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A tu per tu con Carlotta Salvini, miglior somm Fisar 2019: “Sogno di produrre vino”

Solare, spigliata, sorridente, sicura di sé. Sguardo fiero e tanta determinazione. Quella che ha portato Carlotta Salvini a diventare Miglior Sommelier Fisar 2019, lo scorso novembre.

Comunicare il vino, per la 31enne di Siena, è una missione. Con tutti i mezzi a disposizione, online e offline. Positiva, pragmatica, mai eccessiva. Tanti progetti e un sogno nel cassetto: vestire i panni di vignaiola, producendo un vino tutto suo. Conosciamola meglio.

La competizione per il Miglior Sommelier Fisar si tiene da 27 anni. Se escludiamo gli anni non disputati e i pari merito uomo donna la quota femminile è del 32%. Sale al 40% se consideriamo solo gli anni dal 2010 ad oggi. È solo una questione di proporzioni di iscritti oppure c’è qualcosa che ancora non è stato detto sull’argomento minoranza donna/sommelier?

Non si è mai ripetitivi su questo argomento e concordo che negli ultimi anni finalmente cominciano ad emergere figure femminili nel mondo del vino ed anche nell’imprenditoria vitivinicola. Ritengo che sia sempre più importante sensibilizzare non solo sulla figura della donna nel vino, ma in generale sul ruolo delle donne nel mondo del lavoro. La mia ricetta è composta da tre ingredienti: studio, empatia, determinazione.

Penso che siano valori che noi donne conosciamo molto bene: abbiamo competenze interdisciplinari e sappiamo che non si può prescindere dalla preparazione. Credo molto in questi valori e spero che siano di stimolo per la vita di altre donne per cercare di realizzarsi e trovare la propria strada.

Tra le best sommelier al femminile tre toscane, due venete, due lombarde e due laziali. Toscana culla della lingua italiana, del Rinascimento, “Caput Mundi” del vino. Le tue origini toscane quanto accrescono la tua competitività?

Non solo accrescono la mia competitività ma sono anche motivo di orgoglio. La Toscana è tra le più importanti regioni vitivinicole italiane con una straordinaria varietà di vini dalle differenti caratteristiche e una storia millenaria, una cultura antica che si perde nei secoli.

Sono un importante patrimonio, ci penso ogni volta che passo per strada tra i paesaggi delle colline del Chianti, della Costa degli Etruschi, della Val d’Orcia e della Val di Chiana: sono fiera di essere toscana.

Sei stata eletta a Novembre del 2019, neanche il tempo di mettere il calice Rastal tra i trofei e scatta l’emergenza Covid-19. Cosa ti sei persa o cosa non ti sei goduta ancora appieno di questa esperienza?

Penso che sia stato un esercizio molto importante, soprattutto per cercare strumenti di comunicazione diversi da quelli a cui il sommelier è abituato. Ho iniziato ad un utilizzo dei miei canali social in chiave divulgativa / educational ed il risultato è stato davvero sorprendente. Non credo di essermi persa qualcosa, cerco di avere un atteggiamento positivo anche nelle situazioni più difficili stimolandomi a trovare soluzioni per reinventarsi e adattarsi.

Tutto del vino riconduce alle relazioni. Si vendemmia in squadra, si degusta confrontandosi ed a cena la bottiglia è in tavola. Il vino ha sempre accompagnato la vita, la convivialità, la cultura e l’alimentazione e nel tempo si è evoluto, passando da fonte di nutrimento a socializzazione e integrazione culturale.

Ma quanto è affascinante sentire qualcuno che parla di un vino che ha assaggiato? Dentro un calice di vino c’è tutto un mondo fatto di persone, storie, territori e gusto. La curiosità, l’entusiasmo, l’esperienza che coinvolge ogni volta, sono lo slancio a saperne sempre di più”.

Parole tue per dare il benvenuto a chi approda sulla tua neonata pagina Facebook.  Si può trasmettere tutto questo, con la stessa empatia anche via digital?

Sono emozioni e sensazioni diverse, evocative e dipende soprattutto da come vengono comunicate. Ad esempio quando si legge un libro se lo scrittore è abile nella descrizione, riesce a farti evocare profumi, luoghi, toccare le corde sensibili.

Sta anche a chi scrive nel cercare di coinvolgere emotivamente ma anche con semplicità soprattutto utilizzando il giusto approccio per far appassionare nel mondo del vino. Leggere un libro sul Chianti Classico sicuramente non è lo stesso che visitarlo, ma di sicuro può suscitare la curiosità di andarci non appena ci sarà l’occasione.

Poco più di 300 follower su Facebook, 7300 su instagram: stories, dirette, webinar, degustazioni digitali, foto con i calici. Le tue foto sono passate dai poco più di 200 like per la tua laurea a 1300  con pioggia di cuoricini per un tuo selfie (molto bello) baciata dal sole e con il calice in mano. Ti consideri, come si direbbe oggi, una ‘wine influencer’?

Non credo di sentirmi influencer, ma piuttosto “wine educator”: ancora non ho trovato una parola analoga in italiano. Penso che ci sia ancora molto da approfondire su un approccio educativo alla cultura del vino in particolare “educando” il palato all’assaggio. È l’aspetto più importante soprattutto per chi non è esperto riuscire ad avere una capacità di giudizio obiettivo su un vino lasciandosi guidare solo dai nostri sensi.

Tante foto con etichette blasonate. Qualche anno fa hai postato un calice di Tignanello e hai commentato scherzosamente “È capitato di peggio”. Qual è il tuo rapporto con i vini più “popolani”? Hai comprato vino al supermercato recentemente? Cosa pensi del vino in Gdo?

La distinzione per un vino popolano o costoso non la fa il luogo in qui viene venduto. Oggi sopratutto nei supermercati c’è la tendenza ad avere una sezione di enoteca con grande assortimento di vini anche prestigiosi talvolta con la presenza di un sommelier per consigliare nell’acquisto.

Io stessa ho acquistato qualche volta vino al supermercato proprio perché la qualità del vino si giudica solo e soltanto quando è nel bicchiere senza che il luogo in o altri fattori ne influenzino il giudizio.

Per quanto riguarda i vini “popolani” non perché siano tali non devono essere buoni. È anche vero che per trovare la qualità anche in vini più semplici non è possibile scendere al di sotto di una soglia minima di prezzo.

Tra gli altri impegni sei hospitality manager di Felsina Wines, in un territorio, quello del Chianti Classico, che punta molto sull’enoturismo. Che preoccupazioni hai per il futuro?

Il turismo e il settore della ristorazione sono i più colpiti dall’epidemia Covid-19. Nel breve periodo non ci sono prospettive di ripresa con il turismo straniero ( che a Fèlsina rappresenta circa il 70% dei visitatori ) ma ci sono possibilità con quello locale e territoriale.

È un anno dove più che mai diventa fondamentale consolidare i rapporti esistenti. Nel futuro non sono preoccupata, sono certa che le meravigliose eccellenze italiane torneranno a essere la meta ambita dai turisti di tutto il mondo ancora più di prima.

Sommelier, Hospitality manager, agronoma, attestati internazionali. Tu stessa hai dichiarato che il titolo di miglior sommelier non è un traguardo. Cosa ti appresti a studiare o a fare nella tua vita privata? Ti sei prefissata nuove mete da raggiungere?

Nella mia vita privata continuo l’attività attraverso i social e al momento sto lavorando ad un piccolo progetto personale, un corso di vino online. È vero, ho detto che il titolo di best sommelier per me non significa un traguardo, ma rappresenta un’ulteriore conferma che il mondo del vino è e sarà la mia strada. Di nuovi orizzonti ne ho tanti in mente tra cui il grande sogno di poter, un giorno, produrre un vino tutto mio.

Parliamo di Fisar. Le singole delegazioni hanno cercato di mantenere viva l’attenzione dei soci negli ultimi mesi con varie attività. Cosa bolle in pentole per quanto riguarda Fisar in Rosa e Fisar Nazionale? Stai (e state) lavorando su nuovi progetti?

A livello territoriale le delegazioni hanno mantenuto attiva l’attività di coinvolgimento dei soci proponendo webinar approfondimenti a cui io stessa ho partecipato in qualità sia di relatore che uditore. A livello nazionale stiamo lavorando a diversi progetti. tra cui una nuovissima rubrica, condotta da me: “Degustiamo assieme”.

Un appuntamento settimanale, in uscita da lunedì 11 maggio, dove presenterò vini, territori, cantine di tutta Italia, un viaggio da nord a sud. Fisar in Rosa ha in programma la rubrica “In viaggio con Fisar in Rosa”, episodi live con racconti e degustazioni di territori coinvolgendo anche produttrici di vino.

Teoricamente, a novembre, ti appresterai a lasciare il titolo ad un nuovo Miglior Sommelier. Che consiglio daresti, magari anche alla luce della tua antesignana esperienza in quarantena?

Consiglio di non prendere questo riconoscimento solo come ruolo di “ambasciatore” nazionale di un’associazione ma come opportunità di capire quali sono gli strumenti ed il linguaggio giusto per far appassionare al mondo del vino sempre più persone.

La cultura del vino in Italia fa parte della nostra storia ed è anche compito di un Sommelier ai vertici nazionali di essere promotore dell’informazione soprattutto a chi si trova all’inizio del percorso.

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L’8 Marzo della vignaiola Marilena Barbera: “Le Donne del Vino meritano rispetto”

Otto Marzo, Festa della Donna. Un paio di tette con una bella etichetta di vino in secondo piano, da pubblicizzare ben bene, avrebbe fatto contenti in molti. Ma noi siamo differenti. E chi ci segue lo sa.

Oggi, 8 Marzo, Festa della Donna, vogliamo raccontarvi il ruolo della Donna nel mondo del vino moderno.

E quando pensiamo a “donna” e “vino”, ci viene in mente un nome su tutti: Marilena Barbera. Per i pochi che non la conoscessero, Marilena è una donna del vino che ha saputo imporsi, come poche, nel panorama della viticoltura italiana di qualità.

Lo ha fatto senza scendere mai a compromessi. Con nessuno. Per di più in una regione difficile come la Sicilia. Marilena Barbera è una di quelle che si fanno fotografare in vigna, in canottiera. Senza trucco. Con in mano una cesoia. Mica l’ombretto.

Non produce vini per i supermercati, ma fa vini da Gdo: che – almeno per oggi, consentitecelo – sta per Grande Donna Orgogliosa. Della sua Sicilia. Dei suoi vini e dei suoi vigneti. Della sua Terra, nelle sue mille sfumature. E – lo diciamo noi –  anche di sé stessa. Auguri a tutte le Donne del Vino come Marilena.


Non è semplice parlare del ruolo della donna nel mondo del vino di oggi. Almeno, non è semplice senza cadere nei clichés che accompagnano [quasi] ogni tentativo di analizzare le questioni di genere.

Chiedo venia per le generalizzazioni che sarò costretta a fare, ché sarebbero necessari volumi per affrontare un tema così delicato, e certamente sarebbero necessarie competenze in ambiti in cui non sono ferrata: sociologia, psicologia, macroeconomia ed altro ancora.

Vi offrirò, dunque, un punto di vista parziale ma sincero: quello di vignaiola, e di vignaiola del Sud.

Il mondo del vino è un settore economico e sociale in evoluzione continua, e probabilmente è anche uno di quelli che negli ultimi vent’anni ha vissuto cambiamenti epocali grazie all’ingresso di generazioni nuove che hanno profondamente trasformato il modo di produrre e di comunicare.

Guardiamo, ad esempio, all’impatto che i “nuovi” media (social, blog, le dinamiche della rete nel loro complesso) hanno avuto – e sicuramente continueranno ad avere – sulle abitudini di consumo del vino, al loro ruolo fondamentale nell’azzeramento della distanza fra i produttori, vignaioli o grandi aziende che siano, e le persone che il vino lo acquistano (mescitori, ristoratori e consumatori).

Una vera rivoluzione che si è consumata in pochissimi anni e che ha generato la necessità di profonde mutazioni nelle professioni che ruotano intorno al vino e nelle relazioni fra gli attori di questo mondo.

Le donne, di sicuro, questa trasformazione la stanno cavalcando: vedo intorno a me colleghe vignaiole che senza paura mostrano le mani segnate dal lavoro.

Vi sembra una trovata di marketing? Nemmeno per sogno: se pensate a come veniva dipinta la classica rassicurante “donna del vino” vent’anni fa, con il rossetto in ordine e la messimpiega fresca di parrucchiere, siamo ad anni luce di distanza.

Vedo enologhe che affermano con forza le proprie capacità direzionali in squadre di cantina composte da decine di uomini, vedo giornaliste che si infilano gli scarponi e vanno a raccontare il vino dove il vino si fa, in vigna.

Eppure, di fronte a questa radicale (e necessaria) trasformazione della professionalità femminile, che sempre più donne rivendicano con orgoglio e senza vezzi, il mondo del vino reagisce, spesso, come sempre ha fatto: con malcelata diffidenza, con sufficienza, con un atteggiamento (a volte insopportabile) di mera tolleranza.

I motivi sono tanti e – credo – siano per la maggior parte culturali. Perché questa rivoluzione di cui vi ho parlato poco fa è, in effetti, una rivoluzione incompleta. Non è solo il mondo del vino ad essere stato prevalentemente “maschile” fino a qualche anno fa, ma la gran parte del mondo del lavoro in Italia. E vorrei utilizzare, perché ritengo sia più appropriato, il termine “maschilista” o, ancor meglio, “sessista”.

Il mondo del lavoro in Italia è sessista, e il mondo del vino non fa eccezione.

Fatte salve alcune professioni che per tradizione sono state riservate alle donne da quando le donne sono entrate nel mondo del lavoro – pensiamo alla maestra dell’asilo o delle elementari, la commessa del negozio di articoli femminili, l’aiuto domestico, l’ostetrica, la baby sitter e poche altre – in nessuna professione le donne vengono trattate alla pari dei colleghi uomini: né per quanto riguarda le opportunità di accesso, né in relazione alla retribuzione, né per le reali possibilità di carriera. Questa condizione è comune alla maggior parte delle professioni e, dunque, esiste anche nel mondo del vino.

Nel mio caso specifico – perché un punto di vista parziale vi sto offrendo, e mi scuserete – le problematiche maggiori hanno riguardato il riconoscimento del mio potere decisionale nel settore della produzione.

Non sono entrata in questo mondo per scelta, ci sono entrata per necessità, alla morte di mio padre. La scelta è arrivata dopo, quando mi sono innamorata di questo lavoro.

Dunque, morto mio padre, ho ereditato una vigna, un mutuo, e una squadra di persone che faceva il vino. Riuscire a trasformare tutto questo in un’azienda che oggi riconosce, apprezza e trova [finalmente!] fondamentale il mio apporto è stato un percorso a ostacoli.

Per trasformare la vigna da convenzionale a biologica, e certificarla, ci sono voluti 10 anni; per utilizzare un sesto di impianto differente da quello che l’agronomo titolare aveva deliberato essere necessario ce ne sono voluti altrettanti; per smetterla con i lieviti selezionati in vinificazione ci sono voluti 4 anni, per abbandonare le chiarifiche 5, gli enzimi 7.

In tutti questi anni ho dovuto svolgere un lavoro di coinvolgimento, convincimento, blandimento (si dice? Beh, quello), dimostrazione dei risultati anno dopo anno. Non me ne pento affatto, ma nessuno mi toglie dalla testa che se fossi stata uomo ci avrei messo molto, ma molto di meno.

Non starò qui ad elencarvi tutte le alzate di sopracciglia durante le presentazioni commerciali, quando si tratta di firmare i contratti. Vi prego di credermi, in fiducia: nel mondo del vino per una donna è ancora molto difficile veder riconosciuti i propri meriti quale lavoratrice e professionista.

Vi faccio solo un ultimo esempio, per me illuminante: qualche tempo fa leggevo l’intervista di una enologa che lavora presso un’azienda toscana, che raccontava di come il titolare (uomo) fosse molto felice del fatto di averla assunta perché “l’ambiente si è ingentilito: in sala degustazione c’è sempre un fiore“. Ecco, questa è la forma mentis che le donne subiscono ancora oggi, e non è accettabile, non più.

Ci sono, per fortuna, fulgidi esempi del contrario, e ciascuna di noi – vignaiola, enologa, giornalista, sommelier, ricercatrice eccetera – ne può raccontare, ci mancherebbe. C’è la solidarietà di tanti colleghi uomini, l’apprezzamento dei clienti, la considerazione di molti, moltissimi professionisti che lavorano nel mondo del vino a diverso titolo.

Ma io sogno un mondo in cui le persone vengano apprezzate per il lavoro che svolgono, per i risultati che conseguono, per l’intelligenza, la flessibilità, la creatività, la visione, l’umanità, la generosità, al di là del genere che la natura, casualmente, ha loro assegnato.

Sogno un mondo che non abbia bisogno delle quote rosa. Oggi, festa della donna, brinderò a questo.

Marilena Barbera – vignaiola in Menfi (AG)

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