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Stellati, Cannavacciuolo vs Gabanelli: “Chi esce affamato da Villa Crespi lo rimetto in cucina a mangiare”

“Piatto piccolo uguale si mangia poco nei ristoranti stellati? Non è così”. Antonino Cannavacciuolo interviene sulla polemica Gabanelli Dataroom a Gavi, in Piemonte.

A stuzzicarlo siamo noi di vinialsuper, in occasione dell’incontro con la stampa che ha preceduto il bagno di folla per lo chef napoletano in occasione dei festeggiamenti per i 20 anni della Docg del grande vino bianco piemontese, nel contesto della manifestazione enogastronomica “Di Gavi in Gavi” 2018.

“Sui social escono delle fotografie di piatti con due code di scampo, fotografate in quel momento del pasto. Chi vede la foto, a casa, pensa che di quelli può mangiarne diciotto piatti”.

“In realtà, nei ristoranti stellati sono previsti dei viaggi, dei percorsi con cibo e vino, che partono dall’aperitivo e finiscono con il dolce. Vi assicuro che quello che esce da Villa Crespi e dice che ha fame, lo rimetto in cucina a mangiare“.

Uno chef Cannavacciuolo che si mostra dunque indispettito dalla nostra domanda. Ma che non si rifiuta di rispondere (a tono) a quella larga fetta di popolazione italiana che ancora non comprende la formula dei ristoranti stellati.

Non a caso l’uscita “social” della giornalista Milena Gabanelli è stata letta, almeno da una parte della stampa enogastronomica italiana, come un attacco “populista” all’intera categoria dell’alta ristorazione. Accusata dall’ex conduttrice di Report – oggi al Corriere della Sera – di proporre piatti e prezzi degni di “masochisti”.

“Chi ha questi preconcetti – ha concluso lo chef Antonino Cannavacciuolo – non è mai stato in un ristorante stellato. Uscendo da Villa Crespi, molti dicono che pensavano di poter avere ancora fame, ma invece si sentono pieni. Diamo tante attenzioni sulla tavola. E le attenzioni, alla fine, sono quelle cose che ti riempiono”.

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Eppure, anche tra gli chef, c’è chi se ne fotte della stella Michelin

Stella sì, stella no. Questo è il dilemma in un’Italia che si ritrova ancora una volta a perder tempo dietro all’estetica del nulla, piuttosto che ai contenuti della sostanza. E così, un ironico post su Facebook della giornalista Milena Gabanelli sulla pagina Dataroom (vedi sopra) viene trasformato in una caso nazionale.

“Un attacco alla categoria degli chef“, scrive qualcuno (di parte). “Gente che si fa il culo, come gli chef, denigrata nel nome del populismo”, secondo altri. Secondo noi, invece, l’ennesima occasione persa da qualcuno per tacere. O, per lo meno, per aprire un dibattito serio (e dunque super partes) su un tema che cela (e ribadiamo il concetto: “cela”) risvolti culturali profondi.

Quel che nessuno ha ancora scritto – e che scriviamo noi, che giornalisticamente corretti vogliamo essere per partito preso – è che pure tra gli chef di professione c’è chi se ne fotte della stella. Avete letto bene: non gliene può fregare di meno.

STELLATI O ASSOGGETTATI?
Non tutti quelli che studiano “cucina” in giro per il mondo aspirano a sottostare (perché di questo si tratta) alle regole “chic” necessarie per entrare nell’Olimpo degli “chef stellati”.

Porzioni “ridotte”, tavoli separati da “tot centimetri”, di quella forma lì. E “tot” coperti. Altrimenti non va bene: anche se sei il Cristiano Ronaldo dei fornelli, non sei degno della stella.

Questi sono solo alcuni dei “dogmi” da rispettare per entrare nel gotha delle star della cucina, al netto di alcune vaghe eccezioni che servono solo a confermare la regola. Nulla che abbia a che fare con la bontà assoluta del piatto, insomma.

E allora ecco perché vi assicuriamo – noi che gli stellati li frequentiamo, così come le “bettole” di periferia o i sushi club all you can eat – che anche tra i grandi chef c’è chi se ne fotte della stella Michelin.

“Fottersene” significa condannare un sistema basato in maniera predominante (e dunque premiante e pregnante) sull’estetica, che considera l’abbondanza del piatto una condanna intrinseca della qualità del piatto stesso. Il “troppo” storpia, insomma, nella cucina stellata.

Ed è proprio questo (se ne facciano una ragione i soloni della critica culinaria) l’elemento che allontana il “consumatore medio” dalla cucina stellata: le porzioni “minuscole”.

Un’estetica, cioè, basata sulla riduzione e sulla concentrazione piuttosto che sull’esaltazione di una salutare abbondanza. Vallo a spiegare a un signor Rossi qualsiasi che la cucina “di livello” è prima di tutto un’esperienza, o un “viaggio” tra i sapori più ricercati.

“Ho dovuto rinunciare alla stella Michelin, che più volte mi è stata prospettata, per via della lista di prescrizioni necessarie ad ottenerla. Se avessi deciso di apportare le modifiche richieste al mio ristorante per ottenere la stella Michelin, oggi il locale non sarebbe pieno come lo vedete. E avrei chiuso in pochi mesi”.

Parole e musica di uno chef (del quale, per riservatezza, non riveliamo il nome) che ha deciso di continuare sulla propria strada. Nel suo locale si mangia e si beve (divinamente) con 60 euro a persona: circa la metà di un “menu degustazione” nella maggior parte degli “stellati”.

Ma i piatti, che reinterpretano la tradizione culinaria locale, sarebbero degni di lustro internazionale. Lo stesso valore assicurato da chi, in questo ristorante di una remota provincia d’Italia, tornerà volentieri: sicuro di trovare genuinità e materie prime fresche e ricercate. E un menu degno di applausi. Stellari.

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Cantine Giorgi difende Gerry Scotti: “Nato in una Vigna? Nome evocativo”

E’ affidata a un comunicato stampa la replica di Cantine Giorgi ai dubbi espressi dal prof Michele Antonio Fino sulla conformità della menzione “Vigna” sull’etichetta dei vini di Gerry Scotti (nella foto con Fabiano Giorgi).

“Dal punto di vista normativo – scrive la cantina di Canneto Pavese – la menzione ‘vigna’ può essere utilizzata solo se seguita da un toponimo, purché rivendicata in denuncia di produzione e il toponimo sia iscritto in un apposito elenco regionale. Il toponimo fa riferimento ad una specifica vigna identificata da una o più particelle catastali. Nel nostro caso, il nome ‘Nato in una Vigna’ è stato dato ad una linea di vini e non fa riferimento, in alcun modo, al tipo di vino o a uno specifico vitigno e non intende conferire una menzione superiore al vino stesso”.

“Questo nome – continua il comunicato della famiglia Giorgi – è strettamente legato alla storia personale del presentatore che, come riportato in contro etichetta, racconta di essere nato in campagna, e di avere un particolare e prezioso ricordo della vigna del nonno e di tutto ciò che la campagna ha significato per la sua famiglia. In sostanza quest’iniziativa nasce dal desiderio di Gerry Scotti di creare qualcosa di concreto che richiami le proprie origini e che gli ricordi in modo tangibile da dove viene”.

“In conclusione – aggiunge Cantine Giorgi – ‘Nato in Vigna’ è scritto solamente sulla parte frontale, nella quale non si fa alcun riferimento al vino. La scritta appare sopra la foto del presentatore. Per cui, a nostro avviso, si evince chiaramente che è riferita a lui e non al vino. Sulla contro etichetta, dove è indicato il disciplinare di riferimento, il nome non viene più riportato”. Resta dunque confermata la presentazione della linea di vini di Gerry Scotti, in programma il 10 aprile a Verona, durante la 51a edizione di Vinitaly.

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Gerry Scotti divide l’Oltrepò pavese. Il Consorzio: “Una star che valorizzerà il territorio”

Quando i “nemici” ce li hai in casa da sempre, tanto da non notarli più, comodamente seduti sul (tuo) divano a guardare la (tua) tivù, sgranocchiando (i tuoi) pop corn, imbrattando d’unto il (tuo) telecomando, anche gli “amici” rischiano di sembrare “brutti ceffi” al videocitofono. Specie se suonano con qualche anno di (colpevole?) ritardo. Già perché non tutti – in quell’angolo chiamato Oltrepò Pavese, incastrato da uno sciamano tra il paradiso e l’inferno dell’enologia italiana – sarebbero disposti ad aprire la porta volentieri al “Gerry Scotti viticoltore”.

Lo “Zio” più amato dal pubblico televisivo italiano, trattato alla stregua dei Testimoni di Geova. Proprio nella sua terra d’origine. La reazione sui social alla notizia che il conduttore Mediaset inizierà presto a produrre una linea di vini con l’appoggio della storica cantina Giorgi di Canneto Pavese è stata a tratti rabbiosa, a tratti polemica e a tratti – rari – di curiosa aspettativa. In pochi, insomma, sono pronti a scommettere ad occhi chiusi sul “vino democratico” di Gerry.

TUTTI CONTRO GERRY
“Suppongo sarà l’ennesima porcheria commerciale – commenta sui social il primo dettrattore – solo a sentir dire ‘un vino frizzante’ mi viene la pelle d’oca”. Ne segue una sfilza. “Ma perché ognuno non continua a fare il suo mestiere? Faccia il conduttore e beva il vino che vuole. Se poi deve essere un’operazione di marketing la si faccia con buon senso”. “Meno male che arriva il Gerry Scotti a salvare l’Oltrepò Pavese con il suo vino ‘democratico’. Ma come, non precisa che è anche antifascista?”.

“Ma come si permette Gerry Scotti di parlare di vino a basso costo in Oltrepò?”, chiede un altro. “L’Oltrepò in giro per l’Italia è già vista terra di vini mediocri a basso costo. Ed avremmo anche necessità che Scotti promuova una sua linea di vini a basso costo? Direi proprio di no. Ben venga a questo punto un Tavernello… un prodotto da tavola senza denominazioni territoriali, legato ad un marchio privato e “costruito” con estrema semplicità, senza difetti”.

A far discutere è il prezzo di vendita, insomma. Che ancora nessuno conosce, dal momento che la presentazione della linea di vini di Gerry Scotti avverrà a Verona, in occasione di Vinitaly 2017. Qualcuno dei commentatori, di fatto, è più cauto. “Dipende tutto dal margine che uno vuole applicare. Diciamo la verità certi blasonati vini toscani, pensate possano davvero valere così tanto? E’ tutto valore aggiunto che i poveri consumatori associano a qualità, ma non sempre è proporzionale”.

Altri – ma sono pochi, pochissimi – criticano chi critica. “Io credo che Gerry Scotti intenda dire che ha un’idea di un vino “da tutti i giorni”, magari da 5 euro e che può essere comunque tecnicamente ben fatto. Non esageriamo nei complottismi, credo esprimesse l’idea di voler un vino non per forza esclusivo come quello prodotto ormai da tanti suoi colleghi Vip. Non attacchiamolo solo per un ‘pourparler‘ a Radio Deejay. Lui non intende essere il salvatore di nessuno (tantomeno dell’ Oltrepó Pavese) ha espresso solo un’ opinione e magari un suo progetto personale. Ma in Oltrepó c’è sempre da fare il tifo pro o contro a priori? Boh”. “Bisogna ancora intendersi sul vino ‘che costi poco’. Penso che non intenda fare beneficenza”, commenta un altro ‘compaesano’ di Gerry, in attesa di maggiori delucidazioni.

LA POSIZIONE DEL CONSORZIO
“Credo che si tratti di un’operazione che farà bene all’intero territorio – commenta Emanuele Bottiroli, direttore Consorzio di Tutela Vini Oltrepò Pavese -. Gerry Scotti ha parlato di ‘vino democratico’. Questo aggettivo, ‘democratico’, ha aperto a molti interrogativi. Sui social, gente ignorante, che non sa di cosa parla, si è scatenata dicendo che Scotti viene in Oltrepò a produrre un vino da taglio prezzo. E’ un’assurdità totale, un’idiozia. Credo che ci sia sempre da ricordare cosa vuol dire ‘prezzo democratico’ per una star del suo calibro, che colleziona orologi di lusso, è un amante del ‘bel vivere italiano’ e, soprattutto, è un personaggio che ha legato la sua notorietà a valori etici, a una grande umanità, a un grande rapporto con la gente”.

“Se il vino di Gerry Scotti, come pare, dovesse arrivare in Grande distribuzione e Gerry Scotti, che poteva scegliere di farlo ovunque, non solo è venuto in Oltrepò ma ha scelto come partner un’azienda come Giorgi, produttori di filiera e famiglia che lega la sua storia e la sua stessa esistenza al vino di qualità, beh, c’è solo da essere felici”, continua Bottiroli, sicuro che “l’operazione avrà un riverbero positivo su tutto il territorio”. “Credo che una grande star che sceglie di venire in Oltrepò Pavese sia un segnale di incoraggiamento per i nostri produttori, che non devono avere paura di combattere non sul prezzo più basso ma sulla qualità che si sposi anche col prezzo”.

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Fivi, lettera al ministro: “Basta all’egemonia delle coop nei Consorzi del vino”

Sembra una risposta indiretta (o direttissima, dipende dai punti di vista) alle polemiche che nascono quotidianamente nel mondo del vino italiano. Fivi, Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti, attraverso una lettera inviata al ministro delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali Maurizio Martina, chiede di “rivedere il modello di attribuzione del diritto di voto all’interno dei consorzi di tutela”. Come? “Prevedendo che i voti in assemblea spettino in misura fissa, per il 30% alla produzione delle uve, per il 30% alla trasformazione delle uve e per il 30% all’imbottigliamento”. Il restante 10% “sarebbe distribuito in base ai volumi prodotti nell’anno vendemmiale precedente dai soggetti rientranti in una o più delle tre categorie sopra citate”. Per garantire che il bilanciamento sia efficace, Fivi propone inoltre che i produttori che conferiscono alle cantine cooperative mantengano i voti connessi alla produzione di uva, per lasciare alle cooperative i voti derivanti dalla trasformazione e dall’imbottigliamento.

Le cooperative potrebbero in ogni caso raccogliere le deleghe dai singoli soci per l’attività di produzione. Ma tali deleghe “dovrebbero essere rinnovate a ogni singola assemblea”. La proposta è che ogni Consorzio di Tutela deliberi in merito al numero di deleghe massime che ciascun consorziato potrà portare in Assemblea, con un massimo di dieci. Questa misura andrebbe a riequilibrare il peso all’interno dei consorzi, dove oggi quello che dovrebbe essere un esercizio associato del voto, si trasforma in realtà nella golden share di un presidente o un direttore di cooperativa.

“La cooperazione ha enormi meriti in questo Paese e gode meritatamente della tutela Costituzionale – commenta la presidente Fivi Matilde Poggi – ma non crediamo rispecchi la volontà del legislatore la singolare circostanza che si è venuta a creare nei consorzi governati completamente da gruppi cooperativi, che sono in grado di imporre le proprie decisioni non solo a tutti gli altri consorziati, ma anche e soprattutto ai non consorziati in virtù dell’erga omnes. Lo scopo di questa proposta della FIVI è anche quello di evitare che si verifichino fenomeni di abbandono dei Consorzi esistenti per dare vita alla costituzione di nuovi, come già avvenuto nell’area di Soave, in Trentino e in corso di avvenimento in Oltrepò Pavese“. In quest’ultima area, in effetti, la scissione è già avvenuta, con la creazione del Distretto del Vino di Qualità dell’Oltrepò Pavese, presieduto da Fabiano Giorgi.

La rappresentatività all’interno dei consorzi è oggi normata dal D.Lgs 61/2010, che prevede l’ammissione di viticoltori singoli o associati, di vinificatori e di imbottigliatori. “Questi possono votare in misura ponderale alla quantità prodotta nella precedente campagna vendemmiale -fa notare la Fivi – e se il consorziato svolge più di una funzione i voti si cumulano. Ciò ha portato al dominio delle cooperative di primo e secondo grado nei consorzi più importanti”.

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Dalle Marche il Pinot Nero vinificato in bianco che fa incazzare l’Oltrepò Pavese

Dici Pinot Nero e pensi all’Oltrepò Pavese. E invece no. Paradigma ribaltato ieri sera alla degustazione alla cieca organizzata in provincia di Pavia da Vinum Narrantes. Non un’associazione ma un “esperimento sociale”, come piace definirlo ai promotori Luca Bergamin e Cinzia Montagna (lui sommelier Ais, lei giornalista), volto a “promuovere la cultura del vino attraverso uno sguardo che consideri tanto il consumatore inesperto quanto i tecnici e i critici del settore, con un approccio professionale ma non per questo esclusivamente formale”. All’incontro “numero zero” c’eravamo anche noi di vinialsupermercato.it. Ospiti super partes a un tavolo che ha visto sedersi uno accanto all’altro imprenditori, artisti, degustatori, produttori vitivinicoli e neofiti del vino. Segni particolari: tutti residenti e operanti in Oltrepò Pavese. In batteria, una verticale di 6 annate diverse di quello che, tolta la stagnola, si è rilevato essere “L’Impero” Blanc de Pinot Noir di Fattoria Mancini (strada dei Colli 35, Pesaro). Un Pinot Nero vinificato in bianco, dunque. Prodotto nelle Marche. L’outsider. Anzi l’intruso. O, ancora meglio, il cavallo di Troia con cui la coppia Bergamin-Montagna ha voluto – letteralmente – provocare una discussione che, dal tavolo di Vinum Narrantes, aspira a raggiungere tutti i produttori della zona. Bussando anche alle porte del Consorzio di Tutela Vini dell’Oltrepò Pavese e del Distretto del Vino di Qualità dell’Oltrepò: i due organismi ‘politici’ del vino oltrepadano, che vivono in uno stato di paradossale convivenza pacifica armata in quel di Pavia. “Se non siamo capaci di fare le cose in grande da soli – ha dichiarato Luca Bergamin – allora copiamo chi è riuscito e riesce a farle meglio di noi. Perché in Oltrepò Pavese, terra del Pinot Nero italiano, non siamo in grado di concentrare le forze su un prodotto che renda grande il nostro territorio? Perché Fattoria Mancini ci riesce nelle Marche, esportando anche all’estero migliaia di bottiglie di un vino come il ‘L’Impero’ Blanc de Pinot Noir, bagnando il naso a una terra storicamente vocata per la coltivazione del Pinot Nero come l’Oltrepò?”.

PAROLA AI PRODUTTORI
Domande, anzi provocazioni, che non sono passate inosservate al tavolo di degustazione. Il parere di Fabio Marazzi di Cantine Scuropasso non lascia spazio a interpretazioni: “In Oltrepò stiamo producendo ormai da anni un Pinot Nero di altissimo livello. Il problema è che non lo stiamo comunicando efficacemente al pubblico. La verità è che l’Oltrepò è storicamente una terra di conquista: la mia azienda, per esempio, dal 1963 ai primi anni 2000 ha fornito a Berlucchi le basi per le cuvée che hanno contribuito al consolidamento di quello che oggi è un grande marchio della spumantistica italiana”. Secondo il titolare della cantina di Pietra dé Giorgi, “è mancata nella zona un’azienda leader che trascinasse tutte le altre sulla via di un successo di territorio”. “In Oltrepò – ha aggiunto Marazzi – abbiamo paura della sola idea di avere le cantine piene: siamo contadini un po’ ignoranti, che guardano con invidia allo spirito imprenditoriale di viticoltori come i vicini bresciani, che con il Franciacorta hanno dimostrato che l’unione fa la forza”. “E’ impossibile internazionalizzare facendo affidamento alle sole energie che riescono a esprimere i piccoli produttori – ha aggiunto Paolo Percivalle, vignaiolo bio a Borgo Priolo -. In una zona in cui il 70% delle uve viene venduto alle cantine sociali, quale voce in capitolo può avere, nella stanza dei bottoni, chi mira a innalzare il livello qualitativo?”. Amaro anche il commento di Ettore Cribellati dell’Azienda Agricola Anteo di Rocca de’ Giorgi: “Terre D’Oltrepò conta numericamente in Consorzio e detta legge. Noi piccoli produttori siamo relegati al ruolo di mezzadri. E un calcio in culo se reclami… Qualcuno, in passato, mi disse che in Oltrepò siamo come arabi con il petrolio sotto al sedere, ma incapaci di venderlo e, quindi, di distribuire ricchezza al territorio. Tutto il mondo sa cosa produciamo in Oltrepò Pavese e a che livello qualitativo siamo giunti. Il problema è che parliamo del mondo dei tecnici e non di quello della gran parte dei consumatori. Insomma: non siamo in grado di comunicare la grandezza di queste terre”.

IL VINO IN DEGUSTAZIONE
La chiave di lettura dei produttori alla provocazione lanciata da Vinum Narrantes non lascia spazio, insomma, a interpretazioni. Per noi di vinialsupermercato.it è impensabile che un territorio come l’Oltrepò rinunci alle “bollicine” Metodo Classico per iniziare a produrre un Pinot Nero fermo, vinificato in bianco, come ‘L’Impero’ Blanc de Pinot Noir di Fattoria Mancini. Ottimo tuttavia lo spunto offerto da Luca Bergamin e da Cinzia Montagna a un Oltrepò del vino che potrebbe puntare alla produzione di un vino bianco fermo longevo, capace di evolversi in bottiglia negli anni, passando dalla grande freschezza e sapidità espressa in degustazione dal calice della vendemmia 2013 de “L’Impero” (22 euro in cantina!) alle tinte sempre più avvolgenti e ‘glicerinose’ delle annate 2012 (25 euro), 2011 (28 euro), 2008 (28 euro) e 2006 (30 euro). Purché – ma questo è un giudizio puramente soggettivo e purista – non si trasformi (anche) il Pinot Nero in un concentrato di vaniglia che piacerà pure al pubblico europeo e internazionale, ma che snaturerebbe, al posto di valorizzare, l’intero Oltrepò.

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“Vendemmia 2015 da record? Solo per l’industria del vino”. La denuncia di Francesco Paolo Valentini

Francesco Paolo Valentini non è mai stato uno di quelli che, per dirla in gergo, la mandano a dire. Produttore di successo di vini e di olio nel suo Abruzzo, è stato ospite nei giorni scorsi della trasmissione Tg2 Insieme. Un’occasione imperdibile per cantarle manco fosse a San Remo. Nel mirino del vignaiolo, prima di tutto anche agricoltore, le pompose “dichiarazioni giornalistiche” in base alle quali, quella del 2015, è stata una vendemmia straordinaria.

“Bisogna sfatare il mito dell’annata siccitosa come garanzia di elevata gradazione alcolica del vino – ha dichiarato Valentini – perché non è vero: sussiste piuttosto una fittizia gradazione zuccherina, dovuta a disidratazione dell’acino, ma in realtà non c’è evoluzione, perché qualunque organismo vivente, vegetale e animale, per eccesso di caldo blocca la propria crescita”.

A tal proposito, Valentini ha eseguito uno studio delle vendemmie delle varietà Trebbiamo d’Abruzzo e Montepulciano della propria azienda, dal 1817 al 2007. “Fino agli anni Settanta del Novecento – ha spiegato Valentini – la vendemmia avveniva durante la prima metà del mese di ottobre. Poi un crollo, che corrisponde all’aumento dell’industrializzazione con ricadute dirette, evidentemente, sull’effetto serra”.

Nel 2007 abbiamo addirittura vendemmiato le nostre varietà il 31 agosto, perché a quella data avevano raggiunto la giusta maturazione zuccherina . Il problema è che la maturazione dell’uva non è solo quella zuccherina”.

C’è anche quella fenolica, importantissima, perché riguarda il corretto sviluppo nell’acino di aromi, colori e profumi che saranno poi trasferiti al vino. “Se noi andiamo ad analizzare i vinaccioli, cioè i semini dell’uva che ha la corretta maturazione zuccherina – ha evidenziato Valentini – vediamo che questi sono verdi, cioè non evidenziano più una corretta maturazione fenolica. Non hanno una colorazione marrone, cioè non c’è un processo di lignificazione. La stessa polpa, che aderisce ai vinaccioli, è aspra. E la materia colorante, le materie polifenoliche, sono instabili, cioè non mature”.

A RISCHIO LE PRODUZIONI ARTIGIANALI

Ma le anomalie non si fermerebbero qui. “Abbiamo assistito a un crollo di parametri come quello dell’acido malico – ha aggiunto il viticoltore – e i Ph tendono ad alzarsi. Durante la fermentazione tumultuosa, ovvero la fermentazione alcolica, chi non utilizza lieviti estranei come l’artigiano, nota che i lieviti hanno subito una trasformazione, ovvero hanno maggiore virulenza: le temperature di fermentazione spontanea, cioè non controllata, risultano particolarmente elevate. Noi artigiani siamo un avamposto e notiamo tutto”.

Per questo, secondo Francesco Paolo Valentini, “gli agricoltori dovrebbero avere il coraggio di raccontare le cose come stanno al posto di seguitare a raccontarci tutti gli anni la solita storiella dell’annata migliore di sempre“.

“Ci sono giornalisti con proprietà chiaroveggenti – ha denunciato Valentini – che sembrano predire l’esito di una vendemmia due o tre mesi prima che venga portata a termine. Nella vita ci sono priorità e l’utile non è solo quello economico. Abbiamo il dovere di informare l’opinione pubblica su quello che sta accadendo, in modo che si possano prendere provvedimenti“.

Sempre secondo Valentini, il danno riguarderebbe direttamente solo le piccole imprese vitivinicole. “Riuscire a gestire i cambiamenti climatici è difficile per noi, cerchiamo piuttosto di assecondare quello che accade, anche perché le nostre sono produzioni artigianali ed è fondamentale mantenere il pieno rispetto della materia prima, al contrario delle lavorazioni industriali che interferiscono con la materia prima. Riuscirci è sempre più difficile e sempre più improbabile e, alla lunga, non sappiamo come andrà a finire”.

“Nella lavorazione industriale – ha evidenziato Valentini – si riesce a sopperire a maturazioni che non sono complete, in un modo o nell’altro. Nella lavorazione artigianale questo non può avvenire”. Insomma, per Valentini la vendemmia 2015 sarà sì straordinaria. Ma solo per gli enologi delle grandi cantine.

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