Se il petrolio avesse le bolle (fini) sarebbe Pinot Nero. E l’Oltrepò pavese l’Arabia Saudita del Metodo classico italiano, coi suoi 3 mila ettari da trivellare. Lo sa bene Gabriele Moratti, figlio di Gian Marco e Letizia, a capo della holding Stella Wines. È grazie al rampollo della Saras che la cantina boutique Castello di Cigognola – dal nome del maniero acquistato dai Moratti nel 1982, con annessi 36 ettari di terreni, di cui 28 vitati – vuol tornare oggi a dire la sua, nel mondo degli Champenoise italiani.
“L’aspirazione – chiarisce il Ceo di Stella Wines, Gian Matteo Baldi – è competere a livello internazionale nel mondo del Metodo classico, partendo dalla consapevolezza di trovarci in un territorio particolarmente vocato, come l’Oltrepò pavese. Del resto, il dominio assoluto dello Champagne è un retaggio del passato. E, a nostro avviso, l’Italia non si è ancora espressa al massimo del suo potenziale”. È di poche parole, invece, Gabriele Moratti.
“Quasi astemio” ma col senso del buono, ammette di aver fatto sua quella massima di Confucio che dice: “Se sei la persona più intelligente della stanza, sei nella stanza sbagliata”. Per questo, per il rilancio di Cigognola, ha voluto al suo fianco Gian Matteo Baldi, ex Terra Moretti. Nessun bisogno di traslocare dalla stanza con vista Oltrepò, per lanciare la sfida di Cigognola al Metodo classico internazionale.
Tre le etichette presentate all’ora di pranzo, in centro a Milano, allo Spazio Niko Romito di Galleria Vittorio Emanuele II, vista Duomo. Si tratta della Moratti Cuvée dell’AngeloPas Dosé 2012, della Moratti Cuvée ‘More Pas Dosé S.A. e della Moratti Cuvée ‘More Brut S.A.
Un triangolo di Oltrepò pavese Docg Metodo classico Blanc de Noirs – dunque Pinot nero vinificato in bianco – messi a confronto alla cieca con due Champagne (L’Ouverture di Frederic Savart e L’Audace di Pierre Garbais) e uno Sparkling Wine inglese (la Classic Cuvée di Nyetimber).
Una batteria da 6 nella quale gli spumanti di Castello di Cigognola hanno fatto un’ottima figura. Su tutti spicca la performance della Cuvée dell’Angelo 2012: sboccata di recente, ancora un po’ spigolosa, ma nettamente in grado di far comprendere le straordinarie potenzialità del Pinot Nero dell’Oltrepò.
“Rispetto a territori come la Champagne, che stanno pagando pegno dal punto di vista dei cambiamenti climatici – commenta Gian Matteo Baldi – nel pavese abbiamo il vantaggio di una arrivare a una perfetta maturazione fenolica, fondamentale per un Metodo classico di qualità”. Le scelte, in cantina, sono state drastiche.
“L’enologo Riccardo Cotarella – spiega Baldi a WineMag.it – ha seguito per qualche anno l’azienda ma ha preferito non far parte di un progetto dove le responsabilità fossero condivise fra tante persone, come deciso da Gabriele Moratti quando ha preso il timone di Castello di Cigognola”.
Una vera e propria “svolta generazionale” – per dirla con Baldi – che non ha però coinvolto l’enologo storico della maison oltrepadana, Emilio De Filippi, rimasto di fatto al suo posto.
E che, anzi, ha portato in Oltrepò un personaggio di grande rilievo per il Pinot Nero italiano: Federico Staderini, primo direttore di Ornellaia e deus ex machina di Podere Santa Felicita, cantina incentrata proprio sul Noir, sulle colline di Arezzo (“Cuna” è l’etichetta da assaggiare).
“Il concetto nuovo, nell’ambito della gestione delle risorse del personale – spiega ancora Gian Matteo Baldi – è quello di unire figure di grande esperienza ad altre più giovani, che cresceranno in azienda, senza più parlare di un enologo che rappresenti totalmente lo stile”.
Staderini, non a caso, segue solo il progetto di Castello di Cigognola legato al Pinot Nero vinificato in rosso. “Una persona di grande esperienza – commenta il Ceo di Stella Wines – che può essere di grande supporto ai nostri ragazzi. Troveremo magari anche qualcuno che possa affiancare De Filippi nel progetto legato al Metodo Classico. Abbiamo abbandonato l’idea di un enologo totalizzante“.
Altro nodo da sciogliere, in un territorio frammentato come l’Oltrepò pavese, è quello dell’adesione al Consorzio di Tutela. “Preferirei un no comment – risponde Baldi, interrogato sull’argomento da WineMag.it – ma se devo dire la mia, l’idea è che per tirare il fuori il talento, in questo territorio, ci sia bisogno di un grande lavoro”.
“La mia impressione è che in Italia l’individualismo sia ancora un elemento trainante – continua il Ceo di Cigognola – ma se ognuno si impegna a ottenere grandi risultati, con grande determinazione, ritrovandosi con quattro o cinque che condividono gli stessi obiettivi, le stesse spese e le stesse opportunità, è anche più facile”.
Castello di Cigognola verso un Club modello Corpinnat nell’area del Cava, accanto ad aziende come Monsupello o Conte Vistarino? Ipotesi che, al momento, pur senza conferme ufficiali, pare convincere la dirigenza.
“Con le due aziende citate abbiamo certamente parlato – conferma Baldi a WineMag.it – trovandoci molto allineati. Del resto, un Consorzio deve inglobare gli interessi di tante parti. Tra produttori simili è più facile trovare una comunità d’intenti”. Quel che è certo è che l’Oltrepò della qualità, da oggi, ha una nuova cantina protagonista.
Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, tra carta stampata e online, dirigo winemag.it. Collaboro inoltre come corrispondente per una delle testate internazionali più autorevoli del settore, in lingua inglese. Edito con cadenza annuale la “Guida Top 100 Migliori vini italiani” e partecipo come giurato ai più importanti concorsi enologici internazionali. Oltre alle piazze tradizionali, studio con grande curiosità i mercati emergenti, seguendone dinamiche, trend ed evoluzioni. Negli anni ho maturato una particolare esperienza nei vini dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa, tanto da aver curato la selezione vini per un importatore leader in Italia. Nel 2024 mi è stato assegnato un premio nazionale di giornalismo enogastronomico.
TORRAZZA COSTE – Si può uscire da un confronto come pugili suonati. Ma aver vinto lo stesso. Il Pinot Nero Riserva 2016 “Noir 110 La Genisia” di Torrevilla esce con le ossa rotte dal ring su cui ha deciso di salire con i pari varietà e pari annata provenienti da Nuova Zelanda, Borgogna e Alto Adige.
Ma la notizia della “Pinot Nero Challenge“, andata in scena ieri a Torrazza Coste (PV), sta fuori dal calice. Ed è la decisione stessa della cooperativa di confrontarsi col mondo, a casa propria, a pochi mesi dall’avvio di un progetto di valorizzazione dei migliori appezzamenti di Pinot Nero dei soci.
Venticinque quelli che hanno scelto di seguire la strada indicata dal presidente di Torrevilla, Massimo Barbieri, dal direttore Gabriele Picchi e dal professor Leonardo Valenti, consulente della cantina per la parte agronomica ed enologica. Tutto tranne che superbia, dunque.
Anzi, un grande atto di coraggio, che ha spinto la dirigenza a chiamare a Torrazza Coste la stampa di settore, per giudicare – rigorosamente alla cieca – 6 campioni di Pinot Noir. Nessuna indicazione prima di scoprire le bottiglie. Se non che, tra quei 6 calici, poteva celarsi almeno un’etichetta di Torrevilla.
Il Pinot Noir Riserva 110 La Genisia di Torrevilla è il numero quattro: costa 10 euro più Iva. All’uno il Pinot Noir di Greywacke (Marlborough, Nuova Zelanda, 15-18 euro). Al due il Santenay Charmes Aoc del Domaine Roger Belland (Borgogna, Francia, 25-30 euro).
Al numero tre il Blauburgunder Pinot Nero di Falkenstein (Alto Adige, 15 euro). Chiudono la batteria, dopo il campione oltrepadano, il Bourgogne Hautes-Côtes de Nuits “Les Dames Huguettes” e il Chambolle Musigny “Le Village” di Domaine Bertagna, Borgogna (rispettivamente in vendita a circa 25 e 50 euro, sempre Iva esclusa).
WineMag.it individua il campione oltrepadano alla cieca e giudica il numero 6 quale migliore della batteria. La verità è che nessuno dei campioni spicca sull’altro in maniera davvero marcata. Ma paiono comunque più centrati, rispettosi del varietale del Pinot Nero e soprattutto equilibrati del Noir pavese.
Dell’etichetta di Torrevilla non convincono la pulizia del frutto e la mancanza di una complessiva armonia. All’analisi olfattiva, l’oltrepadano è il più rustico. Una vena “selvatica” sotterra le pur presenti note di frutta (un po’ troppo) matura: frutto di bosco, mora, amarena.
La corrispondenza gusto olfattiva sottolinea tale disarmonia. Il tannino, sabbioso, non aiuta. La percezione glicerica, data dall’alcol, non rimedia del tutto all’amarezza finale. Elemento non di secondo piano è il colore: il Pinot Nero dell’Oltrepò pavese è il più carico di tutta la batteria.
“Abbiamo voluto coinvolgere la stampa di settore in questo particolare tasting che mette a nudo la situazione attuale di Torrevilla rispetto al Pinot Nero vinificato in rosso – commenta il presidente Massimo Barbieri – pur sapendo di non essere assolutamente ‘arrivati’, bensì nel mezzo del cammino“.
“Si tratta di un percorso rischioso per la nostra azienda – continua il numero uno di Torrevilla – dal momento che la scelta della cantina è quella di continuare a retribuire come un tempo le uve dei 25 soci interessati dal progetto qualità, pur avendo ridotto drasticamente le rese”.
Come riferisce lo stesso Barbieri, i prezzi si aggirano attorno agli 85 euro al quintale. Circa 25 euro in più della media, utili a equiparare le uve da Pinot Nero vinificato in rosso, destinate alla Riserva “101 La Genisia”, a quelle – solitamente più pagate – utili al Metodo classico Docg, vinificate in bianco.
“Cifre che incrementeremo se il Pinot Nero dell’Oltrepò pavese vinificato in rosso sarà meglio posizionato sul mercato e riconosciuto dai consumatori”, sottolinea il direttore di Torrevilla, Gabriele Picchi. “Nella mia testa ho in mente un modello – continua – che è il Pinot Nero 2015 ‘Bertone’ di Conte Vistarino“.
“Un vino che ha tutto – conclude Picchi – per la cui produzione è necessaria un’esperienza che, al momento, Torrevilla non è ancora in grado di esprimere, dalla vigna alla cantina. Le potenzialità di crescita sono molte e crediamo sia giusto procedere a piccoli passi, nel segno della responsabilità verso i nostri soci”.
È un dato di fatto, tuttavia, che la cooperativa oltrepadana abbia messo il piede sull’acceleratore dell’Horeca. All’interno del progetto qualità è stata inserita la figura di Alessandro Ferringo, cui spetta il compito di assottigliare il gap con la Gdo.
Ad oggi il rapporto tra i mercati della cantina si assesta sul 70-30%, in favore della Grande distribuzione organizzata. Ruolo centrale quello della Riserva “101 La Genisia”, passata dalle 2.500 bottiglie della vendemmia 2016 (in degustazione alla “Pinot Nero Challenge”) e le 30 mila della vendemmia 2019, tuttora in affinamento in legno.
Torrevilla continua al contempo a investire nella Gdo, tentando di migliorare il posizionamento grazie all’introduzione di una nuova referenza. Si tratta del Pinot Nero dell’Oltrepò pavese Dop 2018 “Turché”, reperibile nei supermercati Gulliver.
Un “Noir” – questo sì – davvero centrato, in vendita a 6,90 euro. Il passaggio in legno di una parte della massa lo rende gastronomico e adatto alle necessità dei consumatori in cerca di etichette dall’ottimo rapporto qualità prezzo, al supermercato.
Prosegue a ritmo serrato anche la riqualificazione della cantina di Codevilla, di proprietà di Torrevilla. “Entro fine novembre – precisa Barbieri – inizieranno i lavori per la realizzazione dell’area di stoccaggio del Metodo classico: 600 metri quadrati da coibentare e isolare, dopo l’abbattimento delle attuali vasche di cemento”.
Seguirà l’ampliamento della bottega e la realizzazione di una spettacolare sala di degustazione, al piano superiore della cantina. Fiore all’occhiello sarà l’ampia terrazza. Un investimento da oltre un milione di euro, in parte finanziato dal Programma di Sviluppo Rurale (Psr).
Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, tra carta stampata e online, dirigo winemag.it. Collaboro inoltre come corrispondente per una delle testate internazionali più autorevoli del settore, in lingua inglese. Edito con cadenza annuale la “Guida Top 100 Migliori vini italiani” e partecipo come giurato ai più importanti concorsi enologici internazionali. Oltre alle piazze tradizionali, studio con grande curiosità i mercati emergenti, seguendone dinamiche, trend ed evoluzioni. Negli anni ho maturato una particolare esperienza nei vini dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa, tanto da aver curato la selezione vini per un importatore leader in Italia. Nel 2024 mi è stato assegnato un premio nazionale di giornalismo enogastronomico.
BRONI – Cinque incroci “resistenti” di Pinot Nero e due di Pinot Bianco, per vincere la sfida dei cambiamenti climatici e trovare alternative al “biologico”. Queste le direttrici lungo cui si muove il “progetto Piwi” di Terre d’Oltrepò, cooperativa dell’Oltrepò pavese che raggruppa circa 700 viticoltori, per oltre 4 mila ettari di vigneto.
Le barbatelle sono state messe a dimora la scorsa primavera, in un terreno di circa mille metri quadrati di proprietà di uno dei conferitori, a Borgoratto Mormorolo (PV). Si tratta dei Pinot Bianco “109-033 SK-00-1/7 x Pinot blanc” e “109-052 SK-00-1/7 x Pinot blanc” e dei Pinot Nero “156-1017 Pinot noir x 99-1-48”, “156-869 Pinot noir x 99-1-48”, “156-680 Pinot nero x 99-1-48”, “156-537 Pinot noir x 99-1-48” e “156-312 Pinot noir x 99-1-48”.
Il campo sperimentale è gestito dallo staff agronomico di Terre, in collaborazione con i vivai Rauscedo e l’Università di Udine, con la supervisione del professor Osvaldo Failla, direttore del Dipartimento di Scienze Agrarie e Ambientali dell’Università degli Studi di Milano.
“Si tratta dell’inizio di un percorso che ci consentirà di valutare la risposta, nel nostro territorio, di questi incroci resistenti alle malattie fungine – spiega Andrea Giorgi, presidente di Terre – altrimenti noti come Piwi. La risposta a peronospora e oidio è stata eccellente, solo con un paio di trattamenti”. La fase due sta per entrare nel pieno.
Procederemo a delle micro vinificazioni delle uve dei singoli incroci di Pinot Nero e Pinot Bianco, per comprenderne le caratteristiche e selezionare quelli che ci danno i risultati migliori”.
Dopo le variazioni dei protocolli di vigna e di cantina apportate dall’avvento dell’enologo Riccardo Cotarella, Terre d’Oltrepò si candida dunque ad apripista dei Piwi – questa la sigla con cui vengono indicati i “vitigni resistenti” – nel territorio che la vede protagonista, con quasi un terzo dei 13.500 ettari di vigneto oltrepadano.
Gli incroci di Pinot Nero e di Pinot Bianco potrebbero però riservare delle sorprese. “Ho assaggiato diversi vini prodotti con i Piwi – avverte Giorgi – e mi sono reso conto che i risultati sono molto differenti da quelli delle varietà tradizionali”.
Non sappiamo ancora cosa salterà fuori da questo progetto, ma l’impressione è che si tratti di qualcosa di diverso da quello a cui siamo abituati: non sarà il solito Pinot nero, per intenderci”. E allora perché investirci?
“Si sta un po’ perdendo la trebisonda sul tema del biologico – risponde il presidente di Terre d’Oltrepò – si parla molto dei cambiamenti climatici, del caldo, dei vigneti che si sposteranno sempre più a nord e in altezza, ma ci si dimentica che il clima è solo una delle componenti del terroir e dell’ecosistema delle vigne”.
“Se noi ci spostiamo troppo in alto, e penso in particolare ad alcune zone dell’Oltrepò pavese, troveremo sì temperature più fresche, ma non certo gli stessi terreni, adatti alla singola varietà”, ammonisce Giorgi.
Gli investimenti sui Piwi di Terre hanno anche una ragione economica. “Un singolo trattamento per un’avversità – evidenzia il numero uno della cooperativa – vale per i nostri soci 500 mila euro. Soldi che con le varietà resistenti è possibile risparmiare”.
“Sulla scorta di queste considerazioni – spiega ancora Andrea Giorgi – ci siamo mossi a 360 gradi. Da un lato per far capire ai viticoltori che si può produrre qualitativamente bene anche impiegando meno fitofarmaci e dall’altro investendo in questi incroci di Pinot Nero e Pinot Bianco”.
“Il vero problema di Terre d’Oltrepò – chiosa il presidente Giorgi – è che diversi soci soci sono stati guidati male nelle scelte delle varietà da piantare nei loro terreni, seguendo il mercato più che la vocazionalità. Il nostro lavoro consiste oggi nel far loro comprendere che terreno, mercato e obiettivi aziendali sono cardini inscindibili su cui costruire le strategie vincenti del futuro”.
Del resto, Terre d’Oltrepò si sta avvicinando al 100% di mutualità prevalente. La cooperativa, negli ultimi anni, ha dunque scelto di acquistare uve e vino solo dai propri soci, senza ricorrere al mercato, spesso segnato dalle speculazioni dei broker.
Unica eccezione nel 2017. “In quell’anno siamo stati l’azienda che ha denunciato più danni in Oltrepò a causa delle gelate – commenta Andrea Giorgi – forse perché gli altri sono stati più fortunati… Quell’anno la mutualità fu all’85%. Un bel traguardo essere arrivati in questo 2019 a sfiorare il 100%, anche se commercialmente avremmo guadagnato molto di più acquistando vini sul mercato”.
Il progetto sui Piwi non esclude comunque investimenti sul fronte del bio, che vede ancora una volta i soci di Terre protagonisti. A confermarlo è sempre il presidente Andrea Giorgi: “Abbiamo diversi viticoltori associati in conversione e una trentina già certificati bio, con i quali è iniziato un percorso per la produzione di due etichette”.
Si tratta di un bianco e di un rosso “Terre d’Oltrepò bio“, che in fase sperimentale saranno commercializzati esclusivamente all’interno del punto vendita aziendale. “Partiamo con i piedi di piombo – spiega Giorgi – in relazione a quello che riusciremo a vinificare e alla qualità delle uve che arriveranno in cantina, di vendemmia in vendemmia”.
Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, tra carta stampata e online, dirigo winemag.it. Collaboro inoltre come corrispondente per una delle testate internazionali più autorevoli del settore, in lingua inglese. Edito con cadenza annuale la “Guida Top 100 Migliori vini italiani” e partecipo come giurato ai più importanti concorsi enologici internazionali. Oltre alle piazze tradizionali, studio con grande curiosità i mercati emergenti, seguendone dinamiche, trend ed evoluzioni. Negli anni ho maturato una particolare esperienza nei vini dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa, tanto da aver curato la selezione vini per un importatore leader in Italia. Nel 2024 mi è stato assegnato un premio nazionale di giornalismo enogastronomico.
VALDOBBIADENE – Rette basse e decine di attività per i bambini, grazie ai proventi del vigneto di Prosecco e Pinot Nero. Succede a Valdobbiadene, nel cuore delle colline patrimonio Unesco. Sono più di 2 gli ettari vitati gestiti dalla Fondazione Asilosanvito “Istituto Geronazzo Dalla Longa” di via Sotto il Mur di Brolo, 12.
Le uve, conferite alla Cantina Produttori di Valdobbiadene, rendono circa 50 mila euro lordi a vendemmia. Denaro che viene reinvestito nei progetti extra curricolari per i piccoli studenti della Scuola dell’infanzia (3-6 anni), come la psicomotricità e l’acquaticità. Ne risentono positivamente anche le rette scolastiche, rimaste negli anni invariate.
Il vero vantaggio è che questa liquidità consente alla Fondazione di evitare di andare in rosso in attesa dell’arrivo dei contributi pubblici, come avviene a tanti asili italiani”, spiega l’ex presidente della provincia di Treviso Giacomo Dalla Longa, residente proprio a Valdobbiadene, dove è stato sindaco, assessore e consigliere.
“La vendita dell’uva del vigneto crea un vero e proprio surplus, utile a liberarsi del peso di eventuali interessi bancari” conclude Dalla Longa. I proventi del vigneto hanno persino finanziato la costruzione del “Centro Turra“, uno spazio di aggregazione annesso all’asilo e gestito da volontari del paese alle porte di Treviso.
LA STORIA
Ed è un anno importante, il 2019, per l’Asilosanvito di Valdobbiadene. Lo scorso 21 gennaio, la Fondazione ha festeggiato il 70° anniversario dalla costituzione della scuola per l’infanzia, che oggi conta oltre 100 bambini.
Una storia legata sin dagli esordi al vigneto di Prosecco, mentre quello di Pinot Nero – impiantato in zona Settolo alto, non lontano dal punto raggiunto dagli alpini dopo aver passato il Piave, durante la battaglia di Vittorio Veneto – è più recente.
Tutto comincia nel 1949, quando viene aperto l'”Ente morale Asilo infantile Sorelle Geronazzo e Dalla Longa”. Alla morte di Giovanna Geronazzo e Antonia Dalla Longa, due donne residenti nella frazione San Vito di Valdobbiadene, si scopre che i testamenti risultano identici.
Entrambe avevano deciso di lasciare alla Curia tutti i loro beni. Tra questi, diversi terreni edificabili e un vigneto di Glera, l’uva utile alla produzione del Prosecco, di oltre un ettaro. Al parroco del paese, don Giovanni Turra, il compito di dare un senso al lascito, tramite la Curia di Padova.
Sui testamenti, infatti, viene espressa la volontà che la parrocchia realizzi un asilo a San Vito di Valdobbiadene, gratuito per i bambini poveri. Nasce così l’Ipab (Istituto Pubblico di Assistenza e Beneficenza) che nel 2010 si evolve in ente privato attraverso la Fondazione Asilosanvito. I beni possono essere così gestiti e fatti fruttare.
Dall’anno successivo, le uve iniziano ad essere conferite alla cooperativa locale, la Cantina Produttori di Valdobbiadene. La Glera da Prosecco, nell’areale della Docg, viene pagata bene. Le rese più alte rispetto ad oggi e la realizzazione di un nuovo impianto di Pinot Nero fanno il resto: l’asilo funziona sempre meglio, grazie all’uva.
Si passa infatti dai 2 mila euro all’anno percepiti dall’affitto del vigneto a cifre che sfiorano i 50 mila euro lordi, derivanti dalla vendita diretta alla cantina sociale, tramite l’azienda agricola Prà Longhi, appositamente costituita.
Oggi la Fondazione Asilosanvito è presieduta da Matteo Meneghello, designato dal vescovo di Padova. Alla maestra Alessandra Bolese il coordinamento scolastico. Ai bambini un futuro certamente roseo. Perché rosé – in area Docg – non si può fare. Per ora.
Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, tra carta stampata e online, dirigo winemag.it. Collaboro inoltre come corrispondente per una delle testate internazionali più autorevoli del settore, in lingua inglese. Edito con cadenza annuale la “Guida Top 100 Migliori vini italiani” e partecipo come giurato ai più importanti concorsi enologici internazionali. Oltre alle piazze tradizionali, studio con grande curiosità i mercati emergenti, seguendone dinamiche, trend ed evoluzioni. Negli anni ho maturato una particolare esperienza nei vini dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa, tanto da aver curato la selezione vini per un importatore leader in Italia. Nel 2024 mi è stato assegnato un premio nazionale di giornalismo enogastronomico.
EDITORIALE – Ci ha girato attorno per anni, come un’ape che si fa distrarre da tante suggestioni, prima di posarsi sul fiore più bello del reame. Riccardo Cotarella, grazie al “Progetto qualità” di Terre d’Oltrepò, potrà finalmente misurarsi con lo Spumante Metodo classicoDocg base Pinot Nero.
Un’uva che il noto enologo umbro conosce molto bene, per via delle sue esperienze in Piemonte (Colombo Cascina Pastori) ma soprattutto in Campania (sarà strepitoso l’Igt Paestum Rosso 2015 “Pino di Stio” di San Salvatore 1988, ancora in affinamento in cantina), oltre che “in casa”, a Falesco: il vigneto per la produzione del Brut Rosé di famiglia è situato a 450 metri sul livello del mare, nella Tenuta di Montecchio (Terni).
Il Metodo classico da Pinot Nero è il “vino simbolo” dell’Oltrepò pavese. Quello che mette d’accordo tutti, dentro e fuori da un Consorzio che, negli anni, ha perso pezzi da novanta e oggi cerca di ricomporre il puzzle. A gocce di Super Attak.
Già, perché il Pinot Noir spumantizzato “alla francese”, come lo Champagne, è l’emblema della massima qualità esprimibile dalle colline oltrepadane. Terre del vino italiano tanto straordinarie quanto sottovalutate, che hanno contribuito a far grande la Franciacorta e le zone spumantistiche del Piemonte (per informazioni citofonare ad occhi chiusi “Berlucchi”, “Martini” o “Gancia”).
Ancora oggi, dall’Oltrepò pavese partono cisterne di Pinot Nero che diventano “Veneto”, “Trentino”, “Alto Adige” e così via. Come per magia. E sarà forse proprio questo il limite eterno dei pavesi, troppo poco innamorati della propria terra e schiavi del portafoglio per dire, fermamente e in massa: “No, grazie. Questo lo vinifico io e non sarà un Vsq“.
Ancora una volta, però, il re degli enologi italiani ha scelto la strada più lunga, in un gioco all’attesa che pare compiacere il drammaturgo tedesco Gotthold Ephraim Lessing, quello de “L’attesa del piacere è essa stessa il piacere” (Minna von Barnhelm, atto IV, scena VI).
LA SVOLTA
Il primo vino di Cotarella in Oltrepò pavese, come anticipato ieri da WineMag.it, sarà un Pinot Nero fermo e non la versione spumante Metodo classico. Un’etichetta, quella firmata dal noto enologo per Terre d’Oltrepò, che si andrà ad affiancare a quella di un bianco, sempre fermo. Base Riesling renano.
Ma c’è già chi storce il naso, perché non è stata scelta – per esempio – la Croatina, neppure citata da Cotarella tra le varietà sulle quali ha intenzioni di lavorare, dalle parti di Pavia. Altri affidano lo scetticismo alla figura stessa di Cotarella, senza pensare a quanto il numero uno di Assoenologi possa – con una “semplice” consulenza – portare attenzione positiva su tutto l’Oltrepò.
Roba che uno come Gerry Scotti, assoldato da una singola cantina e per quella all’opera (promozionale) addirittura durante le trasmissioni Mediaset, può scordarsi. Eh, già. L’Oltrepò ha bisogno di dieci, cento, mille Cotarella e di meno showman dalla lacrima facile, per rilanciarsi (che dico “Ri”? Per “lanciarsi” e basta, che una reale affermazione mai c’è stata) in Italia in primis e nel mondo poi, come territorio italiano del vino di qualità.
L’Oltrepò, come sostiene da anni quell’eremita e visionaria (ma sempre meno sola) di Ottavia Vistarino, ha bisogno di tecnici di cantina che abbiano visto oltre al proprio naso. Di consulenti esterni. Di gente con le palle, insomma. Che sappia trasformare in oro il grande patrimonio ampelografico che l’Oltrepò pavese è in grado di offrire.
Altrimenti la zona resterà in eterno un vigneto vocatissimo, vasto 13.500 ettari, fino alla prova contraria dell’ingresso delle uve in cantina. Avete mai provato a mettere in fila i Pinot nero vinificati in rosso dell’Oltrepò? Quanti difetti? Quante “puzzette”? Quanti sbagli evitabili, senza stravolgere con la chimica il vino?
L’auspicio, allora, è che Cotarella porti il vento della professionalità in Oltrepò pavese, intesa come desiderio di apertura mentale e confronto, oltre i confini provinciali. Solo così si conquista Milano. L’Italia. L’Europa. Il mondo.
Ed è bello che, al fianco del famoso enologo, ci sia oggi un’altra figura nuova, che arriva in Oltrepò da una zona di successo come il Lago di Garda del fenomeno Lugana: parlo del (futuro) neo direttore del Consorzio di Tutela Vini, Carlo Veronese. Destini che si incrociano al momento giusto. Speriamo anche nel posto giusto. Auguri a entrambi. Cin, cin.
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BRONI – Saranno un Pinot nero e un Riesling renano i primi vini di Riccardo Cotarella in Oltrepò pavese. Il “Progetto qualità” della cantina Terre d’Oltrepò di Broni, che vede il noto enologo nel ruolo di consulente, prende il via dai due vitigni che, in quest’angolo di Lombardia, hanno trovato un habitat ideale.
In totale, al “Progetto Qualità” sono dedicati ad oggi circa 100 ettari di superficie, gestiti da 50 soci della Cooperativa oltrepadana. Sulle viti, in vista della vendemmia 2019, è stato eseguito un importante lavoro di diradamento. Un’operazione propedeutica alla valorizzazione degli aspetti varietali delle uve.
Ieri il sopralluogo di Riccardo Cotarella in alcune vigne di Montalto Pavese e Corvino San Quirico. “I viticoltori che hanno aderito al ‘Progetto qualità’ – sottolinea il consulente di Terre d’Oltrepò – stanno dimostrando particolare dedizione, perché comprendono benissimo la finalità, consapevoli che gli apparenti sacrifici porteranno soltanto dei vantaggi”.
“L’operazione è impegnativa – aggiunge Cotarella – ma di certo ricca di soddisfazioni. Naturalmente per i produttori, più che per noi. Noi siamo uno dei mezzi per far sì che queste soddisfazioni arrivino, sul piano morale come su quello economico”.
Il “Progetto qualità” sarà poi esteso ad altre aree e ad altre varietà di uva. “Non verranno tralasciati il Pinot Nero per le basi spumante – annuncia Riccardo Cotarella – il Riesling Italico e ovviamente la Barbera, oltre a tutte le altre varietà che possono contribuire alla produzione di grandi vini. L’intenzione è quella di muoversi a 360 gradi”.
Non mancano gli elogi a un territorio che fatica a imporsi sul mercato. “L’Oltrepò Pavese – evidenzia Cotarella – è un territorio bellissimo, ricco di potenzialità, ma ancora non al massimo della sua espressione. Speriamo di vedere presto fiorire i risultati di questo nostro lavoro e di questo nostro entusiasmo”.
LA VENDEMMIA 2019
Soddisfatto il presidente di Terre d’Oltrepò, Andrea Giorgi (a destra, nella foto): “Posso dire che per la nostra azienda è in atto un vero e proprio cambio di passo. Terre d’Oltrepò è realtà simbolo del territorio e lo sta dimostrando, in modo tangibile, attraverso un percorso con cui confidiamo di dare ai nostri soci buoni frutti e una giusta remunerazione“.
Confermate anche le stime Coldiretti riguardanti un calo delle quantità per la vendemmia 2019, tra i vigneti della Lombardia. “Stimiamo un calo di circa il 30% a confronto con il 2018 – precisa Giorgi – ma la qualità delle uve, in compenso, è decisamente buona. A brevissimo inizieremo con la raccolta per le basi spumante, partendo domani dalle zone di Santa Maria della Versa e Broni, mentre lunedì sarà avviata la vendemmia a Casteggio“.
Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, tra carta stampata e online, dirigo winemag.it. Collaboro inoltre come corrispondente per una delle testate internazionali più autorevoli del settore, in lingua inglese. Edito con cadenza annuale la “Guida Top 100 Migliori vini italiani” e partecipo come giurato ai più importanti concorsi enologici internazionali. Oltre alle piazze tradizionali, studio con grande curiosità i mercati emergenti, seguendone dinamiche, trend ed evoluzioni. Negli anni ho maturato una particolare esperienza nei vini dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa, tanto da aver curato la selezione vini per un importatore leader in Italia. Nel 2024 mi è stato assegnato un premio nazionale di giornalismo enogastronomico.
(5 / 5) La dedizione spumantistica della Franciacorta è ben nota a tutti. Proprio in questo areale, più precisamente a Cologne (BS) sul versante sud di Monte Orfano, nasce nel 2003 Quadra. Venti ettari coltivati prevalentemente a Chardonnay, ma con quote interessanti anche di Pinot Nero e Pinot Bianco. Oggi sotto la lente di ingrandimento di Vinialsuper il “biglietto da visita” di Quadra: QBlack Brut, sboccatura 2019.
LA DEGUSTAZIONE
Giallo paglierino brillante. Perlage fine e vigoroso. Frutta gialla, pesca e albicocca, ed una piacevole nota esotica. Leggero sentore di fieno che ben sposa la tipica nota di “crosta di pane” che qui ricorda la classica “michetta” milanese.
Di buona struttura in bocca è dotato da una viva spinta acida citrina cui fa da contraltare una bella sapidità. Acidità e sapidità che si sposano e compensano vicendevolmente donando un ottimo equilibrio.
Sorso cremoso e di discreta persistenza. Un calice che può uscire dal solo contesto dell’aperitivo per accompagnare piacevolmente primi piatti, secondi di pesce e carni bianche.
LA VINIFICAZIONE
Tre i vitigni utilizzati da Quadra per produrre QBlack Brut: Chardonnay (circa 70-80%), Pinot Nero (circa 15%) e Pinot Bianco (circa 5-15%) con percentuali variabili a seconda della annata/cuvée.
Raccolta manuale e pressatura soffice i vini basi affinano per l’88& in acciaio inox, il restante 12% in barrique. Minimo 40 mesi di affinamento in bottiglia e dosaggio di 5 g/l per una produzione di circa 75 mila bottiglie anno.
Prezzo pieno: 16,99 euro
Acquistabile presso: Auchan
Winemag.it, wine magazine italiano incentrato su wine news e recensioni, è una testata registrata in Tribunale, con base a Milano. Un quotidiano online sempre aggiornato sulle news e sulle ultime tendenze italiane ed internazionali. La direzione del wine magazine è affidata a Davide Bortone, giornalista, wine critic, giudice di numerosi concorsi internazionali e vincitore di un premio giornalistico nazionale. Winemag edita inoltre con cadenza annuale la Guida Top 100 Migliori vini italiani. Winemag.it è un progetto editoriale indipendente e di elevata reputazione in Italia e in Europa. Puoi sostenerci con una donazione.
MILANO – Un codice etico per tutte le aziende del territorio. Più valore alle uve. E tre “vini bandiera” (più uno), attorno ai quali costruire il nuovo Oltrepò pavese: il Metodo classico Docg, il Pinot Nero in rosso, la “nicchia” Buttafuoco e il “vino pop” Bonarda. Trapelano da Palazzo Lombardia le prime indiscrezioni sui piani utili al rilancio dell’area vinicola più vasta della regione.
Poco meno di 13 mila ettari vitati – più dell’intero Trentino Alto Adige e della Svizzera, per intenderci – situati a soli 57 chilometri da Piazza Duomo, che non possono restare ancora a lungo alla mercé dei commercianti d’uva e degli imbottigliatori.
Regione ed Ersaf intendono puntare sulla valorizzazione del territorio e del terroir, sfruttando gli studi sulla zonazione che, tra la fine degli anni Settanta e il 2010, hanno confermato la “plurale vocazionalità alla produzione di vini di alta qualità”.
“Probabilmente – si legge sul documento su cui stanno lavorando le istituzioni locali – l’importanza sempre più rilevante degli stakeholder commerciali (gli imbottigliatori) sui restanti, senza un adeguato patto territoriale, ha finito per orientare alla riduzione dei valori delle uve e dei vini”.
Circa il 60% delle uve prodotte sono vinificate da 4 cantine sociali (Terre d’Oltrepò, Torrevilla, Canneto e La Versa), mentre sono 150 le aziende private “ben strutturate”, nelle quali è tangibile “il savoir faire locale”, anche grazie a uno “svecchiamento delle imprese avvenuto negli ultimi 15 anni”.
Realtà tra le quali è però evidente uno scollamento totale, che genera – come si legge ancora sul documento – la mancanza di “un quadro unitario”, di “una governance di sistema” e di “standard di eccellenza condivisa“.
UN TERRITORIO IN PERDITA
Risultato? I dati sconcertanti che riguardano i guadagni per i produttori oltrepadani di uve, che “si sono ridotti drasticamente negli anni: “Molti, oggi, già producono in perdita“, ammette il Palazzo.
Secondo i dati in possesso dei tecnici di Regione Lombardia e di Ersaf, “i costi ad ettaro comprensivi degli ammortamenti sono prossimi a 7 mila euro”. A fronte di ricavi stimabili in circa 6 mila euro all’ettaro.
“Anche ammettendo alcune possibili riduzioni dei costi, ad esempio con la vendemmia meccanica, appare evidente il problema di un prezzo delle uve troppo basso“, si può leggere ancora. In Oltrepò la media produttiva è infatti di 120 quintali all’ettaro, pagati mediamente 50 euro al quintale.
Prezzi che assomigliano molto – e in alcuni casi sono addirittura inferiori – a quelli della contrattazione tra privati in territori come la Puglia o la Sicilia. Un aspetto che evidenzia l’assoluta mancanza di responsabilità sociale da parte dei maggiori stakeholder locali, disinteressati al bene delle Denominazioni oltrepadane.
“La mancanza di un accordo per il territorio fra commercianti, vinificatori e viticoltori che favorisce l’instaurarsi di prezzi troppo bassi, non solo per le uve, ma anche per i vini, i quali escono dal territorio perlopiù sfusi. Prezzi molto diversi da quelli cui potrebbe ambire il territorio”, ammettono candidamente Regione Lombardia ed Ersaf.
D’altro canto, sempre secondo l’analisi dei tecnici, “non è percorribile in Oltrepò pavese un modello produttivo aziendale basato su una elevata produttività di uve per ettaro, anche se poco pagate”. “In altre zone ove detto modello ha avuto successo si riescono facilmente a produrre 300 quintali all’ettaro”, contro i 110-160 oltrepadani.
Colpa (o merito, a seconda dei punti di vista) delle caratteristiche morfologiche di un territorio in cui, la quasi totalità della viticoltura, è in pendenza talvolta anche forte. Con la meccanizzazione resa così inapplicabile.
Tra i macro obiettivi delle istituzioni regionali, dunque, “l’individuazione di un percorso di medio/lungo periodo (da 5 a 15 anni) che nel breve non porti ad abbassare ulteriormente i prezzi delle uve/vini; coinvolga tutte le tipologie di aziende e sia inclusivo; sia basato su obiettivi parziali misurati da indicatori specifici”. E tra le azioni possibili ecco che spunta la “creazione e promozione di un marchio territoriale“.
I VINI DA CUI RIPARTIRE. TRA TESTIMONIAL E FICTION
Spazio alle eccellenze, dunque, come quelle rappresentate dal Pinot Nero (Metodo classico o vinificato in rosso) e del Buttafuoco. Ma tra i vini sui cui puntare nell’immediato non può mancare il Bonarda.
O, meglio, una “nuova Bonarda, di alta qualità“, che vedrebbe potenzialmente coinvolti 1.409 cantine, per un volume complessivo di 140.902 ettolitri e quasi 19 milioni di bottiglie da 0,75 cl (18.911.536 per l’esattezza).
Un prodotto che subirebbe, come gli altri, un nuovo posizionamento nei vari settori commerciali (Gdo, Discount, Horeca). Per la cui promozione, capace di coinvolgere tutto il territorio, potrebbe essere individuato “un testimonial famoso che faccia da richiamo”.
Qualcuno come Eugenio Ghiozzi, in arte Gene Gnocchi, osiamo anticipare noi di WineMag.it, senza contare l’ormai scontato (e scontabile) Gerry Scotti, ormai vicino all’auto inflazione per i continui spot tv (non dichiarati) alle proprie etichette di vino oltrepadano in vendita in alcuni supermercati.
Vicino al Club del Buttafuoco Storico e caro a diversi produttori locali, Gnocchi – comico e personaggio tv di orgini parmigiane – ha già condotto il 23°compleanno del “Veliero” a Milano.
La “nuova Bonarda” potrebbe essere poi “vestita con un luogo/marchio unico e riconoscibile”, identificata con “una bottiglia specifica del vino brand unica per tutti i produttori” e promossa anche “in eventi di particolare rilievo e seguito, come eventi sportivi e fiction tv“.
Al vertice assoluto, invece, l’Oltrepò pavese Metodo classico Docg (1.239 produttori che hanno utilizzato la Denominazione, 8.102 ettolitri e 453.131 bottiglie da 0,75), il Pinot Nero dell’Oltrepò (218 cantine, 7.773 ettolitri e 282.625 bottiglie da 0,75 cl) e il Buttafuoco “come prodotto di nicchia e unico”: 150 produttori, 3.751 ettolitri e 375.991 bottiglie da 0,75 cl.
LA VALORIZZAZIONE DEL TERRITORIO
Spazio, nelle mire di Regione ed Ersaf, anche all’elemento territoriale Oltrepò, “che può contare su tanti elementi positivi quali il paesaggio, gli elementi storici e culturali, la posizione non lontana dalle vie di comunicazione” e “l’essere attraversato dal 45° parallelo“.
“Per le azioni sulle singole filiere – riporta il documento ufficiale – occorre attivare servizi di integrazione soprattutto per la valorizzazione dei prodotti enogastronomici, ma anche per le caratteristiche ambientali e storico socio-culturali che sarebbe in grado di generare marcati tratti distintivi dell’Oltrepò”.
Tra le azioni possibili, Regione ed Ersaf citano “fare rete tra aziende, Bed & Breakfast, itinerari turistici”, ma anche la “promozione nei locali di prodotti di territorio” e la “formazione degli operatori con corsi di inglese e accoglienza del cliente, fornendo servizi idonei per la scoperta del territorio come guide per tour”.
Si pensa inoltre alla realizzazione “di un portale di informazioni del territorio altamente innovativo sia come performance tecnologica sia come completezza delle informazioni che traduce in servizi”.
Inoltre alla “valorizzazione del territorio rendendolo attrattivo in base alle peculiarità intrinseche di tranquillità dei luoghi, percorsi trekking, bici e cavallo, terme, parapendio, arrampicata, tour in aziende vitivinicole, cammini religiosi e Via del sale percorribile fino alla Liguria”.
IL NODO DEL CONSORZIO
Il tutto, come previsto dal “codice etico” che dovranno sottoscrivere tutti i produttori, nel “riconoscimento della funzione pubblica e super partes” del Consorzio di Tutela Vini Oltrepò pavese. Un organismo rigenerato dal ricomponimento della frattura con il Distretto di Qualità, ma che ancora non gode della fiducia totale dei produttori.
È il caso del gruppo, sempre più nutrito, guidato da Ottavia Vistarino (Conte Vistarino), col quale è ampiamente avviata la “trattativa” da parte di Regione Lombardia ed Ersaf. La posizione dei “dissidenti” è ferma e chiara.
Dopo tanti anni in cui le cose non hanno funzionato – dichiarava Vistarino in un’intervista esclusiva rilasciata a WineMag.it lo scorso 29 aprile – abbiamo perso la fiducia.
Quindi, prima tutte le parti condividono un progetto da mettere in mano ad un amministratore delegato, che accetti questo ruolo solo dopo aver condiviso con noi i punti focali per la rinascita dell’Oltrepò. E poi rientriamo nel Consorzio, con una nuova governance”.
“Una figura, quella dell’Amministratore delegato – continuava Vistarino – da individuare attraverso una specifica ricerca da parte di qualche cacciatore di teste, da incaricare appositamente. Siamo tutti consapevoli che l’organismo deputato a considerare le sorti del territorio debba rimanere il Consorzio e per questo assicuro che da parte mia non c’è alcuna voglia di creare nuove associazioni o distretti“.
“Piuttosto – concludeva la numero uno di Conte Vistarino – proporremo brand alternativi in cui si riconoscano le aziende di qualità dell’Oltrepò pavese, sul modello di quanto accaduto in Spagna col Cava“. Posizioni ancora attuali a distanza di oltre due mesi. Mentre tutto attorno, l’Oltrepò che crolla, tenta di riaprire le ali in vista della vendemmia 2019.
Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, tra carta stampata e online, dirigo winemag.it. Collaboro inoltre come corrispondente per una delle testate internazionali più autorevoli del settore, in lingua inglese. Edito con cadenza annuale la “Guida Top 100 Migliori vini italiani” e partecipo come giurato ai più importanti concorsi enologici internazionali. Oltre alle piazze tradizionali, studio con grande curiosità i mercati emergenti, seguendone dinamiche, trend ed evoluzioni. Negli anni ho maturato una particolare esperienza nei vini dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa, tanto da aver curato la selezione vini per un importatore leader in Italia. Nel 2024 mi è stato assegnato un premio nazionale di giornalismo enogastronomico.
“È una cultura di dettagli”. Con questa frase Christophe Roumier definì la Borgogna, ma le stesse parole possono descrivere anche un altro territorio: la Valle Isarco. Siamo in Alto Adige (o per meglio dire in SudTirol) lungo quella valle, percorsa per l’appunto dal fiume Isarco, che da Nord a Sud va dal Brennero a Bolzano.
Circa 80 km in tutto. La zona vitivinicola parte più a sud, presso Bressanone, per terminare all’altopiano del Renon sopra Bolzano. Circa 400 ettari vitati. Esposizioni che variano dalla destra alla sinistra orografica della valle a seconda dell’andamento della stessa.
Conformazioni geologiche che variano dalla fillade quarzifera al porfido quarzifero, al “dioride di Chiusa“, dal pietrisco glaciale ai sedimenti fluviali depositatisi fra le glaciazioni. Grandi escursioni termiche giorno-notte, scarse precipitazioni, molte ore di esposizione solare.
Quota dei vigneti che varia dai 300 ai 970 metri sul livello del mare, dove si coltivano 10 vitigni a bacca bianca (Kerner, Sylvaner, Muller Thurgau, Gewurztraminer, Riesling, Gruner Veltliner, Pinot Grigio, Weissburgunder, Sauvignon, Chardonnay che danno il 90% della produzione) e quattro a bacca rossa (Zweigeilt, Portugieser, Vernatsch/Schiava, Pinot Nero/Blauburgunder).
Diciannove produttori con una media di 1,5 ettari per vitati per azienda agricola. Circa 2.200.000 bottiglie/anno, il 75% commercializzato in Italia, con una media di 31.500 bottiglie a vignaiolo. Questi i numeri.
Questo il perché della “cultura dei dettagli” e del paragone con l’illustre Borgogna. Parliamo di un territorio fatto di equilibrio fra le differenze, dove ogni vitigno torva la sua parcella d’elezione, dove ogni vignaiolo può leggere ed interpretare il suo singolo pezzo di terra nel rispetto del terroir, dove lo stesso vitigno coltivato più a nord o più a sud, più “di qui” o più “di là”, da risultati differenti.
A raccontare questo incredibile mosaico enologico è EisaktalWein, associazione nata del 2015 che raccoglie oltre ai 19 produttori (17 vignaioli più la cooperativa Cantina Valle Isarco e la storica Abbazia di Novacella) anche strutture di accoglienza e promozione per favorire l’interscambio fra i vari attori e far conoscere la realtà “Valle Isarco” al pubblico.
Ed il modo migliore per iniziare ad esplorare una tale complessità è “al calice”. Fermarsi. Sedersi. Chiacchierare con chi quel territorio lo vive e lo conosce. Assaggiarne i vini. Capirne le differenze. In un mondo in cui la comunicazione sempre più passa attraverso canali social fatti di “mordi e fuggi”, di immagini belle ma fugaci che depauperano i contenuti in nome dell’apparire, occorre prendersi il tempo di percorrere idealmente la Eisacktal attraverso la degustazione di vitigni ed areali.
Ecco quindi l’idea di una cena proprio nel cuore della “città social”, Milano. Più di 20 vini a rappresentare “i dettagli” e ad accompagnare le preparazioni dello chef Stefano Caffarri che dall’aperitivo al dolce ha voluto omaggiare il patrimonio gastronomico italiano proprio a dimostrare la grande versatilità dei vini isarchesi.
Prosciutto di Parma, salame di Nero, gnocco fritto, piadina, spuma d’acciughe, mazzancolle, orecchiette allo zola, plin, sgombro, risotto al graukase, sbrisolona.
Giusto per citare alcune delle preparazioni. Ad esse in abbinamento i Sylvaner, i Kerner, i Gruner Veltliner, i Muller Thurgau, i Riesling, i Pinot Grigio, i Sauvignon. Sempre serviti in coppia da due sotto zone diverse, a mostrare caratteri differenti e differente versatilità nel “paring”.
Non ultima la sfida del tempo. Tre vecchie annate presentate. Weissburgunder 2013 di Ebner; la freschezza che non ti aspetti tanto al naso quanto in bocca.
Riesling Praepositus 2013 di Abbazia di Novacella; perfetto equilibrio fra la frutta matura e l’idrocarburo, fra il “nord” teutonico ed “sud” italiano, un calice nel quale lasceresti il naso ab aeterum. Sylvaner 2010 di Cantina Valle Isarco; si signori, un Sylvaner con quasi 10 anni sulle spalle. Complessità di miele e frutta surmatura, fiori secchi e fieno. Perfettamente godibile al sorso. Sfida vinta!
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EGNA – È un po’ come quello della Juventus, da un po’ di anni a questa parte. Un campionato a sé quello che giocano i Pinot Nero dell’Alto Adige col resto d’Italia. È quanto emerge dall’assaggio alla cieca delle 93 etichette che hanno preso parte al 18° Concorso nazionale e alle Giornate del Pinot Nero 2019, andate in scena da sabato a lunedì, tra Egna e Montagna (600 persone presenti in due giorni).
Un risultato, quello scaturito dagli assaggi di WineMag.it, che conferma in gran parte il giudizio della commissione composta prevalentemente da enologi ed esperti altoatesini. “Il concorso – spiega Ines Giovanett, presidente dell’Associazione che coordina i lavori – è aperto a tutti i produttori italiani di questo vitigno, nessuno escluso”.
Per ragioni logistiche – precisa ancora – la commissione di degustatori è composta per lo più da professionisti della zona, ma ogni anno inviamo oltre 200 inviti anche ad enologi ed esperti di tutte le zone potenzialmente interessate a partecipare al Concorso. La speranza è che il parterre del Concorso e delle Giornate del Pinot Nero si allarghi sempre più”.
Oggetto del tasting i Pinot Nero della vendemmia 2016. Quarantasei quelli provenienti dall’Alto Adige, 15 dal Trentino. Gli altri sono giunti da Friuli Venezia Giulia (9), Lombardia (9), Piemonte (5), Valle d’Aosta (2), Toscana (3), Veneto (1), Emilia Romagna (1), Abruzzo (1) e Sicilia (1).
Di seguito quelli che hanno ottenuto un punteggio superiore a 85/100. Otto delle etichette individuate da WineMag alla cieca rientrano anche nella classifica stilata dalla giuria del Concorso, che nel 2019 ha premiato solo etichette dell’Alto Adige e del Trentino (26 in totale, considerando vari pari merito, tra i 90,5 e gli 82/100).
Südtirol Alto Adige Doc Pinot Nero Riserva, Schloss Englar: 90/100
Friuli Colli Orientali Dop “Romain Rodaro”, Rodaro Paolo Winery: 86/100
Toscana Igt Pinot Nero “Cuna”, Cuna di Federico Staderini: 86/100
Toscana Igt Pinot Nero “Villa di Bagnolo”, Marchesi Pancrazi: 86
IL COMMENTO
Risultati che, fuori dal territorio d’elezione del Pinot nero italiano vinificato in rosso, premiano su tutti l’Oltrepò pavese di Tenuta Mazzolino. Una cantina che guarda più a uno stile francese che “sudtirolese” per il proprio “Noir”. Un territorio vocato, l’Oltrepò, dal quale potrebbero arrivare molti altri validi campioni, quest’anno mancanti all’appello.
Buona la media punteggio del Friuli Venezia Giulia, con diversi vini a 85/100. Una conferma della credibilità della Rete d’Impresa Pinot Nero costituita da nove cantine locali. Assieme contano complessivamente 28 ettari di vigneto sui 150 complessivi presenti in Friuli. Con una produzione di 150 mila bottiglie suddivisa per 12 etichette.
Sorprende invece la Toscana, con due vini sopra gli 85/100 su un totale di tre campioni giunti al Concorso nazionale del Pinot Nero 2019. Delude invece il Piemonte, che arriva a sfiorare il podio di WineMag con una sola etichetta, ferma anch’essa a 85/100 (il Langhe Doc Pinot Nero dell’Azienda Agricola Segni di Roddi, in provincia di Cuneo).
Nel corso delle 18 edizioni del Concorso, tredici volte il vincitore è risultato di provenienza altoatesina. Nella maggior parte dei casi le uve erano state prodotte nei vigneti dell’Altopiano di Mazzon, l’area storicamente più vocata al Pinot Nero in Alto Adige. Per due volte sono stati premiati dei vini trentini e in un caso un Pinot Nero della Lombardia e dalla Valle d’Aosta.
IL PINOT NERO IN ALTO ADIGE
I primi impianti di Pinot Nero vengono ufficialmente registrati nel 1840 nelle zone di Bolzano, Merano e Bressanone. Nel corso degli anni, il versante occidentale della Bassa Atesina, alcune colline nell’Oltradige, Appiano Monte in particolare, e alcune micro-zone in Val Venosta si sono dimostrate le più adatte a ospitare il vitigno.
Nel 1960 la superficie vitata a Pinot Nero raggiunge i 190 ettari. Nel 1990 ne vengono mappati 217. La crescita continua fino al Duemila, quando la superficie sale a 263 ettari. Il dato più aggiornato fornito dal Consorzio è di 465 ettari: 447 assoggettati all’Alto Adige Doc e 18 risultanti come Val Venosta Alto Adige Doc.
Il Pinot Nero occupa dunque l’8,72 % della superficie vitata Doc altoatesina totale (5.342 ettari). La maggior parte di questi vigneti sono posizionati nella zona della Bassa Atesina-Oltradige, mentre nei comuni di Egna e Montagna – nei quali ricadono l’Altopiano di Mazzon (nella foto sopra) e la rinomata zona di Gleno – gli ettari vitati a Pinot nero risultano 117.
I rimanenti ettari sono distribuiti tra le porzioni superiori dei versanti a nord della città di Bolzano, le parti elevate del versante orientale della Val d’Adige, la conca di Merano, i Pochi di Salorno a sud e, infine, la Val Venosta.
GLENO, IL CRU IN ASCESA
Gleno (localmente “Glen“), frazione del Comune di Montagna, è il cru del Pinot Nero dell’Alto Adige più in ascesa negli ultimi anni, di fronte all’Altopiano di Mazzon. Si trova sul versante orientale della Val d’Adige.
L’esposizione dei vigneti di Glen (nella foto) è a Sud-Ovest, mentre i vigneti del cru storico di Mazzon hanno esposizione Ovest Nord-Ovest. Una caratteristica che consente di ottenere una produzione di alto livello, nonostante un’altitudine media considerevole (da 420 sino a circa 800 metri sul livello del mare).
Anche a Glen, come nella vicina Mazzon, la posizione dei vigneti a ridosso della montagna Cislon garantisce un’insolazione tardiva nel periodo di maturazione del Pinot nero. Un dettaglio che si traduce nel calice in finezza ed eleganza.
Dal punto di vista geologico il suolo è molto simile a quello di Mazzon con un buon contenuto di argilla, necessaria per garantire la produzione di un Pinot nero completo. Attualmente nella frazione di Glen, delimitata verso valle dal vecchio tracciato della ferrovia, il Pinot nero viene coltivato su una superficie di circa 60 ettari: venti in meno di Mazzon.
Una parte considerevole delle uve prodotte da questi vigneti viene conferita alla Cantina Produttori Termeno, all’Azienda Franz Haas e alla Tenuta Pfitscher, i quali le vinificano insieme a Pinot nero di altre provenienze. Ma la prima cantina a credere in Gleno è stata Castelfeder, dal 1989. Risale a quell’anno il primo Pinot nero Riserva “Burgum Novum”.
Oggi i vigneti di Gleno sono molto richiesti. Il valore di un ettaro di Pinot Nero si aggira tra i 700 e gli 800 mila euro. Costa circa un milione un ettaro a Mazzon, che conserva il primato di “cru dorato” altoatesino.
Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, tra carta stampata e online, dirigo winemag.it. Collaboro inoltre come corrispondente per una delle testate internazionali più autorevoli del settore, in lingua inglese. Edito con cadenza annuale la “Guida Top 100 Migliori vini italiani” e partecipo come giurato ai più importanti concorsi enologici internazionali. Oltre alle piazze tradizionali, studio con grande curiosità i mercati emergenti, seguendone dinamiche, trend ed evoluzioni. Negli anni ho maturato una particolare esperienza nei vini dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa, tanto da aver curato la selezione vini per un importatore leader in Italia. Nel 2024 mi è stato assegnato un premio nazionale di giornalismo enogastronomico.
EGNA – E’ di Cantina di Cornaiano (Girlan), il miglior Pinot Nero d’Italia. Il concorso, che ha riguardato l’annata 2016 del nobile vitigno, ha visto trionfare la Riserva Trattmann con 90,5/100 punti.
Al secondo posto tre cantine a pari merito, con 90/100 punti: Tenuta Kollerhof Mazon con il Pinot Nero Riserva Mazon Aegis, Cantina di Terlano con Pinot Noir Riserva Monticol e Tenuta Stroblhof, con il Pinot Nero Riserva. Medaglia di bronzo per Cantina San Michele Appiano, con il Pinot Noir Riserva Sanct Valentin (89,8/100 punti).
Complessivamente, per la finale si sono qualificate 26 etichette, tutte provenienti dall’Alto Adige e dal Trentino. Sono infatti entrati in finale i Pinot Nero di Cantina di Andriano, Vignaiolo Ferruccio Carlotto, Castelfeder, Tenuta Ebner, Tenuta Haidenhof, Cantina di Caldaro, Tenuta Klosterhof, Cantina Kurtatsch.
E ancora: Manincor, Malojer Gummerhof, Cantina di Merano, Cantina Muri-Gries, Tenuta Pfitscher, Tenuta Pföstl, Cantina Colterenzio, Cantina San Paolo, Tiefenbrunner, Cantina Termeno, Elena Walch oltre ai trentini Bellaveder e Cantina Riva del Garda.
Il Pinot nero Riserva Trattmann Mazzon della Cantina di Cornaiano (Girlan) si afferma dunque per la quarta volta ai vertici del concorso, dopo le performance del triennio 2014, 2015 e 2016. Viene così ribadita l’importanza del “cru” altoatesino dell’Altopiano di Mazzon.
Un’area che sovrasta il Comune di Egna, sulla sinistra idrografica della Val d’Adige. La sapienza e l’esperienza di un enologo di grande sensibilità come Gerhard Kofler permettono a questo vino di esprimersi con costanza ad alti livelli.
“L’annata 2016, insieme alla 2012 – evidenzia Kofler – è stata la migliore degli ultimi anni. Il clima fresco di settembre. La vendemmia di conseguenza ritardata, hanno favorito la presenza di una elegante freschezza anche nel vino”.
LE TESTIMONIANZE
Più in generale, enologi e titolari delle cantine arrivate a un passo dalla vittoria sottolineano “la fondamentale importanza del terroir per un ottimo Pinot nero”. Ne è convinto, tra gli altri, Herbert Visintin, proprietario di Kollerhof Mazon. Certo poi è l’enologo a dover “sapere il fatto suo per trasferire le potenzialità del terroir nel vino”.
Rudi Kofler, enologo di Cantina Terlano, racconta infatti come i vigneti da lui eletti si trovino a Montigl, piccola frazione sopra la località di Settequerce (da cui il nome del vino). Questi filari, e il suolo su cui insistono, danno vita ad un Pinot nero le cui note caratteristiche sono la sapidità e la vivacità del tannino.
Andreas Nicolussi Leck (Stroblhof) e Hans Terzer (San Michele Appiano) concordano sul valore dell’annata: “La migliore degli ultimi anni, perché in grado di trasmettere al vino l’acidità appropriata, la freschezza e moltissimo frutto”. “Certo un millesimo da lasciar maturare in cantina e che varrà la pena aspettare”, avvertono entrambi.
AL VIA LE GIORNATE DEL PINOT NERO
Questi risultati sono un’ottima premessa in vista delle “Giornate Altoatesine del Pinot Nero di Egna e Montagna“, che si aprono oggi, sabato 18 maggio. Fino a lunedì 20 offriranno a tutti gli amanti del vitigno tre giorni da non perdere fra banchi d’assaggio, verticali, masterclass e seminari tecnici che puntano a far crescere la conoscenza di questo grande vino.
I banchi d’assaggio avranno luogo presso la sala culturale “Haus Unterland” di Largo Ballhaus 2 a Egna (BZ). Tutti gli altri appuntamenti nella sala culturale “J. Fischer” di via San Bartolomeo 15, a Montagna (BZ). L’orario dei banchi d’assaggio, domenica 19 e lunedì 20 maggio 2019, è dalle ore 13 alle 21.
In degustazione i Pinot Nero della vendemmia 2016. L’ingresso giornaliero ai banchi d’assaggio ha un costo di 25,00 euro. I parcheggi si trovano nelle vicinanze delle due sedi.
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CODEVILLA – Una nuova cantina per puntare tutto sul Metodo classico da uve Pinot Nero, vera eccellenza dell’Oltrepò pavese. E’ il progetto della cooperativa Torrevilla di Torrazza Coste (PV). La cantina si chiamerà La Genisia, nome che oggi indica la linea top di gamma della cantina oltrepadana.
Un investimento da oltre un milione di euro, in parte finanziato dal Programma di Sviluppo Rurale (Psr), il circuito di sostegno all’agricoltura dell’Unione europea, attraverso Regione Lombardia.
La cantina non sarà realizzata ex novo. Per volere del presidente della cooperativa, Massimo Barbieri, sarà infatti ristrutturata l’imponente struttura in cemento della cantina di Codevilla, già di proprietà di Torrevilla.
L’adiacente Torre Vinaria potrà così diventare un importante polo di attrazione enoturistica, assieme alla nuova sala di degustazione pensata per winelovers e professionisti del settore. La spettacolare volta in mattoncini della cantina Codevilla sarà recuperata. E valorizzata, nella parte sottostante, da 500 metri quadrati dedicati esclusivamente al Metodo classico dell’Oltrepò pavese.
“Sino ad ora – spiega Massimo Barbieri (nella foto sotto, a sinistra) – la produzione di spumanti Metodo classico di Torrevilla è rimasta relegata alla linea top di gamma La Genisia. Con questo progetto vogliamo scommettere sull’eccellenza dell’Oltrepò pavese, puntando sul Pinot Nero che in questa zona si esprime in maniera unica”.
“L’idea di Torrevilla – aggiunge il direttore Gabriele Picchi – è quello di alzare il livello attraverso una linea di etichette che rappresenti il territorio e il terroir, sullo stile delle cooperative dell’Alto Adige. Senza però dimenticare il resto della produzione, su cui continueremo a credere e a garantire elevati standard qualitativi”.
IL PROGETTO DI ZONAZIONE
La nuova cantina La Genisia sarà il fiore all’occhiello del progetto di zonazione dei vigneti di Torrevilla. Uno studio che ha visto coinvolto il prof. Leonardo Valenti (nella foto, a destra), agronomo, enologo e docente dell’Università degli Studi di Milano.
“Siamo partiti dal Pinot Nero – spiega Valenti – per poi allargare la ricerca a tutte le altre varietà presenti nei 600 ettari di vigneto della cooperativa. L’obiettivo era quello di capire le caratteristiche dei singoli appezzamenti a disposizione dei 200 soci di Torrevilla, per individuare quelli più adatti al produrre vini di eccellenza”.
Il risultato è una vera e propria mappa, in cui sono riuniti sotto lo stesso colore i vigneti con le medesime caratteristiche microclimatiche e pedologiche. Il “Programma qualità” affidato da Torrevilla al prof. Valenti sarà anche la base di partenza di un nuovo sistema di remunerazione delle uve conferite alla cooperativa.
“Entro il prossimo mese – annuncia il presidente Barbieri – porteremo in assemblea una revisione dell’attuale sistema di pagamento dei nostri soci, che saranno retribuiti per superficie e non più per quantità di uva conferita”.
“In questo modo – precisa il presidente di Torrevilla – contiamo di poter intervenire in maniera più specifica sulla qualità della produzione, favorendo per esempio i diradamenti, che col sistema attuale risultano piuttosto invisi dai soci”. Tanta carne al fuoco, insomma, al 112° anno dalla fondazione della cooperativa di Torrazza Coste.
Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, tra carta stampata e online, dirigo winemag.it. Collaboro inoltre come corrispondente per una delle testate internazionali più autorevoli del settore, in lingua inglese. Edito con cadenza annuale la “Guida Top 100 Migliori vini italiani” e partecipo come giurato ai più importanti concorsi enologici internazionali. Oltre alle piazze tradizionali, studio con grande curiosità i mercati emergenti, seguendone dinamiche, trend ed evoluzioni. Negli anni ho maturato una particolare esperienza nei vini dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa, tanto da aver curato la selezione vini per un importatore leader in Italia. Nel 2024 mi è stato assegnato un premio nazionale di giornalismo enogastronomico.
(4 / 5) Tra le realtà emergenti dell’Oltrepò pavese c’è l’Azienda Agricola Alessio Brandolini di San Damiano al Colle (PV). Un giovane che ha preso in mano l’azienda di famiglia, sollevandone le sorti soprattutto dal punto di vista qualitativo.
Sotto la lente di ingrandimento di WineMag, il suo Provincia di Pavia Igt 2015 Pinot Nero “Al Negrès”. Un bel calice elegante, segno che la strada intrapresa è quella corretta, in attesa di un Metodo Classico base Noir che faccia davvero sognare. E’ senza subbio questo il grande obiettivo di Alessio Brandolini. Ed è solo questione di tempo: siamo pronti a scommetterci.
LA DEGUSTAZIONE
Etichetta firmata dall’artista Pasciutti per il Pinot Nero “Al Negrès”. Alla vista un bel rosso tendente al granato, mediamente carico. Naso profondo e allo stesso tempo etereo: frutti di bosco, more, bei richiami d’incenso e di viola secca. Vino da aspettare nel calice, per goderne l’evoluzione.
In bocca ingresso su frutti di bosco e mora, con nota terrosa, gessosa e minerale che sottolinea bene l’appartenenza al terroir oltrepadano. La frutta, precisa e decisa in centro bocca, lascia spazio a una chiusura salina, corroborata da un accenno di tannino che conferisce al sorso una certa austerità, dopo la giocosità fruttata iniziale.
Un rosso nel complesso equilibrato, giunto a un buono stato di maturazione, ma con ampi margini di ulteriore affinamento. Perfetto per accompagnare primi con ragù e secondi a base di carne, anche di buona complessità.
LA VINIFICAZIONE
Il Pinot Nero “Al Negrès” viene prodotto sono nella annate favorevoli. Una volta pigiate, le uve vengono fatte fermentare a contatto con le bucce per circa quindici giorni. La maturazione avviene in tonneaux di rovere francese.
Dodici mesi in legno, anche per stabilizzare in maniera naturale il vino, senza l’utilizzo di chiarificanti. Prima della commercializzazione, il nettare riposa in bottiglia per un minimo di 10 mesi.
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SONA – C’è un angolo di Francia in Veneto. Cinque ettari di Pinot Nero, Meunier e Chardonnay, vitigni base per la produzione dello Champagne, affondano le radici da oltre 30 anni a Sona, a metà strada tra Verona e il Lago di Garda. Lo “Champagne” Made in Veneto è stato la ragione di vita dell’ingegnere Daniele Zamuner. E lo è oggi per la figlia Alessandra, che gestisce l’Azienda agricola dal 2016, in seguito alla prematura scomparsa del padre.
Il furgone di una ditta di corrieri ha travolto Zamuner in retromarcia, sbalzandolo a 6 metri di distanza. Aveva il suo spumante in mano, nel piazzale della tipografia responsabile dell’etichettatura delle bottiglie. L’unico rumore avvertito dal conducente è stato quello del vetro in frantumi. Così, la missione di Zamuner vive oggi nell’impegno della sua famiglia.
Galeotta fu la visita in Champagne di Daniele Zamuner, negli anni 80. “La domanda che fece ai referenti dell’istituto enologico spiazzò tutti: come posso fare la stessa cosa a casa mia?”. A raccontarlo è una commossa Alessandra.
Una donna ferita da una vita che le ha riservato tanta sofferenza, ma anche un carattere di ferro per poter superare le avversità. Negli occhi azzurri di Daniela, che brillano nel ricordo del padre, sembra di vedere il luccichio dello Champagne.
Prima gli hanno chiesto quanti ettari di terreno avesse. Poi, una volta compreso che si trattava di una piccolissima proprietà, appena 5 ettari, i due interlocutori di mio padre si sono guardati. Hanno sorriso e gli hanno dettato la ‘ricetta’ dello Champagne”.
Nasce così la “cantina bomboniera” di Daniele Zamuner. In paese, come ricordano affettuosamente gli amici dell’ingegnere, tutti lo consideravano un lucido folle. Caratteristiche necessarie anche solo per pensare di produrre Champagne in Veneto, nel mezzo delle Doc Custoza, Bardolino e Chiaretto.
Da buon ingegnere, Zamuner aveva fatto i suoi calcoli. Le colline moreniche di Sona, alle pendici del Monte Spada, si prestavano (e si prestano) all’allevamento di Pinot Meunier e Pinot Nero, oltre allo Chardonnay. Fondamentale la presenza di calcare per questa Franciacorta in miniatura, generatasi in seguito al ritiro dei ghiacciai che hanno dato vita al lago di Garda.
La cantina viene affidata sin dall’inizio a una serie di enologi di fiducia. Oggi il cantiniere è una memoria storica dell’azienda, Gianfranco Meneghelli, vero e proprio braccio destro di Alessandra Zamuner. E il successo degli Champagne Made in Veneto è testimoniato dalla mastodontica porta blindata che “difende” il caveau della cantina.
All’interno sono custodite quasi tutte le annate storiche, oltre alle pupitres necessarie alla maturazione delle pregiate bollicine. Fa un certo effetto, in questa piccola località del Veneto, la vista dello scaffale dove riposano decine di bottiglie di spumante anni Ottanta, ancora da mettere in punta e sboccare.
Sono in vendita – su richiesta specifica alla cantina, che procede al dosaggio al momento dell’ordine – a circa 150 euro. Meno costosi gli anni Novanta, in vendita a 100 euro. Si scende di qualche decina di euro per gli anni Duemila, sino agli ottimi 2009 e 2008 (da poco in commercio): 18 euro. Le due Riserve a 22 euro.
LA DEGUSTAZIONE
Metodo classico Blanc de Noir Brut 2009. Settanta per cento Pinot Nero, completato da un 30% di Pinot Meunier, 12,5%. Vino di fascino, sin dalla prima olfazione. Il primo spumante messo in commercio da Daniela e dalla sorella Cristina.
Perlage fine e persistente, naso che gioca tra la frutta matura e la crema pasticcera. Ingresso di bocca largo e cremoso, avvolgente, setoso, ma al contempo intenso. E’ come se il Meunier giocasse a fare il fantino, tenendo per le briglie l’esplosività muscolosa del Pinot Noir.
La frutta matura (pesca) e le note esotiche la fanno da padrona, conferendo una beva “pericolosa” a un calice che rischia di sparire in un soffio. Scaldandosi, il bouquet si allarga a note di liquirizia e una venatura vagamente fumé.
Sentore che in bocca di manifesta in chiusura, sotto forma di una sensazione gessosa, che compensa la vena glicerica. Una nota riscontrabile in tutta la linea di spumanti dell’Azienda Agricola Zamuner, dettata dal terroir e dal microclima dell’areale di Sona.
Metodo classico Extra Brut 2008 “Riserva del Fondatore” (ex “Villa Mattarana”). Ancora un 70% di Pinot Nero, ma questa volta con un 20% di Pinot Meunier e un 10% di Chardonnay. Perlage nuovamente persistente e fine. Naso solo lontanamente condizionato dall’affinamento in legno dello Chardonnay.
Il sorso è più elegante del precedente, anche se non si tratta dell’Extra Brut che punta tutto sulla verticalità. Dopo un ingresso dritto e minerale, il palato si allarga a note agrumate e di radice di liquirizia. La “bollicina” è avvolgente e contribuisce a conferire morbidezza al sorso, in perfetto equilibrio con le durezze.
Spumante in evoluzione, ma che mostra già un ottimo livello, soprattutto per la capacità di costruire un blend equilibrato giocando con l’epoca di maturazione delle uve che compongono l’assemblaggio.
Metodo classico Rosé Brut 2009 “Riserva del Fondatore” (ex “Villa Mattarana”). Cresce la percentuale di Pinot Nero, raggiungendo quota 80%. Chiude un 20% di Pinot Meunier, che assieme al dosaggio generoso regala un rosé dominato da note ampie di frutti rossi maturi (fragolina e lamponi), ma in grado di mantenere alta la bandiera dell’eleganza.
Si presenta benissimo alla vista, colorando il calice di un buccia di cipolla preciso e invitante. Come l’altra Riserva entra austero in bocca, per poi avvolgere il palato, mostrando pure un certo carattere. Perfetta la corrispondenza naso-palato, rinvigorita dal fil rouge della mineralità e della nota di liquirizia.
Metodo classico Blanc de Blancs Demi Sec 2009. Giallo con riflessi dorati, perlage fine e persistente per quello che è uno dei migliori italiani assoluti per dosaggio (Demi Sec). Il naso, dominato da note di pesca/albicocca sciroppata, ma anche da netti fiori di ciliegio, potrebbe far pensare al solito vino da dolce.
Ma non è così. Il sorso è elegante e delicato, la bevibilità è ai limiti della legalità: nel senso che la bottiglia (non più il calice) rischia di finire in un baleno. Abbinabile a tutto pasto, il Demi Sec 2009 di Zamuner è uno di quei vini che non stancano mai.
Il segreto è nella scelta della liqueur, che contiene una goccia di Ratafià. Ma la bellezza di questo Demi Sec è nella sua capacità di rappresentare il terroir, in una veste davvero ammaliante. Ai sentori “facili” di frutta e fiori, che allietano la beva, si affianca la consueta punta di fumé. Chapeau.
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Novità per le nove aziende vinicole aderenti alla Rete di Impresa Pinot nero FVG – Castello di Spessa, Conte d’Attimis Maniago, Masùt da Rive, Russolo, Zorzettig, Gori, Jermann, Antico Borgo dei Colli e Antonutti – che aderiranno ad un nuovo progetto promosso dall’Università di Udine mirato a ottenere nuove selezioni, a partire dal Pinot nero, resistenti o altamente tolleranti a malattie fungine.
Il progetto, illustrato dal professor Enrico Peterlunger – docente di viticoltura presso il Dipartimento di scienze agroalimentari, ambientali e animali presso l’Università di Udine – in occasione di un convegno interamente dedicato al vitigno Pinot nero tenutosi lo scorso 6 ottobre a Ruda (UD) vedrà il coinvolgimento delle cantine dell’associazione Rete d’Impresa Pinot nero FVG che accoglieranno nelle loro vigne cloni di Pinot nero per permettere le attività di monitoraggio e studio sul vitigno.
Ma non solo, il progetto prevedrà inoltre l’erogazione di borse di studio, che verranno finanziate dalle cantine della Rete, a favore di studenti del Corso di Laurea in Viticoltura ed Enologia dell’Università di Udine per tirocini o tesi di laurea da svolgersi in zone dove il Pinot nero ha recentemente conosciuto un crescente interesse e risultati altamente qualitativi, come l’Oregon o la Nuova Zelanda.
“Nonostante si abbiano testimonianze sulla presenza del Pinot nero in Friuli-Venezia Giulia sin dalla fine del 1800, questo vitigno rimane ancora molto particolare e tra i più complessi da coltivare e vinificare – ha commentato il Presidente di Rete di Impresa Pinot nero FVG, Fabrizio Gallo– Per questo siamo veramente orgogliosi di aderire al progetto dell’Università di Udine, per contribuire concretamente allo sviluppo di questo vitigno e invogliare sempre più viticoltori a raccogliere la sfida del Pinot Nero, un vitigno difficile ma in grado di dare vita a vini unici, nordici e mediterranei allo stesso tempo”.
LA VENDEMMIA 2018 L’annuncio del progetto arriva subito dopo che le cantine della Rete hanno concluso la vendemmia del Pinot Nero, una vendemmia particolarmente positiva, che sembra promettere un’annata straordinaria.
L’andamento meteorologico, infatti, è stato ottimo. La primavera è stata fresca ed il germogliamento, in ritardo di due settimane rispetto al 2017, presentava un’ottima uniformità così come il successivo sviluppo della vegetazione.
L’estate calda ed alcune precipitazioni sopraggiunte al momento giusto hanno determinato un anticipo della maturazione delle uve che ha creato un ottimo bilanciamento tra l’accumulo zuccherino e l’acidità, generando una produzione generosa. L’elevata sanità delle uve verrà ricordata per lungo tempo e le aspettative per i vini sono entusiasmanti.
RETE DI IMPRESA PINOT NERO FVG Il progetto riunisce nove cantine che trovano nel Pinot Nero il loro comune denominatore: credono in questo vitigno come simbolo di una produzione d’eccellenza e di un intero territorio. Sono accomunate dalla ferma volontà di accrescere la notorietà del Pinot Nero, esaltando le peculiarità del territorio e promuovendo le diverse sottozone del Friuli che danno vita a questo vino. L’associazione racconta quindi la storia di nove realtà aziendali, con storie e caratteri differenti, nove espressioni diverse e complementari tra loro che rivelano la grande unicità del Pinot Nero in Friuli-Venezia Giulia.
Winemag.it, wine magazine italiano incentrato su wine news e recensioni, è una testata registrata in Tribunale, con base a Milano. Un quotidiano online sempre aggiornato sulle news e sulle ultime tendenze italiane ed internazionali. La direzione del wine magazine è affidata a Davide Bortone, giornalista, wine critic, giudice di numerosi concorsi internazionali e vincitore di un premio giornalistico nazionale. Winemag edita inoltre con cadenza annuale la Guida Top 100 Migliori vini italiani. Winemag.it è un progetto editoriale indipendente e di elevata reputazione in Italia e in Europa. Puoi sostenerci con una donazione.
BRONI – Orgoglio e soddisfazione espresso da Andrea Giorgi, Presidente di Terre d’Oltrepò e La Versa sulla vendemmia 2018 giunta quasi al termine.
Tramite un comunicato video diffuso sui canali social della cantina ha parlato ai soci dell’importante traguardo raggiunto.
Ecco la trascrizione delle sue dichiarazioni.
“Abbiamo superato i 500.000 quintali di uva conferita dai soci, vecchi e nuovi. Ci accingiamo a portare a termine quella che è una vendemmia epocale, dovete essere orgogliosi della vostra Cantina, del vostro lavoro; la Cantina esprimerà prodotti, vino, che sono frutto anche della vostra fatica. Da questa vendemmia usciranno delle grandissime basi spumanti e dei grandissimi rossi che presto arriveranno sulle tavole di tutti i nostri consumatori. Anticipando i disciplinari abbiamo realizzato anche la vendemmia del Pinot Nero in cassetta, un prodotto che ci ha dato una grandissima soddisfazione considerando il livello dei vini delle basi spumante che questa primavera verranno tirate presso la Cantina La Versa e da cui uscirà un Testarossa di grandissima qualità.”
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TRENTO – Cantine Ferrari punta sul Pinot Nero e annuncia la novità dell’anno per i Trento Doc: il Giulio Ferrari Rosé Riserva del Fondatore 2006.
Una tappa importante nella storia ultrasecolare della cantina, in un 2018 già ricco di novità, come l’acquisizione del marchio dell’amaro Re Laurino e i nuovi vini di Podernovo, la tenuta toscana della famiglia Lunelli.
“Una testimonia dell’ossessione per l’eccellenza e l’indissolubile legame con il territorio”, commentano dalla casa trentina.
Tiratura limitata per la novità di casa Ferrari: solo 5 mila bottiglie. E obiettivo chiaro: “Diventare l’icona delle bollicine italiane rosé”. Il prezzo? Circa 160 euro
LA NOVITA’
Il Giulio Ferrari Rosé è un Trento Doc dalla vibrante intensità, sintesi perfetta del carattere del Pinot Nero e dell’eleganza dello Chardonnay, frutto di un’attenta selezione nei vigneti di famiglia in alta quota alle pendici dei monti del Trentino.
Nasce solo negli anni degni di una grande Riserva. La prima annata è frutto della vendemmia 2006 ed è quindi rimasta per undici anni in affinamento sui lieviti, nel buio e nel silenzio della cantina, confermando la capacità dei vigneti di montagna di esprimere vini in grado di vincere la sfida del tempo.
LA STORIA
Ognuna delle 5 mila bottiglie sarà custodita in un raffinato cofanetto, destinato alla vendita nell’alta ristorazione e alle enoteche più esclusive in Italia e nel mondo. Era il 1902 quando Giulio Ferrari decise di dare forma al suo sogno: creare nel suo Trentino bollicine capaci di suscitare emozioni uniche.
Nel 1980 la famiglia Lunelli ha dedicato a lui e al suo sogno l’etichetta più prestigiosa della casa, il Giulio Ferrari Riserva del Fondatore. Visione, coraggio e passione rivivono ora nella versione rosé di quella che si è nel frattempo affermata come la bollicina più premiata d’Italia.
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Tavarnelle V.P. – C’è gran fermento per la prossima edizione di Radda nel Bicchiere, l’immancabile appuntamento con i vini del Gallo Nero nel suggestivo borgo di Radda in Chianti, giunto quest’anno alla 23ma edizione.
Sabato 26 e domenica 27 maggio 2018, il piccolo comune nel cuore del Chianti Classico vedrà le vie affollate da centinaia di visitatori appassionati che potranno godersi un paesaggio mozzafiato, accompagnati da un calice di ottimo vino. Parteciperanno circa trenta aziende per un totale di quasi cento etichette sparse nelle bellissime e suggestive vie del centro storico, per una grande festa dedicata al prodotto principe del territorio famoso in tutto il mondo: il Chianti Classico.
Ospiti d’onore di questa edizione saranno i vini, base Pinot Nero, dell’Appennino toscano, protagonisti anche di una degustazione a numero chiuso. Davide Bonucci di Enoclub Siena accompagnerà invece i partecipanti a esplorare le varie sfaccettature del Vin Santo di Radda in Chianti.
Per due giorni, degustazioni nel bicchiere griffato guidate direttamente dai produttori, vini a prezzo di cantina e “assaggi alla cieca” con premiazione finale, il tutto nella cornice del delizioso borgo del Chianti senese.
La manifestazione aperta al pubblico sarà anticipata, nella giornata di venerdì 25 maggio, da un evento esclusivo per la stampa e opinion leader del vino, organizzato con la collaborazione del Consorzio Vino Chianti Classico.
L’evento che si svolgerà a Casa Chianti Classico, quartier generale della storica denominazione, prevede, oltre al consueto programma di assaggi, anche un seminario dal titolo “La California in Chianti”, condotto dalla dott.ssa Valentina Canuti (Università degli Studi di Firenze).
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Dalla capitale Ferrari, Trento, ai feudi di Podernovo (Terricciola, Toscana) e Castelbuono (Bevagna, Umbria). E’ un triangolo ideale quello che unisce le Tenute Lunelli, dal nord al centro Italia.
Un tour di 584 chilometri, macinati (volentieri) per raccontare l’idea imprenditoriale di una delle famiglie del vino più eleganti e illuminate del Paese. Capace di rinnovarsi e, al contempo, restare saldamente attaccata alle tradizioni più genuine.
Alle classiche “bollicine” Trento Doc, di cui è simbolo Ferrari, la terza generazione della famiglia Lunelli ha voluto affiancare la produzione di vini rossi fermi. Lo ha fatto scegliendo due delle zone più vocate d’Italia: i Colli Pisani (Tenuta Podernovo) e l’Umbria (Tenuta di Castelbuono, 35 Km a sud di Perugia).
Nei primi anni Duemila, entrano così nel “portafoglio” dei Lunelli il Sangiovese, il Merlot e il Cabernet Sauvignon toscano. E il Sagrantino umbro. Tutti vitigni nobili, capaci di raccontare come pochi il terroir d’appartenenza.
Per i vini bianchi fermi, del resto, la famiglia Lunelli si affida all’ormai collaudatissima Tenuta Margon, a meno di 5 Km dalla sede produttiva trentina di via del Ponte, 15.
Chardonnay, Pinot Nero, Sauvignon, Incrocio Manzoni e Pinot bianco i vitigni allevati in un contesto mozzafiato, tra le ripide colline che dominano la valle scavata dal fiume Adige.
Insomma: anche se il tour delle Tenute Lunelli è ancora affidato alla buona volontà dei visitatori (è allo studio un servizio di collegamento “istituzionale”, che coinvolgerà in una prima fase la cantina toscana e quella umbra) i chilometri da affrontare in auto sembrano un lontano ricordo, una volta giunti alle varie destinazioni.
L’accoglienza, in loco, è garantita in particolare in Toscana: Casale Podernovo costituisce infatti l’opera di recupero delle case dei fattori, restaurate e rese ancora più accoglienti dalla presenza di una splendida piscina, con vista sui vigneti.
In Umbria, Tenuta Castelbuono di Bevagna è invece l’opera del maestro Arnaldo Pomodoro: il Carapace. Una cantina a forma di guscio di tartaruga la cui parte esterna sta mutando nel tempo, sotto l’azione degli agenti atmosferici che stanno ossidando le placche di rame. Integrando sempre di più l’edificio con l’ambiente circostante.
Qui l’accoglienza non è prevista. Ma tutt’attorno è un tripudio di piccoli e grandi alberghi. Di borghi e di viuzze caratteristiche. Di monumenti e di ristoranti-enoteche, come l’Osteria Antiche Sere di Luciano Sabbatini, da visitare per testare la vera cucina locale.
Anche in Trentino, ovviamente, l’offerta ricettiva non manca. Con la possibilità di scegliere una struttura nell’accogliente città di Trento o negli ancora più tranquilli dintorni, spingendosi verso la vicina e bella Rovereto.
TENUTA PODERNOVO Il nostro tour inizia dalla Toscana. Da un paesello di 4.500 abitanti, Terricciola, che sta ai Colli Pisani come Greve sta al Chianti. Ad accompagnarci nella visita di Tenuta Podernovo c’è un pezzo di storia dell’enologia italiana: Corrado Dalpiaz. Tessera numero 63 di Assoenologi.
“Tanto per i pomi torna”: la madre di Corrado, nel 1968, rassicurava così il marito. Era convinta che il figlio, diplomatosi a San Michele all’Adige (classe 6ª S) e in partenza per il suo primo “viaggio-lavoro”, sarebbe tornato a breve, per la raccolta delle mele (i “pomi”, appunto).
L’enologo trentino, invece, ha trovato in Toscana la sua nuova patria. Prima a Montescudaio, dove contribuì a istituire l’omonima Doc. Poi a Podernovo. “Fu Mauro Lunelli a chiamarmi – spiega Dalpiaz – nel 2000. Forte della nostra decennale conoscenza, dal momento che a San Michele eravamo compagni di banco, mi colpì al cuore, proponendomi di guidare il progetto delle tenute toscane”.
Sessanta ettari complessivi, di cui 25 vitati per il 70% a Sangiovese. Seguono Merlot, Cabernet Sauvignon e Franc. Un ettaro è destinato al re dei vitigni a bacca rossa del Trentino: il Teroldego. “Abbiamo scoperto che ne è permessa la coltivazione sui Colli Pisani e lo abbiamo voluto, quasi per forza di cose, nei nostri vigneti”.
Il Teroldego, di fatto, svolge a Podernovo la funzione del Colorino: con i suoi antociani, “trentinizza” (anche se in minima parte, con 1-2% di addizione nei blend) i vini rossi prodotti a Terricciola.
In vigneto, le pratiche sono quelle dell’agricoltura biologica. La certificazione arriverà a breve: il percorso – fortemente voluto da Marcello Lunelli che, dopo Trento, mira a estenderlo a tutte le Tenute – è iniziato nel 2009. Trattamenti di solo rame e zolfo, utilizzo di insetti antagonisti e pratica del sovescio sono ormai una consuetudine.
La novità, introdotta per la prima volta in Italia nel 2005 dalla famiglia Lunelli, proprio a Podernovo, è l’utilizzo di un macchinario che consente di stabilire lo stato di “salute” delle piante.
“Un sistema a infrarossi – spiega Dalpiaz – che ci aiuta a capire quando e dove raccogliere esattamente l’uva, attraverso una stima scientifica della vigoria del singolo ceppo”.
Ne scaturisce una mappa, con chiazze di diversi colori. Le aree identificate con il colore verde sono quelle del “Libro dei sogni”. Da lì, sotto la guida del responsabile dei vigneti, Filippo Accardi, le squadre di vendemmiatori raccoglieranno le uve destinate ai “cru” di Podernovo.
Ci spostiamo poi in cantina, dove l’ultima novità sono le anfore e gli orci di Manetti, su cui sono in corso alcuni esperimenti (in particolare sul Sangiovese, con buoni risultati). Splendida e moderna la struttura, in cui non manca un collegamento con il Trentino.
A partire dalla progettazione, riservata allo studio di architettura Giorgio e Luca Pedrotti. Passando per i materiali: il tetto in legno, perfettamente abbinato al “sasso” recuperato nelle campagne circostanti, riporta alla mente la tipica ambientazione montana. Moderna e funzionale anche la barricaia, inaugurata nel 2005.
LA DEGUSTAZIONE
I vini prodotti a Tenuta Podernovo (150 mila bottiglie complessive) sono Aliotto (60% Sangiovese, 20% Cabernet Sauvignon, 20% Merlot) e Teuto (65% Sangiovese, 30% Merlot, 5% Cabernet Sauvignon).
Ma due nuove etichette completeranno l’offerta tra fine settembre 2018 e gli inizi del 2019. Per un totale di 7-8 mila bottiglie. Si tratta di un Cabernet Franc (barrique nuove, il primo che sarà presentato) e di un Sangiovese (tonneaux, barrique, botte grande), entrambi vinificati in purezza.
“La Denominazione – anticipa l’enologo Dalpiaz – sarà ‘Igt Costa Toscana’, che affiancherà l’Igt Toscana e comprende i territori di Massa, Lucca, Livorno, una parte della provincia di Pisa e Grosseto. Sono due selezioni delle migliori uve identificate in mappa come ‘Libro dei sogni’, ottenute da vigneti di 15 anni, in occasione della vendemmia 2015”.
Entrambi i vini degustati convincono, per motivi diversi. Ma il fil rouge che li lega è evidente. La grande eleganza e finezza, coniugata in maniera più “pop” in Aliotto e in versione “luxury” in Teuto.
Aliotto, acquistabile anche al supermercato (è presente per esempio nell’assortimento Esselunga e in quello de Il Gigante) è un vino rosso che si presta anche a un consumo “estivo”, a una temperatura più fresca rispetto al consueto.
Di Teuto degustiamo la vendemmia 2015. Vino più complesso e gastronomico rispetto al “fratello minore” Aliotto (2 anni in legno e 6 mesi in bottiglia, prima della commercializzazione) perfetto per abbinamenti più complessi in cucina.
Splendida la trama tannica, ben definita al palato, capace di mostrare ulteriori margini di miglioramento del nettare. Quelli che sono evidenti in Aliotto 2001, il vero “colpo di scena” della degustazione guidata da Dalpiaz.
Un vino che non è in commercio, di cui i Lunelli conservano gelosamente alcune decine di bottiglie per le occasioni speciali. Il colore tiene, evidenziando sfumature solo vagamente granate.
Il naso si apre su un ventaglio infinito di profumi, dalla terra bagnata al tartufo, passando per il frutto rosso, la macchia mediterranea e i richiami balsamici.
Il palato non delude: il tannino di pura seta accompagna una beva giocata su frutta, mineralità e balsamicità. Chapeau. Un rosso che ricorda, per certi versi, i Brunello del versante grossetano.
TENUTA CASTELBUONO Dicono tanti testimoni che, durante la realizzazione del Carapace, quest’angolo di Umbria disegnato col pennello sulle colline di Bevagna (PG) fosse capace di ricordare le scene immortalate in certi quadri rinascimentali.
Una “bottega” a cielo aperto. Fra 30 ettari di vigneti. Un vespaio di artisti, architetti, progettisti e operai. Tutti guidati dal maestro Arnaldo Pomodoro. E’ il 2001 quando la famiglia Lunelli dà inizio ai lavori del Carapace, aperto al pubblico nel 2012.
Una vera e propria cantina-opera d’arte, capace di coniugare come poche l’idea di “Bello” e di “Buono”. Dalla spina vertebrale centrale si dipanano le volte, che poggiano a terra sinuose e leggere, grazie alla dinamicità delle ampie vetrate.
Un edificio vivo, dall’anima aperta e accogliente: il cuore è la barricaia, raggiungibile discendendo una rampa di ampie scale vorticose. Un’ambientazione idilliaca ospita le botti di legno, sotto al livello del terreno. Ma le pareti sono azzurre, illuminate. E ricordano il cielo, in una bella giornata di sole.
All’esterno, un dardo rosso conficcato nel terreno segnala la presenza del Carapace a diversi chilometri di distanza. Un punto, nel terreno. L’ennesimo collegamento tra un’estetica divina e ciò che c’è di più terreno: il suolo. E gi uomini che lo popolano.
LA DEGUSTAZIONE Ammaliati da tanta bellezza, il vino non può che completare un’esperienza che non è eccessivo definire “mistica”. I vini di Tenuta Castelbuono sono in evoluzione, ancor più dei rossi di Podernovo.
E non è solo una questione di uvaggio (il Sagrantino richiede e merita un lungo affinamento, per le sue caratteristiche).
L’arrivo del noto enologo Luca D’Attoma, nel 2015, ha portato a un vero e proprio cambio nella gestione del legno rispetto alle scelte precedenti di Ruben Larentis.
Il sorso delle ultime vendemmie di Carapace (Montefalco Sagrantino Docg), Lampante (Montefalco Rosso Riserva Doc) e Ziggurat (Montefalco Rosso Doc) è più internazionale e moderno. Ziggurat e Carapace, acquistabili anche al supermercato (Esselunga e Il Gigante) sono i vini umbri più “pronti” della Tenuta Castelbuono.
Nonostante ciò, mostrano ampi margini di ulteriore miglioramento in bottiglia, in linea con le caratteristiche dei rossi dell’area di Montefalco. Lampante 2014 è il vino top di gamma, che va ancora aspettato per esprimersi al meglio nel calice.
FERRARI TRENTO – TENUTA MARGON La “casa madre”, dove tutto ebbe inizio. E’ il 1902 quando Giulio Ferrari, appassionato imprenditore trentino, decide di iniziare a produrre un vino capace di competere con lo Champagne.
Un vino autentico, in grado di valorizzare la tipicità locale. Quale vitigno migliore dello Chardonnay, portato a Trento in seguito ad alcuni viaggi studio in Francia? I soldi non mancano a Giulio, di famiglia benestante e proprietaria di parecchi vigneti. Le attrezzature, seppur rudimentali, consentono il miracolo.
Le bollicine Ferrari – commercializzate all’epoca come “Champagne Maximum Sec G. Ferrari” – iniziano a far parlare l’Europa e poi l’Italia.
Che le apprezza e le consuma, prosciugando le scorte della piccola cantina ricavata nel seminterrato di un palazzo, nel centro di Trento.
Per l’esattezza in via Rodolfo Belenzani. A cento passi dal Duomo, la Cattedrale di San Vigilio. Col passare degli anni la domanda aumenta. E così l’affermazione del brand.
Soprattutto dopo la scoperta che le “bollicine” Ferrari migliorano nel tempo. E’ il 1945. Il muro eretto davanti all’ingresso della cantina per evitare saccheggi durante la Seconda guerra mondiale custodisce intatte le vendemmie 1937, 1938 e 1939.
Nasce così la prima riserva Ferrari. Da vini perfetti, rimasti in forma smagliante. Chi invecchia è il suo ideatore, che nel 1952 si decide a cedere l’attività a un giovane enotecario del posto, sicuro che avrebbe saputo valorizzare quel patrimonio come nessun altro. Quel giovane si chiama Bruno Lunelli.
Nasce così la Ferrari Trento, simbolo del Made in Italy e dello stile italiano nel mondo. La produzione passa dalle circa 12 mila bottiglie ai 5,4 milioni attuali (export al 15%).
La famiglia Lunelli, negli anni, coinvolge professionisti di tutti i settori (dal marketing all’arte, per intenderci) all’interno di un progetto a tutto tondo che forse, trova proprio nel Carapace umbro l’immagine più fulgida. La sua sinesi metafisica.
La terza generazione viene inglobata senza forzature all’interno di una “macchina da guerra” commerciale che fonda tutto sulla semplicità della qualità.
Marcello, Matteo, Camilla e Alessandro si formano nelle maggiori realtà internazionali e tornano “a casa” per scelta. Una famiglia del vino in cravatta (e tailleur) che sa valorizzare i propri dipendenti, premiati ogni anno con incentivi.
Non solo economici, ma anche umani: vietato non dare del “tu” al capo, incontrandolo tra i corridoi della Ferrari. Uno stile riassunto perfettamente da Franco Lunelli (nella foto) che incontriamo per un’intervista.
“Diciamo che negli anni ci è andata abbastanza bene – scherza il classe 1935 – se pensiamo che tutto ha avuto inizio dalla bottiglieria aperta da mio padre in un periodo simile a quello odierno, in cui tutti chiudevano”.
Bruno Lunelli fu il primo a proporre in zona “il vino da asporto”. “Andava casa per casa, coi fiaschi. E ne vendeva 15 ettolitri al giorno. Vino a un prezzo onesto, ma di qualità”.
Franco Lunelli ricorda ancora bene il giorno in cui il padre annunciò alla famiglia l’acquisto della Ferrari: “L’ho comprata perché si può incrementare, ci disse. Il signor Giulio vende 10 mila bottiglie l’anno. Ho firmato le cambiali e voi le pagherete per tutta la vita”. “Ci è andata bene anche in quel caso – continua a scherzare Franco Lunelli – perché abbiamo finito prima!”.
La Ferrari fu pagata 30 milioni di lire. Sette volte il suo fatturato. Oggi questa cifra si assesta su 71 milioni di euro (+12% rispetto al 2016). Sale a 100 milioni il fatturato complessivo del Gruppo Lunelli, che cresce del 7% rispetto al 2016 e commercializza, in totale, 11 milioni di bottiglie.
Un impero che comprende anche la casa prosecchista Bisol di Valdobbiadene, la storica distilleria trentina Segnana e Surgiva, brand di acqua che sgorga nel Parco Naturale Adamello Brenta, scelta dall’Associazione Italiana Sommelier (Ais) e destinata alla migliore ristorazione.
CUCINA GOURMET. E DAL 2019 L’AMARO Un ramo, quest’ultimo, che completa l’offerta trentina di Ferrari. Poco lontano da Villa Margon e dall’omonima Tenuta che dà vita ai vini fermi a marchio Lunelli, si trova infatti Locanda Margon.
Un paradiso per il palato guidato dallo chef Alfio Ghezzi (due stelle Michelin), dove è possibile godere di un menu ricercatissimo, servito nel cuore dei vigneti. Ma non finisce qui. Manca l’amaro, per restare in tema ristorazione.
Anzi, mancava. “Nell’autunno scorso – spiega Franco Lunelli – l’amico Dell’Elmo Saracini, famoso per la sua grappa e per il suo amaro Re Laurino, ci ha espresso la volontà di vendere. Gli amari hanno ricominciato ad essere apprezzati ultimamente. E così abbiamo accettato la proposta, acquistando l’azienda”.
Ferrari Trento inizierà a produrre l’amaro dal prossimo anno, rilevando il marchio Re Laurino – legato a una delle più note leggende trentine – senza modificare la ricetta originale.
“So che i ragazzi hanno in mente qualcos’altro – chiosa Franco Lunelli – ma questo ve lo racconteremo la prossima volta!”. E allora arrivederci, ragionier Franco. Prosit!
Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, tra carta stampata e online, dirigo winemag.it. Collaboro inoltre come corrispondente per una delle testate internazionali più autorevoli del settore, in lingua inglese. Edito con cadenza annuale la “Guida Top 100 Migliori vini italiani” e partecipo come giurato ai più importanti concorsi enologici internazionali. Oltre alle piazze tradizionali, studio con grande curiosità i mercati emergenti, seguendone dinamiche, trend ed evoluzioni. Negli anni ho maturato una particolare esperienza nei vini dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa, tanto da aver curato la selezione vini per un importatore leader in Italia. Nel 2024 mi è stato assegnato un premio nazionale di giornalismo enogastronomico.
La Versa torna a Vinitaly da protagonista. La scorsa edizione, a pochi mesi dall’acquisizione da parte di Terre d’Oltrepò e Cavit, era bastata una presenza istituzionale per attirare attorno a sé grande interesse, era l’anno del ritorno del marchio, da sempre considerato il simbolo della spumantistica italiana, in patria come nel mondo.
Il 2018 è l’anno della rinascita vera e propria, con uno slancio nuovo verso il futuro, ma al contempo con un forte ritorno alla tradizione e a quella ricerca di qualità che ha reso grande questo nome.
Marco Stenico, attuale Direttore Commerciale, in merito a questa edizione ha commentato: “In effetti consideriamo questo 2018 come un anno zero per la nuova La Versa, dopo aver rimesso in moto lo stabilimento, dopo essere tornati nella scorsa vendemmia a ritirare le uve dai soci della Valle, abbiamo da qualche tempo iniziato a tessere nuove relazioni commerciali per riportare i nostri vini alla grande distribuzione organizzata e al canale horeca, un lavoro certamente non semplice perché nel mercato del vino specie con la Gdo occorre assicurare continuità e purtroppo per le vicissitudini vissute da La Versa prima che la rilevassimo, questa continuità è venuta a mancare facendo decadere praticamente tutte le relazioni in essere con i precedenti partner o clienti. Tuttavia, pur sapendo di non trovarci davanti ad una sfida semplice, abbiamo riscontrato una grande apertura nei nostri confronti da parte di molti, avendo quindi conferma del fatto che il marchio che orgogliosamente rappresentiamo ha ancora un fortissimo appeal verso i consumatori”.
Al Vinitaly 2018 tornano quindi i grandi spumanti La Versa partendo dal Carta Oro, presentato al pubblico pochi mesi fa in occasione dell’inaugurazione del Wine Point di Santa Maria della Versa, seguito ovviamente dai nuovi charmat a base Riesling e Pinot nero, ma soprattutto in anteprima alla più grande fiera italiana del vino la nuova linea “Collezione”, in particolare la riserva 2007, un grande metodo classico rivolto esclusivamente al canale Horeca, una selezione speciale direttamente dai caveau La Versa.
La Versa sarà al Vinitaly di Verona dal 15 al 18 aprile con un proprio spazio all’interno del Padiglione Lombardia, Palaexpo, Stand C4.
Winemag.it, wine magazine italiano incentrato su wine news e recensioni, è una testata registrata in Tribunale, con base a Milano. Un quotidiano online sempre aggiornato sulle news e sulle ultime tendenze italiane ed internazionali. La direzione del wine magazine è affidata a Davide Bortone, giornalista, wine critic, giudice di numerosi concorsi internazionali e vincitore di un premio giornalistico nazionale. Winemag edita inoltre con cadenza annuale la Guida Top 100 Migliori vini italiani. Winemag.it è un progetto editoriale indipendente e di elevata reputazione in Italia e in Europa. Puoi sostenerci con una donazione.
E’ un ritorno in pompa magna quello di La Versa nella Grande distribuzione. La cantina pavese, fallita e poi risorta grazie alla cordata lombardo-trentina guidata da Terre d’Oltrepò e Cavit, è a volantino questa settimana in Esselunga, con lo spumante base Riesling Doc Oltrepò Pavese.
La nuova etichetta sarà in promozione fino al 18 aprile a 2,94 euro. Un ribasso del 40% rispetto al “prezzo pieno”, che si assesta su 4,90 euro.
Lo spumante di Riesling è uno dei tre Charmat (Metodo Martinotti) pensati dalla nuova La Versa per i clienti dei supermercati, assieme a un Pinot Nero vinificato in bianco e a un Moscato.
I tre spumanti sono già disponibili negli store Esselunga e Bennet. “Ma entro fine anno – anticipa in esclusiva a vinialsuper Marco Stenico, direttore commerciale di La Versa – andremo a completare l’inserimento in tutti i principali player della Gdo”.
Tre Charmat lunghi, con un periodo di autoclave che varia dagli 8 ai 9 mesi. Per quanto riguarda i volumi, si tratterà a pieno regime (ovvero nell’arco dei prossimi due, tre anni) di un milione e mezzo di bottiglie di Charmat a marchio La Versa immesse nel canale moderno. L’obiettivo per il Metodo Classico è invece quello di raggiungere quota 750 mila bottiglie.
Di fatto, la nuova dirigenza lavora anche al riposizionamento del prestigioso marchio nel canale tradizionale. All’Horeca saranno riservate le etichette di Metodo Classico Docg base Pinot Nero, vero simbolo dell’Oltrepò pavese di qualità.
“Inizieremo con l’etichetta ‘Collezione‘ 2007 – spiega Stenico – una cuvée delle basi spumante selezionate tra le migliori reperite a La Versa al nostro ingresso in azienda. Il prezzo sarà attorno ai 16 euro più Iva, all’ingrosso. Toccherà poi a ‘Testarossa‘, il vero portabandiera di La Versa, con le basi spumante tirate da noi. In questo caso, il prezzo supererà i 20 euro più Iva”.
Per degustare il “nuovo” Testarossa si dovrà tuttavia attendere la metà del 2019. “Un prodotto – commenta Stenico – che intende rappresentare l’intero Oltrepò d’eccellenza, con il suo vitigno più rappresentativo, il Pinot Nero”.
LA DEGUSTAZIONE (4 / 5) Una tipicità salvaguardata anche attraverso i tre Charmat. Il Riesling da oggi in promo in Esselunga è il vero “anti Prosecco”. Giallo paglierino nel calice, naso intenso, fruttato, aromatico. Bollicina mediamente fine e persistente.
In bocca entra pulito, grazie a un “dosaggio” (Brut) capace di valorizzare al contempo aromaticità e corpo del vino. Uno spumante che riempie bene il palato anche una volta deglutito, con ritorni di frutta e richiami vagamente salini piacevoli, che invitano il sorso successivo.
Uno sparkling dall’ottimo rapporto qualità prezzo, capace di accompagnare alla perfezione un aperitivo, gli antipasti, ma anche l’intero pranzo o una cena non impegnativa.
Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, tra carta stampata e online, dirigo winemag.it. Collaboro inoltre come corrispondente per una delle testate internazionali più autorevoli del settore, in lingua inglese. Edito con cadenza annuale la “Guida Top 100 Migliori vini italiani” e partecipo come giurato ai più importanti concorsi enologici internazionali. Oltre alle piazze tradizionali, studio con grande curiosità i mercati emergenti, seguendone dinamiche, trend ed evoluzioni. Negli anni ho maturato una particolare esperienza nei vini dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa, tanto da aver curato la selezione vini per un importatore leader in Italia. Nel 2024 mi è stato assegnato un premio nazionale di giornalismo enogastronomico.
Vorrei ma non posso, fidarmi di te. L’Oltrepò pavese sembra da anni incastrato in un brutto sogno, dal quale stenta a risvegliarsi. Un incubo fatto di scandali finanziari e di sofisticazioni che, oggi, una nuova generazione di produttori sta cercando di mettersi alle spalle. Per conto di tutti. Anche di chi continua ad alimentare, appena possibile, la macchina del fango.
Certo è che di occasioni di rilancio, l’Oltrepò, ne ha perse a bizzeffe nella sua storia fatta non solo di Bonarda massacrato dalla Grande distribuzione, ma sopratutto di Pinot Nero, di cui è patria con 3 mila ettari di grandissima qualità.
Non a caso, molti territori affermatissimi per la spumantizzazione devono tutto (o quasi) all’Oltrepò. Zone che per decenni hanno attinto da quel grande magazzino di terra e di uva preziosa. E lo fanno tuttora.
Per capirlo basta spulciare i libri di storia. Oppure fare due chiacchiere con produttori illuminati come Fabio Marazzi di Cantina Scuropasso, l’uomo che sembra aver preso sottobraccio il nuovo Oltrepò pavese, fungendo da “guru” per giovani (di per sé in gambissima) come Alessio Brandolini, Matteo Bertè, Matteo Maggi e Luca Padroggi.
E mentre il tram chiamato La Versa inizia a muovere i primi passi fuori dalla stazione, a ProWein 2018 la scena del Pinot nero se la prendono i friulani. Mica un Consorzio strutturato come quello pavese. A Dusseldorf, alle 12.15 di martedì 21 marzo, la Rete D’Impresa Pinot Nero Fvg si è resa protagonista di “Italian Pinot Noir: the new key players“.
Sugli scudi cinque aziende delle province di Udine, Gorizia e Pordenone (Castello di Spessa, Conte d’Attimis Maniago, Masut da Rive, Russolo e Zorzettig) che “credono nel Pinot Nero come simbolo di una produzione d’eccellenza”.
Un’associazione “nata per promuovere questo vitigno che nel Friuli Venezia Giulia trova un’interpretazione nuova ed affascinante”. Anche dell’italiano, come dimostra l’immagine sopra, tratta dal sito web ufficiale della Rete d’Impresa Pinot Nero Fvg (si scrive “qual è”, senza apostrofo – ma questa è tutta un’altra storia).
E l’Oltrepò, allora? Per quanto tempo, ancora, dovrà assistere al match dalla panchina? Mentre il Consorzio di Tutela si appresta a cambiare allenatore (Michele Rossetti non si ricandiderà) abbiamo chiesto al direttore Emanuele Bottiroli un’intervista lontana dalla più sbiadita vena democristiana. In pieno stile vinialsuper, insomma.
Oggi pomeriggio, invece, il banco di degustazione “Oltrepò Pavese. Le colline del pinot nero“, organizzato dall’Associazione italiana sommelier (Ais) al Westin Palace di Milano. Per prenotare: eventi@aismilano.it o https://www.aismilano.wine/.
Direttore, quali sono le sue proposte per l’Oltrepò, primo terroir vitivinicolo di Lombardia, con 13.500 ettari di vigneti? L’Oltrepò Pavese deve prendere in mano il proprio destino e optare per una specializzazione dei marchi aziendali. Il tesoretto rappresentato da 3 mila ettari di Pinot nero fanno di questa terra contadina, amata da Gianni Brera e Luigi Veronelli, la capitale italiana della più internazionale delle varietà: un po’ Borgogna e un po’ Champagne.
Dobbiamo concentrarci su ciò che ci rende unici. Siamo la culla del Metodo Classico italiano dal 1865 e abbiamo un vitigno internazionale che esprime sulle nostre terre al 45° Parallelo, nel mondo sinonimo di grandi vini, caratteristiche qualitative precise. Il problema è che tutti ne parlano ma pochissimi si concentrano su leve strategiche nuove.
In che senso? Nell’ultimo decennio l’Oltrepò ha fatto passi da gigante in termini di qualità assoluta. Non lo dico io, lo dicono degustatori nazionali ed internazionali che hanno sancito come i nostri vitivinicoltori abbiano storia, qualità e assi nella manica.
Il problema, però, è che a differenza di quanto accaduto in molte altre zone italiane le imprese locali non trasformano le rispettive identità in una scelta d’impresa. Non parlo solo di Pinot nero, perché il territorio è vasto e ci sono più frecce diverse che ognuno può avere al proprio arco per caratterizzarsi, in base alla zona.
Al momento ci sono aziende piccole che producono un numero troppo vasto di referenze e tipologie, mandando in tilt la percezione di sé. Siamo partiti dai disciplinari, che abbiamo emendato e sfoltito, da una nuova tracciabilità dei vini DOC con il contrassegno di Stato, per lanciare un messaggio forte e chiaro a buyer e mondo consumatore. C’è però un passato che si deve superare anche nelle scelte aziendali, una mentalità di rinnovare.
Cosa occorrerebbe fare? Se il tuo catalogo è una carta dei vini sterminata significa che nel percepito produci valore medio e non valore aggiunto. Evidentemente se fai troppo non emergi e comunichi una forbice di prezzi troppo ampia, nemica di un posizionamento forte del tuo marchio.
Nel marketing insegnano che l’immagine di ogni azienda viene associata all’etichetta che posiziona a scaffale al prezzo più basso. Ebbene la nostra qualità è venduta a prezzi che sono mediamente dal 20 al 30 percento al di sotto di quelli che sarebbero adeguati a parità di qualità.
Senza generalizzare, perché sarebbe sbagliatissimo, osservando varie indagini di mercato l’impressione è che si voglia vendere “tutto” e “tanto” anziché vendere “bene”, come il consumo medio pro capite di vino in Italia suggerirebbe a una zona che esporta direttamente ancora una percentuale minima della propria produzione.
Qualcuno però dirà che i conti devono pur tornare Bisogna fare i calcoli in modo scientifico in azienda, ricordando che il fatturato non è mai la misura dello stato di salute di un’impresa, ma che al contrario risulta spesso solo un miraggio.
A volumi sanno lavorare bene le industrie, gli imbottigliatori o le cooperative, mentre invece i piccoli produttori dovrebbero usare metodi diversi per monitorare la loro performance, scegliendo i canali di vendita con cura e diversificandoli.
Bisogna puntare sulla distintività e sull’esclusività, facendo percepire le caratteristiche uniche dei nostri prodotti di punta. I “vini da cassetto” sono come i “menù di lavoro” dei ristoranti che, alla fine, si scelgono perché costano poco, non per il valore che hanno.
Nel mondo questo genere di vini saranno prodotti via via sempre più da molti paesi emergenti in ambito enologico. Per me l’Italia e l’Oltrepò devono prendere un’altra strada. Bisogna avere più bottiglie nel segmento “premium”, per poi agire con il marketing e la pubblicità per far vendere vini a valore aggiunto. Viceversa, “Oltrepò” vorrà sempre dire “terra che fa vino”. Un messaggio che dice tutto e dice niente.
Ma tra il “dire” e il “fare” c’è di mezzo il rischio d’impresa: chi se la dovrebbe sentire? Delle due l’una: smettere di lamentarsi perché non ci si vede riconosciuto il giusto valore e andare avanti come prima, oppure cambiare essendo capaci di affermare un’identità che ciascuno può saper trovare perché qui le imprese il loro karma ce l’hanno tutte.
Spesso si pensa erroneamente all’Oltrepò come a una terra dal bel potenziale inespresso. E’ sbagliato, odioso e avvilente. Questo il mercato e i giornalisti di settore lo dicono perché le aziende non si concentrano abbastanza sul dare numeri al loro top di gamma, comunicandolo e posizionandolo in modo capillare come merita.
Un po’ di tutto andava forse bene quando il vino si vendeva da solo, negli anni ’70. Oggi le dinamiche sono molto diverse e di certo più complesse.
Che peso hanno, dunque, le “svendite” della Gdo e l’azione degli imbottigliatori? Secondo me un produttore e un imbottigliatore hanno profili e target differenti. Per me le svendite di taluni prodotti e tipologie sono solo una conseguenza. Il problema a monte è che il territorio deve riuscire a imporsi e fare valore aggiunto con i prodotti che ai grandi poli al momento quasi non interessano.
Il Pinot nero dell’Oltrepò Pavese Doc e l’Oltrepò Pavese Metodo Classico Docg, il Cruasé o i grandi Riesling sono vini che al top di gamma richiedono scelte in vigneto, in cantina e nell’affinamento a misura di piccola impresa che voglia distinguersi.
Chi deve fare maxi volumi certi investimenti non li fa, almeno fino a quando ha la miglior materia prima a prezzi stracciati. Occorre staccare la punta della piramide qualitativa territoriale e lavorarci insieme, unendo tutti i produttori capaci e stringendo un patto per un prezzo minimo sotto il quale non scendere.
Si parte valorizzando il vino per poi pagare di più le uve, partendo da quelle selezionate e vendemmiate a regola d’arte. Non servono altre associazioni, sigle o loghi. Serve un piano sorretto dalla volontà di non cambiare idea a ogni vendemmia, condannandosi a essere serbatoio o discount del vino al litro.
Le cantine cooperative sono una virtù o un limite in questo percorso? La cooperazione può essere una straordinaria opportunità per arrivare a produrre qualità in quantità. Il riavvio di La Versa, ad esempio, vuol dire tanto per la spumantistica Docg del territorio. Torrevilla, che guarda al Pinot nero e al Metodo Classico con crescente tensione qualitativa e apre a strategie di zonazione, è un altro fatto enormemente positivo.
Terre d’Oltrepò, che a Broni e Casteggio ridisegna il packaging e punta sul vino in bottiglia e sul creare una rete commerciale, rappresenta un passo avanti notevole. La Cantina di Canneto che scommette su progetti di rete nazionali può dare un importante contributo.
Credo che demonizzare modelli aziendali diversi dal proprio sia un errore e un darsi martellate da soli. Il futuro si progetta solo con tutti seduti a un tavolo.
E’ il Consorzio di Tutela quel tavolo? Sarebbe troppo facile dire di sì, specie a me. Mi limito solo a osservare che bisogna superare la logica di contrapposizione e, ancora di più, le larghe intese a parole. Ci sono idee diverse, non bisogna fingere di andare d’accordo come fosse una recita.
Occorre trovare punti di sintesi, far volare gli stracci, consumare le dialettiche del caso e poi uscire forti e determinati ad andare avanti insieme. Qualcuno pensa che costruendo fortini ognuno ottenga il suo regno.
In verità la storia recente insegna che non va così, perché il profilo di un territorio è responsabilità e dovere di tutti. Divisi e in ordine sparso si coltiva solo fragilità, quella fragilità che rende schiavi. Io in Oltrepò credo servano leader di mercato, non di vallata.
Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, tra carta stampata e online, dirigo winemag.it. Collaboro inoltre come corrispondente per una delle testate internazionali più autorevoli del settore, in lingua inglese. Edito con cadenza annuale la “Guida Top 100 Migliori vini italiani” e partecipo come giurato ai più importanti concorsi enologici internazionali. Oltre alle piazze tradizionali, studio con grande curiosità i mercati emergenti, seguendone dinamiche, trend ed evoluzioni. Negli anni ho maturato una particolare esperienza nei vini dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa, tanto da aver curato la selezione vini per un importatore leader in Italia. Nel 2024 mi è stato assegnato un premio nazionale di giornalismo enogastronomico.
Il clima di montagna, l’influenza dell’Ora del Garda, l’Adige, le bollicine. In una parola il Trentodoc. Degustiamo oggi il Dosaggio Zero Riserva di Letrari, millesimo 2009 sboccatura 2015.
LA DEGUSTAZIONE
Colore dorato, brillante. Perlage fine, elegante, lento e persistente. il naso è ricco e complesso.
Ben presente il lisato che qui spazia dalla crosta di pane al tostato. Leggera freschezza agrumata.
Frutta bianca matura, come pesca ed albicocca, accompagnata da una nota di mela ammaccata o marmellata di mela. Vaniglia, crema pasticcera e frutta secca a chiudere un quadro evoluto.
In bocca è fine e setoso col perlage che accarezza palato e gola. Pieno e di struttura, ha buona sapidità ed acidità che supporta il sorso e tutta la lunga persistenza. Persistenza che nel retro olfattivo ci riporta la complessità appena trovata al naso.
Al terzo anno dalla sboccatura ecco un Metodo Classico “gourmet”, come si dice, in grado di reggere svariati abbinamenti un cucina. Ma anche un vino “da meditazione”, bello da esplorare in compagnia degli amici.
LA VINIFICAZIONE
Chardonnay, in prevalenza, e Pinot Nero raccolti a mano. Cinque anni sui lieviti per donare complessità ed eleganza. Clima e terroir della Vallagarina, suolo povero e roccioso dalla felice esposizione e dal microclima influenzato dal Garda e dall’Ora, il vento che parte dal lago e si spinge verso nord.
Un’azienda attenta al territorio ed a tradurre i valori della tradizione nel bicchiere, citando il fondatore Leonello Letrari: “Il vino del futuro? Dovrà mettere nel bicchiere tutti i saperi del territorio dove nasce, con i suoi sapori, le sue essenze. Dovrà identificare le peculiarità, esaltare le differenze. Battere l’omologazione”.
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SANTA GIULETTA – Eno Artigiano. Stefano Milanesi ama definirsi proprio così. E lo mette anche sull’etichetta dei suoi vini. Di un Oltrepò pavese “alternativo”.
Te ne accorgi da come t’accoglie per la visita programmata per un sabato mattina uggioso di fine febbraio: affettando salame e coppa. Siamo a Santa Giuletta, in provincia di Pavia. Sui primi dislivelli che si incontrano venendo dalla piatta metropoli Milanese.
Una passione, quella per il vino, che Stefano Milanesi ha ereditato dalla sua famiglia di viticoltori da molte generazioni. Certificato Bioagricert già da 10 anni, quando ancora del tanto modaiolo termine “Vini Naturali” e “Biologici” non si sentiva quasi parlare.
Qui la filosofia è chiara: niente diserbo chimico, solo rame e zolfo contro Oidio e Peronospora. Poi, tanta cura sulla pianta. “Perché non è vero che l’intervento dell’uomo deve essere il minor possibile”. Ci sediamo al tavolo per iniziare la degustazione.
Partiamo con il Pinot Nero Metodo classico. Non c’è un limite di permanenza sulle proprie fecce di fermentazione. E’ l’annata che decide. E poi è Stefano a spingersi oltre. La sboccatura non avviene mai prima dei 36 mesi.
In degustazione le vendemmie 2013 e 2010 ma in cantina c’è anche la 2007, sboccata a novembre 2017. I colori ovviamente solo diversi. Si va dal giallo paglierino intenso al dorato. Tutti vini che non subiscono chiarifiche, filtrazioni e acidificazioni.
LA DEGUSTAZIONE
I sentori al naso sono comuni e incredibili. Si va dal biancospino (aroma per Stefano che meglio rappresenta il Vesna Nature) ai sentori di fiori di campo e di frutta a polpa bianca. E poi uva spina, mela. Ma anche agrumi e pasticceria.
A un certo punto, dopo più di 2 ore, a bicchiere ormai vuoto, il naso rimanda note da Sauvignon Blanc, nello stupore generale del tavolo. Perlage di buona persistenza e finezza, complesso e fresco, sapido e minerale . Nel complesso una gran bella bollicina.
Si prosegue con Poltre bianco da uvaggio misto locale: Cortese, Riesling italico, Pinot nero, Trebbiano e Sauvignon. Un bianco da pasto, caratterizzato da una macerazione di 5 giorni che lo rende di un giallo dorato.
Il corredo olfattivo, tutto tranne che banale. Frutta matura a polpa gialla, frutta secca, qualche richiamo al miele millefiori. Freschezza da vendere. Sorso piacevole.
Poltre rosso è invece ottenuto da uve Croatina, Barbera e Uva Rara in percentuali maggiori. Macerazione un po’ più spinta del bianco e vino da complessità aromatica anche qui interessante. Forse qualche nota surmatura ad inizio bicchiere. Ma poi il vino si distende e il corredo aromatico si ingentilisce.
Si passa poi a quella che rimane la miglior espressione di casa Milanesi: il Neroir, Pinot nero in purezza di eleganza e finezza poco comuni. E’ un vino timido, si scopre piano. Pressatura soffice, macerazione di qualche ora, poi il cemento.
Il colore è scarico, da Pinot nero d’Oltralpe. E l’aroma spazia dalla piccola frutta rossa, come la visciola, ai fiori, come la violetta. Sul lungo dà il meglio di sé. Un vino fatto per stupire.
I CRU Si assaggia anche la Croatina OPpure e la Barbera Elisa. Annata 2009. Monovitigni per questi due cru, che dopo una macerazione di qualche giorno vanno in affinamento in legno, barrique e tonneaux di rovere francese e bulgaro.
L’acidità della Barbera e il tannino della Croatina rappresentano la base di questi due ottimi cru aziendali.
Ma il corredo aromatico e gustativo è complesso, armonico, forse più bilanciato sulla Croatina dove il frutto maturo, le note boisé e la spezia si fondono meravigliosamente.
Qui siamo sui 2 grappoli per pianta: rese bassissime, spinte alla maturazione perfetta. Vini da invecchiamento , con tanto corpo e tanta materia, da permetterne splendide evoluzioni.
La prova la abbiamo quando Stefano mette a tavola una bottiglia nuda , senza etichetta. Una bordolese, quindi capiamo che siamo andati indietro negli anni. E’ un blind taste questo. E Stefano ci invita a provare a scoprire cosa degustiamo.
Il naso non tradisce. E’ lo stesso di qualche bicchiere fa: è Barbera. Acidità e tanto corpo, ma ancora note calde in bocca, a prevalere sul terziario. Azzardiamo un’annata calda: la 2003. Bingo!
Ci alziamo soddisfatti dal tavolo: Stefano Milanesi vuole mostrarci la cantina, dove sono custodite le bottiglie e le barrique. Quello che colpisce di più, però, solo le pupitres in cui il giorno prima Stefano ha posizionato il suo Pinot nero atto a divenire Vesna. Il colpo d’occhio è ipnotizzante. Non ci si staccherebbe mai.
L’Eno Artigiano Stefano Milanesi è un vignaiolo a 360 gradi. La conduzione “familiare” della cantina è l’impronta tangibile del suo Dna. Il rispetto per la pianta e per il suo frutto, la sua impronta personale. Il resto, lo fa il suo istinto. Il suo azzardo. Il suo naso. E il suo palato.
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BRONI – Abbassamento delle rese, restringimento della zona Igt, vinificazione e imbottigliamento in loco per Sangue di Giuda e Pinot Nero. E parola fine all’era del vino Doc in damigiana. L’Oltrepò pavese guarda così al futuro, riformando i disciplinari.
Mosse storiche, che forse ridaranno slancio a un territorio che merita molto più di quello che è riuscito a raccogliere. Le riforme dei disciplinari sono state presentate giovedì dal Consiglio di amministrazione del Consorzio Tutela Vini Oltrepò Pavese, in occasione dell’assemblea dei soci all’Enoteca Regionale di Broni.
“Ringrazio chi ha lavorato con noi per arrivare a questi risultati – commenta il presidente Michele Rossetti – che sono solo il primo passo. Un passo che però è storico e lascerà il segno soprattutto perché sul territorio, davvero, qualcosa è successo”.
“Questo Consiglio, insieme ai nuovi disciplinari e a una tracciabilità vera per ridare smalto alla Doc – aggiunge Rossetti – lascerà in eredità un nuovo modo di fare Consorzio. E’ un messaggio anche a chi ha scelto di star fuori, di non partecipare e di lasciar fare agli altri”.
Parole scaturite dal confronto positivo tra grandi e piccoli produttori oltrepadani. “Ho visto una Terre d’Oltrepò profondamente cambiata – evidenzia Rossetti – che si è messa in gioco per gli altri. Una Torrevilla disposta a fare sacrifici. Tanti titolari d’imprese di qualità pronti a scommettere sul futuro. Si può ricominciare”.
LE NOVITA’ “Uno spirito collaborativo – precisa Emanele Bottiroli, direttore del Consorzio di Tutela Vini Oltrepò – che ha portato a migliorare i vecchi disciplinari, abbassare le rese all’insegna della qualità, cancellare tipologie e versioni non identitarie da una Doc fino ad oggi barocca, restringere la zona di produzione Igt eliminando comuni di pianura, limitare in zona la vinificazione e l’imbottigliamento di Sangue di Giuda e Pinot nero”.
Ma non solo. “Le modifiche dicono addio all’era del vino Doc in damigiana – continua Bottiroli – contribuendo a ridare slancio al disciplinare del Casteggio e a ottimizzare tutti gli altri disciplinari di produzione, compreso quello del Bonarda, il vino territoriale più venduto e amato, che sarà solo il lato frizzante o ‘vivace’ dell’Oltrepò Pavese”.
“Ognuno ha fatto uno sforzo – chiosa Bottiroli – in particolare le cantine cooperative Terre d’Oltrepò, socio di maggioranza mai così vicino nella storia al comune sentire territoriale pur a costo di sacrifici, e Torrevilla. Non si sono tirati indietro nemmeno gli altri produttori presenti in assemblea, che hanno capito in che direzione andava una riforma che voleva dare segnali concreti di cambiamento”.
Ai vini Doc sarà inoltre apposto il contrassegno di Stato. La cosiddetta “fascetta”, “utile – sottolinea ancora Bottiroli – a garantirne autenticità e valore, facilitando gli organismi di controllo e dando ai consumatori consapevolezze nuove sul valore aggiunto che i grandi vini meritano”.
IL FUTURO
Il futuro dell’Oltrepò, come di altre Denominazioni, passa tuttavia anche dall’estero. Anche su questo fronte le premesse sembrano buone. “Il nostro Piano per l’internazionalizzazione 2018 – annuncia il direttore Bottiroli – è stato valutato al primo posto in graduatoria regionale davanti, per punteggio, a realtà importanti come Franciacorta e Ca’ del Bosco. Si tratta di un progetto di rete, di cui siamo capofila, mirato in particolare a Stati Uniti, Giappone, Cina e Svizzera”.
Sul fronte fieristico è già iniziato il conto alla rovescia anche in chiave europea: “Ci prepariamo – annuncia Bottiroli – al Prowein di Dusseldorf, la fiera del vino più importante in area Ue riservata agli operatori professionali”.
Occhi puntati anche su Verona: “Ci prepariamo a un Vinitaly 2018 all’insegna di molte novità e di una comunicazione nuova – preannuncia Bottiroli -. Saremo al salone del vino più importante d’Italia con il libro bianco sull’Oltrepò del vino, uno studio dettagliato e scientifico condotto dall’Osservatorio di Wine Marketing che un anno fa abbiamo costituito con l’Università di Pavia”.
Il Consorzio di Tutela presenterà così “uno strumento, frutto di analisi dati, uscite sul campo e interviste, che ci consentirà di progettare con metodo, avendo una rappresentazione plastica del complesso universo della vite e del vino in Oltrepò”. Dalla diagnosi nascerà “una terapia, ovvero una strategia a breve, medio e lungo termine”.
Per Bottiroli, il limite da superare resta sempre lo stesso: quello delle divisioni. “Il Consorzio è la casa di tutti. Solo con l’unione e il superamento delle barricate i risultati saranno tangibili. Auspico che il 2018 sia l’anno della svolta, anche sul tema dell’enoturismo e del marchio Oltrepò Pavese che puntiamo a creare con la Strada del Vino”.
“Voler bene al territorio – conclude Bottiroli – significa remare, insieme, nella stessa direzione, considerare i successi di uno un vantaggio per tutti. Bisogna dare numeri al top di gamma per poterlo promuovere facendolo reperire più facilmente sul mercato ai consumatori in Italia e nel mondo. Sei quel che si trova e quel che si vede di tuo, non quel che dici di te”.
Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, tra carta stampata e online, dirigo winemag.it. Collaboro inoltre come corrispondente per una delle testate internazionali più autorevoli del settore, in lingua inglese. Edito con cadenza annuale la “Guida Top 100 Migliori vini italiani” e partecipo come giurato ai più importanti concorsi enologici internazionali. Oltre alle piazze tradizionali, studio con grande curiosità i mercati emergenti, seguendone dinamiche, trend ed evoluzioni. Negli anni ho maturato una particolare esperienza nei vini dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa, tanto da aver curato la selezione vini per un importatore leader in Italia. Nel 2024 mi è stato assegnato un premio nazionale di giornalismo enogastronomico.
PIACENZA – Che non si tratti di una degustazione di Château d’Yquem al Marina Bay Sands di Singapore, lo si intuisce dal colpo d’occhio iniziale.
E’ un pannello di plexiglass marrone, con la scritta a pennarello “Ingresso Sorgentedelvino Live”, ad accogliere una cinquantina di persone. Un freddo lunedì 12 febbraio segna le ultime 6 ore di fiera, a Piacenza Expo.
Il pannello, poggiato a terra, davanti alla cancellata che si spalanca a mezzogiorno in punto, la dice tutta sulla tre giorni che ha visto protagonisti 150 vignaioli (circa 800 vini) provenienti da ogni angolo d’Italia, oltre che da Austria, Croazia e Francia. Conta più la sostanza della forma.
E di “sostanza” ne troviamo tanta nei calici dei produttori, accomunati dal credo in un’agricoltura “biologica, biodinamica e sostenibile”. “Vino che si affida alla natura, per arrivare dall’uva alla bottiglia”, come piace definirlo agli organizzatori Paolo Rusconi, Barbara Pulliero e Francesco Amodeo, con l’astuzia linguistica di chi ha visto crescere Sorgentedelvino Live sin dalla prima edizione del 2008, 10 anni fa.
Quattromilacinquecento gli ingressi quest’anno, rende noto l’ufficio stampa. Cinquecento in più, nel 2018, rispetto all’edizione precedente. Una manifestazione che cresce. Come cresce l’interesse, in Italia, per i vini cosiddetti “non convenzionali”.
I MIGLIORI ASSAGGI
Ecco, dunque, i nostri migliori assaggi. Parte del leone la fa la Calabria, regione posta appositamente sugli scudi dagli organizzatori di Sorgentedelvino Live 2018. Buona rappresentanza anche per l’Oltrepò Pavese, che si conferma culla lombarda di una viticoltura alternativa, tra i colli del miglior Pinot Nero spumantizzato d’Italia.
Segnaliamo l’attento lavoro di recupero di due autoctoni in Toscana, da parte di una produttrice che, di “autoctono”, ha ben poco (ed è anche questo il bello). Poi qualche realtà emergente che saprà certamente imporsi dalle parte di Soave, in Veneto, ma non solo.
E una conferma assoluta in Liguria, con uno dei produttori più interessanti dell’intero panorama nazionale dei vini naturali. Infine, uno straordinario assaggio in Sardegna. Quello dal quale vogliamo partire per raccontare i migliori calici di Sorgentedelvino Live 2018.
1) Barbagia Igt 2016 Perda Pintà, Cantina Giuseppe Sedilesu. Giallo luminoso come una spada laser il Perda Pintà di Giuseppe Sedilesu, ottenuto dal vitigno autoctono di Mamoiada, paesino 2.500 anime in provincia di Nuoro: la Granazza, allevata ad alberello.
Un vitigno che non risulta ancora classificato ufficialmente. I Sedilesu lo hanno riscoperto e valorizzato, unendo il frutto di alcune viti presenti tra i filari di Cannonau. Al naso un’esplosione di macchia mediterranea, unita a sentori aromatici e avvolgenti che, poi, caratterizzeranno il palato.
L’avvolgenza è quella dei 16 gradi di percentuale d’alcol in volume, che rendono Perda Pintà perfetto accompagnamento per formaggi stagionati e piatti (etnici) speziati, come per esempio un buon pollo al curry o i dei semplici granchietti al pepe.
2) Azienda Agricola I Nadre. Degustare i vini della vitivinicola I Nadre, significa compiere un tuffo nel calcare, sino a respirarlo. Siamo in provincia di Brescia, più esattamente in località Muline, a Cerveno, Val Camonica. Il terroir calcareo e sassoso dei 2 ettari vitati conferisce un fil rouge di grande salinità a tutti gli assaggi di questa cantina.
Ottimo il Riesling che degustiamo in apertura, seguito dall’ancora più sorprendente Metodo Classico Vsq millesimato 2012 “A Chiara”: Chardonnay in purezza, dosaggio zero (tiraggio giugno 2013, sboccatura 19 settembre 2016).
A giugno 2018 sarà messo in commercio il millesimato 2015 e conviene prenotarsene almeno un cartone. Interessante anche la Barbera Igt Vallecamonica Le Muline 2015 “Vigneti della Concarena”, anche se appena imbottigliata.
3) Igt Toscana spumante rosato 2016 “Follia a Deux”, Podere Anima mundi. Altro assaggio memorabile e forse irripetibile. Già, perché Marta Sierota – l’elegante padrona di casa franco polacca di Podere Anima mundi – lo commercializza solo in cantina, per pochi intimi.
Il resto finisce in alcuni wine bar ben attrezzati di Roma, Bologna e della stessa Casciana Terme Lari, paese che ospita la cantina, in frazione Usigliano (Pisa). Centocinquanta bottiglie in totale per questo sparkling, su un totale di 10-15 mila circa complessive per Podere Anima Mundi.
Si tratta di uno spumante metodo ancestrale (non filtrato e non sboccato) base Foglia Tonda, autoctono a bacca rossa che qualche lungimirante produttore sta tentando di valorizzare, nella Toscana dei tagli bordolesi alla vaniglia. Un vino da provare a tavola, per il bel gioco che sa creare al palato tra frutto e salinità.
Di Podere Anima Mundi, interessante anche il Foglia Tonda 2015 “Mor di Roccia”, lunghissimo in bocca. Non delude neppure l’altro autoctono, il Pugnitello: “Venti” 2015 è ancora giovane ma di ottime prospettive, mentre la vendemmia 2014 sfodera una freschezza e una mineralità da applausi, unite a un tannino presente, ma tendente al setoso.
4) Calabria Igt Magliocco 2013 Toccomagliocco, L’Acino. Tutto da segnalare dalle parti di Dino Briglio Nigro. Siamo sulla Piana di Sibari, tra lo Jonio e il Tirreno, tra il Pollino e la Sila. Meglio non perdersi neppure un’etichetta di questo fiero produttore calabrese.
Da Giramondo (Malvasia di Candia) ad Asor (“rosa”-to di Magliocco e Guarnaccia nera) passando per Cora Rosso e Toccomagliocco, il Magliocco in purezza che costituisce la punta di diamante di questa cantina.
Grande pienezza sia al naso sia al palato, per un vino che riesce a esprimere – oltre a classiche note di frutta rossa e rosa – anche curiosi sentori di arancia a polpa rossa matura. Non mancano richiami speziati e minerali e un tannino che lo rende perfetto accompagnamento per piatti a base di carne.
5) Cirò Riserva 2012 “Più vite”, Vini Cirò Sergio Arcuri. Altro giro, altra giostra. Sempre in Calabria. Salire su quella di Sergio Arcuri è come catapultarsi a Cirò. Tra le vigne ad alberello di quel grande vitigno del Meridione d’Italia che è il Gaglioppo, sino ad oggi fin troppo offuscato dalla lucentezza dell’Aglianico.
Se “Aris 2015” è il campione di domani, il Cirò Riserva 2012 “Più vite” è il fuoriclasse di oggi. Ottenuto dal cru Piciara, costituisce la materializzazione in forma liquida della terra argillosa, quasi appiccicosa, della vigna più vecchia di casa Arcuri.
Un vino che ha tutto e il contrario di tutto: frutto, sapidità, tannino (quest’ultimo quasi scontato, presente ma dosato). Un rosso pronto, eppure di grande prospettiva. In definitiva, uno di quei vini da avere sempre in cantina.
Un po’ come il rosato da Gaglioppo “Il Marinetto”: splendido, per la sua grande consistenza acido-tattile al palato. E, non ultimo, per il suo colore vero, carico del sole di Calabria più che della nebbia di Provenza ormai tanto in voga tra i rosè.
6) Bonarda Oltrepò pavese Doc 2012 Giâfèr, Barbara Avellino. Forse il vino dal miglior rapporto qualità prezzo degustato a Sorgentedelvino Live 2018 (8,50 euro in cantina). Ma non immaginatevi il classico “Bonardino” dal residuo zuccherino piacione.
Giâfèr sta tutto nel nome: giovane, fresco, vivace. Un Bonarda dell’Oltrepò pavese che sfodera un naso e un palato corrispondenti, sulla trama che accompagna i tipici frutti rossi e i fiori di viola: un’esplosione di erbe di campo e liquirizia dolce in cui si esalta il blend di Croatina (85%), Barbera e Uva Rara.
Ma brava e coraggiosa Barbara Avellino non si ferma qui. Ha ancora in cantina qualche bottiglia di Metodo Classico 2005 “I Lupi della Luna”, base Pinot Noir con un 10% di Chardonnay. Uno spumante non sboccato (tiraggio 2008) interessantissimo, la cui commercializzazione è stata avviata solo dal 2014. Più di 110 i mesi sui lieviti.
Naso di erbe (ebbene sì, ancora loro) e palato appagante per corpo e complessità, giocata su tinte balsamiche e elegantemente mielose. Buona anche la persistenza. Le uve utilizzate per questo sparkling provengono dai terreni di Roberto Alessi de “Il Poggio” di Volpara (PV).
7) Pinot Nero Provincia di Pavia Igt “Astropinot” 2013, Ca’ del Conte. Uno di quei Pinot d’Oltrepò che fanno rima con chapeau. Paolo Macconi, titolare con la moglie Martina dell’azienda a condizione famigliare Ca’ del Conte di Rivanazzano Terme (PV) è uno che i vini li sa fare e anche vendere.
Non a caso va forte in Giappone, dove si vanta di vendere “vini che arrivano in perfetto stato, nonostante l’assenza di solforosa aggiunta e 40 giorni di nave”. E “Astropinot” 2013 è tutto tranne che un autogol.
Bellissima l’espressione del frutto “Noir” che riempie di gusto il palato, mentre l’anima animale del Pinot si fa largo con le unghie, espresse (anche) dal tannino vivo ma ben amalgamato. Un cru ottenuto dal vigneto “Il Bosco”, capace di rende merito al meglio della produzione vitivinicola dell’Oltrepò pavese.
Di Ca’ del Conte (azienda che fa delle lunghe macerazioni un credo, con un media di 90 giorni per le annate precedenti alla 2016) ottimi anche i bianchi. Segnaliamo il Riesling renano con un riuscitissimo tocco di Incrocio Manzoni, ma sopratutto lo Chardonnay 2013 Fenice: strepitoso. E aspettiamo il prossimo anno, quando sarà messa in commercio la prima vendemmia (2017) di Timorasso.
8) Insolente Vini. Lo dicevamo all’inizio: “sostanza” più che “forma” a Sorgentedelvino Live. Ecco una giovane cantina che riesce a coniugare entrambi gli aspetti: la sostanza dei vini di Insolente è pari alla loro forma.
Ovvero all’estetica, accattivante e moderna, delle etichette elaborate da Luca Elettri, pubblicitario prestato all’azienda di cui sono titolari i tre figli Francesca, Andrea e Martina. Il risultato sono 6 vini (3 bianchi, due rossi e uno spumante) elaborati in uno dei Comuni roccaforte del Soave Classico, Monteforte d’Alpone (VR).
Per l’esattezza: Bianco PR1, bianco macerato LE1, frizzante RM1 2016, rosso FC1, rosso jat AE1 e spumante ME1 2016, tutti alla prima vendemmia assoluta (2016). Garganega per i bianchi. Tai Rosso, Cabernet e Merlot per i rossi. Ma tra tutti, oltre al Tai, risulta molto interessante la “bollicina” di Durella, da vigneti vocati a Brenton di Roncà (VR), situati a 400 metri sul livello del mare.
Seicento bottiglie in totale, per uno spumante fresco, croccante. Una di quelle bottiglie che non stancano mai. Una bella espressione di uno strepitoso terroir, che sta conquistando sempre maggiore credibilità. E che ora può contare su un altro interprete. Giovane. Ma soprattutto Insolente.
9) Gewurztraminer 2016, Weingut Lieselehof. Una vecchia conoscenza di vinialsuper, già segnalata tra i migliori assaggi del Merano Wine Festival 2017, per lo strepitoso Piwi Julian 2008 e per il passito Sweet Claire (100% Bronner).
A Sorgentedelvino Live 2018 le strade si incrociano per un altro cavallo di battaglia di Weingut Lieselehof: il Gewurztraminer. Uno di quelli da provare, perché si discostano dalla media. Tipico più in bocca che al naso, dove sembra assumere note che lo avvicinano di molto al Moscato Giallo. La spiccata acidità al palato rende questo vino davvero speciale
10) Tra i migliori vini passiti degustati, due calabresi dominano la scena: il Moscato di Saracena di Cantine Viola, vendemmia 2014, è uno di quei vini che riescono ad andare al di là di un calice assoluto valore. Attorno alla riscoperta del Moscato di Saracena, Luigi Viola e la sua famiglia sono riusciti a creare un mondo.
Una sorta di indotto, costituito dalla recente fondazione di una cinquantina di cantine nella provincia di Cosenza. A raccontarlo è lo stesso Alessandro Viola, col garbo dei grandi uomini di vino.
Ottimo anche il Greco di Bianco passito dell’Azienda agricola Santino Lucà di Bianco (Reggio Calabria). Un passito dalle caratteristiche più classiche rispetto al Mantonico passito proposto in degustazione dalla stessa cantina, a Sorgentedelvino Live 2018.
Chiudiamo con un classico per i lettori di vinialsuper: il vino cotto Stravecchio Marca Occhio di Gallo della Cantina Tiberi David. Un unicum nel suo genere, che ancora attende (a differenza del Moscato di Saracena di Cantine Viola) il riconoscimento di “presidio Slow Food” per la definitiva consacrazione. Un aspetto che vi racconteremo presto, in un servizio ad hoc. Straordinaria l’espressione della vendemmia 2003 in degustazione.
Letteralmente “fuori concorso” il Pigato 2003 in versione “Armagnac” di quel santuario ligure che è Rocche del Gatto. A presentarlo è il guru Fausto De Andreis, che nella sua Albenga (SV) è artefice di vini immortali, a base Pigato e Vermentino.
Fausto ha chiamato questa “bevanda spiritosa” da 33% “Oltre Spigau 03”. Un altro passo avanti verso la battaglia irriverente di un vignaiolo d’altri tempi e senza tempo. Come i suoi vini.
Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, tra carta stampata e online, dirigo winemag.it. Collaboro inoltre come corrispondente per una delle testate internazionali più autorevoli del settore, in lingua inglese. Edito con cadenza annuale la “Guida Top 100 Migliori vini italiani” e partecipo come giurato ai più importanti concorsi enologici internazionali. Oltre alle piazze tradizionali, studio con grande curiosità i mercati emergenti, seguendone dinamiche, trend ed evoluzioni. Negli anni ho maturato una particolare esperienza nei vini dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa, tanto da aver curato la selezione vini per un importatore leader in Italia. Nel 2024 mi è stato assegnato un premio nazionale di giornalismo enogastronomico.
E’ il Veneto che non t’aspetti. Quelle delle bollicine “Metodo Classico”. In realtà, il Lessini Durello Doc 2008 “60 mesi” di Marcato, è molto, molto di più.
Uno di quei vini capaci di sorprendere, perché in grado di mettere l’accento a un vitigno. Nel caso specifico la Durella. Mai sentito parlare? Possibile. Prima, però, vi raccontiamo il calice.
LA DEGUSTAZIONE
Il Lessini Durello Doc 2008 “60 mesi” di Marcato veste il calice di un giallo brillante, dorato. Il perlage è fine e persistente, come si addice ai migliori Metodo Classico.
Naso complesso. Una giostra che inizia a girare sui sentori tipici dei lieviti (60 mesi di affinamento non potevano che lasciare questo “segno”, positivo). E dunque croissant, crema pasticcera. Ma anche miele d’acacia e frutta a polpa bianca. Non mancano richiami minerali (su cui poi mette un punto deciso il palato), sbuffi di fiori di campo ed erbe aromatiche.
In bocca, il Lessini Durello 2008 di Marcato entra dritto, su note sorprendenti (proprio perché non esattamente corrispondenti al naso) di agrumi come cedro e lime Ecco i muscoli del Pinot Nero, presente con un 15% in questo matrimonio d’uve con la Durella (85%).
Acidità e mineralità perfettamente in equilibrio, anche quando il sorso assume tutte le caratteristiche che rendono speciale questa etichetta. Il momento in cui la mineralità del terreno vulcanico esce in tutto il suo splendore.
Ottima anche la persistenza di questo vino, in un retrolfattivo che conserva l’eleganza iniziale. Perfetto a tutto pasto (anche per il prezzo interessantissimo, generalmente sotto i 15 euro), il Lessini Durello 2008 di Marcato accompagnare molto bene piatti a base di pesce, ma anche crostacei ed ostriche.
LA VINIFICAZIONE
Le uve di Durella e Pinot Nero crescono nei Comuni di Roncà, Verona e Val d’Alpone, nel cuore della vulcanica Doc Lessini Durello. Vengono raccolte a mano, in piccole cassette. La vinificazione prevede inizialmente una pressatura soffice con fermentazione a temperatura controllata, compresa tra i 14e i 16 gradi.
Fermentazione malolattica completa, prima del taglio per la seconda fermentazione. L’affinamento sui lieviti, come suggerisce il nome stesso di questo spumante Metodo Classico, prevede un minimo 60 mesi. Un procedimento che si compie nelle cave sotterranee della cantina.
La Marcato ha intrapreso dal 2013 un nuovo corso. Gianni Tessari e la sua famiglia (la moglie Anna Maria e le figlie Valeria e Alice) hanno posto l’accento sull’innovazione, modernizzando l’azienda anche dal punto di vista dell’immagine. Ne sono un esempio le etichette, riviste in un’ottica più accattivante rispetto al passato.
L’anno della svolta, però, è il 2016. La Società Agricola Giannitessari riunisce 55 ettari di vigneto, distribuiti in tre Doc (a Roncà per il Lessini, Soave e Sarego per i Colli Berici) e inizia a contare su una moderna cantina di circa 7 mila metri, portando la produzione a 350 mila bottiglie.
Questi i numeri di una realtà in cui Tessari, sotto la stessa firma, affianca alla produzione di Durello Spumante Metodo Classico quella di vini fermi bianchi e rossi (Soave prima di tutti), oltre agli Charmat a base Durella e Garganega.
Winemag.it, wine magazine italiano incentrato su wine news e recensioni, è una testata registrata in Tribunale, con base a Milano. Un quotidiano online sempre aggiornato sulle news e sulle ultime tendenze italiane ed internazionali. La direzione del wine magazine è affidata a Davide Bortone, giornalista, wine critic, giudice di numerosi concorsi internazionali e vincitore di un premio giornalistico nazionale. Winemag edita inoltre con cadenza annuale la Guida Top 100 Migliori vini italiani. Winemag.it è un progetto editoriale indipendente e di elevata reputazione in Italia e in Europa. Puoi sostenerci con una donazione.
E’ la “fiera” nel cuore di tanti amanti della viticoltura “autentica”, “naturale”. Siamo a Fornovo di Taro, in provincia di Parma, per “Vini di vignaioli – vins des vignerons”. Una rassegna giunta ormai alla sedicesima edizione.
La fiera dei vignaioli artigiani si tiene sempre nello stesso tendone. La differenza è che, negli anni, è sempre più affollato. Di appassionati, sì. Ma anche di produttori. Sempre più “vignaioli” e sempre meno “imprenditori del vino”. Perché a Fornovo, il vino è inteso come risorsa alimentare corroborante e salutare, come è stata riconosciuta nei secoli. E non come bevanda che può essere alterata e corretta correggendo i costituenti.
La giornata di lunedì 6 novembre è uggiosa. Piove, come capita spesso nel periodo di inizio novembre. Il tendone posizionato all’inizio del paese, sulle sponde del Taro, è fatiscente. In alcuni angoli piove dentro. Ma lo spazio, quest’anno, è meglio distribuito e l’organizzazione ha apportato qualche modifica che rende la disposizione dei vignaioli più confortevole per i visitatori: 163 produttori, di cui 9 stranieri. Questi i nostri migliori assaggi. O, meglio, i più interessanti.
Manzoni bianco Fontanasanta 2016. macerazione di 5/7 giorni, poi affinamento in legno di acacia per 12 mesi. Colore giallo paglierino intenso, naso esplosivo di fiori e frutta bianca, con inserti di note tropicali. Al palato rimane concorde: bel glicine e continua frutta a polpa bianca e gialla, un discreto sale e un legno ancora da amalgamare.
Pinot grigio Fuoripista 2016. Macerazione in anfora per 8 mesi, poi un rapido passaggio in vasca solo per la decantazione. Vino dal colore rosa tenue tendente al chiaretto, sorprendentemente limpido e trasparente. Al naso fragoline e spezie in un mix quasi orientale. La bocca è complessa e lunga, fresca e avvolgente. Un leggero tannino accarezza le mucose e chiude il sorso lasciando la bocca immediatamente pulita. Dalla prima annata, la 2014 – tra l’altro non proprio facile, bisogna riconoscerlo – ad oggi, l’evoluzione di Elisabetta Foradori è convincente.
Perciso 2016. Elisabetta, insieme ad altre 10 aziende (Castel Noarna, Cesconi, Dalzocchio, Eugenio Rosi, Maso Furli, Mulino dei lessi, Gino Pedrotti, Poli Francesco, vignaiolo Fanti e Vilar) ha formato un consorzio, “I dolomitici”, con l’intento di valorizzare l’originalità e la diversità dell’agricoltura trentina. Nell’ambito di questo progetto nasce il “Perciso”, vino dedicato a Ciso, contadino locale che ha consegnato nelle mani di questi 11 amici una vigna di Lambrusco a foglia frastagliata a piede franco, i cui 727 ceppi sono stati piantati ad inizio 1900.
Vino ottenuto da lunga macerazione e affinamento per 10 mesi in legno grande. Un vigneto storico, un’uva rara, espressione di quella tipicità trentina che il Consorzio punta a valorizzare. Con successo. Vino dal colore rosso porpora carico , limpido. Naso di frutta rossa di sottobosco, non ha mezze misure e in bocca è dritto, schietto, con una discreta acidità e freschezza e una buona persistenza. Si fa bere facile, non è per niente segnato dal legno. Molto interessante. Considernado gli esemplari in commercio (2500) una vera e propria chicca.
Agr. Radikon , Gorizia (GO), Friuli Venezia Giulia
Ribolla 2010. Sasa Radikon qui non sbaglia mai. La vinificazione dei bianchi di casa Radikon è la stessa per tutte le uve: 4 mesi di macerazione, più 4 anni di affinamento in botte, più 2 anni di bottiglia. L’orange wine per definizione dopo quelli di Josko Gravner. Il colore è un giallo carico, dorato. Profumi di spezie, fiori appassiti, frutti canditi, miele, albicocca matura, rabarbaro e un accenno di zafferano. La compessità olfattiva accontenterebbe di per sè già il più scettico dei degustatori. Ma in bocca si completa. Di sottofondo il retro olfattivo aromatico. E in prima linea un tira e molla tra acidità, freschezza e tannino. Con chiusura sapida e minerale. Una meraviglia. Stop.
Agr. Ausonia , Atri (TE), Abruzzo
Qui ci imbattiamo in una mini verticale di Cerasuolo, annate 2016 , 2015 e 2014. Il Cerasuolo di Simone e Francesca, due giovani mantovani con la passione per l’agricoltura e per il vino, è una storia meravigliosa.
Simone lascia la farmacia e Mantova e insieme alla compagna si trasferisce in Abruzzo, dove dal 2008 inizia l’avventura. Siamo ad Atri, nell’entroterra teramano, a 270 metri sul livello del mare. Dodici ettari piantati a Trebbiano, Montepulciano e Pecorino.
Il Cerasuolo effettua una macerazione velocissima, di poche ore, massimo 10 (la 2014, “annata scarica”, ha fatto una notte intera in macerazione, ci racconta Simone) per poi passare senza bucce per la fermentazione in acciaio, dove completa anche la malolattica.
L’annata che convince di più è la 2015: meglio delle altre esprime le caratteristiche splendide di questo vino. Il colore rosato, quasi lampone (un rosa “Big Babol” ). Naso di piccoli fruttini rossi, lampone appunto, ma anche ribes, fragoline e sfumature di violetta. Bocca sapida, fresca e minerale. Uno di quei vini da scolarsi senza ritegno, in estate, a bordo piscina. O in spiaggia.
Az- Agr. Franco Terpin, San Fiorano al Collio (GO), Friuli Venezia Giulia
Qui, dal buon Franco Terpin, ci accoglie la moglie. Già è di poche parole lui. Lei? Gli fa un baffo. Versa, versa e versa. Ma non fatele troppe domande. Assaggiamo Sauvignon 2011 e Pinot grigio 2012, senza rimanere a bocca aperta come invece ci era capitati a VinNatur per il Sauvignon 2010. Il colpo arriva quando meno te lo aspetti. Mentre stai andando via, un po’ deluso, vedi spuntare una magnum con etichetta tutta nera e orange, con un disegno stile “gta”. Lì si fermano tutti.
Compresi quelli di spalle, pronti ad abbandonavano il banchetto. I malfidenti. Si sente sollevarsi un “Oooh, mmmh, wow”, dai pochi rimasti lì davanti. Il gioco è fatto appena metti il naso nel bicchiere. Parolaccia. Clamoroso. Ci dicono Malvasia, ma da un’attenta ricerca il Bianco Igt delle Venezie “il legal” esce senza specifiche di vitigno. Anzi, una specifica c’è. E’ il bianco fatto da uve “non so”:a base Malvasia, sicuramente. Ma con altri uvaggi che non ci è dato sapere.
Il naso è di quelli ipnotici, magnetici, non riesci a staccarlo dal bicchiere. Uno di quei vini che ti accontenti anche solo di annusare, non importa la bocca, talmente è appagante l’olfazione. Non serve altro. Proviamo a dare qualche descrittore. Non sappiamo nulla della vinificazione, dell’affinamento. Il naso inizia sull’uva sultanina, poi frutta bianca matura, pesca, albicocca secca.
Ma anche miele e note di caramello. In bocca, a dir la verità, ha convito meno tutta la platea, peccato. Bella acidità e mineralità, ma chiude forse troppo corto per l’aspettativa che aveva creato nel pubblico estasiato. E’ giovane e “si farà”. I presupposti ci sono tutti. Comunque il naso più roboante dell’intera giornata.
Agr. Eno-Trio, Randazzo (Ct), Sicilia
Giovane cantina, nata nel 2013. Fino a qualche hanno fa conferiva le uve ad altri produttori. Siamo in contrada Calderara, una delle più vocate del versante nord dell’Etna. Si coltiva Nerello mascalese, Pinot nero, Carricante e Traminer aromatico, Grenache e Minnella nera. Un bel mix. Il Traminer prende vita a 1100 metri sul livello del mare, i rossi più in basso. Le vigne di Nerello sono tutte pre filossera a piede franco, con più di cento anni di vita. Ottima tutta la gamma.
Il Pinot nero 2015, viti di quasi 40 anni, macerazione per 6-8 giorni, dopo la fermentazione e la svinatura passa in acciaio per completare la malolattica. Affina in barrique e tonneau per 16 mesi. Colore porpora con unghia violacea, naso bellissimo di marasca e frutti rossi. In bocca è fresco, non si sente per niente il legno, bella acidità, chiusura morbida, avvolgente. Chi dice che l’Etna è la nostra Borgogna non sbaglia, davanti a vini come questo. Un vino incantevole.
Il botto arriva però col Nerello mascalese 2014, 18 mesi di barrique e tonneau. Rubino fitto, naso commovente, frutto dolce e spezia. Ciliegia matura, prugna, mora, china su tutti, ma anche pepe e balsamico. Sorso appagante, fresco, tannino morbido, levigato, bel corpo sostenuto nel centro bocca e un finale persistente. Grande vino.
Az. Agr Stefano Amerighi, Poggio bello di Farneta – Cortona (AR), Toscana
Stefano Amerighi, l’uomo che ci regala il Syrah più buono dello stivale, non lo scopriamo certo adesso e soprattutto non grazie a chi lo ha premiato quest’anno come “vignaiolo dell’anno”. Amerighi è da tempo una garanzia. Lui e il suo Syrah.
Apice 2013. La selezione è un mostro che potrebbe tenere testa a qualche rodano importante. Complesso, spezia, fumé, frutta, non ti stancheresti mai di berlo. In bocca è talmente equilibrato e armonico che non finisce mai di farti scoprire piccole sfaccettature. Lunghissimo.
Az . Agr. La Stoppa , Rivergaro (PC) , Emilia Romagna
La realtà di Elena Pantaleoni è ormai conosciuta oltre i confini nazionali, specie per gli ottimi vini rossi a base soprattutto Barbera e Bonarda e per il noto Ageno, vino a lunga macerazione da un uvaggio di Trebbiano, Ortrugo e Malvasia di Candia.
Noi però siamo qui per uno dei vini più incredibili della fiera e dello stivale in toto: il Buca delle canne. Il vino prende il nome da una conca, appunto la “buca delle canne”, dove Elena ha piantato Semillon, tanto per intenderci l’uva principe da cui si ricava il Sautern.
Qui, a causa proprio della conformazione geografica e pedoclimatica, in alcuni anni le uve vengono colpite dalla muffa nobile, la Botrytis cinerea. Pigiatura solo degli acini colpiti dalla muffa, con torchio verticale idraulico, 10 mesi di barrique di rovere francese e almeno 2 anni di bottiglia per una produzione annua di soli 500 esemplari in bottiglia da 0,50 litri.
Giallo dorato con riflessi ambrati, il naso è ciclopico così come la bocca, tutta la gamma della frutta passita in una sola olfazione. Fichi secchi, canditi, agrumi, scorza d’arancia e poi zafferano, curcuma, mallo di noce. Esplosivo. In bocca sontuoso, ma di una freschezza imbarazzante, potente e armonico. Uno dei migliori vini dolci prodotti in italia, senza se e senza ma.
Agr. Cinque Campi, Quattro Castella (RE) Emilia Romagna
Questa forse una delle sorprese più belle incontrate. La soffiata arriva girando tra la fiera: “Assaggiate la Spergola, ragazzi!”. Questa cantina del reggiano a conduzione famigliare coltiva autoctoni come il Malbo gentile , la Spergola, il Lambrusco Grasparossa e in più qualche uvaggio internazionale come Sauvignon, Carmenere e Moscato.
Puntiamo alla soffiata e ci viene servito il Particella 128 Pas dose 2016, metodo classico di Spergola 100%, macerazione sulle bucce per 3 giorni, 6 mesi in acciaio e poi presa di spuma con 8 mesi di sosta sui lieviti. Una bolla allegra, spensierata, gradevole al palato. Con una nota fruttata gialla e citrica invitante la beva e un bouquet di fiori di campo ben in evidenza. Bella acidità e bevibilità.
Il secondo convincente assaggio è L’artiglio 2014, Spergola 90% e Moscato 10%. Altro metodo classico non dosato. Qui siamo sui 36 mesi sui lieviti ed è stato sboccato giusto, giusto per la fiera. La piccola percentuale di Moscato ne fa risaltare il naso e in bocca ananas, frutta bianca, pompelmo rosa ed erbe aromatiche. Una bellissima “bolla”. “Cinque campi”, nome da tenere a mente.
Lui lo puntavamo. Trebbiano modenese degustato al ristorante, volevamo vederlo in faccia. Uomo schivo, di poche parole, quasi infastidito al banchetto. Si direbbe un garagista del Lambrusco.
Tarbianein 2016. Trebbiano di Spagna, non ci dice altro sulla vinificazione. Sappaimo solo che sono tutti rifermentati in bottiglia. Il colore è un giallo paglierino torbido, il naso è dolce, richiama quasi lo zucchero filato e il candito da panettone. Poi agrume e fiori. E’ un naso straordinario. In bocca una bollicina morbida, il sorso è corposo e fresco. Bel finale ammandorlato e sapido.
Lambruscaun 2014. Lambrusco Grasparossa, capito bene, 2014. Un Lambrusco. Colore porpora carico, dai sentori di frutta matura, prugna, fragola, in bocca morbido, dal tannino composto e dalla bevibilità infinita. La freschezza e l’acidità sono ottimamente armonizzate dal tannino vellutato. Chiude la bocca lasciandola perfettamente pulita. Un grandissimo Lambrusco.
Agr. Praesidium, Prezza (AQ), Abruzzo
Entroterra abruzzese. Siamo ai piedi della Majella e del Gran Sasso, a 400 metri sul livello del mare. Qui, dopo una veloce macerazione sulle bucce del Montepulciano, nasce lo splendido Cerasuolo d’Abruzzo di Praesidium. Nell’annata in degustazione esce come Rosato Terre Aquilane 2015. Una caramellina, un confetto.
Colore rosato carico, sembra di avere nel bicchiere un rosso a tutti gli effetti. Limpido e trasparente. Il naso è un’esplosione di frutti rossi, fragolina di bosco, lampone, melograno, rosa e note di spezie e minerali. Il sorso è appagante, richiama tutto quello che l’olfazione ti trasmette. Ottima acidità e freschezza. La forte escursione termica della vigna rende questo vino di una acidità ben integrata al fine tannino derivante dal Montepulciano. Da riempirsi la cantina.
Occhipinti Andrea , Gradoli (VT) , Lazio
Siamo sulle sponde del lago di Bolsena, a 450 metri sul livello del mare. Terroir caratterizzato da terreno di lapillo vulcanico.
Alea viva 2015.Da uve Aleatico 100%, vinificato in secco. Una settimana di macerazione sulle bucce e fermentazione in cemento, poi passaggio in acciaio fino all’imbottigliamento. Color porpora, naso di rosa e viola, gelso e ciliegia. Bocca fresca e appagante. Pulito. Vino dell’estate.
Rosso arcaico 2016. Grechetto 50%, Aleatico 50%. Macerazione di un mese sulle bucce, fermentazione in anfore di terracotta, dove il vino poi affina per almeno 6 mesi. Rubino, naso di rabarbaro, albicocca e spezia con finali note di erbe officinali. In bocca morbido e fresco.
Agr Francesco Guccione, San Cipirello (PA), Sicilia
Territorio di Monreale, 500 metri sul livello del mare. Voliamo nella Valle del Belice, in contrada Cerasa a San Cipirello, provincia di Palermo.
“C” Catarratto 2015. Qualche giorno di macerazione, il giusto, poi solo acciaio. Nel calice è color oro, naso balsamico, di the, agrume. Un richiamo di idrocarburo e tanto iodio. In bocca salinità e freschezza e il retro olfattivo che torna sulla frutta. Grande acidità e spinta. Un prodotto notevole.
“T” Trebbiano 2015. Anche qui qualche giorno di macerazione, poi viene affinato in legno piccolo usato e acciaio. Color oro e un naso che non stanca mai. Camomilla, fiori di campo, fieno, frutta gialla e agrume. Poi ginestra. La bocca è piena, rotonda e morbida . Persistenza infinita. Ricorda tanto, ma proprio tanto, certi trebbiani storici per il nostro paese.
Medico per vocazione e sommelier per passione. Mi sono poi riscoperto medico per passione e sommelier per vocazione. Sostieni il nostro progetto editoriale con una donazione a questo link.
Torniamo in Alto Adige, terra capace di regalare grandi vini, per parlare di Metodo Classico. La nostra attenzione cade oggi sull’extra brut Cuvée Marianna di cantina Arunda, sboccatura gennaio ’17.
LA DEGUSTAZIONE Veste il calice con bel colore paglierino carico e brillante con evidenti riflessi dorati. Il perlage è inizialmente raccolto, ci mette qualche istante prima di liberarsi nel bicchiere, ma superata l’iniziale timidezza ecco apparire delle belle catenelle, fini, ricche, vivaci e continue.
Al naso è complesso. Apre immediatamente su note terziarie di noci, di burro e di vaniglia. Seguono note di frutta fresca come albicocca e pesca ed una bella freschezza agrumata. Chiude il quadro olfattivo un piacevole sentore di frutto rosso che ricorda la fragola. Un bouquet particolare, molto elegante e ricercato.
In bocca il perlage mostra tutta la sua eleganza rendendo il sorso cremoso ed ampio. Ritroviamo tutti i profumi percepiti al naso contornati da una buona sapidità. Armonico ed equilibrato. Lunga la persistenza. Un Metodo Classico che non teme abbinamenti gourmet con preparazioni di pesce o di carne bianca.
LA VINIFICAZIONE Le uve provengono dalle zone vitivinicole di Terlano e Salorno, terroir ricchi di porfido e calcare. La cuvée si compone del 20% di Pinot Nero vinificato in bianco e dall’80% di Chardonnay vinificato in barrique. Minimo 60 mesi di affinamento sui lieviti prima della sboccatura e basso dosaggio zuccherino (4g/l).
Sektkellerei Arunda, di Meltina (BZ), è con ogni probabilità la cantina più alta d’Europa forte dei suoi 1200m s.l.m.. Fondata da Josef Reiterer nel 1979, dopo lunga esperienza in altre realtà. Arunda produce solo spumanti Metodo Classico selezionando le uve nei terroir più vocati della regione. Dieci etichette diverse che raccontano le differenti sfumature del territorio.
Winemag.it, wine magazine italiano incentrato su wine news e recensioni, è una testata registrata in Tribunale, con base a Milano. Un quotidiano online sempre aggiornato sulle news e sulle ultime tendenze italiane ed internazionali. La direzione del wine magazine è affidata a Davide Bortone, giornalista, wine critic, giudice di numerosi concorsi internazionali e vincitore di un premio giornalistico nazionale. Winemag edita inoltre con cadenza annuale la Guida Top 100 Migliori vini italiani. Winemag.it è un progetto editoriale indipendente e di elevata reputazione in Italia e in Europa. Puoi sostenerci con una donazione.
Torniamo ad occuparci delle bollicine di Capitanata, torniamo a parlare di Cantine d’Araprì. Dopo il Metodo Classico Brut Rosè degustiamo oggi il Gran Cuvée XXI Secolo, millesimo 2009.
LA DEGUSTAZIONE
Giallo dorato luminoso con riflessi brillanti presenta un perlage molto fine con catenelle lente e persistenti. Al naso si presenta fine ed intenso.
Apre su note agrumate, scorza d’arancia e mandarino, per evolversi su note di frutta bianca matura come albicocca e pesca. Chiude su note terziarie di pane tostato e tabacco con un leggero sentore di miele. Un ventaglio olfattivo complesso ed elegante.
In bocca è ampio ed il fine perlage dona cremosità ed ulteriore spessore, mentre la vivace acidità sostiene il sorso donando piacevolezza ed agilità al sorso. Uno spumante tutt’altro che banale, “per intenditori”, ma immediato e dotato di grande facilità di beva.
LA VINIFICAZIONE Gran Cuvée XXI Secolo è un millesimato (spumante in cui i vini base provengono da un’unica vendemmia) prodotto solo nelle annate migliori, quando le uve esprimono a pieno il loro potenziale.
Ottenuto da assemblaggio di uve Bombino Bianco, Pinot Nero e Montepulciano vendemmiate separatamente per cogliere la migliore maturazione delle uve. Fine agosto per il Pinot Nero, metà settembre per il Bombino Bianco, fine settembre/inizio ottobre per il Montepulciano.
Raccolta e selezione dei grappoli manuale. Lungo affinamento sui lieviti, minimo 60 mesi, e basso dosaggio zuccherino (4g/l) completano il processo produttivo.
LA CANTINA Buone escursioni termiche, clima mitigato dal vicino mare e dal promontorio del Gargano, terreni argillo-calcarei con presenza di limo e sabbia. Ecco i segreti di questo terroir, scelto nel ormai lontano 1979 da tre amici, Girolamo d’Amico, Louis Raspini e Ulrico Priore (“d’Araprì”, dalle iniziali dei cognomi), che decisero di fondare in San Severo l’unica realtà vinicola pugliese specializzata in metodo classico.
Gran Cuvée XXI Secolo è il primo prodotto millesimato da lungo affinamento editato da questa cantina. Prodotto che sembra aver vinto la sfida del tempo presentandosi armonico e complesso, in grado di reggere l’abbinamento con strutturate preparazioni di pesce ma anche in grado di esaltare con la sua freschezza le semplici preparazione delle cucina del territorio, come il “pane e pomodoro” o i formaggi stagionati.
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