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Vini al supermercato

Verdicchio di Matelica Docg Riserva 2013 Cambrugiano, Belisario

(5 / 5) Belisario è sinonimo di Matelica, che è sinonimo di Verdicchio. Potremmo andare avanti per ore a cercare analogie linguistiche, prima di arrivare al punto.

Il Verdicchio di Matelica Docg Riserva 2013 “Cambrugiano” è uno dei bianchi migliori presenti sugli scaffali dei supermercati italiani. Non solo nel rapporto qualità prezzo.

A produrlo è una cooperativa, Belisario per l’appunto. Ennesima dimostrazione di come si possano fare grandi vini senza essere (necessariamente) “piccoli produttori”. O vignaioli di nicchia.

Trecento ettari vitati e una cantina da 30 mila ettolitri di capienza. I numeri di un business che non poteva non sfociare nella Grande distribuzione organizzata di qualità. Con vini “di stile” e non “di moda”.

LA DEGUSTAZIONE
Il Verdicchio di Matelica Docg Riserva 2013 “Cambrugiano” si presenta all’appuntamento col calice vestito di un giallo dorato elegante, con tanto di papillon. Al primo giro di walzer nella gabbia di vetro, il nettare punta le mani sul bordo, nell’estremo tentativo di liberarsi. E ci riesce. Buttando l’anima oltre l’ostacolo.

Inebrianti sentori di frutta matura, pesca gialla, nettarina, una lieve nota d’idrocarburo, che poi lascia spazio a un appiccicoso miele millefiori, su cui sembrano incollarsi pistilli e petali ingialliti di camomilla secca.

All’alba dell’assaggio, inizia la scalata. In bocca, il Verdicchio di Matelica Docg Riserva 2013 “Cambrugiano” entra dritto, salato, caldo e intenso. Si stiracchia, sui gradini di un sorso verticale. Poi rallenta, come nella morsa dell’acido lattico. Ecco, corrispondenti all’olfatto, le note di miele e frutta che allentano la morsa delle durezze. Ammorbidendo il sorso.

La scala su cui Cambrugiano ti conduce è lunga, come il retro olfattivo che regala ritorni di note citriche e amaricanti, quasi piccanti. Posi il calice, soddisfatto. Prendi fiato. Il boccone perfetto per accompagnare questo Verdicchio di Matelica Riserva è da ricercare in piatti complessi a base di pesce e carni bianche.

Meglio se particolarmente conditi, per esempio con salse “acide”, a base di pomodoro. Formaggi (pecorino fresco) e salumi come il marchigiano Ciauscolo sono altri ottimi amici di Verdicchio come “Cambrugiano” 2013.

LA VINIFICAZIONE
Si tratta, di fatto, del primo “Verdicchio di Matelica” prodotto nella tipologia “Riserva”. L’anno del battesimo è il 1988 e la tecnica utilizzata, sin da allora, è la criomacerazione, utile alla conservazione degli aromi dell’uva.

I vigneti dai quali si ottiene “Cambrugiano” si trovano in contrada Balzani, a Matelica. Sono stati impiantati nel 1981, a quattrocento metri sul livello del mare, con esposizione sud. La densità d’impianto delle viti di Verdicchio (clone matelicese a grappolo serrato) varia dai 1.666 ai 2600 ceppi per ettaro. Venti gemme per ceppo, le prime 4 delle quali sterili.

L’epoca di vendemmia varia ovviamente in base all’annata, ma la raccolta delle uve avviene tassativamente in cassette da 20 chilogrammi. Le uve, portate nella vicina cantina, a una decina di minuti dai vigneti, vengono oggi vinificate in parziale criomacerazione a 0 gradi, per 18 ore.

Per la fermentazione viene utilizzato il lievito Saccharomiyces bayanus, una tipologia molto resistente alle concentrazioni alcoliche, tanto agli stress termici. La fermentazione avviene poi alla temperatura di 16 gradi, per 25 giorni, in serbatoi di acciaio inox da 300 ettolitri, termocondizionati.

Due le epoche di maturazione. Per l’80%, il Verdicchio di Matelica Docg Riserva “Cambrugiano” matura per 12 mesi in serbatoi acciaio inox. Per il restante 20%, sempre per 12 mesi, in barrique da 225 litri. L’imbottigliamento avviene dopo 13 mesi di maturazione complessiva, senza chiarifiche. La produzione, ad oggi, si assesta sulle 50 mila bottiglie complessive di “Cambrugiano”.

Prezzo: 13,50 euro
Acquistato presso: Tigros

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I migliori assaggi alla prima di Vi.Vite

Calato il sipario su Vi.Vite, prima (riuscitissima) manifestazione enoica delle cantine cooperative promossa dall’Alleanza Cooperative Agroalimentari, tenutasi lo scorso weekend nel salone delle Cavallerizze del Museo della Scienza e della Tecnologia Leonardo Da Vinci di Milano. Un evento in stile “happening”, conviviale, dove nulla è stato lasciato al caso o all’improvvisazione.

Un piacere aggirarsi lungo il percorso ordinato di cinque sale dedicate a diverse regioni di Italia che ha guidato i winelovers da nord a sud: dal Piemonte, Lombardia e Trentino della sala 1, attraverso il Veneto, unica regione con una sala tutta sua e con ben 11 cantine presenti.

Un giro in Friuli Venezia Giulia e Emilia Romagna (quest’ultima seconda in termini di presenza numerica), poi giù verso il centro Italia con Toscana, Umbria, Marche e Lazio per finire, nella sala 5, tra le cooperative di Abruzzo, Sicilia, Sardegna e Puglia.

Una contrapposizione divertente, ma significativa quella tra la “tradizione” impersonata dal contadino Antonio (seppur “tatuato” ed evoluto uomo selfie testimonial), la modernità delle cooperative e l’allestimento tecnologico dell’evento.

Numeri impressionanti quelle delle cantine presenti e del mondo delle cooperative in generale. Una quota di mercato pari al 60%  della produzione di vino nazionale  (52% delle Dop e 65% delle Igp) ed oltre 1/3 dell’export del settore vitivinicolo.

E lì, sul palco di Vi.vite, “dove il vino parla la lingua di tutti”, di fatto, il plotone schierato dei proprietari del “territorio”, i detentori (grazie alla base soci) di enormi “capitali” da investire in tecnologia. I big, per dirla alla sanremese.

I MIGLIORI ASSAGGI
Friuli Venezia GiuliaCantina Rauscedo
: nata nel 1951 per volontà di 130 soci oggi è la più importante realtà cooperativa del Friuli con oltre 400 soci per 1600 ha distribuiti in 32 comuni del Friuli.

Una produzione per il 96% a bacca bianca (principalmente Glera, Sauvignon e Pinot Grigio). La Cantina Rauscedo opera su due sedi nella capitale mondiale della barbatella di vite: produce infatti oltre 100 milioni di innesti per 100.000 combinazioni diverse.

Una cooperativa importante che si trova nel anche nel comune delle cooperative (4800 abitanti per oltre 6000 cooperatori). Al banco di assaggio, a servire i vini è il sindaco, ma non subiamo il “fascino del potere”, qui comandano i vini. In degustazione, molto piacevole, la Ribolla spumantizzata.

Gradevole al naso dove spiccano note fruttate di mela verde in bocca ha una bolla fine e cremosa. Ma è il Sauvignon 2016 (premiato al Concours Mondial du Sauvignon) a “stendere”. Naso molto elegante ed intenso,  grande aromaticità con note di frutta tropicale e vegetali di peperone verde. Ammaliante.

Friuli Venezia Giulia – Viticoltori Friulani La Delizia: cooperativa di oltre 450 soci per 2000 ettari specializzati nella spumantizzazione (principalmente Prosecco e Ribolla Gialla).

Tra i migliori assaggi di Vi.Vite una menzione speciale al loro Pinot Grigio Doc Friuli 2012 “Sass Ter” (presente nella masterclass “Identità di un vino. Verso il nuovo Pinot Grigio Doc delle Venezie) e guidata da Daniele Cernilli.

Giallo paglierino con riflessi verdolini al naso ha i sentori tipici di pera e pesca bianca. In bocca si distingue per una nota salina intensa ed una freschezza rinfrescante. Da appuntare anche Naonis, Jader Cuvèe Brut metodo charmat, uno dei vini più apprezzati al banco.

Mix di tre uvaggi Glera, Pinot Grigio e Chardonnay egualmente distribuiti intensamente fruttato al naso con note agrumate e floreali di gelsomino. Complice la gradazione leggera 12,5%, la cremosità della bollicina e la freschezza è impossibile non gustarlo.

Lazio- Viticoltori dei Colli Cimini: realtà di 300 soci proprietari di vigneti sui siti sui colli dei monti Cimini, nella provincia di Viterbo, al confine con Umbria per una produzione di 14.000 ettolitri di vini prodotti.

Un bilancio positivo quello di Vi.Vite per la cantina, nonostante una diffidenza iniziale nei confronti della regione Lazio, lo scetticismo è stato spazzato dalle chicche portate in assaggio. Ottimo il Vignanello Doc Rosso Riserva 2010 “Rulliano” (blend 80% Sangiovese e 20% Merlot).

Ottenuto da uve selezionate dopo una prolungata macerazione termina la fermentazione in piccoli recipienti di acciaio. Nella primavera successiva il vino è messo in barrique dove rimane per circa 7 – 8 mesi. Segue maturazione in acciaio ed un affinamento di un anno in bottiglia prima di essere posto in vendita. Buona freschezza, tannino presente, ma non invasivo. Un vino da amatori.

Sorprendentemente piacevole anche Molesino Colli Cimini Igt 2015, blend di Merlot e Petit Verdot vinificato in acciaio. Prodotto solo nelle annate favorevoli è stato premiato recentemente al concorso vini di Pramaggiore.

Abruzzo – Citra Vini:  6000 viticoltori per 3000 ha Citra ha un estensione di 40 km dal mare alla Maiella. Maggior produttore delle doc Abruzzesi e delle Igp è tra le prime realtà in Italia. Leader della Gdo che rappresenta il 35% del loro fatturato.

Anche Citra a Vi.Vite sfoderato tutti vini destinati al mercato horeca. Eccezionale e, non a caso il loro top di gamma, il Montepulciano Riserva Dop Laus Vitae. Prodotto con una selezione delle migliori uve, resa 110 qli/ha con vigneti di oltre 40 anni viene vinificato in acciaio, fermentato in barrique per circa 12 mesi e affinato per ulteriori 18 mesi in bottiglia distesa.

Un prodotto che valorizza appieno vino e vitigno. Molto intenso al naso e al palato con sentori di piccoli frutti rossi e confettura intervallati da note di pepe nero e vaniglia che non prevarica assolutamente il frutto. Pieno in bocca,  regala un sorso straordinario. Calice super gratificante quasi da meditazione.

Marche – Colonnara Viticoltori in Cupramontana: cooperativa nata nel 1959 vanta ad oggi 110 soci. Al banco d’assaggio di sabato solo bianchi. Spicca indubbiamente  il Cuvèe Metodo Classico Luigi Ghislieri Brut, 100% Verdicchio con sosta di 30 mesi sui lieviti, sboccatura aprile 2017.

Dedicata a Luigi Ghislieri, secondo Presidente di Colonnara che acquistò le attrezzature per la spumantizzazione sul finire degli anni 60. Nel calice giallo paglierino con riflessi verdolini ha un perlage fine e persistente.

Al naso è schietto ed elegante con note fruttate di pesca, agrumi e fiori bianchi che prevalgono su lieviti e crosta di pane.  Bella avvolgenza al palato. L’accoppiata sapidità e freschezza dona slancio alla bevuta.

Toscana – Le Chiantigiane: consorzio di viticoltori fondato nel 1967 conta ad oggi 2000 soci per una superficie vitata di 2500 ha nella zona del Chianti/Chianti Classico e di ulteriori 500 ha in maremma dove produce principalmente Morellino di Scansano,  Rigoverno e Supertuscan.

Molto forti a livello nazionale in Gdo, il lor Chianti è il numero uno in termini di vendite. Colpisce il Morellino di Scansano Docg 2015 Alborense, linea Alberese. Blend 95% Sangiovese e 5% Merlot affinato per 18 mesi in barrique di rovere francese con un ulteriore affinamento in acciaio di qualche mese prima di passare in bottiglia.

Una buona intensità di frutti rossi al naso, prugna, amarene e ciliegie su tutti, ma anche lievi speziature di liquirizia e noce moscata e fresche note balsamiche di macchia mediterranea. Di buona rotondità e pienezza al palato è davvero una sorpresa, uno dei migliori Morellino di Scansano in circolazione, per fascia prezzo.

SegnalazioniToscana – Cantina Sociale dei Colli Fiorentini: fondata nel 1972, 1500 ha di superficie vitata nel Chianti Classico, una produzione di circa  400.000 bottiglie ed un potenziale di 15 milioni di bottiglie se fosse tutto imbottigliato.  Distribuiti nel gruppo Panorama con l’etichetta Rifugio del Vescovo.

Degustiamo il ColleRosso, Chianti dei Colli Fiorentini 2013, blend 90% Sangiovese, Malvasia Nera e Canaiolo, 12 mesi di barrique. Molto rotondo, con lievi note speziate, un entry level che si fa ricordare. Molto piacevole anche il Chianti Classico Docg 2014, taglio 95% Sangiovese e Canaiolo Nero, che fa anche un veloce passaggio in botte. Al naso spiccano prugna e accenni di liquirizia. Rotondo quanto basta, bello sprint ruspante.

Piemonte – Cantina Alice Bel Colle. Storie di vini e storie di Vite ce le offre anche questa cooperativa del Monferrato con 370 ha di proprietà diffusa tra circa 100 viticoltori. Specializzati in vini dolci (Moscato d’Asti e Brachetto d’Acqui) fino a poco tempo fa non credevano molto nel raggiungere l’utente finale, ma piano piano hanno intrapreso un percorso inverso (e difficile) in un contesto di competizione elevata.

Testimoni di Vi.vite anche per questo. Una loro scommessa, si rivela per noi un assaggio en primeur (senza etichetta) del novello nato in casa Asti Docg.: la versione secca.

Il naso ha il profumo tipico del Moscato di pesca, albicocca e ananas con nuances di salvia: molto fine ed elegante resta comunque impresso. Facile da bere, con solo 17 grammi/litro di residuo zuccherino, ha il finale con la scia leggermente dolce che regala una beva di bella scorrevolezza. Poco impegnativa, un gusto atto ad una vasta platea.

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vini#1

Aleatico Igp Puglia 2012 Vinaccero, Cantina Coppi

Vinaccero di Cantina Coppi è ottenuto da uve Aleatico 100%, coltivate in contrada Marchione, a Conversano, in provincia di Bari. Contrada molto nota, per via del famoso Castello Marchione, residenza estiva del Conte di Conversano.

Il terreno di quest’areale è quello tipico della valle d’Itria: calcareo-carsico, ben drenato. Il vino nel bicchiere si presenta di colore rosso scuro molto compatto, che ricorda la buccia della melanzana.

La fermentazione è controllata, con il contatto del mostro con le bucce, in modo da poter cedere il colore ed il tannino. L’affinamento avviene in acciaio, per 18 mesi. Ma risultano fondamentali i successivi 2 anni, in botte. La lavorazione del vino viene perfettamente letta nelle fasi di degustazione.

LA DEGUSTAZIONE
All’olfatto il vino è austero, complesso, spiccano i sentori di frutti rossi, ribes, amarene, more, ciliegie mature. Seguono le sensazioni di spezie come la cannella. Al gusto è abboccato, caldo, con un tannino ben presente ma elegante, che si integra perfettamente nella struttura del vino. Vinaccero di Cantina Coppi chiude con una leggera nota minerale.

Un vino da tutto pasto, ideale con i primi piatti conditi da sughi importanti (come le tagliatelle ai funghi porcini). Accompagna bene anche zuppe di legumi e cereali o dolci come la crostata ai frutti rossi. Si consiglia di aprirlo con largo anticipo o decantarlo, per apprezzarne gli aromi.

LA CANTINA
L’azienda Coppi nasce nel 1882. Nel 1966 entra in azienda un giovane enologo, innamorato del suo territorio ed appassionato del suo lavoro: è Antonio Coppi. Nel 1979 rileva la cantina che, a tutt’oggi, è di proprietà della famiglia.

Essendo tra i primi viticoltori della regione, Antonio compie immensi sacrifici per far conoscere i vitigni pugliesi e i suoi vini in tutto il territorio nazionale e non solo. Gli anni Settanta sono quelli in cui le uve pugliesi arricchivano i vini del nord e della Francia.

L’enologo Coppi è stato tra i primi a comprare un’imbottigliatrice, fermamente convinto della valore del suo lavoro e della sua terra. Un amore trasmesso anche agli eredi dell’azienda: i figli Lisia, Miriam e Doni.

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I migliori vini al supermercato in degustazione a Milano

MILANO – Una degustazione di alcune tra le migliori etichette di vino presenti al supermercato scovate da vinialsupermercato.it, con premiazione della “Miglior cantina Gdo 2017”, che presenterà al pubblico i suoi vini.

Ingresso a 15 euro, comprensivo di calice per la degustazione e assaggi di formaggi e salame dell’Oltrepò pavese. Disponibile menu alla carta.

Special guests: Fabio Marazzi di Cantina Scuropasso (Metodo classico Oltrepò pavese, horeca) e Umberto Quaquarini dell’Azienda Agricola Biologica Francesco Quaquarini, eletta “Miglior cantina Gdo 2016” da vinialsuper. Per info e prenotazioni: redazione@vinialsupermercato.it.

Vi aspettiamo numerosi, mercoledì 29 novembre, a partire dalle 20, al primo evento organizzato dalla nostra redazione, in collaborazione con Movida e Strada del Vino e dei Sapori dell’Oltrepò Pavese.

I DETTAGLI
Vinialsupermercato.it, testata giornalistica giovane e dinamica con base a Milano, è l’unico sito in Italia che aiuta a scegliere il vino presente sugli scaffali delle maggiori insegne della Grande distribuzione organizzata.

Con un voto espresso in “cestelli della spesa” all’inizio di ogni recensione, rendiamo immediata la comprensione del “valore” assegnato a ogni singola bottiglia, soprattutto in un’ottica qualità prezzo.

Ma non solo. Raccontiamo anche le piccole realtà: piccole cantine che – per scelta o per dimensioni limitate – non presentano le proprie etichette al supermercato, scegliendo di vendere solo in enoteca. Spazio anche al racconto delle nuove frontiere del wine: vini naturali, biologici e biodinamici.

Una sezione di news sul mondo del vino, delle birre e dei distillati, oltre a una rubrica di cucina, completano l’offerta ai lettori. Non mancano le sezioni dedicate ai “Wine tour”: i nostri viaggi, in Italia e all’estero, a caccia di eccellenze enologiche da scoprire.

La speranza è quella di incontrarvi presto, in occasione del nostro primo evento pubblico! Ti aspettiamo sui Navigli di Milano, al Movida, il 29 ottobre. Non mancare!

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Fornovo boys: i migliori assaggi a “Vini di vignaioli” 2017

E’ la “fiera” nel cuore di tanti amanti della viticoltura “autentica”, “naturale”. Siamo a Fornovo di Taro, in provincia di Parma, per “Vini di vignaioli – vins des vignerons”. Una rassegna giunta ormai alla sedicesima edizione.

La fiera dei vignaioli artigiani si tiene sempre nello stesso tendone. La differenza è che, negli anni, è sempre più affollato. Di appassionati, sì. Ma anche di produttori. Sempre più “vignaioli” e sempre meno “imprenditori del vino”. Perché a Fornovo, il vino è inteso come risorsa alimentare corroborante e salutare, come è stata riconosciuta nei secoli. E non come bevanda che può essere alterata e corretta correggendo i costituenti.

La giornata di lunedì 6 novembre è uggiosa. Piove, come capita spesso nel periodo di inizio novembre. Il tendone posizionato all’inizio del paese, sulle sponde del Taro, è fatiscente. In alcuni angoli piove dentro. Ma lo spazio, quest’anno, è meglio distribuito e l’organizzazione ha apportato qualche modifica che rende la disposizione dei vignaioli più confortevole per i visitatori: 163 produttori, di cui 9 stranieri. Questi i nostri migliori assaggi. O, meglio, i più interessanti.

  • Agr. Foradori , Mezzolombardo (TN), Trentino Alto Adige

Manzoni bianco Fontanasanta 2016. macerazione di 5/7 giorni, poi affinamento in legno di acacia per 12 mesi. Colore giallo paglierino intenso, naso esplosivo di fiori e frutta bianca, con inserti di note tropicali. Al palato rimane concorde: bel glicine e continua frutta a polpa bianca e gialla, un discreto sale e un legno ancora da amalgamare.

Pinot grigio Fuoripista 2016. Macerazione in anfora per 8 mesi, poi un rapido passaggio in vasca solo per la decantazione. Vino dal colore rosa tenue tendente al chiaretto, sorprendentemente limpido e trasparente. Al naso fragoline e spezie in un mix quasi orientale. La bocca è complessa e lunga, fresca e avvolgente. Un leggero tannino accarezza le mucose e chiude il sorso lasciando la bocca immediatamente pulita. Dalla prima annata, la 2014 – tra l’altro non proprio facile, bisogna riconoscerlo – ad oggi, l’evoluzione di Elisabetta Foradori è convincente.

Perciso 2016. Elisabetta, insieme ad altre 10 aziende (Castel Noarna, Cesconi, Dalzocchio, Eugenio Rosi, Maso Furli, Mulino dei lessi, Gino Pedrotti,  Poli Francesco, vignaiolo Fanti e Vilar) ha formato un consorzio, “I dolomitici”, con l’intento di valorizzare l’originalità e la diversità dell’agricoltura trentina. Nell’ambito di questo progetto nasce il “Perciso”, vino dedicato a Ciso, contadino locale che ha consegnato nelle mani di questi 11 amici una vigna di Lambrusco a foglia frastagliata a piede franco, i cui 727 ceppi sono stati piantati ad inizio 1900.

Vino ottenuto da lunga macerazione e affinamento per 10 mesi in legno grande. Un vigneto storico, un’uva rara, espressione di quella tipicità trentina che il Consorzio punta a valorizzare. Con successo. Vino dal colore rosso porpora carico , limpido. Naso di frutta rossa di sottobosco, non ha mezze misure e in bocca è dritto, schietto,  con una discreta acidità e freschezza e una buona persistenza. Si fa bere facile, non è per niente segnato dal legno. Molto interessante. Considernado gli esemplari in commercio (2500) una vera e propria chicca.

  • Agr. Radikon , Gorizia (GO), Friuli Venezia Giulia

Ribolla 2010. Sasa Radikon qui non sbaglia mai. La vinificazione dei bianchi di casa Radikon è la stessa per tutte le uve: 4 mesi di macerazione, più 4 anni di affinamento in botte, più 2 anni di bottiglia. L’orange wine per definizione dopo quelli di Josko Gravner. Il colore è un giallo carico, dorato. Profumi di spezie, fiori appassiti, frutti canditi, miele, albicocca matura, rabarbaro e un accenno di zafferano. La compessità olfattiva accontenterebbe di per sè già il più scettico dei degustatori. Ma in bocca si completa. Di sottofondo il retro olfattivo aromatico. E in prima linea un tira e molla tra acidità, freschezza e tannino. Con chiusura sapida e minerale. Una meraviglia. Stop.

  • Agr. Ausonia , Atri (TE), Abruzzo

Qui ci imbattiamo in una mini verticale di Cerasuolo, annate 2016 , 2015 e 2014. Il Cerasuolo di Simone e Francesca, due giovani mantovani con la passione per l’agricoltura e per il vino, è una storia meravigliosa.

Simone lascia la farmacia e Mantova e insieme alla compagna si trasferisce in Abruzzo, dove dal 2008 inizia l’avventura. Siamo ad Atri, nell’entroterra teramano, a 270 metri sul livello del mare. Dodici ettari piantati a Trebbiano, Montepulciano e Pecorino.

Il Cerasuolo effettua una macerazione velocissima, di poche ore, massimo 10 (la 2014, “annata scarica”, ha fatto una notte intera in macerazione, ci racconta Simone) per poi passare senza bucce per la fermentazione in acciaio, dove completa anche la malolattica.

L’annata che convince di più è la 2015: meglio delle altre esprime le caratteristiche splendide di questo vino. Il colore rosato, quasi lampone (un rosa “Big Babol” ). Naso di piccoli fruttini rossi, lampone appunto, ma anche ribes, fragoline e sfumature di violetta. Bocca sapida, fresca e  minerale. Uno di quei vini da scolarsi senza ritegno, in estate, a bordo piscina. O in spiaggia.

  • Az- Agr. Franco Terpin, San Fiorano al Collio (GO), Friuli Venezia Giulia

Qui, dal buon Franco Terpin, ci accoglie la moglie. Già è di poche parole lui. Lei? Gli fa un baffo. Versa, versa e versa. Ma non fatele troppe domande. Assaggiamo Sauvignon 2011 e Pinot grigio 2012, senza rimanere a bocca aperta come invece ci era capitati a VinNatur per il Sauvignon 2010. Il colpo arriva quando meno te lo aspetti. Mentre stai andando via, un po’ deluso, vedi spuntare una magnum con etichetta tutta nera e orange, con un disegno stile “gta”. Lì si fermano tutti.

Compresi quelli di spalle, pronti ad abbandonavano il banchetto. I malfidenti. Si sente sollevarsi un “Oooh, mmmh, wow”, dai pochi rimasti lì davanti. Il gioco è fatto appena metti il naso nel bicchiere. Parolaccia. Clamoroso. Ci dicono Malvasia, ma da un’attenta ricerca il Bianco Igt delle Venezie “il legal” esce senza specifiche di vitigno. Anzi, una specifica c’è. E’ il bianco fatto da uve “non so”: a base Malvasia, sicuramente. Ma con altri uvaggi che non ci è dato sapere.

Il naso è di quelli ipnotici, magnetici, non riesci a staccarlo dal bicchiere. Uno di quei vini che ti accontenti anche solo di annusare, non importa la bocca, talmente è appagante l’olfazione. Non serve altro. Proviamo a dare qualche descrittore. Non sappiamo nulla della vinificazione, dell’affinamento. Il naso inizia sull’uva sultanina, poi frutta bianca matura, pesca, albicocca secca.

Ma anche miele e note di caramello. In bocca, a dir la verità, ha convito meno tutta la platea, peccato. Bella acidità e mineralità, ma chiude forse troppo corto per l’aspettativa che aveva creato nel pubblico estasiato.  E’ giovane e “si farà”. I presupposti ci sono tutti. Comunque il naso più roboante dell’intera giornata.

  • Agr. Eno-Trio, Randazzo (Ct), Sicilia

Giovane cantina, nata nel 2013. Fino a qualche hanno fa conferiva le uve ad altri produttori. Siamo in contrada Calderara, una delle più vocate del versante nord dell’Etna. Si coltiva Nerello mascalese, Pinot nero, Carricante e Traminer aromatico, Grenache e Minnella nera. Un bel mix. Il Traminer prende vita a 1100 metri sul livello del mare, i rossi più in basso. Le vigne di Nerello sono tutte pre filossera a piede franco, con più di cento anni di vita. Ottima tutta la gamma.

Il Pinot nero 2015, viti di quasi 40 anni, macerazione per 6-8 giorni, dopo la fermentazione e la svinatura passa in acciaio per completare la malolattica. Affina in barrique e tonneau per 16 mesi. Colore porpora con unghia violacea, naso bellissimo di marasca e frutti rossi. In bocca è fresco, non si sente per niente il legno, bella acidità, chiusura morbida, avvolgente. Chi dice che l’Etna è la nostra Borgogna non sbaglia, davanti a vini come questo. Un vino incantevole.

Il botto arriva però col Nerello mascalese 2014, 18  mesi di barrique  e tonneau. Rubino fitto, naso commovente, frutto dolce e spezia. Ciliegia matura, prugna, mora, china su tutti, ma anche pepe e balsamico. Sorso appagante, fresco, tannino morbido, levigato, bel corpo sostenuto nel centro bocca e un finale persistente. Grande vino.

  • Az. Agr Stefano Amerighi, Poggio bello di Farneta – Cortona (AR), Toscana

Stefano Amerighi, l’uomo che ci regala il Syrah più buono dello stivale, non lo scopriamo certo adesso e soprattutto non grazie a chi lo ha premiato quest’anno come “vignaiolo dell’anno”. Amerighi è da tempo una garanzia. Lui e il suo Syrah.

Apice 2013. La selezione è un mostro che potrebbe tenere testa a qualche rodano importante. Complesso, spezia, fumé, frutta, non ti stancheresti mai di berlo. In bocca è talmente equilibrato e armonico che non finisce mai di farti scoprire piccole sfaccettature. Lunghissimo.

  • Az . Agr. La Stoppa , Rivergaro (PC) , Emilia Romagna

La realtà di Elena Pantaleoni è ormai conosciuta oltre i confini nazionali, specie per gli ottimi vini rossi a base soprattutto Barbera e Bonarda e per il noto Ageno, vino a lunga macerazione da un uvaggio di Trebbiano, Ortrugo e Malvasia di Candia.

Noi però siamo qui per uno dei vini più incredibili della fiera e dello stivale in toto: il Buca delle canne. Il vino prende il nome da una conca, appunto la “buca delle canne”, dove Elena ha piantato Semillon, tanto per intenderci l’uva principe da cui si ricava il Sautern.

Qui, a causa proprio della conformazione geografica e pedoclimatica, in alcuni anni le uve vengono colpite dalla muffa nobile, la Botrytis cinerea. Pigiatura solo degli acini colpiti dalla muffa, con torchio verticale idraulico, 10 mesi di barrique di rovere francese e almeno 2 anni di bottiglia per una produzione annua di soli 500 esemplari in bottiglia da 0,50 litri.

Giallo dorato con riflessi ambrati, il naso è ciclopico così come la bocca, tutta la gamma della frutta passita in una sola olfazione. Fichi secchi, canditi, agrumi, scorza d’arancia e poi zafferano, curcuma, mallo di noce. Esplosivo. In bocca sontuoso, ma di una freschezza imbarazzante, potente e armonico. Uno dei migliori vini dolci prodotti in italia, senza se e senza ma.

  • Agr. Cinque Campi, Quattro Castella (RE) Emilia Romagna

Questa forse una delle sorprese più belle incontrate. La soffiata arriva girando tra la fiera: “Assaggiate la Spergola, ragazzi!”. Questa cantina del reggiano a conduzione famigliare coltiva autoctoni come il Malbo gentile , la Spergola, il Lambrusco Grasparossa e in più qualche uvaggio internazionale come Sauvignon, Carmenere e Moscato.

Puntiamo alla soffiata e ci viene servito il Particella 128 Pas dose 2016, metodo classico di Spergola 100%, macerazione sulle bucce per 3 giorni, 6 mesi in acciaio e poi presa di spuma con 8 mesi di sosta sui lieviti. Una bolla allegra, spensierata, gradevole al palato. Con una nota fruttata gialla e citrica invitante la beva e un bouquet di fiori di campo ben in evidenza. Bella acidità e bevibilità.

Il secondo convincente assaggio è L’artiglio 2014, Spergola 90% e Moscato 10%. Altro metodo classico non dosato. Qui siamo sui 36 mesi sui lieviti ed è stato sboccato giusto, giusto per la fiera. La piccola percentuale di Moscato ne fa risaltare il naso e in bocca ananas, frutta bianca, pompelmo rosa ed erbe aromatiche. Una bellissima “bolla”. “Cinque campi”, nome da tenere a mente.

  • Agr. Plessi Claudio, Castelnuovo Rangone (MO), Emilia Romagna

Lui lo puntavamo. Trebbiano modenese degustato al ristorante, volevamo vederlo in faccia. Uomo schivo, di poche parole, quasi infastidito al banchetto. Si direbbe un garagista del Lambrusco.

Tarbianein 2016. Trebbiano di Spagna, non ci dice altro sulla vinificazione. Sappaimo solo che sono tutti rifermentati in bottiglia. Il colore è un giallo paglierino torbido, il naso è dolce, richiama quasi lo zucchero filato e il candito da panettone. Poi agrume e fiori. E’ un naso straordinario. In bocca una bollicina morbida, il sorso è corposo e fresco. Bel finale ammandorlato e sapido.

Lambruscaun 2014. Lambrusco Grasparossa, capito bene, 2014. Un Lambrusco. Colore porpora carico, dai sentori di frutta matura, prugna, fragola, in bocca morbido, dal tannino composto e dalla bevibilità infinita. La freschezza e l’acidità sono ottimamente armonizzate dal tannino vellutato. Chiude la bocca lasciandola perfettamente pulita. Un grandissimo Lambrusco.

  • Agr. Praesidium, Prezza (AQ), Abruzzo

Entroterra abruzzese. Siamo ai piedi della Majella e del Gran Sasso, a 400 metri sul livello del mare. Qui, dopo una veloce macerazione sulle bucce del Montepulciano, nasce lo splendido Cerasuolo d’Abruzzo di Praesidium. Nell’annata in degustazione esce come Rosato Terre Aquilane 2015. Una caramellina, un confetto.

Colore rosato carico, sembra di avere nel bicchiere un rosso a tutti gli effetti. Limpido e trasparente. Il naso è un’esplosione di frutti rossi, fragolina di bosco, lampone, melograno, rosa e note di spezie e minerali. Il sorso è appagante, richiama tutto quello che l’olfazione ti trasmette. Ottima acidità e freschezza. La forte escursione termica della vigna rende questo vino di una acidità ben integrata al fine tannino derivante dal Montepulciano. Da riempirsi la cantina.

  • Occhipinti Andrea , Gradoli (VT) , Lazio

Siamo sulle sponde del lago di Bolsena, a 450 metri sul livello del mare. Terroir caratterizzato da terreno di lapillo vulcanico.

Alea viva 2015. Da uve Aleatico 100%, vinificato in secco. Una settimana di macerazione sulle bucce e fermentazione in cemento, poi passaggio in acciaio fino all’imbottigliamento. Color porpora, naso di rosa e viola, gelso e ciliegia. Bocca fresca e appagante. Pulito. Vino dell’estate.

Rosso arcaico 2016. Grechetto 50%, Aleatico 50%. Macerazione di un mese sulle bucce, fermentazione in anfore di terracotta, dove il vino poi affina per almeno 6 mesi. Rubino, naso di rabarbaro, albicocca e spezia con finali  note di erbe officinali. In bocca morbido e fresco.

  • Agr Francesco Guccione, San Cipirello (PA), Sicilia

Territorio di Monreale, 500 metri sul livello del mare. Voliamo nella Valle del Belice, in contrada Cerasa a San Cipirello, provincia di Palermo.

 “C” Catarratto 2015. Qualche giorno di macerazione, il giusto, poi solo acciaio. Nel calice è color oro, naso balsamico, di the, agrume. Un richiamo di idrocarburo e tanto iodio. In bocca salinità e freschezza e il retro olfattivo che torna sulla frutta. Grande acidità e spinta. Un prodotto notevole.

“T” Trebbiano 2015. Anche qui qualche giorno di macerazione, poi viene affinato in legno piccolo usato e acciaio. Color oro e un naso che non stanca mai. Camomilla, fiori di campo, fieno, frutta gialla e agrume. Poi ginestra. La bocca è piena, rotonda e morbida . Persistenza infinita. Ricorda tanto, ma proprio tanto, certi trebbiani storici per il nostro paese.

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Vini al supermercato

Terre di Chieti Igp Cococciola 2016 Niro, Citra Vini

(5 / 5) L’Abruzzo del vino deve il suo successo, specie negli ultimi anni, al Pecorino (oltre al classico Montepulciano). Ma sul mercato si fa largo un vitigno autoctono abruzzese a bacca bianca: la Cococciola. E’ Auchan a portarlo alla ribalta sui propri scaffali. Obiettivo centrato non solo nello straordinario rapporto qualità prezzo.

La valorizzazione dei vitigni autoctoni da parte delle insegne di supermercati è un aspetto che troppi buyer ancora sottovalutano. Giù il cappello per il coraggio dimostrato dalla catena francese del gruppo Adeo. Ennesima riprova delle positive ricadute di una “buona Gdo” sul tessuto vitivinicolo.

LA DEGUSTAZIONE
Sotto la lente di ingrandimento di vinialsuper finisce così la Cococciola 2016 “Niro” di Citra Vini, consorzio di 9 cantine sociali che ha come obiettivo quello di “selezionare, controllare e valorizzare la migliore produzione enologica della provincia di Chieti”.

Nel calice, il vino si presenta di un giallo paglierino limpido dai riflessi dorati. Al naso, la Cococciola parla una lingua esotica, capace di scaldare il cuore: una spremuta d’agrumi, papaya e pesche. Un olfatto ammiccante, reso più serioso da evidenti note minerali e da interessanti richiami di foglia di pomodoro secca.

L’ingresso in bocca di “Niro” è morbido e fa pensare a quel 13% d’alcol in volume indicato in etichetta. Una percezione che limita a tradursi in seta per il palato, carezzevole, tutt’altro che stordente. Poi arriva il pizzicotto dell’acidità e della sapidità. Durezze perfettamente equilibrate in un sorso che si fa sempre più interessante.

Non stiamo certo parlando di un vino particolarmente “complesso” in termini d’aromi. Quel che colpisce è la sua evoluzione fatta di gradini netti e ben definiti, come l’incedere dei capitoli di un libro che svela piccoli segreti, prima della verità finale. Frutta e i richiami floreali freschi. Poi l’acidità. Quindi la sapidità.

Prima della scritta “the end”, la Cococciola 2016 di Citra Vini regala una lunga chiusura su note piacevolmente fresche e agrumate, capaci di chiamare il sorso successivo e di accompagnare il piatto in maniera quasi spasmodica.

Accompagnamento perfetto, quest’autoctono Igp Terre di Chieti, per piatti a base di mare: dalle insalate ai crudi, passando per i crostacei. Da provare con il sushi. Un’etichetta che non disdegna neppure la carne bianca. Purché si badi a una temperatura di servizio tra i 10 e i 12 gradi.

LA VINIFICAZIONE
Di Cococciola, in Abruzzo, non ce n’è molta. Che la si chiami così, oppure “Cacciola” o “Cacciuola”, si parla di poco meno di 500 ettari. Citra Vini seleziona i grappoli e li raccoglie a mano. La tecnica di vinificazione di “Niro” prevede una pressatura soffice degli acini. Il mosto viene lasciato decantare diverse ore, prima della fermentazione a temperatura controllata.

Operativa dal 1973 in Contrada Cacullo a Ortona, in provincia di Chieti, Citra Vini si pone come “punto di riferimento” in un’area in cui la viticoltura è il pane quotidiano per molte famiglie. Non a caso, Chieti è la seconda provincia italiana (la prima in Abruzzo) per quantità di uva raccolta di vendemmia in vendemmia.

Prezzo: 5,13 euro
Acquistato presso: Auchan

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news vini#1

Lo Champagne secondo Louis Roederer

Louis Roederer è una delle poche Maison de Champagne ancora gestita dalla famiglia fondatrice. Una storia che affonda le radici nel lontano 1776, a Reims. La cantina ottiene il nome attuale nel 1833, quando viene ereditata da Louis Roederer, che intraprende un percorso di crescita e ristrutturazione in controtendenza rispetto alle altre realtà della regione.

A differenza di altre Maison (i cosiddetti Négociant Manipulant) che acquistano uve da altri vignaioli, Louis è convinto che il segreto di un grande vino risieda nella terra. Inizia così a investire nell’acquisto di vigne nei territori dei Grand Cru e Premier Cru. Un approccio da piccolo vignaiolo (Récoltant Manipulnat, come si dice Oltralpe) ma su larga scala.

Nel 1850, la Maison Roederer può contare su 100 ettari di proprietà. Oggi su oltre 240 ettari, suddivisi in 410 appezzamenti fra la Montagne de Reims, la Cote de Blancs e la Vallée de la Marne. Unica nel suo genere, la cantina coniuga in sé tanto l’abilità enologica propria delle grandi Maison quanto l’attenzione alla viticoltura tipica dei Vigneron.

Per dar modo di conoscere ed approfondire gli Champagne di Louis Roederer lo scorso 20 ottobre la sezione Onav di Varese ha organizzato un’interessante degustazione.

LA DEGUSTAZIONE
Sette le proposte. Apre la serata il Brut Premier, il “base” di casa Roederer, lo champagne pensato per dare continuità alla Maison dopo la prima guerra mondiale.

Vinificazione in fusti di rovere per la cuvée composta dal 40% di Pinot Noir, 40% di Chardonnay e 20% di Pinot Meunier. Tre anni di affinamento sui lieviti, 6 mesi di riposo in bottiglia dopo la sboccatura, 9 g/l di dosaggio.

Giallo paglierino brillante, perlage piuttosto fine. Molto pulito al naso con note fruttate di mela, di agrume, vegetali di fieno ed una dolcezza di crema pasticcera. In bocca il perlage è un poco aggressivo. Grande acidità e buona sapidità. Evidente la presenza del Meunier. Equilibrato con una dolcezza di miele e camomilla che accompagna la breve persistenza.

Brut Rosè Vintage 2011. Annata difficile con inverno secco, primavera calda ed estate fresca e piovosa che costrinse a vendemmia anticipata. 63% Pinot Noir, 37% Chardonnay. Il 22% dello Chardonnay è vinificato fusti di rovere mentre il 13% fa fermentazione malolattica. Quattro anni di affinamento e 6 mesi di riposo in bottiglia dopo sboccatura. 9 g/l il dosaggio zuccherino.

Color buccia di cipolla brillante, il perlage è piuttosto fine e persistente. Al naso è più timido del brut con note di melograno, gesso e salmastre di ostrica seguite da una speziatura di pepe bianco.
Un poco aggressivo il perlage, di buona acidità, chiude su di una nota amarognola forse dovuta al residuo zuccherino.

Blanc de Blanc Vintage 2008. Annata con primavera molto piovosa ed estate secca che hanno dato una maturazione lenta e progressiva delle uve. 100% Chardonnay, il 15-20% vinificato in botti di rovere con battonage settimanale e nessuna fermentazione malolattica, 5 anni di affinamento sui lieviti ed un dosaggio zuccherino di 8-10 g/l.

Paglierino con riflessi dorati al naso è molto fine, delicato. Uno champagne che non urla i propri sentori ma che sussurra note floreali e fruttate contornate da un profumo di erba tagliata. Molto elegante in bocca non rivela il proprio dosaggio zuccherino forte di una grande mineralità. Lunga la persistenza.

Brut Nature 2009 e Brut Nature 2006. Una mini verticale. Il Brut Nature 2009 nasce in un’annata ricordata come una delle migliori in Champagne, con inverno rigido e secco ed estate soleggiata ed asciutta. 70% di Pinot Noir e Pinot Meunier, 30% Chardonnay. 25% della vinificazione in rovere, nessuna malolattica, nessun dosaggio zuccherino.

Colore paglierino con riflessi dorati. Naso molto espressivo ove si riconoscono note floreali di ginestra, frutta bianca, agrumi, mandorla e marzapane ed una nota di tabacco da pipa. Al palato il perlage è molto piacevole in contraltare con la schietta acidità del pas dosé.

Il 2006 è l’anno che suggella le varie prove della Maison, iniziate nel 2003, per la realizzazione del primo Brut Nature. 70% di Pinot Noir e Pinto Meunier, 30% Chardonnay. Fermentazione spontanea del 100% dei vini in botti di legno. Nessun dosaggio.

Colore più carico rispetto al 2009 al naso è più chiuso con sentori simili a quelli del 2009 contornati da una nota dolce di confetto. In bocca è teso e pulito con una grande mineralità.

Vintage 2009. 70% Pinot Noir, 30% Chardonnay. 30% circa dei vini vinificati in legno. 9 g/l di dosaggio. Color giallo dorato con perlage molto fine e persistente. Estremamente pulito al naso con note di cera d’api, di frutta disidratata, note di spezie, di tostatura e di pasticceria.

Finissimo in bocca col perlage che accarezza il palato, uno champagne rotondo con acidità e mineralità perfettamente bilanciate. Lunga la persistenza.

Chiude la degustazione Cristal 2007. Annata con primavera calda ed estate fresca chiusa da una vendemmia in condizioni ideali. La cuvée, ottenuta da vecchie viti, si compone del 58% Pinot Noir e 48% Chardonnay con il 15% dei vini vinificati in rovere. 9,5 g/l il dosaggio.

Colore dorato con perlage finissimo. Pulizia assoluta al naso con agrume maturo, tostatura che vira al fumé e note minerali di pietra focaia. Bocca equilibrata ed estremamente armonica. Finale lungo.

LA STORIA DEL CRISTAL
Correva l’anno 1867 quando la Maison Roederer confezionò una versione speciale della propria Cuvée de Prestige per lo Zar di Russia Alessandro II.

A causa di tensioni nazionali ed internazionali si temevano attentati alla vita dello Zar e così, in occasione della “Cena dei tre imperatori” cui Alessandro II avrebbe partecipato (insieme a Guglielmo I di Prussia ed al principe Otto von Bismarck) venne realizzata una bottiglia particolare.

La bottiglia era in cristallo trasparente (da cui il nome) per garantire che al suo interno vi fosse champagne e non qualche liquido infiammabile o esplosivo.

Allo stesso modo il fondo della bottiglia era piatto per evitare che vi si potessero nascondere altre minacce. La bottiglia così nata, adornata da una etichetta dorata che ne esalta l’eleganza, divenne un’icona a tal punto da essere oggi considerata dagli economisti un “bene di Veblen”.

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Vini al supermercato

Castel del Monte Rosso Riserva Docg “Il Falcone” 2011, Rivera

(4 / 5) Castel del Monte è un’icona del turismo meridionale. Federico II di Svevia andava a caccia con il falcone nei terreni circostanti il suo celebre maniero ottagonale. In queste stesse terre produce i propri vini la cantina Rivera, di proprietà della famiglia De Corato da tre generazioni.

LA DEGUSTAZIONE
Il Falcone, blend “antico” di uve rosse autoctone, è da più di 40 anni il vino simbolo dell’azienda di Andria. Nel calice si presenta rosso granato compatto. All’olfatto sprigiona tutta la sua signorilità, catturando il naso con profumi di frutti rossi maturi, cuoio, datteri, cioccolato fondente, giustificati dalla permanenza per 14 mesi del 50% del prodotto in rovere francese ed il restante 50% in botti da 30 ettolitri.

Per chi li sa ricercare regala anche lievi profumi mentolati. In bocca presenta un tannino elegante e vellutato perfettamente integrato. È un vino secco, con 6 anni di vita, ma che presenta tutte le caratteristiche per potersi ancora evolvere nel tempo. Si consiglia di accompagnarlo a carne di selvaggina, formaggi stagionati, grigliata di carne rossa.

LA VINIFICAZIONE
Il Castel del Monte Rosso Riserva Docg “Il Falcone” 2011 dell’Azienda vinicola Rivera è ottenuto dalla vinificazione di Nero di Troia (70%) e Montepulciano (30%). Le uve vengono vendemmiate tra la terza e la quarta
settimana di ottobre. La macerazione dura 15 giorni in vinificatori di acciaio con delestage e frequenti rimontaggi allo scopo di ottenere una migliore estrazione di sostanze aromatiche e coloranti e al tempo stesso
ammorbidire il tannino.

Il Falcone matura per 14 mesi in legno: metà in barrique di rovere francese di primo, secondo e terzo passaggio e metà in botti di rovere francese da 30 ettolitri. Un ulteriore affinamento di almeno un anno in bottiglia completa la sua maturazione, prima della commercializzazione.

Il Castel del Monte Docg di Rivera viene prodotto nel territorio del Comune di Andria, nella zona dell’omonima Denominazione di origine controllata e garantita. I vecchi vigneti affondano le radici in terreni tufacei profondi, a un’altitudine di 200 metri sul livello del mare.

Il metodo di allevamento è quello del cordone speronato con una densità di 4.800 viti per ettaro. Le rese sono
mantenute entro i 90-100 quintali di uva per ettaro.

LA CANTINA
Rivera è un marchio molto noto già negli anni Cinquanta e Sessanta. Il nonno di Sebastiano De Corato (erede in carica) iniziò l’avventura piantando uve tipiche della zona di Castel del Monte. Per primo il Bombino Nero, oggi Docg, con cui si producevano rosati meno “carichi” dei salentini.

Il successo commerciale arrivò abbastanza presto. Nel 1971, in omaggio a Federico II di Svevia, la cantina scelse il nome “Il Falcone” per il suo vino simbolo. È ancora oggi il portabandiera dell’azienda, che mantiene invariate le proporzioni del blend di Uva di Troia e Montepulciano.

Il Falcone è uno dei grandi vini del Sud Italia presenti sugli scaffali dei supermercati, grazie a un microclima particolare: la Murgia alle spalle e l’Adriatico immediatamente di fronte. I venti freddi dai Balcani e quelli caldi mediterranei che si alternano garantiscono un’ottimale maturazione delle uve, dando al vino eleganza e complessità.

Prezzo: 21,50 euro
Acquistato presso: Auchan

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vini#1

Piemonte Doc Albarossa Montald 2013, Michele Chiarlo

Incrocio di laboratorio tra Barbera e Nebbiolo Dronero (Chatus) ad opera del professor Giovanni Dalmasso, autorevole ampelografo italiano cui si devono i testi fondamentali sulla viticultura italiana, il vitigno Albarossa, pur essendo “nato” nel 1938, è stato iscritto sul Catalogo Nazionale delle Varietà di Viti solo negli anni 70 e solo dal 2001 al registro dei vitigni idonei alla coltivazione del Piemonte.

Da allora, un piccolo gruppo di pionieri,  tra cui Michele Chiarlo ha deciso di avviarlo alla produzione con le prime bottiglie commercializzate a partire dalla vendemmia 2006.

LA DEGUSTAZIONE
Rosso rubino molto carico, il Piemonte Doc Albarossa di Michele Chiarlo apre su note vinose intense. Correttamente decantato si esprime con piccoli frutti rossi e neri su fondo di tabacco.

Di struttura media e buona freschezza il Piemonte Doc Albarossa di Chiarlo ha un tannino levigato che rende morbida una beva tutta declinata sul frutto col finale lungo dai richiami di tabacco. Un vino in perfetta simmetria naso bocca.

Se l’intenzione di Dalmasso era di coniugare le caratteristiche dei due vitigni, colore e freschezza dell Barbera ed eleganza del Nebbiolo, in questo caso domina un filo di più la Barbera (per rusticità) e meno il Nebbiolo (per finezza), ma il risultato è senza dubbio un assaggio interessante e di grande bevibilità.

LA VINIFICAZIONE
Prodotto con uve Albarossa allevate nel vigneto di 3 ettari sito in località Montaldo Scarampi. Le vigne sono esposte a sud, sud est ad una altezza di 250 metri sul livello del mare, su terreni di origine sedimentaria marina.

La vendemmia è manuale ed è preceduta, a fine estate, da diradamento dei grappoli in eccesso. Michele Chiarlo, dal 1956, con una proprietà di 110 ettari tra Langhe, Monferrato e Gavi è un riferimento assoluto dei vini del Piemonte.

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Terre siciliane Igp Maldafrica 2013, Cos

Il Cabernet Sauvignon e il Merlot sono due tra i principali vitigni rossi internazionali (assieme al Syrah) che hanno contribuito a plasmare il gusto internazionale del vino. Non a caso sono i protagonisti di due veri big mondiali: il Bordeaux e i cosiddetti Supertuscan.

LA DEGUSTAZIONE
Proprio da questi due vitigni nasce il Maldafrica di Cos, Terre siciliane Igp che con la vendemmia 2013 si presenta nel calice di un rosso rubino fitto, intenso e luminoso. Il naso alterna note di frutta fresca, lampone, ribes e ciliegia a floreali di rosa, fino a sentori mediterranei e speziati di rosmarino, cioccolato, liquirizia.

In bocca è di medio corpo, estremamente scorrevole, fresco e croccante di frutta fresca. A discapito del nome sembra un vino del nord. Il tannino è un poco verde (il Cabernet Sauvignon è presente più in bocca che al naso), ma la morbidezza del frutto compensa egregiamente rendendo questo Maldafrica dannatamente piacevole.
È piuttosto corto, scivola via veloce, ma altrettanto velocemente chiama un nuovo sorso.

Si consiglia di degustarlo a non più di 12-14 gradi per esaltarne le note più fresche. Probabilmente si tratta di uno di quei vini che sfidano le rigide temperature di servizio “da manuale” e potrebbe addirittura essere servito dopo una sosta in frigorifero.

LA VINIFICAZIONE
Il Maldafrica è un blend in parti uguali di Merlot e Cabernet Sauvignon, da agricoltura biologica come tutti i prodotti della cantina Cos. Fermenta a contatto con le bucce, in anfore di terracotta su lieviti indigeni. Prima della commercializzazione riceve un affinamento in botti di Slavonia e poi in bottiglia.

Cos nasce nel 1980 a Vittoria, in provincia di Ragusa, quasi sulla punta sud orientale della Sicilia, dove i profumi e i colori dell’Africa si mescolano con fascino alla nostra tradizione. Gianbattista Cilia, Giusto Occhipinti e Cirino Strano, i tre amici fondatori, ne danno il nome.

I due capisaldi della produzione di Cos sono l’agricoltura biodinamica, e la vinificazione in anfore di terracotta. Nel 2005 è la prima cantina a vendemmiare rispettando la neonata Docg Cerasuolo di Vittoria, di cui Cos rappresenta un punto di riferimento imprescindibile.

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vini#1

Morinaccio… sui lieviti, Cascina Garitina

Sembra di vederlo, assaporando il “Morinaccio… sui lieviti”, il suo autore: Gianluca Morino. Già, perché il “Morinaccio”, forse, è il vino di Cascina Garitina che meglio esprime il carattere dell’appassionato vignaiolo Fivi di Castel Boglione, borgo di 600 anime in provincia di Asti, in Piemonte.

Un vino con cui divertirsi seriamente, il “Morinaccio… sui lieviti”. Un po’ come si può fare con Gianluca Morino. Un coerente ossimoro enologico. A partire da quella retro etichetta, in cui il produttore consiglia una temperatura di servizio tra i 4 e gli 8 gradi.

Assieme a Niades, il “Morinaccio… sui lieviti” è il “vino estivo” di Garitina. Il resto dell’assortimento della cantina, religiosamente incentrato sulla Barbera, è costituito da vini più impegnativi: “da carne” o da “meditazione”, volendo semplificare il concetto.

E allora lo ascolti, Gianluca Morino, all’inizio del tête-à-tête col “Morinaccio”. Siete tu e lui. E lui, il Morinaccio, è stato appena versato nel calice a 6 gradi. Un gioco serio non può che iniziare alle regole dell’autore dell’opera. Rosso porpora pressoché impenetrabile, ma con unghia rubino, riempie il vetro di una spuma generosa, che si dissolve in qualche secondo. Liberando al naso fiori e frutta. C’è la viola, qualche richiamo pulito alle erbe di campo.

LA DEGUSTAZIONE
C’è il contorno vinoso e grezzo di una Barbera ruvida, pensata per dissetare nelle calde giornate estive, accentuato dalla scelta (un tocco d’autore) di aggiungere una piccola percentuale di Freisa al momento dell’imbottigliamento (una tradizione che Morino porta avanti ancora oggi, conferendo nuova vita, di vendemmia in vendemmia, all’intuizione di un nonno reso così immortale).

Il gioco continua, ma cambiano le regole. La bottiglia è sul tavolo, priva di glacette o di qualsiasi accorgimento utile al mantenimento della temperatura (bassa) originaria. E appena il “Morinaccio… sui lieviti” inizia a scaldarsi, fino a raggiungere la temperatura di 15 gradi, il divertimento continua. Sul serio.

Al posto di perdere quel po’ di eleganza-grezza delle Barbere “mosse”, il calice comincia a gettare fuori sentori di bosco fini, netti, chiari. Puliti. Il vino si fa più morbido: al naso il sentore nuovo è quello della fragola matura, che si scopre corrispondente al palato.

Così come risultano vicini, naso e bocca, anche nello zafferano. Buona la persistenza, tutta giocata tra la frutta rossa e le cinghiate di un cuoio che riporta tutto sul piano dell’ossimoro. Un gioco che non vorresti finisse mai, per quanto serio e godurioso allo stesso tempo.

Morale: prendere sul serio Gianluca Morino è giusto. Ma con la consapevolezza che neppure lui lo fa sempre, con se stesso. D’altronde, da uno che passa sui social 23 delle 24 ore di cui si compone l’umana giornata, non t’aspetti certo vini così buoni.

LA VINIFICAZIONE
“Morinaccio… sui lieviti”, come detto, è un 100% Barbera ottenuto da piante di età compresa fra i 31 e 48 anni. L’allevamento è a Guyot basso, con una densità di 4-4,5 mila ceppi per ettaro, a 280-310 metri sul livello del mare. La resa è di 9 tonnellate per ettaro su unterreno di medio impasto, tende all’argilloso.

La vendemmia avviene manualmente, in piccole ceste. La vinificazione prevede diraspapigiatura, fermentazione e macerazione a cappello sommerso per un totale di 5-6 giorni. Dopo la svinatura, Gianluca Morino cerca di conservare nel vino quei 7-8 grammi residui di zuccheri che torneranno utili per la rifermentazione naturale in bottiglia.

Al momento dell’imbottigliamento si aggiunge un 2-3% di Freisa dolce, come un tempo faceva il nonno. Il vino non ha solfiti aggiunti e non viene filtrato né chiarificato. L’imbottigliamento avviene nella settimana santa, ovvero in occasione della prima luna dopo l’equinozio di primavera, momento in cui avviene il risveglio vegetativo dei lieviti naturali. Il “Morinaccio… sui Lieviti” affina poi in bottiglia, per un minimo di due mesi.

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Vini al supermercato

Pomino bianco Doc 2016 Castello Pomino, Frescobaldi

(5 / 5) Preziosa etichetta quella che la catena di supermercati Il Gigante ha “in carta” ormai da diversi anni. Parliamo del Pomino Bianco Doc Frescobaldi, da qualche mese reperibile anche nelle “enoteche” dei punti vendita Esselunga più “attrezzati”.

LA DEGUSTAZIONE
Di un giallo paglierino carico con vaghi (ma accesi) riflessi verdolini, Pomino è uno di quei vini che invogliano la beva, già dal colore. Al naso sentori di frutta esotica (banana e papaya su tutti), ma anche di mela cotogna e agrumi come il cedro.

Conferiscono freschezza i richiami ai fiori di gelsomino e biancospino. Non manca una vena più “austera”, che ricorda la nocciola. Profumi che si rincorrono nel calice. Un’analisi olfattiva da promuovere a pieni voti per la finezza che è capace di esprimere.

Al palato, il Pomino Bianco Doc Frescobaldi conferma le attese e rincara la dose con la consueta eleganza. Sapidità e acidità molto ben bilanciate: una “salinità” che sboccia subito, in ingresso, per lasciare poi spazio a un sottofondo fruttato finissimo, esotico.

Il fin di bocca, leggermente amarognolo, completa una beva raffinatissima. Perfetto come aperitivo d’eccezione, questo vino bianco della cantina toscana Frescobaldi si abbina a piatti a base di verdure e pesce, non troppo elaborati.

LA VINIFICAZIONE
Il Pomino Bianco Doc Castello di Pomino Frescobaldi è prodotto in una delle zone della Toscane più vocate alla coltivazione delle varietà di uva a bacca bianca. Si ottiene dal blend di Chardonnay e Pinot Bianco, completato da altre varietà complementari.

I vigneti si trovano a un’altitudine di 700 metri sul livello del mare. La tecnica di vinificazione è particolare. La fermentazione di gran parte del mosto avviene in serbatoi di acciaio inox. Un’altra porzione fermenta invece in barrique, dove si svolge anche la malolattica, ovvero la trasformazione dell’acido malico in acido lattico, utile a conferire tinte più “morbide” al nettare.

Anche l’affinamento avviene in acciaio, per una durata complessiva di quattro mesi. Prima di essere messo in commercio, il vino affina in bottiglia per un altro mese.

Il Pomino Bianco Doc di Frescobaldi prende il nome dal Castello di Pomino. Una splendida tenuta della famiglia dei Marchesi de’ Frescobaldi, nel cuore della campagna fiorentina. Vigneti che si arrampicano fino a un’altitudine di 700 metri sul livello del mare, strappati a un bosco di sequoie, abeti e castagni.

Prezzo: 8,49 euro
Acquistato presso: Il Gigante / Esselunga

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a tutto volume

Grappa affinata in terracotta “Anfora”, Marzadro

Utilizzare l’anfora, il contenitore più antico della storia dell’uomo, per affinare il vino è una pratica ormai nota ed accettata, ma utilizzarla per i distillati è possibile? E con che risultato?

Ha provato a dare una risposta la distilleria Marzadro di Nogaredo (TN) con la sua “Anfora. Grappa affinata in terracotta”, 43%.

LA DEGUSTAZIONE
Incolore, perfettamente trasparente e brillante. Intensa e pulita al naso, emergono da subito note di erba tagliata e un bel bouquet floreale, con sentori di calendula in primo piano. Più in profondità si colgono profumi fruttati sia di frutti a polpa bianca sia di piccoli frutti rossi.

In bocca, la grappa affinata in terracotta “Anfora” delle distillerie Marzadro, entra morbida. L’alcolicità è presente ma non fastidiosa, ben integrata nel corpo vellutato della grappa. Una leggera dolcezza iniziale che lascia subito spazio a tutti i profumi sentiti al naso, che si percepiscono chiaramente nel retronasale. Piena ed armonica, chiude con una leggera nota amaricante ed una lunga persistenza.

LA PRODUZIONE
Sul collo della bottiglia è apposta la fascetta con il marchio “Trentino Grappa”, rilasciato dall’Istituto Tutela Grappa del Trentino, che certifica l’utilizzo di solo vinacce della provincia per “offrire al consumatore la garanzia di una qualità certificata dall’Istituto Agrario di San Michele all’Adige, attraverso analisi di laboratorio, e della Camera di Commercio di Trento presso la quale è operante una commissione per l’analisi organolettica”.

Una grappa al 100% figlia del territorio, quindi, per la quale viene utilizzato un blend di uve: 80% da vitigni a bacca rossa (Teroldego, Marzemino, Merlot) e 20% a bacca bianca (Chardonnay, Müller Thurgau, Moscato). Base molto simile a quella di un grande classico di casa Marzadro, la “Diciotto Lune”.

Come per tutte le grappe di Marzadro, la distillazione avviene solo nei cento giorni fra settembre e l’inizio del mese di dicembre, con vinacce fresche di spremitura. La distillazione segue i canoni della tradizione, con alambicco discontinuo a bagnomaria. Alambicchi in rame costruiti artigianalmente ma dotati di controlli computerizzati per impedire sbalzi di temperatura e salvaguardare gli aromi, la fragranza e la morbidezza tipici della grappa trentina. Artigianalità e tecnologia a braccetto.

La grappa riposa per minimo 10 mesi in anfore da 300 litri, realizzate con creta e argilla, che giungono da Montelupo e da Impruneta, località toscane note fin dal Medioevo per la lavorazione della terracotta.

Queste anfore garantiscono una micro ossigenazione doppia rispetto a quella che avviene con l’uso della botte. La grappa si arricchisce in eleganza e morbidezza, regalando così le caratteristiche tipiche dell’invecchiamento senza però ricevere profumi, sapori e colore dal legno.

LA DISTILLERIA
Nata sul finire degli anni ’40 a Brancolino (TN) per volere dei fratelli Sabina ed Attilio Marzadro, la distilleria si contraddistinse subito per la qualità della propria produzione e negli anni ’50 e ’60 divenne sinonimo stesso di “grappa trentina”.

Dall’introduzione nel 1975 della prima grappa da monovitigno autoctono trentino (il Marzemino) l’azienda è cresciuta costantemente, con nuovi alambicchi negli anni ’80 ed i primi distillati di frutta, fino alla realizzazione della nuova e moderna sede di Nogaredo (ad 1 Km da dove nacque) nel 2004.

Giunta alla terza generazione, Marzadro oggi offre 46 etichette di grappa differenti (fra bianche, affinate, monovitigno ed aromatizzate) e 28 etichette di liquori, coniugando una capacità produttiva industriale con l’attenzione artigianale, utilizzando quasi esclusivamente materie prime del territorio.

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birra

Leffe Royale Whitbread Golding

È un brand immediatamente riconoscibile sugli scaffali dei supermercati, anche dai non appassionati di birra. La gamma di Leffe è ricca e varia, vi parliamo oggi della Royale Whitbread Golding.

LA DEGUSTAZIONE
Stile Belgian Strong Ale, 7,5%. Biondo dorato carico, tendente all’ambrato. Molto limpida nel bicchiere e sovrastata da un bel cappello di spuma color crema. Perlage abbastanza fine e piuttosto persistente.

Elegante al naso, di media intensità, si percepiscono sentori floreali e di frutta bianca matura, seguiti da note speziate e resinose con una punta agrumata che dona freschezza.

In bocca scopriamo una piacevole evoluzione di Leffe Royale. L’ingresso è morbido e sembra quasi prevalere la dolcezza, senza però perdere di equilibrio con l’amarezza dei luppoli e l’acidità.

Proseguendo emerge una leggera astringenza, che riporta in primo piano le note speziate. Di media persistenza, chiude ricordando sia le note fruttate che le luppolate.

Una birra elegante e pulita per chi cerca qualcosa di diverso e raffinato, senza spingersi fino alle trappiste o alle artigianali. Di corpo leggero, Leffe Royale si abbinata a piatti di pesce leggermente affumicato come il salmone, a formaggi non troppo stagionati o anche a pasticceria secca.

LEFFE
Prodotta con tecnica di dry hopping (luppolatura a freddo) vengono utilizzate tre varietà di luppolo, di cui quella prevalente è il whitbread golding, coltivato nelle fiandre che è il responsabile delle note citriche e resinose.

Fondata nel 1152, l’abbazia di Notre Dame de Leffe a Leffe, oggi quartiere di Dinant in Vallonia, iniziò a produrre birra nel 1240 con lo scopo di ottenere una bevanda sana in un periodo di continue e pericolose epidemie. L’abbazia conobbe periodi di crescita e splendore fino alla rivoluzione francese durante la quale il birrificio venne distrutto.

La produzione di birra ripartì solo nel 1952 grazie alla collaborazione con un birrificio di Bruxelles, birrificio successivamente acquisito dalla multinazionale AB InBev (leader mondiale della produzione di birra). Seppur non più prodotte nel monastero le birre Leffe mantengono una loro precisa identità.

Prezzo: 6.39 euro (75cl)
Luogo d’acquisto: Tigros

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Umbria Igt 2016 Vipra Bianca, Bigi

(4,5 / 5) Giallo paglierino lucente, con sfumature verdoline. Quante degustazioni di vino bianco iniziano così? Molte. Ma l’Umbria Igt 2016 di Cantine Bigi offre anche altro.

Un’ottima etichetta nel rapporto qualità prezzo, reperibile sugli scaffali di diversi supermercati. Tra cui Carrefour ed Esselunga.

LA DEGUSTAZIONE
Definito il colore, l’analisi si focalizza sulla parte olfattiva. Il naso della Vipra Bianca Bigi striscia, suadente, tra sentori di frutta tendente al maturo (pesca gialla, albicocca), agrumi (arancia e bergamotto) e fiori di ginestra.

La mandorla accompagna sino a richiami minerali salini, sempre più evidenti col permanere del vino nel calice. Al palato, Vipra Bianca si rivela fresca e succosa in ingresso, sfoderando poi tutta la mineralità dei vitigni con cui viene prodotta da Cantine Bigi.

Solo in apparenza sensazioni contrastanti: in realtà, il quadro è quello di una morbidezza di eleganza esemplare, vero punto forte di questo vino umbro. Un po’ come bere velluto. Corrispondenti al naso le percezioni gustative, con la frutta a polpa gialla e la mandorla di nuovo evidenti (quest’ultima, in particolar modo, nel retro olfattivo).

Vipra Bianca 2016 di Cantine Bigi è un ottimo vino da aperitivo, abbinabile alla perfezione con salumi, primi piatti a base di pesce, nonché carni bianche e formaggi non stagionati.

LA VINIFICAZIONE
Vipra Bianca è un blend costituito per il 60% da uve Grechetto e per il 40% da Chardonnay, principale “responsabile” della parte ammandorlata sopra descritta. Le vigne si trovano a 300 metri di altitudine, nel circondario di Orvieto.

Vigne che vengono selezionate di anno in anno tra quelle con esposizione a Sud-Ovest. Densità di 4.500 piante per ettaro per le viti, allevate a cordone speronato e Guyot su terreni di natura argilloso sassosa. La resa in vino è di 56 ettolitri per ettaro.

Giunte in cantina, le uve Grechetto e Chardonnay fermentano in acciaio, per tre settimane su lieviti selezionati, a una temperatura di 14-16 gradi. Segue un ulteriore affinamento in acciaio di 5 mesi, prima dell’imbottigliamento.

La vendemmia 2016 ha segnato per Cantine Bigi (oggi parte integrante di Giv, Gruppo italiano vini) i 10 anni dall’inizio della produzione di Vipra Bianca.

Prezzo: 6,49 euro
Acquistato presso: Carrefour

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Approfondimenti

Simei 2017: “Tecnologia per vincere sfida internazionalizzazione”

“Siamo certi di vincere la sfida dell’internazionalizzazione di un settore industriale che, nel nostro Paese, supera i 2 miliardi di valore dell’export e ha contribuito in maniera determinante a diffondere la produzione del vino su scala globale”.

Con queste parole Ernersto Abbona, presidente di Unione Italiana Vini, annuncia la 27esima edizione di SIMEI, la più importante fiera internazionale delle tecnologie per enologia e imbottigliamento, che si aprirà l’11 settembre 2017 a Monaco di Baviera, in concomitanza con drinktec, fiera leader del liquid food e beverage.

A Messe München, centro fieristico di Monaco, SIMEI verrà allestita in un polo esclusivo esteso su oltre 20mila metri quadrati che raccoglierà i più importanti espositori di tecnologie per il comparto enologico a livello mondiale.

Le macchine e le attrezzature presenti, che coprono l’intero processo della produzione del vino (produzione, condizionamento, stoccaggio, imbottigliamento, packaging, logistica e servizi), saranno visibili e disponibili affinché i visitatori possano valutarne direttamente e sin da subito efficiacia e innovazione.

Grande attesa da parte degli espositori italiani per questa edizione di SIMEI@drinktec a Monaco, dove parteciperanno, anche grazie al prezioso supporto del MISE e di ICE-Agenzia, numerose delegazioni di operatori stranieri provenienti dalle principali aree vitate del pianeta.

“La sinergia tra Unione Italiana Vini, organizzatore di SIMEI dal 1963, e Fiera di Monaco – commenta Abbona – permetterà ai nostri espositori di esplorare mercati diversi e altri settori del beverage, raggiungendo visitatori e buyers trasversali che potranno conoscere da vicino le tecnologie dedicate alla filiera vitivinicola, settore dove l’Italia è il primo produttore mondiale”.

“Con oltre 50 anni di storia alle spalle – conclude Ernesto Abbona – SIMEI si conferma ambasciatore globale della qualità del comparto delle macchine e dei prodotti per l’enologia. Attraverso l’alleanza strategica con drinktech apriamo nuove prospettive di promozione integrata al vasto settore dei macchinari, attrezzature, prodotti e soluzioni per la produzione, l’imbottigliamento e il confezionamento del vino e del beverage, favorendo l’inedita complementazione scientifica tra le tecnologie dei diversi settori produttivi del liquid food. Una vetrina unica che certamente promuoverà il progresso dell’intero comparto”.

LE DELEGAZIONI
Davvero significativa, in questa edizione, la presenza dei 
delegati stranieri provenienti da tutti i continenti, che hanno confermato la propria adesione al progetto di SIMEI “incoming”, nato in collaborazione con ICE- Agenzia.

Brasile, Cina, Cile, Sudafrica porteranno oltre cento aziende vinicole a visitare la Fiera, alle quali si aggiungeranno quelle americane, ucraine, moldave, neo zelandesi e russe. Presenti anche Israele, Georgia, Giappone, India, Peru, Messico, Azerbaijan, Ecuador, Francia, Spagna e Bulgaria.

Come da tradizione SIMEI sarà anche momento di formazione di altissimo livello e occasione per discutere delle tematiche più calde che interessano il comparto. Numerose le attività in programma durante questa 27esima edizione, partendo dai seminari e dagli workshop tecnici a cura di ICE, che si svolgeranno nelle due Conference Room posizionate nei padiglioni C2 e C3, tenuti da importanti rappresentanti del mondo dell’industria, del mondo accademico e delle istituzioni internazionali come il CEEV (Comité Européen des enterprises vins), il CERVIM (Centro di Ricerca, Studi e Valorizzazione per la Viticoltura di Montagna), la Stazione Sperimentale del Vetro, la Spirits Valley. Le iscrizioni agli eventi sono aperte e gratuite su www.simei.it/eventi.

INNOVATION CHALLENGE
Tra gli appuntamenti principe di SIMEI anche l’Innovation Challenge Lucio Mastroberardino che si terrà il 12 Settembre alle ore 17.00 presso il Padiglione C2: nell’occasione verranno premiate le aziende vincitrici dell’edizione 2017 che si sono distinte per aver prodotto una macchina o un’attrezzatura ritenuta all’avanguardia nel comparto, in grado di contribuire allo sviluppo dei settori di competenza della filiera vigneto-cantina e del beverage.

Degustazioni guidate di pregiati vini italiani saranno organizzate all’interno dell’area del Sensory Bar, uno spazio dedicato all’educazione ad un consumo responsabile e moderato di vino. L’iniziativa, firmata Unione Italiana Vini, mira a portare all’attenzione dei visitatori il made in Italy enogastronomico, attraverso sessioni formative di analisi sensoriale.

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Roero Arneis Docg 2015, Enrico Serafino

(4 / 5) Non tutti gli studiosi sono d’accordo sull’origine della parola Arneis. C’è chi la fa risalire a Renexij, antico nome della località Renesio di Canale. Chi alla parola dialettale piemontese arneis (“indumento”, “veste”).

In seguito arneis ha assunto anche il significato di arnese, attrezzo, e da arneis derivano anche espressioni come mal an arneis, “male in arnese”, ovvero “mal vestito”, “mal equipaggiato”.

LA DEGUSTAZIONE
L’Arneis di Enrico Serafino è di un bel giallo paglierino con riflessi verdolini, cristallino, vivo. Il naso è semplice, fruttato e floreale avvolto in una nota agrumata, delicato e fine. Se i profumi mancano di un po’ di intensità, la stessa cosa non si può dire del sapore. In bocca entra deciso, caldo, morbido, succoso e di buon corpo.

Si consiglia di berlo a una temperatura non superiore agli 8-10 gradi, per smorzare la nota alcolica leggermente sopra le righe. Nel complesso è un vino semplice ma assolutamente godibile, che potrebbe accompagnare molto bene dei ravioli di magro conditi con burro e salvia.

LA VINIFICAZIONE
Dopo la spremitura soffice delle uve (100% arneis), la fermentazione avviene in vasche d’acciaio inox a temperatura controllata. Anche l’affinamento avviene esclusivamente in vasche d’acciaio. I vini della cantina Enrico Serafino, nata nel lontano 1878, sono divisi tra “Cantina Maestra”, “Vini classici” e spumanti.

Caratteristica che accomuna tutti i vini classici, di cui fa parte questo Arneis, è la bottiglia dalla forma inusuale, via di mezzo tra la classica albesia delle Langhe, e l’anfora di Provenza. Un tocco in più di originalità sulla tavola.

Prezzo: 9,80 euro
Acquistato presso: Esselunga

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Roero Docg 2013, Teo Costa

(3,5 / 5) Il fiume Tanaro divide due delle zone maggiormente vocate alla viticultura di tutto il Piemonte: le Langhe, sulla riva destra, e il Roero sulla riva sinistra.

Il vitigno principe è lo stesso, il Nebbiolo. Mentre il territorio è molto diverso: calcareo e argilloso nelle Langhe, soffice e sabbioso sull’altra sponda.

LA DEGUSTAZIONE
Il Roero Teo Costa ha un bel colore luminoso, granato con ancora un ricordo rubino. La trasparenza è quella che ci si aspetta dal Nebbiolo. Il naso è intenso, abbastanza complesso, fine. Il frutto resta sullo sfondo per lasciare spazio a sensazioni erbacee un po’ troppo in evidenza, assieme a leggere note floreali e ferrose.

Più sapido che fresco, ha un buon ingresso in bocca, subito scalzato però dal tannino ancora troppo verde. Una caratteristica che andrà ad ammorbidirsi col trascorrere dei mesi in bottiglia, rendendo il Roero Teo Costa più apprezzabile dal prossimo anno. Il finale, ad oggi, risulta quindi non così piacevole. Può essere comunque un buon compagno di una succulenta bistecca.

LA VINIFICAZIONE
La tecnica di vinificazione è quella tradizionale in rosso e segue i dettami della Denominazione di origine controllata e garantita Roero. Si tratta dunque di un Nebbiolo in purezza, con 20 mesi di affinamento di cui almeno 6 in legno.

Teo Costa è un’azienda storica piemontese, nata verso la fine del 1800. Possiede circa 50 ettari di vigneto su entrambe le rive del Tanaro, potendo quindi offrire due diverse interpretazioni dello stesso vitigno, il Nebbiolo dei comuni di Treiso e Novello, e il Roero di Castellinaldo e Castagnito.

Prezzo: 7,58 euro
Acquistato presso: Ipercoop

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Vini al supermercato

Bardolino Classico Chiaretto Dop 2016, Azienda Agricola Conti Guerrieri Rizzardi

(3 / 5) Rosato un po’ (troppo) salato. Una sintesi che racchiude bene l’assaggio del Bardolino Classico Chiaretto Dop 2016 dell’Azienda Agricola Conti Guerrieri Rizzardi, in vendita nei supermercati Esselunga.

Un calice che non soddisfa appieno, proprio per la preponderanza, al palato, di una nota salina che disturba la beva. Rendendo peraltro difficile l’abbinamento di questo vino rosato veneto con la cucina. Eppure le premesse sono ottime.

Il Chiaretto Guerrieri Rizzardi si presenta di un apprezzabilissimo rosato brillante, tipico della denominazione. Gli fa eco un naso elegante, altrettanto caratteristico, tra il floreale di violetta e il fruttato di fragola, lampone e ribes. Prestando ancora più attenzione, ecco la nota di “soluzione salina” che ritroveremo di lì a poco al palato.

In bocca, le percezioni fruttate che contraddistinguono il vino in ingresso vengono poi sovrastate dal sale. Quello che è uno dei tratti distintivi del Bardolino – descritto sin dalle cronache del 1935 come vino “grazioso e lieve”, ma soprattutto “salatino” – risulta la nota stonata nel calice del Chiaretto Guerrieri Rizzardi. Per eccessiva amplificazione. Una durezza che neppure la buona acidità riesce a controbilanciare.

LA VINIFICAZIONE
Sono diversi i vigneti dai quali la cantina Guerrieri Rizzardi ottiene il Chiaretto in vendita nei supermercati Esselunga. Due sono situati a Bardolino (località Campagnole e vigneto Vegro). Altri due nel Comune di Cavaion Veronese (vigneto Vignai, vigneto Cà dell’Ara). Sono 75 mila, in totale, le bottiglie prodotte.

Le viti, allevate a pergola semplice e doppia e guyot con una densità d’impianto variabile tra i 1.720 e i 5 mila ceppi per ettaro, affondano le radici in terreni di tipo ciottoloso, argilloso e calcareo di origine morenico glaciale. Il blend del Bardolino Classico Chiaretto Guerrieri Rizzardi è ottenuto prevalentemente dai vitigni Corvina (65%) e Rondinella (20%), a cui viene aggiunto un 15% tra Molinara e Negrara. Piante di età variabile tra i 5 e i 30 anni, con una produzione media per ettaro di 130 quintali (12.100 bottiglie).

La vinificazione prevede l’iniziale diraspataura e pigiatura delle uve. Segue il riempimento delle vasche di fermentazione e la svinatura, dopo circa 12 ore. La vinificazione in bianco avviene in ambiente ridotto, per preservare le caratteristiche delle uve ed evitare ossidazioni.

Prezzo: 4,89 euro
Acquistato presso: Esselunga

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news ed eventi

Giro d’Italia in 80 vini all’Iper di Savignano sul Rubicone

Il “Giro d’Italia in 80 vini” sbarca a Savignano sul Rubicone. L’appuntamento “vacanziero” con i vini della linea “Grandi Vigne” è per venerdì 11 e sabato 12 agosto nel punto vendita Iper della provincia di Forlì, all’interno del centro commerciale Romagna Shopping Valley.

Si tratta della seconda tappa del tour, iniziato il 13 e 14 maggio al centro commerciale Fiordaliso di Rozzano, nell’hinterland milanese. Poi toccherà all’Iper Seriate (BG) il 9-10 settembre, all’Iper Portello di Milano il 6-7-8 ottobre e all’Iper di Arese (MI), il 21-22 ottobre.

DEGUSTAZIONE E SCONTI
Superato il giro di boa dei 10 anni, l’evento di degus
tazione è diventa un tour che nell’arco di 6 mesi invita clienti e appassionati del vino alla scoperta della private label Grandi Vigne. Non solo informazioni e consigli di enologi e produttori aderenti al progetto, ma anche un kit di degustazione e sconti per i possessori di Carta Vantaggi.

http://www.vinialsupermercato.it/iper-la-grande-i-giro-d-italia-in-80-vini-degustazione-sconti-linea-grandi-vigne/

Grandi Vigne, marchio creato da Iper La grande i, riunisce “i vini d’eccellenza di piccoli produttori italiani”. Il “Giro d’Italia in 80 vini” è una vera e propria immersione nell’affascinante mondo del vino, in un’ambientazione accurata e con postazioni accoglienti, prevalentemente all’aperto.

Un tour enologico durante il quale il pubblico potrà incontrare i produttori aderenti al marchio Grandi Vigne e farsi consigliare dai sommelier presenti ai banchi di degustazione.

Si potrà assaggiare tutti i vini acquistando un kit di degustazione (3 euro) che comprende, oltre alle consumazioni, un bicchiere di vetro, una sacca porta-bicchiere da collo, materiale informativo e un taccuino di degustazione con matita. I titolari di Carta Vantaggi potranno inoltre usufruire di uno sconto del 20 o 30% su tutti i vini Grandi Vigne.

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news visite in cantina

Il francese d’Oltrepò: Fabio Marazzi, monsieur Scuropasso

Questione d’accenti. Te ne accorgi provando a pronunciarlo alla francese: Fabiò Marassì. Suonerebbe così, forse un po’ d’antan, ma più che mai intonato, il nome di Fabio Marazzi tra le colline dello Champagne.

Non foss’altro che Cantina Scuropasso si adagi sulle colline dell’Oltrepò pavese. Frazione Scorzoletta di Pietra de’ Giorgi. Trentacinque minuti a Sud di Pavia. Un’ora abbondante da Milano.

Non esattamente nei pressi di Châlons-en-Champagne, Reims, Troyes o Charleville-Mézières. Eppure, nella casa-cantina di questo appassionato vignaiolo lombardo, sembra sin da subito che la geografia ti stia prendendo per il culo. Rouler dans la farine, se preferite un’espressione d’Oltralpe.

La “r” moscia. L’eleganza dei modi che fa dimenticare – subito – che a parlare è un contadino con la camicia blu a quadrettoni. Un’attaccamento viscerale alla terra e alle vigne. La cocciutaggine nel difendere storia e valori di un territorio sfracellato dagli scandali, maltrattato dai burattini (e dei burattinai) della politica e dei Consorzi. L’agire, sempre, nel nome di un vino che deve parlare, prima di tutto, di natura e di passione. Sin dal colore. Fabio Marazzi è il francese d’Oltrepò. Monsieur Scuropasso.

LA VISITA
Un vignaiolo strappato agli studi (e alle cravatte) di Economia e commercio. Scuropasso, fondata nel 1962 dal padre Federico e dal prozio Primo, svolta con Fabio nel 1988. Da vero e proprio “serbatoio” per le basi spumanti da Pinot Nero destinate ai grandi nomi della Franciacorta e del Piemonte (Guido Berlucchi, Carlo Gancia, Cinzano e Fontanafredda), la cantina inizia a produrre una propria etichetta. E’ il 1991. Il Metodo Classico Brut Pinot Nero Scuropasso segna l’avvio di una nuova era.

“Star vicino a enologi del calibro di Franco Ziliani, Lorenzo Tablino e Livio Testa, tutti formatisi in Francia, imparando sul campo dai vigneron dello Champagne, ha fatto in modo che la mia passione si tramutasse in un vero e proprio amore per il Pinot Nero, per le basi spumante, per il Metodo Classico”, spiega Marazzi.

Nel 1998 prende vita “Roccapietra”, la linea di spumanti Metodo Classico di Cantina Scuropasso. Un modo per unire i nomi delle due località simbolo per la produzione di Pinot Nero nella Valle Scuropasso: Rocca e Pietra de’ Giorgi.

Oggi l’azienda può contare su quindici ettari di proprietà. Centomila, circa, le bottiglie prodotte all’anno, anche grazie al contributo di alcuni storici conferitori, tenuti lontano dalle cantine sociali. Parte da leone spetta al Bonarda: 30 mila bottiglie del “vino da tavola” che consente a Cantina Scuropasso di reinvestire utili nella produzione della vera eccellenza: le 15 mila bottiglie di Metodo Classico da uve Pinot Nero.

Sempre più spazio, nell’assortimento di casa Marazzi, anche per il Buttafuoco, il vino rosso da lungo affinamento dell’Oltrepò Pavese. La recente acquisizione di “Pian Long”, vigna di un ettaro confinante per tre lati con i terreni dell’Azienda Agricola Francesco Quaquarini, fa entrare di diritto Scuropasso nell’olimpo del Buttafuoco Storico.

LA DEGUSTAZIONE
Roccapietra Brut 2010 (sboccatura ottobre 2015).
 Cinquantadue mesi sui lieviti. Giallo paglierino brillante, perlage finissimo Balsamico e assieme fruttato, con ricordi d’agrumi ben definiti. Quello che, all’estero, definirebbero senza giri di parole “vino gastronomico”. Lunghissimo nel retro olfattivo. Un 100% Pinot Nero oltrepadano in pieno stile Montagne di Reims.

Pas Dosè 2009 magnum (sboccatura novembre 2016). Settantotto mesi sui lieviti. Un Pas Dosè nudo e crudo, ottenuto colmando con lo stesso vino. Naso di limone, lime, arancia, su sfondo di miele. Uno splendido spunto erbaceo montano, che ricorda l’arnica, copre i tipici sentori Champenoise di crosta di pane e lieviti. Sempre al naso, in continua evoluzione su un perlage da ammirare per finezza, spruzzi di vaniglia Bourbon.

Un Pinot Nero che sfida il tempo e la logica: auguratevi di non trovarlo mai in batteria alla cieca, col rischio di ringiovanirlo almeno di 3 anni, scambiandolo addirittura per un rosso. Lunghissimo il finale, tutto giocato tra balsamico e agrumi. Un capolavoro da godersi, a tavola, con un bel Parmigiano 39 mesi (minimo). Chapeau, Marassì.

Cruasè 2011 (sboccatura marzo 2017). Sessanta mesi sui lieviti. Le uve Pinot Nero a contatto con le bucce 10-12 ore regalano un “rosato troppo rosato” per i disciplinari. “Ma a me piace così. E continuerò a farlo così, perché è una scelta che si basa sull’essenza del frutto”, assicura il produttore durante la degustazione.

Parole che raccontano il calice meglio di qualsiasi altra prosopopea. E disquisizioni inutili di fronte a un grande rosato che l’Oltrepò del vino rischia di perdere, formalizzandosi sull’aspetto più che sull’anima dell’ennesimo signor Pinot Nero di casa Scuropasso.

Buttafuoco Docg 2009. Meticolosa scelta delle uve per assicurare uniformità nel raccolto e nella vinificazione delle varietà Croatina, Barbera, Uva Rara e Ughetta di Canneto nei vigneti della Garivalda. Quindici giorni in vasche di cemento, poi passaggio in acciaio.

Un anno in botte grande, poi botte piccola. Altri 365 giorni di ulteriore affinamento in bottiglia, prima della commercializzazione. Un Buttafuoco dall’acidità spiccata, non retta da un tannino efficace, forse per via di un legno usato in maniera troppo invasiva. Ma se queste sono le prove per la prima vendemmia a Pian Long, la strada segnata è certamente quella giusta, anche per il rosso principe di Cantina Scuropasso.

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Blanc de Blancs Brut, J.P. Chenet

(3,5 / 5) Attenzione a non confondere questo bel prodotto di J.P. Chenet con lo Champagne. Prima avvisaglia il prezzo, nettamente inferiore a quello della gamma di “bollicine francesi” presenti nei supermercati italiani. Uno sparkling wine che dà comunque soddisfazioni. Soprattutto nel rapporto qualità prezzo. Gran bell’affare se in promozione.

Giallo paglierino con riflessi oro, il Blanc de Blancs Brut della cantina J.P. Chenet evidenzia nel calice un perlage fine e persistente. Naso profondo di lieviti, crosta di pane e mandorla, sfodera una leggera nota ossidativa che, solo in una fase iniziale, tende a smorzare la piacevolezza delle note fruttate mature di pesca e albicocca. Fanno capolino anche note floreali fresche, sempre meglio definite.

In bocca, lo spumante Blanc de Blancs Brut Chenet riconferma la leggera ossidazione. Trattasi, di fatto, di una bollicina da bere presto, a un anno circa dall’immissione in commercio. Al palato risulta comunque morbido, rotondo.

Una piacevolezza rinvigorita da una spuma avvolgente, per nulla appuntita, che solletica la lingua e chiama il sorso successivo. La nota zuccherina finale conferisce ulteriore gradevolezza alla beva. Peccato duri poco: la pecca di questo Blanc de Blancs (quella che gli costa mezzo punto nella nostra valutazione in “cestelli” della spesa) sta proprio nella semplicità monocorde del finale e nella scarsa persistenza.

Quanto agli abbinamenti, il Brut J.P. Chenet è un vero e proprio “animale” da aperitivo. Uno sparkling che, se servito alla corretta temperatura (6-8 gradi), finirà in un baleno, senza dare alla testa. Per tecnica di vinificazione e uvaggio (100% Chardonnay) si presta anche ad accompagnare pesce grigliato e carni bianche.

LA STORIA
Il vero tratto distintivo della J.P. Chenet è certamente la caratteristica bottiglia dalle curve originali e dal corpo generoso. Una forma nata nel 1984, per mano dell’artista e imprenditore Joseph Helfrich. La chiamò “Joséphine”.

L’originale prevedeva un collo leggermente inclinato. Una forma che conserva tuttora una linea di vini della J.P. Chenet. Forse questo il segreto del successo di un’azienda capace di guadagnarsi il podio delle vendite fra le cantine d’Oltralpe, distribuendo prodotti in oltre 160 Paesi.

Prezzo: 6,49 euro
Acquistato presso: Coop

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Al via l’80a Mostra Vini del Trentino: parola d’ordine “enodiversità”

Dal 1925 al 2017. Con qualche interruzione dovuta a problemi organizzativi o alla guerra, tanta è la strada percorsa dalla Mostra vini del Trentino. Un evento che festeggia in questi giorni l’ottantesima edizione all’insegna della parola d’ordine “enodiversità”. Confermandosi come una delle rassegne enologiche più longeve d’Italia.

Questa mattina a Palazzo Roccabruna si è tenuta la conferenza stampa di presentazione della manifestazione, cui hanno partecipato i rappresentanti degli enti organizzatori: Giovanni Bort, presidente della Cciaa di Trento, Bruno Lutterotti e Graziano Molon, rispettivamente presidente e direttore del Consorzio vini del Trentino, Elda Verones, direttrice dell’ApT di Trento, Monte Bondone e Valle dei Laghi, Roberto Stanchina, assessore comunale alle politiche agricole, Michele Dallapiccola, assessore provinciale all’agricoltura, Francesco Antoniolli, presidente della Strada del vino e dei sapori del Trentino.

“IL VINO E’ CULTURA”
Nell’introdurre l’incontro, Mauro Leveghi, segretario generale della Camera di commercio di Trento, ha ricordato le origini della Mostra, nata nel lontano 1925 allo scopo di far incontrare venditori e acquirenti del mondo del vino, ma trasformatasi negli anni: “Oggi la Mostra  ha un significato prettamente culturale, serve a dar forza al brand Trentino, a sostenere l’immagine del territorio all’interno e all’esterno di esso”.

Giovanni Bort, presidente dell’Ente di via Calepina, ha sottolineato come la Mostra sia da sempre “la cartina al tornasole dell’andamento del settore vitivinicolo locale e il riflesso di quella parte della società trentina che direttamente o indirettamente lavora nel campo vitivinicolo”.

“La Mostra è anche l’occasione per riflettere sulle prospettive del settore. Benché il mercato internazionale sia strategico per molte grandi imprese del vino, il Trentino non può più ragionare solo in termini di fatturato e di volumi”. Così Bruno Lutterotti, presidente del Consorzio, che ha sottolineato come le peculiarità organolettiche dei nostri vini derivino dalla variabilità delle componenti pedoclimatiche del territorio.

“Sarà sempre più importante quindi – evidenzia ancora Lutterotti – continuare con il percorso intrapreso di valorizzazione e tutela dell’ambiente in modo da gettare le basi, anche in termini di formazione, affinché le 6000 aziende del comparto possano essere pronte, se lo vorranno, per fare in futuro un salto verso forme di produzione di tipo anche biologico”.

“UN TRENTINO ENODIVERSO”
A rappresentare il Comune di Trento, l’assessore alle politiche agricole, Roberto Stanchina, che, oltre ad aver evidenziato il legame storico fra la mostra e la città, ha richiamato la necessità di stringere la collaborazione fra istituzioni, cantine ed operatori commerciali perché il vino trentino possa essere sempre più presente nell’offerta locale.

L’assessore provinciale all’agricoltura, Michele Dallapiccola, ha posto l’accento sull’importanza delle “differenze all’interno di un quadro complessivamente unitario”: “Vogliamo un Trentino enodiverso, che promuova la biodiversità in termini di specie viticole e di produzione. In quest’ottica allora perde di senso anche l’opposizione fra grandi cantine e vignaioli perché di fatto essa corrisponde a diverse segmentazioni del mercato. In virtù della propria identità ognuno può trovare la sua collocazione sul mercato rispondendo alle diverse attese del consumatore. Dalla pluralità dei suoi attori il settore trae forza”.

Infine il presidente della Strada del Vino e dei Sapori del Trentino, Francesco Antoniolli e la direttrice dell’Apt di Trento, Monte Bondone e Valle dei Laghi, Elda Verones,  hanno illustrato il contributo al programma offerto dalla rete dei bar, dei ristoranti e degli alberghi con proposte gastronomiche e pacchetti turistici dedicati. Ha concluso Graziano Molon, direttore del Consorzio vini del Trentino passando in rassegna le iniziative della 80^ edizione della Mostra e ricordando la collaborazione con il Movimento Turismo del Vino che nei giorni 27 e 28 maggio celebra la 25^ edizione di “Cantine aperte”.

IL PROGRAMMA DELLA MOSTRA
Le cantine partecipanti sono quarantadue, con oltre 130 etichette in degustazione. Da Palazzo Roccabruna, che è la sede principale dell’evento – nonché dell’enoteca provinciale del Trentino – le iniziative si estendono anche nei 22 locali della Strada del Vino e dei Sapori del Trentino che proporranno aperitivi e menù dedicati, oltreché nelle 18 cantine che aderiranno alla 25^ edizione di Cantine Aperte, consentendo ai visitatori interessanti escursioni nei luoghi in cui il vino nasce con degustazioni enologiche e gastronomiche (www.movimentoturismovino.it).

L’80^ edizione della Mostra offre un calendario ricco di proposte, in cui il vino incrocia la gastronomia, il Jazz ed altre coinvolgenti esperienze sensoriali. Si parte con le degustazioni ai tavoli dell’Enoteca giovedì 25 maggio dalle 17 alle 23. Stesso orario anche venerdì 26 maggio, mentre sabato 27 e domenica 28 maggio si apre alle 11 per chiudere rispettivamente alle 23 e alle 22.

Uno dei momenti qualificanti di questa ottantesima edizione è il talk show condotto da Nereo Pederzolli venerdì 26 maggio alle 17.00 a Palazzo Roccabruna: “Generazioni a confronto. Tra passato e presente uomini e donne del vino trentino”.

Pederzolli farà il punto su ottant’anni di mostra avvalendosi delle testimonianze di Elvio Fronza, Lucia Letrari, Giacomo Malfer, Filippo Scienza e Luigi Togn.

Jazz & Wine è l’appuntamento organizzato nella corte interna dell’Enoteca per trascorrere un’ora in compagnia del vino e del jazz “live” di Matteo Turella (chitarra), Luca Rubertelli (sax) e Giordano Grossi (contrabbasso) giovedì 25 maggio alle 20 e di Franco Testa (contrabbasso), Edoardo Morselli (chitarra) e Stefano Pisetta (batteria) venerdì 26 maggio alle 20.

Per chi invece preferisse un’immersione sensoriale fra luci, colore, musica, spettacolo e degustazione, ritornano anche quest’anno i laboratori del gusto “Divinisensi”, proposti da Carlo Casillo e Mariano De Tassis in collaborazione con il sommelier Mario Dorigatti: giovedì 25 e venerdì 26 maggio alle 19 e alle 21, sabato 27 maggio alle 18 e alle 21 e domenica 28 maggio alle 18 e alle 20 (prenotazioni allo 0461/887101).

Infine l’abbinamento cibo-vino: nella cucina di Palazzo Roccabruna i ristoranti Van Spitz di Frassilongo (venerdì dalle 19.00 alle 23.00) e Cant del Gal di Tonadico (sabato dalle 12.00 alle 23.00) si cimenteranno in piatti gustosi della tradizione abbinati ai vini in mostra.

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Langhe wine tour: visita alle cantine Porro, Sobrero, Sordo, Rivella e Rinaldi

La meta, stavolta, è “La Meta”: ovvero la Langa. Le idee sono chiare. Mix tra produttori emergenti poco noti e top di gamma. Il programma prevede il passaggio attraverso tre comuni della denominazione Barolo: Serralunga per visita all’azienda agricola Guido Porro, Castiglione Falletto alle Aziende agricole Sobrero Francesco e Giovanni Sordo, poi a Barolo per conoscere Giuseppe Rinaldi. E infine puntata a Barbaresco per incontrare Teobaldo Rivella. Questi ultimi due? Monumenti del territorio, memorie storiche della Langa. E vignaioli fino al midollo. Non per niente infatti iscritti al Consorzio ViniVeri.

AZ. AGRICOLA GUIDO PORRO
La giornata inizia presto, si parte da Milano alle 7. La prima visita è fissata per le 9 del mattino. Ad aprire le porte dell’Azienda agricola Guido Porro è il papà Giovanni: batteria di vini al completo sul tavolo, insieme a un bel cestino di grissini. Guido è impegnato a imbottigliare l’annata nuova. Passerà più tardi per un saluto.

Giovanni racconta la storia dell’azienda e dei cru in possesso, tutti sul territorio di Serralunga. Il Gianetto la cui porzione è esposta a est/sud-est, con terreno caratterizzato da argilla e tufo ma con una componente sabbiosa in maggioranza.

Poi c’è il Lazzarito: terreni di sola argilla e tufo dai quali nascono i Baroli aziendali delle vigne Santa Caterina e Lazzairasco. Quest’ultimo è il Barolo premiato della casa. Il Cru Lazzarito è esposto a nord-ovest e prende sole tutto il giorno. Una balconata guarda il paese di Serralunga e la conca del Lazzarito. “Uno spettacolo – evidenzia Giovanni Porro, come se per lui fosse la prima volta – vedi… quel pezzo là dietro alla cascina rossa è il cru Gabutti. Mentre alle spalle del paese, là dietro, scende la Vigna Rionda”. Fantastico. Vedere coi propri occhi quello che avevi sempre e solo letto è emozionante.

LA DEGUSTAZIONE
Dolcetto 2016
, 14%. Splendida beva, molto piacevole. Lontano dai Dolcetti tannici di Dogliani. Qui la frutta fresca rossa la fa da padrona, tannini morbidi e acidità bilanciata. Macerazione, veloci svinature e poco tempo in acciaio. Il vino è pronto in fretta. E’ quello che qui si beve tutti i giorni, a tavola.

Barbera d’Alba vigna Santa Caterina 2016, 15%. Tempi più lunghi di fermentazione e 20/22 giorni di macerazione. La freschezza e l’acidità spiccano, ma la componente fruttata è vasta e il tutto invita al sorso compulsivo. Tutto acciaio, niente legno. Fantastica.

Barbera d’Alba vigna Santa Caterina 2015 è la Barbera Perfetta. Ben bilanciata in tutte le componenti e la freschezza dell’annata le conferisce una miglior succosità e piacevolezza nel sorso. Un po’ piaciona forse. Di certo quella che fa meno fatica a risultare la preferita.

Nebbiolo 2016. 24/25 giorni di macerazione. In cantina si utilizzano vasche di acciaio di stampo più largo che alto. “In modo tale – spiega Giovanni – da avere un cappello più basso e più facile da rompere”. Due rimontaggi al giorno. Le uve arrivano quasi tutte dal Gianetto. Il vino è giovane, molto giovane. Al naso prevale una nota che rimanda a un’erba officinale poco gradevole al naso. In bocca va un po’ meglio, ma è ancora spigoloso e deve armonizzarsi.

Nebbiolo 2015. Decisamente meglio, la nota verde c’è ancora ma l’acidità è splendida e il sorso per niente scontroso. Un vino comunque da aspettare, in cantina. La stessa punta verde la trovo nel Barolo Gianetto 2013 anche se meno marcata. L’affinamento dei Baroli avviene in botti classiche di Rovere di Slavonia da 25 e 30 ettolitri con tempi da disciplinare classico.

Barolo Santa Caterina 2013. Tannino già morbido per essere stato messo in bottiglia da qualche settimana , componente fruttata leggera … un Barolo atipico si direbbe per queste parti. Meglio la 2012 con tannino marcato quanto basta e bel frutto classico con richiamo di viola . questo mi piace. Ne prendo 2 .

Lazzairasco 2013. E’ il Serralunga per antonomasia, quello riconoscibile. Austero, scontroso, tannico e duro ma allo stesso tempo elegante, molto elegante. Il 2012, con un anno in più di bottiglia, mostra già i primi equilibri tra le parti ma ha ancora tanta strada da fare. Sarà premiato anche il 2013? Vedremo.

Capitolo Vigna Rionda. La famiglia Porro, alla morte del cugino Tommaso Canale, divide con Ettore Germano e Giovanni Rosso la porzione del cru in possesso a Canale. La parcella migliore della Vigna Rionda, si dice in Langa. Giovanni Rosso riesce a recuperare la vigna piantata mentre Porro si trova davanti alla dura decisione di dover espiantare tutte le vecchie vigne e reimpiantarne di nuove.

La prima annata di produzione è la 2014, che uscirà solo nel 2018. Poter assaggiare tutti i campioni di botte in verticale (2014, 2015 e 2016) è una vera fortuna. Beh, questi sono vini eccezionali: eleganza pura, tannino suadente, morbido. Che accarezza il palato e lascia una pulizia sopraffina. Emozione pura quando nel fondo del calice della 2015, già vuoto, si sprigiona un sentore di chinotto mai sentito prima.


AZ. AGRICOLA FRANCESCO SOBRERO
L’arrivo all’Azienda agricola Francesco Sobrero avviene attorno alle 10.40. Ad aspettarci Flavio Sobreo, classe 82. Capito bene? 1982. Dopo la scuola enologica di Alba, conduce adesso con le sorelle l’azienda di famiglia. La generazione è di quelle che farà strada in Langa. In quest’ultimo periodo la sferzata di gioventù è ottima e ha idee molto chiare.

Tornare all’origine, alla vinificazione che ha fatto la storia di questi paesi e agli affinamenti in botti grandi. Basta barrique. Come lui anche i nipoti della Palladino (azienda a Serralunga) stanno dando la stessa impronta giovane e fresca all’azienda di famiglia, con grandi risultati (prendere nota: Barolo Serralunga di Palladino, da assaggiare). Flavio è reduce dalla giornata precedente a Milano, per ritirare un premio. Altro che new entry.

Qui i cru aziendali sono Villero, Parussi, Valentino, Piantà, Rocche e Pernanno. C’è grande variabilità. Nessuno vicino all’azienda. Flavio usa l’acciaio solo per Dolcetto e Chardonnay, mentre fa fermentazione e macerazione lunghe in tini da 50 ettolitri a cappello sommerso solo per i grandi Cru di Nebbiolo. Per le Riserve i passaggi sono tino, vasche di cemento vetrificato e, infine, botte grande. Per i 2015 e 2016 le macerazioni sono durate anche 70 giorni.

LA DEGUSTAZIONE
Partiamo col Langhe Bianco, 100% Chardonnay. Le vigne hanno 32 anni e si trovano in paese, sul versante Nord di Castiglione Falletto. Meno sole, quindi più freschezza e acidità. Quello che serve a un bianco. Pressatura diretta, ovvero non si pigia: si mette subito in macchina. Un veloce passaggio in vasca per raffreddare il mosto e separare il sedimento, poi si va in fermentazione.

Il processo alcolico inizia sui 18°, ma Flavio abbassa lentamente la temperatura fino a 10°. Ma non si arresta così la fermentazione? “No – risponde Flavio Sobreo – va solo più lentamente e in questo modo la fermentazione dura anche 2 mesi. La permanenza sulla fecce dipende da come vanno le annate e di batonnage se ne fanno pochi”. Anche la malolattica non viene sempre svolta al 100% . “Sui bianchi – evidenzia Flavio – se deve avvenire, viene come vuole. Sui rossi il discorso è diverso e la mallolattica deve completarsi al 100%”.

Il colore è un giallo paglierino tenue, molto limpido e trasparente. Al naso il vino è fresco, classica frutta polpa bianca fresca, qualche fiore di campo. In bocca sapido e acido ma non tanto persistente. Piacevole, da aperitivo. Passiamo ai rossi. Qui di 2016 non ce ne sono ancora in bottiglia.

Dolcetto 2015. 7/8 giorni di macerazione, poi travasi e in vasca ad affinare. Colore rubino, quasi porpora. Un’esplosione di frutta giovane, fresca, con acidità esaltante ma con un tannino presente sulla mucosa.

Nebbiolo 2015. Venticinque giorni di macerazione sulle bucce, poi un anno in botte grande dai cru Valentino , Piantà e Pernanno. Qui il tocco di Flavio consiste nell’inserire un 10% di Barolo dell’annata declassato. In questo caso si tratta del Barolo 2013 Ciabot Tanasio (assemblaggio anch’esso dei cru Valentino, Piantà e Pernanno). Quindi siamo davanti ad un Nebbiolo con 10% di Barolo.

Naso e bocca da campione. E’ immediato ma ti riempie e non finisce mai. Acidità in ingresso, sentori classici di viola e piccola frutta rossa in centro bocca. E poi il tannino morbido e avvolgente a chiudere, pulire e chiamare il prossimo sorso. Bottiglia centrata, perfetta. Uno di quei Nebbioli di cui vorresti riempirti la cantina.

Barolo Ciabot Tanasio 2012. Valentino, Piantà e Pernanno. Le vigne vengono vinificate separatamente e poi assemblate. Trentacinque giorni di macerazione sulle bucce e poi trenta mesi di legno grande. Il naso è avvolgente: richiami floreali e fruttati freschi in prevalenza, che col tempo divengono quasi marascati. Un Barolo giovane, dai sentori freschi, non certamente evoluti, ma dolci, non pungenti. In bocca altra storia: il tannino scalpita e tiene il palato sul pezzo. Questo è Barolo. L’assemblaggio risulta piacevole e armonico. Il vino prende le caratteristiche singole dei vigneti e le armonizza.


AZ. AGRICOLA GIOVANNI SORDO
Prima di pranzo, tappa obbligata da Giovanni Sordo, sempre a Castiglione Falletto. Altra azienda storica. In uscita quest’anno con ben 8 differenti cru. Tutti singolarmente. Solo qualche settimana fa, nell’enoteca di fiducia, avevamo scorto una bottiglia di Sordo con la menzione Monprivato. Come Monprivato?? Ma non era un monopole di Mascarello? Sì, fino a qualche anno fa. L’Azienda agricola Sordo è proprietaria, all’interno del cru, di una piccola parcella e vendeva le uve a Mascarello. Ma adesso, per qualche motivo, ha deciso di vinificarlo direttamente.

Interessante sapere cosa ne pensano da Mascarello, considerando il prezzo di uscita dell’etichetta di Sordo, nettamente inferiore. Ho avuto la fortuna di assaggiarlo e il vino è strepitoso. Qui a Castiglione Falletto, i Sordo hanno allestito un nuovissimo wine point con sala vendita e sala degustazione, enorme. Vetrate sulle vigne , architettura moderna. Sembra per un attimo di stare in Alto Adige, tanto per capirci.

Ad accoglierci è un commerciale. I cru aziendali in produzione spaziano in tutti i comuni della denominazione: Monprivato, Villero, Parussi, Rocche di Castiglione a Castiglione Falletto; Gabutti a Serralunga; Perno a Monforte; Ravera a Novello; Monvigliero a Verduno.

LA DEGUSTAZIONE
Primo nel calce è il Pelaverga 2015, uva storica di Verduno da cui si vinifica questo meraviglioso vino. Sentori speziati in prevalenza, classici di questo vino, accompagnati da ottima spinta acida e succosità. E’ un vino sincero, distintivo di Verduno. Molto piacevole.

Passiamo poi ai cru, cercando di suddividerli per area: Villero, Monvigliero e Perno. Tutti 2013. Villero il più rotondo e lungo, Perno il più elegante e di corpo, il meno tannico dei tre, poi Monvigliero: ritrovo la spezia di Verduno e la frutta rossa.


AZ. AGRICOLA RIVELLA
Alle 14 siamo a Barbaresco. Il citofono di Teobaldo Rivella è il vero punto d’arrivo della giornata. Persona meravigliosa, semplice, vignaiolo con tante vendemmie sulle spalle (“cinquanta”, ci confida). In cantina, da Teobaldo, lavorano anche la moglie e un’aiutante per la vendemmia. Basta. Due vini: un Dolcetto e un Barbaresco. Tutte le uve sono nel cru Montestefano. Tremila bottiglie di Dolcetto, 8 mila di Barabresco.

La cantina è piccolissima, ci sono tre vasche di acciaio per il Dolcetto e 7 botti grandi per il Barbaresco. Sembra irreale a confronto con quanto visto prima. Allevamento a Guyot classico della Langa, vigne di 54 anni, terreni di argilla e tufo. Niente sabbia a Montestefano. La visita inizia dalla cantina dove vengono stoccate le bottiglie. Il luogo in cui la moglie, con pazienza, le etichetta una ad una. Non ci sono macchine industriali. Che meraviglia.

La sua riserva privata di Barbaresco consta di tutte le annate. Nella piccola saletta degustazione, sediamo uno di fronte all’altro. Novanta minuti di chiacchiere, sul più e sul meno. Della storia dell’azienda, del suo papà, di come non si sia mai certificato biologico perché “non serve”: “Il mio vino è genuino, niente chimica, solo poltiglia bordolese e qualche ramato”. Cura della vigna? “Quel che basta. Meno la tocchi, meglio è”. E poi cantina. Macerazioni di 34 giorni, 10 mesi in botti, poi in bottiglia per affinamento. “E ricorda: non è vino finché non ha fatto la malolattica”.

LA DEGUSTAZIONE
Dolcetto 2015
. Shock! Pochi filari sulla sommità della vigna che Teobaldo produce solo perché piace a lui, altrimenti qui si pianterebbe esclusivamente Nebbiolo. 5/6 giorni di macerazione, poi acciaio. Ci rimane per un anno, prima di passare in bottiglia. Porpora, limpidissimo, naso splendido, carico già di sentori fruttati di sottobosco e di freschezza. Finale di bocca di mandorla di rara finezza e precisione. E’ il top del giorno, senza dubbio.

Barbaresco Montestefano 2012. Altro shock. Il miglior Barbaresco in circolazione. Il colore è carico ma siamo ancora sul rubino, il naso è esplosivo ma in bocca più gentile e composto rispetto alla 2011, provata in altre occasioni. Leggera spezia a chiudere. Tannino deciso ma levigato.

Barbaresco Montestefano 2009. Colore granato classico da Nebbiolo, naso mandorlato che nasconde note fruttate più aspre e decise, domate da una leggera tostatura ancora lontana.


GIUSEPPE RINALDI
Il portone della Cantina di Rinaldi si apre su un altro mondo. Un luogo meraviglioso, un misto tra un museo di attrezzi agricoli grandi e piccoli e una stanza dove si custodiscono mobili di antiquariato. Tutto sembra tranne che una cantina. Ci accoglie Marta, la figlia di Giuseppe Rinaldi. Il “citrico” c’è. Ci scruta come fossi un personaggio tra il losco e il malandrino. “Cosa vuoi?”, chiede. Quasi intimorisce.

Interviene Marta: “Vieni, vieni”. Eccoci nella cantina vera e propria, dove una fila di 10, 15 tini e altrettante botti grandi e medie si fiancheggiano su due lunghi corridoi dalla luce soffusa, tendente al rosso, granato. Sembra di stare in mezzo al vino. Si respira qui, il vino.

Azienda agricola Giuseppe Rinaldi, 6,5 ettari vitati tutti a Barolo nei cru Ravera, Le Coste, Brunate e Cannubi San Lorenzo. Trentotto mila bottiglie circa all’anno. Brunate e Ravera caratterizzati da argilla e tufo e marne bluastre. Cannubi e Le Coste hanno percentuali di sabbia maggiori, che li rendono tratti più acidi ma con meno ricchezza. Ravera è il cru più tardivo, perché è in una posizione più arieggiata. La vinificazione è classica, le uve vengono fatte fermentare e macerare nei tini per 25-30 giorni,  a cappello emerso con due rimontaggi al giorno e follature ancora manuali.

Si vinifica Freisa, Ruché,  Dolcetto, Barbera e Nebbiolo. Il Ruchè e il Dolcetto affinano in acciaio, mentre il resto passa tutto in legno dopo aver fatto la malolattica, tranne il Nebbiolo. Una volta imbottigliati, tutti i vini affinano almeno un anno in cantina. I Nebbioli 3 anni, come vuole il disciplinare.

LA DEGUSTAZIONE
La Freisa 2016, dalla botte, conquista al primo sorso. Il vino perfetto da tutti i giorni, spensierato, tutto freschezza e “succo” di frutta.  Cosi come la Barbera 2016 dove emerge l’acidità classica, accompagnata dal giovane frutto. Passiamo poi alle bottiglie. Marta porta il Nebbiolo 2015, incredibilmente “piacione” e già perfetto. In bottiglia da qualche settimana, sembra affinato da almeno 2 anni.

A seguire Barolo Tre Tine, ovvero Cannubi, San Lorenzo, Ravera e Barolo Brunate. Due Baroli immensi, più piacevole il Brunate. Spicca una tipicità unica, riconoscibile impronta di un vignaiolo d’altri tempi. Sarà per questo che ormai il Barolo di Rinaldi è diventato un prodotto mitologico, che dura un giorno in cantina e che è sempre più difficile reperire se non a prezzi stratosferici.

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Nikka Distillery: il whisky giapponese in cinque mosse

“Dicono che il Giappone è nato da una spada. Dicono che gli antichi Dei hanno immerso una lama di corallo nell’oceano e che, al momento di estrarla, quattro gocce perfette siano cadute nel mare e che quelle gocce sono diventate le isole del Giappone”. Chi ha visto “L’ultimo samurai” ricorderà certamente questo passaggio.

Oggi sappiamo che non è così. Sappiamo che oltre alle quattro isole principali, l’arcipelago giapponese conta altre 6.578 isole. Sappiamo che le isole non son fatte di corallo, ma sono il frutto di centinaia di migliaia di anni di attività vulcanica e movimenti oceanici dovuti all’incontro di tre placche tettoniche (hai voglia che terroir!).

Sappiamo che il 73% del territorio non è ospitale e disabitato. Ma c’è qualcosa in questa leggenda che ci dice molto sulla mentalità giapponese, sul suo approccio al bello, sulla sua ricerca continua della perfezione in ogni campo. E tutto questo lo ritroviamo anche in un prodotto che, a prima vista, non ha nulla di giapponese: il Whisky.

UN MOVIMENTO IN CRESCITA
Per conoscere meglio la storia, le tipologie, i profumi ed i sapori del distillato nipponico, il Milano Whisky Festival ha organizzato lo scorso 9 maggio, presso il Bao Bab Caffè di via Pietrasanta 14, una serata di degustazione di ben 5 Japanese Whiskies della distilleria Nikka. A guidare la serata e la degustazione Sayumi Oyama, la brand ambassador per l’Europa della Nikka Distillery.

Sayumi, nel suo inglese dalla tipica cadenza nipponica, ci interroga subito chiedendoci se sappiamo quante distillerie attive ci sono in Giappone. Restiamo tutti attoniti quando scopriamo che sono ben 15, moltissime delle quali sono micro distillerie artigianali, di cui ben 5 ancora non commercializzano perché in fase di rodaggio, le altre sono riconducibili ai 2 grandi gruppi Nipponici del beverage: Santoy e, appunto, Nikka.

LA DEGUSTAZIONEI bicchieri sono già pronti davanti a noi, ma Sayumi ci ferma. A dispetto delle regole di degustazione “verticale”, la brand ambassador ci fa invertire i primi due Whisky. Così, dice, capiremo meglio. Ne degusteremo cinque, in totale. In un crescendo di emozioni.

Partiamo quindi dal secondo prodotto: Nikka Coffey Malt 45%. È ottenuto da un blend di diversi malti prodotti utilizzando la colonna Coffey acquistata dal nel 1961 (per la distillazione in continuo) ed invecchiati minimo 6 anni (è giusto dire che in Giappone il disciplinare non prevede un periodo minimo di invecchiamento come invece avviene in Scozia).

Nikka ha deciso di non sostituire questa colonna con impianti più moderni ed efficienti per non snaturare i propri prodotti e mantenere quella rotondità che li contraddistingue. Bel colore dorato carico, è un malto dolce e fruttato. Effettivamente rotondo sia al naso che in bocca rivela pian piano la propria dolcezza fino ad aggiungere sul finale una nota speziata. Potremmo definirlo “da dessert”.

Passiamo quindi al Nikka Coffey Grain 45% e capiamo perché Sayumi ci ha fatto invertire i bicchieri. Blend di Whisky di Grano ottenuti dalla stessa colonna Coffey si presenta immediatamente più dolce. Il colore è più scuro del predente, al naso emerge una bella nota fruttata ed una spezia morbida. Note di vaniglia. In bocca non tradisce le aspettative.

È invecchiato in botti ex Bourbon recharded (riparate) o retoasted (che hanno subito un processo di nuova tostatura all’inteno) ed è questa componente “americana” a regalare i sentori. Se lo avessimo bevuto subito forse non avremmo capito fino in fondo il Coffey Malt precedente.

È il momento di degustare il Nikka From The Barrel 51.4%. Il prodotto è un blend di 60% Grain Whisky (prodotto a Miyagikyo) e 40% Malt Whisky (prodotto in entrambe le distillerie) finissato in botti ex Bourbon. Colore tendente all’ambrato al naso rivela subito l’utilizzo della botte americana ma la vera sorpresa è all’assaggio. È potente nei suoi oltre 51 gradi eppure non perde di eleganza, è anche estremamente rotondo e morbido. Proprio per la sua eleganza non ci sorprende sapere che questo fu il Whisky che nel 1984 stupì a Parigi rivelando al mondo l’esistenza del Giappone.

Il quarto Whisky è Miyagikyo Single Malt 45%. Single Malt non torbato dal colore dorato. Al naso rivela tutta la maestria e la ricerca della perfezione tipiche della cultura giapponese. Pulito, fruttato. In bocca alcolicità ed acidità sono perfettamente dosate. È un “no age” ed è veramente difficile trovarlo in commercio in Italia, questo perché per lungo tempo l’export è stato bloccato. È questo infatti il malto che ha sancito la nascita ed esplosiva crescita del mercato interno giapponese.

Oggi nei magazzini di Miyagikyo riposano diverse partite in attesa di maturazione, per cui si spera di poterlo avere più facilmente in futuro. Il Whisky in invecchiamento riposa in botti ex Bourbon ed ex Sherry. Nikka (ma anche Suntory) non usa più le botti di Mizunara, la Quercia Giapponese (Quercus Mongolica), tipica di Hokkaido, il cui legno è molto duro e quindi difficile da curvare col rischio di continue rotture delle botti. La Mizunara però ha anche la caratteristica di essere estremamente porosa e quindi di donare al Whisky una maturazione (ci dicono) del tutto particolare.

Ultimo assaggio per Yoichi 10 y.o. 45%, l’unico malto giapponese torbato. 20ppm, una torbatura leggera ma ben evidente. Se Miyagikyo è la Geisha, Yoichi è il Samurai. Più forte, più deciso, ma altrettanto preciso. La distilleria è a meno di 1 Km dal mare e si sentono le note iodate. I caratteristici alambicchi di Yoichi hanno il “collo di cigno” rivolto verso il basso che dona una maggiore oleosità.

Una curiosità: unico caso al mondo gli alambicchi qui sono ancora riscaldati a fuoco diretto utilizzando carbone naturale, metodo che non consente certo lavorazioni rapide e che costringe a lunghi tempi di improduttività. Ancora una volta la millenaria cultura giapponese si rivela.

La serata si chiude sulla lunga persistenza del nostro Yoichi. Resta il tempo di salutare, ringraziare e rubare una foto a Sayumi. Ma nella mente i profumi e le parole vissuti ci accompagnano ancora a lungo mentre meditiamo su come lo straordinario incontro di due culture, di due gusti, di due mondi tanto diversi ha dato vita ad un prodotto, ad un’esperienza, così seducente.

LA STORIA DEL WHISKY GIAPPONESE
Il noto film di Zwick, con protagonisti Tom Cruise e Ken Watanabe, per quanto romantizzato in stile hollywoodiano, ci catapulta nella storia di questa affascinante nazione. Ed è da lì che dobbiamo partire per capirne il Whisky.

È il 1853 ed il Giappone, nazione fino ad allora chiusa al commercio ed allo scambio culturale con le nazioni estere, riceve la visita dell’Ambasciatore Americano che chiede al Giappone di aprire i propri confini. L’Ambasciatore si presenta con in dono due bottiglie, una di Bourbon e l’altra di American Irish Whiskey (il Whiskey irlandese prodotto per il mercato americano). È un successo! Fino ad allora l’unico alcolico consumato è stato il sakè (bevanda di riso fermentato) e negli anni seguenti a corte, e non solo, si fa a gara per accaparrarsi le poche bottiglie che le delegazioni straniere portano con se nelle visite ufficiali.

È il 1871 quando finalmente i trattati commerciali diventano operativi ed inizia l’import di Whisky ma è un import costoso, poche bottiglie a prezzi elevatissimi e così c’è chi prova ad organizzarsi per una produzione interna. Per farlo però mancano completamente le conoscenze ed i produttori di sakè iniziano a produrre un sakè corretto con spezie ed aromi nel vano tentativo di imitare il Whisky, finché nel 1918 un giovane ragazzo, Masataka Taketsuru, decide di partire per la Scozia per imparare l’arte della distillazione e dell’invecchiamento.

In Scozia Taketsuru studia a Glasgow e nello Spayside per poi lavorare in ben 4 distillerie diverse, dalle Lowlands alle coste del nord, producendo dai malti dolci ai malti torbati. Durante la sua permanenza in Scozia Taketsuru conosce, se ne innamora, e sposa Jessie Roberta Cowan, detta “Rita”, figlia di un’importante famiglia borghese. Questo amore, comprensibilmente contrastato dai di lei genitori, giocherà inconsapevolmente un ruolo di rilievo nella storia del Whisky made in Japan.

Nel 1923 Taketsuru e Rita rientrano in Giappone e lui viene immediatamente assunto come Master Distiller da Shinjiro Torii che stava giusto in quel momento fondando la prima distilleria, quella destinata a divenire l’attuale Suntoy. La fonda a Yamazaki per due ragioni: la grande presenza di acqua e la vicinanza con Osaka, la città più importante in quel momento, nella parte meridionale dell’isola di Honshu.

Il palato giapponese, il senso del gusto nipponico, è però toppo delicato per chi come Taketsuru si è forgiato nelle Glen scozzesi e questo lo porta sin da subito in contrasto con Torii. I primi prodotti sono infatti un fiasco commerciale e se Taketsuru vuole perseverare sapendo che quello è il modo di fare il Whisky, Torii vorrebbe ammorbidirlo per renderlo più gradito al mercato interno. Nel 1934 si consuma la frattura, Yamazaki continuerà a produrre in proprio il Whisky “alla Torii” mentre Taketsuru lascia l’azienda per fondarne una propria.

In realtà non riuscirà a fondarla subito per mancanza di capitali ed aprirà quindi una azienda di succhi di frutta, prevalentemente mela, che chiama “Dai Nippon Kaju” (contratto poi in Nikka). Solo nel 1940, coi soldi guadagnati, aprirà la sua distilleria e sceglie di farlo a Yoichi, sulla punta più settentrionale dell’isola di Hokkaido, quella più a nord. Lo fa lì per due validissime ragioni.

La prima è la presenza di una ricca sorgente di acqua purissima, indispensabile per fare il Whisky. La seconda è il terroir. Avete mai fatto caso che il Gippone è disposto in verticale? Le sue isole coprono ben 22 paralleli di latitudine e così se le isole più meridionali godono di un clima sub tropicale Hokkaido, a nord, è caratterizzata da inverni rigidi, estati fresche e precipitazioni. Hokkaido è una piccola Scozia!

Il contrasto che ha portato alla divisione fra Torii e Taketsuru è il motivo per cui Suntory e Nikka ancora oggi non si scambiano partite di Whisky, come invece avviene per i blend scozzesi, ed ognuna è costretta a prodursi da sola tutte le partite necessarie ai tagli. Così nel 1969 Nikka fonda la sua seconda distilleria, Miyagikyo, dove oltre agli alambicchi decide di installare anche una colonna Coffey del 1961, ancora oggi in funzione per produrre, appunto, alcuni dei whisky degustati con Sayumi Oyama.

Le due distillerie, Yamazaki e Yoichi, continuano e lentamente incrementano la loro produzione ma la domanda interna scarseggia ed il whisky si vende prevalentemente all’estero. Nel 1984 e 1985 accadono i due fatti che sconvolgeranno il mercato del Whisky nipponico.

Nel 1984 Nikka presenta in fiera a Parigi un prodotto: “Nikka Form The Barrel” 51.4% (che abbiamo degustato). È confezionato in una strana bottiglia quadrata, ancora oggi in uso, che attira l’attenzione e vince il premio per il miglior design. È un whisky morbido eppur deciso che non piace al mercato giapponese ma che unitamente al design riscuote un immediato successo internazionale. È l’inizio del grande export.

Nel 1985 una TV privata giapponese mette in onda uno sceneggiato dedicato all’amore romantico e contrastato di un giovane uomo giapponese ed una ragazza scozzese. Il riferimento a Taketsuru e Rita è palese, il Giappone scopre il proprio Whisky, è il boom della domanda interna. Professionisti e casalinghe non vedono l’ora di acquistarlo.

Considerata la limitata capacità produttiva di Nikka e Suntory e la grande richiesta data dalla sommatoria di domanda interna ed esterna è il collasso. Le due distillerie sono costrette a contingentare le esportazioni ed a sacrificare partite che riposavano tranquille in invecchiamento per soddisfare le richieste.

Questo il motivo per cui moltissimi Whisky Giapponesi oggi sono “No Age”, questo il motivo per cui il ricercato Yoichi 10 y.o. 45% è quasi introvabile così come lo è il Miyagikyo Single Malt (entrambi degustati).

Considerate che oggi Nikka produce annualmente circa 2 milioni di litri nelle due distillerie, Suntory ne produce circa 5 milioni. Sette milioni di litri è poco meno della produzione annuale della famosa distilleria Bowmore ad Islay. L’intero Giappone produce quanto una media distilleria scozzese, non c’è da stupirsi se è così raro da trovare sul mercato.

L’effetto di “under allocation” persiste, lo sanno bene importatori e distributori che vorrebbero poterne commercializzare di più, ma il mercato europeo è tenuto in grande considerazione dalle due case giapponesi e così Nikka riesce ad essere presente con ben 11 prodotti diversi, figli dei 2 malti di Yoichi e Miyagikyo e delle varie distillazioni a colonna.

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Un mare di Champagne 2017: grande degustazione ad Alassio

Conto alla rovescia per Un mare di Champagne 2017, l’appuntamento annuale di Alassio (SV) con le nobili bollicine francesi. Una grande festa in Piazza Partigiani, direttamente affacciata sul mare, nel cuore della bella cittadina ligure, darà il via all’evento domenica 11 giugno.

A partire dalle ore 19.00 si potranno degustare le prelibatezze gastronomiche a cura degli chef Macramé, oltre ad altre specialità del territorio, assaporare Champagne, ma anche vini di prestigiosi produttori italiani.

Per la grande degustazione di Champagne bisogna attendere lunedì 12 giugno. Oltre 45 maison per oltre 100 Champagne, accompagnati dalle eccellenze gastronomiche Selecta (qui la guida ai migliori assaggi dell’edizione 2016). Il tutto dalle ore 12.00 alle ore 20.00, presso il Grand Hotel Alassio & SPA di Alassio (qui l’elenco delle maison presenti a Un Mare di Champagne 2017).

La degustazione è aperta agli operatori di settore, alla stampa italiana e al pubblico di appassionati (ingresso: 35 euro per persona; 30 euro per sommellier tesserati Fisar, Onav, Ais, Fis, Amira, Donne del Vino, Accademia della Cucina, Slow Food). L’accredito online, unitamente al bonifico bancario o al pagamento online tramite Pay-pal, garantiscono l’accesso alla degustazione.

Sempre nella giornata di lunedì sono previsti i Seminari di Un Mare di Champagne 2017, iche si terranno in una sala riservata. Momenti di approfondimento rivolti alla stampa di settore e al pubblico partecipante alla degustazione.

Sarà possibile accedere ai seminari previa iscrizione online (nella sezione ‘Cosa bolle in pentola‘), fino ad esaurimento posti. La partecipazione è compresa nel ticket di ingresso alla degustazione.

Grande chiusura martedi’ 13 giugno, con la Cena di Gala ‘Un Mare di Champagne’. L’evento si terrà in una location di grandissimo prestigio, l’ex Chiesa Anglicana di Alassio. Il menu degustazione sarà preparato a più mani da tutti gli chef Macramè e ogni portata sarà abbinata ad uno Champagne. Per informazioni e prenotazione (obbligatoria) Cena di Gala: + 39 366 4815006.

Per informazioni e contatti: segreteria organizzativa Macramè – Tel. 366 4815006 dalle 10.00 alle 13.00 e dalle 14.00 alle 18.00 dal Lunedì al Venerdì oppure scrivendo a info@macrame-alassio.it.

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Iper La Grande i, “Giro d’Italia in 80 vini”: degustazione e sconti sulla linea Grandi Vigne

Dal Barolo al Nero d’Avola, dal Prosecco alla Falanghina del Sannio. Sarà un vero e proprio “Giro d’Italia in 80 vini” quello in programma all’Iper Fiordaliso di Rozzano (MI), sabato 13 e domenica 14 maggio. Il primo appuntamento della grande degustazione delle “eccellenze vinicole” del marchio Grandi Vigne, la private label di Iper La Grande i.

Tutte etichette di piccoli produttori italiani, selezionati per la catena di supermercati di Montebello della Battaglia (PV) dalla società di consulenza Think Quality di Cuneo. Dopo Rozzano, toccherà ai punti vendita di Savignano sul Rubicone (centro commerciale Iper di Rimini, 11-12 agosto), Seriate (Bergamo, 9-10 settembre) e Milano Portello (6-7-8 ottobre). Chiusura del “tour” in pompa magna, il 21 e 22 ottobre, nel nuovo punto vendita di Arese, presso Il Centro.

Ad attendere i clienti all’interno dei supermercati Iper La Grande i ci saranno i produttori degli 80 vini della linea “Grandi Vigne”, pronti a rispondere a domande e curiosità, assieme ai sommelier della Federazione italiana Sommelier, Albergatori e Ristoratori (Fisar). Il calice di degustazione, prodotto da Bormioli e serigrafato “Grandi Vigne”, sarà acquistabile al costo di 3 euro. A ognuno sarà consegnato un quaderno con elenco completo, breve descrizione e prezzi dei vini in degustazione suddivisi per regione, sul quale appuntare le valutazioni degli assaggi.

Per tutti i possessori di Carta Vantaggi, a Rozzano è previsto uno sconto del 20% su tutti i vini della linea “Grandi Vigne”, dal 9 al 21 maggio. Un risparmio che salirà al 30% in occasione delle degustazioni di ottobre presso i punti vendita di Milano Portello e Arese.

“UNA SCELTA ETICA”
Coltivazione delle viti con l’utilizzo di concimazioni naturali e attenzione alla biodiversità, rispetto dell’ecosistema di cui il vigneto è parte, rafforzamento della naturale resistenza delle viti, affinamento e imbottigliamento in accordo con la natura delle uve.

Sono solo alcune delle attenzioni dedicate dai viticoltori selezionati da Iper la Grande I per la linea Grandi Vigne. La convinzione è che “i vini più grandi spesso nascono in piccolo”.

“La linea Grandi Vigne – spiega Salvatore Caraglia di Think Quality (nella foto) – è distribuita nei punti vendita Iper La grande i e, dallo scorso anno, nei supermercati Unes. Si tratta di circa 80 denominazioni italiane, tutte prodotte da aziende agricole all’origine. Al family feeling dell’etichetta frontale fa eco un’etichetta posteriore sulla quale è riportato il nome e il cognome del produttore. Una scelta ‘drastica’, nel senso buono del termine, nell’ottica di valorizzazione di produttori proprietari di vigne e di cantine, al posto degli imbottigliatori”.

Drastico è anche il processo di selezione dei vini che finiscono sugli scaffali Finiper. “Sono tutti prodotti dal vantaggiosissimo rapporto qualità prezzo – evidenzia Caraglia – che superano test di degustazione alla cieca condotti tra numerosi campioni di vini di fascia prezzo anche superiore, acquistati nei punti vendita della concorrenza o reperiti direttamente nelle cantine di altri produttori italiani”. Un metodo denominato Wine Market Matrix (WMM), brevettato proprio dalla società di consulenza di Cuneo. Vini capaci dunque di competere, a livello sensoriale, con altri della stessa denominazione, ma di fascia prezzo più elevata.

IL FUTURO DI “GRANDI VIGNE”: BIO E SENZA SOLFITI
Anno dopo anno, la linea Grandi Vigne ha radunato oltre trenta fornitori provenienti dalle regioni italiane a più alta vocazione vitivinicola. A piccoli e medi produttori, praticamente sconosciuti, si affiancano grandi nomi. Come Cantina Cortaccia in Alto Adige, o Caparzo per i vini della Toscana.

Ottocentomila bottiglie prodotte complessivamente in un anno, sull’intera linea. E vendite per referenza che vanno dalle 4 mila alle oltre 120 mila unità. Grandi Vigne su grandi cifre, dunque. Come dimostrano le 96 mila bottiglie battute in cassa nel giro di due settimane, in occasione della promozione della scorsa Pasqua nei supermercati Iper La grande I.

“Il futuro – annuncia Salvatore Caraglia – ci vedrà impegnati verso una maggiore attenzione nei confronti dei vini bio e senza solfiti. Non a caso Iper è la prima catena della grande distribuzione italiana che ha investito su una linea di vini senza solfiti aggiunti, a marchio privato. Un progetto avviato lo scorso anno, che avrà sempre più spazio”. Un motivo in più per non perdersi il Giro d’Italia in 80 vini.

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Vignaioli di Montagna: Trentino in degustazione a Palazzo Roccabruna

Quindici vignaioli del Trentino e quindici vignaioli dell’Alto Adige con i loro vini, disposti lungo un percorso che dal piano terra al piano nobile di Palazzo Roccabruna accompagna gli ospiti alla scoperta delle piccole produzioni enologiche di montagna. Questo l’evento che si terrà a Trento a Palazzo Roccabruna sabato 29 aprile dalle ore 14 alle 21, organizzato nell’ambito del Trento Film Festival dal Consorzio Vignaioli del Trentino e dall’Associazione Vignaioli dell’Alto Adige in collaborazione con la Camera di Commercio di Trento e con la Camera di Commercio di Bolzano.

Scopo dell’iniziativa è quello di parlare del rapporto fra uomo e montagna in ambito vitivinicolo. Pur appartenendo a realtà socio-culturali profondamente diverse, i vignaioli del Trentino e quelli dell’Alto Adige mantengono vivo un rapporto fatto di dialogo e di confronto. In questa relazione la montagna è il minimo comun denominatore delle loro esperienze. Con i suoi ritmi, i suoi ambienti naturali, i suoi cicli stagionali essa scandisce la vita dei viticoltori trentini ed altoatesini. E lo fa imponendo condizioni spesso impegnative. Coltivare la vite sulle pendici delle Alpi è una sfida al clima, alla gravità e spesso anche all’economia, nonché un fattore di rischio che non ammette errori. Per questo i terrazzamenti vitati della Val di Cembra e della Val Venosta sono definiti “eroici”.

IL TALK SHOW
Questi ed altri temi saranno approfonditi venerdì 28 aprile alle 18 in un talk show dal titolo “Vignaioli di montagna: Trentino e Alto Adige si raccontano” organizzato nell’ambito degli appuntamenti del Trento Film Festival e condotto da Paolo Massobrio, giornalista enogastronomico de La Stampa, autore, fra l’altro, di una celebre guida ai piaceri del palato nel Bepaese, Il Golosario.

Al dibattito parteciperanno Elisabetta Foradori, dell’azienda agricola Foradori di Mezzolombardo e Ciro Devigili, titolare di Maso Toldin a Lavis in rappresentanza del Trentino e, in rappresentanza dell’Alto Adige, Kurt Rottensteiner dell’azienda vinicola Brunnenhof Mazzon di Egna e Peter Robatscher, direttore dell’Associazione dei vignaioli dell’Alto Adige. Seguirà una degustazione dei vini prodotti dai partecipanti all’evento (ingresso libero e gratuito).

Sabato 29 aprile, dalle 14 alle 21, la manifestazione entrerà nel vivo con i trenta vignaioli della Regione che nella cornice di Palazzo Roccabruna proporranno vini abbinati a prodotti della gastronomia trentina ed altoatesina. Saranno infatti presenti pane e formaggi del Trentino (Panificio Moderno di Isera e caseificio Casanova Riccardo di Pejo) e salumi dell’Alto Adige (Hackerhof di Dobbiaco).

Sabato sera, dalle 19 alle 22, nella cucina di Palazzo Roccabruna i rifugi Roda de Vael di Vigo di Fassa e Chemnitzer Hütte di Lappago si cimenteranno in un menù a quattro mani all’insegna di una cucina regionale abbinata ai vini in mostra. Per partecipare alla cena prenotare allo 0461/887101 in orario d’ufficio.

I VIGNAIOLI PRESENTI
TRENTINO
: Balter Via Vallunga II, 24 – 38068 Rovereto info@balter.it – www.balter.it; Bellaveder Loc. Maso Belvedere – 38010 Faedo info@bellaveder.it – www.bellaveder.it; Castel Noarna Via Castelnuovo, 19 – 38060 Nogaredo info@castelnoarna.com – www.castelnoarna.com; Cesconi Via Marconi, 39 – 38015 Pressano, Lavis info@cesconi.it – www.cesconi.it; Foradori Via Damiano Chiesa, 1 – 38017 Mezzolombardo info@elisabettaforadori.com – www.elisabettaforadori.com; Francesco Poli Via del Lago, 11 Fraz. S. Massenza – 38070 Vezzano info@s.massenza.net – www.distilleriafrancesco.it; Gino Pedrotti Loc. Lago di Cavedine, via Cavedine 7 – 38037 info@ginopedrotti.it – www.ginopedrotti.it; Longariva Via Zandonai, 6 – Loc. Borgo Sacco – 38068 Rovereto info@longariva.it – www.longariva.it; Maso Cantanghel Via Carlo Sette, 21 – 38015 Lavis info@masocantanghel.eu – masocantanghel.eu; Moser Via Castel di Gardolo – 38121 Trento info@cantinemoser.com – www.cantinemoser.com; Pojer e Sandri Località Molini, 6 – 38010 Faedo info@pojeresandri.it – www.pojeresandri.it; Sandri Arcangelo Via Vanegge, 4 – 38010 Faedo info@arcangelosandri.it – www.arcangelosandri.it; Clementi Silvano Via Marconi, 13 – 38015 Pressano – Lavis info@villapersani.com – www.aziendaagricolaclementisilvano.com; Zanotelli Viale 4 Novembre, 5 – 38034 Cembra-Lisignago contatti@zanotelliwines.com – www.zanotelliwines.com; Zeni Roberto Via Stretta, 2 – Fraz. Grumo – 38010 S. Michele a/A info@zeni.tn.it – www.zeni.tn.it.

ALTO ADIGE: Weingut Klosterhof Klavenzstrasse 40 – 39052 Kaltern a.d.Weinstrasse (BZ) info@weingut-klosterhof.it – www.weingut-klosterhof.it; Manincor St. Josef am See 4 – 39052 Kaltern a.d.Weinstrasse (BZ) info@manincor.com – www.manincor.com; Weingut Unterortl Juval 1b – 39020 Kastelbell/Staben (BZ) info@unterortl.it – www.unterortl.it; Weingut Klaus Lentsch Reinspergweg 18/A – 39057 St. Pauls/Eppan (BZ) info@klauslentsch.eu; Tenuta Baron Longo Fleimstalerstrasse 30 – 39044 Neumarkt (BZ) tenuta@baronlongo.com – www.klauslentsch.eu; Bessererhof Prösler Ried 10 – 39050 Völs am Schlern (BZ) info@bessererhof.it – www.bessererhof.it; Griesbauerhof Rentscher-Str. 66 – 39100 Bozen (BZ) info@griesbauerhof.it – www.griesbauerhof.it; Haderburg Buchholz 30 – 39040 Salurn (BZ) info@haderburg.it – www.haderburg.it; Pfannenstielhof Pfannenstielweg 9 – 39100 Bozen (BZ) info@pfannenstielhof.it – www.pfannenstielhof.it; Messnerhof St.-Peter-Weg 7 – 39100 Bozen (BZ) info@messnerhof.net – www.messnerhof.net; Pitsch am Bach St. Justinaweg 10 – 39100 Bozen (BZ) pitschambach@rolmail.net; Brunnenhof Mazzon Gebirgsjägerstrasse 5 – 39040 Mazzon/Neumarkt (BZ) info@brunnenhof-mazzon.it – www.brunnenhof-mazzon.it; Zöhlhof Untrum 5 – 39040 Feldthurns (BZ) info@zoehlhof.it – www.zoehlhof.it; Weingut Unterhofer Oberplanitzing 5 – 39052 Kaltern (BZ) info@weingut-unterhofer.com – www.weingut-unterhofer.com; Weingut Oberstein Leitenweg 6 – 39010 Tscherms (BZ) obersteinhof@gmail.com.

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Villa Favorita 2017, ecco i migliori vini bio. Nel 2018 il disciplinare VinNatur

Rifermentazioni indesiderate in bottiglia, acidità volatili altissime, difetti derivanti da macerazioni forzate, ossidazioni incontrollate. Please: reset. E’ tutto quanto ormai relegato al passato. Se il vino biologico galoppa (e in salita) tra le scelte dei consumatori moderni, il merito è di chi sperimenta, innova. Ammoderna e comunica bene la “nicchia”. Nella settimana che incorona il Veneto capitale del vino italiano, con tre eventi di assoluto valore in programma tra le province di Verona e Vicenza tra il 7 e il 12 aprile, una fetta da assoluta protagonista spetta – di fatto – all’edizione numero quattordici di Villa Favorita – Vinnatur 2017.

Qualità media altissima tra i vini dei 170 produttori provenienti da Italia, Austria, Francia, Germania, Portogallo, Repubblica Ceca, Slovacchia, Slovenia e Spagna. E una promessa che sa di vittoria per Angiolino Maule: dotare i vignaioli associati a Vinnatur di un vero e proprio disciplinare di produzione. “L’obiettivo iniziale di mettere assieme diverse culture, in modo tale che ognuno si arricchisse di quella dell’altro – spiega il presidente Vinnatur – è stato ampiamente raggiunto già nei primi anni 2000. A quel punto abbiamo capito di essere ormai all’interno del piccolo grande ‘orticello’ del cosiddetto ‘vino bio’. Ora non ci resta che lavorare a un disciplinare, sostenuto da un vero e proprio piano di controlli. Partiremo con una quindicina di aziende pilota, per vedere i punti deboli e quelli forti. Entro il 2018 intendiamo offrire ai consumatori la tracciabilità di tutte le aziende del circuito Vinnatur, dal germogliamento della vite alla messa in bottiglia”.

Si parla di un totale di 1800 ettari, in grado di garantire una produzione di circa 3,5 milioni di bottiglie. Pezzi unici, diversi di vendemmia in vendemmia. Perché il nemico numero uno di chi lavora nel “bio” è la standardizzazione. E tra gli alleati di Vinnatur, anche l’Università. Come quella di Verona, che con le 52 micro vinificazioni condotte per tre anni sui “campioni” della “banda Maule”, ha consentito di studiare da vicino i meccanismi che, oggi, consentono ai vignaioli di produrre vini naturali equilibrati, longevi. E soprattutto privi di difetti. Passi da gigante, insomma, a poco più di dieci anni dalla prima ricerca sulla fertilità biologica dei suoli, condotta nel 2006.

I MIGLIORI VINI DEGUSTATI
E allora citiamoli, uno per uno, i migliori vini degustati all’edizione 2017 di Villa Favita – Vinnatur 2017. La palma assoluta va a Podere Sequerciani di Gavorrano, Toscana grossetana. Divino il Vermentino, di cui vengono prodotte circa mille bottiglie l’anno. Affinamento in acciaio e giare di terracotta, con un piccola percentuale affidata invece alla barrique. Di colore giallo oro, offre una complessità aromatica memorabile, sia al naso sia al palato. Da provare anche due rossi di questa cantina della Maremma, specializzata nella coltura (e nella cultura) dei vitigni autoctoni: il Foglia Tonda, uva simile al Sangiovese, che affina per il 70% in giare di terracotta e il Pugnitello, che ricorda vagamente un Montepulciano, affinato invece per la maggior parte in barrique.

Sul podio anche l’Azienda Agricola Davide Spillare di Gambellara (VI), con il suo Bianco Rugoli 2015. Si tratta di un Veneto Igt da 12,5%, ottenuto dalla fermentazione spontanea di uve Garganega e Trebbiano. Un naso difficile da dimenticare e un palato rigoglioso, pieno, ampiamente soddisfacente di sorso in sorso. Un vero e proprio outsider, Davide Spillare, nella terra del Prosecco di massa. “Cerco di ottenere vini che valorizzino al meglio l’autenticità del territorio in cui sono cresciuto”, sostiene il giovane viticoltore cresciuto sull’esempio del pioniere del movimento Vinnatur, Angiolino Maule.

Indimenticabile anche il Sauvignon 2010 di Franco Terpin, azienda agricola friulana di San Floriano Del Collio, al confine con la Slovenia. Al naso incenso, lavanda, timo, verbena, sentori che sembrano librarsi nell’aria, attorno al calice, tanto delicati quanto netti e schietti. Una bocca quasi densa, per quanto corposa e ricca. Un Sauvignon che del Sauvignon “classico” ha ben poche rimembranze, se non per le tenui note erbacee che conferiscono morbidezza alla beva.

Bene, benissimo, anche l’intera produzione di Etnella Società Agricola Presa di San Gregorio di Catania. Siamo in Sicilia, alle pendici del vulcano Etna. Un’azienda condotta magistralmente da Davide Bentivegna, ex impiegato Siemens col pallino della viticoltura naturale. Uno con cui staresti a parlare per ore, davanti a un bicchiere di vino. Notti Stellate è il primo vino prodotto dalla sua cantina, nel 2010. Vigne di 70 anni, con una resa di 25 quintali per ettaro. Dodici giorni sulle bucce per le uve Nerello Mascalese e affinamento in tonneaux da 125.

Un vino di grandissima prospettiva (per la vendemmia 2015 segnare sull’agenda: ‘da riaprire fra 3 anni’) che già oggi si fa apprezzare per la pulizia delle note fruttate, piene, sia al naso sia al palato e la preziosa mineralità, prima soffusa e poi ben presente, soprattutto nel retro olfattivo. Stupendo anche Petrosa, altro rosso, da uve Nerello Cappuccio e Nerello Mascalese cresciute a 800 metri di altezza, su piante di 120 anni. Un signor vino dell’Etna.

Spicca, tra i produttori di spumanti italiani, Cà del Vent di Campiani di Cellatica, Brescia. Il VSQ 2014 Brut Rosè 2010 (sboccatura 2014), ottenuto da uve Cabernet Sauvignon e Sauvignon, regala un naso salino e di grafite, cui risponde un palato tra l’erbaceo e lo speziato: una “bollicina” unica nel suo genere, nel panorama di una Franciacorta che, ultimamente, tende alla standardizzazione.

IL RESTO DELLA PENISOLA
Tra gli altri italiani, memorabili anche il Pecorino Doc 2015 Machaon di Ausonia di Atri, Teramo: fermentazione spontanea delle uve Pecorino d’Abruzzo, naso tra l’erbaceo dei fiori secchi e l’etereo dell’arnica e dell’anice, ben calibrati su note agrumate, nonché palato meravigliosamente giocato tra il balsamico e il minerale, su note predominanti d’arnica e di candido verde dalla straordinaria persistenza; il “base” di Musto Carmelitano, Maschito (PZ), Basilicata, vendemmia 2014, è uno dei vini qualità prezzo migliori in assoluto degustati a Villa Favorita – Vinnatur 2017 (9,50 euro), ottenuto in purezza da uve Aglianico.

Menzione anche per la Falanghina Maresa Roccamonfina 2015 di Masseria Starnali, Galluccio, provincia di Caserta: semplice nella sua schiettezza ma tutt’altro che banale, un vino quotidiano per palati fini; risalendo la penisola, uno spazio di diritto spetta all’Emilia Romagna con l’Ortrugo Doc Ciano dell’Azienda agricola Lusenti di Ziano Piacentino, Piacenza: chi conosce e apprezza questo vitigno per la facilità di beva rimarrà colpito dalla pienezza delle note fruttate e da una bocca un po’ ruffiana (viene aggiunto mosto dolce prima dell’imbottigliamento), ma ben calibrata.

Chiude il quadro idilliaco di Villa Favorita – Vinnatur 2017 l’Oltrepò pavese, con l’intera linea Gaggiarone dell’Azienda agricola Alziati Annibale di Scazzolino di Rovescala, Pavia: Riserva, Vigne Vecchie e Dintorni sono tutti Bonarda Doc ottenuti da uve Croatina, capaci di far scordare per un momento il concetto di vino “brioso e quotidiano” legato al rosso oltrepadano più comune, addentrandosi nel mondo dei vini importanti e da lungo affinamento.

Il Gaggiarone Riserva 2005  conserva un tannino aggressivo e ci si chiede tra quanti anni (e se) potrà ammansirsi, mentre la vedemmia 2015 sarà da ricordare per la piacevolezza delle note di frutti rossi, prima che l’onnipresente tannino esca dalla tana, a sgagnarti le gengive; splendido anche il Riesling Vigneto del Pozzo 2012 di Piccolo Bacco dei Quaroni, azienda di Montù Beccaria (PV) che regala un bianco degno dei parenti d’Oltralpe (tedeschi e francesi): interessante valutare nei prossimi anni l’ulteriore evoluzione di un naso tutto idrocarburo, fiori e spezie, cui fa eco un palato di consistenza finemente minerale.

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Vini al supermercato

Vini al supermercato, degustazione alla cieca: ecco i migliori dell’Oltrepò pavese

Bottiglie “fasciate” con la stagnola e lista “muta” dei vini in batteria. Tante conferme e qualche sorpresa alla degustazione alla cieca di vini dell’Oltrepò pavese organizzata dal Consorzio di Tutela oltrepadano. Ospiti del direttore Emanuele Bottiroli, abbiamo testato 57 referenze destinate agli scaffali dei supermercati italiani.

Quindici le tipologie: spumanti bianchi, rosati, Pinot nero vinificato in bianco, Pinot grigio, Bianco Provincia di Pavia, Riesling, Pinot nero vinificato in rosa, Bonarda, Rosso Oltrepò pavese, Pinot nero vinificato in rosso, Barbera, Buttafuoco, Moscato e, infine, Sangue di Giuda. Ecco dunque, suddivisi per categoria, i vini migliori per ognuna delle categorie. Al servizio Gaia Servidio, della Segreteria del Consorzio.

Spumanti bianchi (prima batteria): Brut Castel del Lupo s.a.
Spumanti bianchi (seconda batteria): Gianfranco Giorgi 2013, Cantine Giorgi (vincitore assoluto di categoria)

Spumanti rosati (charmat): V.S.Q. Extra Dry Cuvée Eleonora, Giorgi
Spumanti rosati (metodo Classico): Maison Royale 2012, Az. Agr. Tenuta Elisabet di Pagani Elisabetta (Terre Lombardo Venete Group)
Spumanti rosati (menzione speciale): Rosé Mornasca, Cascina Gnocco

Pinot Nero vinificato bianco: Cantine Francesco Montagna (Broni)

Pinot Grigio e Bianco Provincia di Pavia: presenti solo – rispettivamente – La Diana di Cantine Giorgi e il Bianco di Tenuta Elisabet

Riesling: Giorgi 2015

Pinot nero vinificato rosa: Cantine Francesco Montagna (Broni)

Bonarda (batteria 2016): Bronis 2016, Terre d’Oltrepò (la spunta nel testa a testa con C’era una volta di Losito e Guarini); menzione speciale per La Brughera di Cantine Giorgi

Bonarda (batteria 2015, pari merito): Quaquarini e Conte Vistarino

Rosso Oltrepò Pavese: Avalon 2015, Tenuta Elisabet

Pinot nero in rosso: 7 stelle 2014, Az. Agr. Torti

Barbera: Az. Agr. Torti, vendemmia 2015; menzione speciale per Le Vignole della Società Agricola Fratelli Guerci di Guerci Claudio Cesare & C., Casteggio.

Buttafuoco: Quaquarini 2015

Moscato: Guarini per tipicità; La Signora 2016 di Castel Del Lupo (Calvignano)

Sangue di Giuda: Losito e Guarini

IL COMMENTO DEL CONSORZIO
“Abbiamo registrato una grande adesione di aziende a questa degustazione con vinialsupermercato.it – dichiara il direttore Emanuele Bottiroli (nella foto, a sinistra), direttore del Consorzio di tutela vini Oltrepò pavese – sia perché è un media molto seguito, sia perché oggi la presenza in Gdo dei vini dell’Oltrepò pavese è ancora tutta da spiegare. Molte volte non viene percepita per come effettivamente si presenta a scaffale: ovvero con grandi produttori che abbinano un rapporto qualità prezzo eccezionale, e lo garantiscono al consumatore. Invece l’Oltrepò si vede ancora purtroppo per quei fenomeni di taglio prezzo sui quali anche il Consorzio è concentrato, con l’obiettivo di renderli sempre più un fenomeno residuale, accendendo l’attenzione rispetto alla qualità che invece in grande distribuzione organizzata i produttori, in particolare quelli di filiera, portano con le loro referenze”.

“Referenze – continua Bottiroli – che partono dal Bonarda dell’Oltrepò pavese Doc che all’anno rappresenta 23 milioni di bottiglie, per finire poi in altri ambiti di alta gamma, rappresentati dal Metodo classico, dal Pinot nero e da vini dal profilo qualitativo molto interessante come il Buttafuoco e il Buttafuoco storico, che in Gdo si colloca quasi alla stregua dell’enoteca. Per non dimenticare i Riesling, venduti a un rapporto qualità prezzo vantaggioso per chi acquista”.

Per il Consorzio di tutela Vini Oltrepò pavese, la Gdo è “un’opportunità”. “Perché si può fare story telling territoriale”, spiega Bottiroli. “Per farlo – spiega il direttore – bisogna lavorare molto sul brand. Il brand Oltrepò pavese dev’essere la garanzia di questo terroir di 13.500 ettari di vigneti, 1.700 aziende vinicole impegnate e, per lo più, una tradizione contadine che è anche valoriale. Dentro una bottiglia in Gdo di Oltrerpò pavese, c’è la storia di tante famiglie che, da generazioni, coltivano i vigneti per fare qualità. La grande distribuzione è quindi certamente il mercato del futuro. Un luogo, questi supermercati, dove si incontra il cliente che purtroppo si incontra sempre meno in enoteca e si incontra, con ulteriore difficoltà, nella ristorazione”. Ed è su questa “sfida” che si concentra gran parte dell’impegno del Consorzio Oltrepò pavese. Su quella che, per dirla con Bottiroli, è la “percezione delle nostre etichette”.

Ma come si garantiscono, assieme, gli interessi di chi vede la Gdo come la gomorra del vino e chi, invece, con la Gdo campa? “Fortunatamente – risponde Emanuele Bottiroli – il nostro territorio presenta diversi modelli aziendali. C’è chi coltiva l’esclusivo interesse di posizionarsi nel mercato dell’Horeca e chi ha bisogno di lavorare nella Grande distribuzione in equilibrio tra vini quotidiani e vini di fascia medio-alta. Per tutti il Consorzio sta cercando di dotare tutta la sua Doc di fascetta di Stato: uno strumento che è garanzia per il consumatore, in termini di tracciabilità e di autenticità. Il nostro Cda ha già approvato questo iter nell’ambito di una revisione dei disciplinari che è un piano molto ampio che sta arrivando a compimento. L’altro tema è cercare di smettere di demonizzare un canale in sé e per sé: oggi in grande distribuzione ci sono grandi Champagne, grandi bollicine italiane, grandi vini da lungo affinamento. E dunque è ora di smettere di dire che soltanto le enoteche o il ristoratore stellato può proporre vini di qualità”.

E-COMMERCE E GDO A CONFRONTO
E l’e-commerce del vino? “E’ un fenomeno – commenta Bottiroli – che vedo con un po’ di preoccupazione. E’ completamente spersonalizzante. Oggi è ormai comune vedere catene come Esselunga, Iper o Carrefour che dedicano corsie molto belle e molto attrezzate nell’ambito della comunicazione dei vini e dei loro abbinamenti in cucina, addirittura con indicazioni sulla temperatura di servizio. L’e-commerce rischia invece, al contrario, di allontanare una zona rurale come la nostra dal consumatore, lavorando solo sui brand. Credo che in questa Italia che guarda sempre più all’estero, ci sia un modo per valorizzare il vino agli occhi del consumatore italiano, anche dicendo alla casalinga di Voghera che può bere spendendo il giusto, non pensando però di comprare sempre vini in taglio prezzo al posto di vini venduti al giusto prezzo. Un dialogo che va cercato con strumenti e intensità nuova”.

LA DEGUSTAZIONE
Parole tutte condivisibili, quelle di un direttore e di un Consorzio che, dal giorno seguente l’attentato alle Cantine Vistarino, sembrano aver preso in mano con il giusto piglio la situazione. E finalmente. Dalla parte dell’ente di via Riccagioia 48 a Torrazza Coste (Pv), l’indubbia qualità del vino oltrepadano. Espressa fuori e dentro la Gdo. Sugli scaffali dei supermercati italiani si trovano prodotti di assoluto valore come quelli di Cantine Giorgi. Lo spumante Metodo classico Pinot nero Docg Gianfranco Giorgi si porta a casa con 14,60 euro in Gdo. Un regalo. E’ ottenuto da uve Pinot Nero 100% provenienti dalle zone più vocate, nei comuni di Montecalvo Verseggia, Santa Maria Della Versa, Rocca De Giorgi, ad un’altitudine compresa tra i 250 e i 400 metri sul livello del mare, in terreni calcarei argillosi.

Ottimo anche, per rimanere tra i vini migliori decretati da vinialsuper nella categoria “Spumanti bianchi”, lo Charmat proposto da Castel del Lupo, azienda agricola di Calvignano che, per il suo Pinot Noir Brut biologico, fa seguire alla fermentazione delle uve in vasche d’acciaio un ulteriore affinamento sui lieviti di circa quattro mesi in autoclave, dopo la presa di spuma. Prezzo? 7,50 euro al supermercato.

Cambiamo categoria per assistere a un altro trionfo di Cantine Giorgi. Tra gli “Spumanti rosati Extra Dry” dell’Oltrepò la spunta Cuvée Eleonora: 7,90 euro il costo di un nettare fragrante come un biscotto.

Tra i Metodo classico Rosè ecco spuntare il Cruasè Maison Royal 2012 dell’azienda agricola Tenuta Elisabet di Pagani Elisabetta, gruppo Terre Lombardo Venete Spa. Un 100% Pinot nero proveniente dai vigneti di Borgo Priolo, Montebello della Battaglia e Torrazza Coste. Raccolta manuale, pressatura soffice dei grappoli anticipata da una preziosa criomacerazione delle uve a 5 gradi. Lieviti selezionati e fermentazione in acciaio per 20 giorni, prima dell’affinamento della durata di 6 mesi, sempre in acciaio, malolattica, tiraggio a marzo e maturazione sur lies per almeno 36 mesi. Uno spumante cremoso, dalla bollicina finissima, suadente già dai riflessi aranciati di cui colora il calice. Prezzo folle (in positivo, ovviamente): solo 8 euro al supermercato.

Menzione speciale (e approfondiremo quanto prima il discorso) per il Rosè Mornasca Spumante Metodo Classico Igt di Cascina Gnocco. Questa cantina di Mornico Losana stupisce con uno dei suoi prodotti di punta del Il “Progetto Autoctoni”, che “nasce dal desiderio di raccontare il territorio utilizzando solo uve originarie dell’Oltrepò Pavese, e in particolare una varietà di uva rossa, la Mornasca, che alcuni secoli fa si sviluppò in alcuni vigneti siti nel comune di Mornico Losana. Con questa idea in mente, da qualche anno abbiamo abbandonato la produzione di altri vini che, seppur ottimi e di gran successo, ottenevamo con uve non autoctone dell’Oltrepò Pavese”. Chapeau. E una promessa: verremo presto a farvi visita, in cantina.

Cantine Francesco Montagna di Broni sbaraglia la concorrenza alla cieca nella categoria Pinot nero vinificato in bianco. Da dimenticare c’è solo il packaging, che fa eco a un sito web di difficile lettura. Ma se ciò che conta è il vino, non si discute: il prodotto, sullo scaffale per soli 4,99 euro, è validissimo. Sottile e finemente fruttato. Un vino in giacca e cravatta, seduto alla tavola di tutti i giorni.

Il Pinot grigio è di Giorgi: La Diana 2016 è in vendita a 7,60 euro. Il Bianco Provincia di Pavia 2015 di Tenuta Elisabeth: bel bere, per meno di 3 euro.

Nella categoria “Riesling”, il 2015 delle onnipresenti Cantine Giorgi (euro 6,90) la spunta per un soffio sul frizzante 2016 della linea Bronis, Terre d’Oltrepò.

Il miglior Pinot nero vinificato in rosa è quello di Cantine Montagna. Del pack abbiamo già parlato. Del vino non ancora: gioca “facile” in batteria con la referenza proposta dall’azienda agricola Losito e Guarini, che con l’intera linea “Le Cascine” si gioca letteralmente la faccia in Gdo (ed è uno di quei marchi che non fanno certo il gioco dell’Oltrepò pavese, con continui tagli prezzo sotto i 2 euro). Meglio parlare, dunque, di chi trionfa. Il Pinot nero vinificato resè Op Doc di Cantine Montagna è un dignitosissimo vino da tavola, dal bouquet fruttato ed aromatico di sufficiente qualità. Prezzo: 4,99 euro.

Lunghissima, invece, la lista di Bonarda proposti in degustazione. La spunta, per la vendemmia 2016, l’azienda agricola Quaquarini Francesco di Canneto Pavese (5 euro), a cui è andato il riconoscimento come “Miglior cantina Gdo 2016” di vinialsuper. La consegna della pergamena a Umberto Quaquarini è avvenuta in Consorzio, proprio in occasione della degustazione. Nello specifico del tasting alla cieca di Bonarda, si tratta di un pari merito con Conte Vistarino di Pietra de’ Giorgi (prezzo che si aggira tra i 5,90 e i 5,95 euro al supermercato). Menzione speciale, tra i 2015 degustati, per il Bonarda Bronis: altro riconoscimento, dunque, per questa linea di Terre d’Oltrepò. E sorprende il Bonarda La Brughera di Giorgi, cui sentiamo di riconoscere il premio della critica, scevro dalle logiche della Gdo: vino, addirittura, di ossimorica prospettiva. Provate a scoprirne il tannino.

Passiamo alla categoria “Rosso Oltrepò pavese” per trovare sul gradino più alto del podio lo strepitoso Rosso Op 2015 Avalon di Tenuta Elisabet. Sapiente mix di Barbera e Croatina da terreno calcareo argilloso. Il segreto sta nell’affinamento, che avviene solo parzialmente in inox per 12 mesi, mentre il resto destinato a tonneau e botte grande. Segue assemblaggio e chiarifica, prima dell’imbottigliamento. Sullo scaffale per poco più di 2 euro: provatelo.

Il miglior Pinot nero vinificato in rosso è dell’azienda agricola Torti. “L’eleganza del vino”, è il claim della cantina di frazione Castelrotto 6, a Montecalvo Versiggia. Uno charme che si esprime nella vendemmia 2014 del Pinot nero Op Doc 7 Stelle. Un nobile, tra i nobili dell’Oltrepò: profumo etereo e buona complessità al palato lo rendono un vino degno di piatti importanti, anche al di là di quelli della tradizione oltrepadana. Prezzo: dai 9,50 ai 12 euro.

Altro successo per Torti nella categoria Barbera Doc, in vendita dai 9 agli 11,50 euro. La vendemmia premiata è la 2015. Menzione particolare per il Barbera Op Doc 2011 Le Vignole della Società Agricola Fratelli Guerci di Guerci Claudio Cesare & C. (Località Crotesi 20, Casteggio). Otto euro il prezzo a scaffale di questa vera e propria gemma, la cui vinificazione prevede una macerazione sulle bucce di 15 giorni. “Un tempo il vigneto più piccolo era anche il più curato e prezioso tanto da essere affettuosamente chiamato Vignola. Oggi in questo amato terreno la famiglia Guerci produce con passione la sua Barbera. Un vino profumato, di carattere. Un vino di cui innamorarsi”. Nulla di più vero delle parole usate dalla stessa azienda, per presentare il proprio rosso.

Per il Buttafuoco si presenta in degustazione il solo Quaquarini (dov’è Fiamberti?) con la vendemmia 2015. Il premio per il miglior Moscato si divide tra la tipicità di Losito & Guarini – che guadagna punti in Gdo con tutta la linea “C’era una volta”, capace di spuntarla nel tasting anche nella categoria “Sangue di Giuda” – in vendita tra i 5,90 e i 6,90 euro, e il caratteristico taglio del Moscato 2016 La Signora della società agricola Castel del Lupo di Calvignano (prezzo: 6,50 euro). Un taglio, per intenderci, che lo avvicina di molto a quello piemontese.

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