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Dr. Fischer Zero Riesling Sparkling: la novità di Hofstätter, sotto la lente d’ingrandimento

Dr. Fischer Zero Riesling Sparkling la novità di Hofstätter, sotto la lente d'ingrandimento
Dr. Fischer Zero Riesling Sparkling
è la nuova proposta di Martin Foradori Hofstätter nel segmento degli spumanti dealcolati premium. Prodotto al 100% da Riesling Kabinett, questo spumante si presenta con un packaging elegante e molto curato nei dettagli, che punta a trasmettere raffinatezza e qualità. La novità sarà presentata ufficialmente al Vinitaly 2025 e sarà distribuita esclusivamente nel canale Horeca, con l’obiettivo – dichiarato, ma evidente – di posizionarsi nella fascia alta del mercato. Un prodotto, il Dr. Fischer Zero Riesling Sparkling, che porta con sé almeno due novità. La scelta del Riesling Kabinett come base per lo spumante è tanto semplice quanto geniale, nel segmento dei dealcolati. Una tipologia che sintetizza eleganza e rotondità glicerica, nel segno di un perfetto equilibrio tra freschezza, acidità e dolcezza naturale: quella di cui ha bisogno la tipologia degli “Zero Alcol”, per trovare armonia e bilanciamento gusto-olfattivo.

La seconda è il packaging, destinato ad elevare all’ennesima potenza la percezione del vino dealcolato agli occhi dei consumatori. Sino ad equipararlo a quello tradizionale, con l’alcol. Del resto, Martin Foradori Hofstätter conosce profondamente non solo il Riesling, ma anche le sue potenzialità in versione “Alcohol Free”: «I risultati di mercato ci hanno dato grandi soddisfazioni per la nostra linea di vini dealcolati Steinbock Zero. La più grande è vedere i più scettici operatori del settore trasformarsi in clienti entusiasti. Un altro segnale che ci riempie di orgoglio è l’interesse crescente dei ristoranti stellati, che ci contattano per conoscere le condizioni di vendita e procedere con ordini. Questo – conclude il produttore altoatesino – dimostra che il lavoro svolto negli ultimi anni per innovare il settore e offrire alternative senza alcol di qualità sta davvero dando i suoi frutti».https://www.hofstatter.com/it/vini/steinbock-zero/

L’ETICHETTA (SOFISTICATA) DEL DR. FISCHER ZERO RIESLING SPARKLING

L’etichetta spicca per il design essenziale, ma sofisticato. Il fondo bianco, arricchito da leggere trame che ricordano le onde, sembra voler richiamare la freschezza del Riesling. Il blu petrolio, utilizzato per il nome del prodotto e per l’ancora stilizzata al centro, crea un contrasto cromatico equilibrato. La scritta “Zero” chiarisce subito la natura dealcolata dello spumante. Senza risultare “invasiva”. Questa scelta grafica appare pensata per comunicare un’immagine premium, puntando su sobrietà e coerenza visiva. Indicativa anche la presenza stessa dell’ancora sull’etichetta, simbolo di stabilità e tradizione: un richiamo al legame di Martin Foradori Hofstätter con la Mosella, regione nota per la produzione di Riesling di qualità.

DA “VIRGOLA ZERO” A DR FISCHER ZERO RIESLING SPARKLING

La texture leggermente ruvida dell’etichetta aggiunge un elemento tattile che può contribuire a rafforzare la percezione di artigianalità e cura nei dettagli. Anche la capsula, sobria e in linea con i colori dell’etichetta, conferma l’intenzione di posizionare il prodotto tra le proposte di fascia alta. La bottiglia, di un vetro scuro e da un collo slanciato, richiama volutamente i grandi Riesling della Mosella. Tutto, insomma, porta a legare questo prodotto all’origine del vitigno Riesling e alla volontà di proporre uno spumante che, pur essendo dealcolato, possa trasmettere un’idea di qualità e tradizione.

Non a caso, a differenza dell’altro spumante dealcolato di Foradori presente nei supermercati Esselunga – il Virgola Zeroil Dr. Fischer Zero Riesling Sparkling è esclusiva del canale Horeca. Il tutto in un contesto di mercato che sembra favorevole. Gli ultimi dati indicano una crescita costante nel segmento dei vini e degli spumanti senza alcol, alimentata sia da motivazioni legate alla salute sia dalla ricerca di esperienze di degustazione più diversificate. In questo scenario, la proposta di uno spumante dealcolato basato su un vitigno come il Riesling, in versione Kabinett, potrebbe rappresentare una risposta intelligente a una domanda che ogni giorno diventa più segmentata. E, ancor più, attenta alla qualità.

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«Vini dealcolati? Dobbiamo migliorare la qualità». Parola di Massimo Romani di Argea


Vini dealcolati
al centro del XI Forum Wine Monitor, tra i più fulgidi segnali della
trasformazione in corso nel settore del vino. Ad affrontare il tema è stato Massimo Romani, amministratore delegato di Argea, gruppo vinicolo nato nel 2022 dall’unione di due storici marchi del vino italiano, Botter e Mondodelvino, con la partecipazione del fondo Clessidra. Parliamo dunque di uno dei principali attori nel settore vitivinicolo nazionale, con un giro d’affari di 450 milioni di euro nel 2024, in leggera crescita rispetto all’anno precedente (438 milioni), grazie alla vendita di 180 milioni di bottiglie in 85 Paesi e un team di 500 collaboratori. A stuzzicare Romani sull’argomento, un mai così pimpante Denis Pantini, responsabile Agroalimentare e Wine Monitor Nomisma, nelle vesti di moderatore.

«Sui vini dealcolati – ha dichiarato l’ad di Argea – abbiamo fatto molta strada rispetto a un anno fa. Il mercato ha accolto con interesse queste nuove proposte. Tuttavia, il vero banco di prova rimane la qualità del prodotto, ancora percepita come un fattore critico sia dai consumatori che dagli operatori del settore. I primi tentativi di dealcolazione hanno prodotto risultati poco soddisfacenti, con vini difficili da apprezzare. Ma negli ultimi due anni i progressi sono stati significativi e i prodotti oggi sul mercato sono decisamente migliori».

I (PRIMI) OTTO VINI DEALCOLATI DI ARGEA

La normativa italiana, che consente la dealcolazione solo da gennaio 2024, ha creato alcune difficoltà iniziali ai produttori. Molti, per ovviare a questo ostacolo, si sono rivolti all’estero, affrontando una serie di complicazioni legate a logistica e costi. Argea ha deciso di investire nel segmento dei vini dealcolati con il lancio di una gamma di otto referenze, coprendo tutte le tipologie principali, dai rossi ai bianchi fino agli sparkling. Prodotti che sono stati lanciati a Vinitaly 2024, frutto di otto terroir, da nord a sud d’Italia, i brand Asio Otus, Gran Passione, Zaccagnini Tralcetto (Abruzzo) e Barone Montalto (Sicilia). I primi riscontri commerciali? «Incoraggianti». Sspecialmente nei mercati internazionali.

«Negli Stati Uniti – ha evienziato Massimo Romani – siamo stati listati in tutti gli Stati, tranne il Texas. Questo dimostra che la domanda esiste ed è concreta. L’inserimento nei retailer e nei canali Horeca conferma la volontà dei consumatori di esplorare questa categoria, anche se l’approccio al prodotto varia. Molto spesso il vino dealcolato viene servito by the glass piuttosto che venduto in bottiglia intera. Stiamo già ricevendo richieste per formati più pratici come il 375 ml».

«CHI ACQUISTA VINO DEALCOLATO LO RICOMPRA»

Più difficile prevedere se si tratti di una moda passeggera o di una risposta a esigenze reali dei consumatori, che sempre più spesso optano per prodotti con minore contenuto alcolico per ragioni di salute, regolamentazione o semplice preferenza personale. «Ci sono persone a dieta, chi sceglie di ridurre il consumo di alcol, chi deve guidare e non vuole rinunciare a brindare con gli amici. La domanda c’è, e continuerà a crescere. Il nostro compito è rispondere con prodotti sempre più validi. Non sappiamo ancora quanto grande diventerà questo segmento. Ma un primo segnale incoraggiante è il riacquisto da parte dei consumatori. Se tornano a comprare, significa che stiamo andando nella direzione giusta. Il focus, dunque, deve rimanere sulla qualità. Migliorarla è fondamentale. Avere il controllo diretto della lavorazione ci consentirà di perfezionare il prodotto e renderlo più competitivo».

Oltre alla qualità, un altro tema chiave è il coinvolgimento delle nuove generazioni nel mondo del vino. «Non possiamo aspettare passivamente che i giovani crescano e diventino consumatori abituali di vino. Bisogna parlare la loro lingua e offrire prodotti adatti alle loro abitudini di consumo», ha sottolineato Romani. In questo senso, come evidenziato da Denis Pantini, il vino dealcolato potrebbe essere un’opzione interessante per avvicinare un pubblico più giovane, insieme agli sparkling e ai cocktail a base di vino, che stanno guadagnando popolarità. «Abbiamo un vantaggio competitivo importante: il brand Italia è ancora percepito come sinonimo di qualità e innovazione – ha sottolineato Romano -. Dobbiamo sfruttarlo al meglio».

IL RISCHIO DAZI USA AL XI FORUM WINE MONITOR

Un’attenzione particolare, sempre in occasione del XI Forum Wine Monitor tenutosi in mattinata, è stata dedicata al rischio dei dazi negli Stati Uniti. Un tema di grande preoccupazione per l’export italiano che, come svelato da Winemag, preoccupa non poco gli stessi distributori americani di vino importato, che si stanno mobilitando per fare pressione sul governo Trump. «Se verranno introdotti – ha commentato l’ad di Argea Massimo Romani – alcune fasce di prezzo saranno più colpite di altre. Tuttavia, un dazio del 10% potrebbe essere gestibile, se spalmato lungo tutta la filiera distributiva. L’attenzione resta alta, anche perché il mercato americano rappresenta una fetta significativa dell’export vinicolo italiano». https://argea.com/

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Decreto dealcolati, esultano le cooperative: c’è intesa Conferenza Stato-Regioni

L’Italia segna un passo importante nel settore vinicolo con l’intesa raggiunta in Conferenza Stato-Regioni sul decreto dealcolati firmata dal Ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida. Questo provvedimento, accolto con entusiasmo dalle principali organizzazioni cooperative agroalimentari, posiziona il nostro Paese in linea con i principali competitor internazionali in un segmento di mercato in forte crescita. Le organizzazioni Agci Agrital, Confcooperative FedagriPesca e Legacoop Agroalimentare, componenti dell’Alleanza delle Cooperative Agroalimentari, hanno sottolineato l’importanza del decreto: «Grazie a questa normativa, le cantine italiane potranno finalmente produrre vini dealcolizzati e parzialmente dealcolizzati, cogliendo opportunità in un mercato in evoluzione».

VINI DEALCOLATI, «OPPORTUNITÀ STRATEGICA PER IL SETTORE»

L’Alleanza delle Cooperative Italiane ha giocato un ruolo chiave nella definizione del decreto, contribuendo con proposte mirate che hanno trovato spazio nel testo finale. Secondo le centrali cooperative, l’introduzione di questa nuova categoria di prodotto non rappresenta una minaccia per i vini tradizionali, ma piuttosto un’opportunità per ampliare l’offerta e attrarre nuovi consumatori. «I vini dealcolati e parzialmente dealcolati – spiegano le coop – saranno una scelta complementare, capace di intercettare un pubblico che, per vari motivi, non consuma vino tradizionale. Questo segmento potrebbe essere la porta d’ingresso per nuovi appassionati del mondo del vino».

TREND DI CREACITA PER IL VINO DEALCOLATO

Il mercato dei vini dealcolizzati sta vivendo un’espansione significativa a livello globale. Secondo i dati di settore, la crescente domanda di bevande a basso contenuto alcolico o analcoliche è trainata da nuove abitudini di consumo. Salute, benessere e moderazione sono tendenze sempre più centrali, soprattutto tra i giovani e le fasce di consumatori attenti a uno stile di vita sano. L’apertura al segmento dei vini dealcolati permette alle cantine italiane di inserirsi in questa dinamica, mantenendo alta la qualità e l’autenticità che caratterizzano il nostro Made in Italy. Paesi come Francia, Spagna e Germania hanno già sviluppato una solida presenza in questo comparto, dimostrando che l’innovazione può convivere con la tradizione.

«VINI DEALCOLATI PER LA COMPETITIVITIÀ DELLE CANTINE»

Per le cooperative agroalimentari è fondamentale che il Sistema Vino nazionale possa operare con le stesse condizioni dei principali competitor esteri. Il decreto fornisce una base normativa chiara e strumenti operativi che consentiranno alle cantine italiane di sperimentare e produrre questa nuova tipologia di vini, offrendo loro la possibilità di esplorare mercati esteri e nuove fasce di consumatori. «Non possiamo ignorare il cambiamento delle modalità di consumo», ribadiscono le organizzazioni. «Il settore produttivo deve essere in grado di rispondere alle nuove richieste dei consumatori e di mantenere la competitività a livello internazionale».

IL FUTURO DEL VINO ITALIANO È LEGATO AI DEALCOATI?

L’approvazione del decreto sui vini dealcolizzati e parzialmente dealcolizzati segna un passo importante verso l’innovazione del settore vinicolo italiano. La sfida ora è coniugare due parole troppo spesso abusate, specie nel loro accostamento – “tradizione” e “innovazione” -garantendo che questa nuova categoria di prodotti rispetti gli elevati standard qualitativi che da sempre contraddistinguono il vino italiano. La capacità di adattarsi ai cambiamenti del mercato e di anticipare le tendenze rappresenta un elemento chiave per il futuro del settore. I vini dealcolati, lungi dall’essere una minaccia, si propongono come un alleato strategico per consolidare il ruolo dell’Italia nel panorama enologico globale. Del resto, spesso, tante cose cambiano a seconda di dove (e come) le si guarda.

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Decreto vini dealcolati, presentata la bozza: «22,5 milioni di litri potenziali»


Dopo mesi di discussioni, lunedì 25 novembre è stato presentato il nuovo decreto ministeriale che disciplina la produzione di vini dealcolati in Italia. Una tematica di crescente interesse per il settore del vino e per i consumatori, a livello internazionale, anche se il tema divide favorevoli e contrari. La cruciale riunione si è tenuta presso il Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste, guidata dal ministro Francesco Lollobrigida. Una presentazione scossa dalle perplessità di Assodistil, che ribadisce la richiesta di precise garanzie su tre punti focali relativi alla produzione di vini dealcolati in Italia: corretto inquadramento fiscale, gestione dell’alcol ottenuto, classificazione precisa del liquido idroalcolico, trattamento adeguato del liquido idroalcolico e ottimizzazione del processo di dealcolizzazione, in una chiave sostenibile.

Per i promotori dell’iniziativa in favore dei vini dealcolati, il nuovo decreto pone l’Italia all’avanguardia nella regolamentazione di un settore in rapida evoluzione. Come spiegato dal ministro Lollobrigida, l’adozione di regole «chiare e rigorose» garantirà la qualità del prodotto e la competitività delle aziende italiane, senza intaccare il valore culturale e la rappresentanza del Made in Italy nel mondo. La strada tracciata dal Ministero dell’Agricoltura non è solo una risposta alle esigenze del mercato, ma anche una testimonianza della capacità del comparto vitivinicolo di affrontare sfide globali rimanendo fedele alle proprie radici. Il segmento, stimato inizialmente allo 0,5% del mercato, potrebbe crescere del 15% annuo, secondo la Commissione Ue. In Italia, questo significherebbe circa 22,5 milioni di litri di vino dealcolizzato all’anno, con la necessità di gestire 225 milioni di litri d’acqua separata.

DECRETO VINI DEALCOLATI: IL CONTESTO NORMATIVO EUROPEO

Il decreto si inserisce nel quadro normativo delineato dal regolamento (UE) 2021/2117, che ha aggiornato l’allegato VIII del regolamento (UE) n. 1308/2013. Questo aggiornamento introduce, per la prima volta, la possibilità di adottare la pratica enologica della dealcolizzazione, consentendo una riduzione parziale o totale del tenore alcolico nei vini. Tale innovazione risponde alla crescente domanda di prodotti a basso contenuto alcolico o privi di alcol, particolarmente apprezzati da segmenti di consumatori attenti al benessere e a nuovi stili di vita.

VINI SENZA ALCOL, TRA SALVAGUARDIA DELLA VITICOLTURA E INNOVAZIONE

Il Ministero ha svolto un delicato lavoro di mediazione, coinvolgendo tutti gli attori della filiera per trovare un compromesso che salvaguardasse il patrimonio vitivinicolo nazionale senza trascurare l’opportunità di espandersi in mercati emergenti. Alla riunione hanno partecipato rappresentanti di Coldiretti, Confagricoltura, Cia, Copagri, Alleanza delle Cooperative Agroalimentari, Federvini, Unione Italiana Vini, Assoenologi, Federdoc, Assodistil e Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti. La presenza di così tante realtà sottolinea il valore del dialogo istituzionale e dell’ascolto reciproco per definire norme condivise e rispettose delle peculiarità del settore.

DECRETO VINI DEALCOLATI: I DETTAGLI

Il decreto mira a regolamentare la produzione di vini dealcolizzati in Italia, stabilendo principi chiave per tutelare la qualità, la tradizione e l’autenticità del prodotto. Sul fronte della tutela delle denominazioni, sarà vietata la dealcolizzazione per i vini a Denominazione di Origine Protetta (Dop) e Indicazione Geografica Protetta (IGP). Questa scelta preserva il legame inscindibile tra i vini di qualità, i territori di origine e i disciplinari di produzione che ne garantiscono unicità e autenticità. La bozza del decreto vini dealcolati prevede poi la separazione delle filiere produttive. Il processo di dealcolizzazione dovrà avvenire in strutture dedicate, fisicamente separate da quelle utilizzate per la produzione vitivinicola tradizionale.

Questa misura, secondo il governo, non solo garantisce il rispetto delle specificità produttive, ma introduce un livello di trasparenza indispensabile per tutelare la filiera. Tracciabilità e trasparenza sono altri due cardini della bozza del decreto vini dealcolati. Sarà obbligatorio tenere registri digitalizzati e ottenere specifiche licenze autorizzative per operare. Inoltre, l’etichettatura dei vini dealcolizzati dovrà riportare chiaramente la dicitura “dealcolizzato” o “parzialmente dealcolizzato”, assicurando una corretta informazione ai consumatori.

I DEALCOLATI COME RISPOSTA ALLE ESIGENZE DEL MERCATO

La scelta del Ministero risponde a due obiettivi principali. Da un lato, si intende valorizzare le eccellenze italiane mantenendo intatte le peculiarità del vino tradizionale; dall’altro, si vuole offrire alle aziende italiane la possibilità di competere sul mercato dei vini dealcolizzati, un segmento in crescita nei Paesi del Nord Europa, negli Stati Uniti e in Asia. La capacità di innovare senza compromettere la qualità rappresenta un elemento strategico per il comparto, che da sempre si distingue per la sua capacità di coniugare tradizione e modernità.

VINO DEALCOLATO: UN’OPPORTUNITÀ PER IL SETTORE

Il vino dealcolizzato è percepito come un prodotto innovativo, in grado di intercettare target differenti rispetto a quelli del vino tradizionale. Si rivolge, in particolare, a consumatori attenti alla salute, a chi sceglie di evitare l’alcol per motivi culturali o religiosi e a chi cerca un’esperienza sensoriale simile al vino ma priva di effetti alcolici. Secondo recenti ricerche di mercato, il segmento del vino dealcolizzato è destinato a crescere del 15% annuo nei prossimi cinque anni, rappresentando un’opportunità economica significativa per le aziende italiane.

DECRETO VINI DEALCOLATI: ASSODISTIL CHIEDE GARANZIE AL GOVERNO

Non solo voci favorevoli per il nuovo decreto vini dealcolati. Durante l’incontro al Masaf tra il ministro Francesco Lollobrigida e le associazioni vitivinicole l’Associazione nazionale industriali distillatori di alcoli e e acquavini AssoDistil ha ribadito i punti critici della bozza del decreto sulla dealcolizzazione del vino. «Pur apprezzando l’iniziativa» che permetterà la produzione di vini dealcolizzati anche in Italia, evitando costose esportazioni e reimportazioni, l’associazione ha sottolineato «alcune necessità fondamentali».

AssoDistil chiede in primis l’applicazione delle norme del Testo Unico Accise (D.L.vo n. 504/95), che impone il regime di deposito fiscale per le soluzioni idroalcoliche con gradazione superiore all’1,2%. La normativa vigente non può essere superata da un decreto ministeriale. Secondo punto nodale è, per Assodistil, la gestione dell’alcol ottenuto. Ogni produzione alcolica deve rispettare le leggi esistenti, con autorizzazione dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli. L’alcol separato dovrebbe essere destinato a usi industriali o energetici per «evitare distorsioni di mercato», ovvero frodi. C’è poi il tema della classificazione precisa del liquido idroalcolico. Secondo Assodistil, definire tale prodotto come “intermedio” è scorretto, poiché non rientra tra i prodotti attualmente identificati dalla normativa (come vino, vermouth o sidri).

ALCOL, MOLTO PIÙ DI UN “RIFIUTO”

Quarta richiesta di Assodistil è quella di «evitare trattamenti inadeguati». Proporre di trattare il liquido idroalcolico come rifiuto, anziché come alcol, rappresenterebbe «un onere ingiusto per i produttori di vino dealcolizzato, che invece dovrebbero ottenere ricavi dalla vendita dell’alcol». Infine, un occhio alla sostenibilità, attraverso l’ottimizzazione del processo. AssoDistil sottolinea l’importanza di evitare sprechi d’acqua durante la dealcolizzazione. Il metodo a membrane, il più diffuso in Europa, permette il recupero separato di acqua pulita e alcol, garantendo sostenibilità ed efficienza.

«Aspetti sui quali non è possibile derogare – commenta Antonio Emaldi, presidente della maggior associazione di distillatori italiana  – primo tra tutti quello del corretto inquadramento fiscale cui sottoporre le miscele idroalcoliche ottenute dal processo di dealcolizzazione, nel rispetto delle vigenti norme di legge previste dal D.L.vo n. 504/95, il c.d. Testo Unico Accise, al quale chiunque produca alcole etilico deve conseguentemente attenersi. AssoDistil – conclude Emaldi – plaude all’iniziativa del Ministro mirata a concludere velocemente l’iter normativo che consentirà agli operatori nazionali di poter finalmente produrre anche in Italia un vino senza alcole, evitando la attuale prassi di esportare vino verso altri Paesi europei in cui la dealcolizzazione è permessa, per poi reimportare lo stesso vino senza alcole per la successiva vendita sui mercati in cui tale prodotto è sempre più richiesto».

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Walter Massa “a processo” per aver difeso il vino: «I dealcolati sono bambole gonfiabili»


Walter Massa “a processo”
, per aver difeso troppo strenuamente il vino. L’Ordine Provinciale dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri di Milano non poteva scegliere rappresentante migliore in difesa del Nettare di Bacco, sul banco degli imputati per le tanto discusse conseguenze degli alcolici sulla salute. Il “Processo al vino”, dibattimento ovviamente fittizio affidato però a veri giudici e avvocati, è andato in scena ieri pomeriggio presso la Confcommercio di Milano. La corte ha “condannato” Walter Massa a scontare «un anno e 6 mesi di lavori socialmente utili in un’azienda agricola che produce vini dealcolati», per gli effetti dannosi del vino su minori e donne in gravidanza, «soggetti vulnerabili». Ma ha assolto il vignaiolo per tutte le altre ipotesi e capi d’imputazione, «perché il fatto non costituisce reato». Non sono mancati momenti di ilarità, soprattutto quando Walter Massa – difeso dalle avvocate Ilaria Li Vigni e Giorgia Andreis ha preso la parola per difendersi.

IL RE DEL TIMORASSO: «IL VINO È ETICO, BRUXELLES NON LO SA»

«Signori – ha esordito il vignaiolo piemontese di Monleale, artefice del salvataggio e del rilancio del vitigno Timorasso – secondo me, vi siete sbagliati. Avete forse confuso la parola “No-vi” con “Vi-no”. “Novi Ligure” è dove si fa tanto cioccolato. Quindi probabilmente volevate mettere sotto processo il cioccolato, non il vino. Sono sicuro di uscire assolto con formula piena, ma preferisco andare a Bruxelles a difendere il vino, perché è là che devono ancora capire la forza dell’Italia, della Francia, della Spagna e della Grecia, Paesi del Mediterraneo che danno impulso ad economie etiche. Il vino è democrazia che insegna a non abusare, se è fatto con l’uva. Abbiamo ormai imparato a lavorare bene in cantina, in maniera pulita, “etica” e non “patetica”, come si faceva fino al 1986, anno del metanolo. In Francia si mangia tanto formaggio e hanno le vene pulite: gliele pulisce il vino!».

WALTER MASSA, STOCCATA AI VINI DEALCOLATI: «BAMBOLE GONFIABILI»

Poi una stoccata al mondo dei vini senz’alcol, i dealcolati, sempre più in voga. «Il vino produce l’alcol in maniera botanica – ha sottolineato Walter Massa – perché deriva dalla fermentazione degli zuccheri effettuata dai lieviti che hanno un effetto, nello stomaco, diverso dall’alcool ottenuto per distillazione, ovvero da quello dei superalcolici. Nella mia azienda, quindi, non produrremo mai “bambole gonfiabili”. Sapete cosa sono le “bambole gonfiabili”? È il vino dealcolato. Il vino è libertà, il vino ci ha insegnato a stare bene e quindi non ci opprimiamo di fronte al potere dell’alcol. L’alcol è grande quando è usato e non abusato, come ogni cosa. Questo vorrei davvero andare a dire al governo dell’Europa».

L’ORDINE DEI MEDICI E IL PROCESSO AL VINO: L’INTERVENTO DI VITO INTINI (ONAV)

Tra i testimoni della difesa del “Processo al vino” rappresentato da Walter Massa anche Vito Intini, presidente nazionale di Onav, l’Organizzazione nazionale Assaggiatori vino che, dal 1956, si occupa di formazione. «Durante i nostri corsi – ha spiegato il degustatore alla corte – si impara a degustare il vino e a distinguere tra quello di scarsa qualità e quello di qualità, da consumare senza abusarne. Insegniamo ad assaggiare, non a bere. Il vino, del resto, è cultura. Un patrimonio per l’Italia, riconosciuto anche dal punto di vista legale, come tale. Quanto ai vini dealcolati – ha concluso Intini – si tratta di un argomento che a noi, sostanzialmente, non interessa».

Tutta acqua nel mulino di Walter Massa, per cui il pm Eugenio Fusco aveva chiesto una condanna in formula piena e una pena beffa di «3 anni di lavori socialmente utili in una cantina che produca vini senz’alcol». Alla fine ha vinto il vino. Quello vero, «fatto con l’uva». Quello in carne ed ossa. Prosit.

PROCESSO AL VINO: IL VIDEO DELLA SENTENZA

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Vini dealcolati: ProWein ZERO a Prowein 2025 raddoppia superficie no/low alcohol wines

Grazie a un accordo con l’editore Meininger Verlag, che a Neustadt an der Weinstraße organizza Mundus Vini, l’area ProWein ZERO a Prowein 2025 non solo è confermata. Ma sarà ampliata. Gli spazi completeranno l’ampia area espositiva di ProWein ZERO 2025, che sarà quindi ancora più grande. Nella zona di degustazione della ProWein ZERO, i visitatori potranno nuovamente assaggiare l’intera varietà di no/low alcohol wines.

CRESCE LA DOMANDA DI VINI DEALCOLATI / NO-LOW ALCOHOL WINES

Gli espositori interessati potranno iscriversi alla zona di degustazione ProWein ZERO a partire da metà ottobre 2024. «La domanda di vini e liquori analcolici e a basso contenuto alcolico è enorme – spiegano i referenti di Prowein a Messe Dusseldorf – e per questo motivo stiamo ampliando l’area ProWein Zero per la ProWein 2025 di almeno il 50%. Il nostro modulo di richiesta per questa area speciale 2025 è ora online e stiamo già contattando tutti gli espositori esistenti e altri interessati che purtroppo abbiamo dovuto rimandare l’anno scorso».

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Lollobrigida convoca tavolo vini dealcolati. Frescobaldi strizza l’occhio

Piaccia o no, il tema dei vini dealcolati tiene banco nell’estate 2024 del vino italiano. E non se ne parla solo in cantina, sui social media o nei “salotti” frequentati dai professionisti del settore. Intervenendo oggi a Roma all’Assemblea Generale di Unione italiana vini (Uiv), il ministro dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste, Francesco Lollobrigida, ha annunciato di aver intenzione di convocare un tavolo per stabilire le regole sui dealcolati. «Non ho una posizione ideologica su questo – ha precisato – non voglio ostacolare la crescita delle imprese. Ragioniamo pragmaticamente. Dobbiamo preservare la percezione della qualità del vino italiano e, in particolare sui nuovi mercati, capire come evitare il rischio di compromettere il posizionamento con prodotti dealcolati per cui la sfida della qualità non è facile».

FRESCOBALDI: MEGLIO I VINI DEALCOLATI CHE ESTIRPARE VIGNETI

Il ministro si è poi espresso sul tema del contenimento produttivo: «Non è necessario arrivare ad una politica degli espianti per aumentare il valore: ciò significherebbe mettere a rischio il territorio. Su questo condividiamo la medesima sensibilità di Unione italiana vini». Per Lamberto Frescobaldi, presidente Uiv: «Questo mondo del vino non tira la giacca a nessuno, però vuole essere riconosciuto come un prodotto che dà un contributo significativo in termini di Pil, occupazione e valorizzazione dei territori. Ma abbiamo bisogno di scelte strategiche. Io mi vergognerei nei confronti dei contribuenti a togliere vigneti realizzati con il loro contributo». In sostanza, per il numero uno di Unione italiana Vini, meglio utilizzare i vigneti già esistenti per produrre vini dealcolati che estirparli.

Sempre in occasione dell’Assemblea Generale di Uiv è intervenuto anche il ministro dell’Economia e delle Finanze, Giancarlo Giorgetti: «Viviamo un’opportunità eccezionale – ha dichiarato – abbiamo un Sistema Italia ideale per investire e produrre. Se si fanno delle valutazioni obiettive, l’Italia rappresenta oggi il luogo di maggiore interesse per gli investimenti. Il vino è un elemento protagonista del Made in Italy. I numeri dell’export hanno registrato una dinamica impressionante: vuol dire che il settore ha lavorato e continua a lavorare bene».

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Fivi, vini dealcolati: «Sono una bevanda, non un vino»


Con una lettera al Ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida, Fivi pone i paletti dei cosiddetti vini dealcolati. Due le richieste: considerarli alla stregua di bevande comuni, dunque non “vini”; e alzare un muro contro le criticità che deriverebbero dalla loro introduzione nei disciplinari dei vini a indicazione geografica.

La dealcolazione dei vini, prevista dal Reg. 2117/2021, si sta ora definendo in sede ministeriale e desta grande preoccupazione la possibilità prevista dalla normativa europea di dealcolare, solo parzialmente, anche i vini a indicazione geografica (DO e IG). La Federazione italiana vignaioli indipendenti non esprime «nessuna contrarietà alla bevanda in sé, ma parere assolutamente negativo sul fatto che questi prodotti possano rientrare nella categoria vino».

Fivi definisce «ancora più preoccupante il fatto che la discussione avvenga in concomitanza con la revisione del sistema delle indicazioni geografiche in sede europea, nella quale è attualmente previsto un passaggio di competenze dalla DG Agri all’EUIPO che ridurrebbe le denominazioni ad un puro marchio commerciale, depotenziandone il ruolo di tutela».

UNA QUESTIONE GIÀ DIBATTUTA

La questione dell’inserimento dei vini dealcolati come tipologia dei vini a denominazione di origine o a indicazione geografica viene dibattuta nel settore ormai da anni. Con la lettera al ministro Lollobrigida, Fivi si accoda al coro di no già espresso da tutta la filiera vitivinicola italiana al precedente ministro dell’Agricoltura, Stefano Patuanelli, nel maggio 2021.

In quell’occasione, sempre con una lettera indirizzata a Roma, Aci – Alleanza delle Cooperative italiane, Assoenologi, Cia, Confagricoltura, Copagri, Federdoc, Federvini e Unione Italiana Vini esprimevano la loro «ferma contrarietà rispetto alla possibilità di utilizzare le categorie dei vini “dealcolati” e “parzialmente dealcolati” per i vini a denominazione di origine protetta e a indicazione geografica protetta».

«Il prodotto che ne deriva – riferivano le associazioni di filiera – non ha i requisiti oggi richiesti ad una Dop o Igp, rischiando di penalizzare queste ultime nella percezione del consumatore. Pur concordando con la proposta delle istituzioni europee di armonizzare le definizioni dei prodotti a basso tenore alcolico nell’ambito della riforma della Pac e l’esigenza di mantenere queste categorie nell’ambito del Regolamento Ocm, i prodotti totalmente dealcolati avrebbero dovuto contemplare il termine “bevanda” in luogo di “vino“».

I migliori vini senza alcol? Da un buon vino base. Ed è già guerra tra industrie

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Vini analcolici: cooperative vitivinicole mondiali in pressing sull’Ue

L’inclusione dei vini analcolici e a basso contenuto alcolico nella legislazione dell’Ue è «un primo passo importante». Ma è «necessario un adeguato quadro giuridico e di marketing per il loro sviluppo, per gestire le aspettative dei consumatori e garantire le strategie a lungo termine delle aziende vinicole». È l’opinione sui vini dealcolati espressa dai colossi che hanno preso parte al Forum Mondiale della Cooperative vitivinicole 2022.

Un incontro tenutosi proprio in Italia, per la precisione nelle sedi di Caviro, in Emilia Romagna, tra il 18 e il 20 ottobre. Con queste premesse, è facile ipotizzare un pressing sempre più costante e iniziative di lobbying nei confronti dell’Unione europea, volto ad ottenere maggiori aperture legislative sui “vini senza alcol“. Includendoli, si presuppone possa essere questo l’obiettivo finale, tra i vini a Denominazione di origine e a Indicazione geografica protetta (Dop e Igp, per l’Italia) dell’Ue.

Perché, come dicono chiaro i massimi rappresentanti di alcune tra le cantine più influenti del mondo, «il quadro giuridico dovrebbe garantire condizioni di parità, basate su regole qualitative di produzione e presentazione». Tradotto: il vino tradizionale e i vini analcolici dovrebbero avere parità di trattamento, nel contesto dei disciplinari di produzione.

A sostenerlo, insieme a Caviro, sono Capel, Fecovita, La Riojana, Vicca, Cenecoop, Aurora, Garibaldi, Sao Joao, Nova Alianca, Pradense, Cevipe. E ancora: Val D’Orbieu – Cordier, Vinadeis, Baco D-Coop, Cuatro Rayas, Manjavacas, Martin Codax, Porto do Barca, Adega Vila Real e CCWCoop. Ovvero alcune tra le maggiori cooperative vitivinicole mondiali, con sede in Italia, Spagna, Francia, Uruguay, Cile, Argentina, Portogallo, Brasile, Australia e Bolivia.

I VINI DEALCOLATI NELL’UE: DIBATTITO CALDO

Tutto si baserebbe sulle richieste di mercato crescenti per il segmento delle bevande low and no-alcohol. «La domanda è in crescita – sottolinea a winemag.it Ignacio Sánchez Recarte, segretario generale del Ceev – Comité Européen des Entreprises Vins – e se le aziende vinicole non la “catturano”, altri lo faranno con prodotti non basati sul vino».

Del resto, «poiché un numero crescente di persone sceglie di bere “meno e meglio”, l’universo delle bevande a basso e nullo contenuto alcolico si sta rapidamente espandendo e sta migliorando dal punto di vista qualitativo».

Secondo una recente ricerca di InsightAce Analytic, il mercato globale delle bevande a basso e nullo contenuto alcolico è valutato 22,5 miliardi di dollari nel 2021. E si prevede che raggiunga i 68,9 miliardi di dollari entro il 2030. Con un tasso di crescita annuale composto (Cgar) del 14%, nel periodo di previsione 2022-2030.

Il gigante della birra Anheuser-Busch InBev, alias AB InBev, che commercializza marchi come Corona, Leffe, Stella Artois, Tennent’s e Becks, ha dichiarato di voler raggiungere con i propri prodotti a basso o nullo contenuto alcolico almeno la quota del 20% sul volume globale commercializzato, entro il 2025.

VINI SENZA ALCOL VS VINI TRADIZIONALI NELLE DO ED IG

«Mentre la categoria dei prodotti a basso e nullo contenuto alcolico è dominata dalla birra – spiega ancora Ignacio Sánchez Recarte – alcuni studi indicano il vino tra gli 0% e i 0,5% di percentuale in volume d’alcol come il settore in più rapida crescita. Con un aumento del 26% e consumatori identificati principalmente come “over 45”. Bevitori abituali di vino che cercano di ridurre le spese durante la settimana, senza sacrificare la cerimonia legata al vino o il gusto».

Considerando che questi prodotti innovativi a base di uva non sono mai stati commercializzati nell’Unione come “vino”, il Ceev ha sostenuto con forza la definizione di questi prodotti all’interno della legislazione vinicola dell’Ue».

Le richieste della filiera sono state inserite nel dicembre 2021 nella legislazione vitivinicola. «Ma sebbene sia autorizzata la dealcolazione parziale e totale per i vini senza Indicazione geografica o Denominazione di origine – continua il segretario Ceev – è autorizzata al momento solo la dealcolazione parziale per i vini con Indicazione geografica protetta o Denominazione di origine protetta».

Un dettaglio che, al momento, sbarra la strada alle cooperative vitivinicole mondiali che intendono investire sul mercato dei vini analcolici dell’Ue (altrove già molto fiorente, vedi gli Stati Uniti). Nel frattempo, in Italia, a fare passi da gigante verso i vini senza alcol è la grande distribuzione.

Da Esselunga è in vendita da qualche mese “Virgola Zero“, Alcohol Free Sparkling prodotto a partire da un Riesling della Mosella dal produttore altoatesino Martin Foradori (Hofstätter), proprietario in Germania di Dr. Fischer. La stessa cantina commercializza un altro spumante dealcolato, “Steinbock”, presentato a Vinitaly nel 2021.

“Virgola Zero” Alcohol Free Sparkling, Dr. Fischer: da Esselunga un Riesling della Mosella senza alcol

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“Virgola Zero” Alcohol Free Sparkling, Dr. Fischer: da Esselunga un Riesling della Mosella senza alcol

Novità tra i vini di Esselunga. Si tratta di “Virgola Zero” Alchol Free, un Riesling della Mosella senza alcol prodotto da Dr. Fischer, cantina tedesca rilevata nel 2015 da Martin Foradori dell’altoatesina Hofstätter, insieme a Nikolaus “Nik” Weis di Weingut St. Urbans-Hof (Leiwen, Germania).

«La nuova referenza – spiega Esselunga in esclusiva a Vini al Supermercato – è stata inserita in assortimento per tutti quei clienti che non possono o non gradiscono consumare prodotti alcolici, ma non vogliono rinunciare a un brindisi o a un aperitivo con un buon prodotto ottenuto da una base di vino».

«È stato scelto il prodotto della cantina Dr. Fischer poiché ritenuto migliore rispetto ai campioni testati – continua l’insegna di Milano -. Grazie a un attento metodo di dealcolizzazione, vengono preservati gli aromi e i profumi di un Riesling della Mosella».

UNA FETTA D’ITALIA NEL RIESLING DELLA MOSELLA SENZA ALCOL

La nuova etichetta “Virgola Zero” Alchol Free parla, di fatto, anche un po’ italiano. Con l’ingresso di Martin Foradori (nella foto sopra) in qualità di managing director, l’azienda ha spostato nel luglio 2020 la propria sede legale dal villaggio di Ockfen all’altro comune Grand Cru del Riesling, Kanzem, poco distante.

Nulla è cambiato nello stile produttivo, che riflette la grande passione di Foradori – tra l’altro attuale vice presidente del Consorzio Vini Alto Adige – per il vitigno principe della Mosella. La novità dell’assortimento di Esselunga è tuttavia un prodotto completamente diverso dai grandi Riesling tedeschi.

Si tratta di uno spumante che conta tra gli “ingredienti” mosto concentrato rettificato e anidride carbonica. A differenza degli spumanti convenzionali, “Virgola Zero” Alcohol Free ha una data di scadenza di circa 3 anni (01/2025 per il lotto L07563, attualmente in commercio nella rete di supermercati Esselunga).

DATA DI SCADENZA E 3 GIORNI DI “VITA” PER LO SPUMANTE SENZA ALCOL

Un’ulteriore avvertenza riguarda le tempistiche di consumo. Dopo l’apertura, lo spumante conserva le proprie caratteristiche per un massimo di 3 giorni, se conservato al fresco. La vera particolarità è però la dealcolizzazione, che consente di azzerare la presenza di alcol nel vino.

Un processo normato dall’Unione europea, che vorrebbe addirittura inserire la tipologia dei vini dealcolati tra quelli a Denominazione di origine, non senza le resistenze di numerosi stakeholder e associazioni del settore, anche italiane.

Il metodo per ottenere “vini dealcolati” è ormai consuetudine in diversi continenti, dove questa tipologia sta spopolando. All’interno di un’apparecchiatura viene ridotta la pressione atmosferica a circa 15 mbar. Grazie a questo procedimento si abbassa anche il punto di ebollizione dell’alcol, da circa 78° C a circa 25-30° C.

Sul retro dell’etichetta dello spumante, c’è un altro elemento molto discusso: le informazioni nutrizionali per 100 ml. Si va dalle 81 KJ (19 Kcal) ai grassi e grassi saturi, inferiori a 0,1 g. Sale a 4,5 g la conta dei carboidrati, di cui 4 grammi di zuccheri. Proteine e sale inferiori al grammo.

VIRGOLA ZERO ALCOHOL FREE SPARKLING ESSELUNGA: LA DEGUSTAZIONE

(3 / 5) Alla vista, “Virgola Zero” Alcohol Free si presenta di un giallo paglierino luminoso, dai riflessi dorati. Il perlage è di grana medio-fine. Il naso cambia lasciando lo spumante “respirare” per qualche minuto. Dall’iniziale nota predominante che ricorda il miele millefiori si vira su una mela matura, cotogna.

Perdurano le note vegetali (erba e accenni leggeri d’agrume, che richiamano il vitigno). Più in sottofondo, un floreale di camomilla e una pesca bianca. In definitiva, un quadro piuttosto armonico, decisamente morbido. Il palato rispetta le premesse, in perfetta corrispondenza gusto olfattiva, ma solo in ingresso.

Lo spumante “Virgola Zero” Alcohol Free di Dr. Fischer si sposta dal centro bocca al finale su sentori decisamente citrici. La chiusura di sipario, non del tutto armonica, è sulla mela e sulla pera acerba. Un vino, dunque, che non delude del tutto le aspettative, pur mancando tipicità e armonia generale: 3 cestelli della spesa, nella consueta scala di valutazione dei vini Gdo adottata da Vini al Supermercato.

DA STEINBOCK SELECTION DR FISCHER A VIRGOLA ZERO: «LA FESTA È DI TUTTI»

Martin Foradori e la sua cantina tedesca Dr. Fischer non sono nuovi alla produzione di vini senza alcol. A giungo 2021, il produttore altoatesino, patron di Hofstätter, ha lanciato sul mercato il suo primo “Alcohol Free Sparkling”, una “bollicina” dealcolata. Ventimila bottiglie, commercializzate per l’esattezza con il nome “Steinbock Selection Dr. Fischer“.

«Non voglio entrare in polemica – riferiva Foradori all’Ansa – chiamiamola pure bevanda analcolica. Gli spunti sono arrivati nel corso del tempo, dalle diverse esperienze, anche con il contributo di mio figlio Niklas, che sta completando gli studi di Enologia in Germania».

Durante il mio tirocinio in Svizzera – aggiungeva Foradori – ho imparato il concetto che è meglio agire che reagire, e cosi ho voluto fare. Le indagini di mercato e il trend dei consumi mi hanno spinto a velocizzare il processo di analisi con prove tecniche e di assaggio. Fino al punto di decidere di lanciarmi in questa avventura, a costo di essere criticato».

«I consumatori sono pronti, nel mondo anglosassone questi prodotti sono molto diffusi e fanno passi da gigante. Pensiamo poi a diversi aspetti: le persone che non bevono – chiosava Martin Foradori – sono molto più numerose di quelle che consumano alcolici».

«Il nostro Steinbock Alcohol Free – riferiva all’Ansa, sempre nel 2021 – è adatto a chi fa sport, a chi guida, a chi non beve alcool per motivi religiosi. Inoltre contiene solo 19 calorie (le stesse di “Virgola Zero”, oggi commercializzato da Esselunga allo stesso prezzo di Steinbock, ndr). Un prodotto a 360 gradi, chiunque può partecipare alla festa». Prosit.

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«Nuova categoria per i vini dealcolati. No a Dop e Igp»: appello della Filiera a Patuanelli

La Filiera vitivinicola (Aci – Alleanza delle Cooperative italiane, Assoenologi, Cia, Confagricoltura, Copagri, Federdoc, Federvini e Unione Italiana Vini) ha inviato una lettera al ministro delle Politiche agricole, Stefano Patuanelli.

L’oggetto, in occasione del ciclo di negoziati del trilogo, al via oggi, sulla riforma della Politica agricola comune e in particolare del Regolamento Ocm 1308/1013, è la posizione della Filiera rispetto al tema dei vini dealcolati.

LETTERA AL MINISTRO

Le organizzazioni italiane ritengono sia importante mettere in campo ogni azione possibile per assicurare che la futura regolamentazione europea sia in linea con le aspettative del settore vitivinicolo, preservandone gli elementi di qualità e competitività.

In questo senso la filiera chiede che questi prodotti, pur inquadrati nell’ambito del Regolamento Ocm, siano classificati come nuove categorie e non come termini che accompagnino le categorie esistenti, indicazione questa già espressa dal Parlamento Europeo.

L’obiettivo è segnare una demarcazione più netta tra le nuove categorie e gli altri prodotti vitivinicoli, che consentirebbe peraltro di indirizzare più agevolmente i fondi del Piano nazionale di sostegno verso i prodotti non dealcolati.

Acqua nel vino: Unione italiana vini a Roma da Patuanelli «per fare chiarezza»

Una precisazione è inoltre richiesta in merito al passaggio del testo in discussione e relativo alla restituzione dell’acqua persa durante il processo di dealcolazione.

«In questo caso – si legge nel testo inviato al ministro – serve confermare espressamente nel Regolamento 1308/2013 e non nell’atto delegato, che l’eventuale reintegro dell’acqua durante le operazioni di dealcolazione riguarda esclusivamente quella endogena, ovvero quella persa durante tale processo».

NO A DOP E IGP

Le organizzazioni esprimono poi ferma contrarietà rispetto alla possibilità di utilizzare le categorie dei vini “dealcolati” e “parzialmente dealcolati” per i vini a denominazione di origine protetta e a indicazione geografica protetta.

«Il prodotto che ne deriva non ha i requisiti oggi richiesti ad una Dop o Igp, rischiando di penalizzare queste ultime nella percezione del consumatore», riferiscono le associazioni di filiera.

Infine la Filiera ritiene che, pur concordando con la proposta delle istituzioni europee di armonizzare le definizioni dei prodotti a basso tenore alcolico nell’ambito della riforma della Pac e l’esigenza di mantenere queste categorie nell’ambito del Regolamento Ocm, i prodotti totalmente dealcolati avrebbero dovuto contemplare il termine “bevanda” in luogo di vino.

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Acqua nel vino: Unione italiana vini a Roma da Patuanelli «per fare chiarezza»

Primo obiettivo: «Fare chiarezza». Secondo: «Agire tempestivamente». Il presidente di Unione Italiana Vini, Ernesto Abbona, sgombra il campo dalle polemiche sul vino dealcolato. E, soprattutto, sulla ventilata possibilità di un avallo dell’Ue all’aggiunta di acqua nei mosti.

«Chiederemo un incontro al ministro Patuanelli – annuncia Abbona – perché la questione è stata interpretata malamente». Se la prende anche con la politica, il numero uno di Uiv intervenuto in mattinata al Food Industry Summit del Sole 24 Ore. «Siamo molto distanti, addirittura contrari a molte posizioni politiche che sono state espresse in Italia negli ultimi giorni».

Le polemiche che abbiamo sentito sono proprio speciose – ha commentato Abbona – in tutta Europa si può dealcolare sino al 20% dei vini generici, varietali. La polemica nasce dal fatto che non è stato letto il dispositivo in discussione».

«Anche nell’ipotesi in cui si aggiunga acqua – ha aggiunto – si tratta di quella endogena del vino, ovvero quella che si estrae insieme all’alcol. Quindi viene rimessa quell’acqua che, altrimenti, creerebbe degli scompensi. L’aggiunta di acqua è assolutamente fuori da questo contesto».

LA POSIZIONE DI UIV SUI VINI DEALCOLATI

Secondo Unione italiana vini, peraltro, quella dei vini dealcolati è «un’opportunità, non solo di mercato», che l’Italia non dovrebbe lasciarsi sfuggire. Diverse le ragioni.

«Questa tipologia – ha sottolineato Abbona – può soddisfare quel 70% di persone al mondo che beve bibite analcoliche. Vogliamo toglierla dal mondo del vigneto, agricolo e darla in mano alle multinazionali? Noi preferiamo lasciarla nell’ambito delle industrie e delle cantine vitivinicole».

Sempre seconda Abbona, l’Italia avrebbe un asso nella manica, «diverso dal business». «In particolare nel nostro Paese – ha spiegato – ma anche un po’ in tutta Europa, il mondo del vino ha delle certificazioni, dei controlli e delle strutture che danno delle garanzie al consumatore di gran lunga superiori rispetto ad altre filiere industriali»

E questo è importantissimo: non si tratta di dealcolare i vini Dop e Igp, ma di dare la possibilità di dealcolare i vini generici, da tavola, che paradossalmente sono gli stessi per i quali si chiede la distillazione, perché in eccesso rispetto alle richieste di mercato».

Bruxelles, nelle ultime ore, avrebbe infatti mosso un passo indietro rispetto alla posizione iniziale, che interessava anche i vini a Denominazione e a Indicazione geografica protetta.

L’incontro con il ministro Stefano Patuanelli servirà dunque «per chiarire quelli che riteniamo essere i veri controlli della questione e far sì che la linea che tutti gli imprenditori del vino condividono sia condivisa anche dalle nostre istituzioni».

«A fine mese, a Bruxelles – ha concluso Ernesto Abbona – si parlerà della riforma della Pac. In questo ambito, la riforma dei vini dealcolati sarà al centro del confronto. Dobbiamo affrontare la questione tempestivamente, correttamente, su una base di norme già esistenti, interpretate malamente».

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