Incetta di medaglie in Ungheria per l’Italia che, per la prima volta, con l’Oltrepò pavese, ha preso parte all’unico concorso transnazionale sul vitigno Riesling italico. Si tratta di Grow du Monde 2024, competizione enologica itinerante in corso fino a stasera in Ungheria, in una delle terre più vocate alla viticoltura in terra magiara, Balatonfüred, lungo le sponde del Lago Balaton. Cantina Scuropasso – Roccapietra di Fabio Marazzi è l’unica italiana ad aggiudicarsi una medaglia d’oro, con una media di ben 91,33 punti. Ottimi anche i Silver di Colle del Bricco del “giovane ribelle” oltrepadano Matteo Maggi e di Azienda agricola La Sbercia, che conquista anche due bronzi grazie ai suoi spumanti.
La Sbercia risulta dunque tra le aziende più premiate a Grow du Monde 2024. Il concorso ha visto in gara oltre 350 vini prodotti per la maggior parte in purezza con il vitigno Riesling italico (ammessi anche gli uvaggi e le cuvée, in una particolare categoria). Sette i Paesi partecipanti: oltre all’Italia, in gara Ungheria, Croazia, Slovenia, Repubblica Ceca, Serbia e Slovacchia. Con ben 1.200 ettari di Riesling italico, l’Oltrepò pavese si candida a ospitare una delle prossime edizioni di Grow du Monde, a conferma dell’interesse di un nutrito gruppo di produttori di dare avvio a una vera e propria rivoluzione della comunicazione e del marketing legato al vitigno, il cui unico “genitore” conosciuto è italiano (la Coccalona nera).
Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, tra carta stampata e online, dirigo winemag.it. Collaboro inoltre come corrispondente per una delle testate internazionali più autorevoli del settore, in lingua inglese. Edito con cadenza annuale la “Guida Top 100 Migliori vini italiani” e partecipo come giurato ai più importanti concorsi enologici internazionali. Oltre alle piazze tradizionali, studio con grande curiosità i mercati emergenti, seguendone dinamiche, trend ed evoluzioni. Negli anni ho maturato una particolare esperienza nei vini dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa, tanto da aver curato la selezione vini per un importatore leader in Italia. Nel 2024 mi è stato assegnato un premio nazionale di giornalismo enogastronomico.
Il Cabernet Franc ha una nuova capitale di confronto mondiale: Villány. Con la prima edizione di Franc du Monde, concorso internazionale dedicato al vitigno andato in scena il 10 giugno 2022 (101 campioni da 8 Paesi, giudicati da una giuria internazionale a Siklósi Vár), l’Ungheria si conferma un punto di riferimento per la varietà bordolese.
Dei 1.450 ettari complessivi presenti oggi nel Paese, ben 330 sono iscritti alla Dop Villány, nella zona sud occidentale. Il rigido sistema di qualità introdotto nel 2014, con all’apice il Villány Franc Super Premium – resa massima di 50 quintali per ettaro e invecchiamento minimo di 2 anni, di cui almeno uno in legno – è riuscito a mettere i vini rossi magiari, prodotti con uve Cabernet in Franc in purezza, sotto ai riflettori internazionali.
Franc du Monde è la sfida nella sfida. Un percorso appena iniziato, che vedrà impegnato il Consorzio vini di Villány (Villányi borvidék), capitanato dal noto produttore Josef Bock, nel coinvolgimento di altri territori che puntano sul Cabernet Franc. In primis Loira e Bordeaux, ma anche Bolgheri, Colli Euganei e Gambellara, per l’Italia.
Anche per questo, la prossima edizione della competizione è prevista tra due anni. Un periodo necessario per superare le reticenze mostrate dai Paesi leader nella produzione del Cabernet Franc, in occasione della prima edizione di Franc du Monde (Francia e Italia in primis, a dire il vero con poco tempo a disposizione per l’invio dei campioni in Ungheria).
«Obiettivo nell’obiettivo – come ha sottolineato András Horkay del Villányi borvidék – è mettere Villány al centro del mondo del Franc, attraverso un evento utile al confronto sul vitigno e alla crescita della sua popolarità tra i consumatori».
I MEMBRI DELLA GIURIA DI FRANC DU MONDE 2022 E I VINI PREMIATI
Confermato per novembre 2022 l’annuale rendez-vous a Villány, con la settima edizione della Franc & Franc Conference. «La decisione di creare un nuovo concorso enologico – commenta Gergely Nagy, direttore esecutivo di Tenkes Regional Development Nonprofit Ltd – è stata ispirata dalle esperienze degli anni passati».
La regione vinicola di Villány ha già organizzato 6 volte eventi commerciali e consumer a tema “Cabernet Franc”. In questi anni, molti dei più importanti produttori del Vecchio e del Nuovo Mondo hanno presentato i loro vini alla Franc & Franc Conference. Si tratta di produttori devoti, che credono nella varietà e ne fanno vini varietali».
Centouno i vini iscritti a Franc Du Monde 2022, provenienti da 8 Paesi: Francia, Slovacchia, Croazia, Serbia, Romania, Turchia, Argentina e Ungheria. La categoria “Premium” è risultata la più popolare, con 67 campioni in degustazione. I vini sono stati valutati da esperti internazionali del settore, tra cui i due Master of Wine Cees van Casteren e Pasi Ketolainen.
Oltre a loro Ximena Pacheco, György Orodán, Zoltán Győrffy, Csilla Sebestyén. E ancora: Attila Fiáth, Ágnes Németh, Davide Bortone (winemag.it), Sue Tolson, Niklas Bergquist. Infine: László Romsics, Ivett Vancsik, Jeroen Terhorst, Joel B. Payne, Tomislav Ivanovic.
Qualità complessiva dei vini medio-alta. Ma solo il 30% degli iscritti ha potuto ricevere una medaglia, secondo le regole Oiv. I vini vincitori hanno dunque registrato valutazioni medie pari o superiori agli 89,2 punti.
LE MEDAGLIE D’ORO DI FRANC DU MONDE 2022
– Bock Cabernet Franc 1993, Villány, Ungheria
– Fritsch Villányi Cabernet Franc 2019, Villány, Ungheria
– Günzer Tamás Bocor Villányi Franc 2019, Villány, Ungheria
Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, tra carta stampata e online, dirigo winemag.it. Collaboro inoltre come corrispondente per una delle testate internazionali più autorevoli del settore, in lingua inglese. Edito con cadenza annuale la “Guida Top 100 Migliori vini italiani” e partecipo come giurato ai più importanti concorsi enologici internazionali. Oltre alle piazze tradizionali, studio con grande curiosità i mercati emergenti, seguendone dinamiche, trend ed evoluzioni. Negli anni ho maturato una particolare esperienza nei vini dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa, tanto da aver curato la selezione vini per un importatore leader in Italia. Nel 2024 mi è stato assegnato un premio nazionale di giornalismo enogastronomico.
Si scrive mangalica. Si legge mangaliza. È la razza di maiale ungherese che dà vita ad eccezionali salumi e ad una delle carni bianche più pregiateal mondo. Amata dagli chef internazionali e sempre più costosa. Capace, come se non bastasse, di superare quasi indenne la pandemia. Il prezzo è raddoppiato, anzi, per via della domanda crescente, da ogni angolo del pianeta. Non fa eccezione l’Italia, in cui la cosiddetta “kobe” o “wagyū dei maiali”, viene scelta come razza per l’allevamento e per la trasformazione.
Gongola, non a caso, nel suo ufficio in centro a Debrecen, Péter Tóth. La seconda città dell’Ungheria, al confine orientale con Romania e Ucraina, ospita la sede della Moe, Mangalicatenyésztők Országos Egyesülete. L’Associazione nazionale Allevatori Mangalica, di cui è presidente.
Le pareti dello studio, costellate di cartine geografiche, puntellate da segnaposto che indicano i Paesi conquistati dall’export di mangalica, raccontano da sole almeno metà della storia. Il resto lo fanno le decine di maiali in miniatura – di porcellana, plastica e addirittura peluche – che Péter Tóth colleziona gelosamente.
«Questo arriva dall’Australia», mostra fiero il presidente degli allevatori ungheresi, indicando l’etichetta, intonsa, di un maiale mangalica che pare quasi vero, tanto è curata la riproduzione del pelo lungo come quello di una pecora, tipico della razza.
«”Item number 88674″ – insiste, scrutando il cimelio -. E c’è scritto pure “Hungarian pig“. Lo sanno tutti, ormai, che il mangalica è il nostro maiale, ed è fatto così. Anche in Austrialia, si figuri». Miniature che sono piccoli, grandi trofei.
Se oggi Péter Tóth può permettersi di collezionare maialini sulle mensole del proprio ufficio di Debrecen, lo deve alla lungimiranza e alla perseveranza dimostrata all’inizio degli anni Novanta.
L’attuale presidente degli allevatori ungheresi può essere infatti considerato l’uomo che hasalvato la razza magalica dall’estinzione. Trasformandola, negli anni, in un motore dell’economia ungherese. Nonché in monumento nazionale alla biodiversità.
STORIA DELLA MANGALICA, IL MAIALE UNGHERESE SALVATO DALL’ESTINZIONE
A fare da sfondo alla storia di successo del mangalica c’è l’Ungheria degli anni Novanta. Un Paese ridotto alla fame. Liberatosi da poco dalla dominazione sovietica e dal blocco comunista, al pari di altre nazioni del famigerato Patto di Varsavia.
È l’epoca del “Pacchetto democratico”. Una ventata di liberalizzazioni che aprì le porte di Budapest – non ancora quelle del countryside, ben più arretrato – all’Occidente. In quegli anni, non a caso, McDonald’s mise piede nel cuore della capitale magiara, aprendo il primo fast food a Vörösmarty tér.
È arrivata dall’altra parte del Continente anche la lettera che ha cambiato per sempre la storia del maiale di razza ungherese. «Nel 1991 – spiega a winemag.it Péter Tóth – fui contattato da Juan Vicente Olmos, ancora oggi direttore di una delle più prestigiose aziende di produzione di Jamón Serrano, la Monte Nevado. Era alla ricerca di materia prima di assoluta qualità. Mi venne subito in mente il mangalica».
L’alto contenuto di grasso intramuscolare è ciò che rende speciale questi maiali. Una caratteristica rara, perfetta per la produzione di salumi stagionati, come il Serrano. La richiesta spagnola fu la chiave di volta per la storia moderna del maiale ungherese.
Misi degli annunci sui giornali – spiega Péter Tóth – e ricevetti decine e decine di lettere, in poche settimane. La maggior parte dei mangalica rimasti erano di proprietà di privati. Arrivato sul posto per ritirare l’animale, il più delle volte scoprivo che non c’era più. La famiglia se l’era già mangiato nel frattempo, in quanto costituiva l’unica fonte di sostentamento».
Per Tóth fu un’impresa riuscire a raccogliere circa 200 capi. Un lavoro minuzioso, paziente. Eroico. Che durò fino al 1994. Anno in cui, assieme ad un manipolo di “illuminati”, tra imprenditori locali e studiosi universitari, fondò a Hortobágy – nel cuore della regione di Hajdú-Bihar, a una quarantina di chilometri da Debrecen – il primo centro di allevamento del mangalica.
MANGALICA LA RAZZA DI “MAIALE PECORA” UNGHERESE
Il gruppo capitanato da Péter Tóth catturò ben presto l’attenzione del governo ungherese. A cavallo tra il mandato lampo di Péter Boross e quello, più duraturo, del primo ministro Gyula Horn (1994-1998), l’Ungheria si rese conto di avere in casa una carta d’oro, chiamata mangalica.
Ma è con Viktor Orbán, nel 2004, che il “suino-pecora” viene ufficialmente riconosciuto come razza “patrimonio nazionale della biodiversità”. Dall’Unione europea iniziano così ad arrivare ingenti contributi per la preservazione della specie. A mediare è proprio la Mangalicatenyésztők Országos Egyesülete, l’Associazione nazionale allevatori mangalica che oggi raggruppa 110 aziende.
L’articolo del New York Times del 2009, che titola “The next Big Pig” a proposito del mangalica, aiuta le piccole farm ungheresi ad espandere il business con l’export. La razza diventa richiestissima non solo negli Usa, ma anche in Oriente. Ne vanno ghiotti i giapponesi, tra i popoli che meglio hanno compreso la somiglianza del maiale ungherese a carni di bovino pregiate, come kobe e wagyū.
Oggi – evidenzia Péter Tóth – è difficile trovare un Paese in cui non sia ancora arrivata la carne di mangalica. Un successo che ne ha fatto lievitare il costo, anche in periodo di pandemia.
Nel 2021, la mangalica ha raddoppiato il proprio prezzo al chilo. Ed è ormai diventata, a detta di molti, la carne di maiale più pregiata al mondo. Scelta dagli chef e da molte celebrità, nazionali e internazionali».
CARNE E SALUMI DI MANGALICA: L’ITALIA NON STA A GUARDARE
Il lavoro avviato da Péter Tóth all’inizio degli anni Novanta, partendo da appena 200 capi, ha dato ben più dei frutti sperati. Oltre al prestigio nazionale e internazionale, le 110 aziende che fanno parte dell’Associazione nazionale allevatori mangalica controllano un patrimonio – prima di tutto genetico – di circa 9.500 mila femmine.
La produzione annuale viene garantita da circa 15 mila fatteners, destinati alla macellazione. Animali che da vivi costano un terzo rispetto alle suine da riproduzione: 500 euro, rispetto ai 1.500 euro di una femmina.
«Il giro d’affari – spiega Tóth – è del 2% rispetto a quello della carne di maiale comune, in Ungheria. Quello che ci rende speciali, oltre alla qualità, è la dimensione artigianale delle aziende. Siamo la Rolex, la Bentley o la Lamborghini del settore!
E non vogliamo crescere più di tanto. Nei prossimi 10 anni, secondo le previsioni più floride, potremmo raddoppiare il numero degli animali. Rimanendo comunque ben lontani dalle proporzioni industriali che caratterizzano l’allevamento di suini internazionale».
Storia, fascino, rivincita e, soprattutto, futuro, che interessa – eccome – anche l’Italia. Chiedere per credere a Carlo Dall’Ava, titolare del Prosciuttificio Dok Dall’Ava di San Daniele del Friuli, cittadina nota in tutto il mondo per la produzione dell’omonimo prosciutto crudo Dop.
L’ultimo progetto dell’azienda parla ungherese e si chiama, non a caso, Hundok. Un salume nato da cosce di maiale suino mangalica. «Una razza pura dal 1700 – sottolinea l’imprenditore a winemag.it – allevata nelle pianure magiare per circa 16 mesi».
«Questo maiale, tanto peloso da assomigliare ad una pecora obesa – continua Dall’Ava – ha contenuti di acido oleico talmente alti da poter essere paragonato allo spagnolo. Il Prosciutto ottenuto da questa carne è veramente incredibile. Si scioglie letteralmente in bocca, dando un senso di dolcezza unico. Del resto il mangalica è il papà dei maiali europei. Gli ungheresi erano i norcini dell’impero romano»
Se allevati bene, 6/10 maiali per ettaro non fanno odore e tengono pure i boschi in ordine. Lo ho scoperto grazie al mio amico Antal Baumgartner, padre del primo pilota ungherese di Formula 1, Zsolt Baumgartner.
Me lo fece assaggiare lui per la prima volta e me ne innamorai subito. Così ho iniziato ad importalo, creando il prosciutto che celebra questa razza straordinaria. È un animale per chi capisce di salumi, ovvero per chi ama il grasso!».
MANGALICA IN ITALIA: AD ASTI IL PROGETTO DI FATTORIA DEL PALUCCO
Tra gli allevatori di maiali mangalica da cui si rifornisce Dok Dall’Ava c’è la Rodaro Paolo Winery di Spessa (UD). Una “moda” che sembra contagiare le più vocate terre del vino italiano, come dimostra il neonato progetto di Assunta Maraventano, ad Asti. Si chiama Fattoria del Palucco e prende il nome dalla località del noto comune a vocazione vitivinicola del Piemonte.
«Il taglio del nastro – spiega la titolare – è recentissimo, essendo avvenuto l’11 gennaio 2022. L’azienda nasce dalla passione per il buon cibo: qualcosa di strettamente legato alla qualità delle materie prime. Non ultima la carne». Ben dodici gli ettari a disposizione della nuova azienda agricola, interamente dedicata al maiale di razza mangalica.
Per dare avvio al progetto – spiega Assunta Maraventano – abbiamo acquistato due verri e quattro scrofe, in grado di generare 5 o 6 cuccioli per figliata. L’idea iniziale è quella di incrementare il numero di animali, procedere alla selezione e vendere carne, salumi ed insaccati».
I fortunati esemplari di “mangalica piemontese” vivono in stato semibrado, tra doppie recinzioni e una fascia elettrificata che impedisce l’ingresso e il contatto con la fauna selvatica. Si cibano di ghiande, castagne e nocciole, naturalmente presenti nella tenuta.
«Non sarà mai un allevamento intensivo – annuncia la titolare – e mai utilizzeremo mangimi non naturali. Oltre a cercarsi da soli il cibo nei boschi, integriamo l’alimentazione nei mesi freddi dell’anno, con frutta e verdura fresca di stagione e cereali. Sono maiali stupendi, mansueti, con cui i bambini possono addirittura giocare».
KÖVÉR TANYÁ, L’ALLEVAMENTO MODELLO IN UNGHERIA
Mentre l’Italia sembra avviarsi verso un modello di open-farm, con i maiali razza mangalica protagonisti visibili (e tangibili) di un progetto che abbraccia storytelling e “gastroturismo esperienziale”, in Ungheria non è poi così scontato trovare aziende che aprano le proprie porte ai visitatori. Ancor meno alla stampa.
Non è certo il caso di Kövér Tanya, allevamento a conduzione famigliare pluripremiata a livello nazionale ed internazionale per la qualità premium delle proprie carni. A fare gli onori di casa, senza alcun indugio, è il patron Zoltán Kövér, classe 1959 oggi affiancato in azienda dalla moglie Rózsa, dalla figlia Kriszta e dal figlio Zoltán Jr.
Quella che gestisce a Tetétlen, villaggio di mille anime a una cinquantina di chilometri a sud-ovest di Debrecen, è una delle aziende simbolo del “miracolo ungherese” chiamato mangalica. «Nella vita – racconta Zoltán Kövér a winemag.it, davanti a un piatto di succulenti salumi – ho fatto tanti lavori. Nel frattempo ingrassavo e vendevo ai macelli circa 200 maiali l’anno. Nel 2005 ho deciso di mettermi in proprio».
Un anno che non è casuale, visto il riconoscimento del mangalica a “patrimonio nazionale”, avvenuto nel 2004. Kövér Tanya è diventata ben presto un fiore all’occhiello dell’Associazione allevatori ungheresi presieduta da Péter Tóth. Oggi conta 21 ettari di pascolo in cui i maiali possono razzolare liberamente. E un patrimonio di scrofe bionde razza mangalica arrivato ormai a 60 esemplari, rispetto alle 20 iniziali.
«Ciò che ci contraddistingue – commenta fiero Zoltán “Zoli” Kövér – è l’artigianalità della produzione. Siamo un’azienda dotata dei migliori accorgimenti tecnologici. Ma ciò che più ci sta a cuore è il benessere dei nostri animali e la conservazione dei sapori autentici della carne e degli insaccati mangalica, senza alcun additivo dannoso per la salute. Il mercato ci conosce e apprezza per questo».
L’APPUNTAMENTO ANNUALE CON MAGALICA FESTIVAL
Se c’è un appuntamento speciale per conoscere le tante sfumature della razza mangalica, quello è il Mangalica Festival. L’evento si svolge annualmente a Debrecen e a Budapest, le due città simbolo della rinascita e riscoperta del maiale ungherese.
La XI edizione si svolgerà da domani, 25 febbraio, a Debrecen, con ingresso gratuito da piazza Kossuth. Ricchissimo il calendario di appuntamenti, che si snodano dalle 10 alle 22, fino al giorno di chiusura della manifestazione, il 27 febbraio.
C’è più tempo, invece, per organizzarsi per il XV Budapesti Mangalica Fesztivál, in programma nella capitale magiara dal 18 al 20 marzo 2022. Anche in questo caso l’ingresso sarà libero, da piazza Szabadság. Ma il maiale ungherese è protagonista assoluto anche dei piatti serviti da molti ristoranti delle due città magiare.
L’ultimo ad aggiungersi alla lista – ha aperto da meno di un anno – è DG Italiano Debrecen, ristorante pizzeria nato dall’iniziativa di Mario De Stefani, ristoratore originario di Bari, assieme alla moglie ungherese Zsuzsa Szanka.
«Vivo da 15 anni in Ungheria – spiega a winemag.it – e conosco bene il maiale mangalica. Dà una carnemolto tenera e dal sapore delicato, più dolce di quella del maiale comune. Piace molto al palato ungherese e sta benissimo nel nostro menu italiano».
La serviamo in due versioni: una con l’osso, per la classica costata, ottenuta con la tecnica del Sous Vide e impreziosita da una salsa ai funghi. Il filetto è reso ancora più goloso da una salsa di gorgonzola, che sta riscuotendo un gran successo».
DEBRECEN E BUDAPEST: I RISTORANTI IN CUI INNAMORARSI DEL MANGALICA
Per una lettura magiara della carne di mangalica, il luogo di culto è invece Ikon Restaurant and Lounge Debrecen. Si tratta del ristorante più “chic” della città. Una location di tendenza, che non sfigurerebbe in una capitale internazionale del food come Londra, Parigi o Milano, senza scomodare mete più lontane.
Ikon è la casa di uno degli chef ungheresi più giovani e promettenti, Adam Thür (nella foto, sopra). La filosofia del ristorante è la «valorizzazione dei piccoli produttori locali e degli ingredienti di qualità», tra cui non puoi mancare la mangalica. Da provare, su tutti, il piatto “Mangalica Brassói” di Ikon.
Non mancano occasioni anche nella capitale. A Budapest i templi della mangalica non si contano più. E spaziano dall’interpretazione più local a quella fusion, frutto di contaminazioni tutt’altro che scontate.
Da non perdere le letture della mangalica di ristoranti come Gundel (friabili costine di mangalica con purè di patate e ragù di scalogno) o Tiago & Éva Essencia (mangalica, coriandolo, “açorda”, vongole, nel segno di un curioso matrimonio ungaro-portoghese).
O, ancora, quella di Larus (Trilogia Mangalica, cavolfiore arrosto, salsefrica nera, barbabietole) o del nuovissimo Umo Restaurant & Bar Budapest, dove la carne del maiale di razza ungherese è frutto del concept dallo chef colombiano José Guerrero (“Mexican Mangalica” è una braciola alla griglia con salsa messicana e ananas piccante). Buon appetito.
Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, tra carta stampata e online, dirigo winemag.it. Collaboro inoltre come corrispondente per una delle testate internazionali più autorevoli del settore, in lingua inglese. Edito con cadenza annuale la “Guida Top 100 Migliori vini italiani” e partecipo come giurato ai più importanti concorsi enologici internazionali. Oltre alle piazze tradizionali, studio con grande curiosità i mercati emergenti, seguendone dinamiche, trend ed evoluzioni. Negli anni ho maturato una particolare esperienza nei vini dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa, tanto da aver curato la selezione vini per un importatore leader in Italia. Nel 2024 mi è stato assegnato un premio nazionale di giornalismo enogastronomico.
Potesse parlare, il Riesling italico avrebbe la voce inconfondibile di Carmen Consoli. Quell’album del ’97, “Confusa e felice“, lo descrive nel giro delle prime tre tracce, per dimensione e ambiguo dualismo: “Bonsai”, “Uguale a ieri” e “Diversi”. Andrebbe avanti con la quarta, che dà il nome al disco. E tornerebbe a tacere dopo “Un sorso in più”, “Fino all’ultimo” e “La bellezza delle cose”.
Serve la musica – ad alto volume – per non pensare che i 1.259 ettari di Riesling italico presenti in Italia (dato 2016) siano, quantomeno, una mezza occasione persa. Di sicuro per l’Oltrepò pavese, il territorio con le maggiori (e migliori) espressioni del vitigno su scala nazionale. Ma il discorso è valido anche per gli altri territori in cui l’Italico è storicamente allevato, nella penisola.
“Confusi e felici” sembrano molti produttori (e Consorzi) che, per ragioni di marketing e mancanza di iniziativa, tendono a confondere il Riesling Italico con il Riesling renano. Senza neppure differenziali in etichetta. Anzi giocando sulle ambiguità.
Un errore comunissimo anche tra i professionisti del settore. Che al al grido di Mineralité, dimenticano – in assoluta Liberté – che non c’è Égalité e neppure Fraternité tra il Riesling italico e il Riesling renano.
Lo sa bene il ricercatore Stefano Raimondi, che sino allo scorso anno ha fatto parte del gruppo di lavoro del Cnr che ha tentato di ricostruire la vera storia del Riesling italico. Un vitigno dal nome «un po’ così», come direbbe Paolo Conte, tornando alla musica. Che rischia, inevitabilmente, di confondere le carte in tavola.
STORIA E ORIGINI DEL RIESLING ITALICO
Al termine di un decennio di studi avviati nel 2010 – spiega Raimondi a winemag.it – siamo riusciti a individuare uno dei due genitori del Riesling italico. Si tratta della Coccalona Nera, varietà a bacca rossa da cui discendono una trentina di vitigni, tra cui Barbera e Vespolina. Il secondo genitore, purtroppo, non è ancora noto».
La Coccalona Nera era molto diffusa in tutta la fascia compresa tra la Germania meridionale e la Pianura padana. «In Italia – spiega ancora Stefano Raimondi – si trovava in particolare a nord dell’Appennino settentrionale. Tramite l’incrocio con l’altro genitore sconosciuto può aver dato vita al seme che, una volta selezionato, è diventato il Riesling italico».
Se la Coccalona Nera è quasi certamente una varietà di origini italiane, è dubbia la provenienza del vitigno col quale si è incrociata, dando vita all’Italico. Di certo, il primo luogo in cui è ricomparsa è la Germania.
WELSCHRIESLING, GRASEVINA E OLASZRIZLING. MA ATTENZIONE ALLA CINA
Da lì si sarebbe diffusa, tornando presumibilmente in Italia dopo aver trovato casa in Austria (Welschriesling, 3.233 ettari), Ungheria (Olaszrizling, 3.933) e Croazia (Graševina, 4.459 ettari). Sino al 2010 era la Serbia a detenere il record degli ettari vitati: ben 33 mila, oggi ridotti a 2.037. Un primato passato all’Est Europa, con i 7.136 ettari della Romania.
A sfruttare l’assonanza del nome del vitigno con l’Italia è la solita Cina, che negli ultimi anni ha immesso sul mercato diversi Riesling italico, frutto di ben 3 mila ettari di vigneti allevati sotto la coda del Dragone.
Non indifferenti le quote di Slovenia (1.935), Repubblica Ceca (1.114 ettari) e Spagna (1.064 ettari), dove è conosciuto col nome di Borba blanca, impiantato in Extremadura. Risicate le cifre di Paesi come Brasile (188 ettari), Macedonia (270) e Slovacchia (456).
RIESLING ITALICO: UN’OPPORTUNITÀ PERSA?
Dal primo grande tasting mai organizzato in Italia sul vitigno (appuntamento che winemag.it intende replicare anno dopo anno) emerge innanzitutto un dato inconfutabile: il Riesling italico è un vitigno sottovalutato.
Il maggiore entusiasmo si registra in Oltrepò pavese, terra in cui il dualismo con il Riesling renano e la generica definizione di “Valle del Riesling” adottata dal Consorzio – figlia di una politica di promozione e storytelling confusa e generalista, che non trova conclamati consensi nazionali o internazionali – mette i bastoni tra le ruote al percorso identitario dei due vitigni.
Se da un lato la degustazione di winemag.it è stata accolta con grande favore da numerosi vignaioli della zona, dall’altro emergono segnali preoccupanti di immobilismo istituzionale.
Il Consorzio di Tutela, interpellato sulla mancanza di chiarezza nella comunicazione dei due vitigni, preferisce non rispondere per bocca della presidente, Gilda Fugazza. E col direttore Carlo Veronese se la cava così: «Non è il Consorzio che fa i disciplinari, ma le aziende del territorio».
Da quando sono qui di proposte più o meno condivisibili ne ho ricevute tante, ma nessuna di queste riguarda il Riesling. Se ci sarà una richiesta legata al Riesling la valuteremo e la proporremo al Cda e all’assemblea».
Eppure il dibattito, durante i “Tavoli” varietali pre-pandemia (2019), era stato acceso tra “sostenitori” del Riesling italico e del Riesling Renano, in Oltrepò. Tra i primi c’è il giovane vignaiolo Matteo Maggi, titolare di Colle del Bricco, a Stradella (PV).
IL RIESLING ITALICO DI COLLE DEL BRICCO
«Negli anni – spiega a winemag.it – ho sperimentato parecchio perché non vi è storico in Oltrepò su questo vitigno. Sia in vigneto che in cantina ho cercato di provare diverse tecniche. Altre le sto ancora sperimentando, per trovare un equilibrio».
In vigneto è importante gestirne la potatura, perché è generoso, nonché azzeccare l’epoca di vendemmia. C’è un detto sul Riesling Italico in Oltrepò che dice: “Il giorno prima è acerbo e il giorno dopo è marcio”. In cantina, tanto rispetto per uva e mosti. Poco ossigeno e controllo della temperatura».
«Ci tengo – continua Matteo Maggi – perché è un po’ il Calimero della viticoltura oltrepadana e forse italiana, in generale. Snobbato e bistrattato. Lo abbiamo sempre avuto qui. È sempre stato il nostro vitigno a bacca bianca. E per me la comunicazione di un territorio deve focalizzarsi soprattutto sugli autoctoni».
Il Riesling italico, per il patron di Colle del Bricco, è anche una questione affettiva. «Fa parte della storia storia della mia famiglia – rivela il giovane vignaiolo -. A mio nonno, da viticoltore hobbista, piaceva il Riesling italico. Lo stesso vale per mio padre. Io ne ho fatto una sfida personale».
Arrivare secondo non mi piace e credo che l’Italico in Oltrepò pavese possa diventare il primo in tutto il mondo. Il Renano, invece, viene nettamente meglio in Mosella. Quindi mi chiedo: perché puntare su un vitigno che ti mette in ombra, quando potresti determinare tu un mercato, con un altro vitigno?».
I MIGLIORI RIESLING ITALICO ITALIANI (E NON SOLO)
Prima dell’ampio dettaglio sui migliori Riesling italico degustati da winemag.it, alcuni consigli dall’estero, per l’esattezza da Croazia e Ungheria. Due Paesi che dimostrano quanto l’Italico sia in grado di leggere il “terroir”. E restituire, nel calice, vini di qualità assoluta.
In Croazia, da non perdere le diverse espressioni di Graševina di Vina Antunović, la boutique winery fondata da una delle poche “Donne del vino” croato, Jasna Antunović Turk. Siamo a Dalj, nella regione di Erdut, a due passi dal confine con la Serbia. Oltre alla 2020, convince la Graševina 2015 Premium, frutto di una sapiente vinificazione in legno grande che esalta le capacità di lungo affinamento del vitigno.
Per espressione del varietale, ottima anche la Graševina 2020 Premium di Vina Belje, cooperativa croata che sta puntando molto sul “Riesling italico”, anche grazie a nuovi impianti. Benissimo anche la Graševina 2020 di Vina Erdut, azienda guidata da Josip Pavić, presidente dell’Associazione produttori di vino della Croazia.
Spostandosi in Ungheria, l’assaggio da non perdere è quello dell’Olaszrizling 2020 Szent György-Hegy di Ujvári. Un gioiello assoluto, che nasce da terreni ricchi di basalto. Un “Riesling italico” che abbina verticalità, polpa, carattere e gastronomicità.
Note uniche per la varietà, conferite dal terroir vulcanico ed esaltate del lavoro sapiente di una delle giovani enologhe magiare più promettenti: la stessa Vivien Ujvári impiegata come winemaker da Barta Pince, nella regione di Tokaji. Del resto, la zona nord del lago Balaton investe sull’Olaszrizling addirittura con una denominazione ad hoc, in cui il Riesling italico è assoluto protagonista: Csopak.
IL RIESLING ITALICO ITALIANO: TUTTI I PUNTEGGI
RIESLING ITALICO DELL’OLTREPÒ PAVESE
DENOMINAZIONE
CANTINA
RATING
1
Oltrepò pavese Doc Riesling 2020 Rugiadé
La Travaglina
Giallo paglierino, riflessi verdolini. Naso delicato, floreale e mela al naso. Corrispondenza gusto olfattiva perfetta. Chiude salino, asciutto, chiamando il sorso successivo.
85/100
2
Oltrepò pavese Doc Riesling 2020
Quaquarini
Giallo paglierino leggermente velato. Naso e bocca sulla frutta matura, a polpa gialla: non solo mela, anche albicocca. Sorso piuttosto morbido, ben riequilibrato dalla freschezza.
85/100
3
Oltrepò pavese Doc Riesling 2020 Briná
Cà del Gè
Giallo paglierino pieno, limpido. Fiori e frutta matura, che sfora quasi nell’esotico. Sorso morbido, equilibrato, pieno. Un’ampiezza dettata dalla setosità glicerica dell’alcol. Chiude asciutto, piacevolmente amaricante. Vino gastronomico, da abbinamento importante.
89/100
4
Oltrepò pavese Doc Riesling 2020 Filagn Long
Cà del Gè
Giallo paglierino. Floreale, intenso sul frutto. Pesca gialla ancora più netta del precedente. Anche al palato, tanta frutta e apporto glicerico. Alcol integrato nel corredo di un vino giocato sulla piacevolezza di beva.
87/100
5
Oltrepò pavese Doc Riesling 2020 Valter e Davide Calvi
Calvi
Giallo paglierino, riflessi verdolini. Fiore bianco al naso, delicato. In bocca mela tagliata, sorso molto semplice, che conferma una piacevole e controllata nota ossidativa.
83/100
6
Provincia di Pavia Igt 2020 Riesling Kantharos
Calvi
Giallo paglierino. Naso su fiori bianchi e mela ossidata. In bocca si rivela ancora giovane e di buona prospettiva. Chiude su note terziarie di mou, vaniglia e caramello, ricordando inoltre la mandorla. Vino gastronomico, a cui dare tempo. Certamente un’interessante prova sul vitigno.
85/100
7
Vino bianco Italico
Pietro Torti
Giallo paglierino. Al naso gran purezza delle note fruttate, quasi aromatiche. Corrispondente al palato, tutto giocato sui primari. Emerge il gran lavoro in vigna, in termini di perfetta epoca di raccolta (non semplice sul vitigno). Cosa chiedere di più a un vino da tavola?
86/100
8
Oltrepò pavese Doc Riesling 2020
Pietro Torti
Giallo paglierino. Al naso ancora una volta una gran purezza, questa volta abbinata a una maggiore stratificazione. Mela, floreale, un tocco di agrume che ricorda il mandarino. Al palato un tocco leggerissimo petillant. Bella presenza al palato, su ricordi di mela e mandarino. Buona persistenza.
88/100
9
Oltrepò pavese Doc Riesling 2013 Moglialunga
Pietro Torti
Giallo paglierino, colore che ha retto perfettamente all’urto del tempo. Naso puro, su un frutto di perfetta maturità. Vino che non dimostra affatto gli anni che ha, neppure al palato. Frutto, profondità, freschezza, equilibrio. Da bere oggi o conservare ancora.
90/100
10
Oltrepò pavese Doc Riesling 2014
Antonio Dellabianca
Giallo paglierino. Leggera frizzantezza. Bella pulizia delle note fruttate, in equilibrio con la vena amaricante della chiusura. Vino semplice, beverino, piacevole. Glou-glou.
85/100
11
Oltrepò pavese Doc Riesling italico 2020 Magia
Antonio Dellabianca
Senza voto
SV
12
Provincia di Pavia Igt Riesling italico 2015 Vigna del Lodigiano
Antonio Dellabianca
Uno dei pochi vini del tasting affinato in barrique. Alla vista si presenta di un color ambra. Naso curioso, complesso, intrigante. Spazia dalla frutta matura a polpa gialla alla frutta secca, sino a curiose note di macchia mediterranea, resina, ginger. In bocca l’ossidazione preme sull’acceleratore e appiattisce lo spettro gustativo. Vino che va necessariamente atteso nel calice (il consiglio è di aprire con parecchio anticipo la bottiglia). Ecco dunque note di frutta a polpa gialla stramatura, ad anticipare ricordi di frutta secca, nel finale e nel retrolfattivo. Etichetta che può avere sicuro mercato tra gli amanti “natur” (“vino naturale”).
83/100
13
Vsq Metodo classico Brut Riesling Inganno 572
Calatroni
Giallo paglierino, buona luminosità. Perlage piuttosto fine, persistente. Naso di gran purezza, tutto sul frutto, con ricordi netti di mela renetta. Altrettanto puro è il palato, che abbina al modesto residuo zuccherino una bella vena fresco-acida. Si può lavorare ancora sulla finezza del perlage, ma il calice convince per tipicità e per coraggio, oltre a dimostrare una delle potenziali leve future del vitigno in terra oltrepadana: la spumantizzazione col Metodo tradizionale, per minimo 9 mesi.
86/100
14
Provincia di Pavia Igt Riesling 2021 Amber Demon
Perego & Perego
Colore ambrato, come suggerisce il nome. Bel frutto disidratato per un orange che conserva la riconoscibilità del vitigno, cosa non del tutto comune. Vena amaricante in chiusura, a riequilibrare la generosità glicerica e a dare gastronomicità.
86/100
15
Provincia di Pavia Igt Riesling 2020 Amber Demon
Perego & Perego
Senza voto
SV
16
Oltrepò pavese Doc Riesling Khione 2020
Colle del Bricco
Giallo paglierino. Naso tipico, sulla mela e sull’albicocca, sul fiore bianco. In bocca perde un po’ di materia (frutto) e vira sulle durezze, tra salinità e citrico.
85/100
17
Oltrepò pavese Doc Riesling Khione 2018
Colle del Bricco
Giallo paglierino, velato. Frutto più pieno del precedente, sulla frutta gialla. In bocca si conferma tale, con meno precisione sulla preservazione dei primari. Meglio la chiusura, in questi termini, dell’ingresso.
84/100
18
Oltrepò pavese Doc Riesling Khione 2017
Colle del Bricco
Giallo paglierino. Gran bella purezza del naso, il migliore della verticale 2020-2018-2017. Grazie all’alcol il quadro è più equilibrato tra durezze e morbidezze, ma porta con sé un sorso a fasi, nel complesso poco armonico. Vino al momento sull’altalena, ma si farà: il tempo non potrà che fargli bene.
85/100
19
Oltrepò pavese Doc Riesling Khione 2019
Colle del Bricco
Giallo paglierino. Naso molto ampio, generoso, tra la frutta matura a polpa bianca e gialla. Bella componente floreale che aggiunge garbo, suadenza. Note molto precise, in linea con tutte le prove di Matteo Maggi sul vitigno. La marcia in più, rispetto alle altre annate, è in bocca: premiata, finalmente, la ricerca di equilibrio. Retro olfattivo con quel filo di “verde” in più che disarmonizza il quadro. Il futuro è luminoso per il giovane vignaiolo di Stradella.
88/100
20
Oltrepò pavese Doc Riesling 2020
Azienda agricola Monterucco
Giallo paglierino. Naso e bocca corrispondenti, sul frutto a polpa bianca. Vino corretto, giocato sulla semplicità di beva e sull’immediatezza.
83/100
21
Oltrepò pavese Doc Riesling frizzante 2020
Azienda agricola Bruggia
Giallo paglierino. Un buon frizzante: semplice, beverino, senza fronzoli.
83/100
22
Provincia di Pavia Igt Riesling 2017 Pienosole
Scuropasso
Prima nota di idrocarburo del tasting. Gran bel frutto, di precisione rara. Colpisce per stratificazione: polpa, sapidità, freschezza, elegante terziarizzazione e persistenza. Best of.
90/100
23
Provincia di Pavia Igt Riesling vino fermo Il Rocco
Az. Agr. Fratelli Ferrari
Giallo paglierino. Bel frutto puro, pulito, ben controbilanciato dalle durezze. Un vino semplice, con una marcia in più dettata dalla grande attenzione in vigna (epoca di raccolta) e in cantina.
85/100
24
Oltrepò Pavese Doc Riesling Frizzante 2021
Azienda Agricola Paolo Verdi
Giallo paglierino. Purezza assoluta del frutto, che accompagna dal naso al retro olfattivo, sul filo di una beva spasmodica. Ottima persistenza per una tipologia, quella dei frizzanti, che spesso è relegata a vini senz’anima. Qui l’anima c’è, si stente e rispecchia la filosofia aziendale di uno dei vignaioli bandiera dell’Oltrepò pavese.
88/100
RIESLING ITALICO DEL COLLIO: KLANJSCEK AL TOP, IN VERTICALE
DENOMINAZIONE
CANTINA
RATING
1
Collio Doc Riesling italico 2017
Klanjscek
Colore che tende all’orange, frutto di una macerazione di 10 giorni. Splendido frutto al naso, puro. Mela, pesca, albicocca matura. Corrispondente al palato, lunghissimo, teso e di estrema prospettiva. Il secondo best of della degustazione di Riesling italico italiani.
90/100
2
Venezia Giulia Igt Riesling italico 2018
Klanjscek
Giallo che tende all’ambra. Ventuno giorni di macerazione: gran bella prova in termini di preservazione della riconoscibilità del vitigno. Lunghezza, sapidità, frutto. Un po’ meno stratificazione rispetto alla vendemmia 2017. Da godere oggi, con media prospettiva.
89/100
IL RIESLING ITALICO IN EMILIA ROMAGNA
DENOMINAZIONE
CANTINA
RATING
1
Colli Bolognesi Doc Riesling 2020 Le Vaie
Azienda agricola Isola
Giallo paglierino. Bel frutto (albicocca appena matura) e fiore bianco, al naso. Riempiono poi bene la bocca le note fruttate, confermando il “taglio bolognese” del Riesling italico, sulla frutta a polpa gialla. Vino tutto sommato semplice, ma non banale. Si tratta dell’unico “esemplare” di Italico reperibile sullo shop dell’Enoteca regionale dell’Emilia Romagna.
86/100
RIESLING ITALICO IN UVAGGIO: BENACO, OLTREPÒ E RIVIERA DEL GARDA
DENOMINAZIONE
CANTINA
RATING
1
Vino bianco 2020 biologico Opus
Azienda vitivinicola Esenta Borgo Castello
85% Riesling italico, 15% Manzoni bianco. Giallo paglierino. Naso esplosivo, sulla frutta tipica dell’Italico: spazia dalla renetta all’albicocca appena matura e abbina un bel bouquet di fiori bianchi. Sfiora persino l’esotico, l’ananas. In bocca, oltre alla frutta, sfodera una bella freschezza e una pregevole vena salina. Persistenza ottima, con il Mazoni ben delineato, a fare da spalla.
88/100
2
Benaco Bresciano bianco passito Igp 2017 Dolce canto della Fenice
Azienda vitivinicola Esenta Borgo Castello
85% Riesling italico, 15% Manzoni bianco. Giallo dorato. Naso connotato da note fruttate stramature, a polpa gialla, che non brillano in precisione. Bocca corrispondente, in cui la maturità del frutto cozza con venature amaricanti. Il risultato è un vino dolce non proprio equilibrato, corto e longilineo.
82/100
3
Provincia di Pavia Igt Bianco 2015 Gocce di vento
La Rocchetta di Mondondone
Riesling italico e Cortese. Giallo paglierino pieno. Naso che rispecchia l’andamento dell’annata, tutto sul frutto a polpa gialla maturo, cotogna e persino dalle tinte esotiche. Buona corrispondenza gusto olfattiva per un vino da mettere in tavola e gustare ad ampi sorsi. Chiusura agrumata.
85/100
4
Provincia di Pavia Igt Bianco 2014 Gocce di vento
La Rocchetta di Mondondone
Riesling italico e Cortese. Naso sorprendente per l’annata, esprime un bel frutto e piacevoli tinte floreali. In bocca si conferma un bianco incentrato sul frutto. Necessariamente più snello della vendemmia 2015 ma di carattere, mostra buone prospettive di affinamento.
86/100
5
Garda Doc Riesling 2020 (certificato vegan)
Azienda agricola Pratello
75% Renano, 25% Italico. Giallo paglierino. Naso sul fiore, sulla frutta (mela, agrume), accenno di idrocarburo. In bocca teso, asciutto, agrumato, minerale. In definitiva giovanissimo. Vecchie viti di Riesling dal Colle Brusadili, ad oltre 300 metri sopra al lago di Garda.
89/100
6
Riviera del Garda Classico Doc Bianco 2020 Gioia
Conti Thun
Italico e Renano. Alla vista si presenta di un giallo paglierino. Naso di pesca, albicocca, gelsomino, fiori bianchi. Corrispondenti le note al palato. Gioca sull’alternanza tra freschezza e rotondità del frutto. Altro vino giovane e di prospettiva.
88/100
Degustazione a cura di Davide Bortone, Giacomo Merlotti e Viviana Borriello
Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, tra carta stampata e online, dirigo winemag.it. Collaboro inoltre come corrispondente per una delle testate internazionali più autorevoli del settore, in lingua inglese. Edito con cadenza annuale la “Guida Top 100 Migliori vini italiani” e partecipo come giurato ai più importanti concorsi enologici internazionali. Oltre alle piazze tradizionali, studio con grande curiosità i mercati emergenti, seguendone dinamiche, trend ed evoluzioni. Negli anni ho maturato una particolare esperienza nei vini dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa, tanto da aver curato la selezione vini per un importatore leader in Italia. Nel 2024 mi è stato assegnato un premio nazionale di giornalismo enogastronomico.
Dopo il terremoto sulla legge Lgbt, definita da molti osservatori d’ostacolo ai diritti di gay, lesbiche e transessuali, un altro terremoto scuote l’Ungheria di Viktor Orbán, che si prepara al voto di aprile 2022. I produttori di vino ungheresi chiedono al governo di Budapest di consentire agli avventori di poter bere vino al ristorante. L’Ungheria è infatti uno dei pochi Paesi rimasti nell’eurozona in cui è in vigore la tolleranza zero sull’alcol al volante.
Tradotto: bevi una birra, la polizia di ferma a un posto di blocco e sono guai. Patente ritirata e sanzione molto salata, anche in fiorini (in molti casi pari o superiore al salario medio mensile).
A guidare la rivolta è una colonna portante della viticoltura magiara: Joseph Bock, classe 1948, tra i più noti viticoltori di Villány, regione vinicola ungherese vocata al Cabernet Franc in purezza. Bock, esperto cacciatore di cinghiali e daini nel tempo libero, ha messo nel mirino da diversi da anni il proibizionismo del governo ungherese.
ALCOL AL VOLANTE, «TOLLERANZA ZERO IMPEDISCE LA CRESCITA»
Ieri l’ultima stoccata, sul palco di Franc&Franc 2021, manifestazione che ha convogliato nel Sud dell’Ungheria ben 175 wine expert da tutta Europa e non solo, ospitata come di consueto dalla cantina Bock.
«Dobbiamo cambiare questa assurda legge – ha dichiarato Joseph Bock – che mina l’evoluzione stessa della viticoltura ungherese. La tolleranza zero sull’alcol alla guida è d’ostacolo allo sviluppo dell’economia delle cantine magiare, che si stanno sempre più attrezzando anche sul fronte dell’enoturismo».
Siamo ormai uno dei pochi Paesi rimasti in Europa a non permettere a nessuno di bere neppure un bicchiere di vino al ristorante. Anche i turisti e gli enoturisti vivono col timore di consumare un calice di vino, perché corrono il rischio di vedersi ritirata la patente fuori dal ristoranti o dalle cantine».
«Chiunque abbia a cuore la crescita del settore – ha aggiunto Joseph Bock – deve supportarci in ogni modo per far sì che questo divieto venga abolito al più presto. Consentire una minima tolleranza è ormai vitale non solo per molte cantine e ristoranti, ma anche per tutto l’indotto di cantine, ristoranti e strutture ricettive ungheresi».
GIORNALISTI E CONSORZI DEL VINO UNGHERESE CON JOSEPH BOCK
Zoltán Győrffy (nella foto sopra), direttore del wine magazine ungherese Pécsi Borozó, si allinea alla posizione di Bock. «Chi viene pizzicato alla guida con appena 0.25 mg/l di alcol – spiega in esclusiva a WineMag.it – rischia in Ungheria una multa da un minimo di 200 a un massimo 200 mila euro. Quest’ultimo è chiaramente un valore estremo, che tiene conto di eventuali danni causati a persone o cose».
Vedersi rifilata una sanzione da 300 euro e da uno a tre mesi di sospensione della patente è comune, nel Paese. Il punto è che, così facendo, si pone un limite alla cultura del vino ungherese, che deve pur essere bevuto responsabilmente».
«Penso che il governo debba rivedere le norme attuali – conclude Zoltán Győrffy, membro tra l’altro dell’ufficio di gabinetto del rettore dell’Università di Pécs – introducendo una tolleranza minima per chi si mette alla guida, simile a quella di altri Paesi produttori di vino, come per esempio l’Italia. La tolleranza zero è d’ostacolo all’enoturismo, alle nostre cantine e a tutte le aziende della ristorazione e dell’ospitalità».
Tra i favorevoli a una revisione della legge c’è anche Péter Molnár, direttore del Consorzio Vini di Tokaj, la più nota e rinomata regione vinicola ungherese. «L’auspicio – commenta a WineMag.it – è che questa legge cambi, per il bene dell’enogastronomia ungherese».
Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, tra carta stampata e online, dirigo winemag.it. Collaboro inoltre come corrispondente per una delle testate internazionali più autorevoli del settore, in lingua inglese. Edito con cadenza annuale la “Guida Top 100 Migliori vini italiani” e partecipo come giurato ai più importanti concorsi enologici internazionali. Oltre alle piazze tradizionali, studio con grande curiosità i mercati emergenti, seguendone dinamiche, trend ed evoluzioni. Negli anni ho maturato una particolare esperienza nei vini dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa, tanto da aver curato la selezione vini per un importatore leader in Italia. Nel 2024 mi è stato assegnato un premio nazionale di giornalismo enogastronomico.
Villány, Baranja ed Erdut. Ovvero l’Ungheria meridionale dei vini rossi eleganti e generosi, che punta tutto su Cabernet Franc e taglio bordolese. E la Croazia nord-orientale, lontana dal mare, abbracciata dai fiumi Danubio e Drava: terra di vini bianchi a base Graševina e varietà a bacca rossa tipiche di Bordeaux. Non è stato ribattezzato per caso “Land of wine“, “Terra del vino“, il progetto di promozione transfrontaliero che unisce la regione vinicola magiara di Villány e le due sottozone croate della macro regione di Podunavlje.
Un matrimonio che si consuma a nord e a sud di una delle tante strisce tracciate dalla geopolitica, tra Pannonia e Balcani. Per l’esattezza, lungo gli ultimi 60 degli oltre 320 chilometri di confine tra Ungheria e Croazia; verso est, sino a lambire la Serbia.
La forma a grappolo d’uva che si ottiene unendo idealmente il tracciato di Villány, Baranja ed Erdut racconta tutto, o quasi. A partire dalla cartina geografica. Oggi solo i serrati controlli alla frontiera dettati dalle misure anti Covid-19 interrompono la continuità, non solo paesaggistica, tra gli areali.
Una morbida discesa dalle “vette” di Villány (140-350 metri sul livello del mare) alla pianura croata, modellata sul letto paludoso del Danubio. Dal sud dell’Ungheria si rotola giù fino ad Osijek, quarta città della Croazia per numero di abitanti – oltre 100 mila – e nuova capitale storica, culturale ed economica della Republika Hrvatska.
THE LAND OF WINE: VILLÁNY, BARANJA ED ERDUT
Novanta metri sul mare, sulla sponda sud del fiume Drava, per un centro che fa della cultura green e del turismo su due ruote il suo punto forte. L’immenso “Giardino urbano” (Gradski Perivoj) di Osijek è menzionato sin dal 1.750. Lo conoscerà bene Davor Šuker, uno dei più grandi calciatori croati di tutti i tempi, che qui è nato.
Una terra simbolo del multiculturalismo, in cui non è difficile trovare tre chiese per paese. Cattolici, calvinisti e ortodossi le distinguono dalla forma del tetto, nonché dalla presenza, o meno, della croce sul campanile.
Una storia ben simboleggiata dal Máriagyűd kegyhely di Siklós, santuario e luogo di pellegrinaggio riconosciuto dalle diverse confessioni religiose, ad appena 16 chilometri dal capoluogo vinicolo Villány. Appena al di là del confine ungherese, il melting pot è evidente nel bilinguismo e nelle assonanze dell’enogastronomia.
Un puzzle che si fa ancora più complesso se si considera l’influenza della Serbia, con cui la Croazia ha condiviso le sanguinose vicende dell’ormai ex Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia. Il monumento alla Battaglia di Batina, con il suo obelisco di 26,5 metri sull’altopiano di Gradac, celebra la “Vittoria” dell’Armata rossa in occasione della cosiddetta Krvava kota 169, l’«elevazione sanguinosa 169» del 1944, tra gli scontri più violenti della II Guerra mondiale.
Nell’ossario che fa da basamento, i resti di 1.297 combattenti. Perlopiù contadini ucraini, arruolati in fretta e furia dalle forze armate sovietiche per arrestare l’avanzata dell’esercito tedesco. Appena sotto e all’orizzonte, una vista mozzafiato sul Danubio che, proprio in questo tratto dei suoi 2.860 chilometri, unisce le sponde di Croazia e Serbia. Con l’Ungheria sullo sfondo.
VILLÁNY E IL CABERNET FRANC UNGHERESE: CLASSICUS, PREMIUM E SUPER PREMIUM
Seconda solo a Tokaji per notorietà internazionale e acclamata terra dei vini rossi ungheresi, la regione vinicola di Villány si estende su circa 2.400 ettari (2.333,64 secondo l’ultimo censimento) nella macro regione di Baranya. Con i suoi 322,25 ettari, il Cabernet Franc si è ritagliato negli anni il ruolo di varietà simbolo.
Si tratta di uno dei rari casi al mondo di vinificazione in purezza del vitigno. L’esempio è quello della Loira francese (Breton), con cui quest’angolo d’Ungheria condivide le caratteristiche del terreno (argilla, sabbia, limo e loess). Il marchio ungherese si chiama Villány Franc. Alla base, un rigido sistema di classificazione identificato nel 2014 dal locale Consorzio di tutela, il Villányi borvidék.
La stragrande maggioranza dei vini viene imbottigliata come Classicus. Ma sono le tipologie Premium e Super Premium a dare le maggiori soddisfazioni nel calice. Il segreto? Le rese delle uve, provenienti da singoli vigne e cru, vengono contenute sino a meno di un terzo dei 100 ettolitri potenziali.
I vini Villányi Franc Premium (massimo 60 ettolitri / ettaro) prevedono l’affinamento in botte di un anno (la media è di almeno due). Per i Villányi Franc Super Premium, commercializzabili anche solo col nome di Villányi Franc (35 ettolitri / ettaro), il vino trascorre almeno un anno in botte e un altro anno in bottiglia (tre anni sono la media tra vendemmia e inizio della commercializzazione).
Il nuovo sistema di classificazione interessa soprattutto i le uve di Cabernet Franc prodotte in vigneti simbolo come Bocor, Dobogó, Fekete-hegy, Jammertal, Konkoly, Kopár, Mandolás e Ördögárok, per citarne solo alcuni. Tra i produttori spiccano gli storici Tiffán, Gere, Polgár e Bock.
Interessante il fermento riscontrabile tra le cantine di Villányi sul fronte della proposizione di vini meno opulenti, frutto non solo del controllo delle rese in vigneto ma anche dell’esaltazione di frutto più croccante e meno maturo-marmellatoso. Eleganza e finezza, assieme a freschezza e agilità di beva, sono le caratteristiche che premieranno i Villányi Franc di domani.
I MIGLIORI CABERNET FRANC DI VILLÁNYI: LA SELEZIONE DI WINEMAG.IT
Per mantenere alta l’attenzione dei produttori, dal 2015 il Villányi borvidék 0rganizza un tasting dei vini atti a divenire Premium e Super Premium. Tra i 12 selezionati nel 2021, alcuni brillano in particolare per la loro capacità di esaltare il terroir d’elezione del Cabernet Franc ungherese, tanto quanto una necessaria chiave interpretativa moderna del vitigno-vino.
A differenza di Bordeaux, dove il Conseil Interprofessionnel du Vin ha da poco varato l’introduzione di quattro nuove varietà a bacca rossa per contrastare i cambiamenti climatici (Touriga Nacional, Marselan, Castets, Arinarnoa), la regione di Villány sembra intenzionata a risolvere il problema – almeno al momento – attraverso una sapiente gestione del vigneto.
Sarà il mercato, nell’arco dei prossimi 10 anni, a dire chi avrà avuto ragione. Nel frattempo, i calici migliori parlano tutti la stessa lingua. A preoccupare, piuttosto, sono diverse interpretazioni che privilegiano il legno al frutto, nel solco di una standardizzazione ed omologazione che non fa bene al futuro.
Agancsos Pincészet – 2017 (14% vol)
Gran bella scorrevolezza e materia per questo Cabernet Franc in purezza vinificato in legno grande da 500 litri. Il sorso è tipico e abbina l’usuale generosità del frutto a una croccantezza rara, che si traduce in una succosità seducente. Convince anche per la gestione composta dei terziari, finissimi e in grado di incomplessire magistralmente il profilo di un’uva coccolata in vigna e poi preservata (ed esaltata) in cantina. Un grande lavoro, in definitiva, sulla varietà, sul terroir e sulla longevità.
A. Gere Pincészet – Ördögárok-dűlő 2017 (14,5%)
I lieviti selezionati all’interno dei vigneti di proprietà, per l’esattezza 3 dei 7 considerati migliori dai test fermentativi, conferiscono uno stile unico ai vini di Attila Gere Pincészet. Nello specifico, il Franc è ottenuto dal cru di Ördögárok, che nel 2017 (come per molti vini ungheresi dell’annata) ha dato risultati eccezionali.
Una chicca che convince per l’eleganza estrema della componente verde del vitigno, tra ricordi di macchia mediterranea, speziatura dolce e fresca e vibrante acidità. Tannini presenti ma elegantissimi, integrati e di gran prospettiva. Tra le componenti morbide, il frutto si rivela materico e succoso, ancora croccante. I terziari giocano un ruolo di secondo piano e lasciano spazio a una delle migliori espressioni territoriali del vitigno. Vino con una grande vita davanti.
Bock – Fekete-hegy Selection 2015 (14,5%)
Fekete Hegy, ovvero “Montagna nera”, è una delle selezioni della cantina di Villány guidata dall’iconico József Bock. Un vino che viene prodotto solo nelle annate migliori. E la 2015 sta lì a dimostralo, con la sua stratificazione e complessità, nonché attraverso il chiaro messaggio sulla longevità dei Cabernet Franc ungheresi prodotti nella zona.
Alle classiche note fruttate del vitigno, qui generose e rotonde (ciliegia, lampone, fragolina di bosco), fa eco una freschezza che accompagna dal naso al retrolfattivo, giocata anche su ricordi di erbe della macchia mediterranea.
Bel tannino elegante, integrato e di prospettiva, che contribuisce a rendere la beva agilissima e super gastronomica. Vino pronto, con margini di crescita. Così come sarà grande un altro Cabernet Franc in purezza di Bock: il Siklós ottenuto dalla vigna di Makár, al momento ancora in affinamento in barrique.
Riczu Tamás – 2017 (15%)
Vino ottenuto dalle vigne di Villány con una resa inferiore ai 50 quintali ettaro. Non spaventino i 15% vol., perché il quadro è quello di uno dei vini di rara concentrazione e precisione degli aromi, in cui l’alcol gioca un ruolo fondamentale, proprio per la sua perfetta integrazione.
Il frutto rosso e nero polposo invita agli straordinari un tannino di seta, elegantissimo. A contribuire all’equilibrio del nettare anche una freschezza data da ricordi di mentuccia. Colpisce (anzi strabilia) per l’opulenza, abbinata appunto a freschezza, definizione elegante degli aromi e persistenza da vendere. Un faro per il futuro dei Villányi Franc.
Ruppert – Diósviszló 2016 (14,5%)
Piante di 20 anni e resa che fatica a raggiungere il chilogrammo per ceppo nel vigneto di Diósviszló. Se il calice del Cabernet Franc di Ruppert è eccezionale lo si deve soprattutto al grande amore che questa famiglia di produttori riversa in ogni singola attività produttiva. Non a caso è tra i pochi disponibili anche in Italia.
Colpisce per la stratificazione del naso e del sorso, che accosta frutto, spezie, freschezza, eleganza. Una fermentazione rigorosa e volta a favorire l’espressione dei primari, unita a un utilizzo garbato dei legni, regala un sorso al momento piacevolissimo, nonché di assoluta prospettiva.
Sauska – Siklós 2017 (14,5%)
Quattordici gradi e mezzo (abbondanti, si direbbe) e un’acidità pari a 6.1 punti: certi vini si comprendono ancora meglio con i numeri alla mano. Quelli del Cabernet Franc Siklós di Sauska, di fatto, parlano da soli. Si tratta dell’assemblaggio delle vigne Kopár, Konkoly e Makár. La parola d’ordine è “equilibrio”, sul filo di una perfetta corrispondenza gusto-olfattiva.
Note di chiodo di garofano, mentuccia, anice e un tocco di rabarbaro ben si accostano alla pienezza di un frutto grondante di succo, a bacca rossa e nera (lampone, ribes, mora). Vino di rara pienezza e gastronomicità, nonché fulgido esempio di quanto il Cabernet Franc di Villány possa ritagliarsi uno spazio (anche) tra i grandi vini internazionali “da meditazione”. Oltre a piatti elaborati di carni rosse, un buon libro come accompagnamento ideale.
Szende Pince – Kopár 2017 (15%)
Botte grande da 500 litri per due anni, una scelta territoriale che inizia dai legni: rigorosamente Trust ungherese. La selezione del vigneto Kopár di Szende è uno di quei vini che cattura sin dal primo sguardo e, subito dopo, dal primo naso.
Il frutto è delizioso e i terziari perfettamente integrati. Un quadro elegante e gioioso su cui danzano freschi ricordi di erbe della macchia mediterranea. Al palato, una perfetta corrispondenza gusto-olfattiva e tannini in cravatta: soffici, ma di prospettiva assoluta.
Tra i migliori Cabernet Franc ungheresi non può mancare quello degustato durante l’Hungarianwines Gettogether 2021 del 19 agosto, al castello medioevale di Siklós. Una manifestazione a cui aderiscono annualmente diversi produttori provenienti da tutte le regioni vinicole dell’Ungheria.
Heumann – Trinitás 2016 (15%)
Vino ottenuto da Cabernet Franc in purezza di rara eleganza e stratificazione nel panorama dei Villány Franc dell’annata 2016. Si tratta del frutto dell’assemblaggio delle uve di Vokány (Trinitás, per l’appunto) e Diosviszlo (Nagyhegy), pensato dalla coppia svizzero-tedesca Evelyne & Erhard Heumann. Come pochi altri colpisce per l’integrazione assoluta dell’alcol, utile spalla dell’assoluta freschezza.
Precisissimi ricordi di piccoli frutti a bacca rossa e nera (mirtillo, ribes) ancora croccanti si concedono tanto al naso quanto al palato, arricchiti da tannini soffici e ricordi di cioccolato e tabacco. Tasso di gastronomicità alle stelle, senza rinunciare a una beva gustosa, golosa, instancabile. Potenziale d’affinamento lunghissimo.
DOVE MANGIARE A VILLÁNY
A. Gere Mandula Restaurant (Diófás utca 4-12, Villány)
Non solo vino per la cantina A. Gere. La famiglia chiude il cerchio dell’ospitalità con il Crocus – Resort & Wine Spa, nonché con un ristorante di assoluto livello: il Mandula Étterem – Bisztró & Wine Bar, proprio nel cuore del villaggio di Villány.
Il ristorante porta nel piatto un concetto di “Alta cucina regionale”, rispondente alla tradizione Swabian, ovvero della Svevia, la regione della Germania da cui provengono i Gere, così come molte altre famiglie della zona.
Un lavoro che si fonda sulla creatività, all’insegna dell’attività più importante: la produzione di vini di alta qualità. Al Mandula Étterem – Bisztró & Wine Bar si sperimenta un viaggio tra i vini di Attila Gere, a cui la componente gastronomica vuole fare da spalla.
Bock Óbor Étterem (Batthyány utca 15, Villány)
Nel solco dell’enoturismo e dell’ospitalità anche la cantina Bock, che a Villány propone un hotel 4 stelle, l’Ermitage, e un ristorante, l’Óbor Étterem, che si distingue per l’ambiente informale, a cavallo tra la trattoria e i masi con stube del Trentino Alto Adige.
Un po’ come sentirsi a casa, all’insegna degli abbinamenti cibo-vino studiati attorno alla ricchissima produzione della famiglia di origini sveve. Il tutto curato dall’executive chef Barbara Nemesné e dalla coppia di sous-chef György Róbert e Hadnagy Attila.
Sauska 48 (048/10 hrsz, Villány)
Si chiama Sauska 48 l’elegante ristorante della cantina Sauska. Oltre ai piatti, si distingue per la vista mozzafiato sulla collina di Villány, specie dalla terrazza, perfetta per l’estate e per le calde e assolate giornate primaverili. Il perché del nome? Presto spiegato: il ristorante ha 48 posti a sedere.
Nel piatto, le specialità della regione interpretate in chiave moderna, con ingredienti provenienti dalle aziende agricole biologiche del circondario. Il tutto condito dalla vasta gamma di vini targati Sauska che comprende, oltre a Villány, anche la produzione della seconda cantina, a Tokaji (vini disponibili anche in Italia).
BARANJAEDERDUT: “GIÙ” IN CROAZIA, TRA GRAŠEVINA E CABERNET
Venti minuti, direzione sud. Cofano dell’auto e calici rivolti verso Petlovac. O, meglio, Baranjsko Petrovo Selo. Il valico tra Ungheria e Croazia meridionale dista appena 19 chilometri da Villány. Dall’altra parte, ecco la Baranja. Poco cambia, se non una consonante, rispetto alla Baranya ungherese.
Già, perché il progetto di promozione territoriale dei due Paesi si fonda proprio sulla sostanziale unità geografica delle due aree del Transdanubio. Simili anche nel numero di abitanti (circa 350 mila) nella densità di popolazione (attorno ai 75 / Km²) e per la superficie (circa 4 mila Km²). Senza dimenticare che, appena al di là del confine, in Croazia, vivono ancora circa 10 mila ungheresi, secondi solo a serbi (29 mila) e ai padroni di casa croati (oltre 275 mila).
L’influenza “enologica” della Baranya, in Baranja, si sente eccome. Più che nel calice – il terroir di Villány è decisamente più vocato e in grado, da solo, di offrire vini di maggiore spessore – nelle varietà. Basti pensare che la Graševina, la varietà più allevata non solo nella regione vinicola di Podunavlje ma in tutta la Croazia, altro non è che l’Olaszrizling ungherese, ovvero il Riesling italico.
Sul fronte dei rossi, riecco il Cabernet Franc, altro “volto noto” transfrontaliero. Non mancano le altre varietà del taglio bordolese: Cabernet Sauvignon e Merlot, vinificati in purezza o in uvaggio. Colpisce l’approccio croato al vitigno, che nelle migliori espressioni è molto diverso da quello ungherese.
Se a Villány si tende a produrre vini rossi potenti ed eleganti, impreziositi da una mano di legno e terziari più o meno invasivi, in Baranja, così come a Erdut, si sceglie – al momento – la via del residuo zuccherino. Un elemento troppo spesso strabordante, tanto da standardizzare la beva e renderla ancor meno territoriale. Le due subregioni della Podunavlje vivono un’era che può essere considerata d’oro per la viticoltura.
Respinto il sistema mono partitico comunista all’inizio degli anni Novanta, sono molte le aziende che si sono date da fare nel settore. Tra queste, ne spiccano alcune intenzionate distinguersi «sul modello di qualità della vicina Villány», spiega a WineMag.it Josip Pavić, presidente dell’Associazione produttori di vino della Croazia. Ecco dunque i 10 vini da non perdere tra Baranja ed Erdut.
Una delle cantine con le idee più chiare sul futuro, la Vina Kalazić di Zmajevac. La produzione, certificata biologica, si divide in tre linee. Si passa dai vini quotidiani alle due linee premium, tra cui spicca il Cabernet Sauvignon 2012. Gran pulizia del frutto, tannini finissimi e un sorso che fa presagire ancora un quinquennio ad alti livelli per il bordolese di casa Kalazić.
Pinot Grigio 2019, Vina Gerštmajer (13,5%)
Si resta a Zmajevac, ma si cambia completamente registro con Vina Gerštmajer. Una realtà famigliare che vale di pena conoscere e approfondire, soprattutto per la rivoluzione in atto grazie ad Ivan Gerštmajer. Il giovane, rappresentante della quarta generazione, ha iniziato a ridurre parzialmente i residui zuccherini di una realtà interamente vocata alla produzione di vini da vendemmia tardiva.
Il risultato più fulgido è l’esaltante equilibrio fresco-zuccherino di uno dei Pinot Grigio più attraenti del momento, almeno in scala mitteleuropea. Agli 8 grammi di residuo, perfettamente integrati, rispondono 12 punti di acidità. Il sorso è teso e freschissimo, tanto quanto morbido e suadente.
Uno dei classici vini “buoni da soli”, eccezionali anche a tavola. L’esempio più fulgido di quanto un giovane vignaiolo con lo sguardo sul mondo possa dare la svolta alla produzione di una famiglia che, negli anni, si è ritagliata un posto d’onore nella produzione dei migliori vini della Croazia.
Cabernet Sauvignon 2019, Vina Gerštmajer (14%)
Il vino che chiude il cerchio della rivoluzione. Se l’approccio di Ivan Gerštmajer alle varietà a bacca bianca da sempre presenti nel vigneto di famiglia è quello di semplificare senza ridurre, nel bouquet di vini della boutique winery di Zmajevac non poteva mancare un rosso in grado di mostrare l’altra faccia della medaglia.
Tra i vini carichi di terziari e qualche standardizzante sbrodolata sul residuo zuccherino (non a caso tanto amato da mercati come quello cinese) in Baranja brilla l’interpretazione del Cabernet Sauvignon 2019 del giovane Ivan.
Nella sua semplicità e immediatezza, chiara sin dal colore e poi fulgida all’assaggio (frutti rossi croccanti, speziatura elegantissima, beva agilissima ma tutt’altro che banale) c’è tutta la concretezza di un’idea che va ben oltre il vino. Quella di chi vuole scrivere la storia, in una regione enologicamente giovane, che ha un disperato bisogno di personalità a cui aggrapparsi per distinguersi.
Graševina 2020 “Premium”, Vina Belje (13,5%)
Vina Belje è il produttore di vino croato dotato del parco vigneti più vasto: ben 650 ettari, tutti in Baranja. Splendido il corpo aziendale storico, con una serie di cunicoli pronti a sorprendere gli enoturisti. Sul fronte della produzione, nel 2011, l’azienda ha investito risorse pari a 20 milioni di euro per un nuovo polo produttivo all’avanguardia.
Un’azienda attentissima al marketing e al giudizio internazionale, che sta dando (e darà) un grande aiuto alla denominazione e al territorio, soprattutto in termini di visibilità. Tra i vini, tutti enologicamente ineccepibili e pensati per centrare i gusti moderni, ben oltre i confini nazionali, spicca la concretezza e tipicità della Graševina.
Graševina 2020, Vina Antunović (12,5%)
«One woman company». Così si presenta la “donna del vino” più intraprendente della Croazia. Jasna Antunović Turk (nella foto sopra) è a capo della prima azienda vinicola del paese fondata e condotta da una donna. È a Dalj, nella regione di Erdut, a due passi dal confine con la Serbia, che l’ex manager del settore finanziario ha cambiato vita.
Una fortuna per l’intera regione di Podunavlje poter contare oggi sui suoi vini, in grado di evidenziare nel calice le sfumature del terroir locale. Per l’esattezza, Jasna Antunović Turk ha dato avvio nel 2004 all’impianto dei vigneti (8 ettari complessivi) contando sull’esempio del padre. Nel 2009 ha inaugurato la piccola cantina artigianale, a poche centinaia di metri dal Danubio.
La gamma è ricchissima di gemme, tra cui la Graševina 2020. Un vino non filtrato, allo scopo di preservare le gentili caratteristiche del vitigno. Al giallo paglierino luminoso con riflessi verdolini fanno eco frutto e materia da vendere, prima al naso poi al palato.
Spiccano note citriche e di frutta a polpa gialla, nonché fiori che contribuiscono a creare un bouquet elegante e ricercato. Uno di quei vini che assomigliano tanto a chi li produce, dividendosi nello specifico tra charme e concretezza, equilibrio e carattere.
Graševina 2015 Premium, Antunović (12%)
Quando può “invecchiare” una Graševina? Risponde Jasna Antunović Turk, con la sua Premium 2015. Sei anni abbondanti e non sentirli per questo bianco affinato sapientemente in legno grande, che si presenta nel calice con una veste dorata, luminosa. Tutto tranne che il bianco “grasso” e “pesante” che ci si potrebbe aspettare. Un nettare che conserva delicatezza e fragranza, all’insegna di una filosofia produttiva chiara: elevare il vitigno grazie alla tecnica.
Naso e bocca in perfetta corrispondenza, su preziosi ricordi floreali e generosi e polposi richiami fruttati. La componente agrumata tende il sorso come una corda, mentre il legno gioca a riequilibrare il sorso con la vena cremosa. Un vino bianco dall’elevatissimo tasso di gastronomicità, tanto da chiamare il piatto e l’abbinamento ad ogni sorso.
Cuvée Rosé 2020, Antunović (12%)
Poteva mancare un rosé nella cantina della prima donna winemaker della Croazia? Certamente no. Quello di Jasna Antunović Turk, per di più, è un rosato che travalica persino il facile (anzi, triste) luogo comune del rosato che fa impazzire le donne. Ottenuto da un uvaggio Pinot Noir, Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc, si presenta nel calice di un rosa provenzale luminoso.
Il naso è delicato, sui fiori di rosa e i piccoli e croccanti frutti rossi. Si spazia dal ribes alla fragolina di bosco, per poi virare su ricordi più pieni e maturi di frutta a polpa bianca e gialla, come la pesca e il melone. Si ritrova tutto al palato, in un quadro di perfetta corrispondenza che vede nella freschezza e nella vena salina del sorso (lunghissimo per la tipologia, in termini di persistenza) uno dei punti forti.
Chardonnay 2017, Antunović (13%)
Altro vino che esalta la varietà, il territorio e il savoir-faire enologico di Vina Antunović. Uno Chardonnay che convince per la riconoscibilità assoluta del vitigno, interpretato in chiave Erdut e, per questo, ancora più prezioso. Naso e sorso si concedono tra eleganti ricordi floreali e di frutta esotica. Pregevole la vena minerale-salina che fa da spina dorsale, unita all’esaltante freschezza che controbilancia la morbidezza del frutto. Vino equilibrato e gioioso, dotato di gran carattere e visione locale.
Graševina 2020, Vina Erdut
Vina Erdut, l’azienda guidata da Josip Pavić, presidente dell’Associazione produttori di vino della Croazia (nella foto sopra) è la cantina leader, in termini di fatturato ed ettari vitati disponibili della subregione di Erdut (513 di cui 490 a corpo unico, un record in Croazia). Merita la visita per l’imponenza della struttura di chiara matrice comunista, con vista spettacolare sul Danubio. La cantina, dotata dei più moderni sistemi di vinificazione, è stata inaugurata nel 1984.
È in grado di accogliere 6 milioni di litri di vino. Al suo interno, una botte di rovere di Slavonia finemente intagliata, con scene di vita rurale che fanno da contorno all’Ultima Cena. Tra i vini secchi e fermi convince la Graševina. Un bianco a tutto pasto giocato sull’esuberanza della componente fruttata, ben riequilibrata dalla freschezza.
Icewine 2012, Vina Erdut
Una delle sorprese per chi si ritrova a sondare le cantine della regione vinicola del Podunavlje: un icewine croato ottenuto da uve Gewürztraminer, raccolte a fine dicembre. Trenta grammi litro di residuo davvero ben integrati, in un sorso suadente e fresco, ben terziarizzato. Un vino perfetto per accompagnare soprattutto formaggi saporiti, oltre ai dolci.
Cucina tipica della Baranja con uno sguardo particolare sul mondo, in particolare sull’Italia, dove Damir Josić si sta tuttora formando, per nobilitare il menu del Josić Restaurant, annesso alla boutique winery di famiglia, Vina Josić. Un’avventura iniziata nel 1999, con l’acquisto di una delle tante antiche case di Zmajevac dotate di grotta (sarduk) per la conservazione del vino (prodotto in maniera casalinga) e dei generi alimentari.
Hotel Lug– Restaurant & Vinoteka (Šandora Petefija 64, Lug)
Eleganza e ambiente ricercato si riversano nei piatti di Hotel Lug – Ristorante e Vinoteka. Una storica realtà dell’omonima frazione del comune di Bilje, nell’Osijek-Baranja, da poco rilevata e in rampa di lancio. Nell’edificio da cui sono stati ricavati hotel, cantina e ristorante, fino a due secoli fa, viveva una famiglia tedesca. Al momento sono 67 etichette le etichette di vino in carta. L’obiettivo è di raggiungere le 150, per offrire un ventaglio completo sul vino della Croazia, da abbinare a piatti molto curati, non ultimo dal punto di vista estetico.
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Baranjska kuća (Kolodvorska 99, Karanac)
Un luogo magico e da non perdere, per tutti quegli enoturisti che vogliono vivere un’esperienza autentica. Il Baranjska kuća di Kneževi Vinogradi è situato nella frazione di Karanac e offre molto più di una cucina tradizionale di altissimo livello.
Il ristorante dell’hotel è interamente ricavato all’interno della Ulici zaboravljenog vremena, la Via del Tempo dimenticato attorno alla quale si sviluppano gli edifici del vecchio villaggio di Karanac, tra case e botteghe dei mestieri ormai in disuso.
Nei calici del ristorante Baranjska kuća, per scelta del giovane titolare Stanko Škrobo (nella foto gallery), solo vini prodotti nella regione della Baranja. Tra le specialità, anche la farina di mais prodotta in casa e utilizzata per confezionare il pane di questo angolo unico al mondo, in cui la modernità dello street food è legata a doppio filo alla tradizione.
Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, tra carta stampata e online, dirigo winemag.it. Collaboro inoltre come corrispondente per una delle testate internazionali più autorevoli del settore, in lingua inglese. Edito con cadenza annuale la “Guida Top 100 Migliori vini italiani” e partecipo come giurato ai più importanti concorsi enologici internazionali. Oltre alle piazze tradizionali, studio con grande curiosità i mercati emergenti, seguendone dinamiche, trend ed evoluzioni. Negli anni ho maturato una particolare esperienza nei vini dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa, tanto da aver curato la selezione vini per un importatore leader in Italia. Nel 2024 mi è stato assegnato un premio nazionale di giornalismo enogastronomico.
C’è chi finisce sui libri di storia per un episodio e chi per una vita di imprese. Dopo aver portato il Sangiovese in Ungheria per produrre “Tabunello“, l’unico vino ungherese che fa “rima” con Brunello, Török Csaba ha raggiunto un altro primato: produrre il primo olio d’oliva ungherese. Un’altra dimostrazione dell’innato amore per l’Italia del vignaiolo di Hegymagas, che avvicina – almeno idealmente – il Lago Balaton all’italianissimo Lago di Garda.
Similitudini, quelle tra i due specchi d’acqua, più che mai azzeccate. Considerato “il mare degli ungheresi”, il Lago Balaton costituisce una delle maggiori attrattive turistiche internazionali del Paese magiaro.
Lungo i 197 chilometri di sponde si sviluppa una larga fetta del fatturato del turismo ungherese, anche grazie alla vicinanza alla capitale Budapest, distante appena 100 chilometri: un’ora d’auto.
Largo spazio anche per la viticoltura da suoli vulcanici, tanto che il Balaton dà il nome a una vasta regione vinicola che ingloba 6 sottoregioni (Badacsony, Balatonboglár, Balaton-felvidék, Balatonfüred-Csopak, Nagy-Somló e Zala) per un totale di 32 mila ettari, di cui 10.718 vitati. Il tutto all’insegna di un vitigno principe: l’Olaszrizling, ovvero il Riesling italico.
Nome che rende già questo angolo d’Ungheria una sorta di succursale italiana. Oggi più di ieri, con il progetto rivoluzionario ideato da Török Csaba: accostare vino e olio alla cantina di sua proprietà, la 2HA Szőlőbirtok és Pincészet.
«Così come per il Sangiovese – spiega il vignaiolo ungherese a WineMag.it – sono l’unico e il primo in Ungheria a produrre olio di oliva! Non lo faccio per gloria, ma soprattutto perché mi piacciono queste piante per la forma magica, la loro longevità, nonché per la loro rilevanza culturale atavica».
D’altro canto, il cambiamento climatico non è un’invenzione fantasiosa. Da 20 anni in Ungheria abbiamo annate sempre più calde e questo aspetto gioca un ruolo fondamentale nel mio progetto legato all’ulivo.
I due ettari e mezzo di Török Csaba nella regione del Balaton, del resto, paiono un ecosistema a sé stante rispetto alla realtà magiara. «Ho subito diversi attacchi per la mia scelta di piantare qui varietà come il Sangiovese – commenta – ma le prove della mia coerenza sono evidenti: ho fichi, mandorle, un po’ di melograno e anche dell’oleandro».
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Da lì agli ulivi, il passo è stato breve. Il patron della cantina 2HA Szőlőbirtok és Pincészet ha acquistato dapprima 120 piante dalla Toscana, oltre 10 anni fa: «Moraiolo e Leccino – riferisce – ma ho commesso molti errori, tra cui la consegna a giugno e una piantumazione poco professionale. Per di più, l’inverno è stato più freddo del solito».
Il 90% è morto, ma non mi sono arreso. Negli anni successivi ho acquistato altri ulivi dal nord della Spagna, con lo stesso risultato. Ho quindi virato su alberi più piccoli, sperando in un adattamento migliore e ho avuto finalmente più fortuna».
Diverse le cultivar che hanno trovato casa sul Lago Balaton, molte delle quali parlano italiano. È il caso della Dolce Agogia e della Nostrale Rigali, originarie dell’Umbria. Spazio anche per la francese Moufla, nota anche come Mouflal.
«Ho comunque insistito anche con gli alberi vecchi, non solo per il colpo d’occhio estetico – rivela il vignaiolo magiaro – ma anche perché, al contrario delle piante giovani, hanno già superato diversi inverni rigidi. Anche queste sono ancora vive, con mia grande soddisfazione».
Nel mese di marzo scorso, il primo imbottigliamento storico di olio di oliva ungherese, interamente biologico. Solo 2,5 litri, ma quello che sembra un piccolo passo è un risultato gigante per l’Ungheria.
«Non ho velleità da olivicoltore professionista, ma voglio continuare a credere in questo progetto e produrre sempre più olio. Le quantità di quest’anno sarebbero potute essere superiori, ovvero attorno ai 10 litri, ma ho spremuto le olive senza un’attrezzatura adeguata. La qualità? Tutto sommato buona!».
Il nuovo oro giallo del Lago Balaton è al momento a disposizione solo in Ungheria, nella rete di un retailer gourmet. Anche alcuni ristoranti di alta cucina sono riusciti ad accaparrarsi qualche “goccia” del prezioso nettare.
Ma a Török Csaba interessa poco il business: «Grazie a questa nuova tappa, il mondo è ancora più rotondo attorno a me e degusterò il mio olio in cantina, assieme al Sangiovese e a un buon tagliere di salumi, con chiunque voglia venire a trovarmi, non appena sarà possibile viaggiare». L’invito è aperto, soprattutto agli amati italiani.
Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, tra carta stampata e online, dirigo winemag.it. Collaboro inoltre come corrispondente per una delle testate internazionali più autorevoli del settore, in lingua inglese. Edito con cadenza annuale la “Guida Top 100 Migliori vini italiani” e partecipo come giurato ai più importanti concorsi enologici internazionali. Oltre alle piazze tradizionali, studio con grande curiosità i mercati emergenti, seguendone dinamiche, trend ed evoluzioni. Negli anni ho maturato una particolare esperienza nei vini dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa, tanto da aver curato la selezione vini per un importatore leader in Italia. Nel 2024 mi è stato assegnato un premio nazionale di giornalismo enogastronomico.
EDITORIALE – Con una selezione che supera le 100 etichette, l’e-commerce vinoungherese.it punta a far conoscere a winelovers e professionisti del settore Wine&Food una terra del vino che pare ormai giunta alla piena maturità e consapevolezza dei propri mezzi, ben oltre i vini dolci di Tokaj: l’Ungheria.
WineMag.it gioca in casa, dal momento che la selezione è stata da me compiuta negli ultimi 6 mesi con ripetuti viaggi dall’Italia e lunghe permanenze in tutte le regioni vinicole ungheresi.
L’obiettivo di vinoungherese.it è quello di ampliare il bagaglio di conoscenze degli amanti del nettare di bacco in Italia, mostrando la bellezza assoluta dei vini vulcanici ungheresi, ben oltre il mainstream (meritatissimo, per carità) dei vini Aszú, delle nuove espressioni di Furmint “dry” e delle etichette commerciali di vini rossi delle regioni Villány ed Eger.
Ho percorso in auto più di 2 mila chilometri, conoscendo personalmente ognuno dei produttori entrati in catalogo e assaggiando tutta la linea di vini (comprese, ove possibile e degno di nota, le vecchie annate). Altre realtà entreranno in catalogo nei prossimi mesi.
Al centro della selezione ci sono decine di varietà autoctone ungheresi di cui posso dirmi ormai “innamorato”. Su tutti lo Juhfark (letteralmente “Coda di Pecora”) originario di Somló: vitigno e regione che meritano un’attenzione assoluta nel panorama internazionale, in qualità di principale, nuova e vera “frontiera” del vino ungherese.
Assieme, Juhfark e Somló costituiscono una coppia inimitabile per mostrare il terroir vulcanico della collina di Somló, situata a nord del lago Balaton, nella zona orientale dell’Ungheria (a sole due ore di auto da Budapest).
Poi ci sono Budai Zöld, Csókaszőlő, Ezerjó, Hárslevelű, Irsai Olivér, Kabar, Kadarka, Kéknyelű, Királyleányka, Kövérszőlő, Leányka, Kékfrankos, Portugieser, Nektár, Olaszrizling, Turan, Zengö, Zéta e Zeus.
Nomi pressoché impronunciabili, in alcuni casi, che meritano un posto d’onore accanto a internazionali come Cabernet Franc, Cabernet Sauvignon, Chardonnay, Grüner Veltliner, Merlot, Moscato Bianco, Moscato Giallo (Sargamuskotály).
E ancora: Muscat Ottonel, Pinot Grigio, Pinot Nero, Riesling renano, Müller-Thurgau (Rizlingszilváni), Sauvignon Blanc, Syrah, Gewürztraminer (Tramini) e Zweigelt. Infine, ma non ultimi nel vasto catalogo dell’e-commerce – udite, udite – Sagrantino (l’uva di Montefalco) e Sangiovese (il vitigno che ha reso grande la Toscana, nel mondo).
Due le etichette che vedono l’Italia “protagonista”, con altrettante varietà simbolo. Il Sagrantino è allevato in Ungheria da un solo produttore, innamorato dell’Umbria: Heimann di Szekszárd, che lo utilizza in uvaggio nel portentoso “Franciscus” e nel giovane, dinamico e freschissimo “Sxrd” (a proposito di potenziali nuove frontiere per il Sagrantino di Montefalco).
Il Sangiovese è invece quello della cantina 2HA, finita nei guai con il Consorzio del Brunello (episodio raccontato qui da WineMag.it) per un sito web un po’ troppo “brunellofilo” per avere il dominio “.hu”, utilizzato per promuovere l’etichetta “Tabunello“, tuttora in vendita senza alcuna commistione con il re dei vini rossi della Toscana.
Tra le particolarità dell’e-commerce vinoungherese.it, anche la presenza del più popolare e apprezzato tra i produttori del cosiddetto vino naturale ungherese: si tratta di Hummel, vignaiolo tedesco che ha sparigliato le carte in una zona piuttosto “seduta sugli allori” e abituata all’auto-incensazione come Villány.
Non poteva mancare la cantina che, meglio di altre, sta cercando di raccogliere l’eredità di Hummel nel sud dell’Ungheria: Wassmann, il sogno divenuto realtà di un’altra coppia tedesca, Ralf Wassmann e Susann Hanauer, che opera in regime biodinamico. Chi ci segue nella scoperta? Cin, cin.
Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, tra carta stampata e online, dirigo winemag.it. Collaboro inoltre come corrispondente per una delle testate internazionali più autorevoli del settore, in lingua inglese. Edito con cadenza annuale la “Guida Top 100 Migliori vini italiani” e partecipo come giurato ai più importanti concorsi enologici internazionali. Oltre alle piazze tradizionali, studio con grande curiosità i mercati emergenti, seguendone dinamiche, trend ed evoluzioni. Negli anni ho maturato una particolare esperienza nei vini dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa, tanto da aver curato la selezione vini per un importatore leader in Italia. Nel 2024 mi è stato assegnato un premio nazionale di giornalismo enogastronomico.
Con le vendite dei pregiati vini dolci di Tokaj in ripresa sui mercati internazionali, in prossimità di Natale 2020, la regione vinicola più famosa d’Ungheria si prepara a una doppia rivoluzione.
Da un lato una riduzione della superficie rivendicabile per la Denominazione. Dall’altro una pioggia di denaro dal governo guidato da Viktor Orban: circa mezzo miliardo di euro per potenziare infrastrutture, trasporti, servizi. E creare, in ambito vitivinicolo e turistico, una rete di piste ciclabili tra i vigneti. In una parola: enoturismo.
Se i 150 miliardi di fiorini messi a disposizione da Budapest fanno felici un po’ tutti, non si può dire lo stesso della nuova Legge sul Vino dell’Ungheria, che vede proprio la regione settentrionale del Paese al centro di un importante cambio di passo.
Secondo rumors provenienti dall’Országház, il parlamento ungherese potrebbe varare un taglio delle superfici vitate in cui sarà possibile produrre i vini a marchio Tokaj, oggi pari a 5.500 ettari (all’incirca quanto l’Alto Adige) con altimetrie tra i 400 e i 600 metri sul livello del mare.
La bozza del provvedimento contiene un solo accenno a tale provvedimento, che ha scatenato la preoccupazione di molti produttori e associazioni di settore. L’oltalom alatt álló, omologo della Denominazione di origine controllata italiana (Doc) o dell’Appellation d’origine contrôlée francese (Aoc), dovrebbe essere così relegata alle zone di “montagna”.
Tutte le altre si fregerebbero invece della dicitura “Zemplén“, termine che fa riferimento ai Monti situati al confine con la Slovacchia, che in questo caso assumerebbero il significato di “Collina“. Qui entrerebbe in vigore il divieto di apporre in etichetta il nome Tokaj.
Un modo per favorire i migliori appezzamenti e le migliori esposizioni per gli attacchi della Botrytis cinerea, la “muffa nobile” che rende tanto unici e speciali i vini di Tokaj, assieme ai terreni di matrice vulcanica.
“Una prima semplificazione delle leggi che regolano i nostri vini – spiega a WineMag.it il presidente del Consorzio di Tokaj, Péter Molnár (nella foto) – c’è stata nel 2014, con la suddivisione tra i vini Eszencia, Aszù, e i vari Szamorodni e vendemmia tardiva divenuta ancora più marcata”.
“L’anima della nostra denominazione, anche a fronte della crisi internazionale dei consumi di vini dolci, sarà sempre la medesima. La vera sfida è ampliare il ventaglio delle occasioni di consumo: siamo convinti che il nostro Tokaj, grazie alla sua eccezionale freschezza e mineralità, che garantisce un perfetto equilibrio con la componente dolce naturale, sia un ottimo vino da pasto, abbinabile a una vasta gamma di piatti, ben oltre il dessert o i formaggi”.
A dare ragione a Molnár, che ricopre anche il ruolo di direttore generale della cantina Patricius Borház a Bodrogkisfalud, è la ripresa dei consumi in Asia: “Al di là del periodo natalizio, stiamo registrando da diverse settimane un’impennata degli ordini in Oriente, soprattutto in Paesi come Cina, Giappone, Corea, Taiwan“.
“L’Occidente fatica ancora per via delle chiusure dell’Horeca – spiega ancora Molnár – ma siamo incoraggiati dall’apprezzamento dimostrato sempre più spesso dalle nuove generazioni nei confronti dei nostri vini dolci: costituiscono una nicchia minuscola nel panorama internazionale, con soli 2 milioni di bottiglie all’anno, ma sanno essere moderni come pochi al mondo, grazie alle caratteristiche uniche conferite dal nostro terroir”.
I produttori locali hanno iniziato a promuovere l’unicità di Tokaj già nel 1.700, 155 anni prima della celeberrima Bordeaux. Quella magiara è stata la prima regione vinicola a darsi un codice qualitativo basato sulla prodizione di 173 vigneti, riconosciuti sino all’avvento del Comunismo.
“Abbiamo accolto molto positivamente la notizia dello stanziamento di 150 miliardi di fiorini per lo sviluppo della zona – conclude Péter Molnár – e siamo già in contatto con il commissario governativo per lo sviluppo della regione Tokaj-Zemplén, György Wáberer, per studiare le soluzioni migliori per lanciare Tokaj nell’olimpo dell’enoturismo, una volta messa alle spalle la pandemia. Certo bisognerebbe anche rivedere le norme sulla tolleranza zero per chi si mette alla guida, uniformando l’Ungheria ai tassi di tolleranza di tante altre nazioni produttrici, come per esempio l’Italia”. Su questo capitolo, il Governo Orban rifiuta di rilasciare dichiarazioni.
Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, tra carta stampata e online, dirigo winemag.it. Collaboro inoltre come corrispondente per una delle testate internazionali più autorevoli del settore, in lingua inglese. Edito con cadenza annuale la “Guida Top 100 Migliori vini italiani” e partecipo come giurato ai più importanti concorsi enologici internazionali. Oltre alle piazze tradizionali, studio con grande curiosità i mercati emergenti, seguendone dinamiche, trend ed evoluzioni. Negli anni ho maturato una particolare esperienza nei vini dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa, tanto da aver curato la selezione vini per un importatore leader in Italia. Nel 2024 mi è stato assegnato un premio nazionale di giornalismo enogastronomico.
Tamás Czinki è il primo master sommelierungherese. Un risultato tanto atteso in Ungheria, che finalmente può mettere la sua “bandierina” nella Court of Master Sommelier Europe, realtà di rilevanza internazionale nel mondo della sommellerie.
L’esame finale si è tenuto a Londra nella giornata di ieri, 30 ottobre 2020. Tamás Czinki, originario di Nagykanizsa, città della provincia di Zala, poco lontana dal confine orientale con la Slovenia, vive e lavora in Inghilterra da diversi anni, per l’esattezza a Preston.
Dopo l’esperienza maturata tra il 2010 e il 2013 al Fausto’s Ristorante e Osteria, ristorante italiano di Budapest, Czinki si è trasferito in Uk per lavorare all’Hillbark Hotel & Spa di Frankby, nel Merseyside.
Oggi è Head Sommelier al Northcote, ristorante stellato Michelin dell’omonimo luxury hotel targato Stafford Collection, nel cuore della Ribble Valley, nella contea di Lancashire. La carriera del primo master sommelier ungherese è a una svolta, da ieri, con nuovi capitoli ancora tutti da scrivere.
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Da una parte un vignaiolo ungherese, innamorato del Brunello di Montalcino tanto da piantare Sangiovese, chiamare un suo vino “Tabunello” e commercializzarlo sul sito web brunello.hu, da lui fondato. Dall’altra il potente Consorzio che tutela il noto vino rosso della Toscana, intenzionato a difendere il nome della Docg al cospetto del rischio di italian sounding. Sono gli ingredienti, in salsa legale, del caso internazionale che si è chiuso nei giorni scorsi tra le due controparti. Con un lieto fine.
Secondo quanto appreso in esclusiva da WineMag.it, il produttore ungherese Csaba Török ha provveduto nelle scorse ore a cancellare definitivamente il portale incriminato e ad eliminare qualsiasi riferimento alla Denominazione italiana in accostamento al Sangiovese Grosso presente nel suo parco vigneti.
Sulla base dell’accordo, la cantina 2HA Szőlőbirtok és Pincészet potrà tuttavia continuare a produrre l’etichetta “Tabunello”, molto nota in Ungheria per essere prodotta con la stessa uva del Brunello di Montalcino, allevata però nella regione Badacsony, a nord del lago Balaton.
È proprio qui, 150 chilometri a est dalla capitale Budapest, che si trovano i due ettari e mezzo di vigneti della cantina ungherese fondata da Csaba Török, che conta sulla consulenza dell’enologo italiano Alfredo Tocchini.
Non certo un colosso. Sono infatti appena 15 mila le bottiglie che 2HA produce ogni anno, con i 3 mila esemplari di “Tabunello” al vertice della piramide qualitativa. Un vino in vendita anche all’estero, a circa 25 euro (in Italia disponibile su vinoungherese.it).
Nessuno ha lavorato quanto il sottoscritto, negli ultimi 10 anni, per far conoscere il Sangiovese in Ungheria – commenta Török nel ricevere in cantina WineMag.it – così come tanti altri vini italiani.
Ho trascorso ore ed ore ad apprendere la storia della viticoltura italiana e delle sue grandi cantine, impiegando parecchie energie nel trasmettere questa mia passione ai miei connazionali: sommelier, giornalisti, esperti e appassionati”.
Proprio per questo, il vignaiolo ungherese si dice “colto di sorpresa” dalle lettere del Consorzio di Tutela del Brunello di Montalcino, rappresentato da uno studio legale di fama internazionale come Tonon – Lo Vetro & Partners. Una vera e propria istituzione nel campo del Diritto civile, del Lavoro e Industriale, con sedi a Milano, Roma, New York, La Paz e Buenos Aires.
Gli avvocati Danilo Tonon, Andrea Kordi, Francesca Parato e Marta Lauria hanno avuto la meglio in via conciliativa. “È inimmaginabile il numero di consigli che ho dato in questi anni, qui in Ungheria, a professionisti e non solo, intenzionati ad assaggiare vini italiani e visitare cantine italiane”.
“Posso definirmi senza dubbio un ambasciatore del vino toscano in Ungheria e per questo sono un po’ deluso dall’azione legale intrapresa nei miei confronti”, si lascia scappare il vignaiolo, mentre mostra a WineMag.it le piante di Sangiovese che crescono rigogliose dal 2003 sulla pittoresca collina di Hegymagas, letteralmente “Montagna alta”.
Csaba Török avrà comunque modo di consolarsi. Il Consorzio di Tutela del Brunello lo ha invitato a visitare Montalcino e la Toscana. Dal canto suo, il vignaiolo ungherese si è reso disponibile a organizzare un tour del Balaton, con i rappresentanti dell’ente italiano. Con cosa si brinderà all’incontro? Un buon rosso, magari d’annata, è in testa alle previsioni dei bookmakers.
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Si può fare. Partire con un pranzo veloce ma raffinato in uno dei nuovi templi dell’enogastronomia di Budapest – il Fiaker Cafe Wines Bistrot – proseguire per Miskolc – la città delle grotte preistoriche trasformate in cantine – far tappa tra Tokaj e Mád e concludere il viaggio dall’altra parte dell’Ungheria, a Villány, dopo una sosta ristoratrice al Baracsi Halászcsárda: il luogo perfetto per degustare la tradizionale zuppa di pesce del posto (Bajai halászlé) condita da fiumi di Kadarka di Szekszárd.
Poco meno di otto ore di viaggio in auto, spalmate su 4 giorni, utili a percorrere circa 700 chilometri, quasi tutti in autostrada. Un vero e proprio “flipper tour“, per chi ha poco tempo a disposizione e vuole scoprire in un batter di ciglio tutto (o quasi) del vino ungherese.
L’atmosfera rilassata del Fiaker Budapest è ciò serve per cominciare il viaggio col piede giusto. András Kálmán, fresco del premio Wine Spectator Reveals Restaurant 2020, ha messo su una parete degna di uno scalatore di calici.
Il concept è rivoluzionario. Una lista di 260 etichette ridisegna i confini del Paese, tratteggiando a suon di bianchi, rossi e spumanti (dall’ottimo rapporto qualità-prezzo) la carta geografica del Regno d’Ungheria, pre Trianon di Versailles (1920).
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Ecco dunque, una vicina all’altra, le chicche dell’ex Impero Austro Ungarico provenienti dalle attuali Romania, Slovacchia, Austria, Croazia, Serbia e Slovenia. Spazio anche per l’Alto Adige – unica regione d’Italia, ancora per poco – rappresentata da Alois Lageder. L’altra particolarità?
Al Fiaker Budapest – spiega a WineMag.it András Kálmán – sappiamo che per gustare un buon vino, spesso bisogna attendere. Per questo siamo in grado di offrire ai nostri clienti verticali di oltre 10 anni, per molte delle etichette presenti in carta”.
All’enoteca-bistrot di via Imre Madách 11, nel cuore del centralissimo Distretto V, si può degustare in serie tre bianchi da altrettante varietà, rappresentativi dei rispettivi terroir (ungherese, austriaco e sloveno).
Badacsonyi Olaszrizling 2019, Éliás Pince. Vino proveniente dall’areale vulcanico a nord del lago Balaton. Al naso è tipico, nel gioco tra note agrumate e mineralità. Al palato una bella pienezza conferita dai ricordi di frutta matura, in perfetto equilibrio con le note vulcaniche. Sorso agile ed elegante, di buona lunghezza. Insomma, tutto ciò che deve avere un buon “Riesling italico”, varietà molto diffusa in Ungheria.
Grüner Veltliner Smaragd Ried Achleiten 2017, Domäne Wachau. Solo una delle etichette che Fiaker è in grado di offrire ai propri clienti in verticale, indietro sino agli anni 90. Nel calice, il vino austriaco sfoggia un giallo paglierino acceso, luminoso. Lo stile, al naso e al palato, è quello di un nettare con l’armatura perfetta per affrontare la sfida col tempo. Alla larghezza delle note fruttate mature abbina una freschezza invidiabile. Vino al momento sull’altalena, in preda all’esuberanza dei suoi 14.5% d’alcol in volume.
Sauvignon Blanc 2018, Dveri Pax. La moderna cantina slovena ha una storia lunga 800 anni, legata ai monaci benedettini. La zona è perfetta per una varietà internazionale come il Sauvignon, tipico sin dalla sua veste paglierina, dai riflessi verdolini. Note tropicali, naso-bocca. Un accenno verde (buccia di pompelmo) e floreale (sambuco) gioca col succo e con la polpa. Al palato agrume e mineralità e un finale asciutto. Un vino semplice, perfetto per l’aperitivo e per l’estate, dall’allungo amaricante che invoglia al sorso successivo.
photo credit miskolcadhatott.blog.hu
Tre vini, tre cantine, tre storie, che paiono mescolarsi e confondersi nel balzo spazio-temporale dal Fiaker di Budapest, minimalista ed elegante, ai grovigli post industriali della città di Miskolc.
Il cielo minaccia pioggia. Ma a impressionare, all’orizzonte dell’autostrada M3 e della sua direttrice E79, è la vista dei palazzoni grigi, conficcati come denti consumati di un gigante, nella parte alta della quarta città d’Ungheria.
Sono i casermoni degli ex operai dell’industria pesante, fiorente durante la Seconda Guerra Mondiale e caduta in disgrazia negli anni Novanta, a ricordare che il verde della sconfinata pianura ungherese è ormai alle spalle.
Di fronte agli occhi, i rimasugli di una città che sta provando a lasciarsi alle spalle le scorie post socialiste. A suon di cultura, turismo e polizia, ma pur sempre tra un club striptease e l’altro. Il centro della città, oggi sede del governo della Provincia di Borsod-Abaúj-Zemplén e di un’Università, pullula di giovani diretti in discoteca.
È l’immagine dissacrante di un sabato sera d’agosto (2020, mica un anno a caso) di una nazione che, chiudendosi in se stessa, è riuscita a mettere la museruola al Covid-19, ma che ora ha voglia di tornare a vivere. Specie a Miskolc, dove il rumore delle industrie dell’acciaio si è spento da un pezzo. E la musica è cambiata, anche grazie alle nuove generazioni.
Ne sa qualcosa Roland Borbély, uno dei pochi ex meccanici del mondo che può dire di aver lasciato il “garage” due volte: la prima dopo aver mollato il lavoro in officina, per aprire la sua cantina; la seconda per essersi concesso una cantina vera, dopo i primi esperimenti enologici nel box di papà.
Gallay Kézműves Pince e il suo quartier generale nel villaggio di Nyékládháza, sono questo: un sogno divenuto realtà, nel segno della rivalsa di un intero territorio. La cantina di Borbély, di fatto, è una stella luminosa di appena 11 ettari, nel cielo spento della viticoltura di Miskolc.
La città è nota a livello turistico per la presenza di centinaia di grotte preistoriche, una accanto all’altra, lungo la matassa di viuzze che si accalcano ai piedi del monte Avas. Un tempo, questo era il crocevia del mercato del vino tra Budapest, Eger e Tokaj: il vino si respirava nell’aria.
Oggi, pochi ma strenui viticoltori vogliono riportare in auge una zona che, negli due ultimi secoli, ha visto più fumo librarsi dalle ciminiere che grappoli appendersi alle viti. Nulla è impossibile. E Roland Borbély lo sa.
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Gallay Genus 2019. Uno dei focus è sull’uva autoctona Zenit, presente in questo blend accanto a Chardonnay e Olaszrizling. Bel naso ampio, tocco minerale, nocciola. Agrumi, tra polpa e buccia. Uno sbuffo di spezia tiene sull’attenti la pesca matura. In bocca corpo leggero, ma bell’allungo fresco e agrumato.
Gallay Kabar 2019. Kabar è il nome della varietà ottenuta dall’incrocio tra Hárslevelű e Bouvier, inserita nel 2006 nel registro nazionale ungherese. Ancora una volta gli agrumi a fare da sfondo, al naso. Tocco di zenzero riconoscibile nella componente vegetale-speziata. La morbidezza in ingresso di palato precede una netta freschezza: il sorso è verticale, minerale. Preciso e di buona lunghezza.
Gallay Nyékládháza 2016. Zenit in purezza. Bel naso, minerale-pietroso più che salino, a stuzzicare note cremose di limone. Tocco leggero di spezia. In bocca conserva la nota minerale asciutta, abbinata magistralmente alla succosità del frutto: pesca a polpa gialla, ma anche agrumi.
Gallay Blanc 2012. Vino dal taglio internazionale, pur essendo ottenuto al 50% da Zenit, accanto al Pinot Bianco. Il primo naso è sulla suadenza e rotondità dei terziari del legno. L’ossigenazione libera una nota leggera di idrocarburo, oltre a un tocco di radice di liquirizia. Bel palato fresco e fruttato, per un vino di grande gastronomicità.
Rozé 2019. Colore carico, certo più vicino al saignée che alla Provenza, ma luminoso. Zweigelt in purezza, in quantità limitatissima: solo 700 bottiglie. Il naso è intenso nel bouquet di marasca e piccoli frutti rossi. Al palato la freschezza accompagna un corpo medio, in un sorso fruttato che chiama l’estate tanto quanto il piatto.
Miskolc 2015 “Bistronauta”. Ancora una volta Zweigelt in purezza. Colore e naso che ricordano il Pinot nero, affinato in legno. Ingresso di bocca su note tostate e di brace, ben abbinate ai sentori di piccoli frutti rossi. Bella freschezza per un nettare piacevole ma non piacione, che chiude su un accenno di spezia.
Turán 2017. Dalla varietà autoctona ungherese, Roland Borbély trae un vino dagli aromi unici nel suo genere, anche grazie all’ausilio di due tipi di legni. Il primo naso vira netto sull’origano. Lo si ritrova anche al palato, assieme alla nota di caramella mou. La nota vegetale e speziata fa da contraltare a un frutto succoso. Ne risulta un vino dalla beva instancabile, unico nel suo genere.
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Passato, presente e futuro dell’Ungheria si incrociano anche una cinquantina di chilometri a ovest di Miskolc, per l’esattezza a Mád, uno dei comuni più noti per la produzione dei vini di Tokaj-Hegyalja. La storia dell’Öreg Király dülő, letteralmente “Vigna del vecchio re” (The Old King’s Vineyard) è stata riscritta più volte.
Se oggi la collina fa parlare di sé, oltre ad offrire una vista mozzafiato, dai suoi 343 metri sul livello del mare, è grazie alla famiglia Barta, che l’ha acquistata nel 2003. Iniziando a reimpiantarla progressivamente sin dall’anno successivo, nel 2004. Un investimento ingente, a livello finanziario, quello della piccola cantina di Mád.
La Öreg Király dülő – spiega a WineMag.it Vivien Ujvári, giovane enologa di Barta Pince – era vitata sin dal 1200. A cavallo tra il 1600 e il 1700 rientrava tra i possedimenti della nobile famiglia Rákóczi, che guidò l’insurrezione del popolo magiaro contro gli Asburgo. Fu poi rasa al suolo dai russi, nella seconda metà degli anni Novanta”.
La ragione è semplice. In quegli anni, l’Ungheria era uno dei serbatoi del vino di bassa qualità destinato a Mosca. Le difficili condizioni di lavoro (63% di pendenza) e le rese basse della “Vigna del re”, segnarono la sentenza di condanna per questo pezzo di storia della viticoltura magiara, completamente estirpato.
La famiglia Barta è riuscita a riportare in vita la Old King’s Vineyard, proponendo un modello di viticoltura biologica che valorizza le terre rosse della collina, ricche di precipitazioni di ferro, nonché di minerali come la riolite e la zeolite vulcanica. Il risultato, nel calice di Barta Pince, lascia il segno.
Öreg Király dülő Mád Furmint 2016. Giallo paglierino. Tanto fiore, un profilo fruttato su cui spicca la pesca perfettamente matura. Il sorso è minerale e al contempo rotondo, grazie al residuo di 8,9 g/l. La chiusura, asciutta, sottolinea il concetto di un vino che vive su un equilibrio perfetto.
Öreg Király dülő Mád Furmint 2018. Giallo paglierino. Tocco di arancia più marcato rispetto all’assaggio precedente (cambia la vendemmia, non la vigna), sia al naso che al palato. Anche il sorso è più asciutto del precedente, a dimostrazione di una gestione ottimale dell’annata calda, a livello agronomico ed enologico. Conservate appieno, di fatto, le caratteristiche varietali. Un vino elegante, lungo negli aromi, giovanissimo.
Öreg Király dülő Mád Hárslevelű 2019. Un vero e proprio manifesto al vitigno, con le sue note tropicali spinte e il tocco del legno a giocare con la mineralità.
Öreg Király dülő Tokaji Szamarodni 2015. Naso ampio, sui fiori bianchi e sulla cera d’api, ancor più del miele. Seguono in successione e in crescendo l’albicocca e la pesca sotto sciroppo, oltre a un tocco di agrume rosa. In bocca perfettamente corrispondente. Vino che chiama il piatto e l’abbinamento con la cucina, specie quella asiatica e speziata.
Öreg Király dülő Tokaji Aszú 6 puttonyos 2016. Solo 768 bottiglie per questa chicca che svela un naso splendido, tinto di un colore giallo oro luminoso. Un tocco verde che ricorda la buccia di lime, difficile da trovare solitamente nella tipologia, spunta in mezzo alle note di agrume e zenzero candito. In bocca un’eccellente freschezza e lunghezza, su ritorni d’agrume che “tengono” per le briglie il sorso (e il residuo), prima di una chiusura cremosa, deliziosa, su note di frutta tropicale. Vino di prospettiva assoluta.
Öreg Király dülő Eszencia 2013. L’apoteosi dei vini di Tokaj, in una delle più giovani interpretazioni di Barta Pince, ancora in affinamento: basti pensare che, al momento, l’annata in commercio è la 2008. Un nettare che si attacca con le unghie alle pareti del calice, denso, tingendolo di un giallo dorato luminoso. Al naso è largo e profondo. Le note di frutta candita sono ultra concentrate; quelle di mentuccia e d’agrumi rinfrescano il giusto, attenuando la percezione dolce. La persistenza è infinita.
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È una storia di passione e tradizione anche quella di Patricius Borház, la tenuta di 85 ettari che sorge a Bodrogkisfalud, a pochi metri dalle rive del fiume Bodrog. A Dezső Kékessy e alla figlia Katinka l’onere e l’onore di portare avanti una tradizione pluricentenaria, che affonda le radici nel 1800.
La cantina, perfettamente integrata tra le vigne, vanta le più moderne tecnologie e un sistema di vinificazione incentrato sulla forza di gravità: le sale dove avviene la vinificazione sono invisibili, interrate sotto ai vigneti che circondano l’elegante estate.
“La nostra vera ricchezza – commenta a WineMag.it Péter Molnár, general manager di Patricius Borház e presidente del Tokaj Council – è l’estrema variabilità dei terreni, che cerchiamo di preservare nelle migliori annate con vini provenienti da cru o armonizzare negli assemblaggi delle uve di più vigneti, presenti con diversi cloni”.
Tokaj Green Furmint 2017. L’etichetta d’ingresso nel mondo di Patricius non poteva che essere un Furmint ottenuto da uve biologiche. Il naso è ricco, floreale e fruttato, mentre il palato è decisamente incentrato sulla mineralità. Un calice spensierato, testimone del terroir vulcanico.
Pezsgó-Sparkling Méthode traditionelle Brut 2015. Hárslevelű, Furmint e Sárgamuskotály si dividono una cuvée che ha riposato 3 anni e mezzo sui lieviti. Il risultato è un Metodo classico che riflette le caratteristiche delle tre uve simbolo di Tokaj: la frutta esotica dell’Hárslevelű, la freschezza del Furmint e l’aromaticità armoniosa del Sárgamuskotály. Bollicina cremosa in un sorso agile ma non banale.
Tokaji Furmint Selection 2018. Frutto, cremosità e mineralità, nonché una perfetta integrazione tra le note morbide, derivanti dall’affinamento in legno, e gli sbuffi di spezia. Un vino elegante e moderno, fresco e fruttato, che rappresenta appieno l’idea del Dry Furmint di Patricius, nella sua dimensione gastronomica.
Noble Late harvest 2017 “Katinka”. Furmint, Sárgamuskotály e Kövérszőlő per questa vendemmia tardiva che mira a mostrare al grande pubblico il potenziale della “muffa nobile”, la Botrytis cinerea, oltre alle capacità di conservare la freschezza da parte delle uve tradizionali di Tokaj, da “appassite”. Nonostante i 129 g/l di residuo zuccherino, il nettare si rivela infatti perfettamente equilibrato e per nulla stucchevole.
Tokaji Aszú 6 puttonyos 2016. Primo naso su ricordi di terra bagnata e di fungo, poi esce un frutto tutto da respirare, di albicocca e pesca sotto sciroppo. Miele, cioccolato, tabacco. Note che si ritrovano anche al palato, lungo e profondo, largo e verticale.
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Assaggi, quelli da Patricius Winery, che anticipano la “traversata d’Ungheria”. Già, perché se la parte settentrionale del Paese è perlopiù appannaggio delle varietà a bacca bianca, è il sud che si è affermato per la produzione dei vini rossi, anche a livello internazionale.
L’ultima tappa del “flipper tour” del vino ungherese è la Bordeaux d’Ungheria: Villány, a pochi chilometri dal confine con la Croazia e con la Serbia. Le 5 ore abbondanti necessarie a raggiungerla da Tokaj, sono un’ottima scusa per una sosta al Baracsi Halászcsárda, una taverna con pensione ai margini del villaggio di Baracs, lungo le rive del Danubio.
Siamo nell’altra patria del vino rosso ungherese, Szekszárd, a circa tre quarti del cammino verso Villány. Ad accompagnare la zuppa di pesce del Baracsi Halászcsárda, la tradizionalissima Bajai halászlé, sono due vini di Vesztergombi Pince.
Le redini della cantina sono oggi saldamente in mano a Csaba Vesztergombi, capace di raccogliere l’eredità del padre Ferenc (enologo ungherese dell’anno nel 1993) e della madre Piroska, dopo aver fatto esperienza all’estero. Il focus della produzione, tuttavia, è su diversi cloni del vitigno autoctono Kadarka.
I vini ottenuti da questa varietà presentano colore e sentori simili al Pinot Nero. Come il Noir risultano eleganti, caratteristici e straordinariamente longevi. Nell’interpretazione di Vesztergombi Pince, la Kadarka 2017 e la 2018 riflettono l’annata e la percentuale di uve botritizzate concesse dal meteo, in occasione della vendemmia.
Quel che è certo, è che la varietà consente la produzione di vini terribilmente moderni – nell’accezione positiva dell’avverbio – in grado di incontrare il gusto internazionale di tutte le età. Lo dimostra il pairing con il pesce, letteralmente azzeccato.
Alla stregua – per trovare un altro parallelismo con l’Italia – di una Schiava (a Caldaro, in Alto Adige), di un Bardolino (sul Lago di Garda) oppure, spostandosi in Meridione, di un Cerasuolo di Vittoria (unica Docg della Sicilia).
Kadarka 2018, Vesztergombi Pince. Colore tipico, rosso rubino luminoso, mediamente trasparente. Bel naso su fiori freschi, lamponi, fragolina di bosco. Vino dalla pienezza leggera e leggiadra, non ingombrante, ma totalmente riempitiva. Elegantissimo, pur trovandosi nel pieno della sua fase giovanile. Beva instancabile.
Kadarka 2017, Vesztergombi Pince. Il tono rubino è leggermente più carico, primo segnale (poi confermato al naso e al palato) di un vino dalla maggiore concentrazione, dettata anche dalla presenza di un 5% di uve botritizzate. Un rosso che rispecchia maggiormente le caratteristiche del vitigno “tesoro di Szekszárd”. Sorso fresco, eppure al contempo morbido e avvolgente. Eleganza da vendere, così come capacità di affrontare la sfida col tempo.
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Proseguendo verso sud, lungo la strada che da Szekszárd conduce a Villány, si trova Lajvér Borbirtok. La grande attenzione per i dettagli architettonici della cantina di Szálka, realizzata al centro di un anfiteatro di vigneti a terrazze circondati da boschi, rivela la matrice internazionale dell’azienda, sotto la guida enologica di Attila Nagy e del suo staff. Un aspetto confermato dagli assaggi.
Lajvér “Incognito” 2019. Una delle rare interpretazioni “in bianco” del Kékfrankos, versione esclusa dai disciplinari locali che ne giustifica il nome misterioso. Se chiudi gli occhi, di fatto, pare di avere nel calice un rosé. Ed è proprio questa la forza dell’etichetta: un bianco di carattere, dal sorso minerale e fruttato, che si divide tra l’esotico e i piccoli frutti a bacca rossa. Finale asciutto e di buona persistenza.
Lajvér Szekszárd Pinot noir 2017Limited edition. Circa 2 mila bottiglie complessive per questo Pinot Nero affinato in legno, dopo una vinificazione attenta a preservarne i primari. Naso elegante, tra piccoli frutti di bosco, arancia sanguinella, spezia e macchia mediterranea, su un sottofondo di caramella mou, fondo di caffè e cioccolato. Bella presenza al palato, dopo l’ingresso sul frutto. Vino che chiama il piatto.
Lajvér Kékfrankos 2015 Limited edition. Solo 696 bottiglie per quest’altra edizione limitata ottenuta da un clone austriaco di Blaufränkisch. Dal bel rosso rubino si liberano note giocose di frutti rossi e spezia. L’affinamento in barrique ungheresi, protrattosi per 12 mesi, è tutt’altro che invasivo anche al palato. Il sorso è elegante, preciso, croccante, giustamente arrotondato dalla botte. Versione non banale di un vino che regge bene l’abbinamento, mostrando l’altro volto di un vitigno corposo.
Lajvér SzekszárdMerlot 2015 Selection. Piena maturità del frutto, nel segno di un’ottima gestione del varietale (dei primari, nello specifico). Al naso caratteristico fa eco un sorso agile ma consistente, anche grazie a un tannino piuttosto rotondo. I terziari sono tutti sulla liquirizia. Altro vino dall’alto gradiente di gastronomicità.
Vini, quelli di Lajvér, che fungono da “antipasto” all’ultima tappa. Già, perché ad attenderci a Villány c’è József Bock (nella foto, sopra). E non solo. Il 72enne, che accosta la direzione della propria cantina alla presidenza del Villányi Borvidék Hegyközségi Tanácsa – il Consorzio vitivinicolo regionale – ha chiamato a coorte altri 3 produttori della zona, per mostrare le potenzialità di un territorio che fonda tutto su un disciplinare di produzione rigorosissimo.
I vini che soddisfano i requisiti del Comitato di valutazione – spiega József Bock a WineMag.it – rientrano nelle categorie ‘Villányi classicus‘, ‘Villányi premium‘ o ‘Villányi super premium‘, sulla base delle rese, che variano da 35 a 90 quintali per ettaro, e dei parametri di qualità delle uve.
Nel 2014, per valorizzare ulteriormente i vini ottenuti da Cabernet Franc in purezza, abbiamo introdotto il marchio ‘Villányi Franc’ per le sole categorie ‘Premium’ e ‘Super Premium’. Quest’ultima contempla già di per l’esclusivo utilizzo del Cabernet Franc”.
Sono circa 10 milioni le bottiglie prodotte annualmente a Villányi. La storia di József Bock, che con la sua famiglia possedeva solo un paio di ettari di vigne negli anni Ottanta, somiglia tanto a quella di altre aziende cresciute a livello esponenziale nell’ultimo trentennio, se non altro dal punto di vista del riconoscimento internazionale.
I calici del gruppo di produttori locali chiamati a raccolta nel tempio del vino di Bock dimostrano la bontà del progetto vitivinicolo di Villányi, oltre alla linea comune intrapresa dai produttori, nel segno della qualità.
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Villányi Kadarka 2017, Gere Tamás és Zsolt Pincészete. Vino che lascia il segno per le sue caratteristiche uniche. Il carattere speziato è tipico del clone scelto per questa etichetta, che al naso abbina sinuosamente note di origano, piccoli frutti rossi e agrumi (ricordi di bergamotto). In bocca, la perfetta corrispondenza si misura con una facilità di beva strabordante, considerata la varietà dei sentori. Finale lungo, su ritorni di frutta rossa e rinvigorenti sbuffi speziati-vegetali.
Fekete Járdovány 2018, Gere Attila Pincészete. Una varietà molto diffusa in Romania, su cui la cantina punta molto, per le sue particolari caratteristiche. Corretto, trattandosi di una varietà rara mappata anche in Ungheria, cercare di semplificarne la comprensione inserendola – a livello degustativo – nel triangolo compreso tra Kékfrankos, Pinot Noir e Kadarka. E in Italia? Pare sensato il parallelismo col Grignolino del Piemonte. Sia al naso che al palato, il Fekete Járdovány 2018 di Gere mostra un equilibrio strepitoso tra spezia e frutto. Sfodera un tannino elegante e di prospettiva che si aggrappa al succo, rivelando tutto il potenziale futuro del nettare.
Villányi Franc 2016, Vylyan. Un vino catalogato nella tipologia “Villányi Premium” che bilancia bene le anime del Cabernet Franc, con particolare attenzione a pulizia e precisione del frutto.
Villányi Franc 2016, Gere Tamás & Zsolt Pincészet. Altra etichetta catalogata come “Villányi Premium”, ottenuto dalla singola vigna “Várerdő-dűlő”. Bellissimo rosso rubino, profondo ma luminoso. Primo naso sul lampone e su un tocco selvatico in cui spuntano note pregevoli di radice di liquirizia e mentuccia. Il palato è corrispondente e svela un apprezzabile accenno salino. Vino complesso, giovanissimo. In commercio la 2012.
VillányiCuvée 2015 “Libra”, Bock. Uvaggio di Cabernet Franc (50%), Cabernet Sauvignon (25%) e Merlot (25%). Vino che fa della concentrazione e della rotondità il suo piatto forte. Al frutto tendente alla confettura abbina terziari di fondo di caffè e tabacco.
VillányiKopár Cuvée 2017, Gere Attila Pincészete. Da poco sul mercato la nuova annata di uno dei vini simbolo della cantina. Compongono l’uvaggio Cabernet Franc (50%), Merlot (40%) e Cabernet Sauvignon (10%). Oltre all’evidentissima “gioventù”, il vino racconta una gran prospettiva. Un’etichetta destinata a diventare, nei prossimi anni, uno dei simboli dell’eleganza di Villàny. Con Bordeaux sullo sfondo.
Villányi Franc 2012 “Mandolas”, Vylyan. Solo barriques nuove, solo ungheresi. Scelta dei legni decisiva per questo Cabernet Franc in purezza molto condizionato dai terziari. Naso ammaliante, giocato sulle tostature e sulla spezia calda: ricordi di zafferano, fondo di caffé, terra bagnata. In bocca una struttura corpulenta. Il frutto è piano, il tannino – al momento – un po’ troppo esuberante.
Villányi Capella Cuvée 2009, Bock. Cabernet Franc (60%), Cabernet Sauvignon (30%) e Merlot (10%) da quelle che József Bock considera “le vigne più belle di Villány”: Ördögárok dűlőből (“Vigna del diavolo”) e Jammertál dűlőről. Un nettare che riposa 24 mesi in botti di rovere ungherese e viene prodotto solo nelle annate eccezionali, in quantità limitata (8.590 bottiglie nel 2009, in degustazione la 730). Siamo di fronte ancora una volta a un vino largo, il più concentrato e profondo della batteria, giocato su note di confettura, cioccolato, spezia calda (tra cui spicca la liquirizia) e macchia mediterranea (origano, mentuccia). Il tannino, conferito in parte dall’uva e in parte dal legno, asciuga il succo e il sorso. La freschezza è riequilibrante e il finale lungo e deciso. Un vino che ha ancora molta vita davanti.
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Ma il legame tra Villány e la viticoltura internazionale va ben oltre il calice. Il borgo di 2.500 abitanti della provincia di Baranya è noto per aver dato i natali a Zsigmond Teleki, nel 1854. A lui si devono importanti studi sulla fillossera. Ancora oggi, diverse aziende utilizzano portinnesti “resistenti” che portano il suo nome.
A Teleki, vera e propria figura mitologica del vino ungherese, è dedicata l’omonima gamma di vini di Csanyi Pincészet, una delle maggiori cantine d’Ungheria coi suoi 2 milioni di bottiglie prodotte, grazie a 370 ettari di vigneti (numero che sale a 450 ettari, considerando i vigneti di recente acquisizione e impianto).
A raccogliere l’eredità di Chateau Teleki, la cantina fondata dallo stesso Zsigmond Teleki nel 1881, è stato nel 2000 il secondo uomo più ricco d’Ungheria, Sándor Csányi, amministratore delegato del colosso bancario ungherese Otp Bank Group.
Csányi, titolare di numerose altre aziende del settore dell’agricoltura e dell’allevamento (Bonafarm Group), nonché presidente della gloriosa Federcalcio magiara (la Magyar Labdarúgó-szövetség), ha voluto realizzare una cantina con i migliori standard tecnologici, preservando il nucleo originario di Chateau Teleki.
Al suo fianco, dal 2016, un manager affermato come László Romsics e un enologo prelevato dal “vivaio” della stessa cantina, Zoltán Szakál, ormai ex allievo del veterano Antal Bakonyi. Gli assaggi dei vini di Teleki dimostrano come quantità e qualità possano fare rima, anche in Ungheria.
Csányi Teleki Villány RedY 2019. Lo scopo di questo blend di uve locali, alla base del brand “Redy”, è mostrare le peculiarità più fresche delle uve tipiche di Villány, dando vita a vini da bere a pochi mesi dalla vendemmia, che non necessitino dei lunghi affinamenti tipici delle varietà bordolesi. Una porta d’ingresso, insomma, al mondo dei vini rossi ungheresi. Nello specifico, l’uvaggio si compone di Blauburger, Kékfrankos e Portugieser, vinificati in acciao. Un vino che adempie appieno la sua funzione spensierata e quotidiana, nel gioco gioioso tra il frutto e la spezia. Da rivedere (ma vale per l’intera tipologia RedY di Villány) i massimali dell’alcol: 13% in volume risultano la ciliegina mancata in termini di “leggerezza”, su una torta perfetta.
Teleki Selection Villányi Kékfrankos 2017. Il vero vino spensierato, eppure concreto, dinamico e croccante, della cantina di Villány. Tutto frutto e spezia, per una beva dirompente e instancabile.
Château Teleki Villány Merlot 2015. In bottiglia da 10 mesi, dimostra di avere tutte le caratteristiche per un bell’allungo, in prospettiva. Al momento il naso è più ordinato del palato. Trait d’union i frutti rossi, col tannino a ringhiare sul succo.
Château Teleki Villány Franc 2017. Un Cabernet Franc letteralmente esaltato da un utilizzo del legno più che mai discreto. Ne risulta un vino dominato dal frutto, con richiami intensi a quelli di bosco e ricordi d’agrumi. Il tocco di spezia verde vivacizza, quello della liquirizia rende il quadro armonico. Bella prova, anche in prospettiva.
KőVilla Válogatás Villányi Franc 2015. Vino giocato sull’armonia e sull’eleganza, senza rinunciare alla struttura e al corpo. Gran gastronomicità: chiama il piatto.
Villányi Franc Super Premium 2015 Teleki Tradíció 1881. Un Franc al momento troppo condizionato dal legno a danno del varietale e, soprattutto, del frutto. Vaniglia e cioccolato un po’ troppo invadenti sulle note pepate e fruttate, pur presenti e distinguibili. Vino da aspettare: la stoffa c’è tutta. Il mercato non può aspettare, ma i consumatori attenti sì.
KőVilla Válogatás Villányi Cabernet Sauvignon Kopá 2017. In bottiglia da due mesi, rivela già un frutto pieno, succoso, oltre a un tannino a sua volta elegante. Chiusura su terziari di cacao, per un altro vino di prospettiva.
Villányi Cabernet Franc 2002. Vino tuttora sulla cresta dell’onda – e lo sarà ancora almeno per i prossimi 3 anni, ad alti livelli – a dimostrazione di quanto Villányi sia la patria del Cabernet Franc ungherese, ben prima della valorizzazione “ufficiale” del 2014. Colpiscono la freschezza e la succosità, ancora vive e armoniche sui terziari di cioccolato, tabacco e fondo di caffé.
Villányi Pinot Noir Rosé Brut 2016 Teleki Tradíció 1881. Sette grammi di residuo zuccherino per un Brut Metodo classico giocato sulla croccantezza del frutto di bosco e la vivacità e freschezza degli agrumi, più che sui sentori di lisi. Un’ottima “prima prova”, in attesa del bis della vendemmia 2018, in uscita a fine 2020.
Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, tra carta stampata e online, dirigo winemag.it. Collaboro inoltre come corrispondente per una delle testate internazionali più autorevoli del settore, in lingua inglese. Edito con cadenza annuale la “Guida Top 100 Migliori vini italiani” e partecipo come giurato ai più importanti concorsi enologici internazionali. Oltre alle piazze tradizionali, studio con grande curiosità i mercati emergenti, seguendone dinamiche, trend ed evoluzioni. Negli anni ho maturato una particolare esperienza nei vini dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa, tanto da aver curato la selezione vini per un importatore leader in Italia. Nel 2024 mi è stato assegnato un premio nazionale di giornalismo enogastronomico.
Se c’è un vino e vitignodell’Ungheria pressoché sconosciuto, quello è lo Juhfark. La traduzione letterale, dalla complicata lingua ungherese, aiuta a comprendere solo le caratteristiche del grappolo, a forma di “Coda di pecora“: “juh” significa “pecora” e “fark” – contrazione di “farok” – è appunto la “coda”.
Lo Juhfark, finito sotto la lente di ingrandimento di WineMag.it attraverso una rara degustazione di 26 etichette, trova la sua zona più vocata nei terreni vulcanici di Nagy-Somló. Siamo nella parte nord occidentale dell’Ungheria, su un’area di appena 768 ettari.
Un numero che tiene conto dei 326 ettari della “sottozona” di Somló, la denominazione più piccola del Paese (Tokaij, per restare in Ungheria, conta ben 5.100 ettari). Gli sconfinamenti dello Juhafark a est, nell’Etyek-Buda, regalano vini con caratteristiche meno interessanti.
All’analisi del calice, lo Juhfark colpisce per l’eccezionale capacità di farsi portavoce del terroir vulcanico di Somló. Una carta unica a disposizione di questo autoctono ungherese, per imporsi sempre più nel panorama internazionale.
Oltre alle caratteristiche pedologiche e microclimatiche, il “Coda di Pecora” risente molto dell’andamento meteorologico dell’annata. Al netto delle scelte dei singoli viticoltori, non è difficile trovare – una accanto all’altra -etichette diverse tra loro, a partire da una percentuale d’alcol in volume che può variare dai 10,5 ai 15%.
Lo Juhfark si prende tutto il tempo necessario per esprimere al meglio le peculiarità del terreno vulcanico. Lo fa in vigna, germogliando precocemente, ma maturando relativamente tardi. E lo fa in bottiglia, regalando vini capaci di diventare sempre più complessi col passare degli anni, più che mai degni dei lunghi affinamenti.
Pgi Dunántúli Juhfark 2019, Szent István Korona (11,5%): 82/100
Giallo paglierino limpido, luminoso. Al naso fiori bianchi e frutta matura, esotica: pesca gialla, banana. Un tocco minerale, ma è il frutto il vero marcatore. In bocca buona corrispondenza. Ingresso morbido e allungo fresco, ma soprattutto salino. Poi torna la frutta. Un vino dignitoso per il prezzo contenuto, tuttavia non del tutto capace di esprimere al meglio le caratteristiche uniche della varietà. 82/100
Etyek-Budai Pdo Juhfark 2018, Szent István Korona (11%): 80/100 Bel giallo paglierino. Naso meno esplosivo del precedente. Oltre alla frutta, un tocco vegetale e una percezione iodica, minerale, più in evidenza rispetto all’altro campione della stessa cantina. In bocca il vino risulta però squilibrato sulla salinità, in mancanza del frutto. Un nettare pensato per un consumo che non vada oltre all’anno successivo alla vendemmia.
Nagy-Somlói Juhfark 2017, Kreinbacher (12,5%): 87/100
Bel giallo paglierino, riflessi dorati. Naso ampio, elegante. Fiori bianchi e frutta esotica matura, ananas, papaja, polpa di mandarino. Ma anche una parte minerale importante (pietra bagnata) con rintocchi di buccia d’arancio e un leggero apporto di spezia. In bocca il vino presenta una certa struttura e complessità.
L’ingresso è sul frutto e sul sale, pronti ad allargare la platea a una freschezza dilagante, che anticipa una chiusura minerale. Sorso molto invitante ed equilibrato, tra i ritorni di frutta esotica matura e lo iodio. Un vino con potenziale ulteriore di affinamento in bottiglia.
Somlói Juhfark Selection 2017, Kreinbacher (13%): 89/100 Alla vista giallo paglierino con riflessi dorati e una densità maggiore rispetto al precedente. Al naso una mineralità ancora più accennata (iodio, pietra focaia) accostata a un frutto di gran precisione: pesca gialla, albicocca. Una componente fruttata che fa perfettamente da spalla alla matrice vulcanica del nettare.
Il sorso rispecchia le anticipazioni olfattive: a una gran mineralità risponde un frutto pieno, materico. Durezze e morbidezze risultano in grande equilibrio, in un gioco prezioso ai fini dell’abbinamento a tavola. Purché si faccia grande attenzione al finale, con la chiusura assoluta di sipario su un agrume tendenzialmente amaricante.
Nagy-Somlói Juhfark 2015, Kancellár birtok (13,5%): 88/100
Bel giallo dorato. Naso timido ma prezioso, pronto ad esprimersi grazie all’ossigenazione. Ancora una volta mineralità in gran evidenza e una componente di frutta esotica, pienamente matura. La parte minerale si fa polvere da sparo, su note di fiori gialli, pesca a polpa gialla e melone.
Leggera percezione alcolica sin dal naso, che poi si tramuta in una “potente” avvolgenza al palato. In bocca il nettare entra morbido e poi si irrigidisce sulla freschezza e la sapidità, in un sorso che guadagna – rispetto al naso – le note agrumate. Buona gastronomicità. Vino che si trasforma nelle ore successive all’apertura, migliorando ancora.
Nagy-Somlói Juhfark Selection 2017, Csordás Fodor Pincészet (12%): 87/100
Giallo paglierino luminoso. Frutta matura, esotica. Accenno aromatico che ricorda il litchi del Gewurztraminer. Albicocca sotto sciroppo, ananas. Si concede con semplicità, su queste note, unite a una vena minerale.
Al palato tornano le note mature, ma con una spinta salina e fresca capace di riequilibrarle. Vino che chiude su una nota vagamente amarognola e speziata, accostata a una buona freschezza. Persistenza sufficiente.
Nagy-Somlói Prémium Juhfark 2019, Tornai Pincészet (13%): 90/100
Giallo paglierino, riflessi verdolini. Gran precisione e intensità del frutto, pesca a polpa bianca e gialla, richiami esotici perfettamente maturi, mentuccia freschissima e ricordi (vaghi) di liquirizia. Più lo lasci nel calice più si apre, splendidamente. Note di limone, agrumi, verbena. Fiori di glicine e un accento speziato.
In bocca mostra invece tutta la sua gioventù, su una freschezza dirompente, tirata come una corda di violino su note (rieccole qui) di agrumi e limone. Accentuata anche la vena minerale e salina, preponderante. Un’etichetta bambina, pronta a esplodere e diventare grande, longeva, di carattere. Tipica.
Nagy-Somlói Juhfark 2018, Csetvei Pincészet (11%): 85/100
Giallo paglierino. Vino piuttosto esile, connotato da una beva agilissima. Ha bisogno di aprirsi per raccontare la vena minerale, che domina il frutto. Pesca e ricordi di pera matura. Poi accenti d’agrume e di fiori, un tocco di cipria. Corpo leggero, sulla scorta dei pochi gradi. Solo note agrumate e un allungo salino. Chiude leggermente astringente.
Nagy-Somlói Juhfark 2017, Csetvei Pincészet (12%): 88/100 Giallo paglierino. Naso intenso, su fiori freschi bianchi, mineralità particolarmente accentuata, assieme a una vena talcata e agrumata e a ricordi di foglie di te grigio. Perfetta corrispondenza col palato. Struttura non particolarmente esibita, ma una certa eleganza al sorso.
La venatura minerale fa da spina dorsale assieme alla freschezza, prima di una chiusura fruttata, agrumata e in grado di riflettere la matrice vulcanica del terreno, con la pietra focaia. Un giovanotto, cui farà benissimo qualche anno di evoluzione.
Nagy-Somlói Juhfark 2017, Szalai Antal Pince (13,5%): 89/100
Giallo paglierino tendente al bianco carta. Naso timido all’inizio, si apre poi su note di fiori freschi, frutta esotica matura, zucchero filato, mentuccia e mineralità tipica del vulcano. Un accento speziato arriva con l’ossigenazione, in un olfatto che guadagna precise note agrumate.
In bocca gran pienezza e buona struttura, sorso fresco e largo al contempo. Pure salino. Non manca nulla, insomma. Persistenza molto più che sufficiente, per un vino che mostra un’ottima gastronomicità, giocata sull’equilibrio tra durezze e morbidezze.
Nagy-Somlói Juhfark 2017, Apátsági Pince (11%): 93/100
Giallo dorato. Gran naso, largo, frutta esotica matura, al limite del candito, agrumi, ananas in grandissima evidenza, fiori di campo, tra il secco e il fresco. Non manca la venatura minerale, vulcanica. Al palato è morbido e al contempo teso, in un gioco d’equilibrio che invoglia la beva. Esempio fulgido delle punte di qualità raggiungibili dal vitigno.
Juhfark 2018, Tornai Pincészet (11,5%): 87/100
Giallo paglierino, riflessi verdolini. Frutto in evidenza al naso, di perfetta maturità: pesca a polpa bianca, esotico, nespola, un tocco d’agrume, fiori bianchi freschi. La mineralità c’è, ma è più in evidenza al palato. Salinità su cui gioca un frutto elegante, prima di una chiusura tra la mandorla e l’agrume. Vino lineare, piuttosto semplice ma molto ben realizzato e rispettoso del vitigno.
Juhfark 2018, Canter Borház (10,5%): 84/100
Giallo dorato. Naso particolarmente intenso, su note di agrumi canditi, zenzero, erbe di campo, filtro di camomilla. La nota vulcanica è a metà tra la polvere da sparo e lo iodio e fa da compagna a una vena ossidativa. La nota erbacea, sulla buccia d’agrume, invece, è la prima che si ripresenta anche al palato.
Il sorso è leggero e leggiadro, ben equilibrato tra salinità e un frutto di bella presenza, giocato tra gli agrumi e la nota principale di ritorno, quella della camomilla (riecco l’ossidazione). Complessità non eccelsa del retro olfattivo, che piuttosto sorprende per la lunghezza e la freschezza, con una chiusura di sipario leggermente speziata.
Juhfark 2018, Zsirai Pincészet (12,5%): 89/100
Giallo paglierino. Il naso, riconoscibile tra mille, dello Juhafark di Somló: sbuffi talcati e minerali sul frutto pieno, maturo, a polpa bianca (pesca). La nota erbacea (stecco di liquirizia) a fare da contorno, impreziosendo un quadro già di per sé ammaliante.
Il tocco del legno vira sulla vaniglia bourbon e sulla leggera caramella mou, ad amalgamare e incomplessire. Il sorso è pieno, rotondo, morbido, col legno qui ancor più in evidenza, pur senza rischiare di soffocare il varietale. Uno Juhfark con le radici ben salde a Somlo e l’occhio strizzato all’internazionalità. Interessante in prospettiva.
Juhfark 2018, Kis Tamás Somlói Vándor Pince (12%): 92/100 Giallo paglierino, riflessi dorati. Frutta piena (pesca a polpa bianca, agrumi), giustamente matura, tocco di legno (mou, un tocco prezioso di fumè). Al palato – in ingresso – una gran pienezza, avvolgenza, senza rinunciare alla tipica verticalità e salinità dei vini di Somló, che vien fuori nel centro bocca e accompagna fino alla chiusura, lunghissima.
Materia, polpa. Poi il sale. Un altro vino di gran carattere e gastronomicità, che sfodera una struttura e un “peso” non comune, al palato. La chiusura è elegante, sapida, fresca, con un tocco fumè che invita al sorso successivo. Giovane, già ottimo, ma perfetto per una lunga conservazione. Ancora un esempio di tipicità e internazionalità coniugate divinamente.
Juhfark 2018 Teraszok, Kis Tamás Somlói Vándor Pince (11%): 90/100 Sorprende la pesantezza della bottiglia, in contrapposizione – a livello puramente estetico e concettuale – alla “leggerezza” della percentuale d’alcol in volume (appena 11%). Colore giallo paglierino con bei riflessi dorati.
Al naso complesso, col frutto sotto la coltre di un fumè spinto, di una roccia vulcanica e di richiami agrumati ed erbacei, uniti a rintocchi freschi, talcati. Non manca l’apporto del legno: mou, vaniglia bourbon. Il sorso è teso in ingresso, fresco e salino, prima di allargarsi sul frutto in centro bocca.
Torna poi nuovamente su un invitante venatura di iodio finale, arrotondata dal legno. Vino che rivela la sua estrema gioventù soprattutto nel retrolfattivo, su note di pietra bagnata, fumè e, nuovamente, vaniglia bourbon. Un nettare da aspettare, non certo nella sua fase di piena compiutezza.
Juhfark 2018, Apátsági Pince: 94/100 Colore bellissimo, un giallo paglierino pieno, con intensi riflessi dorati. Naso straordinariamente espressivo. Il frutto è pieno, di gran maturità, polposo. Pesca gialla più che bianca, esotico che ricorda la papaja e l’ananas, un accento di zenzero candito e di fico maturo.
Tocco del legno evidente, così come evidenti sono (ancor più) i richiami floreali freschi e quelli di buccia d’agrume, per una componente “verde” che incomplessisce il quadro (verbena, liquirizia, zenzero).
Al palato la consueta pienezza ed espressività di uno Juhfark unico: alla morbidezza delle note fruttate mature (ancora una volta esotico, agrume) abbina una freschezza dirompente, con le durezze tipiche dei vini vulcanici a fare loro da spina dorsale. Da bere oggi e conservare in cantina per un futuro luminoso.
Dunántúli Juhfark 2019, Törley (11%): 82/100 Giallo paglierino acceso. Bel giallo paglierino. Naso ampio, fruttato, agrumato, tocco talcato, vegetale con nuance da macchia mediterranea. In bocca più verticale del previsto, tutto giocato sugli agrumi. Un vino semplice, corretto, ben fatto.
Grófi Juhfark 2017 “Top Selection”, Tornai Pincészet (15%): 93/100
Qui lo Juhafark perde un po’ della sua proverbiale leggerezza e mineralità, per diventare grazie all’apporto del legno un vino di struttura (senza rinunciare all’eleganza), capace di accompagnare anche piatti importanti, a base di carne. Alla vista si presenta di un giallo dorato invitante, luminosissimo.
Idrocarburo netto al naso, assieme alla mentuccia elle note di frutta secca. Seguono a ruota accenni di macchia mediterranea, finocchietto, anice, in un sottofondo conferito dal legno: si vira dunque sul fondo di caffè e la caramellina mou.
Ingresso di bocca fruttato, sulla pesca disidratata. Sul pentagramma, tra la chiave di violino e l’ultima nota, una freschezza dirompente, giocata su note di mandorla amara, agrumi, frutta esotica (albicocca, papaja, ananas) accenti iodici caratteristici della zona e vaniglia.
Vino come pochi altri di caratura internazionale, dotato di gastronomicità assoluta, tenendo però conto della chiusura sulla mandorla amara. Un nettare peraltro ancora giovane, all’inizio di un lungo percorso.
Somló Juhfark 2017 Barrel Selection, Barcza Bálint (13,5%): 92/100
Solo 1.333 bottiglie per questa etichetta di vino naturale ungherese. Giallo paglierino pieno, di buona luminosità. Naso che si stacca completamente da molti altri assaggi, con i suoi ricordi di pera, pesca bianca matura e mentuccia.
L’apporto del legno è evidente, ma non disturba il varietale. Anzi, lo impreziosisce e incomplessisce. In bocca una freschezza straordinaria, ben bilanciata dalle note fruttate. Ben chiara e scandita anche la vena minerale, che assieme all’acidità costituisce la spina dorsale dell’etichetta.
La frutta matura e la vena glicerica si scoprono non solo ben integrate, ma anche necessarie a sostenere mineralità e freschezza. La precisione del sorso è esemplare, soprattutto per concentrazione del frutto ed equilibrio con le durezze. Un vino naturale coi fiocchi, tra i migliori assaggi assoluti della vendemmia 2017.
Nagy Somlói Juhfark 2017, Spiegelberg (12,5%): 90/100 Giallo dorato pieno. Naso lineare, pulito, frutta matura tipica del vitigno e venatura minerale, su note di zenzero candito. Non mancano gli agrumi e un ricordo di vaniglia, molto delicato. Molto più netto lo “spirito” del vulcano, sulla polvere da sparo.
Il sorso è elegante, verticale, sapido e preciso, pur senza rinunciare a una certa “materia” e “polposità”, nella componente fruttata. Chiusura altrettanto precisa ed equilibrata. Vino che non primeggia in complessità, ma che può dare immense soddisfazioni a tavola e nell’ulteriore affinamento in bottiglia: il tempo non potrà che fargli bene.
Juhfark 2011, Royal Somló Vineyards (Prolingo Bt): 92/100 Bel giallo dorato, luminoso. Naso fresco e iodico, con componente frutatta perfettamente matura. Venatura mentolata e talcata, netta. Vino che ha bisogno di tempo per aprirsi, su note che virano anche su una speziatura delicata (pepe bianco, cumino). Non manca una componente vegetale, sulla verbena e l’alloro, ma anche sulla radice di liquirizia.
Netto il ricordo della cera d’api, che sarà poi presente nel retro olfattivo. In bocca svela una freschezza dirompente, riequilibrata da note mielose e di frutta matura. Componente “dura” costituita anche da una salinità ben scandita, che marca il territorio di appartenenza del nettare. In chiusura riecco la nota mielata. Quasi 10 anni e non sentirli: bingo.
Juhfark bio 2016, Dobosi (13,5%): 89/100
Bel giallo paglierino, riflessi dorati. Al naso camomilla, scorza d’agrumi, pesca bianca molto matura. Il tutto ammantato da un bella vena iodica (molto diversa da quella di Somlo). Ingresso verticale e sapido, strepitosamente affilato, col sorso che piano piano si allarga sulla frutta matura, pur conservando la vena salina. Chiusura sull’agrume, piacevole, lunga. Bel vino con una sua linearità, ancora più che mai in piedi e in grado di regalare emozioni. 90/100
24) Juhfark bio 2017, Dobosi (13,5%): 90/100 Bel giallo paglierino carico, riflessi dorati. Naso più timido del precedente, ma molto elegante e preciso. Frutta matura più in vista del precedente, più matura. Siamo sulla pesca, netta. Non manca l’agrume, in scorza, oltre a una punta di spezia bianca, leggerissima. In bocca la frutta si trova a battersi con sale, l’agrume amaro e una percezione dell’alcol non perfettamente integrata. Bella freschezza. Vino certamente non seduto, un puledro da allungo. 91/100
25) Juhfark bio 2018, Dobosi (14%): 88/100 Giallo dorato luminoso. Bel frutto maturo, pieno, molto preciso, che tende al sovramaturo. Palato pieno, rotondo, ravvivato da una bella freschezza. Accenno di tostatura al naso, di frutta secca, che poi si troverà anche al palato. Vino che rispetto agli altri ha una marcia in meno, in termini di allungo, pienezza e, forse, capacità di raccontarsi nel tempo, in futuro.
26) Juhfark bio 2019, Dobosi (13,5%): 89/100 (anteprima / preview) Il giovanotto. Giallo paglierino non particolarmente carico, ma limpido e luminoso. Frutta perfettamente matura, pesca, albicocca, fiori freschi, nota talcata. Sorso tutto giocato sul frutto e sulla freschezza, che si scapigliano a vicenda, ricordando a tutti quanto bene farebbe aspettare ancora un po’ per godersi il nettare. Invitante la chiusura, ancora una volta sulla buccia agrume e su un accenno di spezia bianca, oltre all’accenno salino. Aspettami che arrivo.
*photo credits dei paesaggi: Somlo Wine Shop, dove sono reperibili gran parte delle etichette degustate
Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, tra carta stampata e online, dirigo winemag.it. Collaboro inoltre come corrispondente per una delle testate internazionali più autorevoli del settore, in lingua inglese. Edito con cadenza annuale la “Guida Top 100 Migliori vini italiani” e partecipo come giurato ai più importanti concorsi enologici internazionali. Oltre alle piazze tradizionali, studio con grande curiosità i mercati emergenti, seguendone dinamiche, trend ed evoluzioni. Negli anni ho maturato una particolare esperienza nei vini dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa, tanto da aver curato la selezione vini per un importatore leader in Italia. Nel 2024 mi è stato assegnato un premio nazionale di giornalismo enogastronomico.
Bond. Wine Bond. Poco o nulla in comune col più famoso James – il personaggio nato dall’immaginazione di Ian Fleming e divenuto un cult internazionale – se non la capacità di rendere possibile un’impresa. Nello specifico, i Wine Bond consentono a chiunque di investire denaro in una cantina, vedendo crescere un tasso di interesse riscattabile in bottiglie di vino, tour guidati o degustazioni. Tra i primi a crederci in Europa, per l’esattezza in Ungheria, è Tibor Gál Jr, figlio del noto enologo magiaro che ha affiancato gli Antinori nella creazione del mito dell’Ornellaia.
Così come ha fatto il padre, nella Toscana anni Novanta, Gál Junior sta provando a illuminare la strada a tanti colleghi costretti a fare i conti con il lockdown da Coronavirus. Riadattando in chiave “enologica” il sistema dei Dining Bond, vero e proprio fenomeno negli Usa, scelto da molti ristoranti anche in Italia, negli ultimi mesi.
La cantina di Eger mette a disposizione tre diversi pacchetti con la formula dei Wine Bond. Fino al 31 maggio, per esempio, con 100 mila fiorini ungheresi (282,09 euro) è possibile acquistare un “bond” a un tasso di interesse di 20 mila fiorini per un anno (56,42 euro) e di 50 mila fiorini per 2 anni (141,04 euro).
Una volta scaduto, il “buono” può essere utilizzato per una cena per due persone al Gál Tibor Fúzió, il ristorante e winebar aperto nel centro della cittadina famosa per la produzione dell’Egri Bikavér, il “Sangue di toro” di Eger. Il denaro maturato dall’acquisto del wine bond può essere riscattato anche in vino, comprese le vecchie annate.
“Riteniamo che questo non sia solo un buon investimento per i clienti – commenta Tibor Gál a WineMag.it – ma anche un serio contributo alla conservazione di una cantina che può vantare 27 annate alle proprie spalle”.
“Come è ormai chiaro a molti – precisa il vignaiolo ungherese – stiamo attraversando una strada sconnessa e la vendemmia 2020 promette di essere una grande sfida. A causa del Coronavirus, tutti i nostri canali di vendita, ovvero ristoranti, enoteche e wine bar, sono stati chiusi”.
Ma la vita in vigna non si è fermata. È arrivata la primavera, le viti si sono risvegliate e abbiamo i germogli. Per portare a termine l’annata 2020, i lavoratori devono essere pagati. Abbiamo bisogno di risorse per finanziare il lavoro e raccogliere il futuro, superando questo periodo di transizione”.
“Con questo spirito – conclude Gál – abbiamo dato vita ai Tibor Gál Wine Bond: una sorta di prefinanziamento per un servizio futuro. Un ‘buono’, da redimere in vino o nell’esperienza diretta nella nostra cantina di Eger”. Qualcosa di unico in Europa, che anche l’Italia prova a imitare.
A fine aprile, infatti, la Strada del Sagrantino ha dato vita alla “Sagrantino Experience – Holidaybond“. Lo scopo è quello di promuovere cantine, aziende agricole, frantoi, alberghi e ristoranti associati, in cui sarà possibile recarsi al termine dell’emergenza Covid-19. La gift-card è acquistabile fino al 31 agosto 2020 sul sito web delle aziende aderenti (elenco completo sul portale della Strada) e sarà spendibile entro un anno.
“Ci siamo domandati a lungo come sarà il futuro per il nostro comparto agricolo e turistico e quali sono le modalità con cui potremo tornare a parlare di enoturismo – spiega Serena Marinelli, presidente della Strada del Sagrantino – e non avendo una risposta immediata e plausibile crediamo sia importante continuare a dare segnali positivi e attivi, per prospettare una ripresa”.
“L’Umbria è una regione ricca di emozioni, fatta di piccoli borghi caratteristici e di eccellenze agroalimentari – aggiunge Marinelli – ideali per un turismo lento, di qualità e non di massa, attento alla natura. Nelle prossime fasi quando, con le dovute cautele, si cercherà di dare spazio a un turismo di prossimità, vogliamo far conoscere sì al turista lontano, ma oggi ancor di più al turista vicino, all’umbro il nostro distretto del buon vivere”.
Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, tra carta stampata e online, dirigo winemag.it. Collaboro inoltre come corrispondente per una delle testate internazionali più autorevoli del settore, in lingua inglese. Edito con cadenza annuale la “Guida Top 100 Migliori vini italiani” e partecipo come giurato ai più importanti concorsi enologici internazionali. Oltre alle piazze tradizionali, studio con grande curiosità i mercati emergenti, seguendone dinamiche, trend ed evoluzioni. Negli anni ho maturato una particolare esperienza nei vini dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa, tanto da aver curato la selezione vini per un importatore leader in Italia. Nel 2024 mi è stato assegnato un premio nazionale di giornalismo enogastronomico.
Szekszárd, Ungheria meridionale: 160 chilometri a sud di Budapest, giù in linea retta. Meno di un’ora di strada dal confine con Serbia e Croazia. È qui che Zoltán Heimann ha deciso di piantare un ettaro di Sagrantino. L’uva che ha reso noto in tutto il mondo il borgo medievale umbro di Montefalco si è adattata bene al microclima e al terreno ricco di loess della regione vitivinicola ungherese di Tolna, di cui Szekszárd è capoluogo.
Un groviglio di valli soleggiate, che si distende a mano aperta lungo il 46° parallelo. Lo stesso di Egna e Montagna, in Alto Adige. Della Borgogna, in Francia. O della Willamette Valley, nell’Oregon. Una delle zone più vocate alla produzione dei vini rossi ungheresi, che qui risultano eleganti, speziati, generalmente agili e “pronti”.
Il tannino del Sagrantino, unito alla sua capacità di dare vita a vini da lungo affinamento, fa da spalla alle varietà Cabernet Franc e Kékfrankos in “Franciscus” e in “Grand“, due delle etichette top di gamma di Heimann Családi Birtok.
Ma si trova anche in “Sxrd“, vino fresco e moderno che suggella il cambio generazionale in corso tra i coniugi fondatori della cantina, Zoltán e Ágnes, e il figlio enologo Zoltán Jr, artefice della nuova e accattivante linea “Heimann & Fiai” (vini in vendita anche in Italia dal 2021, sull’e-commerce vinoungherese.it, di cui WineMag.it è Media partner).
Il tutto grazie al consiglio del consulente francese della cantina ungherese, che agli esordi del progetto – nel 1998 – suggerì a Zoltán Heimann di piantare a Szekszárd anche mezzo ettaro del vitigno tipico dell’Umbria, oltre a qualche filare di Tannat.
A distanza di 18 anni dal primo impianto, avvenuto nel 2002 grazie alle barbatelle giunte dall’Alto Adige tramite i vivai ungheresi Teleki-Kober, entrerà in produzione un altro mezzo ettaro di Sagrantino, che andrà addirittura a sostituire una porzione di Syrah.
“Ho imparato a conoscere nel tempo questa varietà – racconta Mr. Heimann a WineMag.it – e l’occasione di assaggiare per la prima volta il vino di Montefalco è capitata a Lucca, all’inizio del Duemila. Entrai in una wine boutique del centro e chiesi una bottiglia di Sagrantino. Ricordo ancora lo stupore dell’uomo che si trovava dall’altra parte del bancone. Faticò non poco a trovare una, ma alla fine riuscì a soddisfarmi”.
Nel 2012, dopo aver prodotto diverse edizioni di “Franciscus” e la prima di “Grand”, Zoltán Heimann torna in Italia e fa tappa in Umbria. Sempre a caccia di nuovi assaggi di Sagrantino, sceglie due cantine dalle filosofie diametralmente opposte.
“La Arnaldo Caprai – spiega il produttore ungherese – dall’impronta moderna e internazionale, e quella più artigianale di Paolo Bea. Mi trovai molto più a mio agio con la versione meno opulenta del Sagrantino di Bea, che ancora oggi cerchiamo di proporre a Szekszárd, nell’uvaggio con Cabernet Franc e Kékfrankos. Con Marco Caprai ho avuto modo di confrontarmi ancora a ProWein, negli anni scorsi”.
Assaggi che hanno aiutato a trovare ben presto la quadra per la vinificazione del Sagrantino alla Heimann Családi Birtok. La raccolta avviene generalmente a metà ottobre. La fermentazione avviene senza raspi, in acciaio. I rimontaggi, due volte al giorno, aiutano l’estrazione ottimale dei polifenoli.
Il mosto riposa a contatto con le bucce per un periodo compreso fra 20 e 30 giorni. La malolattica, svolta in acciaio, anticipa il trasferimento in botti da 1000 litri. Dopo un anno di riposo viene effettuato il taglio con Cabernet Franc e Kékfrankos. Il nettare, dopo un ulteriore affinamento in legno di circa un anno, viene imbottigliato e messo in commercio.
LA DEGUSTAZIONE
Védett eredetű száraz vörösbor Szekszárd Pdo 2017 “Franciscus”: 92/100 Etichetta che sarà in commercio a partire dalla fine del 2020. Siamo di fronte alla migliore espressione assoluta di Sagrantino di Heimann Winery, in attesa di un’ancor più promettente vendemmia 2018 (94/100) e da una buona 2019 (entrambe degustate da botte, la prima a taglio già effettuato).
Il vino si presenta di un rosso rubino carico, luminoso. Prezioso il gioco tra fiori, frutto e spezia, al naso. Le note fruttate, molto precise e scandite, risultano ben amalgamate ai ricordi vegetali del Franc, con virata netta sullo stecco di liquirizia.
Il tannino del Sagrantino è vivo, ma elegante e integrato, pronto evidentemente ad addolcirsi ulteriormente, negli anni. Un bel modo di raccontare il terroir di Szekszárd tra potenza, eleganza e attitudine al lungo affinamento.
Védett eredetű száraz vörösbor Szekszárd Pdo 2016 “Franciscus” (13,5%): 88/100
Un rosso che abbina potenza e morbidezza, rispecchiando perfettamente il carattere di una vendemmia caratterizzata dalla pioggia, nel periodo della raccolta delle uve.
Manca un po’ di struttura e un po’ di materia nella componente fruttata, come rivelano i richiami verdi leggermente preponderanti del Franc. Nel complesso, un vino che si fa bere con sufficiente agilità, orfano del nerbo riscontrabile nelle altre annate.
Oltalom allat álló eredetmegjelölésű száraz vörösbor Szekszárdi Borvidék 2012 “Grand” (15%): 90/100 Nel 2012, l’uvaggio di “Franciscus” entra nel progetto di costruzione di un’etichetta in collaborazione con altri quattro produttori della zona: un blend in grado di elevare l’immagine dei rossi di Szekszárd. Il risultato è eccellente.
Un vino ungherese dall’anima internazionale, con la potenza del Sagrantino che si fonde con le note profonde del Cabernet Franc e il frutto elegante, preciso e croccante del Kékfrankos.
Oltalom allat álló eredet-megjelölésű vörösbor Szekszárdi Borvidék 2008 “Franciscus” (14,5%): 91/100 È la prova del nove per il Sagrantino di Szekszárd: quella della longevità. Il vitigno umbro dà carattere a un vino che risulta perfettamente intatto, uscito vittorioso dalla battaglia con le lancette, sin dal colore. Il risvolto più “selvatico” del Sagrantino fa capolino per la prima volta al naso, contribuendo ad allargare lo spettro di sensazioni.
Si passa dalla viola appassita a un frutto di bosco di gran precisione, attraverso preziosi richiami di liquirizia e accenti goudron. Perfetta la corrispondenza gusto olfattiva. Tannino perfettamente integrato e sorso piuttosto agile, ma tutt’altro che banale. Buono anche l’allungo, su una preziosa venatura salina che chiama il sorso successivo.
Cuvée 2017 “Sxrd” (13%): 85/100
Il Sagrantino figura in piccola misura nell’uvaggio di “sXRd”, modernissimo vino rosso ottenuto in prevalenza da Cabernet Franc, Merlot e Kékfrankos . Un “moderno”, anello di congiunzione tra lo stile tradizionale di Zoltán senior e consorte e quello nuovo di Zoltán Jr.
Siamo di fronte al classico rosso “da frigo”, di quelli da bere anche d’estate. A canna. È in questa dimensione che dà il meglio di sé, anche a tavola. Un vino che fa facilità di beva uno stile, a prescindere dal vitigno e dalla zona di produzione.
Etichette come questa, capaci come poche di incontrare il gusto dei Millennials internazionali e di introdurli piacevolmente al complesso mondo del vino, meriterebbero una “categoria” a sé, a livello internazionale.
Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, tra carta stampata e online, dirigo winemag.it. Collaboro inoltre come corrispondente per una delle testate internazionali più autorevoli del settore, in lingua inglese. Edito con cadenza annuale la “Guida Top 100 Migliori vini italiani” e partecipo come giurato ai più importanti concorsi enologici internazionali. Oltre alle piazze tradizionali, studio con grande curiosità i mercati emergenti, seguendone dinamiche, trend ed evoluzioni. Negli anni ho maturato una particolare esperienza nei vini dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa, tanto da aver curato la selezione vini per un importatore leader in Italia. Nel 2024 mi è stato assegnato un premio nazionale di giornalismo enogastronomico.
I 34 viticoltori della Pannon Bormíves Céh, una delle più autorevoli associazioni del settore in Ungheria, hanno donato 12 mila bottiglie di vino a medici e infermieri del Paese. L’iniziativa coinvolge gli operatori di 30 ospedali, alle prese con la gestione dell’emergenza Covid-19 anche durante le festività della Pasqua.
“Mentre la Festa si avvicina – spiegano i viticoltori della Pannon Bormíves Céh – dal nostro canto possiamo fare una sola cosa per esprimere il nostro amore e apprezzamento per medici e infermieri, al fine di donare loro un momento che li riporti anche solo per un istante a una vita più normale, fuori dall’emergenza: è donare a tutti loro una bottiglia di vino per le festività di Pasqua”.
“Tratteniamo il fiato con voi – scrivono ancora le 34 cantine – e siamo al vostro fianco mentre lottate per far tornare l’Ungheria alla normalità. Grazie per quello che stanno facendo per la gente, per il Paese e per tutti noi. Vogliamo così augurare buona Pasqua ai medici, agli infermieri e alle loro famiglie”.
Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, tra carta stampata e online, dirigo winemag.it. Collaboro inoltre come corrispondente per una delle testate internazionali più autorevoli del settore, in lingua inglese. Edito con cadenza annuale la “Guida Top 100 Migliori vini italiani” e partecipo come giurato ai più importanti concorsi enologici internazionali. Oltre alle piazze tradizionali, studio con grande curiosità i mercati emergenti, seguendone dinamiche, trend ed evoluzioni. Negli anni ho maturato una particolare esperienza nei vini dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa, tanto da aver curato la selezione vini per un importatore leader in Italia. Nel 2024 mi è stato assegnato un premio nazionale di giornalismo enogastronomico.
EDITORIALE – Sono spesso al centro di feroci polemiche, le grandi aziende del settore Food & Beverage. Eppure, sono proprio i “big” a portare i numeri del Made in Italy nel mondo, contribuendo alla notorietà di tutto il comparto. A beneficio delle proprie casse, certo. Ma anche dei piccoli produttori. Incredibile, a questo proposito, il costo dell’Asti Docg Martini nei supermercati Spar (Despar), in Ungheria: 4.199 fiorini. Ovvero 12,69 euro.
Una cifra su cui incide in maniera determinate la forza del brand Martini, noto a livello internazionale e legato alla “gioia di vivere” degli italiani. Un sinonimo dell’Italian Style. Il prezzo dell’Asti Docg salta ancora più all’occhio, allargando lo zoom dall’etichetta all’intero scaffale del supermercato di Debrecen, seconda città dell’Ungheria.
Lo spazio dedicato da Spar alla referenza è risicato, un solo facing. Ma è la stessa “visibilità” riservata agli spumanti ungheresi, nonché all’Asti Docg di Cinzano e al Prosecco Doc Treviso di Mionetto (a proposito: nessuna traccia del Prosecco Superiore Conegliano Valdobbiadene). Ottima, per tutti gli spumanti, l’esposizione: altezza presa.
L’Asti Docg Martini è lo Charmat più costoso dell’assortimento Spar. Rischia quasi di duplicare, a scontrino, le bollicine locali “Hungaria”, ferme a 2.199 fiorini (6,62 euro) su tutte le tipologie, Extra Dry e Rosè.
Benissimo anche la Cuvée storica di Cinzano: secondo gradino del podio, con 3.099 fiorini (9,33 euro). Non male Mionetto: 2.499 fiorini, ovvero 7,52 euro. Tutte cifre più alte del doppio o del triplo del prezzo esposto in Italia.
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Una nuova tappa per il The Wine Lab, il progetto dedicato alla viticoltura eroica, che rappresenta una nuova realtà, per favorire l’incontro fra aziende viticole e mondo della ricerca. Questa volta appuntamento in Ungheria, all’Università della Pannonia (a Veszprém) che ha visto la partecipazione di Valeria Vigna, che segue il progetto per il Cervim. Questo incontro è il secondo appuntamento dell’anno che riunisce tutti i partner del progetto, dopo quello che si è svolto a Drama in Grecia lo scorso mese di maggio
«Il progetto The Wine Lab – sottolinea il presidente Cervim Roberto Gaudio – si è posto vari obiettivi da raggiungere nell’arco dei tre anni della sua durata, tra cui quelli di creare hub, ovvero gruppi di interesse e comunità di apprendimento che coinvolgono produttori di vino, ricercatori, studenti universitari, soggetti pubblici e privati del settore vinicolo; determinare nuove forme di cooperazione tra università e imprese per aumentare le opportunità di formazione (tirocini); mettere a punto meccanismi per la condivisione strutturata delle conoscenze tra ricerca e impresa, definire metodi e strumenti innovativi per sfruttare la conoscenza a livello regionale e collegarlo a quello nazionale ed europeo. La ricerca in viticoltura ricopre sempre più un ruolo determinante in termini di riduzione di fattori di criticità che, in questo particolare tipo di viticoltura con pendenze proibitive e aree difficili, come quelle montane e delle piccole isole, tutt’oggi permangono».
«Il progetto The Wine Lab – spiega Alessio Cavicchi, membro del Comitato Tecnico Scientifico del Cervim, è responsabile del progetto per conto dell’Università di Macerata – è arrivato ad oltre la metà della sua durata, e, attraverso la collaborazione fra Università, imprese, associazioni, amministrazione pubbliche e grazie soprattutto all’intervento degli studenti, ha sviluppato una serie di strumenti e metodi per incrementare il livello di dialogo fra centro di ricerca e imprese, e fra centro di ricerca e operatori sul territorio. Tutto questo sta portando risultati tangibili nei quattro paesi partner del progetto (Italia, Ungheria, Grecia e Austria). Il Cervim in tutto questo ha un ruolo fondamentale perché ha la possibilità di coinvolgere, produttori, associazioni e amministrazioni pubbliche nei paesi dove è presente la viticoltura eroica. Quindi il ruolo fondamentale che può avere il Cervim, da adesso in poi, è quello di utilizzare questi strumenti e questi metodi per trasferire e aiutare i piccoli produttori a conoscere quale sia l’innovazione nel settore vitivinicolo dal vigneto fino al calice ed a collaborare con maggiore fiducia con le Università con i centri di ricerca».
La settimana prossima il Cervim sarà presente a Verona per Wine2Wine come animatore dell’evento, ”Viticoltura eroica e biodiversità: la missione del Cervim per la tutela e la promozione dei territori estremi”, che vedrà gli interventi di Diego Tomasi, presidente Comitato Tecnico Scientifico del Cervim, e Stefano Celi, consigliere del Cda del Cervim.
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BOLZANO – Logiche che solo all’apparenza possono sembrare “illogiche”, quelle di (una certa) Grande distribuzione organizzata.
Fatto sta che un gruppo storico della provincia di Bolzano come Schenk Italian Wineries (lì, a Bolzano, dal 1960) si presenta sugli scaffali dell’hard discount Md con un Gewurztraminer ungherese. Mica altoatesino o trentino.
Parliamo del Gewurztraminer Oem Matrai della linea Cantina Clairevue, private label con cui Schenk opera all’interno dei discount Md, già Lillo Group S.p.A. (linea che Luca Maroni premia con alte valutazioni, che non riguardano tuttavia questa etichetta).
Scappa più di un sorriso a pensare che il sito web di Md tenga a sottolineare che “la storia della Società s’identifica con quella del suo fondatore, Patrizio Pondini, nato a Bolzano, attivo nel mercato della Gdo fin dagli anni ’60”.
E’ la stessa Schenk, pungolata da vinialsupermercato.it, a chiarire i contorni di una vicenda che ha del paradossale. Almeno quanto risulta paradossale, per un imprenditore italiano, la convenienza di investire all’estero.
“UNGHERESE MA DI QUALITA'” “Si tratta di una linea ‘private label’ realizzata per Md Italia, secondo le esigenze espresse dal cliente – evidenzia il gruppo bolzanino – che chiedeva un vino con un ottimo rapporto qualità-prezzo. Vista l’annata difficile del 2017, soprattutto per gli aromatici, risultava arduo mantenere tale rapporto sotto una certa soglia, utilizzando un vino Alto Adige”.
“Il prodotto in questione – continua Schenk Italian Wineries – è un Gewurztraminer Ungherese di ottima qualità, ma non è una Doc Alto Adige come invece è ‘Kellerei Auer’, nostra linea di punta. Auspicando, nei prossimi due anni, vendemmie quantitativamente e qualitativamente corrette, Schenk Italian Wineries sarà in grado di proporre vini italiani per la soddisfazione di Md”.
Piutost che nient l’è mei piutost, sintetizzerebbero a Milano. Il vino in questione, tuttavia, si lascia tutto sommato apprezzare. Soprattutto nell’ottica qualità prezzo. “Oem” sta per “Oltalom alatt álló eredetmegjelölés”, l’equivalente, in Ungheria, delle nostre Dop. “Mátrai” identifica “Mátra”, zona collinare dell’Ungheria settentrionale, dove si produce vino.
(4 / 5) Giallo paglierino scarico e velato per il Gewurztraminer Oem Mátrai 2016 Cantina Clairevue. Naso di litchi, pesca, esotico maturo (ananas), una punta minerale. Bocca corrispondente, non elegantissima, con chiusura su note posate di miele d’acacia.
Beva facile, zucchero non stucchevole. Dopo l’ingresso morbido, questo Gewurz ungherese svela un bel risvolto acido, che accompagna fino a un finale speziato, di pepe bianco. Un vino che fa della facilità di beva (e del prezzo: 2,99 euro) la sua arma vincente.
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Il Parlamento europeo sottoporrà a breve una Oral Question al Consiglio (composto dagli Stati Membri) sul tema dell’enoturismo.
È questo il risultato di una colazione di lavoro che si è svolta su iniziativa della deputata europea, l’On. Isabella De Monte (Italia – S&D, membro della Commissione TRAN, Trasporti e Turismo del Parlamento Europeo), e a cui la Cevi (Confederazione Europea Vignaioli Indipendenti) è stata invitata per portare la testimonianza dei Vignaioli europei.
Questa procedura potrebbe in seguito far scattare una discussione durante la sessione Plenaria di Strasburgo davanti a tutti i Parlamentari europei riuniti. Al fine di rafforzare il messaggio, nel 2018 sarà anche prevista una conferenza al Parlamento Europeo sull’enoturismo.
Al termine della riunione il Presidente CEVI Thomas Montagne ha dichiarato: “I nostri vini, rispettosi del terroir sul quale crescono, incarnano la diversità. Sono molto felice di vedere che il Parlamento Europeo ha deciso di sostenerci nella condivisione di questa diversità attraverso il turismo del vino. Considerato il forte impatto che l’enoturismo ha sullo sviluppo rurale, riteniamo che possa diventare presto un tema di discussione delle istituzioni europee”.
Alla presenza anche dell’On. István Ujhelyi (Ungheria – S&D) e dell’on. Claudia Ţapardel (Romania – S&D) la CEVI ha portato alla luce il fatto che in Europa l’enoturismo è ostacolato da barriere burocratiche, amministrative, fiscali e legislative che solo una legge ad hoc potrebbe abbattere. In Italia ad esempio un vignaiolo che vuole praticare dell’enoturismo si vede costretto a scegliere tra l’apertura di una s.r.l. oppure di un agriturismo; in Francia il reddito derivante da prestazioni enoturistiche non può superare il massimale di 50.000 euro annui, pena il passaggio a un regime fiscale molto più oneroso rispetto a quello agricolo; in Bulgaria senza la licenza di ristorazione è vietato offrire anche solo un pezzo di pane per accompagnare la degustazione. Una situazione che necessita urgentemente di un intervento risolutore da parte delle istituzioni europee.
La Cevi è l’organizzazione che riunisce e rappresenta i vignaioli indipendenti europei, ma non solo. Ne fanno parte le singole associazioni di Italia, Francia, Portogallo, Lussemburgo, Svizzera, Ungheria, Rioja, Slovenia, Bulgaria e Quebec.
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(3 / 5) E’ con il consueto piglio critico che ci apprestiamo alla degustazione del Gewurztraminer ungherese Huznar. L’etichetta evidenzia come si tratti di un 100% Traminer Aromatico d’Ungheria, imbottigliato in Italia. Dopo una serie di ricerche, scopriamo che la V.N.P. Spa Milano – Italia, che imbottiglia nello stabilimento di Asti, in Piemonte, è nient’altro che la Valsa Nuova Perlino Spa, azienda controllata dalla società Dilmoor Spa. Partner commerciale per i vini ungheresi della Perlino Spa è la Weinhaust di Bocsa, Ungheria. “E’ un’azienda privata – spiega Matteo Scarpellini, Marketing manager ed Export area manager di Perlino Spa – che vinifica quasi esclusivamente uve provenienti dai ben 450 ettari di proprietà, distribuiti tra la regione del Transdanubio, Hajos, e Matra, tutte nella zona nord del Paese. Vinificano tra i 12 e 15 milioni di Kg all’anno, con una capacità di stoccaggio di 160 mila ettolitri. Si tratta quindi di una realtà moderna – evidenzia ancora Scarpellini – che coniuga tradizione e savoir faire con le tecnologie produttive più recenti quali presse pneumatiche, vasche di acciaio con controllo della temperatura ed impianto di azoto per proteggere il vino dall’ossidazione”. Chiarita la paternità del nettare, ci apprestiamo con rinnovata serenità alla degustazione, che interessa sia la vendemmia 2014 sia la vendemmia 2015.
Troviamo la vendemmia 2014, come prevedibile, matura ma anche più piaciona. Nel calice si tinge d’un giallo dorato limpido, trasparente, che richiama quello dei Gewurztraminer altoatesini. Al naso è intenso, schietto, mediamente fine. Di complessità sottile, presenta profumi di natura floreale fresca (rosa) e fruttata, con i sentori tipici di litchi a braccetto con la pera Abate matura. Il meglio di sé, il Gewurztraminer ungherese Huznar 2014 lo offre al palato. Vino secco, di corpo, di alcolicità leggera (12%) ma percepibile, risulta rotondo, di fresca acidità. Fruttato in ingresso, con i sentori di litchi, pera e pesca, finisce per lo più sapido e spaziato (pepe bianco) con una punta di asprezza che ricorda il lime. Intenso anche nel retro olfattivo, offre un persistenza sufficiente, mediamente fine. Più lineare la vendemmia 2015 del Gewurztraminer Huznar, che mostra margini di miglioramento futuri nei prossimi 12-24 mesi. La carica olfattiva risulta molto intensa e penetrante: litchi, pera e pesca, un concerto di frutta matura. Ma al palato sfodera un corpo leggero, come l’alcolicità. E un’acidità fresca che fa ben sperare, assieme alla percezione salina, in una buona maturazione. Trattasi comunque di una vendemmia, quella 2015, assolutamente pronta alla beva, che assumerà quindi tinte meno complesse rispetto alla 2014. Per entrambi consigliamo l’abbinamento con antipasti e portate di pesce, primi leggeri e formaggi di media stagionatura, a una temperatura ideale di 14 gradi.
LA VINIFICAZIONE
Alla Weinhaust di Bosca, la vendemmia del Traminer Aromatico si svolge in maniera manuale, a metà settembre, con cernita delle uve, diraspatura, pressatura soffice dei soli acini e fermentazione alcolica a temperatura controllata variabile fra i 18 e 20 gradi. Un processo che si protrae per 15 giorni in vasche d’acciaio inossidabile. La tecnica di vinificazione del Gewurztraminer Huznar prevede quindi una sosta sulle fecce fini per due mesi, con stabilizzazione a freddo e imbottigliamento nel mese di marzo.
Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, tra carta stampata e online, dirigo winemag.it. Collaboro inoltre come corrispondente per una delle testate internazionali più autorevoli del settore, in lingua inglese. Edito con cadenza annuale la “Guida Top 100 Migliori vini italiani” e partecipo come giurato ai più importanti concorsi enologici internazionali. Oltre alle piazze tradizionali, studio con grande curiosità i mercati emergenti, seguendone dinamiche, trend ed evoluzioni. Negli anni ho maturato una particolare esperienza nei vini dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa, tanto da aver curato la selezione vini per un importatore leader in Italia. Nel 2024 mi è stato assegnato un premio nazionale di giornalismo enogastronomico.
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