acquistare direttamente dai produttori sia i vini che i prodotti alimentari nella sala sala polivalente del Comune di Calvisano.

«Vino in-dipendente – spiega il sommelier Stefano Belli – raggruppa vignaioli che difendono l’integrità del proprio territorio attraverso una forte etica ambientale, per produrre vino che prevede il minor numero possibile di interventi in vigna e in cantina, attraverso l’assenza di additivi chimici e di manipolazioni innaturali. Produrre vino naturale significa valorizzare l’unicità del vino, abbandonando l’omologazione che chimica, tecnologia e industrializzazione hanno portato nel mondo del vino. Scopo della manifestazione è promuovere il lavoro dei vignaioli che quotidianamente faticano a farsi sentire».

LISTA CANTINE VINO IN-DIPENDENTE 2025

Ricci Daniele (Piemonte)
Grawu (Alto Adige)
Az. Agr. Di Cato (Abruzzo)
Casa Caterina (Lombardia)
Villa Calicantus (Veneto)
Foradori (Trentino)
Daniele Piccinin (Veneto)
Dolomytos (Alto Adige)
Il Pendio (Lombardia)
Cantine Del Castello (Piemonte)
Tenuta Ca’ Sciampagne (Marche)
Leonardo Pallotta (Puglia)
Denis Montanar (Friuli V/G)
Josef (Lombardia)
La Scapigliata (Lombardia)
Matrignano (Toscana)
Mo-Ka (Lombardia)
Sa Defenza (Sardegna)
Stefano Legnani (Liguria)
Eno-Trio (Sicilia)
Forti Del Vento (Piemonte)
Teren (Friuli V/G)
Perego&Perego (Lombardia)
Meggiolaro (Veneto)
Cuore Impavido (Veneto)
Az. Agr. Fenech (Sicilia-Lipari)
San Domaine (Spagna)
Angel Ouiea (Spagna)
Az. Agr. Torrazzetta (Lombardia)
Case Vecchie (Lombardia)
L’orto Del Vicino (Toscana)
Terrazzi Alti (Lombardia)
Vino Riflesso (Piemonte)
Insolente (Veneto)
Santa Caterina (Liguria)
Antonio Ligabue (Lombardia)
La Signorina (Piemonte)
Masseria Gigante (Puglia)
Az. Agr. Grazioli (Lombardia)
Az. Agr. I Cangianti (Umbria)
Prima Radice (Friuli V/G)
Mccalin (Abruzzo)
Le Vignette (Toscana)
Vna Wine (Lombardia)
Tommaso Gallina (Piemonte)
Colombo Sormani (Lombardia)
Az. Agr. Casa Giachi (Toscana)
Pietra Matta (Lombardia)
Terre Della Luna (Liguria)
Bragagni Andrea (Emilia R.)
Terre Di Pietra (Veneto)
Bressanelli Fortunato (Lombardia)
Boschera Winkler (Veneto)
Ros (Lombardia)
Umaia (Piemonte)
Az. Agr. Franzina (Lombardia)
Ca De Rundaneine (Piemonte)
Antica Valpolicella (Veneto)
Az. Agr. Samuele Casella (Lombardia)
Az. Agr. Filarole (Lombardia)
Cantina La Bacheta (Veneto)
La Rosi (Veneto)
Colle Del Bricco (Lombardia)

LISTA ARTIGIANI DEL CIBO VINO IN-DIPENDENTE 2025

La Baita (Liguria)
Il Colmetto (Lombardia)
Ferdy Wild (Lombardia)
L’anciua (Liguria)
Passion Cocoa (Lombardia)
La Bucolika (Toscana)


Vino in-dipendente 2025

Quando: 12 gennaio
Dove: Sala polivalente Calvisano (Brescia), via San Michele
Orario: dalle 10.30 alle 19.30
Biglietti di ingresso: 15 euro (acquisto in loco)
Email: info@vinoindipendente.it
www.vinoindipendente.it

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La Terra Trema 2023 e quella critica al «tutto naturale della Milano lontana dalla vigna»


Andrà in scena venerdì 24, sabato 25 e domenica 26 novembre La Terra Trema 2023, XV edizione della “Fiera Feroce di vini, cibi, relazioni” al Leoncavallo Spazio Pubblico Autogestito di Milano. Lo farà col solito carico di premesse e promesse retoriche, accompagnate dai soliti nuvoloni neri sulla Milano che non piace, che sta stretta e opprime. «La Milano lontana dalla vigna» che, di anno in anno, offre però opportunità, palcoscenico, teatro e parola a tutti. Riportiamo integralmente, qui sotto, le parole scelte dagli organizzatori per annunciare l’edizione 2023 della “Fiera Feroce”, lasciando così ad ognuno la piena libertà d’interpretazione («ingresso alla manifestazione con sottoscrizione al progetto di 10 euro, valido per un giorno»).

«Torna la Fiera Feroce consapevole che tra le più grosse retoriche propinate dalla metropoli contemporanea v’è quella del “naturale”. Vino, agricoltura, artisti, vignaioli, architetti, eventi, progetti: ogni cosa è naturale, sostenibile, ecologica nella metropoli, compresa la violenza e l’ingiustizia che produce.

Dietro narrazioni solo ben disegnate insiste un modello trito e ritrito che alimenta un consumismo barbaro, ottuso, capitalista. Non saranno mai salvifiche queste città antropofaghe, le economie cannibali che generano, non saranno mai salvifiche le speculazioni compiute in nome della rigenerazione, della riqualificazione, dell’ordine gourmettizzato.

La Terra Trema | Fiera Feroce ritorna, per ribadire la sua sostanza proteiforme, innaturale, la sua materia fecciosa, racaille, per celebrare l’incontro dei molteplici volti e delle numerose voci della produzione agricola e vinicola di questa nazione e non solo. Per rivedersi, per ritrovarsi e ragionare collettivamente, fuori dalla propria bolla, dai propri ambiti protetti, per dare luogo a un confronto orizzontale che comprenda tutte e tutti, agricoltori/trici, vignaioli/e, cittadini/e.

Nel corso di questi anni, di queste quindici edizioni, La Terra Trema | Fiera Feroce ha voluto che si sviscerassero, davvero politicamente, le evoluzioni economiche, sociali, urbanistiche, ambientali, qualitative che il micro/macro mondo dei vini contemporanei ha e sta attraversando/determinando/subendo. Mai ha smesso di chiedersi e di discutere di qualità, prezzo, distribuzione, rapporti di produzione.

Si inneschino dunque rapporti realmente diretti, si generino economie orizzontali, franche, a portata di mano, si generino progetti collettivi combattivi, riottosi, indipendenti. Si tuteli con la lotta tutto questo, non lo si svenda all’illusione di una città che annienta. È il caso che si cominci a chiedersi dove sta la proclamata biodiversità nelle città, dove sono le differenze, dove vive la vita, al di là delle sdraio colorate, dei bei tavolini guarniti, lontanissimi dalle vigne.

Ribadiamo. Il cosiddetto mondo dei vini e dei cibi ben fatti (naturali e non) rischia di ritrovarsi a dissertare solo della sua stessa piacevolezza, della sua ragion d’essere, delle molteplici e inaspettate possibilità di un calice, in cattedrali glabre come giardini inglesi, terse, monoclonali. Città di niente. Necessario è costruire momenti di confronto a partire da qui. Ci auguriamo accada, ancora, a La Terra Trema 2023».


 

LA TERRA TREMA 2023 – XV EDIZIONE

Leoncavallo Spazio Pubblico Autogestito – via Watteau 7, Milano

Venerdì 24 novembre 2023
15:00 – 22:00    
22:00 – 02:00    Festa musicale

Sabato 25 novembre 2023
15:00 – 22:00    
22:00 – 02:00    Festa musicale

Domenica 26 novembre 2023
13:00 – 20:00    
20:00 – 22:00    Premiazioni e cena conclusiva

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A che temperatura viaggia il vino naturale? Dal Giappone il “metodo Racines”

«Ho scoperto che il vino naturale non è facile da trattare, perché richiede una grande attenzione, dalla spedizione dalla cantina al trasporto, fino alla porta dei clienti. I vini naturali hanno una qualità fragile, ma squisita, che va preservata». A parlare è Yasuko Goda, titolare di Racines, importatore giapponese di vini naturali tra i più noti al mondo. L’azienda, fondata nel 2003 in Giappone con il socio Masaaki Tsukahara, vede l’Italia grande protagonista. La selezione comprende big del calibro di Monte dei Ragni (Valpolicella), Le Due Terre (Prepotto), Rivella Serafino (Barbaresco) e Valentini (Abruzzo). Tutte e 150 mila bottiglie importate annualmente da Racines possono contare sulla maniacale attenzione alla qualità del trasporto che fa di questo importatore un unicum, nel controverso mondo dei “vini naturali”.

Stanca di assaggiare vini difettati e compromessi dalle condizioni di spedizione, Yasuko Goda ha realizzato quello che potrebbe essere definito un “disciplinare di importazione”. Regole molto semplici, ma applicate in maniera ferrea su tutta la filiera, che partono proprio dal concetto di «qualità fragile» dei vini naturali, privi delle “protezioni” chimiche – pur legali – che caratterizzano invece i vini prodotti su scala industriale.

In concreto, le cantine selezionate da Racines sono chiamate a consegnare al corriere, oltre al vino, anche un termometro digitale Sensitech che registrerà le temperature in tutte le fasi di trasporto, sino alla consegna in Giappone. Convinta che il vino naturale sia “materia viva”, Yasuko Goda e il suo team di degustatori concede «tempo per riassestarsi» alle partite di vino che hanno subito sbalzi di temperatura. In alcuni casi, prima di prendere una decisione definitiva su vini risultati compromessi all’arrivo nel Paese del Sol Levante, può trascorrere anche un anno e mezzo dall’ordine.

IL DESTINO DEL VINO NATURALE COMPROMESSO, IN GIAPPONE

Emblematico quanto accaduto ad alcuni pallet giunti dall’Italia a Tokyo nel maggio del 2021, per un totale di 3.720 bottiglie. Il team di Racines, come si apprende dalla documentazione fornita a winemag.it da Yasuko Goda, ha conclamato il difetto dovuto al «fatale, errato trasporto su un normale camion, a una temperatura più alta di quella rigorosamente misurata in precedenza». Ma ha atteso sino a dicembre 2022 per degustare nuovamente la partita, riunendo un team di 7 esperti. Solo a quel punto, alla cantina italiana è stato chiesto il permesso di distillare l’intero ordine.

Non abbiamo la minima idea di buttare i vostri vini, anche se con gravi difetti – recita l’email inviata da Racines ai produttori – perché non solo sarebbe uno spreco di risorse, ma anche un tradimento nei confronti dell’affetto che voi e noi stessi nutriamo per il vino. Ci permettiamo invece di suggerire la distillazione di tutti i vini danneggiati.

In questo modo, crediamo che i vostri vini avranno un’altra vita e speriamo che i consumatori più attenti possano godere delle reminiscenze dei vostri vini nell’acquavite. Al contempo vogliamo il vostro parere, perché temiamo altrimenti di ferire il vostro amore parentale per ciascuno dei vostri vini».

IL VINO NATURALE SECONDO YASUKO GODA (E RACINES)

«Il vino naturale – spiega Yasuko Goda – per me equivale a un’esperienza che definirei molto difficile, eppure la più interessante di tutte. Mi sono innamorata del vino naturale al primo sorso, a Parigi, più di 20 anni fa, quando ancora selezionavo vini per un altro distributore. Allora il mondo del vino naturale mancava di informazioni affidabili: era come navigare senza una mappa. Ritengo che ancora oggi non ci siano abbastanza informazioni e valutazioni accurate sul vino naturale. Tutti questi elementi hanno portato a una marea di cosiddetti “vini naturali” di qualità inferiore, o con difetti evidenti, molto lontani dagli standard che esigiamo a Racines».

Da qui l’attenzione maniacale al trasporto, nell’ottica di preservare quella «qualità fragile» che contraddistingue i vini naturali. Un concetto di base nella filosofia dell’attento importatore giapponese. «Presentare vini danneggiati ai nostri clienti – chiosa Yasuko Goda – non solo li deluderà, ma minerà anche la loro fiducia nella cantina e nel relativo marchio: due aspetti che cerchiamo di consolidare con grande impegno». D’altro canto, Goda non nasconde che «i danni da calore durante il trasporto si verificano frequentemente, specie negli ultimi anni». I vini giunti a Tokyo ormai compromessi non vengono sempre distillati.

Siamo soliti offrire questi vini danneggiati solo a un numero limitato di ristoranti fidati, a prezzo ridotto – sottolinea l’importatrice – a patto che il numero di bottiglie danneggiate non sia cospicuo. Nel caso della partita di 3.720 bottiglie, risultava impossibile terminare le scorte in un periodo di tempo breve».

IL MODELLO RACINES, ISPIRATO ANCHE DALL’ENOTECA PINCHIORRI

C’è una bella fetta di Italia nel rigido “metodo Racines“. «La qualità dei vini italiani – sottolinea Yasuko Goda – è migliorata rapidamente tra gli anni Ottanta e Novanta, grazie alla comparsa di molti nuovi produttori. Ma il mercato giapponese, all’epoca, era rimasto piuttosto obsoleto. Molti amanti del vino non erano in grado di vivere questo fermento. La qualità media dei vini italiani non industriali presenti in Giappone era generalmente scarsa, deteriorata proprio dalle condizioni di trasporto nei container, non appropriate».

Ma non dappertutto. «Quando l’Enoteca Pinchiorri aprì nel quartiere dello shopping di Ginza, a Tokyo – spiega l’importatrice giapponese – ebbi l’occasione di bere i grandi vini italiani con sapori e profumi autentici, molto simili agli originali. Mi riferisco per esempio a Le Pergole Torte 1982 di Montevertine, oppure al Montepulciano 1978 di Valentini, davvero in ottime condizioni». Uno scrigno del Made in Italy enologico che chiuse i battenti, nel 2012.

«Eppure quegli assaggi – rivela Goda – mi convinsero che si potevano importare vini italiani di una certa qualità, preservandone l’integrità con un sistema di trasporto e di distribuzione a bassa temperatura, sempre inferiore ai 15°, dalla cantina al tavolo del ristorante o del privato. Grazie a questo approccio, anche il consumatore giapponese ha potuto, sin dagli esordi di Racines, conoscere la qualità dei veri vini italiani prodotti da piccoli e selezionatissimi produttori». Una mission che continua, ormai da 20 anni.

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ViniVeri Assisi 2023: l’elenco dei vignaioli presenti in Umbria, aspettando Cerea


ViniVeri Assisi 2023
scalda i calici di questo inizio dell’anno. Torna dopo due anni di interruzione forzata l’appuntamento con il «vino secondo natura». In Umbria, cuore verde d’Italia, i vignaioli del Consorzio Viniveri danno appuntamento per lunedì 16 gennaio, dalle ore 10 alle 17, all’Hotel Valle di Assisi.

A ViniVeri Assisi, IV edizione nel 2023, oltre 200 etichette di vino di 60 vignaioli che pongono al centro «naturalità, territorio, rispetto dell’ambiente ed identità», coniugate con una produzione «artigianale, sostenibile ed ecocompatibile, che esalta sempre competenza e qualità con la piacevolezza del vino».

Una intera giornata in cui addetti del settore, enotecari, ristoratori, sommelier, appassionati e curiosi del vino naturale potranno incontrare in Umbria quasi tutti i vignaioli del Consorzio che, dal 2004, portano avanti con convinzione il loro approccio produttivo naturale.

VERSO VINIVERI CEREA 2023

Un’occasione unica per dare in anteprima uno sguardo alle novità della prossima edizione di Viniveri Cerea (VR), storica manifestazione dedicata ai “vini prodotti secondo natura” giunta alla sua 18esima edizione, in programma dal 31 marzo al 2 aprile 2023.

E a ribadire lo speciale rapporto tra il Consorzio Viniveri e l’Umbria sarà presente a ViniVeri Assisi il presidente dell’associazione “Per la Vita di Castelluccio di Norcia Onlus”, Giovanni Perla che presenterà il nuovo Centro di Comunità di Castelluccio di Norcia.

Una nuova struttura che è un importante segnale di rinascita del territorio duramente colpito dal terremoto del 2016. Un intervento cofinanziato dall’Associazione “Per la Vita di Castelluccio di Norcia Onlus” a cui Il Consorzio Viniveri ha contribuito devolvendo sia una donazione che una percentuale degli ingressi dell’edizione 2017 di Viniveri.

NON SOLO VINO: LE CENE CON I VIGNAIOLI DI VINIVERI IN 15 RISTORANTI

Come di consueto, la sera precedente al banco di degustazione, domenica 15 gennaio, spazio alle Cene con i Vignaioli di Viniveri in ben 15 ristoranti umbri. La prenotazione è obbligatoria (elenco completo dei sul sito ufficiale).

Ospiti diversi vignaioli provenienti da Italia, Slovenia e Francia, per quello che si preannuncia come «il felice connubio di piatti e specialità del territorio umbro unite alle voci, alle storie di passione tra stagioni, terra, vigna e  cantina dei produttori con i loro vini in assaggio e in abbinamento».

ELENCO VIGNAIOLI VINIVERI ASSISI 2023

Allevi Maria Letizia Piceno, Marche
Altura Isola del Giglio, Toscana
Angol d’Amig Modena, Emilia – Romagna
Bea Paolo, Montefalco Sagrantino, Umbria
Bini Denny “Podere Cipolla”, Reggio Emilia, Emilia – Romagna
Boccella Aglianico di Taurasi, Campania
Ca’ Dei Zago, Valdobbiadene, Veneto
Cameli Irene, Piceno, Marche
Cantina Giardino, Irpinia, Campania
Cantina Ninni, Spoleto, Umbria
Cantine Di Neoneli, Isola dei Nuraghi, Sardegna
Casa Brecceto, Campania
Cascina delle Rose, Langhe del Barbaresco, Piemonte
Cascina Fornace Roero, Piemonte
Casebianche, Cilento, Campania

Castelli Maria Pia, Piceno, Marche
Charlot Pére & Fils , Champagne, Francia
Colombera & Garella, Alto Piemonte, Piemonte
Crocizia Val Parma, Emilia – Romagna
Fattoria Kappa, Toscana
Ferrandes, Isola di Pantelleria, Sicilia
Feudo D’Ugni, Abruzzo
Gatti Carolina, Treviso – Marca Trevigiana, Veneto
Grottafumata, Sicilia
I Mattaioni, Toscana
Il Censo, Monti Sicani, Sicilia
Il Vecchio Poggio, Lazio
La Castellada Collio, Friuli – Venezia Giulia
La Visciola, Piglio, Lazio
Laiolo Guido Reginin, Monferrato Astigiano, Piemonte

Le Calle Montecucco, Toscana
Macondo, Marche
Marcelli Clara, Piceno Superiore , Marche
Marra Francesco, Salento, Puglia
Massetti Francesco, Colline Teramane , Abruzzo
Mattoni Valter, Piceno, Marche
Milana Gioacchino, Cesanese, Lazio
Mlečnik, Vipavska Dolina, Slovenia
Noro Carlo, Lazio
Pian del Pino, Valdarno di sopra, Toscana
Pierini & Brugi, Montecucco, Toscana
Podere Giardino, Reggiano, Emilia Romagna
Podere Luisa Chianti Valdarno Superiore, Toscana
Podere Ortica, Valdarno Superiore – Chianti, Toscana
Praesidium, Valle Peligna – Area Pedemontana, Abruzzo

Princic Dario, Collio Goriziano, Friuli – Venezia Giulia
Raìna, Montefalco Sagrantino, Umbria
Rinaldi Giuseppe, Langhe del Barolo, Piemonte
Romani Agostino, Marche
Ronco Severo, Colli Orientali del Friuli, Friuli – Venezia Giulia
Rosi Eugenio “Viticoltore Artigiano”, Vallagarina, Trentino Alto Adige
Simonetti Carla, Bolgheri, Toscana
Skerlj, Carso, Friuli – Venezia Giulia
Slavček, Primorka, Vipavska Dolina, Slovenia
Šuman Vina/Wines, Stiria, Slovenia
Suore Trappiste di Vitorchiano, Tuscia, Lazio
TerraQuilia il Metodo Ancestrale, Emilia, Emilia – Romagna
Terre Antiche, Cesanese del Piglio, Lazio
Vodopivec, Carso, Friuli – Venezia Giulia
Zampaglione “Don Chisciotte”, Alta Irpinia, Campania
Zidarich, Carso, Friuli – Venezia Giulia


VINIVERI ASSISI 2023 IN BREVE

Quando: lunedì 16 gennaio 2023 – Dalle ore 10 alle 17
Dove: Hotel Valle di Assisi, via San Bernardino da Siena 116 – Santa Maria degli Angeli (PG)
Biglietto giornaliero: 30 euro – prevendita sul sito: 25 euro
Social: Facebook

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A Brescia Vino In-dipendente 2023, la fiera anti «chimica, tecnologia ed industrializzazione»

Torna in provincia di Brescia Vino In-dipendente, VIII edizione della kermesse dedicata ai «vini naturali di piccoli vignaioli» ideata ed organizzata da Stefano Belli. L’appuntamento è per domenica 15 gennaio 2023 a Calvisano (BS), dalle ore 10.30 alle ore 20.00, nella Sala Polivalente “Beata Cristina” di via San Michele.

«L’evento – spiega Belli a winemag.it – raccoglie piccoli vignaioli che difendono l’integrità del proprio territorio, attraverso una forte etica ambientale, per produrre vino che prevede il minor numero possibile di interventi in vigna ed in cantina, attraverso l’assenza di additivi chimici e di manipolazioni innaturali da parte dell’uomo».

Produrre vino sostenibile – continua l’organizzatore di Vino in-dipendente 2023 – significa agire nel pieno rispetto del territorio, della vite e dei cicli naturali, limitando l’utilizzo di chimica e tecnologica in genere, dapprima in vigna e successivamente in cantina. Conservando così l’unicità del vino dall’omologazione che chimica, tecnologia ed industrializzazione hanno portato nelle aziende vitivinicole».

Lo scopo dell’evento è quello di «promuovere il lavoro dei vignaioli che quotidianamente faticano a farsi sentire». Nel corso della manifestazioni saranno presenti più di 50 produttori di vino, artigiani del cibo da tutta la penisola ed un ristoratore che preparerà piatti caldi nel corso della manifestazione. L’accesso a Vino In-dipendente 2023 è consentito ai soli maggiorenni in possesso del biglietto d’ingresso (15 euro comprensivo del calice per gli assaggi).


VINO IN-DIPENDENTE 2023

Quando: domenica 15 gennaio 2023
Dove: Calvisano (Brescia), Sala Polivalente “Beata Cristina”, via San Michele
Costo ingresso: 15 euro
Elenco vignaioli Vino In-dipendente 2023
Social: Facebook

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Cos’è il vino naturale? A Milano Vi.Na.Ri, un evento per capirlo

Cos’è il vino naturale? Arriva a Milano un evento storico che vede per la prima volta due associazioni unite nell’organizzazione di una manifestazione dedicata al vino naturaleVi.Na.Ri. è la due giorni ideata e organizzata da Vi.Te. e VinNatur, aperta a chiunque ami il mondo del vino naturale, in cui tutte le aziende aderenti rispettano gli stessi requisiti qualitativi e di produzione.

La prima edizione della rassegna, in programma domenica 12 e lunedì 13 febbraio 2023, avrà protagonisti più di 150 produttori in un’unica grande location a pochi passi dall’aeroporto di Linate. Sarà proprio Studio Novanta lo spazio collettore in cui i vignaioli italiani ed esteri potranno presentare i loro prodotti e la loro filosofia enologica e agronomica.

Vi.Na.Ri. nasce a inizio agosto 2020 quando si incontrano Angiolino Maule e Gabriele Da Prato, rispettivamente presidenti di VinNatur e Vi.Te., per gettare le basi di un percorso condiviso.

«È evidente il bisogno di fare chiarezza nel movimento del vino naturale – dichiarano i due presidenti – e si è reso possibile unendo le forze e collaborando per dare maggiore autorevolezza al vignaiolo e al suo messaggio. Da qui un evento congiunto, fuori dagli schemi abituali, che possa trasmettere la voglia dei vignaioli di raccontare e spiegare i territori, le vigne e i vini».

L’obiettivo di Vi.Na.Ri., come spiegano gli organizzatori, «è incentivare nel movimento del “naturale” una fase di profondo rinnovamento, dove le diversità diventano un punto di forza e si trasformano in conoscenze condivise e in nuovi spunti di collaborazione».

«Questo processo di cambiamento sarà rivolto soprattutto ai vignaioli naturali – spiegano le due associazioni Vinnatur e Vi.Te. – perché è fondamentale concentrarsi sulla persona e sul suo lavoro, sulle sue idee e sulle sue scelte: gli unici elementi che possono rendere un prodotto unico e irripetibile. Una strada comune che mette in relazione oltre 300 aziende vitivinicole, che con un’unica voce potranno affermare con chiarezza e determinazione la cultura del vino naturale».


INFO IN BREVE | Vi.Na.Ri. Milano 2023

Data: Domenica 12 e lunedì 13 febbraio 2023
Orari di apertura: dalle 10.00 per gli operatori, dalle 13.00 apertura al pubblico
Luogo: Studio Novanta, Via Mecenate, 88/a, 20138 Milano, MI
Ingresso: garantito con il versamento di un contributo associativo di 25,00 euro, disponibile dal 15 ottobre su eventbrite

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Live Wine 2022: riecco a Milano il Salone Internazionale del Vino Artigianale

Il Salone Internazionale del Vino Artigianale di Milano torna dopo la pausa forzata della pandemia. Live Wine 2022 andrà in scena al Palazzo del Ghiaccio di via Giovanni Battista Piranesi 14, domenica 20 e lunedì 21 marzo. Un’occasione unica per incontrare 150 cantine italiane ed estere e i loro “vini naturali”.

«Live Wine 2022 – spiegano gli organizzatori – avrà un allestimento ripensato in ottica di sostenibilità e riduzione dell’impatto ambientale. Come nelle precedenti edizioni, la navata principale del Palazzo del Ghiaccio sarà occupata dai banchi di assaggio, dove si potrà conversare liberamente con i produttori. Ci sarà anche una vasta area dedicata al cibo, che ospiterà una selezione di produzioni artigianali italiane ed estere».

Vino naturale, Eldorado Nord Europa: viaggio a Copenhagen e Malmö

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Vino naturale, Eldorado Nord Europa: viaggio a Copenhagen e Malmö

«Il vino naturale è come la sottocultura del Metal e dei Fumetti. È humus culturale transnazionale. Gli appassionato di vini naturali hanno un linguaggio comune, in ogni angolo del mondo. Da Tokyo a Rovescala». Eureka. Come da copione di un film in cui tutto è scontato e banale solo in apparenza, l’illuminazione, il flash, la luce rivelatoria si materializza nel momento meno atteso: il finale.

Su Copenhagen splende il primo sole dopo giorni di pioggia mista a neve, di quelle che ti si infila negli occhi mentre cerchi di non farti investire da una nuvola bionda di biciclette. Dribblando pozzanghere. L’ultima tappa di un tour di cinque giorni al seguito di 43 produttori italiani di “vino naturale”, tra la capitale della Danimarca e la vicina Malmö, in Svezia, è Il Buco.

Un ristorante e wine bar focalizzato su produzioni naturali, dalla panetteria alla carta vini, quasi interamente italiana, con importazione diretta. Un punto di riferimento ad Island Brygge, quartiere situato a nord dell’isola di Amager, a pochi passi dal centro di København.

Nell’aria, il freddo di dicembre e il volo di qualche gabbiano, tra il fermento di un sobborgo che trasmette energia, nel contrasto tra i moderni palazzi e i locali arredati industrial, contemporaneo, rustico e Boho chic.

VINO NATURALE: QUESTIONE DI APPROCCIO O DI FEDE?

È qui che Giovanni Segni, export manager plurimandatario di riferimento per la costellazione vinnaturista italiana, ha organizzato gli ultimi assaggi “controcorrente” per i vignaioli Matteo Maggi (Colle del Bricco), Stefano Milanesi e Giorgio Nicassio (Cantina Giara).

L’obiettivo è convincere il restaurant manager e curatore della selezione de Il Buco, Steffen Schandorf, a inserire in carta qualche altra etichetta, prodotta tra le zone di Pavia e Bari. Tra un calice e l’altro, il discorso che dà un senso compiuto a cinque giorni di assaggi e girovagare per le due “capitali” del vino naturale internazionale.

Ho un amico – rivela Giovanni Segni – che lavora per Marvel e non aveva mai assaggiato dei vini naturali. Da quando glieli ho proposti, non beve altro. E pensa di aver iniziato a bere davvero solo da quel momento. Per lui il passo è stato breve.

C’è un fil rouge evidente tra le sottoculture del vino naturale e dei Fumetti. Un discorso che vale pure per il Metal. L’unica differenza è che i fumetti sono diventati mainstream grazie al cinema e ai vini naturali questo non accadrà mai».

Più si affonda la lama nel terreno scivoloso e impervio dei vini naturali, più si comprende quanto il punto non sia il calice in sé, ma quello che viene esattamente prima e dopo. Quello che sta attorno al calice di questa nicchia d’appassionati.

Segni parla di «sottocultura» e «humus culturale transnazionale». Vignaioli faro come Natalino Del Prete di «bere col cuore, al posto della bocca». Parole diverse per dire tutto sommato la stessa cosa, piaccia o no: il vino naturale è approccio, fede. Poeticamente, amore. L’apostrofo rosa tra il difetto e la caratteristica.

LA VOCE DEI VIGNAIOLI A NORDIC NATURALIA 2021

“Vino naturale”: circa 23.3 milioni di risultati. “Vini naturali”: circa 6.2 milioni di risultati. “Vino”: 688 milioni di risultati. Google, il motore di ricerca più utilizzato dagli internauti, restituisce anche in Italia il battito cardiaco di un movimento, quello vinnaturista, che conta fra il 3 e il 4% dei consumi complessivi.

Una stima valida in diversi angli del mondo, che nel Nord Europa assume una rilevanza maggiore. Non a caso Giovanni Segni ha organizzato a Malmö, in Svezia, una fiera che ha visto protagonisti 43 vignaioli italiani che si riconoscono nei canoni vinnaturisti, pur con interpretazioni contrastanti. L’ha chiamata Nordic Naturalia.

La seconda edizione è andata in scena il 12 dicembre scorso. I produttori sono stati distribuiti in due locali (Far i Hatten e Grand Malmö) della città scandinava, nuova terra di conquista del vino naturale italiano, dietro a centri già “indottrinati” come Stoccolma e Göteborg.

«Rispetto all’edizione pre-Covid del 2019 – commenta Giorgio Nicassio di Cantina Giara – ci sentiamo tutti quanti un po’ cresciuti e consapevoli delle potenzialità dei nostri vini. La Svezia, con la sua attenzione assoluta alle produzioni artigianali, ben al di là di quello che importa il Systembolaget, non può che essere considerata un ulteriore trampolino di lancio».

«Faccio vini naturali da 5 anni – aggiunge Andrea Marchetti – in due zone: a sud del Lago di Garda e in Emilia Romagna. Senza nulla togliere a chi fa vino “convenzionale” e senza dire che il mio approccio sia giusto e quello degli altri sbagliato, questo è secondo me l’unico modo possibile per fare vino. Si dà espressività sincera all’uva e al territorio, senza manomissioni».

Filippo Manetti di Vigne San Lorenzo (Fognano, Ravenna) è d’accordo con il collega: «Il vino è solo naturale, le altre sono bevande a base d’uva più simili alla Coca-Cola. Purtroppo la gente li confonde. L’importatore svedese ha capito il mio approccio e mi richiede una media di tre bancali all’anno. Per il momento sono più che soddisfatto».

Anche il giovane Matteo Maggi di Colle del Bricco (Stradella, Pavia) ha da pochi mesi un importatore in Svezia. «Questo Paese – commenta – è senza dubbio un punto di riferimento per i vini naturali. Qui c’è più apertura mentale rispetto all’Italia, che è molto più tradizionalista. Ecosostenibilità, biologico e tematiche green sono al centro delle scelte quotidiane degli svedesi».

Andrea Pendin e Lorenzo Fiorin di Tenuta l’Armonia (Bernuffi, Vicenza) approfondiscono il concetto. «La larga scala e il sistema cooperativistico, così come concepiti oggi, sono limitanti». «La parola “naturale” deve tener conto di un’altra, ovvero “collettività“, alimentando quell’attenzione al tessuto sociale e alla socialità che manca nel mondo del vino convenzionale, compreso quello del biofake».

C’è anche chi ha lasciato il proprio lavoro per dedicarsi anima e corpo alla produzione di vini naturali. È il caso dell’ex ristoratore Antonio Camazzola, alias Vigne del Pellagroso (Monzambano Mantova).

«La prima vendemmia ufficiale risale al 2017 – spiega – ma ho iniziato nel 2010 facendo vino in garage. Il vino naturale è secondo me l’unica via per bere. Meglio ancora se la produzione è certificata biodinamica. Nel mio caso, da AgriBio Piemonte».

Tra i discepoli italiani di Rudolf Steiner presenti a Nordic Naturalia 2021 c’è Valerio Noro. «Abbiamo trasferito il nostro approccio olivicolo e orticolo alla viticoltura – commenta il figlio del fondatore della Società agricola biodinamica Carlo Noro di Labico, Roma – riscontrando come le pratiche biodinamiche non siano “sostenibili”, bensì migliorative».

Ma bisogna fare di più. Non è vero che “fare poco” aiuta in agricoltura, anzi. Lo stesso discorso vale per i vini naturali, per le loro fermentazioni spontanee e per tutti i processi che anticipano l’imbottigliamento. Spesso mi viene detto che i miei vini sono “troppo puliti per essere naturali”, ovvero che “non puzzano”. Questo paradigma va cambiato».

L’approccio è molto simile a quello di Sequerciani, cantina certificata Demeter con base a Gavorrano, in provincia di Grosseto. «Sin dall’inizio – spiega la manager Simona Viganò – il titolare Ruedi Gerber, svizzero appassionato di Georgia e di uno stile di vita sano e a contatto con la natura, ha voluto che la cantina puntasse tutto sulla salubrità del vino, che deve raccontare il territorio senza manipolazioni chimiche. Dando spazio, in particolare, ai vitigni autoctoni».

All’evento organizzato da Giovanni Segni ha aderito anche Max Brondolo di Podere Sottoilnoce (Castelvetro di Modena). «I nostri volumi di esportazione in Svezia sono esigui – evidenzia – e per questo ho aderito a Nordic Naturalia, a caccia di un nuovo importatore. Cerco comunque di non utilizzare il termine “vini naturali”, preferendo la definizione di “vino artigianale” o “a basso intervento“».

La filosofia produttiva – continua Brondolo – riflette le mie convinzioni da consumatore. Cerco di bere vini ottenuti attraverso meno passaggi possibili tra l’uva e il bicchiere, senza per questo sopportare difetti evidenti nel vino.

Difetti causati da poca attenzione, poco tempo o dalla sottovalutazione di certe dinamiche. I vini naturali difettati fanno male al movimento e a chi produce con la dovuta attenzione. Purtroppo se ne trovano in giro ancora tanti».

«Secondo noi di Casa Brecceto – va giù ancor più duro Raffaele Grasso, tra i titolari della cantina di Ariano Irpino, Avellino – la definizione “vino naturalenon significa un cazzo. Per di più, il vino non deve avere difetti e puzzette spacciate per terroir».

Si può sempre migliorare e siamo migliorati molto anche noi, rispetto a quella prima vendemmia garagista. Eravamo neofiti. Oggi abbiamo molta più consapevolezza. Un bel percorso che ci ha portato a produrre con lieviti indigeni e fermentazioni spontanee su 3 ettari vitati, contribuendo a preservare il nostro amato territorio».

«Produco Timorasso in una zona di semi montagna, la Val Borbera, che mi permette di fare rifermentazioni e dare a questo vitigno espressioni diverse da quelle della classica versione ferma. Meno struttura e un pochino più di eleganza rispetto a quelli più noti». Questa la lettura di Andrea Tacchella, titolare della cantina Nebraie di Rocchetta Ligure, in provincia di Alessandria.

Penso che la maggior parte del lavoro si faccia in vigna – aggiunge il vignaiolo piemontese – trasformando l’uva in vino manipolandola il meno possibile, accompagnando il processo e aspettando. Meno interventi possibili, insomma, accettando pure qualche risvolto ribelle e spigoloso del vino, un po’ come sono io».

«Il vino naturale – chiosa Marco Merli dell’omonima cantina di Perugia – è la trasformazione indotta dell’uva, senza scendere ai compromessi dell’agro-industria e dell’eno-industria. L’idea è di mettere la verità nel bicchiere. Non ho altra scelta. È una questione riguardante il mio gusto personale sin dagli esordi nel 2006, con mio padre».

Tra i produttori presenti a Nordic Naturalia 2021 anche Daniele Manini di Doria di Montalto, cantina con un approccio molto particolare alla produzione. «Storicamente – spiega l’agronomo dell’azienda di Montalto pavese, Pavia – il vino è stato considerato qualcosa di vicino alla salute. Come dimostrano numerose ricerche, il vino, se consumato in maniera moderata, pur cronica, può avere effetti positivi sull’organismo».

Le nostre uve vengono raccolte a un grado di maturazione che gli erboristi definiscono “tempo balsamico“, quando sono in grado di cedere massimamente i polifenoli. A quel punto, lavorate con un criterio sano in cantina, riescono a mantenere tutte quelle caratteristiche che rendono il vino uno dei due perni della dieta mediterranea».

VINO NATURALE: PERCHÈ PIACE AGLI IMPORTATORI IN SVEZIA

Jessica Mihai è una delle importatrici che ha compreso le potenzialità del vino naturale italiano in Svezia. A Nordic Naturalia 2021 si è presentata con una selezione di nomi noti del movimento vinnaturista del Bel paese – tra cui spiccano Franco Terpin e Denis Montanar – accanto ai vini dall’Alsazia del giovane vignaiolo Philippe Brand.

Jordmånen Vinimport è essenzialmente questo. Piccole produzioni naturali che Jessica Mihai riesce a vendere direttamente ai ristoranti svedesi, tra cui molti stellati. Tra i clienti anche diversi privati, con tutte le complicazioni dettate dal passaggio (obbligato) nel sistema monopolistico statale del Systembolaget.

La base è a Stoccolma – spiega l’importatrice – ma lavoro in tutto il Paese. In catalogo ho sei italiani e un francese. Ho iniziato nel 2019 con Terpin e Brand, per poi allargare il raggio a Cantina Giara dalla Puglia, Old Boy dal Veneto, Denis Montanar dal Friuli Venezia Giulia e ora a Pistis Sophia dall’Abruzzo».

«L’unica cosa che bevo sono i vini naturali – spiega ancora la titolare di Jordmånen Vinimport -. So perfettamente come sono fatti, senza interventi chimici. E hanno uno spettro di profumi e di sapori completamente diversi dai vini convenzionali. Offrono un’esperienza molto diversa rispetto a quella degli altri vini importati in Svezia e presenti nel catalogo ufficiale continuativo del Systembolaget».

L’ORDERING ASSORTMENT DEL MONOPOLIO SVEDESE SYSTEMBOLAGET

La storia di Jessica Mihai è emblematica e aiuta a comprendere quanto il “vino naturale” sia ormai entrato nelle case degli svedesi appassionati di vino. Si è avvicinata a questo mondo nel 2009. A due anni circa, cioè, dai primi passi del «movimento vinnaturista» alla corte di Stoccolma.

Da bevitrice e appassionata – spiega la titolare di Jordmånen Vinimport – ho voluto fare il grande salto iniziando a importare una mia selezione di vini naturali. Gli importatori pionieri hanno fatto un gradissimo lavoro sul territorio, sin dal 2007.

Hanno aperto le porte a un numero impressionante di importatori che ogni anno si aggiunge all’elenco. Un trend di crescita che riguarda anche molti ristoranti, anche tradizionali, dove non manca mai almeno qualche etichetta di vino naturale».

Nei negozi del monopolio è raro trovare “vini naturali” a scaffale. L’unico modo per acquistarli e consumarli al di fuori degli store ufficiali, dei ristoranti e dei wine bar, in Svezia, passa dal cosiddetto Ordering assortment.

L’importatore ordina il vino e lo stocca, vendendolo principalmente attraverso il sito web del Systembolaget. Solo se le vendite sono buone le etichette hanno speranza di finire sugli scaffali, entrando di diritto nel Permanent assortment, perlopiù in qualità di vendite spot.

SWEDISH WINE CENTER E LA SUA INFINITA CARTA DI VINI PIWI SVEDESI

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Al di là dell’ampio sguardo sull’estero, in Svezia c’è anche chi ha deciso di focalizzarsi sulle produzioni locali. Si tratta di Piwi, varietà di vite resistenti alle malattie fungine, oggetto in Italia del primo concorso nazionale organizzato dall’Istituto Edmund Mach di San Michele all’Adige (premiazioni svoltesi il 2 dicembre in Trentino con il successo del Solaris di Weingut Plonerhof).

Il punto di riferimento assoluto per chi si trova a Malmö è Swedish Wine Center. Accanto a una cucina molto curata, caratterizzata da un’alta qualità e freschezza della materia prima, si possono trovare i vini di diverse cantine svedesi. Arild’s Vingård è quella che dispone del maggior parco vigneti del Paese.

Ma a lasciare il segno è un vino prodotto da Vingården i Klagshamn, proprio ai margini del centro cittadino di Malmö. Si tratta di Texture 2019, Solaris che macera 44 giorni sulle bucce, in acciaio. Un orange wine che maschera bene la fenolica, anche grazie a 15% di alcol in volume molto ben integrati nel corredo.

Sul fronte dei prezzi, il costo dei vini svedesi è considerevole. Il calice, peraltro, non premia sempre lo sforzo del portafoglio, specie in tema Piwi. I più curiosi possono sperimentare la vasta selezione di Swedish Wine Center attraverso un percorso di “assaggi al calice” di oltre 20 etichette, per un totale di circa 160 euro.

VINI NATURALI A COPENHAGEN: WINE BAR E DISTRIBUZIONI EMERGENTI

Parola d’ordine “Italia”. Può sembrare strano, ma a Copenhagen c’è un wine bar con cucina che, dopo anni di vicissitudini, sembra aver trovato finalmente la quadra. All’insegna dell’italianità. Beviamo Wine Bar, fondato nel 2017 dall’imprenditore e winelover Jasper Remo, è in rampa di lancio grazie all’ingresso nel team dei giovani Matteo Vecchi e Tessa Carrettoni.

La sorte del locale situato al 58 di Nordre Frihavnsgade è nelle loro mani. Remo trascorre oltre la metà dell’anno nel Monferrato, in Piemonte, dove si occupa dell’acquisto e della ristrutturazione di vecchi casali abbandonati, per conto di facoltosi clienti internazionali. Nel tempo libero, ormai da 11 anni, va a caccia di vini.

Vista l’impossibilità di reperire la maggior parte dei miei vini preferiti in Danimarca – spiega Jasper Remo – ho deciso di diventare io stesso importatore. Beviamo Wine Bar nasce dalle ceneri di un altro locale aperto in centro, trasformato dai miei ex soci in qualcosa di diverso da quello che avevo in mente».

Questo curatissimo wine bar, ristorante ed enoteca si trova a Østerbro, quartiere di Copenhagen molto tranquillo, rinomato per essere a “misura di famiglia“. Basta guardare fuori dalle ampie vetrate del locale per notare l’impressionante viavai di passeggini.

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Vere e proprie inconsuete baby-car da 4 posti, condotte da giovani madri e babysitter. A dare una scossa alla vita serale della zona ci ha pensato proprio Jasper Remo, tra i primi imprenditori a comprendere le potenzialità del distretto situato ai margini di Nørrebro, da sempre più trendy, eclettico e alla moda.

Non sono abituato a seguire i gusti mainstream – spiega l’imprenditore – e per questo nel mio locale si trovano solo cose che piacciono in primis a me. È il caso dei vini naturali, che occupano una buona fetta della selezione. Grande spazio a piemontesi e siciliani, ma anche a vignaioli francesi ed esteri: tutte produzioni artigianali, capaci di regalare vere emozioni».

Il compito di trasmetterle ai clienti spetta a Matteo Vecchi, sommelier di origine emiliane con un curriculum riempito in giro per il mondo. L’ultima tappa Dubai, al Bulgari Hotels & Resorts. A Copenhagen è arrivato tre mesi fa, «convinto dal progetto ambizioso» di Jasper Remo.

Al suo fianco, da poco meno di un mese, la piemontese Tessa Carrettoni. Appena 19 anni e le chiavi della cucina già ancorate al grembiule da cuoca. Manualità e carattere che fanno ben sperare per il futuro di Beviamo Wine Bar. La clientela già apprezza il cambio di rotta.

IL BUCO COPENHAGEN: NATURAL WINE BAR E RISTORANTE

Aperto da novembre 2011 a Island Brygge, Il Buco è un altro angolo d’Italia a Copenhagen. Negli anni, il locale di Njalsgade 19 C si è conquistato la fiducia di molti danesi. Fino alle 17 sono ben accetti ai tavoli i laptop, poi banditi. Entrando nel ristorante prima di mezzogiorno, il colpo d’occhio è quello di uno Starbucks in chiave danese, secondo canoni architettonici industrial.

Numerosi giovani lo scelgono per l’ampiezza degli spazi, la tranquillità e la connessione WiFi sempre disponibile, oltre alla possibilità di godere di una colazione “fatta in casa”, con lieviti e ingredienti frutto di agricoltura sostenibile.

Tutto Il Buco parla la lingua green e organic. Dai panificati sino ai dolci, passando ai primi e ai secondi del menu, studiato su base stagionale. Una filosofia che unisce piatto e calice, grazie alla selezione vini curata da Steffen Schandorf, appena 29enne (nella foto sopra).

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La totalità delle etichette di vino naturale (100% Made in Italy) è importata direttamente, senza intermediari. Ma in carta non manca qualche curioso Piwi danese. L’orange wine di Drudgaard, ottenuto dalle varietà resistenti Solaris e Muscaris, è di gran lunga uno dei migliori Piwi internazionali, per equilibrio e concretezza. Da provare.

«L’import di vino, olio, formaggi e altri prodotti artigianali italiani – commenta Schandorf – ha preso vita da qualche anno, andando di pari passo con la trasformazione e l’evoluzione de Il Buco, sino alla forma attuale».

Siamo aperti tutti i giorni, dalle 7 a mezzanotte e qui il vino, essendo ristoratori e anche importatori, ha un ruolo centrale. Il nostro focus, la sostenibilità, si traduce in un’attenzione alle produzioni pure, senza solfiti aggiunti, biologiche e biodinamiche».

VINTRO NATURVIN COPENHAGEN: L’ENOTECA CON LA SORPRESA

Da un importatore all’altro, il passo è breve in Danimarca. Non senza sorprese. A suggerire che da Vintro Naturvin ci sia “qualcosa sotto” dovrebbe essere il pavimento, dall’effetto psichedelico, che richiama il logo del locale.

Tutto è chiaro quando Marius Gade, titolare dell’enoteca e distribuzione di Ravnsborggade 5 con il socio Simon Guitton, fa segno a tutti di spostarsi, iniziando a spingere un mobile ricolmo di bottiglie. Pare follia e invece ecco comparire delle scale, che conducono al buio magazzino sotterraneo. Il paradiso all’inferno, o giù di lì.

Una magia che accomuna pavimento, mobili con le ruote e scaffali di Vintro Naturvin, ricolmi di bottiglie dalle etichette indimenticabili. Colorate, sgargianti, piene di luci e della vita di personaggi che spaziano dai fumetti al mitologico, con richiami alla natura, al sesso, all’arte e alla vita bucolica.

Veri e propri manifesti del vino naturale internazionale, che fa dell’estetica e del marketing delle labels uno dei veicoli principali per spingere le vendite. Dietro all’etichetta, così come sotto a quel mobile, la concretezza di un progetto e di una selezione tutt’altro che casuale.

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Trattiamo solo vini ottenuti da fermentazione naturale – spiega Marius Gade – preferibilmente certificati biodinamici. Prediligiamo inoltre vini sotto ai 100 mg/l di solforosa, perché anche la salubrità del vino per noi è importante».

Italia e Francia hanno un ruolo da protagoniste assolute sugli scaffali di Vintro, che al momento sorreggono circa 500 etichette. Il focus sulla biodiversità di questa enoteca di Copenhagen spazia poi in Spagna, Portogallo, Georgia e Slovenia.

«La maggior parte dei vini vengono venduti ai ristoranti – spiega Marius Gade – sempre più attenti alle produzioni biologiche in carta vini. Il vero trend in ascesa è quello degli orange wine, sempre più richiesti anche dai privati, in enoteca. Direi che l’ascesa dei vini naturali in Danimarca va di pari passo proprio con l’aumento dell’interesse, e dunque delle vendite, degli orange wine».

LEONARDO TERENZONI, LA STAR DELLE ETICHETTE DEL VINO NATURALE

Se le vendite di vino naturale sono in ascesa in Italia e, soprattutto, all’estero – Nord Europa in primis – una buona fetta del merito va a chi riesce a catturare l’attenzione sullo scaffale, in un segmento che fa dell’appariscenza un must collettivo.

Chiedere per credere a Leonardo Terenzoni, 41 anni, artista (definizione che non ama) e musicista che vive tra Firenze e Bologna. Per l’esattezza in un paesino dell’Appennino tosco-emiliano, Vernio, dove ha «scelto di tornare, dopo tanto girovagare per il mondo».

Da 20 anni Terenzoni disegna alcune tra le più belle etichette di vino naturale presenti sul mercato. Il suo nome è noto nel settore e il suo tratto distinguibile tra mille. Tanto che molti produttori si affidano alla sua penna per innovare la veste di intere linee di vini, o per sbarcare sul mercato. Col botto.

L’approccio è molto simile a quello dei vignaioli con la loro terra. Terenzoni non appoggia la penna sul foglio prima di essere «entrato in un rapporto di amicizia con loro, di averli conosciuti e di averne capito le esigenze». «La cosa che mi rende più felice – rivela – è che molti vignaioli mi chiedono di realizzare l’etichetta partendo dalla mia idea di grafica, legata al mondo animale».

Ho sempre immaginato animali molto ribelli e molto in disparte, gli ultimi della fila. Per questo li vesto con la maglia a righe da pirata o da marinaio, con il cappellino da corsaro.

L’idea è simboleggiare quello che sento dentro da sempre: la voglia di viaggiare. Mi commuove pensare che questi vignaioli decidano di farmi partecipare a qualcosa che per loro ha un grande significato, come l’etichetta di un loro vino».

Leonardo Terenzoni è anche sommelier e sa bene che il vino deve parlare nel calice, ben oltre l’etichetta. «Può avere il vestito più bello del mondo, ma se non è buono non si vende. Bere vini naturali è bere le storie dei vignaioli, il loro attaccamento spasmodico al territorio. Il vino naturale implica empatia: la stessa che occorre per realizzare un’etichetta». Del resto, pesa più il quadro o la cornice?

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Fenomeno Pét-nat (anche) in Campania: la storia di successo di Casebianche

«Un Pét-nat. Ma cos’è, poi, un Pét-nat?», se non «l’apostrofo roseo» (ma pure bianco ed orange) tra le parole “vino frizzante” e “birra artigianale“? Tralasciando voli pindarici e mettendo da parte – almeno per un attimo – Cyrano de Bergerac, quello dei Pétillant naturel è un fenomeno internazionale che non può (più) passare inosservato. Un trend che, tra punte di qualità e casi organoletticamente “disperati”, ha finito per convincere anche diverse cantine italiane. In Campania, la storia di successo è quella di Casebianche.

I 14 ettari della cantina di Torchiara, in provincia di Salerno, si sono riscoperti terra fertile per la produzione di tre “bollicine”, nel solco del boom mondiale dei Pét-nat. «Tutto è iniziato nel 2010 – spiegano a WineMag.it Pasquale Mitrano ed Elisabetta Iuorio, durante Campania Stories 2021 – anno in cui abbiamo iniziato a produrre “La Matta”, da uve Fiano».

LA CRESCITA DEI PÉT-NAT

Appena mille bottiglie, che il mercato ha assorbito in pochi mesi. Nel 2012, la stessa sorte è toccata a 6 mila bottiglie di “La Matta”, volatilizzate in un batter d’occhio. «Oggi – anticipano i titolari di Casebianche – l’obiettivo è arrivare a produrre 10 mila bottiglie, dopo aver toccato la quota record di 7 mila bottiglie ormai da diversi anni».

Stesso target per gli altri due Pét-nat che si sono aggiunti alla gamma, registrando un successo pari a quello del primo nato della cantina salernitana. Si tratta de “Il Fric“, Paestum Igt frizzante ottenuto da uve Aglianico in purezza, introdotto nel 2015. E dell’ultimo arrivato “Pashkà“, Paestum rosso frizzante sur lie Igt prodotto a partire dal 2017, da una cuvèe di Aglianico e Barbera campana.

«Pashkà – sottolineano Pasquale Mitrano ed Elisabetta Iuorio – è il punto di approdo finale del nostro percorso nella produzione di questa tipologia di vini conosciuti a livello internazionale come Pét-nat, che tanto stanno riscuotendo successo per la loro grandiosa accessibilità e facilità di beva».

Al di là del numero di bottiglie, in crescita costante, questo vino nasce dalla necessità e dal desiderio di recuperare una tradizione che in Campania si era persa: quella del Gragnano, rosso frizzante che è finito per essere prodotto poco e principalmente in autoclave. Pochi fanno rifermentazione in bottiglia, proprio come si faceva anticamente in Campania e come fanno ancora molti produttori di Lambrusco».

LE RAGIONI DEL SUCCESSO

Prima di trovare la quadra, Pasquale Mitrano ed Elisabetta Iuorio hanno dovuto «lottare» con le uve scelte per Pashkà. «Oltre al Gragnano – spiegano i due coniugi vignaioli – Pashkà guarda ai mitici Colli Piacentini dove si produce il Gutturnio, mix di Bonarda e Barbera. Qui in Cilento abbiamo la Barbera. Al posto del Bonarda, abbiamo pensato di ricorrere all’uva rossa principe delle nostre terre: l’Aglianico. Abbiamo dovuto bilanciare durezze e pressione delle bollicine, sino a ottenere il risultato perfetto a 1,8 bar. Uno in meno rispetto a “Il Fric”».

I prezzi di listino Horeca dei Pét-nat di Casebianche? Incomparabili a quelli di molti “frizzanti” come Gutturnio e Lambrusco, facilmente reperibili nella Grande distribuzione organizzata. Il distributore italiano (Proposta Vini) li vende a circa 9,50 euro. All’estero, i buyer acquistano le “bolle” di Pasquale Mitrano ed Elisabetta Iuorio per non meno di 6,50 euro.

Un successo che va dal Nord Europa – Danimarca, in primis – al Canada, passando per Paesi dell’Est come l’Ucraina, curiosi di sperimentare nel mondo dei “vini naturali“. In fondo, ovunque si trovino, il bello di certi Pét-nat è che non ci sia bisogno di alcun Cyrano de Bergerac per spiegarli. Né tantomeno di aspettare Rossana, per berli.

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Zou – Zapap Officine Urbane: vini naturali e birre artigianali si incontrano a Bologna

L’hanno chiamato Fervér. Un vocabolo che evoca non solo il carducciano «ribollir dei tini», ma soprattutto un «ribollir degli animi». Fermenti alcolici, certo. Ma prima di tutto sociali. L’evento che a Bologna (re)inaugura Zou – Zapap Officine Urbane, locale giovane che, senza il Covid, avrebbe oggi compiuto un anno e mezzo di vita, in via Zago 16, sancisce l’incontro tra vini naturali e birre artigianali. A fargli da sfondo, non a caso, una delle città culturalmente più ribollenti d’Italia. Dentro o fuori dal calderone della pandemia.

Fervér – Di Vite e di Vini” è molto più di un taglio del nastro, o di un segno di rivalsa nei confronti del Coronavirus. È la formula attorno alla quale si svilupperà, dal 4 giugno al 3 luglio 2021, «una serie di appuntamenti sul vino e sulle fermentazioni».

Nulla di nuovo. Se non fosse che il teatro dell’iniziativa è il locale aperto in zona stazione centrale da un birrificio artigianale della città dei portici. Rimasto aperto un mese, lo scorso anno. Subito vittima dei lockdown, per un anno abbondante. Oggi pronto alla riscossa. Con la pancia e col cuore. Ma anche con la testa.

Considerarla una banale decontestualizzazione o contaminazione in risposta alla pandemia, è riduttivo. Perché i due mondi – quello dei vini naturali e della birra artigianale – si parlano eccome. Da sempre. Zou – Zapap Officine Urbane va oltre.

È esso stesso il luogo (meta)fisico che sancisce l’incontro tra il mondo di Christian Govoni, proprietario e mastro birraio del Birrificio Zapap di Bologna (fondato nel 2013) e quello di Ivan Giglio, appassionato di vini naturali e artefice della contaminazione eno-brassicola da cui scaturisce “Fervér – Di Vite e di Vini”.

LA RIPARTENZA

«La storia che vogliamo raccontare – spiega Govoni (nella foto) – è una storia di vini, ma anche una storia di persone. Di vignaioli che vogliono “condividere”, attraverso tutti i loro prodotti e le loro idee sempre in fermento. Così come in fermento sono i loro vini, conosciuti dal grande pubblico come “vini naturali“».

Ecco dunque pronto a scendere in campo, in via Zago 16, l’esercito dei vigneron artigiani di distribuzioni vicine al mondo dei natural wines come Gusto Nudo Srl di Bologna (4-5 giugno), GluGlu Wine di Torino (11-12 giugno), Into the Wild (18-19 Giugno), PortoFranco Bologna (25-26 giugno) e Arkè di Gambellara (2-3 luglio).

«Zou – commenta il mastro birraio Christian Govoni – non è solo l’ultimo progetto nato in casa Zapap, ma la sintesi della storia dell’azienda. Un birrificio artigianale titolare del marchio “Birra Bologna” che ha sempre creduto nel territorio. Ed è da questa convinzione che è nato il locale in cui convivono birre, lievitati, prodotti del territorio e vini».

Il tutto è inserito in un giardino cittadino, un’architettura in stile industriale. Per non dimenticarci che il nostro quartiere è ancora un luogo popolare, in cui è possibile sognare in grande.

In questi mesi, infatti, abbiamo incontrato virtualmente delle persone stupende, con cui abbiamo sognato insieme. Sono le persone con cui abbiamo organizzato Fervér – Di Vite e di Vini».

Anche il nome dei singoli appuntamenti sarà simbolico. Sarà racchiuso in una sigla o nelle parole che i vignaioli hanno scelto per comunicare al meglio il loro approccio produttivo.

«Progetti – spiega Christian Govoni – fatti di esseri umani speciali che vivono di vigna e di terra. Che combattono per far conoscere i loro territori. Capire un territorio è un percorso che attraversa spazi e persone che in quei luoghi sudano, sorridono, soffrono, amano».

I PROTAGONISTI

«Capire un territorio – continua il mastro birraio nel dare appuntamento a Zou – Zapap Officine Urbane – è un percorso che parte dalla materia prima e da chi la lavora. Loro ci saranno, porteranno i loro vini. A voi non rimane che venirci a trovare e lasciarvi guidare dai loro vini e dalle loro storie».

Già resi noti i protagonisti dei primi due incontri da Zou – Zapap Officine Urbane. Gusto Nudo Bologna porterà in assaggio le cantine Valli Unite, Rocco Di Carpeneto, Terre dei Gaia, Gualdora, Vigna Cunial, Tre Rii, Podere Cervarola, Inula, L’upupa, Vigne di San Lorenzo, La Calcinara, La Marca di San Michele, Castelsimoni, Ausonia, Cantina del Malandrino, Rocco di Carpeneto, Poggio Bbaranello – Az. Agr. Le Poggere.

A GluGlu Wine il compito di raccontare Crocizia, Macea, Camiliano, Fabbrica di San Martino, Podere Ortica, Sequerciani, Weingut in der Eben, Divella e Meggiorano. Dress code? Come pare ad ognuno. Purché non si lasci a casa il cuore. Per ascoltare e assaggiare.

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Vini naturali, «definizione destabilizzante». Parola del vicepresidente Fivi

Vini naturali ancora protagonisti del dibattito in Puglia. Tra gli ospiti del talk digitale organizzato dall’avvocato eno-alimentare brindisino Stefano Palmisano anche Gaetano Morella, vicepresidente della Fivi, la Federazione italiana vignaioli indipendenti. Il vignaiolo biodinamico di Manduria ha stigmatizzato come «destabilizzante» la definizione di vino naturale.

«Fivi – ha ricordato – non ha mai guardato al metodo di produzione, è sempre stata trasversale. Non ti dice come fare il vino, l’importante è che rispetti le regole che consentono di farne parte. Detto ciò, “naturale” è una parola che non mi suona e mi destabilizza un po’. So invece cos’è la biodinamica, perché la pratico».

Gaetano Morella ha indicato altri «problemi» e «fastidi» riscontrabili negli «ambienti naturistici»: «Avendo partecipato a diverse manifestazioni, da Villa Boschi a Cerea in poi, la prima domanda che consumatori, winelover e operatori ponevano davanti al mio bicchiere di vino era sempre la stessa: “Quanta solforosa ha?”».

È un po’ come se il vino fosse qualcosa di sganciato da tutto quello che sta a monte, ovvero dal tipo di pratiche viticole che hai posto in essere, dalla vigna, dal terreno. Si risolveva tutto con quella domanda, come se tutto il mio lavoro dipendesse da quanta stramaledetta solforosa ci fosse nel bicchiere».

«Di fronte a una mia risposta volutamente tecnica – ha aggiunto Morella – con la faccia tra l’ebete e il rincoglionito, capivo che non solo non aveva idea dell’argomento, ma non gliene fregava niente se in vigneto avessi messo un chilo di rame oppure 10, o se avessi fatto una ripuntatura, a che livello di fertilità fosse il mio terreno, se fossi riuscito a preservare tale fertilità o meno. Tutto, nel naturale, si riduce al “cosa non hai fatto”».

Vino naturale, la pugliese Mina Del Prete: «Sogno una certificazione ufficiale»

Un concetto ribadito con fermezza dal vicepresidente Fivi: «La favola che una cosa brutta e sgraziata è naturale e fa bene non funziona più. Ci dobbiamo sganciare da questa idea del “non fare”. Il vignaiolo biodinamico è uno che lavora molto di più rispetto a uno convenzionale o biologico. Perché deve vivere quotidianamente il proprio vigneto, intuendo e capendo prima quando le cose accadono, non dopo, usando l’antibiotico sul problema».

Quante volte ci è stata presentata come “naturale” una mela bacata, rotta, brutta, bitorzoluta, che anche un cane rifiuterebbe? Questo non è il “naturale”. È piuttosto il frutto raccolto da terra, che non ti sei sforzato di raccogliere dalla pianta. L’hai preso e non hai fatto assolutamente nulla, per poi dire: “È naturale”».

«Con la biodinamica, invece – ha aggiunto Gaetano Morella – si innesca tutta una serie di atti per i quali il frutto non è solo esteticamente paragonabile al convenzionale, ma ha una luce propria e i sapori sono l’archetipo del sapore. La biodinamica migliora il cervello della pianta, che è nel terreno, mettendola nelle condizioni migliori per poter affrontare le problematiche. Non è sottrazione. È fare molto di più».

Sempre secondo il vicepresidente Fivi, «la biodinamica è l’unica arma contro quella che è stata negli ultimi 50, 60 anni, la banalizzazione dell’agricoltura e, in generale, la semplificazione e la monocultura».

«Quando hai a che fare con qualcosa di vivente – ha concluso Gaetano Morella – uno più uno non fa mai due. E chi lavora in vigna lo sa esattamente. Sgombriamo la mente, dunque, dal concetto che naturale significhi non fare nulla, con una consapevolezza incontrovertibile: esistono vini buoni e vini cattivi, convenzionali o naturali. Per fortuna, dico io. Altrimenti, in molti saremmo a spasso».

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Vino naturale, la pugliese Mina Del Prete: «Sogno una certificazione ufficiale»

«Questa mattina ho parlato con Gilles Azzoni, uno dei padri dell’Association des Vins Naturels, con cui concordo: il movimento del vino naturale dovrebbe seguire le orme di un sindacato come la Vignerons Indépendants de France, equivalente della Fivi italiana, e chiedere al ministero dell’Agricoltura una certificazione ufficiale del vino naturale. Qualcosa che dica “questo vino è fatto in questa maniera”».

Così Mina Del Prete, figlia del noto produttore di vini naturali pugliesi Natalino Del Prete, intervenuta ieri durante una conferenza digitale organizzata dall’avvocato eno-alimentare brindisino Stefano Palmisano.

La certificazione – ha aggiunto Del Prete – è per me un dovere nei confronti del consumatore e deve rappresentare qualcosa di molto chiaro anche per gli operatori del settore. Alcuni amici, che ci conoscono bene, da anni, mi chiedono ancora cosa significa “vino naturale” e che differenze ci sono con i vini biologici e i vini biodinamici».

Sempre secondo la produttrice, «il vino, essendo un alimento, necessita almeno di qualcosa che dica in modo chiaro come viene prodotto»: «Non dico sia necessario mettere tutti gli ingredienti in etichetta, perché la proposta sembra ormai tramontata, ma almeno fornire maggiore chiarezza».

Una proposta, come precisato dalla stessa Mina Del Prete, che «non vuole essere denigratoria per i produttori cosiddetti “convenzionali”». «Ho molta stima di diverse cantine convenzionali che lavorano bene e rispettano l’ambiente e la salute delle persone. Siamo tutti liberi. Trovo solo corretto rendere manifeste le regole del vino naturale».

Mina Del Prete non parla senza esperienza. Il padre, Natalino Del Prete, è stato uno dei primi produttori pugliesi a chiedere e ottenere, già negli anni Novanta, la certificazione biologica per i propri vigneti di Negroamaro, Primitivo e Aleatico, nel Salento.

Nella cantina di San Dònaci (BR), da sempre, nessuna filtrazione o chiarifica e ricorso esclusivo ai lieviti indigeni. L’unico «lusso»? La temperatura controllata per le fermentazioni.

«Scusate il giro di parole – ha chiosato la figlia Mina – ma per mio padre Natalino è stato “naturale” chiedere in quegli anni una certificazione, per far sapere alla gente quale fosse il suo approccio in vigna e in cantina.

Continua ancora oggi a lavorare come allora, con l’unico intento produrre un vino che, se non può dare salute, quantomeno la mantenga. Oggi vorrei che lo stesso avvenisse con il vino naturale, attraverso una certificazione ufficiale».

Nella storia della Repubblica italiana, è solo uno il ministro dell’Agricoltura che si è esposto sul tema delle regole del vino naturale. Si tratta di Gian Marco Centinaio, intervistato in esclusiva proprio da WineMag.it il 26 marzo 2019.

La patata bollente, oggi, sarebbe in mano al ministro Stefano Patuanelli, con lo stesso Centinaio attualmente nel ruolo di Sottosegretario di Stato al Ministero delle Politiche agricole alimentari e forestali. Prosit.

Vino naturale, il ministro Centinaio a WineMag: “Il settore va regolamentato”

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“Vino naturale? Terroir e ossidazione non possono convivere”. Parola di Luigi Moio

“I produttori di vino naturale devono essere chiari: terroir e ossidazione non possono convivere nello stesso vino”. Parola del professor Luigi Moio, intervenuto ieri in occasione del webinar “Natural Wines: Beyond the Philosophy” organizzato dall’Oiv, l’Organizzazione internazionale della vigna e del vino.

“A meno che non sia ricercata, come nel caso dei vini fortificati come il Madeira, l’ossidazione è un difetto dei vini. La questione è molto semplice – ha sottolineato il professore ordinario di Enologia dell’Università degli Studi di Napoli – se un produttore sostiene di produrre ‘vini di terroir‘, deve cercare la purezza, intesa anche come assenza di ossidazione, in modo che le qualità del ‘terroir’ si esprimano appieno, senza distorsioni, in occasione dell’analisi sensoriale del vino”.

L’ossidazione è un processo di deteriorazione ed è una caratteristica positiva solo quando ricercata, nei cosiddetti vini ossidativi: solo a quel punto diviene una questione di gusto e consente al consumatore di scegliere ciò che lo aggrada”.

Il professor Luigi Moio ha poi chiarito quale può essere, a suo avviso, la strada per il futuro dei vini naturali. “Per produrre un grande vino naturale occorre un background in scienze come la biochimica, oltre che di enologia. Non si può lasciare che le cose avvengano solo spontaneamente. Il futuro dei vini naturali è questo”.

Il webinar sul tema dei vini naturali è stato organizzato dall’Oiv con l’intento di “sondare un argomento non ancora del tutto esplorato a livello internazionale, senza tuttavia prendere posizioni favorevoli o contrarie al movimento”.

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Cos’è un “vino naturale”? “Una dicitura ingannevole per il consumatore”, dice l’Ue

Cos’è un vino naturale? Quando un vini si possono definire naturali? A rispondere è nientemeno che la Direzione Generale Agricoltura e Sviluppo Rurale (DG-AGRI) della Commissione europea, che giudica tale dicitura “ingannevole per il consumatore” e “contraria al diritto dell’Ue. Vigilerà dunque sul suo difforme utilizzo.

Una considerazione che non si rivolge solo al “vino naturale“, ma anche al “vin méthode nature“. Secondo la Commissione, “l’informazione spinge il consumatore a ritenere che il prodotto così designato abbia una qualità o salubrità superiore rispetto ad un altro vino che non riporta la medesima dicitura”,

Verrebbe così “suggerita una differenza sostanziale nella sua composizione e natura”, tale da considerare tale informazione “potenzialmente ingannevole e, quindi, contraria al diritto Ue”, nonché alle discipline vitivinicole.

In realtà, la dicitura “vino naturale” non rientra affatto nella disciplina europea e non è inclusa nella lista delle categorie di prodotti vitivinicoli presenti nell’allegato VII del regolamento Ue n. 1308/2013, parte II.

Allo stesso tempo, ai sensi dell’articolo 80 del regolamento Ue n. 1308/2013, le pratiche enologiche autorizzate sono impiegate “per consentire una buona vinificazione, una buona conservazione o un buon affinamento dei prodotti”.

“Esse – precisa la Commissione europea – preservano le caratteristiche naturali ed essenziali del vino, garantendone la composizione da modifiche sostanziali. Pertanto, un prodotto vitivinicolo può essere commercializzato come ‘vino naturale’ se rientra nella definizione di una delle richiamate categorie di prodotti vitivinicoli e se è stato ottenuto in conformità alle disposizioni sulle pratiche enologiche autorizzate, senza alcuna distinzione su quali particolari pratiche sono intervenute nel processo produttivo”.

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Menat, il vino calabrese in anfora georgiana: Gianni Lonetti fonda una nuova cantina

Nicola Finotto e Michele Vitale, in arte Menat, ne hanno fatta di strada dopo l’inserimento nella Top 100 Migliori Vini italiani di WineMag.it, nel 2019. I loro vini calabresi in anfora georgiana (qvevri) prodotti a a San Nicola dell’Alto, in provincia di Crotone, sono ora distribuiti in diversi Paesi d’Europa e del mondo.

Un progetto a cui ha contribuito come conferitore anche Gianni Lonetti, che nel maggio 2020 ha fondato la propria azienda, incentrato sulla vigna vecchia in contrada Fragalà di Melissa. Un terreno di 1 ettaro e mezzo, da cui hanno preso vita i primi vini di punta di Menat: “Ji Jian” e “Greko”, base Gaglioppo e Greco Bianco. Le uve tipiche della zona.

Nonostante la rottura con Lonetti, il progetto originario di Menat – vocabolo che significa “Domani” nella lingua della comunità arbëreshë locale – non cambia. La convinzione resta quella che il vino debba essere “naturale, senza la minima aggiunta di chimica, ma senza difetti e di grande bevibilità”.

La prova del calice convince appieno. Il Calabria Igt rosato “Menate Zero” dice tutto sin dal nome: un vino agile, di grande beva, che si apre con l’ossigenazione su ricordi di fiori di rosa e note di frutti di bosco, agrumi e una spezia leggera, dosatissima. Il classico rosato da bere ‘a secchiate’.

La Riserva “Ji Jian”, ottenuta da mosto fiore di Gaglioppo maturato 8 mesi in anfora georgiana, si presenta di un color mattone e sfodera un naso talcato, balsamico, con ricordi di arancia rossa, anice, mentuccia. Tannino disteso ed ennesimo vino dalla beva instancabile, sapida e di lunga persistenza.

Infine il Greco Bianco macerato “Greko”, ottenuto mediante contatto di 7 mesi con le bucce e una doppia torchiatura. Colore splendido e naso che segue a ruota, tra ricordi di zenzero candito, curcuma, fiori di sambuco e albicocca matura.

Bassa l’acidità e bassa la percentuale d’alcol in volume per questo vino bianco calabrese del tutto singolare e unico, la cui spina dorsale è rappresentata dalla piacevole percezione “tannica”, conferita dalla lunga macerazione.

Le prime tre etichette di Menat, che produce circa 4 mila bottiglie l’anno, sono finite non a caso in mezza Europa e nel mondo. Una storia di successo, che in realtà ne cela un’altra. Quella di Gianni Lonetti che, dopo la rottura con i due fondatori, sta costruendo il suo futuro accanto a uno dei vignaioli calabresi più in vista: Francesco De Franco di A’ Vita – Vignaioli in Cirò.

“In attesa che la mia cantina venga realizzata – spiega Lonetti a WineMag.it – ho vinificato la mia prima etichetta a casa di un maestro del vino calabrese, come De Franco. Il vino, ottenuto proprio dalla vigna di contrada Fragalà da cui nascevano i vini di punta di Menat, è un uvaggio di Gaglioppo (70%) e Magliocco (30%): si chiama ‘Juru‘, vendemmia 2019“.

Per il momento, Gianni Lonetti ha abbandonato le qvevri georgiane. “Ma quando potrò tornare a vinificare in proprio – spiega – tornerò alla terracotta. Non a quella georgiana: sto pensando alla spagnola o, ancora meglio, all’italiana”.

Il giovane vignaiolo di San Nicola dell’Alto sta sperimentando le Tinajas, ma sembra preferire il tricolore, in particolare quello dell’azienda leader mondiale nella produzione di vinificatori in terracotta: “Mi stanno convincendo particolarmente le anfore di Artenova – ammette – prodotte a Impruneta, in Toscana”.

Le novità non finiscono qui. Il vignaiolo Lonetti potrà contare su ulteriori 5 ettari di vigneto, in una posizione particolare, ovviamente sempre in Calabria. “Per via dei cambiamenti climatici – rivela a WineMag.it – ho deciso di spostarmi dalla costa verso l’entroterra, con altri 5 ettari di vigneto a Pallagorio, altro paese di tradizione arbëreshë, non lontano da San Nicola dell’Alto”.

Una scelta di campo importante. Il Comune – poco più di mille abitanti – si trova sempre in provincia di Crotone, ma a ridosso dei monti della Sila: “Per l’esattezza – spiega Lonetti – pianterò Gaglioppo e Greco Bianco, a 554 metri sul livello del mare“. Insomma, c’è tanta carne al fuoco tra le nuove leve del vino calabrese.

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Caporalato, Valentina Passalacqua tagliata da altri due importatori americani

Sembra giocarsi tutta fuori dall’Italia la partita a scacchi di Valentina Passalacqua con i mercati, a un mese dall’inchiesta sul caporalato che ha travolto il padre Settimio Passalacqua, a inizio luglio 2020. Dopo Zev Rovine Selections, la produttrice di vino naturale pugliese è stata tagliata dai cataloghi di altri due importatori americani. Si tratta di Jenny & François Selections di New York e di Dry Farm Wines, colosso da oltre 20 milioni di dollari di fatturato con sede a Napa, in California.

Diversa la situazione in Italia. Les Caves de Pyrene non si smuove di un millimetro dalla posizione garantista assunta nei confronti di Passalacqua sin dalle prime ore della bufera. La vignaiola, del resto, non è indagata. “Gli altri sono liberi di fare le scelte che ritengono più opportune”, commenta Claudio Bronzi, responsabile degli uffici di Rodello (CN) prima di passare la parola al titolare di Les Caves Italia, Christian Bucci.

“Fuori dai denti, il sentimento che mi pervade di più in questo momento è l’invidia – rivela Bucci a WineMag.it – nei confronti di quelle persone che sentono di avere già la verità in tasca. Questa vicenda mi lascia con zero certezze. Valentina Passalacqua sarà colpevole nel momento in cui qualcuno lo proverà: parlando con lei, ho sempre avuto rassicurazioni sul fatto che non c’entrasse nulla con le attività del padre”.

“Sono stato da lei in Puglia tre volte – continua il titolare di Les Caves de Pyrene Italia – un anno prima di iniziare a collaborare, poco prima dell’avvio della distribuzione dei suoi vini, ovvero un anno e mezzo fa e, infine, sette mesi fa. La situazione mi è sembrata molto diversa da quella descritta dagli inquirenti, ma è ovvio che in qualsiasi azienda che si visiti ti mostrino solo quello che vogliono farti vedere“.

Non me la sento di vestire i panni di giudice di Valentina. Cosa succederebbe se decidessi di chiudere con i vini di Passalacqua e lei fosse innocente? Anche per questo parlo di ‘invidia’, nei confronti di chi ha già certezze e ha fatto scelte diverse, come i distributori americani”.

Ciò non significa che non serpeggino dubbi, anche nella testa di Bucci (nella foto, sotto). “Più che fidarci delle persone non possiamo fare, in questo momento. Domani potremmo accorgerci di aver sbagliato, o magari di aver fatto bene”. D’altro canto, la vicenda Passalacqua non giova neppure a Les Caves de Pyrene”.

“Non lasciare Valentina è tutto tranne che una scelta legata all’economia della distribuzione – evidenzia ancora Christian Bucci a WineMag.it – anche perché stiamo subendo un danno di immagine importante a causa della vicenda. Il contraccolpo è pesante e la cosa più semplice sarebbe stata dissociarci, come hanno fatto altri: il punto è che non me la sento”. Una decisione condivisa con la la ‘casa madre’, Les Caves de Pyrene UK.

D’altro canto, è un’estate da dimenticare per la produttrice pugliese iscritta a VinNatur. All’inchiesta che vede protagonista il padre Settimio si è aggiunta in questi giorni la scomparsa della madre Grana Grazia in Passalacqua (nella foto, sotto) avvenuta il 5 agosto a San Nicandro Garganico (FG).

“Ha vissuto una vita al servizio degli altri, sempre come figura di sfondo, in un quadro in cui i personaggi principali erano altri, ben più forti e duri di lei“, ha commentato sui social la sorella di Valentina, Giuliana Passalacqua, allontanata dal nido famigliare dal padre Settimio ormai da diversi anni, a causa di numerose divergenze di vedute.

“Credo di aver solo mostrato come si fa ad essere liberi. Lei mi ha tanto invidiata in questa mia possibilità, non concessa al suo tempo…”, ha proseguito nel suo sfogo la sorella della produttrice pugliese, prima di condividere il testo della canzone “M’abituerò“, di Luciano Ligabue.

Parole che aiutano a comprendere quanto ingombrante fosse la figura di Settimio all’interno di un’anacronistica “famiglia del Sud Italia”, di stampo patriarcale.

Al papà, Valentina Passalacqua ha invece intitolato un vino, il Montepulciano biologico “Don Settimio“. Un modo come un altro, come spiegava nel 2011 Valentina Passalacqua a un giornale locale pugliese, per “creare una continuità ideale tra mia nonna Giulia e mia figlia Giulia. Passato e futuro. Radici e innovazione”.

Oggi tutto, comprese le mosse presso la Camera di Commercio di Foggia, fanno pensare a un cambio di rotta drastico. E al desiderio di togliersi di dosso qualsiasi connessione con un padre “caporale“, ancor presunto.

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L’importatore Usa taglia Valentina Passalacqua: lei corre in Camera di Commercio

Novità Oltreoceano per il caso Valentina Passalacqua, che dal canto suo si muove sui social, ma anche in Camera di Commercio, a Foggia. Dopo l’arresto di Settimio Passalacqua, padre della produttrice pugliese finito ai domiciliari a inizio luglio con l’infamante accusa di caporalato, l’importatore americano di vini naturali Zev Rovine Selections ha deciso di tagliare dal proprio catalogo tutte le etichette della 44enne di San Giovanni Rotondo (FG).

Ben articolato lo statement che ha accompagnato tale decisione, sul sito web ufficiale di Zrs: “Non è mia intenzione condannare Valentina o chiunque desideri continuare a vendere i suoi vini e non credo che né lei né il suo progetto spettacolare debbano essere abbandonati dal mondo del vino”.

Ma noi di Zrs dobbiamo fare ciò che riteniamo giusto per garantire che la nostra etica sia rappresentata in tutto il nostro portafoglio”, sottolinea il noto importatore di Brooklyn.

Nel frattempo, dopo l’inchiesta, qualcosa è cambiato anche nell’assetto dell’azienda di Apricena (FG). Valentina Passalacqua, unica intestataria, ha deciso di stralciare dalle cosiddette “attività prevalenti” dell’impresa quelle non connesse all’attività vitivinicola.

Le “coltivazioni miste di cereali e altri seminativi” e la “coltivazione di ortaggi” – vero e proprio core business delle altre 4 imprese finite nel mirino degli inquirenti per il presunto modus operandi di Settimio Passalacqua – lasciano ora spazio alla sola “coltivazione di uva” e alla “trasformazioni di uve in vino con relativo imbottigliamento“.

Lo si evince dal Repertorio economico e amministrativo (Rea) dell’azienda Valentina Passalacqua, ritoccato proprio il 1 luglio 2020 in Camera di Commercio, a Foggia, nel pieno della bufera. Una decisione in linea con le dichiarazioni social della produttrice pugliese, che si è sempre detta estranea alle accuse rivolte al padre Settimio, nello strenuo tentativo di salvare la propria azienda.

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Viniveri, annullata la fiera 2020 di Cerea: “Decisione necessaria”

Annullata l’edizione 2020 di ViniVeri, la storica manifestazione italiana di vini e prodotti alimentari “ottenuti da processi naturali“, organizzata annualmente a Cerea (VR). La XVII edizione si terrà dunque nel 2021.

“Stiamo vivendo giornate e circostanze eccezionali – commentano gli organizzatori – e la consapevolezza della gravità dell’emergenza sanitaria dovuta agli effetti del Coronavirus (Covid-19) che sta colpendo il territorio nazionale e molti stati in Europa e nel mondo, ci porta a prendere questa sofferta, difficile ma necessaria decisione“.

“Lo facciamo – dichiara Paolo Vodopivec, presidente del Consorzio ViniVeri – perché riteniamo fondamentale la tutela e la serenità sia dei produttori provenienti da tutt’Italia e da Francia, Slovenia, Croazia, Austria, Spagna e Portogallo, ma anche, e soprattutto, dei tantissimi operatori e appassionati di vino naturale che ogni anno affollano l’Area Exp ‘La Fabbrica’ di Cerea”.

“Una scelta condivisa all’unanimità da tutti i vignaioli del Consorzio Viniveri – spiega ancora Vodopivec – il nostro piccolo contributo di produttori artigiani ad un’azione collettiva virtuosa che sta impegnando tutti gli italiani”.

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Giampaolo Tabarrini, il vignaiolo alieno. Nuova cantina “spaziale” a Montefalco

Barba incolta, fisico asciutto. Un’allergia manifesta per camicie e cravatte: meglio una felpa e dei comodi jeans. Dettagli fuorvianti quelli che, a prima vista, fanno somigliare Giampaolo Tabarrini più a un vignaiolo del Kakheti – tutto qvevri, Rkatsiteli e Saperavi – che all’alieno che dimostra d’essere, mentre racconta come stia trasformando la sua cantina in un concentrato di avvenirismo e tecnologia. Montefalco come Cape Canaveral, o giù di lì. Per l’esattezza è la frazione Turrita a ospitare “l’Area 51” del vino italiano.

Piaccia o no a Steven Spielberg, E.T. pare un pivello al cospetto di G.T.: Giampaolo Tabarrini, per l’appunto. “L’incoscienza consapevole è la madre di tutte le grandi opere – commenta il vignaiolo alieno durante la visita di WineMag.it alla nuova struttura – e la tecnologia offre un sostegno indispensabile al processo super customizzato, che ha come obiettivo l’esaltazione dell’artigianalità del vino”.

Nulla di meglio per sintetizzare un progetto di 5 mila metri quadrati su tre piani, pensati e realizzati a braccetto con gli architetti Andrea Balletti e Andrea Sabbatini (studio Balletti+Sabbatini di Massa Martana – PG).

Spazi ampi, che consentirebbero al grande interprete del Sagrantino di produrre 1,5 milioni di bottiglie, a fronte delle 60 mila attuali, con 16 ettari di vigneto. “Numero che non è destinato a crescere, se non di altre 20 mila bottiglie, con l’entrata in produzione dei nuovi impianti”, assicura l’enologo Alessandro Meniconi. La struttura, così spaziosa (2.200 metri quadrati di pavimento lucidato) serve a ben altro.

Ad accogliere gli ospiti, appena al di là dell’ingresso, sarà la cucina del bistrot, con bancone americano da 25 sedute, intervallate da piante di limoni. Lo gestirà Federica, moglie di Giancarlo Tabarrini, che servirà i prodotti dell’azienda agricola, dagli ortaggi ai salumi. Piatti semplici ma deliziosi, per chi prenota la visita con degustazione.

Grande attenzione al servizio e, in particolare, ai calici. Saranno tutti custoditi in una “rastrelliera” realizzata su misura, con sistema di asciugatura e aerazione “anti straccio”. Accanto al bistrot, una serie di tavoli e sedute per testare i vini in vendita nel wine shop, circondato da luminose vetrate.

Atmosfera calda e rilassata, grazie al camino con ventole per l’aspirazione dei fumi, per godersi l’effetto “relais” senza scherzi per l’olfatto, durante il tasting. Giampaolo Tabarrini un po’ alieno e un po’ Steve Jobs: in quest’area sarà come entrare in un Apple Store. Ma al posto dei cellulari ci sarà il vino.

Ogni singola postazione sarà infatti connettibile a smartphone e tablet dai clienti, mediante sistema Nfc, lo stesso scelto da Walter Massa per i tappi “intelligenti” del suo Derthona. Fondamentale anche il ruolo della luce.

Un sistema di faretti integrati nel soffitto (500 metri di cavi) renderà regolabili i toni del bianco, in base alle condizioni dell’esterno. L’obiettivo? Far sentire chi degusta un tutt’uno con la natura circostante, seguendo i cicli delle stagioni.

Un lungo corridoio collegherà l’area ristoro e il wine shop alla sala per eventi e cerimonie, con vista sulla stanza destinata all’appassimento delle uve di Sagrantino. Ci sarà spazio per 500 sedute al coperto. Un record per una cantina del centro Italia.

L’enologo Alessandro Meniconi mostra alcune funzionalità del tablet in cantina

Il cuore della struttura resterà la vecchia torre, dalla quale si potrà accedere grazie a un badge alla parte superiore. Qui saranno ospitati gli uffici e alcune suite, con vista (e accesso) a un tetto sui generis, che ospiterà il giardino pensile e diversi appezzamenti di terreno adibiti ad orto, funzionali al bistrot.

La coibentazione e impermeabilizzazione dell’intero edificio ha richiesto, per questo, 3 mila metri quadrati di guaina di poliurea. Nei sotterranei sorge invece la cantina, unica area ormai ultimata, nel 2015. Si cambia spazio, ma non la musica. Anche qui, nella zona più cara al vignaiolo alieno, è tutto un luccicare della “Giampaolo Tabarrini philosophy“.

Luci intercambiabili, domotica, tablet, smartphone e app per controllare tutto, o quasi: dal colore emesso dai faretti ai sistemi di lavaggio delle vasche e dei legni, passando per l’archivio e l’area destinata a “I vini degli Amici” produttori. Senza tralasciare la gestione dell’areazione e lo stock a pallet, collegato ai singoli ordini e fatture.

Un progetto che sta assorbendo ormai da anni energie e ingenti risorse finanziarie del vignaiolo di Montefalco, che non per questo dimentica la vigna. Anzi. “La tecnologia ci aiuta a perfezionare tutto quello che abbiamo in testa e che non siamo in grado di seguire e monitorare con la stessa attenzione e velocità del pensiero”, sottolinea Tabarrini.

Ingegnerizzare la cantina non significa perdere qualcosa in termini di artigianalità. Come puoi pensare di essere naturale e tradizionale e non avere un sostegno tecnologico? È una puttanata! Perché prima o poi, da qualche parte scappellerai e giustificherai l’errore con la naturalità. Una puttanata, ripeto”.

Puzzette, volatili e altri difetti non sono sinonimi di naturalità, bensì di errori umani: qualcosa che non doveva succedere è successo. Più vogliamo essere estremi nel modo di fare vino, più dobbiamo essere sicuri, anzi certi, di eliminare le possibilità di errore”.

Anche su questo fronte, Giampaolo Tabarrini ha trovato conforto nella tecnologia, in cantina. “Abbiamo impostato un sistema di supervisione di fermentazione dinamica – annuncia a WineMag.it – che ci consente di gestire lo stato fermentativo del vino in base a una serie di parametri registrati in annate analoghe”.

In parole semplici, il vignaiolo di Montefalco è in grado di gestire in maniera scientifica l’avvio, la tumultuosa e la coda della fermentazione sulla base dei dati raccolti nelle precedenti vendemmie, ritenute similari. Un sistema di “alert” permette di intervenire per tempo, in caso di difformità rispetto alla curva di fermentazione impostata.

“Poter fare meglio di ieri è il motivo per cui mi sveglio la mattina”, commenta senza mezzi termini Tabarrini, che si toglie qualche sassolino dalla scarpa: “Io spesso mi incazzo e litigo con chi parla di ‘vini veri‘ e ‘vini naturali‘, per due motivi: gli altri sono falsi? Sono di gomma? Il vino non nasce in natura. E può anche succedere che se ci mettiamo a sedere col calice, questa gente piglia boccatoni!”.

Il vino è un prodotto frutto della cultura dell’uomo e la cultura è conoscenza. Avete mai visto una mucca, un cane, una lepre o una volpe bere vino, sotto a una pianta? Se dai il vino a un cane, non lo beve. Nessun animale berrebbe vino.

Significa che non è un prodotto della natura! L’unica bestia che lo consuma è l’uomo. Quindi il vino è un prodotto dell’uomo, non della natura. Dire che un vino è naturale è una presa per il culo allucinante”.

Continua Tabarrini: “Più è alta la cultura dell’uomo che fa vino, più alto sarà il livello qualitativo del vino che quell’uomo ti presenterà. Non c’è altro modo di descrivere un processo di trasformazione: l’uva, in natura, non diventa vino. E pure per l’aceto ci vuole l’intervento umano, per non fare una ciofeca. La tradizione è la somma delle conoscenze e l’artigianalità è tradizione e conoscenza”.

Da qui l’idea di mettere a disposizione della natura, ovvero dei 16 ettari di vigneti di proprietà, una cantina iper tecnologica, in grado di valorizzare la materia prima della vigna: “Oggi mi definisco ‘vignaiolo produttore di vino, rubato temporaneamente all’agricoltura’ da questo importante progetto della nuova cantina”.

“Il mio lavoro di sempre – aggiunge Tabarrini a WineMag.it – e quello che a me piace fare è in vigna. Perché sono pignolo, non ho voglia di non seguire la nascita, la crescita e la maturazione di un ambiente per me fondamentale”. E sbaglia chi pensa che, a cantina ultimata – entro il 2021-2022 – Tabarrini si godrà i frutti, magari accanto al figlio Filippo, 17enne che inizia a muovere i primi passi tra vigna e tini (e tablet).

“Il nonno mio diceva sempre: ‘Finita la gabbia, morto l’uccello’. Sta cosa mi romperebbe un po’ li coglioni, quindi… Niente inaugurazione o tagli del nastro! Credo che tutte le opere belle siano incompiute: si finiscono step, non progetti. È bello anche ricominciare e mettere tutto in discussione”. Punto e capo, per ricominciare. Sempre.

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Onav pensa a un corso sui vini naturali, espressione dei vignaioli “anarchici”

FOGGIA – Un corso dedicato ai vini “non convenzionali“: naturali, biodinamici, ancestrali. Ci sta pensando Onav, l’Organizzazione nazionale assaggiatori di vino. Ad aprire alle nuove frontiere della viticoltura è il direttore nazionale Francesco Iacono, intervenuto il 19 febbraio all’Università degli Studi di Foggia al convegno “I vini non convenzionali. Nuove filosofie ed approcci metodologici alle produzioni vitivinicole”.

Accanto a Iacono – membro tra l’altro del Comitato scientifico Onav – Enzo Mescalchin del Dipartimento Ambiente e agricoltura di montagna della Fondazione Edmund Mach di San Michele all’Adige (TN). Tra i relatori anche Antonio Seccia e Giuseppe Lopriore, docenti del Dipartimento di Studi Umanistici e del Dipartimento di Scienze Agrarie del polo universitario pugliese.

“La nostra organizzazione, sin dalla sua fondazione nel 1951, ha come finalità la conoscenza del vino approfondita dal punto di vista della degustazione e di ciò che sta dietro alla bottiglia. Per questo abbiamo deciso di sviluppare anche il tema del vini non convenzionali, che definisco quasi ‘anarchici’“, riferisce il portale online ufficiale dell’Onav, riportando le parole pronunciate da Francesco Iacono al convegno.

“Un’anarchia – continua Onav News, nell’articolo firmato da Guido Montaldo – intesa nella migliore accezione, che sta a significare, secondo la definizione di Pierre Joseph Proudhon, il rispetto dell’individualità delle scelte e delle decisioni del produttore. Su questo tema Onav sta già studiando un corso dedicato”.

“C’è ancora il preconcetto da parte di molti che il vino naturale significhi rifiuto della scienza e assecondamento del corso della natura – ha aggiunto Iacono – ma non è così. Produrre un vino non convenzionale oggi significa avere una perfetta padronanza della fisiologia della vite e dell’enologia, per intervenire il meno possibile con l’obiettivo di ottenere un vino espressione di un terroir e di una filosofia produttiva precisa”.

“Un tema attuale – conferma Onav News – sul quale è già allo studio un corso Onav dedicato. Una definizione forte per una tematica di grande attualità: la realtà dei vini non classificabili in modo convenzionale”.

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degustati da noi vini#02

I migliori assaggi a “Viva la Vite” 2020, rassegna dei vini artigianali di Pescara

Circa sessanta produttori nazionali ed internazionali hanno animato la due giorni di “Viva la Vite” 2020 all’ex Aurum di Pescara. La manifestazione, giunta alla terza edizione il 16 e 17 febbraio, ha l’obiettivo di “valorizzare i vini artigianali e naturali“. Spazio anche allo Champagne.

Organizzazione sempre più ricca, a cura dell’omonima Associazione Culturale pescarese “Viva la Vite”. Ottima la risposta del pubblico ai banchi di assaggio, ma anche alle conferenze e ai laboratori che hanno visto protagoniste etichette italiane ed estere.

I MIGLIORI ASSAGGI A VIVA LA VITE 2020

Montepulciano d’Abruzzo Doc Riserva 2015, Praesidium
Praesidium si conferma un punto fermo a livello regionale delle filiere naturali. L’azienda ha sede a Prezza (l’Aquila). Le sue coltivazioni sono esclusivamente biologiche per il tramite del sovescio e del favino. In degustazione il Montepulciano Doc Riserva 2015.

Dalla macerazione a contatto con le bucce delle uve Montepulciano d’Abruzzo e dal lungo periodo di maturazione nascono le Riserve, si tratta di vini rossi longevi e complessi. Il 2015 degustato, seppur ancora giovane, appare già ben delineato grazie alla vinificazione con fermentazione spontanea in botti di acciaio e macerazione di 12 giorni.

Affinamento di circa 24 mesi in botti di rovere di Slavonia. Ulteriori 6 mesi in bottiglia. Al naso profumi che ricordano la frutta rossa matura con note speziate e balsamiche. Al palato è un vino avvolgente, caldo, con tannino amalgamato nella massa e con un ottima persistenza. Sarebbe interessante degustarlo tra qualche anno.

Montepulciano d’Abruzzo Doc 2016, Amorotti
Azienda ubicata a Loreto Aprutino, notoriamente famosa per le celebri produzioni dell’azienda agricola Valentini. Caratteristica dell’azienda risiede nell’ utilizzo di soli cristalli di rame e zolfo, con esclusione di diserbanti e concimi chimici.

Abbiamo degustato la produzione di Montepulciano annata 2016. Alla vista il vino si presenta rosso rubino; e al naso invaso da chiari profumi di frutta rossa ben matura, riempie la bocca per la sua pienezza ed il suo corpo con evidenti sfumature fruttate e minerali. Un vino artigianale di grande prospettiva.

Cerasuolo d’Abruzzo Doc 2018, Nic Tartaglia
Azienda estesa per una decina di ettari presso Alanno (Pescara). Produzioni sincere e senza fronzoli, potremmo definirli “come natura crea”. In degustazione abbiamo scelto il Cerasuolo d’Abruzzo Doc vendemmia 2018.

Caratteristico il suo colore rosato di media intensità, al naso gradevoli note di frutta sia bianca che rossa, in particolare pesche ed amarene. In bocca di buona morbidezza ed intensità.

Si potrebbe ben accompagnare a preparazioni che prevedano anche l’utilizzo di pomodoro, ad esempio brodetti di pesce non molto elaborati del vastese oppure pizza.

Spumante Metodo classico Brut Nature Rosé Viktorija, Slavcek
Ci spostiamo virtualmente in Slovenia, su una produzione “Triple A”. Azienda condotta da Franc Vodopivec. Questo spumante viene realizzato con i vitigni Rebosco 90% e Merlot 10%. La macerazione per 6 ore con le bucce, fermentazione spontanea in contenitori di acciaio e affinamento negli stessi per 1 anno sulle fecce fini.

La vendemmia successiva avviene con rifermentazione in bottiglia con mosto fresco di Merlot proveniente dalla stessa vigna. Sboccato dopo circa 7/8 mesi con una piccola aggiunta dello stesso vino.

Un classico vino spumante rosato, dal naso marcatamente fruttato a tratti vinoso. In bocca il sorso è fresco e minerale. Lo immaginiamo di facile abbinamento con pesce, crostacei e salumi. Azienda che merita senz’altro una sosta.

Trebbiano d’Abruzzo Doc 2018, Azienda Agricola Santoleri
Siamo a Guardiagrele (CH), più precisamente in località Crognaleto, azienda ora diretta da Giovanni Santoleri che oltre alle produzioni vitivinicole cura anche delle eccellenti produzioni di farine ed oli. I cicli naturali della vigna sono alla base della filosofia per la realizzazione di ottimi vini.

Il Trebbiano d’Abruzzo doc 2018 degustato si presenta alla vista giallo paglierino ed al naso fruttato e floreale, si distingue in modo marcato l’acacia. In bocca il vino risulta sin da subito armonico e con una punta di sapidità non invadente. Un vino di corpo ed armonico reso elegante anche da una giusta freschezza.

Montepulciano d’Abruzzo Doc 2008, Azienda Agricola Santoleri
Altra produzione dell’azienda di Santoleri in rassegna a Viva la Vite 2020 di Pescara: sotto i riflettori il vitigno principe della regione, dodici anni trascorsi ma questo Montepulciano è ancora longevo.

Il suo colore rosso rubino invita ad una lunga bevuta, confermata in bocca grazie ad un gusto pieno, con un tannino ancora equilibrato e con alcuni piacevoli sentori conferiti dal legno, anticipati in precedenza all’olfatto, vaniglia su tutti.

Annata difficile quella 2008 a causa delle insistenti piogge ma che in tal caso ha messo in risalto tutte le potenzialità del nobile vitigno abruzzese. Una certezza regionale, da provare anche gli altri prodotti dell’azienda.

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degustati da noi news news ed eventi vini#02

Sequerciani e i vini senza maschere di Ruedi Gerber

Se avesse amato le maschere più della realtà, Ruedi Gerber avrebbe scelto di vivere di solo teatro, documentari e lungometraggi. Come quello sulla vita di Anna Halprin, la pioniera della danza moderna. O Basmati Blues, commedia romantica con Brie Larson e Utkarsh Ambudkar. Bella Bollywood. Ma è Gavorrano, paradiso minerario alle porte di Grosseto, che ha acceso la miccia al cuore del regista svizzero, patron della cantina Sequerciani.

A 54 anni suonati, nel 2010, il ciak alla nuova avventura, in Toscana. Così diversa e lontana, eppure così simile al cinema, nel fine ultimo di regalare emozioni. Il set diventa il vigneto, con le varietà autoctone Pugnitello, Foglia Tonda e Ciliegiolo. Il microfono, il calice. Il linguaggio, il vino. Ma non uno qualunque.

Nell’imperterrita ricerca artistica, quasi in contraddizione coi canoni della recitazione – le maschere, i ruoli e le trame prestabilite da mettere in scena – Gerber si circonda di professionisti amanti della naturalità. Terreno fertile per il Gruppo Matura, che affianca il regista di Berna con l’enologa Laura Zuddas – allieva di Attilio Pagli – e l’agronomo Stefano Bartolomei.

“L’idea – spiega Paolo Menichetti, ex Castello Banfi, oggi direttore generale di Sequerciani – è quella di regalare vini in grado di emozionare attraverso la massima espressione dell’uva, del territorio e del microclima”. Vini di terroir, insomma, ottenuti dalla vinificazione in purezza degli autoctoni.

“Siamo tutto tranne che talebani del vino naturale e del metabisolfito – precisa Menichetti – con la certificazione Demeter a garanzia di un approccio biodinamico alla viticoltura, in cui crediamo molto, ma senza estremismi”.

Dodici gli ettari che Ruedi Gerber ha fatto impiantare nel 2010, dopo il colpo di fulmine a Gavorrano. Quarantamila bottiglie complessive, con l’obiettivo di raggiungere le 60 mila nei prossimi anni. La tenuta, infatti, è ben più estesa: 100 ettari, di cui il 50% coperti da boschi.

Sequerciani affianca così la produzione di vino a quella di olio – mille piante, tra cui spicca la presenza della rara cultivar Lazzero di Prata, tipica delle Colline Metallifere – miele, cereali e grani antichi, per la pasta e le farine.

LA DEGUSTAZIONE

Toscana Igt Vermentino 2019, Sequerciani: 89/100
Vermentino e un tocco di Ansonica (15%) a far profumare (e sapere) ancor più di mare questo bianco della cantina di Ruedi Gerber. In bottiglia da poco, deve ancora stiracchiarsi per levarsi di dosso la stanchezza della vinificazione. Ma quelli belli son tali pure senza trucco, appena svegli.

Un bianco (non filtrato) materico, polposo, salino, che chiama l’estate e non disdegna affatto il piatto. Vendemmiate a mano, le uve vengono fermentate con i soli lieviti indigeni. La vinificazione e l’affinamento avvengono sur lies, in vasche di cemento e acciaio. Niente solfiti aggiunti.

Toscana Igt 2018 “Libello”, Sequerciani: 86/100
Sangiovese e Ciliegiolo, in parti uguali. Si tratta del piacevole entry level della cantina di Gavorrano. Tutto frutto e dalla gran beva e freschezza, sfodera un tannino molto ben integrato che ha il merito di tenere il sorso vivo in bocca, frenando la scorrevolezza dell’alcol e del frutto maturo.

Le uve, vendemmiate separatamente, vengono raccolte a mano e vinificate con una tecnica che si ispira alla macerazione carbonica. Il breve affinamento in vasche di cemento e giare di terracotta anticipa l’imbottigliamento, senza filtrazione né aggiunta di solfiti.

Toscana Igt 2018 Ciliegiolo, Sequerciani: 88/100
Ha bisogno di tempo e di “ossigeno” per esprimersi al meglio, nel calice. Poi è un’esplosione di frutto e freschezza, che raccontano una fase giovanile molto promettente. Vino di gran gastronomicità a tavola, regge bene i primi piatti (anche elaborati) a base di ragù e selvaggina.

Col tempo, c’è da scommetterci, guadagnerà terreno in termini di eleganza. Il Ciliegiolo, vendemmiato e selezionato a mano, viene fermentato grazie ai soli lieviti indigeni. Le uve vengono vinificate e affinate in vasche di cemento.

Toscana Igt 2018 Foglia Tonda, Sequerciani: 92/100
Tra le prime cantine a credere nella riscoperta e nella valorizzazione del Foglia Tonda c’è proprio Sequerciani. Oggi, il direttore generale Paolo Menichetti, lo definisce senza mezzi termini “il vino del futuro“, su cui l’azienda è “pronta a scommettere, visto il successo crescente che è in grado di riscuotere”.

Genotipo del Sangiovese, è un vitigno molto delicato in vigna. Soffre tutto: il caldo, il freddo, la pioggia, il sole. Per questo motivo fu abbandonato. Produrre un grande Foglia Tonda è l’impresa meglio riuscita a Sequerciani.

Nel calice si veste di un rosso più carico e impenetrabile rispetto a quello del Ciliegiolo, tendente al viola profondo. Scuro anche il frutto, al naso. Maturo ma di gran compostezza. Prugna su tutto, ma anche mora, cui si accostano caldi accenni di marasca, uniti a venatura pepata leggera.

Ha bisogno di tempo per liberare una nota netta di rosmarino, ben distinto nel quadro tipicamente mediterraneo. Perfetta la corrispondenza gusto olfattiva. Un vino di buon corpo, che non rinuncia però alla freschezza e all’agilità della beva. Il sorso è pieno e la venatura salina sul finale chiama il sorso successivo.

Un vino importante, certamente di prospettiva. Le uve vengono selezionate a mano e fermentate coi soli lieviti indigeni presenti sulla buccia. La vinificazione, secondo i dettami di Ruedi Gerber e dello staff enologico, avviene in vasche di cemento.

Dopo una breve macerazione, il vino viene affinato nove mesi in giare di terracotta di Impruneta e in minima parte in barrique di rovere francese. Anche in questo caso, niente solfiti aggiunti né filtrazione.

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***DISCLAIMER*** L’articolo è frutto di un pranzo-degustazione organizzato per la stampa dalla cantina e dal relativo ufficio stampa. I commenti espressi sono comunque frutto della completa autonomia di giudizio della nostra testata, nel rispetto assoluto dei nostri lettori

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Nico Speranza: “Lieviti indigeni? Cazzata! Vini naturali? Per comunisti anni Novanta”

Il vino che lo ha reso noto si chiama Crocifisso, ma non ha nulla a che fare con la religione. La conversione di Nico Speranza riguarda piuttosto la sfera professionale. Un passaggio – più o meno brusco – dai canoni dei vini naturali a pratiche di cantina “convenzionali“. Come l’utilizzo di lieviti selezionati, al posto degli indigeni.

Un’eresia passata in sordina. Tant’è che Nico Speranza – alias Azienda agricola Vittorini di Monsampietro Morico, borgo di 600 anime della provincia di Fermo, nelle Marche – continua ad essere invitato ad alcune tra le maggiori fiere dei vini naturali italiani, tra cui quella che si svolge annualmente a Faenza (RA), in Emilia Romagna.

Nico – fresco del riconoscimento della critica all’ultima edizione del Premio San Martino d’Oro, dedicato ai vini fermani – non ci gira troppo intorno, in occasione della visita del gruppo di giornalisti chiamati in giuria, tra cui noi di WineMag.it.

“So benissimo cosa significa fermentare con i lieviti indigeni, è inutile che ce la raccontiamo: se ti va male, butti via tutto. Io ho vissuto gli anni Novanta, quando per distinguersi dagli altri c’erano le tessere di Rifondazione comunista. Si parlava in una certa maniera, si ascoltava certa musica. Ormai la politica non esiste più e questi si sono riversati lì: nel mondo dei vini naturali”.

“Se faccio una cosa è perché ci credo – continua Speranza – e ho provato a fare le fermentazioni coi lieviti indigeni: sono una cazzata pazzesca!”. Uno dei riferimenti di Nico Speranza è il compianto Didier Dagueneau, vignaiolo simbolo della Valle della Loira, artefice di capolavori come il Pouilly Fumé “Silex“: “Quella roba lì è un altro mondo – sottolinea – non si riesce neppure ad avvicinarsi a quel livello, senza usare i lieviti selezionati”.

Tra le rinunce vinnaturiste della cantina Vittorini, anche le macerazioni. Un tempo più prolungate su etichette come il Marche Bianco Igt. “Ho perso diversi clienti – ammette Nico Speranza – ma in realtà ne ho guadagnati altri. Qualche ristoratore me lo ha fatto notare, ma continua comunque ad acquistare i miei vini, apprezzandoli”.

E a Faenza? “Il pubblico – risponde Speranza – è piuttosto schematizzato. Chi viene al mio banco d’assaggio non fa troppe domande. Io parlo, parlo, parlo e cerco di evitare quegli argomenti. Non c’è questa finezza. Anche il tecnico più tecnico, raccontando storie, si lascia in un certo modo influenzare”.

Eppure, quando Nico Speranza è tornato nelle Marche per dare vita alla cantina Vittorini, l’idea di fare vino naturale era centrale nel progetto. Era il 2005. Speranza, cresciuto tra Pavia e Verona, amico di Romano dal Forno e Celestino Gaspari (Zýmē) ammira i produttori della Valpolicella per la capacità di ottenere grandi risultati, assemblando uve diverse. Una filosofia fatta propria nei 4 ettari di vigna, nell’areale di Monsampietro Morico.

“Negli anni scorsi – rivela il vignaiolo marchigiano – ho chiesto all’istituto di San Michele all’Adige di fare una selezione sui miei mosti: hanno trovato tre tipologie di lieviti, nessuno dei quali adatto alla fermentazione a bassa temperatura, mia esigenza. Un responso che ha contribuito al cambio di rotta necessario per produrre vini genuini, puliti e privi di difetti”. Prendere o lasciare.

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Chiamatelo Derthona: il Timorasso cambia nome e disciplinare

Un passo indietro, bello lungo. Sino al tempo dei Romani. Per farne cento avanti. Il Timorasso cambia nome (e disciplinare) e diventa Derthona. Un modo per legarsi a doppio filo col territorio d’appartenenza. Evocando l’antico nome di Tortona e blindando l’uva autoctona Timorasso alla città dell’alessandrino e al suo circondario. Nel segno del claim “un vino, un territorio, un vitigno“.

Il Consorzio di Tutela Vini Colli Tortonesi, che attende entro la vendemmia 2020 il via libera dal Ministero per poter scrivere “Derthona” sulle bottiglie di Timorasso – oggi appare come “brand” – entra nella fase Due.Zero. Quella della consacrazione definitiva di un vino unico. Buono subito. Ottimo a partire dai 3 anni di vita.

Lo sa bene Walter Massa, il vignaiolo di Monleale (AL) che ha guidato la riscoperta del Timorasso, assieme a un manipolo di produttori piemontesi. Nel 1988, alla seconda prova di vinificazione, Massa si accorse che il vino dell’87 era più buono di quello appena messo in bottiglia. Stessa storia nell’89, con il vino dell’88. E così via.

Una propensione all’incomplessirsi, all’inspessirsi e a regalare emozioni nell’allungo che ricorda le volate di un ciclista simbolo dell’Alessandrino: l’Airone Fausto Coppi, nato nel tortonese e arrivato sul tetto del mondo come il Derthona, ormai presente sulle carte dei vini dei ristoranti stellati di mezzo pianeta. Da Milano a Shanghai.

Già, perché l’uva Timorasso dà vini “passisti”, capaci di arrampicarsi sulle lancette, in verticale, come Coppi sullo Stelvio. Belli da vedere e da bere dalla “borraccia”, da giovani. E da godere al cospetto di grandi piatti della tradizione italiana, con diversi anni sulle spalle. Un vino schietto, il Derthona. Che ai nastri di partenza mostra già dove vuole, anzi dove “può”, andare.

Poesia che si legge tra le righe e i tecnicismi dell’innovativo disciplinare, illustrato ieri al Museo Orsi di Tortona dal presidente del Consorzio, Gian Paolo Repetto. La sottozona Derthona è delimitata in verticale: “Conta l’altitudine per piantare, diversa per ogni Comune”, ha precisato Repetto.

Il grado alcolico minimo è di 12,5% per il “base” e di 13% per il Derthona Riserva. Il primo può essere messo in commercio dall’1 settembre dell’anno successivo alla vendemmia. Il secondo, invece, può essere venduto dall’1 marzo del terzo anno successivo alla vendemmia.

Incisivo il commento di Repetto su questa scelta: “Quando solitamente si smette di parlare di un bianco, considerandolo ormai seduto, il Derthona inizia il suo percorso per diventare più espressivo e complesso”.

Il nuovo disciplinare della sottozona Derthona guarda anche alla sostenibilità della produzione, con una bottiglia che non potrà superare i 600 grammi di peso. Così come “pesa”, in bocca, l’estratto secco: minimo 17 g/l per il base e 18 per la Riserva. Un bianco travestito da rosso. Passi avanti, dunque, per restare ai vertici.

Eppure sembra ieri quando, nel Tortonese, c’era solo mezzo ettaro piantato da Walter Massa. Era il 1987. Ci sono voluti 22 anni per arrivare a 25 ettari, nel 2009, anche grazie alla collaborazione dei Vivai Rauscedo. Oggi, i produttori di uva Timorasso sono ben 132 e allevano 175 ettari.

Una Denominazione, il Derthona, che ha registrato un vero e proprio boom nel 2018, con un +57% della superficie vitata. L’impianto di altri 100 ettari è in programma nei prossimi tre anni, sino alla cifra complessiva che non potrà superare i 350 ettari.

Tra le aree più in fermento dei Colli Tortonesi c’è la Val Borbera, rappresentata nel calice da Ezio Poggio: il “Walter Massa” della sottozona, denominata Terre di Libarna. Un territorio che sta trovando nella produzione degli spumanti la strada maestra – viste le altitudini maggiori, sino ai 600 metri sul livello del mare – ma in cui si registrano i bollori di alcuni giovani produttori, intenzionati a farsi largo sul palco dei cosiddetti “vini naturali“.

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“Terregiunte”, bufera Facebook a Roma: Rimessa Roscioli si scusa con Vespa e Masi

ROMA – Continua a far parlare di sé il Vino d’Italia “Terregiunte” del duo Vespa – Masi, già al centro di polemiche la scorsa estate, per l’abuso nell’utilizzo delle parole “Amarone” e “Primitivo di Manduria”. Rimessa Roscioli, nota enoteca-ristorante di Roma, è intervenuta sulla propria pagina Facebook per scusarsi con il giornalista Rai e con Sandro Boscaini – patron della cantina della Valpolicella – in seguito ai toni usati in un post da un collaboratore. Un exploit social degno dell’ormai nota guerriglia tra “vini naturali” e “vini convenzionali“.

Vespa e Masi, così come il vino “Terregiunte”, non vengono mai nominati nel post firmato “Lo Staff della Rimessa Roscioli” e neppure da Alessandro e Pierluigi Roscioli, nei commenti. Altra ipotesi è che il vino finito nel bersaglio sia il Rosso dei Vespa, prodotto dalla sola casa pugliese.

Il primo a puntare il dito sul collaboratore del locale è stato infatti il direttore commerciale di Vespa Vignaioli per Passione.

“Salve a tutti – si legge sulla pagina Facebook dell’enoteca-ristorante – questo breve messaggio per dire che la Rimessa Roscioli ufficialmente si dissocia da qualsiasi commento, post, che non venga dei suoi canali ufficiali (Facebook, Instagram, newsletter e altro)”.

Commenti personali in altre chat o canali non riguardano la Rimessa Roscioli e tantomeno il nome Roscioli in generale. Se qualcuno si è sentito offeso per qualche post pubblicato dai nostri collaboratori nelle loro pagine personali (post prontamente rimosso), ci dispiace. Crediamo nella libertà di espressione, ma anche nel rispetto del lavoro degli altri“.

“Siamo un’enoteca ristorante – continua il post – non siamo in trincea o in una barricata. Non pensiamo di cambiare il mondo con il nostro lavoro. Come dice giustamente Alessandro Roscioli: ‘In fondo parliamo di vino e salsicce'”.

Forse qualcuno non si rende conto, quando scrive (e quando legge), che non c’è più distinzione tra le etichette, i brand, le cose e le persone, e insultare un brand o una cosa (bottiglia di vino ad esempio), significa oggi insultare una persona“.

“Se qualcuno si è sentito offeso per qualcosa fatta o detta da un nostro collaboratore ci dispiace, da un semplice ed umile piano umano. Su questa pagina non è mai stato pubblicato, e mai lo sarà, un post denigratorio del lavoro di qualcun altro”, continua Roscioli.

Non solo per una questione di rispetto del lavoro altrui, ma anche perché non fa proprio parte della nostra cifra e soprattutto per il rispetto della Famiglia Roscioli, che è sempre stata estremamente accondiscendente e disponibile al netto dei tanti errori da noi commessi, il più delle volte in buona fede”.

“A tutti chiedo di farsi una buona bevuta per dimenticare, ciascuno con il vino che più lo aggrada e soddisfa. Salute, Lo Staff della Rimessa Roscioli“. Un messaggio chiaro e distensivo, che si inserisce in un contesto ben preciso: quello dei toni esasperati, violenti e offensivi utilizzati da meno di una decina di “ultras” del vino naturale, su Facebook. L’ultimo capitolo di una saga giunta finalmente all’epilogo? Bello poterci sperare.

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Io bevo così 2020: vino naturale, Spirits e Cena di Gala all’Excelsior Gallia di Milano

MILANO – Torna all’Excelsior Hotel Gallia di MilanoIo bevo così“, edizione 2020 (la VII) di uno degli appuntamenti più esclusivi dedicati al vino naturale in Italia. L’evento è in programma lunedì 27 gennaio presso il prestigioso 5 stelle di piazza Duca d’Aosta 9 ed è riservato a professionisti e alla stampa del settore Horeca. I migliori assaggi dell’edizione 2019 e l’intervista esclusiva rilasciata a WineMag.it dagli organizzatori.

Visto il successo crescente registrato nella storia della manifestazione, Andrea Sala e Andrea Pesce, ideatori del format, hanno riservato agli ospiti di Io Bevo Così 2020 un nuovo spazio dedicato al mondo degli Spirits: Gin, grappe, rum, whisky, liquori e amari di grandi maestri, che indicheranno la strada verso le nuove tendenze della ristorazione. Per partecipare occorre registrarsi a questo link.

“L’obiettivo della manifestazione – spiegano Sala e Pesce – è sempre stato quello di far conoscere e apprezzare i vini naturali a un pubblico sempre più ampio e alla ristorazione italiana. Dal 2014, Io Bevo Così è cresciuta anno dopo anno, grazie anche alle numerose aziende che hanno seguito e sostenuto il percorso intrapreso dagli organizzatori condividendo con loro questa visione”.

Sono stati 1840 i ristoratori accreditati nell’edizione 2019, accanto a 370 giornalisti: 130 i produttori, con 820 vini in degustazione. L’altra novità riguarda i cultori della buona cucina.

Domenica 26 gennaio, sempre all’Excelsior Hotel Gallia, è in programma la Cena di Gala. Un appuntamento ormai consolidato per rimarcare il fil rouge che lega Io Bevo Così al mondo dell’alta ristorazione.

Il servizio sarà curato dallo staff della prestigiosa struttura, che può vantare da diversi anni la consulenza dei Fratelli Cerea del Ristorante Da Vittorio di Brusaporto (BG), 3 stelle Michelin.

Altri rinomati chef si alterneranno in cucina, per proporre un menu di sei portate. I vini verranno selezionati dagli organizzatori tra le aziende partecipanti alle degustazione del giorno successivo.

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Gambellara, è rivoluzione: alleanza VinNatur ViteVis per la viticoltura sostenibile

GAMBELLARA – Artigiani del vino e grandi cooperative assieme per un progetto triennale dedicato alla viticoltura sostenibile. È quanto accade a Gambellara, dove il Consorzio Tutela Vini ha avviato lo studio sperimentale T.I.Ge.S.Vi – Tecniche innovative di gestione del suolo in vigneto e loro influenza sulla biodiversità e sulla fertilità. Obiettivo: fornire ai viticoltori indicazioni su come coltivare al meglio i vigneti per migliorare il territorio e la vita delle piante.

La ricerca, che coinvolgerà anche il Consorzio Tutela Vini Colli Euganei, verrà condotta nel periodo tra il 2019 e il 2021. Capofila del progetto sarà la cantina La Biancara di Angiolino Maule (nella foto, sopra) patron di VinNatur.

Nel gruppo di lavoro anche la stessa associazione che promuove i vini naturali, assieme alla cooperativa Cantine Vitevis, IreCoop Veneto e il Dipartimento di Agronomia, Animali, Alimenti, Risorse naturali e Ambiente. La presentazione del progetto sarà l’oggetto del convegno in programma lunedì 9 dicembre 2019 a Montecchio Maggiore (VI).

Negli ultimi decenni – spiega Silvano Nicolato, presidente del Consorzio Tutela Vini Gambellara – stiamo assistendo ad una forte riduzione delle risorse naturali negli ecosistemi agricoli, ma anche alla richiesta di un approccio sempre più sostenibile da parte dei consumatori”.

“La Doc Gambellara – conclude Nicolato – ha da sempre una forte propensione ad un pensiero alternativo nella viticoltura, tanto da essere l’avamposto del vino naturale con l’Associazione VinNatur. Per questo siamo felici di far parte di questa sperimentazione triennale che ci vedrà in prima fila per migliorare la salubrità del nostro territorio”.

“Ci auguriamo che questo studio – spiega Angiolino Maule, presidente VinNatur e titolare de La Biancara – sia il primo passo di un proficuo percorso con i produttori del Consorzio, per sensibilizzare maggiormente le aziende verso il tema della sostenibilità e avvicinarle ad una viticoltura sempre più attenta all’ambiente”.

Accanto a Giovanni Ponchia, direttore del Consorzio e moderatore del convegno in programma in provincia di Vicenza, interverranno Silvano Nicolato e lo stesso Angiolino Maule. Con loro ci saranno Lorenzo Tonina di Studio Giannone che introdurrà il progetto, la sua strutturazione e i risultati attesi.

Luca Pizzoli di Cantine Vitevis tratterà il tema della coltivazione ecosostenibile, importante per aiutare l’apparato radicale della vite. Stefano Zaninotti di Vitenova presenterà le misurazioni chimico-fisiche della fertilità biologica del terreno e l’utilizzo di tali analisi a livello agronomico. La partecipazione al convegno è gratuita e aperta a tutti.

L’avvio del progetto a Gambellara può essere considerato il secondo tassello di una “rivoluzione naturale” in corso in tutta Italia, con i “vignaioli artigiani” sempre più coinvolti e interessati a partecipare alla vita dei Consorzi, abbandonando gli estremismi. Lo dimostra, in Toscana, l’elezione di Stefano Amerighi alla presidenza del Consorzio Vini Cortona, avvenuta a maggio 2019.

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Mercato Fivi Piacenza 2019: nuova beffa del vignaiolo naturale all’organizzazione

A due settimane dal 9° Mercato dei Vini dei Vignaioli Fivi, in programma a Piacenza Expo dal 23 al 26 novembre 2019, si prospetta una nuova beffa all’organizzazione da parte della cantina toscana Palazzo di Piero e Cavaglioni (SI). Il cartello dell’azienda agricola riporterà la dicitura “Vini naturali di Toscana“, al posto della ragione sociale.

Un chiaro tentativo di distinguersi tra i banchi d’assaggio, come già accaduto nel 2018. Catturando l’attenzione di un certo tipo di pubblico verso il proprio stand, ma contravvenendo alle regole della Federazione.

I produttori avevano tempo fino al 7 novembre per comunicare il nome della cantina, la provincia e la regione che comparirà sul cartello e sulla guida dell’evento, compilando un apposito modulo in formato Excel.

L’organizzazione ha così potuto assegnare ad ogni vignaiolo il numero del tavolo e il colore di appartenenza, dando vita alla mappa ufficiale del Mercato Fivi 2019. Uno strumento utilissimo ai visitatori.

La società agricola toscana, al posto della ragione sociale, ha tuttavia indicato il nome del dominio del proprio sito web, ovvero “Vini naturali di Toscana” punto com. Il portale presenta infatti le etichette delle cantine Fattoria di Cavaglioni di Sovicille e Palazzo di Piero di Sarteano (SI).

Il cartello presente lo scorso anno al Mercato Fivi

Vini Naturali di Toscana – si apprende online – è il sito web dedicato ai vini prodotti nelle fattorie della nostra famiglia, Galeotti Ottieri della Ciaja e Galli in giro per la Toscana, dove coltiviamo vari prodotti biologici e seguiamo una precisa idea di viticoltura biologica e vinificazione naturale”.

Secondo un controllo effettuato da WineMag.it sul portale dell’Agenzia delle Entrate, la Partita Iva indicata sul sito web è legata alla ragione sociale “Fattoria di Cavaglioni Società Agricola“. “Vini naturali di Toscana” non è dunque una scritta valida ai fini delle richieste di Fivi ai vignaioli, pur non essendo stata rettificata. Ma c’è di più.

Lo scorso anno, come si evince dall’elenco dei vignaioli presenti al Mercato 2018 pubblicato da Fivi, l’azienda senese si era registrata all’evento col nome “Palazzo di Piero”, esibendo sul cartello la scritta “Vini naturali di Toscana” al posto del Comune in cui ha sede la cantina. Un unicum dell’intero evento, tollerato dall’organizzazione.

Per l’edizione 2019, la società agricola toscana ha osato ancora di più. Sulla guida e sulla mappa del Mercato in programma tra due settimane non c’è traccia di “Palazzo di Piero”, ma della sola “Vini naturali di Toscana“. L’effetto sulla cartellonistica sarà ancora più evidente: la scritta apparirà ancora più in grande, come ragione sociale.

VIETATE LE VECCHIE ANNATE SENZA LOGO

È attesa nelle prossime ore una presa di posizione ufficiale di Matilde Poggi (nella foto), presidente della Federazione italiana Vignaioli indipendenti, in merito alla vicenda. Un’edizione, quella del 2019, che vedrà tra l’altro regole ancora più restrittive per i produttori aderenti al Mercato di Piacenza.

Sempre secondo fonti ufficiali di WineMag.it, l’organizzazione ha infatti vietato di portare al banco d’assaggio bottiglie prive del logo della Federazione. Pena l’immediato allontanamento dalla manifestazione.

Una decisione che penalizza le piccole realtà emergenti desiderose di far degustare in verticale i propri vini, partendo da annate precedenti all’iscrizione all’associazione, in cui il marchio non appariva ancora in etichetta.

Viene inoltre creata un’oggettiva disparità tra le cantine più piccole e le aziende più strutturate ed economicamente più solide, in grado di ristampare le etichette inserendo il logo Fivi sulle vecchie annate dei vini.

Una scelta che pare infine contraddire i cardini del “Dossier Burocrazia“, sottoscritto dalla Federazione e presentato al Ministero dell’Agricoltura al fine di “snellire la burocrazia ogni giorno più pressante sulle piccole e medie aziende vitivinicole, per far fronte ai tanti adempimenti previsti dalla legge”.

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