«Negli ultimi anni, il termine “vino naturale” è diventato di moda, un’etichetta che attrae un certo pubblico e promette qualità superiori e conseguenze meno impattanti per la salute. Tuttavia, dietro questa definizione apparentemente accattivante, si nasconde una realtà altamente controversa. In primo luogo, il concetto di “vino naturale” non ha alcuna base legale o regolamentazione ufficiale: non esiste, infatti, un ente di controllo che certifichi cosa sia effettivamente un vino naturale e cosa no. Questo lascia spazio a interpretazioni arbitrarie e, inevitabilmente, a pratiche di marketing ingannevoli.
Si tratta, in sostanza, di un termine privo di rigore che gioca sulla percezione del consumatore. Non a caso, la narrativa che accompagna i vini naturali spesso sottintende che i vini prodotti in modo convenzionale siano in qualche modo “artefatti” o “inferiori”. Questo è profondamente fuorviante, perché la viticoltura convenzionale è regolamentata da norme precise, con controlli rigorosi sulla qualità e sulla sicurezza del prodotto. E non si può dimenticare come gli enologi professionisti che lavorano secondo i metodi tradizionali o moderni si affidano a decenni, se non secoli, di conoscenze scientifiche e pratiche consolidate per garantire un prodotto eccellente e sicuro, mentre le imperfezioni organolettiche tradotte come “naturali” sono spesso difetti di vinificazione.
VINI NATURALI? RISCHIO EFFETTO BOOMERANG
Un altro aspetto critico è il messaggio implicito che i vini naturali siano più salutari. Questa è una semplificazione che rasenta l’inganno, poiché la salubrità di un vino non dipende dal fatto che sia naturale o meno ma, piuttosto, da fattori come il contenuto di solfiti (che, peraltro, sono presenti naturalmente anche nei vini cosiddetti “naturali”), la qualità dell’uva e i processi di vinificazione. Dunque, affermare che un vino naturale sia automaticamente “migliore per la salute” è una manipolazione che sfrutta la poca conoscenza del consumatore medio.
Infine, c’è il rischio di un effetto boomerang: concentrarsi sul “naturale” rischia di sminuire il lavoro di migliaia di produttori che, pur non utilizzando questa etichetta, si impegnano onestamente ogni giorno per creare vini straordinari nel rispetto dell’ambiente, del territorio e, soprattutto, del consumatore. Senza contare che questo tipo di comunicazione non fa altro che dividere inutilmente il settore, invece di valorizzare la diversità e la ricchezza della viticoltura mondiale.
VINO E GIOVANI: INFORMATEVI SUL TEMA
In conclusione, il concetto di vino naturale è, nella migliore delle ipotesi, un’abile strategia di marketing; nella peggiore, è un inganno. Credo fermamente che migliorare la comunicazione nel settore vinicolo sia necessario per tutelare i consumatori, i quali meritano di sapere che un buon vino non ha bisogno di aggettivi fuorvianti per dimostrare la propria qualità.
Per questo, da giovane produttore, suggerisco ai miei coetanei di informarsi con attenzione sul tema, per essere in grado di valutare con maggior consapevolezza le proprie scelte di consumo. E lo dico nella convinzione che temi come la trasparenza, la conoscenza e il rispetto per il lavoro dei produttori dovrebbero essere al centro del dialogo, non banalizzati e trasformati in etichette che servono solo a creare inutili divisioni».
Riccardo Polegato, AD La Viarte
Riccardo Polegato, classe 1996, “figlio d’arte” cresciuto tra filari e bottiglie, titolare insieme alle sorelle Luana e Giorgia della cantina La Viarte di Prepotto (UD) sui Colli Orientali del Friuli, prende posizione sui vini “naturali”, tema sempre dibattuto all’interno del mondo enologico.
PREPOTTO – Tredici cantine, 8 annate, 25 etichette. Questi i numeri della degustazione alla cieca organizzata nel weekend dall’Associazione Produttori Schioppetino di Prepotto, che al Castello di Albana ha celebrato il vitigno autoctono friulano, con quella che in gergo tecnico viene definita “verticale orizzontale”.
Un tasting introdotto da Liliana Savioli, coordinatrice regionale della guida Vinibuoni d’Italia e dal wine consultant Paolo Ianna. I vini (vendemmie dalla 2008 alla 2016, esclusa la 2014) hanno rivelato le ottime capacità dello Schioppettino di Prepotto di resistere ad alti livelli nel tempo, soprattutto entro i 5-6 anni dalla vinificazione.
Caratteristiche che rendono grande e unico questo vino, prodotto in una (micro) sottozona di 30 ettari della Doc Friuli Colli Orientali. Un autoctono disponibile in quantità limitate, che ha tutte le carte in regola per entrare nel gotha dell’enologia nazionale e nelle mire dei buyer internazionali più attenti.
Lo Schioppettino di Prepotto sa risultare fresco e beverino, ma anche strutturato e intrigante, coi richiami speziati che lo contraddistinguono nei profumi e nel sapore. Dà il meglio di sé vinificato in purezza e senza un eccessivo affinamento in legno, che tende ad annullare l’unicità varietale e le particolarità del terroir della Valle dello Judrio, costituito da marne che prendono il nome locale di ponka.
Un vitigno ostico e, per certi versi, ancora da scoprire. Fino a ieri, di fatto, non si conoscevano i “genitori” dello Schiopettino di Prepotto. E’ l’agronomo Carlo Petrussi (nella foto) a rivelare la recente scoperta a Campeglio di Faedis, nei pressi di Cividale del Friuli, di un legame genetico tra questa varietà e l’antico vitigno Vulpea, originario della Pannonia.
“Dalle analisi compiute assieme all’Associazione Produttori – spiega Petrussi – abbiamo inoltre scoperto l’esistenza di 13 biotipi di Schioppettino di Prepotto. Il nostro compito sarà quello di ‘mixarli’, per dare vita a una singola barbatella che sintetizzi le caratteristiche dei diversi biotipi del vitigno. Questo significa mettere assieme la storia”.
Una storia, quella dello Schioppettino di Prepotto, che assomiglia tanto a quella del Friuli e dei suoi abitanti. Una terra spesso dimenticata, perché al confine tra l’Occidente e l’Oriente d’Europa. Così come è stato dimenticato per anni lo Schioppettino di Prepotto, recuperato da pochi ma validi (e tenaci) produttori, che incarnano l’immaginario tipo del “friulano”: gente a volte dura, ma dal cuore grande.
Un popolo a cui la storia ha chiesto più volte di rimboccarsi le maniche. Quello che serve anche oggi – e che puntualmente sta avvenendo, anche se con fatica – per sollevare le sorti di un vitigno e di una regione che ha bisogno di gioielli di collina e di terroir, da affiancare alle produzioni intensive di pianura, monopolio degli imbottigliatori.
SCHIOPPETTINO DI PREPOTTO: I PUNTEGGI
Schioppettino di Prepotto 2016, Grillo Iole: 88/100
Buon apporto di frutto al naso, tendente al maturo ma più che mai composto. Il legno si avverte in termini di tostatura: si integrerà meglio col passare del tempo. In bocca corrispondente, forse un po’ troppo scorrevole se non per il tannino che ne rallenta lo “scivolamento”.
Colpisce per la gran freschezza e per il pregevole allungo su spezia e sale. In definitiva, un vino piacevole ma non piacione: non riesce a tutti. Grillo Iole, alias Anna Muzzolini: 9 ettari complessivi in località Albana, su marne rosse. Diciotto giorni di macerazione, affinamento di 18 mesi.
Schioppettino di Prepotto 2016, Vigna Lenuzza: 87/100
Spezia e macchia mediterranea sul frutto, al primo naso. In bocca corrispondente, piuttosto lineare. Salino in chiusura, oltre che fruttato. Legno non invasivo. Vigna Lenuzza, produzione certificata bio: blend di tre differenti appezzamenti di Schioppettino di Prepotto. Venti giorni di macerazione, 2 anni di legno grande, americano.
Schioppettino di Prepotto 2016, Marinig Valerio: 84/100
Primo naso su sentori erbacei netti. Corrispondente al palato, che mostra un frutto carente in termini di maturazione. Chiusura su tannino e, nuovamente, richiami verdi. Vino giovane, cui manca però un po’ di polpa a sorreggere le durezze. L’azienda è Marinig Valerio: siamo in centro a Prepotto, su terreni di ponka gialla. Otto giorni di macerazione. Affinamento per 22 mesi in tonneau, seguiti da 12 mesi in bottiglia.
Schioppettino di Prepotto 2016, Pizzulin: 86/100
Prime note di arancia sanguinella, ad affiancare il frutto di bosco. Accenni di zenzero, su una mora selvatica netta. In bocca buona corrispondenza. Quel che manca è un po’ di struttura. Tannino in chiusura, levigato.
Vino piuttosto semplice, pensato per una pronta beva. Pizzulin si trova in centro a Prepotto: 24 mesi in tonneau misti (nuovi e usati), più 6 mesi di bottiglia, prima della commercializzazione.
Schioppettino di Prepotto 2016, Ronco dei Pini: 86/100
Primo naso di vaniglia, cui fa eco il frutto e la macchia mediterranea. In bocca corrispondente, con buon apporto salino. Bella chiusura lunga, tra spezia, frutto e sale. Vino giovane ma già godibile. Venti giorni di fermentazione per le uve di questa etichetta, cui fanno seguito 18 mesi in barrique.
Schioppettino di Prepotto 2016, Stanig: 86/100
Bella speziatura, bel frutto e sottofondo terroso. Piuttosto semplice e lineare al palato. Allungo su frutto e leggero sale, nonché su una nota piccante e fresca. Con i due fratelli Stanig siamo ad Albana, su marne rosse. Venti giorni di macerazione, 18 mesi affinamento in legni usati.
Schioppettino di Prepotto 2016, Vigna Petrussa: 85/100
Tra i vini più verticali della degustazione. Parte salina in grandissima evidenza, sul frutto. Il tannino, tuttavia, è levigato: timido ma presente, in fase di completa integrazione. Vigna Petrussa ha il volto di Hilde Petrussa, prima presidentessa dell’Associazione produttori Schioppettino di Prepotto. La cantina è nella frazione di Albana. Lunga macerazione e affinamento di 24 mesi per quest’etichetta.
Schioppettino di Prepotto 2016, Vie d’Alt: 82/100
Nota erbacea netta al naso, a sovrastare il frutto. In bocca il vino è slegato, pur mostrando tutte le componenti tipiche del vitigno: da attendere e riassaggiare. Vie d’Alt, 18 ettari complessivi nei pressi di Albana (2 di Schioppettino). Il titolare è Bruno Venica, coadiuvato dalle tre figlie.
Schioppettino di Prepotto 2016, Colli di Poianis: 83/100
Troppo legno, su un naso nemmeno troppo pulito. In bocca tannino, spezia e sale, su un frutto che si rivela più preciso es espressivo che al naso. Colli di Poianis, vicino Croaretto. Primi filari piantati nel 1991.
Schioppettino di Prepotto 2015, Antico Broilo: 89/100
Tra i vini più completi in degustazione. C’è il frutto, c’è la spezia, c’è la mineralità. C’è il tannino, giovane e in fase di integrazione. Davvero una bella etichetta questa di Antico Broilo, che lavora da sempre in “agricoltura ecocompatibile” (bio certificato da qualche mese).
Nessun controllo della temperatura e lieviti indigeni per la fermentazione. Affinamento di 23 mesi in barrique usate (dal secondo al quarto passaggio). Sei ettari complessivi, di cui 2 a Schioppettino di Prepotto. Avanti così.
Schioppettino di Prepotto 2015, La Buse dal Lof: 86/100
Legno piuttosto ingombrante al naso, connotato da ricordi di caramellina mou che si ritrovano anche al palato. Qui un tannino vivo accompagna frutto e spezia. Vino giovane, ma con ottime prospettive di migliorare in vetro.
La Buse Dal Lof., ovvero “la tana del lupo”. Qui, secondo le storie di paese, viveva il misantropo Toni Lof, ovvero Tony il Lupo. Trentacinque ettari di proprietà, di cui 25 a vigneto (4 di Schioppettino). Affinamento di 18 mesi in barrique (secondo e terzo passaggio) e giro in tonneau, prima della commercializzazione.
Schioppettino di Prepotto 2015, RoncSoreli: 91/100
Naso particolarmente intenso, spinto su da una spezia intrigante, tattile. Nota netta affumicata, che ricorda la brace. In bocca è serioso, elegantissimo il tannino, austero quanto basta per non sembrare scorbutico. Frutto croccante, molto preciso. Vino da attendere ancora, ma di grandissima prospettiva.
Con Roncsoreli siamo a Sud della Denominazione, nella parte più fredda. Flavio Schiratti alleva 42 ettari, acquistati nel 2008. Viti impiantate dal 2002 al 2004, su 3 porzioni di collina. Cinque gli ettari di Schioppettino di Prepotto.
Schioppettino di Prepotto 2015, Vigna Traverso: 89/100
Mora selvatica netta al naso, oltre a richiami floreali. Tra i “nasi” più semplici e lineari in quanto a frutto. In bocca tutta la riconoscibilità del vitigno, con la sua spezia che ricorda tanto il pepe verde. Allungo su frutto e sale leggero. Vigna Traverso. A nord dopo paese. Macerazione di dieci giorni, 12 mesi barrique.
Giancarlo Traverso è arrivato qui nel 1998, spinto dal suo amore per i vini del Friuli. Oggi è il figlio Stefano a condurre l’azienda. Sei ettari iniziali, ora circa 20. L’idea era quella di estirpare lo Schioppettino. Negli ultimi 6, 7 anni è diventato invece il vino di punta. Quando si dice la Provvidenza.
Schioppettino di Prepotto 2013, Colli di Poianis: 86/100
Legno netto, vaniglia e fondi di caffè. Anche al palato sentori dettati dall’affinamento, in questo caso però affiancati da un bel frutto, preciso, che accompagna il sorso fino alla chiusura. Manca lo sprint, l’emozione.
Schioppettino di Prepotto 2013, Vie d’Alt: 83/100
Vino piuttosto scomposto, sia al naso che al palato. Il campione in degustazione non ha retto a dovere la prova del tempo.
Schioppettino di Prepotto 2012, Ronco dei Pini: 84/100
Naso pulito, tipico. Scivola via velocissimo, però, al palato. Ha tutto, ma è cortissimo, semplice, in fase scollinante.
Schioppettino di Prepotto 2011, Vigna Petrussa: 85/100
Altro campione in cui il vitigno è in primo piano, ma il vino è in fase calante. C’è la spezia, c’è il frutto. Manca la struttura.
Schioppettino di Prepotto 2011, Marinig Valerio: 89/100
Naso intrigante e complesso. In bocca conserva un’ottima freschezza e salinità. Lunghissimo il retro olfattivo, su spezia e frutto. Campione che unisce la grande riconoscibilità del vitigno alla capacità di superare la prova del tempo.
Schioppettino di Prepotto 2011, Stanig: 90/100
Speziatura in gran evidenza, con richiami di macchia mediterranea (origano più che rosmarino) ed erba appena sfalciata. In bocca gran eleganza e bevibilità.
Merito della succosità del frutto, ma anche della dolcezza dei tannini. Al contempo, il nettare conserva un gran freschezza al palato. Bel gioco tra frutto e sale, in una chiusura lunghissima.
Schioppettino di Prepotto Riserva 2010, Antico Broilo: 86/100
Spezia e legno, al naso. Anche qui erba sfalciata e frutto di bosco. Alcol un po’ troppo in evidenza al palato: di conseguenza, il nettare paga in termini di freschezza. La cantina è migliorata nettamente negli anni successivi.
Schioppettino di Prepotto 2010, Pizzulin: 86/100
Vino servito in Magnum. Il nettare è vivo, fresco, speziatura chiara, riconoscibile. Tannino vivo, ma poca polpa.
Schioppettino di Prepotto 2010, Vigna Lenuzza: 84/100
Naso e bocca stanchi, non pulitissimi.
Schioppettino di Prepotto 2009, Grillo Iole: 85/100
Naso stanco. Rimedia un palato più vivo, fresco e salino.
Schioppettino di Prepotto 2009, Vigna Traverso: 83/100
Siamo all’inizio della storia di questa famiglia venuta dal Veneto. La cantina ha fatto un salto di qualità impressionante negli ultimi anni, considerando questo assaggio.
Schioppettino di Prepotto Riserva 2008 RoncSoreli: 88/100
Vino che dimostra qual è l’azienda del territorio di Prepotto che è capace di offrire garanzie assolute, in termini di continuità e abilità nel “maneggiare” lo Schioppettino. Frutto presente al naso e al palato, corrispondente e vivo.
Al palato, in particolare, sfodera una buona salinità che chiama il sorso successivo. Colpisce la precisione e pulizia del frutto, oltre all’uso sapiente del legno. Chapeau.
Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, tra carta stampata e online, dirigo winemag.it. Collaboro inoltre come corrispondente per una delle testate internazionali più autorevoli del settore, in lingua inglese. Edito con cadenza annuale la “Guida Top 100 Migliori vini italiani” e partecipo come giurato ai più importanti concorsi enologici internazionali. Oltre alle piazze tradizionali, studio con grande curiosità i mercati emergenti, seguendone dinamiche, trend ed evoluzioni. Negli anni ho maturato una particolare esperienza nei vini dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa, tanto da aver curato la selezione vini per un importatore leader in Italia. Nel 2024 mi è stato assegnato un premio nazionale di giornalismo enogastronomico.
VERONA – Ci sono storie, nel mondo del vino, che hanno titoli strani. E trame complicate. Prendi lo Schioppettino di Prepotto e prova a premere “Play”, sul telecomando. Il titolo pare un’onomatopea. E infatti, bum. Nella prima scena “scoppietta” un acino.
Un bell’acino. Di quelli gonfi e maturi. Con la buccia tesa, sottile. Pronto per un’accurata vendemmia. Il film si gira a Prepotto. Dall’inizio alla fine. A Prepotto soltanto. In provincia di Udine. Settecentosessantanove abitanti. Dieci più, dieci meno.
Seconda scena, la camera allarga lo zoom. Eccoli. Siamo sui Colli Orientali del Friuli, che danno la Doc allo Schioppettino di Prepotto. Close up improvviso. Scena numero tre. Consiglio comunale in corso in municipio, nel piccolo borgo udinese.
LA STORIA
Sindaco, giunta e consiglieri sono riuniti in seduta straordinaria. Un solo punto all’ordine del giorno: la difesa dello Schioppettino, che sta scomparendo. L’alzata di mano non lascia spazio a interpretazioni. All’unanimità si vota per inserirlo nell’elenco dei vitigni autorizzati. Sullo schermo appare l’anno: è il 1977.
Quattro anni dopo, nel 1981, quel plebiscito si concretizza nero su bianco. E nel 1987, dopo l’avallo della Comunità Europea, lo Schioppettino di Prepotto – noto sul posto anche come “Ribolla Nera” o “Pokalça” – diventa Doc.
Ancora oggi, a Prepotto, qualcuno non ha cambiato canale. Sono i 30 produttori locali che lavorano circa 40 ettari, distribuiti in maniera longitudinale tra i 100 e i 150 metri sul livello del mare. La media annuale si aggira sui 130 ettolitri, che equivalgono a 80-90 mila bottiglie complessive.
Venti le cantine che fanno parte dell’Associazione Produttori Schioppetino di Prepotto, che a Vinitaly ha proposto a WineMag.it una degustazione di 12 etichette: 7 della vendemmia 2016 e 4 della vendemmia 2015. Un film mai visto prima, che vede i vignaioli impegnati nella comune promozione dell’antico e raro vitigno.
L’associazione, presieduta dalla produttrice Anna Muzzolini, condivide il disciplinare produttivo che prevede una versione “base” dello Schioppetino di Prepotto (in commercio non prima di due anni dopo la vendemmia) e una versione Riserva (4 anni minimo di affinamento in cantina).
LA DEGUSTAZIONE
Schioppettino di Prepotto Doc 2016, Ronco dei Pini: 87/100 Rosso rubino. Vino fresco, in fase giovanile ma già molto piacevole ed equilibrato. Ottima corrispondenza gusto olfattiva, giocata sul frutto rosso come il ribes, accenni di macchia mediterranea e pepe nero. Gran beva. Vino di gran precisione, scultoreo.
Schioppettino di Prepotto Doc 2016, Marinig Valerio: 84/100 Rosso rubino. Primo naso più sulla spezia che sul frutto di bosco. Accenni vinosi e “foxy” dosati, che rendono il quadro olfattivo piacevolmente verticale e scalare. In bocca sorprende ancora, per il gioco tra frutto e mineralità salina. Chiusura speziata rinfrescante. Vino vivo, in evoluzione.
Schioppettino di Prepotto Doc 2016, Antico Broilo: 88/100 Rosso rubino. Naso molto intenso e profondo, su spezia e macchia mediterranea, con l’immancabile frutto di bosco. Bella beva, tra il salino spiccato e il fruttato preciso, masticabile. Chiusura nuovamente sulla spezia, tra il pepe verde e quello nero. Vino decisamente complesso e fase crescente.
Schioppettino di Prepotto Doc 2016, Vigna Lenuzza: 86/100 Rosso rubino. Spezia in primo piano, al naso. Pepe nero e richiamo netto di origano, sul frutto di bosco che tende al maturo, senza sforare nella confettura. Completa l’olfatto un marcatore vinoso, che poi si ritrova in un palato piuttosto giovane e scontroso, sferzato da un tannino giovane. Vino futuribile.
Schioppettino di Prepotto Doc 2016, Vie d’Alt: 84/100 Rosso rubino. Meno freschezza del frutto al naso rispetto ai precedenti campioni, anche se conserva la venatura speziata. Tende alla confettura il palato, anche troppo scorrevole. Vino pronto.
Schioppettino di Prepotto Doc 2016, Stanig: 87/100 Rosso rubino. Si torna sul consueto standard di frutto e di spezia, ma il naso qui rivela caratteristiche uniche: di terra, di muschio, di fungo, in un contorno di pepe nero e frutto come ribes e mirtillo. Un quadro molto piacevole, come piacevole è il sorso, che rivela per di più un’ottima freschezza.
Schioppettino di Prepotto Doc 2016, Grillo Iole: 86/100 Rosso rubino. Vino che nella sua semplicità si rivela molto tipico: scorrevole ma consistente la beva, su tinte corrispondenti al naso: frutto giustamente maturo, tannino che gioca a smorzare la spinta glicerica. Di prospettiva.
Schioppettino di Prepotto Doc 2015, Vigna Traverso: 87/100 Mora selvatica e spezia nera al naso. Sentori molto chiari, netti, precisi. Palato corrispondente. Chiusura leggermente amaricante, sul disegno tratteggiato da un tannino vivo, in fase di integrazione. Giovanissimo.
Schioppettino di Prepotto Doc 2015, RoncSoreli: 88/100 Frutto tendente al maturo al naso, ma in maniera precisa. Accenni vinosi ed evolutivi come il cuoio, che evidenziano l’anno in più sulle spalle. In bocca frutto e spezia, con il corredo della macchia mediterranea, rimasto appena accennato all’olfatto. Chiude su note di liquirizia dolce. Un vino di gran gastronomicità.
Schioppettino di Prepotto Doc 2015, La buse del lôf: 84/100 Ovvero “la tana del lupo”. Un vino che si rivela di beva piuttosto agile e semplice, anche se non banale, sul frutto e sulla spezia leggera. Buona corrispondenza tra naso e palato.
Schioppettino di Prepotto Doc 2015, Vigna Petrussa: 89/100 Vino di gran equilibrio, giocato più sull’eleganza che sulla potenza. Frutto e spezia sottile, quasi sussurrata. Chiusura preziosa, su note precise, minerali e saline, nonché di liquirizia. Una vino con ottimi margini di positivo affinamento.
Schioppettino di Prepotto Doc 2015 “Gli Stormi”, Colli di Poianis: 85/100 Naso elegante, dal taglio enologico internazionale, giocato sul ribes e sul frutto di bosco giustamente maturo. Non è questo che lo “porta” all’estero ma l’esuberanza dei tratti vagliati. In bocca un tannino felpato, setoso, con la frutta un po’ penalizzata dai ritorni della tostatura.
Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, tra carta stampata e online, dirigo winemag.it. Collaboro inoltre come corrispondente per una delle testate internazionali più autorevoli del settore, in lingua inglese. Edito con cadenza annuale la “Guida Top 100 Migliori vini italiani” e partecipo come giurato ai più importanti concorsi enologici internazionali. Oltre alle piazze tradizionali, studio con grande curiosità i mercati emergenti, seguendone dinamiche, trend ed evoluzioni. Negli anni ho maturato una particolare esperienza nei vini dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa, tanto da aver curato la selezione vini per un importatore leader in Italia. Nel 2024 mi è stato assegnato un premio nazionale di giornalismo enogastronomico.
UDINE – “Ribolla nera” o Schioppettino? Nella fase storica in cui la Ribolla gialla ‘tira’ sul mercato, tanto da spingere qualcuno a paragonare il fenomeno friulano a quello del Prosecco veneto, lo “Schioppettino” sembra aver perso gran parte del suo appeal. Tanto da spingere diversi produttori a mettere in etichetta (quella frontale) la scritta “Ribolla Nera”. Eppure, il disciplinare di produzione non lo consente.
“Schioppettino” e “Ribolla Nera”, di fatto, sono sinonimi. Non a caso, lo Schioppettino è tra i vini rossi friulani più noti – assieme al Refosco dal Peduncolo Rosso – e si ottiene dalle uve del vitigno Ribolla Nera. Vitigno che non può essere menzionato in etichetta. Pena, il possibile incorso in sanzioni amministrative di cui all’art. 74 della Legge 238 del 12 dicembre 2016: “Testo unico del vino. Disciplina organica della coltivazione della vite e della produzione e del commercio del vino”.
“Chiunque utilizza sulla confezione o sull’imballaggio, nella pubblicita’, nell’informazione ai consumatori o sui documenti relativi ai vini a DOP e IGP indicazioni non consentite, false o ingannevoli relative alla provenienza, alle menzioni geografiche aggiuntive, alle menzioni tradizionali protette, alle sottozone, al vitigno, all’annata e alle altre caratteristiche definite nei disciplinari e’ soggetto alla sanzione amministrativa pecuniaria da 1.000 euro a 10.000 euro“
Un ‘rischio’ che stanno correndo diverse aziende, in Friuli Venezia Giulia. Iniziamo da Vidussi, scrigno friulano di Cantina Montresor. E’ Carrefour a portare sui propri scaffali la “Ribolla Nera Schioppettino Igt 2016”: 5,99 euro, sul volantino pubblicitario “Fiera del vino” (periodo 30 settembre – 31 ottobre) il più criticato della storia della Grande distribuzione (lo stesso delle supercazzole sul vino naturale). In etichetta frontale, bene in vista, la scritta “Ribolla Nera” Borgo di Fradis.
Ma il fenomeno riguarda anche big del calibro di Ronchi di Cialla, che presenta sul mercato una “Ribolla Nera”, addirittura “Doc”. La compagnia è delle migliori per la blasonata azienda fondata nel 1970 dai coniugi Paolo e Dina Rapuzzi. Sempre a Preopotto (UD), RoncSoreli offre una “Ribolla Nera delle Marasche Doc Friuli Colli Orientali”, commercializzata nel solco delle altre etichette.
Un’altra azienda friulana, Vigna Petrussa, ha invece corretto da poco – forse in seguito alle pressioni dell’organismo di controllo Ceviq e della visita in cantina della repressione frodi – l’etichetta di quello che oggi appare (online, sul sito aziendale) come Schioppettino di Prepotto Doc Friuli Colli Orientali”.
PAROLA AL CEVIQ Cosa pensa il Ceviq della vicenda? “Siamo in un periodo – risponde il direttore Michele Bertolami – in cui si assiste alla grande richiesta di Ribolla Gialla. Un motivo in più che potrebbe spingere i produttori a evidenziare in etichetta l’utilizzo dell’altra Ribolla, quella Nera, per seguire la scia del successo. Peraltro, a noi risulta che un’azienda abbia brevettato il nome ‘Ribolla Nera’: non sappiamo come le abbiano consentito di brevettarlo, ma tant’è. Dunque, questa azienda, potenzialmente, potrebbe chiedere alle altre di eliminare la menzione ‘Ribolla Nera’ dal le etichette dei vini”.
Non si tratta dunque di un illecito? “Non ritengo ci siano tutti gli elementi per inoltrare all’Ispettorato centrale Repressione frodi una richiesta di intervento – replica Bertolami – dal momento che la scritta ‘Ribolla Nera’ appare solo sull’etichetta frontale, nella quale potrebbe figurare, per esempio, come lecito ‘nome di fantasia’ scelto dal produttore. L’importante è che si rispettino le normative sull’etichetta posteriore, indicando chiaramente che si tratta di Schioppettino, in una delle sue tre qualificazioni: qui non si transige. E’ pur vero che non bisogna confondere il consumatore o fare nulla che possa ingannare chi si appresta all’acquisto di una bottiglia”.
“Una vera posizione – precisa ancora il direttore Bertolami – dovrebbe prenderla il Consorzio di Tutela, cui compete la vigilanza sul mercato, il compito di tutelare la denominazione Friuli Colli Orientali. Peraltro, tutte le aziende in questione risultano associate al Consorzio. Non dico che voglio rimbalzare la palla, ma solo ribadire che, se in sede di ispezione troviamo Ribolla Nera in retro etichetta o al posto di Schioppettino rileviamo l’infrazione, come già fatto”
“Tutto il resto – conclude Bertolami – ha un respiro interpretativo maggiore. Credo che, se volessero, molte aziende potrebbero far valere un’ampia enciclopedia per il riconoscimento di ‘Ribolla Nera’ come sinonimo riconosciuto di ‘Schioppettino’, facendolo riconoscere a livello di disciplinare”. Un iter che, tuttavia, non risulta ancora avviato.
Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, tra carta stampata e online, dirigo winemag.it. Collaboro inoltre come corrispondente per una delle testate internazionali più autorevoli del settore, in lingua inglese. Edito con cadenza annuale la “Guida Top 100 Migliori vini italiani” e partecipo come giurato ai più importanti concorsi enologici internazionali. Oltre alle piazze tradizionali, studio con grande curiosità i mercati emergenti, seguendone dinamiche, trend ed evoluzioni. Negli anni ho maturato una particolare esperienza nei vini dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa, tanto da aver curato la selezione vini per un importatore leader in Italia. Nel 2024 mi è stato assegnato un premio nazionale di giornalismo enogastronomico.
L’Associazione Go Wine ha iniziato la stagione 2017 dei suoi eventi a Milano, con il tradizionale appuntamento “Autoctono si nasce”, presso l’Hotel Michelangelo, dedicato al vasto mondo dei vitigni autoctoni italiani, un patrimonio da salvaguardare e da valorizzare.
Erano presenti in degustazioni i vini prodotti da uve autoctone di quaranta cantine da quasi tutta Italia (grandi assenti Toscana e Alto Adige), oltre a una selezione dalla Bottega del vino di Dogliani, dalla Cantina Comunale dei vini Crota d’Caloss, dal Consorzio di tutela e promozione dell’Ovada Docg, dall’Associazione Produttori del Ruché di Castagnole Monferrato. Infine una “enoteca”, a completare il panorama dei vini in degustazione.
I vitigni presenti spaziavano da quelli più famosi e blasonati, come il Nebbiolo, l’Aglianico, il Barbera e il Verdicchio, a quelli molto rari e quasi sconosciuti, uno su tutti la Gamba di Pernice o Gambarossa. Per quanto riguarda le cantine, presenti tutte piccole realtà, ricche di passione e amore verso il proprio lavoro e il proprio territorio. La qualità media degli assaggi è stata valida, con alcuni picchi davvero molto interessanti e altri semplicemente curiosi.
Grande piacevolezza e bevibilità per il tris di proposte di Baglio Aimone da Petrosino (TP): il Sicilia D.O.C. Argalia 2015 (Grillo 100%, solo acciaio), dai profumi freschi di agrumi ed erbe aromatiche, confermati in bocca e corroborati da una freschezza gustativa e sapidità, grazie ai terreni carsici, che chiamano ulteriori sorsi; il Sicilia D.O.C. Ferraù 2015 (Zibibbo 85% e Grillo 15%, solo acciaio), molto aromatico, dove spiccano note di frutta dolce a pasta bianca e uva bianca da tavola, con una bocca avvolgente ed equilibrata e ottima persistenza.
Infine l’Iratu, spumante extra-dry da uve Grillo in purezza vendemmiate 30 giorni prima della piena maturazione e prodotto con Metodo Charmat prolungato per quasi due mesi, dotato di profumi agrumati e minerali, mentre la bocca colpisce per la cremosità della bollicina e per la sua avvolgenza, con il residuo zuccherino ben calibrato.
Un salto in Emilia, precisamente nei Colli Bolognesi, per degustare un vitigno già conosciuto dai Romani e citato nelle opere di Plinio il Vecchio nel I secolo d.C.: il Pignoletto, noto quasi esclusivamente per la produzione di semplici vini frizzanti da pasto, ma che se vinificato con la massima attenzione e cura dona prodotti ricchi di complessità e qualità.
Maranesi da Zola Predosa (BO) conferma la difficoltà di superare l’idea del consumatore medio, tanto da trovare il più ampio riscontro di vendite fuori confine, dove il consumatore non è ancorato al pregiudizio che lo annovera tra i vini di modesta qualità. La sua versione Colli Bolognesi Pignoletto Classico D.O.C.G. 2015 Ferma (Pignoletto 100%, solo acciaio) ci dimostra quanto scritto sopra, grazie a profumi fragranti di mela e pesca bianca, biancospino, agrumi e un tappeto di erbe aromatiche, con bocca come da tradizione fresca e soprattutto sapida, con grande bevibilità e persistenza.
La Cantina Trexenta da Senorbi (CA) è l’unica rappresentante della Sardegna, ma ne tiene alta la bandiera, grazie in particolare a due prodotti di grande interesse. Il Vermentino di Sardegna D.O.C. Contissa 2015 (Vermentino 100%, solo acciaio) spicca per profumi freschi e piacevoli tipici di questa uva e soprattutto per una sapidità letteralmente vibrante, che garantisce una bevibilità eccezionale. Il Cannnonau di Sardegna D.O.C. Baione 2013 (Cannonau 90% e 10% tra Bovale e Monica, 12 mesi in barriques) conquista per i suoi profumi suadenti ma non ruffiani di frutta rossa matura e un’ampia varietà di spezie e tostature, tutto confermato all’assaggio con un tannino presente ma elegante, freschezza e buona morbidezza, con un equilibrio che si perfezionerà negli anni.
Una citazione speciale merita Vigna Petrussa da Prepotto (UD) per la grande qualità complessiva e per la passione e il coraggio mostrati dalla Signora Hilde, simpatica, accogliente e innamorata di ciò che è molto più del suo lavoro. Grande attenzione verso gli autoctoni, tanto da voler espiantare tutto il Sauvignon per sostituirlo con la Ribolla Gialla: “Una piccola azienda come la mia ha il dovere di dedicarsi interamente, per quanto possibile, ai vitigni autoctoni”.
Tra le diverse etichette presentate spiccano 4 vini. Il Friuli Colli Orientali Friulano D.O.C. 2015 (Friulano 100%, 7 mesi in botte grande) si fa apprezzare per le sue piacevolissime note di frutta e fiori freschi e uno sfondo vegetale e minerale delicato; il sorso è ricco di struttura e bevibilità, grazie a una inaspettata morbidezza che da equilibrio alla forza dell’acidità e della sapidità. Il Friuli Colli Orientali Schioppettino di Prepotto D.O.C. 2013 (Schioppettino, chiamato anche Ribolla Nera, 100%, 2 anni in botte grande) stupisce per un corredo aromatico dolce e avvolgente di prugna e frutti di bosco maturi, con un inebriante mix di spezie; bocca con tannino preciso e per nulla invadente, con bella morbidezza e durezze che rendono il sorso facile nonostante la struttura.
Infine due passiti meravigliosi: il Venezia Giulia I.G.T. Desiderio 2014 (blend di Friulano, Riesling Renano, Malvasia Istriana e Picolit, più di un anno in barriques), con sentori di miele millefiori, frutta gialla sia macerata che candita, fiori di acacia, chiodi di garofano e cioccolata bianca, con bocca suadente, fresca e con infinita persistenza e il Picolit D.O.C.G. 2013 (Picolit 100%, 18 mesi in barriques), con profumi di erbe aromatiche, fiori gialli, riso soffiato, frutta esotica e sfondo di tabacco, con una bocca meravigliosamente tesa ed equilibrata. Grande esperienza gustativa e umana. Merita una visita in cantina.
Un vitigno che si conferma degno di grande attenzione è la Tintilia, uva a bacca scura tipica del Molise. Claudio Cipressi da San Felice del Molise (CB), che conferma come l’abbondante nevicata di questi giorni sia fondamentale per la viticoltura, ne ha fatto una ragione di vita e si dedica a questo vitigno con grande attenzione, producendo ben 4 etichette davvero interessanti.
La sua filosofia comprende la pazienza di aspettare la giusta evoluzione dei vini a base Tintillia, poiché reputati troppo scontrosi in gioventù. Si comincia con il Tintilia del Molise D.O.P. Settevigne 2012 (Tintilia 100%, 2 anni in acciaio), da uve coltivate su terreno calcareo, con un colore rosso rubino molto profondo, al naso note fruttate e floreali fresche su sfondo speziato e una bocca con tannino presente ma non invadente e una piacevolissima freschezza che invoglia ad ulteriori assaggi.
Si continua con il Tintilia del Molise D.O.P. Macchiarossa 2012 (Tintilia 100%, 3 anni in acciaio), da uve coltivate su terreno argilloso, con note leggermente più evolute tra le quali spicca una splendida prugna sangue di drago e un sorso meno fresco, ma dotato di maggiore struttura. Si sale ulteriormente di corposità e complessità con il Tintilia del Molise D.O.P. Tintilia 66 2011 (Tintilia 100%, 3 anni in tonneaux), da terreni argillosi, dai profumi speziati e tostati, con note di liquirizia e pepe, con frutta rossa macerata, bocca importante, strutturata ed elegante, con lunga persistenza.
Chiude i rossi il Molise Rosso D.O.P. Macchianera 2011 (Montepulciano 85%, 18 mesi in barriques, e Tintilia 15%, solo acciaio), con riconoscimenti fruttati e floreali evoluti ed eleganti e un inebriante tappeto di erbe aromatiche e officinali, con un sorso tannico e strutturato, dalla lunga prospettiva di vita. Rossi che possono permettersi un lungo riposo in cantina. Da segnalare anche una bella Terre degli Osci I.G.P. Voira Falanghina 2015 (Falanghina 100%, solo acciaio), dalla bellissima florealità al naso e freschezza in bocca.
Per concludere, tre vitigni piemontesi: uno famosissimo, il Nebbiolo, uno in via di affermazione, l’Albarossa e uno sconosciuto ai più, il Gamba di Pernice o Gambarossa. Il Nebbiolo lo incontriamo nel Lessona D.O.C. Tanzo 2010 (Nebbiolo 100%, scelta più unica che rara in questa denominazione, 2 anni in botti grandi) di Pietro Cassina da Lessona (BI), vino che spicca per una balsamicità mentolata talmente importante da pizzicare gli occhi se si soffia dentro al calice, confermata anche in bocca, con un tannino presente ma ben cesellato, grande freschezza e lunghissima persistenza.
L’Albarossa è un vitigno creato dal Professore Giovanni Dalmasso negli anni ’30, mediante l’impollinazione della Barbera da parte del Nebbiolo, non quello più famoso, ma quello di Dronero, conosciuto come Chatus. La vinificazione inizia solo nei primi anni del nuovo millennio e ora comincia ad affermarsi come vitigno dal quale produrre vini degni di nota. L’azienda Poggio Ridente da Cocconato (AT) propone la versione Piemonte D.O.C. Albarossa del Marusè 2014 (Albarossa 100%, 12 mesi in barriques), con un bellissimo rosso porpora molto intenso, tipico del Barbera, con sentori di piacevole vinosità, frutta rossa appena matura, violetta, tocchi balsamici e vegetali, con una bocca carnosa, tannino e struttura tipici del Nebbiolo. Davvero un bel bere.
La Gamba di Pernice, storicamente anche chiamata Gambarossa, deve il suo nome dai raspi rossi dei grappoli maturi ed è il vitigno storico presente a Calosso (AT). L’autorizzazione per la coltivazione è arrivata solo nel 2007 e nel 2011 è nata la D.O.C. Calosso, nella quale si producono solo vini con Gamba di Pernice in purezza. “La storia e il mercato di questo vino sono ancora tutte da costruire”, afferma il rappresentante della Cantina Comunale dei vini Crota d’Caloss.
Il Calosso D.O.C. La Pernice 2014 (100% Gamba di Pernice, solo acciaio) di La Canova si presenta rosso rubino di bella intensità, con riconoscimenti balsamici, di piccoli frutti di bosco e di rosa canina; in bocca la struttura è media, con un tannino fine, buon equilibrio e discreta persistenza. Un vino ideale da pasto. Bisognerà aspettare qualche anno per dare giudizi più precisi, vista la giovane età di questa Denominazione. Per intanto un applauso al coraggio di questi produttori.
Il binomio vitigni autoctoni e piccoli produttori è davvero degno di rilievo, confermando il fatto che la nostra Italia deve sempre porre più attenzione e valorizzare il suo ricchissimo patrimonio ampelografico e che le piccole realtà sono una risorsa inestimabile della nostra vitivinicoltura.
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