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Una Doc Lombardia per rilanciare l’Oltrepò pavese ed altre regioni vinicole

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L’Oltrepò pavese guarda al futuro con ambizione e prepara il terreno per una vera e propria rivoluzione, che potrebbe stravolgere gli equilibri geopolitici del vino nel nord Italia. Dopo aver contribuito in maniera determinante a mettere da parte gli imbottigliatori, sempre più isolati dal Consorzio, una delle maggiori cooperative lombarde, Terre d’Oltrepò, sta vagliando la possibilità di promuovere l’istituzione di una Doc Lombardia del vino. A parlarne con Winemag è Umberto Callegari, a margine di un’intervista sullo stato di salute della cooperativa, che opera negli stabilimenti di Broni, Casteggio e Santa Maria della Versa, in provincia di Pavia.

In seguito all’harakiri di diverse aziende imbottigliatrici, il ruolo di Terre di d’Oltrepò nel Consorzio guidato dalla vignaiola Francesca Seralvo e dal nuovo direttore Riccardo Binda – giunto a fine estate 2024 da Bolgheri – è divenuto ancora più centrale. Ma non basta. Il cuore del piano industriale di rilancio della cooperativa, in difficoltà per la scarsità dei conferimenti di uve della vendemmia 2024, c’è la spinta sul fronte dei servizi conto terzi.

DOC LOMBARDIA «PER SPINGERE IL VINO SUI MERCATI INTERNAZIONALI»

Una Doc Lombardia potrebbe ulteriormente spingere alcune cantine ad affidare a Terre d’Oltrepò l’imbottigliamento delle proprie linee di spumanti, così come vini fermi, bianchi e rossi, senza dimenticare la nuova frontiera dei dealcolati. «Per mettere gli spumanti La Versa accanto a Berlucchi, Cà del Bosco e Ferrari, in termini di prestigio e riconoscibilità, ci vogliono 25 anni. Sarebbe bellissimo, ma richiede, tra le altre cose, un investimento di marketing importante. Un’altra cosa è prendere le piccole, medie, grandi aziende che, magari con un progetto lombardo, vogliono fare metodo classico in Lombardia, e prepararlo qui per loro. La nostra cooperativa potrebbe così fungere da centro di pressatura, imbottigliamento e lavorazione, come succede in Champagne da 150 anni, diventando un polo di servizio».

L’istituzione di una Doc Lombardia, sempre secondo il manager di Terre d’Oltrepò, «potrebbe creare una leva operativa, sia per noi sia per altre aziende lombarde, con scambi interconsortili basati su brand locali che, ovviamente, non interferiscono con le Doc o Docg già esistenti». Lo stesso vale per l’Oltrepò. «Se tu sei un’azienda che ha un grande brand e una grande reputazione, che vende tutto, ma che ha costi alti – evidenzia Callegari – si pone un problema. Centri condivisi che possano abbassare il costo medio della produzione e avere effetto positivo sulla marginalità delle aziende e sui loro fatturati non è solo la strada giusta. Ma anche quella necessaria e fondamentale. Sperando che questo sia sufficiente».

VINO, VERSO UNA DOC LOMBARDIA? I PROTAGONISTI

Suggestione o ipotesi concreta, quella di una Doc Lombardia? «Stiamo cercando di lavorarci – replica il Ceo – ma non solo noi, perché ovviamente una Doc Lombardia non può girare solo attorno a Terre d’Oltrepò. Se ci sarà una Doc Lombardia ci sarà una zona vocata i bianchi che produrrà bianchi: se dovessi decidere io, immaginerei per esempio la zona del Garda. La parte di Metodo classico, che coinvolgerebbe di più la Franciacorta e l’Oltrepò. Per il rosso: se è il Pinot Nero, avrebbe senso farlo in Oltrepò».

«Il punto – continua – è che ci sono tanti piccoli Consorzi che lavorano benissimo, all’interno di Ascovilo per esempio, ma che sono molto piccoli. Ma portarli in giro per la promozione non è semplice, perché un conto è la forza di una Doc da 10 mila bottiglie, un’altra sarebbe quella di una Doc regionale. Lo Champagne fa 350 milioni di bottiglie e sono bravissimi. L’estero conosce Champagne e Prosecco. In mezzo c’è un buco che potrebbe essere una grande opportunità per questa tipologia. Il sistema italiano sta perdendo tempo e rischiando che qualcun altro si inserisca in quel segmento».

Dalla Doc Lombardia spostiamoci in Oltrepò pavese, dove si mette in discussione la legittimità della Spa Terre d’Oltrepò, nata sul finire del 2024 sul modello operativo già visto con Nosio Spa di Mezzacorona. Cosa risponde a chi avanza dubbi?

L’operazione Spa è pienamente legittima. È stata deliberata dal consiglio di amministrazione senza voti contrari, con l’astensione del presidente, e successivamente ratificata in assemblea da circa l’80% dei soci con l’approvazione del bilancio. Non comprendo come si possa mettere in dubbio la legittimità di un processo approvato non solo dagli organi interni, ma anche da figure indipendenti come sindaci, revisori e un perito del Tribunale di Milano, che ha giurato la perizia di conferimento, garantendo che il valore rappresentasse appieno gli interessi dei soci.

Anche il Notaio, figura indipendente, ha supervisionato e garantito la correttezza dell’intera procedura. L’obiettivo dichiarato, condiviso e approvato, è stato proprio quello di dare alla cooperativa una governance strutturata, un’esigenza che non riguarda solo Terre d’Oltrepò, ma gran parte delle cooperative vinicole italiane. Si tratta di un’operazione necessaria per difendere e valorizzare il patrimonio dei soci, attraverso un modello gestionale moderno e attrattivo per investitori.

Ci sono stati momenti di tensione e lei è stato accusato di episodi di violenza, quantomeno verbale. 

Abbiamo già respinto categoricamente queste accuse, supportati dalle firme dei dipendenti e delle RSU. Inoltre, è importante sottolineare che queste accuse provengono esclusivamente dalla CISL, che sembra più interessata a creare tensioni personali con me che a occuparsi del reale benessere dei lavoratori. Con la UILA, invece, i rapporti sono sempre stati costruttivi e cordiali. Mi lascia perplesso il tentativo di personalizzare il rilancio di un’azienda in difficoltà, tentando di far passare un progetto strutturale e condiviso come una questione di simpatia o antipatia personale.

Questo approccio irrazionale strumentalizza e banalizza il lavoro di tanti professionisti coinvolti nel cambiamento. I fatti rimangono fatti. La costituzione della Spa, con un consiglio di amministrazione collegiale e professionisti di altissimo livello, parla da sé. Per la prima volta, Terre può contare su un team qualificato che ha scelto di assumersi la responsabilità legale e operativa per il benessere dell’azienda e dei soci. Questo non dovrebbe suscitare diffidenza, ma fiducia.

L’impressione è che diversi soci della cooperativa Terre d’Oltrepò contestino l’operazione Spa perché “calata dall’alto”, senza la necessaria illustrazione condivisione del progetto, pur demandato al Cda.

Non condivido questa interpretazione. Il dialogo c’è stato ed è stato strutturato in tutte le sedi opportune. Il progetto S.p.A. è nato da un’esigenza chiara, espressa dal Cda, che mi ha chiesto di rimanere per portare avanti il piano di turnaround di un’azienda ereditata al collasso. Ricordo che la costituzione della Spa è stata approvata dal Cda senza voti contrari, con l’astensione del presidente, e successivamente ratificata in assemblea da circa l’80% dei soci in sede di approvazione del bilancio. In quell’occasione, si è discusso a lungo della struttura e del progetto, garantendo un dialogo trasparente e costruttivo. Inoltre, la presenza di un consiglio di amministrazione collegiale, composto da professionisti di assoluta esperienza, smentisce qualsiasi accusa di personalismo. È un sistema trasparente e orientato a garantire il bene comune.

La Spa però le consente di operare, in accordo con il Cda, in maniera più agile rispetto all’assemblea della cooperativa. Per questo, tra le accuse che le vengono rivolte, c’è anche quella di aver ulteriormente accentrato “potere” attorno alla sua figura.

La Spa non è stata pensata per favorire la mia figura, ma per creare un modello di governance più adatto a gestire le complessità del mercato odierno. La scelta di un organo collegiale con responsabilità legali e operative è la prova che il rilancio dell’azienda non è centrato su una singola persona, ma su una visione strutturata e condivisa. Questo sistema rafforza l’indipendenza e la solidità dell’azienda.  

Con la Spa, Terre d’Oltrepò si apre alla possibilità di attrarre investimenti esterni. È un’ipotesi concreta?

Sì, Terre d’Oltrepò, attraverso la Spa, potrà attrarre investitori strategici. Questo è stato confermato da esperti internazionali e manager di prestigiose università come INSEAD e LUISS. L’obiettivo è portare risorse per rafforzare la filiera e rendere l’Oltrepò un punto di riferimento per il settore vinicolo. Avere una struttura moderna e credibile è un prerequisito per ottenere la fiducia degli investitori.

Nel frattempo, mi risulta che siano sorte alcune difficoltà sul fronte della partnership con Mack & Schühle Italia Spa, per la fornitura di 9-12 milioni di bottiglie. Un accordo che difficilmente Terre d’Oltrepò riuscirà a rispettare. Conferma?

È uno degli accordi firmati per modificare il modello di business dell’azienda. Come dichiarato sia da me che da Fedele Angelillo, si tratta di un accordo che valorizza la produzione e amplia le opportunità commerciali, sia a livello nazionale che internazionale. L’idea alla base è quella di lasciare che sia il mercato a indirizzare la produzione, mantenendo sempre al centro il valore del prodotto e del territorio. Ricordo che la responsabilità di una cooperativa parte dal vigneto e dai soci, e arriva alla sua struttura commerciale, con una visione integrata e sostenibile. Purtroppo, la terribile vendemmia di quest’anno (2024) ha rallentato i nostri comuni piani, ma resta chiara la volontà di proseguire con determinazione in questa direzione, per garantire stabilità e valore ai nostri soci e al territorio.

Spostiamo l’attenzione al segmento della Grande distribuzione italiana. Nei supermercati Esselunga è “comparsa” una referenza, Testarossa Principio 2008, dal costo davvero importante (350 euro), che supera anche lo Champagne. Può spiegare l’operazione e definire l’andamento commerciale del prodotto?

Il Principio Testarossa 2008 rappresenta un simbolo della qualità assoluta del nostro territorio e un esempio di ciò che l’Oltrepò può esprimere ai massimi livelli. La sua presenza sugli scaffali di Esselunga a 350 euro non è solo un traguardo, ma la dimostrazione del valore aggiunto che possiamo creare attraverso una visione strategica e un posizionamento chiaro. Le politiche di pricing riflettono la qualità straordinaria del prodotto e il target luxury a cui si rivolge. La Versa è l’unica azienda in Italia, e una delle pochissime in Europa, a vantare una collezione di Jeroboam di Metodo Classico di oltre 40 anni.

Per creare la linea Principio, utilizziamo una liqueur speciale prodotta con uno Jeroboam del 1986, che aggiunge unicità e valore al prodotto. Si tratta di un prodotto di nicchia, realizzato in pochissime centinaia di bottiglie e riservato a un segmento esclusivo, come dimostrato dal successo ottenuto recentemente nel prestigioso membership club londinese dedicato al vino, 67 Pall Mall. Venderlo a poche decine di euro sarebbe come vendere una Ferrari a poche decine di migliaia di euro: un errore sotto ogni punto di vista, che sminuirebbe la sua unicità e il valore intrinseco di un prodotto creato per rappresentare l’eccellenza.

Altra nota dolente è quella degli impianti di depurazione: si parla di decreti ingiuntivi. Cosa succede?

Succede che dal 2015 non avevamo le AUA (Autorizzazione unica ambientale, ndr) per scaricare. Le abbiamo quindi rifatte, insieme a certificazioni legate agli imbottigliamenti ed altre autorizzazioni che erano state lasciate scadere. Tra l’altro si poneva un problema con i limiti degli scarichi, in quanto le AUA precedenti erano “domestiche”: chi farebbe mai AUA domestiche per una cantina? Allo scopo di aumentare la capitalizzazione delle cantine, ci sarà un sistema di microfiltrazione che, a tendere, renderà il riutilizzo dell’acqua circolare, abbassando i costi. Una scelta utile in termini di sostenibilità. Fortunatamente abbiamo risolto la questione senza conseguenze legali.

Il ruolo di Terre d’Oltrepò nel Consorzio Oltrepò è sempre più centrale. E così, indirettamente o direttamente, lo è la sua figura. Una grande responsabilità, ora che gli imbottigliatori sembrano quasi fuorigioco.

Anche in questo caso, la rinascita del Consorzio si basa sull’attrazione di competenze di altissimo livello. Partendo dalla nuova presidente, Francesca Seralvo, una donna straordinariamente competente e forte, che rappresenta un’eccellenza italiana. La sua esperienza in Mazzolino, che è una realtà da Fortune 100, e il riconoscimento come “Personaggio dell’Anno” di Ais Lombardia nel 2024 dimostrano quanto siamo fortunati ad avere una figura del suo calibro alla guida del Consorzio. A questo si aggiunge il lavoro di Riccardo Binda, il direttore, che ritengo essere uno dei migliori in Italia.

Condivide con noi la passione per questa missione ambiziosa e sta contribuendo in modo significativo al rilancio del territorio e alla crescita qualitativa della denominazione. Collaboriamo attivamente per garantire coesione tra i produttori, lavorando fianco a fianco con Regione Lombardia per sostenere il rilancio del territorio. È importante sottolineare che, anche qui, spesso si tenta di svilire il lavoro di squadra preferendo una visione personalizzata o polarizzata. Ma la realtà è diversa: stiamo lavorando come un team, uniti da una missione comune, per riportare l’Oltrepò al posto che merita nel panorama vinicolo nazionale e internazionale.

Che futuro vede per l’Oltrepò pavese?

L’Oltrepò deve puntare su denominazioni che uniscano tradizione e innovazione. Pinot nero e Metodo Classico sono i pilastri, ma è fondamentale investire anche su vitigni autoctoni per preservare e valorizzare la nostra identità. Il futuro risiede nella qualità, nella sostenibilità e nell’integrazione tra filiera produttiva e mercato. Il cambiamento rappresenta un problema solo per chi tenta di opporvisi, mentre per gli altri è una fonte continua di opportunità. Così come la Francia ha saputo evolversi e continua a farlo, dobbiamo imparare da chi ha avuto successo e applicare modelli economici e produttivi più sostenibili e remunerativi. Questo significa evitare speculazioni di breve periodo e focalizzarci su strategie di medio-lungo termine che garantiscano valore e solidità sia per i produttori che per il territorio.

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Ami il Riesling? Devi scoprire l’Imereti: il volto fresco dei vini georgiani


Al mercato centrale della città vecchia, in Shota Rustaveli Ave, i colori dei foulard delle donne si confondono con quelli delle spezie, dei formaggi e delle strisce di Churchkhela, dolce tradizionale georgiano a base di succo d’uva, frutta secca e farina. C’è anche qualche bottiglia di vino dell’Imereti, conservata chissà come. Camminare per Kutaisi, terza città del Paese, 220 chilometri a ovest della capitale Tbilisi, è come immergersi in un barattolo di vernice. Ne esci colorato, felice. Stordito.
Inebriato da profumi e istantanee di storia, cultura. Orgoglio. Mito. È la terra degli Argonauti, della caccia al Vello d’Oro. Del fiume Rioni e del Ponte Bianco. Del Monastero Motsameta, immerso nel silenzio della natura incontaminata e selvaggia di una regione vinicola che vuole farsi largo, sulla scena internazionale. Levandosi di dosso l’ombra, pesante, del più noto Kakheti, con circa 5 milioni di bottiglie prodotte su una superficie di circa 2.350 ettari.

I VINI DELL’IMERETI: GRANDE FRESCHEZZA E ALCOL MODERATO

I vini dell’Imereti somigliano un po’ a quel mercato centrale. Alla città caoticamente ordinata che lo ospita. Colori intensi, quasi fluorescenti. Proprio come quelli delle spezie. Ogni bottiglia, una sorpresa. Si passa dal giallo paglierino all’ambra luminosa, o dal rosso rubino al viola impenetrabile, con la stessa facilità con la quale la scritta “Ti amo” compare su un muro di Kutaisi, riprodotta un centinaio di volte nelle tre lingue parlate dagli abitanti del posto. Espressioni diverse, per esprimere lo stesso concetto. Così come diverse sono le coniugazioni delle uve, in vinificazione: con o senza utilizzo di qvevri o legno e ricorrendo, o meno, a macerazioni sulle bucce più o meno prolungate.

Ma per capire i vini dell’Imereti, occorre innanzitutto partire dalla conformazione del territorio. L’Imereti ha un clima più umido e mite, influenzato dalla vicinanza al Mar Nero e da una viticoltura che si sviluppa fino a oltre 500 metri sul livello del mare, in ambienti di alta collina. I suoli sono prevalentemente argillosi-pietrosi e bianchi, calcarei; ricchi di carbonato di calcio e dotati di una buona capacità di trattenere l’umidità. Giusto, dunque, aspettarsi vini più freschi, con maggiore acidità rispetto a quelli del Kakheti. Lì, il clima più caldo e secco dà vini più potenti e, soprattutto, più alcolici. Il suolo, nel Kakheti, è molto più vario di quello dell’Imereti, con presenza di argille, rocce e terreni alluvionali che contribuiscono a restituire vini complessi, strutturati, dalle spalle larghe.

I VITIGNI DELL’IMERETI E LE LORO CHANCE INTERNAZIONALI

Differenze sostanziali, che trovano conferme anche nella base ampelografica della regione. I vitigni dell’Imereti, infatti, sono diversi da quelli del Kakheti. In quest’angolo di Georgia si trovano varietà autoctone poco conosciute, come Tsolikouri, Krakhuna, Tsitska e Kvishkhuri (a bacca bianca) e Otskhanuri Sapere, Aladasturi e Ojaleshi (a bacca rossa). Cosa aspettarsi dai vini prodotti con questi vitigni? Gran acidità, e dunque freschezza, soprattutto dai vini bianchi “in purezza”, ovvero da singole uve. Una caratteristica che risulta più attenuata nei blend, con il terzetto Tsolikouri-Krakhuna-Tsitska che può infatti fregiarsi dell’unica Doc dell’Imereti: Sviri Pdo (Protected Denomination of Origin).

Ogni uva apporta benefici al blend: Tsolikouri e Tsitska per la vibrante acidità; Krakhuna per la componente aromatica e per il corpo. Interessante, anche dal punto di vista agronomico, il Kvishkhuri: con la sua buccia spessa e l’ottima resistenza alle temperature più rigide, ha un ruolo di prim’ordine nell’Alto Imereti, la fascia più settentrionale della regione. I vini bianchi dell’Imereti, generalmente, ricordano al naso e al palato agrumi come l’arancia e il mandarino, le nespole. Evidenziano accenni di frutta tropicale, frutta bianca come la pera e tinte erbacee e talcate, soprattutto in presenza della varietà Krakhuna. Curioso invece come la Tsitska riporti spesso alla mente il Sauvignon Blanc, specie se non sottoposta a macerazione.

IMERETI: VINI BIANCHI (MEGLIO) IN CUVÉE. ROSSI IN PUREZZA

Quanto ai vini rossi, l’Otskhanuri Sapere è considerabile l’alter ego del Saperavi kakhetiano. Il “Colorato di Otskhana”, questa la traduzione letterale del nome, in onore della città d’origine del vitigno, ha un’acidità generalmente alta, una struttura armonica e un corpo più che dignitoso: caratteristiche che portano i vini ad affinare bene, nel tempo, muovendosi su note terziarie rispetto ai primari di ciliegia, bacche rosse e nere di bosco e prugna matura.

L’Aladasturi convince per la capacità di saper leggere i suoli, ricordando talvolta certe espressioni rare del Syrah sul granito. Generalmente dà invece vini freschi e beverini, dal corpo leggero, in cui la maturità dei tannini gioca un ruolo fondamentale nell’equilibrio del calice. La vera sorpresa è l’Ojaleshi, che riporta alla mente una buona parte del profilo maturo del Refosco dal Peduncolo Rosso e delle espressioni giovanili dello Schioppettino di Prepotto. Una varietà sempre più riscoperta e vinificata dalla settantina di cantine dell’Imereti.

L’UTILIZZO DELLE ANFORE IN TERRACOTTA (QVEVRI / CHURI) NELL’IMERETI

Se è ormai molto facile reperire un vino georgiano all’estero, Italia compresa, risulta invece più complicato degustare un vino prodotto nell’Imereti. Il Kakheti la fa da padrone nelle scelte dei buyer, anche perché è ormai simbolo del metodo tradizionale di vinificazione in qvevri, grandi anfore di terracotta interrate che affascinano i consumatori di tutto il mondo con la loro tradizione millenaria. Il “Metodo Kakhetiano” è, di per sé, sinonimo di “vini georgiani”. Ed è quello su cui si concentra la stragrande maggioranza del marketing nazionale, all’insegna del claim che promuove la Georgia come “The cradle of wine“: “La Culla del vino” internazionale, dove ha avuto origine la viticoltura (un primato, a onor del vero, messo in discussione dalla vicina Armenia).

Anche in Imereti si utilizzano le qvevri, localmente chiamate churi. Ma il metodo di vinificazione tradizionale differisce da quello di Kakheti. Nell’Imereti solo una parte delle bucce – molto più raramente i raspi – vengono utilizzati durante la fermentazione. Un approccio più delicato, che ben si misura con le caratteristiche delle uve e la volontà di produrre vini più leggeri e freschi, perfetti per gli amanti di varietà come il Riesling. Il “Metodo imeritiano” tende a conservare maggiormente l’acidità naturale dei vini e a dar vita a vini più freschi. Ma soprattutto meno tannici rispetto a quelli di Kakheti, dove invece il mosto fermenta e matura a lungo nelle qvevri con tutte le parti solide dell’uva (buccia, vinaccioli, raspi), restituendo tannini marcati, struttura e complessità.

IMERETIAN WINE CHALLENGE: DA QUI PASSA IL FUTURO DEI VINI GEORGIANI

Proprio per contribuire a dare un’identità precisa ai vini dell’Imereti, premiando i più elevati standard produttivi e promuovendo l’unicità della zona a livello internazionale, è nata la Imeretian Wine Challenge (IMT). Una competizione enologica ideata da Ketie Jurkhadze, direttrice dell’Imeretian Wine Association, che raggruppa una settantina di cantine della zona ed è nata nel 2022, con il supporto di Dmo Imereti (Destination Management Organisation Imereti).A inizio ottobre 2024 il concorso è giunto alla sua seconda edizione, ospitata proprio Kutaisi, terza città georgiana per numero di abitanti e capitale della regione vinicola dell’Imereti. I risultati della competizione, non ancora ufficiali, confermano l’assoluta validità del percorso intrapreso dai viticoltori, che nella Georgia occidentale possono contare anche su iniziative imprenditoriali importanti. È il caso di Labara Winery che sorge a Vartsikhe, frazione della municipalità di Baghdati.

Dodici ettari di vigneti incastonati tra il Mar Nero e il Caucaso, in una piana ricca di argilla e calcare all’esatta confluenza dei fiumi Rioni e Khanitskali. Krakhuna, Otskhanuri  Sapere, Tsolikouri, Tsitska, Ojaleshi e Aladasturi hanno trovato in Dato GaguaShalva Sikharulidze due grandi interpreti. Entrambi impegnati a livello professionale negli Stati Uniti, hanno deciso di fare ritorno in Georgia e fondare la cantina nel 2017, «per aiutare il Paese a sfruttare e sviluppare i suoi 8 mila anni di storia nel vino». Anche in chiave enoturistica. La parola “Labara”, che dà il nome alla cantina, significa infatti “Luogo soleggiato pieno di vita”. Un inno a Vartsikhe, villaggio di antica tradizione vinicola che Dato Gagua e Shalva Sikharulidze vogliono trasformare in meta turistica, oltre che areale di produzione dei migliori vini dell’Imereti.

Il Sole presente su tutte le etichette simboleggia il sogno dei due imprenditori. Circa 20 mila le bottiglie prodotte attualmente, con la vendemmia 2024 che è da considerarsi come quella del vero esordio, con i frutti dei giovani vigneti di proprietà. Lo stile e l’impronta della piccola Labara Winery è comunque già chiaro: grande cura nella selezione delle uve, vinificazione e affinamento in qvevri (o, meglio, churi) e in botti di legno usato; e desiderio di esprimere i caratteri primari di ogni singola varietà nel calice. Un faro non solo per l’Imereti ma per l’intera Georgia del vino, soprattutto con l’orange wine (macerato) 2020 “Circum Solem” da uve Tsolikouri, l’Otskhanuri  Sapere Reserve 2022 e l’Ojaleshi 2023.

LABARA WINERY, LA NOVITÀ. WINERY KHAREBA, UNA CERTEZZA

Per una cantina artigianale georgiana che nasce e che, certamente, saprà affermarsi a livello internazionale, una che è già un simbolo dei vini georgiani nel mondo. Winery Khareba è un colosso da 17 milioni di bottiglie che, sotto la direzione tecnica ed enologica del winemaker Vladimer Kublashvili, si è posta come obiettivo quello di abbracciare tutto il territorio nazionale con il proprio parco vigneti (1.500 gli ettari attualmente a disposizione). Già ben solida nell’olimpo dei big del Kakheti, Khareba sta investendo sempre più energie, negli ultimi anni, nella crescita dell’Imereti e delle sue varietà autoctone. L’approccio dell’enologo Vladimer Kublashvili è sartoriale. Millimetrico.

Ne è una riprova l’ultimo progetto della cantina, denominato K’Avshiri, კავშირი, che in georgiano significa “alleanza”, “unione”. Si tratta infatti del progetto comune del winemaker di Winery Kareba e del consulente e wine critic britannico Robert Joseph. Un vino bianco e un vino rosso ottenuti – guarda caso – da un blend. K’Avshiri White è una miscela di otto vitigni georgiani con Moscato e l’Aligoté. K’Avshiri Red racchiude invece nove varietà, tra cui due uve bianche georgiane co-fermentate con Saperavi e Aladasturi, lasciate appassire per 10 giorni prima della fermentazione. Entrambi i vini sono ottenuti da vinificazione parziale in qvevri e acciaio, con l’utilizzo del legno per il solo uvaggio rosso.

K’AVSHIRI: MOLTO PIÙ DI UN SEMPLICE VINO

«Pur volendo creare un vino decisamente “georgiano” – spiegano Kublashvili e Joseph – non ci scusiamo per aver incluso un po’ di Aligoté e Moscato nella miscela bianca. Produrre il miglior vino possibile era molto più importante che rispettare qualsiasi tipo di regola che imponesse la “purezza” regionale. Allo stesso modo, i rossi assemblaggi 2022 e 2023 contengono sfacciatamente un po’ di Merlot (5%). Molti produttori in Paesi con varietà autoctone interessanti oggi hanno una visione simile, ma preferiscono non menzionare il loro utilizzo di piccole quantità di varietà “internazionali”, seppellendole nel 15% di “altre uve” legalmente consentite. Abbiamo preferito essere aperti su ciò che accade esattamente in K’Avshiri».

Una visione, quella di questo insolito duo, che si confà al clima di un Paese a caccia d’identità e che, anzi, in quella ricerca s’inserisce in punta di piedi, con due vini di grande spessore enologico e di grande provocazione intellettuale. E non succede a caso in Georgia, nazione che diverte – e che sembra essa stessa, forse inconsapevolmente, divertirsi – nello sfoggio di logiche e interpretazioni tra loro contrastanti, capaci di convivere in un clima di ordinato caos, sul confine geografico esatto col paradosso e con l’ossimoro. Come i foulard di quelle donne, che si mescolano ai mille colori delle spezie, al mercato centrale della città vecchia di Kutaisi. O quella scritta “Ti amo”, in tre lingue diverse su un muro, poco lontano dalle bancarelle. Imereti, Georgia, mondo. Tutto sommato, confine.

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La “fresca” vendemmia 2023 del Sudafrica: quantità a picco, qualità eccellente

La vendemmia 2023 in Sudafrica sarà ricordata come una delle più scarse dell’ultimo decennio, ma solo in termini di quantità. Il calo dell’uva raccolta, dovuta soprattutto a una stagione più fresca della media, consentirà comunque di produrre vini di qualità eccellente. È quanto emerge dal rapporto annuale di Sawis e Vinpro, le due più importanti società del settore nel Paese africano. Nel dettaglio, il raccolto di uva da vino per il 2023 è stimato in 1.180.093 tonnellate. Si tratta di una quantità inferiore del 14,2% rispetto alla vendemmia 2022. Come già anticipato da winemag.it a marzo, a pesare sul calo finale è anche la crisi energetica registrata in Sudafrica nel corso della stagione di maturazione delle uve, a cavallo tra il 2022 e il 2023.

«Rispetto ad altre stagioni – sottolinea Conrad Schutte, responsabile dei servizi di consulenza di Vinpro – il raccolto del 2023 è molto simile alle precedenti stagioni più fresche, come il 2014, il 2015, il 2018, il 2019 e il 2021. In particolare, assomiglia alla combinazione di freddo e umidità del 2014 e del 2019. In termini di volume, il 2023 potrebbe essere una delle vendemmie più scarse degli ultimi 10 anni».

Lo snodo fondamentale della vendemmia 2023 in Sudafrica si è registrato a nella seconda settimana di dicembre. Le forti piogge hanno portato sollievo alle piante, sino ad allora alle prese con condizioni estreme di calore e aridità. Si è così alleggerita la pressione sulla programmazione dell’irrigazione, in un momento in cui i livelli delle falde acquifere erano inferiori alla norma e le interruzioni della rete nazionale erano all’ordine del giorno. Oltre alle piogge, si sono verificati danni da grandine a Paarl, Worcester e Robertson, pur in modo sporadico e limitato. Il timore di malattie fungine della vite, in particolare oidio e la peronospora, è tuttavia aumentato a causa delle condizioni umide.

UNA VENDEMMIA SFIDANTE PER LE CANTINE SUDAFRICANE

Germogliamento e allegagione sono arrivate in anticipo rispetto alla stagione precedente. Le condizioni più fresche hanno tuttavia ritardato la maturazione delle uve e la vendemmia è iniziata come di consueto all’inizio di febbraio 2023. Sempre secondo quanto riferisce Vinpro, i produttori sono rimasti «impressionati dalle analisi dell’uva, che hanno mostrato livelli di pH, acidi e zuccheri ideali». Le condizioni di siccità hanno in sostanza condizionato le dimensioni degli acini, più piccoli rispetto alla norma, a vantaggio della qualità dell’uva. Sono stati osservati eccellenti profili cromatici e organolettici dei mosti.

«Nonostante quella che è stata a tutti gli effetti una vendemmia difficile per i nostri viticoltori – afferma Siobhan Thompson, Ceo di Wines of South Africa (WoSA) – siamo convinti di poter contare su superbi vini dell’annata 2023 da condividere con i nostri consumatori in tutto il mondo. Abbiamo visto crescere la domanda di vini sudafricani e prevediamo che i nostri vini continueranno a fornire l’eccellente qualità per cui stiamo diventando famosi». Nel dettaglio, il Sudafrica è il nono produttore di vino al mondo con il 4% del vino mondiale.

L’industria vinicola contribuisce al Pil del Paese per oltre 55 miliardi di Rand (1 rand equivale a 0,050 euro) e impiega 269.069 persone lungo tutta la filiera, di cui 80.173 lavorano nelle aziende agricole e nelle cantine. Buone anche le condizioni degli stoccaggi. «I livelli delle scorte dell’industria vinicola sudafricana – evidenzia Rico Basson di Vinpro – sono attualmente in equilibrio, a differenza di quanto avvenne durante la pandemia di Covid-19, quando l’industria vinicola non fu autorizzata a commerciare per 200 giorni e i livelli delle scorte erano pari a 650 milioni di litri».

VENDEMMIA 2023 SUDAFRICA: IL DETTAGLIO DELLE REGIONI VINICOLE
Breedekloof

L’annata sarà ricordata per una vendemmia pressoché dimezzata, per le piccole dimensioni degli acini e per i problemi legati alla riduzione delle rese di molte aziende e cantine.

Cape South Coast

I vini di inizio stagione riflettono un’annata eccellente, mentre i vini di fine stagione, che interessano le varietà più tardive, mettono in mostra l’esperienza e il savoir-faire dei winemakers.

Cape Town

La vendemmia 2023 è stata caratterizzata da vini freschi e da volumi inferiori, a causa dei fattori naturali che hanno preceduto la vendemmia.

Klein Karoo

Un’annata precoce, con una buona qualità delle uve e precipitazioni estive eccezionalmente elevate.

Cape North

Una stagione difficile per le uve ha dato luogo a un raccolto notevolmente ridotto, con un aumento della concentrazione di aromi e della qualità del vino. Le prospettive del Colombar sembrano particolarmente buone.

Olifants River

La vendemmia 2023 in questa regione vinicola del Sudafrica sarà ricordata per le temperature fresche e per il tempo umido e afoso, da dicembre in poi. La sicurezza idrica e la buona disponibilità di energia per l’irrigazione determinano in larga misura il raccolto di uva da vino della regione.

Paarl

Condizioni climatiche ideali e assenza di gravi ondate di calore. La qualità dell’uva è stata eccellente.

Robertson

La produzione è stata inferiore alla media. Condizioni ideali hanno prevalso fino alle prime piogge importanti di marzo, durante le quali è stata osservata una qualità dell’uva tra le migliori degli ultimi decenni.

Stellenbosch

Un periodo di maturazione più fresco ha garantito vini di alta qualità con le cultivar precoci. Le varietà tardive sono state più impegnative, ma le buone pratiche di gestione hanno prodotto uve di alta qualità.

Swartland

La vendemmia 2023 è stata caratterizzata da condizioni climatiche ideali durante la prima parte della vendemmia, con cultivar precoci e di mezza stagione che hanno raggiunto una maturazione ottimale e completa, con zuccheri più bassi della media.

Worcester

Un inverno e un’estate relativamente secchi e una stagione di crescita più calda hanno portato a una riduzione delle dimensioni degli acini in tutte le varietà di uva. Un fattore determinante per il minore raccolto della regione.

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La vendemmia 2023 in Sudafrica, tra siccità e mancanza di corrente elettrica


C’è cauto ottimismo per vendemmia 2023 in Sudafrica. I produttori di uva da vino sudafricani si aspettano un raccolto «buono, ma leggermente inferiore in termini di quantità». La prima stima arriva dall’associazione di categoria Vinpro, dopo una stagione condizionata dal clima secco. Stime ancora più accurate saranno fornite nella terza settimana di gennaio 2023, quando la situazione sarà più definita.

«In questa fase iniziale, la diminuzione delle quantità sarà netta in tutte le regioni vinicole del Sudafrica. Abbiamo vissuto ovunque una stagione più secca, ad eccezione di Northern Cape che ha avuto condizioni ambientali difficili durante e dopo la vendemmia», afferma Conrad Schutte, responsabile del team di viticoltori di Vinpro che emette le stime del raccolto insieme all’ente di settore Sawis.

Anche la scarsa fioritura e l’allegagione in diverse aree, insieme all’espianto dei vigneti, hanno contribuito alla diminuzione delle nostre stime per la vendemmia 2023».

VENDEMMIA 2023 IN SUDAFRICA: SOFFRE NORTHERN CAPE

Nel Capo Nord, dove la stagione è stata caratterizzata da condizioni di pioggia e umidità fuori stagione, «le viti hanno germogliato con una riserva minima di acqua e fin dall’inizio si sono formati meno grappoli. Problemi anche per l’apparato fogliare. Le piante hanno germogliato male e in alcuni casi la crescita si è addirittura arrestata temporaneamente.

«Nel resto delle regioni – continua Schuttle – le condizioni di fioritura sono state da buone a eccezionali. Si sono verificate poche malattie e presenza di parassiti, ma le precipitazioni medie generali sono state inferiori nella maggior parte delle regioni rispetto all’anno precedente, il che avrà un impatto sulle dimensioni degli acini, soprattutto nelle regioni aride, influenzando così la produzione totale di uva».

Sempre secondo Vinpro e Sawis, nelle aree a irrigazione intensiva come Klein Karoo e Robertson, mantenere carichi ottimali di uva rispetto alle precedenti annate ha rappresentato una sfida enorme, «a causa dei programmi di irrigazione che hanno dovuto fare i conti con la disponibilità di energia elettrica». «La stagione sembra promettente – conclude Conrad Schuttle – ma molto potrebbe cambiare prima della vendemmia».

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Cinquant’anni di Chardonnay australiano in 8 etichette: i “tempi del legno” sono finiti

Era il 1972 quando il primo Chardonnay australiano “in purezza” faceva il suo esordio sul mercato. In cinquant’anni di storia, il vino bianco più iconico dell’Australia ha attraversato mode e trend. Si è lasciato accarezzare dal burro e dalle note tostate tipiche dello Chardonnay francese, affinato in legno. Sino ad arrivare, oggi, a trainare il mercato internazionale grazie a uno stile ben riconoscibile.

Una via di mezzo tra la schietta freschezza che contraddistingue altre uve a bacca bianca note al pubblico mondiale (vedi Sauvignon Blanc o Chenin) e l’aristocratica eleganza nell’utilizzo del legno. Che torna “contenitore” e smette d’essere “ingrediente”.

Questa l’impressione data dagli 8 Chardonnay australiani in degustazione con Wine Australia nel pomeriggio di martedì 5 aprile. Il modo scelto per celebrare con la stampa internazionale l’anniversario dei 50 anni del primo bianco varietale prodotto e commercializzato nel Paese.

Un percorso lento, che ha preso avvio nel 1830, anno in cui le prime barbatelle di Chardonnay iniziarono ad essere “addomesticate” nei molteplici terroir del vino australiano.

Si arriva così agli anni Novanta, contraddistinti dall’imperare delle vinificazioni in barrique, oggi retaggio del passato. Al loro posto, Chardonnay che privilegiano territorialità e raffinatezza. Nel segno dell’equilibrio tra frutto, terziari e potenziale d’affinamento.

«La sua popolarità può essere aumentata e diminuita nel corso degli anni – ha sottolineato Mark Davidson, referente di Wines of Australia – ma una cosa è certa: lo Chardonnay australiano è una leggenda con un futuro brillante».

Davidson ha condotto il digital tasting degli 8 Chardonnay scelti per celebrare i 50 anni, assieme a MaryAnna Worobiec (Wine Spectator) e Oz Clarke Obe (wine writer e presentatore televisivo britannico).

E proprio a Londra, nella giornata di oggi, sbarcano centinaia di vini australiani in degustazione per stampa e trade al Royal Horticultural Halls (Westminster), altro appuntamento che winemag.it sta seguendo in presenza, in queste ore, dalla capitale del Regno Unito.

LO CHARDONNAY IN AUSTRALIA

Lo Chardonnay e le sue Nozze d’Oro non potranno che essere tra i grandi protagonisti. È infatti il vitigno a bacca bianca più coltivato in Australia, in 58 delle 65 regioni vinicole del Paese. È secondo secondo solo allo Shiraz e continua ad essere il vino bianco più esportato. Secondo le stime di Wine Australia, sarebbero 3,8 i milioni di bicchieri di Chardonnay australiano gustati ogni giorno, all’estero.

Gli stili sono molteplici, soprattutto per via delle differenze climatiche in cui matura l’uva. Si passa dagli Chardonnay occidentali, in particolare quelli di Margaret River, influenzati dell’Oceano, a quelli dell’area subtropicale, come Hunter Valley, ad est.

La varietà riflette caratteristiche locali ovunque sia coltivata – ha evidenziato ancora Mark Davidson – e viene prodotta in una serie di stili che vanno da quelli leggeri e croccanti, a quelli più corposi e complessi, maturati in botte».

Un’altra discriminante, evidente nel tasting di martedì 5 aprile, è legata alla fermentazione malolattica. Lo Chardonnay si presta ad essere teso e freschissimo, senza aver compiuto la “seconda fermentazione” in vinificazione. Oppure più “morbido”, quando l’acido malico si trasforma in lattico in seguito alla fermentazione alcolica (solitamente in Primavera).

8 CHARDONNAY AUSTRALIANI PER CELEBRARE I 50 ANNI

Hunter Valley Chardonnay 2018 “Winemaker’s Selection Vat 47”, Tyrrell’s: 87/100

Siamo a ovest, per l’esattezza nella Hunter Valley, a Nord di Sidney (New South Wales). Chardonnay da clone Penfold, vendemmiato il 12 gennaio e imbottigliato il 1 novembre 2018. Fermentazione iniziale in acciaio, poi in barrique di rovere francese. Maturazione di 9 mesi per il 20% in barrique di rovere francese nuove. Fermentazione malolattica non svolta.

Alla vista di un bel giallo paglierino. Legno presente al naso e in retro olfattivo. Burro fuso, vaniglia, note mielate tra i descrittori utili a comprendere la natura di questa etichetta, caratterizzata da una buona freschezza e da una chiusura tendenzialmente morbida, ma asciutta.

Margaret River Chardonnay 2018 “Art Series”, Leeuwin Estate: 92/100

Ci spostiamo a sud-est, per l’esattezza a Margaret River. Chardonnay da clone Gingin, vendemmiato tra la metà e la fine di febbraio 2018 e imbottigliato il 26 agosto del 2019. Fermentazione in barrique, 100% rovere nuovo francese. Maturazione di 11 mesi in nuove botti dello stesso materiale. Fermentazione malolattica non svolta.

Alla vista di un giallo paglierino. Splendido naso, dal legno molto più garbato rispetto al precedente campione. Frutto tropicale di perfetta maturità, mai sbavato. Colpisce per precisione e focus sul frutto, abbinato a una freschezza vibrante, d’agrume.

Tornando all’utilizzo del legno, non manca una carta dose di burro fuso. Ma l’acidità lo “asciuga” e rende ancora più croccante il frutto, polposo. Chiusura nel segno del centro bocca: asciutto, agrumato. Zona vinicola da tenere in grande considerazione, Margaret River.

Great Southern Chardonnay 2018 “Block 8′ Mount Barker”, Forest Hill Vineyard: 90/100

Torniamo a sud-ovest, nella regione vinicola del Great Southern, altra cullo dello Chardonnay australiano. Non cambia invece il clone: ancora una volta quello scelto dalla cantina è il Gingin. Vendemmia avvenuta il 24 febbraio; imbottigliamento nel dicembre 2018.

Fermentazione spontanea con lieviti indigeni in rovere francese da 225, 300 e 500 litri. Maturazione per 9,5 mesi in rovere. Malolattica svolta per meno del 5%. Naso che si stacca in maniera netta dai precedenti campioni. Risulta meno ampio e il vino pare contratto, inizialmente ridotto.

Ecco poi il frutto che deve ancora esplodere in maturazione, tra note verdi preziose che ricordano la buccia d’agrume (lime, limone) e la polpa d’una pesca bianca. Sullo sfondo un tocco di ginger. Al palato, come da attese (e premesse): struttura acida importante, per uno Chardonnay sorretto da una freschezza importante, attorno alla quale gioca un ruolo fondamentale la frutta esotica.

Che c’è. E si fa apprezzare, pur nell’accezione “fresca”, poco glicerica, per nulla morbida. Il mondo è pieno di vini “vuoti” che puntano solo all’acidità, specie nel mondo vinnaturista, contraddistinto da lieviti indigeni e fermentazioni spontanee. Qui, la freschezza diventa lo strumento e il manifesto di una raccolta delle uve magistrale, volta a dare un tocco di personalità a un vino inconfondibile e longevo.

Tasmania-Adelaide Hills-Tumbarumba Chardonnay 2019 “Bin 311”, Penfolds: 91/100

Si passa a un’espressione di Chardonnay che coniuga uve allevate in tre zone: Tumbarumba, Adelaide Hills e Tasmania, tra la piccola isola austraiana e la parte “continentale”, a sud ovest.

Vendemmia compiuta da marzo ad aprile 2019. Fermentazione (alcolica e malolattica, integrale) al 100% in barrique francesi, dove avviene anche l’affinamento (8 mesi, per il 35% in rovere francese nuovo). Vino che cambia molto in base alla temperatura di servizio, caratterizzandosi (a quella corretta) per la precisione enologica.

Frutto e freschezza si dividono equamente il palco, con un accento particolare dato dai suoli duri, basaltici delle prime due zone. Vino che entra teso, su ricordi di pietra bagnata, melone e pesca bianca, per poi ammorbidirsi nel finale.

Mornington Peninsula Chardonnay 2018, Moorooduc Estate: 86/100

Stato di Victoria, a pochi chilometri dalla città di Melbourne. È qui che si trova la Penisola di Mornington, dalla quale provengono le uve di Moorooduc Estate. La raccolta è avvenuta tra il 26 e il 28 febbraio per i cloni I10V3, 95 e 96 (Robinson) e l’imbottigliamento il 14 gennaio 2019.

Fermentazione spontanea in 29 barrique di rovere e 2 puncheon (20% legno nuovo). L’affinamento si prolunga per 8 mesi, nei medesimi contenitori (20% nuovo, 80% 1/8 anni). Fermentazione malolattica svolta.

Vino che si stacca completamente dal resto dei campioni in degustazione per i 50 anni dello Chardonnay australiano. Si parte, di fatto, da un giallo più dorato, ben distante dai paglierini precedenti. Leggera vena ossidativa per un vino più largo che teso. Bell’agrume in chiusura, a conferire un po’ di nerbo a un sorso tendenzialmente dominato dalla frutta esotica matura.

Yarra Valley Chardonnay 2021, Giant Steps: 90/100

Restiamo nello Stato di Victoria, ma ci allontaniamo dalla città di Melbourne, distante circa 100 chilometri dal vigneto di Giant Steps. Un’areale fresco, condizionato dalle correnti dell’oceano Pacifico. Fermentazione spontanea per le uve Chardonnay raccolte a cavallo di febbraio e marzo 2021, con imbottigliamento avvenuto ad ottobre.

La scelta della cantina è per il rovere francese, ma solo il 15% è nuovo. La maturazione si protrae per 8 mesi in botti di rovere francese: anche in questo caso, nuove solo per il 15%. Solo il 10% della massa ha svolto la fermentazione malolattica in maniera spontanea.

A differenza di altre etichette di Giant Steps, questo vino non è frutto di un singolo vigneto. Parlare di “entry level” è comunque sbagliato, in quanto si tratta di una ricercata espressione di “sintesi” dello Chardonnay della Yarra Valley: un vino che ne sintetizzi il carattere. Missione compiuta, a giudicare dal calice.

Questo Chardonnay abbina in maniera deliziosa frutto e acidità, con quest’ultima a fare da spina dorsale, mentre tutt’attorno si diverte un frutto goloso. Sorprendono i soli 12.5%, perché il palato è pieno: perfetto equilibrio tra freschezza e vena setosa, “glicerica”. Vino “immediato”, di sapiente fattura. Chiude asciutto, su un leggero ricordo di stecco di liquirizia e sale, capace di chiamare il sorso successivo.

Adelaide Hills Chardonnay 2020 “M3”, Shaw+Smith: 85/100

Le colline di Adelaide sono una delle zone di produzione massiva dello Chardonnay australiano. Siamo ancora nel South Australia, non lontano da Melbourne. Nello specifico, la vendemmia dei cloni B95, B96, B76 e 277 è avvenuta a marzo 2020 e il nettare è stato imbottigliato il 1 febbraio 2021.

Fermentazione spontanea in barrique di rovere francese, per un terzo nuove. Affinamento di 9 mesi per il 25% in rovere francese nuovo, principalmente da 500 litri. Il resto in barrique da 228 litri. “M3” ha svolto interamente la malolattica.

All’analisi, un vino caratterizzato da un’espressione del frutto piuttosto piena, sia al naso sia al palato. Buona freschezza agrumata a controbilanciare la vena glicerica. Proprio a proposito di alcol (13,5% vol.), la componente disturba un poco in chiusura. Vino semplice.

Tasmania Chardonnay 2020, Tolpuddle Vineyard: 93/100

Voliamo in Tasmania per l’ultimo campione scelto da Wine Australia per celebrare i cinquant’anni dello Chardonnay australiano. Diversi i cloni a disposizione di Tolpuddle Vineyard, cantina di Richmond, a nord della capitale Hobart: B96, I10V1, I10V3, 76, B95, G9V7.

Le uve sono state raccolte a cavallo di marzo e aprile 2020, con il successivo imbottigliamento a giugno 2021. Anche in questo caso, la scelta del produttore è per la fermentazione spontanea in barrique di rovere francese, nuove per un terzo. Malolattica svolta interamente.

Eppure, questo vino vibra di freschezza, sin dal naso. Merito del clima montano della Coal River Valley, fresca ma assolata e asciutta. Una nuova isola felice per lo Chardonnay australiano. Convince per lo stratificato bouquet, che si apre in tutta la sua pienezza appena lo sbuffo di burro fuso lascia spazio ai fiori bianchi e a un frutto croccante e pieno.

In bocca un’acidità elettrica, ben controbilanciata da ritorni di frutta perfettamente matura, che denota la sapienza di Tolpuddle Vineyard nella scelta del m0mento perfetto per la raccolta delle uve. Venature ammandorlate in chiusura smussano l’acidità sferzante che caratterizza il sorso agrumato. Finale lungo, preciso, asciutto, per un vino che non stanca mai. E ha ottime chance di ulteriore, positivo affinamento.

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Il successo (meritato) dei vini del Carnuntum, la più piccola zona vinicola dell’Austria

Vienna a ovest, Bratislava a est. Le Alpi da una parte, i Carpazi dall’altra, lungo la linea meridionale disegnata dal Danubio. La geopolitica attuale del Carnuntum fa ben comprendere come mai i Romani, tra il I e IV secolo d.C., stabilirono proprio qui, in Austria, uno dei loro centri militari e commerciali più importanti, con oltre 50 mila persone tra soldati e civili. Un’enormità, per l’epoca.

Mentre la presenza di due tra le capitali più vicine d’Europa – 68 Km, appena un’ora d’auto – continua a esercitare un valore rilevante, se non altro dal punto di vista del turismo – specie quello “lento”, che si muove in bicicletta – il Carnuntum si fa sempre più largo nella geografia del vino europeo e internazionale.

Lo fa non solo con la chiarezza (estrema) di un sistema di qualità piramidale, ma anche (e soprattutto) con vini identitari, capaci di penetrare i mercati e valorizzare specificità e cru (Ried) dei 906 ettari vitati complessivi (2.43 milioni di bottiglie l’anno, 86 mila delle quali top di gamma) che ne fanno la più piccola zona vinicola dell’Austria.

Vigne come Göttlesbrunn, Arbesthal, Höflein, Petronell e Prellenkirchen costituiscono la punta di diamante della DacDistrictus Austriae Controllatus, il corrispettivo della Doc italiana – istituita solo nel 2019 in 6 Comuni compresi tra i distretti di Bruck an der Leitha e Schwechat. Una Denominazione giovane, insomma. Ma con le idee chiarissime.

Chiara è la suddivisione del Carnuntum in tre subregioni: Leithagebirge, Arbesthaler Hügelland e Hainburger Berge, identificate principalmente sulla base della composizione del suolo. Si va da quelli pesanti, con prevalenza di argilla e presenza di loess, a quelli più leggeri, ghiaiosi, sabbiosi e calcarei.

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Le varietà consentite, in pieno accordo con il marketing “origin-based” studiato dai piani alti dell’Austrian Wine Marketing Board (Awmb), sono quelle tradizionali della zona. Per i bianchi Chardonnay, Weissburgunder (Pinot Bianco) e Grüner Veltliner. Per i rossi Zweigelt e Blaufränkisch.

Uve in purezza (100%) per i vini monovarietali della Carnuntum Dac, mentre gli “uvaggi” possono contare fino a un massimo di un terzo delle varietà da Qualitätswein consentite in Austria, come Sauvignon Blanc, Cabernet Sauvignon o Merlot.

Ma ciò che rende unica questa piccola regione vinicola austriaca è il Rubin Carnuntum, tipologia presente ben prima dell’istituzione ufficiale della Dac. Si tratta di un rosso prodotto con sole uve Zweigelt da 48 delle 131 cantine locali. Per imbottigliarlo come tale occorre il parere positivo di almeno l’80% dei produttori, che si riuniscono ogni anno a tale scopo, prima dell’immissione in commercio.

Un vino giovane, fresco, di facile beva, che conserva la grinta tipica del vitigno, nonostante maturazione e caratteristiche pedoclimatiche regalino tannini piuttosto setosi. Segni particolari del Rubin? È esattamente la tipologia di rosso “agile” che cerca il mercato al giorno d’oggi. L’apripista per i vini top di gamma.

Un successo parso chiaro anche alla prova del calice di “Explore Carnatum“, l’evento digitale andato in scena dal 22 al 26 marzo 2021, utile a mettere in contatto i vigneron della zona con i buyer e la stampa internazionale.

Ben 2.154 i vini spediti in bottiglie “mignon” in 21 Paesi del mondo, tra cui l’Italia rappresentata da WineMag.it. Un evento utile a sopperire alla cancellazione di appuntamenti cruciali per il vino austriaco, come la ProWein di Düsseldorf e il VieVinum di Vienna, considerabile il “Vinitaly austriaco”.

Nell’arco del primo anno dall’istituzione della Dac Carnuntum – spiega il presidente Robert Payr – siamo stati in grado di esportare il 23% dei vini, il che dimostra la bontà dell’implementazione del sistema di origine. La tendenza, peraltro, è chiaramente in aumento».

Anche se, tra gioventù e pandemia, è presto per tirare le somme, i mercati più importanti per il Carnuntum si sono rivelati Germania, Svizzera, Belgio, Olanda, Lussemburgo e Danimarca. Altri, tra cui Russia, Regno Unito, Polonia, Repubblica Ceca, Finlandia e Svezia, sono stati approcciati grazie all’evento digitale di marzo.

I vini del Carnuntum – continua Payr – sono tipicamente venduti nei ristoranti austriaci, quindi la pandemia ha enormi conseguenze su noi produttori. Tuttavia, già a maggio 2020 sono state avviate degustazioni ed eventi online per i consumatori, aprendo un nuovo canale di comunicazione e distribuzione».

«La nostra regione vinicola, sia con gli eventi online per i consumatori, sia con la fiera online “Explore Carnuntum” – conclude il presidente del locale Consorzio – ha mostrato un forte senso di comunità e cooperazione che si spera aiutino l’immagine complessiva e la distribuzione dei vini, anche in tempi migliori».

EXPLORE CARNUNTUM, LA DEGUSTAZIONE

LE CANTINE

  • WEINGUT ARTNER
  • WEINGUT GOTTSCHULY-GRASSL
  • WEINGUT PAYR

I VINI DI WEINGUT ARTNER

Carnuntum Dac Ried Kirchberg Höflein Grüner Veltliner 2019: 85/100
Frutta esotica, limone, tocco di pepe e cardamomo. Bianco dal corpo medio, bella pienezza del frutto e freschezza, prima dell’allungo salino. Vino che abbina larghezza a verticalità. Buona prospettiva di evoluzione.

Carnuntum Dac Rubin Carnuntum Zweigelt 2019: 87/100
Bel colore, viola luminoso. Bel frutto di bosco e tensione al palato. Un vino essenziale, a cui non manca nulla, facile da abbinare alla cucina, a tutto pasto. Tannino fitto, ma fine. Tocco di legno in chiusura, affumicato, caffè, caramella mou, che andrà certamente a integrarsi meglio col frutto, nei prossimi mesi.

Carnuntum Dac Höflein rot Cuvée Barrique 2018: 88/100
Bel colore profondo, dall’unghia luminosa. Vino che, al naso, lascia grande spazio alle note fruttate, come ciliegia e prugna, mature ma composte, così come a ricordi fumé. Al palato una perfetta corrispondenza e a un tannino addomesticato, elegante. Grande gastronomicità, per un nettare pieno e corposo, che non stanca.

Carnuntum Dac Ried Steinäcker 1ÖTW Höflein (single vineyard) 2018: 89/100
Zweigelt in purezza su suoli ricchi di loess. Tanto fiore nel calice, violetta e frutto finissimo, tra il bosco e la ciliegia selvatica. Pregevoli note affumicate, conferite dall’affinamento in legno, per nulla invasivo. Al palato una gran bella freschezza, oltre alla riconferma (attesissima) della precisione del frutto. Un altro vino perfetto per la cucina, in crescendo di elaborazione del piatto, rispetto ai precedenti.

Carnuntum Dac Ried Kirchweingarten 1ÖTW Höflein 2018: 92/100
Il vino della vigna posta vicino alla chiesa del paese, come suggerisce il nome: Blaufränkisch in purezza. Il frutto appare più maturo rispetto agli altri vini di Artner in degustazione, ma conserva compostezza e precisione. Maggiore anche l’apporto dei terziari in un nettare che abbina concentrazione e succosità a essenziali note “pietrose”, minerali, e che si chiude su un bell’allungo secco. Pregevole l’evoluzione nel calice, con l’ossigenazione che lascia spazio a liquirizia e note di erbe mediterranee.

Carnuntum Dac Ried Aubühl 1ÖTW Höflein 2018: 94/100
Vino piuttosto nuovo per la cantina, la 2017 è stata la prima vendemmia del cru. Primo naso su un letto di frutta di bosco di gran precisione e croccantezza, da cui emergono chiari lampone e fragolina di bosco. Il frutto più succoso della batteria, abbinato alla più compatta versione dei tannini, pur eleganti. Vino esemplare, di gran prospettiva.


I VINI DI WEINGUT GOTTSCHULY-GRASSL

Carnuntum Dac Chardonnay 2019: 86/100

Chardonnay molto profumato. Tanto esotico e tanto citrico, agrume. Al palato buon ritorno delle note esotiche tropicali, molto precise. Buon vino, molto ben fatto, piacevole, beverino. Chiude anche su un leggero verde, da buccia di lime. 12.5%.

Göttlesbrunn Carnuntum Dac Chardonnay Weißburgunder 2019: 85/100
Esposizione Sud-Sud Est, molta clay e sabbia e parzialmente loess. Foresta alle spalle del villaggio Gottlesbrunn. Qui si ottengono juicy wines. Marriage beetween Pinot Blanc e Chardonnay. Pinot Blanc 6 mesi su fine lees in steal e small oak. On skin anche lo Chardo. Fermetazione spontanea. Vino più in punta di piedi, erbe e yellow fruit. Vendemmia non calda come le altre. Bella tensione di fatto, vino che si regge sull’equilibrio tra freschezza e un frutto non esplosivo. Alcol molto integrato.

Rubin Carnuntum Dac Zweigelt 2019: 88/100
Al naso molta spezia e un’impronta mediterranea, oltre al consueto frutto. Terziari piacevoli, attorno al cioccolato e al caffè. Al palato buona corrispondenza e un’estrema succosità e precisione delle note fruttate. Vino dalla beva instancabile, tannini presenti ma soffici a supportare l’anima juicy.

Lower Austria Merlot 2017 “Rotundo”: 87/100
Si cambia vendemmia e uva, passando a un Merlot 100%, perfettamente acclimatato da queste parti. Bel colore e naso che si muove sinuoso, come suggerisce il nome, su note morbide di frutta matura. Così il palato, che chiude su frutto e ritorni di spezia e terziari dolci, piuttosto preponderanti.

Lower Austria 2017 Cuvée G3: 92/100
Zweigelt, Merlot, Syrah si dividono equamente l’uvaggio. Bel colore rubino, mediamente trasparente. Al naso combinazione assoluta tra le note tipiche dei vitigni. Lo Zweigelt con la ciliegia, il Merlot con la prugna e il Syrah con le spezie. Un vino che abbina carattere e agilità di beva assoluta, grazie anche ad eleganti tannini.

Carnuntum Zweigelt 2018 Ried Aubühl 1ÖTW Höflein: 93/100
Il single vineyard di Gottschuly-Grassl si presenta nel calice di un rubino brillante. Vino connotato da ricordi di ciliegia, tabacco e un tocco di spezia nera. Tannini fini e salinità conferiscono al nettare una bella coperta su cui stendere il frutto più succoso della batteria. Terziari, verde e spezie in chiusura: cioccolato, radice di liquirizia, tocco di rabarbaro. Gran prospettiva in divenire.


I VINI DI WEINGUT PAYR

Carnuntum Dac 2020 Grüner Veltliner Löss Bio: 88/100

Vino non certo giocato sull’esplosività del frutto, bensì sull’eleganza, tocco leggero anche di pepe bianco. Agrumi in grande spolvero, vino che affetta come una lama il palato, godibilissimo, supportato da freschezza e salinità.

Carnuntum Dac 2020 Chardonnay Lehm Bio: 85/100
Super frutto, vino piuttosto “grasso” ma fresco. Al naso bei richiami agrumati che si ritrovano anche in chiusura. Ananas, tropicale, in centro e al sipario. Chiusura asciutta, nonostante grassezza.

Lower Austria Sauvignon Blanc Selection Bio: 89/100
Sorprendente risultato per questo Sauvignon in purezza che non gode della denominazione locale, ma è prodotto con uve raccolte interamente in zona. Molto mature le note esotiche a polpa gialla, ben abbinate a freschi richiami di agrumi. Ottima corrispondenza naso bocca, che abbina larghezza e verticalità in maniera esemplare. Ottima anche la persistenza. Vino molto diverso dai Sauvignon tesi e “duri” della Stiria austriaca, ma comunque ben rappresentativo.

Rubin Carnuntum Dac Selection Zweigelt 2019: 89/100
Splendido frutto anche qui, ma vino molto teso. Tannino accompagna il sorso, senza fare il protagonista, anzi, ben avvezzo nella parte del contraltare al succo (ciliegia), da buona spalla teatrale. Alcol (13.5%) perfettamente integrato. Freschezza molto netta, tanto quanto la vena juicy. L’affinamento in legno a conferire un po’ più di complessità, anche al palato.

Carnuntum Dac 2017 Ried Steinäcker 1 ÖTW Zweigelt Höflein: 94/100
Single vineyard. Molta pienezza del frutto e una tostatura del legno più accentuata rispetto al precedente. La stessa ciliegia, ma ancor più concentrata e piena. Il tannino è meno maturo, ma comunque elegante e di assoluta prospettiva: la posizione del vigneto parla chiaro, più al fresco rispetto ad altri nella zona. Vino caratterizzato da una bevibilità estrema, con chiusura freschissima e vena salina a chiamare, irresistibilmente, il sorso successivo.

Carnuntum Dac 2017 Ried Spitzerbeg 1 ÖTW Blaufränkisch Prellenkirchen: 95/100
Vino manifesto della denominazione, l’ennesimo caratterizzato da un naso precissimo (oltre al frutto, fiori di viola e spezia) una beva agilissima, tutto frutto croccante, succoso e freschezza. Un’etichetta di assoluta prospettiva, che racconta – oltre al territorio – la grande stima di Robert Payr per i produttori piemontesi di Nebbiolo e Barolo.

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