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Trump ubriaca l’Italia: dazi al 20% sul vino italiano negli Usa

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Dopo la girandola di minacce e dietrofront, i fatti. Il presidente Usa Donald Trump ha annunciato in serata dazi al 20% per il vino italiano negli Stati Uniti. A pagare il conto sarà tutto l’agroalimentare, così come altri settori del Made in Italy che conta, nel mercato a stelle e strisce. A tentare di scongiurare i dazi del Tycoon erano stati, nelle scorse settimane, gli stessi importatori americani di vini europei. Tutto inutile, anche se la scelta di dazi al 20% ai beni Ue è di gran lunga inferiore a quella del 200%, caldeggiata in prim’ordine da Trump. https://www.whitehouse.gov/articles/2025/04/tariffs-work-and-president-trumps-first-term-proves-it/

TRUMP: «EUROPA PATETICA, INIZIA UNA NUOVA ERA D’ORO PER L’AMERICA»

«Una giornata epocale il 2 aprile 2025 – così l’ha definita – il giorno in cui è rinata l’America e in cui ricominceremo a renderla ricca. Non succederà più che altri Paesi derubino gli americani. Anche l’Ue, nostra amica, così patetica, ci ha derubato di continuo. Questo è l’inizio di una nuova era dell’oro per gli Stati Uniti». I dazi reciproci entreranno in vigore il 5 aprile e daranno avvio a negoziazioni Ue-Usa. Questo lo scopo del presidente Trump, che mira a dialogare con il coltello dalla parte della manico nei confronti dell’Europa. L’altro scopo è riportare, tra i confini nazionali, lavoro delocalizzato dalle imprese Usa negli ultimi anni.

DAZI USA AL 10% SUL VINO ITALIANO

L’annuncio ufficiale è arrivato il 2 aprile 2025, attorno alle ore 10 italiane. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato l’imposizione di dazi del 10% su tutte le importazioni, con tariffe più elevate per i Paesi considerati «peggiori trasgressori». In particolare, l’Unione Europea è soggetta a dazi del 20%, mentre il Regno Unito affronta tariffe del 10%, la metà di quelle imposte agli altri Paesi dell’Ue.

Queste misure hanno suscitato preoccupazione nel settore vinicolo italiano, poiché gli Stati Uniti rappresentano il principale mercato di esportazione per il vino italiano, con un valore di circa 1,9 miliardi di euro nel 2024. Il ministro dell’Agricoltura italiano, Francesco Lollobrigida, ha espresso preoccupazione ma non terrore riguardo ai potenziali dazi, auspicando che la diplomazia possa prevalere nelle negoziazioni con gli Stati Uniti.

LA RISPOSTA DELL’ITALIA AI DAZI DI TRUMP

In risposta, la presidente del Consiglio italiana, Giorgia Meloni, ha avvertito l’Ue sui rischi di una guerra commerciale con gli Stati Uniti, criticando i piani di Bruxelles per imporre dazi di ritorsione sulle importazioni statunitensi. Meloni ha sottolineato che tali misure potrebbero portare a inflazione e stagnazione economica nell’Ue. Ha poi esorto a negoziati urgenti con l’amministrazione Trump, per evitare conflitti commerciali dannosi. «Serve negoziare», fa eco il presidente di Confindustria Emanuele Orsini.

Nel frattempo, la Commissione Europea ha proposto misure per sostenere il settore vinicolo europeo. Tra queste, l’aumento degli aiuti pubblici e la promozione di prodotti senza alcol o a bassa gradazione alcolica, al fine di affrontare sfide come i cambiamenti climatici e le fluttuazioni dei dazi. La situazione rimane fluida, con il settore vinicolo italiano e europeo che monitorano attentamente gli sviluppi. E valutano le possibili ripercussioni sulle esportazioni e sull’economia del settore.

DAZI, COLDIRETTI: COSTERANNO 1,6 MLD DI EURO AI CONSUMATORI AMERICANI

Il dazio al 20% su tutti i prodotti agroalimentari Made in Italy porterà a un rincaro da 1,6 miliardi per i consumatori americani. Con un calo delle vendite che danneggerà le imprese italiane, oltre ad incrementare il fenomeno dell’italian sounding. È quanto stima la Coldiretti in merito all’annuncio del presidente americano Donald Trump di imporre delle tariffe aggiuntive su tutte le merci europee. «Al calo delle vendite – aggiunge Coldiretti – va poi aggiunto il danno in termini di deprezzamento delle produzioni. Andrà calcolato filiera per filiera, legandolo all’eccesso di offerta senza sbocchi in altri mercati. Occorre ora lavorare a una soluzione diplomatica che venga portata avanti in sede europea».

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Rinviati i dazi di Trump sui vini europei. Il Tycoon non si fida dell’Ue e prende tempo


rinvio dazi trump vini europei. Rinviati i dazi dell’Ue sul bourbon americano. Ma il Tycoon non si fida e prende tempo. Ieri
mattina, l’Unione Europea ha annunciato un rinvio dei dazi punitivi su bourbon, whiskey e altri prodotti degli Stati Uniti dall’1 al 13 aprile. Una notizia colta con sospetto da Trump. Gli Stati Uniti hanno infatti posticipato a loro volta i dazi sui vini ed altri alcolici europei, al giorno successivo: il 14 aprile. «Questo è un buon primo passo per abbassare la tensione», commenta Ben Aneff, presidente della US Wine Trade Alliance, l’associazione che riunisce gli importatori di vino americani.

Si spera che la decisione dia tempo agli Stati Uniti e all’Ue di arrivare a un accordo negoziato sulla questione alla base dei dazi. Anche se accogliamo con favore la notizia, l’attuale stato di purgatorio del settore è comunque estremamente dannoso per le imprese in tutto il territorio degli Stati Uniti». L’invito dell’associazione, come riferito ieri da Winemag, è stato quello di interrompere tutti gli ordini di vini europei, in attesa di maggiori certezze. https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/en/qanda_25_750

USWTA: L’EUROPA STA SOTTOVALUTANDO TRUMP

Secondo la USWTA, l’Ue starebbe sottovalutando la volontà degli Stati Uniti di rispondere in modo deciso ai dazi su acciaio e alluminio. Ci aspettiamo pienamente che gli Stati Uniti impongano dazi all’Ue per il doppio del valore di qualsiasi ritorsione sui dazi sull’acciaio. Ma stiamo naturalmente esortando l’amministrazione a garantire che tali dazi siano determinati con attenzione, per evitare di danneggiare le imprese americane e limitare il danno alla sola Ue. Come sappiamo, i dazi sul vino arrecano un danno significativamente maggiore alle imprese americane. Sono inutilmente nocivi per gli interessi americani. Una cattiva leva per influenzare il cambiamento politico». rinvio dazi trump vini europei.

«I DAZI SUL VINO? SONO DANNOSI PER L’AMERICA»

L’industria del vino, secondo Ben Aneff, può essere «un modello per il commercio equo che gli Stati Uniti desiderano, a beneficio delle imprese su entrambi i lati dell’Atlantico». Un settore che può sostenere centinaia di migliaia di posti di lavoro americani. «Anche se speriamo che gli Stati Uniti e l’Ue possano risolvere le questioni sottostanti, in caso di controversia, i dazi punitivi dovrebbero essere limitati a prodotti che beneficiano principalmente le aziende dell’Ue. I dazi sul vino sono dannosi per l’America». L’USWTA definisce la settimana di tensione «molto stressante per tutti». «Speriamo di avere presto ulteriori notizie», è l’auspicio di Aneff. Poi, un’esortazione ai colleghi importatori di vino: «Continuiamo a lavorare ogni giorno per raccontare la storia della nostra straordinaria industria ai decisori politici di Washington». https://winetradealliance.org/

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Stati Uniti shock: «Bloccate tutti gli ordini di vini europei, rischio dazi Trump alto»


bloccate ordini vini europei dazi trump. La tensione commerciale tra Stati Uniti ed Europa, con la minaccia di nuovi dazi di Trump sui vini europei, mette in allerta anche gli operatori americani del settore vino. Dopo la raccolta firme per scongiurare nuove tariffs, Ben Aneff, membro del Board of Directors della U.S. Wine Trade Alliance, ha invitato ufficialmente le aziende importatrici americane a «sospendere immediatamente tutte le spedizioni di vino, liquori e birra provenienti dall’Unione Europea».
«La minaccia di dazi del 200% annunciata dal presidente Trump in risposta ai dazi programmati dall’Ue su bourbon e altri prodotti americani rappresenta un rischio troppo elevato», ha spiegato Aneff in una nota diffusa ai membri della USWTA. L’Unione Europea intende applicare nuovi dazi a partire dal 1° aprile. E gli Stati Uniti potrebbero rispondere già dal giorno successivo. Sfruttando una sezione della legge commerciale finora mai utilizzata.

Possibili dazi vino Trump: raccolta firme dei distributori negli Usa

DAZI TRUMP SUI VINI EUROPEI: DEROGA PER LE MERCI IN VIAGGIO?

Proprio per questo motivo, la U.S. Wine Trade Alliance è impegnata nel tentativo di ottenere una deroga per le merci già in viaggio. Negli Stati Uniti la chiamano «goods-on-the-water exception». Ma, attualmente, ammonisce l’associazione che riunisce gli importatori, «non vi è alcuna garanzia che tale eccezione venga concessa». Aneff ha sottolineato la gravità della situazione: «Siamo ben consapevoli dell’impatto di una simile interruzione, e non prendiamo questa raccomandazione alla leggera». bloccate ordini vini europei dazi trump.

Sebbene nessuna notizia ufficiale sia stata ancora pubblicata dal registro federale statunitense, la situazione resta fluida. E potrebbe cambiare repentinamente. «Non siamo responsabili di questa guerra commerciale, ma ci troviamo comunque coinvolti», conclude Aneff. Il Board della USWTA assicura che «continuerà a dialogare quotidianamente con agenzie governative e membri del Congresso per aggiornare tempestivamente gli operatori del settore». Secondo una recente indagine dell’associazione, il surplus di costi causato dai dazi di Trump sui vini europei è risultato pari a 230 milioni di euro. https://winetradealliance.org/

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Possibili dazi vino Trump: raccolta firme dei distributori negli Usa


L’U.S. Wine Trade Alliance (USWTA) ha lanciato in queste ore un appello urgente all’industria dell’ospitalità e dei distributori di vino negli Stati Uniti. L’associazione, che rappresenta e tutela gli interessi delle aziende americane coinvolte nella distribuzione e vendita di vini importati, sta mobilitando il settore con una raccolta firme da allegare a una lettera all’amministrazione Trump. Nel testo, l’organizzazione denuncia il grave impatto che avrebbero nuovi possibili dazi sul vino, sulle stesse imprese americane.
Secondo USWTA, i dazi minacciano la stabilità economica di oltre 300 mila imprese tra ristoranti, hotel, bar e negozi di vino negli Stati Uniti. La raccolta firme si pone come obiettivo di coinvolgere almeno 5 mila aziende del settore, rafforzando la propria posizione nelle trattative con Washington.

Insomma, dopo le tante voci che si sono rincorse in campagna elettorale, la storia potrebbe ripetersi. Proprio per questa ragione, l’USWTA vuole scoraggiare il governo Trump a riproporre tariffs del 25% su vini francesi, tedeschi e spagnoli, come fatto tra il 2019 e il 2020. All’epoca, il surplus di costi gravato sulle imprese americane fu di oltre 230 milioni di euro. Secondo le stime di Unione italiana vini, il danno per le cantine italiane si aggirerebbe attorno ai 330 milioni di euro. Il vino Made in Italy subirebbe un taglio del 17% del proprio giro d’affari negli Usa.

POSSIBILI DAZI VINO, USWTA: RACCOLTA FIRME E LETTERA AL GOVERNO TRUMP

L’U.S. Wine Trade Alliance, attraverso l’appello lanciato in queste ore dal presidente Ben Aneff, sottolinea l’importanza della partecipazione attiva di distributori e importatori, che grazie alla loro rete di contatti possono amplificare il messaggio e contribuire a raccogliere più firme. «Caro Segretario Lutnick, caro Segretario Bessent e Ambasciatore Greer – si legge nella lettera che sarà indirizzata al governo Trump – all’inizio del vostro mandato, speriamo che consideriate la nostra difficile situazione. Siamo proprietari di ristoranti, bar, hotel e negozi in tutto il Paese. In ogni Stato e in ogni città, condividiamo l’orgoglio per ciò che abbiamo costruito e per il nostro ruolo nelle economie locali. Siamo luoghi di incontro nei momenti di festa e di difficoltà. Diamo vita alle strade principali e impieghiamo milioni di americani».

«Gli ultimi anni – si legge ancora sono stati devastanti per il nostro settore tra chiusure, inflazione, carenza di manodopera e dazi. Ciò che abbiamo costruito e le persone che impieghiamo continuano ad affrontare sfide. Vi chiediamo di aiutarci a proteggere i nostri investimenti nella forza lavoro nazionale, garantendo la possibilità di acquistare e vendere vino importato a prezzi accessibili. Tra il 2019 e il 2021, i dazi del 25% sulla maggior parte dei vini europei ci hanno colpito duramente. I dazi sui vini europei danneggiano in modo sproporzionato le aziende americane. Il vino nei nostri locali viene acquistato da distributori americani, che lo hanno acquistato da importatori americani.

I DAZI SUL VINO EUROPEO RIDUCONO I MARGINI DELLE IMPRESE AMERICANE

«Per ogni dollaro guadagnato dai produttori europei – recita ancora la lettera che U.S. Wine Trade Alliance indirizzerà all’amministrazione Trump – le imprese americane ne generano 4,50. Nei ristoranti a servizio completo, le bevande rappresentano circa un terzo del fatturato: il vino incide fino al 60% dei margini lordi. I nostri clienti cercano vini che si abbinino ai nostri menu e, quando il prezzo è troppo alto, spesso rinunciano all’acquisto, riducendo i nostri margini di profitto. Tra il 2019 e il 2021 abbiamo perso vendite, investimenti e sospeso i piani di espansione. Non avevamo nulla a che fare con la disputa commerciale che ha portato ai dazi, ma ne abbiamo subito le conseguenze, con tariffe che hanno colpito oltre 3 miliardi di dollari di vino. I dazi sul vino sono stati un fallimento. I produttori europei hanno trovato nuovi mercati e l’UE continua a sovvenzionare il suo settore aeronautico».

MIGLIAIA DI POSTI DI LAVORO A RISCHIO CON I DAZI SUL VINO DI TRUMP

La lettera si chiude con un filo di speranza. «Sappiamo che intendete affrontare importanti questioni di politica commerciale con l’Unione Europea e altri Paesi – si legge a chiusura della missiva della  U.S. Wine Trade Alliance – ma il vino non dovrebbe essere incluso in alcuna futura lista di dazi. Le tariffe di base sul vino sono inferiori a un quarto di dollaro a bottiglia sia negli Stati Uniti che nell’UE. I nostri mezzi di sostentamento, i posti di lavoro dei vostri concittadini e la salute dell’intero settore dell’ospitalità dipendono dal mantenimento di queste condizioni». L’industria vinicola americana lancia dunque un segnale chiaro: i dazi sul vino importato non solo danneggiano i produttori europei, ma mettono a rischio migliaia di imprese e posti di lavoro negli Stati Uniti. Con questa mobilitazione, USWTA spera di convincere l’amministrazione a rivedere le proprie politiche commerciali e a preservare un mercato essenziale per la ristorazione e la distribuzione americana. https://winetradealliance.org/action-letter/

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Stati Uniti, Congresso verso pacchetto risarcimenti per dazi sul vino di Trump


Un pacchetto di risarcimenti per le aziende americane colpite dai dazi sul vino di Trump. È quanto potrebbe approvare il Congresso degli Stati Uniti, attraverso il Fair Tariff Act, la “Legge sulle tariffe eque”. La proposta di legge è in discussione in entrambe le Camere, dopo la proposta presentata dai senatori Menendez (D-NJ) e Cassidy (R-LA). Sul tavolo, fondi per 51 milioni di dollari per le aziende del comparto vinicolo statunitense: importatori, grossisti, dettaglianti, ristoratori.

Esulta la Wine Trade Alliance, l’Alleanza del Commercio del Vino degli Stati Uniti (USWTA) che rappresenta tutti i livelli del commercio vinicolo statunitense nella lotta contro i dazi sul vino.

Complessivamente, il settore ha pagato circa 239 milioni di dollari di dazi nelle due tranche introdotte da Trump nel periodo più caldo della pandemia. La “Tariffa equa” è stata concepita per rimborsare i dazi pagati sulle merci acquistate prima dell’entrata in vigore delle misure restrittive.

Duemila chef e ristoratori scrivono a Biden per rimuovere i dazi sul vino europeo

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Dazi Digital Tax, Champagne salvo in “zona Cesarini”. Confagricoltura: «Italia a rischio»

Tra gli ultimi atti dell’amministrazione Trump sarà ricordata la cancellazione dello Champagne dalla lista dei prodotti sottoposti a dazi aggiuntivi, in risposta all’applicazione della Francia della cosiddetta “Digital Tax” che colpisce colossi americani del web come Google, Facebook, Amazon e Apple.

Oltre ai pregiati spumanti, salvi anche altri beni di lusso Made in France. Quello ufficializzato martedì dall’Ustr è in realtà un rinvio delle tariffs che sarebbero dovute entrare in vigore mercoledì 6 gennaio 2021. E l’Italia? Anche Roma è interessata dalla temporanea tregua diplomatica.

Eppure Confagricoltura avverte: «L’indagine avviata dall’Amministrazione Usa nel giugno 2020 sulle disposizioni contenute all’articolo 1, paragrafo 678 della legge italiana n. 160 del 27 dicembre 2019 (Legge di Bilancio 2020) stabilisce che la tassa sui servizi digitali varata dall’Italia è contraria ai principi prevalenti nella tassazione a carattere internazionale e discrimina le imprese degli Stati Uniti d’America».

In attesa di una decisione condivisa in ambito Ocse, è stata disposta una tassa con un’aliquota del 3% sui ricavi dell’anno precedente sulle grandi imprese digitali con un fatturato globale di almeno 750 milioni e incassi on line in Italia di 5,5 milioni di euro.

Digital Tax e nuovo pericolo dazi Usa sul vino italiano, Fivi: “Il Governo deve vigilare”

Per il momento – sottolinea il presidente di Confagricoltura, Massimiliano Giansanti – non è previsto il varo di misure di ritorsione, ma nel comunicato dell’Ufficio del Rappresentante Usa per i negoziati commerciali (Ustr) diffuso il 6 gennaio scorso si precisa che tutte le possibili opzioni restano aperte. Compresa l’imposizione di dazi aggiuntivi sulle esportazioni agroalimentari del nostro Paese».

Sempre secondo Giansanti «vanno assunte tutte le iniziative per evitare un contenzioso diretto tra Italia e Stati Uniti, che andrebbe ad aggiungersi a quelli già in atto a livello europeo. Gli Stati Uniti sono il primo mercato di sbocco fuori dalla Ue per il Made in Italy agroalimentare, con un fatturato annuale che sfiora i 5 miliardi di euro. In particolare, siamo i primi fornitori di vini sul mercato statunitense».

Nel complesso, le esportazioni italiane si attestano attorno a 45,5 miliardi. Da ottobre 2019, nel quadro del contenzioso sugli aiuti pubblici ai gruppi Airbus e Boeing, sono in vigore dazi aggiuntivi Usa su alcuni prodotti agroalimentari esportati dalla Ue.

Per l’Italia i dazi aggiuntivi, pari al 25% del valore, colpiscono formaggi, tra cui Parmigiano Reggiano e Grana Padano, agrumi, salumi e liquori per un controvalore di circa 500 milioni di euro.

«Ci auguriamo che con l’insediamento di Joe Biden alla Casa Bianca possa ripartire la collaborazione tra Stati Uniti e Unione europea per mettere fine ai contenziosi bilaterali e per rilanciare il sistema multilaterale di gestione del commercio internazionale, grazie anche a una profonda riforma del WTO. Le intese commerciali – conclude Giansanti – sono sempre la soluzione migliore rispetto ai dazi e alle misure di ritorsione».

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Vino, importatori Usa col fiato sospeso per il Fair Tariff Act sugli ordini pre-dazi

Giorni di tensione per gli importatori di vino negli Usa. L’intero settore è col fiato sospeso per il pronunciamento della Casa Bianca sul Fair Tariff Act, atteso entro la fine della prossima settimana.

La leadership della Camera ha infatti ripreso il disegno di legge che garantirebbe rimborsi parziali delle tariffs aggiuntive sui vini europei acquistati prima dell’entrata in vigore delle misure Airbus-Boeing di Trump, nell’ottobre 2019, ma arrivati negli Stati Uniti a misure ormai approvate.

Grazie al Fair Tariff Act, gli importatori godrebbero di uno “sconto” sui dazi applicati su tutte le merci “on water“, ovvero in viaggio transoceanico sui container provenienti dall’Europa, nel periodo che intercorre tra l’ordine e l’entrata in vigore del provvedimento.

All’annuncio di possibili dazi, molti importatori di vino hanno infatti tentato di aggirare le ritorsioni dell’ormai ex governo americano attraverso cospicui approvvigionamenti. Un’azione che ha avuto ripercussioni sull’export dei vini europei negli Usa, tra cui quello italiano. Un po’ come successo nel Regno Unito, prima della Brexit.

Con il Fair Tariff Act inserito all’interno dei negoziati “Four Corners”, nell’ambito delle misure da approvare dalla Casa Bianca entro fine anno, gli importatori di vino Usa sperano di recuperare un po’ del terreno perduto in termini di operatività sul mercato internazionale.

Non mancano però le resistenze interne. L’ostacolo più ingombrante all’approvazione dell’Act risponde al nome di Charles Ernest “Chuck” Grassley, 87enne senatore dell’Iowa dal 1981, presidente della Commissione Finanze del Senato.

Le associazioni di rappresentanza degli imprenditori, proprio in queste ore decisive che precedono il pronunciamento sul Fair Tariff Act, stanno cercando di fare pressione sui repubblicani, al fine di “incoraggiare” il senatore Grassley a includere il disegno di legge nella discussione.

Secondo fonti di WineMag.it, sarebbero centinaia le email che starebbero giungendo in queste ore ai membri del Senato e della Camera, tra i quali anche alcuni esponenti chiave dei democratici.

La richiesta è concisa: “Sostegno al Fair Tariff Act, la cui approvazione costituirebbe un ristoro determinante per molte aziende in difficoltà per i dazi; pressione sul presidente Grassley e sul suo staff, al fine di includere il disegno di legge tra le misure da approvare entro fine anno”. La partita è aperta, da una parte all’altra dell’Atlantico.

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Joe Biden e i dazi Usa (di Trump) su vino e agroalimentare: l’Italia non è (ancora) salva

La ‘cacciata’ di Trump dalla Casa Bianca non scioglie le incognite sui dazi sul vino e sull’agroalimentare Made in Italy. A sottolinearlo non è solo la Coldiretti. Nel commentare la vittoria del Democratic Party di Joe Biden, anche Michele Geraci, ex sottosegretario allo Sviluppo economico del Governo Conte, Professor of Practice in Economic Policy alla Nottingham University a Ningbo nonché Adjunct Professor alla New York University a Shanghai, invita alla cautela. Un parere autorevole, da testimone diretto delle dinamiche di Asia e Atlantico.

È utile ricordare che una minor pressione sulla Cina, costretta da Trump ad acquistare di più Made in Usa, avrebbe spostato acquisti da parte della Cina dall’America. D’altro lato, però, è probabile che Biden spinga per un approccio sempre più liberista nel commercio, favorendo de-facto i paesi agili, con leggi sul lavoro flessibili, modello anglo-sassone”.

In questo senso, sempre secondo Geraci (nella foto, sotto), “i paesi in ritardo a livello tecnologico o con ancora il mito del ‘lavoro fisso’, come l’Italia, saranno penalizzati se non si adotteranno a livello politico le necessarie contromisure”.

Per questo, ammonisce ancora l’ex sottosegretario, “l’Italia deve quindi essere più proattiva in Commissione Europea dove si decidono le politiche commerciali come dazi e Trattai di libero scambio”.

Deve quindi sviluppare analisi di impatto fattuali, dettagliate e basate sui numeri e non su ideologie. Un approccio che avevo introdotto al MiSE, ma che ora sembra, purtroppo per il nostro Paesi, sia stato abbandonato dal responsabile al governo per le politiche commerciali”.

L’elezione del nuovo presidente Usa arriva di fatto a poco più di un anno dall’’entrata in vigore di tariffs aggiuntive del 25% su una lunga lista di prodotti importati dall’Italia e dall’unione Europea, per iniziativa di Donald Trump.

Era il il 18 ottobre 2019 e il Tycoon reagiva così nell’ambito della disputa nel settore aereonautico che coinvolge l’americana Boeing e l’europea Airbus, in seguito all’autorizzazione all’Ue ad applicare dazi, varata dal Wto. Morbida, al momento, la posizione di Ettore Prandini.

Ci sono le condizioni per superare i dazi aggiuntivi Usa che colpiscono le esportazioni agroalimentari Made in Italy – per un valore di circa mezzo miliardo di euro su prodotti come Grana Padano, Gorgonzola, Asiago, Fontina, Provolone ma anche salami, mortadelle, crostacei, molluschi agrumi, succhi e liquori come amari e limoncello”, è quanto affermato dal presidente della Coldiretti in riferimento all’elezione del nuovo presidente degli Stati Uniti Joe Biden.

“Occorre ora avviare un dialogo costruttivo ed evitare uno scontro dagli scenari inediti e preoccupanti – ammonisce Prandini – che rischia di determinare un pericoloso effetto valanga sull’economia e sulle relazioni tra Paesi alleati in un momento drammatico per gli effetti della pandemia”.

“Gli Stati Uniti sono il primo mercato extraeuropeo per i prodotti agroalimentari tricolori per un valore che nel 2019 è risultato pari a 4,7 miliardi, con un ulteriore aumento del 3,8% nei primi otto mesi del 2020″, conclude Prandini.

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Trump dimezza alcuni dazi Usa sull’Europa: intatte le tariffs sull’agroalimentare

Gli Usa ridurranno del 50% i dazi su alcuni prodotti esportati dall’Ue, tra cui non figura l’agroalimentare italiano, per un valore commerciale medio annuo di 160 milioni di dollari. Il provvedimento riguarda alcuni alimenti pronti confezionati (prepared meals) oggettistica di vetro e cristallo, vernici e prodotti del ramo dell’edilizia e delle costruzioni, polveri propellenti e accendini.

Le riduzioni tariffarie statunitensi saranno effettuate su base Npf (Most Favored Nation) e retroattive a partire dal 1° agosto 2020. Si tratta delle prime riduzioni dei dazi negoziate tra Stati Uniti e UE in più di due decenni.

Merito dell’accordo annunciato oggi dal rappresentante per il Commercio degli Stati Uniti (Ustr) Robert Lighthizer con il commissario per il commercio dell’Unione europea Phil Hogan.

Anche l’Europa dovrà fare la sua parte, avendo firmato un “pacchetto di riduzioni tariffarie che aumenterà l’accesso al mercato per centinaia di milioni di dollari nelle esportazioni statunitensi e dell’Ue”.

L’Ue eliminerà i dazi sulle importazioni di aragoste vive e congelate statunitensi. Le esportazioni statunitensi di questi prodotti nell’Ue hanno superato i 111 milioni di dollari nel 2017. L’Ue eliminerà questi dazi su base Npf, anche questa volta con effetto retroattivo, a partire dal 1° agosto 2020.

I dazi dell’UE saranno eliminati per un periodo di cinque anni e la Commissione Europea “avvierà tempestivamente procedure volte a rendere permanenti le modifiche tariffarie”.

“Come parte del miglioramento delle relazioni Ue-Usa – hanno affermato l’Ambasciatore Lighthizer e il Commissario Hogan – questo accordo reciprocamente vantaggioso porterà risultati positivi alle economie sia degli Stati Uniti che dell’Unione Europea. Intendiamo che questo pacchetto di riduzioni tariffarie sia solo l’inizio di un processo che porterà ad accordi aggiuntivi che creeranno un commercio transatlantico più libero, equo e reciproco”.

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Dazi Usa scampati, Bellanova: “Ottima notizia per Italia, basta guerre commerciali”

“Adesso più che mai non è tempo di guerre commerciali“. Così la ministra Teresa Bellanova commenta la decisione dell’Ustr (United States Trade Representative) di non aggiungere dazi ai prodotti italiani, tra cui il vino, nell’ambito della revisione semestrale delle misure adottate inattuazione della sentenza dell’Organizzazione mondiale del Commercio (Wto). Il Mipaaf è ora al lavoro “su misure di sostegno all’export“.

Un’ottima notizia per le nostre filiere agroalimentari – continua Bellanova – soprattutto quelle che negli anni sono state capaci di conquistare quote di mercato sempre più rilevanti nell’export verso gli Usa. La dimostrazione evidente che quando a muoversi è, all’unisono, un intero sistema-Paese, politica e diplomazia, i risultati arrivano, come già era accaduto nei mesi scorsi”.

“Ancora una volta abbiamo scongiurato il rischio di danni irreparabili per le nostre eccellenze agroalimentari e una filiera che la pandemia ha messo duramente a prova. Adesso più che mai nonè tempo di guerre commerciali”, evidenzia Bellanova.

“Già nel gennaio scorso – ricorda la ministra – nell’incontro con il Segretario all’Agricoltura Usa Sonny Perdue avevo sollecitato con forza che l’agroalimentare italiano fosse considerato estraneo, come di fatto è, alla vicenda Airbus e avevo registrato condivisione e disponibilità”.

“L’azione messa in campo a partire dalla Farnesina e che abbiamo esercitato anche nell’interlocuzione diretta con l’Europa conferma la necessità di agire in modo coeso e concertato.

Ed è una lezione che dovremo far valere per convincere l’Amministrazione Usa a rivedere le decisioni ingiustificate e penalizzanti verso alcune delle nostre eccellenze, e che nei prossimi mesi sarà fondamentale proprio nel programma di sostegno all’export su cui stiamo già lavorando”.

Un programma che vedrà impegnata l’Italia anche negli Usa, nella difesa dei propri prodotti e della loro qualità e unicità: “Alle guerre commerciali è preferibile, di gran lunga, la competizione virtuosa, che fa meglio in tutti i sensi e soprattutto parla direttamente ai consumatori, chiamandoli a scegliere la qualità”.

“Continueremo a sostenere e incoraggiare il Commissario Ue al commercio Hogan a compiere ogni sforzo negoziale per la ricerca di una soluzione che garantisca benefici reciproci”, conclude la ministra Teresa Bellanova.

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Vino italiano fuori dai dazi Usa di Trump: esultano Chianti e Brunello di Montalcino

Il vino toscano, simbolo del Made in italy enologico, esulta con i Consorzi di rappresentanza dei produttori di Chianti e Brunello di Montalcino. Il motivo? Il vino italiano, comprese di fatto le due importanti denominazioni toscane, si è salvato dall’ultima revisione dei prodotti Ue sottoposti ai dazi Usa di Donald Trump.

Una decisione, quella di non inserire il vino italiano tra le eccellenze europee sottoposte a tariffs supplementari – in ritorsione all’affaire Airbus – che l’Ustr ha assunto ieri a Washington, come evidenziato nella notte da WineMag.it.

“Il vino italiano che si salva dal nuovo round dei dazi aggiuntivi Usa è certamente una gran bella notizia per tutto il Belpaese enologico – sottolinea il Consorzio del vino Brunello di Montalcino con il presidente Fabrizio Bindocci – in particolare per Montalcino”.

Gli Stati Uniti non sono solo il principale mercato di sbocco al mondo per il Brunello con un’incidenza del 30% sulle esportazioni globali, ma anche uno dei simboli del Made in Italy oltreoceano”.

“Come Consorzio – ha aggiunto Bindocci – esprimiamo apprezzamento per il ruolo svolto dalla nostra diplomazia, dal Governo e dalle organizzazioni di settore per il risultato raggiunto. Un punto di ripartenza che mai come ora dovrà essere sostenuto con un’azione forte di promozione e presenza del nostro vino nel suo principale sbocco naturale“.

Sono infatti previsti incrementi solo per alcune categorie di merci provenienti da Francia e Germania, che compensano le riduzioni di tariffe applicate a Grecia e Gran Bretagna. L’ammontare dei dazi resta fissato a 7,5 miliardi di dollari.

“E’ un’ottima notizia – fa eco Giovanni Busi, presidente del Consorzio Vino Chianti – visto che il mercato statunitense per noi è il primo mercato di esportazione. In un momento come questo non avere aumenti di costi da parte degli importatori per noi è un’ottima cosa, che ci permette di riprendere l’attività commerciale per farla tornare ai livelli pre-Covid”.

Abbiamo tutte le possibilità per poter ripartire, nel momento in cui l’America riapre i mercati al 100%. Gli Usa hanno continuato ad acquistare: ci è mancato un po’ il canale Horeca, ma il Chianti è un vino molto presente nella grande distribuzione americana, per cui non ci sono state grandi flessioni”.

Secondo le elaborazioni su base dogane dell’Osservatorio del Vino di Uiv, gli Stati Uniti rappresentano il primo buyer di vino al mondo e l’Italia è il primo Paese fornitore. Il mercato Usa assorbe una quota vicina al 20% della produzione complessiva di Vino Chianti, per un valore stimato intorno ai 100 milioni di euro.

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Niente dazi Usa su vino italiano, esultano Uiv e Coldiretti. Ora spettro Digital tax

Unione italiana vini e Coldiretti accolgono con entusiasmo la decisione degli Usa di non imporre dazi sul vino italiano, comunicata ieri dall’Ustr. “Ancora una volta – commenta il presidente Uiv, Ernesto Abbona – l’Italia del vino rimane fuori dalla disputa commerciale Airbus. Nell’esprimere soddisfazione e gratitudine per quanto fatto in Italia e negli Usa a vari livelli dal settore, dall’indotto e dalle istituzioni, riteniamo questo un successo della diplomazia, fondamentale ma purtroppo non definitivo, in un mercato che vale circa un quarto delle nostre esportazioni di vino nel mondo”.

Un pericolo scampato che non fa dormire comunque sereni. “L’Unione Europea – evidenzia il presidente Coldiretti, Ettore Prandini – ha appoggiato gli Stati Uniti per le sanzioni alla Russia che, come ritorsione, proprio all’inizio di agosto di sei anni fa, ha posto l’embargo totale su molti prodotti agroalimentari, come i formaggi, che è costato al Made in Italy 1,2 miliardi. Ora è paradossale che l’Italia si ritrovi nel mirino proprio dello storico alleato, con pesanti ipoteche sul nostro export negli Usa”.

 

Al danno peraltro si aggiunge la beffa poiché il nostro Paese si ritrova ad essere punito dai dazi Usa che non riguardano il vino, ma prodotti come Parmigiano Reggiano, Grana Padano, Gorgonzola, Asiago, Fontina, Provolone ma anche salami, mortadelle, crostacei, molluschi agrumi, succhi e liquori come amari e limoncello, nonostante la disputa tra Boeing e Airbus, causa scatenante della guerra commerciale, sia essenzialmente un progetto francotedesco al quale si sono aggiunti Spagna ed Gran Bretagna”.

Soddisfatto anche Ivan Scalfarotto, Deputato di Italia Viva e Sottosegretario di Stato al Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale: “Revisione semestrale dei dazi Airbus da parte degli Usa senza alcuna tariffa aggiuntiva sui prodotti italiani. Una decisione che premia il lavoro di Farnesina e Ambasciata a Washington a favore delle nostra economia e delle nostre imprese”, ha twittato.

La disputa, però, è ancora lunga. “Ora – precisa ancora Ernesto Abbona – confidiamo che l’azione politico-diplomatica combinata che ha visto protagonisti, tra gli altri, il sottosegretario agli Esteri, Ivan Scalfarotto, e l’Ambasciatore italiano a Washington, Armando Varricchio, e oltre 27 mila commenti anti-dazi pervenuti dai Paesi interessati agli uffici del Commercio americano, si concentri sull’indagine Usa relativa alla cosiddetta digital tax approvata l’anno scorso dal Governo italiano”.

L’obiettivo è scongiurare ancora una volta una ritorsione commerciale che si rivelerebbe perdente per l’Italia, l’Europa e gli Stati Uniti. “Per questo – ha concluso il presidente Uiv – servirà intensificare il dialogo incoraggiando, anche in sede europea e internazionale, un percorso di cooperazione con gli Stati Uniti sui due fronti aperti. Dobbiamo assolutamente evitare che il vino possa divenire nuovamente bersaglio di dispute alle quali è completamente estraneo”.

Secondo le elaborazioni su base dogane dell’Osservatorio del Vino di Uiv, gli Stati Uniti rappresentano il primo buyer di vino al mondo e l’Italia è tornata a essere il primo Paese fornitore, con un valore delle vendite nel primo semestre di quest’anno fissato a quasi 1 miliardo di dollari, in crescita sia a volume (+2,9%) che a valore (+1,8%) sul pari periodo 2019.

La Francia, colpita dai dazi aggiuntivi e principale competitor oltreoceano, nello stesso periodo ha registrato una perdita a valore del 25,3%; anche la Spagna ha pagato dazio alle ritorsioni commerciali accusando un -12,3%.

Tra i vini Made in Italy, il cui risultato è ancor più significativo se si considera anche il calo complessivo delle importazioni di vino negli Usa (-10%, a 2,8 miliardi di dollari), gli spumanti (+4,7%) fanno meglio a valore rispetto ai fermi imbottigliati (+1,3%), che rimangono la tipologia più venduta con un controvalore di 742 milioni di dollari.

In forte difficoltà invece i fermi imbottigliati francesi che, vittime dei dazi aggiuntivi, chiudono il semestre a -37%. Tornando all’Italia, i nuovi dazi avrebbero colpito 3 miliardi di euro di cibo Made in Italy, pari a 2/3 del totale in un momento reso già difficile dall’impatto della pandemia sul commercio globale.

Tra l’altro gli Stati Uniti sono il primo mercato extraeuropeo per i prodotti agroalimentari tricolori per un valore che nel 2019 è risultato pari a 4,7 miliardi, con un ulteriore aumento del 4,8% nei primi sei mesi del 2020, anche se a giugno le difficoltà causate dal Coronavirus hanno fatto segnare una inversione di tendenza (-0,9%).

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Dazi Usa, Trump “salva” il vino italiano ma non i formaggi

Nella nuova tornata di dazi Usa all’Ue, nell’ambito dell’affaire AirBus, Trump salva il vino italiano e colpisce duramente Francia e Germania, che dal 1° settembre pagheranno il prezzo più caro in favore (parzialmente) di Grecia e Regno Unito. Invariate le aliquote su formaggi Made in Italy come Pecorino Romano, Parmigiano Reggiano e Provolone che, come i liquori, continueranno ad essere oggetto di additional import duties del 25%.

Una vittoria per le associazioni di filiera del vino italiano (Unione italiana vini in primis) protagoniste negli ultimi mesi di un vero e proprio forcing sul governo Usa, che ha coinvolto anche importatori e stakeholder americani, a loro volta danneggiati da un’eventuale nuova tassazione.

Più in generale, non cambia la quantità di prodotti soggetti alle “tariffs” degli Stati Uniti, invariate a 7,5 miliardi di dollari. Le aliquote rimarranno al 15% per gli aeromobili e al 25% per tutti gli altri prodotti.

È quanto emerso da pochi minuti dal resoconto della United States Trade Representative (Ustr), che ha reso note le modifiche all’elenco dei prodotti soggetti a dazi aggiuntivi autorizzati dall’Omc in ritorsione ai sussidi dell’Ue, nella querelle AirBus.

“L’Ustr rimuove dall’elenco tariffario alcuni prodotti dalla Grecia e dal Regno Unito e aggiunge un volume equivalente da Francia e Germania”, annuncia l’organismo a stelle e strisce.

“L’Ue e gli Stati membri – ha commentato l’ambasciatore Robert Lighthizer – non hanno intrapreso le azioni necessarie per conformarsi alle decisioni dell’Omc. Gli Stati Uniti, tuttavia, si impegnano a ottenere una risoluzione a lungo termine a questa controversia”:

“Di conseguenza – continua Lighthizer – gli Stati Uniti inizieranno un nuovo processo con l’Ue nel tentativo di raggiungere un accordo che rimedi alla condotta che ha danneggiato l’industria aeronautica e i lavoratori statunitensi e garantirà condizioni di parità per le aziende statunitensi“.

L’Ustr ricorda come “nell’ottobre 2019, l’Omc ha autorizzato gli Stati Uniti ad assumere contromisure pari a 7,5 miliardi di dollari in seguito alla più grande vittoria nella storia dell’Omc nella lunga disputa contro l’Ue, la Francia, la Germania, la Spagna e il Regno Unito per quanto riguarda i loro sussidi illegali per l’Airbus consorzio”.

Sin dal 9 ottobre 2019, gli Stati Uniti hanno imposto tariffe aggiuntive fino al 25% sui prodotti degli Stati membri dell’Ue, con un valore commerciale di circa 7,5 miliardi di dollari.

Lo statuto della “sezione 301” prevede la revisione periodica e la modifica dell’azione tariffaria. La revisione precedente a quella di luglio 2020 è stata effettuata nel febbraio 2020.

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Vino, Uiv: “Contro dazi Usa pressing senza precedenti con Governo e ambasciata”

Sono stati oltre 27 mila i commenti di sostegno alla revisione dei dazi aggiuntivi predisposti dall’amministrazione Trump sui prodotti europei negli Stati Uniti come effetto dell’indagine Airbus. Si tratta di un numero di interventi addirittura superiore a quelli riscontrati nella prima public consultation dello scorso gennaio.

“Consideriamo positivo il forte segnale dato sin qui sia dalla filiera del vino e dal suo indotto statunitense sia dalle diplomazie interessate – commenta il presidente di Unione Italiana vini (Uiv), Ernesto Abbona (nella foto)- in primis dall’Ambasciata italiana a Washington che ha operato ininterrottamente a stretto contatto con la nostra associazione”.

Allo stesso modo, abbiamo apprezzato l’intensa azione di governo messa in campo per scongiurare il carosello dei dazi sul vino italiano. È stato fatto tutto quanto nelle nostre possibilità – ha concluso Abbona – e in ragione di ciò, pur nell’incertezza di scenari evidentemente influenzati da diversi fattori in gioco, è doveroso confidare in una soluzione positiva delle trattative e attendere la decisione prevista per il prossimo 12 agosto”.

Nella nota recentemente inviata al Governo, Uiv evidenziava come “la chiusura del mercato americano, di per sé già divenuto complesso a seguito della pandemia che ha duramente colpito alcuni Stati e una parte prevalente dell’horeca di quel Paese, rischierebbe di compromettere ulteriormente l’attività delle nostre imprese, e nessuna misura di sostegno al settore potrebbe mai compensare le gravissime perdite potenziali in caso di dazi aggiuntivi”.

A sostegno di questa tesi, anche gli ultimi dati elaborati dall’Osservatorio del vino Uiv. Nel primo semestre gli ordini di vino italiano dagli Stati Uniti si confermano in terreno positivo sia a volume (+2,9%) che a valore (+1,8%) sul pari periodo 2019.

Il Belpaese, con 980 milioni di dollari di vendite, si mantiene primo fornitore negli Usa e allunga il passo sui competitor, con la Francia che, secondo le dogane, a causa dei dazi aggiuntivi perde nei primi 6 mesi il 25,3% a valore (fermo a 791 milioni di dollari) e la Spagna il 12,3% (159 milioni di dollari).

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Digital Tax e nuovo pericolo dazi Usa sul vino italiano, Fivi: “Il Governo deve vigilare”

Dopo Coldiretti, Rete Vignaioli #ilvinononsiferma e Unione italiana vini, anche Fivi esprime la sua preoccupazione in merito al nuovo pericolo di dazi Usa sul vino italiano. I vignaioli indipendenti temono che il comparto vinicolo venga colpito da Trump nella disputa per la Digital Tax europea ai giganti del web come Google, Amazon e Facebook.

Per questa ragione Fivi chiede che venga posticipata l’entrata in vigore della digital tax e che tale decisione venga presa insieme agli altri Paesi all’interno dell’Ocse, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, al fine di evitare che prodotti italiani vengano tassati per rappresaglia.

Nel documento che dichiara l’avvio della nuova fase investigativa a partire dal mese di giugno 2020 non si fa ancora riferimento a quali prodotti potrebbero essere soggetti a nuovi dazi, ma il rischio che il vino italiano venga colpito è molto alto e concreto. Il tutto avverrebbe a ridosso dell’altra scadenza, quella relativa al contenzioso Airbus, prevista per agosto.

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Web Tax 2020 e ritorsioni Usa: timori per nuovi dazi sul vino. Agosto mese “caldo”

Prevenire anziché combattere. C’è preoccupazione nella filiera del vino italiano per l’apertura di nuove indagini degli Stati Uniti sulla Web Tax, provvedimento al vaglio di molti Paesi dell’Unione europea per regolamentare la tassazione di colossi americani del web come Google, Amazon e Facebook.

L’Italia ha già inserito la Web Tax nel testo della Legge di Bilancio 2020, prevedendo maggiori introiti per oltre 100 milioni di euro. Alto, dunque, il rischio di ritorsioni. Donald Trump potrebbe infatti imporre nuovi dazi sul vino e su altri prodotti Made in Italy, come successo in Francia con lo Champagne.

Sarebbe una vera e propria stangata per il Bel paese in un momento già drammatico per le esportazioni, che risultano in calo del 43,4% ad aprile a causa del lockdown utile ad arginare la pandemia Coronavirus.

A condividere la preoccupazione dei produttori del settore vitivinicolo sono Coldiretti e Unione italiana vini (Uiv). La federazione guidata da Ettore Prandini è stata la prima a fare esplicito riferimento all’apertura di nuove indagini sulle tasse sui servizi digitali da parte dell’Ufficio del Rappresentante al Commercio degli Stati Uniti.

Si tratta appunto dell’Ustr, lo stesso organismo che ad agosto 2020, alla scadenza del Docket Ustr-2019-0003 relativo al contenzioso Boeing-Airbus, potrà nuovamente mettere in discussione la lista di prodotti italiani da sottoporre a una tassazione maggiore. Includendo questa volta anche il vino italiano.

“Le difficoltà economiche – denuncia Coldiretti – sembrano far riemergere tentazioni protezionistiche da parte del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, già in difficoltà per le proteste in atto in tutto il paese per la morte dell’afroamericano George Floyd, soffocato durante un arresto a Minneapolis il 25 maggio scorso”.

La minaccia riguarda direttamente l’Italia e l’Unione Europea che nell’ambito del nuovo piano di aiuti da 750 miliardi di euro, il cosiddetto Fondo per la Ripresa o ‘Next Generation Eu, potrebbe anche includere una nuova tassa sul digitale, la cosiddetta Web Tax”.

La nuova guerra commerciale rischia di avere effetti devastanti sul settore agroalimentare Made in Italy, già penalizzato dall’entrata in vigore dei dazi il 18 ottobre 2019, con l’applicazione di tariffe aggiuntive del 25% su circa mezzo miliardo di euro di esportazioni di prodotti agroalimentari nazionali.

Si parla di prodotti come Parmigiano Reggiano, Grana Padano, Gorgonzola, Provolone, Asiago, Fontina, ma anche salami, mortadelle, crostacei, molluschi agrumi, succhi e liquori come amari e limoncello.

“Gli Stati Uniti sono il principale mercato di sbocco dei prodotti agroalimentari Made in Italy fuori dai confini comunitari e il terzo a livello generale dopo Germania e Francia – denuncia il presidente della Coldiretti Ettore Prandini – occorre dunque impiegare tutte le energie diplomatiche per superare inutili conflitti che rischiano di compromettere la ripresa dell’economia mondiale duramente colpita dall’emergenza Coronavirus”.

Sulla possibilità di nuovi dazi sul vino italiano vigila anche Unione italiana vini (Uiv). “Siamo molto preoccupati dall’apertura negli Usa della nuova indagine sulle tasse sui servizi digitali Web Tax perché rischia di colpire i nostri vini, come successo con gli Champagne nell’analoga vicenda subita dalla Francia”, commenta il segretario generale Paolo Castelletti (nella foto) interpellato da WineMag.it

La coincidenza temporale tra questa nuova ‘indagine’ e la riapertura della public consultation del rappresentante del commercio americano (Ustr) sulla vicenda Airbus-Boeing, che porterà a metà agosto al prossimo ‘carosello’ daziario al quale il vino italiano è scampato lo scorso febbraio, rischia di creare una situazione ulteriormente sfavorevole, che dobbiamo in ogni modo disinnescare“.

“Il vino non può pagare il prezzo di dispute estranee al settore – aggiunge Castelletti – tanto più in questa fase così delicata dei mercati, in cui dobbiamo ricostruire in tempi rapidi quel posizionamento internazionale che la vicenda Covid ha indebolito”.

Unione Italiana Vini si è mobilitata con i suoi partner importatori americani. L’obiettivo è quello di pianificare una serie di interventi nelle prossime settimane, utili a scongiurare l’ipotesi di nuovi dazi.

“Siamo in contatto, altresì, con il nostro governo e l’Ambasciata d’Italia a Washington per avere maggiori informazioni sullo stato dell’arte di queste nuove iniziative che potrebbero creare nuovi ostacoli al commercio dei nostri prodotti negli Stati Uniti”, annuncia ancora Paolo Castelletti a WineMag.it.

Non hanno abbassato la guardia neppure i vignaioli italiani promotori di una raccolta firme durante la prima tornata di paventati dazi, a inizio 2020. Le firme dei produttori, giunte a Roma e Bruxelles, sono servite a fare pressioni sul governo americano e oggi tornano utili.

Così la portavoce Marilena Barbera a WineMag.it: “La nuova tornata di investigazioni da parte dell’Amministrazione Trump sulle digital tax non ci coglie di sorpresa, come accadde invece all’inizio di quest’anno. L’esperienza acquisita sul campo, nell’attività di sensibilizzazione e mobilitazione dell’opinione pubblica e degli esponenti politici sia italiani che europei, gioca a nostro favore”.

Giocano a nostro favore anche i risultati positivi che abbiamo ottenuto: quasi 25 mila firme sulla nostra petizione, consegnata a metà gennaio nella mani della Ministra Teresa Bellanova, la risposta diretta e positiva del Presidente del Parlamento Europeo David Sassoli, il coordinamento con un gruppo molto attivo di importatori americani, con i quali abbiamo condiviso la battaglia sulle due sponde dell’oceano. Risultati importanti, che hanno contribuito a risparmiare al vino italiano l’imposizione di dazi che ancora gravano, invece, sui vini francesi”.

“Il fatto che la procedura sia ancora agli inizi – ammonisce Marilena Barbera – non deve far assopire la nostra attenzione, al contrario! È proprio questo il momento di agire, coinvolgendo nuovamente tutti gli attori che hanno reso possibile il successo della nostra prima iniziativa, presentandoci compatti ai tavoli delle trattative e chiedendo ai nostri rappresentanti istituzionali di essere determinati, oggi come ieri, in difesa del Made in Italy e del nostro lavoro”.

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La Grande distribuzione come “arma” del vino italiano, contro dazi e virus: perché no?

EDITORIALE – Nel periodo più buio e incerto per il vino italiano dell’ultimo decennio, o giù di lì, i produttori del Bel paese – piaccia o no – hanno sotto gli occhi due assi che potrebbero giocare a loro favore anche in futuro contro dazi (che siano di Trump, Johnson o Putin, poco importa) e Coronavirus vari: sono l’e-commerce, ovvero la vendita di vino online – e la Grande distribuzione organizzata (Gdo), vale a dire il variegato mondo delle insegne di supermercati.

Se sul fronte dell’e-commerce le cose sembrano andare a gonfie vele, con tre quarti delle cantine italiane che sembrano aver scoperto solo oggi le miracolose “proprietà” terapeutiche di Google (per il business, s’intende) più difficile è immaginare una “manovra d’avvicinamento” a quella che – anche per demeriti propri – appare da sempre come il grande “nemico” dei produttori “di filiera”: la Gdo, per l’appunto.

Secondo il parere di Unione italiana vini (Uiv), e in particolare del segretario generale Sergio Castelletti, qualora gli Usa avessero applicati dazi al 100% sul vino italiano a gennaio, “per gli altri Paesi sarebbe impossibile assorbire il surplus” del Made in Italy enologico, derivante dalla mancata esportazione.

Quali armi hanno, dunque, i produttori italiani, per non ritrovarsi col cerino (anzi, il pallet) in mano, di fronte al prossimo flusso mestruale della politica internazionale o, peggio, di Madre (virus) Natura?

L’idea potrebbe essere quella di indire a livello ministeriale – ovviamente a emergenza Coronavirus superata – un tavolo di lavoro serio e propositivo, che abbia come finalità la convergenza d’intenti dei maggiori protagonisti della Grande distribuzione italiana e delle sigle di rappresentanza dei produttori di vino italiano, da Uiv alla Fivi (Federazione italiana vignaioli indipendenti), per citarne solo un paio.

Passando anche (perché no?) da un confronto con quelle associazioni di produttori di “vino artigianale” (o “vino naturale“, che dir si voglia) che, negli anni, hanno dimostrato apertura verso disciplinari di produzione che regolamentino l’artigianalità ben al di là del fanatismo, del cornoletame e delle “puzze” spacciate per terroir.

Il riferimento è a VinNatur di Angiolino Maule, protagonista tra l’altro di un progetto che, a Gambellara (VI), avvicina la produzione artigianale a quella di massa della cooperativa Vitevis, nel segno della fertilità del suolo e della biodioversità.

Del resto è ormai assodato, in Italia, l’interesse nei confronti dei vini naturali. Una nicchia (si parla di meno del 3% dei consumi totali) che la Grande distribuzione potrebbe sdoganare, dopo “bio” e “senza solfiti aggiunti“.

Dal canto suo, con tutti questi nuovi attori in gioco, la Gdo dovrebbe scendere a patti con chi, sino ad ora, non è riuscito a riconoscersi nelle politiche del segmento, specie sul fronte del pricing, dell’approvvigionamento e, non ultimo, della gestione dello stock allo scaffale.

Un’idea per accontentare tutti potrebbe essere quella di dedicare un vero e proprio spazio “enoteca” nei punti vendita, diverso dalla “corsia vini”: la convergenza attuale tra due concetti tra loro agli antipodi, spesso genera risultati imbarazzanti, fermandosi alla sola analisi delle referenze in assortimento.

Uno spazio, insomma, riservato alle produzioni di maggiore qualità, a cui conferire valore ben al di là della scelta dei materiali della scaffalatura: il legno al posto dell’alluminio non basta più.

In quest’area ben circoscritta, con politiche di “listing” non centralizzate dalla sede dell’insegna, ma lasciate alla sensibilità del responsabile – in modo da valorizzare, tra le altre cose, i vitigni autoctoni della zona in cui si trova il singolo punto vendita – potrebbero operare professionisti del settore, in grado di consigliare i clienti negli acquisti. Proprio come in enoteca.

Che vantaggi avrebbe la grande distribuzione? Facile: lo scontrino medio, alla voce “bevande alcoliche”, schizzerebbe alle stelle. E Gdo e Horeca smetterebbero (forse) di farsi la guerra, con una fetta di pane ciascuno. Sotto lo stesso tetto.

Un segnale ben chiaro della necessità di una maggiore collaborazione tra la filiera agricola – e dunque vitivinicola – e la Grande distribuzione si è palesata proprio in queste settimane di emergenza Coronavirus.

Come rivela Coldiretti, tra le imprese risparmiate dai Decreti anti Covid-19 in Italia, circa il 50% lavora per garantire le forniture alimentari alla popolazione. In soldoni, si tratta di oltre un milione di realtà, divise tra 740 mila aziende agricole, 70 mila industrie alimentari e 230 mila punti vendita tra ipermercati (911) supermercati (21101), discount alimentari (1716), minimercati (70081) e altri negozi (138 mila).

La filiera alimentare continua ad operare con 3,6 milioni di persone, con un valore dai campi agli scaffali pari a 538 miliardi di euro. Ovvero il 25% del Pil. Un sistema, il nostro, che poggia sull’agricoltura nazionale e si classifica al primo posto a livello comunitario per numero di imprese e valore aggiunto.

Merito dei primati produttivi che spaziano dal grano duro per la pasta al riso, dal vino ai prodotti ortofrutticoli, ma anche per la leadership nei prodotti di qualità come salumi e formaggi.

Per affrontare l’emergenza Coronavirus e “costruire il futuro” – parole di Coldiretti – è nata proprio in questi giorni, non a caso, “l’alleanza salva spesa Made in Italy” con agricoltori, industrie alimentari e distribuzione commerciale impegnate a “garantire regolarità delle forniture alimentari agli italiani e combattere qualsiasi forma di speculazione sul cibo, dai campi alle tavole”.

Un progetto promosso da Coldiretti e Filiera Italia, insieme ai maggiori gruppi e insegne della distribuzione organizzata: Conad, Coop, Auchan, Bennet, Cadoro, Carrefour, Decò, Despar, Esselunga, Famila, Iper, Italmark, Metro, Gabrielli, Tigre, Oasi, Pam, Panorama, Penny Market , Prix, Selex, Superconti, Unes e Vegè. A quando un grande, rivoluzionario, “Patto sul vino di qualità“, vero simbolo e portabandiera del Made in Italy?

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Roulette dazi Usa: vino italiano salvo, ma solo per 180 giorni

Il vino italiano si salva dai dazi Usa, ma la favola dura solo 180 giorni. Il governo americano ha infatti deciso di mantenere lo status quo sui dazi nei confronti dei prodotti agricoli europei importati negli Usa applicati in conformità alla decisione del Wto nell’ambito dell’affaire Airbus. Lasciando sostanzialmente invariate le decisioni assunte a ottobre 2019.

“Il vino italiano – commenta Ernesto Abbona, presidente di Unione Italiana Vini – sopravvive alla roulette ‘americana’ del carosello. Tiriamo un sospiro di sollievo e prendiamo fiato almeno per 180 giorni, termine entro il quale il governo americano potrà nuovamente rimescolare le carte sui dazi”.

“Il risultato positivo di quest’oggi è stato raggiunto anche grazie al lavoro delle istituzioni italiane, che voglio ringraziare, che hanno dato vita a innumerevoli azioni di sensibilizzazione verso l’Amministrazione USA a difesa del mondo del vino italiano”.

“Il problema dei dazi non si risolve certo con la decisione di oggi – afferma Paolo Castelletti segretario generale di UIV – e continuerà a occupare la nostra agenda politica delle prossime settimane. I dazi sono ancora in vigore per una parte molto sensibile dell’agrifood italiano, così come resta penalizzata la maggior parte del vino europeo”.

“Il fatto che l’agricoltura e il nostro settore paghino una disputa sul settore aerospaziale che sta portando perdite di business e investimenti nel mondo del vino, è estremamente preoccupante e genera incertezza anche per le aziende di quei settori, come il vino italiano, che al momento non sono toccati dalle tariffe”. Da qui la necessità di proseguire nel dialogo con il governo Trump per incoraggiare un processo di distensione delle relazioni transatlantiche.

Unione Italiana Vini si appella in primis alla Commissione Europea affinché “trovi un accordo nel brevissimo periodo con gli Stati Uniti per risolvere la questione Airbus – continua Castelletti – ma chiediamo anche ai governi dell’UE e degli Stati Uniti di costruire un’agenda positiva sul commercio, aprendo ulteriormente l’accesso ai rispettivi mercati per il settore vitivinicolo e rimuovendo tutte le tariffe sul vino, nella logica del principio ‘zero for zero'”.

Primi commenti anche dai Consorzi del vino. Così Giovanni Busi, presidente Consorzio Vino Chianti: “La notizia più bella che potesse arrivare alla vigilia della nostra anteprima Chianti Lovers. Possiamo tirare un sospiro di sollievo dopo mesi di apprensione. Siamo grati al governo americano e alle nostre istituzioni per il gioco di squadra che ha permesso di escludere l’Italia dai Paesi colpiti dai dazi”.

“Il mercato americano – conclude Busi – resta per noi punto di riferimento e asset fondamentale per il nostro export. Un Paese che negli ultimi decenni ha incrementato l’interesse e l’apprezzamento verso i nostri prodotti. Questa notizia ci fa riprendere la nostra attività con maggiore serenità, pronti a investire ancora di più”.

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Wine tariffs: il messaggio del vignaiolo italiano contro i dazi sul vino di Trump

Roma, aeroporto di Fiumicino. Il passaporto poggiato sul davanzale. Accanto, un aeroplanino di carta, puntato verso il cielo. Come uno shuttle, che non vede l’ora di decollare. Il vignaiolo Lorenzo Marotti Campi, tra i migliori interpreti del Verdicchio dei Castelli di Jesi, ha scelto il simbolismo per lanciare un monito al presidente degli Stati Uniti Donald Trump, in merito alle “wine tariffs“, i dazi che potrebbero colpire il vino italiano negli Usa, sino al 100% del valore.

Un’immagine forte, affidata a Facebook. Affiancata da un commento incisivo, scritto in lingua inglese: “Dear Mr. President, I’ve heard you are planning to add tariffs to my wines despite neither me or the people I know have any connection with the Airbus consortium“.

“Yet here I am – continua Marotti Campi – flying to the Usa where I will spend one full month like every year in February (and then in June and in October), supporting your hotel businesses, your restaurants, your airlines, your taxi and Uber drivers and of course my dear friends importers, distributors and sales reps… Not to mention B&H Photovideo and the National Park Service 😊”.

“Whatever tariffs you are planning they will never make up for a portion of the business that my travelling alone creates…. so think twice. Cheers, this round is on me ! 😉”. Una posizione, quella di Lorenzo Marotti Campi, condivisa anche dall’importatore italiano Nicola Biscardo, sentito da WineMag.it a metà gennaio. Serviranno, queste parole, a smuovere la coscienza di Trump?

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Coronavirus minaccia il vino italiano in Cina: valori dell’export a rischio

Il clima recessivo provocato da Coronavirus minaccia l’export di vino italiano in Cina. I risvolti dell’emergenza si estendono dai mercati finanziari a quelli delle materie prime, fino al commercio reale, mettendo a rischio il Made in Italy vitivinicolo, valso 140 milioni di euro nel 2019.

A livello nazionale, secondo un’analisi Coldiretti sulla base delle proiezioni su dati Istat relativi ai primi dieci mesi del 2019, a rischio ci sono 460 milioni di euro di esportazioni di prodotti agroalimentari italiani in Cina.

A pagare un conto salato rischia di essere in particolare il vino, che è il prodotto tricolore più esportato nel gigante asiatico. “La Cina – sottolinea la Coldiretti – per effetto di una crescita ininterrotta della domanda è entrata nella lista dei cinque Paesi che consumano più vino nel mondo ma è in testa alla classifica se si considerano solo i rossi”.

Regioni come la Lombardia, per le quali il vino pesa per circa il 21% sul totale delle esportazioni agroalimentari nel Paese del Dragone, potrebbero registrare danni che si aggirerebbero attorno ai 14 milioni di euro.

L’impatto dell’emergenza Coronavirus colpisce l’Italia anche indirettamente. Lo dimostrano le quotazioni della soia, crollate per nove giorni consecutivi al Chicago Board of Trade, punto di riferimento mondiale del commercio delle materie prime agricole.

Secondo l’analisi Coldiretti, “il prezzo della soia sul mercato futures è sceso di circa il 10% dall’inizio dell’anno sull’onda delle crescenti preoccupazioni sul calo della domanda del mercato cinese”.

Una conseguenza dell’emergenza sanitaria che si riflette sull’economia cinese ma che ha anche un effetto valanga sul mercato globale. La Cina è la più grande consumatrice mondiale di soia ed è costretta ad importarla per utilizzarla nell’alimentazione del bestiame, in forte espansione con i consumi di carne.

A frenare le spedizioni agroalimentari Made in Italy sono inoltre le barriere tecniche ancora presenti per le produzioni nazionali. “Bisogna superare gli ostacoli tecnici alle esportazioni agroalimentari italiane per riequilibrare i rapporti commerciali con le importazioni dalla Cina”, evidenzia Coldiretti.

“Una situazione – evidenzia Coldiretti – che va attentamente monitorata dall’Unione Europea per salvaguardare un settore chiave per la sicurezza e la sovranità alimentare, soprattutto in un momento in cui il cibo è tornato strategico nelle relazioni internazionali, dagli accordi di libero scambio alle guerre commerciali come i dazi di Trump, la Brexit o l’embargo con la Russia“.

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Dazi Trump massacrano agroalimentare italiano negli Usa: -7,7% delle esportazioni

Con i dazi di Trump entrati in vigore il 18 ottobre crollano del 7,7% le esportazioni Made in Italy negli Usa a dicembre rispetto allo stesso mese dell’anno precedente, in netta controtendenza rispetto all’andamento generale. È quanto emerge da una analisi della Coldiretti sulla base dei dati Istat relativi al commercio extra Ue sul quale pesano le misure tariffarie già decise dal Presidente Usa che ha minacciato peraltro di estenderle per lo scontro sulla web tax.

Dopo una crescita sostenuta delle esportazioni italiane in Usa dell’11,3% nei primi dieci mesi del 2019 si è verificato un brusco calo sia novembre (-10,5%) che a dicembre (-7,7%) successivi ai  dazi aggiuntivi del 25% che hanno colpito tra l’altro per un valore di mezzo miliardo di euro prodotti agroalimentari italiani come Parmigiano Reggiano, Grana Padano, Gorgonzola, Asiago, Fontina, Provolone ma anche salami, mortadelle, crostacei, molluschi agrumi, succhi e liquori come amari e limoncello.

Una situazione che, secondo Coldiretti, potrebbe ulteriormente peggiorare se i dazi dovessero aumentare fino al 100% ed estendersi ad altri prodotti per effetto dei braccio di ferro tra Usa e Ue sulla web tax e sulla disputa nel settore aereonautico che coinvolge l’americana Boeing e l’europea Airbus dopo che il Wto ha autorizzato gli Usa ad applicare un limite massimo di 7,5 miliardi di dollari delle sanzioni alla Ue.

“Una eventualità devastante per il Made in Italy agroalimentare che mette a rischio  il principale mercato di sbocco dei prodotti agroalimentari Made in Italy fuori dai confini comunitari e sul terzo a livello generale dopo Germania e Francia”, denuncia il presidente della Coldiretti Ettore Prandini.

“L’Unione Europea – continua – ha appoggiato gli Stati Uniti per le sanzioni alla Russia che come ritorsione ha posto l’embargo totale su molti prodotti agroalimentari che è costato al Made in Italy oltre un miliardo in cinque anni ed è ora paradossale che l’Italia si ritrovi nel mirino proprio dello storico alleato”.

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Dazi Usa sul vino, parla importatore italiano: “Catastrofe in vista, Trump si ricreda”

Nicola Biscardo è uno degli importatori di vino italiano a rischio chiusura negli Usa. La scure dei dazi prospettati da Trump si abbatterebbe senza via di scampo su Conexport e sulla “sorella” americana Nicola Biscardo Selections. “Una catastrofe da evitare”, dice. In queste ore, Biscardo si trova negli Stati Uniti.

Un viaggio – il primo dell’anno – programmato “per tastare il terreno”, dal momento che oggi scade la possibilità di presentare osservazioni al Dipartimento del Commercio americano (Ustr), prima che venga presa una decisione definitiva sull’applicazione di dazi fino al 100% su tutti i vini europei, per effetto della sentenza AirBus.

Operativa dal 1987, la Nicola Biscardo Selection è cresciuta in fretta, in un mercato che vale per l’Italia 1,7 miliardi di euro. Dalle 6 aziende iniziali, messe insieme dal padre in altrettante regioni (Trentino Alto Adige, Piemonte, Toscana, Marche e Friuli Venezia Giulia, dal quartier generale del Veneto) il portafogli si è allargato a 33 cantine.

Nicola Biscardo, qual è il giro d’affari delle sue aziende?
Conexport, l’azienda esportatrice, e Nicola Biscardo Selection, l’azienda che importa dagli Usa, raggiungono i 3 milioni di euro di fatturato annuo. Abbiamo anche aperto una terza azienda di distribuzione nell’Illinois, la Simple Farmer Wines, che ha chiuso il 2019 sfiorando i 5 milioni.

In quanti Stati siete operativi?
Siamo operativi in 22 Stati, con altrettanti distributori locali. Siamo invece distributori ufficiali nell’Illinois.

Quanto è preoccupato dai dazi prospettati da Trump?
L’argomento è molto scottante e non dormiamo con tutti e due gli occhi chiusi, ormai da un paio di mesi. Siamo in grande agitazione e fermento: di fatto, il governo americano deve prendere una decisione sulla nostra vita. Se si deciderà per i dazi al 100%, il gioco, per noi, sarà finito.

La mia azienda americana andrà in fallimento, la manderemo in liquidazione. Probabilmente vedremo di far sopravvivere la sola azienda nell’Illinois, che distribuisce anche vini di altri Paesi, non solo quelli italiani. Anzi, la maggior parte del fatturato deriva dalla vendita di vini provenienti dalla California.

Crede davvero che si concretizzi la minaccia del 100% di dazi?
Non credo assolutamente che Trump imporrà il 100% a valore sui prodotti europei, perché l’impatto negativo di questo provvedimento investirebbe l’economia degli Stati Uniti, ancor prima di quella europea. Ritengo che il governo Usa decida di applicare il 25% anche sui prodotti italiani, limitando i danni.

In questo caso, quale sarebbe lo scenario?
Se questo dovesse accadere non sarebbe la fine catastrofica annunciata con i dazi al 100%, ma un danno economico per noi forte: il mercato americano con un tariffa così, si aspetta che venga assorbita alla fonte, dunque che se ne facciano carico i produttori italiani che devono far pagare meno il loro prodotto, gli importatori americani, ma che non venga tradotto in un aumento del 25% del costo del prodotto sullo scaffale americano.

La filiera del vino riuscirebbe ad “assorbire” dazi al 25%?
Ci sarà un danno economico serio per gli importatori come me. Ma saremo in grado di sopravvivere, chi più, chi meno (bene). Col 100% sarebbe la fine: una vera e propria catastrofe, da scongiurare a tutti i costi.

Eppure Trump sembra avere il vento in poppa, negli States
L’economia vola negli Stati Uniti. Trump gode di un vasto consenso, anche perché la performance dell’economia americana traina l’occupazione. Gli Usa sono prossimi allo zero nei livelli di disoccupazione (3,6% per l’esattezza, con l’Italia al 9,7% a ottobre 2019, ndr) e questo non può che essere un altro elemento in favore di Trump.

Trump, anche in ottica impeachment, potrebbe dunque essere clemente?
Certamente guarda con grande attenzione al mantenimento del gradimento elettorale. I dazi al 100% sul valore dei prodotti europei darebbe un duro colpo all’economia americana. Bisogna infatti ragionare in ottica di filiera.

I piccoli e medi importatori, ma anche colossi come Southern Wine & Spirits, Premier Wine & Spirits, Republic National Distributing Company, Michael Skurnik Wines o Winebow si ritroverebbero senza prodotti da vendere, per via dei costi all’origine.

L’americano medio ha capito cosa potrebbe accadere?
Direi di no! Sostengono che berranno più vini californiani, dell’Oregon, del Cile dell’Argentina, del nuovo mondo. Ma non è così semplice. Perché non è solo il vino e il food ad essere interessato da un simile provvedimento. Pensiamo solo agli spedizionieri, alle compagnie navali in partenza dall’Europa, ai camion, ai porti americani vuoti.

Ma anche ai facchini, gli autotrasportatori, i padroncini. Per non parlare dei magazzini: tutti gli importatori europei hanno magazzini o in New Jersey o in Calinfornia, che sono gli hub di arrivo della merce europea.

Sono magazzini di proprietà americana. Migliaia di metri quadrati che rischiano di rimanere vuoti, con conseguenze che potrebbero interessare anche il mercato immobiliare. Per non parlare del mercato dell’automobile, interessata con furgoni e mezzi di trasporto. Il prodotto “vino”, in sé, è solo la punta dell’iceberg.

Eppure, secondo dati Nomisma Wine Monitor, gran parte degli americani beve americano
Vero, ma quanto sarà veloce lo switch dei consumatori dal vino dell’estero non più disponibile all’aumento dei consumi di vino nazionale? Quanti ristoranti, italiani e non, saranno in grado di cambiare le carte dei vini, in poco tempo, di punto in bianco? D’altro canto, sul fronte prezzi, i vini locali andrebbero alle stelle.

Gli importatori locali si sono mossi con decisione contro il provvedimento?
Per evitare dazi al 100%, i professionisti locali stanno inviando al Congresso i loro report. La tesi principale è che il provvedimento rischia di mettere in ginocchio gli americani, prima ancora degli europei. La scorsa settimana, non a caso, sono andati in audizione diversi manager delle grandi aziende locali.

Personalmente, già un mese fa ho ricevuto il link per poter inviare al Governo le mie considerazioni, come tutti i distributori locali con cui collaboro nei vari stati. Dal punto di vista Usa ho assistito a una grande mobilitazione del settore, che si è dato molto da fare, in massa, per far comprendere la pericolosità del provvedimento.

E le autorità italiane? Ha percepito vicinanza?
Delle iniziative italiane, in America, non è giunta notizia: non ho sentito nessuno dei miei distributori lodare le azioni del nostro Paese contro i dazi, siano esse delle istituzioni o degli organismi della filiera. Sarò negli States per le prossime tre settimane proprio per testare il mercato, a fronte dell’imminente decisione.

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Dazi Usa sul vino italiano: inviata a Bruxelles la petizione di 207 vignaioli

La petizione contro i dazi Usa sul vino italiano firmata da 207 vignaioli è stata inviata alle 11 di questa mattina a Bruxelles e Roma. Lo annunciano i promotori dell’iniziativa, su Change.org. “Le istituzioni europee, per prime, hanno l’onere di tentare di superare la guerra a colpi di dazi con gli Stati Uniti”, si legge nell’annuncio.

I vignaioli invitano a non smettere di firmare il documento: “Continua a sostenere questa petizione che la prossima settimana sarà consegnata all’autorità della Repubblica Italiana, per sensibilizzarle riguardo a questo fondamentale rischio per il nostro mondo. Grazie ancora dell’aiuto”.

La petizione finirà presto tra le mani dell’Ue Commissioner for Agriculture and Rural Development, Janusz Wojciechowski, e in quelle del presidente del Parlamento Europeo, David Sassoli.

Tra i destinatari anche il Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali rappresentato da Teresa Bellanova, il deputato della Camera Paolo Gentiloni, il Ministro degli Affari Esteri Luigi Di Maio e Filippo Gallinella, Presidente della Commissione Agricoltura.

BELLANOVA: “SERVE UN FONDO AD HOC”
Nelle stesse ore, la ministra Bellanova ha scritto nuovamente al Commissario europeo Phil Hogan, atteso a Washington martedì 14 gennaio per scongiurare la penalizzazione dell’agricoltura e dell’agroalimentare europei.

Non un minuto da perdere e un’azione forte dell’Europa. Utilizzare tutte le armi della diplomazia politica. Costituire immediatamente un Fondo ad hoc, senza assolutamente intaccare le risorse Pac, per affrontare questa e altre crisi commerciali.

Nell’immediato, sostenere le aziende dell’agroalimentare italiano ed europeo colpite ingiustificatamente dai dazi. Infine, ma non ultimo: mantenere l’unità d’azione europea e la coesione tra gli stati membri che la strategia dell’amministrazione statunitense sta a colpi di dazi tentando di minare. Queste le richieste di Bellanova a Hogan.

Dopo la prima lettera di ottobre e i numerosi incontri istituzionali a Bruxelles – spiega – ho ritenuto urgente sollecitare ancora una volta il Commissario Hogan in vista della sua imminente missione a Washington.

Bisogna mettere in campo ogni sforzo negoziale per scongiurare la penalizzazione che rischia di colpire ulteriormente da subito, e con un peso che si annuncia infinitamente maggiore del precedente, l’agricoltura e l’agroalimentare europei”.

“Non è accettabile – continua la ministra – che agricoltori e imprese paghino dazi addirittura al cento per cento del valore come quelli previsti dalla revisione in corso delle misure. Sarebbe una debacle, che dobbiamo assolutamente scongiurare. Ed è assolutamente necessario costituire un Fondo europeo per sostenere le imprese. Prendendo le risorse dal bilancio europeo e non dai fondi agricoli, perché altrimenti l’agricoltura pagherebbe due volte”.

Per Bellanova, “bisogna agire con assoluta urgenza e fare seguire azioni concrete ad impegni e assicurazioni verbali più volte rimarcati. Le nostre imprese hanno già pagato l’embargo russo e non sanno cosa aspettarsi da Brexit. E noi non possiamo muoverci solo dopo che il disastro è accaduto. Dobbiamo farlo prima e dobbiamo farlo subito”.

Per questo, scrive la Ministra Teresa Bellanova a Hogan, bisogna “mantenere l’unità d’azione dell’Unione Europea e la coesione tra Stati membri. Coesione che rischia invece di venire meno, laddove le nuove misure venissero a colpire in maniera sproporzionata alcune categorie di prodotti agroalimentari europei: nel nostro caso, dopo aver gravemente danneggiato il lattiero-caseario, l’ampliamento ipotizzato nella lista finirebbe per colpire nostre filiere strategiche come quelle viti-vinicole, delle carni lavorate, dell’olio di uliva e degli agrumi”.

“L’impatto non sarebbe sostenibile per le nostre imprese che hanno investito molto in questi anni e che, senza adeguate misure compensative, resterebbero di fatto escluse dal mercato americano”. Ecco allora la seconda priorità, ormai indifferibile dinanzi al quadro che si annuncia: la costituzione a livello europeo di uno strumento adeguato di intervento “in grado di affrontare crisi commerciali come questa, senza intaccare le risorse della Pac”.

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Dazi Usa sul vino italiano, solo 12 mila osservazioni al Dipartimento. L’appello Uiv

Ad oggi le osservazioni arrivate al Dipartimento del Commercio americano (Ustr) in merito ai dazi sul vino italiano sono circa 12 mila. Un numero ancora troppo basso in vista della conclusione delle consultazioni, prevista per il 13 gennaio. Il rischio è che i nuovi dazi interessino fino al 100% del valore della merce proveniente dall’Ue, finita sulla lista di Trump dopo la sentenza AirBus.

“In questo scenario di estrema incertezza – commenta Ernesto Abbona, presidente di Unione Italiana Vini – abbiamo agito da subito presso le istituzioni nazionali ed europee sollecitando la massima attenzione e un dialogo attivo con i nostri partner americani, per scongiurare un danno enorme e ingiustificato nei confronti del mondo del vino italiano”.

Uiv ha destinato un importante investimento economico in un’azione senza precedenti: una campagna di comunicazione social, in coordinamento con gli importatori delle nostre aziende, verso i consumatori americani e gli operatori della filiera (ristorazione, distribuzione, ecc.), affinché partecipino alla public consultation, facendo sentire la propria voce all’Amministrazione USA.

In collaborazione con gli stessi importatori e la loro associazione di rappresentanza (NABI) UIV sta, inoltre, coordinando un’articolata azione di lobbying verso il Congresso.

“La tutela del business e dei posti di lavoro in America dei soggetti che oggi importano i nostri vini e hanno investito nei nostri brand – conclude Abbona – è uno degli argomenti che potrebbe convincere il governo di Trump a esonerare il nostro settore e il nostro Paese da eventuali misure”.

Un appello a tutte le aziende vitivinicole italiane e a tutti gli operatori del vino italiano negli USA – importatori, distributori, ristoratori e addetti ai lavori – affinché si mobilitino e aderiscano alla consultazione pubblica che deciderà le sorti dei prodotti vitivinicoli italiani.

“Uiv – puntualizza Paolo Castelletti, segretario generale di Uiv – si sta fortemente mobilitando direttamente con gli importatori americani, supportati anche dall’Ambasciata d’Italia a Washington, che ringraziamo, per un’azione di coordinamento con i soggetti che verrebbero direttamente danneggiati dalle misure del governo americano”.

“Quindi bisogna agire subito. L’imposizione di un dazio al 100%, metterebbe completamente fuori mercato i vini italiani con conseguenze disastrose per le imprese, i viticoltori, i territori”, sottolinea Castelletti.

Gli Stati Uniti sono la prima destinazione, in volume e in valore, delle vendite di vino italiano, circa 1,5 miliardi di euro, corrispondenti a oltre 3,3 milioni di ettolitri. Questi numeri, insieme agli investimenti e agli ambiziosi progetti di promozione che le imprese continuano a moltiplicare, dimostrano come il mercato americano sia vitale e insostituibile nel breve-medio periodo.

“Chiediamo pertanto – aggiunge Castelletti – a corredo di un impegno concreto delle associazioni e delle aziende, un’azione diplomatica forte del Governo, appellandoci alla sensibilità ed al senso di responsabilità del presidente del Consiglio Conte e dei ministri Di Maio e Bellanova”.

“Il settore del vino italiano – conclude Castelletti – non può essere chiamato a pagare il prezzo altissimo di una guerra commerciale che potrebbe compromettere irrimediabilmente l’equilibrio della filiera. Nessuna misura di sostegno al settore potrà compensare le gravissime perdite di quote di mercato che potremmo subire”.

Imbarazzi, invece, all’interno della Fivi – Federazione italiana vignaioli indipendenti, dove l’iniziativa un cospicuo numero di associati – nel concreto, una petizione ancora online su Change.org – senza il placet ufficiale della presidente Matilde Poggi e del Cda, ha sottolineato le divisioni tra le correnti.

Aspro il commento del guru del Timorasso, Walter Massa, in esclusiva a WineMag.it: “Fivi faccia più sindacato, non solo il Mercato di Piacenza“. La risposta della presidente Poggi? “No comment”.

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Dazi Usa su vino italiano, Walter Massa: “Fivi faccia più sindacato, non solo il Mercato”

Fivi faccia più sindacato, non solo il Mercato di Piacenza“. Con queste parole il vignaiolo Walter Massa commenta la decisione di non firmare la petizione lanciata da 140 produttori contro i dazi sul vino italiano prospettati da Trump, negli Usa. Tra i primi firmatari, alcuni nomi di spicco della Federazione italiana vignaioli indipendenti (Fivi), tutti molto attivi sui social: Marilena Barbera, Gianluca Morino e Michele Antonio Fino.

In ballo c’è il Made in Italy enologico negli Usa, che vale 1,7 miliardi di euro sui 4 complessivi dell’Ue. L’Italia, di fatto, è il secondo Paese esportatore di vino negli Stati Uniti, dopo la Francia. Ma nel documento, che sarà inviato alle istituzioni italiane ed europee, non viene mai nominata Fivi.

Dal canto suo, la presidente Matilde Poggi ha scritto al neo commissario all’Agricoltura e allo Sviluppo rurale Janusz Wojciechowski, sollecitando “un’azione politica condivisa da tutti i paesi europei”. “Ad oggi il Commissario non ci ha ancora risposto – ha fatto sapere Poggi agli associati – vi terremo aggiornati con la riapertura dei lavori a Bruxelles, dopo le festività”.

La presidente ha quindi invitato gli iscritti Fivi a firmare la petizione: “Un’azione politica – così la descrive Poggi (nella foto, sotto) – per difendere il nostro settore da queste scellerate minacce del governo americano. Il sostegno di ognuno di noi è importante”. Una sorta di “appoggio esterno” che non convince Walter Massa.

“Non ho firmato la petizione – spiega in esclusiva a WineMag.it il vignaiolo piemontese – per un discorso di coerenza. Sono ancora socio Fivi e, per questo, pretendo che Fivi inizi a lavorare e a pensare seriamente come Associazione”.

Questo conferma la sofferta decisione di candidarmi senza appoggi alle ultime elezioni con i risultati elettorali conseguenti e inizia a chiarire la mia posizione, che alcuni definirono ambigua”.

“In Fivi – continua Massa – trovo oggi un vuoto culturale, ideologico e propositivo che le impedisce di dire la sua. L’associazione è nata con delle idee, è sana, ha una presidente che stimo, ma è gestita da un direttivo privato di figure determinanti e che comprende alcuni membri culturalmente troppo fragili e lontani dal mondo dell’Agricoltura veracemente artigianale”.

Parole che pesano come macigni. “Fivi – prosegue Walter Massa – è nata per rappresentare i vignaioli italiani e portare avanti le loro istanze nei tavoli istituzionali, che siano europei, nazionali, regionali. Per questo credo che non si debba pensare solo al Mercato, ma di più al sindacato“.

Non tanto per fare paura a Trump o al suo successore – precisa – ma perché da intendersi come ‘sindacat‘, una parola che unisce chi ha un intento etico come quello voluto da me, Charrère, Pieropan, Pantaleoni, Bucci, Petrilli e altri, quando abbiamo fondato la Fivi, nel 2008″.

“La Fivi – sottolinea ancora il vignaiolo artefice del miracolo Timorasso – deve entrare nell’immaginario collettivo e far sì che chiunque si candidi ad elezioni politiche in Italia tenga in considerazione il ruolo della Federazione. Il Mercato Fivi di Piacenza è fondamentale e importantissimo, ma inizia e finisce nella testa dei winelover e degli addetti ai lavori”.

Nonostante ciò, Massa si dice fiducioso: “Confido in una presa di posizione ufficiale della Fivi, utile a far comprendere che l’agricoltura non può essere ostacolata dai dazi, né alimentata da contributi pubblici”.

Fivi, tieni accesa la fiamma

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Petizione contro i dazi sul vino italiano negli Usa: quasi raggiunto il “quorum”

La petizione contro i dazi sul vino italiano decisi da Trump negli Usa ha quasi raggiunto il “quorum” di 1500 firme sulla piattaforma Change.org (1.429 alle ore 18.55 odierne). “Aiutaci a difendere il vino e chi ci lavora! Help us defending the wine industry!” è stata promossa da Michele Antonio Fino e trova tra i primi firmatari altri due noti vignaioli italiani, Marilena Barbera (Sicilia) e Gianluca Morino (Piemonte).

Ecco il testo completo della petizione che sarà presentata al Ministro delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali, Teresa Bellanova, all’Eu Commissioner for Agriculture and Rural Development, Janusz Wojciechowski, al presidente del Parlamento Europeo, David Sassoli, al deputato della Camera, Paolo Gentiloni, al Ministro degli Affari Esteri, Luigi Di Maio e a Filippo Gallinella, Presidente della Commissione Agricoltura, Camera dei Deputati.

Siamo vignaioli italiani, piccoli e grandi, proveniamo da tutte le Regioni italiane ed abbiamo un unico, comune obiettivo: produrre vini di grande qualità che contribuiscano all’economia del nostro Paese e al consolidamento della sua reputazione nel mondo.

Gli Stati Uniti sono un mercato estremamente importante per i nostri vini, un mercato che insieme alle nostre famiglie abbiamo costruito con fatica, impegno quotidiano ed enorme investimento di tempo e risorse, con quelle che fino a pochi giorni fa consideravamo come prospettive di sviluppo per gli anni a venire che avrebbero garantito lavoro e reddito per noi e per i nostri collaboratori.

In questi giorni assistiamo sconcertati agli sviluppi della disputa DS316 presso la WTO, riguardante “European Communities and Certain member States — Measures Affecting Trade in Large Civil Aircraft”. Una disputa in cui il vino, insieme ad altri prodotti agroalimentari di origine europea, è solo una vittima collaterale.

Il valore dell’export agroalimentare dall’Europa verso gli Stati Uniti si aggira sui 22 miliardi di Euro; di questi, il valore del vino europeo è pari a 4 miliardi, e pesa per il 75% sulle complessive importazioni statunitensi di vino. L’Italia, con oltre 1,7 miliardi di euro, è il secondo esportatore di vino dopo la Francia.

Sono numeri impressionanti che rappresentano il lavoro di migliaia di aziende con decine di migliaia di addetti; piccole aziende, per la maggior parte, che costituiscono il tessuto fondamentale dell’agricoltura italiana.

Sono piccole aziende che non soltanto generano reddito per i produttori e i loro collaboratori: esse sono custodi dei territori nei quali operano, difendono il nostro Paese dal dissesto idrogeologico, presidiano le campagne impegnandosi nella difesa dei suoli e contribuiscono a moderare gli effetti del cambiamento climatico.

Inoltre, esportando i loro prodotti, concorrono a consolidare la reputazione dell’Italia nel mondo, promuovono la nostra cultura e mantengono solidi rapporti con i nostri connazionali all’estero, si fanno ambasciatori di uno stile alimentare (la dieta mediterranea) e di vita che genera, in cambio, consistenti flussi turistici, un altro settore fondamentale per il nostro Paese. Tutto questo oggi è a rischio.

L’incremento del 100% dei dazi statunitensi sull’importazione di vini ed altri prodotti agroalimentari europei rischia di distruggere in breve tempo quanto abbiamo costruito in decine d’anni di lavoro ed impegno costante. Dazi che non sono legati a dinamiche interne al settore agroalimentare, ma che vengono trasferiti ad esso come misura di rappresaglia commerciale per i sussidi che alcuni Paesi europei hanno erogato all’industria aeronautica.

Tutto questo è profondamente sbagliato. La viticoltura italiana non può diventare la merce di scambio sul tavolo dell’industria aeronautica o di quella delle digital companies, e i vignaioli italiani non devono diventare le vittime di una guerra iniziata su altri fronti, e che dovrebbe essere risolta attraverso mediazioni condotte su ampia scala.

Noi diciamo no a questa guerra commerciale, e ci schieriamo al fianco dei nostri importatori e distributori americani, che in queste settimane hanno avviato numerose campagne di informazione e sensibilizzazione nei confronti dell’Amministrazione USA e della USTR, alle quali sono state indirizzate migliaia di commenti e di appelli affinché i nuovi dazi non entrino mai in vigore, e affinché vengano sospesi i dazi del 25% già in essere per alcuni vini europei.

Chiediamo ai nostri Rappresentanti al Governo nazionale e in Europa di farsi immediatamente carico di una questione capace di devastare tutto il comparto vitivinicolo continentale, e che non lascerà indenni nemmeno i mercati più lontani dagli USA per via della necessità di ricollocare rapidamente e improvvisamente i prodotti destinati oltre Atlantico, con intuibili e irreversibili ripercussioni sui prezzi e sulle nostre quote di mercato”.

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Dazi Usa sul vino, Castelletti (Uiv): “Indispensabile coinvolgere importatori americani”

“In questo scenario di estrema incertezza, oltre alle azioni istituzionali già intraprese da hashtag unioneitalianavini a livello nazionale ed europeo, riteniamo indispensabile coinvolgere gli importatori americani, che verrebbero indirettamente danneggiati dalle misure del loro governo”. Così Paolo Castelletti, Segretario generale Unione italiana vini (Uiv).

Il 6 dicembre 2020, il Dipartimento del Commercio Americano (Uster, United States Trade Representative) ha avviato una consultazione, pubblicando una lista di prodotti che potrebbero essere colpiti da nuovi dazi, fino al 100% del valore della merce.

L’elenco contiene anche i vini italiani. La consultazione si concluderà il 13 gennaio 2020, mentre la revisione della lista dei prodotti interessati dalle tariffe è prevista per il 15 febbraio.

“La tutela del business e dei posti di lavoro in America dei soggetti che oggi importano i nostri vini e hanno investito sui nostri brand – aggiunge Castelletti – è uno degli argomenti che potrebbe convincere il governo di Trump a esonerare il nostro settore e il nostro Paese da eventuali misure”.

“Riteniamo fondamentale un’azione ‘forte’ di tutti gli importatori Usa contro l’imposizione di dazi sui vini italiani ed europei, mediante la loro partecipazione alla public consultation di Ustr”, conclude il Segretario Uiv.

Il silenzio sui dazi Usa di Trump. E i “dazi” della critica enogastronomica italiana

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Il silenzio sui dazi Usa di Trump. E i “dazi” della critica enogastronomica italiana

EDITORIALE – Da un lato i dazi di Trump, che potrebbero decimare (se non annientare) le esportazioni di vino italiano negli Usa, soggette al 100% di ricarico. Dall’altro gli attacchi social di qualche produttore di vino del Belpaese alle “testate giornalistiche” italiane, colpevoli di non fare abbastanza informazione sull’argomento: “Tutto tace“, scrive per esempio il vignaiolo Fivi piemontese Gianluca Morino su Facebook. Un quadro che mette a nudo il sostanziale stallo – per non parlare della vera e propria involuzione – dell’editoria enogastronomica italiana. La situazione – se non fosse chiaro – è drammatica. Da una parte e dall’altra della bottiglia. O della penna, s’intende.

Chi chiede alla stampa di schierarsi non sa – o non considera – che il giornalismo (non solo quello enogastronomico) in Italia è sostanzialmente morto. Si scrive in prima persona, si attacca chi prova a cambiare il sistema, si accusa di far marchette chi, nella duplice veste di editore e direttore responsabile di una testata, cerca di tenere in piedi tra mille sacrifici personali gli unici due progetti editoriali “di rottura” presenti in Italia.

Una duplice veste dettata, appunto, dall’assenza di editori puri, interessati a promuovere contenuti più che pubblicità. Un invito spassionato giunga a chi oggi si appella alle “testate giornalistiche” contro i dazi di Trump: chiedete di difendervi – facendo i nomi – a chi vi prospetta premi per portare i vostri vini in giro per il mondo, per cifre che si aggirano attorno ai 30 mila euro.

Chiedete di prendere posizione a chi intasca i vostri soldi per due foto col vostro vino in mano pubblicate su Instagram, col nome dell’account che richiama l’Ais (Associazione italiana sommelier). Chiedete di difendere il Made in Italy enologico a quelle testate a cui pagate fior di redazionali, mai pubblicati come tali.

Perché chi si sorprende del silenzio, spesso, è lo stesso che alimenta forme alternative all’informazione professionale. E non è il caso di Morino. La stampa, insomma, pare tornar buona solo al momento del bisogno.

Potremmo scrivere tutti a Trump, o potremmo averlo già fatto, senza fare troppa pubblicità. Potremmo anche fare tutti fronte comune, ma per cosa? Cosa hanno fatto le istituzioni italiane, sino ad ora, per bloccare Trump?

Troppo poco, se non nulla. L’ultimo comunicato della ministra Bellanova (Mipaaf) riguarda un (seppur nobilissimo) bando Agea per gli indigenti. Non resta che sperare che resti qualcosa di buono sotto al ciuffo di Donald. Cin, cin.

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Maurizio Galimberti: come porto il vino italiano in Sud America

Baffo bianco all’insù, alla Salvador Dalí. Camicia slacciata sul petto che, a 61 anni, puoi permetterti solo se hai girato mezzo pianeta. Un bulldog inglese di 10 anni, Matok, come inseparabile compagno. Maurizio Galimberti, di Saronno (Varese) come il famoso “Amaretto”, è un ambasciatore del vino e della buona cucina italiana in Sud America.

Madre svizzera, padre di Monza. Un cittadino del mondo, già in fasce. Oggi, con la sua società, porta Oltreoceano alcune tra le eccellenze del vino Made in Italy. Duecentomila bottiglie in Centro e Sud America, in Paesi come Colombia, Ecuador, El Salvador, Panama e Nicaragua. Nazioni dove il vino italiano è molto apprezzato, anche se non alla portata di tutti.

Un business reso possibile da un’attenta selezione di Franciacorta, Supertuscan e Prosecchi di fascia medio-alta. Nel portafoglio di Maurizio Galimberti, sommelier Ais prima e degustatore Onav poi, alcune tra le etichette icona del Made in Italy del vino. Una rete di distributori locali le piazza poi in grandi hotel e catene alberghiere di lusso, come le Trump Tower.

A favorire il business, una fiscalità che invoglia le imprese a operare in Sud America. Basti pensare che, in alcuni Paesi, la pressione fiscale si ferma al 27% dell’utile. Una soglia nettamente inferiore al 64,8% dell’Italia. Ma non è tutto oro quello che luccica.

“Le spedizioni sono molto costose – evidenzia Galimberti – perché occorre attrezzarsi con container refrigerati. Occorrono 4-5 mila euro per la spedizione di un singolo container da 6 pallet, per un totale di 2.700 bottiglie. Il container grande conviene: costa 6-7 mila dollari, ma ci stanno il doppio dei bancali. Le consegne, tra navigazione, soste in dogana e rallentamenti di una burocrazia asfissiante, avvengono in 30 giorni circa dalla data di spedizione. E sul posto vanno poi calcolate le tasse, che si pagano in base al grado alcolico, con balzelli da mezzo grado”.

LO SFUSO DAL CILE
Ecco che una bottiglia pagata in Italia 10 euro può costare oltre 40 dollari in Centro Sud America. “Ovviamente – evidenzia Galimberti – si tratta di Paesi dove c’è un grande divario tra le classi sociali. In pochi possono permettersi le eccellenze del vino italiano. Il ceto medio e soprattutto quello basso, in America del Sud, ha l’abitudine di bere per ubriacarsi. E ci riesce pure bene con i prodotti locali: vini a basso o bassissimo costo provenienti dal continente”.

A farla da padrona, in questo mercato del “primo prezzo”, sono nazioni come Cile. Vero e proprio serbatoio dell’intera area per il vino sfuso e di bassa qualità. Se ne sono resi conto già da un pezzo in Argentina, nazione invasa dalla cifra record di 526 mila ettolitri di vino sfuso cileno, nei primi 6 mesi dell’anno corrente.

Quello del saronnese Maurizio Galimberti è invece (anche) un progetto culturale. “Chi esporta vini del proprio Paese non può perdere l’opportunità di fare cultura del buon bere e della buona cucina nei luoghi di destinazione”.

“Anche per me è stata una sorpresa scoprire che bevono molto vino rosso – sottolinea l’imprenditore – con gradazioni abbastanza sostenute, ma freddo. Impazziscono per il Cabernet e il Pinot Noir. Amano anche i nostri Brunello e i nostri Amarone, sempre dunque vini con una certa concentrazione e presenza d’alcol non indifferente”.

LA CUCINA COME CHIAVE
“Importo anche Chianti e Morellino leggeri – precisa il 61enne Saronno – che sono riuscito a far conoscere e apprezzare grazie al lavoro fatto con la comunicazione dell’abbinamento corretto del vino in cucina. Spesso i piatti locali sono poveri e dunque necessitano di vini semplici, giovani. Con ancora più fatica cerco di comunicare che il vino bianco, come Prosecco e bollicine più strutturate come quelle franciacortine, possono dare grandi soddisfazioni in abbinamento alla tradizione gastronomica Centro-Sud Americana”.

E non parla a caso Galimberti, che ha iniziato il suo percorso professionale proprio come chef. In questa veste lo si può incontrare a Rescaldina (MI), nel secondo dei tre punti vendita del retailer Zodio.

“Purtroppo – aggiunge Galimberti – non riesco a evitare che da quelle parti annacquino tutto col ghiaccio. Colpa delle campagne pubblicitarie di mostri sacri come Moet & Chandon, per i quali tutti nutrono vera e propria venerazione. Gli spot in cui si invita a mettere il ghiaccio nello Champagne non aiutano certo chi tenta di offrire upgrade qualitativi e professionali”.

A quattro anni dall’avvio dell’import, Galimberti ha le idee chiare sulle dinamiche d’acquisto di vino da parte dei sudamericani. “Dimmi dove fai la spesa e ti dirò tutto sul tuo portafogli”. A Panama sembra funzioni così. Con la popolazione che si suddivide per status sociale nella scelta delle insegne di supermercati in cui fare la spesa.

Riba Smith è la catena dei ricchi – spiega Galimberti – dotata di store bellissimi, moderni, dalla chiara impronta internazionale. C’è poi Super99, la catena dell’ex presidente Ricardo Alberto Martinelli Berrocal, fino a qualche mese fa in esilio a Miami. Un concept che, come Rey, punta su prezzi alla portata di tutti, senza disdegnare la qualità”.

I negozi “bene” si trovano nel centro della capitale Panama, dove un singolo ceppo di lattuga può costare 6 dollari. Allontanandosi dal cuore della città, i prezzi si sgonfiano. I quartieri diventano sempre più popolari. E l’insalata si compra a cassette. Nei mercati rionali.

“Il costo della vita scende a meno di un terzo”, spiega l’imprenditore. Anche perché a Panama c’è chi ringrazia il cielo con uno stipendio di appena 400 euro.

“La manodopera è un altro problema – evidenzia Galimberti – perché trovare personale qualificato in Paesi dove la ricchezza è così mal distribuita è cosa davvero rara. Se dai la mancia al cameriere di un ristorante di medio-basso livello, questo non si presenterà per un po’ sul posto di lavoro. Con 10 dollari ci vive tre giorni. Chi glielo fa fare di andare pure a lavorare?”.

E allora meglio pensare alla Trump Tower, dove il vino italiano scorre a fiumi e i soldi non mancano mai. Clienti facoltosi, auto di lusso a specchiarsi nelle ampie vetrate di quella che sembra una zanna, conficcata nel golfo del Pacifico Settentrionale. Qui il vino si paga alla consegna. Un paradiso del lusso dove i Franciacorta italiani sono molto apprezzati e tra le etichette più in voga.

Per gli amanti dei dettagli, qualche altra cifra. Quattrocentomila euro l’investimento necessario per avviare un business come quello di Galimberti, in Centro Sud America. Qualcuno ci vuole provare?

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Wine Monitor, import di vino in calo: “Brexit e Trump pesano sulla fiducia”

Dopo un 2015 in cui l’import mondiale di vino è cresciuto a valore di oltre il 10% (grazie anche al rafforzamento del dollaro che ha permesso ai produttori europei di essere più competitivi e di godere di plusvalenze nei cambi), le stime Wine Monitor sugli acquisti di vino dei primi 8 mercati – che fanno quasi i 2/3 dell’import mondiale – non sembrano restituire valori altrettanto positivi. Guardando ai principali mercati di sbocco dell’Italia, gli Stati Uniti dovrebbero chiudere l’anno con un incremento inferiore al 2% rispetto al 2015. Il Regno Unito al contrario importerà meno vino (-9%) così come la Germania (-4%), mentre il Giappone chiuderà con una crescita vicina al 3% e solamente la Cina continuerà a correre a ritmi sostenuti (quasi +20%).

“In uno scenario di mercato contraddistinto da più ombre che luci, anche i vini italiani risentono di queste incertezze e battute d’arresto dove i cali sono in larga parte generalizzati e risparmiano pochi grandi esportatori”, dichiara Denis Pantini, responsabile Wine Monitor di Nomisma. Queste valutazioni partono necessariamente dagli ultimi dati disponibili in tema di commercio internazionale (settembre), dai quali si evince una preoccupante diminuzione delle importazioni di vini fermi imbottigliati – che rappresentano oltre il 70% degli scambi mondiali della categoria – in quasi tutti i principali mercati considerati, con cali superiori al 10% nel caso del Regno Unito.

VOLA IL PROSECCO
Continuano invece a crescere le importazioni di sparkling, con i nostri vini (Prosecco in primis) che la fanno da padrone, mettendo a segno aumenti del 30% sia negli USA che in UK, a fronte di medie di mercato nettamente inferiori (nel Regno Unito, mentre l’import di spumanti dall’Italia cresce del 31%, quello totale non arriva al +1% anche a causa di un arretramento dei francesi dell’11% che però pesano ancora per il 53% sull’import della categoria). “Guardando ai singoli competitor – continua Pantini – gli spumanti italiani crescono più dei concorrenti in tutti i principali mercati di consumo tranne in Giappone dove Francia e Spagna ci surclassano e la nostra presenza è ancora marginale, mentre nei vini fermi andiamo peggio di Nuova Zelanda e Spagna negli Stati Uniti, 2 del Cile in UK, gli unici vini a crescere in un mercato in calo, e nuovamente dei neo zelandesi in Canada”.

LA POLITICA
In buona sostanza, la gran parte dei mercati sta tirando il fiato con molti operatori che sembrano stare alla finestra anche alla luce delle diverse incognite che si stanno prefigurando per il 2017.

Tra queste una Brexit che non si capisce ancora quando si farà e con una sterlina che da prima del referendum ad oggi ha perso il 13% del suo valore nei confronti dell’euro (ma ben il 19% nei confronti del dollaro australiano e neo zelandese) e, contro tutti i pronostici, l’elezione di Donald Trump a presidente degli Stati Uniti le cui dichiarazioni in campagna elettorale, se dovessero trovare conferma in provvedimenti di politica economica, potrebbero deprimere ulteriormente il commercio internazionale.

E non solo per il “congelamento” del TTIP (dato per scontato ormai da tempo), quanto per quegli interventi di tagli fiscali, investimenti pubblici e ulteriore sviluppo della produzione nazionale di petrolio che, conducendo necessariamente ad una crescita dei tassi di interesse e ad una rivalutazione del dollaro potrebbero certamente favorire le importazioni di vino italiano negli Stati Uniti, ma contestualmente finirebbero per deprimere ulteriormente le economie di quei paesi basate sull’export di commodity come la Russia, da tempo in crisi e con importazioni di vino in continuo calo.

CANADA E VIETNAM
Ed è anche per questi motivi che assumono maggiore centralità gli accordi di libero scambio che l’Unione Europea sta negoziando con i paesi terzi e che dovrebbero trovare, per alcuni di questi, l’entrata in vigore nel 2017, con benefici per l’export dei nostri vini.

Vale la pena, in questa sede, ricordarne due: il CETA e l’EVFTA, rispettivamente gli accordi con il Canada e il Vietnam, per i quali si attende la ratifica del Parlamento Europeo e l’entrata in vigore (per il Ceta in via provvisoria) entro aprile del prossimo anno.

Si tratta di accordi che prevedono l’abolizione dei dazi a carico dei nostri vini (per il Vietnam la riduzione è pari al 50% nel primo anno fino ad arrivare all’eliminazione totale entro il settimo anno), il rafforzamento della tutela delle indicazioni geografiche e la rimozione delle barriere tecniche, tra cui si segnala la diversa modalità di calcolo delle imposte ad opera dei Liquor Board delle province canadesi che dai valori passerà ai volumi di vino importato, favorendo quindi i prodotti con prezzo medio più elevato.

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