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Dry Aged: food, wine e arte nel cuore di Milano

Dry Aged: food, wine e arte nel cuore di Milano

Dry Aged è il nuovo progetto dei giovani Matteo Ferrario e Stefano Carenzi, chef e maitre, che dopo diverse esperienze gourmet hanno deciso di puntare su loro stessi. Una nuova destinazione in pieno centro Milano, tra Sant’Ambrogio e Corso Genova.

Stile urban ed eleganza informale accolgono gli ospiti in tre ambienti. Dal New York bar con tavolo social, alla sala con panoramica sulla cantina, da prenotare anche come privée. Una delle poche sale disponibili per almeno 14 persone a Milano. Infine la sala con cucina a vista attraverso un oblò, quasi un occhio magico a spiare lo chef al lavoro.

La sinergia di Matteo Ferrario e Stefano Carenzi tra cucina e servizio si concretizza nella ricerca della concentrazione del gusto, nella sperimentazione delle frollature e delle macerazioni.

A partire dalla carne, come attestano le imponenti costate che accolgono in sala, ma anche un profondo studio sul pesce e sui vegetali. Tutte le materie prime per le frollature vengono selezionate dallo chef da piccoli produttori locali. Il Dry Age vuole portare una tipologia di cucina che a Milano ancora mancava.

MATTEO FERRARIO

Una grande esperienza che, nonostante i soli 33 anni ha maturato in numerosi stellati, a partire da Ettore Bocchia, presso villa Serbelloni a Bellagio, sul Lago di Como. Poi con Stefano Baiocco, a Villa Feltrinelli, a Gargnano sul Lago di Garda. Quindi da Giuliana Germiniasi al Capriccio di Manerba e Gianni d’Amato al Rigoletto di Reggiolo.

Infine l’ultima esperienza, che conta 5 anni e dove incontra il suo futuro socio, Stefano Carenzi, da Terrazza Triennale Osteria con Vista a Milano, con lo chef Stefano Cerveni. Lo si può annoverare tra i giovani chef emergenti sulla piazza di Milano.

STEFANO CARENZI

Classe ’91, Stefano Carenzi prima di approdare al Dry Aged, ha realizzato numerose esperienze in tanti ristoranti stellati, come il suo socio. Da Joia con Pietro Leeman a Milano, al Dining Room, ristorante stellato all’interno del 5 stelle lusso The Goring Hotel di Londra. Da Oro Restaurant a Venezia, all’interno del Belmond Cipriani, al Ristorante Berton a Milano fino a ricoprire la posizione di Restaurant Manager allo stellato IT.

LA CUCINA

Tra i signature di Dry Aged spiccano sicuramente sicuramente i Mondeghili della tradizione, spinacino sautè, salsa senape e zafferano. Lo Spaghetto ai 3 pomodori mantecato con olio EVO e basilico. L’Entraña alle braci, cipolla caramellata e soffice di patate e paprika. Non mancano poi le tartare di manzo, diverse a seconda della stagionalità e che si possono trovare sia al naturale che marinate o affumicate.

Le costate, fiore all’occhiello della ricerca nelle frollature: dalla Fassona selezione “La Granda” alla Costata di Rubia Gallega. Da quella di Pezzata Rossa alla gran selezione Dry Aged. Altra specialità della casa certamente i risotti realizzati alla maniera “del Dry Aged” accostando tradizione e innovazione. Tra i dolci il Tiramisù e il “Quasi” cannolo alla siciliana.

LA CANTINA DEI VINI

Il maitre e sommelier Stefano Carenzi ha selezionato tanti produttori di nicchia, sia esteri che italiani per allestire la cantina a vista che abbraccia la sala privée. Dalla sala in cui si cena, che può essere prenotata anche per cene private, si possono ammirare tutte le etichette in esposizione e sceglierle. Una grande attenzione dedicata anche a tante etichette Triple A e della selezione Abere, tra vini naturali e biodinamici.

DRY AGED, ARTE E DESIGN

Non solo Food ma anche Arte e design, due componenti fondamentali che caratterizzano il dna del Dry Aged. La scultura lampadario dal design futuristico che con i suoi giochi di luce illumina il pavimento originale anni Venti nelle sale principali. Inoltre i neon rosso fuoco che inondano le pareti color azzurro petrolio in un graffiante contrasto. Dettagli che accompagnano l’ospite in una sorta di viaggio punk rock tra opere d’arte contemporanea, fotografia e street art.

Una selezione di opere unica in cui troviamo un “Joker” originale di No Curves, lo pseudonimo dietro il quale si nasconde uno dei più famosi artisti della tapeart di tutto il mondo. Opera che sorprende per il suo stile unico e geometrico, caratterizzato dalla totale assenza di curve rotondità. Inoltre le visioni veneziane di Obey, tra i maggiori street artist contemporanei, sino alla città di Milano interpretata dal calligrafo Giuseppe Caserta.

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Barolo, vigneto storico estirpato. Il Comune: “Molte piante malate, impossibile salvarlo”

BAROLO – Era “irrecuperabile” e “impossibile da ristrutturare”, per via della presenza di “diverse piante che manifestavano flavescenza dorata e altre virosi” il vigneto storico di proprietà del Comune di Barolo, estirpato a gennaio. A riferirlo a WineMag.it è l’assessore Federico Scarzello, in seguito alle polemiche generate da un editoriale apparso sul magazine Triple A.

Tra le ipotesi c’è anche quella che l’appezzamento – 1.600 metri all’incrocio tra le vie Alba e Lomondo, in località Muscatel di Cannubi – possa diventare un campo sperimentale per il Nebbiolo o altre varietà allevabili in Piemonte, in collaborazione con l’Università di Torino. Il Comune esclude al contempo “qualsiasi forma di cementificazione, dato che la destinazione d’uso lo vieta”.

A gestire in comodato questo triangolo di terra all’inizio del paese, dal 2003, era il vignaiolo 74enne Giulio Viglione, subentrato al precedente conduttore che aveva rinunciato a coltivarlo, perché “poco produttivo”.

“Negli ultimi tre anni – spiega Scarzello a WineMag.it – abbiamo comunicato al conduttore la nostra intenzione di non rinnovare il contratto nel 2020 e, anche per questo, siamo rimasti sorpresi dalla polemica. Il signor Viglione non ha avuto nulla da ridire nei nostri confronti e a gennaio ha lasciato il terreno”.

“Quella di estirpare il vigneto – prosegue l’assessore del Comune di Barolo – è stata l’ultima ipotesi. Ancor prima, abbiamo contattato la più nota azienda del settore che si occupa di ‘ristrutturazioni’. I tecnici ci hanno sconsigliato di procedere in quell’ottica, evidenziando tra l’altro che solo un 25% delle piante aveva circa 80 anni”.

“Il resto – evidenzia ancora Federico Scarzello – era già stato rimpiazzato. Sono risultate inoltre presenti molte fallanze, nonché problemi di flavescenza dorata, già segnalati al Comune da alcuni proprietari di vigneti confinanti a quello in comodato d’uso al signor Viglione: non certo una bella ‘pubblicità’ per il Comune, insomma”.

Sempre secondo quanto riferito dall’assessore, il vigneto di Nebbiolo – iscritto a Barolo – presentava anche “tre filari di Barbera nella parte più bassa, le cui fallanze erano state sostituite con piante di Nebbiolo”. Proprio queste piante soffrivano del terribile giallume. I lavori di scasso, interrotti a causa dell’emergenza Coronavirus (Covid-19), procederanno nei prossimi mesi.

“Non abbiamo fretta per il reimpianto e per decidere a chi affidare il vigneto e con che formula – annuncia ancora Federico Scarzello a WineMag.it – anche perché intendiamo far riposare il terreno il giusto tempo, cosa che ormai non si fa più, neppure nelle Langhe, ma che la terra richiede”.

“Visto il valore dei nostri vigneti accresciuto negli anni, ed essendo un appezzamento di proprietà comunale e non privata, intendiamo procedere con la migliore ipotesi percorribile, nell’interesse di tutta la comunità”, chiosa Scarzello.

Curiosa la storia del vigneto storico del Muscadet di Cannubi. L’area è stata donata al Comune di Barolo da Luigi Rinaldi, all’inizio degli anni Ottanta. Un lascito a scopo benefico. Ma col vincolo, per l’ente, di realizzare opere a carattere sociale, con particolare attenzione agli anziani del paese.

Tra le proprietà figurava anche una casa, che oggi ospita alloggi di edilizia popolare. L’idea di realizzare un centro assistenza per gli anziani, più vasto, è stata abbandonata e la destinazione d’uso a “verde” del vigneto è stata messa nero su bianco, prima del 2003.

“Se fosse stato possibile il reimpianto e avessimo voluto procedere con la selezione massale dalle vecchie viti – commenta l’assessore Federico Scarzello – il materiale a disposizione nel vigneto sarebbe stato davvero scarso e il progetto sarebbe dovuto partire 6 o 7 anni fa, in collaborazione con qualche vivaista. Non escludiamo che per il reimpianto sarà utilizzata la massale piuttosto della clonale, ma approfittando di altri vigneti storici”.

“Quello che tengo a sottolineare – conclude Scarzello – è che il Comune di Barolo non è retto da ignoranti o gente che non sa quello che fa: metà del Consiglio comunale è occupato da consiglieri che sono produttori di vino, tra cui il sottoscritto. Possedere un vigneto storico è preziosissimo, ma non in questo caso”.

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Approfondimenti

Fisar al Salone del Gusto: più di 100 sommelier impegnati a Terra Madre

TORINO – Sono più di 100 i sommelier Fisar – Federazione Italiana Sommelier Albergatori Ristoratori – impegnati nella conduzione di degustazioni e laboratori esperienziali gratuiti all’Enoteca di Terra Madre Salone Del Gusto, in Piazza Castello (Torino) da giovedì 20 a lunedì 24 settembre.

Dalle ore 12,00 alle ore 19,00, per tutta la durata del Salone, la corte interna di Palazzo Reale si trasforma in cantina dove degustare oltre 600 etichette. Profumi, sentori, aromaticità, consistenza, terroir di provenienza e sfumature di colore sono solo alcune delle caratteristiche di ogni bottiglia che i Sommelier Fisar raccontano al pubblico in un viaggio alla scoperta delle grandi eccellenze enoiche.

Presenti in degustazione 130 Chiocciole della Guida Slow Wine, vini di cantine che sposano e condividono i valori di Slow Food (organolettici, territoriali e ambientali), e oltre 220 vini premiati al Mondial des vins extrêmes, premio organizzato dal Cervim per promuovere e salvaguardare le produzioni di piccole “isole montane della biodiversità viticola“ che si caratterizzano per storia, tradizione e unicità, e privilegiano la coltura di vitigni autoctoni.

Significativa anche l’offerta degli Agricoltori, Artigiani Artisti di Triple A, con 100 etichette della ricca selezione di Velier, impegnata negli ultimi anni nella promozione culturale di vigneron che hanno fatto del contatto diretto con la propria terra, dell’artigianalità dei metodi vitivinicoli e degli interventi naturali il proprio modus operandi.

Tra questi spiccano le bottiglie del Presidio georgiano dei vini in anfora,prodotte secondo un antico metodo di vinificazione che prevede il sotterramento di grandi anfore in terracotta per la fermentazione e l’affinamento di vini bianchi e rossi.

Fisar è presente anche ai Laboratori del Gusto per guidare il pubblico alla scoperta dei vini del Progetto Vino, programma che valorizza l’eccellenza della produzione vitivinicola e la cultura enoica italiana attraverso attività di formazione e comunicazione, dedicando particolare attenzione alle selezioni territoriali come Alta Langa – official sparkling wine di Terra Madre salone del Gusto – Montepulciano d’Abruzzo, Franciacorta, Morellino di Scansano e Puglia in Rosé.

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E’ morto Stanislao Radikon, interprete degli Orange Wines

Il mondo del vino italiano perde uno dei suoi più grandi interpreti moderni. E’ morto Stanislao Radikon, conosciuto da tutti con lo pseudonimo di Stanko. L’annuncio è affidato ai social network dal figlio Sasa. “Questa notte mi è mancato un amico, un mentore, una guida, ma soprattutto mi è mancato Papà. Tonight I missed a friend, a mentor, but most of all I missed Dad. Ciao Stanko”. Queste le parole comparse sul profilo Facebook dell’erede del noto vignaiolo del Collio, in Friuli. A stroncare Stanislao Radikon una lunga malattia, che negli ultimi anni lo ha costretto lontano dalla viticoltura. I vini Radikon sono sinonimo di macerazioni spinte all’estremo (Orange Wines), di sapori e profumi estremi, contraddittori, difficilmente apprezzabili dal vasto pubblico e proprio per questo speciali.

Ribolla Gialla, Chardonnay e Oslavia, ma anche Pinot Grigio e Merlot i vitigni a lui cari, sin dall’inizio dell’attività, nel 1977. Segue l’adesione al circuito dei viticoltori “Triple A: Agricoltori, Artigiani, Artisti”. Un’adesione naturale, come il vino prodotto senza solfiti, lasciando agire Madre Natura sull’uva. Risale alla metà degli anni 90 il perfezionamento delle tecniche di macerazione, che consentono a Stanislao Radikon di ottenere importanti riconoscimenti a livello internazionale, assieme al compagno di avventure Josko Gravner. Non a caso, oggi, anche Mateja Gravner ha espresso su Facebook il suo cordoglio per la morte di Stanko, pubblicando una frase a corredo della foto d’un cielo del grigio, pieno di nuvole: “Oggi anche il cielo è triste, ad Oslavia. Danes je tudi nebo na Oslavju žalostno. Hvala Stanko”.

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Domaine de Beudon. Viaggio nella Svizzera dove si vive (e si muore) di vino

Scricchiola, appesa ai fili tesi al cielo di Fully, canton Vallese, la teleferica di Jacques Granges e Marion Granges-Faiss. Scricchiola. Sembra arrancare, a tratti. Barcolla un poco, mentre sale. Ma non si ferma. E non si fermerà mai. E’ il cuore grande di Marion e delle sue tre figlie che la tiene in funzione. Anche ora, anche oggi. Anche se per metà, quella teleferica, non avrebbe più senso d’esistere. Di raggiungere il cielo. Almeno da quel terribile 10 giugno 2016. Quel giorno che nel Valais – e non solo – nessuno scorderà più. Jacques era solo. A 870 metri d’altezza. Tra le sue vigne. Una distrazione, tra i filari. Forse a causa della fatica, dovuta alla fortissima pendenza del terreno. Il macchinario su cui si trovava si è ribaltato. Alcuni operai hanno trovato Jacques una decina di minuti dopo. Privo di vita. Per il forte trauma subìto alla testa. Inutili i soccorsi. I disperati tentativi di rianimazione. Lo attendevano per la pausa pranzo. Erano le 12.30 passate. E Jacques era un tipo puntuale. Se n’è andato così, il padre della viticoltura biodinamica svizzera. All’età di 70 anni. Se n’è andato tra le sue vigne. Tra le sue “figlie”. Tra le piante di Fendant, Riesling Sylvaner, Gamay e Pinot Nero. Se n’è andato lasciando Domaine de Beudon nelle sapienti mani della moglie Marion, che da una vita gli era accanto, anche in vigna. Per cercare di trarre il meglio, seguendo i principi della biodinamica (no diserbi, no concimi: in due parole “no chimica”) dallo splendido terroir di “loess”, come chiamano da queste parti l’argilla mista a sabbia e detriti morenici. Combattendo quotidianamente con le insidie del meteo e, in generale, con Madre Natura. Un’amica nemica da rispettare, quassù. Anche quando decide di fare la stronza. “Science, Coscience et Amour. Lo diceva sempre, Jacques. Aggiungendo subito dopo, ‘Tant Amour. Mi faceva sempre tanto ridere!'”. E’ con le parole del marito che Marion Granges-Faiss ci accoglie nella sua casa sulla montagna. Di nome e di fatto. Ci siamo fatti caricare sulla teleferica da Laura, l’impiegata storica del Domaine de Beudon. E abbiamo raggiunto l’abitazione, costruita proprio lassù. Tra le vigne eroiche. Cinque minuti di pura adrenalina, per arrivare a quasi 900 metri d’altezza. Sul cielo di Fully. Sul cielo di una Svizzera che piange ancora oggi, per la scomparsa di un grande uomo. Un rivoluzionario del vino. E della vita. Prende per mano il nipotino, Marion. Tra le dita sporche di terra il piccolo di 4 anni tiene una mela succulenta. Che sgranocchia goloso, durante il nostro tour delle vigne. Niente snack da queste parti: solo cibo genuino. La vista, tra i filari, è di quelle che mozzano il fiato. Ma è Marion che riesce a toglierti il respiro. Per davvero. Ancora più delle vertigini. E a farti lacrimare il cuore.

Cammina come un gatto tra le sue piante, Marion. Sinuosa, esperta. Delicata, decisa. E’ l’ossimoro fatto donna. Ogni tanto, tra una parola e l’altra in inglese, francese e italiano, si ferma. Si piega, sciolta. Strappa da terra un po’ di verbena e te la mette sotto il naso. “Quassù è pieno di piante officinali”, fa notare. “Ci facciamo delle buonissime tisane”. Profumi che ritroveremo nei vini del Domaine de Beudon. Chiari, netti, fini, in ognuna delle 25-30 mila bottiglie prodotte in media ogni anno dalle uve del Domaine, lavorate a Saillon nella cantina di Pierre Antoine Crettenand. “Perché noi non abbiamo mai avuto una cantina tutta nostra”, spiega Marion. Del resto di lavoro ce n’è sempre stato abbastanza tra i 7,5 ettari di proprietà della famiglia. Vigne che il 1 luglio hanno compiuto i 45 anni dal loro acquisto. Un traguardo che Jacques Granges ha solo sfiorato. “Negli anni ’70 l’acquisizione dei terreni – spiega la Signora del vino svizzero – e dal 1992 la certificazione del biodinamico, anche se fin dall’inizio ne abbiamo rispettato i princìpi. Come mai questa decisione? Perché noi siamo esseri umani e dobbiamo rispettare il nostro prossimo, ma anche l’ambiente. Il vino che produciamo, del resto, è per la gente. La biodinamica, per noi, è sempre stata più che una scelta una necessità morale: per noi, per i nostri cari, per il prossimo. Per la Terra”. Non a caso Domaine de Beudon aderisce al circuito di viticoltori Triple A – Agricoltori, Artigiani, Artisti: unica casa vinicola dell’intera Svizzera.

LA DEGUSTAZIONE
Una scelta radicale. Compiuta con la consapevolezza dell’amore per la propria terra. Ma anche una decisione preziosa, dal punto di vista enologico. I vini biodinamici non filtrati di Jacques e Marion Granges-Faiss sono ormai riconosciuti internazionalmente come straordinari. Oltre il pionierismo. Oltre certe leggi non scritte del vino svizzero, secondo le quali – per esempio – un Fendant “va bevuto giovane”. Nel calice la vendemmia 2004 Beudon si presenta ancora d’un bel giallo paglia, con riflessi verdolini. Al naso l’impagabile freschezza delle note fruttate (albicocca) e uno spunto vegetale che costituirà il fil rouge, preziosissimo, di tutta la produzione del Domaine de Beudon. Un contrasto solo apparente, in quadro in cui anche la mineralità gioca un ruolo fondamentale. Vini d’agricoltura, d’artigianato. Vini d’arte. Vini di fatica. Vini folli. Basti pensare che in occasione della vendemmia, per i bianchi è prevista una prima pressatura in “alta quota”. Il mosto scorre dunque verso il basso mediante una canalina, costruita appositamente. Una volta a “terra”, il prezioso nettare finisce nelle vasche inox per la chiarifica (dèbourbage), poi condotte alla cantina di Pierre Antoine Crettenand per la lavorazione. Per i rossi il discorso è diverso. Ancora più folle, se possibile. Le uve, raccolte in piccole cassette, vengono condotte dai 600-900 metri d’altezza delle vigne sino a terra (a 450 metri slm) mediante ripetuti viaggi in teleferica. Immaginate un ‘ascensore’ pieno di cassette d’uva appena colta a grappoli, che scende dai monti come un dono del cielo. Viticoltura eroica dal campo alla bottiglia, insomma. Ed eroico è pure il Riesling Sylvaner 2004 del Domaine de Beudon. Ottenuto da un appezzamento di 1,6 ettari situato interamente a 800 metri d’altezza, risulta aromatico come un giovane moscato al naso, nonostante i 12 anni, con un tocco di miele delicato e fine. Lunghissimo in bocca, chiude su note amarognole che ricordano vagamente il rabarbaro. La degustazione prosegue con un Johnannisberg 2013 di grandissima intensità olfattiva. Miele, erbe d’alpeggio. Si passa ai rossi, con il Gamay 2009 (13%). Un assemblaggio tra uve provenienti da diversi appezzamenti del vigneto. Splendido tannino, gran frutto. Un marchio di fabbrica garantito dalle lunghe e lente macerazioni in acciaio. “Per garantire la tipicità del vitigno”, spiega Marion. Constellation 2007 (12,5%) è invece il riuscitissimo blend tra Pinot Noir, Gamay e Diolinoir, varietà autoctona del Vallese. “Con la biodinamica riusciamo a ottenere più ‘estratto’ di tutto”, commenta ancora la viticoltrice, sorseggiando il rosso. E in effetti siamo di fronte a un vino sensualissimo. Dai profumi vellutati di frutta (piccole bacche rosse) al riconoscibilissimo sentore di rosa. Un vino sinuoso, del fascino della discretezza. Anche al palato. Dove chiude con le canoniche note di erbe officinali, persistenti, lunghe. Chiudiamo con il Petite Arvine 2014, premiato come miglior vino bianco bio della Svizzera. Lo degustiamo leggermente fuori temperatura. Ma ne apprezziamo comunque la freschezza. Bel naso, a cui risponde in bocca una portentosa struttura e calore: verbena, timo, limone. La sensazione è quasi balsamica. “Adesso le tocca raccontare che i vini svizzeri ottenuti dalla viticoltura biodinamica sono longevi”, scherza Marion. Ci “tocca”? Dobbiamo. Chapeau.

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