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Captain Piave: il Supereroe che difende il formaggio Piave Dop

In occasione dell’ultima edizione di Anuga, la fiera internazionale leader di settore che da 100 anni detta i trend del food&wine a livello mondiale, il Consorzio per la Tutela Formaggio Piave DOP, al fianco di Agriform, ha lanciato in anteprima mondiale il suo nuovo e rivoluzionario progetto dedicato ai bambini: Captain Piave.

Il Supereroe – nell’ambito della campagna Nice to Eat-EU co-finanziata dell’Unione Europea – è protagonista di un’animazione 3D Full HD che difende il formaggio delle Dolomiti bellunesi e tutte le produzioni a marchio di tutela DOP da abusi e contraffazioni.

La presentazione ad Anuga precede una massiccia campagna di comunicazione che vedrà Captain Piave protagonista a novembre in 50 sale del circuito UCI Cinema.

Quale modo migliore per parlare ai bambini in età scolastica – uno dei più importanti target di progetto Nice to Eat-EU – se non quello di utilizzare un linguaggio divertente e a loro comprensibile, nel tentativo di infondere nei giovani consumatori di domani la consapevolezza e il riconoscimento dei marchi di qualità europei sul piano della sicurezza degli alimenti, della tracciabilità, dell’autenticità e degli aspetti nutrizionali e sanitari.

Una missione avvincente quella di Captain Piave, impegnato a contrastare il perfido piano di Dr Fake, scienziato che tenta senza sosta di riprodurre squallide copie del Piave DOP, tenendo in ostaggio la povera Mucca Bruna per carpirne i segreti, imprigionata in un freddo e cupo laboratorio di città e lontana dai suoi amati pascoli delle Dolomiti bellunesi.

Inutile ogni tentativo di Dr Fake di nutrirla con “le farine più raffinate e le migliori tisane rilassanti”. Sì perché il Piave DOP deve il suo prestigio a un insieme di fattori non riproducibili al di fuori dell’area delle Dolomiti bellunesi, un mix che ha permesso al Piave DOP di ottenere i più prestigiosi riconoscimenti del comparto a livello mondiale.

Premi come i “TOP 50 foods” dei Great Taste Awards 2016, il Crystal Award 2018 per essere l’unico formaggio italiano ad ottenere la massima valutazione per tre anni consecutivi ai Superior Taste Awards, o, ancora, la Medaglia d’oro come “Miglior formaggio Europeo a pasta dura” ai Global Cheese Awards 2018.

Un prodotto unico e inimitabile, dunque, per quanto si sforzi Dr Fake: per ottenere questi strabilianti risultati, il formaggio Piave si arma di tradizione ed esperienza unite al territorio e all’antico “saper fare” dei casari locali, oggi raccolto in un Disciplinare di produzione.

Regole fondamentali, che prevedono l’utilizzo di latte vaccino prodotto per almeno l’80% da capi selezionati delle razze Bruna Italiana (che dà appunto il nome allo sfortunato personaggio del trio animato), Pezzata Rossa Italiana e Frisona Italiana, allevati esclusivamente nella Provincia di Belluno e nutriti con tipico foraggio di prato polifita che è proprio responsabile della struttura aromatica al formaggio.

Riuscirà quindi Captain Piave a riportare Bruna ai suoi verdi pascoli e a tutelare il formaggio Piave e i consumatori dai continui tentativi di contraffazione di Dr Fake?

Lo scopriremo nel 2020! Un “to be continued” che verrà ideato proprio dai bambini a cui il progetto è destinato, attraverso un concorso organizzato da Nice to Eat-EU e rivolto agli studenti delle scuole primarie che saranno chiamati a proporre uno storyboard del seguito delle avventure del supereroe.

Il video integrale delle avventure di Captain Piave è da oggi disponibile nel sito ufficiale del progetto www.nicetoeat.eu, in italiano ed inglese, oltre che sul canale Youtube della campagna. in difesa dei regimi di qualità dell’UE.

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Il Chianti Docg cambia il disciplinare

FIRENZE – Un cambiamento importante, che permetterà alle aziende di adeguarsi alle normative europee e produrre vini di alta qualità e allo stesso tempo in grado di venire maggiormente incontro ai gusti dei mercati stranieri, soprattutto statunitensi, sudamericani e orientali. E’ l’obiettivo della modifica sulle caratteristiche al consumo del disciplinare del Vino Chianti Docg pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale dell’8 agosto 2019 e diventata quindi realtà in ambito nazionale.

La modifica interessa il residuo zuccherino massimo e arriva dopo un lungo lavoro di istruttoria che ha visto in prima fila il Consorzio Vino Chianti come portavoce delle aziende toscane e della loro necessità di allinearsi alle normative europee. Un processo di riqualificazione e riposizionamento sui mercati internazionali che segue la tendenza manifestata già da altre denominazioni in Europa.

“Dopo lungo lavoro che ci ha visti impegnati per tanto tempo, il Ministero ha approvato la richiesta di modifica del disciplinare – ha dichiarato il presidente del Consorzio Vino Chianti, Giovanni Busi – Un processo di adeguamento alle normative europee che garantisce maggiore competitività e una maggiore capacità del vino Chianti docg di allinearsi ai gusti dei consumatori che inevitabilmente si modificano nel tempo.”

“Ciò permetterà alle aziende interessate – Prosegue Busi – di poter presentare dei vini secchi, sempre di altissima qualità ma più graditi al palato dai mercati prevalentemente orientali e americani. Un passaggio atteso da tante aziende che, se vorranno, potranno adeguarsi a questi nuovi standards. Ci aspettiamo dunque un aumento delle vendite su mercati esteri, che già presentano grandi potenzialità e su cui ci sono più ampi margini di sviluppo”

Il Consorzio ha già inviato una circolare a tutte le aziende con i dettagli delle modifiche e i riferimenti legislativi completi. Da un punto di vista tecnico, l’allineamento del valore del residuo massimo zuccherino ai parametri comunitari previsti per i vini secchi consentirà di avere un parametro massimo pari a 4 g/l, oppure entro 9 g/l purché il tenore di acidità totale, espresso in grammi di acido tartarico per litro, non sia inferiore di oltre 2 grammi al tenore di zucchero residuo.

Al momento la modifica è introdotta solo a livello nazionale, a partire dalla campagna vendemmiale 2019/2020 e per i vini atti a diventare DopChianti” provenienti dalle campagne 2018/2019 e precedenti, a patto che siano in possesso dei requisiti stabiliti nel disciplinare consolidato. Prima di essere applicabile nel territorio dell’Unione europea e nei Paesi terzi, la modifica al disciplinare dovrà essere pubblicata sulla Gazzetta dell’Unione Europea.

La pubblicazione è prevista entro tre mesi dalla data di trasmissione della domanda da parte del Ministero alla Commissione Europea avvenuta lo scorso 25 luglio 2019. Quindi, solo dopo tale passaggio, i vini Chianti Docg con il nuovo limite del residuo zuccherino massimo potranno liberamente circolare anche al di fuori dell’Italia.

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Vino, Pac e tutela del consumatore al centro del convegno UIV di Grosseto

GROSSETO –  Si è tenuto venerdì 12 Luglio il convegno”La riforma della PAC e il futuro del vino italiano: aggiornamento normativo e prospettive”

Organizzato da Unione Italiana Vini ha visto la partecipazione di Federico Terenzi, Presidente AGIVI (Associazione Giovani Produttori Vinicoli Italiani), dei Presidenti dei Consorzi di Maremma, Montecucco e Morellino e dell’ICQRF – Ispettorato centrale repressione frodi del Mipaaft.

Obiettivo di Uiv è fornire competenze e strumenti innovativi alle aziende per rispondere in maniera efficace alla complessità  dell’internazionalizzazione e della sostenibilità ambientale. Per farlo continua le collaborazioni con i Consorzi delle denominazioni che rappresentano le principali aree vitivinicole del Paese e lo fa mettendo sul tavolo temi caldi al settore, continuando a lavorare con le istituzioni, in particolare con il Ministero delle politiche agricole alimentari, forestali e del turismo, per rendere il sistema vitivinicolo italiano sempre più trasparente, sostenibile e all’avanguardia.

Al centro del dibattito, che aveva come obiettivo quello di fotografare le novità di una delle aree più dinamiche della Toscana, territorio in grado di promuovere sinergia tra le varie denominazioni, vi sono stati: lo stato di salute delle denominazioni coinvolte e le relative strategie produttive e di commercializzazione; la nuova normativa in materia di controlli dei Vini a DOP e IGP, a cura dell’ICQRF, e la di nuovo attualissima riforma della Pac e il suo impatto sul settore vitivinicolo.

Con il nuovo Parlamento Europeo e la nuova Commissione Agricoltura, della quale sono appena
stati nominati il Presidente e i Vicepresidenti – ha commentat0 Paolo Castelletti, Segretario Generale di
Unione Italiana Vini – il tema PAC è tornato di grandissima attualità e la discussione dovrà riprendere a partire da settembre. È quindi ottimo il momento per riflettere sulle proposte in campo, su come saremo in grado di rispondere alle grandi sfide del futuro in tema di sostenibilità economica, sociale e ambientale e di tutela del consumatore. Particolare importanza riveste in questo scenario il budget che sarà attribuito all’OCM fino al 2027 e come questo dovrà essere impegnato per orientare il nostro settore alla competitività, alla tutela del consumatore e alle risposte ai cambiamenti climatici. L’Unione Europea oggi chiede questo ed è importante capire quali risultati potrà ottenere il vino italiano, su una partita che non si chiuderà, probabilmente, prima del 2021”.

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Hogan, Salvini, Centinaio, Casellati e Zaia inaugurano la 53ma edizione del Vinitaly

 VERONA“Vinitaly è una fantastica celebrazione della qualità e della biodiversità del patrimonio culturale e vitivinicolo, che si rispecchia nel fatto che l’Italia ha più di 600 indicazioni geografiche, il numero più alto in Europa. Compito dell’Unione europea è tutelarle”.

Così il commissario europeo all’Agricoltura, Phil Hogan, ha riconosciuto il valore di Vinitaly come strumento di divulgazione e promozione del vino italiano, intervenendo questa mattina alla cerimonia inaugurale della 53ª edizione di Vinitaly, dopo il focus di Denis Pantini, responsabile di Nomisma Wine Monitor, sui numeri e le tendenze del mercato italiano e il talk show «Futuro del vino, il Vinitaly del futuro», moderato da Bruno Vespa, con la partecipazione di Giovanni Mantovani direttore generale di Veronafiere, Carlo Ferro presidente di ICE, Angelo Gaja patron della omonima cantina, Matilde Poggi dell’azienda agricola Le Fraghe e Riccardo Cotarella, produttore di vino e presidente mondiale degli enologi.

“L’Unione europea esporta oltre 20 miliardi di euro di vino, dei quali oltre 6 miliardi vengono dall’Italia – ha proseguito Hogan -. Sono convinto che i viticoltori avranno ancora più successo nei prossimi anni. Come Unione europea stiamo lavorando per costruire rapporti commerciali in tutto il mondo e la diplomazia economica sta dando grandi risultati, dall’Asia ai nuovi mercati emergenti come l’Australia”.

IL POTERE DEL VINITALY
“Anche quest’anno Vinitaly si apre al mondo del business, con una rassegna forte di oltre 100mila metri quadrati netti, 4.600 espositori, con buyer esteri rappresentati provenienti da 143 paesi –ha commentato il presidente di Veronafiere, Maurizio Danese -. Dalla trasformazione in Società per azioni di Veronafiere, abbiamo accelerato sempre di più per fare di Vinitaly il centro di una struttura aggregativa di promozione che parli ai buyer esteri come voce unitaria dell’eccellenza vitivinicola italiana. Siamo un attore privato, ma mettiamo a disposizione le nostre risorse e il nostro know-how per operazioni di sistema e lo facciamo perché siamo convinti che questa sia la strada giusta per mantenere ed incrementare gli straordinari risultati ottenuti dal vigneto Italia in questi ultimi venti anni”.

Risultati che sono frutto, per la presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati, “di una forte capacità di sinergia della manifestazione con le istituzioni nazionali e locali, con una virtuosa e intelligente diversificazione per gli operatori professionali e gli appassionati in una città e una elevata capacità di conquistare nuovi mercati e contemporaneamente il cuore dei visitatori”.

Un’attività che, ha ribadito, “non si esaurisce con la fine della manifestazione fieristica, ma che continua durante tutto l’anno in cinque continenti”.

La forza di Vinitaly si declina anche come motore propulsivo per l’economia e lo sviluppo della città. Lo ha ricordato il sindaco di Verona, Federico Sboarina, che annuncia un grande piano di “rigenerazione di tutta l’area circostante alla fiera, dove stiamo recuperando un milione di metri quadrati, con investimenti per rendere la città sempre più attraente e internazionale sia per il turismo che per il business”.

VINO E INFRASTRUTTURE: L’ATTENZIONE DEL GOVERNO
Sulle infrastrutture è intervenuto il ministro degli Interni Matteo Salvini, che ha annunciato lo sblocco della Tav sull’asse Brescia-Verona-Vicenza-Padova. “Il vino, come le persone, ha bisogno di spostarsi e se non si muove l’alta velocità, noi il vino lo teniamo in cantina”, afferma Salvini, ribadendo l’attenzione del Governo verso le piccole e medie imprese, che rappresentano il 94% del tessuto economico e imprenditoriale italiano, e promettendo misure specifiche a sostegno.

Dello stesso parere anche il presidente della Provincia di Verona, Manuel Scalzotto, riconoscendo che “il vino è parte integrante dell’economia e del territorio veronese”.

Un’altra missione annunciata dal Governo riguarda lo snellimento della burocrazia, come assicurato dal ministro delle Politiche agricole, Gian Marco Centinaio. “L’obiettivo che abbiamo come ministero è quello di promuovere il brand Vinitaly, che è fra i più conosciuti al mondo e che ci permette di comunicare il valore dei nostri territori del vino, che esprimono 523 diverse identità enologiche tra Dop e Igp”.

Sul fronte europeo, il ministro in merito alla Politica agricola comune si è dichiarato soddisfatto per aver mantenuto i finanziamenti legati all’Organizzazione comune di mercato (Ocm) vino, aspetto che alla vigilia non era così scontato e che assegna all’Italia le maggiori risorse finanziarie.

Dal palco della 53ª edizione di Vinitaly, il ministro Centinaio ha rassicurato i produttori sulle prossime disposizioni normative a vantaggio del mondo vitivinicolo: “Stiamo lavorando alla stesura di un decreto che tuteli i vigneti eroici e storici e sul riconoscimento delle zone del Prosecco di Conegliano e Valdobbiadene come patrimonio dell’Unesco”.

Un messaggio di risposta al presidente della Regione Veneto, Luca Zaia, che aveva appunto sollevato il tema. “La forza della manifestazione – ha detto Zaia – arriva anche dal territorio. Il Veneto che partecipa al Vinitaly dei record è un record a sé. Siamo i primi produttori d’Italia con 16,5 milioni di quintali di uva e 13,5 milioni di ettolitri, con un 1,6 miliardi di export e 53 denominazioni presenti. Il futuro del vino è l’eco-sostenibilità, certificazione ambientale del prodotto, del vigneto e dell’intero processo di produzione”.

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Vino italiano: Giappone più vicino con accordo di libero scambio

BRUXELLES – L’Accordo di Libero Scambio tra Ue e Giappone è realtà. L’approvazione è avvenuta a larga maggioranza (474 favorevoli su 670 presenti) durante l’Assemblea Plenaria del Parlamento Europeo di questa mattina.

“Si tratta del più grande trattato mai negoziato dall’Ue, che creerà una zona di libero scambio dall’indotto quantificabile in 600 milioni di persone”, sottolinea Unione Italiana Vini nell’accogliere con favore la ratifica.

Un negoziato durato anni, che vedeva tra le altre richieste del Giappone quella di ridurre la dimensione standard delle bottiglie, da 750 a 720 ml, per uniformarsi a quelle utilizzate nel Paese orientale.

“Un’intesa – evidenzia Uiv – che rappresenta un messaggio costruttivo contro la tendenza al modus operandi politico basato sull’unilateralismo e al protezionismo di questo particolare momento storico”.

Nel corso delle trattative, Unione Italiana Vini ha lavorato a stretto contatto con le Istituzioni comunitarie. “Questa approvazione – sottolineano i vertici –  è dunque un risultato che gratifica appieno Unione Italiana Vini per l’impegno e gli sforzi profusi sin dal 2013, al fianco del Comité Européen des Entreprises Vins, per tutelare le imprese che guardano con interesse i mercati extra-UE ed in particolare quello giapponese, un bacino florido ed in crescita”.

I DETTAGLI
Sempre secondo Uiv, l’accordo permetterà all’Europa di colmare il gap competitivo con gli altri esportatori extra-UE (come Australia e Cile) e si dimostrerà un volano indispensabile per l’intero comparto, portando benefici concreti per le imprese europee.

Tra questi l’abbattimento immediato dei dazi doganali, con risparmi per oltre 112 milioni di euro annui a livello UE; l’autorizzazione a pratiche enologiche fino ad oggi non riconosciute dalla normativa giapponese; la salvaguardia delle indicazioni geografiche, con 100 vini a DOP/IGP europei che avranno lo stesso livello di protezione previsto dalla normativa europea.

Il trattato consente inoltre l’eliminazione di tutti i costi associati alla registrazione delle IG italiane in Giappone per facilitarne la protezione. “Questi risultati – conclude Uiv – soddisfano appieno le richieste che il settore aveva avanzato sin dalle prime battute dei negoziati e rappresentano un traguardo estremamente significativo per il vino”.

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Dazi sul vino in Sudamerica: lettera Uiv ai Commissari europei

In vista dell’imminente e decisivo ciclo di negoziati dell’accordo di libero scambio Unione Europea – Mercosur, che avrà luogo dal 4 all’8 giugno 2018, Ernesto Abbona, presidente di Unione Italiana Vini, ha indirizzato una lettera ai Commissari Europei al Commercio Malmstrom e all’Agricoltura Hogan, al fine di reiterare alcune strategiche priorità per il settore vitivinicolo italiano.

Affari che riguardano il Mercado Común del Sur, ovvero il mercato comune dell’America meridionale. Ne fanno parte in qualità di Stati membri: Argentina, Brasile, Paraguay, Uruguay e Venezuela. Ruolo chiave, tra l’altro, quello del Paese carioca, dove si appresta a sbarcare Vinitaly, con Wine South America.

“Il Mercosur – spiega Ernesto Abbona – rappresenta una priorità per le aziende vinicole italiane, in particolare il Brasile, uno dei mercati cosiddetti ‘emergenti’ più dinamico e promettente in chiave di potenziale aumento di consumi pro capite di vino”.

“In questa fase strategica dei negoziati UE-Mercosur riteniamo indispensabile che, mediante l’approvazione dell’accordo, l’Unione Europea risolva alcune questioni prioritarie per il settore del vitivinicolo, peraltro già rappresentate ai servizi della Commissione Europea dal Comité Vins, alla quale Uiv aderisce”.

Le richieste sono ferme. “Chiediamo in particolare un’eliminazione completa dei dazi sul vino – evidenzia Abbona – fin dall’entrata in vigore del trattato, dando priorità ai vini maggiormente esportati nei Paesi Mercosur, i vini imbottigliati e vini spumanti, che attualmente rappresentano oltre il 90%, in volume e in valore, dei vini importati dal Brasile”.

“Dagli sviluppi degli ultimi cicli di negoziati – continua Abbona – abbiamo appreso che le proposte di concessioni in materia tariffaria per il settore del vino sono estremamente penalizzanti, in quanto il Mercosur propone un’eliminazione delle barriere tariffarie dopo 15 anni dall’entrata in vigore dell’accordo”.

Una proposta che Abbona definisce “inaccettabile”. “Il vino italiano – spiega il presidente Uiv – non trarrebbe alcun beneficio a breve e medio termine dalla conclusione dell’accordo e i vini argentini e cileni continuerebbero a rafforzare le loro quote di mercato in Brasile”.

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Dop e Igp, oriGIn soddisfatta dalle mosse di Bruxelles

BRUXELLES – “Dopo diversi mesi di discussioni e scambi, siamo lieti di vedere la Commissione europea che stabilisce un percorso chiaro per il futuro delle Dop e Igp nell’Unione europea”.

Lo ha detto ieri Claude Vermot-Desroches (nella foto) presidente del Comité Interprofessionel du Comté e di oriGIn in occasione della presentazione da parte della Commissione europea delle proposte legislative relative alle Denominazioni di origine protetta (Dop) e alle indicazioni geografiche protette ( Igp) nei settori del vino e dei prodotti agricoli.

OriGIn è un’organizzazione europea che raccoglie 300 Indicazioni geografiche, per un fatturato alla produzione di 30 miliardi di euro.

Ne fanno parte l’Aicig, Associazione dei Consorzi di tutela, che rappresenta circa il 95% delle produzioni italiane ad Indicazione Geografica e organismi come il Consorzio Tutela Formaggio Asiago.

“Abbiamo espresso il nostro sostegno alle norme che chiariscono e, ove possibile, rafforzano la protezione delle indicazioni – ha aggiunto Vermot-Desroches – nonché la semplificazione delle procedure. Vediamo alcuni di questi elementi riflessi nelle proposte presentate oggi, come la protezione nei confronti delle merci in transito nell’Ue e le merci vendute online, e li accogliamo con favore”.

“Apprezziamo – ha proseguito – anche l’enfasi data dalla Commissione europea sull’agricoltura sostenibile, a cui Dop e Igp possono dare un enorme contributo. Tuttavia, esaminando il quadro generale della Pac, vorrei cogliere l’occasione per ribadire il nostro sostegno a un approccio veramente europeo alle questioni agricole e esprimere preoccupazione per il nuovo modello di attuazione proposto dalla Commissione”.

“OriGIn EU studierà in dettaglio le proposte presentate – interviene Massimo Vittori (nella foto) amministratore delegato di oriGIn – e lavorerà pragmaticamente con le istituzioni europee per migliorarle ulteriormente. In particolare, seguendo gli elementi interessanti del commercio elettronico, riteniamo che vi sia spazio per migliorare la protezione Dop e Igp sul sistema dei nomi di dominio Internet”.

Secondo Vittori, “a tale riguardo è fondamentale rafforzare sia le norme europee che quelle internazionali, per contrastare il fenomeno crescente dei domini di secondo livello di Internet registrati da terzi in conflitto con Dop e Igp, come dimostra il recente caso riguardante rioja.com”.

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Agricoltura biologica: nuove regole dall’UE

Il Parlamento europeo ha approvato oggi in seduta plenaria il nuovo regolamento europeo sull’agricoltura biologica, che dal 2021 sostituirà l’attuale quadro normativo, che risale al 2007 e che aveva aggiornato il primo regolamento sull’argomento, che risale al 1991.

Il testo è il frutto di quasi quattro anni di negoziati tra Parlamento, Commissione Europea e Consiglio, che son stati più volte sul punto di saltare per l’irrigidimento dell’una o dell’altra posizione.

“Il Parlamento ha ratificato il testo su cui s’era raggiunto l’accordo di massima tra le tre istituzioni nel novembre scorso” – commenta il Presidente di FederBio Paolo Carnemolla “nonostante un giudizio che nel complesso confermiamo negativo, già allora avevamo riconosciuto lo sforzo compiuto dalle diverse parti in causa per migliorare il testo iniziale della Commissione”.

“Sono state tenute in considerazione alcune delle richieste dei produttori biologici, tra queste la possibilità della certificazione di gruppo per le piccole aziende agricole riunite in cooperative e organizzazioni locali, strumenti per garantire un quadro di controllo e di garanzie anche sui prodotti importati dai Paesi extra europei. Lo sviluppo del settore biologico deve ora diventare una priorità delle politiche europee e nazionali, a partire dalle programmazioni regionali dei Piani di sviluppo rurale agli acquisti verdi della pubblica amministrazione”.

LE NOVITA’
Il nocciolo duro del Regolamento non cambia: nelle aziende biologiche si continuerà a non utilizzare fertilizzanti, diserbanti, pesticidi e altre sostanze di sintesi, continuerà la rigorosa esclusione degli OGM e della clonazione dal processo di produzione.

Rimangono le strette norme in materia di allevamento per garantire il massimo benessere degli animali, nella trasformazione dei prodotti non si ricorrerà a coloranti, conservanti, esaltatori di sapidità ed altri additivi discussi o inutili.

Il nuovo testo conferma inoltre la considerazione sulla produzione biologica, che definisce “un sistema globale di gestione dell’azienda agricola e di produzione alimentare basato sull’interazione tra le migliori prassi in materia di ambiente ed azione per il clima, un alto livello di biodiversità, la salvaguardia delle risorse naturali e l’applicazione di criteri rigorosi in materia di benessere degli animali e norme rigorose di produzione confacenti alle preferenze di un numero crescente di consumatori per prodotti ottenuti con sostanze e procedimenti naturali”.

Viene inoltre confermato il riconoscimento che “la produzione biologica esplica una duplice funzione sociale, provvedendo, da un lato, a un mercato specifico che risponde alla domanda di prodotti biologici da parte dei consumatori e, dall’altro, fornendo al pubblico beni che contribuiscono alla tutela dell’ambiente, al benessere degli animali e allo sviluppo rurale”.

“Da oggi al 2021, anno della completa applicazione – conclude Carnemolla – le istituzioni europee e l’intero movimento biologico son chiamati a un forte impegno per la predisposizione degli atti di esecuzione e di quelli delegati, affinché il regolamento si possa applicare al lavoro quotidiano di tutte le componenti della filiera di produzione biologica: dai produttori di sementi agli agricoltori, dalle imprese di trasformazione agli operatori della distribuzione, dagli organismi di certificazione agli organi di vigilanza che sovraintendono al sistema di controllo”.

IL BIO IN EUROPA
La crescita della produzione biologica in Europa è un caso di successo: basta pensare che già nel 2016 in Europa c’erano 13 milioni e mezzo di ettari a coltivazione biologica (più dell’intera superficie agricola italiana), per un peso del 6.7% del totale, che diventa del 21,9% in Austria, del 18% in Svezia e del 14,5% in Italia; in altri 4 Paesi la superficie supera il 10% del totale nazionale.

Sono già 370mila gli agricoltori che hanno deciso di produrre in modo sostenibile e rinunciare alle sostanze chimiche di sintesi, e continuano ad aumentare col ricambio generazionale: nel 2016 in Italia il loro numero è aumentato del 20.3%.

“Il potenziale di crescita è ancora enorme – evidenzia Federbio – e può innescare una trasformazione profonda dell’agricoltura, dell’alimentazione e dell’intera economia, con benefici alla società, ai produttori e all’ambiente”.

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Export vini italiani nel 2017: crescita moderata

“I dati dell’export 2017 ci consegnano un anno positivo ma non brillante. Va sottolineata la determinazione dei nostri imprenditori che, nonostante la crescente ondata protezionistica dei mercati e le grandi difficoltà di gestione dei fondi Ocm promozione, archiviano un altro anno di crescita delle esportazioni, anche nei volumi.

Sfioriamo ma non superiamo la soglia psicologica dei 6 miliardi di euro, cresciamo meno della Francia e rimaniamo fragili davanti alle turbolenze commerciali provocate dalla geopolitica, perché siamo ancorati ai due mercati storici del nostro export, Usa e UK.  Con 2,2 miliardi di euro registrati nel 2017, questi due Paesi costituiscono infatti il 40% del valore del nostro export di vini fermi e spumanti, contro quote del 31% per la Francia e del 26% per la Spagna o del 20% per la Germania e quindi siamo in assoluto il Paese più esposto nel caso di ritorsioni sull’agroalimentare e di scenario Hard Brexit. Per questo motivo auspichiamo una risoluzione pacifica delle controversie sul fronte americano e un’opzione di uscita morbida della Gran Bretagna”.

Con queste parole Ernesto Abbona, Presidente di Unione Italiana Vini, commenta i dati sull’export 2017, elaborati da Ismea, prezioso partner di Osservatorio del Vino, sulla base di dati Istat, che disegnano un 2017 complessivamente in buona salute, ma che ancora paga l’agitazione commerciale dovuta all’instabilità politica.

EXPORT 2017: I DATI
Lo scorso anno, infatti, sono stati esportati 21,4 milioni di ettolitri di vini e mosti, con un aumento del 4% sullo stesso periodo dell’anno precedente, consolidando un trend in atto già dalla fine del 2016. Il valore ha sfiorato i 6 miliardi di euro con un incremento più che proporzionale (+6,4%) rispetto ai volumi, a dimostrazione che anche il valore medio dei prodotti italiani consegnati oltre frontiera si è mosso su terreno positivo.

Le performance migliori si sono avute fuori dai confini comunitari: nei Paesi terzi (che nel 2017 rappresentano il 34% delle esportazioni in quantità e il 49% dei relativi introiti), è stato infatti  registrato un + 8% rispetto al 2016 con introiti in crescita del 9%, mentre all’interno della Ue si è registrato +1% a volume e +4% in valore. Nel complesso, la progressione nel 2017 c’è stata, ma nonostante questo gli operatori non si dicono pienamente soddisfatti, auspicando una maggior accelerazione delle esportazioni e soprattutto un aumento della quota di mercato su alcuni mercati target.

“L’auspicio per questo 2018 – continua il Presidente di Uiv – è che il nuovo Ministro delle politiche Agricole abbia tra le sue priorità quella di risolvere la dinamica conflittuale Ministero-Regioni e di sbloccare i fondi promozione 2017-18, mettendo subito mano al decreto per l’annualità 2018-19. Questo insieme ad un governo capace di farsi sentire a livello europeo, in particolare sul tema della politica commerciale. Ad oggi, infatti, i fondi dell’Ocm  promozione diventano ancora più urgenti per supportare un faticoso ma indispensabile lavoro di diversificazione dei mercati da parte degli imprenditori. L’ottimo lavoro che stiamo facendo con Ice ci aiuta ma anche noi imprenditori dobbiamo metterci una buona dose di coraggio. Peraltro, il successo recente della spumantistica italiana, insegna che i mercati possono aprirsi anche in maniera veloce quando un prodotto incontra i desideri dei consumatori”.

I TREND DEI VINI PER TIPOLOGIA
Decisamente sopra la media del settore sono state infatti le performance degli spumanti, che registrano un +9% a volume e +14% a valore, con il Prosecco che rappresenta il 56% del totale spumanti esportato ed il 59% degli introiti corrispettivi. Sembra, nel frattempo, arrestata la flessione dell’Asti che nel 2017 ha messo a segno un +7% a volume e +6% a valore. Anche i vini frizzanti, intanto, riemergono dal lungo periodo di difficoltà, tornando a mostrare un segno positivo sia in termini di volumi (+2%) sia di valore (+6%). La crescita è interamente imputabile ai vini frizzanti Igp (+6% a volume e 7% a valore). Nota positiva, infine, anche per i vini fermi in bottiglia (il 48% del totale esportato a volume e il 63% del valore) che, dopo la frenata del 2016, sono tornati a crescere del +2% a volume e del 4% a valore.

“Dobbiamo essere sempre attenti a intercettare i nuovi trend di consumo, a fare opera quotidiana di scouting, e a utilizzare al meglio i fondi messi a disposizione dai piani di promozione del Mise-Ice e quelli dell’Ocm- spiega Ernesto Abbona. Dobbiamo anche iniziare a ragionare in modo nuovo anche sulla struttura della nostra offerta, trovando nuove forme di dialogo e sintesi tra brand e territori, superando logiche di confine amministrativo tra territori e regioni, ma anche di dinamiche verticali di filiera, che ci permettano – conclude – quella elasticità produttiva necessaria a rispondere alle istanze di un mercato in continua evoluzione”.

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Federbio e Cepas: è accordo per la certificazione di professionalità e competenze

Prodotti biologici: la formazione e le competenze certificate e quindi professionalità  inattaccabili come chiave di lettura per affiancare e supportare una crescita del mercato  sempre più accelerata sia dal punto di vista quantitativo che qualitativo.

È questa la filosofia alla base dell’intesa siglata da Federbio, la federazione presieduta da Paolo Carnemolla, che rappresenta le organizzazioni dell’intera filiera dell’agricoltura biologica e biodinamica e Cepas l’Istituto leader nella certificazione delle professionalità e competenze. Un accordo che si pone come obiettivo pratico la promozione di un percorso di certificazione  delle competenze di ispettori e consulenti che interagiscono nel settore del biologico e che sono chiamati a testarne e attestarne l’affidabilità in un percorso di crescita.

I NUMERI DEL BIO
Sono 178 i Paesi in cui si pratica l’agricoltura biologica, 87 dei quali con una  specifica  normativa nazionale. 57,8 milioni di ettari (erano 11 milioni nel 1999,  in Italia 1,8 milioni), che pesano per l’1,2% della superficie agricola mondiale, ma con una incidenza del 21,9% in Austria,  18,9% in Estonia,  19% in Svezia e del 14,5% in Italia.

2,7 milioni di produttori (72.154 gli operatori in Italia nel 2016), un mercato che vale oltre 80 miliardi di euro e che equivale a un consumo pro capite di 11 euro/anno a livello globale. Valore che diventa di 274 Svizzera, 227 in Danimarca e 197 in Svezia.

Nell’Unione Europea la superficie coltivata senza un grammo di sostanze chimiche di sintesi è aumentata nell’ultimo anno dell’8,2% (del 20,3% in Italia, record assoluto in Europa), i produttori del 7% (del 20,3% in Italia, altro record).

Cepas ha quindi ricevuto da Federbio il compito di definire ed elaborare gli schemi di certificazione, interagendo con la Federazione a un tavolo tecnico di lavoro anche nella messa a punto degli standard e dei riferimenti formativi di quei soggetti che saranno le figure determinanti per proporre standard di affidabilità e garantire quindi una crescita qualitativa.

FEDERBIO: L’ASSOCIAZIONE
Federbio ha nel suo codice associativo proprio l’espansione qualitativa e quantitativa tesa a migliorare e a estendere la qualità e la quantità del prodotto alimentare ottenuto con tecniche di agricoltura biologica e biodinamica, attraverso regole deontologiche e professionali, in linea con le norme cogenti e con le direttive IFOAM. In particolare, intende garantire la rigorosità e la correttezza dei comportamenti degli associati, vincolati in questo senso da un Codice Etico, e si preoccupa di verificare l’applicazione degli standard comuni.  Su questa rotta di crescita qualitativa ha trovato il partner Cepas che vanta nel suo dna esperienza su questo ambito e una leadership consolidata proprio nel campo della formazione certificata e delle competenze.

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Romagna Doc Spumante: se ne parla a Faenza

FAENZA –Bollicine e territorio: la Romagna si muove e chiama l’Unione Europea”. Questo il titolo dell’incontro alla Fiera di Faenza domani, lunedì 26 febbraio, alle 20.30.

La serata chiama a raccolta tutto il mondo vitivinicolo della Romagna con particolare riferimento ai produttori di sparkling wine.

Secondo i dati del Consorzio Vini di Romagna lo scorso anno sono stati imbottigliati 5,4 milioni di bottiglie di vini frizzanti Igt con indicazioni romagnole, 900 mila di spumanti sempre Igt, inferiori sono stati i numeri per i vini a denominazione di origine controllata (Doc Romagna): 12mila bottiglie frizzanti, e 38mila spumanti.

Il trend pare destinato a crescere ancora di più, all’orizzonte poi c’è l’aggiornamento della Romagna Doc Spumante. Un progetto (criticato da associazioni come Fivi, la Federazione italiana Vignaioli indipendenti) che nasce “dall’esigenza di traguardare la viticoltura romagnola nei prossimi 20 anni, cercando di generare valore aggiunto attraverso una qualificazione dei disciplinari”.

Sempre secondo il Consorzio, lo spumante Romagna Doc favorirebbe “un forte impegno nell’innalzamento qualitativo delle produzioni e un altrettanto forte impegno nella capacità di intercettare i trend ed i mercati, nazionali ed esteri, maggiormente remunerativi per i produttori”.

Un pensiero rivolto sopratutto alle varietà autoctone, con la seconda fase che dovrà essere dedicata al Sangiovese di collina. Il progetto è promosso dal Consorzio Vini di Romagna con tutti i produttori impegnati a livello di Consiglio di amministrazione, commissioni tecniche e valorizzazione, in stretta sinergia con il coordinamento vino di Alleanza Cooperative Agroalimentari.

Non è un caso, appunto, che all’incontro a Faenza prendano parte i principali protagonisti del mondo vitivinicolo della Romagna e non solo: Paolo De Castro (nella foto) Vice presidente della Commissione agricoltura del Parlamento europeo, Stefano Bonaccini Presidente della Regione Emilia Romagna, Simona Caselli Assessore regionale all’Agricoltura.

Al convegno “Bollicine e territorio: la Romagna si muove e chiama l’Unione Europea” parteciperanno anche Ruenza Santandrea Coordinatrice settore vino Alleanza Cooperative Agroalimentare, Carlo Dalmonte Presidente Caviro, Marco Nannetti Presidente Terre Cevico, Giordano Zinzani del Consorzio Vini di Romagna, Mauro Sirri delle Cantine Celli di Bertinoro. Coordina la serata Antonio Farnè, caporedattore del Tg3 Emilia Romagna.

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Agricoltura bio in UE: avanzata da record

Con un’avanzata da 400mila ettari l’anno e con un incremento di superfici dedicate all’agricoltura bio del 18,7%, il settore più dinamico dell’agricoltura europea è quello biologico. I dati rilevati da Eurostat fotografano un settore che, dal 2012 al 2016, è in costante crescita con risultati da record relativi all’incremento delle superifici coltivate e al sempre più consistente numero di produttori che decidono di lasciare l’agricoltura tradizionale per abbracciare il metodo biologico.

I DATI DEL BIO
11,9 milioni di ettari certificati bio o in via conversione pari al 6,7% della superficie agricola totale utilizzata (Sau)  sono gestiti da 295.600 produttori biologici registrati, che operano in un solido mercato comunitario dal valore di 27 miliardi di euro: il 125% in più rispetto a 10 anni fa.  Un settore florido che ha trovato nell’Italia uno dei Paesi più ricettivi ad accogliere le innovazioni del biologico. Il Bel Paese si posiziona ai primi posti della classifica europea per le maggiori estensioni coltivate, il maggior numero di produttori e per la quota più elevata di aree a biologico sul totale delle superfici coltivate.

Secondo le elaborazioni effettuate dal Sinab, il comparto biologico italiano ha mostrato una crescita senza precedenti: dal 2015 al 2016 le superfici e gli operatori bio sono aumentati del 20% arrivando a coprire 1,8 milioni di ettari e circa il 14,5% della superficie agricola utilizzata, mentre si registrano oltre 70mila aziende bio, vale a dire il 4,4% del totale nazionale. Una crescita che trova la sua giustificazione nei risultati di mercato: nel 2016 le vendite dei prodotti
biologici hanno toccato quota 3 miliardi di euro, registrando dal 2015 un +14% sul mercato interno e un +15% sul mercato esterno, con un aumento dell’export per circa 2 miliardi di euro.

UN’ALTERNATIVA SOSTENIBILE
L’Unione Europea riconosce il valore dell’agricoltura biologica come alternativa per un modello agricolo comunitario più sostenibile e competitivo e lo fa attraverso fondi specifici previsti nei programmi di sviluppo e nuove regole su produzione e commercializzazione dei prodotti bio.
Queste novità si pongono l’obiettivo di garantire ai prodotti importati gli stessi standard di qualità di quelli europei, di ridurre i costi per le piccole aziende attraverso l’introduzione di certificazioni di gruppo e, infine, di estendere i controlli a tutta la filiera riducendone la frequenza ai produttori che si sono dimostrati in regola dopo diverse ispezioni.

“A questi dati eclatanti della crescita delle superfici coltivate a biologico in UE va aggiunto il fatto che il biologico è l’unico settore che sta contrastando la perdita di occupazione e imprese nell’agricoltura europea, dunque è necessario che la discussione in corso sulla riforma della politica agricola comune (PAC) tenga conto del ruolo strategico della conversione al biologico per l’agricoltura e i territori rurali di tutta Europa” ha commentato Paolo Carnemolla, presidente di FederBio.

FEDERBIO
Federazione di rilevanza nazionale nata nel 1992, per iniziativa di organizzazioni di tutta la filiera dell’agricoltura biologica e biodinamica, ha l’obiettivo di tutelarne e favorirne lo sviluppo. FederBio è riconosciuta quale rappresentanza istituzionale di settore nell’ambito di tavoli nazionali e regionali. È socia di IFOAM e ACCREDIA, l’ente italiano per l’accreditamento degli Organismi di certificazione. Attraverso le organizzazioni attualmente associate, FederBio raggruppa la quasi totalità della rappresentanza del settore biologico, in cui si riconoscono le principali realtà attive in Italia nei settori della produzione, trasformazione, distribuzione, certificazione, normazione e tutela degli interessi degli operatori e dei tecnici bio.

La Federazione è strutturata in sezioni soci tematiche e professionali: produttori, organismi di certificazione, trasformatori e distributori, operatori dei servizi e tecnici, associazioni culturali. FederBio è dunque un’entità multiprofessionale, tesa a migliorare e ad estendere la qualità e la
quantità del prodotto alimentare ottenuto con tecniche di agricoltura biologica e biodinamica, attraverso regole deontologiche e professionali, in linea con le norme cogenti e con le direttive IFOAM. In particolare, FederBio intende garantire la rigorosità e la correttezza dei comportamenti degli associati, vincolati in questo senso da un Codice Etico e si preoccupa di verificare l’applicazione degli standard comuni.

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Libero scambio UE-Giappone: accordo raggiunto

Dopo quattro anni di negoziati l’Unione Europea e il Giappone hanno raggiunto un’intesa politica per un accordo commerciale. Il Paese del Sol Levante è la quarta economia al mondo e l’Unione Europea è il secondo più grande partner commerciale dell’Asia. Con più di 757 milioni di euro all’anno rappresenta il quinto mercato di destinazione dei vini europei.

”L’accordo di libero scambio con il Giappone rappresenta un risultato molto importante per il vino italiano ed Europeo. Un traguardo che premia gli sforzi della Commissione Europea, e del Governo, sostenuto attivamente da Unione Italiana Vini, le cui sollecitazioni hanno contribuito alla sua concretizzazione”.

Con queste parole Antonio Rallo, Presidente di Unione Italiana Vini, commenta la conclusione del negoziato dell’accordo di libero scambio tra Unione Europea e Giappone, importante traguardo per il settore vitivinicolo italiano e frutto dei delicati negoziati tra i rappresentanti istituzionali del Paese asiatico e della Commissione Europea.

”Il Giappone rappresenta un mercato strategico per il nostro vino, il primo nel contenente asiatico. Dopo un 2016 incerto, l’export nel primo trimestre 2017 è cresciuto dell’8% in volume e del 5% in valore – continua Rallo. Consideriamo questo risultato un ulteriore passo in avanti in materia di semplificazione e flessibilità del commercio. In modo particolare è importante per l’eliminazione completa dei dazi sui vini imbottigliati, spumanti e sfusi all’entrata in vigore dell’accordo, che, in questi ultimi anni, hanno creato un significativo gap tra l’Italia e alcuni Paesi come il Cile e l’Australia, agevolati da accordi tariffari preferenziali. Grazie a questo accordo, possiamo confrontarci sullo stesso piano dei principali competitor e confidiamo che la qualità e la reputazione dei nostri vini possa far spostare l’ago della bilancia verso l’Italia. L’accordo raggiunto è un passo fondamentale anche per il riconoscimento e la protezione delle Indicazioni Geografiche. Sono, infatti, 205 le IG europee che saranno protette in Giappone, di cui circa 150 sono relative al vino”.

”Il trattato risolve alcune ”barriere tecniche” relative agli standard europei in materia di pratiche enologiche, migliorando l’accesso al mercato nipponico dei nostri vini – conclude Rallo. Desidero rivolgere un sentito ringraziamento alla Commissione Europea e al Governo italiano per l’impegno profuso e auspico un celere processo di ratifica dell’accordo per consentire alle nostre aziende di beneficiarne già nel breve periodo”-

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Vino vittima della Brexit: consumi a picco in Gran Bretagna

Crollano i consumi di vino in Gran Bretagna con il prezzo medio di una bottiglia che ha raggiunto i 6,3 euro (5,56 sterline) per effetto di un aumento costante dal momento del referendum sull’uscita dall’Unione Europea.

E’ quanto afferma la Coldiretti in occasione della diffusione dei dati sulla riduzione del commercio al dettaglio, sulla base dei dati della Wine and spirit trade association (Wsta) nel sottolineare che bere vino in Gran Bretagna non è mai stato così caro, per effetto dei tassi di cambio sfavorevoli ma anche per l’aumento della tassazione sugli alcolici.

Sulle tavole inglese il vino, che è in gran parte di importazione, è la prima vittima del caos provocato da Brexit ed elezioni per effetto della svalutazione record della sterlina che lo ha reso sempre piu’ inaccessibile. Un comportamento che pesa anche sulle esportazioni Made in Italy con il calo del 7% delle vendite del vino italiano sulla base dei dati Istat che evidenziano relativi ai primo bimestre del 2017.

La Gran Bretagna, sottolinea la Coldiretti, è stata nel 2016 il primo mercato mondiale di sbocco dello spumante italiano con il 30% delle bottiglie esportate, in pratica quasi 1 su 3. Ora si è invertita la tendenza e le esportazioni sono in calo anche per gli aumenti delle accise che riguardano tutti i vini e gli spumanti e che a febbraio sono stati di ben il 9% per il Prosecco secondo la Wine and spirit trade association (Wsta).

La Gran Bretagna è il quarto sbocco estero dei prodotti agroalimentari nazionali Made in Italy con un valore di ben 3,2 miliardi nel 2016.  La voce più importante – conclude la Coldiretti – è rappresentata proprio dal vino e dagli spumanti seguiti dalla pasta, dall’ortofrutta, dai formaggi oltre un terzo dei quali è rappresentato da Parmigiano Reggiano e Grana Padano, ma va forte anche la mozzarella di bufala campana.

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Voucher addio, vendemmia “in forse”: Coldiretti sul piede di guerra

Dall’idea di istituire voucher per il “noleggio” di “uno o due giorni di temporary export manager appositamente formati” nell’ottica di “internazionalizzazione delle aziende del vino italiano” – virgolettato da attribuire a Carlo Calenda, intervenuto nel settembre 2014 all’assemblea Federvini in qualità di vice ministro dello Sviluppo economico – all’abolizione totale dei voucher, votata giovedì dal Consiglio dei Ministri. L’Italia delle vendemmie si interroga, ora, sulle prospettive future.

“Occorre individuare immediatamente uno strumento ad hoc che sostituisca i voucher – tuona Coldiretti – e che tenga conto delle specifiche caratteristiche di stagionalità dell’agricoltura come avviene in tutti Paesi dell’Unione Europea”. E forse è proprio in questo senso che si sta muovendo il Governo. Il modello da imitare sarebbe proprio quello della Germania, dove in questi giorni si stanno riunendo molti imprenditori del vino italiano in occasione del Prowein di Dusseldorf. Una rivisitazione dei minijobs tedeschi, forma contrattuale studiata per il lavoro di breve durata o svolto in contesto familiare. Insomma, i voucher potrebbero semplicemente cambiare nome.

I VOUCHER DELLA DISCORDIA
Introdotti per la prima volta in agricoltura nel 2008, proprio in concomitanza con la vendemmia, i voucher sono stati negli anni criticati come “nuova forma di precariato”, per dirla con la Cgil.

“L’agricoltura nell’attività di preparazione dei terreni, di semine e trapianto di raccolta di ortaggi, frutta e uva è condizionata dagli andamenti climatici sempre più imprevedibili – evidenzia la Coldiretti – ed ha bisogno di strumenti che tengano conto di queste caratteristiche. Con la cancellazione dei voucher si mettono a rischio le produzioni agricole e si perdono opportunità di lavoro nei campi per integrare 50 mila giovani studenti, pensionati e cassa integrati impiegati esclusivamente in attività stagionali che in agricoltura ne sono gli unici possibili beneficiari”.

“A differenza degli altri settori – continua Coldiretti – l’utilizzo dei voucher in agricoltura è rimasto pressoché stabile negli ultimi anni con circa 2 milioni di buoni venduti per un totale di 350 mila giornate di lavoro, che hanno aiutato ad avvicinare al mondo dell’agricoltura giovani studenti e a mantenere attivi molti anziani pensionati nelle campagne. Si perde uno strumento che ha consentito nel tempo di coniugare gli interessi dell’impresa agricola, per il basso livello di burocrazia, con la domanda di lavoro di giovani studenti e pensionati in cerca di un reddito occasionale da percepire in forma corretta”.

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La Brexit fa a fette il Prosecco

La Gran Bretagna è diventata nel 2016 il primo mercato mondiale di sbocco delle spumante italiano, con le bottiglie esportate che hanno fatto registrare un aumento record del 38% nel primo trimestre consentendo il sorpasso sugli Stati Uniti. E’ quanto emerge da una analisi della Coldiretti sugli effetti della Brexit che costringerà gli inglesi a cambiare la propria alimentazione sostituendo il banale formaggio cheddar al parmigiano o brindando con la birra invece che con il prosecco, sulla base dei dati relativi al primo trimestre 2016.

In Gran Bretagna, sottolinea la Coldiretti, sono spedite il 30% delle bottiglie di spumante esportate, in pratica quasi 1 su 3.  La Gran Bretagna è il quarto sbocco estero dei prodotti agroalimentari nazionali Made in Italy con un valore annuale di ben 3,2 miliardi delle importazioni dall’Italia ed una tendenza progressiva all’aumento. La voce più importante – sottolinea la Coldiretti – è rappresentata dal vino, con un valore di 746 milioni di euro di esportazioni nel 2015 e un trend in ulteriore aumento del 7% su base annuale nel primo trimestre del 2016. A trainare il comparto è soprattutto lo spumante ed in particolare il prosecco con una quota 275 milioni di euro di export frutto di un vero boom.

Una “corsa” che, precisa la Coldiretti, prosegue nel 2016, con un ulteriore balzo in avanti del 55 per cento. Al secondo posto tra i prodotti agroalimentari italiani più venduti c’è – sostiene la Coldiretti – la pasta, per un importo complessivo di vendite nel 2015 di 332 milioni di euro. Rilevante anche il ruolo dell’ortofrutta con un valore delle esportazioni di 281 milioni di euro nel 2015, in aumento del 6% nel primo trimestre del 2016. Ma anche i formaggi Made in Italy vanno forte in UK con un valore delle vendite nel 2015 che, continua la Coldiretti, ha visto superare quota 200 milioni di euro con un aumento del 15% nel primo trimestre del 2016.

Oltre un terzo delle vendite di formaggi è rappresentato da Parmigiano Reggiano e Grana Padano, che all’inizio di quest’anno hanno fatto segnare un incremento del 10 per cento, ma va forte anche la mozzarella di bufala campana. L’export di olio d’oliva è stato nel 2015 di 57 milioni di euro con un aumenta del 14% nel 2016. A preoccupare – conclude la Coldiretti – non è solo la svalutazione della sterlina che rende piu’ oneroso l’acquisto di prodotti Made in Italy ma anche il rischio che con l’uscita dall’Unione Europea si affermi in Gran Bretagna una legislazione sfavorevole all’esportazione agroalimentari italiane.

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Ttip e Ceta: Unione Italiana Vini per il sì al trattato

“Un successo della diplomazia europea che apre prospettive molto interessanti per i nostri vini nel mercato canadese e che, sono certo, aiuterà la chiusura degli altri importanti accordi di libero scambio, primo tra tutti il Ttip”.

Con queste parole Antonio Rallo, presidente di Unione Italiana Vini (UIV) ha commentato il benestare del Belgio al Ceta (Comprehensive Economic and Trade Agreement), l’accordo di libero scambio tra Ue e Canada che pesa complessivamente 12 miliardi di euro e che apre la strada alla definitiva approvazione da parte dell’Unione Europea di un trattato che, sempre secondo Uiv, “apre prospettive di sviluppo molto importanti per i vini europei ed italiani nel mercato canadese”.

Ceta – evidenzia ancora Unione italiana vini – rafforzerà la protezione dei vini ad Indicazione Geografica, integrando e migliorando l’accordo Wine & Spirits del 2004″.

“Il Canada – spiega Antonio Rallo – rappresenta il quinto mercato di sbocco del nostro export che, in questo Paese, nel 2015 ha fatto registrare un incremento dell’8,4% sul 2014, per un valore di 300 milioni di euro. Grazie alla firma del Ceta, che annullerà i dazi doganali e introdurrà il riconoscimento e la protezione delle nostre Denominazioni di Origine, siamo certi che il valore dell’export dei vini italiani crescerà”.

“Un ulteriore importante risultato dell’accordo col Canada, seppur indiretto – continua Rallo – sarà la spinta propulsiva alla chiusura degli altri importanti accordi commerciali su cui sta lavorando la Commissione Europea, primo tra tutti quello con gli Stati Uniti”. Il prossimo step per la ratifica del Ceta sarà il passaggio al Parlamento Europeo. “Passaggio – conclude Rallo – sul quale però non abbiamo alcuna preoccupazione, soprattutto in virtù delle rassicurazioni raccolte dagli europarlamentari italiani nei giorni scorsi durante il nostro ultimo incontro a Bruxelles”.

TTIP: LE RAGIONI DEL NO
I detrattori del Ttip, che hanno dato vita a un comitato permanente denominato “Stop Ttip”, sostengono con fermezza la “pericolosità” dell’accordo: “Tutti i settori di produzione e consumo come cibo, farmaci, energia, chimica, ma anche i nostri diritti connessi all’accesso a servizi essenziali di alto valore commerciale come la scuola, la sanità, l’acqua, previdenza e pensioni, sarebbero tutti esposti a ulteriori privatizzazioni e alla potenziale acquisizione da parte delle imprese e dei gruppi economico-finanziari più attrezzati, e dunque più competitivi. Senza pensare che misure protettive, come i contratti di lavoro, misure di salvaguardia o protezione sociale o ambientale, potrebbero essere spazzati via a patto di affidarsi allo studio legale giusto e ben accreditato”.

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Brexit e Ue: nel mondo del vino c’è chi se ne frega

God save the wiine (doppia “i” voluta, adesso indovinate la pronuncia). E poi chi se ne frega della regina Elisabetta. Men che meno dei suoi sudditi, divisi tra leave o remain. Il vino unisce tutto. E tutti. Chiedetelo a Luisa Todini.

Presentazioni di rito lunghe come la Bibbia. Piene di contraddizioni a cui solo la fede (per l’anti politica) può dare una spiegazione. Logica, s’intende.

Dal 1994 al 1999 in Forza Italia come eurodeputata, viene proposta da Renzi come presidente di Poste Italiane nel 2014, pur essendo in quota Lega.

Ricopre nel contempo, dal 2012, l’incarico di consigliera nel CdA Rai, dal quale si dimette il 19 novembre 2014. Non prima d’aver votato contro il ricorso al decreto Irpef presentato dal governo italiano (presieduto da Renzi) nel mese di aprile: un ricorso che prevedeva il prelievo forzoso dalle casse dell’azienda televisiva per circa 150 milioni. Chapeau.

Ma è della Todini imprenditrice del vino che c’importa, in fondo. O no? A proposito, ultimo capitolo del curriculum: Luisa Todini è anche la titolare di Cantina Todini, che il 23 giugno ha annunciato a Londra la propria intenzione di “continuare a investire e a scommettere sul mercato britannico”.

DENTRO O FUORI
“Continuiamo comunque a investire in un luogo dove abbiamo sempre investito – dichiarava la Todini a un giorno del voto – e continuiamo a farlo anche ora. La mia speranza è che non ci sia la Brexit. Che tutti gli inglesi capiscano”. Secondo la Todini, il Regno Unito “continuerà a essere una piazza fondamentale per il made in Italy, anche con Brexit.

Io sono qui per raccontare un pezzo di territorio italiano, l’Umbria, e nello specifico Todi, presentando vini d’eccellenza a base di Sangiovese e Grechetto”. Grande risalto per queste dichiarazioni sui media italiani.

Così come grande risonanza è stata data dalla stampa italiana alla presentazione dei vini Todini in occasione di due eventi organizzati ad hoc: uno a Bianco43, ristorante al 43 di Greenwich Church street, Londra; l’altro al Novikov nel Mayfair, esclusivo distretto londinese. Presenti, tra gli altri, l’ambasciatore italiano Pasquale Terracciano e lo chef Giorgio Locatelli. Entrambi i ristoranti hanno i vini Todini in wine list.

“Per noi – evidenzia Luisa Todini al Sole 24 Ore – questo è un grande punto di arrivo, ma vuole essere anche un punto di partenza. Il mercato britannico ha riservato una calorosa accoglienza ai nostri vini Todini: nel giro di un anno, dopo il debutto nel 2015, i vini sono presenti in oltre 25 ristoranti su tutto il territorio, con una vendita di oltre 8 mila bottiglie prodotte da uve autoctone. L’intenzione ora è di ampliare la presenza a un numero ancora più grande di ristoranti e anche di arrivare sugli scaffali di una selezionata grande distribuzione. Le trattative sono già in corso”. Good save the (Todini) wiine.

IL BORDEAUX SALE, I BUYER GONGOLANO
Forse più preoccupazione regna in Francia. Secondo gli analisti economici del Regno Unito, il mercato del vino pregiato nel Regno Unito potrebbe registrare un arresto.

Brexit rende di fatto più costoso il vino dei Paesi Ue per gli acquirenti muniti di sterline. In un momento in cui il settore del vino mostrava segni di ripresa, la prima prima vittima del voto Brexit potrebbe essere la campagna francese per l’anteprima del Bordeaux 2015.

“L’incremento dei prezzi del Bordeaux era già stato paventato nelle scorse settimane, prima del referendum – evidenzia Justin Gibbs a Liv-ex, piattaforma di trading di vini con sede a Londra – ma con una sterlina debole possiamo aspettarci un ulteriore incremento del prezzo di oltre il 10%”.

Liv-ex segnala al contempo un boom di ordini di vino durante la scorsa notte. Un boom proveniente prevalentemente da Hong Kong, ma anche degli Stati Uniti. Semplice la spiegazione. I buyer di questi mercati pensano di poter contrattare con il Regno Unito prezzi d’affare per il vino nelle prossime settimane, se la sterlina rimane debole.

“Gli acquirenti muniti di dollaro – evidenzia Gibbs – potrebbero utilizzare questo come un’opportunità per accumulare vini”. L’analista ritiene comunque che “il mercato del vino pregiato è relativamente resistente agli shock rispetto ad altri settori. Le papille gustative dei clienti non sono cambiate durante la notte”.

Will Hargrove, imprenditore del settore del vino nel Regno Unito, sottolinea  che “ci vorrà tempo per conoscere le conseguenze di Brexit”. “Chiaramente – prosegue – l’incertezza nei mercati finanziari non giova a nessuno. Sento dire che in autunno sapremo veramente quali sono gli effetti dell’uscita dall’Unione europea. Ma nel frattempo l’anteprima Bordeaux è in gran parte diventata un esercizio di intermediazione”.

Secondo l’imprenditore inglese, il settore del vino britannico “voleva rimanere nell’Ue. Ma il popolo britannico si è espresso in altro modo, decretando l’apertura di un nuovo capitolo della nostra storia. Lavoreremo per aiutare il governo a preservare il nostro accesso al mercato unico, sostenendo le esportazioni e trattando per ottenere i migliori accordi di libero scambio internazionale”.

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