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Beverage e influencer: calano i post con l’adv trasparente

Beverage e influencer calano i post con l'adv trasparente

Secondo il report 2021 di Buzzoole, l’utilizzo di sponsorizzazioni trasparenti nei post degli influencer del Beverage è calato del 3,1% rispetto al 2020. L’Osservatorio della martech company specializzata in tecnologie e servizi per l’Influencer Marketing ha analizzato tutti i post pubblicati in lingua italiana che utilizzano gli hashtag della trasparenza suddivisi per settore, oltre ai brand più attivi sui social.

Lo studio annuale “La trasparenza nell’Influencer Marketing” ha interessato tutti i post (non le stories) pubblicati su Instagram, Youtube, Twitter e Facebook contenenti gli hashtag della trasparenza più utilizzati: #ad, #adv, #sponsorizzato, #sponsored, #sponsoredby, #gifted, #giftedby, #supplied e #advertising.

Una pratica che si sta consolidando nel tempo, al pari dell’incremento delle campagne adv. Nell’ultimo anno, infatti, i post trasparenti sono aumentati del 69% su Instagram. Tra i pichi segnali negativi c’è il 4,4% del Beverage, in calo del 3,1% rispetto all’anno precedente.

INFLUENCER MARKETING: INSTAGRAM RESTA IL CANALE PREFERITO

Sempre secondo l’Osservatorio istituito da Buzzoole, nel 2021 sono stati pubblicati in totale 426.233 contenuti “trasparenti”, che hanno generato 214 milioni di interazioni. Anche nel 2021 Instagram viene riconfermato come luogo preferito per le attività con i creator, con il 65,4% dei post e l’88,2% delle interazioni generate.

Al secondo posto c’è Twitter con il 30,3% dei post. Per quanto riguarda, invece, Facebook il dato è sottostimato (3,7%) in quanto per motivi di privacy la piattaforma non permette di effettuare rilevazioni puntuali.

«La trasparenza non è soltanto un valore importante – commenta Gianluca Perrelli, Ceo di Buzzoole – ma anche un requisito imprescindibile nel mondo dell’Influencer Marketing per preservare il rapporto fiduciario tra influencer, brand e utenti».

BEVERAGE INFLUENCER: SEGNO MENO SULLA TRASPARENZA

D’altro canto, il Beverage si conferma una nicchia nel panorama delle “sponsorizzate” (dichiarate come tali). Moda e Cosmetica sono i settori più trasparenti. Il terzo posto, che in passato era presidiato dal Tech, viene occupato dal Food.

In particolare la Moda (abbigliamento e calzature) si riconferma l’industria più attenta alle regole con il 29,2% dei post prodotti. Al secondo posto la Cosmetica (prodotti per la cura del corpo) con il 13,9%. Al terzo posto il Food diventa protagonista con il 9,8% dei post, guadagnando 3,3 punti percentuali.

A seguire il mondo della Tecnologia (elettronica di consumo) con il 9% dei post, dell’Intrattenimento (tv, gaming) con l’8,7% dei post, gli Accessori (borse, orologi e gioielli) con l’8,6% e il Beverage, per l’appunto con il 4,4% e il calo del 3,1% sul 2020.

Come nel 2020 anche questo anno emerge il comparto Health care con un 3,1% di post trasparenti incentrati soprattutto sull’igiene personale e i dispositivi di sicurezza per proteggersi dal contagio.

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Amarone della Valpolicella in brik: il “pesce d’aprile” di Allegrini

FOTONOTIZIA – «Un nuovo incredibile packaging per il nostro Amarone! Così incredibile che fai bene a non crederci. Buon pesce d’aprile!». Allegrini esorcizza il 1 aprile sui propri canali social, scatenando l’ilarità dei follower con l’immagine di un finto Amarone della Valpolicella in brik da un litro.

Qualcosa, per l’appunto, di “Unbelivable!”. Decine i commenti e le reazioni al post, tra cui spicca la proposta del nome da dare al nuovo fantomatico vino: «Allegrello». Prosit!

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Barbacàn, musica e balletti virali su TikTok: le nuove frontiere della viticoltura eroica

EDITORIALE – I social, usati bene. Barbacàn spopola su TikTok, mostrando la Valtellina come non si era mai vista prima. Musica e balletti virali, spaziando dall’ouverture del Guglielmo Tell di Rossini a Tell me why dei Backstreet Boys, da Stayin’ Alive dei Bee Gees a Candy Shop di 50 Cent.

I vignaioli di San Giacomo di Teglio (SO), divertendosi e divertendo gli ormai 8.714 follower (112.1 K di “Mi Piace”), avvicinano come nessuno il pubblico alla realtà sublime della viticoltura eroica italiana, danzando e cantando tra i ripidi vigneti di Chiavennasca, il Nebbiolo valtellinese, racchiusi tra i muretti a secco patrimonio dell’Unesco.

Attività come la vendemmia manuale e la legatura dei tralci della vite diventano un tutt’uno con le canzoni e i balletti più trendy del momento, catturando l’attenzione di migliaia di utenti. Il tutto senza le volgarità e il narcisismo tipico di chi popola i social, spacciando l’egocentrismo per libertà d’espressione.

Un esempio, Barbacàn, da seguire e comprendere da parte dell’intero mondo della comunicazione moderna. Dai video e dalle particolari inquadrature delle bellezze della Valtellina emerge l’amore incondizionato di Angelo Sega e dei figli Luca e Matteo, nonché di tutta la squadra, per la loro terra e per il loro lavoro.

«Se vignaiolo di Valtellina ama donna più di piatto di pizzocheri e bottiglia di vino rosso, forse è vero amore ma non vero vignaiolo», scherzano (ma non troppo!) i vignaioli valtellinesi in uno dei video di TikTok, utilizzando un accento dell’Est Europa.

L’apoteosi quando i rami di un albero diventano microfoni appesi al cielo, per cantare al mondo We are the world di Michael Jackson e Lionel Richie, affacciati su una delle terrazze eroiche.

O quando, sulle note di Hungry Eyes di Eric Carmen – colonna sonora di Dirty Dancing – i fratelli Barbacàn danzano in bilico su un muretto a secco, con vista  sui monti innevati. Modi nuovi, insomma, per raccontare quello che in Valtellina c’è sempre stato: l’uomo, la sua vigna e il desiderio di preservarla come Madre Natura l’ha fatta. Bravi!

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“Bottiglie da vendere? Le compriamo noi”: quella campagna che fa tremare Tannico

EDITORIALE – “Hai bottiglie da vendere? Le compriamo noi”. La campagna, lanciata da Tannico e tuttora online nella sezione “Vini da Collezione“, riguardava anche il Tignanello. Si tratta proprio del vino risultato falso, grazie a una semplice analisi comparativa delle etichette compiuta da un acquirente.

Stiamo creando bottiglia dopo bottiglia un catalogo speciale dedicato ai collezionisti del vino: sarà un piccolo caveau pieno di rarità e racchiuderà bottiglie preziose, etichette speciali e grandi annate dei bianchi, rossi, Champagne e spumanti più ricercati al mondo”, si legge sul sito di Tannico.

“Per realizzare questa selezione – precisa poi il management dell’enoteca online più vasta d’Italia – abbiamo bisogno del tuo aiuto. Se hai in cantina dei vini di pregio e vuoi venderli, o se sei un professionista del mondo Horeca e stai valutando di cedere parte del tuo magazzino, mettiti in contatto con noi. Specialmente se le etichette che hai sono fra queste:

  • Dom Pérignon
  • Cristal
  • Salon
  • Selosse
  • Giulio Ferrari
  • Ornellaia
  • Sassicaia
  • Masseto
  • Tignanello
  • Solaia
  • Gaja
  • Rinaldi
  • Bartolo Mascarello
  • Giuseppe Mascarello
  • Bruno Giacosa
  • Conterno
  • Montevertine – Pergole Torte

Nell’elenco, dunque, diversi brand di Champagne e Trento Doc, ma anche tanto Barolo e tanta Toscana, regione dalla quale proviene appunto il Tignanello dello scandalo. Insomma, il massimo dell’enologia italiana. Una campagna pompata anche sui social, habitat naturale di Tannico, che spesso ingaggia i cosiddetti (presunti) wine influencer italiani per veicolare i propri messaggi.

A sorprendere, tuttavia, è l’assenza del minimo avvertimento nei confronti di potenziali venditori truffaldini. Non un parola che ammonisca chi voglia provare l’affare, vendendo a Tannico una fregatura. Che so? Qualcosa tipo: “Le bottiglie saranno valutate dal nostro team di esperti”.

Nulla di nulla. Solo precisazioni, utili all’affare. Come la mail a cui scrivere in caso di possesso di una delle etichette di vecchie annate indicate (collezionisti@tannico.it) e la necessità di indicare “vino, annata, formato e quantità delle bottiglie che hai da vendere”, persino “allegando un file Excel”. Tutto bello, fino a che non succede l’irreparabile.

Fenomeni, quelli dell’intermediazione nella vendita di bottiglie pregiate, che incentivano la nascita di decine e decine di siti web, che si propongono per acquistare vecchie annate. Non mancano le iniziative di semplici privati, su siti di annunci generalisti.

Ma c’è anche chi lavora per abbattere il gap tra cliente e consumatore, come nel caso degli e-commerce che propongono la vendita diretta dal produttore, fornendo addirittura ai clienti spazi per conservare le sue bottiglie preferite e farle affinare in cantina dal produttore per 5, 10 o anche 15 anni. Il massimo della qualità, col massimo della tracciabilità di filiera.

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“Professionisti del vino italiano poco attenti alle diversity”: attacco e campagna social

Da diverse settimane ho un mal di pancia che merita (forse) un editoriale. Alla casella di posta elettronica di WineMag.it è arrivato l’appello di un’agenzia di stampa che, nel bacchettare “i protagonisti del settore enologico italiano”, colpevoli di “non aver dato vita a un movimento di contrapposizione alle diversity (discriminazioni di razza, genere, orientamento sessuale e disabilità) pari a quello di altri Paesi del mondo” dopo la brutale uccisione di George Floyd in Minnesota, invitava ad aderire alla campagna di una professionista italiana del settore del vino, che invece “ha deciso di dire basta a certi gesti di discriminazione sul lavoro”.

Come? Ovviamente con una campagna Instagram (sic!) in cui “affrontare il tema della diversità ed inclusione nel mondo del lavoro nel settore Wine & Spirits in quattro diversi ambiti: razza, genere, orientamento sessuale, disabilità, attraverso i racconti di altrettanti protagonisti”.

Due degli “episodi” sono stati già pubblicati. Il primo vede protagonista un maître, presumibilmente di origine sudamericana, offeso da un cliente che si è rifiutato di farsi servire un drink perché lo riteneva “troppo scuro di pelle“.

Il secondo vede in primo piano la stessa promotrice della campagna social, che “ad una fiera” (imprecisata) sarebbe stata “interrotta nella degustazione con un produttore da un uomo che, con arroganza, ha preso il mio posto e ha iniziato a parlare ‘tra maschi’, ritenendo che io fossi lì soltanto per flirtare“.

Nessun dubbio sulla veridicità dei fatti. Ma c’è una curiosità: in entrambi i post, i protagonisti reggono (e mostrano bene, of course) una bottiglia di Champagne A. Bergère Flower Selection.

Mica un vino qualunque: promozione? Adv? Marchetta? Sponsor della campagna? Un dettaglio che non è indicato da nessuna parte. Di certo, la casa di Epernay (e la filiale italiana) sono molto attente al mondo della “promozione” Social del brand, ricorrendo anche alle cosiddette “influencer” (tette al vento e bottiglia dall’etichetta sfuocata, avete presente?).

Ma quel che fa più pensare – alimentando il mio mal di pancia – è la mancanza di approfondimento dei j’accuse, giustificabile solo in parte dalla necessità di immediatezza della comunicazione social, capace di accontentare solo i bambocci.

Possono poche parole, belle immagini e una bella bottiglia chic sensibilizzare su temi come la discriminazioni di razza, di genere, d’orientamento sessuale e sulla disabilità, oppure qualcuno, all’epoca in cui tutto è possibile purché sia social e viral, pensa bene di cavalcare qualsiasi tematica per due cuoricini in più sui social?

Domande la cui risposta è riposta (scusate il giro di parole) nella coscienza dei promotori di simile iniziative. Gente che, nello specifico, continua la vita di sempre (meglio evitare che si deprimano i follower, battendo troppo il chiodo delle tematiche sociali).

Sullo stesso canale Instagram teatro della campagna, infatti, la paladina italiana del Black Lives Matter sciorina foto in costume e di altri champagne degustati sulla spiaggia, oltre alle immagini di tante altre etichette degustate e pubblicate (forse) non proprio a caso.

Rimangono allora tanti interrogativi. Quanto vale, nel 2020, l’oggettività? Una battaglia senza sponsor non vale la pena di essere combattuta? Quanto conta, nell’anno del virus che ha cambiato gli equilibri mondiali, la credibilità umana, prima di quella social(e)? Quanto conta l’informazione vera, per chi vuole fare vera informazione e scardinare i pregiudizi?

Infine, un suggerimento. Bei temi quelli della campagna social in questione e l’aggancio (in stile rugbista) al movimento Black Lives Matter, con il relativo appello all’adesione massiccia, puntando sulla sensibilità dei “protagonisti del settore enologico” del Bel paese.

Il punto è che faremmo meglio a guardare alla nostra Italia per dar voce a chi non ce l’ha. Iniziando tutti a parlare un po’ più di temi come la mafia, la ‘ndrangheta, il caporalato, la corruzione e il malaffare che serpeggiano anche nel mondo del vino italiano.

Una cosa è certa: avrebbe tutto un altro effetto rispetto a una bella foto Instagram modificata a dovere in studio, dove quella luce, un po’ radical e un po’ chic, pettina tutto: pure lo Champagne e i razzisti. E allora cin, cin. Ma solo a quelli innamorati del vento tra i capelli e delle cause perse. Per tutto il resto, c’è Instagram.

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A tu per tu con Carlotta Salvini, miglior somm Fisar 2019: “Sogno di produrre vino”

Solare, spigliata, sorridente, sicura di sé. Sguardo fiero e tanta determinazione. Quella che ha portato Carlotta Salvini a diventare Miglior Sommelier Fisar 2019, lo scorso novembre.

Comunicare il vino, per la 31enne di Siena, è una missione. Con tutti i mezzi a disposizione, online e offline. Positiva, pragmatica, mai eccessiva. Tanti progetti e un sogno nel cassetto: vestire i panni di vignaiola, producendo un vino tutto suo. Conosciamola meglio.

La competizione per il Miglior Sommelier Fisar si tiene da 27 anni. Se escludiamo gli anni non disputati e i pari merito uomo donna la quota femminile è del 32%. Sale al 40% se consideriamo solo gli anni dal 2010 ad oggi. È solo una questione di proporzioni di iscritti oppure c’è qualcosa che ancora non è stato detto sull’argomento minoranza donna/sommelier?

Non si è mai ripetitivi su questo argomento e concordo che negli ultimi anni finalmente cominciano ad emergere figure femminili nel mondo del vino ed anche nell’imprenditoria vitivinicola. Ritengo che sia sempre più importante sensibilizzare non solo sulla figura della donna nel vino, ma in generale sul ruolo delle donne nel mondo del lavoro. La mia ricetta è composta da tre ingredienti: studio, empatia, determinazione.

Penso che siano valori che noi donne conosciamo molto bene: abbiamo competenze interdisciplinari e sappiamo che non si può prescindere dalla preparazione. Credo molto in questi valori e spero che siano di stimolo per la vita di altre donne per cercare di realizzarsi e trovare la propria strada.

Tra le best sommelier al femminile tre toscane, due venete, due lombarde e due laziali. Toscana culla della lingua italiana, del Rinascimento, “Caput Mundi” del vino. Le tue origini toscane quanto accrescono la tua competitività?

Non solo accrescono la mia competitività ma sono anche motivo di orgoglio. La Toscana è tra le più importanti regioni vitivinicole italiane con una straordinaria varietà di vini dalle differenti caratteristiche e una storia millenaria, una cultura antica che si perde nei secoli.

Sono un importante patrimonio, ci penso ogni volta che passo per strada tra i paesaggi delle colline del Chianti, della Costa degli Etruschi, della Val d’Orcia e della Val di Chiana: sono fiera di essere toscana.

Sei stata eletta a Novembre del 2019, neanche il tempo di mettere il calice Rastal tra i trofei e scatta l’emergenza Covid-19. Cosa ti sei persa o cosa non ti sei goduta ancora appieno di questa esperienza?

Penso che sia stato un esercizio molto importante, soprattutto per cercare strumenti di comunicazione diversi da quelli a cui il sommelier è abituato. Ho iniziato ad un utilizzo dei miei canali social in chiave divulgativa / educational ed il risultato è stato davvero sorprendente. Non credo di essermi persa qualcosa, cerco di avere un atteggiamento positivo anche nelle situazioni più difficili stimolandomi a trovare soluzioni per reinventarsi e adattarsi.

Tutto del vino riconduce alle relazioni. Si vendemmia in squadra, si degusta confrontandosi ed a cena la bottiglia è in tavola. Il vino ha sempre accompagnato la vita, la convivialità, la cultura e l’alimentazione e nel tempo si è evoluto, passando da fonte di nutrimento a socializzazione e integrazione culturale.

Ma quanto è affascinante sentire qualcuno che parla di un vino che ha assaggiato? Dentro un calice di vino c’è tutto un mondo fatto di persone, storie, territori e gusto. La curiosità, l’entusiasmo, l’esperienza che coinvolge ogni volta, sono lo slancio a saperne sempre di più”.

Parole tue per dare il benvenuto a chi approda sulla tua neonata pagina Facebook.  Si può trasmettere tutto questo, con la stessa empatia anche via digital?

Sono emozioni e sensazioni diverse, evocative e dipende soprattutto da come vengono comunicate. Ad esempio quando si legge un libro se lo scrittore è abile nella descrizione, riesce a farti evocare profumi, luoghi, toccare le corde sensibili.

Sta anche a chi scrive nel cercare di coinvolgere emotivamente ma anche con semplicità soprattutto utilizzando il giusto approccio per far appassionare nel mondo del vino. Leggere un libro sul Chianti Classico sicuramente non è lo stesso che visitarlo, ma di sicuro può suscitare la curiosità di andarci non appena ci sarà l’occasione.

Poco più di 300 follower su Facebook, 7300 su instagram: stories, dirette, webinar, degustazioni digitali, foto con i calici. Le tue foto sono passate dai poco più di 200 like per la tua laurea a 1300  con pioggia di cuoricini per un tuo selfie (molto bello) baciata dal sole e con il calice in mano. Ti consideri, come si direbbe oggi, una ‘wine influencer’?

Non credo di sentirmi influencer, ma piuttosto “wine educator”: ancora non ho trovato una parola analoga in italiano. Penso che ci sia ancora molto da approfondire su un approccio educativo alla cultura del vino in particolare “educando” il palato all’assaggio. È l’aspetto più importante soprattutto per chi non è esperto riuscire ad avere una capacità di giudizio obiettivo su un vino lasciandosi guidare solo dai nostri sensi.

Tante foto con etichette blasonate. Qualche anno fa hai postato un calice di Tignanello e hai commentato scherzosamente “È capitato di peggio”. Qual è il tuo rapporto con i vini più “popolani”? Hai comprato vino al supermercato recentemente? Cosa pensi del vino in Gdo?

La distinzione per un vino popolano o costoso non la fa il luogo in qui viene venduto. Oggi sopratutto nei supermercati c’è la tendenza ad avere una sezione di enoteca con grande assortimento di vini anche prestigiosi talvolta con la presenza di un sommelier per consigliare nell’acquisto.

Io stessa ho acquistato qualche volta vino al supermercato proprio perché la qualità del vino si giudica solo e soltanto quando è nel bicchiere senza che il luogo in o altri fattori ne influenzino il giudizio.

Per quanto riguarda i vini “popolani” non perché siano tali non devono essere buoni. È anche vero che per trovare la qualità anche in vini più semplici non è possibile scendere al di sotto di una soglia minima di prezzo.

Tra gli altri impegni sei hospitality manager di Felsina Wines, in un territorio, quello del Chianti Classico, che punta molto sull’enoturismo. Che preoccupazioni hai per il futuro?

Il turismo e il settore della ristorazione sono i più colpiti dall’epidemia Covid-19. Nel breve periodo non ci sono prospettive di ripresa con il turismo straniero ( che a Fèlsina rappresenta circa il 70% dei visitatori ) ma ci sono possibilità con quello locale e territoriale.

È un anno dove più che mai diventa fondamentale consolidare i rapporti esistenti. Nel futuro non sono preoccupata, sono certa che le meravigliose eccellenze italiane torneranno a essere la meta ambita dai turisti di tutto il mondo ancora più di prima.

Sommelier, Hospitality manager, agronoma, attestati internazionali. Tu stessa hai dichiarato che il titolo di miglior sommelier non è un traguardo. Cosa ti appresti a studiare o a fare nella tua vita privata? Ti sei prefissata nuove mete da raggiungere?

Nella mia vita privata continuo l’attività attraverso i social e al momento sto lavorando ad un piccolo progetto personale, un corso di vino online. È vero, ho detto che il titolo di best sommelier per me non significa un traguardo, ma rappresenta un’ulteriore conferma che il mondo del vino è e sarà la mia strada. Di nuovi orizzonti ne ho tanti in mente tra cui il grande sogno di poter, un giorno, produrre un vino tutto mio.

Parliamo di Fisar. Le singole delegazioni hanno cercato di mantenere viva l’attenzione dei soci negli ultimi mesi con varie attività. Cosa bolle in pentole per quanto riguarda Fisar in Rosa e Fisar Nazionale? Stai (e state) lavorando su nuovi progetti?

A livello territoriale le delegazioni hanno mantenuto attiva l’attività di coinvolgimento dei soci proponendo webinar approfondimenti a cui io stessa ho partecipato in qualità sia di relatore che uditore. A livello nazionale stiamo lavorando a diversi progetti. tra cui una nuovissima rubrica, condotta da me: “Degustiamo assieme”.

Un appuntamento settimanale, in uscita da lunedì 11 maggio, dove presenterò vini, territori, cantine di tutta Italia, un viaggio da nord a sud. Fisar in Rosa ha in programma la rubrica “In viaggio con Fisar in Rosa”, episodi live con racconti e degustazioni di territori coinvolgendo anche produttrici di vino.

Teoricamente, a novembre, ti appresterai a lasciare il titolo ad un nuovo Miglior Sommelier. Che consiglio daresti, magari anche alla luce della tua antesignana esperienza in quarantena?

Consiglio di non prendere questo riconoscimento solo come ruolo di “ambasciatore” nazionale di un’associazione ma come opportunità di capire quali sono gli strumenti ed il linguaggio giusto per far appassionare al mondo del vino sempre più persone.

La cultura del vino in Italia fa parte della nostra storia ed è anche compito di un Sommelier ai vertici nazionali di essere promotore dell’informazione soprattutto a chi si trova all’inizio del percorso.

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Knam lancia la Cake’s Anatomy Challenge per riempire di dolcezza gli ospedali italiani

Ernst Knam ha lanciato attraverso i suoi social la Cake’s Anatomy Challenge: una sfida ai pasticceri di tutta Italia, a cui ha dato vita insieme alla moglie Alessandra “Frau Knam”, con l’obiettivo di “riempire di dolcezza” tutti gli ospedali italiani, oggi nel pieno dell’emergenza Covid-19.

Superato il momento critico, lo chef regalerà a tutti gli ospedali di Milano una sua creazione formato maxi: una grande crostata al cioccolatoFrau Knam Señorita 72“, il cioccolato di altissima qualità che lui stesso ha selezionato e importato dal Perù.

Nel post, Knam invita a partecipare alla challenge i pasticceri di tutta Italia, chiedendo loro che dolce pensano di portare negli ospedali della loro città. Conclude il post taggando Iginio Massari, Ampi (Accademia Maestri Pasticceri Italiani), Luigi Biasetto, Sal De Riso, Roberto Rinaldini, Leonardo Di Carlo.

E ancora Pasticceria Martesana, Gino Fabbri Pasticcere – La Caramella, Fabrizio Galla – Master Pastry Chef & Chocolatier, Luca Montersino, Gianluca Fusto, Davide Comaschi e Emmanuele Forcone. La domanda, per tutti, è: “Chi di voi è con me?”.

“Di solito – si legge nel post di Ernst Knam – quando in rete qualcosa ha successo e viene seguito da tante persone, si dice che è diventato ‘virale’. Basta con questa parola. Stiamo imparando tutti che nella vita, quella vera, conta chi combatte ciò che è virale, ogni giorno, per ciascuno di noi”.

Tutti i giorni accendo la tv apro la finestra, parlo con persone e mi rendo conto di quanto siamo fortunati ad avere medici infermieri, operatori sanitari, paramedici e tutte le persone che in prima linea rischiano la propria vita per aiutarci a vincere questa guerra contro un nemico invisibile. Io faccio dolci, regalo sorrisi”.

“Loro…loro fanno molto di più, salvano vite. Allora, ho pensato…perché non promettiamo a tutti loro che, appena la situazione ce lo permetterà, che passerà anche, tanto, per merito loro, noi pasticceri proveremo a regalargli qualche sorriso?”, conclude Knam.

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Cari produttori, in vigna o in cantina con la mascherina fate più danni del Coronavirus

EDITORIALE – Mentre l’economia italiana affonda sotto i colpi di Coronavirus, loro che fanno? Inventano un hashtag al giorno e si fanno fotografare in vigna e in cantina con la mascherina anti contagio in bella vista, sul volto. Peccato che attorno non ci sia nessuno e che le disposizioni del Ministero dicano ben altro. Forse sbaglio io. Ma certi produttori, in questi giorni di panico e di allarme anche sociale stanno facendo più danni al vino italiano sui social, che Covid-19 per le piazze del Bel paese.

Sarebbe bello poter sostenere che queste patetiche esibizioni su Facebook ed Instagram facciano male solo allo stomaco di chi ha un po’ di sale in zucca, o ancor meglio ai diretti interessati.

Il fatto, purtroppo, è che foto come queste – che circolano mentre gli occhi del mondo sono fissi sull’Italia – danneggiano inesorabilmente l’intero settore, in un momento in cui centinaia di aziende agricole (non solo vitivinicole) rischiano di essere spazzate via dal vento invisibile arrivato dalla Cina.

Le foto dei produttori di vino con la mascherina, in vigna o in cantina, riescono nel miracolo di far provare simpatia (oggettiva) per Veronafiere, che in questi giorni – contro tutti, tranne che i propri interessi, va detto – sta cercando di tenere in piedi con le unghie e con i denti un Vinitaly 2020 con la flebo nelle vene, riprogrammato dal 14 al 17 giugno.

Già, perché se da un lato c’è qualcuno (incravattato) che si sta facendo un culo così per salvare il salvabile del comparto (criticabile o meno che sia), dall’altro ci sono incommensurabili idioti che, nel nome di due fottuti like, sono disposti a mandare messaggi sgradevoli al mondo intero, tra l’ilarità dei più.

Facciamocene una ragione, allora, se la Francia ride di noi con la pizza Corona di Canal+: non è strafottenza, è pietà. Siamo i primi a far ridere il mondo per come spesso (s)comunichiamo le nostre eccellenze, al posto di trasmettere la voglia di scoprire l’Italia. Torniamo tutti sul pianeta Terra. Ce n’è un gran bisogno. Cin, cin.

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Fivi, tieni accesa la fiamma

EDITORIALE – Avete presente le candele? Fanno luce. Ma basta un soffio per spegnere la fiamma. La Fivi, oggi più che mai, somiglia un po’ a una candela. Fa luce, una luce bellissima, che illumina il lavoro, la fatica e i territori in cui operano vignaioli veri, innamorati della loro terra.

I vini degli associati Fivi sono proiettati nel futuro: infusi che raccontano la vendemmia, sussurrando già qualcosa di quella dopo. Perché sono “vini pensati” e “pensanti“. Molto più buoni di quelli “solo buoni”. I vini Fivi contengono un seme. La gemma di un pensiero, l’etica che ha mosso e muove i padri fondatori della Federazione.

Non a caso, il Mercato di Piacenza è diventato un evento cult per i winelover che cercano emozioni nel calice, oltre a prodotti sani, sostenibili e rispettosi del vitigno e del terroir. Il pubblico del Mercato, sino all’edizione record del novembre 2019, è cresciuto a livello esponenziale, sino a toccare le 22.500 presenze.

Ma sulla Fivi soffiano venti che potrebbero rendere tutto vano. Sferzate che minacciano una fiamma che non può, non deve spegnersi. Ci ho pensato al termine del Mercato 2019, pensando al commento “a caldo” affidato dalla presidente Matilde Poggi al proprio ufficio stampa.

“Il rapporto speciale tra il pubblico del Mercato e i vignaioli – commentava Poggi – traspare anche sui social, dove il movimento e l’interesse per questa manifestazione è veramente altissimo“. I social, già. La terra di tutti e di nessuno. Dei professori e degli influencer. Degli haters e dei soloni.

Certamente un “luogo” popolato da winelover, che non va tuttavia scambiato da Fivi come sede privilegiata in cui misurare il proprio consenso, ma soprattutto il proprio peso. Almeno fino a quando un like non conterà come un’alzata di mano in sede istituzionale.

Che la fiamma della Fivi, dunque, continui a risplendere di battaglie sindacali e di sindacato – lo ricorda oggi Walter Massa su WineMag.it – come quelle sulla rappresentatività dei vignaioli all’interno dei Consorzi del vino, o quelle sull’eccessiva burocrazia che attanaglia le piccole e medie aziende vitivinicole.

Sui dazi Usa, la fiamma Fivi, ha perso un’occasione di risplendere. Come e più di ieri. Come e più di prima. Mostrandosi, peraltro, quanto mai frammentata e divisa in correnti che attendono l’ok (del “capo”) non per alzare la mano o prendere una decisione, ma anche solo per “pensare”.

Tutto ciò non è etico. Non è Fivi. Non è “fiamma”. Qualcuno tenga accesa la luce. Perché l’Italia ha bisogno di Fivi e Fivi ha bisogno dell’Italia che “beve” e che “pensa”, per iniziare a pesare davvero. Dentro e fuori dagli smartphone. Cin, cin.

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Grillo e Nero d’Avola Igt, Paolo Calì sui social: “Chiusa una pagina sconcertante”

È affidato ai social lo sfogo del vignaiolo siciliano Paolo Calì, in merito al ricorso al Tar che ha visto trionfare Duca di Salaparuta sulla questione Nero d’Avola e Grillo Igt. “Speriamo che sia stata posta la parola fine ad una delle pagine più sconcertanti della viticoltura siciliana degli ultimi anni, anche se visti gli interessi in gioco ne dubito fortemente”.

“Un ricorso giusto e un epilogo ovvio – scrive Calì su Facebook – per 3 anni due dei vini maggiormente rappresentativi della Sicilia sono stati ostaggio di logiche meramente economico-commerciali. A dirlo oggi non è più solo uno sparuto gruppo di aziende ma il Tar del Lazio”.

È stato riconosciuto come il Consorzio Doc Sicilia persegua logiche esclusivamente commerciali e a questi scopi sono state pensate e realizzate le modifiche ai disciplinari dell’Igt Terre Siciliane e della Doc Sicilia e il conseguente divieto di indicare in etichetta i nomi dei due vitigni per le Igt Terre Siciliane”.

“Totalmente estranea all’operazione è invece l’interesse, che dovrebbe essere prevalente, alla valorizzazione della qualità del prodotto finale a vantaggio, in primis dei consumatori e, permettetemi, di tutti i produttori che fanno della qualità il loro mantra“.

A riprova di ciò, sempre secondo il Tar, vi è l’innalzamento delle rese di produzione per la Doc Sicilia al livello di quelle previste per l’Igt. Il Tar lo definisce sviamento di potere, io lo definisco t….. ai danni dei consumatori“, accusa senza mezzi termini Paolo Calì.

“Anche senza la pronuncia del Tar, però – conclude il vignaiolo siciliano – era ovvio che un Consorzio unico, che ricomprenda e assoggetti alle stesse regole le produzioni di vigneti sparsi nella regione italiana più grande, con i territori più diversi al suo interno, con condizioni micro-climatiche variegate, non possa perseguire finalità di tutela della qualità”.

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Influencer evade 1 milione di euro. Sicuri di voler cascare nella trappola dei social?

EDITORIALE – E’ come se decideste di accendere la televisione per guardare la pubblicità, al posto di cambiare canale e seguire i vostri programmi preferiti. Il caso dello Youtuber St3pNy che avrebbe evaso un milione di euro al fisco, guadagnati in pubblicità grazie al proprio canale social, forse farà aprire gli occhi a chi ancora crede di poter trovare informazioni super partes e pareri credibili sui canali di Influencer, Youtuber, sgallinate e sgallinati vari. Gente che, per mostrarvi un’etichetta di vino, va prima a fare shopping.

I FATTI
I Finanzieri del Comando Provinciale di Firenze hanno individuato il 23enne italiano, residente in provincia di Firenze, che “professionalmente svolgeva la sua attività su portali Internet completamente in nero, con un’evasione di imposte di oltre 1 milione di euro in 5 anni di attività”.

Nello specifico, l’attività investigativa e di intelligence del Nucleo di polizia economico-finanziaria ha permesso di rilevare come il “professionista del web”, tra il 2013 e il 2018, abbia omesso di dichiarare ricavi per oltre 600 mila euro. E di versare Iva per oltre 400 mila euro.

L’influencer era presente sui social da diversi anni. Pubblicava video che parlavano delle sue esperienze, dei suoi viaggi e della sua vita, arrivando ad avere oltre 4 milioni di follower” che lo seguivano assiduamente – riferiscono i finanzieri – risultando il secondo in Italia per numero di seguaci, con 1 milione di visualizzazioni al giorno”.

L’attività del giovane era svolta in modo professionale: riceveva compensi dalle pubblicità inserite nei video che, quotidianamente, pubblicava sul proprio canale. I pagamenti allo Youtuber erano poi proporzionati al numero di visualizzazioni fatte dai “followers”.

LA RIFLESSIONE
Un fenomeno, quello degli Youtuber e degli Influencer, che non è nato come un fungo in un bosco, dopo una giornata di pioggia. Il dilagare di pagine social sui temi più svariati (dal vino al food, passando all’abbigliamento) che si trasformano presto in vere e proprie “rassegne della marchetta”, nasce (anche) dal vuoto venutosi a creare negli anni tra la stampa tecnica e il consumatore.

Una distanza sempre più vasta, nella quale questi “fenomeni social” hanno trovato terreno fertile per costruire la propria rete di follower, che fisiologicamente è andata ad ampliarsi nel tempo (per chi inizia oggi è difficile raggiungere numeri davvero considerevoli di seguaci, basandosi solo sull’attività social).

Colpa del linguaggio troppo tecnico, dell’autoreferenzialità e – ammettiamolo – anche della pratica sistematica della marchetta anche da parte di testate giornalistiche e giornalisti di settore. Insomma: ogni dieci “influencer” di oggi esiste almeno un giornalista marchettaro di ieri.

Che ancora gira per eventi, a raccoglier bottiglie da bersi a casa, col marito o con la moglie. Magari percependo già la pensione da qualche anno. Alla faccia dei giovani che arrancano per mezzo torsolo di posto in redazione. Cin, cin.

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Gli Editoriali news

Collisioni “Allusioni” Festival: “BING Wines” da vergogna con la pin-up

BAROLO – Uno scatto fotografico discutibile quello scelto dagli organizzatori di Collisioni Festival 2019 per lanciare sui social “BING Wines“, evento che si terrà a Barolo il 4 e 5 maggio nell’ambito del noto Festival Agrirock che coniuga musica e degustazioni di vino nel Comune delle Langhe.

Su Instagram e Facebook compare un’immagine totalmente diversa da quella utilizzata sul sito web della manifestazione: una pin-up, in canottiera e mutandine, attende a bocca larga che un grappolo d’uva lanciato in aria le caschi in bocca.

E allora viene da chiedersi se si tratta di mancanza di creatività o, più semplicemente, dello stress di uno stereotipo ormai dilagante anche nella comunicazione del vino, a livelli e in ambienti inaspettati.

Un’immagine d’impatto (sicuramente dal punto di vista maschile) destinata alla comunicazione social: una bella ragazza, giovane e provocante, che trova il modo di divertirsi in vigna.

Ma i like e i cuoricini di Instagram cosa portano a Collisioni Festival? Artisticamente l’immagine potrà essere anche gradevole, ma dal punto di vista dell’etica della comunicazione il livello è piuttosto banale, per usare un eufemismo.

Nel 2019 si continua ad utilizzare la leva dell’impulso sessuale per vendere cose che nulla hanno a che vedere con la materia trattata. Per attirare un pubblico più ampio (quello dei social) alla prima edizione di una degustazione che coinvolgerà oltre 100 cantine da tutte Italia con vini di vitigni autoctoni italiani si sceglie la pin-up.

Volendo però sdrammatizzare, l’immagine provocante scelta dagli organizzatori di Collisioni “Allusioni” Festival per Instagram e Facebook è forse meglio del “Gruppo Vacanze Piemonte” raffigurato sul sito web dell’evento (vedi sotto). E allora avanziamo una proposta: possibile, per l’edizione 2020, un’intelligente via di mezzo?

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Approfondimenti

Chianti re dei social

FIRENZE – Fotografato, postato e taggato. Il Chianti è re dei social, secondo solo al Prosecco. Numeri da capogiro quelli della classifica stilata dalla Fondazione Qualivita e Ismea sui vini Dop e Igp più seguiti e menzionati sui social in un anno, con i dati rilevati da novembre 2017 a novembre 2018.

Il Chianti si guadagna così la medaglia d’argento su 15 etichette, seguito da prodotti d’eccellenza come Brunello e Amarone.

E’ stato infatti citato sui social 117.459 volte, il 47% da italiani e a seguire, con il 32%, da statunitensi e britannici con il 2%. Il social preferito è Instagram 41%, seguito da Twitter con il 21%, poi il 16% sui siti di news e il 14% sui blog.

“Un ottimo risultato per il Chianti – commenta Giovanni Busi, presidente del Consorzio Vino Chianti – I social sono importantissimi per veicolare l’immagine di un prodotto, ancora di più per valorizzarne qualità e tradizione soprattutto fra i più giovani. Siamo felici di essere così condivisi e apprezzati, soprattutto da italiani, un bel segnale che rende merito al lavoro delle nostre aziende”.

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Gli Editoriali news

Come si diventa influencer nel food & wine: (pessime) istruzioni dal Gambero Rosso

/// EDITORIALE /// “Gambero Rosso International ha iniziato a seguirti”. Wow. “Follow back” scontato, per me che sono da poco su Instagram col simpatico account @the.wine.traveller. Peccato duri poco. Due giorni, per l’esattezza. Dal 15 settembre ad oggi, 17 settembre, il Gambero ci ripensa. Zac. Passo dal (presunto) colpo di culo al doloroso (ma anche no) colpo di chela. Il crostaceo più educato d’Italia mi toglie il “follow”. Sperando che non me ne accorga.

Fanno tutti così, o quasi, gli ormai noti influencer del food & wine. Una pratica internazionale per alzare la “media” di uno degli elementi statistici fondamentali per giudicare la “social reputation”: il rapporto tra follower e account seguiti.

Il fatto è che molti di questi account sono gestiti da veri e propri professionisti dei social media. Che al posto di concentrarsi sulla proposizione di contenuti seri, originali, professionali, perdono tempo zigzagando come bisce a caccia di inutili fan sui social.

COME SI CUCINA IL GAMBERO
Il gioco, tutto sommato, è semplice. Non ci vuole una laurea in marketing. Per incrementare la reputazione social di un brand, gli espertoni delle agenzie specializzate iniziano a seguire tutti quegli account potenzialmente interessati agli argomenti e contenuti trattati dal cliente di turno.

Il “follow back” da parte del popolo dei social, specie su Instagram, è pratica ormai scontata. Il brand si ritrova così, in poche ore di follow compulsivi, con un gruzzolo di fan in più. Che non conteranno un cazzo, nella maggior parte dei casi, in termini di conversione del “like” in acquisti, visite. Ma che fanno figo, accanto all’immagine del profilo e alle ultime Instagram Stories.

Dopo qualche giorno – a volte addirittura dopo poche ore – quel brand smette però di seguirli. Che figura ci farebbe Gambero Rosso International, al di là della sua indubbia credibilità mediatica, se seguisse tutti gli account da cui è seguito? Un “giochino”, questo, che dovrebbe far ragionare le aziende del settore Food & Wine sulla loro scelte in campo di comunicazione.

I RIMEDI
Ma non tutto è perduto. Esistono delle app come Follow Cop – per chi come me ha Smartphone con sistema Android – che consentono di smascherare le centinaia di furbetti (cantine, aziende o singoli fenomeni) che ogni giorno provano a costruirsi un ruolo da influencer, ovviamente a scopo di lucro.

L’app consente di togliere il “follow” a chi non vi segue. Vi aiuta, insomma, a sgamare gli “Unfollowers“. Consentendo, così, di scegliere coscientemente se continuare a seguire qualcuno che ci ha aggiunto solo per sfoggiare un punto in più nel rapporto tra “follower” e “account seguiti”.

Non avendo mire da influencer, bensì da umile informatore del settore vino in Italia, uso Follow Cop ogni due giorni per scremare tra chi è realmente interessato ai contenuti che propongo su vinialsuper – e veicolo appunto attraverso i social – da chi, invece, vuole usare il mio “follow” per guadagnare credibilità e denaro.

Detto ciò, dopo queste rivelazioni apocalittiche e rivoluzionarie (!) siete tutti invitati a seguire il mio nuovo account Instagram. Senza che poi vi segua a mia volta. Ma questo era scontato.

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Food Lifestyle & Travel

Stellati, Cannavacciuolo vs Gabanelli: “Chi esce affamato da Villa Crespi lo rimetto in cucina a mangiare”

“Piatto piccolo uguale si mangia poco nei ristoranti stellati? Non è così”. Antonino Cannavacciuolo interviene sulla polemica Gabanelli Dataroom a Gavi, in Piemonte.

A stuzzicarlo siamo noi di vinialsuper, in occasione dell’incontro con la stampa che ha preceduto il bagno di folla per lo chef napoletano in occasione dei festeggiamenti per i 20 anni della Docg del grande vino bianco piemontese, nel contesto della manifestazione enogastronomica “Di Gavi in Gavi” 2018.

“Sui social escono delle fotografie di piatti con due code di scampo, fotografate in quel momento del pasto. Chi vede la foto, a casa, pensa che di quelli può mangiarne diciotto piatti”.

“In realtà, nei ristoranti stellati sono previsti dei viaggi, dei percorsi con cibo e vino, che partono dall’aperitivo e finiscono con il dolce. Vi assicuro che quello che esce da Villa Crespi e dice che ha fame, lo rimetto in cucina a mangiare“.

Uno chef Cannavacciuolo che si mostra dunque indispettito dalla nostra domanda. Ma che non si rifiuta di rispondere (a tono) a quella larga fetta di popolazione italiana che ancora non comprende la formula dei ristoranti stellati.

Non a caso l’uscita “social” della giornalista Milena Gabanelli è stata letta, almeno da una parte della stampa enogastronomica italiana, come un attacco “populista” all’intera categoria dell’alta ristorazione. Accusata dall’ex conduttrice di Report – oggi al Corriere della Sera – di proporre piatti e prezzi degni di “masochisti”.

“Chi ha questi preconcetti – ha concluso lo chef Antonino Cannavacciuolo – non è mai stato in un ristorante stellato. Uscendo da Villa Crespi, molti dicono che pensavano di poter avere ancora fame, ma invece si sentono pieni. Diamo tante attenzioni sulla tavola. E le attenzioni, alla fine, sono quelle cose che ti riempiono”.

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Approfondimenti news

L’8 Marzo della vignaiola Marilena Barbera: “Le Donne del Vino meritano rispetto”

Otto Marzo, Festa della Donna. Un paio di tette con una bella etichetta di vino in secondo piano, da pubblicizzare ben bene, avrebbe fatto contenti in molti. Ma noi siamo differenti. E chi ci segue lo sa.

Oggi, 8 Marzo, Festa della Donna, vogliamo raccontarvi il ruolo della Donna nel mondo del vino moderno.

E quando pensiamo a “donna” e “vino”, ci viene in mente un nome su tutti: Marilena Barbera. Per i pochi che non la conoscessero, Marilena è una donna del vino che ha saputo imporsi, come poche, nel panorama della viticoltura italiana di qualità.

Lo ha fatto senza scendere mai a compromessi. Con nessuno. Per di più in una regione difficile come la Sicilia. Marilena Barbera è una di quelle che si fanno fotografare in vigna, in canottiera. Senza trucco. Con in mano una cesoia. Mica l’ombretto.

Non produce vini per i supermercati, ma fa vini da Gdo: che – almeno per oggi, consentitecelo – sta per Grande Donna Orgogliosa. Della sua Sicilia. Dei suoi vini e dei suoi vigneti. Della sua Terra, nelle sue mille sfumature. E – lo diciamo noi –  anche di sé stessa. Auguri a tutte le Donne del Vino come Marilena.


Non è semplice parlare del ruolo della donna nel mondo del vino di oggi. Almeno, non è semplice senza cadere nei clichés che accompagnano [quasi] ogni tentativo di analizzare le questioni di genere.

Chiedo venia per le generalizzazioni che sarò costretta a fare, ché sarebbero necessari volumi per affrontare un tema così delicato, e certamente sarebbero necessarie competenze in ambiti in cui non sono ferrata: sociologia, psicologia, macroeconomia ed altro ancora.

Vi offrirò, dunque, un punto di vista parziale ma sincero: quello di vignaiola, e di vignaiola del Sud.

Il mondo del vino è un settore economico e sociale in evoluzione continua, e probabilmente è anche uno di quelli che negli ultimi vent’anni ha vissuto cambiamenti epocali grazie all’ingresso di generazioni nuove che hanno profondamente trasformato il modo di produrre e di comunicare.

Guardiamo, ad esempio, all’impatto che i “nuovi” media (social, blog, le dinamiche della rete nel loro complesso) hanno avuto – e sicuramente continueranno ad avere – sulle abitudini di consumo del vino, al loro ruolo fondamentale nell’azzeramento della distanza fra i produttori, vignaioli o grandi aziende che siano, e le persone che il vino lo acquistano (mescitori, ristoratori e consumatori).

Una vera rivoluzione che si è consumata in pochissimi anni e che ha generato la necessità di profonde mutazioni nelle professioni che ruotano intorno al vino e nelle relazioni fra gli attori di questo mondo.

Le donne, di sicuro, questa trasformazione la stanno cavalcando: vedo intorno a me colleghe vignaiole che senza paura mostrano le mani segnate dal lavoro.

Vi sembra una trovata di marketing? Nemmeno per sogno: se pensate a come veniva dipinta la classica rassicurante “donna del vino” vent’anni fa, con il rossetto in ordine e la messimpiega fresca di parrucchiere, siamo ad anni luce di distanza.

Vedo enologhe che affermano con forza le proprie capacità direzionali in squadre di cantina composte da decine di uomini, vedo giornaliste che si infilano gli scarponi e vanno a raccontare il vino dove il vino si fa, in vigna.

Eppure, di fronte a questa radicale (e necessaria) trasformazione della professionalità femminile, che sempre più donne rivendicano con orgoglio e senza vezzi, il mondo del vino reagisce, spesso, come sempre ha fatto: con malcelata diffidenza, con sufficienza, con un atteggiamento (a volte insopportabile) di mera tolleranza.

I motivi sono tanti e – credo – siano per la maggior parte culturali. Perché questa rivoluzione di cui vi ho parlato poco fa è, in effetti, una rivoluzione incompleta. Non è solo il mondo del vino ad essere stato prevalentemente “maschile” fino a qualche anno fa, ma la gran parte del mondo del lavoro in Italia. E vorrei utilizzare, perché ritengo sia più appropriato, il termine “maschilista” o, ancor meglio, “sessista”.

Il mondo del lavoro in Italia è sessista, e il mondo del vino non fa eccezione.

Fatte salve alcune professioni che per tradizione sono state riservate alle donne da quando le donne sono entrate nel mondo del lavoro – pensiamo alla maestra dell’asilo o delle elementari, la commessa del negozio di articoli femminili, l’aiuto domestico, l’ostetrica, la baby sitter e poche altre – in nessuna professione le donne vengono trattate alla pari dei colleghi uomini: né per quanto riguarda le opportunità di accesso, né in relazione alla retribuzione, né per le reali possibilità di carriera. Questa condizione è comune alla maggior parte delle professioni e, dunque, esiste anche nel mondo del vino.

Nel mio caso specifico – perché un punto di vista parziale vi sto offrendo, e mi scuserete – le problematiche maggiori hanno riguardato il riconoscimento del mio potere decisionale nel settore della produzione.

Non sono entrata in questo mondo per scelta, ci sono entrata per necessità, alla morte di mio padre. La scelta è arrivata dopo, quando mi sono innamorata di questo lavoro.

Dunque, morto mio padre, ho ereditato una vigna, un mutuo, e una squadra di persone che faceva il vino. Riuscire a trasformare tutto questo in un’azienda che oggi riconosce, apprezza e trova [finalmente!] fondamentale il mio apporto è stato un percorso a ostacoli.

Per trasformare la vigna da convenzionale a biologica, e certificarla, ci sono voluti 10 anni; per utilizzare un sesto di impianto differente da quello che l’agronomo titolare aveva deliberato essere necessario ce ne sono voluti altrettanti; per smetterla con i lieviti selezionati in vinificazione ci sono voluti 4 anni, per abbandonare le chiarifiche 5, gli enzimi 7.

In tutti questi anni ho dovuto svolgere un lavoro di coinvolgimento, convincimento, blandimento (si dice? Beh, quello), dimostrazione dei risultati anno dopo anno. Non me ne pento affatto, ma nessuno mi toglie dalla testa che se fossi stata uomo ci avrei messo molto, ma molto di meno.

Non starò qui ad elencarvi tutte le alzate di sopracciglia durante le presentazioni commerciali, quando si tratta di firmare i contratti. Vi prego di credermi, in fiducia: nel mondo del vino per una donna è ancora molto difficile veder riconosciuti i propri meriti quale lavoratrice e professionista.

Vi faccio solo un ultimo esempio, per me illuminante: qualche tempo fa leggevo l’intervista di una enologa che lavora presso un’azienda toscana, che raccontava di come il titolare (uomo) fosse molto felice del fatto di averla assunta perché “l’ambiente si è ingentilito: in sala degustazione c’è sempre un fiore“. Ecco, questa è la forma mentis che le donne subiscono ancora oggi, e non è accettabile, non più.

Ci sono, per fortuna, fulgidi esempi del contrario, e ciascuna di noi – vignaiola, enologa, giornalista, sommelier, ricercatrice eccetera – ne può raccontare, ci mancherebbe. C’è la solidarietà di tanti colleghi uomini, l’apprezzamento dei clienti, la considerazione di molti, moltissimi professionisti che lavorano nel mondo del vino a diverso titolo.

Ma io sogno un mondo in cui le persone vengano apprezzate per il lavoro che svolgono, per i risultati che conseguono, per l’intelligenza, la flessibilità, la creatività, la visione, l’umanità, la generosità, al di là del genere che la natura, casualmente, ha loro assegnato.

Sogno un mondo che non abbia bisogno delle quote rosa. Oggi, festa della donna, brinderò a questo.

Marilena Barbera – vignaiola in Menfi (AG)

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news ed eventi

Vino, Sesso e Sommelier Ais

“Vino e Sesso” è il titolo dell’editoriale (possiamo chiamarlo così?) a firma “Ais Staff Writer” che sta facendo discutere il web. A firmarlo è, in sostanza, l’Associazione italiana sommelier. La più prestigiosa realtà italiana della sommellerie.

Possibile che si sia caduti così in basso? In un italiano sintatticamente lacunoso, Ais cavalca il refrain del “vino rosso” che “aiuta”, grazie all’azione di sostanze come i polifenoli, nel sesso. Lo fa con spregiudicatezza. Un fulmine a ciel sereno nel firmamento di un’associazione capace di distinguersi per professionalità e rigore nelle maggiori manifestazioni enologiche nazionali.

Anche per questo, per questa folle uscita, non l’ha ancora criticata nessuno. Ais, si sappia, “conta”. “Conta” nel panorama “politico” del mondo del vino. “Conta” nella storia del vino italiano. “Conta” in quota alle maggiori cantine italiane, che si servono dei professionisti Ais: sicure, così, di tutelare e forse accrescere la propria immagine agli occhi dei consumatori. Ais “conta” anche nei Consorzi del vino.

Non a caso, anche un gruppo geniale e lungimirante come Esselunga ha scelto proprio Ais come tramite verso i clienti, nelle corsie dei propri store di successo. Successo, appunto. Lo stesso che uscite come questa, a caccia di like sui social, rischiano di offuscare.

Che si tratti, appunto, di una “operazione di marketing” mal riuscita (per scelta dell’argomento e del linguaggio)? Noi preferiamo chiamarla col suo nome: una gran puttanata. Alla stregua di tante altre, in un mondo del vino che – nell’epoca della comunicazione – sembra far sempre più fatica a comunicarsi “senza veli”, pur senza svestirsi della propria dignità.

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Approfondimenti

#LeManidelVino: vendemmia social per i winelovers in Toscana

Due interi fine settimana per poter partecipare attivamente al rito della vendemmia in Toscana.

Dall’8 al 10 e dal 15 al 17 settembre torna l’appuntamento con Cantine Aperte in vendemmia, l’evento promosso dal Movimento Turismo del Vino Toscana che anche quest’anno coinvolgerà tante aziende vitivinicole della Toscana.

Gli appassionati avranno la possibilità di far parte per qualche ora della vendemmia. Il tema di questa edizione di Cantine Aperte sarà infatti “Le mani del vino”.

“Far entrare gli appassionati all’interno delle nostre cantine durante il periodo della vendemmia – spiega Violante Gardini, il presidente del Movimento Turismo del Vino Toscana – è molto emozionale visto il momento. La nostra idea è quella di poter raccontare la vendemmia e il mondo del vino attraverso le mani che lavorano la terra: una ricchezza inestimabile”.

I DETTAGLI
La promozione dell’evento sarà realizzata con una “campagna fotografica virale”, in cui le mani dei vignaioli saranno le protagoniste. Le cantine del Movimento Turismo del Vino Toscana inviteranno a partecipare all’evento Cantine Aperte mostrando le mani di chi “fa la vendemmia, le mani che selezionano i grappoli migliori durante la raccolta, le mani di chi guida il trattore e le mani di chi travasa in vino in cantina”.

Inoltre, all’interno delle cantine Movimento Turismo del Vino Toscana aderenti, i winelovers potranno lasciare l’impronta della propria mano su una botte e scattarsi foto e selfie da condividere online con l’hashtag #LeManidelVino. L’impronta sarà lasciata con colori naturali o con la vinaccia stessa.

Dalla sveglia al mattino presto per partecipare attivamente alla vendemmia, alla visita in cantina di fermentazione osservando le operazioni di selezione degli acini e i rimontaggi, fino al tradizionale pranzo dei vendemmiatori.

Tutti, dai più piccoli ai grandi esperti saranno invitati a venie in cantina per assaggiare il mosto in fermentazione. Sono previste molte attività per le famiglie dove i più piccoli che potranno per un giorno immergersi nella natura.Insomma un modo diverso e divertente per scoprire le cantine, tra i tini in fermento, le botti o in mezzo ai filari che in questo particolare periodo si animano di persone come fosse una vera e propria festa.

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Vini al supermercato

Quanto vale il vino al supermercato? Da uno a 5 cestelli della spesa!

Un sistema facile e intuitivo per comprendere, ancor prima di leggere la recensione, se siamo di fronte a un vino valido o, piuttosto, al cospetto di una sola.

Vinialsuper presenta oggi il nuovo metodo di valutazione dei vini recensiti nella categoria “supermercato”, dedicata alle bottiglie reperibili sugli scaffali delle maggiori insegne della grande distribuzione organizzata (Gdo) che operano in Italia. Una classifica che va da 1 a 5 “cestelli” della spesa, in grado di indicare il valore della bottiglia degustata.

Il punteggio, che prevede anche l’utilizzo di decimali (es: 3.5, 4.5) apparirà all’inizio di ogni recensione. Prima della descrizione del prodotto finito sotto la nostra lente di ingrandimento, troverete l’immagine stilizzata di cinque cestelli, che si coloreranno interamente o parzialmente, in base al giudizio assegnato.

Il nuovo sistema di classificazione grafica dei vini in vendita al supermercato riguarderà in primis le recensioni pubblicate a partire dal 2017. Col trascorrere delle settimane, il sistema sarà integrato anche sulle schede dei vini degustati lo scorso anno.

A fine anno, come già accaduto nel 2015 e nel 2016, pubblicheremo la classifica dei migliori vini in vendita al supermercato degustati nell’anno solare. E consegneremo un attestato di merito alle cantine produttrici dei vini che saliranno sul “podio” per le categorie “vino rosso”, “vino bianco”, “vino rosato”, “vino spumante” e “miglior cantina Gdo”.

A curare quella che è solo una delle novità che attendono i lettori di #vinialsuper nel 2017, è stato il nostro staff tecnico, a cui rivolgiamo un personale ringraziamento. Ai lettori, nuovamente un sincero augurio di buon anno dalla redazione di vinialsupermercato.it

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Oltrepò Pavese, “buongiorno” un cazzo. Attentato della mafia alle Cantine Vistarino

Ci sono parole che vanno pesate. E altre che vanno usate. Una volta per tutte. Con coraggio e amore per la verità. “Mafia”, per esempio. Usiamola. Usiamola, oggi, domani e fino a che sarà necessario, in Oltrepò Pavese. Fino a che questo cancro sarà estirpato. Usiamo la parola “mafia” a pochi giri di lancette d’orologio dall’ultimo, vergognoso attentato che vede come teatro questa straordinaria terra del vino, martoriata con cadenza spaventosa da scandali che fanno a botte col buonsenso. La notte scorsa, personaggi ancora ignoti si sono introdotti nella Tenuta Conte di Vistarino, in frazione Scorsoletta 82 a Pietra de’ Giorgi, Comune di mille anime a mezzora da Pavia .

L’allarme – non è ancora chiaro perché – non sarebbe suonato. Una volta raggiunte le vasche dei vini bianchi in maturazione (soprattutto Pinot Grigio e Riesling), gli ignoti bastardi hanno aperto i rubinetti. Sversando per terra 5.300 ettolitri di quello che sarebbe diventato vino pregiato. “Un danno da mezzo milione di euro”, come precisa la contessa Ottavia Giorgi di Vistarino sulle colonne del Corriere. Immediata la denuncia alla Questura di Pavia, che ora indaga per dare un volto e un nome ai mafiosi. Già, i mafiosi. Perché di questo si tratta. E’ la mafia dei colletti bianchi, quella che opera a Pavia e provincia. Così come a Milano. Quella che non t’ammazza. Ma prova a distruggerti la vita. Cancellando i tuoi sogni. Ottavia Giorgi di Vistarino, a dispetto delle nobili origini, è una che si sporca le mani di terra da quando è nata.

Una che in Gdo presenta una Bonarda Doc a 6,50 euro. Alla faccia di chi la ‘spaccia’ ai buyer dei supermercati – assetati di affari a misura di pallet – per un prezzo alla clientela inferiore ai 2 euro. Nobile, sì. Ma d’animo, prima che di conto corrente. Una che sui social posta solo foto del suo orgoglio: i suoi vini, frutto di una filosofia impostata sulla rigorosa qualità, più che sui numeri.

Una che, solo lo scorso 29 novembre, aveva fotografato due bianchi Conte Vistarino commentando con un solenne “bere bianco”. E che, il giorno prima, 28 novembre, quasi profeticamente, aveva scritto: “Tra i migliori regali di Natale c’è sempre il vino: meglio un ottimo Charmat lungo che un inutile metodo classico giovane (cit. Ottavia Vistarino)”. Chissà che la pressione dei “nemici” della sua azienda cominciasse già a starle stretta…

Quel che conta, ora, sono i fatti. Sono le reazioni. Quelle ufficiali. Quelle che, forse, arriveranno dai consorzi. E quelle che noi proponiamo alla Gdo intera: via dagli scaffali tutti i vini dell’Oltrepò Pavese sotto i 3,50 euro. Via tutto. Pulizia. Bonarda, Chardonnay, Sangue di Giuda, Pinot Grigio. Pinot Nero vinificato in bianco. Repulisti. Solo così, la mafia dell’Oltrepò – che opera anche nel canale Horeca, non credete… – sarà sconfitta. L’Oltrepò merita di più. Merita gente come i Vistarino. Come i Bagnoli o i Marazzi. Come i Maga. Come i Quaquarini. Gente come i Cribellati e i Percivalle, o i Fiamberti. Per citarne solo alcuni.

Gente appassionata. Gente che ama l’Oltrepò Pavese. Gente che, questa sì, contro questi mafiosi di merda, combatterebbe in prima linea. Ogni giorno. Se solo gli fossero dati gli strumenti per farlo. Anche mentre si fa attendere una presa di posizione ufficiale del Consorzio di Tutela Vini dell’Oltrepò Pavese sull’attentato. Magari sui social tanto cari ai massimi esponenti, distratti da inutili ed egocentrici “buongiorno” a una nazione che, dell’Oltrepò Pavese, continua a registrare solo gli scandali.

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Ferrari Trento e gli “enofighetti” di Natale: 10 domande su Gdo e promozioni

“Scandalo epocale in grande distribuzione: gli spumanti Ferrari in promozione a 10 euro”. Ogni anno, di questi tempi, i soloni del vino italiano si svegliano dal letargo. E pontificano. Postando tarantiniane fotografie di supermercati. Immagini crude, da censura. Che mostrano sanguinolente scene del crimine: gli eleganti “astucciati” della nota casa spumantistica trentina, in promozione. Che shock. Roba pulp. Per cuori forti. Scene da vietare ai minori.

Almeno quanto i commenti che seguono le immagini. Teatro dello scandalo sono i vari gruppi di discussione creati su quei moderni bar e osterie che solo gli “studiati” chiamano “social network”. “Sarà qualche bancale dimenticato in cantina, ossidato naturalmente”, sostiene baldo, il più intelligente. “Soprattutto in vista del Natale, se non se lo compra nessuno, mi sa che fanno prima ad abbassare la serranda”, ribatte un altro analista di microparticelle atomiche.

“Ferrari vale dalla Linea Maximum in su, quella è gassosa”, chiosa il milionario che fa colazione con i Tarallucci della Mulino Bianco (oggi senza olio di palma, se vi fosse sfuggito) pucciati nel Dom Pérignon, appena sciabolato. E così via. Per sfortuna loro, qualcuno prova a farli ragionare, anche in osteria. Pardon, sui social network. Ma chi, meglio di Massimiliano Capogrosso, Direttore commerciale di Ferrari Trento, può mettere i puntini sulle “i” sull’eno-cinepanettone che ogni anno, sotto Natale, va in onda sui social?

Veronese, quarantanove anni, una passione per il mondo vinicolo che ha segnato anche la sua carriera. Capogrosso proviene infatti da altre importanti realtà venete del settore, prima Valdo e poi Bertani. E’ approdato alle Cantine Ferrari dieci anni fa, per ricoprire il ruolo di Direttore vendite. Maturando col passare del tempo un’esperienza che, un anno fa, ha convinto la Famiglia Lunelli a nominarlo Direttore commerciale.

Dieci domande, dieci, quelle che gli rivolgiamo. Domande a cui Capogrosso risponde con dovizia di particolari. Dimostrando che per Ferrari – al contrario di molti altri “big” – la Gdo, è tutt’altro che un tabù.

1) Ferrari in Gdo: perché? Da quando?
Ferrari è il brindisi italiano per eccellenza, da sempre celebra appuntamenti istituzionali, sportivi e culturali tra più importanti del nostro Paese, così come i momenti più belli della vita di molti italiani. Vogliamo dunque che possa essere acquistato sia nel canale moderno che in quello tradizionale. E’ sempre stato così e ancora oggi l’azienda si impegna per dare a entrambi i canali distributivi la stessa importanza.

2) La gestione del “prezzo promo”: viene concordato di anno in anno con le varie catene, oppure si tratta di un’attività che prescinde dai contratti, gestita autonomamente dalle insegne?
Il Ferrari è uno di quei prodotti immancabili sulle tavole degli italiani durante le ricorrenze e spesso, dunque, viene utilizzato come “prodotto civetta”. E’ una scelta autonoma di ogni catena, che decide di impostare la propria campagna promozionale come ritiene più giusto per la sua clientela, a cui, in questo modo, può offrire un prodotto di altissima qualità a un prezzo davvero vantaggioso.

3) I volumi di Ferrari in Gdo
In Italia la nostra presenza si distribuisce in egual misura tra Gdo e Horeca. Si tratta di due mondi diversi, ma per noi ugualmente importanti, con logiche di vendita differenti tra loro.

4) In Gdo quale “tipologia” di prodotti Ferrari? Provocazione: quelli di “serie b”?
La regola imprescindibile di Casa Ferrari è quella di produrre solo prodotti di eccellenza, pertanto non parlerei assolutamente di prodotto di serie A e serie B. Basti pensare che la nostra referenza più classica, il Ferrari Brut Trentodoc è stato nominato recentemente “Miglior Blanc des Blancs al Mondo” a una competizione internazionale, tra le più importanti al mondo, dedicata solo alle bollicine: The Champagne&Sparkling Wine World Championships.

5) Ma le critiche arrivano sempre, puntuali e monocordi
Come ricordavo prima, Ferrari è un prodotto leader di mercato, che spesso dunque le catene della Grande Distribuzione utilizzano per attirare il consumatore. Sicuramente quello natalizio è il periodo più “sfruttato” per questo genere di promozioni, ma non possiamo che vedere queste operazioni come un indicatore dell’importanza del nostro marchio.

6) Ferrari intende proseguire il rapporto con la Gdo, intensificarlo/allentare la presa?
La politica commerciale delle Cantine Ferrari sarà quella di continuare a seguire con attenzione e uguale dedizione sia il canale Gdo sia il canale Horeca, in quanto riteniamo che entrambi siano fondamentali per il successo del nostro Gruppo.

7) Il ruolo di Ferrari nel panorama delle “bollicine” italiane ed europee
Ferrari è leader del mercato delle bollicine in Italia, con 4,5 milioni di bottiglie vendute all’anno e un incremento a doppia cifra dal 2015. All’estero continuiamo a crescere da anni e senza dubbio questo ultimo dato è indicatore anche dell’incredibile incremento della notorietà e dei volumi di vendita delle bollicine italiane nel mondo. Il Trentodoc, la prima Doc nata in Italia esclusivamente per il Metodo Classico, rappresenta il 35% della produzione nazionale di questa tipologia di bollicine e può vantare la propensione all’export più elevata, il 22% ( dati 2015 dell’Osservatorio Trentodoc). Ferrari è certamente trainante nell’accrescere a livello internazionale la conoscenza di queste straordinarie “bollicine di montagna”, che nascono più di un secolo fa proprio dall’intuizione di Giulio Ferrari.

8) Ferrari in Gdo anche con vini rossi fermi: una panoramica dei prodotti “collaterali” alle bollicine
E’ un’importante conferma che stiamo percorrendo la strada giusta. È opportuna però in questo caso una precisazione: i vini fermi trentini, toscani e umbri, non sono Ferrari (marchio dedicato esclusivamente alle bollicine Trentodoc), ma vanno sotto il marchio collettivo Tenute Lunelli. Si tratta comunque di un numero ridotto di bottiglie, il cui canale di distribuzione preferenziale è quello delle enoteche e dei ristoranti d’eccellenza, anche se può capitare di trovare alcune referenze in GDO.

9) Se la sente di dare qualche consiglio all’Oltrepò Pavese, patria del Pinot Nero, che prova faticosamente ad affermarsi e a diventare “grande”?
L’Oltrepò Pavese non ha sicuramente bisogno dei miei consigli, è un territorio di eccellenza e patria di grandi vini, ha solo bisogno di esprimere al meglio la sua personalità. Ogni territorio vocato alla produzione di vino ha delle caratteristiche uniche e irripetibili e proprio su queste credo sia necessario puntare: è la varietà la vera bellezza del nostro Paese.

10) Cosa beve a tavola, tutti i giorni, il direttore commerciale di Ferrari? Acquista vino al supermercato
Personalmente acquisto vini anche al supermercato, spesso mi capita di acquistare persino il Ferrari, quando non mi trovo a Trento. Per una cena tra amici amo portare il Ferrari Demi-Sec, la nostra bollicina più amabile e dalla marcata rotondità: il Trentodoc perfetto per esaltare il fine pasto, dal dolce alla frutta. (foto gallery Archivio Fotografico Cantine Ferrari)

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Approfondimenti

Comunicare il vino, dai social ai Consorzi: le “regole” del Mtv Toscana

“Incomunicazione del vino: la capacità di comunicare il vino a modo nostro”. E’ il titolo e anche la provocazione del dibattito che il Movimento Turismo del Vino Toscana promuove domenica 27 novembre, ore 17.30, presso la sala convegni di Food and Wine in Progress alla Stazione Leopolda di Firenze. Dalla comunicazione istituzionale dei consorzi e dei sommelier, a quella più innovativa di alcuni casi di aziende vitivinicole toscane, fino ad arrivare alla musica come strumento per attirare i più giovani a un settore che forse deve essere rinnovato dal punto di vista della promozione.

E’ il tema dell’incontro che MTV Toscana ha pensato per aprire un momento di confronto tra alcuni protagonisti della filiera. “Una provocazione sicuramente che tuttavia non vuole essere fine a se stessa – spiega il presidente del Movimento Turismo Vino Toscana, Violante Gardini – perché secondo il nostro avviso oggi, nella grande globalizzazione che sta coinvolgendo anche il nostro settore, rischiamo di omologare il messaggio disperdendo l’eccezionalità delle emozioni offerte dalle nostre cantine”.

IL PROGRAMMA
Alle 17.30 prenderà il via il dibattito moderato da Giovanni Pellicci, giornalista enogastronomico, tra i più giovani direttori di una rivista settore, I Grandi Vini e conduttore dell’innovativo programma radiofonico Wine Station. A raccontare le loro storie sono stati chiamati il presidente nazionale dell’Associazione italiana sommelier, Antonello Maietta, che illustrerà le nuove idee per una comunicazione del vino attraverso la degustazione; il responsabile della comunicazione del Consorzio del Chianti Classico, Silvia Fiorentini, racconterà dell’esperienza di comunicazione del grande evento dei 300 anni dall’Editto sul Chianti Classico.

Poi ancora il rapporto tra comunicazione e social media, affidato al racconto di Luisa Calvo, communication manager dell’azienda Marchesi de Frescobaldi, e naturalmente il presidente del Movimento del Turismo Vino della Toscana, Violante Gardini, che nell’occasione presenterà anche il nuovissimo video-spot del Movimento, un’opera diversa dal solito realizzata da Tobu Web, nuova agenzia di promozione multimediale composta da giovani tutti appassionati di comunicazione e vino. Il video vede la partecipazione di decine di “volti” del vino toscano che in maniera diversa raccontano perché si debbano visitare le cantine toscane.

LA MUSICA E IL VINO
Ospite molto particolare della tavola rotonda sarà Lorenzo Baglioni, giovane attore, musicista e autore comico fiorentino, che nell’occasione parlerà di come ha rivoluzionato a modo suo il modo di comunicare messaggi attraverso musica e testi rivolti a un pubblico diverso. Lorenzo Baglioni, che alla Leopolda si esibirà anche con un brano dal vivo, ha debuttato nel 2015 con il suo primo spettacolo di stand-up comedy, “SELFIE”, che in meno di un anno con oltre 50 repliche ha totalizzato più di 25 mila spettatori.

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news ed eventi

#EstateconFazio: come vincere una visita alla cantina Fazio

L’estate raccontata attraverso le fotografie degli amanti del buon vino. Casa vinicola Fazio, cantina di Erice, Trapani, lancia sui social network il contest fotografico #EstateconFazio, un concorso in cui gli utenti di Facebook, Instagram e Twitter potranno condividere le proprie foto scattate durante l’estate e vincere una visita nell’azienda vinicola alle pendici del monte Erice, in provincia di Trapani. Il concorso, totalmente gratuito, si apre oggi e continuerà fino al 31 agosto. Gli scatti verranno poi selezionati dall’azienda e i vincitori saranno proclamati il 7 settembre. Partecipare è semplice: basta avere compiuto 21 anni, possedere un account Facebook, Instagram o Twitter ed essere follower  –  o mettere “Mi piace” nel caso di Facebook  –  della pagina “Fazio Casa vinicola in Erice”. Nel caso di Facebook, basterà pubblicare sulla pagina della cantina Fazio una foto che raffiguri una delle bottiglie dei vini dell’azienda in un contesto estivo, accompagnato l’hashtag #EstateconFazio.

Lo stesso vale per Instagram e Twitter, ma in questo caso bisognerà pubblicare la foto taggando @Faziowines e utilizzando l’hashtag #EstateconFazio. Ogni foto dovrà ritrarre un momento di spensieratezza estiva insieme a una bottiglia a scelta di vini Fazio: un aperitivo con gli amici, un calice del vino da sorseggiare al mare o in montagna, un piatto estivo abbinato ad un bicchiere di vino, un tramonto mozzafiato da guardare in compagnia di un buon vino, e tutto quello che richiami l’estate. Le foto verranno condivise sui profili social dell’azienda e al termine del concorso verrà creata una gallery con gli scatti dei partecipanti. Il migliore vincerà una visita guidata alla casa vinicola Fazio con degustazione dei vini della selezione Erice Doc. Il secondo classificato si aggiudicherà, invece, una selezione dei bianchi Erice Doc Fazio: Aegades Grillo, Calebianche Catarratto, Chardonnay e Müller Thurgau, più il cavatappi aziendale.

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Vinitaly 2016, la Federazione italiana Vignaioli Indipendenti raddoppia le presenze

La Fivi, Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti, torna a Vinitaly con una presenza più che raddoppiata. Quest’anno i vignaioli indipendenti saranno 116 in un’area espositiva dedicata di 640 metri quadri. Lo scorso anno erano 53 produttori in 288 metri. Come nella passata edizione, lo spazio Fivi si trova
all’interno del Padiglione 8, che quest’anno ospita anche le aree VinitalyBio e ViViT creando un percorso tra produttori che condividono valori di trasparenza, autenticità e individualità. “Nuovi vignaioli – dichiara Leonildo Pieropan, vicepresidente Fivi – hanno sentito la necessità di essere presenti insieme a noi quest’anno a Vinitaly per dare un segnale forte di associazione. Noi vignaioli rivendichiamo un ruolo importante nel territorio di appartenenza e garantiamo l’autenticità dei vini, in quanto frutto del nostro lavoro che seguiamo dalla vigna alla bottiglia. Vinitaly a Verona è un’occasione per farci conoscere dagli operatori del settore ma anche per raccontare in prima persona, con il cuore, il nostro vino”. Oltre alle 116 aziende, provenienti da tutte le regioni italiane, nell’area FIVI sarà presente un banco informativo dell’associazione dove essere aggiornati sulle tante iniziative portate avanti dalla federazione. Altre aziende associate saranno presenti in fiera con un proprio stand espositivo indipendente, nelle posizioni consuete. Inoltre, i vini di alcuni produttori FIVI saranno i protagonisti di una degustazione sui vini artigianali organizzata da Ian D’Agata lunedì 11 aprile dalle ore 15 alle 17 in sala Argento di Palaexpo. L’hashtag ufficiale è #siamoFIVI. Lo stesso utilizzato l’anno scorso quando fu uno dei top trend di Vinitaly 2015 sui social. L’Area FIVI è al Padiglione 8, stand B8-B9, C8-C9, D8- D9, E8-E9.
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