Il Consorzio Vini Venezia lancia “La Villa, il Vino e Venezia: un viaggio alla scoperta dei territori della Serenissima“, insieme all’Associazione Ville Venete. Una kermesse che si ripeterà per tre domeniche di novembre in tre differenti Ville Venete, dando la possibilità ai partecipanti di scoprire il file rouge che unisce da sempre il vino alla Villa. Gli appuntamenti si svolgeranno domenica 5 novembre presso Villa Tiepolo Passi a Carbonera (TV), domenica 12 novembre prezzo Villa Widmann Rezzonico Foscari a Mira (VE) e domenica 19 novembre presso Villa Reichsteiner a Piavon di Oderzo (TV).
Tre appuntamenti autunnali che coniugheranno l’eterna bellezza delle Ville Venete, con degustazioni guidate dei vini delle denominazioni DOC Piave, DOC Lison Pramaggiore, DOC Venezia, DOCG Malanotte e DOCG Lison e ai vini provenienti dai vitigni autoctoni quali Tai (“Lison”), Raboso, Refosco eIncrocio Manzoni. Winetasting che si svolgeranno in collaborazione con Ais Veneto, alla scoperta della grande arte del passato finalmente vissuta in chiave di convivialità e cultura contemporanea.
«L’evento la Villa, il Vino e Venezia -spiega Giorgio Piazza, presidente del Consorzio Vini Venezia – rappresenta un’occasione di valorizzazione sia per le denominazioni tutelate dal nostro Consorzio sia per esaltare il patrimonio artistico-culturale delle Ville Venete. Gli appuntamenti saranno infatti dedicati a delle degustazioni guidate che si svolgeranno in seguito alle visite in villa. Vogliamo consentire al pubblico sempre numeroso di vivere un’esperienza davvero unica e più completa possibile, con un focus sulla tradizione enologica del territorio e sull’importanza storico-artistica delle Ville Venete».
LA VILLA, IL VINO E VENEZIA 2023
Per partecipare all’evento sarà necessario iscriversi tramite la piattaforma Eventbrite. Il costo del ticket è di 15 euro, quota comprensiva per la visita guidata in Villa e una degustazione guidata delle denominazioni del Consorzio Vini Venezia. La quota sarà devoluta alla singola Villa Veneta. Gli orari delle tre visite guidate alla Villa a cui seguirà degustazione guidata dei vini appartenenti al territorio sono i seguenti:
Domenica 5 novembre Villa Tiepolo Passi a Carbonera (TV) Dalle 9:30 alle 11:30 (60’ visita guidata, 60’ degustazione guidata) Dalle 11:30 alle 13:30 (60’ visita guidata, 60’ degustazione guidata) Dalle 15:00 alle 17:00 (60’ visita guidata, 60’ degustazione guidata)
Domenica 12 novembre Villa Widmann Rezzonico Foscari a Mira (VE) Dalle 9:30 alle 11:30 (60’ visita guidata, 60’ degustazione guidata) Dalle 11:30 alle 13:30 (60’ visita guidata, 60’ degustazione guidata) Dalle 15:00 alle 17:00 (60’ visita guidata, 60’ degustazione guidata)
Domenica 19 novembre Villa Rechsteiner a Piavon d’Oderzo (TV) Dalle 9:30 alle 11:30 (60’ visita guidata, 60’ degustazione guidata) Dalle 11:30 alle 13:30 (60’ visita guidata, 60’ degustazione guidata) Dalle 15:00 alle 17:00 (60’ visita guidata, 60’ degustazione guidata)
Winemag.it, wine magazine italiano incentrato su wine news e recensioni, è una testata registrata in Tribunale, con base a Milano. Un quotidiano online sempre aggiornato sulle news e sulle ultime tendenze italiane ed internazionali. La direzione del wine magazine è affidata a Davide Bortone, giornalista, wine critic, giudice di numerosi concorsi internazionali e vincitore di un premio giornalistico nazionale. Winemag edita inoltre con cadenza annuale la Guida Top 100 Migliori vini italiani. Winemag.it è un progetto editoriale indipendente e di elevata reputazione in Italia e in Europa. Puoi sostenerci con una donazione.
(5 / 5) Ottimo vino ed eccellente rapporto qualità prezzo da Panorama. Oggi, sotto la lente di ingrandimento di vini al super il Venezie Rosso Igt Ca’ Emo, annata 2017 del Conte Emo Capodilista.
Un interessante taglio bordolese dei Colli Euganei con piccolo saldo di Raboso che conferma la qualità di questa azienda che dà lustro al reparto vini di qualche insegna della grande distribuzione.
LA DEGUSTAZIONE Rosso rubino intenso, poco trasparente, Il Venezie Igt Rosso Ca’ Emo al naso sprigiona sentori di frutta matura, ciliegia ma anche frutti neri e note speziate. Finissima la nota erbacea tipica del Cabernet Franc.
Un’orchestra affiatata di vitigni dove nessuno prevale sull’altro pur mantenendo la propria identità. Team building. Una vera e propria delizia al palato, per la succosità per niente scontata. Gusto corposo, morbido, tannini setosi, alcolicità ben integrata e buona persistenza. Da acquistare senza indugi.
In cucina? Perfetto a tutto pasto. Da abbinare ad un piatto di bigoli con ragù d’anatra o cinghiale o con una gallina ripiena di Polverara, per stare in zona. Piatti saporiti.
LA VINIFICAZIONE Prodotto con uve Merlot 40% Cabernet Franc 30% Cabernet Sauvignon 25% Raboso 5% allevate a cordone su terreni a medio impasto con affioramenti trachitici esposte a sud.
Dopo una macerazione delle uve per circa 6-8 giorni il vino matura 12 mesi in botti di rovere di Slavonia
da 20 hl, 40 hl e barrique. Prima della commercializzazione affina almeno 3 mesi in bottiglia.
commercializzazione.
L’ azienda Agr. Conte Emo Capodilista si trova a Selvazzano Dentro in provincia di Padova ed è una cantina storica dei Colli Euganei. Alleva i principali vitigni locali come Raboso, Moscato Fior d’Arancio e Carmenere oltre agli internazionali Merlot, Cabernet Franc e Cabernet Sauvignon.
Prezzo pieno: 9,90 euro
Acquistato presso: Panorama
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EDITORIALE – Qualcuno lo definisce “filosofo”. Qualcun altro un esperto di vino, di cucina, d’arte. Di tutto, un po’. Eppure, quando s’addentra nei temi enologici, Camillo Langone incarna il più delle volte l’essenza e l’emblema di chi la spara grossa non per convinzione, ma per il puro gusto di vedere l’effetto che fa e sentirsi vivo. Presente.
L’ultima sparata – lui la chiama “Preghiera” – è su Il Foglio di ieri, 19 novembre 2020. Il critico se la prende con i “bevitori di Champagne“, sostenendo che debbano convertirsi al Lambrusco o al Raboso frizzante: “Si assomigliano tutti. Sono saccenti e classisti, senza sapere altro che i nomi di qualche marca famosa e senza avere classe”.
“Sono più spocchiosi di un liberal americano – continua – sono convinti di essere superiori ai bevitori di Franciacorta, che a loro volta sono convinti di essere superiori ai bevitori di Prosecco, persone di gusti semplici che almeno non si sentono superiori a nessuno”.
I bevitori di Champagne non sono spumeggianti, sono gonfi. Le loro bottiglie non mettono allegria ma falsa eccitazione. Le loro etichette non annunciano Dioniso ma Invidia. I loro bicchieri non sanno di frutti o di fiori bensì di lieviti, ossia di funghi, e i funghi vivono di morte”.
“I bevitori di Champagne – scrive ancora Langone – sono tanti,sono troppi, per il vigneto italiano sono peggio delle tignolette e continuano a proliferare nonostante il virus. Su internet, ecco la notizia, anche nel 2020 nella ricerca per denominazione al primo posto c’è Champagne”.
Sul finale, l’apoteosi: “Si ravvedano i bevitori di Champagne, si pentano della loro vuota superbia, dissolvano la loro boria passando al Lambrusco (o al Raboso frizzante)“. Ministro dell’economia vitivinicola, subito.
Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, tra carta stampata e online, dirigo winemag.it. Collaboro inoltre come corrispondente per una delle testate internazionali più autorevoli del settore, in lingua inglese. Edito con cadenza annuale la “Guida Top 100 Migliori vini italiani” e partecipo come giurato ai più importanti concorsi enologici internazionali. Oltre alle piazze tradizionali, studio con grande curiosità i mercati emergenti, seguendone dinamiche, trend ed evoluzioni. Negli anni ho maturato una particolare esperienza nei vini dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa, tanto da aver curato la selezione vini per un importatore leader in Italia. Nel 2024 mi è stato assegnato un premio nazionale di giornalismo enogastronomico.
EDITORIALE – Per cause di forza maggiore, legate a Covid-19, mi trovo in uno sperduto ma accogliente paesino dell’Ungheria, ormai dal 7 marzo 2020. Da qui mi tengo in contatto con l’Italia tra mail, telefonate e degustazioni di vini che stanno arrivando dal Bel paese, complice il lockdown che ha stroncato fiere, viaggi stampa e appuntamenti in agenda. Che c’entra tutto questo con un editoriale che s’intitola “Prosecco rosé? Amen!“? Ve lo spiego subito.
Proprio ieri, a poche ore dalla pubblicazione della notizia del via libera alla modifica al disciplinare che autorizza la versione “rosa” dello spumante veneto-friulano, sono andato a fare la spesa. Nella corsia dei dolci, ho notato qualcosa di mai visto prima: quei geni della Ferrero si sono inventati il Kinder Bueno Coconut, ovvero al cocco!
Dirà qualcuno, di nuovo: che c’entra il Bueno col Prosecco? Mica parliamo di Asti Secco: quello sì, almeno, è piemontese come Ferrero (NB Si informa il Consorzio dell’Asti che nessun testimonial del Moscato d’Asti è stato maltrattato “in anticipo” per la realizzazione di questo editoriale). A mio avviso, tornando al punto, c’è invece una forte correlazione tra il Prosecco e un prodotto come il Kinder Bueno.
Dal momento che il Prosecco – a tasche piene di tutti, anche quelle dei detrattori – si è trasformato da semplice “spumante” a “fenomeno” e poi da “fenomeno” a “sinonimo” di qualsiasi cosa sia “vino con le bollicine“, la nascita della versione rosé sarebbe da considerare un’opportunità ulteriore, più che uno scempio della tradizione.
Restando nel campo largo della semantica, vi invito a porvi una domanda: “Prosecco”, nell’immaginario comune – non in quello dei professoroni del vino – è ormai più sinonimo di “industria” o di “territorio” del vino?
Secondo me, della prima. Un’industria che muove quasi mezzo miliardo di bottiglie all’anno – grazie anche ad investitori esteri, giunti in Veneto dalla Spagna del Cava (leggi Freixenet) non del Corpinnat – ha bisogno di diversificare, specie in un momento di crisi in cui l’avallo della versione rosé cade come manna dal cielo.
Del “fenomeno” Prosecco hanno giovato, giovano e gioveranno tutti. Basti osservare l’esplosione delle “bolle” prodotte con vitigni poco vocati agli sparkling e alla più recente mania dei “col fondo”, anche fuori dagli areali tradizionalmente inclini al pétillant.
Per di più, a giustificare l’istituzionalizzazione del Prosecco rosé all’interno di un contesto industriale, c’è anche la considerazione di tutti i fake che circolano da anni con questo nome in tutto il mondo, o che comunque lo ricordano. Persino Bastianich, testimonial del Made in Italy nel mondo, aveva in carta del “Prosecco Rosé” nel suo ristorante di Milano e come tale ne spingeva le vendite negli Usa.
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Sono dell’idea che regolarizzare la produzione di questa versione e incanalarla nei dettami di una Doc non possa che fare bene a tutti, anche in un’ottica di elevazione della qualità complessiva dei 20 milioni di bottiglie previsti dal Consorzio, se non del prezzo.
La nascita della versione rosé, inoltre, offre una carta vantaggiosissima ai produttori delle Docg, suggellando ancor più le differenze coi cugini di campagna, pardon “di pianura”. Il rosato Doc, da solo, è una carta eccezionale – a livello di comunicazione – per spiegare l’unicità di Conegliano, Valdobbiadene e Asolo. Un po’ come quelle ragazzine che si scelgono l’amica “brutta”, per sembrare (loro) più belle agli occhi dei ragazzi.
Ma il nodo che più fa incazzare chi non ama l’idea del Prosecco Rosé è forse un altro: quello del mancato via libera all’utilizzo del Raboso o del Refosco, come uve a bacca rossa utili a colorare di “rosa” la Glera, in alternativa al Pinot Nero (varietà, non va dimenticato, già a disciplinare con la condizione della vinificazione in bianco).
Torno allora di nuovo al Kinder Bueno, immaginando che Ferrero, al posto dell’internazionalmente riconosciuto “cocco”, avesse deciso di utilizzare – all’interno di una dinamica industriale ed industrializzata che, va ricordato, non riguarda solo la produzione, ma anche la commercializzazione, il marketing e la comunicazione – che so? Dell’ottimo, tradizionalissimo e piemontesissimo Ramassin, il Susino Damaschino del Saluzzese. Mai sentito? Appunto.
Dal momento che “Rabosoir” e “Refoscoir“, che io sappia, non stanno al “Raboso” e al “Refosco” come il “Pinot Nero” sta invece – internazionalmente – al “Pinot Noir“, bene hanno fatto Stefano Zanette & Compagnia Bella a pensare a quel vitigno piuttosto che ad altri, per colorare di rosé il futuro internazionale dell’industria del Prosecco.
Con buona pace di chi, comunque, sarà libero di andare avanti a fare ottimi spumanti impiegando gli altri due vitigni, con lo svantaggio di non poterlo chiamare “Prosecco” (e dunque venderne di più).
Ehi, aspetta un attimo: sarà mica questo il problema, alla faccia del bla, bla, bla sulla tradizione e il territorio? Post scriptum: il Kinder Bueno al cocco è una favola a buon prezzo, al pari di quello col cuore di crema di nocciole. Cin, cin.
Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, tra carta stampata e online, dirigo winemag.it. Collaboro inoltre come corrispondente per una delle testate internazionali più autorevoli del settore, in lingua inglese. Edito con cadenza annuale la “Guida Top 100 Migliori vini italiani” e partecipo come giurato ai più importanti concorsi enologici internazionali. Oltre alle piazze tradizionali, studio con grande curiosità i mercati emergenti, seguendone dinamiche, trend ed evoluzioni. Negli anni ho maturato una particolare esperienza nei vini dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa, tanto da aver curato la selezione vini per un importatore leader in Italia. Nel 2024 mi è stato assegnato un premio nazionale di giornalismo enogastronomico.
Cosa ci fa un Unno a cavallo, sulla “cavalchina” di Borgo Malanotte? A guardar bene, non potrebbe esserci immagine migliore per descrivere il carattere irruento del Raboso Piave, vitigno con cui è possibile produrre – unito al Raboso Veronese – la prima Docg a bacca rossa della provincia di Treviso. Si tratta della Malanotte Docg, nota anche come Piave Malanotte Docg. Quell’Unno, sull’etichetta del vino simbolo della cantina Antonio Facchin, è nientemeno che il re Attila.
Il valoroso e temibile “Flagello di Dio”, secondo la leggenda, attraversò la pianura del Piave passando per Tezze di Piave, frazione del piccolo borgo di Vazzola (TV). È qui che si erge Borgo Malanotte, un vero e proprio museo a cielo aperto che deve il nome alla famiglia trentina di mercanti di lana “Malanotti” o “Malenotti”, che ci visse nel Seicento.
L’epoca d’oro, segnata dalle sfarzose (e discusse) feste notturne orchestrate dall’ultima abitante, Camilla, è finita. Oggi Borgo Malanotte è diventato il cuore geografico dell’omonima Docg, fortemente voluta da un manipolo di vignaioli intenzionati a valorizzare al massimo la straordinarietà del Raboso.
Poche regole ma chiare per la Denominazione di origine controllata e garantita divenuta realtà nel 2010, sotto il “cappello” del Consorzio Vini Venezia. Due vitigni, il Raboso del Piave o il Raboso Veronese; appassimento delle uve in pianta o sui graticci, per un minimo del 15% e un massimo del 30%, in modo da distendere tannini e struttura degna dell’Unno Attila.
Infine, commercializzazione possibile solo a partire da 3 anni dalla vendemmia, dopo 12 mesi di sosta in legno grande o barrique e 4 mesi di bottiglia. Il resto lo fa lo stile del vignaiolo o della cantina produttrice.
“Malanotte del Piave – spiega Stefano Quaggio (nella foto sotto) direttore del Consorzio Vini Venezia – è una delle due Docg tutelate dal Consorzio Vini Venezia, assieme al Lison Docg. Si tratta di un e vero e proprio prodotto di nicchia. Lo scorso anno sono state imbottigliate circa 40 mila bottiglie di Malanotte”.
Il trend è positivo per questa piccola Docg veneta. “Abbiamo notato che di anno in anno cresce l’interesse dei produttori nei confronti di questa tipologia, che per tutte le cantine rappresenta il top di gamma. A dare una spinta decisiva alle vendite è l’estero. Non a caso, il prossimo anno il Consorzio Vini Venezia sarà presente al VinExpo di Hong Kong: il mercato cinese si sta rivelando una piazza importante per i nostri produttori”.
I prezzi del Malanotte del Piave Docg risultano interessanti per i buyer internazionali, soprattutto se si considera la tipologia: si spazia dai 16 ai 30 euro medi a scaffale, per un vino rosso che subisce un affinamento minimo di 3 anni in cantina. L’obiettivo è quello di crescere ancora, in valore.
La superficie vitata è invece ben circoscritta dall’areale della Doc Piave. “La cosa interessante – evidenzia ancora Quaggio – è che ogni anno i produttori cambiano, decidendo se produrlo o meno. Ad oggi non sono mai stati più di venti all’anno. Chi crede nel Raboso del Piave e nella sua massima espressione, generalmente produce Malanotte”.
Rispetto al Raboso Doc, la Docg presenta regole di produzione ben più rigide. Non solo sul fronte della vinificazione e dell’affinamento minimo in cantina, ma anche su quello delle rese. Non si possono superare i 120 quintali per ettaro.
“Non è semplice contenere il Raboso – sottolinea ancora il direttore del Consorzio Vini Venezia – dal momento che è un vitigno molto produttivo. Basti pensare che i grappoli maturi pesano circa 1 chilogrammo ciascuno ed è un attimo riempire una cassetta”.
Vignaioli come Antonio Facchin (Antonio Facchin & Figli), Antonio Bonotto (Bonotto Delle Tezze) e Marino Cecchetto (Ca’ di Rajo), desiderosi di produrre un Raboso del Piave di qualità superiore, hanno avviato in zona la pratica dell’appassimento, divenuta nel 2010 uno dei punti cardine del rigido disciplinare della Docg Malanotte.
L’UNNO 2010 DI ANTONIO FACCHIN: LA DEGUSTAZIONE (95/100 WineMag.it)
Tra le etichette più rappresentative della Docg c’è senza dubbio l’Unno 2010 di Antonio Facchin, degustato da WineMag.it in occasione di Feel Venice 2019. La rassegna enogastronomica, andata in scena a Venezia il 5 ottobre, ha visto protagoniste le cinque Denominazioni del vino “veneziano”.
Doc Venezia, dunque, accanto a Doc Piave, Doc Lison-Pramaggiore, Lison Docg e, appunto, Malanotte del Piave Docg. Tra diversi assaggi di annate più recenti e ancora condizionate dal legno, l’Unno 2010 di Antonio Franchin è quello che garantisce, al momento, il migliore compromesso tra terziari e tipicità del Raboso.
Nel calice, il vino si presenta di un rosso rubino pieno, mediamente trasparente, luminoso. Buona la densità. Naso intenso, in cui l’Unno si esprime su note di lamponi e ribes che fanno da contraltare a una speziatura elegantissima.
Il quadro, complesso, si allarga a note di corteccia, resina e aghi di pino. Ma anche a tracce di macchia mediterranea (rosmarino) e fumo. In bocca, splendido sottofondo salino su cui si dipana una trama di frutta rossa croccante.
Un vino che diventa da mordere in centro bocca, dove l’Unno 2010 si fa succoso e irresistibile nella beva. Chiusura asciutta, di gran pulizia, su un tannino presente ma non disturbante. Capitolo a parte per l’alcol: i 15% vol. risultano incredibilmente integrati, rendendo la bottiglia “pericolosa” come una torta per un bambino goloso.
Quanto alla vinificazione, la raccolta delle uve avviene a mano, tra la fine di ottobre e i primi giorni di novembre, dai filari allevati a Capovolto e Bellussi (nota anche come “Bellussera“, nella foto sopra).
La macerazione sulle bucce avviene secondo i procedimenti più innovativi. Seguono svinatura e diversi travasi. Il 30% delle uve viene sottoposto ad appassimento naturale sui graticci e viene pigiato solo a fine gennaio.
L’affinamento minimo è di 24 mesi in acciaio e di 36 mesi in botte grande, per l’80% Rovere Allier (quercus sessilis) e per il 20% di Slavonia. Prima della commercializzazione, l’Unno affina per 12 mesi in bottiglia.
A TAVOLA CON L’UNNO E IL “PICCANTINO” TOMASONI
Per l’abbinamento dell’Unno 2010 di Antonio Facchin, doveroso ricorrere al territorio, ma con una proposta accattivante. Quella che offre il Caseificio Tomasoni col suo “Piccantino“, al di là del logico pairing con le carni carni rosse e la cacciagione.
Si tratta della “forma” eletta “Miglior formaggio aromatizzato e stagionato” nel 2014, in occasione della prima edizione della selezione casearia “Erbe de Casari“.
Come è facile dedurre dal nome, si tratta di un formaggio semi stagionato da tavola a pasta compatta, impreziosito da pezzetti di peperoncino che donano gusto e regalano un contrasto gradevole col latte vaccino e caprino.
Il Piccantino è perfetto per chi ama sapori decisi e piccanti, in abbinamento al Malanotte Docg di Antonio Facchin anche a fine pasto. Due realtà che camminano a braccetto nell’area del Piave, per attaccamento al territorio.
Il caseificio artigianale Tomasoni, infatti, ha una storia lunga oltre 60 anni nella produzione di formaggi freschi, stracchini, ricotte e robiole con latte vaccino, di capra e bufala. Fondato da Primo Tomasoni nel 1955, oggi l’azienda è diretta dai figli, Moreno, Nicoletta e Paola, nonché dalla nipote Eva.
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Tutti col naso al cielo, ieri, i viticoltori italiani. A preoccupare sono stati dapprima i minacciosi annuvolamenti. Poi, il vento freddo. Seguito, nella nottata, da una gelata che rischia di mettere in ginocchio la vendemmia 2017. L’improvviso abbassamento delle temperature che sono scese di molti gradi sotto lo zero hanno provocato gelate estese nei campi coltivati con pesanti danni a vigneti, frutteti e ortaggi.
E’ quanto emerge da un monitoraggio della Coldiretti, dal quale si evidenzia una situazione di difficoltà a macchia di leopardo lungo la penisola. Il gelo ha colpito l’agricoltura proprio mentre in molti territori si stanno facendo i conti della grandine che ha distrutto interi raccolti dopo un anno di lavoro.
Chicchi di grandine grassi come noci hanno colpito pesantemente ortaggi, cereali e frutteti in piena fioritura in Emilia Romagna mentre nelle Marche distrutti anche ettari coltivati a pisello ma la situazione è difficile anche in Veneto la grandine ha colpito le coltivazioni di Radicchio di Chioggia Igp, uno dei prodotti vanto dell’agricoltura regionale mentre nella zona di Venezia una tromba d’aria ha distrutto alcune serre ed a Vicenza le grandinate hanno distrutto interi vigneti di Merlot, Raboso e Cabernet ed ora il gelo ha piegato interi vigneti compromettendo nella zona dei Colli Berici il 70-80 per cento del raccolto secondo la Coldiretti.
A Padova le gelate hanno interessato i vigneti dei Colli Euganei nelle zone più basse ed esposte, colpendo soprattutto le piante più piccole e più giovani e le varietà come Glera (Prosecco), Moscato giallo e Raboso. Nella Pianura padana, sempre secondo il report Coldiretti, la brina è scesa sugli ortaggi a pieno campo non protetti da serre come ad esempio lattughe ma anche fagiolini e pomodori appena trapiantati.
“Gravi danni da gelate nei vigneti in giro per il Piemonte. È stata una notte che ricorderemo a lungo”, afferma Gianluca Morino di Cascina Garitina, 26 ettari di vigneti nell’Astigiano, in Piemonte. “Germoglio 10 cm + gelata notturna = Catastrofe”, risponde dalla Franciacorta l’enologo di Solive, Paolo Turra.
A preoccupare è il repentino capovolgersi del tempo con i cambiamenti climatici in atto che in Italia si manifestano con ripetuti sfasamenti stagionali ed eventi estremi anche con il rapido passaggio dalla siccità all’alluvione, precipitazioni brevi e violente accompagnate anche da grandine con pesanti effetti sull’agricoltura italiana che negli ultimi dieci anni ha subito danni per 14 miliardi di euro a causa delle bizzarrie del tempo.
A marzo in Italia la temperatura è stata di ben 2,5 gradi superiore alla media del periodo di riferimento mentre le precipitazioni sono praticamente dimezzate (-54%) ma la pioggia, che è importante per dissetare i campi resi aridi dalla siccità, per essere utile – conclude la Coldiretti – deve cadere in modo costante e leggero mentre i forti temporali, soprattutto se accompagnati da grandine, aggravano i danni.
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