A S’Abba ‘e S’Alinu, il mare sembra destinato a rovesciarsi sulle montagne, da un momento all’altro. Quella linea blu sottile all’orizzonte sovrasta le cime e toglie il fiato, dall’omonimo vigneto di Antichi Poderi di Jerzu. Muovendosi verso gli 800 metri d’altitudine, pare d’essere immersi in una Jacuzzi. Con l’acqua salata pronta a riempirla in un baleno, scivolando dentro dai bordi. Giochi di prospettiva che abbracciano una terra dove tutto ha un nome. E dove ogni nome ha un perché. Come S’Abba ‘e S’Alinu: “S’Abba” è l’acqua di sorgente; “S’Alinu” è l’ontano, una pianta che cresce lungo i torrenti di cui ha sempre più sete questa terra.
Il sole di mezzogiorno – caldo, anche ad ottobre – accende le schegge di scisto ai piedi delle piante di Cannonau, tanto da farle somigliare a una distesa di cocci di vetro. Luccichii a intermittenza capaci di mescolare luoghi e memorie. Quello che potrebbe sembrare un angolo d’Alta Rioja, è invece il teatro dei più ambiziosi progetti della cooperativa di 408 soci distribuiti in una decina di comuni dell’Ogliastra, la costa e l’entroterra più selvaggio della Sardegna. Sette milioni di euro di fatturato e una ridistribuzione degli utili che, anche in tempi difficili per il mercato del vino, garantisce la sopravvivenza della viticoltura in aree a serio rischio di abbandono.
BACCU IS BAUS, BACCU S’ALINU E CINQUESSE: I CANNONAU DI PUNTA
«Grazie alla zonazione dei vigneti dei nostri soci – spiega con gli occhi persi all’orizzonte Franco Usai, direttore commerciale della 74enne cantina di via Umberto I – sono nati in passato vini come Marghia, Chuerra e Josto Miglior, dedicato al nostro fondatore. Da oltre cinque anni, il concetto delle macrozone si è evoluto. Siamo andati ancora più a fondo nell’analisi delle parcelle dei nostri Sardegna Doc Cannonau, individuando ulteriori eccellenze all’interno di ogni singola zona, come qui a S’Abba ‘e S’Alinu». Ecco dunque gli ultimi vini da “macro cru”. Ovvero Baccu Is Baus, Baccu S’Alinu e Cinquesse, la cui etichetta omaggia la nota artista sarda Maria Lai. «Il concetto di terroir – continua Usai – non è solo legato al suolo, ma anche alle competenze e all’interazione dell’uomo con la natura».
«Provo ogni volta delle emozioni nell’osservare colori e luci che si susseguono a perdita d’occhio, dal mare fino alla montagna, racchiudendo il senso del nostro territorio. In 15 minuti si può partire dalla spiaggia e arrivare alle sommità di un monte, incontrando sul tragitto i piccoli appezzamenti dei nostri soci». Un percorso che si traduce in una solida gamma di vini, territoriali e autentici. E in crescita qualitativa, di annata in annata, anche grazie alla consulenza dell’enologo Franco Bernabei. L’uso sempre più frequente del cemento e del legno grande, insieme al progressivo abbandono della barrique o a un suo utilizzo meno marcante, sta rendendo i vini di punta Baccu Is Baus, Baccu S’Alinu e Cinquesse vere e proprie gemme della Sardegna enoica.
ANTICHI PODERI DI JERZU: CANNONAU CERTEZZA, VERMENTINO FRONTIERA
Quello di Antichi Poderi di Jerzu è un puzzle bucolico che ha superato scossoni e burrasche tipiche di una terra da sempre sulla difensiva; mai abbastanza unita nel presentare all’Italia (figurarsi all’estero) le proprie eccellenze assolute. La cooperativa nuorese si è messa alle spalle il drastico calo delle superfici vitate della Sardegna degli anni Ottanta. Oggi è un autentico baluardo della grande tradizione vinicola sarda e del Cannonau, che guarda al Vermentino come nuova frontiera.
«I nuovi trend di consumo e la crisi generalizzata dei vini rossi – sottolinea il presidente Marcello Usala – non ci hanno toccato più di tanto. Il nostro Cannonau tiene, ma è importante pensare al Vermentino come a un’opportunità, in un’epoca in cui i vini bianchi vengono sempre più prediletti dai consumatori». Difficile, però, convincere i soci, in questa fetta di Sardegna legata a doppio filo al Cannonau. Le resistenze, certo, non mancano. Ma le azioni del management di Antichi Poderi di Jerzu sta dando i suoi frutti, coinvolgendo i viticoltori con ottime remunerazioni delle migliori uve a bacca bianca. Al punto che, al Vermentino, la cooperativa dedica ben tre etichette riservate all’Horeca.
La punta di diamante è Filare, ottenuto da una sapiente vinificazione in tonneau di rovere francese: un “SuperVermentino” che si regge sulla spina dorsale acido-sapida, lasciando al legno il ruolo di stratificare il sorso, ancora più gastronomico (tutt’altro che sbagliato osare nell’abbinamento con le carni bianche o la cucina orientale, speziata) e mostrando a tutti quanto Jerzu possa essere (anche) terra di ottimi vini bianchi. Alle sue spalle nella gamma Lucean le Stelle, volto agrumato, teso e sapido del Vermentino della Linea Il Fondatore. Un vino che chiama l’estate e, in cucina, i frutti di mare e i piatti di pesce. C’è poi Telavè (linea Selezione), che cattura l’attenzione col suo naso aromatico e convince con la freschezza di un sorso che invoglia la beva.
PODERI DI JEZU: PRIME PROVE SU UN (SORPRENDENTE) METODO CLASSICO
Se il terzetto del Vermentino è destinato a crescere in volume, un altro progetto potrebbe vedere la luce nei prossimi anni. Antichi Poderi di Jerzu sta infatti sperimentando, ormai da un quinquennio, sul Metodo classico. L’idea di inserire uno spumante nella gamma di vini della cooperativa stuzzica la presidenza e la direzione commerciale. Ma l’ipotesi di riversare sul mercato l’ennesimo spumante charmat generico, da un territorio che non vanta grandi tradizioni spumantistiche, non convince. Da qui la ferma decisione di virare su uno Champenoise, con affinamento sui lieviti medio-lungo. Guardando al Trento Doc denominazione italiana modello.
Il team enologico guidato da Franco Bernabei è andato tuttavia ben oltre, proponendo ad Antichi Poderi di Jerzu – al posto dello scontato Vermentino – due varietà di uva non certo avvezze alla Sardegna: Riesling italico e Petit Manseng. Il primo è diffusissimo in Oltrepò pavese, dove è vinificato con il Metodo classico dalla cantina Calatroni – l’etichetta è “Inganno 572”, Vsq Brut – con ottimi risultati. «Qui da noi matura benissimo», assicura il duo Usai-Usala.
Il secondo, più aromatico, è stato da poco ammesso alla coltivazione sull’isola e trova in Toscana un antesignano, ne “L’Eccezione” Brut Nature di Podere La Regola (ottenuto in realtà da una cuvée del “parente” del Petit Manseng, il Gros Manseng, con lo Chardonnay). Un’opportunità in più, il futuro Metodo classico di Antichi Poderi di Jerzu, per crescere all’estero rispetto all’attuale quota del 17%. Rafforzando un marchio che ha tutte le carte in regola per essere già considerato simbolo dell’isola, grazie a Cannonau e Vermentino.
Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, tra carta stampata e online, dirigo winemag.it. Collaboro inoltre come corrispondente per una delle testate internazionali più autorevoli del settore, in lingua inglese. Edito con cadenza annuale la “Guida Top 100 Migliori vini italiani” e partecipo come giurato ai più importanti concorsi enologici internazionali. Oltre alle piazze tradizionali, studio con grande curiosità i mercati emergenti, seguendone dinamiche, trend ed evoluzioni. Negli anni ho maturato una particolare esperienza nei vini dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa, tanto da aver curato la selezione vini per un importatore leader in Italia. Nel 2024 mi è stato assegnato un premio nazionale di giornalismo enogastronomico.
Quali sono i vini italiani più esportati dell’estate 2024 nei vari Paesi del mondo? A rispondere è l’Osservatorio Edoardo Freddi International, la prima azienda italiana di export management del settore vino, con un fatturato 2023 che ha superato gli 86 milioni di euro (+6% rispetto al 2022) e 35 milioni di bottiglie commercializzate soprattutto in Stati Uniti, Germania, Uk, Danimarca, Singapore, Belgio, Svezia, Polonia e Cina.
EDOARDO FREDDI: I VINI BIANCHI PIÙ ESPORTATI DELL’ESTATE 2024
Prosecco (Veneto)
Principale mercato: Uk Trend (giugno-luglio 2024 vs giugno-luglio 2023): crescita media a valore del Prosecco in generale è stata del +48% crescita media a volume del Prosecco in generale è stata del +35,6%
Asti Spumante (Piemonte)
Principale mercato: Russia Trend (giugno-luglio 2024 vs giugno-luglio 2023): crescita media a valore dei vini astigiani in generale è stata del +41,2% crescita media a volume dei vini astigiani in generale è stata del +29%
Trebbiano (Abruzzo)
Principale mercato: Germania Trend (giugno-luglio 2024 vs giugno-luglio 2023): crescita media a valore del Trebbiano in generale è stata del +15% crescita media a volume del Trebbiano in generale è stata del +7,5%
Pinot Bianco (Trentino Alto Adige)
Principale mercato: Usa Trend (giugno-luglio 2024 vs giugno-luglio 2023): crescita media a valore del Pinot Bianco in generale è stata del +13% crescita media a volume del Pinot Bianco in generale è stata del +6%
Metodo Classico (Nord Italia)
Principale mercato: Svizzera Trend (giugno-luglio 2024 vs giugno-luglio 2023): crescita media a valore del Metodo classico in generale è stata del +8% crescita media a volume del Metodo classico in generale è stata del +3,5%
Vermentino (Sardegna)
Principale mercato: Usa e Germania Trend (giugno-luglio 2024 vs giugno-luglio 2023): crescita media a valore del Vermentino in generale è stata del +8% crescita media a volume del Vermentino in generale è stata del +4,2%
Timorasso (Piemonte)
Principale mercato: Usa, Canada e Uk Trend (giugno-luglio 2024 vs giugno-luglio 2023): crescita media a valore del Timorasso in generale è stata del +7% crescita media a volume del Timorasso in generale è stata del +3%
EDOARDO FREDDI: I VINI ROSSI ITALIANI PIÙ ESPORTATI
Lambrusco – metodo ancestrale (Emilia Romagna)
Principale mercato: Svezia Trend (giugno-luglio 2024 vs giugno-luglio 2023): crescita media a valore del Lambrusco in generale è stata del +6% crescita media a volume del Lambrusco in generale è stata del +3,7%
VINO ITALIANO ALL’ESTERO: PAROLA AI DISTRIBUTORI
Edoardo Freddi International ha poi intervistato i suoi distributori stranieri per capire quali siano i vini italiani più apprezzati all’estero quest’estate. Tra i più richiesti svetta il Prosecco che conferma tutti i trend del 2024 essendo anche il vino italiano più esportato in assoluto con il 44% di preferenze. Lo Chardonnay viene quindi scalzato dal primo posto ottenuto l’anno scorso, ma resta saldo in seconda posizione (40%). Terzo nella graduatoria dei vini italiani più richiesti all’estero troviamo il Pinot Grigio che si conferma in classifica nel 2024 e raccoglie un buonissimo 30% di preferenze.
La posizione appena sotto al podio nel 2024 la occupa il Lugana che si conferma nell’elite dei vini italiani più apprezzati all’estero (22%). Il vino rosso emiliano è un altro dei preferiti fuori dalla penisola grazie al suo gusto fresco e fruttato: il Lambrusco ottiene così un buon quinto posto nel 2024 con il 16% delle preferenze. Nella seconda metà della classifica troviamo, in ordine: Trento Doc (15%), Montepulciano (14%), Aglianico (11%), Vermentino (9%) e il Chianti Classico (7%).
L’XPORT DEL VINO ITALIANO NEL 2024: I CASI RUSSIA E GIAPPONE
«Nell’estate in corso – commenta Freddi – nonostante i problemi legati alle guerre e ai cambiamenti climatici, stiamo assistendo ad una crescita che varia dal +8% al +27% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno (giugno e luglio 2023 vs giugno e luglio 2024)». Dopo un 2023 da dimenticare (calo in valore del 7,3% e del 4,4% nei volumi dell’export dei vini italiani nei cinque principali paesi importatori, ossia Usa, Germania, Regno Unito, Canada e Giappone secondo l’Uiv), l’export di vini bianchi e dei vini rossi è ripartito nel primo quadrimestre del 2024 con alcuni numeri positivi e ha totalizzato, secondo i dati certificati dall’Istat, il +5,8% nei volumi e +7% nei valori (oltre 2,5 miliardi di euro). Ma la luce in fondo al tunnel è ancora lontana.
L’exploit dei primi mesi, soprattutto di gennaio e febbraio, è dovuto quasi interamente alle richieste provenienti dalla Russia. Dal prossimo maggio saranno introdotte le nuove accise sugli alcolici e quindi i distributori russi hanno preferito anticipare i futuri aumenti di costi facendo una scorta di vini, in primis quelli italiani. Più o meno lo stesso ragionamento si può fare per il Giappone, l’altro grande acquirente dei vini italiani in questo inizio di 2024. Infatti anche qui una legge, in questo caso si tratta di una riforma dell’autotrasporto merci che imporrà un abbassamento della durata massima delle ore di lavoro di camionisti e corrieri, ha convinto i giapponesi ad importare molto più vino.
Tuttavia qualche spiraglio si è iniziato a vedere, in parte per i vini rossi per i quali il 2023 era stato veramente un ‘annus horribilis’, ma soprattutto per i bianchi e in particolare per le bollicine che nei primi tre mesi del 2024 hanno fatto registrare un +7,3% in volume (Uiv). Secondo l’ultimo report Mediobanca ci si aspetta un aumento del 6,8% nel 2024 rispetto al 2023 nell’export di questa tipologia di vini.
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È in Sardegna l’ultimo investimento del patron di Signorvino, Federico Veronesi, che da qualche giorno ha assunto il ruolo di amministratore delegato di Podere Guardia Grande, tramite la società Oniverse-Calzedonia (che controlla Signorvino). Una cantina interrata visitabile dal pubblico, con wine shop e vigneto a Guardia Grande, borgata del Comune di Alghero incastonata tra la baia di Porto Conte e Capo Caccia. Tre le etichette – Saldenya, Nascimento e L’Alghè, base Vermentino, Cannonau e Cagnulari -prodotte in una zona rimasta incontaminata e selvaggia, colorata da una terra argillosa di colore rosso mattone.
«Lavoreremo i nostri vigneti rispettando questo territorio generoso e unico – commenta l’ad della cantina Guardia Grande, Federico Veronesi – senza l’utilizzo di diserbanti chimici, come conseguenza di quello che dovrebbe essere ormai un “normale” approccio all’agricoltura. La priorità è farlo secondo i principi di sostenibilità, rispetto per il territorio, dedizione alla vigna: vorremmo offrire la possibilità di scoprire la bellezza e l’unicità della Sardegna, della splendida vista su Capo Caccia».
LA CANTINA GUARDIA GRANDE
Come spiega in una nota il gruppo Signorvino, il progetto della struttura Podere Guardia Grande, firmato dallo studio sardo Casciu – Rango architetti, contempla la fusione tra scenografici aspetti naturalistici e di produzione: il podere, infatti, si trova su uno dei rari promontori da cui è possibile godere della vista di Capo Caccia, di Porto Conte e della costa ad ovest. In questo territorio, cantina, vigneti e casa agricola godono di una componente scenografica unica: 25 ettari esposti alla luce e alla brezza di maestrale e salsedine su tutti i lati.
La struttura della cantina è articolata su tre piani collegati da una scala circolare e non sviluppati in altezza, ad eleggere il suolo come custode affidabile delle attività produttive. Una scelta che rinnova la promessa di rispetto per il territorio, che definisce una presenza che sa essere discreta, nascosta: un percorso in cantina che diventa così un viaggio al centro di Guardia Grande, nel suo stesso sottosuolo.
I SUOLI CHE CIRCONDANO GUARDIA GRANDE AD ALGHERO
Molto caratteristico è il colore rosso rubino presente nel calcestruzzo e negli intonaci materici. Una continuità col terreno circostante ma anche un richiamo al vino stesso. La volontà è stata quella di utilizzare materiali non lineari, a tratti quasi imperfetti, per dare un senso di movimento e vita che muta, matura col passare del tempo. «L’edificio – spiega Mario Casciu di Casciu-Rango architetti – si rifà alle forme razionali tipiche di questi luoghi, inserendosi nel paesaggio garantendo una continuità tra suolo e superfici verticali costruita nel rispetto delle cromie della terra: il persistente colore rosso violaceo delle argille siltose rimanda alla tradizione architettonica della bonifica e ai poderi e le case coloniche della vicina Fertilia».
L’unico piano fuori terra è la grande sala di accoglienza: una stanza vetrata circondata da un ampio portico affacciato sulla baia di Porto Conte, Capo Caccia, Porticciolo e il monte Doglia. Da questo spazio si accede al piano ammezzato, dal quale è possibile vedere i locali di lavorazione del piano sottostante. Al piano -2 c’è la macchina produttiva della cantina, con i locali di fermentazione e di affinamento delle uve, e le salette per degustazioni private a ridosso della barricaia. All’interno della cantina, al piano -1, c’è anche una sala multimediale completamente immersiva dove verranno trasmessi video e testimonianze sul territorio di Alghero.
Gli arredi interni portano la firma e il colore dello stilista e designer algherese Antonio Marras, con il quale si è scelto di collaborare al fine di creare una ancora più stretta sinergia col territorio. «Tutto intorno – evidenzia il gruppo Signorvino – è vegetazione in dialogo costante col mare, ripopolata laddove ve ne era mancanza come promessa ad un terreno che ha tanto da offrire e a cui si deve molto: vigne, piante aromatiche autoctone, vento e nuraghi sardi di calcare, pietra arenaria, trachite».
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La Top 10 Airbnb Italia relativa alle destinazioni più gettonate durante il periodo della vendemmia 2023 non lascia spazio a interpretazioni. A dominare la classifica della Categoria Vigneti è la Toscana, con la tripletta San Gimignano, Montepulciano, Greve in Chianti. Quarto, sesto e decimo posto per il Veneto, con Bardolino, Lago di Garda e Lazise, inframmezzati da Sicilia (quinto posto con l’isola di Pantelleria), Campania (settima con Vietri sul Mare), Sardegna (Bosa, ottava) e Umbria (nona classificata con Orvieto).
I dati, resi pubblici da Airbnb, riflettono le preferenze di una community cresciuta dal 2007 ad oggi ad oltre 4 milioni di host, che a loro volta hanno ospitato più di 1,5 miliardi di persone in quasi tutti i Paesi del mondo. In occasione dell’inizio della vendemmia 2023, la piattaforma ha tirato le somme sull’enoturismo in Italia, a poco più di un anno dall’introduzione della Categoria Vigneti. Le strutture immerse tra le vigne e nelle regioni vinicole italiane – come quella della foto di copertina dell’articolo, ma anche i numerosi casi di ospitalità offerta dalle cantine – hanno accolto 500 mila viaggiatori.
CATEGORIA VIGNETI: LA TOP 10 AIRBNB DURANTE LA VENDEMMIA 2023
La Top 10 di Airbnb certifica la supremazia della Toscana, sulla base del numero di notti prenotate all’interno della Categoria Vigneti tra il gennaio e il giugno 2023, con check-in tra l’agosto e l’ottobre 2023:
San Gimignano, Toscana
Montepulciano, Toscana
Greve in Chianti, Toscana
Bardolino, Veneto
Pantelleria, Sicilia
Garda, Veneto
Vietri sul Mare, Campania
Bosa, Sardegna
Orvieto, Umbria
Lazise, Veneto
«Da quando è stata lanciata – spiega Airbnb in una nota – il numero di alloggi all’interno della Categoria Vigneti in Italia ha raggiunto quota 11.500, tanti dei quali possono considerarsi “accessibili” in termini di budget. Infatti, il costo medio di un alloggio nei pressi di un vigneto in Italia si aggira intorno ai 170 euro a notte. Se si considera che la media dei viaggiatori per viaggio si attesta tra le tre e le quattro persone, un soggiorno di questo tipo costa dai 40 ai 60 euro di media a testa. Sono più frequenti i viaggi in coppia e in famiglia, arrivando al 65% delle prenotazioni totali».
Airbnb introduce la categoria “Vigneti”: enoturismo sempre più a portata di clic
Airbnb introduce la categoria Vigneti enoturismo sempre più a portata di clic. La novità riguarda anche le cantine con ospitalità in Italia
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È Cantina Santadi la Cantina dell’anno per la Guida Top 100 Migliori vini italiani 2024 di winemag.it (disponibile in prevendita a questo link). Cantina di Santadi si trova nel Sulcis, nella zona sud-occidentale della Sardegna, a pochi chilometri dalle meravigliose spiagge e dune bianche di Porto Pino. Nata nel 1960, assume un nuovo un nuovo volto con l’arrivo di un nuovo gruppo dirigente, che ne solleva le sorti sino a renderla un vanto non solo per la Sardegna, ma per l’Italia intera. Il vitigno Carignano è da allora al centro del progetto enologico, senza tuttavia trascurare i vitigni a bacca bianca tradizionali della Sardegna come Vermentino, Nuragus e Nasco.
Il desiderio di imporsi sui mercati con qualità è dimostrato dall’arrivo a Cantina Santadi dell’enologo di fama internazionale Giacomo Tachis, oggi compianto. Erano gli anni Ottanta. L’impronta lasciata dal creatore di vini icona dell’enologia italiana come Sassicaia, del Tignanello e del Solaia si fa ancora sentire a Santadi in vini come Terre Brune (primo vino barricato della Sardegna che in questa Guida si aggiudica 96/100, con l’annata 2019), Rocca Rubia, Noras, Araja, Grotta Rossa e Antigua, oltre che nei bianchi Villa di Chiesa, Cala Silente, Pedraia, Villa Solais e Latinia.
La cantina è presieduta dal 1976 da Antonello Pilloni, socio di Santadi dal 1974 e coadiuvato da un Cda che mira a dare all’azienda una forma «snella, dinamica e puntuale». Negli anni Duemila l’altra grande rivoluzione. Con l’obiettivo di produrre vini di maggior qualità viene costruito un moderno e funzionale laboratorio per le analisi, vengono implementati il reparto vinificazione, la sala barrique, il magazzino per il confezionato e vengono aggiunte una serie di vasche in cemento. Non viene mai dimenticato il rispetto e la tutela dell’ambiente e quest’ultima trance di lavori include un impianto fotovoltaico e un moderno depuratore. Cantina Santadi conta oggi 200 soci viticoltori che, insieme, coltivano 600 ettari di vigneto nell’areale del Sulcis.
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Il Cannonau di Sardegna Doc rosato 2021 Martis Sero di Vignaioli Cadinu è il Miglior rosato italiano 2023 per la Guida Top 100 Migliori vini italiani di winemag.it. Il riconoscimento va all’ultimo nato della cantina guidata dai fratelli Pino e Giovanni Cadinu, vignaioli interpreti della Sardegna più profonda, intima e autentica: quella di Mamoiada, in provincia di Nuoro.
Una tipologia non così nota fuori dall’isola, il Cannonau in versione rosata, che merita di essere scoperta. Nel calice, Martis Sero 2021 si presenta di un rosa salmone intenso, completamente penetrabile alla vista e di grande luminosità.
Al naso ricordi di piccoli frutti a polpa rossa, ribes, fragolina. Ampio il corredo di piante aromatiche tipiche della macchia mediterranea, su cui spicca il mirto. Splendido binomio tra morbidezza e carattere in un palato generosissimo, che si sviluppa fiero, su una perfetta corrispondenza gusto olfattiva.
IL CANNONAU MARTIS SERO, UN OMAGGIO A MAMOIADA
Frutta grande protagonista anche in chiusura, mentre la persistenza regala ritorni di mirto. Il risultato è una beva inappagabile, freschissima, che sfiora il balsamico. Un vino rosato, in definitiva, che parla di Sardegna, incollato com’è ai profumi e ai sapori tipici dell’isola.
La bottiglia degustata in occasione dei tasting alla cieca utili all’ingresso nella Guida Top 100 Migliori vini italiani di winemag.it è la numero 522 di 620. Di fatto, il Cannonau di Sardegna Doc 2021 Martis Sero di Vignaioli Cadinu è un vino prodotto in tiratura limitatissima, che si accosta a un’altra grande interpretazione del Cannonau di Mamoiada, vinificato in rosso (sempre in tiratura limitata).
Le vigne della cantina Vignaioli Cadinu si trovano in località Su Tutturighe, a 750 metri sul livello del mare. Colpo d’occhio unico sulle vallate circostanti e peculiarità altrettanto uniche per Cannonau della zona. La scelta dei fratelli Pino e Giovanni Cadinu è quella di produrre vini da viticoltura biologica, nel massimo rispetto dei pichi filari di vite ad alberello ereditate dal padre, nel 2019.
“Martis Sero”, che dà il nome sia al rosato che al rosso, è un altro segnale di attenzione al territorio di Mamoiada e al suo celebre Carnevale. Un omaggio a Juvanne Martis Sero, personaggio che incarna più di altri la sacralità del vino per i sardi, in occasione del Martedì Grasso.
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Operazione congiunta contro contro il falso formaggio Fiore Sardo da parte delle Fiamme Gialle del Comando Provinciale di Cagliari e dell’Ispettorato Centrale della tutela della Qualità e Repressione Frodi dei prodotti agroalimentari Icqrf del Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali, tra Sardegna e Toscana.
Nella rete delle forze dell’ordine, tra dicembre 2021 e marzo 2022 – la notizia viene data oggi, a conclusione dei rilievi processuali – sono finite oltre 67 mila forme di formaggio, presenti in diversi magazzini di stoccaggio dislocati in Sardegna e in un deposito in Toscana.
SEQUESTRATE 270 TONNELLATE DI FALSO FIORE SARDO
Il peso complessivo è stimato in oltre 270 tonnellate di pecorino generico, marchiato e proposto al mercato come Fiore Sardo. Se immesso sul mercato, avrebbe fruttato un guadagno indebito stimato pari a oltre 1,6 milioni di euro, frutto della notevole differenza di prezzo tra il Fiore Sardo e il pecorino comune.
Sette i produttori indagati per contraffazione di indicazioni geografiche o denominazioni di origina dei prodotti agroalimentari. Il prodotto non ha evidenziato danni alla salute o pericoli connessi al consumo alimentare.
LATTE TRATTATO TERMICAMENTE NEL FALSO FORMAGGIO DOP SARDO
La scoperta del falso Fiore Sardo è avvenuta nell’ambito delle attività a tutela del “Made in Italy”, volte a garantire la salvaguardia della qualità dei prodotti nazionali dalle frodi. A incastrare i produttori sono state le analisi del Laboratorio I.C.Q.R.F. di Perugia.
È stato così possibile acclarare, tra l’altro, l’utilizzo di latte trattato termicamente al posto del latte “crudo” prescritto dal disciplinare di produzione del formaggio sardo. Analisi confermate dal Tribunale del Riesame di Cagliari, che ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da tre indagati, per “carenza di legittimazione”.
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Bentu Luna, la nuova avventura della famiglia Moratti in Sardegna, è iniziata all’insegna di vini di carattere. Il Vermentino di Sardegna Doc 2020 Unda, presente nella Guida Top 100 Migliori vini italiani 2022 di WineMag.it, veste il calice di un bel giallo paglierino.
Al naso una gran concentrazione del frutto e una stratificazione rara. Si dipana tra note tipiche del vitigno (fiori e frutta bacca bianca) e ricordi agrumati. Un nettare che abbina morbidezza e sapidità in maniera ineccepibile. Lunghissima persistenza per il Vermentino di Sardegna 2020 Unda di Bentu Luna, ancora una volta nel bel gioco tra frutto e sapidità.
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Il Cannonau di Sardegna Doc 2018 Sanremy della cantina Ferruccio Deiana si presenta di un bel rubino luminoso. Al naso la mora di rovo, richiami di fiori come la rosa e la viola, fieno, spezia nera accennata.
In bocca il Cannonau Sanremy è teso e sapido, ma con ritorni riequilibranti della frutta già avvertita al palato. Vino di gran beva. Chiusura asciutta, su ricordi di carruba e un ritorno di tannino elegante.
Prezzo: 6 euro
Acquistabile presso: Carrefour, Nonna Isa, Superemme
Vini al supermercato è la rubrica dedicata al vino in vendita nelle maggiori insegne di supermercati presenti in Italia. Nella Gdo viene venduta la maggior percentuale di vino italiano. Qui potrai trovare recensioni, punteggi e opinioni sui migliori vini in vendita nella Grande distribuzione organizzata, valutati con cognizione di causa, spirito critico costruttivo e l’indipendenza editoriale che ci caratterizza. Inoltre, una rubrica sempre aggiornata sui migliori vini in promozione presenti sui volantini delle offerte delle maggiori insegne di supermercati italiani. Vini al Supermercato è la guida autorevole ai vini in vendita in Gdo, con una pubblicazione annuale delle migliori etichette degustate alla cieca dalla nostra redazione. Seguici anche su Facebook ed Instagram. Sostieni la nostra testata giornalistica indipendente con una donazione a questo link.
Qualità a buon prezzo per il Vermentino di Sardegna Doc 2019Su Puddu di CantinaAlinos. Un vino ben raccontato dalla grafica in etichetta, tanto accattivante quanto in grado di richiamare in maniera molto diretta il territorio di provenienza.
LA DEGUSTAZIONE
Nel calice, il Vermentino di Sardegna Doc 2019 Su Puddu di Cantina Alinos si presenta di un giallo paglierino candido. Naso elegante, dominato dal bel botta e risposta tra mineralità e macchia mediterranea. Si distingue nettamente il rosmarino, in un bouquet che comprende anche alloro e un tocco aromatico di salvia.
Nel quadro anche ricordi di frutta esotica perfettamente matura, agrumi e un bel profilo floreale fresco, di mandorlo. Al palato, Su Puddu 2019 ha tutto ciò che deve avere un Vermentino Doc. Ovvero agilità di beva, carattere, frutto e mineralità. Caratteristiche che si fondono perfettamente con la morbidezza glicerica, all’insegna dell’equilibrio.
Bell’allungo sapido, prima dell’altrettanto tipica chiusura giustamente ammandorlata, morbida. Un vino bianco perfetto a tutto pasto, che dà il meglio di sé sui piatti di mare, come le linguine allo scoglio. Perfetto anche in accompagnamento a zuppe di pesce della tradizione sarda, ligure o toscana.
LA CANTINA ALINOS
Cantina Alinos è una realtà famigliare della provincia di Olbia-Tempio, nella zona Nord-Est dell’isola, non lontano dalla splendida Costa Smeralda. Oltre al Vermentino di Sardegna Doc 2019 Su Puddu, l’azienda produce un Vermentino di Gallura Docg, denominato Ghisu, e un Cannonau di Sardegna Doc. L’obiettivo di Alinos è farsi portavoce dei vitigni e del terroir dell’isola e privilegiare l’agilità di beva.
Punti fermi imprescindibili, eppure non gli unici. Oltre alla tipicità dei propri vini, che richiamano in maniera netta il territorio isolano, questa piccola cantina di Olbia riesce a proporre sul mercato etichette dall’ottimo rapporto qualità prezzo. Il Vermentino Su Puddu ne è un fulgido esempio, con un prezzo che si aggira attorno ai 9 euro.
Winemag.it, wine magazine italiano incentrato su wine news e recensioni, è una testata registrata in Tribunale, con base a Milano. Un quotidiano online sempre aggiornato sulle news e sulle ultime tendenze italiane ed internazionali. La direzione del wine magazine è affidata a Davide Bortone, giornalista, wine critic, giudice di numerosi concorsi internazionali e vincitore di un premio giornalistico nazionale. Winemag edita inoltre con cadenza annuale la Guida Top 100 Migliori vini italiani. Winemag.it è un progetto editoriale indipendente e di elevata reputazione in Italia e in Europa. Puoi sostenerci con una donazione.
A partire dall’annata 2020, l’associazione di produttori di Mamojà metterà in vendita una bottiglia “istituzionale”, frutto delle uve di una singola vigna. «Ogni anno sarà data la possibilità ad un socio viticoltore di mettere in bottiglia il proprio vino», spiega il presidente Francesco Cadinu.
«Lo scopo di questo nuovo progetto – continua – è di incentivare sempre più i soci viticoltori a valorizzare il proprio prodotto e far nascere nuove cantine». L’ennesima conferma dello «spirito di unione e collaborazione per la valorizzare del territorio e del vino di Mamoiada», in una regione, la Sardegna, dove la voce dei Consorzi del vino è assente. E il marketing affidato ai singoli gruppi imprenditoriali, o alle singole cantine.
«In questi anni – ricorda l’associazione – l’approccio dell’Associazione Mamojà ha permesso uno sviluppo territoriale, economico e culturale. Con la nascita di numerose cantine e con la messa in bottiglia dei vini è avvenuta la vera rivoluzione consentendo ai vini di Mamoiada di presentarsi nel mondo del vino con un’identità precisa: quella del territorio».
Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, tra carta stampata e online, dirigo winemag.it. Collaboro inoltre come corrispondente per una delle testate internazionali più autorevoli del settore, in lingua inglese. Edito con cadenza annuale la “Guida Top 100 Migliori vini italiani” e partecipo come giurato ai più importanti concorsi enologici internazionali. Oltre alle piazze tradizionali, studio con grande curiosità i mercati emergenti, seguendone dinamiche, trend ed evoluzioni. Negli anni ho maturato una particolare esperienza nei vini dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa, tanto da aver curato la selezione vini per un importatore leader in Italia. Nel 2024 mi è stato assegnato un premio nazionale di giornalismo enogastronomico.
«La Granatza (Granazza, ndr) finalmente nel registro dei vitigni autorizzati dall’Agris Sardegna». A darne notizia è Mamojà, l’associazione di viticoltori di Mamoiada, che da anni valorizza la varietà, assieme al Cannonau. «È un vitigno raro quasi scomparso», spiega Mamojà.
«Siamo fieri di valorizzarlo e di averlo recuperato – commenta il gruppo di produttori guidati da Francesco Cadinu – grazie al lavoro fatto in questi anni insieme ai nostri vignaioli e vivaisti di fiducia». Si tratta di un’uva bianca coltivata soprattutto in Barbagia, Campidano e Baronia, conosciuta anche come Vernaccia o Vernaccina.
L’inserimento della Granatza / Granazza nel registro dei vitigni autorizzati in Sardegna è frutto di un lungo percorso, avviato nel 2017 per 16 vitigni autoctoni. L’iter per il riconoscimento delle sedici varietà sarde vede protagonista l’Agenzia di ricerca in Agricoltura Agris Sardegna nell’ambito del progetto Akinas, legato alla «rivalutazione di nuovi prodotti enologici della biodiversità isolana».
UN PERCORSO AVVIATO NEL 2017
«Molte di queste varietà sono antiche e presenti da tempo nell’isola – spiegava nel 2017 Gianni Lovicu, responsabile viticoltura di Agris Sardegna – per alcune di loro le prime tracce risalgono a tempi di molto antecedenti alla costituzione del Regno d’Italia. Questo le aiuterà ad uscire dall’anonimato e fornirà un contributo fondamentale alle aziende interessate a coltivarle e vinificarle». Al progetto hanno anche collaborato il Crea-Eno Centro per l’enologia di Asti e il ZooplantLab dell’Università Milano Bicocca.
Assieme alla Granatza / Granazza, ecco dunque Alvarega (uva bianca coltivata in particolare nell’Ozierese e nel Goceano, conosciuta anche come Gregu biancu o Barriadorgia); Licronaxiu (uva bianca coltivata in particolare nella Sardegna centroccidentale-Mandrolisai, Oristanese, Sulcis e Planargia, conosciuta anche come Remungiau o Llacconargiu); Monica bianca (uva bianca coltivata in particolare in Barbagia, Baronia, Marmilla e Logudoro, conosciuta come Pansale).
GRANATZA / GRANAZZA MA NON SOLO
Continua il percorso anche per Cannonau bianco (uva bianca coltivata principalmente in Barbagia e Ogliastra); Cannonau dorato (uva bianca coltivata principalmente in Barbagia e Campidano); Argu mannu (uva bianca coltivata in tutta la Sardegna); Caddiu bianco (uva bianca coltivata principalmente in Marmilla e Sarcidano); Crannaccia arussa (uva bianca coltivata principalmente in Marmilla e Sarcidano); Codronisca (uva bianca coltivata principalmente nel sud dell’isola, conosciuta anche come Bianchedda); Gregu nieddu (uva a buccia nera coltivata principalmente nel Sulcis e in Campidano).
E infine: Licronaxiu nero (uva a buccia rossa coltivata nella Sardegna centroccidentale-Mandrolisai, Oristanese, Sulcis e Planargia); Niedda carta (uva a buccia nera coltivata principalmente nell’alta Ogliastra, nel Sarcidano e nella Barbagia di Seulo); Apesorgia nera (uva a buccia nera in tutta l’isola); Axina de tres bias (antica uva a buccia nera coltivata principalmente nel sud dell’isola e in Baronia); Galoppo (tradizionale uva bianca coltivata in tutta l’isola).
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Il Mirto il Viaggiator Goloso è un’ottima opzione per il fine pasto o per l’aperitivo nel rapporto qualità prezzo, facilmente reperibile non solo in Sardegna ma in tutti i supermercati Unes e Iper La grande i, ben distribuiti su tutto il territorio italiano.
Nel calice si presenta del classico colore ambrato, scuro ma luminoso. Al naso tutta l’aromaticità e la speziatura freschissima tipica dei frutti del Myrtus. Si tratta di una pianta appartenente alla famiglia delle Myrtaceae, originaria della zona del Mar Mediterraneo, che dà bacche simili ai mirtilli, molto più carnosi, compatti e duri.
Non a caso il Mirto di Sardegna è il «liquore sardo per eccellenza» che il Viaggiator Goloso ha selezionato tra le sue specialità. Come consiglia Unes, è ottimo servito ghiacciato. Tra gli ingredienti acqua, infuso idroalcolico di bacche di mirto (alcool, bacche di mirto, acqua) e zucchero.
Ma cosa significa il Viaggiator Goloso? Si tratta di un marchio registrato di proprietà di Unes Maxi Spa di Vimodrone (MI) e costituisce il «viaggio che si realizza in tante tappe, frutto di una filosofia che nasce dall’idea di creare prodotti di qualità superiore offerti a un prezzo accessibile».
Col Mirto di Sardegna, obiettivo più che centrato. Un liquore prodotto per la nota insegna dall’azienda Fratelli Rau Snc nello stabilimento di Sassari, per la precisione nel quartiere Predda Niedda Sud.
Quella dei Fratelli Rau è una storia e una tradizione familiare che affonda le radici nel 1926. Da allora, tre generazioni si sono succedute alla guida della distilleria, sempre nel segno di uno stretto legame con la Sardegna per la preparazione di liquori, vini e dolci tipici sardi.
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Non siamo ancora ai livelli da primato della Sardegna, con 4.418 ettari. Ma la Toscana consolida sempre più il suo ruolo di seconda regione italiana per ettari vitati di Vermentino, grazie soprattutto alla Maremma.
Con 832 ettari in produzione nel 2021, il noto “vitigno di mare” è la prima varietà a bacca bianca della provincia di Grosseto e rappresenta oltre il 50% del Vermentino prodotto nell’intera Toscana. Più del doppio della Liguria, altra regione rinomata per la produzione del vitigno, le cui origini sono dibattute tra Portogallo e Spagna.
Dal 2006 al 2021 la crescita è stata esponenziale, passando dal 2,2% (138 ettari) al 9,5% del vigneto grossetano. Nel 2020 la produzione di Vermentino in Maremma ha rappresentato un terzo dell’intera vendemmia della Doc Maremma Toscana, con 1.722.400 bottiglie prodotte.
Un dato che ha portato il Vermentino Maremma Toscana Doc a essere la tipologia più imbottigliata (30% del totale) della Doc Maremma Toscana, superando il Rosso (28%).
«Sono sempre più convinto che il Vermentino Maremma Toscana Doc abbia le carte in regola non solo per posizionarsi tra i grandi vini bianchi del mondo, ma anche per competere con i grandi vini rossi della Toscana, diventando una delle maggiori chiavi di volta della nostra Denominazione», commenta Francesco Mazzei, presidente del Consorzio toscano che da anni punta molto su questa tipologia.
«Si tratta di un vitigno particolarmente versatile – continua – adatto alla produzione di vini sia freschi sia invecchiati. Questo, unito a un territorio ancora incontaminato e molto variegato, che va dalla fascia costiera fino alle Colline Metallifere e al Monte Amiata, e alle capacità dei singoli vitivinicoltori di esaltare in cantina le uve delle diverse zone, fa si che si possa avere una produzione in continua crescita qualitativa e di grande appeal per il consumatore».
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Solo vecchie vigne, da un minimo di 35 fino ai 115 anni di età, allevate anche ad alberello: Bovale sardo, Cannonau, Monica, Pascale, Cagnulari, Carignano e Barbera. Bentu Luna, il nuovo progetto enologico della famiglia Moratti al centro della Sardegna, si presenta sul mercato con questo primato invidiabile.
Un unicum in Italia, che dimostra l’attenzione di Gabriele Moratti e dell’ad di Stella Wines Gian Matteo Baldi nei confronti del grande patrimonio dei vecchi vigneti italiani, da preservare e valorizzare.
La cantina ha sede a Neoneli, in provincia di Oristano, mentre l’attività si sviluppa tra il Barigadu e il paesaggio policolturale del Mandrolisai, uno dei quattordici in Italia iscritti al Registro nazionale dei Paesaggi rurali d’interesse storico e l’unico della regione.
«I vigneti – spiega Gian Matteo Baldi – sono il frutto di una cultura millenaria rimasta pressoché invariata, fondata sul concetto di non proprietà e di naturale ereditarietà familiare che rischiava di essere abbandonata poiché non creava più reddito. Insieme ai contadini e agli abitanti di Neoneli abbiamo concordato per la gestione condivisa dei vigneti, così da integrare la manodopera e il sapere locale con le nostre competenze tecniche e tecnologiche».
La struttura organizzativa dell’azienda, come per la tenuta Castello di Cigognola in Oltrepò Pavese, si presenta snella e intergenerazionale, con giovani professionisti coadiuvati da consulenti esterni di caratura internazionale.
L’enologa in loco è Emanuela Flore, affiancata dall’agronomo Giovanni Bigot e da altri professionisti tra cui l’enologo Beppe Caviola come responsabile dei blend. Dalla gestione dei vigneti all’architettura della cantina, fino ai materiali utilizzati per il confezionamento dei vini, tutto è pensato in ottica di sostenibilità e risparmio energetico.
Al fine di tutelare l’integrità di suolo, piante e grappoli, all’interno della vigna non sono ammessi macchinari ma solo uomini e animali. La raccolta è manuale, così come la pressatura.
Ciascuna particella è vinificata separatamente all’interno di vasche in cemento crudo di piccole dimensioni, per rispettare le specificità di ogni microzona. Tutti i vini sono a fermentazione spontanea, con pied de cuve altamente selezionato e curato al fine di evitare problematiche.
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Capichera non è in vendita per 18 milioni di euro. La smentita ad alcune indiscrezioni di stampa arriva direttamente dalla cantina sarda situata ad Arzachena (SS), in Gallura. Che, anzi, rilancia il suo impegno nella produzione di alcuni tra i migliori vini della Sardegna.
“Quello che possiamo sottolineare ad oggi – sottolinea anzi sui social la cantina sarda – è che, anche nel terribile anno della pandemia 2020, siamo felici di aver esaurito la disponibilità di tutti i nostri vini in vendita, come da consuetudine ormai da anni e di aver ricevuto importanti premi e riconoscimenti in tutto il mondo”.
La smentita alle voci di una possibile vendita della cantina è netta: “È vero che nello scorso aprile abbiamo ricevuto da un primario operatore internazionale un’offerta d’acquisto per l’azienda di 18 milioni, ma è altrettanto vero che è stata prontamente rifiutata”, si legge nella nota affidata ai canali social ufficiali di Capichera.
Nel corso degli anni abbiamo costantemente ricevuto delle proposte di acquisizione ed è presumibile che ne arriveranno delle altre. Crediamo infatti che siano dinamiche abbastanza naturali nel mercato ed è per noi motivo di orgoglio, a distanza di 40 anni dalla fondazione di Capichera, ricevere ancora tante attenzioni e attestati di stima che evidenziano la qualità del nostro lavoro e il pregio dei nostri vini”.
“Ora – conclude la cantina di Arzachena – attendiamo, con l’entusiasmo e la passione di sempre, il confronto con i nostri clienti sulle prossime annate continuando a prenderci cura delle nostre vigne con dedizione e rispetto per la nostra meravigliosa terra Sarda e Gallurese, guardando al futuro con rinnovata fiducia”.
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C’è anche la voce più autorevole di Assoenologi, quella del presidente nazionale Riccardo Cotarella, nel coro che si solleva per la difesa del Cannonau della Sardegna. Se l’Italia recepisse senza colpo ferire la recente normativa europea, anche altre regioni potrebbero iniziare a allevare e produrre vini non solo a base Cannonau, ma anche Nuragus di Cagliari, Nasco, Semidano e Girò. Tutti autoctoni della Sardegna.
Mentre il Mipaaf, attraverso la titolare Teresa Bellanova, annuncia battaglia al provvedimento Ue, Riccardo Cotarella – intervenendo in esclusiva su WineMag.it – si schiera senza mezzi termini con la sezione regionale di Assoenologi guidata da Mariano Murru (nella foto, sotto).
La sezione sarda è stata la prima a sollevare a livello nazionale il problema dell’adeguamento del decreto ministeriale del 13 agosto 2012 al nuovo regolamento Ue 33/2019 e alla legge 238/2016, con la modifica dell’Allegato 1 e lo stralcio del paragrafo che garantisce la tutela dei vitigni, nell’ambito delle Dop e delle Igp.
“Un vitigno così antico e conosciuto come il Cannonau e fortemente legato al suo territorio, non può finire nelle mani di tutti. Non si può immaginare di vendere un ipotetico ‘Cannonau del Veneto‘, così come sarebbe impensabile la ‘Corvina della Sardegna‘, o il ‘Prosecco delle Marche’. Dare il via libera a questa norma Ue sarebbe un grandissimo errore, anche dal punto di vista sociologico”.
“Il nome del vitigno – continua il numero uno di Assonologi – senza territorio diventa qualcosa di generico: conta prima tutto dove vengono allevate le uve, subito dopo da chi (ovvero il prestigio del produttore) e poi vengono le uve, in sé. Siamo totalmente contrari al depauperamento del Cannonau, vitigno intrinsecamente e inscindibilmente legato alla Sardegna“.
Nei prossimi giorni sono attese le mosse istituzionali di Assoenologi. “Abbiamo in programma un consiglio via web, per fare il punto della situazione e prendere una posizione ufficiale, con le istituzioni competenti”.
La linea è già dettata: “Non si può ledere la dignità di territori che hanno costruito sul Cannonau la loro immagine, per vendere qualche bottiglia in più. Il consumatore appassionato fugge da queste ipotesi. Ammesso e non concesso che sia pure buono, battezzare tutti territori con lo stesso vitigno sarebbe assurdo”. [foto vitigno: Cantina Santa Maria la Palma]
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Non solo Africa, Medio Oriente e Asia, milioni di cavallette stanno devastando anche ettari e ettari di terreno in Sardegna. L’allarme di Coldiretti riguarda la provincia di Nuoro, dove una marea dei famelici insetti assedia le case e fa strage di pascoli e raccolti divorando foraggio, grano, erba medica e tutto quanto trova durante l’avanzata.
Nessun giro di parole. Viene descritta come “una vera e propria catastrofe biologica” quella che sta colpendo in particolare la Valle del Tirso, nel centro della regione, nei comuni di Ottana, Sarule, Orani, Escalaplano, Orotelli e Bolotana, che stanno deliberando lo stato d’emergenza.
Secondo la Banca Mondiale, l’invasione di locuste del 2020 è la più massiccia degli ultimi 70 anni: ha già toccato 23 paesi tra Africa orientale, Medio Oriente e Asia e sta minacciando in modo molto serio l’agricoltura. Si teme che in molti Paesi l’insicurezza alimentare possa aggravarsi, nel mezzo dell’emergenza causata dal Coronavirus.
A favorire l’invasione nelle diverse parti del globo sono stati i cambiamenti climatici, con caldo torrido che favorisce il moltiplicarsi delle cavallette. L’inverno mite e la scarsità di pioggia, con precipitazioni praticamente dimezzate – in un 2020 che si classifica come l’anno più caldo dal 1800 con temperature superiori di 1,41 gradi rispetto alla media – hanno favorito anche in Italia la comparsa delle orde devastatrici.
Le condizioni climatiche agevolano uno sviluppo anomalo di questo insetto con invasioni che Coldiretti definisce “bibliche”: “Ricordando quelle del passato, con gravissimi danni alle campagne, ma possono raggiungere anche le città“. Essendo polifaghe, le cavallette colpiscono non solo le coltivazioni in campo, ma anche orti e giardini.
Una situazione – denuncia la Coldiretti – che sta mettendo in ginocchio un centinaio di aziende con molti agricoltori costretti ad anticipare il raccolto o addirittura a destinarlo ad alimentazione degli animali”.
L’unica speranza è nei predatori naturali come gli uccelli, che potrebbero aiutare a contenere le popolazioni di locuste. Dalle terre incolte, abbandonate a causa della crisi delle campagne per i prezzi dei prodotti agricoli sotto i costi di produzione, le cavallette partono all’assalto dei raccolti, devastando tutto quello che trovano sul loro cammino.
“Una vera e propria emergenza – conclude la Coldiretti – che si abbatte sulle imprese agricole colpite anche dalla crisi economica generata dal Coronavirus con 6 aziende su 10 (58%) che hanno registrato una diminuzione dell’attività”.
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La Silvio Carta Distillerie ha creato Sterile 85°, il primo disinfettante alimentare edibile, da alcol biologico. Edibile, commestibile, sicuro e gustoso insieme. Oltre che solidale. Il primo lotto di Sterile 85° imbottigliato proprio in questi giorni, infatti sarà donato interamente alla Direzione Generale della Protezione Civile – Regione Autonoma della Sardegna, impegnata con i suoi uomini e le sue donne nell’emergenza Covid-19.
Sterile 85° è un disinfettante innovativo, che ha come base primaria alcol biologico prodotto naturalmente dalla fermentazione alcolica dello zucchero. Solitamente utilizzato per i distillati, per gli Amari, i Vermouth e i Mirto che sanno di Sardegna, in questo caso è racchiuso in una bottiglietta spray da 50 ml unito a un infuso di erbe spontanee sarde.
Il risultato è un prodotto naturale, totalmente edibile, forte delle naturali proprietà disinfettanti dell’alcol biologico, che gli permettono di essere versatile e prestarsi a molteplici usi. Un disinfettante alimentare delicatamente profumato, adatto all’utilizzo sulle mani ma non solo, lo si può vaporizzare su tutte le superfici che vengono a contatto con gli alimenti, per un potere disinfettante a 360°.
Posate, piatti, bicchieri ma anche, e qui è la vera rivoluzione, direttamente su carne, pesce, frutta e verdura. Come funziona? Basta nebulizzare e lasciarlo evaporare, pochi secondi e si potrà consumare un pasto totalmente sicuro. In vendita in farmacia e parafarmacia, presso tutti i distributori dell’azienda, oltre che direttamente in distilleria.
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Circa 70 mila bottiglie per quello che, di anno in anno, si conferma uno vini più espressivi della Sardegna e d’Italia. È il Cannonau di Sardegna Doc 2015 Mamuthone di Giuseppe Sedilesu. Il vero simbolo della cantina di Mamoiada, borgo di 2.500 abitanti della provincia di Nuoro. Siamo nella zona centro orientale dell’isola, nella Barbagia di Ollolai.
LA DEGUSTAZIONE
A cinque anni dalla vendemmia, Mamuthone 2015 si presenta nel calice di un rosso rubino luminoso, mediamente trasparente. Al naso è intenso. All’esplosione di frutti di bosco e arancia sanguinella fanno eco accenni di brace, macchia mediterranea e una percezione iodica, minerale.
In bocca è splendido, pieno, tra il frutto e un tannino di grande eleganza e finezza, condito da una freschezza dinamica, che accompagna il sorso verso la chiusura. Riecco i richiami salini, impreziositi da un accenno di spezia nera. Alcol presente, ma perfettamente integrato e per nulla disturbante. Semplicemente un grande vino.
Il sorso asciutto, nonostante i ritorni di frutta perfettamente matura, fa di questo Cannonau di Mamoiada il compagno perfetto per tutti i piatti a base di cacciagione. Più in generale, per le carni rosse e i formaggi stagionati. Bassissimi i livelli di solforosa, che si assesta fra i 30 e i 50 mg/l.
LA VINIFICAZIONE
Le uve di Mamuthone provengono da viti ad alberello, con rese medie bassissime: appena 50 quintali per ettaro. Le uve vengono vendemmiate dalla famiglia Sedilesu nel mese di ottobre. La fermentazione viene condotta con lieviti indigeni, già presenti sulle uve.
Il Cannonau, pressato in maniera soffice al fine di preservare tutti gli aromi ed evitare l’estrazione di componenti amare, macera per il 12-15 giorni. La maturazione si prolunga per i successivi 12 mesi, in botti da 40 ettolitri.
Il vino non viene sottoposto ad alcuna filtrazione all’imbottigliamento. Prima della commercializzazione, Mamuthone affina per tre mesi in vetro, iniziando il suo lungo periodo di maturazione in bottiglia.
Il nome del vino non è stato scelto a caso, così come l’etichetta. I Mamuthones, così come gli Issohadores, sono le maschere tipiche del carnevale di Mamoiada. Quello di Giuseppe Sedilesu è una dedica tradizioni della terra che ospita la cantina, da oltre trent’anni.
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“Accendo questo diario perché credo che il confronto, libero e sincero, sia uno strumento, doloroso ma necessario, per tenermi collegato al mondo e proiettato verso il futuro”. Così Alessandro Dettori (Tenute Dettori) spiega le ragioni dell’apertura del suo blog, dal quale oggi rilancia un post del 2014. Titolo inequivocabile: “Il vino naturale è morto, viva il vignaiolo naturale“.
“Alla fine del 2014 – spiega Dettori, vignaiolo di Sennori, Badde Nigolosu, in Sardegna – alcuni eventi personali mi hanno consigliato di spegnere i social e chiudere il blog appena nato. I social non mi mancano affatto e penso sia stata una sana e sensata scelta. Ho accumulato scritti, appunti, bozze, ritagli, disastri”.
“Insomma la voglia di scrivere non mi ha mai abbandonato ed ora ho deciso di tornare a condividere, sorridere, discutere con voi, a viso aperto, senza filtri e soprattutto, senza fake e troll”, aggiunge nel preludio al suo ritorno alla scrittura Alessandro Dettori. Poi, il rilancio del post del 2014, che riportiamo integralmente.
Mai scritto e mai detto che i nostri vini sono naturali. La parola naturale non ci è mai piaciuta. Bandita dopo il primo “Terra e Libertà/Critical Wine” dell’aprile del 2003 a Verona ed il secondo di Dicembre, sempre nel 2003, presso il Leoncavallo a Milano.
Fu proprio la partecipazione a quei due eventi dirompenti (dal 2005 prenderà il nome di ‘La Terra Trema’) che mi convinse quanto fosse pretestuoso e poco intelligente parlare di ‘vino naturale’.
Argomento appena nato in Italia ma già dibattuto, negoziato e analizzato più volte in Francia, dove la necessità di fare il vino naturale, nasce dalla esigenza di ritrovare nel bicchiere tutta la propria cultura, fatta anche di spigoli. Da alcuni amici “questo impulso” è stato riassunto come ‘Il Rinascimento delle denominazioni’.
Sono passati undici anni dal 2003 e diciotto dall’inizio della mia personale avventura, ma mi sembrano siano passate due ere geologiche. Gli anni difficili sono stati sostituiti dagli anni dell’ovvietà.
Prima dovevo stare attento a ‘svelare’ la biodinamica a qualche importatore, per non perderlo. Oppure dovevo dare tutto me stesso per argomentare che il vino sarebbe durato comunque, anche senza solforosa e nonostante le fermentazioni spontanee.
Ora, è moda. E’ ‘naturale’ bere il vino ‘senza lieviti’, ‘non filtrato’, ‘non chiarificato’, ‘politicamente impegnato’, il vino ‘contro l’industria’, ‘contro l’enologo’.
Ecco, sta diventando il ‘vino contro’ a prescindere. Ma il più delle volte è contro la propria storia, la propria cultura, il proprio terroir. Questo sta uccidendo i sogni e gli impulsi iniziali. La new-wave dei costruttori di vino naturale con poca esperienza o arguta intuizione commerciale, si sono allontanati dal terroir.
Un Terroir nasce dalla vicendevole fusione – unione tra un Luogo ed un Popolo. Per Luogo (antropologico) intendo come sosteneva Augè: “Uno spazio che è stato marcato, occupato, simbolizzato, ordinato da una Società”.
Un terroir non è figlio di un singolo, ma di una comunità che in un luogo vi ha vissuto anche e soprattutto, senza avere coscienza di ciò. Un terroir è stato amalgamato da gesti quotidiani volti alla sopravvivenza: dal pane fatto per se, al vino fatto per essere commerciato.
Il terroir necessita sempre di un vignaiolo. Il vino naturale senza un vignaiolo è un artifizio commerciale o un capriccio. Questa è la nuova via, la nuova sfida: spostare l’attenzione dal metodo – e quindi dalla ricetta – verso la persona che vive di vino: il vignaiolo naturale.
Da quel 2003 ho capito che non avevamo fatto e non volevamo fare il ‘vino naturale’. Volevamo e vogliamo essere vignaioli naturali e i vignaioli naturali fanno semplicemente vino.
Il Vino di terroir che è cultura, non può che essere fatto, nella sua migliore ed autentica espressione, da un vignaiolo naturale che riesce a ridisegnare la cultura del luogo quotidianamente, con la propria Vita”.
Alessandro Dettori spiega poi la sua definizione di vignaiolo naturale: “Per vignaiolo naturale intendo colui che in vigna lavora seguendo i principi, i processi e i metodi che la natura usa per sé. Colui che vinifica solo le proprie uve che ha personalmente coltivato. Imbottiglia solo il proprio vino”.
E ancora: “Determina personalmente o in famiglia le scelte e le decisioni di ogni fase e processo della propria azienda agricola. Vive della sola professione di vignaiolo. Rispetta il lavoro agricolo riconoscendone il valore economico. Produce il proprio vino con i seguenti ingredienti/additivi/coadiuvanti: Uva e pochi solfiti, solo prima dell’imbottigliamento. Il vino deve essere un degno e vero rappresentante della cultura del luogo”.
Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, tra carta stampata e online, dirigo winemag.it. Collaboro inoltre come corrispondente per una delle testate internazionali più autorevoli del settore, in lingua inglese. Edito con cadenza annuale la “Guida Top 100 Migliori vini italiani” e partecipo come giurato ai più importanti concorsi enologici internazionali. Oltre alle piazze tradizionali, studio con grande curiosità i mercati emergenti, seguendone dinamiche, trend ed evoluzioni. Negli anni ho maturato una particolare esperienza nei vini dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa, tanto da aver curato la selezione vini per un importatore leader in Italia. Nel 2024 mi è stato assegnato un premio nazionale di giornalismo enogastronomico.
BORGONOVO VAL TIDONE – C’era una volta il Gutturnio da osteria. Brioso e spumeggiante. Da sbicchierare al volo, quasi dalla damigiana. Senza far troppo caso alla qualità. C’era una volta e c’è ancora, nel Piacentino. Ma a Cantina Valtidone la coscienza impone altro: tante bottiglie, tanta qualità.
Una formula non sempre scontata, nell’Italia delle cooperative vitivinicole. Un obiettivo che invece centra in pieno la coop di Borgonovo Val Tidone. Una vera e propria “cantina territorio“, capace di promuovere una viticoltura di precisione, per certi versi eroica.
Il Cda guidato dal presidente Gianpaolo Fornasari, entrato in carica nel 2014, ha dato una sferzata determinante alle sorti della “sociale”. Con il “Progetto 20-20”, il nuovo team, piuttosto giovane e dinamico, punta a una crescita del fatturato fino a 20 milioni di euro. Entro il 2020.
IL NUOVO CORSO
All’appello, secondo i piani del direttore commerciale Mauro Fontana (nella foto, a sinistra), manca un milione e mezzo di euro. Un obiettivo che potrà essere centrato grazie all’ampliamento della platea di conferitori (oggi sono 223) e la disponibilità di nuovi vigneti.
Nell’ultimo quinquennio Valtidone sta ai viticoltori della zona come il miele alle api. Il pagamento riconosciuto per le uve conferite è davvero allettante: attorno ai 70 euro al quintale nel 2017, contro i 39,90 medi dalla precedente gestione. Cifre che le altre cooperative piacentine non riescono a eguagliare.
Oggi la produzione di Cantina Valtidone è di 7 milioni di bottiglie annue, garantite da 1.100 ettari. Ne servono altri per centrare l’obiettivo di 9,5 milioni di “pezzi”, entro il 2020. Ma non sarà un problema.
LA LINEA EROICA “50 VENDEMMIE”
Un quarto della superficie vitata della Val Tidone è già sotto il controllo della cooperativa fondata nel 1966, che punta ancora più in grande dopo le Nozze d’Oro del 2016. Cinquant’anni celebrati dalla nascita dalla linea di vini “50 Vendemmie”, che costituisce uno dei punti più alti della produzione.
Ortrugo frizzante, Malvasia frizzante e ferma e Gutturnio frizzante e fermo ottenuti da vigne di oltre 50 anni, di proprietà di una quindicina di viticoltori associati alla cooperativa. Tutte etichette riservate all’Horeca, ovvero le enoteche e la ristorazione selezionata.
La cosa più semplice sarebbe stata quella di espiantare questi vecchi vigneti in favore di nuovi impianti più produttivi – commenta il direttore commerciale Mauro Fontana – ma abbiamo voluto preservare questo patrimonio storico per produrre una linea di alta qualità”
LA DEGUSTAZIONE L’assaggio dell’intera linea non lascia spazio ad interpretazioni. Il packaging moderno e accattivante è il biglietto da visita di calici di grande rigore enologico, sul filo conduttore del rispetto del terroir. Si passa dalla garbata aromaticità della Malavasia alla consistente freschezza e mineralità dell’Ortrugo.
Note che connotano anche il rosso principe del Piacentino, il Gutturnio, nelle sue due versioni. Stupisce il frizzante, giocato proprio sulla mineralità, con il frutto rosso tipico di Bonarda e Barbera (che compongono il blend) a fare quasi da “contorno”. Il tutto completato da una gran facilità di beva, senza scadere nella banalità.
Cantina Valtidone si conferma specialista della Denominazione anche grazie al Gutturnio “Bollo Rosso”, il vino rosso dal taglio più internazionale, adatto ad accompagnare formaggi di lunga (e lunghissima) stagionatura, superiore anche ai 100 mesi. Un vino reperibile anche al supermercato, col plus dell’ottimo rapporto qualità prezzo.
Così come figura sugli scaffali della Grande distribuzione l’ottima “Luna di Candia“, altra chicca di casa Valtidone. Si tratta di una Malvasia di Candia passita che, nonostante il residuo zuccherino importante, mantiene una splendida freschezza. Complesso il quadro aromatico, che spazia dai fiori di zagara all’albicocca sciroppata, passando per le percezioni fumé.
Più snello e verticale “Perlage” Vsq Metodo classicoBrut base Pinot Nero, vero e proprio vanto dell’enologo Francesco Fissore, emigrato nel piacentino dopo l’esperienza a La Versa. Uno spumante che valorizza ancora una volta il vitigno, come non tutti riescono a fare neppure in Oltrepò pavese, la terra più vocata per il Pinot Nero “con le bollicine”.
Non a caso sono in corso sperimentazioni su affinamenti più lunghi, con l’intento di dar vita a un Pas Dosé entro il prossimo anno. Un’altra scommessa vinta – c’è da scommetterci – quasi in partenza.
IL FUTURO Ma tra le sfide del futuro c’è anche l’export. Oggi le esportazioni di Cantina Valtidone riguardano soltanto l’1% del fatturato complessivo, suddiviso equamente tra il canale moderno, la DO, e quello tradizionale, l’Horeca (2 i milioni generati dalla sola vendita diretta in cantina).
Mercati internazionali su cui la cooperativa piacentina si affaccia solo con le proprie forze, complice la situazione non proprio rosea del Consorzio di Tutela, da cui Valtidone si è chiamata fuori nel 2014.
“L’Emilia Romagna – evidenzia Mauro Fontana – è nota nel mondo soprattutto per il Lambrusco. Un vino strappato a basso costo dai buyer esteri. Con lo stesso approccio ci viene richiesto il Gutturnio, oltre agli altri vini tipici dei Colli Piacentini”.
La nostra idea, per non cadere nella trappola del prezzo e dei facili abboccamenti, è quella di perpetrare una crescita lenta ma basata su garanzie solide: non andremo mai a svendere il nostro prodotto all’estero, continuando piuttosto a puntare tutto sulla consolidazione del brand in Italia”.
Già, l’Italia. La vera America, sino ad ora, di Valtidone. La cantina piacentina è presente in maniera “forte” in sole tre regioni (e mezzo) del Bel Paese: Lombardia, Piemonte, Liguria e metà Emilia Romagna. “Bologna è già estero per noi”, ammette Fontana. Ma l’obiettivo è crescere anche fuori da questi territori. Sfruttando proprio i tanto bistrattati supermercati.
“Grazie alla Grande distribuzione – precisa il direttore commerciale Fontana – ci stiamo facendo conoscere in altre zone. Siamo per esempio sbarcati in Sardegna, mercato ostico per qualsiasi cantina, con Conad del Tirreno”. Ma l’esempio più clamoroso è quello della rossista Valtellina.
In un anno, il nostro agente di zona ha venduto appena 500 euro all’Horeca. Iperal, insegna locale della distribuzione organizzata, ha scontrinato 170 mila bottiglie nel 2018. E’ la prova che il potenziale dei nostri vini c’è. E la Gdo non può che essere una leva per sfondare in nuovi mercati, checché ne dicano i produttori con la puzza sotto il naso”.
Un approccio sincero e realistico, che si riversa tutto nel calice dei vini di Cantina Valtidone. Del resto, Mauro Fontana è un cercatore di funghi provetto. Uno abituato a sporcarsi le mani tra le le foglie d’autunno. Uno “con la camicia”, ma coi piedi per terra. Un po’ come potrebbero essere dipinti, idealmente, i vini di Cantina Valtidone.
Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, tra carta stampata e online, dirigo winemag.it. Collaboro inoltre come corrispondente per una delle testate internazionali più autorevoli del settore, in lingua inglese. Edito con cadenza annuale la “Guida Top 100 Migliori vini italiani” e partecipo come giurato ai più importanti concorsi enologici internazionali. Oltre alle piazze tradizionali, studio con grande curiosità i mercati emergenti, seguendone dinamiche, trend ed evoluzioni. Negli anni ho maturato una particolare esperienza nei vini dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa, tanto da aver curato la selezione vini per un importatore leader in Italia. Nel 2024 mi è stato assegnato un premio nazionale di giornalismo enogastronomico.
Milano – Che viticoltura sarebbe senza la cooperazione? I dati dicono che il vigneto italiano negli ultimi 5 anni ha conosciuto un calo delle superfici del 7% e che le riduzioni maggiori abbiano interessato proprio le regioni dove mancano cooperative strutturate e dimensionate. Regioni come Campania, Sardegna, Lazio (in cui si concentra solo il 12% delle cooperative), hanno conosciuto la contrazione più significativa, da un -15% della Campania a un -21% della Calabria.
Al contrario, in territori dove la viticoltura è estremamente frammentata come Trento e Bolzano, Emilia Romagna, Abruzzo e Veneto, la significativa presenza di cooperative molto grandi per fatturato (oltre 30 milioni di media per cooperativa a Trento, Verona, Treviso e Reggio Emilia) ha garantito una tenuta della coltivazione della vite in questi territori, registrando anche una crescita delle superfici del vigneto.
È questo lo studio inedito realizzato da Winemonitor-Nomisma e che è stato presentato oggi a Vivite, il festival del vino cooperativo in programma oggi e domani al Museo della Scienza e della tecnologia Leonardo da Vinci di Milano, con una seconda edizione arricchita nel programma e nel parterre di ospiti.
Alla cerimonia di inaugurazione hanno partecipato il presidente di Alleanza cooperative Italiane Maurizio Gardini, insieme ai copresidenti Mauro Lusetti e Brenno Begani, che hanno voluto rimarcare con la loro presenza la grande vitalità di un comparto come quello della cooperazione vitivinicola, espressa da numeri di tutto riguardo: oltre 480 imprese operanti su tutto il territorio nazionale, 140.000 soci viticoltori, un fatturato di 4,5 miliardi di euro, 8 cooperative nella classifica delle prime 15 imprese italiane del vino.
“Lo studio presentato da Nomisma dimostra con l’evidenza dei numeri – ha spiegato Ruenza Santandrea, coordinatrice Vino di Alleanza cooperative Agroalimentari – il ruolo svolto dalle cantine cooperative nell’opera di salvaguardia e di sviluppo dei produttori di uva anche nelle zone più svantaggiate del paese. Nelle province dove la cooperazione non c’è, il potenziale produttivo va via via riducendosi. Ma attenzione, la cooperazione spesso è una condizione necessaria ma non sufficiente alla tenuta del vigneto, sufficienza che invece dipende dalla dimensione competitiva della cooperative, perché è nelle zone dove insistono cooperative più grandi ed internazionalizzate che è garantita la coltivazione della vite e la sostenibilità economica d migliaia di piccoli agricoltori che producono il 58% circa del vino italiano”.
“Oggi più che mai – le ha fatto eco il presidente di Alleanza cooperative agroalimentari Giorgio Mercuri – la sfida è quella della sostenibilità, che la cooperazione è pronta a raccogliere, nel senso più profondo della definizione, ossia garantendo uno sviluppo che non metta a repentaglio quello delle future generazioni”. E ai quattro asset della sostenibilità – ambientale, sociale, economica e culturale – verranno dedicati quattro momenti di confronto nell’ambito della due giorni della manifestazione.
IL FESTIVAL DEL VINO COOPERATIVO
Pensata non per essere una mostra di vini, bensì un vero e proprio racconto del mondo del vino cooperativo, Vivite offre ai visitatori, nella splendida cornice delle ex scuderie Le cavallerizze, un allestimento “esperienziale”, per far conoscere da vicino le tante realtà produttive della cooperazione e i loro territori, per far assaggiare i loro vini ascoltando i loro racconti. L’obiettivo è quello di comunicare a tutti, esperti di vino e neofiti, curiosi e grande pubblico, attraverso un format alternativo che parli, come recita il pay-off, la “lingua di tutti”.
I visitatori possono scegliere tra un ampio ventaglio di attività. Insieme alle classiche degustazioni e masterclass, il programma include: laboratori didattici e ludici, workshop, concerti, attività di intrattenimento, degustazioni, momenti di confronto informali (“pane e salame”), animati da un ricco parterre di ospiti che include: Raffaele Borriello, Giampaolo Buonfiglio, Francesco Citarda, Renzo Cotarella, Paolo De Castro, Francesco Giangregorio, Giovanni Luppi, Giorgio Mercuri, Denis Pantini, Christian Scrinzi, Raffaele Testolin, Angelo Totaro, Adriano Turrini e Pierluigi Zama
Winemag.it, wine magazine italiano incentrato su wine news e recensioni, è una testata registrata in Tribunale, con base a Milano. Un quotidiano online sempre aggiornato sulle news e sulle ultime tendenze italiane ed internazionali. La direzione del wine magazine è affidata a Davide Bortone, giornalista, wine critic, giudice di numerosi concorsi internazionali e vincitore di un premio giornalistico nazionale. Winemag edita inoltre con cadenza annuale la Guida Top 100 Migliori vini italiani. Winemag.it è un progetto editoriale indipendente e di elevata reputazione in Italia e in Europa. Puoi sostenerci con una donazione.
(4,5 / 5) Il Vermentino di Gallura è un vino bianco a Denominazione di Origine Controllata e Garantita la cui produzione è consentita nella provincia di Sassari da uve Vermentino per almeno il 95%, con facoltà di aggiungere un 5% da uve bianche non aromatiche tradizionalmente coltivate in Sardegna.
In vendita nei supermercati del circuito Pam, il Vermentino di Gallura Docg Campos Valzos si rivela un bianco leggero e pregevole per la spiccata vena sapida e marina, il sorso asciutto e caratteristico del varietale, e l’ottima beva.
LA DEGUSTAZIONE
All’analisi sensoriale il Vermentino di Gallura 2016 Docg Campos Valzos evidenzia un paglierino tenue e delicato, cristallino. Al naso affiorano note di pesca bianca e mela, fiori d’arancio e mandarini, erbe aromatiche e pietra bagnata.
Esuberanza giovanile. In bocca è secco, asciutto, di medio corpo, spiccatamente sapido con un finale intessuto di suggestioni minerali e iodate che si mescolano a sbuffi agrumati. Vino di buona qualità e franchezza.
All’assaggio si ha la sensazione netta che sia il vino stesso a chiedere un abbinamento marinaro. Vino da pesce, pesce di mare, per esaltare la marcata salinità che costituisce il tratto emblematico di questo Vermentino.
LA VINIFICAZIONE Il Vermentino di Gallura Campos Valzos nasce su terreni granitici fra i 300 e i 450 m d’altitudine. Fermenta a temperatura controllata in vasche di acciaio, quindi si stabilizza brevemente prima dell’imbottigliamento in recipienti inerti al fine di preservare tutta la freschezza e la fragranza delle note aromatiche primarie.
Campos Valzos è una linea della Cottini Vini Spa, azienda veneta con base a San Pietro in Cariano, in provincia di Verona. Un investimento a Santa Teresa Gallura, nell’estremo nord della Sardegna: da decenni la “seconda casa” dei Cottini.
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PIACENZA – Che non si tratti di una degustazione di Château d’Yquem al Marina Bay Sands di Singapore, lo si intuisce dal colpo d’occhio iniziale.
E’ un pannello di plexiglass marrone, con la scritta a pennarello “Ingresso Sorgentedelvino Live”, ad accogliere una cinquantina di persone. Un freddo lunedì 12 febbraio segna le ultime 6 ore di fiera, a Piacenza Expo.
Il pannello, poggiato a terra, davanti alla cancellata che si spalanca a mezzogiorno in punto, la dice tutta sulla tre giorni che ha visto protagonisti 150 vignaioli (circa 800 vini) provenienti da ogni angolo d’Italia, oltre che da Austria, Croazia e Francia. Conta più la sostanza della forma.
E di “sostanza” ne troviamo tanta nei calici dei produttori, accomunati dal credo in un’agricoltura “biologica, biodinamica e sostenibile”. “Vino che si affida alla natura, per arrivare dall’uva alla bottiglia”, come piace definirlo agli organizzatori Paolo Rusconi, Barbara Pulliero e Francesco Amodeo, con l’astuzia linguistica di chi ha visto crescere Sorgentedelvino Live sin dalla prima edizione del 2008, 10 anni fa.
Quattromilacinquecento gli ingressi quest’anno, rende noto l’ufficio stampa. Cinquecento in più, nel 2018, rispetto all’edizione precedente. Una manifestazione che cresce. Come cresce l’interesse, in Italia, per i vini cosiddetti “non convenzionali”.
I MIGLIORI ASSAGGI
Ecco, dunque, i nostri migliori assaggi. Parte del leone la fa la Calabria, regione posta appositamente sugli scudi dagli organizzatori di Sorgentedelvino Live 2018. Buona rappresentanza anche per l’Oltrepò Pavese, che si conferma culla lombarda di una viticoltura alternativa, tra i colli del miglior Pinot Nero spumantizzato d’Italia.
Segnaliamo l’attento lavoro di recupero di due autoctoni in Toscana, da parte di una produttrice che, di “autoctono”, ha ben poco (ed è anche questo il bello). Poi qualche realtà emergente che saprà certamente imporsi dalle parte di Soave, in Veneto, ma non solo.
E una conferma assoluta in Liguria, con uno dei produttori più interessanti dell’intero panorama nazionale dei vini naturali. Infine, uno straordinario assaggio in Sardegna. Quello dal quale vogliamo partire per raccontare i migliori calici di Sorgentedelvino Live 2018.
1) Barbagia Igt 2016 Perda Pintà, Cantina Giuseppe Sedilesu. Giallo luminoso come una spada laser il Perda Pintà di Giuseppe Sedilesu, ottenuto dal vitigno autoctono di Mamoiada, paesino 2.500 anime in provincia di Nuoro: la Granazza, allevata ad alberello.
Un vitigno che non risulta ancora classificato ufficialmente. I Sedilesu lo hanno riscoperto e valorizzato, unendo il frutto di alcune viti presenti tra i filari di Cannonau. Al naso un’esplosione di macchia mediterranea, unita a sentori aromatici e avvolgenti che, poi, caratterizzeranno il palato.
L’avvolgenza è quella dei 16 gradi di percentuale d’alcol in volume, che rendono Perda Pintà perfetto accompagnamento per formaggi stagionati e piatti (etnici) speziati, come per esempio un buon pollo al curry o i dei semplici granchietti al pepe.
2) Azienda Agricola I Nadre. Degustare i vini della vitivinicola I Nadre, significa compiere un tuffo nel calcare, sino a respirarlo. Siamo in provincia di Brescia, più esattamente in località Muline, a Cerveno, Val Camonica. Il terroir calcareo e sassoso dei 2 ettari vitati conferisce un fil rouge di grande salinità a tutti gli assaggi di questa cantina.
Ottimo il Riesling che degustiamo in apertura, seguito dall’ancora più sorprendente Metodo Classico Vsq millesimato 2012 “A Chiara”: Chardonnay in purezza, dosaggio zero (tiraggio giugno 2013, sboccatura 19 settembre 2016).
A giugno 2018 sarà messo in commercio il millesimato 2015 e conviene prenotarsene almeno un cartone. Interessante anche la Barbera Igt Vallecamonica Le Muline 2015 “Vigneti della Concarena”, anche se appena imbottigliata.
3) Igt Toscana spumante rosato 2016 “Follia a Deux”, Podere Anima mundi. Altro assaggio memorabile e forse irripetibile. Già, perché Marta Sierota – l’elegante padrona di casa franco polacca di Podere Anima mundi – lo commercializza solo in cantina, per pochi intimi.
Il resto finisce in alcuni wine bar ben attrezzati di Roma, Bologna e della stessa Casciana Terme Lari, paese che ospita la cantina, in frazione Usigliano (Pisa). Centocinquanta bottiglie in totale per questo sparkling, su un totale di 10-15 mila circa complessive per Podere Anima Mundi.
Si tratta di uno spumante metodo ancestrale (non filtrato e non sboccato) base Foglia Tonda, autoctono a bacca rossa che qualche lungimirante produttore sta tentando di valorizzare, nella Toscana dei tagli bordolesi alla vaniglia. Un vino da provare a tavola, per il bel gioco che sa creare al palato tra frutto e salinità.
Di Podere Anima Mundi, interessante anche il Foglia Tonda 2015 “Mor di Roccia”, lunghissimo in bocca. Non delude neppure l’altro autoctono, il Pugnitello: “Venti” 2015 è ancora giovane ma di ottime prospettive, mentre la vendemmia 2014 sfodera una freschezza e una mineralità da applausi, unite a un tannino presente, ma tendente al setoso.
4) Calabria Igt Magliocco 2013 Toccomagliocco, L’Acino. Tutto da segnalare dalle parti di Dino Briglio Nigro. Siamo sulla Piana di Sibari, tra lo Jonio e il Tirreno, tra il Pollino e la Sila. Meglio non perdersi neppure un’etichetta di questo fiero produttore calabrese.
Da Giramondo (Malvasia di Candia) ad Asor (“rosa”-to di Magliocco e Guarnaccia nera) passando per Cora Rosso e Toccomagliocco, il Magliocco in purezza che costituisce la punta di diamante di questa cantina.
Grande pienezza sia al naso sia al palato, per un vino che riesce a esprimere – oltre a classiche note di frutta rossa e rosa – anche curiosi sentori di arancia a polpa rossa matura. Non mancano richiami speziati e minerali e un tannino che lo rende perfetto accompagnamento per piatti a base di carne.
5) Cirò Riserva 2012 “Più vite”, Vini Cirò Sergio Arcuri. Altro giro, altra giostra. Sempre in Calabria. Salire su quella di Sergio Arcuri è come catapultarsi a Cirò. Tra le vigne ad alberello di quel grande vitigno del Meridione d’Italia che è il Gaglioppo, sino ad oggi fin troppo offuscato dalla lucentezza dell’Aglianico.
Se “Aris 2015” è il campione di domani, il Cirò Riserva 2012 “Più vite” è il fuoriclasse di oggi. Ottenuto dal cru Piciara, costituisce la materializzazione in forma liquida della terra argillosa, quasi appiccicosa, della vigna più vecchia di casa Arcuri.
Un vino che ha tutto e il contrario di tutto: frutto, sapidità, tannino (quest’ultimo quasi scontato, presente ma dosato). Un rosso pronto, eppure di grande prospettiva. In definitiva, uno di quei vini da avere sempre in cantina.
Un po’ come il rosato da Gaglioppo “Il Marinetto”: splendido, per la sua grande consistenza acido-tattile al palato. E, non ultimo, per il suo colore vero, carico del sole di Calabria più che della nebbia di Provenza ormai tanto in voga tra i rosè.
6) Bonarda Oltrepò pavese Doc 2012 Giâfèr, Barbara Avellino. Forse il vino dal miglior rapporto qualità prezzo degustato a Sorgentedelvino Live 2018 (8,50 euro in cantina). Ma non immaginatevi il classico “Bonardino” dal residuo zuccherino piacione.
Giâfèr sta tutto nel nome: giovane, fresco, vivace. Un Bonarda dell’Oltrepò pavese che sfodera un naso e un palato corrispondenti, sulla trama che accompagna i tipici frutti rossi e i fiori di viola: un’esplosione di erbe di campo e liquirizia dolce in cui si esalta il blend di Croatina (85%), Barbera e Uva Rara.
Ma brava e coraggiosa Barbara Avellino non si ferma qui. Ha ancora in cantina qualche bottiglia di Metodo Classico 2005 “I Lupi della Luna”, base Pinot Noir con un 10% di Chardonnay. Uno spumante non sboccato (tiraggio 2008) interessantissimo, la cui commercializzazione è stata avviata solo dal 2014. Più di 110 i mesi sui lieviti.
Naso di erbe (ebbene sì, ancora loro) e palato appagante per corpo e complessità, giocata su tinte balsamiche e elegantemente mielose. Buona anche la persistenza. Le uve utilizzate per questo sparkling provengono dai terreni di Roberto Alessi de “Il Poggio” di Volpara (PV).
7) Pinot Nero Provincia di Pavia Igt “Astropinot” 2013, Ca’ del Conte. Uno di quei Pinot d’Oltrepò che fanno rima con chapeau. Paolo Macconi, titolare con la moglie Martina dell’azienda a condizione famigliare Ca’ del Conte di Rivanazzano Terme (PV) è uno che i vini li sa fare e anche vendere.
Non a caso va forte in Giappone, dove si vanta di vendere “vini che arrivano in perfetto stato, nonostante l’assenza di solforosa aggiunta e 40 giorni di nave”. E “Astropinot” 2013 è tutto tranne che un autogol.
Bellissima l’espressione del frutto “Noir” che riempie di gusto il palato, mentre l’anima animale del Pinot si fa largo con le unghie, espresse (anche) dal tannino vivo ma ben amalgamato. Un cru ottenuto dal vigneto “Il Bosco”, capace di rende merito al meglio della produzione vitivinicola dell’Oltrepò pavese.
Di Ca’ del Conte (azienda che fa delle lunghe macerazioni un credo, con un media di 90 giorni per le annate precedenti alla 2016) ottimi anche i bianchi. Segnaliamo il Riesling renano con un riuscitissimo tocco di Incrocio Manzoni, ma sopratutto lo Chardonnay 2013 Fenice: strepitoso. E aspettiamo il prossimo anno, quando sarà messa in commercio la prima vendemmia (2017) di Timorasso.
8) Insolente Vini. Lo dicevamo all’inizio: “sostanza” più che “forma” a Sorgentedelvino Live. Ecco una giovane cantina che riesce a coniugare entrambi gli aspetti: la sostanza dei vini di Insolente è pari alla loro forma.
Ovvero all’estetica, accattivante e moderna, delle etichette elaborate da Luca Elettri, pubblicitario prestato all’azienda di cui sono titolari i tre figli Francesca, Andrea e Martina. Il risultato sono 6 vini (3 bianchi, due rossi e uno spumante) elaborati in uno dei Comuni roccaforte del Soave Classico, Monteforte d’Alpone (VR).
Per l’esattezza: Bianco PR1, bianco macerato LE1, frizzante RM1 2016, rosso FC1, rosso jat AE1 e spumante ME1 2016, tutti alla prima vendemmia assoluta (2016). Garganega per i bianchi. Tai Rosso, Cabernet e Merlot per i rossi. Ma tra tutti, oltre al Tai, risulta molto interessante la “bollicina” di Durella, da vigneti vocati a Brenton di Roncà (VR), situati a 400 metri sul livello del mare.
Seicento bottiglie in totale, per uno spumante fresco, croccante. Una di quelle bottiglie che non stancano mai. Una bella espressione di uno strepitoso terroir, che sta conquistando sempre maggiore credibilità. E che ora può contare su un altro interprete. Giovane. Ma soprattutto Insolente.
9) Gewurztraminer 2016, Weingut Lieselehof. Una vecchia conoscenza di vinialsuper, già segnalata tra i migliori assaggi del Merano Wine Festival 2017, per lo strepitoso Piwi Julian 2008 e per il passito Sweet Claire (100% Bronner).
A Sorgentedelvino Live 2018 le strade si incrociano per un altro cavallo di battaglia di Weingut Lieselehof: il Gewurztraminer. Uno di quelli da provare, perché si discostano dalla media. Tipico più in bocca che al naso, dove sembra assumere note che lo avvicinano di molto al Moscato Giallo. La spiccata acidità al palato rende questo vino davvero speciale
10) Tra i migliori vini passiti degustati, due calabresi dominano la scena: il Moscato di Saracena di Cantine Viola, vendemmia 2014, è uno di quei vini che riescono ad andare al di là di un calice assoluto valore. Attorno alla riscoperta del Moscato di Saracena, Luigi Viola e la sua famiglia sono riusciti a creare un mondo.
Una sorta di indotto, costituito dalla recente fondazione di una cinquantina di cantine nella provincia di Cosenza. A raccontarlo è lo stesso Alessandro Viola, col garbo dei grandi uomini di vino.
Ottimo anche il Greco di Bianco passito dell’Azienda agricola Santino Lucà di Bianco (Reggio Calabria). Un passito dalle caratteristiche più classiche rispetto al Mantonico passito proposto in degustazione dalla stessa cantina, a Sorgentedelvino Live 2018.
Chiudiamo con un classico per i lettori di vinialsuper: il vino cotto Stravecchio Marca Occhio di Gallo della Cantina Tiberi David. Un unicum nel suo genere, che ancora attende (a differenza del Moscato di Saracena di Cantine Viola) il riconoscimento di “presidio Slow Food” per la definitiva consacrazione. Un aspetto che vi racconteremo presto, in un servizio ad hoc. Straordinaria l’espressione della vendemmia 2003 in degustazione.
Letteralmente “fuori concorso” il Pigato 2003 in versione “Armagnac” di quel santuario ligure che è Rocche del Gatto. A presentarlo è il guru Fausto De Andreis, che nella sua Albenga (SV) è artefice di vini immortali, a base Pigato e Vermentino.
Fausto ha chiamato questa “bevanda spiritosa” da 33% “Oltre Spigau 03”. Un altro passo avanti verso la battaglia irriverente di un vignaiolo d’altri tempi e senza tempo. Come i suoi vini.
Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, tra carta stampata e online, dirigo winemag.it. Collaboro inoltre come corrispondente per una delle testate internazionali più autorevoli del settore, in lingua inglese. Edito con cadenza annuale la “Guida Top 100 Migliori vini italiani” e partecipo come giurato ai più importanti concorsi enologici internazionali. Oltre alle piazze tradizionali, studio con grande curiosità i mercati emergenti, seguendone dinamiche, trend ed evoluzioni. Negli anni ho maturato una particolare esperienza nei vini dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa, tanto da aver curato la selezione vini per un importatore leader in Italia. Nel 2024 mi è stato assegnato un premio nazionale di giornalismo enogastronomico.
Oggi vi propongo una semplice, ma gustosissima torta salata. Spesso per me diventa la soluzione ideale per stuzzicare con i miei familiari, davanti alla tv. Spero vi piaccia. Questa torta è per circa 6 persone.
GLI INGREDIENTI
Ingredienti per la pasta brisè: 250 gr di farina 00; 125 gr di burro; 80 ml di acqua; 10 gr di sale. Ingredienti per il ripieno: 3 salsicce a punta di coltello; 100 gr di funghi champignon; 200 gr di funghi porcini; 250 ml di panna liquida fresca; 100 gr di grana padano; 3 uova; 1 tuorlo; sale e pepe; olio (a vostra discrezione); aglio.
LA PREPARAZIONE
Per preparare la pasta brise, impastiamo insieme gli ingredienti , aiutandoci con un mixer. Il burro e l’acqua dovranno essere ghiacciati. Di solito raffreddo anche il boccale del mixer. Poi formiamo una palla, non lavorandola troppo per non riscaldare l’impasto, ricopriamola con una pellicola e teniamola in frigo almeno una mezz’ora.
Intanto possiamo pensare al ripieno. Dopo aver pulito e sminuzzato i funghi, versiamoli in una padella già tiepida, saliamoli leggermente e lasciamoli per qualche minuto a fiamma bassa, in modo da far perdere un po’ di acqua in essi contenuti. A questo punto aggiungiamo un giro di olio e uno spicchio di aglio intero, che poi toglieremo.
Lasciamoli andare per 10 minuti e poi spolverizziamoli con un trito di prezzemolo. Pronti i funghi, passiamo alle salsicce. Sbricioliamole e facciamole rosolare per bene in una padella calda. Io non aggiungo né olio né sale. Prepariamo a questo punto un battuto con le tre uova, il formaggio grattugiato e il pepe. Anche qui non aggiungo sale.
A questo punto foderiamo una teglia con la pasta brise che abbiamo preparato. Per mantenere freddo l’impatto durante la stesura, al posto del matterello in legno, uso una bottiglia pulita e lasciata in freezer. Adesso farciamo con i funghi e le salsicce. Sopra verseremo le uova e infine la panna liquida.
Ricopriamo con strisce di brisè e spennelliamo con il tuorlo per far dorare la pasta. Inforniamo a 180 gradi circa per 30 minuti, stando attenti che la torta sia ben cotta sul fondo. Bene! Gustatela tiepida e… Buon appetito!
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(5 / 5) Massimo dei voti nella scala di valutazione di vinialsuper per il Carignano del Sulcis Riserva Doc 2014 “Kanai” di Sardus Pater. L’ennesima prova che in Italia esistono realtà cooperative capaci di valorizzare il territorio, anche fuori dal Trentino Alto Adige.
Lo sanno bene alla Società cooperativa Sant’Antioco, formula con la quale opera sul mercato – e anche in Gdo – la cantina Sardus Pater. Mettici poi l’abile consulenza di Riccardo Cotarella, attuale presidente di Assoenologi, e il quadro è completo.
LA DEGUSTAZIONE Kanai si veste di un rosso rubino impenetrabile. Le rotazioni del nettare nel calice evidenziano lacrime e archetti ben delineati: segno di una componente alcolica considerevole. Di fatto, questo Carignano del Sulcis registra un 15% d’alcol in volume.
Uno dei pregi del Carignano del Sulcis di Sardus Pater è il perfetto equilibrio dell’alcol al palato, amalgamato con la ricchezza e la complessità del resto dei descrittori. E’ al naso che il vino appare di primo acchito molto “caldo”. Come le padelle appena usate e gettate sotto l’acqua, sembra emanare calore, assieme a generosi e intensi sentori di frutta rossa, radici di liquirizia e spezie come il chiodo di garofano.
Lo sfondo balsamico, fresco, ingentilisce in ingresso di bocca questo potente vino rosso della Sardegna. L’alcol sembra evaporare, mentre si accendono di seguito le note di frutta e spezie, corrispondenti a quelle percepite al naso. Di nuovo la liquirizia, prima di inattesi sapori di frutta secca: fichi, su tutti. La chiusura è lunghissima, tendente a un amarognolo riconducibile al rabarbaro.
Una complessità pronta ad arricchirsi di minuto in minuto, con l’ossigenazione del vino del calice. Tanto da richiedere, nell’abbinamento in cucina, portate altrettanto complesse. Il Carignano del Sulcis Riserva 2014 Kanai si abbina a piatti a base di selvaggina e cacciagione, agnello al forno, formaggi stagionati e impreziositi dal tartufo. Rigorosa la temperatura di servizio, tra i 18 e i 20 gradi.
LA VINIFICAZIONE
La zona di produzione del Carignano Riserva Kanai è l’isola di Sant’Antioco, all’estremo Sud-Ovest della Sardegna. Nell’omonima cittadina di 11 mila abitanti opera la cooperativa Sardus Pater. Le uve, conferite da 200 soci, provengono da un’area vitata complessiva di 300 ettari. La maggior parte dei vigneti sono proprio di uva Carignano. I più antichi proprio sull’isola di Sant’Antioco, di età compresa tra i 50 e gli 80 anni.
Vigneti impiantati su terreni sabbiosi, con basse rese per ettaro, che producono uve di assoluta qualità. Il Carignano Kanai, in particolare, è ottenuto da vigneti allevati ad alberello a piede franco (ovvero da viti originarie, non innestate). Densità d’impianto di 7-8 mila piante, con produzioni di 35 quintali per ettaro.
La vendemmia, nel 2014, è avvenuta durante la quarta settimana del mese di settembre. Vinificazione e fermentazione delle uve Carignano hanno avuto luogo in acciaio. La fermentazione malolattica, utile alla trasformazione dell’acido malico in acido lattico, è invece avvenuta interamente in barrique.
Anche l’affinamento si è svolto in barrique di allier, per una durata complessiva di 10 mesi. Prima della commercializzazione, Kanai ha riposato altri 6 mesi in bottiglia. Sorprendente la qualità del prodotto, soprattutot in rapporto con il prezzo.
Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, tra carta stampata e online, dirigo winemag.it. Collaboro inoltre come corrispondente per una delle testate internazionali più autorevoli del settore, in lingua inglese. Edito con cadenza annuale la “Guida Top 100 Migliori vini italiani” e partecipo come giurato ai più importanti concorsi enologici internazionali. Oltre alle piazze tradizionali, studio con grande curiosità i mercati emergenti, seguendone dinamiche, trend ed evoluzioni. Negli anni ho maturato una particolare esperienza nei vini dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa, tanto da aver curato la selezione vini per un importatore leader in Italia. Nel 2024 mi è stato assegnato un premio nazionale di giornalismo enogastronomico.
Dopo i commenti sulle previsioni vendemmiali 2017, ecco il quadro regione per regione. A tratteggiarlo è Ismea, Istituto di Servizi per il Mercato Agricolo Alimentare, in collaborazione con Uiv, Unione italiana vini.
La vendemmia è arrivata dopo un’annata decisamente anomala, segnata da un inverno mite e asciutto e da gelate tardive, mentre la prolungata siccità e le elevate temperature per tutta la stagione vegetativa, hanno indotto stress idrico ai vitigni e importanti anomalie nel ciclo di maturazione delle uve.
“La prima conseguenza – evidenziano Ismea e Uiv – si è concretizzata in un sensibile anticipo della vendemmia che lungo la Penisola passa dalla ‘fisiologica’ settimana alle più anomale due o tre settimane di alcune aree produttive. In Sicilia e Sardegna la vendemmia è stata avviata intorno al 20 luglio, molto prima del tradizionale inizio di campagna dei primi di agosto”.
Allo stato attuale, si stima che nei primi giorni di settembre oltre la metà delle uve sia già stata raccolta e avviata alla vinificazione. “Le perdite delle uve precoci – aggiungono Ismea e Uiv – potrebbero essere parzialmente compensate dalle eventuali piogge di settembre che garantirebbero un miglioramento dello stato vegetativo delle uve più tardive (con particolare riferimento a quelle a bacca rossa”).
In caso contrario, i futuri aggiornamenti delle stime di produzione potrebbero indicare un valore inferiore alla soglia dei 40 milioni di ettolitri. La seconda conseguenza riguarda gli aspetti qualitativi della produzione.
UVE PIU’ SANE DELLA MEDIA
Il clima caldo e secco ha favorito uve molto più sane della media, caratterizzate da una sensibile riduzione di fitopatie, come peronospora e oidio, a cui è seguito un minore numero di trattamenti fitosanitari.
Allo stesso modo, il grado zuccherino risulta superiore lungo tutta la Penisola mentre la ridotta escursione termica tra giorno e notte non ha favorito l’ottimale sviluppo degli aromi. Le uve bianche presentano in generale un’acidità minore della media, mentre le uve rosse mostrano un minore contenuto di antociani e una conseguente non ottimale colorazione della bacca.
Ismea e Uiv tirano così le somme: “La vendemmia 2017, pertanto, presenta alcune anomalie sia quantitative che qualitative che, con le dovute differenze tra zone di produzione, dovranno essere gestite accuratamente in cantina durante la fase di vinificazione”.
SERVE UN NUOVO MODELLO AZIENDALE?
Da un punto di vista più generale, la vendemmia 2017 registra il riaccendersi del confronto tra gli operatori sulle problematiche legate ai cambiamenti climatici e agli strumenti agronomici, organizzativi e finanziari che consentono di mitigare gli effetti negativi sul livello produttivo. Se il dibattito agronomico si incentra sulle varietà più resistenti alla siccità e al corretto utilizzo delle irrigazioni di soccorso, l’annata in corso ha messo in luce le difficoltà e le rigidità dei modelli organizzativi aziendali.
“L’anticipo della vendemmia, con la sovrapposizione di cicli di conferimento di uve raccolte precedentemente in periodi ben definiti – evidenziano Ismea e Uiv – ha costretto le aziende a rivedere sia i piani in vigna che, soprattutto, quelli di gestione della cantina. Mai come quest’anno i fattori di organizzazione aziendale, di adeguamento dei sistemi produttivi e di mitigazione del rischio faranno la differenza sui risultati economici, introducendo un ulteriore elemento di discrimine competitivo. Le previsioni di produzione Ismea-Uiv si inseriscono in un quadro economico che conferma il trend positivo del settore di questi ultimi anni”.
I LISTINI DEI VINI I listini dei vini comuni, storicamente più sensibili dei Doc-Docg alle oscillazioni produttive, mostrano una tendenza all’aumento. Secondo le rilevazioni Ismea, infatti, la campagna si è aperta con i prezzi di agosto in crescita del 4% sui bianchi comuni e del 2% sui rossi comuni rispetto a luglio. Anche su base tendenziale, quindi su agosto 2016, si evidenziano prezzi in aumento, soprattutto per i bianchi.
Si conferma d’altra parte, il buon momento delle esportazioni di vino italiano sui mercati esteri. Elaborazioni Ismea su dati Istat registrano, per i primi cinque mesi del 2017, un incremento del +6,2% in volume, accompagnato dal +6,4% in valore. Se tale valore di crescita venisse confermato a fine anno, le vendite italiane arriverebbero alla soglia dei 6 miliardi di euro per un volume superiore ai 21 milioni di ettolitri.
PIEMONTE Nel 2017 il vigneto del Piemonte è stato esposto, come il resto della Penisola, a caldo e siccità, cui si sono aggiunte anche altre avversità meteo quali le gelate tardive e le grandinate, verificatesi sia in primavera che in estate.
Dopo un inverno contraddistinto da un clima piuttosto mite con rare nevicate e pochi giorni con temperature al di sotto dello zero, anche la primavera è iniziata con il bel tempo, ma poi c’è stata una brusca inversione di tendenza.
Appena dopo la metà di aprile, una ventina di giorni di freddo, anche intenso, hanno determinato infatti un forte abbassamento delle temperature, con numerose gelate tardive e alcune grandinate precoci, in particolare nella zona del Barbaresco, nelle Langhe.
Dopo la prima decade di maggio, la situazione climatica è gradualmente migliorata e le temperature hanno ripreso a salire. Da metà giugno in poi si sono avuti due elementi costanti: temperature elevate, a volte anche esagerate, fino a sfiorare 40 °C, e assenza pressoché totale di precipitazioni.
Il germogliamento è iniziato con circa due settimane di anticipo rispetto alla media e anche fioritura e allegagione sono state anticipate, ma non sempre hanno potuto contare su condizioni climatiche favorevoli, mostrando quindi una certa disomogeneità tra le diverse zone. L’accelerazione dello stato vegetativo si è ripresentata con l’invaiatura, con situazioni di totale eccezionalità: molte delle vigne hanno invaiato nei primi 20 giorni di luglio, con una ventina di giornate di anticipo sul dato medio. L’anticipo della raccolta è stato in alcuni casi anche di 30 giorni rispetto a una vendemmia considerata normale.
È stato fondamentale il monitoraggio costante delle curve di maturazione vigneto per vigneto per raccogliere e portare in cantina le uve nelle migliori condizioni possibili. Se le operazioni di raccolta continueranno con questa cadenza si potrà chiudere la vendemmia prima della fine di settembre.
L’assenza di precipitazioni e il clima caldo hanno però scongiurato l’insorgere di problematiche fitosanitarie, ad eccezione di alcuni attacchi di oidio.
LOMBARDIA (-27,5%)
La stagione vegetativa è iniziata con un anticipo di circa 10 giorni rispetto alla media. Le fasi fenologiche successive si sono svolte regolarmente salvo essere poi bruscamente interrotte da una seria gelata primaverile che ha colpito prioritariamente i vigneti dell’Oltrepò Pavese e della Franciacorta. In quest’ultima zona ha avuto poi impatto negativo anche la grandine, caduta ad estate avanzata.
Altro fattore comune è stato il decorso siccitoso dell’estate. Questi fattori, se pur non egualmente presenti in tutta la regione, hanno determinato un calo produttivo medio stimato nell’ordine del 25-30%, anche se in alcuni areali la percentuale di perdita è stata notevolmente più elevata.
Buona, con punte di ottimo, tuttavia la qualità delle uve. Le uve basi spumante, la cui raccolta è iniziata nei primissimi giorni di agosto, hanno evidenziato corretti valori di tenore zuccherino ed acidità. La vendemmia è entrata nel vivo dalla seconda metà di agosto e ad ora si stima che sia stato portato in cantina circa il 70% del prodotto. Molto bassa l’incidenza di attacchi patogeni.
VALLE D’AOSTA (-32,5%)
La perdita produttiva è imputabile in primo luogo alle gelate primaverili e in seconda battuta alla grandine. L’incidenza di fitopatie è stata mediamente bassa, fatta eccezione per l’oidio la cui presenza è stata superiore alla norma.
LIGURIA (-25%)
La siccità è, invece, alla base della perdita produttiva della Liguria. Cacciata, fioritura e allegagione erano state ottime, ma la prolungata siccità e il caldo estivo, cui si sono aggiunte le grandinate di luglio in provincia di Imperia, hanno complicato il processo di maturazione. Le uve sono comunque sane e con una gradazione dai 3 ai 5 gradi superiore allo scorso anno.
VENETO (-17,5%) Anche in Veneto il calo produttivo è da imputare a un mix di eventi sfavorevoli che hanno preso l’avvio in aprile (gelate) e si sono intensificati con l’estate (stress idrico e alcune grandinate). A questi fattori si è sommata anche la minor produttività fisiologica delle viti, dovuta all’abbondante produzione del 2016, in parte compensata dall’entrata in produzione di nuovi impianti. In definitiva, la flessione, sebbene significativa, dovrebbe attestare la produzione regionale sostanzialmente sui livelli medi.
Anno difficile, comunque, per fare previsioni perché si è registrata una forte variabilità non solo tra i diversi areali della regione, ma anche tra vigneti contigui. A fare la differenza è stato sicuramente il ricorso all’irrigazione di soccorso, ma anche la diversa esposizione del vigneto o l’ubicazione in termini altimetrici. Abbastanza confortanti, intanto, i primi dati sulle rese uva/vino che risultano superiori a quanto ci si aspettasse.
Nel Veronese, ad ora, nella zona del Valpolicella e del Soave si stima una flessione inferiore alla media regionale, mentre potrebbe essere superiore alla media nel Bardolino, dove la gelata di aprile ha interessato circa un migliaio di ettari e la grandine del 10 agosto una zona più ristretta. Più consistente invece la riduzione prevista spostandosi ulteriormente ad est nella provincia di Vicenza (Colli Vicentini, Gambellara), in cui la gelata del 19 aprile ha fatto danni rilevanti. Limitata la flessione delle uve destinate ai “Prosecchi”.
Per il Conegliano Valdobbiadene Docg le quantità sono nella media dello storico. Nel caso del Prosecco Doc i cali di resa in alcuni areali sono stati compensati dall’entrata in produzione dei nuovi impianti stabiliti nel 2016, dallo sblocco della riserva vendemmiale 2016 e dall’ammissione straordinaria di altri 2.000 ettari per la sola annata 2017.
Le uve si presentano complessivamente sane, non essendosi create le condizioni per emergenze fitosanitarie particolari, di buona qualità e caratterizzate da maturazioni tipiche delle annate calde. L’anticipo di vendemmia è di circa una settimana rispetto alla norma.
TRENTINO ALTO ADIGE (-12,5%) Decisamente contenuta, rispetto alla media nazionale, la flessione stimata nella regione. A condizionare il risultato sono state le avversità meteo legate soprattutto alle gelate e alla grandine. L’annata viticola in Trentino è stata caratterizzata da una partenza molto precoce della vegetazione, con un ritorno di freddo nella terza decade di aprile accompagnato da gelate che hanno danneggiato soprattutto i vigneti di fondovalle.
Poi è seguito un periodo di siccità nel mese di maggio che ha richiesto il soccorso degli impianti d’irrigazione a goccia. Il caldo di luglio ha accelerato la maturazione delle uve, ma ad agosto il protagonista è stato ancora il maltempo. Bombe d’acqua accompagnate da venti molto forti e da grandinate hanno colpito in particolare la Piana Rotaliana e la zona di Giovo in Val di Cembra.
La vendemmia, anticipata di circa dieci giorni, rispetto alla media, è iniziata subito dopo ferragosto con le uve base spumante e proseguita con Pinot grigio e Muller Thurgau. Dalla seconda settimana di settembre si inizierà con le uve rosse. La qualità delle uve oscilla tra il buono e l’ottimo e si confida molto nelle tradizionali escursioni termiche tra il giorno e la notte, così da permettere alle uve rosse di raggiungere la completa maturazione anche per quanto riguarda aromi e polifenoli.
In provincia di Bolzano la vendemmia è iniziata piuttosto precocemente (circa 10 giorni rispetto al 2016) nell’ultima settimana di agosto nella zona di Terlano con la raccolta del Sauvignon bianco. Rispetto al Trentino la situazione legata alle gelate di aprile è risultata meno problematica, in quanto i vigneti altoatesini sono principalmente situati a più alta quota.
Di contro, le grandinate di agosto hanno colpito le zone della Bassa Atesina e la Valle d’Isarco. Complessivamente la qualità delle uve è considerata da buona a ottima. Le malattie fungine sono state ben contenute e sono stati minimi i danni da tignola e tignoletta.
FRIULI VENEZIA GIULIA (-11,5%) L’annata meteorologica ha avuto un decorso generalmente favorevole fino alla gelata della seconda metà di aprile, cui sono seguiti caldo e siccità in estate. A creare ulteriori problemi è intervenuta una grandinata nella prima metà di agosto. Il clima secco e caldo ha però contribuito ad avere uve sane: la peronospora ha inciso per il 50% in meno rispetto al 2016 e la botrite ha colpito meno del 5% dei grappoli.
Anche in Friuli il grado zuccherino dell’uva è elevato, il più alto delle ultime cinque campagne. Il peso medio degli acini è superiore del 35% rispetto a quello dello scorso anno (con un rapporto polpa/buccia favorevole alla prima), ma ci sono meno acini per grappolo e meno grappoli per pianta.
La raccolta delle varietà per basi spumante è iniziata il 21 agosto, con un anticipo di circa 6 giorni sulla media storica. Tra i vini bianchi, i primi a essere stati raccolti, quindi quelli che hanno sofferto di più caldo e siccità, si fanno ottime previsioni qualitative per Pinot grigio, Friulano e Sauvignon.
EMILIA ROMAGNA (-25%)
La vendemmia dell’Emilia Romagna arriva dopo diverse vicissitudini climatiche che hanno pesantemente condizionato il risultato produttivo: ai danni da gelate si sono aggiunti quelli da siccità e grandine nei mesi estivi. L’avvio vegetativo ha mostrato un anticipo almeno di una settimana rispetto alla media, poi le fasi fenologiche si sono succedute regolarmente fino alla gelata della terza decade di aprile.
Gli effetti da gelata sono stati molto eterogenei e si sono differenziati per vitigno ed esposizione. L’Ancellotta è la varietà che ha subito più danni, mentre il Lambrusco Salamino è quello che ha avuto meno conseguenze negative. La maturazione è stata buona, ma certamente condizionata dalle alte temperature e da una prolungata assenza di piogge.
In regione ha piovuto meno di quanto non avesse fatto in tutto il 2015, altro anno annoverato come caldo e siccitoso, con danni soprattutto nelle zone collinari. Si è fatto ricorso all’irrigazione di soccorso con gli invasi ridotti spesso ai livelli minimi.
La vendemmia, iniziata con circa due settimane di anticipo sulla media nelle zone collinari e di dieci giorni in pianura, si prospetta con un forte calo produttivo, anche a causa della resa in vino più bassa dello scorso anno. A questo però si affianca una qualità dal buono all’ottimo, dovuta anche alla pressoché totale assenza di fitopatie, e una gradazione delle uve leggermente più alta dello scorso anno.
TOSCANA (-32,5%)
Annata difficile quella del vigneto toscano, segnata in modo importante dalla siccità che ha colpito più o meno tutta la regione, con difficoltà a compensare la mancanza di pioggia attraverso interventi di irrigazione di soccorso. Le gelate di aprile, tra il 18 e il 20, hanno colpito alcune zone del Chianti, del Nobile, della Vernaccia, andando a compromettere parte della cacciata che era stata da buona a ottima in tutta la regione.
Questo ha chiaramente avuto ripercussioni negative su tutte le fasi successive, a partire dalla fioritura. Nelle zone non colpite dalle gelate, invece, fioritura, allegagione e invaiatura sono risultate mediamente buone, con punte di ottimo nella zona costiera a nord della Toscana, dove l’allegagione è avvenuta con circa 20 giorni di anticipo.
Poco significativa l’incidenza di malattie in tutta la regione e le uve si presentano dunque sane e con una gradazione più elevata rispetto agli ultimi cinque anni. Anche in Toscana lo sviluppo vegetativo ha sovvertito un calendario considerato normale, soprattutto laddove gli anticipi si possono conteggiare tra i 18 e i 21 giorni.
Per quando riguarda la quantità delle uve, si prevede una vendemmia generalmente scarsa, con cali contenuti nella zona del Morellino fino ad arrivare anche a punte di -40% nelle zone del Chianti, di Montepulciano e Massa Marittima. Come sempre, per la vendemmia del Sangiovese sono decisivi i primi giorni di settembre anche se molti danni da siccità non sembrano più sanabili
Problema che affligge i vigneti toscani, e che pare un unicum nel panorama nazionale, è la presenza degli ungulati, i cui danni alle vigne devono essere ormai conteggiati nelle cause di riduzione produttiva.
UMBRIA (-35%) Due gli eventi principali che hanno caratterizzato questa annata in Umbria: la gelata di fine aprile e l’eccezionale siccità che si è protratta per tutta l’estate, da giugno ad agosto. La gelata ha colpito in particolare i vitigni più precoci, che in quel momento avevano già germogliato e che hanno dovuto ricominciare il ciclo. Meno problemi per le uve più tardive che erano all’inizio del germogliamento.
L’estate calda, con una scarsa escursione termica tra il giorno e la notte, ha comportato un anticipo di alcuni parametri di maturazione, quali gli zuccheri, di almeno 15 giorni. Una delle sfide di questa vendemmia sarà quella di portare in cantina uve con parametri più possibile equilibrati visto che la raccolta è iniziata nei primi giorni di agosto.
Le uve tradizionalmente precoci, Chardonnay, Sauvignon e Pinot nero, sono risultate sane anche se con una lieve carenza di acidità. Poi toccherà a Sangiovese e Sagrantino e, in particolare per quest’ultimo, un lieve abbassamento delle temperature e qualche pioggia, potrebbero comportare un’evoluzione migliorativa rispetto alle aspettative attuali.
MARCHE (-27,5%) Anche le vigne marchigiane si sono trovate ad affrontare le gelate tardive, giunte il 22 e 23 aprile, che hanno imposto una selezione naturale nei vigneti della regione. Dal freddo si sono salvate diverse zone dei Castelli di Jesi, là dove il mare con i suoi benefici influssi ha mitigato la morsa del gelo. Il maltempo ha segnato ancora, negativamente, le sorti della vendemmia 2017 con la grandine nella terza decade di giugno e ancora nella seconda di luglio.
L’annata meteorologica ha mostrato tutta la sua complessità nel periodo estivo, con siccità e alte temperature che hanno messo a dura prova soprattutto i vigneti collinari, dove l’approvvigionamento idrico risulta più difficoltoso rispetto agli impianti di pianura.
Si registra, in positivo, la pressoché totale assenza di patologie fungine, che ha dato modo alle viti, dopo le dure prove del freddo, di sviluppare uve in ottima salute. Cronologicamente ci si è trovati ad affrontare una vendemmia anticipata di 15 o 20 giorni. La raccolta dei bianchi internazionali e delle basi spumante è già avvenuta, per la vendemmia del Verdicchio si inizierà intorno alla metà di settembre.
Quest’anno i grappoli sono più piccoli della media, la buccia degli acini è più spessa e le uve presentano un minore grado di acidità. La qualità sarà nel complesso buona. Si spera in una normalizzazione del clima e in qualche pioggia che possa far recuperare quantità sul Montepulciano, vitigno tardivo.
LAZIO (-32,5%)
Un inverno mite ha fatto partire il ciclo vegetativo in anticipo rispetto agli anni passati. Poi la gelata primaverile ha interrotto la cacciata delle viti in buona parte dei vigneti di quota e di fondovalle, provocando una riduzione della produzione. L’estate che è seguita è stata caratterizzata da siccità e alte temperature come non si ricordava da molto tempo.
Per circa tre mesi non è mai piovuto, a parte alcune sporadiche piogge nelle denominazioni più interne, e per circa 60 giorni le temperature registrate sono state superiori ai 30°, con punte di oltre 40, e con scarso gradiente giorno/notte. Bassa l’incidenza delle malattie nel vigneto, quasi assente la peronospora, appena più alta la presenza dell’oidio.
Le uve nei vigneti appaiono sanissime, leggermente “abbronzate” le bianche. La loro qualità si preannuncia buona: meno profumi e gradazione molto superiore alla media. Per i vitigni non ancora totalmente vendemmiati, come il Cesanese, il Montepulciano e il Merlot, si ritiene che qualche pioggia di inizio settembre possa ancora riequilibrare la situazione.
ABRUZZO (-30%)
Un inverno che, inizialmente, sembrava avaro di neve si è riscattato in extremis con abbondanti nevicate tardive, che sono risultate una preziosa riserva d’acqua nella torrida estate abruzzese. La seconda decade di aprile ha visto, invece, l’affacciarsi di un gelo tardivo che ha colpito i fondivalle e i vigneti più in quota della regione, intaccando il ciclo vegetativo delle varietà più precoci. Poche, fortunatamente, le grandinate, con qualche piccola eccezione durante il mese di giugno nel sud del territorio regionale.
Poche le difficoltà di ordine fitosanitario, tra cui qualche attacco di oidio mentre sono state praticamente assenti peronospora e altre patologie. Il caldo eccessivamente prolungato, sia nelle altissime temperature diurne, sia in quelle notturne, accompagnato dalla quasi totale assenza di precipitazioni, ha comportato una significativa riduzione della quantità di uve subito evidente nelle più precoci (bianche internazionali e Pecorino) portate in cantina con un anticipo di 15-20 giorni sulle tabelle tradizionali.
Di contro, si registra un perfetto stato sanitario, sia sulle uve convenzionali che bio, sebbene con una leggera disidratazione e un lieve deficit in acidità. Per i restanti bianchi ancora in vigna, Trebbiano in particolare, generalmente resistente alla siccità, si auspica l’assenza di precipitazioni che a questo punto potrebbero risultare più che altro nocive. Discorso a parte merita il Montepulciano, vitigno rosso più importante della regione, molto tardivo, per il quale qualche pioggia potrebbe ancora essere utile all’assestamento di quantità e qualità su valori normali.
CAMPANIA (-12,5%) La situazione regionale appare, in termini percentuali meno problematica rispetto alla media nazionale. Questo però è attribuibile solo al fatto che il confronto viene effettuato rispetto ad un 2016 particolarmente scarso a causa, soprattutto, del cattivo tempo e delle alluvioni.
Le prime fasi vegetative, in realtà, avevano fatto pensare al ritorno ad una produzione nella normalità, ma la scarsità di piogge ed il gran caldo hanno contribuito ad avere un’altra scarsa produzione. Da segnalare che in alcune aree anche le gelate primaverili avevano già compromesso la resa in uva.
CALABRIA (-25%) La siccità ha avuto ripercussioni pesanti anche in Calabria dove, comunque, la vendemmia è ancora all’inizio e si spera nelle piogge per recuperare sia quantità che qualità. Particolarmente scarse anche le vendemmie in Basilicata (-32%) e Molise (-25%).
PUGLIA (-30%) Condizioni climatiche particolarmente anomale durante tutte le fasi vegetative hanno influito sui risultati della vendemmia pugliese 2017. A fine aprile vi sono stati abbassamenti di temperatura che, in alcune zone della Puglia, hanno da subito provocato perdite di prodotto. Il prosieguo della stagione è stato invece caratterizzato da un lungo periodo di alte temperature e siccità.
Da un punto di vista fitopatologico la stagione è stata tranquilla, perché l’assenza di pioggia non ha creato condizioni favorevoli alla proliferazione di patogeni, quali peronospora e botrite. Le uve giunte in cantina sono risultate mediamente più sane rispetto alle passate stagioni e con una gradazione superiore.
Complessivamente, quindi, la stagione in corso sembra caratterizzarsi per due fattori. Da una parte, forti cali produttivi, per i quali notevole è stato il contributo della siccità. Dall’altra, la qualità dell’uva e dei vini bianchi e rosati è considerata ottima. Per i rossi allo stato attuale potrebbe esserci il rischio che non vi sia allineamento tra la maturazione tecnologica (zuccheri e acidità) e quella fenolica (tannini e antociani).
SICILIA (-35%) La vendemmia siciliana del 2017 sarà annoverata come una delle più precoci degli ultimi decenni, tanto che i primi grappoli sono stati portati in cantina il 22 luglio. L’eccessivo caldo ha dato un’accelerata alla fase della maturazione, costringendo a un anticipo delle operazioni in vigna, perfino di 15 giorni, per quasi tutte le varietà, comprese le rosse. Le alte temperature, che non hanno risparmiato neppure le ore notturne, hanno falsato la fase della maturazione portando ad una rapida disidratazione delle uve.
Dopo un inverno e una primavera piuttosto miti, in termini di temperature, e con sufficienti livelli di precipitazioni, l’arrivo dell’estate ha fatto salire vertiginosamente i termometri, con la colonnina di mercurio che, soprattutto nelle aree più interne, si è per più giorni consecutivi attestata anche oltre i 40 gradi.
A questo si è sommata l’assenza totale di piogge. Risultato: rese che si prevedono in netto ribasso, con percentuali variabili in base al ricorso, o meno, all’irrigazione di soccorso dei vigneti. Anche in questa regione comunque, è toccato fare i conti con il problema della capacità degli invasi di rispondere alla domanda dei produttori, non solo viticoli.
Meno problematica rispetto ad altre zone l’area dell’Etna in cui il caldo estivo è stato in parte mitigato dall’effetto altura. In linea generale, a soffrire meno sono stati i vitigni situati nelle aree più vocate e quelli la cui gestione oculata della chioma ha permesso di proteggere i grappoli dai raggi del sole. Le uve che sono riuscite a superare l’ondata di calore senza bruciarsi, mostrano una qualità molto buona e una gradazione piuttosto elevata.
SARDEGNA (-35%) La situazione è simile anche nell’altra grande Isola. Alla flessione della quantità delle uve, a causa delle gelate primaverili, della mancanza di pioggia e dell’eccessivo e prolungato caldo, si aggiunge anche la riduzione delle rese uva/vino. In Sardegna, come in Sicilia, la vendemmia ha avuto inizio l’ultima settimana di luglio, con un anticipo di più di due settimane sul normale calendario.
Winemag.it, wine magazine italiano incentrato su wine news e recensioni, è una testata registrata in Tribunale, con base a Milano. Un quotidiano online sempre aggiornato sulle news e sulle ultime tendenze italiane ed internazionali. La direzione del wine magazine è affidata a Davide Bortone, giornalista, wine critic, giudice di numerosi concorsi internazionali e vincitore di un premio giornalistico nazionale. Winemag edita inoltre con cadenza annuale la Guida Top 100 Migliori vini italiani. Winemag.it è un progetto editoriale indipendente e di elevata reputazione in Italia e in Europa. Puoi sostenerci con una donazione.
Il Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali rende noto che, nell’ambito della domanda unica dello sviluppo rurale e del vino, l’organismo pagatore Agea ha predisposto i decreti di pagamento di 118 milioni di euro in favore di oltre 51 mila beneficiari.
In particolare, i pagamenti dell’Agenzia per le erogazioni in Agricoltura sono stati così suddivisi:
– 21 milioni di euro per la domanda unica (ulteriori cicli di saldo campagna 2015) in favore di 10.116 beneficiari
– 6 milioni di euro per la ristrutturazione dei vigneti in favore di 193 beneficiari
– 18 milioni di euro per lo sviluppo rurale, a seguito di istruttoria regionale, in favore di 928 beneficiari
– 41 milioni di euro per lo sviluppo rurale (misure a superficie e animali), a seguito di istruttoria automatizzata di 20.344 beneficiari
– 30 milioni di euro per il Programma Nazionale di Sviluppo Rurale – Assicurazione del raccolto, degli animali e delle piante, in favore di 20.004 beneficiari
Nel dettaglio, per quanto riguarda i pagamenti dello sviluppo rurale, misure a superficie, concessi a seguito di istruttoria automatizzata, le regioni interessate sono
– Basilicata (11 milioni per 1.413 beneficiari)
– Campania (958mila euro per 382 beneficiari)
– Friuli (868mila euro per 250 beneficiari)
– Liguria (2 milioni di euro per 1.726 beneficiari)
– Puglia (9 milioni di euro per 1.112 beneficiari)
– Sardegna (10 milioni di euro per 14.288 beneficiari)
– Sicilia (41mila euro per 7 beneficiari)
– Umbria (3 milioni di euro per 453 beneficiari)
– Valle d’Aosta (1 milione di euro per 713 beneficiari)
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(2 / 5) Non ce ne vogliano il Decanter, l’International Wine Challenge, il Gambero Rosso e l’associazione italiana sommelier (Ais), che tra il 2003 e il 2014 hanno premiato il Vermentino di Sardegna Doc Aragosta della Cantina Santa Maria La Palma con medaglie, “bicchieri” e “grappoli”.
Il vino simbolo della cantina di Alghero, pur presentandosi sugli scaffali di gran parte dei supermercati italiani a prezzi più che allettanti, non andrebbe certo segnalato nel “gotha” dei grandi vini della Sardegna. Un vino bianco che non risponde certo alle esigenze di chi cerca qualcosa più del prezzo, acquistando vino al supermercato.
LA DEGUSTAZIONE
La vendemmia sotto la lente di vinialsuper è la 2016, l’ultima in commercio. Il Vermentino di Sardegna Doc Aragosta di Cantina Santa Maria La Palma si presenta nel calice di colore giallo paglierino, con riflessi verdolini. Al naso, l’aromaticità tipica del vitigno è solo apparente. Analizzando con attenzione l’olfatto, paiono evidenti i sentori “rinoplastici” di mela golden, pesca, frutti esotici (ananas, mango) e fiori di glicine.
Al palato il corpo è leggero. La percezione “amarognola” tipica della chiusura di gran parte dei Vermentini di Sardegna sovrasta, fin dall’ingresso in bocca, le attese note fruttate. Una nota tanto evidente da coprire anche la mineralità, altro tratto distintivo del vitigno sardo. Un peccato. La persistenza è tutta giocata, monocorde, sul contrasto tra la suddetta nota amarognola, la frutta e la soluzione salina. Facile la beva, per chi non ha pretese di gusto tipico e d’abbinamento. Unica raccomandazione una temperatura di servizio non superiore ai 12 gradi.
LA VINIFICAZIONE
Il nome “Aragosta”, scelto dalla Cantina Santa Maria La Palma per il suo Vermentino “base”, si deve all’abbinamento per antonomasia di questo vino bianco ad Alghero: quello con l’aragosta alla catalana. Ricetta e vino “popolare”: un binomio che funziona, proprio per il prezzo allettante di questo nettare, colonna portante del fatturato di una cantina che vinifica 700 ettari complessivi di terreni dei circa 600 soci della cooperativa. La mancanza di notizie sulla tecnica di vinificazione di Aragosta, suggerisce una lavorazione tradizionale degli acini di Vermentino, raccolti senza una particolare selezione nei vigneti algheresi della nota cantina sarda.
Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, tra carta stampata e online, dirigo winemag.it. Collaboro inoltre come corrispondente per una delle testate internazionali più autorevoli del settore, in lingua inglese. Edito con cadenza annuale la “Guida Top 100 Migliori vini italiani” e partecipo come giurato ai più importanti concorsi enologici internazionali. Oltre alle piazze tradizionali, studio con grande curiosità i mercati emergenti, seguendone dinamiche, trend ed evoluzioni. Negli anni ho maturato una particolare esperienza nei vini dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa, tanto da aver curato la selezione vini per un importatore leader in Italia. Nel 2024 mi è stato assegnato un premio nazionale di giornalismo enogastronomico.
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