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degustati da noi vini#02

Igt Provincia di Pavia Pinot Nero 2019 Neroir, Stefano Milanesi

Igt Provincia di Pavia Pinot Nero 2019 Neroir, Stefano MilanesiBrilla una stella tra i vini rossi dell’Oltrepò pavese. Non può che essere definito così l’Igt Provincia di Pavia Pinot Nero 2019 Neroir di Stefano Milanesi “eno artigiano”. Il vignaiolo di Santa Giuletta (PV), più noto per i suoi iconici spumanti Vesna e Smile, è riuscito a centrare un’annata spettacolare del suo Noir.

Un vino rosso che invita all’assaggio sin dal colore. Naso e palato raccontano poi la meticolosa attenzione di Stefano Milanesi nel preservare il bouquet di piccoli frutti croccanti (fragolina di bosco netta, così come la ciliegia).

Note di muschio e di terra di bosco bagnata impreziosiscono il quadro, riportando alla mente le migliori espressioni del vitigno, a livello internazionale. Il tutto abbinato alla giusta dose di freschezza e a un tannino di eleganza rara.

Frutto e primari sono da sempre al centro dell’olfatto e del palato dei vini dell’eno artigiano Milanesi. Ma il Pinot Nero 2019 Neroir riesce a concentrare tutto. Non in termini di larghezza, ma di spessore aromatico e precisione. Il risultato è un vino che, oggi, si lascia deliziosamente bere. E che, domani, sarà ancora più grande.

Farà ridere – scherza Stefano Milanesi – ma ho pigiato una parte delle uve con i piedi. Questo vino è il frutto di una notte d’amore con le bucce, che ne determina il colore.

Il nome “Neroir” condensa “Nero” e “Terroir”, perché il Pinot Nero enfatizza all’estremo le caratteristiche del cosiddetto terroir. Una caratteristica evidente anche in questo vino».

La tiratura di Neroir 2019 è di 1.200 bottiglie. Una chicca che, in un’annata così splendidamente riuscita, trova in vigna uno dei suoi segreti. «Ho raccolto i grappolini di un piccolo appezzamento più giovane – spiega – e li ho messi dentro interi». Una sorta di macerazione carbonica in cemento, alla base di un vino icona del Pinot Nero vinificato in rosso dell’Oltrepò pavese.

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Toscana Igt Pinot Nero 2013 “Temerario”, Casavyc

Il Toscana Igt 2013Temerario” di Casavyc è uno dei vini presenti nella Guida Top 100 Migliori vini italiani 2022 di Winemag.it. Un Pinot Nero che accoglie lo sguardo col suo colore rosso rubino carico.

Al naso frutta rossa sotto spirito, fragola, erbe mediterranee, foglie di tè. Un tocco di spezia scura dona profondità e incomplessisce il profilo. L’ingresso fresco anticipa un sorso che fa della succosità del frutto la sua forza. Non manca un tannino elegante, capace di regalare ulteriore equilibrio.

Il Toscana Igt Pinot Nero 2013 “Temerario” di Casavyc è un Pinot Nero sanguigno, vero e territoriale. Indubbi i margini di lungo affinamento di un vino che, già ora, racconta bene la zona di appartenenza.

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Oltrepò, taglio delle rese per Igt Provincia di Pavia Pinot nero e Pinot Grigio

Taglio delle rese in Oltrepò pavese per l’Igt Provincia di Pavia Pinot Nero e Pinot Grigio. Regione Lombardia ha approvato la delibera con cui si prevede di regolamentare la raccolta delle uve provenienti dai due vitigni mediante la riduzione di resa massima di uva per ettaro.

A partire dalla vendemmia 2022 è stabilito un massimo di 17 tonnellate ad ettaro, sia per il Pinot nero che per il Pinot grigio idoneo all’Igt Provincia di Pavia con specificazione di vitigno. La precedente normativa prevedeva un massimale di 20 tonnellate. «Un provvedimento atteso da mesi», commenta l’assessore regionale lombardo all’Agricoltura, Alimentazione e Sistemi verdi, Fabio Rolfi.

Vogliamo che le bottiglie dell’Oltrepò pavese abbiano il giusto valore – aggiunge – sia per la redditività degli agricoltori che per le ricadute in termini di immagine su un intero territorio vitivinicolo, dove viene prodotto il 40% del vino lombardo».

Il provvedimento è stato trasmesso al Ministero delle Politiche agricole alimentari e forestali, all’Ispettorato centrale della tutela della qualità e repressione frodi dei prodotti agroalimentari (Icqrf) – Ufficio di Milano, all’organismo di controllo Valoritalia, al Consorzio tutela vini Oltrepò Pavese e alle Organizzazioni di categoria che hanno approvato la proposta di riduzione delle rese di Pinot Nero e Pinot Grigio Igt Provincia di Pavia.

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Franciacorta Pas Dosè “Essence Nature” 2015, Antica Cantina Fratta

Rappresentante di un territorio che non ha bisogno di presentazioni, il Franciacorta Dosaggio ZeroEssence Nature” di Antica Cantina Fratta nasce dall’assemblaggio di uve Chardonnay e Pinot Nero. Qui nel millesimo 2015, sboccatura gennaio 2020.

LA DEGUSTAZIONE
Giallo paglierino carico con perlage fine e persistente. Ampio al naso apre su note fresche d’agrume e frutta bianca cui seguono leggeri sentori speziati ed una piacevole vena di frutta secca che accompagna l’immancabile “crosta di pane”.

In bocca è pulito, fragrante ed equilibrato con una spiccata acidità che rende il sorso quasi croccante. Buona corrispondenza naso-bocca anche nel retro olfattivo, di buona persistenza. Un Franciacorta che sarebbe sprecato relegare solo all’aperitivo.

LA VINIFICAZIONE
70% Chardonnay e 30% Pinot Nero vendemmiati a partire dalla metà agosto quando le uve raggiungono la corretta maturazione zuccherina e conservano ancora notevole acidità e freschezza. Essence Nature riposa per un minimo di di 36 mesi sui lieviti e dopo la sboccatura le bottiglie riposano ancora in cantina per altri 5-6 mesi senza aggiunte di sciroppo di dosaggio.

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Vini al supermercato

Spumante Extra Dry non filtrato Crudoo, Giorgi Wines

(3,5 / 5) Inclinare la bottiglia verso il basso, roteare il fondo per favorire la sospensione dei lieviti , stappare e degustare. Queste le istruzioni per assaporare al meglio lo spumante extra dry non filtrato Crudoo di Giorgi Wines, oggi sotto la nostra lente di ingrandimento.

Bollicina davvero particolare che nasce da un procedimento brevettato che si ispira  alle birre crude. Da qui il nome “Crudoo”.

Una intuizione fortunata della cantina nel 2011, anni in cui i vini naturali, col fondo non erano alla ribalta e tantomeno destinati ad un ampio pubblico.

Un vino “naturista” col Rolex, non improvvisato e realizzato con l’ausilio della tecnologia moderna. Meno “steinerista”  ma decisamente commerciale e con una storia da raccontare.

LA DEGUSTAZIONE
Lo Spumante Extra Dry Crudoo di Giorgi si presenta nel calice di colore bianco carta leggermente velato. Il perlage è poco fitto ma mediamente fine e di buona persistenza.

Naso molto fruttato di mela cotogna e banana matura. Accenni di maggiorana ma anche un sentore di lieviti molto forte, al limite del formaggio, tipo camembert. In linea con la tecnica di produzione.

Ma è al palato che lo spumante Crudoo di Giorgi dà il meglio di sé, risultando cremoso e godibile. Sorso burroso con ritorni di banana e sensazioni di noci brasiliane.

Il dosaggio zuccherino armonizza il tutto e la beva prende un ritmo “sincopato” che può incontrare il favore di molti, anche dei meno addetti ai lavori. Aperitivo fuori dall’ordinario, si presta anche a tutto pasto.

LA VINIFICAZIONE
Prodotto con uve Pinot Nero e Chardonnay allevate a Guyot su terreni calcare argillosi esposti a sud, sud est. Vendemmia manuale in cassette. Dopo la pressatura soffice e la fermentazione il vino sosta in autoclave per 12 mesi sui lieviti e viene imbottigliato senza filtrazione.

Giorgi Wines si trova a Canneto Pavese e dispone di circa sessanta ettari vitati. Dalla lunga tradizione vinicola produce una ampia gamma di vini, rossi, bianchi e spumanti oltre alla linea di Gerry Scotti.

Prezzo pieno: 8,90 euro
Acquistato presso: Famila/Carrefour

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Jako Wine: la “cantina che non c’è” di Berti e Barzan, i globetrotter del vino italiano

Tutto, in fondo, è iniziato attorno a una “bollicina”. Uno spumante Metodo classico dell’Oltrepò pavese, per l’esattezza. Era il 2011. Oggi, a 10 anni di distanza, solo GianlucaLucaBerti e Severino Barzan sanno cosa può accadere quando un imprenditore del ramo della logistica e un noto ambasciatore del vino italiano mettono assieme l’unica cosa più forte delle idee: i sogni. Jako Wine è nata così. Dall’incrocio fortunato di due (e più) calici.

Un progetto innovativo, che si basa su tre capisaldi: niente cantina, niente vigneti di proprietà e ricerca della qualità assoluta, dal campo alla bottiglia. Da veri globtrotter del vino italiano, Berti e Barzan danno la caccia alle migliori parcelle, le affittano e le affidano allo staff agronomico ed enologico oggi capeggiato dal prof Leonardo Valenti e dal giovane winemaker veronese Lorenzo Dionisi.

Sono loro a supervisionare la vinificazione che avviene all’interno di cantine partner, prescelte nei vari territori (le stesse che affittano i terreni): Oltrepò pavese, Lago di Garda, Valpolicella e Montefiascone, nel Lazio.

Una volta imbottigliato, il vino viene trasportato nel magazzino all’avanguardia di Jako Wine, a Verona. Cinque Metodo classico, due bianchi e due rossi, per un totale di circa 30 mila bottiglie e un fatturato cresciuto lo scorso anno sino a quota 400 mila euro.

Passi da gigante, insomma, rispetto all’idea iniziale di produrre solo «Wine for Friends», con il brand name “Jako” elaborato dal nome di figlio di Luca Berti, Jacopo; e il fenicottero – per meglio dire il flamingo, simbolo di Miami – a celebrare lo sguardo internazionale del duo di eno-globetrotter.

Proprio a Miami e negli Usa finisce una buona fetta della produzione, distribuita in esclusiva anche in Danimarca, Inghilterra, Germania e Cina. Il mercato italiano è invece affidato a pochi selezionati ristoranti, enoteche e locali delle principali città: da Verona a Milano, da Roma a Firenze, passando per piazze “in” come Capri e Forte dei Marmi.

JAKO WINE: 6 VINI IN ASSAGGIO

  • Metodo classico Pas Dosé 2015: 90/100
    Sboccatura 4/2020, 12.5% vol. Vitigno: Chardonnay 60%, Garganega 40%. Alla vista di un bel giallo paglierino con riflessi dorati, perlage fine e persistente. Naso largo, sulla frutta matura: pesca gialla, esotico, un tocco di agrume, sempre maturo. Bel bouquet di fiori che spazia dalla camomilla al biancospino. Sorso di buona tensione, sapido in centro bocca, prima dei ritorni setosi pennellati dai ritorni di frutta matura, già avvertita al naso. Finale di buona persistenza, ancora una volta nel segno dell’equilibrio fra le tonalità tipiche dei due vitigni. Un Metodo classico che nasce da 5 ettari di terreno morenico, nella zona del lago di Garda.
  • Oltrepò pavese Docg Metodo classico Brut Rosé 2015: 89/100
    Sboccatura 12/2020, 12,5% vol. Vitigno: Pinot Nero in purezza. Alla vista un bel rosa salmone, tipico dei Cruasé oltrepadani. Perlage fine e persistente. Tanto floreale al naso, che lascia spazio anche ad agrumi e piccoli frutti rossi. Un quadro preciso e intrigante che si ripresenta anche al palato, con un’ottima corrispondenza. Il finale è piuttosto cremoso, con il dosaggio che arrotonda la beva, placando la tensione agrumata iniziale. Un Metodo classico ottenuto da 3 ettari di Pinot Noir in Oltrepò pavese e terreni di medio impasto calcareo.
  • Pinot Grigio delle Venezie Doc 2018 “Griso Venèxian”: 87/100
    13% vol. Giallo paglierino alla vista. Al naso le note esotiche tipiche del vitigno. Si avvertono ricordi di pesca e pera perfettamente matura, nonché agrumi come il mandarino, che spaziano dal succo alla buccia. Il sorso è agile, altrettanto tipico, di buon equilibrio acido-glicerico. I vigneti da cui nasce questa etichetta sono situati lungo le sponde del Lago di Garda, con terreni prettamente morenici.
  • Vino Bianco Igp Lazio 2017 “Campocasa”: 92/100
    12,5% vol. Rossetto 100%, varietà autoctona molto diffusa nella zona dei Castelli Romani. Alla vista un bel giallo paglierino, luminoso. Naso generoso, non solo in termini di intensità, ma soprattutto dal punto di vista della complessità. Si spazia dai fiori di camomilla secchi alla frutta a polpa bianca e gialla matura; da una speziatura leggera ai ricordi di radice di liquirizia, passando per la macchia mediterranea (alloro, rosmarino). Ingresso di bocca che abbina leggerezza e profondità, su note concordi col naso. L’accento agrumato iniziale, unito a una corroborante vena sapida, lascia spazio a un finale morbido, su vaghi ritorni vanigliati, ben combinati al resto del corredo. La chiusura è lunga e consistente, tanto da ampliare lo spettro di abbinabilità gastronomica di questo nettare. Un Rossetto che prende vita da terreni a 300 metri d’altezza, individuati dallo staff di Berti e Barzan nella zona di Montefiascone, friabili e ricchi di scheletro.
  • Rosso Veronese Igt 2018 “Ruber”: 89/100
    16% vol, uvaggio Corvina e Merlot. Rosso rubino dall’unghia violacea, alla vista. Al naso le note verdi e speziati dei due vitigni, ben abbinate a ciliegia e frutta di bosco matura: lampone, ribes, mora. Al palato una gran generosità e “abbondanza”, data soprattutto dall’alcol (non disturbante) e dai precisi ritorni di frutta matura. Buona la freschezza, che riequilibra la morbidezza del sorso. Vino in definitiva piacevole, da godersi anche con qualche grado di temperatura in meno rispetto alla media dei rossi importanti. “Ruber” nasce da terreni morenici, nella zona a sud del Lago di Garda.
  • Rosso Veneto Igt 2015 “Siresol”: 90/100
    16% vol, uvaggio Corvina, Rondinella, Oseleta, Croatina e Cabernet Sauvignon. Un piccolo “Amarone della Valpolicella”, in cui il Cabernet gioca il ruolo di mediatore, arrotondando le asperità (tannino, speziature, note verdi e durezze) dei vitigni tipici del “Re dei rossi” del Veneto. Alla vista un bel rubino dall’unghia granata. Naso molto interessante e stratificato. Si passa dalla frutta rossa, come ribes, ciliegia e lampone, all’agrume rosso, una sanguinella succosa. Non mancano ovviamente le spezie nere, oltre a una spolverata di cumino. Sorso teso in ingresso, con un bel ritorno fresco regalato dai tironi speziati, scuri. Vino strutturato e decisamente gastronomico che nasce dalle colline della Valpolicella, in particolare da vigneti posti fra i 100 e i 350 metri sul livello del mare e terreni di composizione argilloso-calcarea.

*** DISCLAIMER: La recensione di queste etichette è stata richiesta a WineMag.it da Jako Wine. I giudizi sono stati comunque espressi in totale autonomia, nel rispetto dei nostri lettori ***

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degustati da noi vini#02

Vsq Metodo classico Rosé Note d’Agosto, Az. Agr. Alessio Brandolini

Un Metodo Classico da Pinot Nero che nasce in un territorio d’elezione per questo vitigno. Il Vsq Metodo Classico Rosé Note d’Agosto dell’Azienda Agricola Alessio Brandolini racconta la faccia di un Oltrepò in crescita, giovane e dinamico con basi solide.

LA DEGUSTAZIONE
Nel calice appare rosa salmone luminoso con perlage fine e persistente. Naso ricco e di buona eleganza che gioca su note di frutto rosso maturo, ribes e lampone, che si affiancano ad piacevole parte agrumata, fra scorza e polpa.

In bocca la bolla è avvolgente. Di buona freschezza e sapidità risulta pulito e preciso al sorso con un retro olfattivo corrispondente al naso. Un vino piacevole ed in grado di dare soddisfazioni anche nell’abbinamento gastronomico.

LA VINIFICAZIONE
Prodotto esclusivamente nelle annate favorevoli le uve sono raccolte manualmente da vigneti posti fra i 250 e i 300 metri slm. La prima spremitura viene lasciata macerare sulle bucce per circa 4 ore per poi rimanere sulle fecce fini fino al momento della presa di spuma.

Le bottiglie riposano sui lieviti per un minimo di 48 mesi prima della sboccatura. Il dosaggio avviene esclusivamente utilizzando lo stesso vino.

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Vini al supermercato

Oltrepò Pavese Metodo Classico Docg Extra Brut 2016, Gerry Scotti

(5 / 5) Uno spumante “spumeggiante”, consentiteci il gioco di parole. Spensierato ma di carattere ed “empatico” come chi gli dà il nome. Sotto la lente di ingrandimento di Vinialsuper l’Oltrepò pavese Metodo Classico Docg Extra Brut 2016 Gerry Scotti, prodotto da Cantine Giorgi a Canneto Pavese (PV).

LA DEGUSTAZIONE
Giallo paglierino dorato, si presenta nel calice con un perlage fine e persistente. Il naso è molto fresco, con sentori di frutta bianca, mela, pesca tabacchiera, accenni di fieno e pasticceria. All’assaggio conferma la freschezza espressa all’olfatto.

Il frutto diventa più maturo, il sorso è cremoso e di buon corpo. Dosaggio Extra brut, ha l’acidità ben bilanciata dal corpo e dagli zuccheri. Lo spumante Gerry Scotti risulta molto armonioso e piacevole. Il rapporto qualità prezzo è buono, anche se fuori dalla fascia prezzi medio bassa della Gdo.

Un Metodo classico, insomma, che valica – seppur di poco – la linea Maginot dei “vini democratici” da 10 euro, con cui Scotti e Cantine Giorgi hanno presentato l’iniziativa nel 2017. Ma 12,90 euro sono un prezzo ampiamente giustificato per un Metodo classico Docg dell’Oltrepò pavese.

Buona anche la versatilità del nettare in cucina: lo spumante di Gerry Scotti è apprezzabile come aperitivo, su piatti a base di pesce e, perché no? Anche in accompagnamento a una buona pizza. Il piatto più democratico che sia. Cracco a parte, s’intende.

LA LINEA DI GERRY SCOTTI
L’Oltrepò Pavese Metodo Classico Extra Brut Gerry Scotti è la prima etichetta ad essersi aggiunta alle tre del progetto originale dell’accoppiata Scotti-Cantine Giorgi, nel 2017. Dal lancio sono cambiate un po’ di cose.

È stato accantonato il nome di fantasia “Nato in una vigna” presente in etichetta frontale, una “vigna” che allora aveva fatto discutere. Inoltre, il viso dello zio Gerry non occupa più la scena, sulle bottiglie: un’immagine che, forse, rischiava di distogliere l’attenzione dalla qualità del prodotto, facendo presupporre a una mera operazione di marketing.

La gamma di vini di Gerry Scotti si è evoluta ulteriormente con un Buttafuoco Doc, il ’56, come la data di nascita del noto conduttore televisivo. Un vino prodotto in tiratura limitata: 1956 bottiglie, chiaramente un po’ meno “democratiche” nei prezzi.

All’orizzonte c’è una Bonarda e chissà quale altra sorpresa, per una linea e un progetto che sono tutto, tranne che di immediata comprensione per il pubblico dei supermercati. Sul sito della Cantina Giorgi, partner e produttore dei vini, alla voce “Linea Vini Gerry Scotti”, il tempo si è fermato ai primi tre vini, dell’annata 2016.

“In tv chi usa meno il copione dura di più”, sostiene Gerry Scotti. Diversi film di successo sono stati scritti senza un copione, o addirittura senza un finale. Non resta che seguire la “scalata” di Gerry, nel mondo del vino al supermercato targato Oltrepò pavese.

LA VINIFICAZIONE 
L’Oltrepò pavese Metodo Classico Docg Extra Brut 2016 Gerry Scotti è ottenuto da uve Pinot Nero e Chardonnay allevate su terreno calcareo-argilloso, a 250-400 metri sul livello del mare. Le vigne sono esposte a sud, sud-est.

La vendemmia viene compiuta manualmente, con la scelta dei migliori grappoli riposti in piccole cassette, portate immediatamente in cantina per preservare le caratteristiche organolettiche delle due varietà.

Dopo la pressatura soffice avviene la prima fermentazione in acciaio a temperatura controllata, seguita dalla seconda fermentazione in bottiglia, secondo il Metodo classico (lo stesso di Champagne e Denominazioni italiane come la Franciacorta). L’affinamento in bottiglia è di almeno 30 mesi.

Il vino di Gerry Scotti è prodotto dalla Cantina Giorgi a Canneto Pavese, partner del progetto dal 2017. L’azienda storica del territorio è nata nel 1875 ed oggi esporta in 59 paesi del mondo.

Prezzo pieno: 12,90 euro
Acquistabile presso: Famila

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degustati da noi vini#02

Alto Adige Doc Pinot Nero Riserva 2016 “Vigna Ganger”, Girlan

Colore inconfondibilmente “Pinot Nero“. Naso intenso. Fragolina di bosco, spezia nera, sottobosco verde, sasso bagnato. Equilibrio splendido tra la frutta matura e la componente balsamica. Nel retro olfattivo caramello salato, caramella mou, ed il sempre presente frutto di bosco. Infinita la persistenza.

Abbiamo voluto non a caso partire dalla degustazione per descrivere l’Alto Adige Doc Pinot Nero Riserva 2016 Vigna Ganger” di Girlan. Un’etichetta che si racconta da sola, per la capacità di rappresentare un vitigno, un territorio, una regione. Una nazione. Uno dei volti più prestigiosi del Pinot Nero italiano.

L’uva selezionata viene raccolta a mano a metà settembre e riposta in piccoli contenitori per il trasporto nella cantina Girlan. Qui, un quinto del Pinot Nero viene vinificato a grappolo intero. Passa per gravità nei tini d’acciaio inox, in cui avviene la fermentazione. Un processo durato 25 giorni in occasione della vendemmia 2016.

A fermentazione malolattica avvenuta, Girlan procede con l’affinamento per 20 mesi in barrique e successivamente ad un ulteriore affinamento in bottiglia, che si protrae per 18 mesi. Un vino, il Pinot Nero Riserva 2016 “Vigna Ganger” di Girlan, inserito nella Guida Top 100 Migliori vini italiani di WineMag.it 2021.

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Dalla Ribolla al Pinot Nero: 18 vini fermi e spumanti del Friuli diventano Dop

Friuli Dop e Friuli Venezia Giulia Dop, con le rispettive traduzioni in sloveno “Furlanija” e “Furlanija Julijska krajina“, sono state iscritte nel registro europeo dei vini a Denominazione di origine protetta (Dop). L’atteso via libera è arrivato il 13 novembre, attraverso la pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale dell’Unione europea del Regolamento di esecuzione Ue 2020/1680 del 6 novembre 2020, in riferimento all’articolo 99 del regolamento Ue 1308/2013 del Parlamento e del Consiglio europeo.

La tutela delle nuove Dop potrà essere riservata ad alcuni vini fermi e frizzanti originari delle provincie di Pordenone, Gorizia, Trieste e Udine nel Friuli Venezia Giulia. Un’area importante per la viticoltura italiana, con le prime tracce comprovate già a partire dall’VIII secolo a.C.

In particolare, nella Dop della Regione Friuli Venezia Giulia sono state inserite 18 tipologie di vini e spumanti: Bianco friulano, Ribolla gialla Spumante Metodo italiano (Charmat) e Spumante Metodo classico, Verduzzo, Riesling, Chardonnay, Traminer, Malvasia, Pinot bianco, Pinot grigio, Pinot nero, Cabernet Franc, Cabernet Sauvignon, Merlot e Refosco dal Peduncolo Rosso. I vini friulani si uniscono così ad altri 1174 vini Dop già tutelati dall’Ue.

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“Una al giorno” Fra i Monti: la ricetta medica diventa un’etichetta di vino virale

È la materializzazione dei sogni di qualsiasi enofilo. Andare dal dottore e farsi prescrivere una bottiglia di vino. Anzi, di più: “Una al giorno“. Magari a carico del servizio sanitario nazionale. Crepi l’avarizia. Non siamo (ancora) arrivati a tanto in Italia, ma la cantina laziale Fra i Monti ha deciso di accorciare il gap tra le fantasie estatiche dei cultori di Bacco e la cruda realtà. Come? Mettendo sull’etichetta del proprio Merlot una ricetta medica. Con la dionisiaca prescrizione.

Molto più di una semplice trovata di marketing, o di un’artistica ribellione post moderna al Senatoconsulto de Bacchanalibus. “Una al giorno” è il “Message in a bottle“, poli(ce)tically (s)correct – di tre ragazzi – Benedetto Leone, Rocco Toti e Francesco Leone – a un mondo del vino che ha perso la propria “dimensione più autentica”.

Quella dei nonni e delle credenze popolari. Del bottiglione sempre in tavola, ché “il vino fa buon sangue, lo dice pure il dottore”. In poche parole, il senso leggero e “curativo” del  cosiddetto “vino quotidiano“.

Eppure, dall’ex garage trasformato in cantina a Terelle, microborgo di 300 abitanti della provincia di Frosinone, nel Lazio, Rocco Toti pare tutto tranne che snob quando afferma, convinto: “La verità? Un po’ mi dà fastidio che questa etichetta sia diventata virale. Ora si parla più di ‘Una al giorno’ per la grafica, che per il vino in sé. Vorrei si parlasse un po’ più di quello”.

Già, perché certe trovate geniali sono un po’ come l’hangover: ti ricordano che solo chi alza il tiro (così come il gomito) rischia il contraccolpo, il giorno dopo. Quello di “Una al giorno” è un vero e proprio paradosso, amplificato in questi mesi dall’emergenza Covid-19: l’etichetta di vino con la ricetta del medico è diventata “virale”. Svuotandola, quasi, del contenuto più vero e profondo.

“Insomma, io non sono un grafico – continua Toti -. Sono un vignaiolo. Non sono neppure un ‘imprenditore agricolo’, come ama definirsi qualcun altro. Io faccio vino e il vino mi ha cambiato la vita, mi ha insegnato tanto. Mi ha insegnato ad aspettare. Mi ha insegnato il valore della diversità delle stagioni e il valore dell’attesa”.

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Mi ha insegnato che dietro allo studio grafico ci stanno inverni freddi che arrivano dopo stagioni trascorse col naso all’insù, a guardare il cielo, sperando sia clemente. Il vino, fatto nella maniera più naturale possibile, senza interventi invasivi dell’uomo e della chimica, mi ha insegnato che è proprio vero che ‘Less is More’. E che ogni stagione è diversa dall’altra”.

“Una al giorno”, di fatto, è l’apoteosi virale di una serie di scelte grafiche drastiche e controcorrente, compiute per le etichette della cantina Fra i Monti. Una realtà nata solo nel 2018 dall’iniziativa del trio di giovani laziali, che hanno abbinato l’attività primaria nella ristorazione a quella in vigna,  grazie alla consulenza dell’enologo Gennaro Reale di Vigna Viva.

Un progetto destinato a crescere, assieme al numero di bottiglie di “Una al giorno”, già sold out. “L’obiettivo che ci siamo dati – spiega Rocco Toti – è quello di arrivare a 25-30 mila bottiglie al massimo, a fronte di una produzione attuale di 12-13 mila. Il prossimo anno andremo sul mercato con oltre 2.800 bottiglie della nostra etichetta divenuta virale, sperando di riuscire ad accontentare le richieste”. Un bel salto, considerando che la vendemmia 2019 ne ha contate 1.400.

E la qualità? “Rimarrà la stessa – assicura il fondatore – la verità è che il nostro vigneto di Merlot di 15 anni, salvato dall’abbandono, sta diventando più produttivo di anno in anno. Presenteremo presto anche un Merlot rosato“.

Le novità non finisco qui. Il parco vigneti di Fra i Monti ha appena raggiunto i 4 ettari di superficie, grazie all’impianto di un ettaro di Pinot Nero, accanto a Merlot, Cabernet Sauvignon, Sémillon e all’autoctono laziale Maturano, originario della Val di Comino e iscritto nel Registro nazionale della Vite e del Vino solo nel 2010.

“Produrremo un vero e proprio Pinot nero di montagna – annuncia Rocco Toti – così come abbiamo intenzione di impiantare alle nostre latitudini anche il Fiano, che sarà il nostro bianco di montagna. Una varietà in cui crediamo moltissimo, tanto da ritenere che possa essere il vero Chardonnay italiano”. Entusiasmo, voglia di fare, passione: tutte medicine che prescriverebbe qualsiasi medico. Non solo Fra i Monti.

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degustati da noi vini#02

Il “Tiurema” di Enò-Trio, ovvero il Pinot Nero dell’Etna di Nunzio Puglisi

Il “Tiurema” di Nunzio Puglisi (Enò-Trio Vini, Randazzo – CT), in fin dei conti, è semplice nella sua decostruzione delle circostanze e delle abitudini: prendi il Pinot Nero, mettilo sull’Etna e vedi che succede.

Il risultato è un altro vino, diverso da quello che ci si potrebbe aspettare conoscendo il “Noir”. Più simile ai francesi “estremi” che a tanti italiani. Meno leggiadro in bocca e più muscoloso, potente. Eruttivo.

Un Pinot nero che pare in guerra con se stesso, un po’ incazzato con chi l’ha messo sul bordo di un cratere siciliano, invece che a Mazzon. Ma che guardandosi allo specchio, in fondo, si piace (e piace) esattamente così com’è: diverso. Che “Tiurema” sarebbe se raccontasse quello che sappiamo già?

Del resto, Nunzio Puglisi non ci gira attorno: “Partendo dalla necessità di voler dare un nome al nostro Pinot Nero, conoscendo le difficoltà che bisogna affrontare per arrivare a portare a giusta maturazione le uve, consapevoli del fatto che il Pinot Nero è una delle varietà più complicate da gestire durante la vinificazione, certi e sicuri che il nostro non sarà mai uguale per ogni annata vendemmiale, siamo arrivati qui: Tiurema”.

Tutto un progetto, una aspirazione, una idea, una utopia. Una sfida che abbiamo voluto imporci di voler portare a termine e far conoscere. Una visione differente di Pinot Nero perché prodotto sull’Etna a mille metri sul livello del mare, su un terreno argilloso; un invito rivolto a voi per scoprire insieme le caratteristiche che presenta di anno in anno“.

“Una complessità – conclude Nunzio Puglisi, vertice dell’Enò-Trio con le figlie Stefany e Désirée – che va dalla coltivazione all’imbottigliamento di una nostra idea di Pinot Nero tutta da condividere”.

Una concezione che è cambiata negli anni, pur rimanendo fedele all’idea iniziale, portando la cantina a produrre vini sempre più eleganti e in grado di valorizzare appieno il terroir etneo.

Non solo col Pinot Nero “Tiurema”, ottenuto da un vigneto di 40 anni, ma anche con il Traminer “Dissidente”, tra i migliori assaggi al Mercato Fivi 2019 di Piacenza. Provare per credere.

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Gli enologi hanno deciso: il miglior Pinot Nero 2017 d’Italia è di Elena Walch

Il miglior Pinot Nero 2017 d’Italia è quello di Elena Walch. Lo ha stabilito la commissione di enologi ed enotecnici riunitasi in occasione del 19º Concorso nazionale del Pinot nero d’Italia. La premiazione si è svolta venerdì 10 luglio, al termine delle degustazioni svoltasi secondo le regole dell’emergenza Coronavirus.

Questo il podio della competizione, riservata appunto all’annata 2017:

  1. Elena Walch, Pinot Nero “Ludwig” – 90,3/100 punti
  2. Cantina Terlano, Südtiroler Pinot noir “Monticol” Riserva – 89,1/100 punti
  3. Tiefenbrunner, “Linticlarus” Blauburgunder Riserva – 88,5/100 punti
    a pari merito con Cantina Andriano, Pinot nero “Anrar” – 88,5/100 punti

Le prime dieci posizioni sono racchiuse entro soli 4 centesimi, a riflettere un’edizione di alto livello qualitativo che ha visto giungere in finale ben 21 vini provenienti da Alto Adige, Trentino e Lombardia.

Il Concorso 2020 è andato in scena a Montagna (BZ) il 5 e 6 marzo scorsi, pochi giorni prima che in tutta Italia venisse attivato il lockdown per arginare l’epidemia da Covid-19. La 22ª edizione delle Giornate del Pinot nero, la manifestazione rivolta ai tanti appassionati del nobile vitigno che si doveva svolgere come tradizione nel mese di maggio, è stata invece annullata.

Folto il gruppo dei Pinot neri in gara, 81, tutti italiani, in arrivo da 10 diversi territori vitivinicoli: Friuli Venezia Giulia, Trentino, Alto Adige, Lombardia, Piemonte, Valle d’Aosta, Toscana, Umbria, Abruzzo e Sicilia.

A valutare la qualità di questi vini il Comitato Organizzatore ha chiamato quest’anno 30 tecnici qualificati, esclusivamente enologi ed enotecnici, da Lombardia, Friuli V.G., Trentino, Alto Adige, Piemonte e Toscana, che hanno affrontato due giorni di assaggi coordinati da Ulrich Pedri del Centro Sperimentale Laimburg.

Marc Pfitscher, giovane nuovo vice-presidente del Comitato nonché responsabile dell’organizzazione del Concorso, spiega: “il nostro obiettivo è quello di puntare sulla qualità tecnica dei giurati, sulle loro competenze e la conoscenza del vitigno. In questa direzione ci eravamo mossi già lo scorso anno con la decisione di ripristinare la degustazione individuale, che vede presentati in assaggio ad ogni giurato vini diversi e in sequenza diversa, naturalmente sempre alla cieca”.

In totale ogni degustatore ha valutato 45 vini (su 81) nel primo giorno, e tutti i 21 finalisti nel secondo giorno. In più quest’anno la novità è stata la scelta di ricavare il risultato finale dal calcolo della media aritmetica delle valutazioni di entrambe le giornate. Siamo fiduciosi che queste migliorie rendano ancor più efficace il nostro costante impegno per accrescere il valore tecnico della giuria, la sua precisione e la rappresentatività a livello nazionale”.

Pfitscher conclude con una riflessione su questa situazione, che non ha ovviamente precedenti in oltre vent’anni di storia delle Giornate del Pinot Nero in Alto Adige: “È stato davvero triste non poter condividere gli assaggi di questi 81 Pinot neri italiani con i molti intenditori che partecipano alla nostra manifestazione in maniera sempre appassionata e attenta”.

“Ci sono mancate le loro opinioni e il loro feedback sull’evoluzione della qualità dei vini ottenuti da questo vitigno – conclude Pfitscher – così nobile ed esigente. L’appuntamento però è solo rimandato al prossimo anno, quando ci ritroveremo dal 15 al 17 maggio per celebrare degnamente il re dei vini”.

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Nerone, il Pinot Nero di Cascina Gnocco: un capolavoro che lascia spazio alla Mornasca

Fuori da tutto, fuori dal caos. Il silenzio come regola d’oro. Che a parlare dev’essere il lavoro, la vigna. E infine il calice. Cascina Gnocco sembra aver trovato la formula magica per lavorare (bene) in una terra difficile come l’Oltrepò pavese. Una rivelazione maturata sacrificando un gioiello di rara bontà come il Pinot NeroNerone“, prodotto per sole due annate.

Un Noir vinificato in rosso che trova oggi, a 12 anni dalla vendemmia 2008, il suo compimento. In una parola, lo żènit dell’equilibrio tra un’estrema succosità, una rinvigorente freschezza e i preziosi sentori “terziari” che solo un lungo affinamento può regalare ai nettari più pregiati.

Un capolavoro che non esiste più nel “progetto Oltrepò” di Cascina Gnocco. La cantina di Mornico Losana (PV) guidata da Domenico Cuneo, ha infatti deciso di abbandonare la propria etichetta di Pinot Nero, per focalizzare la produzione sull’autoctona Mornasca.

Le uve del cru che un tempo davano vita a “Nerone”, oggi sono parte integrante della “Selezione Cotarella” di La Versa. Si tratta di cinque cloni da rosso (777, 943, 828, Mira 95 e Mira 3131) presenti in un singolo appezzamento, uno dei quali più ricco di antociani (le sostanze che determinano il colore del vino) rispetto alla media del vitigno.

Da qui il nome “Nerone”, assegnato a un Pinot Nero che, nonostante il consueto ed elegantissimo gioco tra trasparenze e rubino, si mostra più carico dei canoni cromatici e stilistici del re dei vitigni internazionali.

Con poca modestia – commenta Domenico Cuneo a WineMag.it – confermo a distanza di tempo che si tratta di un ottimo vino, ma la realtà è anche un’altra: le difficoltà e il sentirsi emarginato, perché in Oltrepò o fai parte della casta o sei nessuno, mi hanno portato ad abbandonare i tanti progetti che avevo in mente. L’unico che mi è rimasto riguarda la Mornasca: sono l’unico a vinificare questa rarissima uva e quindi non devo affrontare invidie e sarcasmi di nessuno”.

Il commento del titolare di Cascina Gnocco viaggia sul filo della malinconia e della voglia di rivalsa: “Faccio la mia strada, irta di difficoltà, ma fuori da istituzioni, Consorzi e quant’altro. Avendo abbandonato il progetto Pinot Nero, ho ancora qualcosa come 2-3 mila bottiglie di Nerone in deposito, per chiunque voglia assaggiarlo”.

“Nerone” è un vino nato e morto al vigneto dell’Ambrosina, due ettari allevati esclusivamente a Noir nel Comune di Oliva Gessi (PV), terra di alcuni tra i migliori Riesling oltrepadani. Esposizione a Nord e terreno gessoso ma fresco, per la presenza di falde acquifere non troppo profonde.

Un vino che sembra portare con sé la maledizione del quinto imperatore romano, morto suicida dopo 14 anni di regno. Incredibile come qualcuno, nella storia del vigneto dell’Ambrosina, abbia pensato di vinificarne le uve in bianco: un omicidio-suicidio enologico, paragonabile al gesto del capo di Stato Nerone, che incendiò la propria città, Roma.

“L’ho prodotto per 2 anni, nel 2007 e nel 2008 – spiega Domenico Cuneo – poi vinificato ancora per qualche anno e venduto sfuso, quindi praticamente ‘regalato’. Dal 2012 l’ho portato a Terre d’Oltrepò, dove sotto la guida di Cagnoni veniva vinificato in bianco. Negli ultimi anni, finalmente, con l’arrivo a Casteggio di Pietro Dilernia e della nuova direzione, viene vinificato in rosso. Fino all’attuale scelta di farne un cru“.

La produzione dell’appezzamento è bassa e varia molto di annata in annata. Si passa agilmente dai 95 quintali del 2019 ai 150 quintali di vendemmie meno recenti, con una media di 50-55 quintali per ettaro.

“La vinificazione – spiega il numero uno di Cascina Gnocco – veniva da me compiuta a temperatura non superiore ai 25 gradi per circa 8 giorni, in fermentini orizzontali con un paio di rimontaggi giornalieri, dopo la svinatura, sfecciatura in acciaio e un rapido passaggio in tonneau“.

Un onere che oggi spetta al numero uno di Assoenologi, Riccardo Cotarella e al suo staff di collaboratori di La Versa. Già, perché Nino Cuneo ha ormai in testa una cosa sola: la sua Mornasca, antico vitigno che ha recuperato dall’oblio, che come il Pinot Nero dà vini molto longevi.

“Un vino che non produciamo in tutte le annate – spiega – le ultime prodotte sono la 2016, già imbottigliata, la 2018 e la 2019 ancora in affinamento, con la prova in solo acciaio tuttora in corso sulla vendemmia 2018″.

La produzione si aggira sui 50-60 ettolitri di vino annui, grazie a un totale di soli 1,20 ettari. Oltre alla versione in rosso, Cascina Gnocco produce un Rosè Metodo Classico da uve Mornasca. Un altro gioiello che rischia di scomparire.

“Ho riscontrato una notevole difficoltà nel proporlo – ammette Domenico Cuneo – tanto da convincermi a chiudere la produzione con la vendemmia 2012, di cui ancora conservo 4 mila bottiglie sui lieviti, quindi più di 80 mesi”.

“In occasione dell’ultimo assaggio – chiosa Cuneo – mi sembrava un ottimo spumante, ma io sono di parte!”. Riassunto dell’ultimo virgolettato: cercasi brand ambassador per una cantina simbolo del terroir Oltrepò, che non vuole mollare, nonostante tutto e tutti. In alto i calici.

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Covid-19 in Alto Adige, giù le rese del vigneto. Ritoccati anche Pinot Grigio e Schiava

“Meno uva, più qualità”. Anche l’Alto Adige riduce le rese in vigneto per la vendemmia 2020, a partire dai vitigni più coltivati nella regione: Pinot Grigio e Schiava. A deciderlo è stata l’Assemblea generale del Consorzio Vini Alto Adige con oltre il 70% di voti a favore, dopo il consulto con il Südtiroler Beratungsring, il Centro di Consulenza per la fruttiviticoltura. Il taglio, voluto anche per arginare le conseguenze di Covid-19 sul settore vitivinicolo altoatesino, si assesta su una percentuale compresa tra il 15 e il 30%, a seconda del vitigno.

In particolare, tra le varietà a bacca bianca, il Pinot Grigio passa dal da 130 a 115 quintali per ettaro (- 12%). Il Gewürztraminer subisce una riduzione del 25%, passando da 120 a 90 quintali. Per il Pinot Bianco un calo del 19%: si passa da 130 a 105 quintali ettaro. Stessa percentuale di decrescita (- 19%) per lo Chardonnay: da 130 a 105.

Quanto alle rese dei vitigni a bacca rossa, per la Schiava è stato deciso un taglio dell’11%, ovvero da 140 a 125 quintali per ettaro. Tra i vitigni che subiranno un “taglio” più marcato in vigneto per la vendemmia 2020 c’è il Pinot Nero: riduzione del 25% per il pregiato rosso dell’Alto Adige, che passa da 120 a 90 quintali ettaro.

“La riduzione delle rese – spiega il Direttore del Consorzio Vini Alto Adige Eduard Bernhart – ha un duplice effetto perché, se da una parte viene da anni già portata avanti autonomamente da moltissime cantine del territorio”.

Le aziende hanno compreso l’importanza di un calo della produzione allo scopo di ottenere vini di maggiore qualità, dall’altra ci aspettiamo possa dare respiro a tutte quelle realtà che a causa del Covid-19 hanno registrato un calo importante del mercato“.

Per far fronte a questa situazione, il Consorzio altoatesino ha deciso di guardare all’esempio di altri territori. “Ci siamo messi anche in ascolto di altri territori – evidenzia Bernhart – e abbiamo avanzato questa proposta di riduzione delle rese per la vendemmia 2020 che si inserisce quindi in un momento di forte cambiamento dei mercati. Era necessario agire in maniera rapida e proattiva, per sostenere i viticoltori altoatesini nel particolare contesto che stiamo vivendo”.

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Ogni spumante rosé adesso è Prosecco rosé: nuova deriva delle bollicine del Veneto

EDITORIALE – C’è una nuova, preoccupante deriva che interessa lo spumante del Veneto per eccellenza, ovvero il Prosecco. La recente approvazione della modifica del disciplinare che dovrebbe autorizzare, dal mese di ottobre 2020, la commercializzazione del Prosecco Rosé, sta già avendo risvolti devastanti per l’immagine della nuova tipologia “in rosa” della Doc Prosecco.

Il web, infatti, è inondato di decine di proposte di “Prosecco Rosé”. Si tratta in realtà di spumanti rosati comuni, che non possono fregiarsi della Denominazione di origine controllata in questione, riservata solo ai Martinotti (Metodo italiano o Charmat) prodotti in Veneto e in Friuli Venezia Giulia.

In alcuni casi, la dicitura “Prosecco Rosé” viene addirittura accostata al Prosecco Superiore di Conegliano Valdobbiadene, Docg che non ha nulla a che fare col via libera alla tipologia “Prosecco Rosé” da parte del Comitato Nazionale Vini del Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali, che riguarda appunto solo la Doc.

Per dirla tutta, più che a una nuova deriva siamo di fronte a una vera e propria involuzione del marketing legato al noto spumante italiano. Se fino a ieri non si poteva usare la formula “Prosecco Rosé“, perché ancora non ufficialmente approvato il matrimonio tra Glera e Pinot Nero, le nozze tra i due vitigni hanno aperto le porte ai farabutti del web, pronti a sfruttare la leva della notorietà del brand “Prosecco” per spingere le vendite di qualsiasi altro spumante rosato.Caso eclatante quello che appare sull’e-commerce “Negozio del vino“, dove il Vsq Rosé Brut “Faìve” della nota cantina Nino Franco di Valdobbiadene viene “spacciato” per Prosecco Doc Rosé (nel link, nel titolo e nella scheda descrittiva) pur essendo prodotto con uve Merlot e Cabernet Franc vinificate in rosa.

Più ingegnoso un altro e-commerce, “Wine Point“. Qui, il Vsq Rosé Brut “Roseo” della cantina Le Manzane di San Pietro di Feletto (TV) viene descritto come “Prosecco Superiore Metodo Charmat”. Non solo: viene utilizzato il vecchio nome della Glera, ovvero Prosecco, per trarre in inganno l’ignaro consumatore.

“La qualità del prodotto – si legge – è certificata dall’uso in prevalenza di uvaggio Prosecco, nella sua qualità autoctona Glera, che compone il 95% dell’etichetta. Il restante 5% deriva invece da uve Merlot, che vanno a conferire il classico colore rosato all’etichetta”. Lo stesso avviene per il Brut di Pinot della cantina Ruggeri.

Segue a ruota l’e-shop di vino online “BierreStore“, che nel pubblicizzare il Brut Rosato “Il Fresco” di Villa Sandi, parla di “Prosecco Rose”. Manca l’accento, ma il senso è quello e gioca sulla scarsa esperienza del consumatore che si imbatte nella scheda, per l’acquisto.

Vale la pena di citare anche il caso, sottile, del presunto “Prosecco Valdobbiadene Brut Rosé Doc” della cantina Col Sandago, tra i veri e propri fake che interessano la nuova tipologia del Prosecco Doc. Tutto, sin dal link, riconduce al taroccamento da parte dell’e-commerce “Di-vinità – di cibo, vino e altre storie“. Ecco, sono le “altre storie” che preoccupano chi ha a cuore il Made in Italy.

Concludo con un appello: la redazione di WineMag.it invita i lettori a segnalare ai Consorzi di Tutela tutti i link alle recensioni di “non Prosecco”, nonché di “Prosecco Rosé” tarocco scovate sul web. Questi gli indirizzi email a cui rivolgersi: info@consorzioprosecco.it e info@prosecco.it. Cin, cin.

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Prosecco rosé? Amen!

EDITORIALE – Per cause di forza maggiore, legate a Covid-19, mi trovo in uno sperduto ma accogliente paesino dell’Ungheria, ormai dal 7 marzo 2020. Da qui mi tengo in contatto con l’Italia tra mail, telefonate e degustazioni di vini che stanno arrivando dal Bel paese, complice il lockdown che ha stroncato fiere, viaggi stampa e appuntamenti in agenda. Che c’entra tutto questo con un editoriale che s’intitola “Prosecco rosé? Amen!“? Ve lo spiego subito.

Proprio ieri, a poche ore dalla pubblicazione della notizia del via libera alla modifica al disciplinare che autorizza la versione “rosa” dello spumante veneto-friulano, sono andato a fare la spesa. Nella corsia dei dolci, ho notato qualcosa di mai visto prima: quei geni della Ferrero si sono inventati il Kinder Bueno Coconut, ovvero al cocco!

Dirà qualcuno, di nuovo: che c’entra il Bueno col Prosecco? Mica parliamo di Asti Secco: quello sì, almeno, è piemontese come Ferrero (NB Si informa il Consorzio dell’Asti che nessun testimonial del Moscato d’Asti è stato maltrattato “in anticipo” per la realizzazione di questo editoriale). A mio avviso, tornando al punto, c’è invece una forte correlazione tra il Prosecco e un prodotto come il Kinder Bueno.

Dal momento che il Prosecco – a tasche piene di tutti, anche quelle dei detrattori – si è trasformato da semplice “spumante” a “fenomeno” e poi da “fenomeno” a “sinonimo” di qualsiasi cosa sia “vino con le bollicine“, la nascita della versione rosé sarebbe da considerare un’opportunità ulteriore, più che uno scempio della tradizione.

Restando nel campo largo della semantica, vi invito a porvi una domanda: “Prosecco”, nell’immaginario comune – non in quello dei professoroni del vino – è ormai più sinonimo di “industria” o di “territorio” del vino?

Secondo me, della prima. Un’industria che muove quasi mezzo miliardo di bottiglie all’anno – grazie anche ad investitori esteri, giunti in Veneto dalla Spagna del Cava (leggi Freixenet) non del Corpinnat – ha bisogno di diversificare, specie in un momento di crisi in cui l’avallo della versione rosé cade come manna dal cielo.

Del “fenomeno” Prosecco hanno giovato, giovano e gioveranno tutti. Basti osservare l’esplosione delle “bolle” prodotte con vitigni poco vocati agli sparkling e alla più recente mania dei “col fondo”, anche fuori dagli areali tradizionalmente inclini al pétillant.

Per di più, a giustificare l’istituzionalizzazione del Prosecco rosé all’interno di un contesto industriale, c’è anche la considerazione di tutti i fake che circolano da anni con questo nome in tutto il mondo, o che comunque lo ricordano. Persino Bastianich, testimonial del Made in Italy nel mondo, aveva in carta del “Prosecco Rosé” nel suo ristorante di Milano e come tale ne spingeva le vendite negli Usa.

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Sono dell’idea che regolarizzare la produzione di questa versione e incanalarla nei dettami di una Doc non possa che fare bene a tutti, anche in un’ottica di elevazione della qualità complessiva dei 20 milioni di bottiglie previsti dal Consorzio, se non del prezzo.

La nascita della versione rosé, inoltre, offre una carta vantaggiosissima ai produttori delle Docg, suggellando ancor più le differenze coi cugini di campagna, pardon “di pianura”. Il rosato Doc, da solo, è una carta eccezionale – a livello di comunicazione – per spiegare l’unicità di Conegliano, Valdobbiadene e Asolo. Un po’ come quelle ragazzine che si scelgono l’amica “brutta”, per sembrare (loro) più belle agli occhi dei ragazzi.

Ma il nodo che più fa incazzare chi non ama l’idea del Prosecco Rosé è forse un altro: quello del mancato via libera all’utilizzo del Raboso o del Refosco, come uve a bacca rossa utili a colorare di “rosa” la Glera, in alternativa al Pinot Nero (varietà, non va dimenticato, già a disciplinare con la condizione della vinificazione in bianco).

Torno allora di nuovo al Kinder Bueno, immaginando che Ferrero, al posto dell’internazionalmente riconosciuto “cocco”, avesse deciso di utilizzare – all’interno di una dinamica industriale ed industrializzata che, va ricordato, non riguarda solo la produzione, ma anche la commercializzazione, il marketing e la comunicazione – che so? Dell’ottimo, tradizionalissimo e piemontesissimo Ramassin, il Susino Damaschino del Saluzzese. Mai sentito? Appunto.

Dal momento che “Rabosoir” e “Refoscoir“, che io sappia, non stanno al “Raboso” e al “Refosco” come il “Pinot Nero” sta invece – internazionalmente – al “Pinot Noir“, bene hanno fatto Stefano Zanette & Compagnia Bella a pensare a quel vitigno piuttosto che ad altri, per colorare di rosé il futuro internazionale dell’industria del Prosecco.

Con buona pace di chi, comunque, sarà libero di andare avanti a fare ottimi spumanti impiegando gli altri due vitigni, con lo svantaggio di non poterlo chiamare “Prosecco” (e dunque venderne di più).

Ehi, aspetta un attimo: sarà mica questo il problema, alla faccia del bla, bla, bla sulla tradizione e il territorio? Post scriptum: il Kinder Bueno al cocco è una favola a buon prezzo, al pari di quello col cuore di crema di nocciole. Cin, cin.

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Prosecco rosé da Brut Nature a Extra Dry: via libera al matrimonio Glera Pinot Nero

Via libera ufficiale al tanto discusso Prosecco rosé, col vitigno a bacca rossa Pinot Nero che andrà a colorare di rosa la bianca Glera, l’uva tradizionalmente utilizzata per produrre lo spumante tipico del Veneto e del Friuli Venezia Giulia. Il Comitato Nazionale Vini del Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali ha approvato ieri, 20 maggio 2020, la proposta di modifica del disciplinare di produzione della Doc Prosecco per l’introduzione della tipologia Prosecco Rosé, che non riguarda dunque la Docg Conegliano Valdobbiadene.

“A tutti coloro i quali hanno contributo all’ottenimento di questo importante risultato va il nostro ringraziamento che, in considerazione del momento che stiamo vivendo, è particolarmente sentito”, ha commentato il presidente del Consorzio di tutela della Doc Prosecco, Stefano Zanette.

Ora si attende la pubblicazione del provvedimento sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana e l’entrata in vigore del successivo Decreto Ministeriale. Un provvedimento che ufficializzerà la modifica a livello nazionale, avviando l’iter comunitario che culminerà con la definitiva pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea.

Sono state rese note al contempo le specifiche del Prosecco Doc Rosé. Gli spumanti di questa tipologia dovranno essere prodotti con uve Glera, cui potrà essere addizionata una percentuale tra il 10% e il 15% di Pinot Nero.

La resa per ettaro è stabilita in 18 tonnellate per la varietà Glera e 13,5 tonnellate ettaro per la varietà Pinot Nero. La fermentazione in autoclave col metodo Martinotti (Charmat) dovrà portrarsi per minimo 60 giorni.

Le vendite saranno possibili dal 1° gennaio dopo la vendemmia. Quanto alle caratteristiche organolettiche, per passare all’esame della commissione di degustazione il colore del Prosecco Doc Rosé dovrà essere “rosa più o meno intenso, brillante” e la spuma “persistente”.

Il residuo zuccherino stabilito varia dal Brut Nature a Extra Dry. L’etichetta del Prosecco Doc rosé dovrà riportare l’indicazione “Millesimato“, con il relativo anno, con l’obbligo di utilizzo di un minimo dell’85% delle uve dell’annata. Il Consorzio stima una produzione di circa 20 milioni di bottiglie, che si andranno ad aggiungere ai 460 milioni della Denominazione.

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Cari milanesi, è ora di scoprire l’ospitalità dell’Oltrepò pavese: vicino, bello e buono

EDITORIALE – La forma a grappolo d’uva è un invito sulla cartina geografica. Eppure, l’Oltrepò pavese è ancora sconosciuto a gran parte dei milanesi. Vino e ospitalità, col passare degli anni, si sono fusi sempre più in quello che potrebbe essere uno dei paradisi dell’enologia italiana.

Oggi, le nuove formule di turismo di prossimità, dettate dall’emergenza Coronavirus, mettono involontariamente gli abitanti di Milano nell’angolo. Basta scuse, insomma. È ora di scoprire, anche solo per un weekend o una gita fuori porta, le bellezze di una terra che dista un’ora dal capoluogo della Lombardia.

Il biglietto da visita è fatto di numeri. L’Oltrepò conta 13.500 ettari di vigneti e 1.700 aziende vitivinicole, molte delle quali a conduzione famigliare, capaci di produrre oltre il 60% del vino lombardo. Il tutto lungo l’asse magico del 45° parallelo, che accomuna le migliori aree vinicole del mondo.

Ce n’è per tutti i gusti: dall’eleganza assoluta dello spumante Metodo classico a base Pinot Nero, ottenuto con la stessa tecnica dello Champagne, passando per i preziosi vini rossi da lungo affinamento, come il Buttafuoco Storico.

L’Oltrepò è anche terra di bianchi, grazie alla coltivazione di Riesling Renano e Italico, nonché del dolce Moscato. Spazio anche agli autoctoni come la Croatina e l’Ughetta di Canneto, dal nome del borgo alle porte di Pavia. Ecco una lista di cantine in cui scoprire la meraviglia dell’Oltrepò pavese. Dentro e fuori dal calice.

700 ENOLOCANDA

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Siamo a Santa Giuletta, a circa 20 chilometri da Piemonte ed Emilia Romagna e a 50 dalla Liguria. “700 Enolocanda” è l’ultima sfida di Stefano Milanesi, vignaiolo che ha voluto creare “un posto in cui star bene, mangiare bere e dormire senza pensieri, in cui potersi sentire a casa”. Quattro le camere, tutte doppie, messe a disposizione da “700 Enolocanda” per il pernotto. Una proposta che ben si abbina a quella gastronomica dell’annesso ristorante.

700 Enolocanda
via Castello 31

27046 Santa Giuletta (PV)
0383 899137
info@700enolocanda.it


FRECCIAROSSA

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Storica realtà dell’Oltrepò pavese, Frecciarossa ha da poco celebrato 100 anni di orgoglio e rigore nella conduzione dell’azienda, avviata nel 1919. Tutti aspetti che la famiglia Radici Odero sa tramettere in ogni goccia dei propri vini, la cui punta di diamante è costituita proprio dal Pinot Nero. Frecciarossa è di fatto una delle aziende imperdibili per gli amanti del grande vitigno francese, così ben acclimatatosi in provincia di Pavia. Dal punto di vista dell’ospitalità, all’elegante “Villa Odero”, che può essere affittata per matrimoni ed eventi, Frecciarossa affianca “La Casina”, una casa vacanza con due camere da letto, a Casteggio (PV).

Frecciarossa Società Agricola
Via Fratelli Vigorelli, 141
27045 Casteggio (PV)
+39 3939103208

info@frecciarossa.com


LA CASA DEI NONNI

Questo il nome scelto per l’agriturismo da Amedeo Pietro Quaroni, attuale sindaco di Montù Beccaria (PV), ma ancor prima produttore di vino in Oltrepò pavese. Per l’esattezza siamo a Zenevredo. La Casa dei Nonni, oltre a un ristorante in cui gustare le prelibatezze enogastronomiche pavesi, mette a disposizione 5 camere da letto.

La Casa dei Nonni
Frazione Poalone, 6
27049 Zenevredo (PV)
+39 0385 49852
info@agriturismolacasadeinonni.it

MONTELIO
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Una formula ben rodata, quella dell’accoglienza di Montelio in Oltrepò pavese, certificata dal marchio Agriturismo Italia del Mipaaf. Ogni anno sono infatti 1.500 i visitatori, provenienti da tutto il mondo. All’interno di uno dei cortili sono state ristrutturate quelle che nel 1800 erano le case dei braccianti agricoli, per un totale di 6 comodi appartamenti completi di cucina, tutti arredati con l’elegante semplicità della campagna lombarda.

Azienda Agricola Montelio di C. e G. Brazzola
via Domenico Mazza, 1
27050 Codevilla (PV)

0383 373090
cantine@montelio.it


TENUTA QUVESTRA

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Tra le realtà più giovani del vino dell’Oltrepò pavese, Tenuta Quvestra conta 12 ettari nel territorio di Santa Maria della Versa, patria degli spumanti italiani ottenuti da uve Pinot Nero. Lo staff ha puntato sin dagli esordi sul binomio tra ospitalità e produzione di vini di alto profilo, con la consulenza enologica di Mario Maffi. “Wine & Hospitality”, insomma, è molto più di uno slogan.

Un credo da portare avanti assieme alla scommessa sul territorio pavese, attraverso 6 soluzioni per il soggiorno: Bordolese, Renana, Jeroboam, Magnum, Balthazar e la maestosa Villa Magna. Tutte case-appartamento con piscina privata, da un minimo di 2 posti letto a un massimo di 12.

Tenuta Quvestra Società Agricola
Località Case Nuove, 9 – SP. 189
27047 Santa Maria della Versa (PV)
+39 347 601 4109
info@quvestra.it


TENUTA TRAVAGLINO

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Circondata da boschi e vigneti, Tenuta Travaglino mette a disposizione un’accogliente struttura di charme: un ristorante con quattro eleganti camere e una suite con vista sul meraviglioso paesaggio collinare, lungo la strada che dal centro di Calvignano conduce a Casteggio. Il ristorante offre piatti della tradizione pavese, con rivisitazioni in chiave moderna attente agli abbinamenti con i vini del territorio.

Tenuta Travaglino
Località Travaglino
27045 Calvignano (PV)
+39 0383 872 222
info@travaglino.it


TORRAZZETTA

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Sono 32 le stanze dell’Agriturismo Torrazzetta a Borgo Priolo, nelle tipologie Standard, Superior e Suite famigliare. Nel complesso anche una piscina, un campo da tennis e calcetto e la possibilità di far visita agli animali della fattoria. Non manca ovviamente la proposta enologica, con i vini biologici prodotti secondo canoni vicini al mondo dei “naturali”. Non a caso Torrazzetta è la prima cantina certificata bio dell’Oltrepò pavese, sin dal 1984.

Azienda Agrituristica Torrazzetta
Loc. Torrazzetta 1,
27040 Borgo Priolo (PV)
+ 39 0383 871041
info@torrazzetta.it


TORRE DEGLI ALBERI

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Due vocazioni per Torre degli Alberi: la produzione di “bollicine” e l’ospitalità. Siamo a Ruino, per un’offerta particolare. La struttura agrituristica viene infatti affittata a soli gruppi autogestiti, a disposizione di coloro che volessero visitare l’azienda, assaggiare gli spumanti e trascorrere un weekend o un soggiorno più lungo in campagna. La casa, denominata “Costantina”, è isolata e dista 300 metri dal piccolo paese. Ospita un massimo di 24 persone, distribuite in cinque stanze con letti a castello.

Torre Degli Alberi – Azienda Agricola Camillo e Filippo Dal Verme
27040 Ruino (Pv)

0385 955905 – 335 1320166
info@torredeglialberi.it

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Approfondimenti

Vendemmia 2019 in Alto Adige: un’ottima annata per i vini bianchi


“Dopo un periodo di crescita e maturazione delle viti scandito da eventi atmosferici estremi, a fine estate 2019 sono arrivate condizioni meteorologiche ideali, che hanno propiziato una buona vendemmia con uve di qualità promettente”. Con queste parole il direttore del Consorzio Vini Alto Adige, Eduard Bernhart, commenta la vendemmia 2019 nella regione del nord Italia.

Cosa aspettarsi nel calice? “Vini bianchi ricchi di aromi freschi e fruttati – riferisce Bernhart – con una spiccata acidità, struttura elegante e un ottimo potenziale d’affinamento, soprattutto per i vini provenienti dalle quote più elevate”. Quanto ai rossi, sono da aspettare in cantina per poter godere appieno del loro potenziale.

L’ANDAMENTO ATMOSFERICO NEL VIGNETO

L’inverno 2018/19 è trascorso con temperature insolitamente calde, a tratti già quasi primaverili, e se si eccettuano le nevicate copiose dei primi giorni di febbraio, si è trattato di un anno piuttosto asciutto.

Dopo un marzo altrettanto avaro di precipitazioni e più caldo delle medie stagionali, in aprile e maggio è prevalso, invece, un clima piuttosto umido accompagnato, soprattutto in maggio, da temperature troppo basse per la stagione.

Parallelamente, la primavera ha visto imperversare fenomeni meteorologici estremi, tanto che già in aprile si sono verificate le prime grandinate, e vari periodi freddi hanno aumentato il rischio di gelate tardive.

Per questi motivi nel 2019 la fioritura è cominciata in ritardo e ha dovuto fare i conti con un tempo assai variabile, caratterizzato da temperature decisamente inferiori alla media, soprattutto in maggio. Questo ritardo si è ripercosso sull’inizio della maturazione, che rispetto alle medie pluriennali è arrivato con una sfasatura di 10-14 giorni.

Dopo la vendemmia anticipata per la raccolta delle uve base per lo spumante avvenuta intorno alla fine di agosto e ai primi di settembre, la vendemmia 2019 vera e propria in Alto Adige è cominciata a metà settembre, con un ritardo di circa due settimane rispetto al 2018.

Pinot bianco, Pinot grigio, Chardonnay e Sylvaner si distinguono sia per la loro acidità, fresca e gradevole, sia per la loro struttura elegante. Il Gewürztraminer si presenta elegante e con note fruttate mature, mentre il Sauvignon dei vigneti più pregiati sfodera un’acidità accattivante, accompagnata da un ventaglio aromatico molto tipico.

Anche la Schiava del 2019 ha una tipicità molto marcata; fruttata, sapida, ben strutturata, elegante e di piacevole beva. Pinot nero, Lagrein, Merlot e Cabernet in quest’annata hanno avuto parecchie difficoltà. Sempre secondo il Consorzio, !”avranno bisogno di più tempo per affinare bene in cantina, sviluppando tutto il loro potenziale”.

Per il Lagrein, a causa delle violente grandinate abbattutesi sugli appezzamenti classici nella conca di Bolzano, purtroppo si è registrato un calo della resa che in alcuni casi ha sfiorato il 70%.

In Valle Isarco e in Val Venosta, i vini dell’annata 2019 fanno risaltare caratteristiche di freschezza e acidità, accompagnate da note fruttate intense e da una gradazione alcolica inferiore agli anni passati. In tutto l’Alto Adige, il totale delle uve vendemmiate ha fatto segnare un calo del 10-15% rispetto alla media.

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degustati da noi Esteri - News & Wine vini#02

Champagne Brut Réserve, Boizel

Prodotto “base” della Maison Boizel il Brut Rèserve è uno Champagne ricco e cremoso che ben si sposa con la tavola. Brut Sans Année di cui degustiamo la sboccatura dell’Aprile 2018.

LA DEGUSTAZIONE
Dorato e luminoso, presenta un perlage fine, lento e persistente. Naso raffinato che apre subito su note agrumate e di pasticceria. Seguono sentori floreali e note di frutta bianca, in prevalenza pesca.

Rotondo in bocca seppur molto fresco. Mediamente persistente risulta equilibrato per tutto il sorso. Il dosaggio zuccherino (8 g/l dichiarati dalla Maison) si sente ma non disturba la bevuta donando quel tocco in più di morbidezza.

LA VINIFICAZIONE
Una cuvée pensata in modo preciso. 55% Pinot Noir ,30% Chardonnay, 15% Meunier. La struttura del Pinot Nero e la finezza dello Chardonnay unite al Meunier per donare contemporaneamente spinta e morbidezza.

Le uve provengono da trenta diversi cru dell’azienda. Champagne che matura sui lieviti per almeno tre anni. Il 30% di vini di riserva ed un minino di 3 anni sui lieviti completano la produzione di questo Champagne a cui giova anche il tempo trascorso dopo la sboccatura.

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Barolo col tappo a vite per la Svezia: lo chiede un tender del Systembolaget

Barolo col tappo a vite o, meglio, “Screwcap of stelvin type”. La richiesta è stata messa nero su bianco in un tender del Monopolio della Svezia. Lo Systembolaget, ovvero la rete di 445 negozi che controlla la vendita di alcolici nel Paese scandinavo, chiede mille bottiglie del vino simbolo del Piemonte, vendemmia 2014, 2015 o 2016, rigorosamente “tappate” a vite. È disposto a pagarle tra le 500 e le 999 corone svedesi (Sek): tradotto, tra i 45,54 e i 90,98 euro. Il prezzo di un ottimo Barolo, col tradizionale tappo in sughero. Nessuna operazione al ribasso, dunque.

Quella dello screwcap sul Barolo appare la scelta di un mercato pronto, su tutti i fronti. Consumatori e professionisti del settore (buyer, sommelier, enotecari) sembrano aver ormai digerito tutte le perplessità legate al tappo a vite. Tanto da accettarlo anche su vini rossi da lungo affinamento. Senza storcere il naso.

Il tender del Monopolio svedese contiene tuttavia un errore e dovrà essere riformulato per trovare qualche temerario vignaiolo di Langa disposto a soddisfarne le richieste. Il disciplinare del Barolo Docg, infatti, permette l’utilizzo del tappo a vite solo sui vini senza menzioni, come “base” e “riserva”.

Lo stelvin è vietato, invece, come metodo di tappatura dei Barolo in cui sia presente in etichetta una menzione di “vigna“, una menzione geografica aggiuntiva (Mga) o una menzione comunale.

Al contrario di quanto avvenuto in altri Consorzi italiani – Brunello di Montalcino e Amarone della Valpolicella, per citare altri due vini rossi italiani da lungo affinamento – nelle Langhe non ha raggiunto il quorum l’assemblea del Consorzio chiamata a recepire le indicazioni dell’Unione europea, in materia di chiusure da adottare sui vini comunitari a denominazione (Regolamento Ue n. 1308/2013).

Un aspetto chiarito a WineMag.it dal presidente del Consorzio di Tutela del Barolo, Matteo Ascheri: “Il Barolo con il tappo a vite è ammesso, in quanto il disciplinare di produzione non prevede limitazioni di sorta. I produttori stessi, una decina di anni fa, sono stati chiamati ad esprimersi in merito, ma l’assemblea convocata a riguardo non ha raggiunto il numero legale e quindi si è ammessa una liberalizzazione totale sulle chiusure“.

“Il futuro del Barolo – commenta ancora Ascheri (nella foto, sopra) – non è tuttavia legato al tappo a vite. Tale chiusura può essere ottima per vini con evoluzione breve, ma può dare problemi per vini destinati ad un lungo invecchiamento in bottiglia”.

Altre chiusure alternative al sughero naturale, come il sughero polverizzato e trattato o simili – aggiunge Ascheri – possono rappresentare il giusto compromesso tra neutralità della chiusura e potenziale evolutivo del vino. Oltre a garantire il 100% delle bottiglie prodotte, consentono di salvaguardare il percepito del cliente finale. Un aspetto che non è da sottovalutare”.

Quanto al tender dei Monopoli scandinavi: “Il più delle volte riscontriamo richieste estemporanee, quasi ‘umilianti’ per i produttori – chiosa il presidente del Consorzio piemontese – a volte assurde. Sono mercati importanti anche se ancora relativamente giovani, con consumatori attenti e alla ricerca di prodotti come i nostri. Dispiace che i Monopoli, che sono l’intermediario principale su quei mercati, rappresentino una interlocuzione a volte difficile e contrastante per i produttori stessi”.

Non occorre andare troppo lontano dal territorio d’elezione del Barolo per trovare, invece, grande entusiasmo nei confronti del tender targato Systembolaget. “Il Barolo col tappo a vite – commenta Gianluca Morino, vignaiolo Fivi di Cascina Garitina, a Castel Boglione (AT) – può aprire nuovi scenari per tanti vini e invogliare tanti altri produttori a usare un tappo sicuro”.

“Personalmente estenderei la possibilità di utilizzare lo ‘screwcap of stelvin type‘ anche ai vini con menzione vigna, geografica o comunale – aggiunge Morino – motivo per il quale il tender del mercato svedese dovrà essere modificato per trovare recepimento in Langa. Una forzatura dettata dal fatto che, spesso, i buyer non conoscono i disciplinari con precisione e avanzano richieste insoddisfabili”.

Per aggirare questo ostacolo, Gianluca Morino, così come altri produttori che utilizzano il tappo a vite in Italia, evitano la “menzione” in etichetta. “Sul mio Nizza Docg ‘900’ appare la scritta ‘Margherita‘ come nome di fantasia, ma in realtà si tratta della ‘Vigna Margherita’. Un escamotage che vorrei evitare di usare, se solo le normative me lo consentissero”.

Entusiasta del tender svedese anche un altro strenuo sostenitore del tappo a vite, il re del Timorasso Walter Massa. “Se sommelier, degustatori e importatori del Monopolio scandinavo hanno avanzato una simile richiesta – ipotizza il vignaiolo di Monleale – è certamente perché avranno avuto riscontri positivi sulla tenuta della denominazione, dopo aver effettuato appositi test in loco, ritappando dei Barolo almeno negli ultimi 15 anni“.

“Questo tender rivoluzionario – continua Massa, che a gennaio ha presentato il tappo a vite ‘intelligente’ sui suoi Derthona 2018 – è certamente la risposta dettata da risultati e degustazioni tecniche, ben oltre la mera richiesta del mercato: sfido chiunque a sostenere che gli svedesi propongano ai loro consumatori un vino ‘tarocco’, risultando responsabili in prima persona di questa scelta”.

Si tratta di un’operazione di grande rispetto nei confronti del consumatore finale – aggiunge – oltre che nei confronti del vino e della denominazione. Sono pronto a partire per Stoccolma e offrire al primo produttore di Langa che aderirà a questo tender una bottiglia del suo vino, appena sarà sul mercato!”.

“Anche perché – chiosa Massa – sono stufo di sentir dire che il Derthona è il Barolo bianco. Quest’auspicabile apertura del Barolo al tappo a vite fungerebbe da reale trait d’union tra un vino bianco e un grande vino, per dimostrare che anche i vini bianchi sono grandi vini, capaci di affinare a lungo nel tempo”.

Grande entusiasmo anche in Alto Adige, alla corte di un altro produttore simbolo della battaglia per la diffusione del tappo a vite in Italia: “Sono ormai sono 14 anni che lavoriamo con lo screwcap – commenta Franz Haas (nella foto, sopra) – ovvero dal 2006, senza essercene ancora pentiti. Anzi! Lo usiamo anche per vini importanti e abbiamo le prove che sia di gran lunga migliore del sughero, eliminandone tutte le influenze negative”.

In questi giorni di lockdown dettato dai decreti volti a contenere Covid-19, Haas sta approfittando per assaggiare vecchie annate in cantina. Tappate proprio con lo stelvin. “Ieri sera, in famiglia – rivela a WineMag.it – abbiamo aperto un Pinot Nero del 2001 risultato in condizioni straordinarie: sembrava Borgogna! Più passa il tempo, più il tappo a vite esalta il vino in bottiglia, compresi i vini rossi da invecchiamento”.

“Ben venga se qualcuno, anche in Langa, voglia cogliere l’opportunità di un tender del mercato scandinavo – conclude Haas – contribuendo a propagare la cultura di questa tecnica di tappatura. Più siamo e più importanti sono i vini tappati a vite, prima ci libereremo delle rogne legate al sughero”. Che la Svezia sia foriera di rivoluzioni?

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Ecco i migliori vini rosati e spumanti 2020 della Germania

Premiazione online per “I migliori vini rosati e spumanti 2020 della Germania“. L’esito del tasting, che ha coinvolto 15 esperti da altrettanti Paesi, sono stati annunciati ieri dal German Wine Institute (DWI) in un video messaggio della Managing director Monika Reule. Una soluzione alternativa al “live” della Prowein Trade Fair 2020, rimandata al 2021 per via dell’emergenza Covid-19.

Nella categoria “Spumanti”, la giuria ha selezionato il Pinot nero Rosé Brut 2017 dalla tenuta Wilhelmshof a Siebeldingen, Pfalz. Secondo posto per il Pinot Nero Rosé Brut di Eymann a Gönnheim, Pfalz, seguito da Le Grand Rosé Extra Brut 2015 di Schloss Sommerhausen, nella cittadina di Sommerhausen, in Franconia.

Tra i produttori di vino rosato, Braunewell-Dinter di Essenheim in Rheinhessen è stato insignito del premio “Miglior rosé” per il suo “der Rosé“. Al secondo posto il Rosé Fumé 2018 di Weingut Dr. Heger a Ihringen, Baden. Medaglia di bronzo per Johanninger di Biebelsheim, in Assia Renana (Rheinhessen), per i suoi Spätburgunder e Frühburgunder Rosé ottenuti dal vigneto Kreuznacher Junker.

“Quest’anno – spiega Monika Reule – volevamo ottenere esattamente questo effetto sorpresa con il nostro focus sui rosé. Molti esperti, soprattutto all’estero, non sono ancora consapevoli di quanto lo stile dei vini rosati tedeschi sia cambiato negli ultimi anni”.

“Oggi – continua Reule – sono molto più motivati, pieni di carattere e sempre più presenti nel segmento premium. Vengono sempre più spesso proposti in abbinamento a menu eccellenti e non più percepiti esclusivamente come vini estivi”. Il DWI darà seguito alla campagna sui rosati “Made in Germania”, ovvero a “Drink Pink!“, a ProWein 2021.

Oltre ai tre vini vincenti e agli spumanti, la giuria ha selezionato i seguenti rosati tra i primi 20

Wine Region Producer Vintage Category Designation
Rosé Wines
Baden Weingut Franz Keller 2019 Jeden Tag Rosé
Saignée
trocken
Franken Divino Nordheim-Thüngersheim 2018 Pinot Noir Rosé
„Großes Gewächs“
trocken
Mosel Margarethenhof – Weingut Weber 2018 Lambertus Spätburgunder
Pfalz Weingut Darting, 2019 Spätburgunder Rosé trocken
Pfalz Weingut Karl Pfaffmann 2019 Merlot Rosé trocken
Pfalz Weingut Schenk-Siebert 2018 Grünstadter Spätburgunder Rosé – Fumé trocken
Rheingau Weingut
Meine Freiheit
2018 Spätburgunder Rosé Pride Edition feinherb
Rheinhessen Weingut Dackermann 2018 Pinot Noir Rosé trocken
Rheinhessen Weingut Alexander Flick 2019 Rosé
Flickwerk
trocken
Rheinhessen Weingut Georg Gustav Huff 2019 Rosé trocken
Rheinhessen Weingut David Spies 2019 Merlot Rosé feinherb
Rosé-Sparkling Wines
Pfalz Wein- u. Sektgut Ernst Weisbrodt 2017 Pinot Rosé brut
Rheingau Wein- u. Sektgut Barth Pinot Rosé brut
Württemberg Weingut Bernhard Ellwanger 2016 Muskat-Trollinger Rosé Schorndorfer Grafenberg brut
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Non dimentichiamolo: il “Coronavirus” della viticoltura sono i cambiamenti climatici

La problematica Coronavirus ha catalizzato l’attenzione dei mass media anche sul fronte della viticoltura e distolto lo sguardo dal tema dei cambiamenti climatici. Partendo dal presupposto che ogni vendemmia può essere nettamente diversa dall’altra, dati inconfutabili attestano l’anticipo progressivo nella raccolta delle uve.

Un fenomeno causato da stagioni sempre più compresse, che influenzano temperature e maturazioni. Grandini, gelate, forti temporali, sono sempre più frequenti, con inevitabili ripercussioni su vegetazione, terreni e vigneti.

Uno studio pubblicato sulla rivista statunitense Proceedings of the National Academy of Sciences (Pnas) afferma che l’Italia è una delle nazioni più esposte all’aumento delle temperature. Un fenomeno che minaccia circa l’85% dei vigneti del globo.

Altre ricerche sono state pubblicate dall’Institut National de la Recherche Agronomique (Inra) il quale sostiene che il 56% circa delle coltivazioni vitivinicole potrebbe scomparire in presenza di costante aumento della temperatura globale (circa 2 gradi entro il 2050).

Una conseguenza negativa potrebbe risiedere nell’aumento del grado alcolico del vino, con appiattimento del gusto, pertanto molti zuccheri e bassa acidità che potrebbero influenzarne a loro volta negativamente l’eleganza. L’anticipo delle vendemmie al momento, evita in qualche modo l’ossidazione contenuto nel patrimonio aromatico delle uve.

In Italia per esempio, alcuni produttori, ove possibile, stanno “spostando” i vigneti (o impiantandone dei nuovi) su altitudini differenziate, più elevate; zone di collina o ancor più in alto di montagna, alla ricerca di una mitigazione della temperatura che ogni cento metri di quota vede l’abbassamento del termometro di un grado, fenomeno che si accentua tra giorno e notte e tra l’estate e l’inverno.

La migrazione dei vitigni influenzerebbe poi il mercato con logiche connessioni con quello che è l’immaginario collettivo su determinate diciture (esempio “Classico” che sta a rappresentare un vino ricavato da uve provenienti dalla zona di produzione più antica, vocata e tradizionale).

Eventuali spostamenti predispongono comunque ad alcuni rischi, anticipo delle fioriture, gelate ed incremento degli insetti infestanti. A livello globale, le aree più adatte alla coltura della vite potrebbero concentrarsi nell’Europa centro orientale, nella costa pacifica degli Usa ed in Nuova Zelanda, oltre al Regno Unito.

Le zone più a sud del pianeta subiranno innalzamenti della temperatura tali da non riuscire a mantenere equa la biodiversità. Alcuni studi affermano che il Pinot Nero sarà uno dei vitigni più colpiti in quanto difficilmente adattabile ad estati lunghe e calde.

Ed i cambiamenti climatici che non risparmiano la Champagne, dove la temperatura media è aumentata di 1,1 gradi in ca. 30 anni. In quelle zone, è nata la prima filiera viticola al mondo, atta alla misurazione dell’impronta carbonica, con un piano strategico di riduzione delle emissioni entro il 2050.

Un paio di concrete soluzioni potrebbero essere quelle indicate da Benjamin Cook (Inra), innanzitutto comprendere in modo puntuale la capacità adattiva delle uve rispetto ai cambiamenti, con particolare riferimento ai vitigni autoctoni.

Gli scenari prospettici relativi all’innalzamento delle temperature, vedrebbero difatti un incremento di 2 gradi al 2050 e di 4 gradi al 2100, con logiche ed inevitabili conseguenze. O ancora, la sensibilizzazione dei consumatori con stimolo ad un consumo diversificato e non solo “stratificato”, in modo da consumare differenti tipologie di vini e permettere ai produttori una maggiore diversificazione.

Sarà pertanto necessaria una valutazione dell’impatto regionale (e non solo) sugli studi di adattamento e mitigazione per i vigneti, con analisi delle conseguenze anche su diversi aspetti socioeconomici. Il tempo scorre e l’esigenza di preservare il patrimonio vitivinicolo non può di certo attendere.

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Oltrepride: Frecciarossa compie 100 anni di orgoglio in Oltrepò e presenta Anamari 2017

Più che un vino, una dichiarazione d’amore e d’orgoglio. Frecciarossa compie 100 anni e li celebra con una nuova etichetta, che sa di tradizione e futuro: Anamari 2017, Rosso Riserva Oltrepò Pavese Doc. Un vino legato a doppio filo al territorio pavese, ottenuto con le uve autoctone Croatina, Barbera, Uva rara e Vespolina. Solo 2297 bottiglie, più 50 magnum.

Una chicca che esalta le potenzialità dell’Oltrepò e dà il via a un progetto che potrebbe coinvolgere altri produttori. A spiegarlo è proprio Valeria Radici Odero, quarta generazione della famiglia di origini genovesi arrivata a Casteggio (PV) nel 1919: “La nostra zona ha bisogno di un vino identitario forte, che provenga esclusivamente da qui”.

Il Pinot Nero, pur importante per l’Oltrepò e per la nostra azienda, cresce in Oregon, in Borgogna, in Alto Adige. Croatina, Barbera, Uva rara e Vespolina sono nostri, sono solo qui. Per questo dobbiamo valorizzarle e puntarci. Sono uve che danno vini rossi da lungo affinamento, con un potenziale infinito”.

Parole che assumono un’importanza ancora più marcata, se si considera quanto Frecciarossa – azienda di 20 ettari complessivi, più 3 pronti ad essere impiantati – sia legata al Pinot Nero. Non ultimo con eccellenze mondiali come l’etichetta “Giorgio Odero“, Noir di rara finezza e longevità.

“Pensando ai nostri cent’anni e all’identità forte di cui ha bisogno l’Oltrepò pavese – chiosa Valeria Radici Odero – siamo tornati a fare questo vino di cui avvertiamo la necessità, assieme a un altro ristretto gruppo di produttori”.

Tra le ipotesi, anche quella di trovare un nome comune per tutti i vini ottenuti dall’uvaggio tipico oltrepadano. Del resto, Anamari 2017 non è un vino totalmente nuovo. Piuttosto un ritorno di fiamma.

“Lo produceva mio nonno – precisa Radici Odero – poi è stato ripreso da mia madre Margherita col nome di ‘Villa Odero‘. Fino al 1997, quando abbiamo preso la decisione di vinificare i singoli vitigni in purezza, rinunciando all’uvaggio”.

Anche il nuovo corso dell’etichetta, col suo nome che rievoca i popoli Celti che abitavano l’Oltrepò, è un mix di tradizione e novità. A curarlo sono i due enologi piemontesi di Frecciarossa: il veterano Gianluca Scaglione, in forza da vent’anni alla cantina di Casteggio, e la giovane new entry Cristiano Garella.

Un vino, Anamari 2017, vinificato in tini troncoconici, utili a far esplodere il varietale, il frutto, il terroir, senza snaturare l’uva con i sentori di legno. Gran beva per la nuova etichetta di Frecciarossa, che si conferma ad altissimi livelli anche nel campo dei vini potenzialmente “al bicchiere” al ristorante, visto il sorso tutto sommato semplice, ma mai banale.

Convince Anamari, sopratutto per la lettura del tannino della Croatina: presente in chiusura, ma preso per le briglie da un frutto preciso, croccante. Oltre che da una salinità concentrata, che invita al calice successivo.

“Un vino dalla leggerezza moderna“, come lo descrive Valeria Radici Odero. Parere confermato da Armando Castagno, ospite delle celebrazioni per i cent’anni di Frecciarossa andate in scena ieri a Villa Odero, splendida dimora in stile Liberty di proprietà della famiglia, immersa tra i vigneti di Casteggio.

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Vini al supermercato

Coop voltafaccia dopo lo scandalo di Canneto: per la Bonarda, avanti i Colli Piacentini

EDITORIALE – In fondo, si tratta solo di guardare l’orizzonte e scegliere il versante della collina. Testa o croce. Oltrepò pavese o Colli Piacentini. Lo scandalo del vino contraffatto dalla Cantina sociale di Canneto Pavese e l’epic fail del “volantino del giorno dopo”, rischia di avere presto conseguenze evidenti sugli scaffali di Coop.

Secondo indiscrezioni di Vinialsuper, i buyer milanesi del colosso della Grande distribuzione sarebbero stati invitati a fare acquisti sui Colli Piacentini, piuttosto che in Oltrepò pavese. Anche lì, se non altro per questioni di prossimità (geografica e ampelografica) si producono Bonarda e altre tipologie di vini (come il Barbera) spesso in promozione nei supermercati Coop e vitali per il eno-giro d’affari dell’insegna.

Un segnale forte, dunque, quello che potrebbe arrivare dopo lo scandalo di Canneto. La cantina sociale, di fatto, è una delle cooperative vitivinicole interessate dal progetto “Assieme” di Coop.

Se confermata, l’indiscrezione sulle scelte d’acquisto confermerebbe la scarsa propensione di varie insegne della Grande distribuzione ad investire realmente nei territori a maggiore vocazione vitivinicola italiana, come l’Oltrepò pavese. Un’occasione persa, dunque, dopo un’inchiesta utile a far piazza pulita da tante “mele marce”.

D’altro canto, il binocolo di Coop puntato sui Colli Piacentini è un elemento che conferma la grande crescita qualitativa della provincia emiliana. Lo dimostra la (coraggiosa, diciamo noi) scelta di Vinialsuper di premiare come “Miglior cantina Gdo” la cooperativa Valtidone, per la qualità media dei vini presenti in Gdo e per i rivoluzionari progetti destinati all’Horeca, come quello della linea “50 Vendemmie“, riservato alle vecchie viti.

Crescono, i Colli Piacentini, anche nell’Horeca. E proprio nei segmenti più concorrenziali con l’Oltrepò pavese. Il riferimento è agli spumanti Metodo Classico, base Pinot Nero: un vitigno che trova a casa dei vicini oltrepadani la vera patria, ma che i piacentini stanno interpretando sempre meglio, in vigna e in bottiglia.

Merito – anche – dell’expertise di enologi nati, cresciuti e formatisi in prestigiose realtà oltrepadane. È il caso di Francesco Fissore (nella foto, a destra) enologo di Cantina Valtidone, giunto nel piacentino dopo l’incarico in La Versa. Provare per credere le ultime “bollicine” di Valtidone, per comprendere come la cantina abbia svoltato, sul fronte dei Martinotti e – ancor più – del Metodo classico.

L’eventuale “voltafaccia” di Coop all’Oltrepò pavese va dunque ben contestualizzato, per essere compreso appieno. Da un lato, gli scandali oltrepadani non premiano un territorio che merita moltissimo ben oltre il vino, coi suoi paesaggi mozzafiato e le sue colline che non hanno nulla da invidiare alle Langhe e alla Toscana, col vantaggio di essere a mezzora da Milano (traffico e vie di comunicazione permettendo).

Dall’altro c’è una provincia, quella di Piacenza, che sta crescendo tanto e bene, soprattutto in termini di credibilità, sia nell’Horeca sia in Gdo. E, curiosità: la discriminante non è il Consorzio di Tutela Vini, pressoché inesistente da anni sui Colli Piacentini. Un’assenza colmata dall’iniziativa di privati e cooperative virtuose, come Valtidone. Chi vivrà, vedrà. Cin, cin.

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La notte degli alambicchi accesi 2019: cinque distillerie da non perdere in Trentino

Santa Massenza, piccola frazione di Vallelaghi. Pochi chilometri da Trento, a destra dell’Adige, lungo la strada che attraversa la splendida Valle dei Laghi e conduce al lago di Garda. Poco più di 150 abitanti e 5 distillerie. Un fazzoletto di terra chiuso fra i vigneti ed il lago di Santa Massenza che custodisce la tradizione della distillazione artigianale. È qui che ogni anno va in scena la “La notte degli alambicchi accesi“.

Una manifestazione, organizzata con la collaborazione di Strada del Vino e dei Sapori del Trentino e Trentino Marketing, che fonde insieme teatro ed enoturismo svoltasi in questo 2019 dal 6 all’8 dicembre. Francesco Poli, Casimiro, Giovanni Poli, Maxentia, Giulio e Mauro Poli sono i produttori protagonisti.

Ci vuole più tempo a pronunciare i loro nomi che a recarsi a piedi da una distilleria all’altra. Centimetri che non impediscono, ad ognuna, di esprimersi con estrema identità. Tutte distillerie che “derivano” dall’attività di viticultura e “dall’esser vignaioli”. Tutte con un unico comune denominatore: la Nosiola.

L’unico vitigno autoctono trentino a bacca bianca trova qui il suo areale d’elezione. Quel vitigno che sfruttando i venti locali (il Pelér e l’Ora) da vita ad un passito fragrante e profumato, il Vino Santo, da in realtà anche ottimi vini fermi, basti pensare alla versione “col fondo” della distilleria Francesco Poli.

Ma non solo. Le vinacce della Nosiola sono alla base delle grappe delle Valle dei Laghi. Talvolta in purezza e talvolta in taglio con altri vitigni. Talvolta bianca, talvolta invecchiata.

Ecco quindi tornare, ancora una volta, Distilleria Francesco Poli che nelle parole di Alessandro spiega la necessità di “tutelare la biodiversità trentina” attraverso i vini da Nosiola, il Vino Santo, e la grappa di Nosiola e di Schiava (altro vitigno trentino, stavolta a bacca rossa).

Graziano, presso Giovanni Poli, invita all’assaggio di una mini verticale. Grappa di Nosiola 24 mesi sorprende con una freschezza mentolata. Grappa di Nosiola 36 mesi è più morbida ed avvolgente. Grappa di Vino Santo rimanda alla frutta secca ed alle note sapide.

Dalle mani di Bernardino Poli (Casimiro) escono vini freschi e piacevoli non solo da Nosiola ma anche una Schiava Rosè ed un bianco da Piwi (Solaris, Johanniter, Bronner) profumato e tropicale. Le grappe invecchiate sono morbide mentre le bianche tendono a marcare la nota “verde” tipica della grappa tradizionale.

Mauro, di Giulio e Mauro Poli, presenta una grappa di Schiava e Nosiola dritta e verticale, cosi come la Grappa Maxentia che fa dell’immediatezza il suo biglietto da visita.

MASO NERO

Ben fuori dalla Valle dei Laghi, a Grumo frazione di San Michele all’Adige, in piena Piana Rotaliana, ha sede un’altra importante realtà della distillazione artigianale: l’Azienda Agricola Zeni, guidata da Rudy e dal padre Roberto.

Sintetizzare Zeni con una Grappa è quantomeno riduttivo. Zeni è un’azienda vinicola certificata bio dal 2011. Oltre 12 ettari vitati che danno vita a circa 120.000 bottiglie anno suddivise in 13 etichette di vini fermi e 3 etichette di Trento DocMaso Nero” (dal nome del maso nelle cui cantine riposa il metodo classico).

Zeni è una distilleria da 12.000 bottiglie anno suddivisa in 8 etichette. Grappe bianche affinate un anno in acciaio e grappe invecchiate in oltre 200 barrique finanche a 15 anni.

Zeni è anche Nero Brigante. Birra artigianale (al momento in gamma un Blanche, una Vienna ed una Golden Ale) ad alta fermentazione che utilizza i lieviti del Metodo Classico.

Espressioni di Teroldego in acciaio e legno, entrambe identificative di un territorio e di uno stile. Una Nosiola “vinificata in rosso” per estrarre il più possibile dalle bucce ed affinata per un mese in legno che racconta l’aromaticità del vitigno.

Trento Doc Rosè, 60% Pinot Nero 40% Chardonnay, profumato e croccante. Trento Doc Pas Dosè, 100% Pinot Bianco, ricco e rotondo nasconde la sua viva acidità fino alla chiusura, leggermente amaricante, del sorso.

Grappe da Teroldego. La 12 anni, vendemmia 2004, conquista con eleganza ed un ottimo bilanciamento fra varietale e legno. La Grado pieno, 59%, vendemmia 2001, è potente ma l’alcool non disturba ed in bocca sviluppa un ventaglio di aromi degna di distillati esteri più blasonati.

LA GRAPPA TRENTINA OGGI

Tutelata sin dal 1960, data di fondazione dell’Istituto di Tutela, la Grappa Trentina è oggi uno dei fiori all’occhiello della distillazione Italiana. Un disciplinare ferreo che limita tanto la zona di produzione (alla sola Provincia di Trento) quanto i tempi di distillazione (che deve concludersi entro il 31 dicembre per garantire la freschezza delle vinacce).

Ad oggi sotto il marchio di tutela Grappa del Trentino IG o Grappa Trentina IG viene prodotta circa il 10% dell’intera produzione nazionale. Grappe dalle sfumature diverse a seconda della sottozona, dei vitigni utilizzati e della mano del distillatore. Perché, ancora oggi, distillare è un’alchimia di scienza ed esperienza.

A fare il punto sulla Grappa Trentina oggi è Mirko Scarabello, presidente dell’Istituto di Tutela. Nelle sue parole emerge il quadro di un prodotto che ha retto bene agli scossoni del mercato dell’ultimo decennio, dato dal calo generale del consumo di alcolici dato dalla crisi e dai maggiori controlli sulle strade.

La Grappa Trentina ha resistito grazie alla sua qualità in un momento storico che ha fatto “pulizia” di molti prodotti non eccelsi e ad oggi vede un graduale recupero di mercato. Mercato che si sta aprendo sempre più verso il sud Italia in regioni che si scoprono amanti delle buona grappa.

Quote di mercato rosicchiate agli altri competitor nazionali, in primis grappe Piemontesi e Venete, che spesso faticano a tenere il passo qualitativo della Grappa del Trentino pur spuntando, a volte, prezzi più alti sul mercato.

Quote di mercato che ancora non si riesce a sottrarre ai distillati esteri quali Whisky, Rum e Cognac forti non solo di una fama ed una tradizione difficile da scalzare, ma anche di una tipologia di consumo diversa.

Ecco quindi l’idea di proporre la Grappa anche come ingrediente nella Mixology, ad esempio attraverso la collaborazione e le creazioni del bartender Leonardo Veronesi (già incontrato da Winemag durante la nostra visita in Marzadro) per favorirne sempre più la conoscenza e la diffusione fra i consumatori più attenti.

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