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Alcohol Duty, aumento tasse sugli alcolici in UK: al pub costano meno del supermercato

Alcohol Duty aumento tasse sugli alcolici in UK: il pub costa meno del supermercatoAumenti record delle accise sugli alcolici nel Regno Unito, con l’eccezione di spumanti e bevande low-alcohol. La misura varata dal governo guidato dal primo ministro Rishi Sunak, annunciata già a primavera, è entrata in vigore ieri, 1 agosto 2023. Gli aumenti – pari in media al 10% e da considerarsi i più consistenti degli ultimi 100 anni – interessano tutti gli alcolici prodotti o importati in UK. Attraverso l’Alcohol Duty, letteralmente imposta sull’alcol, Downing Street si pone l’obiettivo di «sostenere l’industria dell’ospitalità e riconoscere il ruolo vitale che i pub svolgono nelle comunità». E «riconoscere che i pub sono ambienti sorvegliati e meno associati ai danni dell’alcol». Di fatto, la birra alla spina non subirà aumenti. La stangata delle nuove accise non riguarda l’on-trade (pub, bar, ristoranti) ma solo l’off-trade: supermercati e negozi dediti alla vendita di alcolici.

L’aliquota non cambia per le birre con un tenore alcolico (ABV) inferiore all’8,5%, confezionate in contenitori di almeno 20 litri (i fusti). Nell’off-trade l’accisa passerà invece dal dal 5% al 9,2% per birra e sidro e dal 20% al 23% per il vino, gli altri prodotti fermentati – precedentemente vinificati – e i liquori. Una svolta che può dirsi epocale. Le aliquote dell’Alcohol Duty erano rimaste invariate in UK sino al 2020. Il 19 dicembre 2022, il governo ha prorogato l’attuale congelamento dell’Alcohol Duty di 6 mesi, dal 1° febbraio al 1° agosto 2023, «per dare certezza alle imprese». E ieri è arrivato il momento della resa dei conti.

SVOLTA EPOCALE PER LE ACCISE SUGLI ALCOLICI IN UK

Portafogli alla mano, l’accisa su tutti i prodotti alcolici inferiori al 3,5% di alcol in volume (ABV) salirà a 9,27 sterline per litro di alcol contenuto nel prodotto. L’accisa sul sidro fermo con almeno 3,5% e meno dell’8,5% in volume di £ 9,67 per litro di alcol. Il sidro frizzante con un minimo di 3,5% e un massimo di 5,5% di ABV costerà £ 9,67 per litro di alcol nel prodotto. E ancora: £ 21,01/litro sulla birra con almeno il 3,5% e meno dell’8,5%; £ 24,77/litro su su alcolici, vino e altri prodotti fermentati con un minimo di 3,5% e un massimo di 8,5% ABV; £ 24,77 sul sidro spumante con titolo alcolometrico superiore al 5,5% ma inferiore all’8,5%.

L’accisa su tutti i prodotti alcolici con un tenore di ABV non inferiore all’8,5% e non superiore al 22% sarà di £ 28,50 per litro di alcol contenuto nel prodotto. Si sale a £ 31,64/litro per tutti i prodotti alcolici che superano il 22% di ABV. I vini con un ABV compreso tra 11,5% e 14,5%, dunque una buona fetta dei vini italiani, saranno trattati come se avessero 12,5% vol, sino al 1° febbraio 2025. Ecco quindi il capitolo degli sgravi. Il nuovo Draught Relief, previsto tra le norme dell’Alcohol Duty, prevede una riduzione dell’imposta sui “prodotti alla spina qualificati”.

ALCOHOL DUTY: SGRAVI PER I PUB IN UK CON IL DRAUGHT RELIEF

L‘aliquota dell’accisa è stata ridotta su tutti i prodotti alcolici alla spina con meno di 3,5% ABV: costa 8,42 sterline per litro di alcol contenuto nel prodotto; il sidro alla spina con almeno il 3,5% ma meno dell’8,5% di ABV si assesta su 8,78 sterline. Lo stesso vale per il sidro spumante alla spina con un titolo alcolometrico minimo del 3,5% e un titolo alcolometrico massimo del 5,5%. Aliquota ridotta anche su birra, liquori, vino e altri prodotti fermentati alla spina con un titolo alcolometrico minimo del 3,5% e inferiore all’8,5%: £ 19,08 per litro di alcol contenuto nel prodotto. Si sale a £ 19,08 per litro.

Nelle stime del governo, la misura avrà un effetto diretto sull’indice dei prezzi al consumo (IPC). Nell’Economic and Fiscal Outlook (EFO) del marzo 2023, l’Office for Budget Responsibility (OBR) ha stimato una riduzione marginale del tasso di inflazione dell’IPC nel 2023-2024, che si annullerà parzialmente nel 2024 e nel 2025. «I consumatori di prodotti alcolici più forti – ammette Downing Street – pagheranno di più a causa della nuova struttura dell’accisa. Chi consuma prodotti alla spina nei locali “on-trade”, come i pub, pagherà meno tasse rispetto all’equivalente prodotto non alla spina nei locali “off-trade” (come i supermercati)».

ASPRE CRITICHE DALLA WINE AND SPIRIT TRADE ASSOCIATION

Sempre secondo il governo, si prevede che la misura avrà «un impatto trascurabile su un massimo di 10 mila imprese che producono alcolici nel Regno Unito, importano alcolici nel Regno Unito o sono coinvolte nel deposito di alcolici in regime di sospensione del dazio». Quello che il premier Rishi Sunak considera «un costo una tantum trascurabile» viene però duramente criticato dalla Wine and Spirit Trade Association che si dice «profondamente delusa dal fatto che il cancelliere abbia scelto di soffocare le imprese britanniche del Regno Unito, aumentando in modo significativo le imposte sul vino e sugli alcolici». Molto criticato, in particolare, l’approccio al vino.

«L’accisa su una bottiglia di vino fermo – calcola la WSTA – aumenta di 44 pence. Per i vini liquorosi gli aumenti saranno ancora maggiori: il Porto aumenterà di 1,30 sterline a bottiglia e una bottiglia di vodka di 76 pence. I bevitori di vino subiranno il più grande aumento singolo in quasi 50 anni». Ancor più duro Miles Beale, direttore generale della Wine and Spirit Trade Association: «La decisione del governo di punire le aziende e i consumatori di vino e alcolici con un aumento del 10% per gli alcolici e del 20% per il vino, a partire dal 1° agosto, è sconcertante. Si tratta del più grande aumento delle imposte sul vino dal 1975».

WSTA ALL’ATTACCO: «GRAVE DANNO ALLE CANTINE BRITANNICHE»

Questo bilancio contraddice direttamente ciò che il governo sostiene di voler affrontare. Alimenterà ulteriormente l’inflazione. Farà ricadere ulteriori sofferenze sui consumatori. E danneggerà le imprese britanniche, soprattutto quelle della filiera dell’ospitalità, che stanno ancora cercando di riprendersi dalla pandemia. Il doppio aumento delle tasse sul vino è un colpo particolarmente amaro per le aziende vinicole britanniche ricche di PMI. Ci si chiede, ancora una volta, che cosa abbia il governo contro chi sceglie di produrre e bere vino».

Sempre secondo i vertici della Wine and Spirit Trade Association, gli aumenti fiscali inflazionistici si aggiungeranno agli «aumenti furtivi delle tasse» per alcuni prodotti alcolici, che il governo ha inserito nel passaggio alla tassazione degli alcolici in base al titolo alcolometrico. «Dopo tutti gli sforzi per rilanciare le catene di distribuzione dell’ospitalità nel 2022 – attacca la WSTA – il governo non offre alcun aiuto nel 2023 per il commercio del vino e degli alcolici. E, in particolare, per i 33 milioni di bevitori di vino del Regno Unito che vedranno la loro bevanda preferita, e quella della nazione, colpita da un aumento nel bel mezzo di una crisi del costo della vita».

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Duemila chef e ristoratori scrivono a Biden per rimuovere i dazi sul vino europeo

Bruxelles non è sola nella battaglia alle tariffs aggiuntive imposte dagli Stati Uniti, in risposta alla controversia Airbus-Boeing. E gli alleati sono proprio all’ombra della Casa Bianca. Attraverso una lettera inviata al neo presidente Joe Biden, duemila chef e ristoratori di tutti gli Stati americani chiedono al Governo Usa di «eliminare i dazi sul vino europeo».

Si tratta della prima delle azioni della neonata Coalition to Stop Restaurant Tariffs, che si batte non solo per il vino ma tutti i prodotti agroalimentari sottoposti a dazi doganali dall’ormai ex presidente Donald Trump.

A capo della “coalizione” ci sono nomi noti della ristorazione americana come Daniel Boulud, Chris Bianco, Nina Compton, Mark Firth, Andrew Fortgang, Thomas Keller, Cheetie Kumar, Mike Lata, Neal mccarthy, Danny Meyer, Kwame Onwuachi, Steven Satterfield, Chris Shepherd, Alice Waters, nonché Mashama Bailey & Johno Morisano. Una battaglia sostenuta dall’Us Wine Trade Alliance (Uswta).

L’associazione guidata da Benjamin Aneff (nella foto sotto) raccoglie importatori, grossisti, agenti di vendita, ristoranti e produttori di vino americani e ha già ottenuto l’appoggio del Washington Post, che attraverso due editoriali ha esortato il presidente eletto Biden a «rimuovere i dazi sul vino europeo nell’ambito di uno sforzo complessivo volto a portare un rapido sollievo all’industria della ristorazione».

Al contempo, l’Us Wine Trade Alliance lavora già ai “commenti” da sottoporre all’attenzione dell’Ustr all’apertura della discussione delle tariffs di febbraio 2021. Un altro appuntamento fondamentale per migliaia di produttori di vino europei, in cui i dazi potrebbero essere rivisti – al rialzo o al ribasso – eliminati, o confermati senza modifiche.

L’obiettivo dell’Alleanza è fare in modo che il team di Joe Biden faccia il suo ingresso all’agenzia del Commercio degli Stati Uniti (Ustr) accompagnato da un largo movimento di protesta contro le tariffs, sostenuto da più fronti.

Una battaglia contro il tempo, dal momento che l’ufficializzazione della candidatura dell’esponente favorito da Biden e dai Democratici per i vertici dell’Ustr, Katherine Tai, non avverrà in tempo per supervisionare il carosello dei dazi di metà febbraio 2021. Attendere agosto 2021, data successiva per la discussione delle tariffs, sarebbe un azzardo.

Dobbiamo convincere il presidente eletto Biden che lo sgravio tariffario dovrebbe essere una delle principali priorità delle sue prime settimane in carica, e questo non è un compito da poco», ammette Benjamin Aneff per conto dell’United State Wine Trade Alliance».

Dazi Usa sul vino, Coldiretti: “Italia graziata, ora Ue dialoghi con Biden”

Nel frattempo, il 31 dicembre, l’Ustr ha annunciato la revisione dei dazi a carico di Francia e Germania. Nelle modifiche, che vedono ancora una volta graziato il vino italiano, sono incluse le nuove categorie di vini fermi e distillati come il Cognac, provenienti dai due Paesi.

In precedenza venivano calcolate tariffs del 25% sui vini fermi non oltre i 14% di alcol in volume e con formati non superiori ai 2 litri, provenienti da Francia, Germania, Spagna e Regno Unito.

Nell’elenco sono stati inclusi anche i vini fermi di Francia e Germania con una percentuale di alcol superiore ai 14% in volume, oltre a quelli di imbottigliati in contenitori superiori ai 2 litri.

Tra i codici doganali inseriti anche quello che riguarda il “vino frizzante” – dunque non lo spumante – non particolarmente in voga nelle importazioni Usa dall’Ue. I vini provenienti dalla Spagna o dal Regno Unito con una percentuale di alcol superiore al 14% o di dimensioni superiori a 2 litri rimangono esenti da dazi. Lo stesso vale per gli sparkling, compreso lo Champagne.

«Questa non è la notizia che volevamo sentire – commenta Benjamin Aneff – ma sottolinea la necessità per l’amministrazione di Joe Biden di apportare modifiche alle politiche tariffarie ricevute in eredità dal suo predecessore, in particolare quelle che arrecano danni sproporzionati alle imprese statunitensi, in questo momento di crisi».

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Il vino europeo dopo la Brexit: accordo Ceev-Wsta per gli scambi commerciali

Una posizione comune sulle priorità delle aziende vinicole, nell’ambito del futuro accordo tra Unione europea e Regno Unito, a sette settimane dalla Brexit. È quanto ha messo nero su bianco oggi il Comité Européen des Entreprises Vins (Ceev), con la sua associazione britannica Wsta, la Wine & Spirit Trade Association.

“Dato che il Regno Unito è il secondo importatore di vino al mondo per volume e valore, nonché un mercato significativo per i vini dell’Ue, che rappresentano 2,8 miliardi di euro all’anno (25% delle esportazioni di vino dell’Ue), è fondamentale che il settore vitivinicolo dell’UE eviti interruzione del flusso commerciale del vino tra le due sponde del Canale”, evidenzia Ceev.

La posizione comune Ceev-Wsta riguarda 6 punti chiave che dovrebbero essere affrontati “al fine di garantire un ambiente commerciale regolare”. Al primo posto “Tariffe zero per vino e prodotti vitivinicoli aromatizzati”. Segue “l’allineamento delle normative sul vino, attraverso un allegato specifico e un comitato bilaterale per il vino”.

Al terzo punto il “paperless trade (es: fatturazione elettronica, ndr) e procedure semplificate di importazione e circolazione”. Infine, la “Protezione delle indicazioni geografiche e dei marchi”, il “chiaro funzionamento del confine tra Irlanda e Irlanda del Nord” e le “Disposizioni per gli accordi di governance”.

“L’importanza delle misure da attuare dopo la fine del periodo di transizione – ammonisce il Comité – è anche sottolineata come condizione sine qua non per evitare qualsiasi interruzione del flusso commerciale del vino”.

Il Ceev, fondato nel 1960, rappresenta le aziende vinicole dell’Unione Europea che producono e commercializzano vini fermi, vini aromatizzati, spumanti, vini liquorosi e altri prodotti vitivinicoli). Riunisce 23 organizzazioni nazionali di 12 Stati membri dell’UE, oltre a Svizzera e Ucraina, nonché un consorzio di 4 principali aziende vinicole europee.

La Wine and Spirit Trade Association (Wsta) rappresenta oltre 300 aziende che producono, importano, esportano, trasportano e vendono vini e liquori nel Regno Unito. I membri della Wsta spaziano dai principali rivenditori, proprietari di marchi e grossisti a specialisti del vino e degli alcolici, alle società di logistica e imbottigliamento.

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Gli Editoriali news news ed eventi

Prowein 2020 annullato? Impossibile senza rassicurazioni dei buyer su Vinitaly a giugno

EDITORIALE – La speranza è quella di sbagliarsi alla grande e di ritrovarci qui a sorridere, a giugno 2020, di fronte a una vana profezia. Nel concreto, l’impressione è che i tedeschi si siano informati in merito all’intenzione dei buyer internazionali di partecipare (o meno) a Vinitaly a giugno al posto che ad aprile, prima di annullare definitivamente Prowein 2020. L’evento veronese potrà infatti essere a sua volta cancellato, una volta recepite le perplessità dei “portatori d’interesse” internazionali.

Messe Düsseldorf non lo ammetterà mai. Ma se l’edizione annuale della più importante fiera internazionale del vino è stata rimandata al 2021, è perché il trade ha voluto così, non solo per Prowein. Ma anche per le nuove date di Vinitaly.

L’altra opzione è che in Germania siano tutti più responsabili e “puri” di noi italiani, interessati più agli affari che al “bene comune”, nel panico generato da Coronavirus: alzi la mano chi è disposto a crederci, ai tempi dello spread. Erhard Wienkamp, ​​amministratore delegato di Messe Düsseldorf GmbH, ammette che rimandare Prowein 2020 al prossimo anno è arrivata in seguito a “un intenso dialogo con le nostre associazioni partner e con gli attori chiave del settore”.

Monika Reule, amministratore delegato del Deutsches Weininstitut (Dwi), l’Istituto del vino tedesco, sponsor di ProWein, appoggia Wienkamp. Tanto da parlare del “coraggio di Messe Düsseldorf di fare questo passo, che è interamente nell’interesse del settore vinicolo”.

Non c’è passo (utile) se non funzionale a un cammino. Quello di Prowein, di fatto, può essere letto come un invito a Veronafiere per Vinitaly. Allo scopo di saltare il giro, assieme, nel 2020. “A nostro avviso, ProWein ha risposto con attenzione, prudenza e correttezza a tutti i vantaggi e agli svantaggi”, commenta ancora Reule. “Correttezza”, appunto. Chi sarebbe stato scorretto?

Va registrato che anche Italia serpeggia il malumore per la decisione dell’ente fieristico veronese di rimandare Vinitaly al 14-17 giugno. Chi addita il caldo, chi il rischio che si tratti di un rinvio utile solo a mostrare i muscoli.

Fatto sta che Veronafiere, fatta di uomini e non d’alieni (quelli, forse, esistono solo in Germania) ha una bella gatta da pelare. Se non altro per non far passare gli italiani per “Demoni“, al cospetto dei (presunti) “Angeli” tedeschi. Del resto, Vox populi, vox Dei: le avvisaglie su un 2020 sfortunato c’erano tutte, con largo anticipo. Anno bisesto…

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Wine Trade Monitor Sopexa 2019: le impressioni di 984 operatori sul vino mondiale

Sopexa, agenzia specializzata nel Food & Drink a livello internazionale, ha presentato i risultati del Wine Trade Monitor 2019. Lo studio, condotto a livello internazionale in collaborazione con Wine in Paris offre un’esclusiva panoramica sui trend globali e le prospettive commerciali dei vini per i prossimi anni, grazie alle percezioni e previsioni di 984 operatori del settore tra importatori, distributori, grossisti e retailers.

Quest’anno, l’indagine comprende anche il Regno Unito e la Germania, i principali mercati mondiali per le importazioni di vino in volume, portando il numero totale dei mercati esaminati a sette: Belgio, Cina, Hong Kong, Germania, Giappone, Regno Unito e Stati Uniti.

“Siamo molto orgogliosi di presentare questi risultati – spiega Matteo Lefebvre, rirettore Sopexa Italia -. Oltre ad essere riconosciuto come uno dei paesi con maggiore prospettiva di crescita nei mercati intervistati, l’Italia vanta anche il riconoscimento di produttore di vini di grande interesse per le giovani generazioni”.

“Questo rafforza la percezione della qualità della produzione vinicola italiana che si accompagna alla volontà di evolvere e di rimanere in ascolto dei trend e delle esigenze di tutte tipologie di consumatori”, conclude Lefebvre.

Quali vini troviamo e in quali paesi? Francia, Italia e Spagna rimangono in testa. Per gli intervistati, questi 3 paesi sono i più importanti nelle gamme di vini in tutti i sette mercati presi in esame. La Francia perde 17 punti percentuali rispetto al 2018.

I professionisti del settore sono relativamente ottimisti. La maggior parte degli intervistati di Stati Uniti, Germania e Giappone prevede una crescita del mercato nei prossimi due anni mentre più pessimisti sono gli operatori UK intervistati, il cui 44% prevede un calo del mercato. Per i professionisti dei rimanenti paesi presi in esame, il mercato si stabilizzerà.

Sopexa ha analizzato anche l’evoluzione delle vendite per il 2021. Italia e Francia si contendono ancora il primo posto in termini di potenziale di crescita, con la Francia che perde posizioni per gli intervistati di Cina, Belgio Hong Kong e Stati Uniti.

Secondo i professionisti della Cina i vini australiani hanno delle ottime prospettive di crescita, seguiti dai vini cileni e dai vini italiani. In Giappone, per la prima volta, i vini locali sono destinati a vedere la maggiore crescita delle vendite. Collocati davanti ai vini francesi (36%) e ai vini italiani (24%).

Secondo i professionisti del commercio del vino del Regno Unito, la Brexit andrà a beneficio soprattutto dei paesi produttori di vino al di fuori dell’Europa: il 53% degli intervistati prevede una crescita per i vini cileni, il 45% per i vini australiani e il 40% per i vini argentini.

Negli Stati Uniti, i vini italiani stanno beneficiando dell’impatto psicologico dell’aumento dei dazi doganali sui vini francesi dello scorso ottobre. La situazione potrebbe tuttavia cambiare rapidamente.

Il focus di Sopexa si è poi concentrato sull’immagine e la reputazione dei vini in base alla loro origine. In generale, e per il 59% dei partecipanti all’indagine, è ancora l’origine Francia che riporta la migliore performance, distanziandosi nettamente dai suoi concorrenti.

Si rileva però una perdita di valore dell’immagine francese in Belgio e la sua totale assenza nel comparto dei vini considerati attraenti per i giovani. L’Italia arriva al secondo posto, citata dall’11% degli intervistati. Alla produzione vinicola del Belpaese, assieme a quella dei vini australiani, si associano le migliori performance per quanto riguarda i criteri di “innovazione” e “attraenti per i giovani”.

Entrando nel dettaglio dell’ambita fetta di mercato che riguarda le giovani generazioni, gli intervistati collocano Italia e Australia in testa (16%), seguite da Spagna (13%), Cile e USA (entrambe 10%). Interessanti i risultati del Wine Trade Monitor 2019 di Sopexa in merito alla dinamica delle categorie di vini.

I vini biologici e biodinamici lasciano il segno. Per il 42% degli intervistati, i vini biologici e biodinamici sono la categoria di punta per i prossimi due anni, collocandosi anche davanti ai vini regionali (28%) in particolare per UK e Stati Uniti. Solo la Cina è contraria a questo trend.

I vini a basso tenore alcolico emergono nei due principali mercati europei. Il 35% degli intervistati in Germania e il 24% nel Regno Unito vedono un potenziale in questa categoria, che si prevede vedrà la seconda crescita più alta nei prossimi due anni.

Il fascino dei vini rosati, sempre secondo all’analisi, si affievolisce negli Usa. Dopo diversi anni di popolarità sostenuta, solo il 13% degli intervistati statunitensi si aspetta un’ulteriore crescita per la categoria. Regioni: la gamma delle performance future.

Quanto alle regioni vitivinicole, secondo il Wine Trade Monitor 2019 Sopexa sono quattro regioni francesi le leader per il vino rosso: Bordeaux, Linguadoca, Côtes du Rhône e Borgogna. Nel Regno Unito, invece, il Beaujolais è l’unica regione francese a far parte della Top 4, dove invece Mendoza in Argentina è considerata la regione da tenere d’occhio.

Sul fronte dei vini bianchi, negli ultimi due anni la top 4 è rimasta invariata e dominata dai vini di Marlborough (Nuova Zelanda) e dalla Loira. Queste due regioni sono seguite da vicino, se non eguagliate (secondo il 23% degli intervistati) dalla Linguadoca, che è destinata a registrare buone performance in Belgio e Giappone, e anche dai vini della Borgogna, che sono in testa in Asia.

Ottime prospettive per i vini rosé della Provenza, indicata tra le prime tre regioni produttrici di rosé dal 67% degli intervistati. A seguire i rosé della Linguadoca e i vini rosati italiani. Sotto la lente di ingrandimento del Wine Trade Monitor 2019 Sopexa anche gli spumanti.

Il Prosecco domina la Top 3 in tutti i mercati presi in esame, guadagna posizioni il Cava in Giappone e Stati uniti mentre per la maggior parte degli intervistati di Germania e Regno Unito la crescerà la categoria Cremant. Ultimo capitolo dell’analisi, la dinamica dei vitigni.

A livello globale, la classifica dei i 4 vitigni classici (Cabernet Sauvignon, Pinot Nero, chardonnay e Merlot) rimane stabile. Leader assoluto in tutti i mercati presi in esame, il Cabernet Sauvignon è destinato ad avere una performance particolarmente buona al di fuori dell’Europa, in particolare in Cina mentre le previsioni di crescita in Europa sono meno ambiziose.

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B/Open in The Organic Trade Fairs Alliance, alleanza delle fiere sul biologico

VERONA – Si chiama The Organic Trade Fairs Alliance la nuova alleanza internazionale che unisce le fiere b2b del biologico italiane ed estere. In prima fila nel promuovere il progetto c’è B/Open, la manifestazione organizzata da Veronafiere (1-3 aprile 2020) insieme a Bio-Beurs (Zwolle-Olanda, 22-23 gennaio 2020), Organic&Natural Products Expo (Johannesburg-Sudafrica, 8-10 maggio 2020) e Natexpo (Lyon-Francia, 21-22 settembre 2020).

L’importanza di un progetto di squadra è spiegata dai numeri. Secondo gli ultimi dati disponibili diffusi dal Fibl (istituto di ricerca tedesco dell’agricoltura biologica) e relativi al 2017, la filiera “organic” mondiale ha raggiunto un fatturato di 92 miliardi di euro, con 70 milioni di ettari coltivati da 2,9 milioni di produttori.

In Italia il comparto bio dà lavoro a 76 mila aziende, sviluppa un fatturato di 3,6 miliardi di euro e rappresenta circa il 4% della spesa alimentare globale degli italiani. Accanto al settore dell’agro-alimentare, anche il mercato della cosmesi biologica sta vivendo un periodo di crescita economica.

Secondo gli ultimi dati di Cosmetica Italia, il fatturato green nel 2017 delle aziende intervistate tocca 1 miliardo di euro, pari al 9,5% del fatturato cosmetico italiano (10,9 miliardi di euro).

IL PROGETTO

The Organic Trade Fairs Alliance è una piattaforma globale e un forum di scambio di conoscenze, che mira a fornire sostegno al settore dell’agricoltura biologica, dell’industria alimentare biologica e dei cosmetici naturali.

Con un obiettivo ben definito: diffondere e supportare un modello di nutrizione e di personal care focalizzato su tutto ciò che è sano e salutare, sull’attenzione all’ambiente, al clima globale e al rispetto dei lavoratori.

“Veronafiere, attraverso B/Open, ha intercettato uno spazio di mercato rivolto al segmento b2b del mondo biologico, che risultava ancora scoperto e andava presidiato”, è il commento del direttore commerciale di Veronafiere Flavio Innocenzi.

“Questa alleanza internazionale – continua – che ha mosso i suoi primi passi nel 2019 e si consoliderà nel 2020, vuole supportare il settore del biologico attraverso azioni sinergiche di promozione, in chiave professionale e mettendo a sistema le competenze e le conoscenze trasversali, acquisite dai vari partner internazionali”.

B/Open, in programma a Verona dall’1 al 3 aprile 2020, è la prima fiera in Italia esclusivamente b2b, rivolta agli operatori del food certificato biologico e del natural self-care.

Dalle materie prime al prodotto finito al packaging, la nuova manifestazione di Veronafiere presenta tutta la filiera, frutto di un’accurata selezione delle aziende espositrici studiata sulle esigenze dei compratori professionali.

Tra le tante conferme, nell’organic food, Cereal Docks, Agricola Grains, Altalanga oltre al gruppo Specchiasol (con i marchi Larico e San Demetrio) e Chiara Cantoni, partner di Ringana, per la cosmesi naturale e il settore fitoterapico.

Patrocinata da Aiab (Associazione Italiana Agricoltura Biologica) e da Regione Veneto e supportata da Ass.O.Cert.Bio (Associazione Organismi di Certificazione del Biologico italiani), Bioagricert (Organismo di controllo e certificazione biologica), Ccpb (Consorzio Controllo Prodotti Biologici ), la rassegna si svolgerà nei padiglioni 1 e 2 di Veronafiere.

Più specificatamente, nel segmento dell’alimentazione biologica saranno rappresentati anche i prodotti nutraceutici, dietetici, integratori, pet food, servizi, packaging ecologici; ingredientistica per prodotti bio, ma anche prodotti per il benessere; bellezza e cura della persona comprenderanno cosmesi, trattamenti naturali, piante officinali e derivati, prodotti per la salute e la cura della persona, servizi.

B/Open sposa inoltre un format interattivo, con numerosi momenti di networking e formazione, esclusivamente dedicati a produttori, trasformatori e operatori professionali.

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Approfondimenti

Wine Trade Monitor 2018: l’indagine Sopexa sul mercato vinicolo

Sopexa, agenzia specializzata nel Food & Drink a livello internazionale, ha presentato i risultati del Wine Trade Monitor 2018, lo studio internazionale dedicato ai vini fermi e frizzanti fino a 16° che delinea le prospettive future.

Il metodo Sopexa è esclusivo: interrogare gli operatori locali, veri intermediari tra i brand e i consumatori, per raccogliere le loro percezioni e così comprendere e anticipare i trend che si profilano per i prossimi due anni.

Nel 2018, il Wine Trade Monitor si concentra su 6 paesi chiave: Belgio, Stati Uniti, Canada, Cina, Hong Kong e Giappone.

Un totale di 781 professionisti (importatori, agenti, grossisti, distributori e pure player dell’E-commerce), di cui il 77% rappresentato da decisori chiave (AD, Sales Managers, Buyers), hanno risposto alla nostra indagine online.

LE PRINCIPALI CONCLUSIONI 

Referenziamento: quali vini troviamo in quali paesi?

  • I vini francesi restano imprescindibili per 9 professionisti interrogati su 10.
    Seguono i vini italiani (76%) e spagnoli (71%). Parallelamente, acquistano importanza alcuni competitor, indicati dal 45 al 56% degli operatori, guidati da Cile, Australia e Stati Uniti.

Evoluzione delle vendite

I vini italiani guadagnano terreno e l’Italia viene indicata dal 41% degli operatori tra i Paesi d’origine le cui vendite progrediranno maggiormente da oggi al 2020.

Ciononostante, per un operatore su due, nel 2017 e per i prossimi due anni, la Francia mantiene ancora il suo vantaggio in particolare negli Stati Uniti, Hong-Kong e Belgio. L’indagine mostra però anche una relativa fragilità dei vini francesi sui mercati cinesi e canadesi dove saranno sempre più messi in difficoltà dai vini italiani.

È in Canada che questi ultimi ottengono infatti il miglior risultato: il 56% degli operatori gli attribuisce un posto nella top 3 delle origini che incrementeranno maggiormente. I vini italiani, secondo quanto indicato dal 42% degli intervistati,guadagnano in termini di visibilità anche in Cina dove fanno la loro entrata tra i tre migliori aumenti di vendite previste da oggi al 2020.

“I principali vantaggi commerciali dei vini italiani in Cina e in Canada sono riconducibili a diversi aspetti: innanzitutto alla straordinaria varietà, noi adesso la chiamiamo “biodiversità”, dei vitigni italiani. Abbiamo un patrimonio importante di vitigni autoctoni, questo contribuisce sicuramente ad elevare ancora di più l’interesse dei mercati terzi nei confronti dei vini italiani. Poi abbiamo anche un rapporto qualità/prezzo eccezionale. Possiamo trovare sul mercato denominazioni importantissime, qualità eccezionale, super controllata, secondo me a un prezzo, rispetto ad altre tipologie estere”
(Andrea Ferrero, presidente del Consorzio Barolo Barbaresco Alba Langhe e Dogliani – nella foto sopra)

Immagine & reputazione dei vini in base alla loro origine

  • In generale, e per il 64% dei partecipanti all’indagine, è ancora l’origine Francia che riporta la migliore performance,distanziandosi nettamente dai suoi concorrenti.

Si rileva però una perdita di valore dell’immagine francese in Cina e in Canada.

·         La Spagna e il Cile si distinguono per quanto riguarda i parametri de «l’attrattività dei prezzi» e de «i vini per tutti i giorni», davanti all’Italia che, invece, sembra riportare buoni risultati nell’ambito «innovazione».

Evoluzione dei formati & packagings

  • I paesi asiatici restano particolarmente legati al vino in bottiglia e il 66% degli operatori asiatici prevede la più alta crescita per i formati mezza bottiglia e altri piccoli formati.
  • Formati alternativi aumenteranno in Nord America: più del 40% punta sul Bag in Box e sulle lattine.
  • Ben accolte nei Paesi asiatici, i packaging e le etichette smart non convincono l’America del Nord

Il 75 % dei professionisti giapponesi intervistati e il 54% dei cinesi indicano che sono una risorsa per rassicurare il consumatore iperconnesso sull’autenticità e la tracciabilità del prodotto.

Le categorie vincitrici

  • I vini bio per la prima volta sono nella top 3 delle categorie più promettenti per oltre il 35% degli operatori (escluse Cina e Hong Kong)!
  • «La denominazione regionale» fa vendere e resta globalmente il criterio di valorizzazione maggiore  previsto da oggi al 2020.
  • La categoria Rosé continua a crescere in Nord America per più di un professionista americano su 4 e più di un canadese su 2. 

Regioni: la gamma delle performance future

  • 4 regioni francesi leader per il vino rosso: Bordeaux, Languedoc, Côtes du Rhône e Borgogna
  • I vini bianchi di Marlborough (Nuova Zelanda) si impongono ovunque, eccetto in Belgio, nella top 2 dei più promettenti, ma la Loira ha conquistato gli americani
  • Ottimi risultati per i vini rosé della Provenza e della Corsica che il 63% degli operatori indica nella top 3 delle vendite future dei rosé!
  • Prosecco e Cava sono i vini frizzanti più attesi su tutti i mercati

Dinamica dei vitigni

Se la classifica dei 4 vitigni classici rimane stabile (Cabernet Sauvignon, Chardonnay, Pinot Nero, Merlot), il successo dello Chenin Blanc negli Stati Uniti potrebbe essere l’elemento di punta di una nuova tendenza da monitorare.

“In questo paese in costante trasformazione, la vita quotidiano è completamente digitalizzata e il consumatore connesso 24 ore su 24. Il canale numerico oggi è un passaggio obbligato nella relazione cliente! Conosciamo il O2O (online to offline), è arrivata l’ora del O+O! Le etichette smart ormai consentono ai consumatori di ottenere informazioni sull’origine del prodotto, consigli sul modo di degustarlo ma anche informazioni su dove comprarlo o addirittura farlo online. Vi piace il vino che state bevendo al ristorante? Che piacere poter ordinarlo dal cellulare per casa vostra mentre lo state bevendo a tavola al ristorante! Da un punto di vista logistico, permette anche una tracciabilità dal vignaiolo fino al consumatore finale. Pernod Ricard è stato uno dei precursori nel settore con le etichette smart, che il consumatore può scannerizzare con il suo telefono per informarsi e comprarlo. È tutto a portata di mano, o piuttosto di mobile!”
(Augustin Missoffe, Direttore di Sopexa Cina)

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Toscana, il Consorzio Cortona Doc cresce e si presenta al Buy Wine

Sarà presente anche il Consorzio Vini Cortona alla quarta edizione di Buy Wine, il workshop B2B, organizzato dall’Agenzia regionale Toscana Promozione per favorire l’incontro tra la Toscana del vino e il trade internazionale, che si tiene ogni anno a febbraio. Il 13 febbraio, presso lo Star Hotel Michelangelo di Firenze, undici aziende della Cortona Doc avranno modo di incontrare da vicino i 240 buyer stranieri tra importatori, distributori, Gdo e
HoReCa, provenienti da mercati storici, ma anche da piazze nuove, per un totale di 36 paesi rappresentati. Tra questi un ruolo importante è giocato da Stati Uniti (44), Canada (39), Cina (25), Brasile (12), Australia (12), Giappone (11), Danimarca (10), Germania (8), Corea del Sud (7) e Messico (7) che, complessivamente, rappresentano oltre il 72.9% dei buyer internazionali partecipanti. Oltre agli operatori saranno presenti anche circa 150 giornalisti della stampa di settore, anche in questo caso provenienti da tutto il mondo. “Un’occasione importante per una realtà come quella di Cortona – spiega Marco Giannoni, presidente del Consorzio (nella foto sopra) – perché ci permette in una sola occasione di poter presentare la nostra denominazione e il nostro territorio a centinaia di operatori di vari mercati internazionali e proprio promuovere l’internazionalizzazione è uno degli obiettivi di questo consorzio”. A presentare i vini sarà la miglior sommelier d’Italia della Fisar, Anna Cardin, per tutto il giorno di sabato impegnata presso il desk del Consorzio.

UN WORKSHOP NEL TERRITORIO
Dalla giornata di domenica 14 febbraio, 35 operatori in rappresentanza dei principali Paesi del mondo, saranno a Cortona partendo proprio da uno dei simboli della storia del borgo toscano in provincia di Arezzo, il Museo dell’accademia etrusca e della città (Maec). Proprio qui, dopo una visita del museo, potranno degustare i prodotti tipici accompagnati dai vini del territorio nella suggestiva Sala della Roccia. Nel pomeriggio la delegazione sarà divisa in piccoli gruppi che visiteranno alcune aziende vitivinicole. La giornata si concluderà con una cena tradizionale dopo la quale gli operatori avranno modo di soggiornare in alcuni agriturismi di Cortona. Il tour proseguirà il 15 febbraio con la visita ad altre aziende del territorio.

IL NUMERI DEL CORTONA DOC
Il vino a Cortona rappresenta sempre di più un importante indotto economico. Dalla creazione della Cortona Doc le aziende si sono moltiplicate di anno in anno e il settore ha richiamato numerosi investimenti. Attualmente vengono prodotte in media oltre un milione di bottiglie all’anno, mentre il valore economico, con un fatturato medio che supera i 3 milioni di euro. Oltre 500 sono gli addetti ai lavori coinvolti, senza contare l’indotto (tra turismo e aziende artigiane) che rappresenta per questo borgo

toscano. A livello di mercati nel 2015 la bilancia è protesa verso l’estero per il 60% circa. Usa, Nord Europa sono i principali mercati, ma sono in crescita il Canada, Brasile, Cina e Giappone. La restante fetta percentuale va in Italia, Toscana, Lombardia e Lazio in particolare.

IL CONSORZIO CORTONA DOC
Costituito nella primavera del 2000, è il Consorzio che svolge la funzione di controllo e tutela dei vini a Doc Cortona e ne diffonde la conoscenza con un’efficace attività culturale, divulgativa e promozionale. Protegge l’immagine ed il prestigio della denominazione con continui controlli di qualità e intraprende iniziative di carattere culturale tendenti a far conoscere nel mondo Cortona, il suo territorio ed i suoi vini. Attualmente le aziende consociate sono ventinove e rappresentano la quasi totalità dei produttori.

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