L’Alleanza delle Cooperative Agroalimentari esprime «forte preoccupazione per le azioni che la Ue intende mettere in campo nel prossimo futuro». Il riferimento è al piano europeo di lotta al cancro presentato dalla Commissione europea, con effetti sulla politica di promozione delle bevande alcoliche. Ma anche ai «metodi di valutazione semplicistici e incompleti come il Nutriscore».
«Sono davvero troppi gli elementi che in questo periodo possono arrecare pregiudizio al settore», afferma il coordinatore di Alleanza Cooperative Agroalimentari Luca Rigotti(nella foto). «Fermo restando l’indiscutibile sostegno alle finalità del piano europeo e l’assoluta necessità di tutelare la salute dei cittadini europei – continua – riteniamo che sia innanzitutto necessario promuovere una corretta educazione dei consumatori, che deve essere improntata ad un consumo moderato e consapevole di vino.
Così come occorre lavorare per raggiungere delle posizioni di equilibrio. Si tratta di un concetto da ribadire, considerando la costituzione presso il Parlamento europeo di una dedicata Commissione e la recente presentazione di una relazione sul tema che, tra le altre indicazioni, promuove un’etichettatura di avvertimento per le bevande alcoliche, compresi i vini».
L’Alleanza Cooperative Agroalimentari evidenzia che «il comparto del vino è impegnato da tempo in un percorso di adeguamento regolamentare come accaduto, ad esempio, in materia di sostenibilità ambientale, sulla quale il modello cooperativo è in prima linea». Così come per «la fornitura dell’elenco degli ingredienti e delle informazioni nutrizionali in etichetta», traguardi indicati nel piano europeo di lotta al cancro ma affrontati anche nell’ambito della Pac post-2020.
La cooperazione vitivinicola, pur sottolineando la differenza tra consumo eccessivo e quindi dannoso di bevande alcoliche e consumo moderato di vino, non può che dirsi d’accordo sulla volontà di valorizzare la prevenzione e tutelare la salute dei consumatori», ha ammonito Rigotti.
«Restiamo tuttavia convinti che l’adozione di una dieta sana, equilibrata e millenaria come quella mediterranea, che è stata iscritta nel 2010 nella lista del Patrimonio culturale immateriale dell’Umanità e di cui il vino è parte integrante, resti una delle vie migliori per mantenere un buono stato di salute», ha concluso il Coordinatore Vino dell’Alleanza.
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Cambio di marcia nelle relazioni Ue-Usa, sul fronte dei dazi sul vino. Europa e Stati Uniti hanno trovato l’accordo per la rimozione di tutte le tariffs, vero e proprio spauracchio dell’epoca Trump.
La risoluzione riconosce «l’impatto dannoso dei dazi». Usa e Ue si impegnano inoltre a «lavorare per un ambiente commerciale del vino esente da dazi zero for zero». Il tutto in occasione del vertice tra i presidenti Biden, Von der Leyen e Michel.
“Il vino è un prodotto davvero unico e il commercio esente da dazi avvantaggia le nostre cantine familiari, nonché agricoltori, rivenditori, attività ricettive che compongono il settore, nonché i consumatori su entrambe le sponde dell’Atlantico”, ha affermato Bobby Koch, presidente e Ceo del Wine Institute Usa.
Apprezziamo il Congressional Wine Caucus – continua – e le loro controparti europee per aver guidato questo sforzo per raggiungere zero per zero. Questo, più di ogni altra cosa, contribuirà a migliorare l’impatto positivo delle nostre relazioni commerciali».
LE REAZIONI
«Un ambiente di libero commercio del vino è essenziale per preservare gli sforzi e gli investimenti di lunga data delle nostre aziende vinicole e la sostenibilità dei nostri vigneti”, ha affermato Jean Marie Barillère, presidente del Comité Européen des Entreprises Vins.
Non mancano le reazioni positive dall’Italia. «Apprendiamo con soddisfazione dell’intesa Ue e Usa sulla sospensione per 5 anni dei dazi sull’affaire Boeing e Airbus. Una notizia che è di buon auspicio per le future relazioni commerciali tra due storici partner commerciali», ha detto Ernesto Abbona, presidente di Unione italiana vini (Uiv).
Gli Stati Uniti sono il principale buyer di vino al mondo e i prodotti europei sono i più richiesti con una quota di mercato pari al 74% delle importazioni globali. Il valore medio delle esportazioni di vino Ue verso gli Usa è di quasi 3,5 miliardi di euro l’anno.
Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, tra carta stampata e online, dirigo winemag.it. Collaboro inoltre come corrispondente per una delle testate internazionali più autorevoli del settore, in lingua inglese. Edito con cadenza annuale la “Guida Top 100 Migliori vini italiani” e partecipo come giurato ai più importanti concorsi enologici internazionali. Oltre alle piazze tradizionali, studio con grande curiosità i mercati emergenti, seguendone dinamiche, trend ed evoluzioni. Negli anni ho maturato una particolare esperienza nei vini dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa, tanto da aver curato la selezione vini per un importatore leader in Italia. Nel 2024 mi è stato assegnato un premio nazionale di giornalismo enogastronomico.
Tempo di ristori per i danni da gelate in Italia, Francia e Grecia. I tre paesi scrivono all’Ue chiedendo «interventi mirati per le ondate di gelo che, nel mese di marzo e aprile, hanno creato danni al settore agricolo». Un particolare riferimento viene fatto al comparto ortofrutticolo e a quello vitivinicolo.
La lettera è stata inviata oggi alla Commissione europea affinché «metta in campo idonee misure di aiuto urgenti e transitorie per sostenere le imprese danneggiate».
Nella missiva è stata inoltre evidenziata l’importanza della proposta di «destinare una adeguata quota dei pagamenti diretti della Politica Agricola Comune (Pac) alla creazione di una rete di sicurezza per tutte le aziende del settore, a supporto degli attuali strumenti di gestione del rischio».
La frequenza con cui si verificano questi eventi estremi – fa notare il Ministero per l’Agricoltura – comporta l’operatività di strumenti in grado di intervenire tempestivamente.
Solo un approccio integrato tra gli strumenti di gestione del rischio e il sostegno ad investimenti più mirati alla riduzione dei rischi stessi possono contribuire a migliorare la resilienza delle imprese agricole».
La lettera congiunta di Italia, Francia e Grecia segue di poche ore lo stanziamento di 105 milioni a favore del Fondo di solidarietà nazionale per i danni a produzioni, strutture e impianti produttivi delle aziende colpite dalle gelate e brinate dell’aprile 2021. Una misura contenuta nel Dl Sostegni bis.
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«La proposta di Bruxelles di una dealcolazione parziale o totale del vino, che verrebbe sostituito con l’acqua, oltre ad essere rischiosa per garantire la qualità dei prodotti del settore, è un’idea assurda e senza senso». Lo dichiara in una nota Andrea Sartori, Presidente di Casa Vinicola Sartori, storica realtà della Valpolicella.
La tradizione enologica italiana – spiega – è prima nel mondo e le aziende vitivinicole a essa collegate sono un patrimonio, non solo nazionale ma internazionale, che fan parte delle eccellenze “Made in Italy”.
Una folle idea che potrebbe cancellare 120 anni di storia della nostra cantina, che ha fatto della territorialità, della qualità, della ricerca del prodotto e dell’innovazione un’eccellenza mondiale».
Per Sartori: «Se l’Ue accogliesse questo indirizzo i nostri vini classici veronesi, etichette doc come la Valpolicella, il Soave, il Bardolino, il Bardolino Chiaretto o il Corte Brà Amarone della Valpolicella Classico Docg sarebbero solo degli antichi ricordi, che verrebbero sostituiti da surrogati che potrebbero essere prodotti da chiunque, favorendo la contraffazione e arrecando all’enogastronomia italiana un danno economico incalcolabile».
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Via i dazi Usa sul vino europeo per 4 mesi. Le aziende vinicole dell’Ue plaudono all’annuncio della portavoce dell’Ustr, l’Ufficio del Commercio americano, Katherine Tai. La sospensione delle tariffs relative al contenzioso Airbus Boeing sono una boccata d’ossigeno per il settore.
Soddisfatto il CEEV – Comité Européen des Entreprises Vins, che esorta le autorità dell’Ue e degli Stati Uniti a «intensificare gli sforzi e a sfruttare ogni opportunità imminente per risolvere definitivamente questa controversia, che si protrae ormai da troppo tempo». Tradotto, dalla precedente gestione della Casa Bianca, targata Donald Trump.
«Fino a quando ciò non sarà raggiunto – avverte CEEV – il Comitato europeo dei produttori di vino chiede un’estensione sinusoidale della sospensione tariffaria, per fornire agli esportatori, su entrambe le sponde dell’Atlantico, una migliore capacità di previsione degli ordini».
«Ciò è particolarmente importante alla luce dell’avvicinarsi della fine del periodo di sospensione l’11 luglio e dell’ulteriore complicazione della carenza di container, che sta ritardando il commercio su scala globale», conclude Ceev.
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L’Italia, assieme a Paesi come la Francia, figura tra gli Stati che potranno ricevere aiuti per i danni da gelatein vigna registrati nel mese di aprile 2021. Lo ha annunciato in giornata la Commissione europea. Una notizia che viene accolta con entusiasmo dalle associazioni del settore.
«La Commissione – rileva Confagricoltura – si è impegnata a valutare la situazione in vista dell’assunzione di specifici provvedimenti a favore degli Stati membri più colpiti».
Grazie al ministro Patuanelli per aver portato ufficialmente all’attenzione delle istituzioni europee – aggiunge il presidente Massimiliano Giansanti -con la richiesta di interventi straordinari dell’Unione, la gravità dei danni provocati dalle recenti gelate notturne, in particolare a carico dei vigneti e delle produzioni ortofrutticole».
AIUTI PER LE GELATE IN VIGNA «Un provvedimento assolutamente giustificato dal fatto che le gelate hanno colpito un settore già alle prese con una difficile situazione di mercato determinata dalla pandemia, che ha imposto ripetute chiusure del canale Horeca nell’Ue e a livello internazionale», ha aggiunto Giansanti.
Per quanto riguarda il settore ortofrutticolo, Confagricoltura ha sostenuto la richiesta del Copa-Cogeca, che riunisce le organizzazioni agricole e della cooperazione degli Stati membri, di «estendere le misure di flessibilità, già varate lo scorso anno, per rendere più incisiva l’azione delle associazioni di produttori».
«Nell’immediato – commenta Giansanti – il nostro impegno è rivolto a dare il necessario e rapido sostegno agli agricoltori colpiti dalle gelate. Abbiamo anche avviato la riflessione su un nuovo sistema di prevenzione e gestione delle calamità naturali, in grado di assicurare soluzioni innovative e più efficaci per gli agricoltori di fronte ai cambiamenti climatici».
IMPIANTO E REIMPIANTO DEI VIGNETI
Tra le altre richieste già sottoposte al ministro Patuanelli anche la la proroga della validità delle autorizzazioni per l’impianto e il reimpianto di superfici vitate, in scadenza quest’anno.
Una battaglia, quella di Confagricoltura, che trova alleati nell’Alleanza Cooperative Agroalimentari, che in giornata si è espressa in tal senso con il coordinatore Vino, Luca Rigotti.
«In questo contesto – precisa Massimo Giansanti – la situazione finanziaria delle imprese non consente di far fronte agli investimenti necessari per gli impianti e i reimpianti dei vigneti. La proroga è indispensabile e ampiamente giustificata».
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Quasi un italiano su quattro (23%) smetterebbe di bere vino o ne consumerebbe meno se in etichetta trovasse scritte allarmistiche come quelle apposte sui pacchetti di sigarette. Qualcosa che suonerebbe incredibilmente come: “Il vino nuoce alla salute”. È quanto emerge da un sondaggio on line di Coldiretti.
I risultati sono stati divulgati in occasione dell’incontro sul nuovo Piano Ue per la salute che divide l’Europa a tavola a Bruxelles da Coldiretti, Filiera Italia, Eat Europe e Farm Europe con la collaborazione dei gruppi parlamentari europei PPE, S&D e Renew Europe.
«È del tutto improprio assimilare l’eccessivo consumo di superalcolici tipico dei Paesi nordici al consumo moderato e consapevole di prodotti di qualità ed a più bassa gradazione come la birra e il vino – dichiara il presidente della Coldiretti Ettore Prandini – che in Italia è diventato l’emblema di uno stile di vita “lento”, attento all’equilibrio psico-fisico che aiuta a stare bene con se stessi, da contrapporre all’assunzione sregolata di alcol».
Le nuove politiche rischiano di colpire ingiustamente componenti fondamentali del Made in Italy agroalimentare che è l’unico settore che è cresciuto all’estero nonostante la pandemia raggiungendo il valor record di 46,1 miliardi nel 2020».
La Commissione Ue potrebbe introdurre allarmi per la salute nelle etichette delle bevande alcoliche come per le sigarette nell’ambito dell’attività di prevenzione del nuovo “Piano d’azione per migliorare la salute dei cittadini europei” ed eliminare il vino e la birra dai programmi di promozione dei prodotti agroalimentari.
«Una scelta che – precisa la Coldiretti – colpirebbe anche le carni rosse e quelle trasformate, che vengono associate ai rischi di tumore, per favorire il passaggio a diete vegetali».
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Il nuovo spauracchio del vino italiano (ed europeo) ha nome e cognome e non arriva dall’altra parte dell’Oceano, come i dazi di Trump. Si chiama Europe’s Beating Cancer Plan e prevede, tra le altre misure volte appunto alla lotta al cancro, l’intensificazione del «sostegno dell’Ue agli Stati membri e agli stakeholders nel rafforzamento delle capacità di ridurre il danno correlato all’alcol». Nulla di preoccupante, solo a prima vista.
Per comprendere la preoccupazione del settore vitivinicolo occorre consultare agli allegati del documento presentato oggi dalla Commissione europea, alla vigilia del World Cancer Day. Tra le “list of action”, l’attenzione si concentra sul punto 3.3, “Reducing harmful alcohol consumption”.
Tra le misure previste, la «revisione della legislazione dell’Ue relativa alla tassazione dell’alcol e all’acquisto transfrontaliero di prodotti alcolici; la proposta di etichettatura obbligatoria dell’elenco degli ingredienti, della dichiarazione nutrizionale sull’etichetta delle bevande alcoliche (leggasi Kcal, ndr) e delle avvertenze per la salute».
Inoltre, l’Ue prevede di «ridurre l’esposizione dei giovani al marketing online di alcolici bevande attraverso il monitoraggio dell’attuazione dell’Audiovisual Media Service Directive», ovvero la Direttiva sui servizi dei media audiovisivi.
Al punto 3.4 dell’allegato, l’altra potenziale stangata per il settore vitivinicolo e degli Spirits, nell’ambito delle iniziative volte alla promozione della salute attraverso l’accesso a la dieta e l’attività fisica.
Sempre tra il 2021 e il 2025 è infatti prevista la «pubblicazione di uno studio di mappatura delle misure fiscali e delle politiche di prezzo su bevande zuccherate, bibite e bevande alcoliche».
Nello stesso calderone, per intenderci, potrebbero finire Coca Coca e pregiate denominazioni del vino italiano ed europeo, con conseguenze fiscali anche sulla libera circolazione delle merci all’interno dell’Unione europea.
Eppure, nel testo ufficiale del documento presentato oggi in Commissione europea, l’unico riferimento agli alcolici è vago. Forse strategicamente. Il team guidato da Ursula von der Leyen, che ha tra gli obiettivi strategici nel campo della salute proprio la lotta al cancro, parla esclusivamente di «harmful alcohol consumption», tra gli ambiti di prevenzione.
L’alcol viene infatti chiamato in causa tra le ragioni che giustificano l’esorbitante impatto economico complessivo del cancro in Europa, superiore ai 100 miliardi di euro all’anno.
«Senza un’azione conclusiva – sottolinea la Commissione europea – si stima che entro il 2035 i casi di cancro aumenteranno di quasi il 25%, diventando la principale causa di morte nell’Ue. Inoltre, la pandemia Covid-19 ha avuto un grave effetto sulla cura del cancro, interrompendo il trattamento, ritardando la diagnosi e la vaccinazione e influenzando l’accesso ai farmaci».
Sul piede di battaglia le maggiori associazioni agricole e della filiera vitivinicola italiana. La prima a lanciare l’allarme è stata Coldiretti: «L’Unione Europea vuole cancellare i fondi per la promozione di carne, salumi e vino – evidenzia il presidente della Confederazione, Ettore Prandini – prevedendo addirittura etichette allarmistiche sulle bottiglie come per i pacchetti di sigarette».
Con la scusa di tutelare la salute, che va invece salvaguardata promuovendo una dieta equilibrata e varia senza criminalizzare singoli alimenti, si propone di introdurre allarmi per la salute nelle etichette delle bevande alcoliche prima del 2023, eliminando altresì dai programmi di promozione i prodotti agroalimentari, come specificatamente le carni rosse e quelle trasformate, che vengono associati ai rischi di tumore».
Sempre secondo Ettore Prandini, quella dell’Ue è una vera e propria «provocazione nei confronti dell’Italia a dieci anni dal riconoscimento Unesco della dieta mediterranea, fondata proprio su una alimentazione diversificata che con pasta, frutta, verdura, carne, extravergine e il tradizionale bicchiere di vino consumati a tavola in pasti regolari, che hanno consentito fino ad ora agli italiani di conquistare il primato europeo di longevità».
È di oggi la reazione stizzita di Confagricoltura Toscana. Così Francesco Colpizzi, presidente regionale della Federazione Vitivinicola: «Sulla Toscana rischia di abbattersi una stangata epocale, l’Europe’s Beating Cancer Plan intende cancellare i fondi destinati alla promozione di vino, carni e salumi e introdurre etichette dissuasive su questi prodotti, segnalati come cancerogeni».
Confagricoltura chiede immediatamente un intervento di tutela da parte del Governo e della Regione: il presidente Eugenio Giani e i vertici di Stato si facciano sentire. Questo è un colpo diretto alla nostra economia, all’identità gastronomica e produttiva del Paese. Non possiamo accettare alcuna etichetta allarmistica.
Davvero stiamo paragonando un panino al prosciutto o un bicchiere di vino – continua Colpizzi – spesso indicato anzi come salutare, al consumo delle sigarette? Un piano di azione, quello europeo, che si spaccia a tutela della salute senza avere solide basi medico-scientifiche. L’unica conseguenza certa sarebbero le ripercussioni devastanti sulla nostra economia”.
Dura anche Unione Italiana Vini. «La comunicazione del Piano di azione della Commissione europea per combattere il cancro – commenta Sandro Sartor, responsabile tavolo vino e salute di Uiv – è preoccupante. Troviamo forviante il principio per il quale il consumo di alcol sia considerato dannoso a prescindere da quantità e tipologia della bevanda».
«Ancora più inique di questa premessa – conclude – sono le proposte del piano che vedono assimilare il consumo di vino al fumo, con la conseguenza di azzerare un settore che solo in Italia conta su 1,3 milioni di addetti e una leadership mondiale delle esportazioni a volume».
Intanto, proprio negli ultimi minuti, arriva dall’Ue aria di disgelo. La Vicepresidente della Commissione europea Margaritīs Schinasriconosce cheè «del tutto improprio assimilare l’eccessivo consumo di superalcolici tipico dei Paesi nordici al consumo moderato e consapevole di prodotti di qualità ed a più bassa gradazione come la birra e il vino in Italia».
Schinas va oltre e sottolinea che nel Bel paese «il consumo consapevole è diventato l’emblema di uno stile di vita “lento”, attento all’equilibrio psico-fisico che aiuta a stare bene con se stessi, da contrapporre all’assunzione sregolata di alcol». Il dibattito, insomma, è aperto. Anche all’interno dell’Ue.
Ma l’ultimo intervento, in ordine temporale, è del Segretario generale del Comité Européen des Entreprises Vins (Ceev), Ignacio Sánchez Recarte: «Rimarremo attenti allo sviluppo delle azioni proposte nel campo della tassazione e dell’informazione dei consumatori per garantire che la riduzione del consumo dannoso di alcol rimanga veramente l’obiettivo e la priorità principale».
Quanto alla promozione, «consente ai produttori di vino di trasmettere al meglio l’immagine qualitativa dei propri prodotti e il legame con un determinato territorio e l’idea di ridurre i danni alcol correlati riducendo il consumo di alcol di per sé è semplicistica, particolarmente pericolosa e incoerente con la politica di qualità dell’Ue».
Fa eco a Ceev Sandro Boscaini, in qualità di presidente di Federvini: «L’informazione e l’educazione sono i principali strumenti a disposizione per contrastare abusi ed eccessi, anche in un contesto nel quale il consumo di alcol già risulta in costante declino in Europa e in Italia».
«Sono invece da respingere – aggiunge – misure fiscali e regolamentari che tendono a demonizzare la nostra cultura del bere e della socialità e che, lungi dal contrastare efficacemente l’abuso, colpiscono, oltre che l’intera filiera vitivinicola, la stragrande maggioranza dei consumatori che si rapportano in maniera corretta e responsabile al mondo dei vini, degli aperitivi, degli amari, dei liquori e dei distillati».
Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, tra carta stampata e online, dirigo winemag.it. Collaboro inoltre come corrispondente per una delle testate internazionali più autorevoli del settore, in lingua inglese. Edito con cadenza annuale la “Guida Top 100 Migliori vini italiani” e partecipo come giurato ai più importanti concorsi enologici internazionali. Oltre alle piazze tradizionali, studio con grande curiosità i mercati emergenti, seguendone dinamiche, trend ed evoluzioni. Negli anni ho maturato una particolare esperienza nei vini dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa, tanto da aver curato la selezione vini per un importatore leader in Italia. Nel 2024 mi è stato assegnato un premio nazionale di giornalismo enogastronomico.
Cinquantadue giorni in più di dazi su vino e cognac di Francia e Germania. Così gli Usa hanno deciso di modificare nuovamente le tariffs sui prodotti Ue, nell’ambito della controversia sugli aeromobili civili di grandi dimensioni Airbus-Boeing. Ancora una volta esclusa l’Italia, che tira un sospiro di sollievo specie nel comparto agroalimentare.
La lista esatta dei prodotti soggetti a dazi aggiuntivi sarà diffusa a gennaio 2021 dall’Ufficio esecutivo dell’United States Trade Representative (Ustr). Oltre a vini e distillati, saranno incluse parti di fabbricazione di aeromobili dei due Paesi dell’Unione europea.
Quello odierno è solo l’ultimo adeguamento degli Usa su alcuni prodotti importati dall’Ue, dopo l’autorizzazione del Wto a imporre dazi per circa 7,5 miliardi di dollari, nell’ottobre 2019.
Gli Stati Uniti ritengono di aver “implementato le proprie contromisure in modo moderato, utilizzando i dati commerciali dell’anno solare precedente per determinare la quantità di prodotti da colpire”.
Nel settembre 2020, l’Ue è stata a sua volta autorizzata dalla World Trade Organization, l’Organizzazione mondiale del Commercio, a imporre tariffs per 4 miliardi di dollari nei confronti dei prodotti importati dagli Stati Uniti.
“Nell’attuazione delle sue tariffe, tuttavia – denuncia l’Ustr – l’Ue ha utilizzato dati commerciali di un periodo in cui i volumi degli scambi erano stati drasticamente ridotti a causa degli orribili effetti sull’economia globale del virus Covid-19”.
Il risultato di questa scelta è stato che l’Europa ha imposto tariffe su molti più prodotti di quelli che sarebbero stati coperti se avesse utilizzato un periodo ‘normale’. Sebbene gli Stati Uniti abbiano spiegato all’Ue l’effetto distorsivo del periodo di tempo selezionato, l’Ue ha rifiutato di modificare il proprio approccio“.
Di conseguenza, “per mantenere le due azioni proporzionate tra loro”, gli Usa sono costretti a cambiare il proprio periodo di riferimento, adottando lo stesso utilizzato dall’Unione Europea.
“Tuttavia, per non aggravare la situazione – sottolinea l’United States Trade Representative – gli Stati Uniti stanno adeguando la copertura del prodotto a un importo inferiore rispetto al totale che sarebbe giustificato utilizzando il periodo di tempo scelto dall’Ue”.
Sempre secondo gli Stati Uniti, l’Unione europea avrebbe “fatto una scelta che ha ingiustamente aumentato la quantità di ritorsioni, escludendo peraltro dal calcolo il commercio nel Regno Unito e aumentando così ingiustamente le ritorsioni per i 52 giorni in cui il Regno Unito è rimasto all’interno dell’Ue a fini tariffari per effetto della Brexit“. “L’Ue – avvertono gli Usa – deve prendere alcune misure per compensare questa ingiustizia“.
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Cos’è un vino naturale? Quando un vini si possono definire naturali? A rispondere è nientemeno che la Direzione Generale Agricoltura e Sviluppo Rurale (DG-AGRI) della Commissione europea, che giudica tale dicitura “ingannevole per il consumatore” e “contraria al diritto dell’Ue. Vigilerà dunque sul suo difforme utilizzo.
Una considerazione che non si rivolge solo al “vino naturale“, ma anche al “vin méthode nature“. Secondo la Commissione, “l’informazione spinge il consumatore a ritenere che il prodotto così designato abbia una qualità o salubrità superiore rispetto ad un altro vino che non riporta la medesima dicitura”,
Verrebbe così “suggerita una differenza sostanziale nella sua composizione e natura”, tale da considerare tale informazione “potenzialmente ingannevole e, quindi, contraria al diritto Ue”, nonché alle discipline vitivinicole.
In realtà, la dicitura “vino naturale” non rientra affatto nella disciplina europea e non è inclusa nella lista delle categorie di prodotti vitivinicoli presenti nell’allegato VII del regolamento Ue n. 1308/2013, parte II.
Allo stesso tempo, ai sensi dell’articolo 80 del regolamento Ue n. 1308/2013, le pratiche enologiche autorizzate sono impiegate “per consentire una buona vinificazione, una buona conservazione o un buon affinamento dei prodotti”.
“Esse – precisa la Commissione europea – preservano le caratteristiche naturali ed essenziali del vino, garantendone la composizione da modifiche sostanziali. Pertanto, un prodotto vitivinicolo può essere commercializzato come ‘vino naturale’ se rientra nella definizione di una delle richiamate categorie di prodotti vitivinicoli e se è stato ottenuto in conformità alle disposizioni sulle pratiche enologiche autorizzate, senza alcuna distinzione su quali particolari pratiche sono intervenute nel processo produttivo”.
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Friuli Dop e Friuli Venezia Giulia Dop, con le rispettive traduzioni in sloveno “Furlanija” e “Furlanija Julijska krajina“, sono state iscritte nel registro europeo dei vini a Denominazione di origine protetta (Dop). L’atteso via libera è arrivato il 13 novembre, attraverso la pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale dell’Unione europea del Regolamento di esecuzione Ue 2020/1680 del 6 novembre 2020, in riferimento all’articolo 99 del regolamento Ue 1308/2013 del Parlamento e del Consiglio europeo.
La tutela delle nuove Dop potrà essere riservata ad alcuni vini fermi e frizzanti originari delle provincie di Pordenone, Gorizia, Trieste e Udine nel Friuli Venezia Giulia. Un’area importante per la viticoltura italiana, con le prime tracce comprovate già a partire dall’VIII secolo a.C.
In particolare, nella Dop della Regione Friuli Venezia Giulia sono state inserite 18 tipologie di vini e spumanti: Bianco friulano, Ribolla gialla Spumante Metodo italiano (Charmat) e Spumante Metodo classico, Verduzzo, Riesling, Chardonnay, Traminer, Malvasia, Pinot bianco, Pinot grigio, Pinot nero, Cabernet Franc, Cabernet Sauvignon, Merlot e Refosco dal Peduncolo Rosso. I vini friulani si uniscono così ad altri 1174 vini Dop già tutelati dall’Ue.
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La Commissione europea ha autorizzato la Francia a fornire ulteriore sostegno ai produttori di vino, attraverso la distillazione di crisi. Il provvedimento, secondo le stime transalpine, dovrebbe interessare un totale di 3,3 milioni di ettolitri di vino, che saranno tolti dal mercato francese.
“Questa misura mira a ridurre le scorte di vino, liberare capacità di stoccaggio e ripristinare l’equilibrio tra domanda e offerta sul mercato vinicolo nazionale, colpito dalla crisi del Coronavirus“, giustifica l’Ue.
La Francia ha introdotto la distillazione del vino in caso di crisi nel suo programma nazionale di sostegno al settore vitivinicolo per il 2020. Tuttavia, la riduzione della produzione di un milione di ettolitri è stata insufficiente. Grazie alla decisione odierna, i sussidi nazionali copriranno i costi del volume aggiuntivo per la distillazione di crisi.
La consegna del vino alle distillerie sarà comunque volontaria. Il vino sarà distillato in alcool utilizzato per scopi industriali, compresa la disinfezione, o per scopi farmaceutici o energetici. Il pagamento, secondo indiscrezioni, dovrebbe essere fissato a 83 euro per ettolitro di vino a denominazione di origine protetta o a indicazione geografica protetta.
Saranno riconosciuti invece 63 euro per ettolitro di vino senza denominazione di origine protetta o indicazione geografica protetta. Questa decisione si aggiunge a una serie di misure di sostegno eccezionali per il settore vitivinicolo adottate dalla Commissione europea il 7 luglio 2020.
In quella data, la Commissione ha autorizzato gli Stati membri a versare anticipi agli operatori, che possono coprire fino al 100% dei costi e consentiranno agli Stati membri di utilizzare appieno i fondi del Programma nazionale di sostegno relativo al 2020.
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Il Consiglio Ue ha dato il via libera alle nuove accise sull’alcol che entrerà in vigore a gennaio 2022. Le norme approvate assicureranno ai piccoli produttori artigianali l’accesso a un nuovo sistema di certificazione europeo e quindi la garanzia di accesso ad accise più basse nella Ue.
La riforma prevede anche un aumento dal 2,8% al 3,5% della soglia per la birra a “bassa gradazione alcolica” che può beneficiare di aliquote ridotte. L’innalzamento della soglia è pensato tanto incentivare i consumatori a scegliere bevande alcoliche con una gradazione inferiore rispetto a quelle più forti riducendone così l’assunzione, quanto per incoraggiare le birrerie a innovare e a creare nuovi prodotti con una gradazione alcolica inferiore.
Con le nuove norme, inoltre, si chiariscono le condizioni di applicazione dell’esenzione dalle norme in materia di accise per l’alcol denaturato utilizzato, ad esempio, nei prodotti per la pulizia.
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C’è anche la voce più autorevole di Assoenologi, quella del presidente nazionale Riccardo Cotarella, nel coro che si solleva per la difesa del Cannonau della Sardegna. Se l’Italia recepisse senza colpo ferire la recente normativa europea, anche altre regioni potrebbero iniziare a allevare e produrre vini non solo a base Cannonau, ma anche Nuragus di Cagliari, Nasco, Semidano e Girò. Tutti autoctoni della Sardegna.
Mentre il Mipaaf, attraverso la titolare Teresa Bellanova, annuncia battaglia al provvedimento Ue, Riccardo Cotarella – intervenendo in esclusiva su WineMag.it – si schiera senza mezzi termini con la sezione regionale di Assoenologi guidata da Mariano Murru (nella foto, sotto).
La sezione sarda è stata la prima a sollevare a livello nazionale il problema dell’adeguamento del decreto ministeriale del 13 agosto 2012 al nuovo regolamento Ue 33/2019 e alla legge 238/2016, con la modifica dell’Allegato 1 e lo stralcio del paragrafo che garantisce la tutela dei vitigni, nell’ambito delle Dop e delle Igp.
“Un vitigno così antico e conosciuto come il Cannonau e fortemente legato al suo territorio, non può finire nelle mani di tutti. Non si può immaginare di vendere un ipotetico ‘Cannonau del Veneto‘, così come sarebbe impensabile la ‘Corvina della Sardegna‘, o il ‘Prosecco delle Marche’. Dare il via libera a questa norma Ue sarebbe un grandissimo errore, anche dal punto di vista sociologico”.
“Il nome del vitigno – continua il numero uno di Assonologi – senza territorio diventa qualcosa di generico: conta prima tutto dove vengono allevate le uve, subito dopo da chi (ovvero il prestigio del produttore) e poi vengono le uve, in sé. Siamo totalmente contrari al depauperamento del Cannonau, vitigno intrinsecamente e inscindibilmente legato alla Sardegna“.
Nei prossimi giorni sono attese le mosse istituzionali di Assoenologi. “Abbiamo in programma un consiglio via web, per fare il punto della situazione e prendere una posizione ufficiale, con le istituzioni competenti”.
La linea è già dettata: “Non si può ledere la dignità di territori che hanno costruito sul Cannonau la loro immagine, per vendere qualche bottiglia in più. Il consumatore appassionato fugge da queste ipotesi. Ammesso e non concesso che sia pure buono, battezzare tutti territori con lo stesso vitigno sarebbe assurdo”. [foto vitigno: Cantina Santa Maria la Palma]
Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, tra carta stampata e online, dirigo winemag.it. Collaboro inoltre come corrispondente per una delle testate internazionali più autorevoli del settore, in lingua inglese. Edito con cadenza annuale la “Guida Top 100 Migliori vini italiani” e partecipo come giurato ai più importanti concorsi enologici internazionali. Oltre alle piazze tradizionali, studio con grande curiosità i mercati emergenti, seguendone dinamiche, trend ed evoluzioni. Negli anni ho maturato una particolare esperienza nei vini dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa, tanto da aver curato la selezione vini per un importatore leader in Italia. Nel 2024 mi è stato assegnato un premio nazionale di giornalismo enogastronomico.
Soffre ma resiste, per ora, il vigneto Italia all’attacco del Covid-19 sul fronte dei mercati extra Ue. Al contrario del suo principale competitor, la Francia, in caduta libera. Il quadro del mercato del vino nel primo quadrimestre 2020, rilevato oggi dall’Osservatorio Vinitaly-Nomisma Wine Monitor (a fonte dogane), è sempre più spezzato in 2 parti: il primo bimestre da record, il secondo da dimenticare. Con un aprile in pieno lockdown globale e tra i peggiori di sempre.
Nel complesso, andando a misurare le performance a valore del periodo nei top 10 Paesi importatori (che valgono il 50% dell’export del Belpaese), l’Italia segna a sorpresa +5,1% sullo stesso periodo dell’anno precedente, grazie all’ottima prestazione negli Stati Uniti (+10,8%, nei primi 2 mesi il dato era a +40%) e in Canada (+7,1%). Profondo rosso invece sul vino francese (-10,1%), in ritirata nelle sue piazze chiave sia in Oriente che in Occidente.
Il crinale, già sconnesso a marzo, si fa però quasi proibitivo ad aprile, dove per i fermi imbottigliati italiani si registrano pesanti cali in tutti i mercati considerati a eccezione di Canada, Russia e Corea del Sud. Si va dal -5,2% (a valori) del Giappone al -12,5% degli Usa (+6,8% gli sparkling), dal -26% della Svizzera al -48% della Cina, per un deficit complessivo sull’anno precedente del 7,2%, contro però il -22,2% francese.
Nei prossimi mesi, secondo l’Osservatorio, la crisi peserà ancora su un bene voluttuario come il vino, alle prese con un minor potere di acquisto della domanda, oltre allo smaltimento dell’invenduto nella ristorazione e nei magazzini degli importatori. Senza considerare il trend della domanda Ue ad aprile, che si preannuncia con un segno negativo più marcato.
Per il direttore generale di Veronafiere, Giovanni Mantovani: “È un momento decisivo per il futuro del vino italiano; la crisi globale impone di fare ora scelte importanti che influiranno anche sul lungo periodo. Perciò Vinitaly ha moltiplicato i propri punti di osservazione e in questi mesi che precedono il Wine2Wine Exhibition&Forum di novembre condurrà sempre di più le aziende e le istituzioni in un percorso di lettura condivisa e multicanale delle dinamiche di mercato del nostro vino nel mondo”.
Ma la perdita italiana potrebbe continuare a rivelarsi più contenuta rispetto ad altri Paesi produttori: “I dati di aprile – rileva il responsabile dell’Osservatorio Vinitaly-Nomisma Wine Monitor, Denis Pantini – parlano di un mercato made in Italy che ovviamente cala ma sembra rispondere alla crisi in maniera più efficace dei propri competitor”.
Il mancato crollo nel mercato statunitense, complici i dazi aggiuntivi sulla Francia, la maggior presenza del prodotto tricolore nella Gdo d’oltreoceano, un miglior rapporto qualità-prezzo, assieme all’ottimo risultato in Canada, rendono meno amaro il calice italiano in tempo di Covid-19, evidenzia Pantini.
Secondo l’analisi, il potenziale rimbalzo potrebbe arrivare nel medio periodo dagli Stati Uniti – già in fase di ripresa dell’occupazione – e forse anche dalla Cina, che pur uscendo per prima dalla pandemia nell’ultimo mese ha dimezzato le proprie importazioni probabilmente a causa di una forte flessione economica accentuata dal conflitto commerciale con gli Stati Uniti.
Nel frattempo, in piena crisi da Covid-19 l’Italia guadagna nelle quote di mercato in quasi tutti i Paesi importatori, con incrementi consistenti in Svizzera (dal 33,1% al 37,7%) e negli Usa (dal 31,4% al 34,2%). Da marzo ai primi di maggio, negli States, si sono impennate del 31% le vendite nell’off trade, in particolare nelle fasce medie di prezzo (11-20 dollari), segmento in cui l’Italia è molto presente e competitiva.
APRILE 2020 vs APRILE 2019
VALORI APRILE 2020 (Euro)
TREND
IMPORT TOTALE VINO
Italia
Francia
Italia
Francia
Stati Uniti
135.726.139
114.342.387
-7,5%
-38,4%
Canada
34.226.637
36.704.566
20,1%
-6,1%
Svizzera
23.537.361
20.553.740
-23,1%
-47,8%
Russia*
*18.299.627
12.872.716
5,0%
15,0%
Giappone
14.589.206
84.130.702
-5,0%
18,2%
Norvegia
11.168.558
10.899.345
1,0%
-17,4%
Cina
5.672.727
28.890.501
-51,7%
-32,5%
Corea del Sud
3.421.688
5.095.982
3,8%
-19,5%
Australia
3.245.210
14.914.842
-28,7%
22,6%
Brasile
2.076.331
1.517.274
-5,5%
-50,7%
TOTALE TOP 10 MKT TERZI
233.663.857
329.922.055
-7,2%
-22,2%
* stime
Fonte: Osservatorio Vinitaly-Nomisma Wine Monitor su dati doganali
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Prevenire anziché combattere. C’è preoccupazione nella filiera del vino italiano per l’apertura di nuove indagini degli Stati Uniti sulla Web Tax, provvedimento al vaglio di molti Paesi dell’Unione europea per regolamentare la tassazione di colossi americani del web come Google, Amazon e Facebook.
L’Italia ha già inserito la Web Tax nel testo della Legge di Bilancio 2020, prevedendo maggiori introiti per oltre 100 milioni di euro. Alto, dunque, il rischio di ritorsioni. Donald Trump potrebbe infatti imporre nuovi dazi sul vino e su altri prodotti Made in Italy, come successo in Francia con lo Champagne.
Sarebbe una vera e propria stangata per il Bel paese in un momento già drammatico per le esportazioni, che risultano in calo del 43,4% ad aprile a causa del lockdown utile ad arginare la pandemia Coronavirus.
A condividere la preoccupazione dei produttori del settore vitivinicolo sono Coldiretti e Unione italiana vini (Uiv). La federazione guidata da Ettore Prandini è stata la prima a fare esplicito riferimento all’apertura di nuove indagini sulle tasse sui servizi digitali da parte dell’Ufficio del Rappresentante al Commercio degli Stati Uniti.
Si tratta appunto dell’Ustr, lo stesso organismo che ad agosto 2020, alla scadenza del Docket Ustr-2019-0003 relativo al contenzioso Boeing-Airbus, potrà nuovamente mettere in discussione la lista di prodotti italiani da sottoporre a una tassazione maggiore. Includendo questa volta anche il vino italiano.
“Le difficoltà economiche – denuncia Coldiretti – sembrano far riemergere tentazioni protezionistiche da parte del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, già in difficoltà per le proteste in atto in tutto il paese per la morte dell’afroamericano George Floyd, soffocato durante un arresto a Minneapolis il 25 maggio scorso”.
La minaccia riguarda direttamente l’Italia e l’Unione Europea che nell’ambito del nuovo piano di aiuti da 750 miliardi di euro, il cosiddetto Fondo per la Ripresa o ‘Next Generation Eu‘, potrebbe anche includere una nuova tassa sul digitale, la cosiddetta Web Tax”.
La nuova guerra commerciale rischia di avere effetti devastanti sul settore agroalimentare Made in Italy, già penalizzato dall’entrata in vigore dei dazi il 18 ottobre 2019, con l’applicazione di tariffe aggiuntive del 25% su circa mezzo miliardo di euro di esportazioni di prodotti agroalimentari nazionali.
Si parla di prodotti come Parmigiano Reggiano, Grana Padano, Gorgonzola, Provolone, Asiago, Fontina, ma anche salami, mortadelle, crostacei, molluschi agrumi, succhi e liquori come amari e limoncello.
“Gli Stati Uniti sono il principale mercato di sbocco dei prodotti agroalimentari Made in Italy fuori dai confini comunitari e il terzo a livello generale dopo Germania e Francia – denuncia il presidente della Coldiretti Ettore Prandini – occorre dunque impiegare tutte le energie diplomatiche per superare inutili conflitti che rischiano di compromettere la ripresa dell’economia mondiale duramente colpita dall’emergenza Coronavirus”.
Sulla possibilità di nuovi dazi sul vino italiano vigila anche Unione italiana vini (Uiv). “Siamo molto preoccupati dall’apertura negli Usa della nuova indagine sulle tasse sui servizi digitali Web Tax perché rischia di colpire i nostri vini, come successo con gli Champagne nell’analoga vicenda subita dalla Francia”, commenta il segretario generale Paolo Castelletti (nella foto) interpellato da WineMag.it
La coincidenza temporale tra questa nuova ‘indagine’ e la riapertura della public consultation del rappresentante del commercio americano (Ustr) sulla vicenda Airbus-Boeing, che porterà a metà agosto al prossimo ‘carosello’ daziario al quale il vino italiano è scampato lo scorso febbraio, rischia di creare una situazione ulteriormente sfavorevole, che dobbiamo in ogni modo disinnescare“.
“Il vino non può pagare il prezzo di dispute estranee al settore – aggiunge Castelletti – tanto più in questa fase così delicata dei mercati, in cui dobbiamo ricostruire in tempi rapidi quel posizionamento internazionale che la vicenda Covid ha indebolito”.
Unione Italiana Vini si è mobilitata con i suoi partner importatori americani. L’obiettivo è quello di pianificare una serie di interventi nelle prossime settimane, utili a scongiurare l’ipotesi di nuovi dazi.
“Siamo in contatto, altresì, con il nostro governo e l’Ambasciata d’Italia a Washington per avere maggiori informazioni sullo stato dell’arte di queste nuove iniziative che potrebbero creare nuovi ostacoli al commercio dei nostri prodotti negli Stati Uniti”, annuncia ancora Paolo Castelletti a WineMag.it.
Non hanno abbassato la guardia neppure i vignaioli italiani promotori di una raccolta firme durante la prima tornata di paventati dazi, a inizio 2020. Le firme dei produttori, giunte a Roma e Bruxelles, sono servite a fare pressioni sul governo americano e oggi tornano utili.
Così la portavoce Marilena Barbera a WineMag.it: “La nuova tornata di investigazioni da parte dell’Amministrazione Trump sulle digital tax non ci coglie di sorpresa, come accadde invece all’inizio di quest’anno. L’esperienza acquisita sul campo, nell’attività di sensibilizzazione e mobilitazione dell’opinione pubblica e degli esponenti politici sia italiani che europei, gioca a nostro favore”.
Giocano a nostro favore anche i risultati positivi che abbiamo ottenuto: quasi 25 mila firme sulla nostra petizione, consegnata a metà gennaio nella mani della Ministra Teresa Bellanova, la risposta diretta e positiva del Presidente del Parlamento Europeo David Sassoli, il coordinamento con un gruppo molto attivo di importatori americani, con i quali abbiamo condiviso la battaglia sulle due sponde dell’oceano. Risultati importanti, che hanno contribuito a risparmiare al vino italiano l’imposizione di dazi che ancora gravano, invece, sui vini francesi”.
“Il fatto che la procedura sia ancora agli inizi – ammonisce Marilena Barbera – non deve far assopire la nostra attenzione, al contrario! È proprio questo il momento di agire, coinvolgendo nuovamente tutti gli attori che hanno reso possibile il successo della nostra prima iniziativa, presentandoci compatti ai tavoli delle trattative e chiedendo ai nostri rappresentanti istituzionali di essere determinati, oggi come ieri, in difesa del Made in Italy e del nostro lavoro”.
Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, tra carta stampata e online, dirigo winemag.it. Collaboro inoltre come corrispondente per una delle testate internazionali più autorevoli del settore, in lingua inglese. Edito con cadenza annuale la “Guida Top 100 Migliori vini italiani” e partecipo come giurato ai più importanti concorsi enologici internazionali. Oltre alle piazze tradizionali, studio con grande curiosità i mercati emergenti, seguendone dinamiche, trend ed evoluzioni. Negli anni ho maturato una particolare esperienza nei vini dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa, tanto da aver curato la selezione vini per un importatore leader in Italia. Nel 2024 mi è stato assegnato un premio nazionale di giornalismo enogastronomico.
Olio di oliva italiano. Si fa presto a dirlo, ma la tematica è vasta e necessita approfondimenti. Negli ultimi anni, anche in seguito a scandali e frodi balzate agli onori delle cronache, si parla sempre più di tutela del consumatore e attenzione alla qualità dell’olio alimentare. Molti aspetti restano tuttavia oscuri.
Già a fine 2019, Coldiretti denunciava la presenza di ingenti quantitativi di olio straniero in Italia con un aumento del 29% rispetto al dicembre dell’anno precedente. Un’invasione dettata da quotazioni poco superiori ai 2 euro al chilo, capaci di trascinare verso il basso gli oli di alta qualità italiani (- 40% rispetto al 2018).
Ancora oggi, gli scaffali sono pieni di prodotti ottenuti dalla miscelazione di oli stranieri e nostrani, con etichette che alludono all’italianità e rischiano di trarre in inganno il consumatore meno attento, convinto di acquistare olio Made in Italy.
Più recentemente, al termine della fase 1, Coldiretti ha denunciato anche un crollo dell’80% della richiesta di olio Dop e Igp in Sicilia, con aumento della domanda di oli comunitari o extracomunitari dovuto anche alle minori disponibilità economiche e dall’incertezza generata dal lockdown. Tutti segnali che sulla conoscenza dell’olio c’è ancora molto da fare.
Lo sa bene Mattias Bråhammar (nella foto, sotto), svedese naturalizzato italiano,imprenditore e manager con lunga esperienza internazionale nei campi Media & Retail che si è talmente appassionato all’olio da diventare assaggiatore certificato e proprietario di un “micro-uliveto” alle Cinque Terre.
Una passione che dopo il corso si è tramutata anche in collaborazione con l’Associazione Internazionale Ristoranti dell’Olio (Airo) che sta affiancando sul fronte del business development e della strategia digitale. Il suo “pane” da sempre.
Airo è nata nel 2013 per proseguire il percorso avviato da Marco Mugelli, uno dei più grandi esperti di olio, scomparso nel 2011. La didattica di Airo è stata avviata a San Casciano nel 2015.
Tra il 2017 ed il 2019 è approdata anche in altre città come Firenze, Grosseto, Milano e Venezia, diventando una delle attività principali dell’associazione con oltre 500 corsisti e 150 degustatori ufficiali iscritti all’albo. Punto cardine dei corsi, gli assaggi e lo sviluppo di tecniche di abbinamento in cucina.
Mattias Bråhammar, a che livello è in Italia la conoscenza e cultura dell’olio, intesa come capacità di riconoscere le differenze tra le varie tipologie e le caratteristiche delle varie cultivar?
Detto da uno svedese forse suona presuntuoso, ma trovo che in Italia, per quanto l’olio d’oliva sia un elemento fondamentale ed irrinunciabile in cucina e a tavola, manchi spesso un approccio più analitico e oggettivo.
Sento spesso dire “Ah sì, che bello l’olio! I miei zii lo fanno tutti gli anni a casa loro insieme agli amici di uliveto e noi prendiamo solo il loro olio!”, mentre a parte la qualità effettiva (o persino in sua mancanza) con questo ragionamento si perde proprio l’enorme varietà e moltitudine di oli fantastici che le varie regioni Italiane hanno da offrire.
Quanto sappiamo di ciò che portiamo sulle nostre tavole o utilizziamo in cucina, basandoci esclusivamente su quanto riportato in etichetta? Trova l’etichettatura dell’olio migliorabile?
Purtroppo l’olio al supermercato è un tema sia triste che confuso. L’etichetta spesso ci dice poco o nulla della reale qualità dell’olio che c’è nella bottiglia. Per esempio il livello di acidità di cui si sente spesso parlare, è di fatto un parametro che praticamente tutti gli oli ormai riescono a rispettare.
La cosa che a mio parere spesso manca, o viene descritta in modo poco chiaro sulle etichette, è la vera origine delle olive: ci sono oli “imbottigliati” in Italia ma prodotti con olive extracomunitarie, frante in un altro paese Ue.
È vero che la normativa impone l’indicazione dell’origine del contenuto come ad esempio “Prodotto con olive di paesi Ue”, ma per via di come viene poi sepolta tra altri elementi più in evidenza sull’etichetta, spesso sfugge al consumatore meno attento.
Inoltre, in quanto l’olio d’oliva è un prodotto con un tempo di scadenza piuttosto breve, 12/18 mesi al massimo, per mantenere la qualità originale è sempre fondamentale sapere da quale stagione deriva l’olio. Servirebbero indicazioni come ad esempio “franto a Novembre 2019“.
Quasi sempre, invece, viene solo indicata l’ultima data consigliata di consumazione, che però è completamente a discrezione del produttore. Quindi sì, l’etichetta è decisamente migliorabile. E bisognerebbe aggiungere anche un ampio ventaglio di aspetti qualitativi olfattivi e degustativi, nonché suggerimenti di abbinamento per l’ottimale godimento del piatto cucinato, la parte che sta più a cuore a noi di Airo.
Olio, oggigiorno: prodotto utilitaristico, edonistico o entrambi?
In Italia l’olio d’oliva è senz’altro un prodotto utilitaristico, prima di tutto. Ma sta nascendo un nuovo interesse più approfondito e analitico, un poco come la nuova era di interesse per i vini di qualità vera. Notiamo un interesse crescente, anche da parte di persone non addette del settore.
I nostri corsi per assaggiatori dell’olio si stanno sempre più riempiendo con persone “normali” che, al fianco dei produttori, frantoiani e ristoratori, vogliono scoprire ed imparare ad apprezzare questo curioso e gratificante mondo.
Per quale motivo una persona dovrebbe saper scegliere bene anche l’olio, oltre agli altri alimenti-condimenti?
Un olio scelto ed abbinato correttamente al piatto cucinato può davvero aumentare ed esaltarne la qualità e la percezione degustativa. L’olio d’oliva, oltre ad aggiungere i suoi intrinsechi attributi olfattivi, ha anche la peculiare capacità di assimilare il gusto del cibo con cui viene abbinato, ed aumentarne la percezione. Provare per credere!
Le normative che regolano la produzione dell’olio di oliva a livello europeo, sono relativamente recenti. Sono complete e tutelano realmente il consumatore?
Tutelano il consumatore da un punto di vista della “non pericolosità alimentare” del contenuto, ma purtroppo è praticamente assente, o perlomeno quasi non regolamentato, un approccio oggettivo e trasparente per quanto riguarda la qualità, unicità e tipologia olfattiva e degustativa.
Airo ha creato un metodo didattico e degustativo chiaro e comprensibile per poter imparare ad identificare le varie qualità e attributi singolari di uno specifico olio, il che rende il successivo abbinamento molto più facile, divertente e appagante.
Quali sono i segreti per scegliere un buon olio?
Bisogna cercare di comprendere la reale ed intera filiera produttiva: dove sono cresciute le olive? Dov’è stata fatta la frangitura? E infine dov’è stato fatto l’imbottigliamento ed eventuale blend-miscela, nel caso non si trattasse di una monocultivar.
Molto spesso pensiamo di comprare un “olio extra vergine Italiano”, ma in realtà le olive sono un misto dalla Grecia, Spagna e Nord Africa, frante magari in Spagna e miscelata ed imbottigliata in periferia di Firenze.
Addirittura spesso vengono usati oli chimicamente raffinati, che altrimenti non avrebbero passato il semplice test dell’extra vergine, poi successivamente diluiti e miscelati con poco olio di alta qualità per dare una sensazione di “gusto vero“. Questi oli non possono essere dichiarati “extra vergine” ma solo “olio d’oliva”.
Inoltre, personalmente, guardo anche sempre l’anno di produzione e non la scadenza e scelgo spesso un Dop che, per com’è creato il regolamento, lascia molto meno margine alle furbizie.
C’è una stretta correlazione tra prezzo e qualità?
Assolutamente sì. Produrre un olio di qualità in Italia, rispettando adeguate proporzioni per ottenere un olio di elevato livello, è impossibile se poi viene venduto a 5-6 euro al litro. Semplicemente non ci si sta dentro con i costi di produzione. Quindi, se cerchiamo un olio di qualità, qualche domanda bisogna sempre farsela quando abbiamo in mano una bottiglia di basso prezzo.
Ci sono cultivar più pregiate?
L’Italia è il paese nel mondo con la maggiore varietà. Delle circa 1.400 cultivar esistenti, quasi 600 sono italiane. Ad esempio la Spagna, produttore decisamente più grande di Italia in termini quantitativi, ha una manciata di cultivar comunemente usate.
È impossibile dire che una cultivar sia migliore di un’altra: con metodi produttivi corretti e cura della filiera, si possono produrre degli oli straordinari sia al Nord che al Centro o al Sud. Questo è uno dei temi che viene trattato in profondità nei nostri corsi e seminari.
È possibile dire che a parità di prodotto (oliva, semi, evo) e di regione, “uno valga l’altro”, oppure si possono rilevare importanti differenze organolettiche legate a terreno, coltivazione, modalità produttive?
Ogni regione ha le sue “regine”. È una questione sia di cultivar specifiche, sia di ambiente e terreno. Spesso un olio siciliano può avere inflessioni di pomodoro, mentre l’olio toscano viene solitamente descritto con il carciofo, per fare solo due esempi.
Ci sono tipologie di olio regionali che, a prescindere, stanno beneficiando di un marketing indiretto legato ad fattori territoriali e turistici, ovvero del successo di altri prodotti tipici come il vino?
Sì, senz’altro. Ed è anche una questione legata a scelte produttive pregresse. Alcune regioni hanno in passato puntato più sulla quantità che sulla qualità, con qualche eccezione di punta. Questo ha avuto un impatto sia sui metodi di produzione che sulla cultura e la percezione di qualità tra i produttori stessi.
Come Airo stiamo lavorando attivamente con produttori ed enti locali per cambiare questo trend, virando più verso eccellenza, qualità e unicità. Pensiamo che sia la strada giusta anche per i produttori in quanto questo traguardo posiziona l’olio più in alto con conseguenti benefici in termini sia di marketing che prezzo e margine.
Esiste in Italia il turismo dell’olio di oliva?
Sta cominciando, ma sentiamo anche interesse dall’estero. Ad esempio i paesi del nord Europa hanno sempre di più un approccio orientato verso la comprensione e l’approfondimento di come viene realizzato un prodotto di punta.
È un trend che ha già coinvolto il vino nell’ultimo ventennio, ma che adesso si sta aprendo anche verso il mondo dell’olio. Quindi abbiamo il nostro compito ben inquadrato.
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“Le misure dell’Ue per arginare la crisi Covid-19? Uno sputo nell’occhio dei viticoltori“. Non usa giri di parole il presidente della Cevi, Thomas Montagne, nel commentare le mosse dell’Unione europea a protezione della viticoltura. Il numero uno della Confédération Européenne des Vignerons Indépendants è critico per la “mancanza di misure a sostegno della promozione del vino e di fondi ad hoc da reperire nel bilancio Ue”, attivabili dagli Stati membri attraverso i rispettivi parlamenti.
“Giovedi ’30 – commenta Thomas Montagne – la Commissione europea ha inviato al Consiglio e al Parlamento l’ultima versione dell’atto contenente le misure ritenutenecessarie per rispondere alla drammatica crisi del mercato ortofrutticolo e vitivinicolo, a causa della pandemia di Covid-19″.
Secondo la procedura di emergenza prevista dall’Art 28 del regolamento 1308/2013, questo atto entra immediatamente in vigore. Il testo autorizza gli Stati membri ad attuare, nell’ambito dei loro parlamenti, una distillazione di crisi (art. 3) e un supporto all’ammasso privato (art. 4), finanziandoli sia tramite lo Stato di appartenenza che tramite i fondi Ue”.
“Altri punti dell’atto – continua il presidente dei Vignerons Indépendants europei – autorizzano la vendemmia verde, misura secondo noi non sufficiente insieme all’implementazione di alcuni aiuti all’interno degli Stati nazionali. Non viene proposto nulla per facilitare le misure di promozione, né l’autorizzazione a utilizzare fondi all’interno dell’Ue, che ci consentirebbero di promuovere i nostri vini in Europa e non solo all’estero”.
“Tutte queste misure, peraltro – attacca Thomas Montagne – devono essere valide solo durante l’esercizio 2020. Se si può apprezzare la velocità e l’impegno col quale ha reagito la Commissione Agricoltura, non possiamo essere soddisfatti dell’assenza di finanziamenti al di fuori dei bilanci nazionali, che sono già stati quasi completamente utilizzati“.
“La distanza tra l’analisi della situazione e la debolezza della risposta è incredibile! Potrebbe l’Europa rinunciare al suo viticoltura? Questo sarebbe come uno sputo nell’occhio per le decine di migliaia dei viticoltori europei, ma anche per i territori rurali che supportano. Gli Stati membri devono ora dare un vero e proprio impulso politico“.
Winemag.it, wine magazine italiano incentrato su wine news e recensioni, è una testata registrata in Tribunale, con base a Milano. Un quotidiano online sempre aggiornato sulle news e sulle ultime tendenze italiane ed internazionali. La direzione del wine magazine è affidata a Davide Bortone, giornalista, wine critic, giudice di numerosi concorsi internazionali e vincitore di un premio giornalistico nazionale. Winemag edita inoltre con cadenza annuale la Guida Top 100 Migliori vini italiani. Winemag.it è un progetto editoriale indipendente e di elevata reputazione in Italia e in Europa. Puoi sostenerci con una donazione.
Un sito e-commerce (o, meglio, un “market place“, un “mercato” per la “vente directe“, la “vendita diretta”) a cui aderiscono 500 vignaioli, capaci di fatturare un milione di euro all’anno. Poi, un’apertura ben consolidata verso la Grande distribuzione (il mondo dei supermercati) alle “regole” dei vignaioli, utilissima ai tempi di dazi e lockdown. Così la Vignerons indépendant, omologa della Federazione italiana indipendenti Fivi, sta arginando le conseguenze di Covid-19 in Francia.
Presidente Jean-Marie Fabre, quali sono i numeri della Vigneron Independant?
I viticoltori indipendenti della Francia rappresentano il modello leader della produzione vinicola nel nostro paese, il 56%. Oggi la nostra organizzazione conta 7 mila aziende, che rappresentano il 65% dei player.
In che modo Covid-19 influenza l’attività dei vigneron in Francia?
Covid 19 ha iniziato a influenzare le nostre vendite a gennaio, in Asia, con un rallentamento e quindi una cessazione totale delle nostre vendite in questa area commerciale. Le nostre aziende esportano in media il 68% della loro produzione e l’80% in altri Paesi, su prodotti di grande valore.
Il confinamento dei paesi dell’Ue ha interrotto le nostre vendite con questi Paesi e il confinamento in Francia ha fermato i nostri settori più importanti e specializzati: bar, hotel e ristoranti, nonché le vendite nelle fiere del vino, che interessano sia agli appassionati sia ai professionisti.
L’attività di vendita diretta nelle cantine è diminuita di oltre il 90%, principalmente a causa della mancata circolazione delle persone in Francia. Si è inoltre arrestata la visita delle cantine del nostro Paese da parte degli stranieri.
A differenza della Fivi, i Vignerons indépendants hanno un e-commerce. Può fornirci qualche dettaglio?
L’e-commerce è un settore che si è sviluppato anche in Francia, anche se è ancora debole in proporzione agli altri settori di distribuzione. Sappiamo che circa un terzo dei nostri soci ha un e-commerce integrato al sito web della propria cantina e la maggior parte di essi vende anche a negozi specializzati, online.
Il nostro portale è più un “mercato” che un “e-shop”. È stato fondato nel 2015 e conta quasi 500 viticoltori. Non tutti i nostri viticoltori aderiscono, dal momento che dipende molto dalla loro politica commerciale. Le nostre vendite annuali superano il milione di euro.
Quali sono i numeri del vostro “mercato online”, da quanto imperversa Covid-19?
Dall’inizio del lockdown abbiamo assistito a un aumento del 200% delle vendite, con la lievitazione del 30% del paniere medio.
A differenza di Fivi, la Vignerons indépendant dialoga da anni con la Grande distribuzione organizzata (Gdo). Con quali risultati?
I vignaioli indipendenti della Francia vendono anche nei supermercati e, a seconda dell’azienda, ciò rappresenta percentuali diverse rispetto al totale della produzione. Ognuno ha la propria strategia commerciale. Ma i viticoltori indipendenti che vendono in questo settore molto spesso lo fanno su prodotti che sono ben valutati!
Oggi questo tipo di vendita al dettaglio cerca sempre più le etichette di vino di viticoltori indipendenti e con la menzione visibile del logo di appartenenza! Il logo della Vignerons indépensant è diventato una vera garanzia per il consumatore: indica un vino artigianale di qualità e rispettoso dell’ambiente.
Le insegne della grande distribuzione, in Francia, sono molto interessate ad avere in assortimento nuove cantine che fanno parte della nostra federazione. In questo quadro imponiamo i nostri prezzi: non ci sono politiche di negoziazione dei prezzi al ribasso, perché siamo molto richiesti e i consumatori sanno bene cosa significhi essere “Vignerons indépendant”.
E-commerce e grande distribuzione stanno dunque aiutando le vendite in questo periodo, con il blocco dell’Horeca?
Sì, è sicuramente un aiuto. E la consegna a domicilio fa il resto della differenza.
Quali sono le proposte di Vigneron Indipendente per i prossimi mesi?
La nostra organizzazione ha presentato immediatamente proposte da adottare nell’ambito del Piano di sostegno economico del Governo. Siamo stati i primi a muoverci, seguiti poi dagli altri attori della filiera del vino francese, su alcuni temi centrali.
Abbiamo chiesto un’assistenza bancaria su misura per le nostre imprese, un anno di sospensione di tutti gli importi dovuti e sugli interessi dei prestiti, assistenza fiscale e sociale ai datori di lavoro. Inoltre: l’attivazione del meccanismo europeo di crisi, con aiuti allo stoccaggio e alla distillazione di crisi, il tutto con voci da reperire nel bilancio dell’Ue.
Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, tra carta stampata e online, dirigo winemag.it. Collaboro inoltre come corrispondente per una delle testate internazionali più autorevoli del settore, in lingua inglese. Edito con cadenza annuale la “Guida Top 100 Migliori vini italiani” e partecipo come giurato ai più importanti concorsi enologici internazionali. Oltre alle piazze tradizionali, studio con grande curiosità i mercati emergenti, seguendone dinamiche, trend ed evoluzioni. Negli anni ho maturato una particolare esperienza nei vini dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa, tanto da aver curato la selezione vini per un importatore leader in Italia. Nel 2024 mi è stato assegnato un premio nazionale di giornalismo enogastronomico.
Il Comité Européen des Entreprises Vins (Ceev), organismo di rappresentanza di 23 associazioni di produttori di vino di 12 Stati europei – più Svizzera ed Ucraina – ha messo a punto il “Wine package“. Si tratta di un “pacchetto” di misure richieste a Bruxelles – tra cui figura innanzitutto la proposta di Iva agevolata e la richiesta di sblocco dei fondi Ue – per affrontare e superare l’emergenza Covid-19.
“Al fine di mitigare gli effetti devastanti, presenti e futuri, del Coronavirus sul settore vitivinicolo – spiega Ignacio Sánchez Recarte, segretario generale della Ceev – abbiamo messo insieme un ‘pacchetto Covid-19’, suggerendo sia misure di emergenza che misure di recupero”.
Le misure di emergenza dovrebbero concentrarsi sulla sopravvivenza delle aziende vinicole e la conservazione delle loro finanze, mentre le misure di recupero sono incentrate sulla ricostruzione dei mercati del vino e sul recupero delle quote di mercato a livello globale. Questo pacchetto vino sarà condiviso con le autorità europee e nazionali”.
“Come prima misura – precisa Sánchez Recarte – sarà fondamentale che la Commissione autorizzi a congelare le risorse economiche non utilizzate nell’ambito dei programmi di sostegno nazionali per il vino per l’esercizio 2019/2020, al fine di renderle disponibili per gli Stati membri fino all’esercizio finanziario 2022/2023 per aiutare il settore a riprendersi”.
“Per sostenere il recupero dei mercati del vino, chiediamo ulteriore flessibilità per i programmi di promozione, un’Iva ridotta temporanea per i prodotti vitivinicoli e l’adozione di un quadro moderno per la vendita a distanza”, prosegue il segretario generale Ceev.
Per rivitalizzare il settore, sono necessari adattamenti legali per dinamizzare la categoria dei prodotti vitivinicoli aromatizzati e la creazione delle categorie di vini analcolici e non alcolici”.
Nel “Wine Package” si parla anche di dazi. “È fondamentale – continua Ignacio Sánchez Recarte – che il settore vitivinicolo si riprenda sui mercati di esportazione. Per questo, sono necessari una rapida risoluzione della controversia commerciale con gli Stati Uniti e ulteriori sforzi per ottenere l’accesso ad altri mercati “.
“A breve termine, dobbiamo considerare che le ridotte vendite di vino e l’alto livello delle scorte di vino possono provocare problemi nel normale equilibrio del mercato del vino”, precisa il presidente del Comité Européen des Entreprises Vins, Jean Marie Barillère.
L’equilibrio del mercato del vino dovrebbe essere recuperato promuovendo il sostegno del mercato dell’Ue e dei mercati di esportazione e utilizzando gli strumenti di gestione della produzione inclusi nella legislazione dell’Ue”.
Solo se necessario per affrontare gli squilibri rimanenti, l’Ue dovrebbe essere in grado di effettuare pagamenti volontari eccezionali per la distillazione di crisi. “Il bilancio utilizzato per questi pagamenti deve essere diverso dai fondi dell’Unione assegnati agli Stati membri nel quadro dei programmi nazionali di sostegno al vino”, sottolinea il presidente Ceev.
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ROMA – L’Ue ha aperto a posticipi sulle scadenze imminenti, a deroghe sui controlli, all’ammasso privato e alla distillazione volontaria. Lo ha reso noto il ministro Teresa Bellanova in occasione dell’informa odierna alle Camere. Tutti interventi chiesti a gran voce dalla filiera del vino italiano, che si sta dimostrando quantomai compatta al cospetto della crisi generata da Covid-19. Risale a ieri l’ultima lettera congiunta indirizzata a Roma dalle principali associazioni del Made in Italy enologico.
“Il vino – ha detto la titolare del Mipaaf – è uno dei settori fortemente coinvolti dal blocco dei canali commerciali. Ho all’Ue di attingere a tutte le risorse comunitarie previste nei diversi settori e coperti dal regolamento Ocm unica e dello Sviluppo rurale”.
“Molti risultati li abbiamo già ottenuti – ha aggiunto Bellanova – e la Commissione europea ha dato ampie aperture sui posticipi, sulle deroghe ai controlli, sugli ammassi privati e sulla distillazione per il vino. Credo che per i nostri produttori si tratti di notevoli facilitazioni per poter continuare a lavorare senza il peso di una burocrazia insostenibile soprattutto in questa fase”.
In particolare, risulta delicato il capitolo relativo agli ammassi privati. “Abbiamo inviato alla Commissione un documento, predisposto e concordato con le regioni, per attivare l’ammasso privato per formaggi, burro, carni bovine, carni suine, carni ovicaprine”. Non per quello del vino, per il quale l’Italia “attende riscontro dalla Commissione nei prossimi giorni”.
L’ipotesi più papabile riguarda la distillazione volontaria. “La priorità è utilizzare i fondi Ocm, chiedendo l’attivazione della misura distillazione di crisi a livello Ue”, ha precisato nel suo intervento alle Camere il ministro Teresa Bellanova.
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L’European Federation of Origin Wines (Efow, Federazione europea dei vini d’origine) ha scritto al commissario per l’Agricoltura dell’Ue Janusz Wojciechowski per denunciare la “drammatica situazione delle denominazioni vinicole in seguito allo scoppio della crisi Covid-19“.
L’esortazione alla Commissione europea è quella di “agire rapidamente attraverso misure normative e di mercato concrete per aiutare gli operatori a navigare in queste acque agitate”. Un invito simile è stato mosso nei giorni scorsi dalla Confédération européenne des vignerons indépendants (Cevi), che riunisce i vignaioli europei.
“L’emergenza Coronavirus – spiega presidente di Efow, Bernard Farges – si aggiunge alle altre crisi in atto che il settore vitivinicolo deve affrontare nei mercati di esportazione, in particolare il 25% dei dazi statunitensiad valorem e le difficoltà incontrate nei paesi asiatici”.
Si è già verificata una significativa perdita di vendite e ed entrate causata dalla chiusura di Horeca e di altri canali di distribuzione. Gli unici canali ancora attivi nella maggior parte degli Stati membri sono i rivenditori all’ingrosso e il commercio elettronico”.
“Tuttavia – prosegue Farges – molti operatori di denominazione del vino non sono presenti nei supermercati e il canale di e-commerce è ancora molto sottosviluppato nel nostro settore. Molti operatori di vini a indicazione geografica stanno a malapena movimentando la merce, tranne per operazioni di esportazione occasionali”.
“La crisi – precisa il presidente European Federation of Origin Wines – ha anche un impatto devastante sui mercati di esportazione del vino, sulle attività dei produttori di vino e sul settore enoturistico”.
I membri di Efow desiderano che vengano implementate rapidamente una serie di misure normative, per aiutare gli operatori ad adattarsi a questa nuova realtà. Inoltre, invitano la Commissione europea a “fornire agli Stati membri piena flessibilità riguardo all’uso degli strumenti e del bilancio disponibili nei programmi di sostegno nazionali per il vino”.
Considerando l’enorme impatto della crisi, Efow sottolinea anche la necessità di un sostegno finanziario specifico per attuare misure di mercato. “Devono essere immediatamente adottate misure rapide e coraggiose per evitare il peggior scenario possibile per molti operatori del settore vitivinicolo”, afferma Bernard Farges.
“I responsabili politici dell’Ue devono tenere presente che ci sono molte zone rurali dell’Ue in cui non esiste alternativa alla produzione di vino. Gli operatori hanno bisogno di un sostegno immediato per sopravvivere a questa crisi”.
“Gli strumenti – evidenzia il presidente di Efow – sono disponibili nel regolamento dell’organizzazione comune dei mercati, quindi speriamo che la Commissione europea ne faccia pieno uso senza indugio. Il futuro del nostro settore dipende da questo”.
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La chiusura delle frontiere scelta per fronteggiare Coronavirus “blocca” quasi un milione di lavoratori stagionali dell’agricoltura. Lo stima Coldiretti, nel ricordare le imminenti campagne di raccolta ortofrutticola. Dalla Germania alla Francia, dalla Spagna all’Italia è allarme per l’Ue, che rischia di perdere quest’anno l’autosufficienza alimentare e il suo ruolo di principale esportatore mondiale di alimenti per un valore si 138 miliardi di euro con un surplus commerciale nell’agroalimentare di 22 miliardi.
La soluzione? “Dopo le merci – afferma il presidente Coldiretti Ettore Prandini – è necessario creare corsie verdi alle frontiere interne dell’Unione Europea anche per la circolazione dei lavoratori agricoli”. A livello nazionale, l’associazione degli agricoltori chiede “una radicale semplificazione del voucher ‘agricolo’“.
L’obiettivo, per Coldiretti, è “consentire da parte di cassaintegrati, studenti e pensionati italiani lo svolgimento dei lavori nelle campagne in un momento in cui scuole, università attività economiche ed aziende sono chiuse e molti lavoratori in cassa integrazione potrebbero trovare una occasione di integrazione del reddito proprio nelle attività di raccolta nelle campagne”.
I NUMERI IN EUROPA E IN ITALIA
A causa del Coronavirus, i 200 mila stagionali rumeni, polacchi, tunisini, marocchini e di molti altri Paesi che ogni anno contribuiscono ai raccolti primaverili francesi non potranno raggiungere il Paese e la Fnsea, la Coldiretti d’Oltralpe, è in allarme con il ministro dell’agricoltura Didier Guillaume che ha invitato quanti si siano ritrovati senza lavoro per via delle restrizioni imposte dal covid-19, ad “unirsi alla grande armata dell’agricoltura francese!”.
Il Ministro dell’Agricoltura tedesco Julia Kloeckner propone di impiegare come lavoratori stagionali in agricoltura i lavoratori del settore alberghiero e della ristorazione per colmare il vuoto di circa 300 mila unità lasciato dagli stagionali polacchi e rumeni.
Un buco che pesa anche sulla Spagna rimasta, ad esempio, senza i soliti 10 mila lavoratori stagionali marocchini impegnati nella raccolta fragole e sta cercando nella popolazione nazionale come coprire questi posti vacanti e quelli delle campagne successive.
In Italia, su sollecitazione del Presidente della Coldiretti Ettore Prandini, il Ministro delle Politiche Agricole Teresa Bellanova è intervenuto per prorogare i permessi di soggiorno per lavoro stagionale in scadenza al fine di evitare agli stranieri di dover rientrare nel proprio Paese proprio con l’inizio della stagione di raccolta nelle campagne.
La proroga, secondo la circolare del Ministero degli Interni dura fino al 15 giugno e riguarda i permessi di soggiorno in scadenza dal 31 gennaio al 15 aprile ai sensi dell’articolo 103 comma 2 del D.L. 18.
“Un’esigenza che – sottolinea la Coldiretti – è stata resa più urgente dal caldo inverno che ha anticipato la maturazione delle primizie come fragole e asparagi proprio nel momento in cui la chiusura della frontiere per l’emergenza sanitaria ha fermato l’arrivo nelle campagne italiane di lavoratori dall’estero”.
IL DOSSIER IMMIGRAZIONE
Con il blocco delle frontiere alla circolazione delle persone resta però a rischio, sempre secondo le stime Coldiretti, più di ¼ del Made in Italy a tavola che viene raccolto nelle campagne da mani straniere con 370 mila lavoratori regolari che arrivano ogni anno dall’estero.
Si registrano infatti disdette degli impegni di lavoro da parte di decine di migliaia di lavoratori stranieri che in Italia trovano regolarmente occupazione stagionale in agricoltura. Fornendo il 27% del totale delle giornate di lavoro necessarie al settore, secondo l’analisi della Coldiretti.
Secondo le elaborazioni Coldiretti, che ha collaborato al Dossier statistico Immigrazione 2019 la comunità di lavoratori agricoli più presente in Italia è quella rumena con 107591 occupati, davanti a marocchini con 35013 e indiani con 34043, che precedono albanesi (32264), senegalesi (14165), polacchi (13134), tunisini (13106), bulgari (11261), macedoni (10428) e pakistani (10272).
Sono molti i “distretti agricoli” del nord dove i lavoratori immigrati rappresentano una componente bene integrata nel tessuto economico e sociale come nel caso della raccolta delle fragole e asparagi nel Veronese, della preparazione delle barbatelle in Friuli, delle mele in Trentino, della frutta in Emilia Romagna, dell’uva, delle mele, delle pere e dei kiwi in Piemonte, dei pomodori, dei broccoli, cavoli e finocchi in Puglia fino agli allevamenti e i caseifici della Lombardia.
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La cantina Can Descregut entra a far parte del marchio collettivo dell’Ue Corpinnat. Con questa nuova realtà di Vilobí del Penedès, i membri del gruppo uscito dal Consejo regulador del Cava salgono a dieci. Can Descregut (che in italiano significa “disobbediente“) è una piccola cantina di famiglia fondata nel 1992, che ha venduto uve e vino base per il Cava fino al 2005.
I proprietari, Arantxa de Cara (enologa) e Marc Milà (amministrazione), hanno poi deciso di fare vini con il proprio marchio commerciale, che prende il nome dell’agriturismo di Can disobbediente dove si trova la cantina. Secondo alcune voci di corridoio, anche la cantina Parés Baltà starebbe valutando un ingresso nel Corpinnat.
Nell’ampio reportage di WineMag.it nel Penedès, le dinamiche che stanno cambiando la morfologia del Cava grazie all’opera avviata da Gramona, Llopart, Nadal, Recaredo, Castellroig Sabaté i Coca, Torelló, HuguetCan Feixes, Júlia Bernet e Mas Candí.
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BRUXELLES – Ceev (Comité Européen des Entreprises Vins) e Wine Institute chiedono l’immediata eliminazione di tutti i dazi sul vino. Per farlo, le due principali organizzazioni del settore vitivinicolo di Unione europea (Ue) e Stati Uniti (Usa) hanno annunciato oggi la firma di una dichiarazione di principio di riferimento su commercio e tariffe (statement of principle on trade and tariffs). Un documento che riconosce “l’importanza del commercio transatlantico del vino”.
La dichiarazione invita i governi dell’Ue e degli Stati Uniti a “preservare e rafforzare il partenariato sul vino Ue-Usa attraverso la completa eliminazione dei dazi“. Un concetto noto come “zero for zero” o “wine for wine” – ovvero “zero per zero” o “vino per vino” – “astenendosi dal prendere di mira il vino in controversie commerciali non correlate”.
“L’Accordo generale sulle tariffe-dazi doganali e sul commercio (General Agreement on Tariffs and Trade – Gatt) ha abbracciato lo ‘zero per zero’ per alcuni prodotti più di venti anni fa, portando ad un aumento degli scambi per quei prodotti che beneficiavano di una tariffa-dazio zero”, evidenzia Jean-Marie Barillère, presidente della Ceev.
“Un ambiente di libero scambio di vini – ha aggiunto – è essenziale per preservare gli sforzi e gli investimenti di lunga data delle nostre aziende vinicole. Esortiamo le autorità a proteggere il nostro settore dall’essere coinvolti nel fuoco incrociato in controversie commerciali non correlate”, conclude Barillère.
“I mercati di esportazione – le fa eco Robert P. ‘Bobby ‘ Koch, Presidente e Ceo di Wine Institut – e sono un’opportunità di crescita chiave per le cantine statunitensi, ma i dazi di qualsiasi tipo si frappongono. È giunto il momento per tutti i governi di riconoscere i vantaggi unici del commercio del vino ed eliminare i dazi una volta per tutte”.
Sia gli Stati Uniti che l’Ue sono i maggiori mercati di esportazione reciproci, con scambi totali che hanno raggiunto 5,33 miliardi di dollari (4,66 miliardi di euro) nel 2018, creando posti di lavoro e investimenti su entrambe le sponde dell’Atlantico. In futuro saranno annunciati firmatari aggiuntivi della dichiarazione di principio.
UIV SODDISFATTA
“Siamo molto soddisfatti dell’accordo siglato tra l’europea Comité Européen des Entreprises Vins (CEEV) e l’americana Wine Institute, che oggi ha portato alla firma di un documento condiviso che riconosce l’importanza del commercio transatlantico del vino e chiede l’immediata eliminazione di tutte le tariffe sul vino con l’accordo “zero per zero”.
Con queste parole Ernesto Abbona, presidente di Unione Italiana Vini, commenta in modo positivo l’esito della public consultation di USTR conclusa ieri notte e la presa di posizione del CEEV e Wine Institute che siglano un’unione d’intenti e chiedono “l’eliminazione di tutte le tariffe sul vino” applicando il principio del “zero per zero” previsto dal GATT.
“La massiccia partecipazione da parte dei principali stakeholder europei e statunitensi del vino alla stesura del documento, le risposte positive del web alle tante petizioni accese su change.org e alla campagna social lanciata negli Usa da UIV, rappresentano un segnale importante del mondo produttivo europeo e americano”, continua Abbona.
Il comparto chiede all’unisono di tutelare il commercio e i posti di lavoro della filiera in vista dell’imminente decisione che il governo americano dovrà assumere entro il 15 febbraio circa i dazi nei confronti di alcuni prodotti europei di esportazione, tra cui il vino italiano”.
Un appello che si somma alle oltre 24 mila dichiarazioni pubblicate sul sito del Governo americano da parte di fornitori, importatori, distributori, piccole aziende e consumatori americani per dire no all’applicazione di ulteriori dazi sul vino.
Ma la battaglia di UIV per proteggere il vino italiano dalla scure dei dazi a stelle e strisce non coinvolge solo il popolo oltre oceano ma necessita anche del sostegno e dell’impegno delle principali istituzioni, al quale nei giorni scorsi il presidente Abbona ha indirizzato un accorato appello.
“Nell’attesa che il governo federale si esprima – aggiunge Ernesto Abbona a nome di Uiv – resta alta la nostra attenzione sull’impatto che i dazi potrebbero generare sul business e i posti di lavoro in Italia e in USA. Per questo chiediamo un intervento concreto al Presidente Giuseppe Conte e al Ministro degli Esteri, Luigi Di Maio affinché si incoraggi, anche al livello europeo in vista dell’imminente visita del Commissario al Commercio Hogan a Washington, il dialogo ed il confronto con il governo americano”.
Per Unione italiana vini, “l’imposizione di un dazio al 100% metterebbe fuori mercato i vini italiani con conseguenze disastrose per le imprese, i viticoltori, i territori e nessuna misura di sostegno al settore potrà mai compensare le gravissime perdite di quote di mercato che potremmo subire”.
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BRUXELLES – Tra i 100 marchi di origine dell’Unione Europea rientrati nell’accordo Ue – Cina ci sono anche 13 Denominazioni del vino italiano. Si tratta di Asti, Barbaresco, Bardolino superiore, Barolo, Brachetto d’Acqui, Brunello di Montalcino, Chianti, Conegliano-Valdobbiadene Prosecco, Dolcetto d’Alba, Franciacorta, Montepulciano d’Abruzzo, Soave e Vino Nobile di Montepulciano.
L’intesa è stata sottoscritta oggi fra il Commissario europeo all’agricoltura Phil Hogan (nella foto, sotto) e dal ministro del Commercio cinese Zhong Shan. Adesso l’accordo deve essere esaminato dal Consiglio e dal Parlamento Europeo. La Commissione prevede che sarà operativo entro la fine del 2020.
La rappresentanza di prodotti enologici Made in Italy è cospicua se si considera che, in totale, sono 26 i marchi Dop e Igp riconosciuti dal Dragone. Nella lista bagnata da alcune tra le eccellenze enoiche italiane sono finiti anche alcuni fiori all’occhiello della gastronomia tricolore.
Si tratta di Aceto balsamico di Modena, Asiago, Bresaola della Valtellina, Gorgonzola, Grana padano, Grappa, Mozzarella di Bufala campana, Parmigiano Reggiano, Pecorino Romano, Prosciutto di Parma, Prosciutto di San Daniele, Taleggio e Toscano.
In “cambio”, l’Ue garantirà la tutela di prodotti cinesi come Pixian Dou Ban (pasta di fagioli di Pixian), Anji Bai Cha (tè bianco Anji), Panjin Da Mi (riso Panjin) e Anqiu Da Jiang (Anqiu Ginger).
La lista finale di vini, formaggi e salumi è stata pubblicata dalla Commissione UE al termine dell’incontro decisivo odierno. L’accordo prevede tuttavia l’estensione della lista per proteggere altri 175 prodotti, entro il 2024.
CHIANTI NELLA LISTA, PARLA BUSI: “UNA BUONA NOTIZIA”
“Quella di oggi – commenta il presidente del Consorzio Vino Chianti, Giovanni Busi – è una buona notizia. Il fatto che il Vino Chianti sia stato inserito nella lista delle 100 Dop e Igp che saranno tutelate in Cina è un tassello importante per l’espansione commerciale del nostro prodotto su un mercato importante”.
“L’accordo fra la Commissione europea e il Governo cinese – conclude Busi – definisce un quadro di regole certe che vanno a vantaggio dei nostri imprenditori. La Cina riconosce nel Chianti non solo un brand ma anche una grande Denominazione e le riconosce la protezione che merita”.
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Si è concluso l’iter amministrativo e processuale che riconosce la piena validità dei marchi tridimensionali registrati dall’azienda trevigiana Bottega S.p.A., a tutela dei tratti distintivi delle famose bottiglie Bottega Gold e Bottega Rosé Gold. Viene quindi confermata una volta in più la forza del marchio, ulteriormente rafforzata dalla diffusione su scala mondiale di tali bottiglie.
Lo comunica l’azienda di Bibano di Godega (TV). Trascorsi i termini di legge è infatti diventata definitiva a tutti gli effetti la sentenza del Tribunale dell’Unione Europea, presso la Corte di Giustizia di Lussemburgo, che lo scorso 8 maggio ha confermato la decisione da parte dell’EUIPO, l’Ufficio dell’Unione Europea per la proprietà intellettuale.
Tale organismo, massima autorità europea in tema di marchi e brevetti, in data 14.3.2018 aveva riconosciuto, anche in secondo grado, la validità dei marchi tridimensionali registrati dall’azienda trevigiana Bottega Spa.
Nello specifico il Tribunale UE aveva confermato che la forma della bottiglia e l’effetto specchiato dei colori (oro e rosa) sono elementi propri dei marchi di Bottega, addirittura prevalenti su altre componenti, quali la lettera B in rilievo e l’etichetta a forma di fiammella, propria dei vini Bottega, e che in quanto tali non possono essere utilizzati da terzi.
“La decisione – commenta l’azienda trevigiana – ha confermato una volta in più la forza del marchio, ulteriormente rafforzata dalla diffusione su scala mondiale di tali bottiglie, al punto che la cosiddetta specchiatura è diventata una sorta di emblema del marchio Bottega”.
Bottega ha ideato le bottiglie verniciate a partire dal 2001, “nel segno della massima originalità ed estrema innovazione, caratteristiche imprenditoriali che hanno portato la cantina e distilleria ad essere una delle aziende più imitate in tutto il mondo nel settore dei vini e dei distillati”.
La validità dei marchi registrati è stata riconosciuta in Italia e in Europa dai diversi organi competenti, anche se nel corso degli anni ci sono state delle difficoltà nella loro protezione che hanno costretto Bottega Spa a rivolgersi al Tribunale, “per le azioni scorrette di alcune aziende concorrenti”.
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La Commissione Europea ha deciso: il rame si potrà utilizzare in agricoltura per altri sette anni. La nuova disposizione entrerà in vigore il primo febbraio 2019. Dopo mesi di trattative e ripensamenti è stata accolta la proposta della Commissione PAFF (Plants, Animals, Food and Feed) di concedere l’utilizzo di 4 kg di rame all’anno, calcolati sulla media di sette anni.
In pratica gli agricoltori potranno usare un massimo di 28 kg di rame nel settennio, regolandosi sulle quantità in base all’annata. “Abbiamo fatto un grande lavoro come CEVI a livello europeo e come FIVI a livello italiano. Non siamo del tutto soddisfatti, ma abbiamo evitato il peggio”, dichiara la presidente Matilde Poggi.
La proposta dell’EFSA del 2016 di vietare l’utilizzo del rame in agricoltura e la successiva proposta della Commissione PAFF di togliere la possibilità di calcolare la quantità di rame utilizzabile con il metodo della media matematica, secondo Fivi, “sarebbero state davvero disastrose”.
“Avremmo preferito una riduzione più graduale almeno per chi opera in regime di Agricoltura Biologica, ma arrivare al rinnovo per sette anni e conservare il meccanismo della media ci fa tirare un sospiro di sollievo”.
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La Commissione ha rettificato il testo del regolamento sul vino per assicurare l’indicazione di origine delle uve nelle bottiglie prodotte con vitigni internazionali (Chardonnay, Merlot, Cabernet, Sauvignon e Shiraz).
Lo rende noto la Coldiretti che esprime soddisfazione per l’accoglimento delle proprie richieste con la rettifica del regolamento della Commissione del 17 Ottobre 2018 ma chiede anche che, per coerenza, l’indicazione di origine venga estesa a tutti gli spumanti.
“Per fermare il falso Made in Italy – evidenzia Coldiretti – una misura analoga deve essere adottata anche per gli spumanti generici dove viene indicato in etichetta solo il Paese dove avviene la spumantizzazione, ma non quello dal quale provengono le uve”.
“Occorre impedire – sottolinea la Coldiretti – l’inganno dell’importazione di mosti e vini stranieri da utilizzare in Italia per la produzione di ‘bollicine’ da vendere come Made in Italy, senza alcun legame con i vigneti ed il territorio nazionale. L’augurio è che si verifichi una inversione di tendenza nelle politiche comunitarie in un settore già peraltro minacciato da altre decisioni che non tutelano la qualità del prodotto e la trasparenza verso i consumatori”.
E’ il caso, ad esempio, dello zuccheraggio: l’aggiunta di zucchero al vino che l’Ue consente ai Paesi del centro e nord Europa ma anche il via libera al vino senza uva con l’autorizzazione alla produzione e commercializzazioni di vini ottenuti dalla fermentazione di frutti diversi dall’uva come lamponi e ribes molto diffusi nei Paesi dell’Est.
Si tratta di pratiche che in Italia sarebbero punite anche come reato di frode ma che all’estero sono invece permesse “con evidente contraddizione, favorita – sottolinea la Coldiretti – dall’estensione della produzione a territori non sempre vocati e senza una radicata cultura enologica che con la globalizzazione degli scambi colpisce direttamente anche i consumatori di paesi con una storia del vino millenaria”.
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Milano, 4 ottobre 2018 – A quattro anni dalla precedente pubblicazione, Unione Italiana Vini ha dato alle stampe l’undicesima edizione del “Codice denominazioni d’origine dei vini”.
Il Volume, nelle sue 1.760 pagine, raccoglie tutti i disciplinari di produzione dei vini Docg, Doc e Igt e riporta i titoli delle disposizioni comunitarie e nazionali sulle denominazioni di origine dei vini.
Nel volume sono poi elencate tutte le principali disposizioni Ue e nazionali collegate alle DOP e IGP comprese le circolari ministeriali interpretative che sono consultabili online.
Il mondo delle denominazioni di origine dei vini costituisce la punta di diamante del settore ed è in continua crescita quantitativa come testimoniano i dati produttivi degli ultimi anni che hanno superato i 15 milioni di ettolitri annui per le DOP e insieme ai vini IGP aggiunge una percentuale complessiva superiore al 60% sull’intera produzione vinicola nazionale.
In totale, in Italia abbiamo 526 disciplinari di produzione suddivisi tra denominazioni di origine controllata e garantita (73), denominazioni di origine controllata (335) e indicazioni geografiche tipiche (118).
Il Codice denominazioni di origine dei vini, a cura di Antonio Rossi, è il risultato di uno sforzo editoriale compiuto dall’Unione Italiana Vini per offrire uno strumento semplice e utile in ogni azienda vitivinicola tenuta a conoscere i disciplinari di produzione e le disposizioni che governano la complessa materia delle denominazioni di origine dei vini.
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