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Nuovo Cda per il Consorzio Tutela Valcalepio: Albani riconfermato presidente

Novità e continuità per il Consorzio Tutela Valcalepio. Il Cda ha confermato per il prossimo triennio il presidente Emanuele Medolago Albani, che si appresta ad iniziare il suo terzo mandato. Lo affiancheranno i due vicepresidenti uscenti, Marco Locatelli e Franco Plebani.

Il nuovo Consiglio di amministrazione, in carica dal 2020-2022, ha sancito l’ingresso di 3 nuovi consiglieri: Simona Bonaldi dell’azienda Bonaldi Cascina del Bosco, Carlotta Grumelli Pedrocca, presidente della Cantina Sociale Bergamasca e Giulio Mauri rappresentante della cooperativa sociale Oikos.

Confermati gli altri membri del consiglio uscente: Maurizio Cavalli della Faletti Cavalli, Giovanni De Ferrari dell’azienda Lurani Cernuschi, Maurizio Ginami in rappresentanza dell’azienda Tallarini, Diego Locatelli dell’azienda agricola Locatelli Caffi, Marco Locatelli dell’azienda agricola Tosca.

E ancora: Emanuele Medolago Albani dell’azienda omonima, Michela Moretti dell’azienda agricola La Rovere, Franco Plebani dell’azienda Il Calepino, Enrico Rota in rappresentanza di Quattro Erre Group e Marco Varinelli della Vabenos.

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Le Driadi Slow Farm: Steiner e la Colleoni Doc secondo Gabriella e Luciano Chenet

Abbandono e recupero: di un vigneto, di un eremo, di una comunità locale, dei ritmi di una vita. E di un altro vigneto ancora, continuando a investire tempo e risorse per sottrarre un angolo di paradiso al caos dell’incuria. Le parole e gli occhi di Gabriella e Luciano Chenet, ex biologa lei, ingegnere part-time lui, insieme per la vita e dal 2014 per Le Driadi Slow Farm, parlano di tutto ciò. Prima ancora che della passione per il vino e per Steiner, il padre della biodinamica.

Siamo a Palazzago in Val Pontida, ad ovest dei confini della Valcalepio, nella bergamasca, dove la coppia produce per ora solo due vini: “Driade FeliceColleoni Doc (Merlot in 90% acciaio e 10% barrique usate) e “Alto della PoianaColleoni Doc (Merlot in 100% barrique di vario passaggio).

Il territorio che circonda la cantina è collinare, percorso da numerose piccole vallate, in cui le esposizioni si alternano a est e ad ovest a seconda degli impianti, taluni curvati verso sud. Li accomunano ripide pendenze e altezze tra 300 e i 600 metri, oltre ai terreni ricchi di arenaria e del cosiddetto ‘Flysch di Pontida’. Un composto ricco di silice, molto friabile, che si estende fino a 60 metri di profondità.

In particolare, la cantina Le Driadi Slow Farm sorge sul cosiddetto Eremo della Suora ed è stata completata nel 2018. A ridosso delle sue porte, il vigneto principale. Un ettaro circa di Merlot, 6400 piante in totale, allevate a cordone speronato su pendenze che arrivano al 50% nei punti più ripidi, a cui si aggiunge un impianto sperimentale con 500 piante di Bronner, uno dei vitigni resistenti Piwi più diffusi in Italia, specie in Alto Adige.

In dirittura d’arrivo anche altri nuovi vigneti, tutti recuperati dall’abbandono: un ettaro di Cabernet Sauvignon – che entrerà in produzione dall’annata 2020 – mezzo ettaro di Marzemino e un ulteriore ettaro misto detto “Vigneto del nonno” proprio a ricordare le tradizioni contadine del “vinificare tutte le varietà insieme”.

La certificazione biologica arriva solo a partire dall’annata 2019, ma l’approccio è chiaro fin dall’inizio nella mente di Gabriella e Luciano Chenet. Massimo rispetto per la biodiversità e per il territorio che li ospita, ma con un approccio ragionato e razionale.

“Preferiamo dire che seguiamo un metodo ‘Steineriano’ piuttosto che biodinamico”, sottolinea Luciano, specificando che non hanno alcun piano né interesse nel perseguire la certificazione di quest’ultima filosofia.

Non facciamo il trattamento con il preparato 501, il Cornosilice, per un semplice motivo: le nostre piante, già vigorose, godono di un’esposizione perfetta per il sole, che in estate arriva molto presto al mattino, e preferiamo evitare un eventuale stress solare”.

Sì, invece, ad altri trattamenti previsti da tale pratica, come il preparato 500 (Cornoletame), il tannino di castagno utilizzato al posto del rame per combattere la peronospora, oppure il macerato di ortica ed equiseto. L’impianto di Merlot risale al 2002, per venir poi abbandonato nel 2010 fino all’arrivo di Luciano e Gabriella nel 2014, che escono con la prima etichetta nel 2015.

“Prima ci appoggiavamo ad un’altra cantina, in affitto, ma non riuscivamo a seguire completamente tutti i singoli passaggi della vinificazione. Ora invece siamo autonomi, e in vendemmia dal vigneto alla diraspatrice passano solo pochi metri”, commenta orgoglioso Luciano.

La cantina è stata progettata da un architetto locale, con l’obiettivo di aver il minor impatto possibile sull’ecosistema, occupando solo lo spazio realmente necessario e utilizzando pietre locali come materiali.

In cantina prosegue un approccio ragionato e mai estremista. Le fermentazioni sono spontanee, con i lieviti indigeni, ma tenute sotto osservazione periodicamente per evitare l’insorgere di problemi e poter eventualmente intervenire in caso di necessità.

Vengono aggiunti il minimo indispensabile di solfiti e la temperatura non viene controllata. Il vino non viene stabilizzato, ma viene effettuata una chiarifica e una leggera filtrazione, tanto da lasciare comunque dei residui in bottiglia.

LA DEGUSTAZIONE

Colleoni Doc 2017 “Driade Felice”, Le Driadi Slow Farm
Merlot raccolto da tutto il vigneto, l’annata promette una grande maturità fenolica e la presenza di aromi primari, soprattutto fruttati, è tale che Luciano e Gabriella decidono di non produrre la controparte in solo legno.

Al naso è intenso, emergono note di ciliegia fresca, un accenno di amarena e una vena speziata che ricorda la liquirizia. Il sorso è potente e di gran corpo, materico, il tannino è morbido ma fisso sulle gengive.

L’acidità regala una sensazione di accesa freschezza. In bocca tornano le sensazioni organolettiche varietali, in un’esplosione di frutta che solo sul finale lascia ricordi di spezia dolce.

Colleoni Doc 2018 “Driade Felice”, Le Driadi Slow Farm
Annata in cui si avverte un cambio di rotta, non solo per la cantina nuova. Il vigneto è parcellizzato e per questa etichetta vengono utilizzati solo i frutti delle piante delle fasce esterne, dove si dimostrano più vigorose e produttive. Al naso si rivela un po’ chiuso e solo con il passare dei minuti si apre, lentamente.

È più scuro dell’annata precedente, prugna surmatura, susina nera e amarena. In bocca il corpo è pieno, denso, con un tannino potente e ancora da ammorbidire. Il finale è lungo e ricorda le prugne secche. Vino giovane, che comincerà a dare soddisfazioni tra uno o due anni.

Colleoni Doc 2016 “Alto della Poiana”, Le Driadi Slow Farm
Un anno e mezzo di barrique usate di varia provenienza per questo Merlot, in cui il vino base non segue ancora il procedimento di parcellizzazione del vigneto ma è lo stesso per entrambe le etichette.

Il naso è potente e diretto, balza fuori dal calice con toni dolci di caramello e confettura di ciliegie, prugna cotta, marasca sotto spirito, una spezia dolce che ricorda la cannella.

Il sorso è grosso, acidità giusta e tannino fitto, quasi polveroso, ma maturo. Un vino che deve trovare ancora il suo perfetto equilibrio. Il passaggio in legno emerge con note di cioccolato, caffè e una vena dolce di liquirizia. Note amaricanti sul finale.

Colleoni Doc 2018 “Alto della Poiana”, Le Driadi Slow Farm
Come per la variante a prevalenza acciaio, nel 2018 il vigneto è parcellizzato e vengono utilizzati solo i frutti dalle piante centrali, meno produttive e con maggiore concentrazione: la corretta gestione delle uve è ancora più evidente.

Si tratta inoltre di un’anteprima, le bottiglie sono etichettate sul momento e sono ancora a riposo. L’armonia organolettica è già molto buona, il vino si apre lentamente e sprigiona aromi di frutta fresca, torna la prugna ma in una veste elegante, che chiosa con sensazioni dolci di liquirizia e cannella e chiude con pizzichi di pepe nero.

Il corpo è bilanciato, il tannino è intenso ma integrato, l’acidità dona freschezza a un vino che mantiene una struttura importante, che si protrae a lungo con intensità. Pronto già per fine 2020, potrà stupire tra qualche anno.

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Sulle ali del Moscato di Scanzo con capitan De Toma

Ditegli di tutto. Tranne che è uno coi piedi per terra. Giacomo De Toma è la contraddizione fatta uomo. Fino a ieri capitano di Boeing su tratte internazionali. Oggi pilota privato, in giro soprattutto per l’Europa. Ma col cuore sempre tra le sue vigne di Moscato di Scanzo.

La destinazione più desiderata, quella che non scorre sui tabelloni aeroportuali, è Scanzorosciate. Il paesello che ospita la Docg più piccola d’Italia. Altro che New York, Hong Kong o Città del Capo. E come dargli torto.

Dalla casa-cantina disposta su tre piani nella frazione di Rosciate, tra filari decennali che sfidano la gravità ci si dimentica in un attimo di essere ad appena 6 chilometri dal centro della città di Bergamo. Un’oasi di pace e di silenzio. Dove crescono rigogliosi i grappoli di Moscato di Scanzo, trattati come figli da capitan De Toma e dalla moglie Stefania. Passione, professionalità, coraggio e dedizione contraddistinguono una cantina che, di anno in anno, raccoglie premi e riconoscimenti a livello internazionale.

Merito anche di un terroir unico, contraddistinto dalla presenza di una formazione calcareo-marnosa nota col nome di “Sasso della Luna”, che conferisce mineralità al calice fruttato di Moscato di Scanzo. Una terra arida, ciottolosa, con pendenze degne della “viticoltura eroica” italiana. Per le radici della vite significa naturale competizione idrica e altrettanto naturale controllo di una resa limitata per ceppo. Tradotto: poca quantità, tanta qualità.

“Un Comune, quello di Scanzorosciate, ben servito dalla rete viabilistica urbana che circonda la città di Bergamo – evidenzia Giacomo De Toma – ma che sembra appartenere a un’altra dimensione. Pare di essere in un piccolo angolo di Toscana, per la presenza di numerosi vigneti della Valcalepio, ma anche di ulivi ed uliveti”.

Chi si aspetta un Moscato tradizionale si sbaglia. Il Moscato di Scanzo è una varietà autoctona a bacca rossa, che dà vita a un vino passito (dunque dolce) eccezionale e unico nel suo genere.

“Mentre in casa si comincia ad accendere i caloriferi – sottolinea il viticoltore bergamasco – noi iniziamo la vendemmia tardiva del Moscato di Scanzo, nel mese di ottobre. Segue l’appassimento delle uve su graticci per almeno 35 giorni (ben oltre il disciplinare, ndr) e la vinificazione in vasche di cemento vetrificato, con inoculazione di lieviti selezionati”.

Ad assicurare le perfette condizioni per la fermentazione e la maturazione, una grotta comunicante con la stanza delle botti, scoperta in occasione di alcuni lavori di ristrutturazione della storica cantina. Uno spaccato perfetto del terreno dove affondano le radici le vigne.

La famiglia De Toma, giunta ormai alla quarta generazione (con la quinta già scalpitante ai box di partenza) possiede 2,5 dei 32 ettari vitati di Scanzorosciate e produce 4 delle 50 mila bottiglie da mezzo litro dell’intera Denominazione di origine controllata e garantita, su cui vigila un Consorzio a capo di 20 produttori.

Un vino dai numeri risicati, ma dalla storia antichissima. I primi cenni storici risalgono al 1300-1400. Notizie della fine del Settecento riguardano poi Giacomo Quarenghi, architetto bergamasco ai servigi della zarina Caterina II, abituato a portare in Russia il Moscato di Scanzo prodotto dalle sue vigne. Terreni che, proprio in quell’epoca, sono stati ereditati dalla famiglia De Toma, come prova lo storico atto notarile a firma dalla contessa vedova del Quarenghi. Si parla di questo straordinario vino anche in occasione delle battaglie tra Guelfi e Ghibellini, durante le quali si verificarono vere e proprie “razzie di carri di Moscatello di Scanzo”.

La svolta, per i De Toma, avviene negli anni Settanta. Il nonno di Giacomo acquista una superficie importante, che consente alla famiglia di passare dal consumo privato alla commercializzazione. E con Giacomo De Toma, lontano ormai da qualche anno dai cieli di mezzo mondo, la sterzata è definitiva. Il Moscato De Toma è sulla carta dei vini di prestigiosi ristoranti stellati italiani e internazionali.

E a Vinitaly lo stand della cantina è ormai preso dall’assalto da vip e intenditori che fanno a gara per aggiudicarsi i pochi posti alle degustazioni delle vecchie annate, praticamente introvabili e (giustamente) a peso d’oro: 2001, 2003, 2008, 2010. Verticali fino all’ultima vendemmia in commercio, la 2013, organizzate con Aspi Verona e il sommelier Fabrizio Franzoi.

In botte riposa la 2015, che già esprime tutte le sue potenzialità: un bouquet di grande eleganza al naso, su frutti di bosco, fragolina in primis, marasca e floreale di rosa. In bocca le medesime note fruttate, fini. L’acidità chiama un sorso dietro l’altro. E il retro olfattivo, lungo, ricorda di nuovo i piccoli frutti di bosco, impreziositi da una chiusura di rabarbaro.

UN BERGAMASCO IN FRANCIACORTA
Un vino per palati fini, insomma, il Moscato di Scanzo De Toma. Un passito da conservare per le grandi occasioni, o i momenti di festa. Oltre al vino, i De Toma offrono un panettone al Moscato di Scanzo e preziosi cioccolatini al Moscato e alla Grappa di Moscato di Scanzo.

“Un progetto – spiega Giacomo De Toma – cui ci siamo affacciati con lo stesso piglio, volto all’eccellenza. Il panettone è prodotto da una pasticceria di nostra fiducia attorno all’inizio del mese di dicembre, con ingredienti freschissimi e tecnica artigianale, tanto è vero che ha la scadenza di un mese. Per i cioccolatini ci siamo invece affidati a due professionisti assoluti come Cristian Beduschi e Claudio Bonezzi”. Ne è nato un bijoux ripieno di crema al passito bergamasco, ricoperta da una sfoglia sottilissima di cacao fondente all’80-85%. Roba da farfalle nello stomaco.

Ma è sulla vicina Franciacorta che Giacomo De Toma e famiglia hanno messo gli occhi, con un altro progetto all’insegna della qualità. “A fronte dell’insistenza di alcuni nostri clienti, che ci chiedevano di abbinare al Moscato di Scanzo una ‘bollicina’, due anni fa abbiamo deciso di acquistare 2 ettari di terreni tra Gussago e Provaglio d’Iseo, nel Bresciano, vitati a Chardonnay. Vigne di età compresa tra i 20 e i 25 anni, i cui frutti vengono lavorati in conto terzi da un’azienda del posto, che si occupa delle delicate fasi dell’imbottigliamento e affinamento del nostro Franciacorta Blanc de Blancs Extra Brut”.

Affinato sui lieviti per 32 mesi, è il frutto della collaborazione tra De Toma, il sommelier Aspi Fabrizio Franzoi – con cui è stata studiata la liqueur – e l’enotecnico freelance Andrea Gozzini. Un Franciacorta innovativo, più secco e minerale della media franciacortina. Perlage fine, naso di ananas, agrumi, mango maturo. Palato corrispondente, con bollicina non aggressiva, giocato all’insegna della delicatezza e della facilità di beva. Un Franciacorta a tutto pasto, di cui De Toma produce circa 5 mila appassionate bottiglie.

La produzione della bollicina si va ad affiancare a quella dei rossi tradizionali della cantina De Toma: il “quotidiano” Capriccio dell’Abate (12,5%) e il più complesso Cardinale, affinato in barrique (12,5%). Entrambi ottenuti dal blend tra uve Merlot (50%), Cabernet Sauvignon (30%) e Moscato di Scanzo (20%).

IL CONSORZIO
“Il Moscato di Scanzo – dichiara Paolo Russo (nella foto), presidente del Consorzio della Docg bergamasca – è un vino unico sotto diversi aspetti. E’ l’unico vino passito Docg ottenuto da uve di Moscato a Bacca rossa, nonché l’unica Docg della bergamasca e la quinta della Lombardia. Inoltre è l’unico vino orobico ottenuto da un vitigno autoctono e costituisce la più piccola Docg d’Italia, in quanto producibile solo nella zona collinare del Comune di Scanzorosciate”.

“Il Consorzio, nato nel 1993 – continua Russo – ha come obiettivo quello di preservare l’unicità di questo vino e raggruppare i tanti piccoli produttori per creare ‘massa critica’. Ad oggi, tra i 20 associati, il più piccolo produce 600 bottiglie e il più grande (tra i piccoli) arriva a 5 mila bottiglie”.

Chiare le idee sul mercato. “Al momento lo sbocco principale del Moscato di Scanzo è il domestico, ma abbiamo dei soci che sono arrivati ad esportare il 30% della produzione all’estero, principalmente negli Stati Uniti, ma anche in Svizzera, Svezia, Cina e Taiwan”.

“Un’occasione unica per conoscere sempre di più questo passito straordinario – evidenzia Paolo Russo – è partecipare alla Festa del Moscato di Scanzo, un evento pensato dal Consorzio e dall’associazione Strada del Moscato di Scanzo e dei sapori scanzesi ormai 12 anni fa, che oggi ha raggiunto rilevanza regionale, raggiungendo una media di 40 mila presenze”. L’edizione 2017 si terrà come di consueto prima della metà di settembre, a Scanzorosciate.

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Vino in promozione al supermercato: ecco perché

“Scusate la domanda un po’ da ‘ignorante’. C’è da fidarsi ad acquistare un Planeta Santa Cecilia scontato così tanto? Di solito lo vedo in qualche enoteca a 22 euro circa”. E’ la domanda apparsa su un noto social network nei giorni scorsi, all’interno di un gruppo di appassionati di vino e sommelier professionisti.

Ad accompagnarla, una fotografia dello scaffale di un supermercato che mostra il Nero D’Avola Doc Noto “Santa Cecilia” in promozione al 37%. Acquistabile, dunque, per soli 12,50 euro. Avete capito bene? L’enoappassionato chiede ai sommelier se può “fidarsi” (usa esattamente il verbo “fidare”) ad acquistare uno dei migliori Nero D’Avola di Sicilia a prezzo scontato in Gdo. Chiede insomma agli esperti di illuminarlo sulle oscure ragioni che potrebbero nascondersi dietro a quel prezzo, così stranamente al ribasso.

Facciamo qualche ipotesi: rischio di contaminazioni da mucca pazza, ebola, vaiolo? O – forse peggio – qualcuno può aver scoperto che quelle bottiglie di Santa Cecilia sanno di tappo, prima ancora di averle aperte? La verità è un’altra. Ecco perché abbiamo deciso di spiegarvi come, quando e perché potete trovare il vino in promozione nel vostro supermercato di fiducia.

SCONTI E PROMOZIONI: PERCHE’?
Le catene della Gdo (da Esselunga a Lidl, da Carrefour ad Auchan, passando per Conad, Iper la Grande I, Eurospin e Coop, per citarne qualcuno) acquistano ingenti quantitativi di merce sulla base di piani promozionali che, nella maggior parte dei casi, vengono stilati una volta all’anno dalle centrali di acquisto. Piani che servono a far quadrare margini di ricavo e bilanci al termine dell’anno fiscale.

Tali piani promozionali, spesso, vengono concordati con fornitori e distributori di beni – tra cui anche i produttori di vino – addirittura al momento della stipula dei contratti. Il buyer della Gdo cerca di abbassare il prezzo d’acquisto di un bene, promettendo la spinta promozionale del prodotto.

Ma ci sono anche altri due casi: l’insegna acquista merce e gestisce autonomamente il prezzo di vendita, senza ‘rendere conto’ al fornitore ; oppure gli garantisce un prezzo concordato, non inferiore a una certa soglia, per tutelarne l’immagine.

Gli acquisti di merce da parte delle centrali della Gdo si basano fondamentalmente sulla presunzione di vendita del bene. E, dunque, sul presunto successo – per rimanere in tema vino – della singola etichetta sugli scaffali del supermercato. Per questo, una delle possibili ragioni alla base degli sconti ‘shock’ è l’eccessivo stock di una determinata etichetta di vino nei magazzini della catena.

Lo stoccaggio di merce invenduta, come è facilmente immaginabile, comporta dei costi. Così, l’insegna preferisce ‘svendere’ un prodotto (garantendosi comunque un minimo di margine, riducendolo dal 30-45% originario) piuttosto che conservarlo nel ‘retrobottega’ senza il minimo profitto.

I prezzi sorprendenti del vino al supermercato possono essere inoltre giustificati dall’immissione in commercio, da parte dei fornitori, di nuove annate. Per intenderci, la stessa operazione a cui assistiamo quando una casa automobilistica ‘svende’ un modello di auto, dopo aver annunciato la produzione del successivo.

In concomitanza con la presentazione ufficiale delle nuove vendemmie da parte delle aziende vitivinicole aderenti ai consorzi delle Doc e delle Docg italiane (ma il discorso vale anche per le Igt), le rimanenze della precedente annata vengono poste in promozione dalle insegne dei supermercati, costrette ad operare al ritmo forsennato del consumatore moderno, sempre più consapevole e informato (ricordate, a tal proposito, il caso del Novello della Valcalepio in promozione a 90 centesimi nei supermercati Il Gigante?). Tutto ciò, ovviamente, non incide sulla qualità della bottiglia, a meno che non si tratti di vini da bere giovani o giovanissimi.

PRODOTTI “FUORI ASSORTIMENTO”
Il prezzo del Nero D’Avola Doc Santa Cecilia Planeta può essere spiegato, infine, da un’ultima ragione. L’offerta risulta valida – come evidenzia l’etichetta prezzo – fino al 31/12/2016: la catena della Gdo si concede insomma tre mesi di tempo per terminare le scorte a magazzino.

Tale vino, dunque, rimarrà scontato per un periodo che va oltre la scadenza del volantino. Molto probabilmente, il buyer, tenendo conto delle scarse rotazioni (vendite) del vino in questione, ha deciso di eliminarlo dall’assortimento, a partire dal 2017. Provando dunque a terminare le rimanenze spingendo le vendite con il 37% di sconto.

Così facendo, la catena guadagna comunque: senza compromettere in alcun modo la salute del consumatore, libera uno spazio a scaffale che destinerà a un nuovo prodotto – magari della stessa casa produttrice? – su cui intende puntare dal nuovo anno. In sintesi? Niente paura, fidatevi degli sconti. Soprattutto se il prezzo pieno del vino supera i 7-8 euro: da questa soglia – ve lo assicuriamo noi di #vinialsuper – si può bere bene. Anche al supermercato.

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Moscato di Scanzo: grandine cancella la vendemmia 2016

Il maltempo gonfia i livelli del Po. Secondo un monitoraggio di Coldiretti Lombardia, al Ponte della Becca il fiume è salito di 70 centimetri in dodici ore e la tendenza è ancora al rialzo. Intanto nella Bergamasca, colpita anche l’altro giorno dalla gradine, i danni causati dalle ultime tempeste sfiorano – secondo le stime della Coldiretti provinciale – i 4 milioni di euro. Da metà maggio a oggi – spiega Coldiretti Lombardia – c’è stata, in media, una bufera di ghiaccio ogni 4 giorni e il mese scorso sono caduti oltre 106 millimetri di acqua contro i poco meno di 38 millimetri di aprile. Intanto l’altro giorno, a Scanzorosciate, in provincia di Bergamo, un vento fortissimo accompagnato da una violenta grandinata ha colpito le pregiate vigne del Moscato di Scanzo.

LA TESTIMONIANZA
“E’ successo tutto molto rapidamente – evidenzia Manuele Biava, imprenditore agricolo – è stato come un uragano. Il vento soffiava così forte che ha addirittura scardinato una porta finestra della mia abitazione. Le raffiche erano talmente violente che diversi alberi attorno al vigneto sono caduti e hanno travolto le viti (nella foto) e tranciato i fili su cui si appoggiavano. La grandine era così intensa che ha triturato tutte le foglie e il vigneto oggi  si presenta come se fossimo in autunno. Sicuramente perderò la produzione di quest’anno e anche quella del prossimo è a rischio”. Nell’area di Bottanuco, sempre nella Bergamasca, i campi sono stati completamente allagati dalle precipitazioni intense mentre il forte vento ha allettato orzo e triticale che ora, sommersi dall’acqua, stanno marcendo e non potranno più essere utilizzati per l’alimentazione del bestiame. La grandinata che si è abbattuta nella zona di Stezzano ha divelto le strutture delle serre di ortaggi e ne ha bucato le coperture rendendole inservibili. Sono state rovinate anche le verdure coltivate sotto i tunnel. Alla Coldiretti sono arrivate molte segnalazioni di danni anche dalla zona di Treviglio e di Arcene colpite da bombe d’acqua e forti grandinate, mentre in Val Brembana è stato perso un intero taglio di fieno.

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Bergamo, vigneti devastati dalla grandine in Valcalepio (foto gallery)

Colpiti i vigneti in Valcalepio, distrutti i frutteti a Valbrembo. E’ più simile a un bollettino di guerra che a una stima dei danni il monitoraggio che Coldiretti Lombardia e Coldiretti Bergamo stanno effettuando dopo la tempesta di acqua, ghiaccio e vento che ha colpito la provincia di Bergamo. “La grandinata di ieri aveva una tale intensità che ha distrutto l’intero raccolto del frutteto che ho a Valbrembo – spiega con amarezza Matteo Locatelli dell’azienda frutticola Sant’Anna – le ciliegie e le pesche già presenti sugli alberi sono praticamente da buttare. Un raccolto perso. I chicchi di ghiaccio hanno colpito con violenza anche le gemme e i rami quindi avrò sicuramente dei problemi anche con la produzione del prossimo anno. Sono  stati danneggiati anche i frutteti che si trovano in zona Astino, alle porte di Bergamo; non so se riuscirò a salvare qualcosa”. Il nubifragio ha coinvolto in modo grave anche la Valcavallina. “La grandinata ha colpito il nostro territorio come una furia – spiega Angelo Casali, agricoltore di Berzo San Fermo – i vigneti attorno all’abitato sono stati distrutti con danni che vanno dal 90 al 100%. Un disastro. Non si contano gli alberi sradicati e gli smottamenti tra i filari. Alcune aziende agricole sono state allagate e l’acqua ha compromesso fieno e macchinari”. Nella zona di Berzo San Fermo – spiega la Coldiretti provinciale – sono esondati il Bescasolo, il San Fermo, il Seresina e altri corsi d’acqua. A cause di frane e smottamenti alcune frazioni sono isolate. Quattro aziende agricole non si sono ancora potute raggiungere. Oltre agli agricoltori sono impegnati anche la Protezione Civile e la Forestale. La situazione è grave anche a Foresto Sparso, dove le coltivazioni sono state coperte da una colte di ghiaccio dovuta dall’abbondante grandinata e l’acqua esondata dal torrente Cherio ha invaso strade e campi. A Chiuduno, spiega la Coldiretti, le serre sono state invase dall’acqua che ha completamente sommerso le colture in atto. Gravi danni si rilevano anche alle colture di zucchine e piselli a Seriate. Le segnalazioni di danni ci stanno arrivando da ieri sera e sono continuate senza sosta  anche questa mattina – sottolinea Coldiretti Bergamo – conseguenze gravi anche nelle nostre migliori zone per la produzione del Valcalepio. Negli ultimi dieci anni il maltempo ha causato danni per 14 miliardi di euro all’agricoltura italiana.

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