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Collio Bianco vino da uve autoctone? «Modello Barolo, non Sassicaia»

Collio Bianco vino da uve autoctone «Modello Barolo, non Sassicaia» gruppo produttori Edi Keber, Fabijan Muzic, Cantina Produttori di Cormons, Maurizio Buzzinelli e Fabijan Korsic
EDITORIALE – Collio Bianco vino da uve autoctone? Il modello è «Barolo, non Sassicaia». Così Andrea Drius della cantina Terre del Faét sintetizza il progetto portato avanti con 
Edi Keber, Fabijan Muzic, Cantina Produttori di Cormons, Maurizio Buzzinelli, Fabijan Korsic, La RajadeMarcuzzi Viticola. L’idea di un Collio Bianco ottenuto con i soli tre vitigni autoctoni Friulano (ex Tocai), Ribolla gialla e Malvasia Istriana si avvicina più alla tipicità territoriale espressa dalle menzioni geografiche del Nebbiolo da Barolo, che all’uvaggio bordolese dell’etichetta simbolo di Tenuta San Guido. «L’obiettivo – spiega Drius – è tornare alla tradizione e all’uvaggio storico del territorio, senza sostenere che il nostro vino sia migliore degli altri. E senza chiedere che venga preclusa la possibilità di produrre Collio Bianco anche con i vitigni internazionali».

COLLIO BIANCO VINO DA UVE AUTOCTONE: CHE CONFUSIONE

Chi decida cos’è «tipico» e cosa non lo sia, in una terra come il Collio in cui i vitigni internazionali sono presenti – e molto ben acclimatati – sin dall’Ottocento, è il vero nodo della questione. Fatto sta che, personalmente, anche dopo l’intervista rilasciatami da Andrea Drius – giovane e appassionato vignaiolo, chiaramente innamorato della propria terra – resto dell’idea che il progetto di un “Collio Bianco – vino da uve autoctone” faccia, come già detto in passato, acqua da tutte le parti. Almeno così presentato e proposto al pubblico, ormai da qualche annetto. Non è un caso che giornali generalisti con cui il gruppo di produttori si è confrontato nelle ultime settimane, abbiano combinato un pasticcio gigante nell’interpretare (malissimo) le parole del gruppo di produttori del Collio.

IL PASTICCIO DEL CORRIERE: «VERO COLLIO» SOLO CON UVE AUTOCTONE?

«I moschettieri del vero Collio», ha (colpevolmente) titolato il Corriere, nel suo inserto Extra di lunedì 2 dicembre. Instillando così nei lettori il dubbio che, sul mercato, esista anche un “finto Collio“: ovvero quello prodotto da decine di altri produttori locali che (legittimamente) scelgono di utilizzare nel blend le uve internazionali ammesse dal disciplinare in vigore dal 1991 (33, gli anni di Cristo). Un insulto, bello e buono, alla schiera di produttori che, negli ultimi decenni, hanno dato una dignità locale assoluta, “colliana” volendo coniare un eufemismo, a varietà internazionali come Sauvignon Blanc, Pinot Grigio, Riesling, Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc e, non ultimo, il Pinot Nero.

IL COLLIO BIANCO È GIÀ UN BRAND

Sono nate così etichette iconiche come Col Disôre di Russiz Superiore, Vintage Tunina di Jermann (pur Igt) o Studio di Bianco di Borgo del Tiglio – per citarne alcuni – che hanno reso le 6 letterine della splendida parolina “Collio” (così semplice da pronunciare, anche per gli stranieri – chiedere per credere ai siciliani che hanno dovuto cambiare nome al Cattarratto) un sinonimo internazionale di “grandi vini bianchi”, annoverabili tra i fine wines italiani di dignità galattica. Il progetto “Collio Bianco vino da uve autoctone” complica il concetto esistente, semplicissimo, di “uvaggio” del Collio Bianco.

Ed è per certi versi “arrogante”: non certo nelle intenzioni dei produttori, che continuano a sostenere di non voler alcuno scontro col resto dei colleghi o con il Consorzio, ma “nell’effetto che fa” la narrazione di un Collio Bianco intrinsecamente elitario, in quanto proposto come “storico” e “tradizionale” in un’epoca in cui lo storytelling della storicità e della tradizione, sin troppo spesso, si beve, da solo, tre quarti di bottiglia.

I NUMERI DEL COLLIO E DEL COLLIO BIANCO DA UVE AUTOCTONE

Prima di passare alle domande (e soprattutto alle risposte) rivolte ad Andrea Drius di Terre del Faét, ecco qualche cifra. Nel Collio sono presenti circa 1.240 ettari di vigneti. Nel 2023, la produzione complessiva è stata di 7,3 milioni di bottiglie. Di queste, sono 295.780 le bottiglie di Collio Bianco Doc (circa il 4% della produzione totale). Nel 2023, le aziende che aderiscono al gruppo “Collio Bianco vino da uve autoctone” hanno prodotto il 27,7% della tipologia, per una cifra che supera le 82 mila bottiglie.

Numeri che risultano oggi più sostanziosi – «oltre la metà della produzione totale», secondo le stime di Drius – grazie all’adesione di altre aziende avvenuta nel corso del 2024. A pesare sul totale in maniera decisiva è il sostengo al progetto della cooperativa Cantina Produttori di Cormons, l’azienda con più ettari vitati in tutta la zona del Collio Goriziano (120 soci e circa 330 ettari vitati fra le Doc Collio, Isonzo e Aquileia, per un totale di 2 milioni di bottiglie complessive prodotte nel 2024).

COLLIO BIANCO VINO DA UVE AUTOCTONE: INTERVISTA AD ANDREA DRIUS

Iniziamo con un inquadramento della vostra realtà. Siete un’associazione formale o un “semplice” gruppo di produttori che condivide una visione sul Collio Bianco da sole uve autoctone (Friulano, Ribolla, Malvasia istriana)?

Abbiamo pensato di costituire un’associazione, ma per il momento abbiamo deciso di non formalizzare in nessun modo la cosa. La nostra idea è quella di un gruppo aperto a chiunque apprezzi il progetto e ne condivida l’obiettivo, ovvero valorizzare il Collio. Siamo un “gruppo spontaneo” e aperto, chiunque voglia farne parte è ben accetto.

Tutte le aziende del gruppo fanno parte del Consorzio Tutela Vini Collio?

Sì, tutte le aziende sono iscritte al Consorzio.

Quando e da chi è nata, per l’esattezza, l’idea di promuovere il Collio Bianco da sole uve autoctone? Come è avvenuto il coinvolgimento degli altri produttori?

L’idea iniziale è nata da una mia chiacchierata con Kristian Keber della cantina Edi Keber. Utilizzava una scritta, sul suo Collio Bianco, che mi piaceva molto: “Vino del territorio”. Tra un bicchiere e l’altro, in maniera del tutto spontanea, gli ho chiesto di poter utilizzare la stessa scritta sulle etichette dei miei vini (Terre del Faét, ndr). La sua risposta è stata: “Sei matto? Magari tutti scrivessero una cosa del genere!”. Così, insieme, abbiamo deciso di contattare altre realtà che potevano essere d’accordo con questa idea. Ecco quindi che il gruppo si è delineato con l’adesione di Fabijan Muzic e Produttori di Cormons. Dalla piccola scritta, presente sulla retro etichetta, siamo passati a qualcosa di maggiore impatto. È nata così l’idea dell’etichetta frontale con la scritta Collio in primo piano, a livello visivo, seguita dalla formula “Vino da uve autoctone”. Un modo per consentire alla bottiglia di raccontarsi “da sola”.

I vitigni internazionali sono stati introdotti nel Collio principalmente tra la seconda metà dell’Ottocento e del Novecento. Si trattava, per lo più, di varietà a bacca rossa del taglio bordolese (Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc, Merlot) oltre che del Pinot Nero. Poi, all’inizio del Novecento e con rinnovato interesse nel Dopoguerra, fu la volta degli internazionali a bacca bianca, come Chardonnay, Pinot Bianco, Sauvignon e Pinot Grigio, che in molte aree italiane vengono considerati (e spesso descritti dagli stessi produttori) se non “autoctoni”, ormai come “locali”, per il perfetto acclimatamento e la tradizione consolidata nella loro vinificazione, da soli o in uvaggio. Il disciplinare del Collio Bianco include i vitigni internazionali dal 1991. Perché cambiare oggi?

Personalmente non ho una storicità così importante, ma posso raccontare i miei 10 anni di esperienza della mia cantina. La nostra intenzione non è togliere nulla a nessuno, o svilire il vino di altri. Tantomeno vogliamo dire che non si debba fare nessun altro uvaggio o tipo di blend al di fuori del “Collio Bianco vino da uve autoctone”. Un uvaggio autoctono, legato alla storia del Collio, non è in contrapposizione con l’idea di produrre un grandissimo “bianco aziendale”. Le due cose sono complementari: da una parte la massima espressione aziendale, con la massima libertà di scegliere le uve migliori a livello aziendale; dall’altra l’idea di creare qualcosa che possa essere più identitario e confrontabile e, a nostro avviso, anche più facile da comunicare.

L’unica cosa “democratica”, in grado di spiegare il territorio in maniera più uniforme, è il ricorso alla storicità della zona, andando a riproporre il vino della tradizione. Il Collio è molto frammentato a livello di numero di aziende e ognuna punta su cose diverse. Per questo, il Collio Bianco vino da uve autoctone è una piccola àncora per un racconto comune da proporre al pubblico, in modo molto facile e diretto, perché non si basa su un’idea aziendale ma sul territorio. La nostra speranza è che tra 20, 30 40 anni ci si interessi poco delle varietà con cui è prodotto il Collio Bianco. Ma si sappia cosa aspettarsi. Dall’altro lato continuerebbero ad esistere i grandi blend aziendali, con i loro nomi di fantasia.

Non credete di correre il rischio che la vostra “battaglia” rispecchi più interessi particolari – del vostro gruppo di aziende – che di territorio? Mi spiego meglio: salta all’occhio il fatto che il vostro gruppo punti tutto sui vitigni, ovvero sulla base ampelografica di una tipologia, il Collio Bianco per l’appunto. In altri territori, invece, ci sono gruppi di produttori che fanno “pressione” sui Consorzi per potare avanti tematiche come produzione biologica, sostenibilità, riduzione dell’impronta carbonica delle aziende. Oppure, sempre sul fronte produttivo, molti vignaioli e cantine avvedute chiedono il riconoscimento di sottozone, cru, parcelle. I vitigni internazionali nel Collio Bianco sono davvero un problema? Per chi?

La scritta “vino da uve autoctone” è una piccola spiegazione, ma il nostro obiettivo è creare un bianco che abbia forte identità, per parlare sempre meno delle uve. Quello che per noi è importante è slegarci dalle tante varietà utilizzate, con un “Collio vino della tradizione”. Il focus non è sul “vino da uve autoctone”. Il nostro gruppo parla sempre e solo di Collio, di territorio. Con altri tipi di vini ci si sofferma invece sulle tecniche di vinificazione o su altri aspetti che noi raramente affrontiamo, nel presentare il nostro progetto. Non vogliamo togliere né, paradossalmente, aggiungere nulla. Il Collio fatto in questo modo, volendo, è già tranquillamente all’interno del disciplinare. La nostra idea è che sarebbe bello riuscire a creare qualcosa di più confrontabile, parlando sempre meno delle uve. Non credo che questo porti confusione, anzi. Porta curiosità. Non abbiamo inventato nulla.

Per fare un esempio stupidissimo, ma di impatto, la nostra speranza è di “fare il Barolo” e non il Sassicaia. Cru, sottozone eccetera sono tutte cose affascinanti. Penso che a noi manchi lo step precedente. Giustissimo parlare di sottozone a Barolo, territorio con un’identità molto forte che consente il racconto delle piccole differenze che esistono tra una sottozona e l’altra. La gente, soprattutto del settore, ha molto ben in testa cos’è Barolo. Noi siamo al passaggio precedente. Sarebbe molto più importante creare una grande identità di territorio. Per farlo, basta un prodotto che lo racconti e che ne diventi l’immagine. In questo momento, a mio avviso, solo la Ribolla Gialla fa pensare al Collio: Friulano e Malvasia molto meno. Dobbiamo trovare qualcosa che faccia da filo conduttore, da collante, per poi, nel passaggio successivo, raccontare le differenze tra Cormons, Oslavia e San Floriano… Va costruito qualcosa che ci unisca.

Il vostro fine ultimo è modificare il disciplinare attuale, per fare in modo che il “Collio Bianco” sia solo da uve autoctone, oppure propendete per l’introduzione di una nuova tipologia con queste caratteristiche?

Da parte nostra non c’è alcuna volontà che il Collio Bianco diventi “solo da uve autoctone”. La storia dei grandi uvaggi va rispettata e quindi crediamo nel valore dei binari complementari ma separati, anche nella stessa azienda. Sul primo binario un vino da uve autoctone. E su un altro un blend che rispecchi lo stile e il meglio dell’azienda. Come gruppo non abbiamo mai proposto l’inserimento di una nuova tipologia. Ovviamente, se questa idea di vino fosse un giorno formalmente inserita nel disciplinare, si tratterebbe della chiusura del cerchio. Del coronamento. In questo momento, la cosa più importante è coinvolgere più aziende possibili, per far crescere il progetto. Se ne sta discutendo anche all’interno del Consorzio. Vedremo come andrà avanti, ma non c’è l’idea di modificare il Collio Bianco esistente.

Il dialogo con il cda del Consorzio Vini Collio è aperto?

Siamo in una situazione di fine mandato. Molti sono d’accordo con noi. Qualcuno, come sempre accade, è meno convinto. Ma siamo agli inizi. A livello consortile, sarà importante il prossimo mandato. Dalla prossima primavera capiremo se c’è la volontà di ragionare a livello formale sul progetto, insieme al prossimo cda del Consorzio. Credo sia impossibile mettere d’accordo tutti. L’importante sarà non impantanarsi cercando l’approvazione totale. Questo causerebbe immobilismo, col rischio che la questione venga accantonata. Formalmente, la dicitura “vino da uve autoctone” potrebbe rivelarsi sbagliata, perché anche un Ribolla 100% potrebbe avere quella dicitura. Ma è secondario che porti questa o quella scritta. Nel 2017, per un vino simile a quello da noi proposto era stata avanzata l’ipotesi di chiamarlo “Gran Selezione”, ma la cosa è finita nel dimenticatoio. Di fatto sarebbe questa la nostra idea: Friulano dal 50 al 70%, e un 15-30% di Ribolla-Malvasia, con uscita sul mercato a 24 mesi. Il nome verrà trovato. L’importante è che sia ben visibile la scritta “Collio”.

Estremizzando il concetto: siete pronti a scelte drastiche, come uscire dal Consorzio, qualora la vostra proposta non fosse presa seriamente in considerazione?

Siamo aziende singole con un’idea comune e ognuno, a seconda dei propri rapporti con i membri del Consorzio, deciderà cosa fare. Tutto sommato, quello che proponiamo è già previsto dall’attuale disciplinare. Bisogna cercare di essere costruttivi e non vedo per quale motivo dovremmo arrivare ad uno scontro. Qualcuno forse storce il naso perché il nostro progetto viene percepito bene. Ma dobbiamo uscire dall’ottica che se si parla bene dei vicini, questo tolga qualcosa a me. Il focus è il Collio: chiunque lo faccia emergere come eccellenza, lo fa per tutti.

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Vini al supermercato

Ribolla Gialla Spumante Brut, Dario Coos

(5 / 5) “Bollicina” italiana davvero gustosa, che stupisce per finezza e freschezza. Sotto la lente di Vinialsuper è la volta della Ribolla Gialla Spumante Brut prodotta da Dario Coos nei Colli Orientali del Friuli.

LA DEGUSTAZIONE
La Ribolla Gialla Spumante Brut di Dario Coos si presenta nel calice giallo paglierino con riflessi verdolini. Un piacere osservare le sue catenelle fini, stuzzicanti e persistenti.

Al naso regala immediatamente sensazioni fresche, fiori, frutta a polpa bianca come la pesca e scorzette di agrumi. Al palato il sorso è ricco, “grasso” quanto basta e scorre piacevolmente sulla scia di agrumi ben bilanciati dal dosaggio.

Leggera in alcolicità ha una beva che è un crescendo di piacevolezza. Adatta all’aperitivo, ad antipasti o secondi a base di pesce la Ribolla Gialla Spumante di Dario Coos è come un capo d’abbigliamento total black sta bene con tutto (o quasi).

Must have per gli amanti della Ribolla e non solo. Unico nodo quello del prezzo: molti si chiederanno se vale la pena di spendere 14,90 euro per uno spumante base Ribolla, vitigno non certo nell’Olimpo degli sparkling italiani. La risposta, senza dubbio alcuno, è che questo Brut di Coos vale (tutto) il costo del “biglietto”.

LA VINIFICAZIONE
Prodotta con uve 100% ribolla vendemmiate a mano nella prima settimana di settembre e spumantizzata in autoclave secondo il metodo charmat. Rifermentazione a partire da mosto molto prolungata, oltre i sei mesi, malolattica non svolta.

Dario Coos si trova a Nimis, in provincia di Udine, nella zona dei Colli Orientali del Friuli. Dispone di 14 ettari vitati sui quali alleva i vitigni rossi e bianchi tipici del territorio per una produzione complessiva di 70.000 bottiglie.

Prezzo: 14,90 euro
Acquistato presso: Coop

5/5 (2)

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Dalla Ribolla al Pinot Nero: 18 vini fermi e spumanti del Friuli diventano Dop

Friuli Dop e Friuli Venezia Giulia Dop, con le rispettive traduzioni in sloveno “Furlanija” e “Furlanija Julijska krajina“, sono state iscritte nel registro europeo dei vini a Denominazione di origine protetta (Dop). L’atteso via libera è arrivato il 13 novembre, attraverso la pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale dell’Unione europea del Regolamento di esecuzione Ue 2020/1680 del 6 novembre 2020, in riferimento all’articolo 99 del regolamento Ue 1308/2013 del Parlamento e del Consiglio europeo.

La tutela delle nuove Dop potrà essere riservata ad alcuni vini fermi e frizzanti originari delle provincie di Pordenone, Gorizia, Trieste e Udine nel Friuli Venezia Giulia. Un’area importante per la viticoltura italiana, con le prime tracce comprovate già a partire dall’VIII secolo a.C.

In particolare, nella Dop della Regione Friuli Venezia Giulia sono state inserite 18 tipologie di vini e spumanti: Bianco friulano, Ribolla gialla Spumante Metodo italiano (Charmat) e Spumante Metodo classico, Verduzzo, Riesling, Chardonnay, Traminer, Malvasia, Pinot bianco, Pinot grigio, Pinot nero, Cabernet Franc, Cabernet Sauvignon, Merlot e Refosco dal Peduncolo Rosso. I vini friulani si uniscono così ad altri 1174 vini Dop già tutelati dall’Ue.

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Vendemmia 2020: taglio del 20% delle rese nel Collio. La decisione del Consorzio

Anche il Consorzio di Tutela Vini Collio abbassa le rese per la vendemmia 2020, di una percentuale pari al 20% per tutti i vitigni disciplinati dalla Doc Collio: Pinot Bianco, Sauvignon, Friulano, Malvasia e Ribolla Gialla, per citarne alcuni.

L’ente, che comprende circa 300 produttori tra viticoltori e imbottigliatori per una superficie di 1500 ettari di vigneti collinari, ufficializza oggi la decisione dopo l’assemblea di martedì 30 giugno.

“Il compito del Consorzio – spiega David Buzzinelli, Presidente del Consorzio di Tutela Vini Collio – è quello di essere un organo di tutela del territorio, il nostro asset più importante. In un momento così delicato l’ascolto dei soci è stato fondamentale per indirizzare le nostre scelte verso la soluzione di abbassare le rese”.

“Questa decisione – aggiunge il numero uno del Consorzio di Tutela Vini Collio – ha l’obiettivo di supportare i viticoltori in difficoltà a causa dell’evento pandemico in corso e del conseguente calo delle vendite, mantenendo al contempo elevata la qualità dei nostri vini, riconosciuti in tutto il mondo per la loro eccellenza”.

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In Friuli Venezia Giulia nasce la Filiera della Ribolla Gialla: 11 cantine coinvolte

È ormai ufficiale la nascita della Filiera della Ribolla Gialla del Friuli Venezia Giulia. Il progetto mira a valorizzare il legame tra la terra e un vitigno sempre più popolare tra i consumatori, soprattutto grazie all’onda lunga della spumantizzazione, che fa eco al “fenomeno Prosecco”.

Sono undici le cantine coinvolte: Azienda Agricola Diadema (Adema De Sabbata), Azienda Agricola Galliussi (Ivo Galliussi), Dario Coos Srl (Matteo Lovo), Monviert (Stefania Zorzettig), Pieron (Ivan Molaro), Società Agricola Fratelli Peressini (Diego ed Enrico Peressini), Vigna Traverso (Stefano Traverso), Volpe Pasini (Alessandro Rotolo) e Wine Company (Edi Giorgio Marinig).

Due i nomi che non sono stati resi noti ufficialmente. Tra questi, secondo fonti di WineMag.it, una controllata commerciale di Volpe Pasini e una piccola azienda produttrice con sede in provincia di Udine.

“L’intento primario da cui nasce questo progetto – spiega Matteo Lovo, capofila della Filiera – è quello di legare indissolubilmente il vitigno Ribolla Gialla con il suo territorio storico di produzione. L’ottimo apprezzamento di cui gode infatti oggi la Ribolla ferma e spumante da parte del consumatore italiano e internazionale, è dimostrato dai dati di mercato”.

“Ciò che ancora è poco noto – precisa Lovo – è invece il legame del vitigno con la terra d’origine, vale a dire il Friuli-Venezia Giulia. Valorizzare la Ribolla Gialla di qualità attraverso i suoi caratteri distintivi vuol dire proprio raccontare la sua identità di vitigno autoctono, che rappresenta oggi l’ultima varietà in Friuli capace di creare territorio“.

I NUMERI DEL PROGETTO

Non a caso, negli ultimi quindici anni, la superficie vitata della Ribolla Gialla è cresciuta di circa mille ettari. Le vendite, dopo quattro anni di incrementi a doppia cifra (35%), sono cresciute anche nel 2018 del 30%.

Numeri attorno ai quali si sono riunite le 11 cantine aderenti alla filiera. Un gruppo eterogeneo, che va dai produttori di uva ai vinificatori, passando per gli spumantizzatori e le società commerciali.

Sul fronte dei produttori di uva, la Filiera della Ribolla Gialla del Friuli Venezia Giulia lavora 700 dei 2 mila ettari complessivi. I vinificatori producono 53 mila ettolitri di sfuso e controllano il 27% del vino imbottigliato.

Quanto alla produzione di “bollicine” base Ribolla Gialla, l’unico spumantizzatore aderente alla filiera (Wine Company) registra tassi di crescita annuale della produzione variabili tra il 17% e il 67%, con tempi medi di 90 giorni in autoclave.

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degustati da noi vini#02

Pighin “affina” i bianchi del Collio, in attesa della Docg

Tre bottiglie e una certezza: “Il Collio merita una Docg”. Si è presentato così a Milano, Roberto Pighin. Con Ribolla Gialla, Friulano e Malvasia sotto al braccio, che manco un francese con la baguette.

Poche cose, ma tutte meditate, nella valigia preparata a Spessa di Capriva (GO), smontata ieri al ristorante Ceresio 7. Un pranzo con la stampa per mostrare i tre pezzi (pregiati) di un puzzle su cui soffia solo il vento (gelido) della burocrazia.

Già perché la Docg, eventuale frutto dell’assemblaggio delle tre varietà più rappresentative del Collio Goriziano (la tanto discussa Gran Selezione) sarebbe solo una questione di buonsenso. In un Paese “normale”. In attesa di Vinitaly 2020, quando presenterà il suo Collio Bianco Doc, Roberto Pighin coccola le sue certezze.

Ed elogia il lavoro del suo enologo: “Paolo Valdesolo, ormai in pensione, ha formato in 20 anni di preziosa collaborazione con la nostra cantina il suo successore, il giovane Cristian Peres. A lui si devono alcune innovazioni tecnologiche, oltre alla scelta di lavorare con legni mai invasivi, che conferiscono ulteriore carattere alle etichette”.

LA DEGUSTAZIONE

Questo l’unico dictat di Pighin al suo winemaker, che ha risposto con convinzione: parlano chiaro i vini nella valigia pensata per la trasferta milanese del patron. Il Collio Doc Ribolla Gialla 2018 (89/100) sfodera un naso ampio e intenso per la varietà.

Merito delle flottazioni del mosto con l’azoto, utili all’estrazione dei primari delle uve. Ancor prima, un gran lavoro in vigna, innanzitutto sulle rese: non si superano gli 80 quintali per ettaro. Il tonneau sul 10% della mass arrotonda la beva quanto basta, senza snaturare il varietale.

Dando anzi quel tocco di vaniglia, appena percettibile, che incomplessisce il vino, sia al naso che al palato. Tanto fiore fresco e tanto agrume, poi, su una mineralità che sfocia nella mandorla. Allungo finale piacevole, sul frutto, ma anche sul sale.

Ancor più interessante il Collio Doc Friulano 2018 (91/100). Al naso una nota minerale netta, di pietra bagnata. Fumo di sigaretta, frutto esotico e – ancora una volta – un fiore fresco, intenso. Accenno appena percettibile di idrocarburo.

In bocca è apprezzabilissimo il gioco tra una verticalità gessosa e la polpa: tra il sale e la sua essenzialità, e un frutto maturo che regala una misurata grassezza al sorso. Più che mai sufficiente la persistenza di un calice che fa della complessa bevibilità (non è un ossimoro, provare per credere) il suo fondamento filosofico.

Si chiude – alla grande – con il Collio Doc Malvasia 2018 (93/100). Leggermente velato il giallo paglierino di cui si tinge il calice. Naso nuovamente molto profumato, ben bilanciato tra l’aromatico e il secco.

Note di frutta secca come arachidi e nocciola contribuiscono alle venature più austere dell’etichetta, pur sempre bagnate dal succo di pesche e albicocche di generosa maturità. Un naso che continua a cambiare, mutevole come la temperatura nel bicchiere.

L’ossigenazione e quel mezzo grado in più si traducono in sbuffi verdi, di buccia di pompelmo e cedro. Non mancano ricordi di timo, anice e pepe bianco. In bocca la vena alcolica tiene a bada l’acidità (e dunque la freschezza) tanto da far risultare il sorso equilibrato e terribilmente “pericoloso”.

Samo di fronte a una di quelle bottiglie che si perdono tra le chiacchiere dei buoni amici, o tra le righe di un buon libro, davanti a un camino. La gran gastronomicità suggerisce di osare negli abbinamenti.

LA CANTINA

Le tre etichette presentate a Milano da Roberto Pighin sono il frutto di un capolavoro della natura. Un anfiteatro di vigneti situati nel cuore del Collio, nella zona vocata di Spessa di Capriva. Trenta ettari, tra i “cru” di altri nomi storici.

L’azienda agricola, in realtà, comprende anche un’altra tenuta a Risano, nelle Grave. Qui la produzione è più vasta (900 mila bottiglie) ed è assicurata da 160 ettari di vigneti.

“In queste zone, a partire dal 1963 – spiega Roberto Pighin – la mia famiglia coltiva l’amore per la terra e la passione per il buon vino. Una passione fondata su un preciso valore: difendere sempre la più alta qualità del vino, dalle vigne alla tavola”.

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Ribolla Gialla, dibattito aperto in Friuli. Civa: “Servono due disciplinari”

Due disciplinari distinti, per distinguere la Ribolla Gialla “di pianura” da quella “di collina”. Dibattito aperto in Friuli per il vitigno che sta facendo la fortuna di molti produttori, sulla scorta del “Fenomeno Prosecco”.

Si è parlato di questo ieri sera su Telefriuli, in occasione del secondo appuntamento di Friuleconomy, trasmissione condotta da Massimo De Liva, affiancato dall’enologo Paolo Valdesolo.

Il talk ha visto protagonisti, oltre ai direttori e presidenti delle diverse cantine sociali del Friuli Venezia Giulia, produttori come Valerio Civa dell’azienda Tenimenti Civa di Bellazoia di Povoletto, giornalisti e una rappresentanza delle Donne del vino.

“Il confronto – spiega Civa, titolare di una modernissima azienda incentrata sulla Grande distribuzione organizzata – si è aperto su quale potrebbe essere la corretta piramide legislativa atta a rappresentare la Ribolla gialla in collina e in pianura, da un punto di vista qualitativo”.

“Unanime l’opinione di accelerare la realizzazione di un disciplinare che tuteli la Ribolla gialla – continua Valerio Civa – evitando così che possa essere piantata, prodotta e gestita anche al di fuori del Friuli Venezia Giulia. Due denominazioni distinte: una Doc per la Ribolla gialla di pianura e una Denominazione di origine controllata e Garantita per quella di collina”.

La Ribolla è un vitigno molto generoso, condizionato dall’ambiente di coltivazione. “Se la collina è atta a dare vini di qualità elevata – sottolinea Civa (nella foto) – anche in pianura la Ribolla ha potenzialità da esprimere, se si riescono a decodificare correttamente le necessità agronomiche e se si stabiliscono precisi obiettivi enologici”.

Durante la trasmissione è stata sottolineata l’importanza della valorizzazione della Ribolla gialla e del suo territorio. Ma si è parlato anche della sua promozione. Secondo una recente indagine di Nomisma, su un campione di mille intervistati solo il 36% colloca la Ribolla gialla in Friuli Venezia Giulia, come territorio di produzione.

“C’è ancora molto lavoro da compiere – ammonisce Civa – per far conoscere il vitigno a livello nazionale e internazionale. Una promozione e comunicazione che si auspica venga attuata a livello regionale, attraverso una progettazione strategica”.

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L’onda nera della Ribolla gialla: Schioppettino non è più di moda

UDINE – “Ribolla nera” o Schioppettino? Nella fase storica in cui la Ribolla gialla ‘tira’ sul mercato, tanto da spingere qualcuno a paragonare il fenomeno friulano a quello del Prosecco veneto, lo “Schioppettino” sembra aver perso gran parte del suo appeal. Tanto da spingere diversi produttori a mettere in etichetta (quella frontale) la scritta “Ribolla Nera”. Eppure, il disciplinare di produzione non lo consente.

“Schioppettino” e “Ribolla Nera”, di fatto, sono sinonimi. Non a caso, lo Schioppettino è tra i vini rossi friulani più noti – assieme al Refosco dal Peduncolo Rosso – e si ottiene dalle uve del vitigno Ribolla Nera. Vitigno che non può essere menzionato in etichetta. Pena, il possibile incorso in sanzioni amministrative di cui all’art. 74 della Legge 238 del 12 dicembre 2016: “Testo unico del vino. Disciplina organica della coltivazione della vite e della produzione e del commercio del vino”.

Chiunque utilizza sulla confezione o sull’imballaggio, nella pubblicita’, nell’informazione ai consumatori o sui documenti relativi ai vini a DOP e IGP indicazioni non consentite, false o ingannevoli relative alla provenienza, alle menzioni geografiche aggiuntive, alle menzioni tradizionali protette, alle sottozone, al vitigno, all’annata e alle altre caratteristiche definite nei disciplinari e’ soggetto alla sanzione amministrativa pecuniaria da 1.000 euro a 10.000 euro

Un ‘rischio’ che stanno correndo diverse aziende, in Friuli Venezia Giulia. Iniziamo da Vidussi, scrigno friulano di Cantina Montresor. E’ Carrefour a portare sui propri scaffali la “Ribolla Nera Schioppettino Igt 2016”: 5,99 euro, sul volantino pubblicitario “Fiera del vino” (periodo 30 settembre – 31 ottobre) il più criticato della storia della Grande distribuzione (lo stesso delle supercazzole sul vino naturale). In etichetta frontale, bene in vista, la scritta “Ribolla Nera” Borgo di Fradis.

Ma il fenomeno riguarda anche big del calibro di Ronchi di Cialla, che presenta sul mercato una “Ribolla Nera”, addirittura “Doc”. La compagnia è delle migliori per la blasonata azienda fondata nel 1970 dai coniugi Paolo e Dina Rapuzzi. Sempre a Preopotto (UD), RoncSoreli offre una “Ribolla Nera delle Marasche Doc Friuli Colli Orientali”, commercializzata nel solco delle altre etichette.

Un’altra azienda friulana, Vigna Petrussa, ha invece corretto da poco – forse in seguito alle pressioni dell’organismo di controllo Ceviq e della visita in cantina della repressione frodi – l’etichetta di quello che oggi appare (online, sul sito aziendale) come Schioppettino di Prepotto Doc Friuli Colli Orientali”.

PAROLA AL CEVIQ
Cosa pensa il Ceviq della vicenda? “Siamo in un periodo – risponde il direttore Michele Bertolami – in cui si assiste alla grande richiesta di Ribolla Gialla. Un motivo in più che potrebbe spingere i produttori a evidenziare in etichetta l’utilizzo dell’altra Ribolla, quella Nera, per seguire la scia del successo. Peraltro, a noi risulta che un’azienda abbia brevettato il nome ‘Ribolla Nera’: non sappiamo come le abbiano consentito di brevettarlo, ma tant’è. Dunque, questa azienda, potenzialmente, potrebbe chiedere alle altre di eliminare la menzione ‘Ribolla Nera’ dal le etichette dei vini”.

Non si tratta dunque di un illecito? “Non ritengo ci siano tutti gli elementi per inoltrare all’Ispettorato centrale Repressione frodi una richiesta di intervento – replica Bertolami – dal momento che la scritta ‘Ribolla Nera’ appare solo sull’etichetta frontale, nella quale potrebbe figurare, per esempio, come lecito ‘nome di fantasia’ scelto dal produttore. L’importante è che si rispettino le normative sull’etichetta posteriore, indicando chiaramente che si tratta di Schioppettino, in una delle sue tre qualificazioni: qui non si transige. E’ pur vero che non bisogna confondere il consumatore o fare nulla che possa ingannare chi si appresta all’acquisto di una bottiglia”.

“Una vera posizione – precisa ancora il direttore Bertolami – dovrebbe prenderla il Consorzio di Tutela, cui compete la vigilanza sul mercato, il compito di tutelare la denominazione Friuli Colli Orientali. Peraltro, tutte le aziende in questione risultano associate al Consorzio. Non dico che voglio rimbalzare la palla, ma solo ribadire che, se in sede di ispezione troviamo Ribolla Nera in retro etichetta o al posto di Schioppettino rileviamo l’infrazione, come già fatto”

“Tutto il resto – conclude Bertolami – ha un respiro interpretativo maggiore. Credo che, se volessero, molte aziende potrebbero far valere un’ampia enciclopedia per il riconoscimento di ‘Ribolla Nera’ come sinonimo riconosciuto di ‘Schioppettino’, facendolo riconoscere a livello di disciplinare”. Un iter che, tuttavia, non risulta ancora avviato.

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Vini al supermercato

Venezia Giulia Igt Ribolla Gialla 2016, Puiatti

(3,5 / 5) Di mezzo cestello più bassa la valutazione per la Ribolla Gialla Venezia Giulia Igt annata 2016 di Puiatti: prezzo a scaffale “alto” rispetto a quanto riesca a esprimere, poi, il calice. Impresa difficile trovare, ad oggi, una Ribolla davvero emozionante sul lineare dei vini della Gdo. Ma vinialsuper non demorde.

LA DEGUSTAZIONE
La Ribolla Gialla Venezia Giulia Igt 2016 di Puiatti veste il calice giallo paglierino chiaro, con riflessi verdolini.

Un naso schietto, leggero e semplice si delinea tra nespola, pesca noce, note citrine e fiori di tiglio.
Di ingresso morbido al palato, la Ribolla Gialla Venezia Giulia Igt di Puiatti risulta gradevole al gusto grazie alla nota agrumata che gli conferisce una buona freschezza accompagnata da una leggera sapidità.

Equilibrata, senza stonature ha un retrogusto “amarognolo” di discreta persistenza. Di “amaro” però resta anche la sensazione di non essere completamente soddisfatti. “Dove vien meno l’interesse, vien meno anche la memoria” scriveva Goethe e così anche questo vino finisce sulla lista dei vini degustati e “passati”.

LA VINIFICAZIONE
Prodotto con uve 100% Ribolla. Puiatti Vigneti si trova a Romans d’Isonzo, in provincia di Gorizia. Nata nel 1967, dal 2010 fa parte del gruppo Tenimenti Angelini. Lo stile di vinificazione dell’azienda si sviluppa in quattro “NO”: no all’utilizzo di legno per garantire la pura essenza del vitigno, no alla surmaturazione per mantenere basse gradazioni alcoliche, no alla macerazione per assicurare un carattere fresco e pulito e no ad ossidazioni per avere fragranza e freschezza.

Prezzo pieno: 8,90 euro
Acquistato presso: Coop

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Tenimenti Civa: “Vini di qualità al supermercato per rilanciare il Friuli”

Più di 200 persone a Bellazoia (UD), sui colli orientali del Friuli, per l’inaugurazione dell’azienda agricola Tenimenti Civa. Una cantina proiettata principalmente sul mercato della grande distribuzione organizzata, i supermercati. Quarantatré ettari per 350 mila bottiglie annue, la capacità del sito produttivo.

In particolare è sulla valorizzazione in Gdo della Ribolla Gialla, “volano per far tornare in auge il Friuli vitivinicolo”, che punta il titolare Valerio Civa. Andrea Romito, sindaco di Povoletto, ha dichiarato come questa nuova realtà rappresenti una “spinta per il territorio a realizzare qualcosa di innovativo”.

“La grande sfida – ha dichiarato Civa – nasce dalla passione nei confronti del vino. Vino che viene venduto attraverso la distribuzione moderna, ovvero i supermercati, che richiedono sempre più prodotti di alta qualità. Non dimentichiamo che l’80% delle bottiglie prodotte in Italia sono vendute attraverso la Gdo. Il mio progetto agricolo è dedicato ai consumatori che sono e saranno molto attenti a ciò che vorranno bere e mangiare”.

I COMMENTI
“Un grazie a Valerio Civa per aver riportato l’interesse sulla ribolla gialla – ha affermato Ernesto Abbona, neo presidente dell’Unione Italiana Vini e titolare della Cantina Marchesi di Barolo – un vitigno con un nome curioso e bello. Spesso dimentichiamo che la nostra storia deve essere raccontata al mercato e se questo avviene attraverso un nome così musicale e suadente tutto è più facile”.

“Ho sempre ammirato in Valerio – ha raccontato Antonio Rallo già presidente Uiv e titolare della cantina siciliana Donnafugata –  la capacità di organizzare la propria azienda e di creare il suo team di lavoro. E’ accaduto con la Effe.ci Parma, ora sono curioso di vedere come riuscirà ad affrontare questa nuova sfida, con tutte le variabili non controllabili che comporta l’essere un produttore vitivinicolo”.

“Se un produttore emiliano ha deciso di investire nel nostro territorio – ha evidenziato Debora Serracchiani (nella foto con Valerio Civa), presidente del Friuli Venezia Giulia – significa che siamo una regione che attrae investimenti. È importante accompagnare questi sforzi per recuperare il territorio, proteggerlo, farlo conoscere, dare visibilità al Friuli Venezia Giulia. Credo che la competenza di Valerio Civa rispetto alla grande distribuzione possa essere un tassello importante che mancava nel mondo della produzione vitivinicola di questa regione”.

“Molti vini sono conosciuti a livello nazionale e internazionale – ha aggiunto Serracchiani – ma si ignorano i luoghi di produzione e raramente si sa collocare geograficamente il Friuli Venezia Giulia, che ha bisogno di darsi visibilità attraverso i propri prodotti. L’attenzione della Gdo è non solo alla qualità dei prodotti, ma anche al territorio. Questo ha permesso di far rinascere luoghi che prima erano chiusi: penso ad esempio alla latteria di Castions di Strada o al lavoro fatto sulle vongole a Marano e tante altre piccole filiere che da sole non riuscirebbero a stare sul mercato, ma spinte dalla distribuzione moderna o da chi fa questo mestiere riescono non solo a sopravvivere, ma a vivere bene”.

LA RIBOLLA GIALLA
Fede & Tinto, autori e conduttori di Decanter su Rai Radio2, moderatori e animatori della serata di inaugurazione della nuova cantina Tenimenti Civa, hanno presentato al pubblico presente Enos Costantini, esperto di viticoltura, che ha intrattenuto il pubblico con un interessante excursus storico sulla ribolla gialla.

“Il vino ha bisogno di spessore culturale – ha evidenziato Costantini – spessore che appartiene al vino friulano. Quanto è stato scritto della storia della vite e del vino in Friuli non trova pari neppure a Bordeaux o in Borgogna. Un valore aggiunto che dovremmo imparare a comunicare: 786 anni, tanti sono quelli della Ribolla. Un vitigno e un vino friulano riconsegnato alla storia, che prevedo avrà almeno altrettanti anni davanti a sé”.

Presenti all’evento anche gli assessori regionali alle Infrastrutture e territorio Mariagrazia Santoro e alle Risorse agricole e forestali Cristiani Shaurli. Quest’ultimo ha espresso soddisfazione per “un imprenditore che da subito ha dimostrato di conoscere il nostro territorio e di apprezzare i vitigni autoctoni friulani a partire dalla Ribolla gialla, sulla quale crede e che considera tra le bollicine nobili d’Italia”.

Per Shaurli l’investimento di Tenimenti Civa “rappresenta un orgoglio per tutto il territorio, anche perché questo imprenditore ha la volontà di far crescere ancora i nostri vitigni più tradizionali, quelli che rappresentano la nostra identità e quelli che non possono essere replicati altrove”.

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Tenimenti Civa, nuova cantina a Bellazoia. Tutto puntato sulla Ribolla Gialla

Dopo il restyling delle etichette, la nuova cantina che punta tutto (o quasi) sulla Ribolla Gialla. Sarà inaugurata venerdì prossimo, 1 settembre, l’azienda agricola Tenimenti Civa di Bellazoia di Povoletto, in provincia di Udine.

Una tenuta di 43 ettari vitati, suddivisi tra Bellazoia, Povoletto, Ravosa, San Giovanni al Natisone e Manzano, nella quale la Ribolla Gialla avrà sempre più spazio. E non a caso. Secondo l’indagine di Coldiretti presentata al Vinitaly 2016, il vitigno friulano è quello che ha subito il maggior incremento nelle vendite tra i vini al supermercato (31%), seguito dalla Passerina delle Marche (24%) e dal Valpolicella Ripasso del Veneto (23%).

IL PROGETTO
Al titolare parmense Valerio Civa – già fondatore di Effe.ci Parma – piace definirlo “un progetto agricolo per la grande distribuzione”. Nato attorno al 2014 con il curioso nome “Jean Paul Roble” in etichetta, viene poi corretto il tiro per la vendemmia 2016. Un cambio d’immagine dovuto alle numerose critiche ricevute nel Collio, per la scarsa rappresentatività territoriale del nome francese.

La scritta “Tenimenti Civa”, di fatto, è oggi in bella evidenza sulle nuove label dei vini friulani della tenuta, distribuiti massicciamente da Auchan e Iper Coop. Prodotti che è facile reperire in promozione nelle due catene della grande distribuzione.

I “friulani per la Gdo” di Tenimenti Civa “sono ottenuti esclusivamente da uve della tenuta e di piccole realtà agricole locali costantemente monitorate”. “L’obiettivo – evidenzia la cantina in una nota – è garantire una qualità medio alta dei vini, destinati a un pubblico ampio di consumatori, distribuiti attraverso la grande distribuzione organizzata (Gdo), sempre più attenta alla soddisfazione dei propri clienti che puntano non solo alla qualità di ciò che acquistano, ma anche alla tracciabilità dei prodotti”.

RIBOLLA SUPERSTAR
L’attenzione è rivolta in particolare ai vitigni autoctoni: Ribolla gialla, Friulano (un tempo Tocai), Refosco dal peduncolo rosso, Schioppettino. Oltre a queste varietà, Tenimenti Civa alleva Sauvignon, Pinot grigio, Chardonnay, Glera, Cabernet e Merlot. Il 75% della produzione è rivolta ai vini bianchi. Tra questi è la Ribolla gialla a occupare il posto d’onore.

Tra Manzano e San Giovanni al Natisone è stato realizzato un podere di circa 10 ettari dedicato a questa varietà, unico per dimensioni sui Colli Orientali del Friuli, destinato a diventare di 30 ettari in un prossimo futuro. “Il controllo dell’intera filiera produttiva risulta in questo modo semplificato – riferisce la cantina – a garanzia della qualità del prodotto finale”. Altri 2 ettari sono stati piantati di recente a Bellazoia.

Nella nuova cantina vengono vinificate tutte le uve, soprattutto in acciaio. La cantina ospita 78 vasche termo-condizionate per una capacità complessiva di 7 mila ettolitri hl. Nel 2017 sono state acquistate 4 autoclavi da 60 ettolitri per spumantizzare la Ribolla gialla. Tenimenti Civa utilizza tini in legno e barrique solo per alcune selezioni di vini.

Tutti i vini sono prodotti sotto la denominazione d’origine Friuli Colli Orientali e la più recente Doc Friuli. La filosofia produttiva è sintetizzata nel logo 8515 (un tempo preceduto dalla scritta “Jean Paul Roble”) riportato sulle etichette dei vini, che riflettono per l’85% il vitigno della Doc, “mentre il 15% – spiega la cantina – è rappresentato dalle migliori varietà della proprietà”.

Nel 2016 sono state prodotte complessivamente 350 mila bottiglie. Con la Ribolla gialla viene realizzato il vino fermo e lo spumante, nelle versioni extra brut e dry, che verrà presentato il 1° settembre in occasione dell’inaugurazione ufficiale della Tenimenti Civa.

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Vini al supermercato

Ribolla Gialla delle Venezie Igt 2016 Tenuta di Gorizzo, Forchir

(3 / 5) Dall’omonimo vitigno autoctono del Friuli, un altro bianco per l’estate: una Ribolla Gialla che però non supera la soglia dei tre cestelli nella scala di valutazione vinialsuper.

Sotto la lente di ingrandimento la Ribolla Gialla Delle Venezie Igt annata 2016 Tenuta Gorizzo imbottigliata da Forchir.

Un vino moderno, la Ribolla, ma di origine antichissime che negli ultimi anni si sta affiancando al Prosecco come protagonista degli aperitivi.

LA DEGUSTAZIONE
Di colore giallo paglierino con riflessi verdolini, nel calice è limpido, luminoso e scorrevole. Al naso, tra il colle e la selva dantesca, in un momento di incertezza interiore resta con un profilo olfattivo neutro e appena confuso con leggere sfumature floreali e note agrumate.

Al palato è leggero. Tutto sommato però, grazie ad una buona freschezza gustativa e ad una discreta vena sapida concede una beva piacevolmente “poco impegnativa”, ma con un finale poco persistente. Se fosse musica, un preludio breve.

La Ribolla gialla è un vino ideale con aperitivi, antipasti, piatti poco elaborati a base di pesce. Vi suggeriamo di gustarlo con un semplice pagello al forno con patate o con dei tagliolini al salmone fresco. Calice a tulipano alla mano, bello fresco, alla temperatura di 10°.

LA VINIFICAZIONE
Il Ribolla Gialla Tenuta di Gorizzo è ottenuto dalla pressatura soffice di uve 100% Ribolla vinificate in acciaio. Forchir nasce ai primi del 900 ed è stato uno dei primi imbottigliatori registratosi in Friuli. Con 230 ettari di vigneto è uno dei primi dieci produttori di vino della regione.

Prezzo:  6,49 euro
Acquistato presso: Carrefour

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Vino al supermercato: crescono Doc e spumanti. Il “bio” non è più una nicchia

Crescita significativa delle vendite delle bottiglie di vino a denominazione d’origine e degli spumanti; il vino biologico prosegue il suo percorso di uscita dalla nicchia di mercato; flessione dei vini nel brik di cartone e in tutti quei formati che non siano la bottiglia da 75 cl. Queste le anticipazioni della ricerca sull’andamento del mercato del vino nella Grande distribuzione nel 2016 svolta dall’istituto di ricerca IRI che sarà presentata a Vinitaly (a Verona 9/12 aprile).

Quello della Grande distribuzione si conferma il canale di vendita di gran lunga più grande nel mercato del vino con 505 milioni di litri venduti nel 2016 per un valore di un miliardo e mezzo di euro. In un anno di sensibile contrazione dei consumi familiari, il mercato italiano del vino gode di una relativamente buona salute, come testimoniato anche dalle vendite nei supermercati.

I vini a denominazione d’origine (in bottiglia da 0,75lt) aumentano del 2,7% in volume (e del 4,4% in valore) con 224 milioni di litri venduti, proseguendo nel trend già promettente del 2015 (+1,9%). Per il secondo anno consecutivo le vendite in promozioni rimangono statiche ed i prezzi medi sono in risalita. Va sottolineato il successo degli Spumanti che fanno segnare nel 2016 una crescita di oltre il 7% con 54 milioni di litri venduti, bissando l’ottimo risultato del 2015.

La crescita degli spumanti riflette una destagionalizzazione delle vendite di bollicine conseguenza di un crescente uso nel consumo quotidiano – fa notare Virgilio Romano, Business Insight Director di IRI -. Tale aspetto ci permette di dedurre che lo spumante attira nuovi consumatori e potrebbe rappresentare una tendenza di rottura nelle tradizionali abitudini del bere italiano”.

I VINI BIOLOGICI
I vini biologici fanno registrare una crescita a due cifre impressionante per un mercato ancora giovane, soprattutto nella Grande distribuzione: +25,7% in volume con 2 milioni e mezzo di litri venduti.

“I primi dati sul mercato del vino nella Grande Distribuzione confermano la ripresa del mercato interno del vino in Italia – ha commentato Giovanni Mantovani, Direttore generale di Veronafiere -. I consumatori cercano sugli scaffali sempre più il vino di qualità, con un conseguente aumento dei prezzi medi. E’ un processo che è sempre stato sostenuto da Vinitaly che da 13 anni organizza e promuove l’incontro tra cantine e Grande distribuzione in convegni e incontri B2B”.

VINI IN PROMOZIONE AL SUPERMERCATO
Nonostante la leva delle promozioni, che tuttavia si mantiene ferma al 50% da due anni, i valori del vino venduto continuano a salire: le bottiglie a denominazione di 75cl hanno un prezzo medio di poco inferiore ai 5 euro (4,81 euro al litro). Ancora un anno negativo per le vendite del vino in brik (- 2,5%) ed un crollo per tutti gli altri formati: – 8,6% per il vino confezionato da 0,76 a 2 litri e – 9,7% per formati diversi da questi (tutti dati in volume).

Questi dati condizionano il dato complessivo del vino confezionato, che è di -1% a volume e + 1,1% a valore. Tra i formati differenti dalla bottiglia di 75cl si afferma soltanto il Bag in Box con 12 milioni di litri venduti ed una crescita dell’11,7% in volume.

Sul podio dei vini più venduti d’Italia si piazzano i tre inattaccabili campioni, nell’ordine: Lambrusco, Chianti, Montepulciano d’Abruzzo. Si fanno notare le performance del Nero d’Avola (Sicilia), Vermentino (Sardegna), Muller Thurgau e Gutturnio (Lombardia) (che crescono in percentuale più del 4%).

I VINI IN ASCESA
Tra i vini ‘emergenti’, cioè con una maggiore progressione di vendita a volume salgono sul podio, nell’ordine: Ribolla Gialla (Friuli Venezia Giulia), Passerina (Marche), Valpolicella Ripasso (Veneto). Si conferma la crescita del Pignoletto (Emilia), del Pecorino (Marche/Abbruzzo) e della Passerina (Marche), mentre rientrano in classifica il Grillo (Sicilia) e il Cannonau (Sardegna). Va segnalata la crescita dell’8,2% in volume del Chianti Docg, quindi il top delle denominazioni, che vende quasi 10 milioni di litri per un valore di oltre 45 milioni di euro. I dettagli della ricerca effettuata da IRI per conto di Veronafiere saranno presentati a Vinitaly 2017, lunedì 10 aprile.

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Vini al supermercato

Ribolla Gialla Igt delle Venezie 2015 Folini Vintage, Scolaris

(3,5 / 5) Ancora un bianco tra le nostre degustazioni, un bianco estivo piacevole, che non stanca. Bottiglia che possiamo mettere nel carrello  per una cena tra amici, certi di non fare brutta figura. Ci portiamo a casa un prodotto che viaggia sul binomio perfetto tra freschezza ed aromaticità e che ha dalla sua il prezzo.

LA DEGUSTAZIONE
Protagonista nel calice è la Ribolla Gialla Igt delle Venezie Folini Vintage dell’azienda Scolaris.  L’annata sotto la nostra lente di ingrandimento è la 2015,  un’ottima annata.

Di colore giallo paglierino con riflessi verdolini è un vino limpido e poco denso. Al naso i sentori fruttati di pesca, ananas e le note citriche si alternano a note floreali di fiori bianchi e nuances erbacee e minerali. Colpisce al gusto per la sua freschezza ed il suo sapore pieno, suadente e fruttato.

Rotondo, armonioso ed elegante offre una beva gradevole e sufficientemente persistente, ma soprattutto con un’ottimo rapporto qualità prezzo per la tipologia di prodotto. 

La Ribolla Gialla Igt delle Venezie Folini Vintage è un vino bianco secco e fermo che va servito ad una temperatura di 10-12 gradi. Si presta ad un consumo nel giro di tre anni. Perfetta con antipasti, aperitivi leggeri, stuzzichini vari con verdure e formaggi, si accosta anche a primi piatti come tortelli con ricotta, risotto ai frutti di mare, tagliolini gamberi e zucchine ed in genere a molluschi e pesci marinati.

LA VINIFICAZIONE
Prodotto con uve 100% Ribolla. Il vitigno Ribolla è un autoctono antichissimo ed è tipico della zona di Gorizia e della ex Jugoslavia dove prende il nome di Rebula. Le vigne dalle quali provengono le uve utilizzate per il Ribolla Gialla Folini Vintage sono allevate con il metodo guyot su terreni marnosi argillosi. La densità di impianto è di 5000/ha per una resa di 100 quintali/ha. La vinificazione è tradizionale in bianco con pressatura soffice, pulitura del mosto per decantazione, fermentazione a temperatura controllata di 18°-20° C per 15-20 giorni. Segue un affinamento in bottiglia di altri due mesi. L’azienda Scolaris ha una tradizione lunghissima, è stata fondata nel  1924 da Giovanni Scolaris che aveva intuito il potenziale del suo territorio, un’area racchiusa tra le Prealpi Giulie mitigata dal mare Adriatico. Giovanni Scolaris è stato tra i primi a vendere vino sia alla popolazione locale che ai soldati inglesi e americani. Oggi è Marco, nipote del fondatore a gestire l’azienda che si è affacciata anche ai mercati internazionale.  L’azienda sposando l’etica attuale, che vuole eleganza di presenza e innovazione tecnologica, mantiene la stessa passione e cura di un tempo nel selezionare le sue uve dai vigneti di proprietà, proponendo un “vino sveglio” che racchiude, nel suo ampio gusto, tutta la ricchezza e l’aroma tipici di questa terra. Questo fortunato connubio tra tradizione e modernità ha permesso alla cantina Scolaris di proporre non solo i vini bianchi e rossi, tipici di questa terra, ma anche dei prodotti particolari che sono ormai di punta: la ribolla spumantizzata nella versione Ribolla Gialla e Ribolla Nera Rosè, vini freschi giovani ed eleganti, e l’Ocelot ottenuto da vitigni storici recuperati. I vini della Cantina Scolaris sono stati ampiamente apprezzati e menzionati nelle più importanti guide enologiche di livello nazionale e internazionale (Duemilavini, I vini di Veronelli, Annuario dei migliori vini italiani, Guida dei vini italiani, Wine Gourmet, Wein-plus das Wein-Netzwerk im Internet), ottenendo prestigiosi premi e riconoscimenti.

Prezzo pieno: 6,50 euro

Acquistato presso: Bennet

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