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Birrificio 2 Sorelle: nuovo design per il birrificio “al femminile”

Birrificio 2 Sorelle nuovo design per il birrificio al femminile

Il Birrificio 2 Sorelle presenta la sua gamma di birre completamente rinnovata nello stile e nel design. Sei etichette con una nuova immagine più moderna e accattivante. Il restyling mette al centro di ogni birra una sagoma femminile per celebrare la storia del Birrificio. Una storia tutta di donne. Proprietarie dell’azienda sono infatti le sorelle Federica ed Elisa Toso, figlie di Gianfranco Toso, proprietario dell’omonima cantina di Cossano Belbo, conosciuta e rinomata per la produzione di vini tipici, vermouth e spumanti.

Tradizione e innovazione si sono incontrate in questo progetto, nato nel 2011 nel cuore delle Langhe, in un suggestivo cascinale ottocentesco, situato sulle rive del torrente Belbo. Nell’ultimo anno, al Birrificio 2 Sorelle è stato riconosciuto il premio Filiera della Guida alle Birre d’Italia 2025 di Slow Food. Da sempre le sorelle Toso coltivano orzo distico per farlo maltare e dallo scorso anno è stato impiantato circa 1 ettaro di luppoleto. A settembre è stato fatto il primo raccolto e stanno via via sostituendo una parte del luppolo acquistato con il luppolo autoprodotto.

IL RESTYLING

La bottiglia da 33 cL debutta nella tipologia vichy. Un modello elegante e più originale della classica long neck, che dona maggiore personalità al prodotto. Le nuove bottiglie offrono etichette più ampie impreziosite da un’illustrazione, realizzata a mano, che raffigura una donna pensata per rappresentarne lo stile e la personalità. Il retro-etichetta diventa bilingue (italiano e inglese) e arricchisce l’esperienza del consumatore con una breve descrizione della birra.

A dominare la scena sulle nuove etichette è il logo rinnovato “2 Sorelle Birra Agricola“, presente anche sul collarino. Ogni birra ha un codice cromatico dedicato che domina collarino ed etichetta. giallo per Naïf, arancione per Sister Ale, rosso per Amber, viola per Special, verde per Hella Hop e azzurro per Wahida.

NUOVO DESIGN

Il Birrificio 2 Sorelle non si è limitato a rinnovare bottiglie ed etichette, ma ha esteso il restyling a ogni elemento. I tappi si trasformano, con un elegante fondo nero e una grafica multicolor che aggiunge vivacità e modernità. Le scatole adottano i colori che caratterizzano le diverse birre e si arricchiscono di un disegno ispirato al paesaggio che circonda il birrificio. I sottobicchieri riportano il nuovo logo, il paesaggio stilizzato e il motto che riassume l’essenza del Birrificio 2 Sorelle: “Nel cuore delle Langhe coltiviamo orzo e luppolo per fare buona birra usando l’energia del sole”.

Il risultato è una gamma colorata e accattivante di sei birre agricole non filtrate, non pastorizzate e rifermentate in bottiglia. Il recente restyling non è solo un rinnovamento estetico, ma un’espressione della filosofia che guida il birrificio. Celebrare il territorio e l’impronta femminile che ha reso questo progetto una realtà di successo. Con il loro spirito imprenditoriale e la cura per ogni dettaglio, Federica ed Elisa Toso dimostrano che il futuro della birra artigianale può essere scritto con sensibilità e una sempre maggiore attenzione all’innovazione.

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Verso una Doc Campania da 100 milioni di bottiglie? Il dibattito è aperto


Il cerchio inizia a stringersi attorno all’istituzione della Doc Campania, nuova denominazione di origine controllata che avrebbe un potenziale di circa 100 milioni di bottiglie. Un argomento che anima i corridoi del vino campano, dalle cui finestre traboccano non pochi mugugni. Da settimane. Il dibattito in corso lascia infatti aperti numerosi interrogativi, farciti dalle contraddizioni dei protagonisti in gioco. Su tutti, n
on è chiaro se la nuova Doc andrà ad aggiungersi a quelle già esistenti, oppure se andrà a sostituirne alcune. O addirittura tutte.

In prima fila, tra i promotori della nuova Doc, c’è Regione Campania. L’assessore all’Agricoltura Nicola Caputo ha apertamente parlato di «necessità di razionalizzazione delle Doc campane del vino», il cui numero è «forse eccessivo al momento». Dichiarazioni pubbliche, rilasciate in occasione dell’edizione 2022 di Campania Stories, unico evento che consente alla stampa di degustare in anteprima le nuove annate dei vini campani. La richiesta di ulteriori delucidazioni sull’argomento avanzata mesi orsono da winemag.it giace negli uffici di Caputo, senza alcuna risposta.

SANNIO, CONSORZIO FAVOREVOLE ALLA DOC CAMPANIA

Tra i Consorzi che non nascondono il proprio parere favorevole alla Doc Campania c’è quello del Sannio. «L’idea – annuncia il presidente Libero Rillo – è quella di istituire a breve un comitato promotore, a cui dare il compito di sondare le opinioni di tutti gli attori in gioco. Al momento si sa ben poco, se non che alcuni territori sono più convinti di altri. In Irpinia, per esempio, le resistenze alla Doc Campania sono dettate dal fatto che manchi un’Igt di ricaduta, che deve essere presente in ogni zona per evitare la svalutazione delle uve che si decide di declassare».

Detto ciò, non abbiamo ancora certezza di quali vitigni includere o escludere, nonché delle tempistiche. L’eventuale passaggio da Igt a Doc Campania comporta l’approvazione della Regione, del Ministero e dell’Ue. È possibile ipotizzare un percorso di almeno 2 anni».

Ma quando saranno chiare le idee in Campania? «Noi, nel Sannio – risponde Libero Rillo – siamo già abbastanza d’accordo, all’interno del Cda del Consorzio. Pure se non dovesse funzionare, la nuova Doc non farà certo danni. La convinzione è che potrebbe anzi trascinare il territorio, non affogarlo. Avere una denominazione che possa accomunare tutta la regione, in un contesto di globalizzazione, renderebbe la Campania del vino più forte sui mercati nazionali e internazionali. Del resto, le Doc già presenti non sarebbero eliminate».

CONFAGRICOLTURA CAMPANIA CAUTA SU UNA DOC REGIONALE

Più cauta la posizione di Confagricoltura in Campania. «Sono tra i fondatori del comitato promotore dell’Igp Olio Campania, progetto appena accolto dall’Ue – spiega il presidente di Confagricoltura Benevento, Antonio Casazza – quindi non posso che accogliere con favore un dibattito sul brand regionale. Il marchio Campania può essere un traino in molti comparti, dall’olio alla zootecnia, passando per l’ortofrutta. Ma su una Doc Campania del vino sarei un po’ più prudente».

 

La Doc sarebbe più restringente rispetto all’attuale Igp, dunque potrebbe costituire un elemento qualificante. Al contempo andrebbero valorizzate le Doc locali, già esistenti. Su questo tema, in definitiva, è necessario un confronto, che l’assessorato all’Agricoltura sembra voler intavolare con tutti gli attori in gioco.

Settimana scorsa è stato chiesto il parere delle associazioni di categoria, che dunque potranno dire la loro al fianco dei viticoltori. Il tema è caldo e mi auguro che in pochi mesi si arrivi a una sintesi, con un progetto unitario».

LUIGI MAFFINI (FIVI CAMPANIA): «NUOVA DOC? UN IMPOVERIMENTO»

Non gira intorno al punto Luigi Maffini (nella foto sopra, a sinistra), vignaiolo a Giungano, in provincia di Salerno, nonché vicepresidente di Fivi – Federazione italiana vignaioli indipendenti. «Siamo contrari all’istituzione della  Doc Campania – spiega Maffini a winemag.it – in quanto crediamo che la sua attuazione non conferisca un valore aggiunto alla nostra regione, bensì un impoverimento. Laddove si cercano unicità e differenze e si parla di “potenza espressiva dei singoli terroir”, non si può rispondere con un appiattimento dell’offerta vinicola,  specialmente in un territorio come la Campania, che vanta una estrema eterogeneità sia dal punto di vista pedologico che climatico».

L’introduzione di tale Doc vanificherebbe l’impegno concreto di migliaia di piccole e medie aziende che, ogni giorno, lavorano tenacemente per produrre, valorizzare e comunicare le diversità e le specifiche tipicità dei loro vini, dei luoghi e della loro storia».

«La nostra regione, forse unica in Italia – continua Luigi Maffini – vanta 4 importanti vitigni autoctoni di comprovata potenzialità (Fiano, Falangina, Greco e Aglianico) e decine di vitigni autoctoni minori, ma non per questo meno importanti. Sono riconosciute 3 Docg e tante altre Doc di territori dalle comprovate potenzialità viticole legati ad aree geografiche ben precise».

Maffini lancia poi una proposta. «Il “brand Campania” è molto forte per alcuni prodotti alimentari di diverse origini produttive – commenta il vicepresidente Fivi – ma è inopportuno nel settore  vitivinicolo. Meglio sarebbe valorizzare la già presente Igt Campania rendendola come “unica IGT regionale“, eliminando quindi le molteplici Igt che insistono nei diversi territori. Lasciando così le Doc e le Docg dei singoli territori al vertice della piramide qualitativa del vino campano, con il  ruolo di rappresentarne la “punta di diamante”. E su esse concentrare le politiche di sviluppo future».

L’EX PRESIDENTE SLOW FOOD GAETANO PASCALE: «NO AL CALDERONE»

Sull’argomento anche Gaetano Pascale (nella foto sopra, a destra), ex presidente di Slow Food Italia e referente dell’associazione per la Regione Campania dal 2006 al 2014. «Non si tratta – sottolinea – di essere favorevoli o contrari alla Doc Campania. L’idea di un comitato promotore è auspicabile, ma ancor più c’è bisogno di vere e proprie assemblee preliminari. Questa discussione va fatta prima di tutto con i viticoltori e in seguito con i vinificatori e trasformatori, perché è la viticoltura che annaspa di più in questo momento, rispetto a chi trasforma.

Più in generale, non sono innamorato delle denominazioni ampie. La fortuna delle Doc di qualità sta proprio nella capacità di rendere riconoscibili i territori. Ed è su questo che mi concentrerei preliminarmente, ovvero sulle strategie di promozione della qualità nei singoli territori».

«La mia sensazione, anche a fronte delle dichiarazioni delle istituzioni regionali – continua Gaetano Pascale, tra l’altro vignaiolo a Guardia Sanframondi, in provincia di Benevento – è che si vada verso una Doc Campania che sostituisca quelle attuali. A mio modo di vedere sarebbe un peccato, soprattutto per una regione che ha un patrimonio di varietà autoctone così variegato: varrebbe la pena non mettere una tale biodiversità in un grande calderone».

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Sana Slow Wine Fair, Petrini e Don Ciotti: «Vino e diritti devono andare di pari passo»

«Produrre vino è una forma d’arte: tenete insieme etica ed estetica, il bene e il bello. Divertitevi, fate vini come piacciono a voi, liberatevi dall’omologazione, siate virtuosi nei rapporti con la terra e con i vostri collaboratori. Vivete con gioia, ma tenete gli occhi aperti: non consideratevi mai immuni dalle responsabilità». Con queste parole Carlo Petrini, presidente e fondatore di Slow Food, e Don Luigi Ciotti, presidente di Libera, hanno aperto stamattina la prima edizione di Sana Slow Wine Fair.

La manifestazione, organizzata da BolognaFiere con la direzione artistica di Slow Food, fino a martedì 29 marzo offre a professionisti del settore del vino e visitatori la possibilità di trovare in un solo luogo il meglio della produzione artigiana e sostenibile italiana e internazionale.

Un appello accorato, l’invito a coltivare la terra, a produrre vino – e più in generale cibo – tenendo a mente che l’agricoltura è un dialogo tra la natura e l’uomo. Che esiste una responsabilità sia ambientale che sociale.

«Il nuovo paradigma del vino non ha a che fare soltanto con la qualità, un concetto ormai acquisito, ma con il modo in cui si produce. Ricordate – ha aggiunto Petrini rivolgendosi all’assemblea di produttori accorsi all’inaugurazione della tre giorni bolognese – che i consumatori del futuro saranno le ragazze e i ragazzi che oggi scendono in piazza chiedendo alla politica risposte contro la crisi climatica.

Non si tratta di inseguire il consenso, ma di sapere che equità ambientale e sociale sono valori sempre più centrali nelle scelte di acquisto. Insomma, ragazzi, dedicatevi di più alla terra e meno al marketing».

Don Ciotti, ricordando la pericolosità e l’influenza della criminalità nella filiera alimentare, ha sottolineato il valore della «vitamina dell’equità e della giustizia» nel cibo che produciamo e portiamo in tavola.

«A mafiosi, corrotti e criminali piace aprire aziende agricole: vogliono esibire la terra, ma non la amano. I dati sul caporalato sono impressionanti e per questa ragione vi chiedo di non chiudere mai gli occhi su ciò che accade. Il lavoro schiavo, purtroppo, esiste: molte persone straniere sono costrette a genuflettersi, ad accettare condizioni di lavoro inumane pur di avere un permesso per restare qui. Dobbiamo lottare per dare libertà e dignità a loro e al cibo».

SANA SLOW WINE FAIR PER L’UCRAINA

La plenaria di apertura di Sana Slow Wine Fair ha ospitato inoltre l’intervento del presidente dei piccoli vignaioli ucraini, Valerij Petrov, che in un video-testimonianza ha raccontato le difficoltà vissute in queste settimane di guerra: «La situazione oggi è molto difficile e sono molto preoccupato che i soldati dei nemici colpiscano le fattorie e le aziende agricole. È già successo a Kachovka, vicino a Cherson, dove intere aziende sono state derubate e distrutte».

In questa situazione di guerra inoltre per noi è impossibile vendere i nostri vini, per questo chiediamo ai produttori di tutta Europa di aiutarci ad esportarli. Slow Food Ucraina è già al nostro fianco e tutti ci stanno aiutando come possono».

Per dare supporto alle Comunità Slow Food in Ucraina, è stata lanciata una raccolta fondi. Ecco qui il video messaggio presidente dei piccoli vignaioli ucraini, Valerij Petrov

L’IMPORTANZA DI FARE RETE

Al centro della conferenza inaugurale le principali sfide del settore vinicolo, sintetizzate nel Manifesto per il vino buono, pulito e giusto: si tratta di attenzione e cura verso il paesaggio, tutela della biodiversità e rispetto dei diritti di chi si occupa ogni giorno delle vigne e dei territori.

Tradurre in realtà questi valori è un compito più semplice se sostenuto da una rete composta da viticoltori, vignerons, produttori, buyer, ristoratori, osti e appassionati, ed è per questa ragione che nel 2021 è nata la Slow Wine Coalition, di cui Sana Slow Wine Fair 2022 rappresenta il primo incontro a livello internazionale.

Nella mattinata inaugurale dell’evento, con un messaggio è intervenuto anche il ministro delle Politiche agricole alimentari e forestali, Stefano Patuanelli, ricordando come il difficile momento per l’agroalimentare italiano e sovranazionale abbia posto nuove priorità sul fronte della sicurezza alimentare e reso necessario un fattivo intervento per contenere i forti rincari delle materie prime e dei costi dell’energia.

«Ora più che mai – ha sottolineato – abbiamo bisogno di sentirci uniti come Paese, come Europa e come Comunità e di affrontare in maniera coordinata e coesa le sfide che il settore primario è chiamato ad affrontare. La rete Slow Wine Coalition e la filiera vitivinicola che oggi voi ben rappresentate, costituisce, in questo contesto, una testimonianza evidente di integrazione e della direzione che dobbiamo continuare a perseguire».

«Oggi inauguriamo una fiera che prima non c’era e questo è motivo di grande soddisfazione. Dopo due anni sofferti, abbiamo bisogno di ritrovarci e rivederci. Le fiere sono occasioni di business e anche di incontro, relazione, confronto – ha aggiunto Gianpiero Calzolari, Presidente di BolognaFiere –. Sana Slow Wine Fair è una nuova avventura che diventerà un appuntamento importante, perché affronta i temi dell’agricoltura, della sostenibilità, del territorio e della biodiversità.

La situazione drammatica che stiamo vivendo non ci deve allontanare dalla riflessione su come gestire il territorio e l’ambiente per non compromettere il futuro dei nostri giovani e per dare al nostro pianeta una chance in più».

«Credo che il vino buono, pulito e giusto, protagonista di questi giorni, abbia nel biologico una componente fondamentale — ha aggiunto Maria Grazia Mammuccini, presidente di FederBio —. La collaborazione con BolognaFiere per Sana e con Slow Food sono emblematiche del messaggio di apertura, valori che possono dare forza alle tante cantine che lavorano sul territorio».

Su integrazione, sviluppo e innovazione ha posto l’accento anche Paolo Calvano, assessore al bilancio della Regione Emilia-Romagna, sottolineando l’urgenza del cambiamento ed esortando ad agire con rapidità sia sul lato delle pratiche produttive sia per quanto riguarda le abitudini di consumo.

«Le istituzioni – ha dichiarato – devono intervenire per rendere sostenibile economicamente la transizione ecologica e noi lo stiamo facendo attraverso gli strumenti che abbiamo a disposizione. In questa direzione va anche il patto per il lavoro e per il clima, che abbiamo siglato con le forze sociali».

Una transizione, ha ricordato l’assessore all’Agricoltura e agroalimentare del Comune di Bologna, Daniele Ara, che non deve rallentare nonostante le crisi e le emergenze che stiamo vivendo in queste ultime settimane.

A Bologna stiamo costruendo con Slow Food e FederBio le Food Policy del nostro territorio. Una tappa importante di un percorso nato anni fa anche grazie alla rete spreco zero. Inoltre, come assessore alla scuola, ci tengo a ricordare che occorre educare i giovani a bere bene, non superalcolici a basso prezzo, ma assaporare vino buono, pulito e giusto».

Sana Slow Wine Fair è organizzata in partnership con FederBio e Confcommercio Ascom Bologna, con il supporto di Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale e dell’ICE, con il patrocinio della Regione EmiliaRomagna. La manifestazione è possibile grazie al supporto di moltissime realtà, pubbliche e private, che credono in questo progetto. A nome di tutte, ringraziamo i main partner: FPT Industrial, Reale Mutua, UniCredit.

GLI APPUNTAMENTI DI DOMANI, 28 MARZO

Le Masterclass di Sana Slow Wine Fair proseguono lunedì 28 marzo con un’immersione nei vini francesi grazie a tre masterclass durante le quali si potranno conoscere e degustare i Premier Cru bianchi della zona di Meursault, le celebri Deuxieme Cru della rive gauche di Bordeaux e i pinot neri di Nuits-Saint Georges.

Nella Slow Wine Arena andranno, invece, in scena quattro appuntamenti per confrontarsi su diversi temi: la redazione di Slow Wine illustrerà il ruolo dell’editoria nella promozione dei piccoli produttori artigianali, mentre con Slow Food Travel si farà il punto su come nuove forme di turismo abbiano contribuito a riscoprire zone ingiustamente dimenticate e marginali.

Si parlerà poi del progetto AGRIcoltura100 insieme a Reale Mutua, main partner dell’evento e Sostenitore Ufficiale di Slow Food Italia, e delle carte dei vini con Milano Wine Week. E ancora: un talk con AirBnb, una degustazione di Pecorino d’Abruzzo e l’incontro nazionale dei cuochi dell’Alleanza Slow Food per discutere di come unire le forse per affrontare le sfide attuali.

Insomma, l’agenda di Sana Slow Wine Fair di lunedì 28 marzo si presenta piuttosto ricca. I principali appuntamenti della seconda giornata di manifestazione sono sul sito di Sana Slow Wine Fair.


Partecipare a Sana Slow Wine Fair 2022

I biglietti sono disponibili online sul sito della manifestazione oppure direttamente alle casse di BolognaFiere.

Sei un professionista del mondo del vino? Puoi partecipare da domenica 27 a martedì 29 marzo.

Sei un appassionato? A te è dedicata la giornata di domenica 27 marzo.

Se hai acquistato una masterclass in programma nelle giornate di lunedì e martedì puoi acquistare l’ingresso alla fiera anche in queste due giornate dedicate ai professionisti.

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Genova Beer Festival 2019: birra e molto altro

Non solo birrifici artigianali (17 dall’Italia e, per la prima volta, dal Belgio). Non solo 9 street food pensati per l’abbinamento con la birra. Il Genova Beer Festival conferma un ricco programma di appuntamenti: laboratori, degustazioni e conferenze, tutti ad ingresso gratuito, per conoscere meglio un mondo sempre più vasto e vario.

Inoltre visite guidate alla settecentesca Villa Bombrini di Cornigliano (sabato e domenica ore 16) che ospita l’evento ed area lab bambini gratuita a cura dell’Associazione Culturale La Giostra della Fantasia (sabato e domenica, nel pomeriggio).

Saranno 30 gli homebrewers, provenienti anche da fuori regione, che domenica (ore 12) porteranno le loro birre prodotte in casa in assaggio ad una giuria di esperti. Si moltiplicano i lab, con uno sguardo particolare agli abbinamenti: con le ostriche, i sigari, fino all’atteso appuntamento con i piatti d’autore dei migliori chef genovesi (domenica, in due appuntamenti, alle 17 e alle 19).

Simone Cantoni, curatore Guida alle birre d’Italia di Slow Food, proporrà un lab dedicato ai lieviti e alle fermentazioni (sabato, ore 16). Il giorno successivo (ore 15) Barbara Boero, anche lei curatrice della Guida alle birre d’Italia di Slow Food, ci guiderà nel lato fumé della birra, con la bella storia delle malti affumicati nei tecci di Calizzano.

Domenica alle ore 18 la birra diventerà inoltre anche un ingrediente per i cocktail. Particolare anche il lab proposto da Scientificast, che proporrà un avvicinamento sensoriale (e divertente) alla bevanda.

LE BIRRE
Il focus sono le birre artigianali, che saranno protagoniste grazie a 17 birrifici provenienti da tutta Italia e dal Belgio. Ecco i birrifici presenti: i liguri Maltus Faber, Fabbrica Birra Busalla, Altavia, Scarampola, Birrificio Finalese; i piemontesi Canediguerra e Kamun, i lombardi Bidu e Brewfist, e ancora Mastino (Veneto), Foglie d’Erba (Friuli), Birrificio Perugia (Umbria), MC77 (Marche), Eastside (Lazio).

Infine, per la prima volta, due birrifici belgi: Brasserie de la Senne e De Glazen Toren. In totale, saranno quasi 150 le birre alla spina che si alterneranno nella tre giorni: spazio alla nuova ondata delle luppolate, ma non mancheranno ottime birre a bassa fermentazione (uno dei trend dell’ultimo anno, con un ritorno a birre più beverine e immediate), così come i più classici stili belgi e inglesi.

IL FOOD
Ad accompagnare le birre, una proposta gastronomica pensata per l’abbinamento con malti e luppoli. Tante conferme e gradite novità.

Ci saranno le bruschette de Ai troeggi; le trofie al pesto de Il Genovese; il gulash e la cucina dell’Est del Kowalski; gli hamburger del Masetto; i ravioli di brasato alla birra, la cima e le torte di verdura di Gastronomia Bovio; la focaccia col formaggio di Manuelina; il pulled pork di Uolli’s BBQ; le jacked potatoes della Patateria Genovese, il cioccolato e il gelato di Viganotti.

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Torna a Frascati la Fiera dei Sapori

Da venerdì 20 a domenica 22 settembre 2019, la città di Frascati ospita la quarta edizione di Fiera dei Sapori, un evento organizzato da CastelliExperience in collaborazione con il Comune di Frascati e numerosi protagonisti del settore istituzionale, ricettivo, culturale e produttivo del territorio.

Per un intero fine settimana le strade del centro storico della cittadina castellana, a due passi da Roma, si riempiranno con i profumi dei migliori prodotti enogastronomici dei Castelli Romani, ma non solo.

Un lungo weekend che saprà far dimenticare la fine della bella stagione e le giornate più brevi, in un’esplosione di sapori che racconteranno tutta la forza del territorio, attraverso le sue eccellenze, tra stand enogastronomici e appuntamenti tematici.

Saranno otto le aree tematiche di Fiera dei Sapori, accessibili acquistando dei gettoni che daranno diritto a degustare le bontà dei grandi nomi del territorio: dai primi ai secondi piatti, passando per la tradizione norcina e le proposte Veg, ricette classiche e proposte innovative saranno accompagnate dall’immancabile vino e dalla birra, anch’essa proveniente dai Castelli Romani.

Nel corso della manifestazione verranno organizzate degustazioni enologiche, sotto la guida di esperti sommelier certificati AIS (Associazione Italiana Sommelier), showcooking, laboratori di cucina, ma anche visite guidate tra vicoli e piazze storiche del centro storico, che vanta un patrimonio storico-culturale unico, capeggiato da quelle Ville Tuscolane simbolo della nobiltà romana del periodo rinascimentale. Le attività possono essere prenotate direttamente sul sito dell’evento.

Molte le novità dell’edizione 2019, che conferma un format innovativo volto alla promozione delle eccellenze del territorio e non solo. Tra queste il Mercato della Terra, uno spazio tematico a cura di Slow Food Frascati e Terre Tuscolane, dove sarà possibile assaggiare e acquistare i tanti prodotti a chilometro zero che provengono dai comuni circostanti.

Interessante la proposta enologica delle Winelounge e gli approfondimenti tematici dei Laboratori: un programma dedicato alla (ri)scoperta dei prodotti della terra, delle tradizioni enogastronomiche castellane e non solo. In questi ambienti il visitatore potrà così immergersi pienamente nelle tematiche della Fiera, partecipando attivamente all’evento.

La manifestazione prenderà il via venerdì 20 settembre alle ore 18 e proseguirà fino alle 23 dello stesso giorno. Orario più ampio nelle giornate di sabato 21 (dalle 12 alle 23) e domenica 22 (dalle 12 alle 22), per permettere ai visitatori di apprezzare il fitto programma di appuntamenti.

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Approfondimenti

Sul Trasimeno si celebra il Grenache

Nel cuore verde d’Italia torna Corciano Castello di Vino, l’appuntamento annuale dedicato ai vini dell’area della Doc Trasimeno. Venerdì 4, sabato 5 e domenica 6 ottobre 2019 il borgo medievale di Corciano ospiterà la IX edizione dell’evento, organizzato dall’associazione Corciano Castello di Vino in collaborazione con il Consorzio Tutela Vini Trasimeno e nato per far riscoprire le tradizioni vinicole di questo territorio, oltre che per finanziare il recupero e il restauro di opere appartenenti al paese.

Le cantine del Trasimeno partecipanti saranno sedici e saranno affiancate da quattro cantine ospiti provenienti dalla Sardegna e dal Veneto, oltre che da Francia e Spagna. Tutta la manifestazione, che lo scorso anno ha visto la presenza di oltre 10 mila persone, sarà strutturata come un percorso sensoriale itinerante: i banchi d’assaggio si snoderanno tra le antiche vie del paese, dove sarà anche possibile degustare alcune eccellenze gastronomiche della tradizione locale come la Fagiolina del Trasimeno, presidio Slow Food.

Ad affiancare le degustazioni ci sarà, durante la giornata di sabato 5 ottobre, un momento di approfondimento dedicato al Grenache: alle 11.00 sono in programma un convegno e una masterclass dedicati a questo vitigno che ben si esprime nel territorio umbro, dove è conosciuto come Gamay del Trasimeno. Ad intervenire non saranno solamente le cantine della DOC Trasimeno, ma anche produttori internazionali provenienti dalle aree storicamente vocate alla coltivazione del Grenache e aziende di tutta Italia che vinificano le diverse espressioni locali del vitigno come il Cannonau dalla Sardegna e il Tai Rosso dai Colli Berici.

L’ultimo giorno verrà anche premiata la Miglior Cantina Partecipante della manifestazione, sulla base del voto popolare raccolto nel corso dell’evento. Una giuria tecnica, dopo un blind tasting dei vini del Consorzio, decreterà invece i vincitori dei premi dedicati al Miglior Rosso, Miglior Rosato e Miglior Bianco.

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Approfondimenti

Fisar al Salone del Gusto: più di 100 sommelier impegnati a Terra Madre

TORINO – Sono più di 100 i sommelier Fisar – Federazione Italiana Sommelier Albergatori Ristoratori – impegnati nella conduzione di degustazioni e laboratori esperienziali gratuiti all’Enoteca di Terra Madre Salone Del Gusto, in Piazza Castello (Torino) da giovedì 20 a lunedì 24 settembre.

Dalle ore 12,00 alle ore 19,00, per tutta la durata del Salone, la corte interna di Palazzo Reale si trasforma in cantina dove degustare oltre 600 etichette. Profumi, sentori, aromaticità, consistenza, terroir di provenienza e sfumature di colore sono solo alcune delle caratteristiche di ogni bottiglia che i Sommelier Fisar raccontano al pubblico in un viaggio alla scoperta delle grandi eccellenze enoiche.

Presenti in degustazione 130 Chiocciole della Guida Slow Wine, vini di cantine che sposano e condividono i valori di Slow Food (organolettici, territoriali e ambientali), e oltre 220 vini premiati al Mondial des vins extrêmes, premio organizzato dal Cervim per promuovere e salvaguardare le produzioni di piccole “isole montane della biodiversità viticola“ che si caratterizzano per storia, tradizione e unicità, e privilegiano la coltura di vitigni autoctoni.

Significativa anche l’offerta degli Agricoltori, Artigiani Artisti di Triple A, con 100 etichette della ricca selezione di Velier, impegnata negli ultimi anni nella promozione culturale di vigneron che hanno fatto del contatto diretto con la propria terra, dell’artigianalità dei metodi vitivinicoli e degli interventi naturali il proprio modus operandi.

Tra questi spiccano le bottiglie del Presidio georgiano dei vini in anfora,prodotte secondo un antico metodo di vinificazione che prevede il sotterramento di grandi anfore in terracotta per la fermentazione e l’affinamento di vini bianchi e rossi.

Fisar è presente anche ai Laboratori del Gusto per guidare il pubblico alla scoperta dei vini del Progetto Vino, programma che valorizza l’eccellenza della produzione vitivinicola e la cultura enoica italiana attraverso attività di formazione e comunicazione, dedicando particolare attenzione alle selezioni territoriali come Alta Langa – official sparkling wine di Terra Madre salone del Gusto – Montepulciano d’Abruzzo, Franciacorta, Morellino di Scansano e Puglia in Rosé.

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L’Alta Langa Docg Official Sparkling Wine a Terra Madre-Salone del Gusto

TORINO- Le alte bollicine piemontesi del Consorzio Alta Langa accompagneranno anche quest’anno come Official Sparkling Wine l’evento Terra Madre – Salone del Gusto che si svolgerà a Torino dal 20 al 24 settembre.

L’Alta Langa Docg sarà protagonista nel corso della manifestazione con una propria lounge e un banco di degustazione al Lingotto presso il Padiglione 2 N. 2H029 oltre che all’interno di diversi Laboratori del Gusto, nella Fucina Pizza e Pane, nell’Enoteca di Palazzo Reale.

IL PROGRAMMA
21 settembre alle 11 – Lounge Alta Langa – Stand Consorzio Alta Langa (20 partecipanti massimo)
In collaborazione con il Consorzio del Parmigiano Reggiano
“Affinamenti e stagionature: Alta Langa Docg e Parmigiano Reggiano”
Degustazione guidata di bollicine metodo classico di Alta Langa Docg in abbinamento a Parmigiano Reggiano in diverse stagionature.
Si ripete il 24 Settembre alle ore 11

21 settembre alle 14 – Lounge Alta Langa – Stand Consorzio Alta Langa (20 partecipanti massimo)
In collaborazione con il Centro Nazionale Studi Tartufo
“Alta Langa Docg e Tartufo Bianco d’Alba”
In apertura della stagione del Tartufo, analisi sensoriale del Tuber magnatum Pico, il prezioso Tartufo Bianco d’Alba e degustazione guidata di bollicine metodo classico di Alta Langa Docg per un abbinamento di rara e inaspettata eleganza.
Si ripete il 22 e il 23 Settembre alle ore 11 ed il 24 Settembre alle 14

21 settembre dalle 16 alle 17,30 – Sala del Vino – Palazzo della Giunta Regionale in piazza Castello 165
40 partecipanti massimo
Relatori: Gigi Piumatti (Slow Food) e Giulio Bava (Consorzio Alta Langa)
“Il Pinot Nero dell’Alta Langa Docg”
Una degustazione guidata alla scoperta delle cuvée di solo Pinot Nero vinificate in bianco dell’Alta Langa Docg.
La denominazione “gioiello” nel mondo delle bollicine metodo classico presenta sei differenti interpretazioni di questo importante vitigno, declinate secondo le caratteristiche del territorio di provenienza, dell’espressione del millesimo e dello stile di ogni produttore.

In degustazione:
Paolo Berutti millesimo 2014
Mirafiore millesimo 2014
Contratto For England Pas Dosé 2013
Giulio Cocchi Pas Dosé 2011
Tosti Riserva Giulio I 2009
Fontanafredda Vigna Gatinera 2008

22 settembre alle 15 –  Lounge Alta Langa – Stand Consorzio Alta Langa (20 partecipanti massimo)
In collaborazione con Beppino Occelli
“L’Alta Langa Docg e il burro”
L’incontro inedito, semplice e gustoso, tra il celebre burro di panna di centrifuga scremata da latte rigorosamente italiano di Beppino Occelli e le bollicine piemontesi metodo classico Alta Langa Docg.

Alla base del rapporto che lega da  tempo il Consorzio Alta Langa all’associazione Slow Food è una sensibilità affine.

Il Consorzio Alta Langa ha stretto un Patto Immateriale con la propria terra, impegnandosi a custodire il territorio consegnato dagli avi come “fondamento di un ereditato sviluppo antropico educato e civile che nel passato riconosce le ragioni logiche e affettive per progettare il futuro”, per utilizzare le parole dell’estensore del patto medesimo, l’antropologo e accademico Piercarlo Grimaldi dell’Università degli Studi di Scienze Gastronomiche.

Una convergenza che si sostanzierà nel corso dei prossimi mesi in una collaborazione attiva tra il Consorzio e l’Università di Pollenzo per approfondire una ricerca antropologica sul territorio.

La viticoltura e la produzione dell’Alta Langa si sono imposte sin dall’origine regole di sostenibilità e rispetto, in un cammino di buone pratiche che va nella direzione del #FoodForChange, il cibo per il cambiamento, il cibo come strumento per avviare una rivoluzione pacifica e globale, tema dell’edizione 2018 di Terra Madre – Salone del Gusto. 

IL CONSORZIO ALTA LANGA
Quello dell’Alta Langa Docg è oggi un piccolo Consorzio molto attivo: conta 100 soci di cui 25 case spumantiere attive e coinvolte nello sviluppo di un vino, di una denominazione e di un territorio.

Tutti legati da una grande scommessa: quella di un vino che non sarà pronto prima di sei anni dall’impianto e che per questo deve necessariamente essere un vino importante.Innamorati delle loro terre, i soci del Consorzio hanno avviato e difendono una viticoltura sostenibile e armonica al delicato, biodiverso tessuto dell’Alta Langa e dei suoi valori, rispettandone i ritmi naturali.

LE ALTE BOLLICINE PIEMONTESI
L’Alta Langa Docg è lo spumante brut di qualità del Piemonte. Una denominazione ancora piccola, ma con una storia molto lunga: fu il primo metodo classico a essere prodotto in Italia, nelle “cattedrali del vino” del Canellese, fin dalla metà dell’Ottocento.

Le Alte Bollicine Piemontesi sono bianche o rosé, brut o pas dosé e hanno lunghissimi tempi di affinamento sui lieviti, come prevede il severo disciplinare: 30 mesi che diventano 36 per le riserve.

Un vino che si produce solo nelle annate migliori, è esclusivamente millesimato e riporta sempre in etichetta l’anno della vendemmia.

L’Alta Langa bianco ha sfumature da giallo paglierino a oro intenso e aromi che ricordano la vaniglia, il miele, la crosta del pane. Al palato è armonico, lievemente salato.

L’Alta Langa Rosé ha un colore rosa cipria, un profumo speziato, un gusto equilibrato, intenso con note di agrumi.

Un vino gastronomico per abbinamenti eleganti con piatti della tradizione piemontese – dai tajarin al tartufo bianco alla fonduta, dai flan di verdure al fritto misto – e per accostamenti riusciti e inaspettati come quelli con il Parmigiano o le grigliate di verdura e di pesce.

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Slow Wine spara sull’Oltrepò. Produttori, boicottate la Guida 2019!

Nessuno tocchi Slow Wine. Neppure se infanga, con un titolo vergognoso, un territorio meritevole d’attenzione enologica come l’Oltrepò Pavese.

Già. Quando c’è sparare sui supermercati e sulla Grande distribuzione organizzata, i soloni di Slow Wine sono in prima fila. Con il solito stuolo di enofighetti al seguito.

Quando è Slow Wine a combinarla grossa, tutto tace. Tutti tacciono. Noi no. Ecco i fatti.

LA CRONISTORIA
La notizia è di settimana scorsa. Il 23 marzo, “La Redazione” di Slow Wine affronta in un articolo lo scandalo che ha investito, in Francia, lo storico gruppo vitivinicolo Raphaël Michel.

Una frode di ingenti dimensioni, che interessa un potenziale di 66 milioni di bottiglie di vino sfuso. Si parla anche di una seconda indagine delle autorità francesi, che avrebbero scoperto un altro milione di bottiglie contraffatte da Grands Vins de Gironde (GVG), azienda di proprietà della famiglia Castéja.

Rodano e Bordeaux nell’occhio del ciclone, insomma. Nel giro di pochi giorni. Giusto che Slow Wine ne parli. Peccato che il titolo (poi modificato) reciti, testualmente, così: “Scandalo in Francia: 66 milioni di bottiglie false in Rodano e un milione a Bordeaux! Peggio del nostro Oltrepò…”.

Avete riso? Noi no. Immediata, da parte nostra, la segnalazione dell’articolo al direttore del Consorzio di Tutela Vini Oltrepò pavese, tirato in ballo in maniera subdola dagli enofighetti di Slow Wine, pronti a sparare a zero su un territorio che – evidentemente – non conoscono a fondo.

Pronta la risposta di Emanuele Bottiroli, in un messaggio audio che riportiamo integralmente di seguito.

Sono rimasto esterrefatto di fronte alla lettura di un articolo in cui la redazione di Slow Food, e non un giornalista ben preciso, affianca il nome dell’Oltrepò pavese a fatti avvenuti in Francia, che nulla hanno a che vedere con l’Oltrepò.

In questo articolo – e nel post Facebook che lo ha accompagnato e presentato – nonché nel titolo sparato sull’Oltrepò, vedo vilipesi gli sforzi di tanti produttori che nulla hanno a che vedere con un’inchiesta giudiziaria che ancora deve vedere esprimersi i giudici in primo grado.

Vedere associato chi proprio non ha nessuna attinenza né con i fatti dell’Oltrepò né con i fatti avvenuti in Francia, vuol dire dare in pasto un Oltrepò pavese in cui operano 1700 aziende vitivinicole, per di più medio piccole. Gente che si sacrifica, produttori che sono recensiti nella guida Slow Wine e premiati ai massimi livelli.

Buttare tutto assieme perché bisogna suscitare sensazione parlando anche di Italia, quando questa volta l’Italia non c’entra, beh dispiace. Dispiace molto perché in questi 3 anni da direttore del Consorzio ho visto un Cda puntare forte sulle regole. Dal primo aprile comincerà un nuovo corso per la nostra Doc, con il contrassegno di Stato.

Una scelta che per la Docg è obbligatoria, ma sulla Doc è facoltativa: ciò si traduce in massima tracciabilità, massima prevenzione, massima garanzia a tutela dei consumatori e dei buyer. E poi ci sono tante aziende  che stanno lavorando per fare qualità e portare in alto il nome del territorio.

Ecco, questo articolo è proprio pesante, perché nega degli sforzi che si sono dimostrati in concreto quando diversi modelli aziendali e diversi titolari di impresa hanno votato per regole più restrittive, per la qualità, per un abbassamento delle rese persino delle Igt, nell’ambito delle ultime riunioni utili alle modifiche dei disciplinari.

Questo articolo è veramente un’onta, è un modo sbagliato di dare delle notizie e un modo che ravvisa un preconcetto nei confronti di un territorio che è da conoscere e da scoprire.

E mi sorprende che sia proprio Slow Food a rendersi protagonista di questo articolo: l’associazione che più di tutte dovrebbe avere a cuore i modelli aziendali famigliari e qualitativi, che in Oltrepò pavese rappresentano circa l’85 per cento del totale! Non ce l’aspettavamo: è stata una grande delusione e spero che Slow Wine vorrà porvi rimedio.

LA NOSTRA PROPOSTA
Parole da condividere alla virgola, altro che alla lettera. Ma si potrebbe fare di più:

boicottare la prossima guida Slow Wine (2019)

E’ quello che la nostra redazione invita a fare a tutti i produttori dell’Oltrepò offesi in maniera così vigliacca da Slow Wine. Un modo, peraltro, per risparmiarsi delle spese. Da reinvestire sulla promozione della propria azienda e del proprio territorio.

Magari proprio affiancando un Consorzio che sembra aver imboccato – specie negli ultimi round della tornata condotta da Michele Rossetti – il giusto cammino verso l’affermazione nazionale (e internazionale) della più sottovalutata (e stuprata) tra le aree vitivinicole d’Italia: l’Oltrepò pavese, per l’appunto.

Chiudiamo con del simpatico amarcord. In un articolo del 19 luglio 2017, Giancarlo Gariglio della Redazione di Slow Wine elencava (ovviamente ironicamente) i “5 motivi per non dare il vino alle guide. L’ultimo è davvero surreale. Scoprite qual è!”.

Articolo che oggi andrebbe aggiornato – almeno quanto il titolo sparato sull’Oltrepò, oggi scomparso dalla rete – col motivo numero 6: il più grave e il più credibile. Offerto direttamente, ai produttori, dalla stessa redazione di Slow Wine. Nonché da Slow Food Editore.

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news ed eventi

Cheese compie 20 anni: a Bra, dal 15 al 18 settembre

A Cheese 2017 c’è solo l’imbarazzo della scelta. Tra una Conferenza e un Laboratorio del Gusto, la proiezione di un film e una degustazione, passeggiare per Bra (CN) durante l’evento internazionale dedicato alle forme del latte è un’esperienza unica e ricca di suggestioni.

Ecco una carrellata di luoghi e appuntamenti da non perdere alla prossima edizione di Cheese (15-18 settembre), che nel 2017 compie 20 anni.

CASA SLOW FOOD
Il consiglio per cominciare bene la visita di Cheese è partire da via Mendicità istruita, sede dell’associazione da oltre tren’anni e indirizzo noto in tutto il mondo agli appassionati della Chiocciola.

Proprio qui è allestita Casa Slow Food, con attività riservate ai soci e agli aspiranti soci. Tra queste gli Incontri Slow…con il latte crudo, un assaggio dei Master of Food, ovvero i corsi educativi che Slow Food propone ai propri soci in tutta Italia.

Per partecipare agli appuntamenti in programma basta verificare la disponibilità in Casa Slow Food. Per le scolaresche e i visitatori desiderosi di mettersi alla prova, niente di meglio che incontrare i produttori e scoprire i segreti del loro mestiere attraverso giochi e laboratori.

Il team di Slow Food organizza lungo via Vittorio Emanuele II la Via Lattea di Slow Food con quiz e momenti di intrattenimento a cura di Circowow. Tra le aree dedicate ai soci Slow Food si trova anche il Baby Pit Stop, riservato alle neo mamme e ai bimbi che hanno bisogno di un momento di relax.

IL MERCATO DEI FORMAGGI
Proseguiamo con il Mercato dei Formaggi, che per la prima volta presenta solo formaggi a latte crudo. Piazza Carlo Alberto ospita una selezione dei migliori prodotti caseari italiani mentre via Audisio è il posto in cui assaggiare e acquistare i caci internazionali provenienti da UK, Olanda, Francia, Svizzera e Slovenia solo per citarne alcuni.

Mentre chi ha apprezzato iformaggi spagnoli nel 2015, Paese ospite due anni fa, sarà contento di dedicarsi alla più ampia esposizione mai registrata in undici edizioni della manifestazione: 12 bancarelle che ben descrivono la vivacità del movimento casaro spagnolo, tra cui anche l’associazione dei casari e formaggiai del Cammino di Santiago de Compostela, per ripercorrere aromi e consistenze della famosa via cristiana.

Nella vicina piazza Roma ci sono gli artigiani della ormai storica Via degli affineur e dei selezionatori. Tra questi anche quattro stand dedicati agli Stati Uniti, ospite d’onore di questa edizione. Il sabato e la domenica c’è anche ilMercato della Terra di Bra, dove trovare prodotti agricoli, freschi e di stagione venduti da chi effettivamente li produce.

Per un bicchiere di bollicine tra una degustazione e un acquisto, vi aspetta nel Mercato di piazza Carlo Alberto il Consorzio Alta Langa, Official Sparkling Wine della manifestazione. Il Mercato apre i battenti tutti i giorni alle 10, e fino a sera è possibile assaggiare e acquistare non solo formaggi a latte crudo ma anche aceti, mieli, mostarde, pani, confetture e tanto altro ancora.

VIA DEI PRESIDI, CASA DELLA BIODIVERSITA’ E SPAZIO LIBERO
Un mercato particolare è quello delle vie Marconi e Principi di Piemonte, dove incontriamo i Presìdi (in tutto 48 italiani e 11 internazionali), il progetto con cui Slow Food tutela tecniche tradizionali, razze autoctone, prodotti artigianali e paesaggi rurali.

Si tratta di un’occasione unica per conoscere questi prodotti, compresi gli ultimi arrivati: il trentingrana di alpeggio, il çuç di mont dal Friuli Venezia Giulia, il pecorino a latte crudo della Maremma, l’abruzzese pecorino di Farindola, il pecorino del Monte Poro dalla Calabria e il Boeren Leyden tradizionale olandese.

Se volete saperne di più sui progetti di salvaguardia di Slow Food, basta partecipare agli appuntamenti della Casa della Biodiversità tra piazzetta Valfrè di Bonzo e via Marconi, dove tra un aperitivo e l’altro Cheese vi fa viaggiare alla scoperta dei Presìdi e dei prodotti dell’Arca del Gusto di tutto il mondo.

Tra le novità c’è lo Spazio Libero, dove assaggiare formaggi a latte crudo liberi da fermenti industriali, salumi liberi da nitrati e nitriti e ancora pane e pizza con lievito madre e birra Lambic a fermentazione spontanea.

LE PIAZZE, LE CUCINE E LA BIRRA
Torna nel cortile delle Scuole Maschili la Piazza della Pizza: un viaggio dal Nord al Sud dell’Italia con quattro maestri che combinano gusti e ingredienti della propria terra. Per conoscere loro e gli altri protagonisti dell’area (e anche le loro creazioni) basta partecipare alle Storie di Pizza e ai Pizza Talk.

I laboratori sono in vendita on line e, durante Cheese, presso la Reception eventi di vicolo Chiaffrini, insieme agli altri appuntamenti su prenotazione ancora disponibili: Laboratori del Gusto, Scuola di Cucina e lo spettacolo di Luca Mercalli e Banda Osiris Non ci sono più le quattro stagioni.

Sempre nelle Scuole Maschili, ci sono i Chioschi regionali, dove degustare realtà gastronomiche provenienti da Lazio, Friuli Venezia Giulia e Valle d’Aosta. Se tutto questo vi ha stuzzicato l’appetito, è ora di dedicarsi alle Cucine di strada che animano anche piazza Spreitenbach, insieme ai Food Truck e alla Piazza della Birra che presenta decine di realtà brassicole artigianali italiane: impossibile non trovare quella che incontra i propri gusti!

RISOTTO&PASTA: AREA GOURMET GLUTEN FREE
Se siete intolleranti al glutine o semplicemente volete assaggiare piatti speciali e alternativi, spostatevi in piazza XX Settembre dove Cheese ha allestito l’area Risotto&Pasta, in collaborazione con Strada del riso vercellese di qualità, Aurora Naturale e Associazione di volontariato – Braidesi uniti per la celiachia onlus. Nella vicina via Pollenzo si trova la gastronomia No Glu (aperta tutti i giorni con orario continuato) che fornisce pane fresco senza glutine alla Gran Sala dei Formaggi oltre che in tutti i Laboratori del Gusto.

PIAZZA DEL GELATO
Arrivati a questo punto concedetevi un dolce: in piazza XX Settembre vi aspetta la Piazza del Gelato, curata dalla Compagnia dei Gelatieri fondata da Alberto Marchetti e in collaborazione con Inalpi.

Diversi showcooking, su prenotazione ma gratuiti, affiancano lo Spazio gourmet dove, grazie al due stelle Michelin Antica Corona Reale di Cervere, si impara ad accostare il gelato all’alta cucina.

GRAN SALA DEI FORMAGGI ED ENOTECA
Anche l’undicesima edizione di Cheese vuole il suo salotto buono: nella Gran Sala dei Formaggi, sotto l’ala di corso Garibaldi, si trovano centinaia di specialità provenienti da tutto il mondo che potete abbinare a una delle 600 etichette italiane dell’Enoteca, abilmente selezionate dalla Banca del Vino di Pollenzo e dalla guida Slow Wine e sapientemente illustrate dai sommelier Fisar.

Per l’acquisto di cibo e vino debutta la moneta pulita che sostituisce i ticket di carta nei punti cassa gestiti da Slow Food: di legno certificato PEFC, è realizzata da Palm Design – impresa artigianale impegnata nella filiera del legno sostenibile – per conto di PEFC.

POLLENZO E CHEESE
Sempre in corso Garibaldi ecco lo stand dell’Università di Scienze Gastronomiche, con attività organizzate dagli studenti, tra cui i Personal Shopper, percorsi pensati per chi vuole intraprendere un percorso guidato fra i banchi del Mercato, e l’Eat in: un lungo tavolo che ospita chi vuole fare due chiacchiere, ascoltare, imparare e condividere cibo e bevande.

Se siete interessati alle attività formative, potete visitare il campus a Pollenzo e approfittarne per una degustazione di vini e formaggi nelle cantine della Banca del Vino. Se invece volete imparare ad abbinare i formaggi con pasta o verdure e accrescere così le vostre abilità culinarie, iscrivetevi (online o alla Reception Eventi) alle Scuole di Cucina, dove due chef d’eccezione – Sergi de Meià dell’omonimo ristorante di Barcellona e Salvatore Tassa de Le Colline Ciociare di Acuto (Fr) – vi aspettano per mettervi alla prova.

B2B
Cheese ha pensato a tutti, operatori del settore compresi: debutta la Business Area, organizzata da foodMOOD presso il Movicentro, uno spazio concepito per favorire l’incontro tra buyer internazionali, agenti della piccola e grande distribuzione, ma anche formaggiai, osti, start-up e i produttori di piccole e medie dimensioni sia italiani che internazionali selezionati da Slow Food. Per partecipare è sufficiente registrarsi nell’area dedicata.

SPETTACOLI, FILM, CONCERTI
Cheese non si ferma mai, mettendo il programma un cartellone di spettacoli, film e concerti. Il 17 settembre alle 21 sale sul palco del Teatro Politeama Non ci sono più le quattro stagioni con Luca Mercalli e la Banda Osiris: uno spettacolo istruttivo e divertente che unisce arte, storia, scienze, musica e comicità.

Acquistate il biglietto on line o alla Reception Eventi: i proventi raccolti sono destinati a Menu for Change, la campagna internazionale di Slow Food sul cambiamento climatico che sarà lanciata proprio a Cheese. Per gli appassionati del grande schermo invece c’è Cheese on the Screen, un ciclo di film e documentari promosso e organizzato da Cinema Impero e Cinema Vittoria di Bra, in collaborazione con CinemAmbiente, Life e Slow Food, dedicato ai temi dell’agricoltura sostenibile, delle battaglie per la salvaguardia dell’ambiente e della produzione lattiero-casearia artigianale.

Cheese è anche musica grazie a Cheese On Stage con quattro concerti gratuiti che vedono l’electric swing di The Sweet Life Society nell’anteprima di giovedì 14, la fusione tra swing, manouche, folk, tango, rock e musica contemporanea dei Magasin du Café accompagnati per l’occasione dalle Madamé, lo Scottish e Irish punk rock dei The Rumjacks, e il folk occitano dei Lou Pitakass.

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Vini al supermercato

Caviro, il gigante del Tavernello. Tra Slow (Wine) e Rock ‘n’ Roll

Anche Golia ha un cuore. E batte slow. Very slow. Il gigante romagnolo del Tavernello, lo stesso capace di imbottigliare 2 milioni di ettolitri di vino l’anno, si avvale di due enologi attivisti di Slow Food e Slow Wine.

Il gigante in questione di nome fa Caviro, leader indiscusso del mercato nazionale del vino al supermercato. Tra i primi dieci al mondo per fatturato, con 304 milioni di euro. Nulla a che vedere con la Chiocciola di Carlo Petrini? Solo in apparenza. Pietro Cassani e Giacomo Mazzavillani (nella foto, sotto), rispettivamente responsabile del laboratorio enologico e del processo di lavorazione vino alla Caviro di Forlì, sono lì a dimostrare il contrario.

Il volto meno conosciuto della più grande cooperativa agricola italiana. Un impero fondato sui numeri, ma anche sulla qualità. “La costanza nella riconoscibilità dei nostri prodotti sul mercato – spiega Giordano Zinzani, responsabile Normative e Tecniche Enologiche di Caviro – è per noi il primo sinonimo di qualità, che riusciamo a garantire grazie al confronto trentennale con i nostri conferitori di uve e al lavoro dei nostri enologi. Un aspetto che ci viene riconosciuto da 7 milioni e 200 mila famiglie consumatrici in Italia”.

“I nostri standard qualitativi – precisa Zinzani – sono dettati da frequenti panel di assaggio dei prodotti dei nostri competitor internazionali. A livello operativo, invece, stimoliamo le 34 cantine conferitrici, situate da nord a sud del Paese, con un sistema di liquidazione che invogli a fare sempre meglio in vigna, di vendemmia in vendemmia”.

Tredicimila i viticoltori che fanno parte della famiglia Caviro, in sette regioni d’Italia. Trentasette mila gli ettari di vigneti lavorati, in totale. Tradotto: la cooperativa romagnola produce, da sola, l’11% dell’uva italiana. E’ grazie a questa grande disponibilità che i blend Tavernello riescono ad essere sempre uguali negli anni. “Riconoscibili dal consumatore”, per dirla con Zinzani.

Un puzzle, anzi la sintesi, “del meglio della produzione annuale dei vigneti dei conferitori”, assemblati da uno staff di 6 enologi (cinque di stanza a Forlì, uno a Savignano sul Panaro, nei pressi di Modena), tre analisti di laboratorio e quattro impiegati all’Assicurazione qualità.

“Il numero degli enologi, in realtà – spiega Giordano Zinzani – si aggira sulla cinquantina. I primi controlli vengono effettuati dalle nostre cantine associate, in loco. Le uve arrivano a Caviro già vinificate, secondo i rigidi parametri dettati ai viticoltori. Solo in questa fase, si assiste all’intervento diretto del nostro personale, che degusta e testa i campioni e li assembla, dopo aver identificato il blend più consono alle esigenze del mercato di riferimento, che sia italiano o estero”.

Altra faccia della medaglia, la produzione di vini a Indicazione geografica tipica (Igt) e a Denominazione di origine controllata (Doc), “in cui – commenta Zinzani – puntiamo a garantire, valorizzare e conservare la tipicità dei singoli territori”.

LE UVE CAVIRO: IL SISTEMA DI LIQUIDAZIONE
Dal Friuli Venezia Giulia arrivano principalmente Merlot, Cabernet, Refosco, Pinot Grigio, Glera, Chardonnay e Sauvignon (una cantina associata, 1790 ettari). Dall’Emilia Romagna Sangiovese, Lambrusco (principalmente Sorbara), Merlot, Ancellotta, Trebbiano, Chardonnay, Albana e Grechetto Gentile (14 cantine, 19.002 ettari). Dalla Toscana giungono Sangiovese, Brunello, Merlot, Trebbiano e Vermentino (2 cantine, 1.090 ettari).

Dall’Abruzzo Montepulciano, Trebbiano, Pecorino e Chardonnay (9 cantine, 8.218 ettari). Dalla Puglia Primitivo, Negroamaro, Malvasia Nera, Nero di Troia, Chardonnay, Bombino e Verdeca (3 cantine in Salento, 922 ettari). Dalla Sicilia, infine, Nero d’Avola, Syrah, Grillo, Catarratto, Inzolia e Grecanico (6366 ettari, una cantina: la Petrosino di Trapani, seconda per dimensioni in Italia solo a Settesoli).

Uve che hanno un prezzo. Di fatto, è sul terreno della liquidazione dei conferitori che si gioca una delle partite più importanti per Caviro. “Di anno in anno, verso dicembre – spiega Giordano Zinzani – la cooperativa stabilisce un budget per i vini. Viene stabilito un minimo garantito, che viene corretto in base alla conformità agli standard richiesti”.

Le sorti dei viticoltori è delle cantine associate a Caviro sono nelle mani di uno staff di enologi che si riunisce una volta alla settimana, a Forlì. “Tutte le singole partite – evidenzia Zinzani (nella foto) – sono valutate in funzione della qualità specifica di quel campione. Ogni ritiro viene catalogato e degustato da una commissione composta dagli enologi Caviro e da quelli delle stesse cantine associate. Degustazioni che, ovviamente, avvengono alla cieca, sulla base di schede di valutazione Assoenologi, con punteggio in centesimi. Questo punteggio, assieme alla rispondenza dei caratteri analitici, contribuisce alla modifica del prezzo base garantito ai soci”.

Raffaele Drei, presidente della Cooperativa Agrintesa, non ha dubbi. “Oggi Agrintesa è il socio più grande della compagine sociale Caviro e tramite il Consorzio colloca direttamente al consumatore una quota importante del proprio vino. Siamo fortemente impegnati e interessati alla crescita sia come quota di mercato che come modello di filiera vitivinicola integrata”.

“I fattori di successo per i soci Caviro sono stati ben delineati dai direttori delle Cantine intervenuti all’ultimo incontro con la base sociale: Cristian Moretti, direttore generale Agrintesa, Roberto Monti, direttore della Cantina Sociale Forlì e Predappio, Fabio Castellari, direttore della Cantina Sociale Faenza. Tutti hanno sottolineato, come comuni denominatori di crescita e sviluppo, l’avanguardia qualitativa per una buona liquidazione dei soci, l’innovazione e la capacità di differenziare”.

Rispetto alle zone più lontane dalla “base”, ai soci viene riconosciuta una cifra che si aggira attorno ai 35 centesimi al litro. Per i viticoltori dell’Emilia Romagna, si sale sino a 45 centesimi con il Lambrusco. I picchi si toccano con i vini Igt, 60 centesimi al litro, e a Denominazione di origine controllata, valutati in media fino a 1 euro. Cifre che Zinzani snocciola senza timore.

“Fra i principali tratti vincenti – aggiunge Raffaele Drei – sono stati individuati la concentrazione e specializzazione dei centri di vinificazione, la capacità di realizzare velocemente progetti di produzione per vini con caratteristiche diverse e una buona integrazione di pianura e collina. Per i soci di Caviro è di fondamentale importanza poter ragionare in una logica di mercato fatta anche di liquidazioni differenziate su molteplici variabili, come lo stabilimento, l’area di produzione, le giornate di conferimento e l’effettiva qualità. Merito anche di una base sociale caratterizzata da coesione e ricettività, aperta a un ricambio generazionale in grado di garantire uno sguardo sul futuro”.

IL TOUR
E che Caviro sia proiettata al futuro, lo si capisce al primo sguardo dello stabilimento di Forlì. Dall’esterno, gli 82 serbatoi del sito produttivo di via Zampeschi 117 offrono bene l’idea delle dimensioni del business della cooperativa, con i loro 340.578 ettolitri di capacità complessiva. All’interno, altri 133 “silos” contenenti vino, per un totale di 126.670 ettolitri. Caviro, per chi non l’avesse capito, è questo, prima di tutto: una delle maggiori cantine italiane, con serbatoi per un totale di 467.248 ettolitri complessivi. E’ qui che staziona il vino prima delle chiarifiche e delle filtrazioni, che anticipano la stabilizzazione.

Centonovantaquattro milioni di litri le vendite a volume del colosso romagnolo nel 2016, suddiviso tra i brand Tavernello, Castellino, Botte Buona, Terre Forti, Romio, VoloRosso, Salvalai, Cantina di Montalcino, Da Vinci, Leonardo, Monna Lisa e Cesari. Export in 70 Paesi. Due le linee per l’imbottigliamento. Quella nuova, inaugurata a settembre dello scorso anno, ha una velocità di 18 mila bottiglie l’ora. La più vecchia risale agli anni ’90 ed è ancora in funzione, anche se in fase di ammodernamento.

In quest’area dello stabilimento, il prodotto finito viene movimentato su pallet da veri e propri robot. “Le chiamiamo navette – precisa l’enologo Pietro Cassani, che guida il tour -. Si muovono autonomamente su percorsi prestabiliti del magazzino di stoccaggio e sono solo uno degli aspetti all’avanguardia del sito produttivo di Forlì”. In uno degli angoli dello stabile, di fatto, sembra aprirsi una porta temporale sul futuro. Roba da farti sentire – almeno per un attimo – un po’ come Donny Darko, alle prese col suo coniglio gigante.

Un magazzino da 10 mila posti pallet completamente robotizzato, col quale alcune catene della Grande distribuzione (o, meglio, i loro Ce.Di, i centri distributivi delle varie insegne) hanno la possibilità di connettersi via web, emettendo ordini che vengono indirizzati direttamente a una delle 14 “ribalte” del magazzino, in base alla destinazione. Ti pizzichi la guancia mentre osservi quel braccio meccanico, senza il minimo controllo umano, andare a pescare proprio quel pallet, lassù.

La voce dell’enologo Cassani, Cicerone per un giorno, ti riporta alla realtà, poco più in là. Davanti alle bobine di Tetra Pak pronte per la sterilizzazione, prima di essere riempite di vino in impianti simili a quelli utili per “inscatolare” latte. Guardi in faccia i dipendenti uno ad uno, credendo che all’improvviso salti fuori Michael J. Fox. Aguzzi le orecchie per sentire qualcosa d’altro (che so? Johnny B. Good, per restare in tema).

Ma il suono, sottile e monotono, è quello della catena di montaggio dei brik di Tavernello. L’unico elemento che, nel suo piccolo, ricorda quella chitarra rosso fiammante. Altro che quattro quarti. Qui si gira al ritmo di 7-8 mila pezzi l’ora, su un totale di 10 linee. Vino in brik pronto per il consumo, “senza pastorizzazione, bensì con filtrazione sterile”, tiene a precisare Cassani. L’enologo del rock’n’roll di Caviro.

Prima di raggiungere i laboratori d’analisi, dove l’intero staff è all’opera sugli ultimi campioni giunti allo stabilimento, ecco l’unica zona inattiva del magazzino: quella per il confezionamento dei “Bag in Box” da 3 e 5 litri, destinati sopratutto al mercato francese. La grandeur. Come formato, s’intende. Bien sûr.

IL FENOMENO TAVERNELLO
Italiana, italianissima, anzi romagnola (se no si offende), l’inclinazione (linguistica) di Elena Giovannini (nella foto). “L’upgrade qualitativo dei prodotti – commenta la responsabile Marketing Daily di Caviro – è stato uno degli obiettivi perseguiti dalla nostra azienda sin dal 1983, anno in cui abbiamo dato vita al vino in brik. Inizialmente era soltanto Sangiovese o Trebbiano. Poi, chiaramente, i volumi venduti erano talmente elevati che il sourcing non era più sufficiente a coprire la richiesta. I due vitigni sono ancora parte fondamentale dei nostri blend, vino bianco e vino rosso d’Italia”.

Cosa caratterizza questa marca? “Il fatto di garantire uniformità di gusto e una costanza negli anni – replica Giovannini – un grande pregio per i nostri consumatori”. Chi sono? “Il target è ben definito: è chiaro che si parla di quotidianità, ma anche di garanzia di un certo standard qualitativo”. La diversificazione dell’approccio al mercato del vino da parte dei consumatori, anno dopo anno, ha convinto tuttavia Caviro ad allargare la proposta di referenze, riunite sempre sotto lo stesso marchio.

“Nel 2010 lanciamo i frizzanti bianco e rosato – ricorda Elena Giovannini – come naturale prosecuzione della marca generica Tavernello, sempre a base delle nostre cantine sociali socie. Successivamente il lancio dello Chardonnay e, per la prima volta, vini di provenienza siciliana come il Syrah Cabernet: per la prima volta inseriamo vini di provenienza siciliana. Fino ad arrivare alla prima Doc che è il Pignoletto, proveniente dalle colline di Imola. Un vino non molto conosciuto fuori dai confini regionali, che noi abbiamo contribuito a distribuire sul mercato”.

“Facile dunque intendere come sul mercato internazionale il ‘Red blend’ Tavernello giochi un ruolo fondamentale – evidenzia la responsabile Marketing Daily di Caviro – dato che i tanti vitigni italiani non sono semplici da conoscere e da scegliere, per il consumatore straniero. Red blend, dunque, come sintesi della qualità italiana. Ovviamente abbiamo bene in mente qual è il nostro mestiere e il consumatore al quale vogliamo parlare, sia in Italia sia all’estero. E di conseguenza sviluppiamo prodotti adatti a quel tipo di esigenza: quella quotidiana”.

Un’azienda, Caviro, capace di rispondere col Pignoletto al fenomeno Prosecco. Un botta e risposta che lega il vitigno emiliano a quello veneto, anche dal punto di vista dialettico-ampelografico: Glera-Prosecco, Grechetto Gentile-Pignoletto. Inutile precisare che Caviro produca anche il re delle bollicine Charmat, grazie alle rinnovate sinergie con la Viticoltori Friulani La Delizia, in seguito all’inaugurazione della nuova sede di Orcenico Inferiore di Zoppola, il maggiore polo per la spumantizzazione del Friuli Venezia Giulia.

Tra i blend in degustazione segnaliamo, su tutti, il Trebbiano – Pinot Bianco Rubicone Igt 2016. Un mese e mezzo di legno per il Trebbiano, il resto acciaio. Altro vino dall’ottimo rapporto qualità prezzo al supermercato, tra i varietali, il blend tra Sangiovese e Merlot.

GLI ALTRI SEGMENTI DEL BUSINESS
Caviro, in realtà, non significa solo vino. La cooperativa romagnola è un vero e proprio universo circolare. “Il nostro modello di business – commenta Giordano Zinzani, tra l’altro presidente del Consorzio Vini di Romagna – è tale da iniziare in vigna per poi tornarci, con uno scarto sulla produzione quantificabile in un risicato 1%”.

Oltre al vino, la cooperativa romagnola è leader in Italia nel settore distilleria. Una diversificazione che consente a Caviro di inserirsi nel mercato dei farmaci, con la produzione – su tutti – di acido tartarico e delle “basi” alcoliche già addizionate di mentolo per il colluttorio Listerine, commercializzati dall’altro colosso Johnson & Johnson.

“In Francia vendiamo molti alcoli destinati alle liqueur d’expedition degli Champagne”, rivela Zinzani. Non ultimo il business del recupero degli scarti dell’attività di vigna, che consente a Caviro di produrre – oltre a derivati farmaceutici, alimentari e agronomici – anche energia.

Quella prodotta dal sito produttivo di via Zampeschi 117 sarebbe in grado di illuminare a giorno l’intera città di Forlì (120 mila abitanti). Energia che si tramuta in compost e fertilizzanti, chiudendo il cerchio col loro ritorno nelle vigne italiane dei soci. E allora tutto questo è slow, very slow o rock ‘n’ roll? Ai posteri l’ardua sentenza.

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Il Mercato dei Vini e dei Vignaioli Indipendenti sbarca a Roma

Saranno 212 i vignaioli indipendenti della FIVI che animeranno il Salone delle Fontane all’EUR sabato 13 e domenica 14 maggio 2017 per la prima edizione del Mercato dei Vini dei Vignaioli Indipendenti di Roma.

Un appuntamento realizzato in collaborazione con Daniele De Ventura di Little Market e fortemente voluto dagli stessi vignaioli, soprattutto per andare incontro a chi a causa della distanza non è mai riuscito a partecipare all’appuntamento di Piacenza di fine novembre. Ma che ha anche un valore istituzionale.

“Spostarsi verso sud per noi è una priorità – afferma Matilde Poggi, presidente FIVI – ma Roma ha anche un significato simbolico. È lì che hanno sede le istituzioni ed è lì che vogliamo far sentire sempre di più la voce degli oltre mille Vignaioli Indipendenti di tutta Italia”. La FIVI è infatti attualmente impegnata in un dialogo continuo con il Ministero, su temi quali il Dossier Burocrazia, la rappresentanza nei Consorzi di Tutela e i decreti attuativi del Testo Unico del Vino.

Quello di Roma sarà un vero e proprio mercato, un’occasione unica per ascoltare direttamente il racconto di chi tutti i giorni vive la vigna e si confronta costantemente con il territorio, per assaggiare i vini dalle mani dei vignaioli e acquistare le bottiglie (qui l’elenco dei vignaioli presenti).

Proprio per questo il pubblico troverà a sua disposizione carrelli e cestini: una formula già sperimentata a Piacenza, che ha incontrato il grande favore degli appassionati. Il Mercato dei vini dei Vignaioli Indipenenti sarà aperto al pubblico dalle 11.00 alle 19.00. Ingresso giornaliero 15 euro (ridotto per soci AIS – FIS – FISAR – ONAV – AIES e SLOW FOOD). Prevendite on line: https://goo.gl/dQEGNw


Mercato dei vini Roma in breve
Dove: Salone delle Fontane, Via Ciro il Grande, 10-12, 00144 Roma
Quando: sabato 13 e domenica 14 maggio 2017
Orario di apertura al pubblico: dalle 11.00 alle 19.00
Ingresso: € 15.00 comprensivo di bicchiere per degustazioni ingresso giornaliero.
I minorenni non pagano l’ingresso e non possono effettuare degustazioni


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Il Mercato dei Vini e dei Vignaioli Fivi sbarca a Roma: i vini da non perdere

Lo avevamo anticipato già il 28 novembre scorso, in occasione dell’appuntamento annuale di Piacenza 2016. Sabato 13 e domenica 14 maggio 2017, al Salone delle Fontane all’Eur, oltre 200 vignaioli aderenti alla Fivi, la Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti saranno i protagonisti del Mercato dei Vini di Roma. La prima assoluta per la combattiva federazione capitanata da Matilde Poggi.

Non un semplice banco d’assaggio (qui i vini da non perdere), ma un vero e proprio mercato in pieno “stile Fivi”, dove fondamentale è l’incontro e la condivisione. Due giorni dove il pubblico potrà incontrare vignaioli provenienti da tutta Italia, dialogare con loro, assaggiare i loro vini e acquistarli. A questo scopo saranno a disposizione cestini e carrelli.

“La scelta di fare un secondo Mercato a Roma – dice Matilde Poggi, presidente Fivi – nasce dalla volontà della Federazione di coinvolgere sempre più i produttori del sud d’Italia e dalla volontà di creare un’occasione di incontro tra i vignaioli stessi e gli appassionati del Mezzogiorno che magari non sono riusciti a partecipare a quello di Piacenza. Ci auguriamo che lo stesso spirito di festa e condivisione che si è respirato lì a novembre invada anche il Salone delle Fontane”.

L’immagine della locandina di questa prima edizione del Mercato di Roma è stata realizzata dall’illustratore torinese Marco Cazzato, già autore per FIVI di quella dell’edizione 2014 del Mercato di Piacenza. Gli orari di apertura del Mercato dei vini sono dalle 11.00 alle 19.00. Ingresso € 15.00 giornaliero (ridotto per soci AIS – FIS – FISAR – ONAV – AIES e SLOW FOOD).

IL MERCATO DEI VINI DI ROMA IN BREVE
Dove: Salone delle Fontane, via Ciro il Grande, 10-12, 00144 Roma
Quando: sabato 13 e domenica 14 maggio 2017
Orario di apertura al pubblico: dalle 11.00 alle 19.00
Ingresso: 15 euro, comprensivo di bicchiere per degustazioni (ingresso giornaliero)
I minorenni non pagano l’ingresso e non possono effettuare degustazioni

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Al via “TrentoDoc: bollicine sulla città”

Nella   cornice   rinascimentale   di   Palazzo   Roccabruna   –   sede   dell’Enoteca provinciale del Trentino – giovedì 17 novembre ad ore 18.00 prenderà il via per il dodicesimo anno consecutivo “Trentodoc: bollicine sulla città”, kermesse di   appuntamenti   e   degustazioni   riservata  alle  bollicine   del   metodo   classico trentino a denominazione di origine. L’evento è organizzato dalla Camera di commercio   di Trento, dall’Istituto Trento  Doc, dal Consorzio tutela   vini del Trentino in collaborazione con la Strada del vino e dei sapori del Trentino, la Strada dei Formaggi delle Dolomiti, la Strada della mela e dei sapori delle Valli di Non e Sole e con la partecipazione del Comune e dell’Apt di Trento. Dal   17   novembre   all’11   dicembre   da   giovedì   a   domenica   l’Enoteca provinciale del Trentino proporrà un fitto calendario di degustazioni,laboratori enogastronomici, menù a tema che faranno scoprire l’eleganza e la piacevolezza delle bollicine di montagna. Ogni sabato nella cucina dell’Enoteca un ristorante si cimenterà con l’abbinamento fra un presidio Slow Food locale e la collezione del Trentodoc. Si parte il 19 novembre dalle 19.00 alle 22.00 con un   menù   curato   dalla  Locanda   delle   3   chiavi   di   Isera  che   coniugherà broccolo di Torbole e metodo classico (su prenotazione, tel 0461/887101).

IL PROGRAMMA
Da Palazzo Roccabruna la manifestazione si irradierà in tutta la città e in tuttala   provincia   coinvolgendo   cantine,   bar,   ristoranti   con   eventi   culturali   ed enogastronomici, e perfino il  Muse  dove sabato 19 novembre ci saranno in degustazione ben 115 etichette. Quest’anno il Trentodoc sarà abbinato a tre originali   iniziative:  la   mostra   i   Foulard   delle   Montagne,   organizzata   a Palazzo Roccabruna da Cciaa e Museo montagna di Torino che espone circa 70 esemplari   d’alta   moda   a   tema   montano   dagli   anni   Trenta   ad   oggi.  La premiazione del Miglior sommelier d’Italia 2016 – Premio Trentodoc, domenica 20 novembre ad ore 10.30 al Grand Hotel Trento nell’ambito del Congresso   nazionale   e   del   concorso   organizzati   dall’Associazione   italiana sommelier.  Infine  La   via  del  Gusto, un’idea del Comune di Trento che  in occasione dei Mercatini di Natale trasformerà via Santa Trinità in un itinerario a tappe alla scoperta del gusto e dei sapori tipici. Grazie alla collaborazione con la Strada del vino e dei sapori del Trentino ben 14   locali   del   centro   città   organizzeranno  dal   19   novembre  all’11  dicembre Happy Trentodoc. L’aperitivo 100% trentino, un momento conviviale per far incontrare prodotti gastronomici tradizionali e bollicine.

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Approfondimenti

Mercato dei Vini Fivi 2016: 420 vignaioli ai nastri

Si avvicina il Mercato dei vini della FIVI, che si terrà a Piacenza sabato 26 e domenica 27 novembre 2016. Per la sesta edizione saranno, per l’esattezza, 421 i vignaioli presenti. Quasi un centinaio in più rispetto alla scorsa edizione. Una crescita di adesioni che sottolinea come il Mercato sia diventato ormai un appuntamento imperdibile, luogo d’incontro, di condivisione e di confronto con il pubblico ma anche tra i produttori stessi. Qui i vignaioli assieme ai loro vini portano la loro esperienza di vita. Ognuno bada al proprio pezzo di terra, interpretando il territorio a suo modo: chi segue la tradizione, chi la tradisce o la abbandona per poi farci ritorno, chi innova, sbaglia, gioisce e soffre. Ma il vignaiolo è il vero custode del vino: ogni suo bicchiere restituisce il territorio che lo ospita e la sua cultura. Per questo le quattro degustazioni in programma nei due giorni saranno condotte direttamente dai vignaioli, che presenteranno i vini e il lavoro dei loro colleghi.

LE DEGUSTAZIONI
Dal Trentino di Pojer & Sandri al Collio friulano di Edi Keber, dal lombardo Oltrepò Pavese di Lino Maga alla Calabria di Francesco De Franco: ogni terra si racconterà attraverso i vini del suo interprete d’eccellenza. Nel corso del mercato sarà assegnato il premio Romano Levi per il Vignaiolo dell’anno e consegnate le targhe FIVI ai nuovi punti di affezione, enoteche e ristoranti in tutta Italia che propongono in modo particolare i vini dei vignaioli e che possono esporre lo stemma dell’associazione nel loro locale. Saranno infine premiate le foto vincitrici del contest #chinonbeveincompagnia lanciato sui social media da FIVI. Le 5 migliori si aggiudicheranno un weekend enogastronomico e bottiglie di vino. Gli orari di apertura del Mercato dei vini sono: sabato dalle 12.30 alle 19.30 e domenica dalle 11.00 alle 19.00. Ingresso € 15.00 giornaliero (ridotto per soci AIS – FIS – FISAR – ONAV – AIES e SLOW FOOD – possessori del biglietto della manifestazione MareDivino 2016), € 25.00 il biglietto per i due giorni.

IL MERCATO DEI VINI IN BREVE
Quando: sabato 26 e domenica 27 novembre 2016
Dove: PiacenzaExpo
Orario di apertura al pubblico: Sabato dalle 12.30 alle 19.30 | Domenica dalle 11.00 alle 19.00
Ingresso: € 15.00 comprensivo di catalogo e bicchiere per degustazioni ingresso giornaliero, € 25,00 il biglietto per due giorni.
Ingresso ridotto: € 10.00 per soci AIS – FIS – FISAR – ONAV – AIES e SLOW FOOD – possessori del biglietto della manifestazione MareDivino 2016. Il socio deve mostrare tessera valida dell’anno in corso. I minorenni non pagano l’ingresso e non possono effettuare degustazioni.

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Terre di Vite: al Castello di Levizzano si incontrano vino e cultura

Contaminare per trasformare, perché la bellezza nasce dalla mescolanza.

Da questo assunto nasce la sesta edizione di Terre di vite, che torna al Castello di Levizzano Rangone il 12 e 13 novembre prossimi. Una sorta di viaggio in Italia tra i vini di ottanta produttori provenienti da ogni angolo del paese, ma anche tra cibo, arte e cultura.

Il calendario degli appuntamenti è ricco e prevede, oltre alla degustazione libera di centinaia di vini, una degustazione guidata dal direttore di Porthos Sandro Sangiorgi, una conversazione pubblica sull’alchimia -filo conduttore di questa edizione – tra lo stesso Sangiorgi e l’omeopata Claudio Colombo e un’esposizione delle opere del pittore emiliano Marino Lotti. A fare da colonna sonora alle degustazioni saranno nei due giorni di manifestazione le suggestioni irish del Greta folk Trio e le jam sessions in itinere degli Swingari.

Come nelle precedenti edizioni, Terre di vite non mancherà di valorizzare le offerte gastronomiche del territorio con banchi dedicati alle produzioni d’eccellenza della regione.

Contributo di ingresso 15 Euro + 5 Euro cauzione calice

Contributo ridotto (10 Euro) per i soci Ais, Onav, Fisar, Slow Food, Aies

PROGRAMMA DELL’EVENTO

Sabato 12 Novembre apertura banchi d’assaggio dalle 15 alle 21 Domenica 13 Novembre apertura banchi d’assaggio dalle 11 alle 20

SALA CONVEGNI

Sabato 12 Novembre dalle ore 13.00 – “Il principio vitale e la sua perdita di armonia” conversazione pubblica con il dottor Claudio Colombo condotta e curata dal direttore di Porthos Sandro Sangiorgi – Ingresso gratuito

SALA LABORATORIO DEGUSTAZIONI

Domenica 13 Novembre ore 15.00 – “I vini alchemici”, degustazione/seminario ideata e condotta da Sandro Sangiorgi. Sei vini in degustazione – Prenotazione obbligatoria all’email: info@divinoscrivere.it oppure tel: 338-5474185 Quota di partecipazione 40 € (sconti da applicare ai soci Ais, Fisar, Onav, Slow Food, Aies)

SALA ESPOSIZIONI

“L’alchimia dei colori” esposizione permanente delle opere di Marino Iotti

La bellezza, non la cerco lontana da me perché so che si trova intorno a me. L’incessante ricerca è il dato che caratterizza tutta l’opera di questo pittore reggiano; una ricerca in perenne divenire, uno studio appassionato dei sottili equilibri che il colore ed il segno possono ancora trasmettere. “Le opere di Marino Iotti continuano un’originale ricerca nell’affascinante dimensione dell’informale” (A. Bonito Oliva). www.marinoiotti.it

SALE VARIE DEL CASTELLO

Sabato 12, intera giornata – Incursioni sonore del Greta folk Trio (irish folk)

Domenica 13, intera giornata – Jam session itineranti degli Swingari (swing-kletzmer-manouche).

LE CANTINE PRESENTI

PIEMONTE

Cantine Del Castello Conti -Cantina Castaldi -Cantine Valpane-Carussin-Corte Solidale-Diego Morra-Enrico Crola-Marco Capra-Tiziano Mazzoni-Vigneti Massa

LIGURIA

La Pietra del focolare-Rosmarinus

LOMBARDIA

Alfio Mozzi-Ar.Pe.Pe.-Boffalora–Cantina Meneghelli-Cascina Clarabella-Fondo Bozzole-La Costa-Picchioni Andrea-Stefano Milanesi-Terrazzi Alti

VENETO

Bele Casel-Casa Belfi

FRIULI VENEZIA GIULIA

Luca Fedele-Villa Job

TRENTINO ALTO ADIGE

Cantina Bio Natura-Vallarom

EMILIA ROMAGNA

Antonio Aldini-Cantina Paltrinieri-Casalpriore-Claudio Plessi-Cardinali-Cavaliera-Dalla -erra e dal mestiere-Fattoria Moretto-Galassi Maria-Giovannini-La palazzona di Maggio-La Piana-Lodi Corazza-Lorenzo Maini-Maranesi-Maria Bortolotti-Montaia-San Polo-Sorelle -chiavi-Tenuta Stufanello-Tenuta Santa Lucia-Tenuta Vandelli-Terraquilia-Vigna Cunial-Villa Venti

TOSCANA

Antonio Camillo-Crociani-Fattoria San Vito-Il cerchio-Il Colle-La Piana Capraia-Roccapesta-Vini Apuani

LAZIO

Cantina del Tufaio-Merumalia

UMBRIA

La casa dei Cini

MARCHE

Fattoria Coroncino-Fosso dei Ronchi

CAMPANIA

Cantina Bambinuto-Fosso degli Angeli-Mila Vuolo

PUGLIA

Cantine Carpentiere-Dei Agre

BASILICATA

Cantina il Passo-Carbone Vini-Tenuta Marino

CALABRIA

Altomonte-Cantine Luca’-Cantina Viglianti-Tenuta Celimarro-Terre del Gufo

SICILIA

Cantine Edomé-Gabrio Bini-Paola Lantieri

SARDEGNA

Cantine Canneddu-Giuseppe Sedilesu

 

 

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Approfondimenti news

Salone del Gusto 2016, la Chiocciola inciampa a Torino. Mercato confuso, enoteca poco “Slow”

Volevamo sorvolare, sornioni. Ma l’amore per la verità, che è l’unico vero caposaldo di questo portale del vino e dell’enogastronomia italiana, ha avuto la meglio. Anche oggi. E allora non possiamo che commentare, anche noi di vinialsupermercato.it, l’edizione 2016 del Salone del Gusto di Torino. Partecipazione è in primis sinonimo di “acceso”, per tutti. Ci spiace dirlo, ma l’edizione 2016 del Salone del Gusto di Torino è parsa più una riedizione allargata di Cheese di Bra: mal venuta, confusa. Per carità, ottimo livello degli espositori confermata rispetto alle edizioni precedenti. Ma, per dovere di cronaca, il Mercato Slow al Parco del Valentino è parso un’accozzaglia di piccoli produttori (affiancati per la verità da marchi ultranoti) sotto gazebo tutti uguali, che poco potevano valorizzare l’esposizione e la spettacolarizzazione dei presidi Slow, apprezzata al Lingotto nelle precedenti edizioni.

Anche Slow Food cade, insomma, nell’errore della standardizzazione, tipica della più becera Gdo. Per non parlare dell’enoteca self service ‘meccanizzata’ a Palazzo Reale: quattro sommelier Fisar non fanno il ‘monaco’ davanti a una muraglia di sterili dispenser di vino, tristi e anonimi. Neppure se a pagargli lo ‘stipendio’ sono i soliti soloni di Slow Wine, la cui opera migliore, ultimamente, sembra la critica ai vini Lidl. In sintesi: che delusione, Slowfood. L’ennesima occasione persa da questo “movimento” che, negli anni, sta venendo meno in quanto a credibilità. Anche nella sua Torino.

Di fronte alle pompose dichiarazioni di Carlo Petrini, soddisfatto dalla riuscita dell’evento fuori dalle porte del Lingotto, rimaniamo perplessi. E con tante domande. Ma forse, nell’era 2.0 della comunicazione e del fast food, anche chi cammina Slow si accontenta di code chilometriche ai food track che sfornano comunissime piadine (ma Slow), comunissimi panini (ma gourmet), e comunissime birre (ma “artigianali”). L’ennesima dimostrazione che, a parole, son bravi tutti. L’insegna, che vale più dell’assortimento. Addio, Slow life.

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Al Mercato dei Vini Fivi verticale di Barbacarlo e Collio

Torna, negli spazi di Piacenza Expo di via Tirotti 11, sabato 26 e domenica 27 novembre 2016 la sesta edizione del Mercato dei Vini dei Vignaioli Indipendenti. La Fivi (Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti) è l’associazione che raccoglie e rappresenta i vignaioli che seguono l’intera filiera produttiva del vino: coltivano le vigne, imbottigliano il vino, seguendo e curando personalmente il proprio prodotto. Saranno circa 400 quest’anno i vignaioli, provenienti da ogni regione d’Italia, che durante i due giorni incontreranno il pubblico per far conoscere non solo i propri vini, espressione della terra che coltivano con passione, ma anche le proprie storie. Due giorni di festa dove si potranno assaggiare e acquistare i vini direttamente agli stand dei produttori, veri custodi del vino come espressione diretta del territorio e della sua cultura. Come l’anno scorso le quattro degustazioni proposte saranno condotte direttamente dai vignaioli. Un’occasione in più per conoscere il loro mondo attraverso gli occhi dei colleghi.

LE VERTICALI
Due le verticali previste, una di Barbacarlo di Lino Maga e una di Collio di Edi Keber e due degustazioni che sembrano un viaggio attraverso l’Italia, dal Trentino di Pojer e Sandri alla Calabria di ‘A Vita. Oltre al vino si potranno degustare le specialità gastronomiche degli Artigiani del cibo, ancor più numerosi rispetto all’anno scorso, che porteranno salumi e formaggi, pani, dolciumi e specialità gastronomiche da diversi angoli d’Italia. Durante la manifestazione verrà consegnato il Premio Romano Levi, giunto alla terza edizione, al Vignaiolo dell’Anno e saranno premiate le foto vincitrici del contest #chinonbeveincompagnia, indetto sui canali social della Fivi. Gli orari di apertura del Mercato dei vini sono: sabato dalle 12.30 alle 19.30 e domenica dalle 11.00 alle 19.00. Ingresso € 15.00 (ridotto € 10 per i soci Ais – Fis – Fisar – Onav e Slow Food).

GLI ORGANIZZATORI
La Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti (Fivi) è un’associazione nata nel 2008 con lo scopo di rappresentare la figura del viticoltore di fronte alle istituzioni, promuovendo la qualità e autenticità dei vini italiani. Per statuto, possono aderire alla Fivi solo i produttori che soddisfano alcuni precisi criteri: “Il Vignaiolo FIVI coltiva le sue vigne, imbottiglia il proprio vino, curando personalmente il proprio prodotto. Vende tutto o parte del suo raccolto in bottiglia, sotto la sua responsabilità, con il suo nome e la sua etichetta”. Attualmente sono quasi 1000 i produttori associati, da tutte le regioni italiane, per un totale di circa 10.000 ettari di vigneto, per una media di circa 10 ettari vitati per azienda agricola. 70 sono i milioni di bottiglie commercializzate e il fatturato totale supera 0,7 miliardi di euro, per un valore in termini di export di 240 milioni di euro. I 10.000 ettari di vigneto sono condotti per il 49 % in regime biologico/biodinamico, per il 20 % secondo i principi della lotta integrata e per il 31 % secondo la viticoltura convenzionale.

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Verona, “Le cucine del Soave” prima di “Soave Versus”

Se pensate che sia settembre “il vero” inizio d’anno, fa per voi lo speciale calendario ideato da Strada del vino Soave per trascorrere momenti di svago all’insegna del gusto. A settembre, infatti, debutta a Verona “Le cucine del Soave”, rassegna enogastronomica che, di mese in mese, fino a luglio 2017, farà conoscere territorio, prodotti e pietanze tipici di questo giardino vitato di oltre 6 mila ettari, che si estende nelle vallate collinari d’Illasi, Tramigna e d’Alpone, a breve distanza dalla città d’arte scaligera. Per una sera al mese, 11 ristoratori del territorio della Strada si cimenteranno in cucina per dare risalto alla stagionalità e alla varietà dei prodotti dell’Est Veronese. Co-protagonisti delle undici serate, saranno il vino Soave ed i viticoltori che lo producono, che avranno una ribalta speciale in occasione dell’inaugurazione della rassegna, prevista il 2 settembre a Verona alle ore 20 nel Palazzo della Gran Guardianel corso di una speciale anteprima di Soave Versus, l’evento cult del Consorzio del Soave, con un menù dedicato a “Garganega, Soave e torta Reciotina”, quest’ultima un dolce secco friabile a base di Recioto di Soave.

I PROTAGONISTI
A “Le cucine del Soave” saranno protagonisti di volta in volta i formaggi di malga ed il formaggio Monte Veronese (7 ottobre 2016, ristorante e albergo Tregnago 1908 a Montecchia di Crosara, vini Corte Moschina), l’olio extra vergine d’oliva (4 novembre 2016, ristorante Al Gambero a Soave, vini Cantina del Castello), il melo decio di Belfiore, presidio Slow Food (2 dicembre 2016, ristorante Soave Relais Castelcerino a Soave, vini Ca’ Rugate), le grappe e i distillati (5 gennaio 2017, ristorante hotel Sporting San Felice, liquori Distilleria Pietro Maschio, vini T.E.S.S.A.R.I.), i piatti della tradizione invernale a base di maiale (3 febbraio 2017, agriturismo Antica Corte Cason a Ronco all’Adige, vini Corte Mainente) e baccalà (3 marzo 2017, Antica Trattoria Fattori a Roncà, vini Antonio Franchetto) a quelli primaverili preparati con gli asparagi di Arcole (7 aprile 2017, Locanda del Borgo a Soave, vini Cantina di Soave) e il pisello Verdone Nano di Colognola ai Colli (5 maggio 2017, agriturismo Al Bosco a Colognola ai Colli, vini Agostino Vicentini) fino ad arrivare alle ciliegie(1 giugno 2017, agriturismo Corte Verzè a Cazzano di Tramigna, vini Casa Vinicola Bennati) e al prosciutto di Soave (7 luglio 2017, ristorante Bacco d’Oro a Mezzane di Sotto, vini Monte Tondo). Maggiori info: www.stradadelvinosoave.com, tel. 045.7681407.

SOAVE VERSUS
Inoltre, dal 3 al 5 e il 9 settembre torna a Verona Soave Versus. L’evento, organizzato dal Consorzio Tutela del Vino Soave in collaborazione con la Strada del Vino Soave, si tiene a Verona nel Palazzo della Gran Guardia. Dedicata alle migliori interpretazioni del vino Soave, allo stile e ai valori del territorio, la manifestazione vedrà la partecipazione di oltre 50 cantine selezionate con più di 200 referenze. Tema principale dell’edizione 2016 sarà il paesaggio, in omaggio al recente riconoscimento da parte del Ministero della politiche agricole delle “Colline Vitate del Soave” quale paesaggio rurale d’interesse storico d’Italia. Nelle tre serate, si avvicenderanno numerosi eventi, tra cui cooking show con chef di livello internazionale che faranno scoprire curiosità, prodotti, ricette e abbinamenti con i vini Soave, e cucina casalinga nel “Soave Desco”, vero e proprio ristorante all’interno della manifestazione che proporrà varie interpretazione di Soave in abbinamento ai piatti delle tradizione.

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Quatar Pass per Timurass: i migliori vini degustati tra i Colli Tortonesi

Slow Food Piemonte e Valle D’Aosta fa centro, un’altra volta. Si è conclusa con un successo la grande domenica tra le cantine della Doc Colli Tortonesi, lo scorso 19 giugno. Quatar Pass per Timurass, quarto appuntamento del ricco programma di Cantine a Nord Ovest, ha visto la partecipazione di 210 persone. E mentre la macchina organizzativa di Slow Food è già all’opera per il prossimo appuntamento (il 23 luglio per “Scopri il Canelli”, incentrato sull’Oro Giallo, il Moscato d’Asti) Leo Rieser, responsabile eventi della banda piemontese della chiocciola, gongola per il risultato raggiunto. “E’ stata l’edizione di Quatar Pass per Timurass di maggiore successo – evidenzia – pur essendo questo appuntamento uno dei meno storici dell’intero candelario. Abbiamo incontrato persone che erano già state qui nelle edizioni precedenti, a dimostrazione della grande attrattività di questo territorio, che oltre al Timorasso offre grandi vini rossi e specialità gastronomiche eccezionali, come il formaggio Montebore e il salame Nobile del Giarolo”. Un ‘microclima’ particolare, dunque, anche per i rapporti tra viticoltori. “La peculiarità dei Colli Tortonesi – sottolinea Rieser – è che l’esponente d’eccellenza Walter Massa ha saputo recuperare un vitigno autoctono come il Timorasso e creare, assieme ad altri grandi pionieri della zona, un sistema di sincera collaborazione tra viticoltori. Una collaborazione fattiva, tutt’altro che di facciata. Non so quanto sia sincera o puramente provocatoria la dichiarazione che nel 2018 smetterà di fare vino, a voi rilasciata. Quello che mi sento di dire – conclude l’esponente Slow Food – è che qualsiasi cosa farà, la saprà fare benissimo. Walter Massa è un grande, non hai mai sbagliato un colpo. Ma è anche l’uomo dei grandi annunci, dunque staremo a vedere”.

CLAUDIO MARIOTTO

Non è iniziato da Walter Massa il tour di vinialsupermercato.it tra le cantine dei Colli Tortonesi. Bensì da un altro grande riferimento della zona: Claudio Mariotto. Lo abbiamo raggiunto nella cantina di strada per Sarezzano 29, proprio a Tortona, dopo aver ritirato il nostro calice al banchetto Slow Food allestito presso “Il Dì Cafè” di corso Leoniero, angolo piazza Duomo. Grande ressa già alle 11 alla cantina di Mariotto. “Il Timorasso – dichiara il viticoltore – ha fatto sì che un territorio pressoché sconosciuto avesse visibilità. Oggi il Timorasso è a New York, Tokyo, Londra e in tutto il mondo. in vigna l’attività viene portata avanti nel rispetto dell’ambiente, senza entrare però nella partitocrazia del mondo del vino di oggi: mi riferisco alle bandierine del ‘biologico’ o del ‘vino etico’. Facendo vino buono, senza avere soldi per fare pubblicità, si diventa dei riferimenti: il marketing nel vino si fa con le bottiglie buone, bicchiere dopo bicchiere. In una parola, il mio vino è vero”. Oltre a uno splendido Derthona 2010, vino delizioso che promette ancora parecchi anni di evoluzione in bottiglia, degustiamo Pitasso 2004: ottenuto dalla vigna storica di Timorasso, esposta a sud est sul territorio di Vho, colpisce per la potenza espressa dalla struttura, ma anche per le note fruttate che esaltano una beva lenta e voluttuosa, in un sorso che pare di glicerina pura. Le radici profonde della vecchia vecchia pescano gli elementi nutritivi da un suolo che regala un’espressione fantastica di Timorasso, da provare. Ottimi anche i rossi di Mariotto. La Freisa 2014 Braghé è un esempio di quanto questo antico vitigno autoctono piemontese possa essere (anzi debba essere) ulteriormente valorizzato in Italia e nel mondo. Un naso elegante e fine di rosa e piccole bacche rosse, precede un palato in cui le note fruttate di marasca e lampone – chiare, distinte, pulite – chiudono un sorso di grande corpo e sapidità. Chiudono il cerchio i vini Barbera di Mariotto, vero trait d’union di un terroir capace di regalare grandi bianchi, ma anche eccellenti rossi. Non a caso Poggio del Rosso è il vino preferito del viticoltore tortonese, quello che considera la migliore espressione della sua intera produzione. E non solo per una questione di cuore, dal momento che “Il Rosso” è il soprannome col quale veniva chiamato il padre Oreste. Il Poggio del Rosso affina 3 anni in cantina, per la maggior parte in rovere. Risulta così un vino dal tannino morbido ma vivace, impreziosito da note di ciliegia e cioccolato. Sentori terziari di grande pregevolezza già percepibili al naso: dalla cannella al tabacco dolce, dal caffè alla liquirizia.

LA COLOMBERA

Non è dello stesso impatto “emotivo” la visita all’azienda Agricola Semino Piercarlo “La Colombera” di strada comunale per Vho, 7, a Vho per l’appunto. Degustiamo Derthona e Il Montino, entrambi ottenuti da uve Timorasso. Viene proposta una mini verticale che mette in luce le grandi capacità di invecchiamento del vitigno, anche se i prodotti de La Colombera paiono meno ‘pronti’ in gioventù rispetto ad altri degustati domenica 19 in zona Tortona. Le annate 2014 e 2013 suggeriscono di bere Cortese piuttosto che Timorasso, per trovare soddisfazioni immediate sia al naso sia al palato. Merita invece una menzione il Derthona 2009: caldo, complesso, finalmente corposo e strutturato. Capace di regalare i tipici idrocarburi e sentori minerali del vitigno. Lascia perplesso il prezzo di vendita della vendemmia 2009 Derthona: soli 9 euro, a dispetto degli 8 euro delle vendemmie ‘giovani’. In una zona vinicola capace di fare squadra come in poche altre in Italia, una tale disparità di prezzi tra le stesse annate di diversi produttori rischia di sconcertare il consumatore. E deviarlo verso la ricerca del prezzo, più che della qualità. Un punto, questo, su cui devono lavorare in concerto i produttori di Timorasso, pur nell’autonomia delle singole aziende vitivinicole. Alla Colombera apprezziamo anche il naso di Suciaja, rosso ottenuto da uve Nibiò, vitigno autoctono dei colli tortonesi, ‘parente’ del Dolcetto. Ottimo invece nel complesso Arché 2011, altro vino rosso de La Colombera, ottenuto questa volta da uve Croatina. Dopo un breve appassimento sulla pianta, i grappoli vengono raccolti e vinificati. Il vino matura 14 mesi in tonneaux, regalando un naso speziato (pepe) e di piccoli frutti a bacca rossa. Al palato buona la struttura e il corpo: tannino piuttosto elegante e alcolicità sostenuta (14,5%) ma tutt’altro che fastidiosa, impreziosita da una sapidità non banale.

WALTER MASSA
Il filosofo del vino, il pioniere e marinaio che ha condotto Tortona a Hong Kong, passando per Londra, New York e Tokyo. Dire Timorasso senza citare Walter Massa è come parlare di calcio senza aver mai toccato un pallone. Lo raggiungiamo all’ora di pranzo nel suo quartier generale di piazza Capsoni 10, a Monleale. Quando arriviamo, Massa sta dicendo messa. E’ al centro di una lunga tavolata, affollata di ospiti che lo ascoltano come se stesse parlando il Messia. Perché Walter Massa è il verbo del Timorasso e il Timorasso è il verbo di Walter Massa. Per questo, chi non c’era, provi a portarsi a casa un Costa del Vento (dalla vendemmia 2014 in giù, finché il portafogli lo consente); o uno Sterpi 2013, un Timorasso che pare per certi versi Vermentino di Gallura. “Io prendo quello che la natura mi dà e cerco di portarlo in bottiglia”, dice Walter Massa mentre invita Pigi, la sua graziosa “badante”, a smettere di riempire i piatti di cassoeula e brodo con i ceci: “Sono qui per il vino, mica per mangiare!”. “Qui abbiamo l’acqua ligure, il vento piacentino, ma ci troviamo in Piemonte: siamo bastardi pieni”, scherza (ma non troppo) Massa, sollevando l’ilarità generale. E tra un sorriso e l’altro spuntano i vini rossi. E che rossi. Pertichetta 2010, 14,5%, ottenuto da uve Croatina, e soprattutto Bigolla 2001, 14,5% di Barbera granata, da definire con una sola parola: eccezionale.

OLTRETORRENTE
Dal mito alla new entry. Il passo è breve tra i Colli Tortonesi. Approdiamo così in via Cinque Martiri, a Paderna, dove Chiara Penati e Michele Conoscente, marito e moglie di 35 e 38 anni, sono espatriati da Milano per inseguire il loro sogno, dopo la laurea in Agronomia e diverse esperienze in aziende del settore. Tutto inizia nel 2010, con l’acquisto dell’attuale cantina su tre piani, un edificio storico nel centro del paese, parzialmente ristrutturato. Vengono condotte qui nei primi anni, per la vinificazione, le uve provenienti dal primo ettaro e mezzo di Oltretorrente, che prende il nome “da un romantico episodio di resistenza nell’omonimo quartiere di Parma – spiega Chiara – durante il ventennio fascista: alcuni abitanti, grazie a fantasiosi espedienti, fecero credere di essere armati fino ai denti, barricandosi in un palazzo e scacciando così le milizie. Un episodio che dimostra come, a volte, basta poco per fare le cose in grande e raggiungere grandi obiettivi”. In effetti la produzione di Oltretorrente è degna di nota. Oggi l’azienda può contare su un’altra struttura, sempre a Paderna, in grado di sostenere la lavorazione dei 3,5 ettari complessivi sin ora acquistati. “Si tratta di vigne vecchie – spiega Chiara – dai 20 anni ai 100 anni, con una media di 60”. Un aspetto fondamentale per comprendere la maturità di questa piccola ,e interessantissima realtà. In degustazione non troviamo (purtroppo) una grande varietà di prodotti. L’antipasto è il Cortese 2015, ottenuto dalla pressatura soffice delle uve intere, seguita da un affinamento di 8 mesi in acciaio sui propri lieviti, senza malolattica. Un’attenzione che offre un ottimo naso, fragrante, floreale e fruttato. Al palato vince invece lo spunto minerale, apprezzabilissimo. Sorprendente il Timorasso 2014, che regala note eleganti di fiori bianchi (camomilla). Al palato grande acidità e bel corpo, sorretto anche da una sapidità e da una mineralità che fanno presagire le grandi potenzialità del prodotto. Sulla via di una buona evoluzione anche il Timorasso 2013, l’unico in occasione di Quatar Pass a mostrare venature di uva passa e frutta candita. Buoni prodotti anche i due Barbera dei Colli Tortonesi, con quella Superiore (vendemmia 2012) che si eleva nettamente sulla prima per la grande pulizia delle note fruttate, sia al naso sia in bocca, impreziosite dalle spezie (liquirizia) e da un tannino levigato. “Accorpando vigne di anno in anno – annuncia Chiara – non siamo ancora riusciti a certificarci come produttori biologici, ma questo è il progetto per il futuro”.

POGGIO AZIENDA VINICOLA
Un capitolo a parte merita l’azienda vincola Poggio di Vignole Borbera, sempre in provincia di Alessandria ma all’estremo confine con la Liguria: per intenderci, siamo a pochi chilometri dall’outlet dell’abbigliamento di Serravalle Scrivia (buon motivo per combinare le due visite). Ci troviamo nella preziosa sottozona delle “Terre di Libarna”. Ezio e Mary Poggio, fratello e sorella, lui enologo, lei farmacista, rappresentano la terza generazione di una famiglia che vive nel mondo del vino da 50 anni, che da circa 15 anni ha iniziato a produrre in proprio, appoggiandosi anche su una filiera di piccole aziende agricole limitrofe, alcune delle quali condotte da giovani viticoltori. “Il Timorasso nasce qui come vitigno, in Val Borbera – sottolinea Mary – poi è stato portato nel Tortonese. A un certo punto scomparve per via delle malattie della vite e dello spopolamento delle valli, con gli abitanti della zona attirati dalle industrie, nelle grandi città come Genova, nel dopoguerra. Negli anni 90 Walter Massa ha avuto il merito di cominciare la riscoperta di questo autoctono. Noi siamo arrivati un po’ più tardi, nel 2002, avviando la produzione”. Nella Valle Borbera e nella limitrofa Valle Spinti, negli anni 40, c’erano 275 ettari di vigneto, tutti persi. Oggi in produzione ce ne sono una decina, tutti inseriti nella sottozona Terre di Libarna della Doc Colli Tortonesi. Quella della famiglia Poggio è stata una scommessa: “Abbiamo iniziato a impiantare Timorasso nella speranza che di lì a pochi anni fosse riconosciuta la Doc, altrimenti avremmo dovuto estirpare – sottolinea Mary -. Fortunatamente l’abbiamo ottenuta e abbiamo deciso di chiamare questa sottozona ‘Terre di Libarna’ in onore del sito archeologico di Libarna, che si trova a 4 Km da noi: un’antica cittadella romana, del II secolo avanti Cristo, che godeva di una fiorente viticoltura in Val Borbera e Spinti”.

I vigneti del Poggio si trovano tutti a un’altezza compresa tra i 450 ai 550 metri sul livello del mare. Le viti, come nel Tortonese, affondano le radici in un terreno argilloso e calcareo. Ma le grandi escursioni termiche permettono di produrre un Timorasso da degustare a tutti i costi. Diverso da quello di Tortona e Vho: un Timorasso dall’acidità ancora più spiccata. Con una gradazione alcolica inferiore anche di due gradi rispetto alla media tortonese, che si aggira sui 14 – 14,5%, compensata però da una balsamicità magicamente avvolgente. I risultati ottenuti dal Poggio dalla prima vendemmia del 2008, fa pensare ai coraggiosi Ezio e Mary che avrebbero potuto produrre con successo anche una versione spumantizzata. Ed è così che nel 2010 nasce Lusarein, ottenuto in purezza da uve Timorasso, raccolte precocemente, ottenendo una “base” da 11,5 gradi. Uno charmat d’autoclave lunga (6 mesi), imbottigliato a 12,5 gradi. Di colore giallo paglierino con riflessi verdognoli, Lusarein sfodera una spuma leggera con perlage fine e persistente. Al naso note minerali e agrumate. In bocca una sapidità piuttosto spiccata, cui fa eco un’acidità notevole: caratteristiche che invitano al sorso successivo, che si chiude con un retrogusto amarognolo. Ottimo come aperitivo, può essere abbinato a primi e secondi di pesce, ma anche alle carni bianche. Di Lusarein 2014 sono state prodotte 4 mila bottiglie. Ottimi, del Poggio, anche L’Archetipo e il Caespes, ottenuti sempre da uve Timorasso 100%. Caespes è il base, di cui degustiamo l’annata 2014, già pronta a sorprendere per la grande acidità che regala una beva facile, ma tutt’altro che banale. Si sale ulteriormente di livello con L’Archetipo 2013, dalla notevole vena balsamica, che diventa ancora più profonda e fresca nella vendemmia 2011, davvero degna di nota. Tutti vini ottenuti da rese per ettaro basse, sotto i 50 quintali. Un numero che, per la vendemmia 2015, è sceso addirittura a 35 quintali. Diciottomila le bottiglie prodotte complessivamente dal Poggio, tutte all’insegna di una grande qualità.

AZIENDA AGRICOLA RICCI
Di grande pregio anche la produzione dell’azienda Azienda Agricola Ricci, situata in via Montale Celli 9, Costa Vescovato. Una realtà alla quale ci siamo avvicinati in occasione del Vinitaly 2015. Carlo Daniele Ricci, il titolare, si è ormai specializzato nella produzione di un Timorasso senza pari. Il viaggio tra i sapori (e i colori) di questo uvaggio inizia con Terre del Timorasso 2013, vinificato in acciaio. Vino di un giallo dorato, sfodera un naso non particolarmente intenso, preludio tuttavia di un palato caldo e persistente. Si passa dunque a San Leto 2009, ottenuto mediante fermentazione e affinamento in acacio. San Leto 2006 stupisce per l’intensità olfattiva, che sfiora le tinte balsamiche. Giallo di Costa 2011 scorre nel calice tingendolo di un ambra allettante, che in bocca diventa piacere puro, tanto risulta morbido e rotondo il nettare, nonostante il calore dei suoi 14 gradi di alcol in volume. Giallo di Costa 2007, è l’eleganza fatta vino. E San Leto 2004 la ciliegina su una torta di una produzione di altissimo livello. “Lavorare bene in vigna – commenta il produttore Carlo Daniele Ricci – è il primo passo per ottenere vini di grande equilibrio. Conosco ogni singolo componente dei terreni che coltivo, avendo effettuato per anni delle ricerche accuratissime che mi permettono di capire come sarà il vino ancor prima di produrlo. Nell’area di produzione del Timorasso c’è grande rispetto per l’ambiente e unità tra produttori. Siamo partiti come carbonari, contro tutti i commercianti di vino e le cantine sociali. Dopo 20 anni di fatiche e battaglie, possiamo finalmente affermare che il territorio ce l’abbiamo in mano noi, produttori attenti alla terra e all’ambiente”. Quale immagine migliore per la Doc Colli Tortonesi?

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Timorasso, Walter Massa shock: “Nel 2018 smetto di fare vino”

Si scrive “Walter Massa”, si legge “Timorasso”. Anzi: oggi, più che mai, “Derthona”. Ma cosa succederebbe se il re del vino dei Colli Tortonesi decidesse di gettare la spugna?

La notizia shock in esclusiva al microfono di vinialsupermercato.it: “Non ci sto più dentro e nel 2018 cambio lavoro. Faccio ancora due vendemmie. Poi la mia azienda andrà avanti coi miei nipoti o con qualcun altro. Ma non vi dico che lavoro farò! Dico solo che devo prendere tanti voti per cambiare lavoro”.

Fermi tutti. Seduti. Un sorso d’acqua. Fatto? Bene. Flashback. Sulla terrazza di piazza Casponi 10, a Monleale, quartier generale alessandrino del vignaiolo che ha avuto il merito di rilanciare il Timorasso in Piemonte e nel mondo, sono da poco passate le 17.30 di domenica 19 giugno.

Un pubblico di appassionati di vino affolla la casa del guru in occasione di Quatar Pass per Timurass, la (riuscitissima) quarta tappa del tour organizzato da Slow Food Piemonte – Cantine a Nord Ovest. Strappiamo letteralmente Massa dalla ressa. E ci facciamo concedere un’intervista. Parliamo del rapporto tra vino e grande distribuzione. Un argomento su cui il re dei Colli Tortonesi mostra un’inaspettata apertura.

“Il mio è un progetto ambizioso e quindi cerco di stare sui canoni, come li definiscono quelli che hanno studiato, dell’horeca. Però il vino è un prodotto per il quotidiano, da sempre. E quindi va messo alla portata di tutti: va distribuito in maniera diligente e rispettosa. Ci sono dei supermercati che hanno fatto investimenti diligenti sul vino e io li rispetto tantissimo. Poi, finché riesco e se riesco, cerco di starne fuori. Ma apprezzo davvero chi ha fatto grandi sforzi per rendere alla portata di tutti i vini agricoli e i vini di qualità”.

“Siamo tutti uguali, la carne è debole. Quando vendi, quando tiri, quando sei di moda – ammette Massa – fai il fenomeno e magari ti permetti di dare il vino solo a chi te lo paga anticipato, alle grandi enoteche, ai ristoranti stellati. Poi, appena comincia a mancarti qualcosa o a entrarti in società qualcuno che preme per il fatturato e per il business, paventando la possibilità che l’azienda possa altrimenti chiudere, ti fermi un attimo e ti rendi conto che forse bisogna dire basta alla filosofia. E di filosofi siamo tanti, nel vino, in Italia”.

“Il vino – prosegue Walter Massa – deve essere sempre il seguito di un pensiero. Un pensiero che va sostenuto. Questo si ottiene solo con delle scelte e io ho fatto le mie: cerco di differenziare i prodotti, di tenerli sotto controllo… Poi sarà sempre la legge della domanda e dell’offerta, la legge degli uomini, la legge della fortuna a prevalere su tutto. Io penso di essere più che la mia fortuna, la fortuna di un territorio. Qui ho trovato tanti colleghi con cui ho un bel feeling e con cui sto cercando di recuperare un gap storico. A Savona, dieci anni fa, pensavano che a Tortona neppure si facesse il vino. Oggi, che si fa il vino a Tortona, lo sanno i salotti buoni che ci sono a Hong Kong, piuttosto che a Tokio, piuttosto che a New York o nel nord Europa”.

LA SVOLTA
Proprio per questo, secondo Massa, è arrivato il momento di svoltare. Di cambiare prospettiva. “Adesso – evidenzia – dobbiamo anche pensare a un Timorasso, anzi meglio a un Derthona, per tutti. Io ho fatto il Petit Derthona copiando dal Petit Chablis, perché voglio difendere al massimo il Timorasso”.

“Non voglio che il Timorasso sfuso sia alla mercé di gente che col vino centra come io centro con gli aeroplani. Come? Imbottigliandolo io, fino all’ultima goccia. Pensate che un Lugana sfuso vale 4,50 euro al litro, quando una Barbera del mio vicino di casa un euro al litro: questa è pazzia, è una cosa vergognosa. Non per il Lugana, ma per il Barbera”.

“Il Gavi sfuso – sottolinea Massa – vale 3 euro al litro! E io non voglio che il Derthona sfuso esista! Perché noi del Derthona siamo tutte aziende con un know how  in cantina per imbottigliare il vino e vogliamo far sì che, se il Derthona a casa mia esce a 10 euro, il Petit Derthona esca dalla mia cantina a 6 euro. E il consumatore, sugli scaffali, trovi il Petit a 7-8 euro, e il Derthona a 15-16 euro”.

Un’apertura alla Gdo? “Non nel mio caso – precisa Massa – perché il Petit Derthona è l’ultimo prodotto a cui io penso. Quando ho fatto tutte le selezioni per i cru e per il Derthona, quello che avanza diventa Petit Derthona. Lo dichiaro al mio distributore e mi auguro che lo gestisca come tale. Dobbiamo smetterla di fare i commercianti falsi, noi del vino”.

“Se finisco il mio vino e lo vado a comprare dal mio vicino – aggiunge Massa – finisce la filosofia, la poesia del vignaiolo indipendente. Il vignaiolo è indipendente quando può mandare tutti a cagare e andare al mare, la terza domenica di giugno. Non star qui a mendicare o a dare a retta a tutti. Lo faccio volentieri, ma il vignaoiolo indipendente è tale quando dice che va nella vigna e ci va davvero! Io vado in cantina, vado in vigna, vado in giro a raccontare fiabe ma, soprattutto, sono sempre in prima linea come uomo. La cosa è semplice: o siamo contadini, o siamo commercianti. Questo è quello che detesto del pianeta vino in Italia. La mia partita è fare il versus: versus Borgogna, versus Reno, versus Sancerre, versus Verdicchio, versus San Gimignano, versus Collio, versus Gavi. Io voglio che il Derthona entri nell’olimpo dei grandi bianchi del mondo”.

IN VINO POLITICA
Massa ha voglia di parlare e ci incalza con risposte sempre più piccate. Risposte che fanno solo lontanamente presagire un finale shock. “Come fondatore della Fivi (Federazione italiana vignaioli indipendenti, ndr) – continua il re dei Colli Tortonesi – assieme ad altri 300 grandi uomini italiani, alcuni grandi vignaioli e alcuni grandi del vino, ho dovuto fare esattamente come De Gasperi e Togliatti: per tenerci lontana la Russia abbiamo dovuto parlarci e inventare una Democrazia Cristiana che avesse dentro tutti. Dai latifondisti agli operai, dai cattolici ai partigiani. Dagli ex partigiani, ai fumatori e agli astemi! Quindi nella Fivi, per adesso, troviamo tutto quello che in Italia si chiama ‘Azienda agricola’, che comprende anche chi può fatturare il 49% del totale. E’ una cosa che, col cuore, definirei vergognosa. Ma con il cervello non posso che giudicare quale passaggio indispensabile. Adesso metteremo delle regole un po’ più rigide”.

“Io sono al quarto mandato – continua Massa – e al secondo da vice presidente. Il patto è quello di stringere le maglie. Perché io voglio lavorare per i grandi, non per i grossi. E i grandi sono anche quelli che hanno due ettari di vigna e fanno mangiare una famiglia intera, la loro. Facendo al contempo grande l’Italia intera nel mondo. Perché l’Italia la fa bella Salvatore Ferrandes, a Pantelleria, come la fa bella Anselmet o Lo Triolet, o Zidarich, o Dirupi. In Valle D’Aosta, nel Carso o in Valtellina. Ho messo in croce l’Italia, come piace a me metterla in croce”.

Ma è quando si parla di e-commerce che Walter Massa non ci vede più: “Se ti cercano, ti comprano, ti vogliono, perché nascondersi? Io, intanto, sto con chi, in Inghilterra, vuole uscire dalla Ue. Perché mandare il vino nella Ue è un lavoro, mandare il vino a Singapore, in Giappone, in Russia, in Norvegia è un gioco? Ti vessano, dicendoti che devi fare una bolla solo per far mangiare qualche essere dannoso all’economia e al Pil italiano. Per me il lavoro non è solo un diritto, ma soprattutto un’opportunità. E, quindi, noi dobbiamo far sì che il vino in Europa giri liberamente”.

“Disfiamo questa Europa – attacca Walter Massa – è ora di dire basta. O, piuttosto, rimettiamola a posto. Tutte queste barriere, tutta questa burocrazia, non è altro che una presa per il culo per mandare i D’Alema della situazione a prendere uno stipendio”. Fine del flashback. A questo punto Massa vuota il sacco. E fa presagire come Montecitorio (nome di un vigneto Massa) e Anarchia Costituzionale (nome di un suo vino), possano essere molto più di un messaggio subliminale.

“Di certo dico subito che non andrò con i Cinque Stelle – precisa il vignaiolo – anche se per Roma faccio il tifo per Virginia Raggi e non certo per Orfini. I partiti istituzionali vanno messi al loro posto, lasciando i bastardi, i falliti e quelli in via di fallimento a casa, al posto di farsi salvare come sempre dalla politica”. Il mondo del vino trema. E forse, da oggi, anche quello della politica. Situazione meteo: uragani su Roma, provenienza Piemonte.

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Il Festival Franciacorta torna a Bari

Sarà la Città di Bari ad accogliere il 16 Maggio prossimo la seconda tappa della stagione 2016 del Festival Franciacorta itinerante, l’appuntamento alla scoperta del vino prodotto col metodo della rifermentazione in bottiglia che in Italia e, sempre più, anche all’estero, è riconosciuto come uno dei più influenti ambasciatori del miglior Made in Italy. ”Bari è il riferimento privilegiato per le novità e le tendenze del ”buon gusto” che diventano poi motore di eventi e iniziative capaci di entusiasmare e coinvolgere non solo la Puglia ma anche le regioni limitrofe” – dichiara Vittorio Moretti, presidente del Consorzio Franciacorta. ”Sono certo che il calore della Puglia saprà accogliere il Franciacorta coinvolgendo il grande pubblico di appassionati, esperti, operatori, che fanno di questa regione una delle più rappresentative in materia di gusti e sapori”. Villa Menelao alle Cummerse sarà la prestigiosa location dove il Franciacorta si presenterà al pubblico di appassionati ed esperti: banchi d’assaggio, seminari e ventinove produttori, insieme ai migliori Sommelier Ais della Puglia, accoglieranno, dalle 18.00 alle 22.00, appassionati di vino, stampa, operatori del settore e curiosi per degustazioni delle tipologie: Brut, Extra Brut, Satèn, Rosé, Pas Dosé, Riserva. L’appuntamento sarà per tutti un’occasione per approfondire la conoscenza e il gusto del Franciacorta, ma anche di incontrare la cultura pugliese in una fusione di sapori e profumi, tradizione e innovazione, all’insegna della qualità e della raffinatezza. Due i seminari di degustazione previsti:

– 17.00 ”Franciacorta una terra un vino” – Degustazione guidata alla scoperta delle diverse tipologia di Franciacorta

– 19.00 ”La Franciacorta incontra la Puglia” – Degustazione guidata di tre tipologie di Franciacorta in abbinamento a tre eccellenze gastronomiche pugliesi.

Prenotazione obbligatoria, posti limitati.Per prenotazioni: http:/franciacorta.eventbrite.com. Per informazioni: eventi@franciacorta.net.

I banchi di assaggio per le degustazioni saranno aperti in due momenti distinti per stampa, operatori e visitatori:

• Dalle 16.00 – 18.00: ingresso riservato a stampa e operatori (accredito stampa a stampa@franciacorta.net)

• Dalle 18.00 – 21.30: apertura al pubblico (ingresso per il pubblico € 20; per i soci Ais, Onav, Fis, Slow Food e Fisar € 15).

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Vulcanei 2016: il 21-22 Maggio un ”eruzione” di vini al Castello del Catajo

I terreni vulcanici sono tra i migliori per la produzione del vino, capaci di regalare vini unici e di grande personalità, grazie alla presenza nel suolo di minerali in grado di trasferire alle vite sostanze importanti. Diverse le aree Doc italiane che possono vantare origini ”vulcaniche” tant’è che nel 2012 è nata addirittura un’associazone, ”Volcanic ”Wine”, dall’accordo tra Consorzio del Soave, Consorzi di Etna e Campi Flegrei, di Gambellara, del Bianco di Pitigliano, del Lessini Durello e dei Colli Euganei allo scopo di promuovere i vini bianchi da suolo magmatico. Diversi sono stati in passato gli appuntamenti nell’ambito del progetto di promozione di ”Volcanic Wines”, in Italia e all’estero e per, tutti i winelovers, il prossimo evento è previsto per il 21-22 Maggio a Battaglia Terme, in provincia di Padova. Un banco di assaggio con oltre 50 vini di suoli vulcanici sarà allestito nella suggestiva location del Castello del Catajo, Una delle più belle dimore europee, un monumentale edificio ricco di storia, fascino e leggende, costruito a partire dal XVI secolo da Pio Enea I degli Obizzi ,dimora unica nel suo genere che nel tempo è stata villa principesca, alloggio militare, cenacolo letterario e reggia imperiale. In degustazione vini dei territori dei Campi Flegrei – Colli Euganei – Etna – Frascati – Gambellara – Ischia – Lessini – Mogoro – Orvieto – Pantelleria – Pitigliano e Sovana – Soave – Tuscia – Vesuvio – Vulture, ma anche ospiti d’Oltralpe come Naturgarten Kaiserstuhl dalla Germania e Parc naturel régional des Volcans d’Auvergne direttamente dalla Francia. Il banco d’assaggio aprirà sabato dalle 15:30 alle 22:30 e domenica 22 Maggio dalle ore 10:30 alle 19:30. Per tutta la durata dell’evento saranno presenti con prodotti gastronomici numerosi produttori dell’area euganea tra cui alcuni presìdi Slow Food e altre rarità. Un originalissimo coffee corner completerà l’offerta. Laboratori di degustazioni guidati da un esperto daranno modo di scoprire e approfondire alcuni vini vulcanici locali, nazionali ed europei, per un confronto appassionante. Il biglietto di ingresso per il pubblico, acquistato in loco, è di 14 euro e comprende: calice e bisaccia, degustazione di tutti i vini, panificati e acqua, accesso al Giardino dei Giganti, accesso alla Sala della Pallacorda che accoglie vignaioli italiani e stranieri, accesso al portico adiacente la Sala della Pallacorda che ospita i produttori euganei ed accesso al Giardino delle Delizie e alla Grande Peschiera, oltre alla possibilità di visitare il Piano Nobile del Castello al prezzo scontato di 4 euro.

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Torna ”Asolo Wine Tasting” a Palazzo Beltramini l’8 Maggio

Domenica 8 maggio torna l’Asolo Wine Tasting. L’evento organizzato da Consorzio Vini Asolo Montello, giunta alla quinta edizione, si terrà ad Asolo, negli spazi di Palazzo Beltramini. I banchi di assaggio saranno aperti al pubblico

dalle 10.30 alle 19:00, l’evento è in collaborazione di Slow Food e di Ais Veneto. 26 i produttori del Consorzio presenti per far conoscere i segreti che rendono unici i vini dell’Asolo Montello, un territorio attento nei confronti della biodiversità e al recupero di varietà e tradizioni antiche. Ci sarà l’Asolo Prosecco Superiore DOCG nelle sue diverse versioni, in particolare l’Extra Brut – Asolo è l’unica denominazione nel panorama del Prosecco che può definire la tipologia Extra Brut nelle bottiglie prodotte con la DOCG – ed il ColFondo – il Prosecco rifermentato in bottiglia e senza sboccatura, come da tradizione di queste zone. Ci sarà anche la Recantina DOC, vitigno coltivato da quasi quattro secoli nel Trevigiano, praticamente scomparso all’inizio del Novecento, recuperato grazie a un lavoro di ricerca seguito dal Consorzio. Vini, quelli dei Colli di Asolo e del Montello, che nascono in luoghi in cui è tutelata la biodiversità, dove convivono boschi e fonti d’acqua, dove oltre alla coltura e la cultura della vite ci sono altri prodotti agricoli come patate, mele, ciliegie, piselli, fagioli e altri presidi di eccellenze gastronomiche. L’evento è aperto al pubblico. Il costo della degustazione dei vini sarà di 10 € comprensivo di tasca e bicchiere souvenir. Asolo Wine Tasting si potrà seguire anche sui canali social ufficiali del Consorzio attraverso gli hashtag #AsoloWT #proseccosegreto #vitignisegreti.

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degustati da noi vini#02 visite in cantina

Numeri da record per I Rossi del Rosa Slow Food: ecco la nostra selezione di Nebbioli

Il bel tempo e la ricollocazione della manifestazione a metà marzo aiutano Slow Food. Record di presenze domenica 20 marzo in Alto Piemonte per “I Rossi del Rosa”. La terza edizione della manifestazione organizzata da Cantine a Nord Ovest ha visto la partecipazione di 550 persone.

“Numeri alti – commenta Leo Rieser, responsabile Eventi di Slow Food Piemonte e Valle d’Aosta – che di solito riusciamo a raggiungere solo per gli eventi legati al Gavi, sulla cresta dell’onda ormai da 17 anni”.

Riflettori puntati per un giorno intero, dalle 10 alle 18, su ventidue produttori di Nebbiolo (e non solo) distribuiti in tre province: Vercelli, Novara e Biella. Tutti uniti dal rispetto per il territorio, vero mantra della Chiocciola. “Lo scopo – aggiunge Leo Rieser, nella foto sotto – era far conoscere l’Alto Piemonte e i suoi vini di qualità a un pubblico più vasto possibile, comunemente abituato a pensare solamente a Langhe e Roero.

I Nebbioli del Nord sono invece prodotti di grande qualità, che meritano certamente meritano assolutamente una simile ribalta. E adesso tocca al Giro del Nizza, in programma per il 17 aprile”.

Per esigenze espresse da alcune aziende agricole, numerosi produttori di Bramattera Doc hanno preferito darsi un punto comune di ritrovo. Il tour inizia proprio da Casa del Bosco, Biella, piccola frazione del Comune di Sostegno che ospita il Museo del Bramaterra.

Un vero e proprio mausoleo in cui sono conservati documenti storici sulla viticoltura locale, d’interesse anche didattico, oltre a strumenti antichi come il torchio, lo sgranatoio a mano, tini, gerle per la raccolta dell’uva e altri curiosi attrezzi d’epoca.

LE DEGUSTAZIONI
Dal sapiente blend tra uve Nebbiolo, Croatina, Bonarda (Uva Rara) e Vespolina, in percentuali definite dal rigido disciplinare, si produce il vino Bramaterra.
Le uve provengono dai vigneti di Roasio, Lozzolo, Sostegno, Villa del Bosco, Masserano, Curino e Brusnengo. Tra i vini in degustazione segnaliamo su tutti il Bramaterra 2012 dell’azienda vitivinicola Antoniotti Antoniotti Odilio di Sostegno.
Di un rubino brillante, trasparente come vuole la base Nebbiolo, offre al naso sentori floreali di viola e piccoli frutti di bosco. Il vino è stato portato sul posto dallo stesso produttore ed è ancora piuttosto freddo al momento della degustazione.
Ci mette un po’ ad aprirsi e sprigionare la carica dei terziari, copiosa: dal tabacco al cuoio, con una punta di pepe. Vino di corpo, rotondo, d’acidità spiccata ma ben vestita, fa registrare 14 gradi di percentuale d’alcol in volume. Evidenti i margini di miglioramento negli anni a venire.
Buono anche il Coste della Sesia Doc 2013 di Antoniotti: un base Nebbiolo (95%) cui viene addizionata ogni anno una percentuale differente di Croatina, Vespolina e Uva Rara che colpisce soprattutto per la persistenza e l’intensità retro olfattiva, oltre alla beva davvero elegante e fine. Ottimo il rapporto qualità prezzo: 18 euro per il Bramaterra Doc 2012, che scendono a 12 per il Coste della Sesia Doc 2013.
Restiamo invece soddisfatti ‘a metà’ dall’assaggio del Bramaterra Riserva 2007 de La Palazzina di Montà Leonardo (Roasio, Vercelli). Quarantotto mesi in legno utili a smorzare le spigolosità del Nebbiolo, riducendolo forse un po’ troppo: 12,5%, ottima acidità, ma un corpo che ci saremmo aspettati più ‘muscoloso’.
TRAVAGLINI GATTINARA
Si risale in auto con destinazione Gattinara. Il navigatore satellitare segna l’indirizzo di uno dei riferimenti della zona: l’azienda vitivinicola Travaglini di via delle Vigne 36. Si registra un po’ di ressa, ma l’ottimo staff accoglienza è svelto nell’organizzare i gruppi di visitatori.
Veniamo condotti nelle cantine, dove in gigantesche botti grandi di rovere di Slavonia riposa il prezioso nettare, che ha contribuito a diffondere il verbo dei Nebbioli del Nord Piemonte fuori dai confini regionali e nazionali.
La “base” Travaglini riposa 3 anni in legno, la Riserva 4. Si tratta di roveri presenti dal ’58 nelle cantine del fondatore Giancarlo. Il Gattinara 2011 sarà presentato al Vinitaly 2016. Per la nuova Riserva se ne riparla nel 2018. Tutti i vini della linea Travaglini, oltre alle botti grandi, subiscono una maturazione in barrique della durata variabile tra i 7 e i 9 mesi.
In questo caso si tratta di legni sostituiti ogni 3 anni. Più di mille barrique in bella mostra. E accatastate su un bancale “a testa in giù”, a riposare alla stregua dello Champagne nelle pupitres, si scorgono le bottiglie di Nebolè: è il Metodo Classico Travaglini.
Quarantotto mesi sui lieviti, anche per la 2011, seconda ‘edizione’ delle bollicine Nebbiolo 100% Extra Brut, made in Gattinara. Trentatré euro il costo, giustificato non solo dalla tiratura limitata (meno di 2 mila bottiglie) ma anche dal fatto che la vinificazione viene condotta ad Alba.
Il gruppo di visitatori viene dunque condotto nell’ampia sala di degustazione dei vini Travaglini, presenti anche in alcune enoteche della Gdo. Si parte dal Coste della Sesia 2014 (13,5%, 9,50 euro): rosso rubino intenso, al naso ribes, lampone; tannino vivo, grande acidità, che conferisce piacevolezza e freschezza a una beva morbida, rotonda. Il Gattinara “base” è invece della vendemmia 2010 (13,5%, 14,50 euro).
Di colore granato aranciato, al naso regala note minerali, floreali e fruttate. Aprendosi nel calice dona il meglio di sé: liquirizia dolce, cuoio. La grande acidità e freschezza in entrata fa spazio alla sapidità finale, sostenuta da un tannino vivo, elegante. Tre Vigne 2010 (13,5%, 22,30 euro) è il vino più ruffiano della Travaglini. Quello che, per intenderci, fa strage di donne e giovani.

Il prodotto più beverino della linea, ottenuto da tre microclimi differenti di Gattinara. Tre vigne, appunto, il cui frutto viene sapientemente mixato.

Un vino di più facile e immediata lettura, con le sue note fruttate (bacca rossa) e balsamiche, tra le cui righe scorgiamo anche una parte ‘vegetale’, che ricorda il rosmarino, e una curiosa nota dolce di cipolla caramellata, a fare da eco alle note speziate di cuoio e liquirizia.

L’acidità spiccata lo rende vino capace di maturare ancora per diversi anni. Finiamo in bellezza, quasi ad occhi chiusi, con Il Sogno 2010 (15,5%, 49,50 euro), il vino da uve appassite di Travaglini, in stile “Sforzato” o “Amarone”. Lo spettro gusto olfattivo impressiona e la maggior parte dei sentori offrono corrispondenza.

Si va dalla prugna all’albicocca sciroppata, per passare alla scorza d’arancia in confettura e all’uvetta sotto spirito, sino a sentori più complessi e speziati come cannella, chiodi di garofano, curcuma. Cento giorni sui graticci ad appassire per le uve 100% Nebbiolo stramature, poi sottoposte a 4 mesi di rovere. Vino sontuoso da meditazione, o da accompagnare al dolce, registra una straordinaria persistenza.

ANZIVINO
Nel cuore di Gattinara, facciamo dunque visita alla Anzivino Viticoltori. Un’azienda relativamente giovane, fondata nel 1998 da due milanesi, Emanuela e Sabrina, che hanno deciso di dare una svolta alla loro vita, ridando lustro a una vecchia distilleria chiusa da anni a Gattinara, trasformandola in azienda vitivinicola.
Marco, del servizio accoglienza, guida i suoi ospiti in un viaggio tra i vini Anzivino che ci porta a segnalare, su tutti, il Bramaterra Doc 2013: 60% Nebbiolo, 30% Croatina e un 10% tra Uva Rara e Vespolina.
Possiamo definirlo in assoluto il miglior Bramaterra in degustazione nella giornata, in termini di prontezza e potenzialità future. Di colore rosso rubino tendente al granato, offre un olfatto intenso, florale di viola e fruttato di lamponi e ribes.
L’affinamento di 24 mesi, di cui almeno 18 in legno, dona complessità a un nettare che assume tinte eteree e regala sentori di vegetali di rosmarino, salvia, mentuccia e speziati di cuoio e liquirizia. Un vino di corpo e struttura, eppure morbido, rotondo, molto fresco e di buona sapidità.
Al cospetto del Bramaterra Doc Anzivino rischiano di finire in secondo piano i due Gattinara, anche se la Riserva merita più d’una menzione. Interessante anche il Faticato Coste della Sesia Nebbiolo Doc 2007 Anzivino. Le uve provenienti dai vigneti più impervi, dopo la vendemmia arrivano in cantina e vengono delicatamente distese su graticci, sui quali appassiscono fino al mese di dicembre. La fermentazione avviene nei tradizionali tini di legno.
Il vino viene poi affinato in legno medio-piccolo di secondo o terzo passaggio per almeno due anni, con un ulteriore anno di riposo in bottiglia. Anzivino è stato il primo produttore in zona a pensare a un vino da appassimento che, per la vendemmia in degustazione, è stato sottoposto a una maturazione di 5 anni in rovere.
Ne scaturisce un vino sullo stile Sforzato-Amarone che si presenta nel calice d’un rosso rubino intenso con riflessi granati. Il profumo è invitante, complesso e intenso, ma al palato lo avremmo preferito più strutturato e persistente. Il rapporto qualità prezzo (che si aggira attorno ai 24 euro), giustifica comunque il gap con il prodotto di riferimento per tipologia della zona, Il Sogno di Travaglini (49,50 euro).
IOPPA
Dopo un tour alla Cantina del Castello Conti di Maggiora (Novara), pittoresca location che non riusciamo ad annoverare tra le più memorabili, in termini di prodotti offerti in degustazione, ci spostiamo in quella che, a conti fatti, risulterà la vera “sorpresa” della giornata. Parliamo dell’azienda vitivinicola Ioppa Fratelli Gianpiero e Giorgio di Romagnano Sesia, Novara.
Qui a guidarci c’è il giovane Luca, settima generazione di una famiglia di agricoltori di cui si hanno tracce già a partire dal 1852. Siamo al cospetto di un’attività agricola che ha saputo riconvertire la produzione dal cerealicolo al vitivinicolo. Un processo iniziato a metà degli negli anni Novanta, che ha portato i terreni vitati della Ioppa a crescere dai 7 ettari degli dell’anno 2000 agli oltre 20,5 ettari attuali.
E un alto ettaro e mezzo è pronto per essere impiantato durante la Primavera 2016, con l’obiettivo di raggiungere i 30 ettari complessivi entro i prossimi 10 anni. Luca Ioppa mostra le aree di produzione della cantina. Una cantina proiettata principalmente al mercato estero.
“Produciamo complessivamente circa 140 mila bottiglie – spiega il giovane viticoltore -. La parte del leone è riservata al Nebbiolo Rosato, con 65 mila bottiglie. Si tratta del prodotto più apprezzato nel nostro mercato di riferimento, la Norvegia”.
Di recente stiamo entrando anche in Svezia, mentre siamo già presenti e strutturati in Paesi come Stati Uniti e in Giappone”. In Italia, Ioppa si è di recente slegata da un canale di distribuzione horeca della zona, affidandosi a una rete interna di rappresentanti. Una scelta dovuta alla necessità di legarsi a doppio filo con la ristorazione locale”.
Dopo il tour della cantina ci concentriamo su una degustazione che lascia il segno. A sorprendere è il vino bianco San Grato, di cui vengono prodotte 3 mila bottiglia. Si tratta di un vendemmia 2014 a base Erbaluce (60%), cui vengono addizionati un 30% Timorasso e un 10% Traminer aromatico. Le percentuali di uva variano di anno in anno, così come è variata la percentuale di alcol in volume, passata dagli 11,5 gradi della vendemmia 2014, ai 14% della vendemmia 2015.
Il San Grato Ioppa 2014 si presenta nel calice di un giallo paglierino con riflessi verdolini. Al naso richiami di pesca e frutta tropicale (ananas), ma è al palato che dà il meglio di sé: la sapidità accentuata è bilanciata dalla struttura conferita all’Erbaluce dal Timorasso. Ne scaturisce un bianco semplice ma di corpo, intenso e persistente nel retro olfattivo, che ci piacerebbe abbinare all’istante a un piatto di buon sushi o sashimi. Un vino base fuori dagli schemi, al costo di soli 5 euro: da provare.
Passiamo dunque al rosato Colline Novaresi Doc Nebbiolo Ioppa: un vino intrinsecamente legato al mercato cui è destinato, ruffiano, piacione, in cui la buona vena acida è smorzata da una percezione fruttata zuccherina. Piace ai norvegesi.
Ottimo invece il Ghemme Docg Bricco Balsina 2006, ottenuto da un vigneto con esposizione a sud-ovest situato nella zona più vocata del paese, denominata appunto “Balsina”, con un terreno alluvionale ricco di sali minerali che consente alle radici di scavare in profondità, alla ricerca dei migliori elementi nutritivi.
Si tratta di un blend Nebbiolo (85%) Vespolina (15%), invecchiato 4 anni in legno, di ottima mineralità e acidità, che si distingue per struttura, corpo e persistenza. Ne vengono prodotte 3 mila bottiglie.  Degno di nota anche Stransì (2000 bottiglie), il passito di Vespolina di casa Ioppa, unico produttore che lo realizza con questo uvaggio autoctono.
Un vino dolce, da dessert, che si presta anche all’abbinamento con il gorgonzola piccante. La Vespolina, uva tannica e strutturata, conferisce tali caratteristiche anche al passito in questione, che risulta tutt’altro che stucchevole. Chapeau. Viene prodotto ininterrottamente dal 2005.
“Mio padre e mio zio – spiega Luca – si ricordavano che mio nonno, loro padre, durante il periodo delle feste di Natale era solito portare in tavola un vino dolce, ottenuto da una produzione ad hoc. Da questa tradizione è nata l’idea di un vino passito ottenuto dalle prime uve raccolte dal 10 al 15 settembre, dunque con un grado di acidità che consenta l’invecchiamento, lasciate appassire fino alla fine di febbraio.
Da 100 chili d’uva otteniamo 10-15 litri di vino, a dimostrazione della grande ricercatezza che cerchiamo di conferire al prodotto. In seguito alla fermentazione – continua Luca Ioppa – il vino viene invecchiato in legno. Raggiunge i 15-16 gradi e, attualmente, abbiamo in legno la vendemmia 2008, che presto sarà imbottigliata”.
Degli Antichi Vigneti di Cantalupo (Ghemme) abbiamo già speso “ampie” pagine del nostro wine blog. E per chi ancora non lo conoscesse, invitiamo tutti i winelovers a visitare il regno dell’immenso Alberto Arlunno, uomo di grande cultura e profonda sensibilità, ben oltre il mondo del vino. Qui, invece, il nostro reportage dalla cantina Nervi.
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Slow Food e Ais Veneto insieme per Asolo Wine Tasting

Una giornata per scoprire i segreti che rendono unici i vini dell’Asolo Montello: dalla tutela della biodiversità al recupero di varietà e tradizioni antiche. Domenica 8 maggio torna Asolo Wine Tasting, la quinta edizione dell’evento organizzato dal Consorzio Vini Asolo Montello dedicata alla valorizzazione dei vini del territorio. L’appuntamento è nel borgo medievale di Asolo (Treviso), all’interno della Sala Comunale di Palazzo Beltramini, dalle 10.30 alle 20:00 con la collaborazione di Slow Food e di Ais Veneto. Nella giornata di domenica 8 maggio, tra i banchi di assaggio dei produttori partecipanti, i visitatori potranno scoprire attraverso i vini, tutti i segreti di questa zona vitivinicola. In particolare si potrà scoprire l’attenzione nella tutela della biodiversità: i Colli di Asolo e del Montello sono luoghi integri, dove convivono boschi e fonti d’acqua, dove oltre alla coltura e la cultura della vite ci sono altri prodotti agricoli come patate, mele, ciliegie, piselli, fagioli e altri presidi di eccellenze gastronomiche. Si potrà conoscere inoltre l’Asolo Prosecco Superiore Docg nelle sue diverse versioni, in particolare l’Extra Brut – Asolo è l’unica denominazione nel panorama del Prosecco che può definire la tipologia Extra Brut nelle bottiglie prodotte con la Docg – ed il ColFondo – il Prosecco rifermentato in bottiglia e senza sboccatura, come da tradizione di queste zone. Non solo, tra gli stand anche i vini prodotti in seguito alla ricerca sui lieviti autoctoni del territorio. L’evento è aperto al pubblico. Il costo della degustazione dei vini sarà di 10 euro, comprensivo di tasca e bicchiere souvenir.
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Svolta estera per la Strada del Vino Soave: il turismo agricolo è la nuova frontiera

L’Italia offre da nord a sud tanti itinerari artistici, storici ed enogastronomici che attirano da sempre numerosi visitatori. Il territorio di Soave, nella provincia di Verona, con le sue colline e la sua posizione strategica, facilmente raggiungibile grazie ai collegamenti autostradali e su rotaia è una destinazione sempre più ambita da turisti
italiani, ma soprattutto da tedeschi e nord europei. Ed è proprio nell’ottica di portare sul territorio più stranieri che Paolo Menapace, presidente dell’Associazione Strada del vino Soave, ha incaricato l’agenzia veneziana Acquaforte Travel di realizzare pacchetti turistici ad hoc nelle terre del Soave. La zona è conosciuta all’estero soprattutto per il vino, ma vanta anche produzioni agricole eccellenti e di nicchia che possono essere un importante strumento di promozione. ”Desideriamo rendere sempre più variegata e qualificata la nostra offerta turistica, aumentare la visibilità delle nostre aziende agricole nei mercati esteri, promuovere i nostri prodotti a denominazione, scambiare conoscenze e informazioni tra professionisti del settore” ha affermato Paolo MenapaceAcquaforte Travel è un’azienda giovane, ma con una pluriennale esperienza nel settore dell’incoming in Italia. ”Chi viene in Italia vuole conoscere la storia, l’arte e la cultura, ma anche entrare in contatto con il territorio e le tradizioni gastronomiche del nostro Paese” hanno dichiarato gli operatori dell’agenzia che sono già all’opera per realizzare proposte di soggiorno  sulla Strada del vino Soave per la visita alle aziende agricole del territorio.
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Piemonte, alla Erede di Chiappone Armando rivive il vitigno autoctono Freisa d’Asti

Dall’alto della collina, sulla terrazza panoramica di Cascina San Michele, lo spettacolo è di quelli che mozzano il fiato. Vigneti che si perdono a vista d’occhio, baciati da un Sole che abbraccia l’intero arco alpino. Siamo in provincia di Asti, lungo strada San Michele, sopra Nizza Monferrato. Un antico borgo dove il tempo sembra essersi fermato, se non ci fosse il campanile di una piccola chiesetta a scandirlo di rintocchi.

Qui, il vignaiolo ed enologo Daniele Chiappone ha raccolto il testimone dello zio Armando, classe 1908, fondatore di quella che oggi è l’azienda vitivinicola Erede di Chiappone Armando. Una piccola realtà, che nel mondo globalizzato odierno si potrebbe ascrivere alla fantascienza.

Già, perché accanto a Daniele ci sono solamente il padre e la madre Diliana, oltre alla sorella Michela. In quattro, a dividersi la fatica e il sudore (ma anche le grandi soddisfazioni) di 10 ettari di vigneti di proprietà più 2 in affitto, situati nel circondario di Cascina San Michele.

Dodici ettari di passione, e una bella fetta di coraggio. Alla Erede di Chiappone Armando, mezzo ettaro è dedicato infatti a un vitigno autoctono piemontese, sempre più raro e prezioso: il Freisa d’Asti. Un uvaggio poco noto al ‘grande pubblico’, che regala tuttavia vini rossi fermi di grande carattere e pregio.

Nulla a che vedere, insomma, con quelli che giungono sulle tavole degli italiani grazie alla grande distribuzione organizzata, dove il Freisa è presente nella sua versione vivace (vedi il Duchessa Lia), rinfrescante e di facile beva. Sanpedra è il nome di fantasia che Daniele ha voluto dare alla sua Freisa d’Asti Doc.

Di colore rosso rubino con riflessi granati e viola, regala al naso sensazioni floreali e di erba, ben bilanciate con quelle di spezia. In bocca è un vino rotondo, di gran carattere, con tannini eleganti ed equilibrati. A guidare alla degustazione è praticamente l’intera famiglia Chiappone, nella sala ad hoc di Cascina San Michele.

L’annata di questo splendido Freisa è la 2009, dotata di gran carica alcolica: 14,5%. Delizioso l’accostamento di questa bottiglia alla selvaggina, ma anche alla carne cruda del posto, come l’incomparabile salsiccia di Bra battuta al coltello.

“La filosofia aziendale – spiega Daniele Chiappone – è quella di voler produrre vini di elevatissima qualità e personalità, che rispecchino le caratteristiche di tipicità del territorio. Questo in pratica si traduce in un lavoro meticoloso e tempestivo nella gestione del vigneto e nelle operazioni di vinificazione in cantina. Così facendo si vuole avere sempre il massimo di qualità nel vigneto, in modo da poterlo poi ritrovare in bottiglia”.

Il progetto per il futuro è quello di ampliare la superficie vitata, ma senza snaturare la filosofia ormai più che centenaria dell’azienda. “Seguiamo e seguiremo per la gestione della lotta ai parassiti vegetali e animali della vite un piano agroalimentare regionale di lotta integrata – spiega Daniele Chiappone – che prevede un continuo controllo sull’uso e sui quantitativi dei prodotti di sintesi da parte della stessa Regione Piemonte”.

Alla Erede di Chiappone Armando, oltre al fiore all’occhiello costituito dal Freisa d’Asti, tra l’altro segnalato dalla stessa associazione Slow Food per l’alto livello di qualità raggiunto, si coltivano principalmente Barbera, Dolcetta e Favorita.

Ottimo il Barbera d’Asti superiore Nizza Doc “Ru”, un vino nuovo dal momento che la sottozona di produzione Nizza è nata nel 2000, raggruppando 18 territori comunali con caratteristiche viticole omogenee. La Erede di Chiappone Armando produce poi “Brentura”, un Barbera d’Asti piacevole, con note di frutta fresca e acidità ben bilanciata, in cui spicca la “fruttosità” dei migliori Barbera. Anche il Dolcetto D’Asti “Mandola” è fruttato e presenta la tipica sensazione di mandorla, che conferisce morbidezza alla bevuta.
C’è poi il Monferrato bianco doc “Valbeccara”, che ricorda il Cortese e la Favorita. Ed è possibile trovare anche l’inconsueto rosso da tavola “Stagera”, un passito di Barbera: le uve, dopo un primo appassimento in vigna, vengono raccolte e fatte appassire ancora in cascina.
Ne scaturisce un vino di grande struttura, ottimo per l’abbinamento con i formaggi e la pasticceria. “San Michele” è il nome del vino aromatizzato Barbera Chinato, dolce e amaricante. Chiude il quadro la grappa di Barbera d’Asti Nizza, ottenuta per affinamento di vinacce Barbera Nizza in rovere francese: incredibilmente morbida, al naso regala frutta fusa a note di cacao dolce e vaniglia.
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