«La tutela della produzione di sughero italiano diventa un obiettivo nazionale». Così il deputato Alberto Manca, esponente M5S in commissione Agricoltura, nel commentare l’approvazione dell’emendamento alla Legge di Bilancio riguardante «l’obbligo di trattamento termico mediante tecniche di bollitura prima della movimentazione del sughero fuori dal territorio della Sardegna». Un passaggio utile al contenimento del Coraebus undatus, coleottero conosciuto come “perforatore della quercia da sughero“.
Un insetto in grado di deprezzare il valore del sughero gentile fino al 75 per cento. Ora il Mipaaf si metterà al lavoro per redigere i termini della procedura. Saranno chiariti nei dettagli da un decreto del Ministro delle Politiche agricole, alimentari e forestali.
SUGHERO ITALIANO: EMENDAMENTO ALLA LEGGE DI BILANCIO
«Il deprezzamento causato dal coleottero Coraebus undatus determina un grave danno per tutta la filiera produttiva. Soprattutto in Sardegna, dove è ampiamente diffusa e dove si concentra l’85 per cento della produzione italiana di sughero naturale, con 120 mila quintali raccolti ogni anno», commenta Alberto Manca, promotore dell’emendamento assieme al senatore Emiliano Fenu.
Le larve del Coraebus durano due-tre anni. Si sviluppano sotto la corteccia, vicino all’alburno, costruendo gallerie che possono arrivare anche a due metri di lunghezza. Un evidente danno alla qualità del sughero italiano.
Attraverso il confronto con gli imprenditori del settore e i ricercatori abbiamo richiesto questa modifica normativa. Imponendo la bollitura, si sterilizza il prodotto e si determina una riduzione dell’infestazione.
Abbiamo previsto inoltre uno stanziamento di 150 mila euro per il 2022. L’obiettivo è di effettuare attività di monitoraggio del Coraebus undatus mediante una convenzione tra Mipaaf e Università degli Studi di Sassari».
MONITORAGGIO CORAEBUS UNDATUS: STANZIATI 150 MILA EURO
«Il nostro scopo, di concerto con il mondo produttivo in primis sardo – continua l’esponente del M5S Alberto Manca – è tutelare l’alta qualità delle produzioni di sughero italiano, rafforzando il sistema sughericolo nazionale. E dando la possibilità di non perdere quote in un mercato internazionale sempre più competitivo».
Nei territori in cui è estratto, il sughero rappresenta un’integrazione importante al reddito degli imprenditori agricoli. «Il contrasto al parassita – conclude Manca – servirà anche a stabilizzare il prezzo del sughero. Una materia che, altrimenti, rischierebbe di subire fluttuazioni di mercato legate alla qualità non ottimale dei prodotti».
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Prima il controllo di un naso umano ipersensibile. Poi il check definitivo, grazie all’utilizzo di macchinari super sofisticati. La novità arriva dal Portogallo ed è firmata Cork Supply. Il produttore promette “un livello di sicurezza record” su sentore di tappo e affini, pari al 99,85% sui tappi naturali per vino prodotti con l’innovativo sistema Innocork. E si spinge oltre.
DS100 e DS100+ sono i nomi coi quali Cork Supply identifica il sistema ormai brevettato. Ogni singolo sughero viene testato e analizzato per il Tca da professionisti “annusatori”, nel caso di DS100, e mediante un programma computerizzato altamente sensibile nel caso di DS100+. C’è di più.
Dopo aver completato queste procedure, Cork Supply rilascia la “Garanzia di riacquisto della bottiglia“. Se viene scoperto un tappo di sughero difettoso, l’azienda portoghese si impegna a riacquistare la bottiglia, pagando il prezzo al dettaglio.
Una svolta dovuta allo spirito instancabile di ricerca e sviluppo del tedesco Jochen Michalski, patron e fondatore di Cork Supply negli Usa, nel 1981. Un uomo che ha dedicato la sua vita professionale “alla purezza del vino“.
Ad assicurare che i tappi di sughero naturali del produttore portoghese non ospitino più alcun componente di Tca – responsabile del classico aroma dei vini “tappati” – sono in primis due processi tecnici sequenziali e complessi.
PureCork. Innanzitutto i tappi vengono riscaldati a 85°, in un ciclo di ventiquattro ore. La distillazione a vapore rimuove Tca e altri aromi sgraditi
InnoCork. Quindi, in un ciclo di un’ora, i tappi vengono nuovamente riscaldati a 65°, usando vapore e un distillato di etanolo, rimuovendo così eventuali particelle residue
Prima che un sughero subisca il nuovo processo InnoCork, deve superare una serie di ostacoli. Proprio come per il vino buono, “fatto in vigna” e non in cantina, la qualità del sughero inizia all’aperto e si perfeziona in laboratorio.
“Il monitoraggio costante delle querce da sughero – spiega Jochen Michalski – assieme a un’intensa collaborazione e consulenza con le aziende partner e a una meticolosa selezione delle singole querce, sono alla base della nostra mission”.
Per fare questo occorre camminare per miglia attraverso le foreste di sughero, dove vengono prelevati numerosi campioni. Le analisi vengono eseguite ben prima che la corteccia di sughero arrivi al sito produttivo.
“Dalla foresta al prodotto finito – sottolinea ancora Michalski – questi tappi sono sottoposti a più test analitici, sensoriali e visivi. In totale, Cork Supply conduce oltre mezzo milione di test e ispezioni ogni anno, ben al di sopra della media del settore.
Dopo che il sughero ha attraversato il circuito di InnoCork con i due processi tecnologici InnoCork e PureCork, i sugheri hanno dimostrato di essere privi del Tca e degli aromi sgraditi sino a livelli di sicurezza pari al 99,85%.
“Questa – garantisce il patron del sugherificio portoghese – è una cifra che non è mai stata raggiunta in nessun’altra parte del mondo! Tutti i tappi di sughero naturale di Cork Supply sono attualmente sottoposti a entrambi i processi tecnologici, senza costi aggiuntivi per il cliente”.
Trentanove anni dopo la fondazione di Cork Supply, l’azienda conta oltre 500 dipendenti in diversi Paesi vocati alla viticoltura come Australia, Sudafrica, Portogallo, Spagna, Stati Uniti, Italia, Francia, Cina e Argentina.
E alla mission principale di produrre e distribuire sugheri si sono affiancati negli anni altri campi d’azione. Cork Supply ha aperto la società di etichette Studio Labels in Australia nel 2007 e, dal 2008, il gruppo guidato da Jochen Michalski produce botti di rovere con Tonnellerie Ô, negli Stati Uniti.
Ognuna delle tre società ha una propria identità distinta, ma dall’inizio del 2020 i tre pilastri – chiusure, contenitori per l’affinamento in legno ed etichette – sono uniti dal nome di Harv81, fedeli al motto: “Eccellenza a tutti i livelli”.
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La decortica assume significati particolarmente profondi in questo 2020, dopo un periodo in cui le attività lavorative hanno subito un freno, mentre la Natura ha continuato il suo corso rigoglioso e insegna a tutti come si possa sempre rinascere.
Ogni anno a cavallo tra la primavera e l’estate la linfa si posiziona tra il fusto della pianta e la sua corteccia ed è quindi possibile toglierla agevolmente, con un abile movimento che può essere praticato solo da mani esperte. La decortica risulta essere proprio per questo tra i lavori agricoli più ben pagati al mondo, poiché sono solo in pochi a possedere le competenze e la manualità necessarie.
Si tratta di persone che vivono nelle zone della foresta per le quali questa attività diventa preziosa opportunità di lavoro e sostentamento. La sostenibilità è naturalmente anche ambientale: la decortica offre un importante contributo contro la desertificazione delle foreste del nord Africa e del sud Europa, dato che la quercia da sughero è l’unica pianta in grado di sopravvivere in un suolo povero e con poca acqua.
Una ottimizzazione naturale delle energie cui Amorim ha contribuito ulteriormente supportando un avanguardistico sistema di irrigazione goccia a goccia, che permette di perfezionare l’erogazione della risorsa idrica e allo stesso tempo di ottenere in 12 anni (a fronte dei precedenti 36) una pianta adulta.
In questa maniera sarà più facile provvedere a un rimboschimento, sostituendo l’eucalipto al momento predominante – oltretutto dal potere di combustione enorme – con le ignifughe querce da sughero, innanzitutto attorno ai centri abitati, così da proteggere anche chi abita nei pressi della foreste.
I progetti di Amorim puntano a coinvolgere investitori che contribuiscano alla piantagione di 50.000 ettari di nuove foreste irrigate, che rappresenteranno un aumento della produzione del 30%. L’attuale densità, di circa 50 piante per ettaro, è spontanea. Con l’intervento di coltivazione intensiva, Amorim vuole arrivare alle 600 piante per ettaro, per poi trapiantarne la metà, quindi 300, in un’altra area.
La coltivazione delle querce, infatti, è sempre più strategica per l’intero bacino del Mediterraneo, la cui macchia rappresenta uno dei 36 santuari di biodiversità del pianeta. Una meraviglia che può mantenersi sana anche grazie ai 2,2 milioni di ettari di foresta da sughero, che consentono la vita a varie specie animali e vegetali e assorbono fino a 76 milioni di tonnellate all’anno di CO2.
La decortica rappresenta un vero e proprio respiro dato alle piante, ma soprattutto, a livello globale al mondo intero. Se consideriamo che la filiera dei tappi in sughero Amorim, dalla decortica fino al finissaggio, è un processo molto delicato oggi certificato scientificamente con impronta di carbonio negativa (detta carboon footprint), dalle due importanti società Ernst & Young e Pwc, ben si individua l’ulteriore valore al percorso che giace in un tappo in sughero.
È stato infatti dimostrato che un singolo pezzo consente di trattenere tra i 309 e i 562 g di CO2. Ciò significa che, per un effetto di compensazione, l’uso di un tappo in sughero attenua l’impatto ambientale delle altre filiere in cui è coinvolto: ad esempio, nell’enologia, l’impronta di carbonio delle bottiglie di vetro, che rilasciano in media tra 300 e 500 g di CO2 durante la produzione a seconda del loro peso, può essere addirittura annullata se per la chiusura si sceglie il sughero.
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Barolo col tappo a vite o, meglio, “Screwcap of stelvin type”. La richiesta è stata messa nero su bianco in un tender del Monopolio della Svezia. Lo Systembolaget, ovvero la rete di 445 negozi che controlla la vendita di alcolici nel Paese scandinavo, chiede mille bottiglie del vino simbolo del Piemonte, vendemmia 2014, 2015 o 2016, rigorosamente “tappate” a vite. È disposto a pagarle tra le 500 e le 999 corone svedesi (Sek): tradotto, tra i 45,54 e i 90,98 euro. Il prezzo di un ottimo Barolo, col tradizionale tappo in sughero. Nessuna operazione al ribasso, dunque.
Quella dello screwcap sul Barolo appare la scelta di un mercato pronto, su tutti i fronti. Consumatori e professionisti del settore (buyer, sommelier, enotecari) sembrano aver ormai digerito tutte le perplessità legate al tappo a vite. Tanto da accettarlo anche su vini rossi da lungo affinamento. Senza storcere il naso.
Il tender del Monopolio svedese contiene tuttavia un errore e dovrà essere riformulato per trovare qualche temerario vignaiolo di Langa disposto a soddisfarne le richieste. Il disciplinare del Barolo Docg, infatti, permette l’utilizzo del tappo a vite solo sui vini senza menzioni, come “base” e “riserva”.
Lo stelvin è vietato, invece, come metodo di tappatura dei Barolo in cui sia presente in etichetta una menzione di “vigna“, una menzione geografica aggiuntiva (Mga) o una menzione comunale.
Al contrario di quanto avvenuto in altri Consorzi italiani – Brunello di Montalcino e Amarone della Valpolicella, per citare altri due vini rossi italiani da lungo affinamento – nelle Langhe non ha raggiunto il quorum l’assemblea del Consorzio chiamata a recepire le indicazioni dell’Unione europea, in materia di chiusure da adottare sui vini comunitari a denominazione (Regolamento Ue n. 1308/2013).
Un aspetto chiarito a WineMag.it dal presidente del Consorzio di Tutela del Barolo, Matteo Ascheri: “Il Barolo con il tappo a vite è ammesso, in quanto il disciplinare di produzione non prevede limitazioni di sorta. I produttori stessi, una decina di anni fa, sono stati chiamati ad esprimersi in merito, ma l’assemblea convocata a riguardo non ha raggiunto il numero legale e quindi si è ammessa una liberalizzazione totale sulle chiusure“.
“Il futuro del Barolo – commenta ancora Ascheri (nella foto, sopra) – non è tuttavia legato al tappo a vite. Tale chiusura può essere ottima per vini con evoluzione breve, ma può dare problemi per vini destinati ad un lungo invecchiamento in bottiglia”.
Altre chiusure alternative al sughero naturale, come il sughero polverizzato e trattato o simili – aggiunge Ascheri – possono rappresentare il giusto compromesso tra neutralità della chiusura e potenziale evolutivo del vino. Oltre a garantire il 100% delle bottiglie prodotte, consentono di salvaguardare il percepito del cliente finale. Un aspetto che non è da sottovalutare”.
Quanto al tender dei Monopoli scandinavi: “Il più delle volte riscontriamo richieste estemporanee, quasi ‘umilianti’ per i produttori – chiosa il presidente del Consorzio piemontese – a volte assurde. Sono mercati importanti anche se ancora relativamente giovani, con consumatori attenti e alla ricerca di prodotti come i nostri. Dispiace che i Monopoli, che sono l’intermediario principale su quei mercati, rappresentino una interlocuzione a volte difficile e contrastante per i produttori stessi”.
Non occorre andare troppo lontano dal territorio d’elezione del Barolo per trovare, invece, grande entusiasmo nei confronti del tender targato Systembolaget. “Il Barolo col tappo a vite – commenta Gianluca Morino, vignaiolo Fivi di Cascina Garitina, a Castel Boglione (AT) – può aprire nuovi scenari per tanti vini e invogliare tanti altri produttori a usare un tappo sicuro”.
“Personalmente estenderei la possibilità di utilizzare lo ‘screwcap of stelvin type‘ anche ai vini con menzione vigna, geografica o comunale – aggiunge Morino – motivo per il quale il tender del mercato svedese dovrà essere modificato per trovare recepimento in Langa. Una forzatura dettata dal fatto che, spesso, i buyer non conoscono i disciplinari con precisione e avanzano richieste insoddisfabili”.
Per aggirare questo ostacolo, Gianluca Morino, così come altri produttori che utilizzano il tappo a vite in Italia, evitano la “menzione” in etichetta. “Sul mio Nizza Docg ‘900’ appare la scritta ‘Margherita‘ come nome di fantasia, ma in realtà si tratta della ‘Vigna Margherita’. Un escamotage che vorrei evitare di usare, se solo le normative me lo consentissero”.
Entusiasta del tender svedese anche un altro strenuo sostenitore del tappo a vite, il re del Timorasso Walter Massa. “Se sommelier, degustatori e importatori del Monopolio scandinavo hanno avanzato una simile richiesta – ipotizza il vignaiolo di Monleale – è certamente perché avranno avuto riscontri positivi sulla tenuta della denominazione, dopo aver effettuato appositi test in loco, ritappando dei Barolo almeno negli ultimi 15 anni“.
“Questo tender rivoluzionario – continua Massa, che a gennaio ha presentato il tappo a vite ‘intelligente’ sui suoi Derthona 2018 – è certamente la risposta dettata da risultati e degustazioni tecniche, ben oltre la mera richiesta del mercato: sfido chiunque a sostenere che gli svedesi propongano ai loro consumatori un vino ‘tarocco’, risultando responsabili in prima persona di questa scelta”.
Si tratta di un’operazione di grande rispetto nei confronti del consumatore finale – aggiunge – oltre che nei confronti del vino e della denominazione. Sono pronto a partire per Stoccolma e offrire al primo produttore di Langa che aderirà a questo tender una bottiglia del suo vino, appena sarà sul mercato!”.
“Anche perché – chiosa Massa – sono stufo di sentir dire che il Derthona è il Barolo bianco. Quest’auspicabile apertura del Barolo al tappo a vite fungerebbe da reale trait d’union tra un vino bianco e un grande vino, per dimostrare che anche i vini bianchi sono grandi vini, capaci di affinare a lungo nel tempo”.
Grande entusiasmo anche in Alto Adige, alla corte di un altro produttore simbolo della battaglia per la diffusione del tappo a vite in Italia: “Sono ormai sono 14 anni che lavoriamo con lo screwcap – commenta Franz Haas (nella foto, sopra) – ovvero dal 2006, senza essercene ancora pentiti. Anzi! Lo usiamo anche per vini importanti e abbiamo le prove che sia di gran lunga migliore del sughero, eliminandone tutte le influenze negative”.
In questi giorni di lockdown dettato dai decreti volti a contenere Covid-19, Haas sta approfittando per assaggiare vecchie annate in cantina. Tappate proprio con lo stelvin. “Ieri sera, in famiglia – rivela a WineMag.it – abbiamo aperto un Pinot Nero del 2001 risultato in condizioni straordinarie: sembrava Borgogna! Più passa il tempo, più il tappo a vite esalta il vino in bottiglia, compresi i vini rossi da invecchiamento”.
“Ben venga se qualcuno, anche in Langa, voglia cogliere l’opportunità di un tender del mercato scandinavo – conclude Haas – contribuendo a propagare la cultura di questa tecnica di tappatura. Più siamo e più importanti sono i vini tappati a vite, prima ci libereremo delle rogne legate al sughero”. Che la Svezia sia foriera di rivoluzioni?
Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, tra carta stampata e online, dirigo winemag.it. Collaboro inoltre come corrispondente per una delle testate internazionali più autorevoli del settore, in lingua inglese. Edito con cadenza annuale la “Guida Top 100 Migliori vini italiani” e partecipo come giurato ai più importanti concorsi enologici internazionali. Oltre alle piazze tradizionali, studio con grande curiosità i mercati emergenti, seguendone dinamiche, trend ed evoluzioni. Negli anni ho maturato una particolare esperienza nei vini dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa, tanto da aver curato la selezione vini per un importatore leader in Italia. Nel 2024 mi è stato assegnato un premio nazionale di giornalismo enogastronomico.
Ci infiliamo il cavatappi, lo estraiamo, lo annusiamo e lo buttiamo via. Ma vi siete mai chiesti cosa c’è dietro a un tappo? Dietro quei pochi centimetri di sughero che proteggono il nostro vino e gli consentono di evolversi?
WineMag.it ha avuto l’opportunità – unica testata italiana – di partecipare al “Cork Trip” organizzato negli stabilimenti portoghesi di Cork Supply, azienda americana che è tra i leader mondiali nella produzione di tappi in sughero. Dietro un tappo, insomma, c’è un mondo. Anzi più di un mondo.
Il mondo della coltivazione, del rispetto per i cicli naturali e dell’ecosotenibilità. Il mondo della Ricerca & Sviluppo, per raggiungere gli “zero difetti”. Il mondo industriale, l’approccio “lean”, per garantire efficienza e continuità. Mondi che si legano ed intrecciano per coprire l’intero ciclo di produzione del tappo in sughero.
LA RACCOLTA Da 20 a 25 anni perché una nuova piantina produca sughero, anche se la prima raccolta non da sughero utile alla produzione di tappi. Da lì in poi le raccolte avverranno ogni 9 anni (il sughero cresce al ritmo di 3 millimetri l’anno) ma solo dalla terza raccolta il sughero ha le caratteristiche migliori. Morale: oltre 40 anni prima che una pianta dia sughero ottimale. Ma non solo.
Il sughero non è tutto uguale. Il sughero è come la nostra amata vite: sente il terroir. Ecco quindi che terreni più sabbiosi, drenanti ed ossigenati danno sugheri di qualità superiore.
Terreni più compatti trattengono maggiore umidità e danno sugheri più soggetti a problematiche come il TCA: il Tricloroanisolo, la sostanza responsabile del sentore “di tappo”. Ecco perché le foreste di sughero vengono accuratamente selezionate e monitorate.
Come la “Cork Forest“, nella regione del Montado, Sud del Portogallo. Qui, Cork Supply può contare su un modernissimo stabilimento di 21 mila metri quadrati, nel cuore della più estesa area del mondo di querce da sughero.
Il sughero subisce qui i primi trattamenti, prima di essere trasferito per completare il suo ciclo industriale nelle altre due sedi, a São Paio de Oleiros e Rio Meão, nel Nord del Portogallo.
All’avanzato livello tecnologico degli stabilimenti fa eco una raccolta che, nella Cork Forest del Montado, avviene rigorosamente in maniera manuale. Tanto perché non è facile meccanizzarla, quanto perché sta alla mano e all’abilità dell’operatore decorticare correttamente ogni singola pianta.
Selezione del raccolto sia in foresta che in stabilimento, “cottura” a vapore per allargare i pori e reidratazione del legno completano la prima fase dell’affascinante ciclo produttivo del tappo da sughero Cork Supply.
LA PRODUZIONE
Ciò che sembra semplice e in realtà non lo è. Ricavare un tappo, sia esso “pieno” che “agglomerato”, non è così immediato come sembra. Le fasi sono molte, dal taglio alla finitura attraverso numerose operazioni di controllo visivo, sia automatiche che manuali (nessuna macchina è efficace quanto l’occhio umano), lungo la produzione.
Cork Supply adotta un puro approccio “lean“. “6S”, “Spaghetti Chart”, “Value Stream Mapping”, per citare i paroloni. In pratica, una realtà dove ogni operazione è pensata, studiata, analizzata e realizzata in ottica di totale efficienza, in cui il primo obiettivo è la qualità finale del prodotto.
IL CONTROLLO
Non solo attenzione in foresta. Non solo grande capacità nella gestione produttiva. Ciò che davvero caratterizza il main player di questo mercato è la grande attenzione alla Ricerca & Sviluppo, per identificare tutte le possibili cause di difetto e contaminazione.
Conoscenza profonda del TCA e dei suoi meccanismi che hanno portato a sviluppare sistemi di controllo (Innocork, DS100, DS100+) in grado di garantire che ogni tappo di ogni lotto sia controllato e privo di difetti al punto da fornire al cliente la garanzia del Bottel Buy Back (riacquisto della bottiglia a prezzo consumatore) in caso di tappo difettoso.
Ma in cosa consistono i controlli? In estrema sintesi ogni tappo viene controllato – ovvero annusato – da tre persone adeguatamente formate: se solo una delle tre sente un difetto, l’intero lotto di quel tappo viene appartato ed eliminato. Non riciclato. Eliminato!
Riconoscere i contaminanti è meno semplice di quanto possa sembrare. Abbiamo potuto partecipare a ben tre panel per il riconoscimento dei difetti. Un panel costituito da tre batterie in cui due campioni di vino vanno valautati contro un campione di riferimento. Uno in cui il campione di riferimento fornisce il riscontro a sette campioni di vino potenzialmente difettato da identificare.
Il terzo in cui riconoscere l’eventuale presenza di difetto nei campioni di ben nove lotti di tappi (tecnica DS100, cioè Dry Soak 100. Tappi leggermente umettati per poter evidenziare al naso umani i sentori).
Per i tre panle i difetti sono presenti in concentrazioni da 20 ppt (part per trilion = una molecola di difetto ogni milione di milioni di molecole “sane”) giù fino ad 1 ppt.
Si impara così che il “difetto” non è solo il famigerato TCA, ma che il TeCA, il TBA, il TCP (precursore del TCA) che danno problemi simili (a volte il naso non distingue la differenza) ma hanno origini molto diverse. O anche presenza di etanolo, di geosmine, ed eccessivi sentori floreali.
Consigliamo a tutti gli enoappassionati di approfondire il discorso sui difetti da tappo. Solo così, guardando il “turacciolo”, si riuscirà a fermarsi a pensare che quel semplice cilindro (o fungo) di sughero ha almeno 40 anni. Ed è lì perché in molti – almeno se si tratta di un sughero Cork Supply – ci hanno messo la faccia. Anzi, meglio: il naso.
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(4,5 / 5) C’è uva e uva. E c’è uva di Troia e uva di Troia. Lo sa bene Alberto Longo, che con le sue Cantine di Terravecchia porta sugli scaffali di Penny Market un Rosso Puglia Igp da Uve di Troia dall’invidiabilissimo rapporto qualità prezzo. Senza pari nel calice, in confronto alla concorrenza.
Chiedere per credere al lavandino che si è bevuto, tutto d’un sorso, il Nero di Troia Daunia Igp “Capitolo” della Cantina Sociale di San Severo. Stesso uvaggio, stessa vendemmia (la 2013). Stesso prezzo. Stesso istante di apertura della bottiglia. Battaglia impari.
E non si tratta di tenuta della singola bottiglia. Ma di un preciso discorso di selezione. A partire dal tappo di sughero col quale le due bottiglie sono state tappate. Grossolana la qualità di quello della Cantina Sociale di San Severo.
Lungimirante il cork di Terravecchia, cantina concentrata (evidentemente) più sulle potenzialità d’invecchiamento del vitigno che su un canale distributivo da molti considerato “di serie B”, come la Gdo: dove tutto, o quasi, dev’essere bevuto “entro 6 mesi”. Tutt’altro. Tant’è, alla prova del calice.
LA DEGUSTAZIONE Il Rosso Puglia Igp Uva di Troia 2013 Citerna delle Agricole Alberto Longo – Cantine di Terravecchia si presenta di un rosso rubino intenso con riflessi violacei, poco trasparente. Un colore che evidenzia, sin da subito, la buona tenuta del nettare in bottiglia. Mentre lo si versa, ancor prima di avvicinare il calice al naso, nell’aria si dipana il profumo tipico dell’Uva di Troia.
Quello dei piccoli frutti rossi in tinta balsamica, impreziositi da note vegetali (peperone verde e macchia mediterranea, in particolare rosmarino) e di spezia piccante (pepe nero). Corrispondenti le percezioni in un palato che regala un’acidità piuttosto viva. La beva è fresca e il sorso è invogliato dalla pulizia delle note fruttate, unite a una vena sapida piacevolissima.
Siamo davvero di fronte una vendemmia 2013, da meno di 4 euro? Pare di sì. Tutto bellissimo, ancor più se accompagnato dal piatto adeguato in abbinamento. Il Rosso Puglia Igp Uva di Troia 2013 Citerna delle Agricole Alberto Longo Terravecchia è da provare, per esempio, con una buona pizza salsiccia al finocchietto e gorgonzola.
LA VINIFICAZIONE
L’Uva di Troia che dà vita a questo vino rosso cresce in un vigneto di proprietà delle Cantine di Terravecchia, nei pressi di Lucera. Siamo nel cuore della Daunia, in provincia di Foggia. Le radici delle viti affondano in un terreno mediamente calcareo a tessitura franco-sabbiosa.
L’allevamento è a spalliera (cordone speronato), con densità d’impianto di 5.600 piante per ettaro e una resa per ceppo di 2,5 chilogrammi, corrispondente a circa 130/140 quintali di uva per ettaro.
La vendemmia avviene a piena maturazione, nella seconda decade di ottobre, mediante selezione e raccolta meccanica. La fermentazione alcolica avviene in vasi vinari di acciaio inox a temperatura controllata, favorendo il prolungato contatto delle bucce con il mosto.
La fermentazione malolattica si svolge nel mese di novembre, subito dopo la fermentazione alcolica. L’affinamento del vino avviene dapprima in vasi vinari di acciaio inox, poi per almeno tre mesi in vasche di cemento ed in seguito in bottiglia per un periodo minimo di tre mesi.
Alberto Longo ha scelto di recuperare, nella sua Lucera, un’azienda agricola dell’Ottocento come sede della propria attività collaterale a quella professionale vera e propria. Un casale ristrutturato “con l’obiettivo di produrre vini di qualità e offrire un’accoglienza qualificata e professionale”. Una mission che trova nell’Horeca terreno fertile, senza tuttavia disdegnare la tanto bistrattata Gdo.
Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, tra carta stampata e online, dirigo winemag.it. Collaboro inoltre come corrispondente per una delle testate internazionali più autorevoli del settore, in lingua inglese. Edito con cadenza annuale la “Guida Top 100 Migliori vini italiani” e partecipo come giurato ai più importanti concorsi enologici internazionali. Oltre alle piazze tradizionali, studio con grande curiosità i mercati emergenti, seguendone dinamiche, trend ed evoluzioni. Negli anni ho maturato una particolare esperienza nei vini dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa, tanto da aver curato la selezione vini per un importatore leader in Italia. Nel 2024 mi è stato assegnato un premio nazionale di giornalismo enogastronomico.
ROMA – Solo tappi a corona o di sughero per il Prosecco Doc. E’ stato respinto il ricorso di un produttore che chiedeva di poter tappare il suo Prosecco a Denominazione di origine controllata con tappi a clip (tappo meccanico), simili a quelli della birra. Una metodologia consentita in deroga al disciplinare fino al luglio 2016, in seguito non ratificata.
A mettere la parola fine sulla querelle è l’ordinanza del 18 settembre 2017 con la quale il Consiglio di Stato, in sede cautelare, ha confermato l’ordinanza del Tribunale amministrativo regionale (Tar) di Roma del maggio 2017.
Una posizione già espressa in primo grado dai giudici amministrativi. In particolare, il provvedimento riguarda la legittimità delle modifiche al disciplinare della Doc Prosecco approvate con Decreto del 7
dicembre 2016 dal Ministero delle Politiche Agricole e Forestali su proposta del Consorzio Prosecco Doc, rappresentato dagli avvocati Diego Signor e Vittorio Titotto. Modifiche che, appunto, non prevedevano l’introduzione del tappo a clip tra quelli consentiti per l’imbottigliamento del Prosecco Doc.
“Con grande soddisfazione – commenta Stefano Zanette, presidente del Consorzio – apprendo che il Consiglio di Stato ha confermato l’assoluta correttezza della condotta degli organi sociali del Consorzio e la legittimità delle modifiche apportate al Disciplinare, predisposte sulla base di istanze provenienti dalla base associativa e approvate a larghissima maggioranza dall’assemblea dei soci”.
Il Consiglio di Stato, “in accoglimento delle tesi difensive sostenute in giudizio dal Consorzio, ha ritenuto
nell’ambito del giudizio cautelare legittime e meritevoli di favorevole considerazione le decisioni assunte
dall’assemblea del Consorzio atte a determinare regole omogenee per il confezionamento del Prosecco DOC”.
“Il Consorzio – conclude Zanette – si pone come obiettivi primari la tutela e lo sviluppo del prestigio del Prosecco Doc nel mondo. Ritengo che il nuovo Disciplinare costituisca un passo importante per il perseguimento di questi obiettivi”.
Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, tra carta stampata e online, dirigo winemag.it. Collaboro inoltre come corrispondente per una delle testate internazionali più autorevoli del settore, in lingua inglese. Edito con cadenza annuale la “Guida Top 100 Migliori vini italiani” e partecipo come giurato ai più importanti concorsi enologici internazionali. Oltre alle piazze tradizionali, studio con grande curiosità i mercati emergenti, seguendone dinamiche, trend ed evoluzioni. Negli anni ho maturato una particolare esperienza nei vini dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa, tanto da aver curato la selezione vini per un importatore leader in Italia. Nel 2024 mi è stato assegnato un premio nazionale di giornalismo enogastronomico.
(1,5 / 5)Nella giungla dei vini al supermercato è facile perdersi. E’ ancora più facile perdere la rotta quando ci si addentra nel tortuoso mondo dei vini francesi del supermercato. Ma la bussola impazzisce, letteralmente, sul Riesling Réserve 2014 Pierre Sparr. Doveroso sottolineare, in primis, che non si tratti di un prodotto “Aoc”, ovvero d’Appellations d’origine contrôlée, il corrispettivo transalpino della “Doc” italiana. Bensì di una semplice Appellation Alsace Contrôlée: formula con la quale viene genericamente identificato il vitigno alsaziano utilizzato per la produzione, in questo caso il Riesling. Un prodotto, dunque, che già di per sé rappresenta l’ombra dell’originale. E a questo punto, ad Esselunga, andrebbe chiesto perché inserire in assortimento un prodotto francese di “serie b”, peraltro a un prezzo non certo alla portata di tutti? Forse, la risposta sta sull’etichetta posteriore: in quell’analisi altisonante del Riesling Riserva Pierre Sparr, che a noi di vinialsuper pare…davvero nulla di che.
Quantomeno, raccomandiamo – per l’ennesima volta – agli addetti del supermercato di “girare le annate” e di trattare la corsia del vino come quella dei biscotti (già, perché anche il vino “scade” se è di bassa qualità, o se è prodotto con vitigni non adatti all’invecchiamento, o se è stato ‘turato’ con sugheri economici). Sul banco dove preleviamo questo Riesling, di fatto, sono presenti due annate. La 2014, che scegliamo per la nostra degustazione. E la 2013, dimenticata sul fondo dello scaffale: bottiglie piene di polvere e “liquido” visibilmente “ridotto” all’esame del collo della bottiglia, rispetto alla “sorella” 2014.
L’ANALISI DI VINIALSUPER
La domanda che continua a frullarci nella testa, mentre sorseggiamo questo…”Riesling Alsaziano Riserva”, è: perché? Perché? Dell’eleganza e della finezza dei Riesling d’Oltralpe, neppure l’ombra. Questo Pierre Sparr – a proposito: maison prestigiosa, la cui storia affonda le radici nell’anno 1680, a Beblenheim, in Alsazia per l’appunto – sembra piuttosto un vino di montagna, di quelli che servono in brocca nelle osterie.
Mancano, al naso, i caratteristici spunti di frutta a polpa bianca e di agrumi, mentre risaltano con una certa insistenza i soli fiori bianchi freschi. Sembra quasi un Gewurztraminer base, quando spunta invece, con l’ossigenazione, qualche richiamo olfattivo dolciastro, che ricorda il miele. Desaparecidos i sentori minerali, vera e propria “firma” della straordinaria Valle del Reno, di cui il Riesling alsaziano è simbolo. Al palato, struttura scarsa, monocorde, fruttata fresca. E, anche qui, nemmeno l’ombra della mineralità che si potrebbe (dovrebbe?) attendere dal vitigno. Consigliamo questo vino a tutto pasto. Degli altri.
LA VINIFICAZIONE
Apprendiamo dal sito web dell’importatore e distributore “esclusivo” del Riesling Riserva Pierre Sparr, la Boldrini Import Export di Roma, alcune informazioni sulla tecnica di vinificazione. Si tratta, come atteso, di un Riesling in purezza, ottenuto da vigne dell’età media di 26 anni. La vendemmia è condotta sul finire del mese di ottobre. La fermentazione avviene poi a temperatura controllata, con successivo riposo sulle fecce fini: un’operazione volta a favorire l’aromaticità del prodotto. Da apprezzare la schiettezza con la quale l’importatore descrive i sentori fruttati e minerali di questo Riesling Alsaziano, parlando di semplici “reminiscenze”. Chapeau.
Prezzo pieno: 7,19 euro
Acquistato presso: Esselunga
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