Il Consorzio Doc Delle Venezie chiude il 2024 in crescita: +3% di imbottigliamenti e +8% di certificazioni. L’ente si conferma un pilastro per il Pinot Grigio sul mercato internazionale, chiudendo l’anno con un bilancio positivo, nonostante il calo globale dei consumi di vino. Grazie a un modello di integrazione che unisce Veneto, Friuli Venezia Giulia e la Provincia autonoma di Trento, la denominazione continua a distinguersi per qualità, controllo rigoroso e stile fresco e dall’alcol moderato.
CRESCONO IMBOTTIGLIAMENTI E CERTIFICAZIONI DEL PINOT GRIGIO DELLE VENEZIE
Nel 2024, il volume imbottigliato ha raggiunto 1.706.466 ettolitri, registrando un incremento del +3% rispetto al 2023. Particolarmente significativa è stata la domanda di Pinot Grigio Doc Delle Venezie dell’ultima annata, che ha trainato la crescita del settore. «Il 2024 è al terzo posto per performance dal lancio della DOC, dopo i due anni eccezionali della pandemia», commenta Stefano Sequino, direttore del Consorzio.
I dati dimostrano «la capacità del nostro Pinot Grigio di rispondere alle esigenze dei consumatori, consolidando la posizione della DOC Delle Venezie sul mercato». Le certificazioni hanno registrato un incremento ancora più marcato. Il totale è cresciuto del +8% rispetto al 2023, con un picco di +16% a dicembre. La media mensile è passata da 134.420 ettolitri nel 2023 a 146.112 ettolitri nel 2024, secondo i dati di Triveneta Certificazioni.
La crescita si deve anche al sistema di controllo del Consorzio, che assicura alti standard di tracciabilità e conformità grazie all’impiego del contrassegno di Stato su circa 230 milioni di bottiglie annue. «L’efficace gestione dell’offerta e la pianificazione produttiva – conclude Sequino – sono elementi fondamentali per mantenere la stabilità del mercato».Triveneta Certificazioni
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Cantina Bolzano(Kellerei Bozen) ha presentato a Milano la seconda annata di Tal 1930 e Tal 1908. Vini che – per prezzo, ma ancor più per qualità – si posizionano all’apice della gamma della cooperativa dell’Alto Adige, accanto a un’icona come il Lagrein Riserva “Taber”. Due “Cuvée Superior”, Südtirol-Alto Adige Doc, vendemmia 2021, che restituiscono al calice la fotografia dei vigneti da cui provengono le uve. Chardonnay (80%), Sauvignon (10%) e Pinot Grigio (10%) per il bianco Tal 1930, da piante di età media superiore ai 30 anni allevate tra i 400 e i 700 metri d’altezza, in località Leitach e Renon. Lagrein (83%), Cabernet sauvignon (12%) e Merlot (5%) per Tal 1908, da viti fino a 50 anni di età selezionate nei “cru” di Gries e San Maurizio. Dopo l’ottimo esordio dei due vini nel novembre 2023, l’enologo di Cantina Bolzano, Stephan Filippi, è riuscito a superarsi, ricorrendo a una modifica delle percentuali delle due cuvée.
«Tutto dipende dalla qualità dell’annata – ha spiegato il winemaker di Kellerei Bozen, ormai un veterano della cooperativa altoatesina – ma anche dalla qualità espressa dalle singole uve che andranno a comporre il puzzle finale». Rispetto alla 2020, le condizioni della vendemmia 2021 hanno consentito a Filippi di incrementare dell’11% la percentuale di Chardonnay nella cuvée Tal 1930 (dal 69% all’80%), a discapito del Sauvignon (passato dal 21% al 10%), lasciando invariata la quota del Pinot Grigio (10% in entrambe le annate). Stesso copione per la cuvée rossa Tal 1908, resa ancora più “territoriale” con un 3% in più di Lagrein (83%; era all’80% nel 2020) e un 2% in più di Merlot (passato dal 3 al 5%), a discapito del Cabernet Sauvignon (sceso dal 17% della 2020 al 12% del 2021).
TAL 1930 (95/100 WINEMAG) E LA SCELTA (AZZECCATA) DI UN GRANDE PINOT GRIGIO
Salta all’occhio – sarebbe meglio dire “al palato” – il carattere tipicamente altoatesino della quota di Pinot Grigio presente in Tal 1930. Non sorprende, dunque, che l’unica percentuale a non variare nell’arco delle due vendemmie dei “Tal” sia proprio la sua. «Per i limiti comunicativi di questa varietà – afferma Stephan Filippi – in Alto Adige si preferisce spesso puntare sul Pinot Bianco. Ma a Cantina Bolzano abbiamo tutto Pinot Grigio di collina, tra i 650 e i 700 metri di altitudine. Dunque abbiamo basse rese. E zone selezionate, dove non dobbiamo neppure intervenire per diradamenti».
«Anzi – continua – abbiamo il problema inverso, ovvero che il Pinot Grigio produce troppo poco. Si tratta della selezione effettuata da un vivaista della zona, che è riuscito a fare un lavoro straordinario sul vitigno. L’uva per Tal 1930 arriva in cantina in cassette. Da lontano, gli acini sono di un ramato tanto intenso da poter essere scambiati per Pinot Nero. Per non parlare della gran bella acidità di queste uve. Un altro motivo che mi convince a ricorrere al Pinot Grigio, in una cuvée che deve essere il nostro optimum». Altrettanto efficace lo switch deciso da Filippi dal Sauvignon allo Chardonnay, a cavallo delle due annate. Oggi, Tal 1930 Cuvée 2020 risulta infatti molto condizionato dal primo vitigno. Mentre in Tal 1930 Cuvée 2021, l’equilibrio tra le varietà è già perfetto.
TAL 1908 (94/100 WINEMAG): PIÙ LAGREIN E MERLOT, MENO CABERNET
Ancora più pratica – nonché altrettanto azzeccata – risulta la scelta di ridurre la quantità del Cabernet Sauvignon in Tal 1908, vendemmia 2021. Il 5% complessivo in più tra Lagrein e Merlot, in un’annata (genericamente) dalle acidità più spiccate e dalle alcolicità più moderate rispetto alla 2020, regala un sorso subito più rotondo e goloso rispetto a quello della cuvée rossa d’esordio, dal tannino tuttora “caberneggiante” e giovanile. Il tenore alcolico delle due annate della cuvée rossa di Cantina Bolzano è il medesimo (14%). Ma il salto di qualità in termini di prontezza di beva è netto con l’annata 2021, garantendo al contempo una buona prospettiva di affinamento.
E le vendite? «Produciamo per l’esattezza 1.897 bottiglie di Tal 1930 e 2.989 di Tal 1908 – spiega a Winemag il responsabile vendite Horeca Italia di Kellerei Bozen, Daniele Galler -. A quest cifra vanno aggiunti, rispettivamente, 59 e 99 magnum. I numeri della vendemmia 2021 non si discostano di molto da quelli della 2020, che è stata distribuita solo nell’alta ristorazione e nelle enoteche. È durata sul mercato un paio di mesi». Un successo immediato, dettato anche dalla strategia commerciale della cooperativa altoatesina. «Non abbiamo scelto di procedere con una vera e propria assegnazione – precisa Galler – bensì cerchiamo di distribuire le Cuvée Tal 1930 e Tal 1908 tra i nostri clienti top, in Italia e all’estero, proporzionalmente alle quantità sviluppate anche sulle altre referenze». Selezione, insomma. Dal vigneto alla rete vendita, prescelta per due vini degni dell’Olimpo dei cosiddetti “Super Alto Adige”.
Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, tra carta stampata e online, dirigo winemag.it. Collaboro inoltre come corrispondente per una delle testate internazionali più autorevoli del settore, in lingua inglese. Edito con cadenza annuale la “Guida Top 100 Migliori vini italiani” e partecipo come giurato ai più importanti concorsi enologici internazionali. Oltre alle piazze tradizionali, studio con grande curiosità i mercati emergenti, seguendone dinamiche, trend ed evoluzioni. Negli anni ho maturato una particolare esperienza nei vini dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa, tanto da aver curato la selezione vini per un importatore leader in Italia. Nel 2024 mi è stato assegnato un premio nazionale di giornalismo enogastronomico.
In un futuro neppure troppo lontano, potrà avere un tenore alcolico più basso. Potrà quindi ridurre ulteriormente i già moderati livelli di calorie. Ma, al momento, il Pinot Grigio delle Venezienon può diventare “resistente”, con l’intervento dell’uomo. A chiarirlo è Michele Morgante, professore ordinario di Genetica all’Università di Udine e direttore scientifico dell’Istituto di Genomica Applicata, tra i relatori del convegno che ha riunito gli stakeholder della prima denominazione italiana per estensione (27 mila ettari tra Veneto, Fvg e Trentino) nella città capoluogo del Friuli Venezia Giulia, sabato 26 maggio, su invito del Consorzio guidato da Albino Armani. «Il Pinot Grigio resistente? Mission impossible – ha tagliato corto Morgante – perché, in un certo senso, è un unicum. È un mosaico genetico, con alcuni strati cellulari originari del Pinot Nero e altri mutati al punto da impedire la produzione di antociani (ovvero delle sostanze coloranti, ndr)».
«PINOT GRIGIO RESISTENTE? MISSION IMPOSSIBLE»
Il professor Morgante ha offerto al pubblico un’accurata spiegazione. «Nella pianta ci sono tre strati cellulari: L1, L2 e L3. L1 dà origine all’epidermide, L2 alla sub-epidermide. L3 alle parti vascolari. Nel Pinot Grigio, L1 è rimasto quello del Pinot Nero: da qui il colore ramato della buccia. L2, che nel Pinot Nero è sempre meno e produce antociani, qui è mutato con uno strano riarrangiamento cromosomico, ed è diventato bianco. L2 è anche lo strato che dà origine a polline e alle cellule uovo. Una strada per un Pinot Grigio resistente potrebbe essere quella di produrlo per incrocio. Ma se lo incrociassimo otterremo una varietà bianca, non uguale al Pinot Bianco ma comunque a polpa bianca e non riusciremmo a ricreare questo particolare mosaico che è tipico del Pinot Grigio».
Non si può neppure procedere con le Tea, ovvero le Tecniche di Evoluzione Assistita. «Anche nel campo delle nuove tecnologie genomiche – ha spiegato sempre il professor Michele Morgante – c’è un passaggio in cui, alla fine, occorre riuscire a rigenerare l’intera pianta che contiene la mutazione da introdurre, da un’unica cellula. Una cellula che sono riuscito a riportare allo stato semi-staminale/embrionale, da cui riesco a generare un’intera pianta. Ma in un caso mi ridarà Pinot Nero e in un altro mi ridarà la varietà bianca, senza riprodurre il mosaico tipico del vitigno. Non escludo che in futuro saremo in grado di raffinare la tecnologia. Al momento, purtroppo, per il Pinot Grigio resistente non abbiamo una risposta».
IL PINOT GRIGIO, UN MOSAICO GENETICO IRREPLICABILE
In realtà, tutte le varietà di vite sono mosaici genetici ed è impossibile riportare l’interezza del patrimonio genetico, “tale e quale” in un “incrocio”. Ma la differenza con il Pinot Grigio è sostanziale. «Perché se per le altre varietà andiamo a perdere caratteristiche poco rilevanti ai fini commerciali ed enologici – precisa ancora il professor Morganti – nel caso del Pinot Grigio il mosaico è centrale e senza una delle sue caratteristiche di base perde la sua essenza». Passi avanti si potrebbero invece fare su altri fronti.
«La ricerca può fare molto in termini di sostenibilità, per ovviare ai cambiamenti climatici in viticoltura – ha evidenziato Morganti – soprattutto in assenza di barriere anacronistiche che, al posto di guardare al risultato, guardano al processo che porta al miglioramento genetico con tecniche innovative. Il cambiamento climatico, oltre a portare con sé la possibilità di nuovi patogeni e l’aggravarsi di quelli noti come la peronospora, è legato al tema delicatissimo del contenuto alcolico dei vini. In Francia questa è un’ossessione: il settore pare molto più terrorizzato che in Italia.
TEA AL PALO IN EUROPA, TRA OGM E NEGAZIONE DELLA PROPRIETÀ INTELLETTUALE
La scienza, oggi, potrebbe aiutare a modulare il metabolismo della vite. «Intervenendo su quello primario – ha chiarito Morganti – che porta alla produzione degli zuccheri e, dunque, dell’alcol; e agendo poi su quello secondario, che riguarda polifenoli, terpeni, eccetera. Il mondo della ricerca può fare molte cose, ma poi serve un corpus normativo razionale ed efficiente e l’accettazione da parte del consumatore. Nel 2021 abbiamo superato il problema dei Piwi che, sino ad allora, non potevano essere inclusi nelle Doc e ora la palla passa ai Consorzi. Sul fronte delle Tea in viticoltura il problema attuale è duplice».
«Bisogna in primis evitare che le varietà vengano assoggettate agli Ogm tradizionali – ha concluso il docente e referente dell’Istituto di Genomica Applicata di Udine – in quanto portarle sul mercato costerebbe dai 30 ai 50 milioni di euro, cifre impensabili per la vite. Infine, in Italia ci sono già in campo varietà Tea resistenti alla peronospora prodotte dall’Università di Verona, ma in base alla normativa attuale non possono essere soggette a protezione della proprietà intellettuale, nonostante abbiano un valore commerciale gigantesco. Perché? Perché sono cloni di Chardonnay. La normativa che regola le varietà vegetali in Europa, di competenza del CPVO, deve adeguarsi, altrimenti nessuno vorrà investire in questa direzione».
Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, tra carta stampata e online, dirigo winemag.it. Collaboro inoltre come corrispondente per una delle testate internazionali più autorevoli del settore, in lingua inglese. Edito con cadenza annuale la “Guida Top 100 Migliori vini italiani” e partecipo come giurato ai più importanti concorsi enologici internazionali. Oltre alle piazze tradizionali, studio con grande curiosità i mercati emergenti, seguendone dinamiche, trend ed evoluzioni. Negli anni ho maturato una particolare esperienza nei vini dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa, tanto da aver curato la selezione vini per un importatore leader in Italia. Nel 2024 mi è stato assegnato un premio nazionale di giornalismo enogastronomico.
Il Pinot Grigio delle Venezie “Tra nuovi modelli e sfide di mercato” è una denominazione in salute, che guarda al futuro con ottimismo, da diverse angolature; non senza qualche grattacapo da risolvere, per continuare a volare nell’export e crescere in Italia, anche grazie a nuove strategie da adottare in collaborazione con la grande distribuzione organizzata nazionale. È quanto emerge dall’omonimo convegno andato in scena in mattinata, al Castello di Udine. A fare gli onori di casa il presidente del Consorzio Tutela Vini Doc delle Venezie, Albino Armani, che per il secondo anno consecutivo ha raccolto gli stakeholder della prima denominazione italiana per estensione: 27 mila ettari di vigneto tra Veneto, Friuli Venezia Giulia e Provincia Autonoma di Trento.
Territori viticoli che producono l’85% del Pinot Grigio italiano. E il 43% di quello mondiale. Un caterpillar che può crescere ancora, adottando (forse) scelte “impopolari”. Il destino è nelle mani dell’ente di tutela costituito nel 2017, che assume un ruolo ancora più centrale a fronte della riforma del sistema delle Indicazioni geografiche, che rafforza il ruolo dei Consorzi.
«AGGREGATEVI»: L’INVITO DI RICCI CURBASTRO AL SISTEMA PINOT GRIGIO DELLE VENEZIE
Ed è proprio su questo fronte che è arrivato l’intervento più sferzante del convegno, da parte di Riccardo Ricci Curbastro. «Se analizziamo tutte le denominazioni del vino italiano – ha dichiarato il presidente di Efow, European Federation of Origin Wines – ci accorgiamo che alcune funzionano e altre no. Probabilmente funzionano meno quelle i cui produttori, nella stesura del disciplinare, non hanno voluto assumersi sufficienti responsabilità rispetto a un piano di produzione, di qualità e di promozione. Ogni tanto ci vuole il coraggio di fare quello che nessuno ha mai pensato di fare, come nel caso dell’operazione Glera-Prosecco, molto simile per dimensioni a quelle del Pinot Grigio delle Venezie. Ci vuole il coraggio, dei produttori da una parte e della politica dall’altra, per fare questo salto».
«ISTITUTO MARCHIGIANO VINI – IMT, UN ESEMPIO DA SEGUIRE»
Parole poi chiarite meglio da Ricci Curbastro: «Dobbiamo metterci in testa che dobbiamo fare massa critica. Il Pinot Grigio è un esempio, da questo punto di vista. Non è facile gestire Consorzi troppo piccoli. Anzi, oggi è diventato impossibile. Esempi di aggregazione come l’Imt, l’Istituto marchigiano Vini, sono purtroppo ancora troppo rari. Aggregarsi – è l’invito sussurrato dal presidente di Efow alle tante anime del Pinot Grigio – non significa rinunciare alla denominazione o alla propria identità […]. Fare fronte comune, o pensare di diventare una sottozona di una denominazione più ampia, preserva il legittimo desiderio di comparire in etichetta con il proprio “campanile”, aggregando compiti e facendo massa critica, nell’ambito di una denominazione più ampia». Un passo indietro per farne dieci avanti, consolidando ulteriormente una denominazione da 230 milioni di bottiglie, per il 95% destinate all’export. Frutto del lavoro di 6.141 viticoltori, 575 imprese di vinificazione e 371 aziende di imbottigliamento.
VERSO UN “PIANO MARSHALL DEL PINOT GRIGIO” TRA DOC E REGIONI
Il commento del presidente Albino Armani non si è fatto attendere. «Tra gli impegni che ci prendiamo per il futuro – ha dichiarato il numero uno dell’ente che ha sede operativa a Verona – c’è quello di continuare ad essere visionari. All’inizio sembrava pazzesco traslare un’Igt in una Doc, alla quale abbiamo addirittura assicurato il valore aggiunto della fascetta di stato, che certifica la filiera ed è molto apprezzato dai buyer internazionali. Arriveranno novità anche sul fronte della gradazione alcolica e delle calorie in etichetta».
«E siamo pronti a un piano di coordinamento tra Doc e Regioni – ha aggiunto Armani -. Una sorta di Piano Marshall del Pinot Grigio, a cui non si era mai pensato e grazie al quale saranno affrontati i temi nodali, senza toccare gli interessi di altre Doc. Un altro fronte di dialogo fondamentale sarà quello con la Gdo, coordinandoci con le insegne su promozione e comunicazione e rendendo il Consorzio un attore primario nel segmento. Tutte scelte che mostrano il nostro dinamismo, nell’ambito del mosaico culturale che sta alla base della nostra denominazione».
PINOT GRIGIO DELLE VENEZIE RE AL SUPERMERCATO
Un segmento, quello della Grande distribuzione italiana, dove il Pinot Grigio performa (già) bene, pur con numeri risicati rispetto al potenziale della Doc. Con il 30% delle quote, il “Delle Venezie” si conferma leader di mercato nei numeri snocciolati da Tiziana Sarnari di Ismea – Istituto di Servizi per il Mercato Agricolo Alimentare, seguito dalle Dop Friuli (23%, aggregate), Trentino (20%) e Alto Adige (11%). L’analisi delle performance del vitigno tra le corsie dei supermercati italiani rivela «forti incrementi» nei primi mesi 2024, ma volumi ancora bassi.
«Ampio, dunque, il margine di crescita», garantisce l’esponente di Ismea. Rispetto alle Dop che includono il Pinot Grigio, la ripartizione delle vendite delle Igp è molto più variegata, con la Igp Dolomiti molto forte in Gdo, con un peso del 58%. Segue a grande distanza la Lombardia, nello specifico con il Pinot Grigio Igp Provincia di Pavia (6%). Terzo gradino del podio per l’Abruzzo, con il 5% della IgpTerre di Chieti.
GRANDI GRUPPI E COOPERATIVE INVESTONO NEL PINOT GRIGIO
L’analisi di “competitor su base varietale”, nello specifico dello Chardonnay – dinamiche e performance decisamente peggiori, sia sul fronte delle Dop che delle Igp – conferma il grande ruolo assunto in un periodo relativamente breve dal Pinot Grigio (e, in particolare, dal Pinot Grigio delle Venezie). Non a caso, anche gli interventi di Silvano Nicolato di Cantine Vitevis e Pierluigi Guarise di Collis Veneto Wine Group hanno dimostrato quanto i grandi gruppi e le cooperative italiane credano in futuro roseo per il vitigno nella grande distribuzione organizzata italiana. Nicolato lo definisce «un vitigno che è ormai considerabile un autoctono del nostro territorio, il Veneto».
VOLA IL VALORE DEL PINOT GRIGIO SFUSO: +30% IN 4 ANNI
«Dei nostri 2.700 ettari complessivi – ha sottolineato – 400 sono di Pinot Grigio, in grado di produrre 5 dei 15 milioni di bottiglie complessive del gruppo. Il Pinot Grigio è al centro del nostro progetto vitivinicolo sin dal 2010». Guarise ha invece puntualizzato che dei 6 mila ettari complessivi a disposizione, oltre 1.100 sono di Pinot Grigio delle Venezie. «Tra questi – ha sottolineato – ben 483 aziende agricole sono certificate Equalitas, con responsabilità che vanno dunque oltre alla sostenibilità ambientale, interessando anche la sfera sociale ed economica». Cresce anche il valore dello sfuso: +30% sul mercato europeo negli ultimi 4 anni – dai 0,80 euro del 2020 a 1,10 euro al litro a fine 2024 – secondo le analisi di Patric Lorenzon di Med.&A. – Associazione nazionale agenti d’affari in mediazione e agenti di commercio.
Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, tra carta stampata e online, dirigo winemag.it. Collaboro inoltre come corrispondente per una delle testate internazionali più autorevoli del settore, in lingua inglese. Edito con cadenza annuale la “Guida Top 100 Migliori vini italiani” e partecipo come giurato ai più importanti concorsi enologici internazionali. Oltre alle piazze tradizionali, studio con grande curiosità i mercati emergenti, seguendone dinamiche, trend ed evoluzioni. Negli anni ho maturato una particolare esperienza nei vini dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa, tanto da aver curato la selezione vini per un importatore leader in Italia. Nel 2024 mi è stato assegnato un premio nazionale di giornalismo enogastronomico.
Le vendite di alcuni dei vini più iconici d’Italia stanno registrando un preoccupante calo negli Stati Uniti. Chianti, Pinot Grigio e Barolo, denominazioni che hanno fatto la storia del vino italiano all’estero, stanno vivendo una flessione significativa in uno dei mercati più importanti per il settore vinicolo mondiale. Secondo i dati forniti dall’Osservatorio Unione Italiana Vini (Uiv), il mercato americano risulta in un periodo di contrazione, con i consumi di vino scesi dell’8% in volume nei primi otto mesi del 2024. Le cause principali sono attribuibili alla riduzione del potere d’acquisto dei consumatori americani, unita a un calo della domanda nel canale on-premise (ristoranti e locali). In questo contesto, già anticipato in parte dai dati Nomisma Wine Monitor del primo semestre, le vendite di alcuni dei vini fermi italiani più rinomati stanno subendo pesanti contraccolpi.
CHIANTI, BAROLO E PINOT GRIGIO IN DIFFICOLTÀ
Il Chianti Docg è tra le denominazioni che stanno risentendo maggiormente della crisi dei consumi. In particolare, la denominazione simbolo della Toscana ha registrato un calo del 16% (stabile, invece, il Chianti Classico). Dati particolarmente preoccupanti se consideriamo il ruolo fondamentale del Chianti nel panorama delle esportazioni di vino italiano negli Stati Uniti. Non meno significativa è la battuta d’arresto del Barolo, uno dei vini più pregiati e celebrati del mondo. Il vino delle Langhe ha visto una contrazione del 6% nelle vendite. Un segnale che conferma le difficoltà anche per le denominazioni di fascia alta. I consumatori americani, che tradizionalmente apprezzano il Barolo per la sua eleganza e longevità, sembrano risentire delle difficoltà economiche, orientando i loro acquisti verso vini di fasce prezzo più accessibili.
PINOT GRIGIO IN CALO NEGLI USA: LA VERA SOPRESA DEL 2024
Una delle sorprese più inattese di quest’anno è il calo delle vendite del Pinot Grigio delle Venezie, che ha perso circa il 9% nei primi otto mesi del 2024. Nonostante la sua popolarità storica come vino bianco di facile beva e apprezzato per la sua freschezza, la denominazione paga l’impatto della riduzione dei consumi negli Usa, anche nel segmento di appartenenza. Un segnale preoccupante per un’altra denominazione che ha sempre giocato un ruolo da protagonista nelle esportazioni italiane, soprattutto tra i consumatori americani meno esperti. Quelli, cioè, che tendono a scegliere vini leggeri e immediati.
IL BOOM DEGLI SPUMANTI SALVA IL BILANCIO DEL VINO ITALIANO NEGLI USA
A fronte della crisi dei vini fermi, la situazione appare più positiva per gli spumanti italiani. Nonostante un leggero calo nel mese di agosto, la crescita del comparto spumanti è stata di +1,5% da gennaio ad agosto 2024. In particolare, il Prosecco continua a essere la locomotiva dell’export italiano negli Stati Uniti, sostenendo il comparto con un aumento delle vendite del +6% per la denominazione Prosecco Treviso e addirittura del +15% per l’Asolo Prosecco.
Questi numeri dimostrano come il Prosecco e gli altri spumanti italiani siano diventati sempre più popolari grazie alla loro versatilità, anche nel segmento dei cocktail a base di vino, che continua a guadagnare terreno sul mercato americano. In contrasto, altre bollicine, come lo Champagne, hanno subito un calo più marcato del -13%, lasciando spazio al Prosecco italiano – sostengono alcuni osservatori – per rafforzare la propria posizione.
IL FUTURO DEL VINO ITALIANO NEGLI USA
Il calo delle vendite di Chianti, Pinot Grigio e Barolo evidenzia un momento di incertezza per i vini italiani negli Stati Uniti. Se da un lato il segmento degli spumanti sembra resistere meglio alla crisi, dall’altro i vini fermi italiani, che da sempre rappresentano una fetta significativa delle esportazioni, stanno incontrando ostacoli sempre più grandi. Secondo Paolo Castelletti, segretario generale di Unione Italiana Vini (Uiv), l’andamento negativo delle vendite negli Stati Uniti è strettamente legato alla diminuzione del potere d’acquisto dei consumatori.
Decisive anche le incertezze economiche che si fanno sentire sul mercato. «La speranza è che con le imminenti elezioni presidenziali e un possibile taglio dei tassi, si possano registrare segnali di ripresa», commenta Castelletti. Le preoccupazioni riguardano anche il canale on-premise, dove il vino italiano ha registrato un calo del -15% nelle vendite durante il mese di agosto. Un dato che evidenzia la difficoltà nel ripristinare il consumo di vino nei ristoranti e locali dopo la pandemia.
INNOVAZIONE E QUALITÀ PER SUPERARE LA CRISI
Nonostante il contesto difficile, l’Italia mantiene la sua posizione di leader sul mercato del vino negli Usa grazie alla sua diversità e alla continua ricerca della qualità. Tuttavia, per superare la crisi, i produttori italiani dovranno essere in grado di adattarsi rapidamente ai cambiamenti nelle abitudini di consumo, puntando su nuove strategie di marketing, investimenti nell’e-commerce e un’ulteriore valorizzazione delle denominazioni. Il successo degli spumanti dimostra che c’è ancora spazio per crescere, anche in un mercato complesso come quello statunitense. Tuttavia, sarà fondamentale sostenere la competitività dei vini fermi, soprattutto nelle denominazioni storiche e portabandiera come Chianti, Barolo e Pinot Grigio, che rappresentano il cuore dell’offerta enologica italiana.
Giù Chianti, Pinot Grigio e Barolo: vino italiano in crisi negli Usa nei primi 8 mesi del 2024. L’analisi di Unione italiana vini
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Si scrive “CuvéeAdamantis“, si legge “fortuna”: quella che premia gli audaci. In un periodo caratterizzato dalla contrazione delle vendite di vino su scala globale, le cooperative vitivinicole dell’Alto Adige continuano il loro ambizioso percorso di premiumizzazione della produzione. A iscrivere un altro vino ai vertici della gamma – nonché alle prime posizioni della “classifica“ dei vini altoatesini più costosi – è ancora Cantina Valle Isarco (in tedesco Kellerei Eisacktal). La cantina sociale diretta da Armin Gratl si prepara a commercializzare, a partire da ottobre 2024, l’annata 2021 di Cuvée Adamantis, Vigneti delle Dolomiti Igt che sintetizza le peculiarità della zona. Basi solide con un 50% di Sylvaner, combinato a percentuali minori di Grüner Veltliner, Pinot Grigio e Kerner. Un «Super Alto Adige» o, ancora meglio, un «Super Valle Isarco», dal prezzo importante: 68 euro più Iva, che lievitano a 100 euro – su per giù – a scaffale.
ADAMANTIS CUVÉE 2021: UN «SUPER VALLE ISARCO»
Solo 2 mila bottiglie (numerate) per l’etichetta che, in realtà, ha fatto il suo esordio assoluto sui mercati lo scorso anno, con l’annata 2020. Ma è grazie all’andamento della vendemmia 2021 che Cuvée Adamantis ha trovato i parametri sensoriali desiderati: «Un vino fresco, da bere, da secondo e terzo calice, capace di accompagnare bene un pranzo o una cena, a tutto pasto; ma pensato soprattutto per essere consumato anche da solo, al calice, per la sua bella verticalità e mineralità». Proprio così lo immaginava Armin Gratl, manager protagonista tanto del record del fatturato di Cantina Valle Isarco nel 2023 – 7,85 milioni di euro, mentre è solo in lieve contrazione quello del 2024, a 7,7 milioni – quanto delle decisioni e della stilistica dei vini, accanto al giovane enologo Stefan Donà – subentrato un anno fa ad Hannes Munter – e al superconsulente Riccardo Cotarella.
LA RICETTA DI ARMIN GRATL: FATTURATO ALLE STELLE E VINI DI BEVA
«Cuvée Adamantis – spiega a winemag il direttore generale di Kellerei Eisacktal – è il nostro ultimo vino top di gamma, nel quale vogliamo racchiudere l’essenza della Valle Isarco. Per questo motivo abbiamo fatto ricorso ai vitigni simbolo della nostra zona, a partire proprio da una componente preponderante di Sylvaner, che si attesta al 50%. Mi piace definire questo vitigno lo “Chardonnay di montagna” della Valle Isarco: con la varietà francese abbiamo fatto delle prove, in passato, nell’ottica di realizzare un vino importante. Ma il risultato, in termini di territorialità, non era lo stesso. Il nostro vino deve “sapere” di montagna e crediamo di aver trovato la sintesi perfetta, se così si può dire, con Cuvée Adamantis 2021».
CUVÉE ADAMANTIS CANTINA VALLE ISARCO: L’ASSAGGIO
Alla prova del calice, di fatto, il nuovo vino di punta di Cantina Valle Isarco racchiude, condensa e sintetizza tutte le (migliori) caratteristiche dei vitigni di cui si compone l’assemblaggio. Un vino che fa dell’acidità, e dunque della freschezza, il suo punto forte (solo il 50% della massa compie la fermentazione malolattica). Senza rinunciare, tuttavia, a un certo peso specifico al palato, col frutto esotico e la vena glicerica (alcol ben integrato, a 13,5% vol.) che ribattono colpo su colpo all’esuberanza verticale e a una sapidità elegante, in abito da sera. Aiuta e non poco – soprattutto ora che il vino è giovane e mostra, quasi ruggendo, le proprie abilità in prospettiva – il magistrale utilizzo dei legni di rovere francese, per il 50% nuovi. La tostatura è delicata e contribuisce ad elevare il gradiente di gastronomicità del nettare.
ADAMANTIS 2021: “FILARI PREMIUM” PER LA CUVÉE DI CANTINA VALLE ISARCO
Protagonisti del nuovo vino, al di là della stilistica e delle strategie di posizionamento dell’etichetta – l’80% delle bottiglie viene distribuito su assegnazione in Italia, con prevalenza assoluta dell’Alto Adige, mentre l’export è guidato dagli Stati Uniti, in testa New York e San Francisco – sono alcuni dei 130 soci della cooperativa che ha sede a Chiusa (Bolzano). Cuvée Adamantis è infatti frutto di un progetto di zonazione specifica di diversi vigneti già “in forza” alla prestigiosa linea Aristos di Cantina Valle Isarco. «Più che parcelle, filari altamente selezionati – spiega ancora Armin Gratl – sulla base della qualità delle uve che hanno dimostrato di poter produrre in cinque anni di sperimentazioni». Poche linee di grappoli, baciati dalla fortuna. Quella che aiuta gli audaci, in Alto Adige.
IL PROFILO SENSORIALE DI CUVÉE ADAMANTIS (95/100 WINEMAG)
Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, tra carta stampata e online, dirigo winemag.it. Collaboro inoltre come corrispondente per una delle testate internazionali più autorevoli del settore, in lingua inglese. Edito con cadenza annuale la “Guida Top 100 Migliori vini italiani” e partecipo come giurato ai più importanti concorsi enologici internazionali. Oltre alle piazze tradizionali, studio con grande curiosità i mercati emergenti, seguendone dinamiche, trend ed evoluzioni. Negli anni ho maturato una particolare esperienza nei vini dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa, tanto da aver curato la selezione vini per un importatore leader in Italia. Nel 2024 mi è stato assegnato un premio nazionale di giornalismo enogastronomico.
Al via la vendemmia 2024 del Pinot Grigio nel Nordest Italia, nel segno di una moderata positività. C’è chi ha già iniziato subito dopo Ferragosto, chi si accinge a raccogliere i primi grappoli in queste ore e chi invece prevede di iniziare la prossima settimana. D’altra parte, in un areale così vasto come quello della Doc Delle Venezie, la più estesa a livello nazionale con 27 mila ettari di vigneto – oggi il più grande modello di integrazione interregionale che include in un’unica denominazione d’origine le Regioni Veneto e Friuli Venezia Giulia e la Provincia autonoma di Trento – gli andamenti stagionali, i volumi, così come il periodo vendemmiale non possono essere omogenei. In termini di valore, le prime quotazioni delle uve Pinot Grigio DOC Delle Venezie confermano un lieve incremento dei prezzi.
PINOT GRIGIO DELLE VENEZIE: IL PREZZO DELLE UVE
La vendemmia parte infatti da un prezzo delle uve pari a 0,53-0,58 euro/kg, contro i 0,50-0,55 euro/kg registrato nello stesso periodo della scorsa annata. «Si tratta di un incremento di valore che interviene tra l’altro dopo l’aumento della quota di produzione libera, pari a 140 quintali/ettaro, +10 quintali/ettaro rispetto alla stagione produttiva 2023», spiega Albino Armani, presidente del Consorzio di tutela Doc Delle Venezie. «Un risultato – continua – in controtendenza rispetto alla situazione media del settore vitivinicolo nazionale, particolarmente importante tenendo conto di un momento congiunturale di mercato nazionale e mondiale complesso, ma non casuale».
Si tratta di un percorso di crescita della denominazione, appena iniziato, legato all’applicazione delle misure di governo dell’offerta deliberate dal Consiglio di Amministrazione del Consorzio, «che concorrono – precisa Armani – a mantenere una condizione di stabilità di mercato ed un rapporto qualità/prezzo che non trova paragoni, unito alle garanzie fornite dal contrassegno di Stato applicato su 230 milioni di bottiglie prodotte ogni anno».
VENDEMMIA 2024 DEL PINOT GRIGIO: COSA ASPETTARSI
«In un tale percorso – conclude Albino Armani – l’obiettivo è poter lavorare affinché tutte le categorie della filiera possano poter trovare riconoscimento e adeguata marginalità, condizione necessaria per portare avanti la propria impresa e lavorare con alti standard di qualità». Più in generale, come spiega Stefano Sequino, direttore del Consorzio di tutela DOC Delle Venezie, rispetto ai volumi, in alcuni territori è attesa una minore produzione. «Ma in tutto l’areale – precisa – riscontriamo soddisfazione rispetto al livello qualitativo delle uve Pinot Grigio raggiunto. Un risultato ottenuto grazie all’attenzione e al grande lavoro svolto in vigneto, che ha restituito uve sane e parametri chimico-fisici ottimali».
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Si chiudono bene i parziali del 2023 per il Pinot Grigio delle Venezie. Il trend di imbottigliamenti nel primo semestre segna il +10% sul 2022. Nell’ottica di quella che viene definita una «attività costante di monitoraggio e gestione del Cda consortile», è stata approvata la riclassificazione del prodotto stoccato proveniente dalla stagione produttiva 2022. «Una misura – spiega il presidente del Consorzio, Albino Armani – che ha lo scopo di supportare il valore economico della Doc. Dai mercuriali delle Camere di Commercio si evince un trend di stabilità nel valore che dura da ormai due anni. La nostra Doc è una garanzia di equilibrio di Sistema per la filiera vitivinicola del Nordest».
È inoltre in fase di pubblicazione l’adozione da parte delle tre Amministrazioni delle misure relative alla ormai prossima stagione produttiva 2023, che vede confermata, come per il 2022, la gestione della resa produttiva ad ettaro e lo stoccaggio amministrativo. Ciò si traduce in una produzione massima consentita di 160 q/ha con 30 q/ha stoccati, a esclusione del prodotto Biologico e delle produzioni sostenibili SQNPI per una eventuale gestione diversificata al momento del loro svincolo.
Sul fronte dell’andamento dei mercati, è stato giugno a segnare la migliore performance di un semestre sempre in positivo sul 2022, trainando l’avanzamento della DO, che rispetto allo stesso mese del 2022 ha visto mettere in bottiglia il 38% in più di Pinot grigio DOC per un totale di 898.951 hl da inizio anno. Inoltre, gli imbottigliatori esteri – Stati Uniti, Regno Unito e Germania in testa – da gennaio hanno preso in carico oltre 100 mila hl, di cui 22.621 hl nel solo mese di giugno. Bene anche le certificazioni che nel periodo gennaio-giugno, nonostante un lieve rallentamento alla fine della primavera, osservano un rassicurante +4% rispetto ai primi sei mesi del 2022.
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Le rese dei vigneti erano quelle dei vini da tavola e dei vini Igt. Ma le uve venivano poi spacciate per Doc, alimentando così il florido mercato del Prosecco e del Pinot Grigio, senza il rispetto dei relativi disciplinari di produzione. Questo l’impianto d’accusa che ha portato i Funzionari dell’Icqrf (Ispettorato Repressione Frodi) e i Carabinieri del Nas a indagare i titolari di due cantine situate tra le province di Udine, Pordenone, Gorizia e Treviso. Nell’inchiesta anche una persona giuridica la cui attività ha sede tra Friuli e Veneto. Dovranno rispondere di frode in commercio e della falsificazione di documenti utile al disegno criminale.
L’operazione, come spiegano i carabinieri del Nas di Udine a winemag.it, è scattata in mattinata ma è tutt’ora in corso. Non si esclude che il cerchio possa allargarsi ulteriormente, sin dalle prossime ore. Per il momento, i funzionari della Repressione Frodi e i carabinieri del Nucleo anti sofisticazione, stanno dando esecuzione ai decreti di perquisizione emessi dalla Procura della Repubblica di Udine nei confronti di circa una trentina tra cantine, imprese agricole, abitazioni e ditte di trasporto.
L’indagine, volta al contrasto alle frodi ai danni dei consumatori ed alla tutela della qualità delle denominazioni di origine e delle indicazioni geografiche tipiche di prodotti agroalimentari, nello specifico Prosecco e Pinot Grigio, non ha rivelato potenziali rischi per la salute pubblica. Le partite di uva “gonfiate” in termini di rese, superiori a quanto prescritto dai disciplinari, conduce infatti a una minore qualità dei mosti, ma non a pericoli di carattere sanitario.
FALSO PROSECCO E PINOT GRIGIO TRA FRIULI E VENETO
Le indagini, come rivelano gli inquirenti a winemag.it, hanno preso avvio nei mesi scorsi, a partire da un normale controllo di routine compiuto dagli ispettori dell’Icqrf in collaborazione con i carabinieri del Nas. La documentazione presentata da una cantina di Udine, confrontata con i quantitativi immessi sul mercato, ha insospettito le forze dell’ordine, che hanno così scoperto l’illecito relativo alle rese dei vigneti.
L’inchiesta è stata poi allargata ad altre cantine della zona, spingendosi poi nelle province di Pordenone, Gorizia e Treviso. Un vaso di pandora che vede coinvolte alcune delle denominazioni italiane più note nel mondo, ovvero Prosecco e Pinot Grigio, per la cui promozione in Europa e nel mondo vengono spesi ogni anno centinaia di migliaia di euro, in parte finanziati dall’Ue. Ma non è tutto.
Tra le ipotesi investigative c’è anche quella che i vini prodotte dalla quindicina di cantine finite nella rete delle forze dell’ordine siano stati ottenuti in parte con uve di varietà e provenienza diversa da quella dichiarata, non rientranti nei disciplinari di produzione. Gli inquirenti escludono, al momento, un collegamento causa-effetto tra il taglio di 1.100 viti ai danni di un viticoltore di Bertiolo e l’inchiesta scattata in mattinata.
Vandali o malavita in azione in una “Città del Vino” del Friuli: tagliate 1.100 viti
Vandali o malavita in azione in una “Città del Vino” del Friuli: tagliate 1.100 viti. Danno da 30 mila euro per il viticoltore Adriano Grosso
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Domani l’assemblea dei soci del Consorzio Vini Venezia voterà a favore dello stoccaggio di una parte della nuova produzione di Pinot grigio (eccetto quella biologica). Saranno vincolate circa 20 quintali per ettaro di tutte le produzioni idonee alla rivendicazione della Pinot grigio Doc Venezia.
La decisione dovrà poi essere approvata dalla Regione Veneto, prima della vendemmia precoce che inizierà il 22-23 agosto. Il Consorzio Vini Venezia non è la prima realtà in Europa che ha scelto di imboccare questa strada.
Gli oltre 150 viticoltori della Gironda, il dipartimento francese dove si trova Bordeaux, starebbero addirittura valutando di estirpare 20 mila ettari di vigna allo scopo di ridurre la produzione.
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È un bilancio positivo quello tratteggiato dai Consorzi del vino toscano e dal Consorzio Vini Doc delle Venezie sulla partecipazione a Wine Paris 2022. Mentre già si pensa alla prossima edizione, in programma a Parigi dal 13 al 15 febbraio 2023, il bicchiere dell’Italia del vino risulta, a detta di tutti, mezzo pieno.
Wine Paris & Vinexpo Paris 2022 ha accolto un totale di 2.864 espositori, a cui hanno fatto visita 25.739 professionisti del settore, tra cui il 28% provenienti da 109 nazioni mondiali. Tra le più rappresentate c’è proprio il Bel paese, che si colloca al terzo posto, preceduto solo da Belgio e Regno Unito e seguito da Paesi Bassi e Stati Uniti. La fetta maggiore di pubblico è risultata quella francese.
Tra i Consorzi italiani, qualcuno ha fatto il suo esordio assoluto. «È la prima volta che partecipiamo – commenta a winemag.it Alessio Durazzi (nella foto, sotto), direttore del Consorzio di Tutela del Morellino di Scansano – e abbiamo scelto di farlo assieme al Chianti, sotto il cappello dell’Ascot, felice unione formale dei nostri Consorzi».
MORELLINO E CHIANTI ASSIEME A WINE PARIS 2022
La fiera, pur essendo in gran parte dedicata al vino francese, offre ottime opportunità anche all’Italia. Abbiamo fatto degli incontri importanti, soprattutto con buyer francesi e dei olandesi, che speriamo diano i frutti sperati alle aziende che ci hanno affiancato. Un bel modo per esordire all’estero».
Conferma le impressioni il Consorzio del Chianti. «Avevamo già preso parte a Wine Paris nel 2020 – ricorda l’Event manager Luca Alves (nella foto, sotto) – e ripartire da qui, a distanza di due anni, ha molto più di un valore simbolico. La Francia è un Paese di riferimento sia come stile sia come trend commerciale».
Il Chianti è una denominazione così fondamentale e cardine per il vino italiano che non può mancare eventi di questa portata internazionale. Non è un’edizione di numeri, ma di conferme: è giusto che si ricominci a fare quello che abbiamo sempre fatto.
Siamo confortati dai risultati di questa edizione, che ha visto i buyer francesi ed europei sopperire almeno in parte alla mancanza di quelli orientali e del Sudamerica, piazze importanti per la nostra Denominazione».
SODDISFATTO IL GALLO NERO
Buona affluenza anche ai “wine bar” del Consorzio del Chianti e del Morellino di Scansano, con decine di etichette in assaggio. Lo stesso vale per l’altra sponda del vino toscano: quella Consorzio Chianti Classico, presente a Wine Paris 2022 con 33 aziende e 62 etichette in degustazione. Un’edizione che bissa quella del 2020, ultima fiera pre-pandemia a cui ha preso parte l’ente di Barberino Tavernelle (FI).
Il mercato francese è uno dei target del Gallo Nero, che in Oltralpe può contare su un pubblico di professionisti e appassionati in grado di riconoscere e apprezzare le varie sfumature del territorio. L’edizione 2022 di Wine Paris ha confermato l’interesse per la Denominazione dei buyer francesi, che hanno sopperito all’assenza di operatori provenienti dai Paesi orientali.
A Parigi un’esperienza positiva per il Chianti Classico, spinto dagli ultimi dati confortanti del mercato. Il 2021 si è infatti chiuso con il +21% di marcature. E il nuovo anno vedrà l’importante introduzione delle unità geografiche aggiuntive (Uga).
PAROLA AL CONSORZIO VINI DOC DELLE VENEZIE
Poco lontano dagli stand consortili toscani, sempre all’interno della Hall 5 dedicata al vino italiano, un’altra icona del bere tricolore: i vini delle Venezie. Nazareno Vicenzi (nella foto, sopra), responsabile Area tecnica Consorzio Vini Doc delle Venezie, esprime a winemag.it la soddisfazione per l’edizione di Wine Paris conclusasi in settimana.
«Al di là del tema della ripartenza, importantissima per tutti – commenta il tecnico dell’ente veronese – abbiamo confermato la nostra presenza a Parigi forti della crescita della denominazione (+5% sul 2020) e del recente rebranding consortile. In termini di numeri siamo secondi solo al Prosecco, con circa 250 milioni di bottiglie».
La Francia è un Paese che conta per le Venezie, nel computo dei 190 mila ettolitri imbottigliati all’estero. Nel futuro prossimo, la Denominazione punta alla tenuta delle controcifre del 2021 e al mantenimento dei livelli di giacenze, migliorati parecchio rispetto al passato.
LE SFIDE: RINNOVO DEL DIRETTIVO E COLORE DEL PINOT GRIGIO DELLE VENEZIE
Ed è tra i Consorzi al cambio di guardia, con la figura di Albino Armani che, secondo indiscrezioni di winemag.it, sarebbe stata messa in discussione nelle ultime settimane da alcune cantine di riferimento del Pinot Grigio.
«Mi piacerebbe avere la palla di vetro – chiosa a tal proposito Nazareno Vicenzi -. La priorità è mantenere la credibilità della Denominazione. Chiaramente ci sono zone del territorio che lavorano più attentamente sulla viticoltura e altre sull’imbottigliamento. È ancor più importante, in questo senso, avere sempre una figura che sia rappresentativa di tutti».
Sembra incredibile ma, oltre alle dinamiche interne, c’è una sfida internazionale che attende il Pinot Grigio delle Venezie: «Spiegare il colore dell’uva e del vino – commenta il tecnico del Consorzio – non è stata una questione banale, anche qui a Wine Paris 2022».
«Ci sono vini bianchi e vini rosa ottenuti dallo stesso vitigno – conclude Vicenzi – e non tutti sanno quali siano i vitigni da taglio. Stiamo dedicando molto tempo alla formazione, per raccontare al meglio il nostro Pinot Grigio nel mondo, anche attraverso al nuovo payoff “Sigillo di Meraviglia“».
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Gli orizzonti di San Martino Vini si allargano con l’acquisto delle storiche Cantine Riviera del Brenta. Dalla fusione tra le due realtà di Visnà (Treviso) e Dolo (Venezia) nascono «positive sinergie, con la volontà di valorizzare ancora di più i territori di appartenenza e le rispettive denominazioni».
Fondata nel 1947 come cantina sociale di Dolo, utile a lavorare le uve e commercializzare il vino degli agricoltori locali, Cantine Riviera del Brenta entra a far parte di San Martino Vini a due anni dall’avvio di una partnership per la vinificazione dei vini bianchi e di spumanti come il Prosecco e dei vini frizzanti.
Cantine Riviera del Brenta conserverà il marchio per identificare i vini prodotti nel proprio territorio. Verranno mantenuti lo stabilimento produttivo di Dolo, lo spaccio di carni e formaggi e i rapporti con i soci della cooperativa.
L’immagine delle cantine sarà sottoposto a restyling grafico, così come le etichette e il packaging dei vini. A dare l’annuncio, in particolare, sono Giovanni e Walter Cescon, soci titolari della San Martino Vini Srl, Pierantonio Angeli, ex direttore delle Cantine Riviera del Brenta (direttore della Società Consortile) e Giorgio Durante e della Cooperativa agricola Volpago Sca (nella foto, sopra).
SAN MARTINO VINI: «RILANCEREMO CANTINE RIVIERA DEL BRENTA»
«San Martino Vini – comunica la cantina della famiglia Cescon, ormai alla terza generazione – intende rilanciare Cantine Riviera del Brenta, mantenendone specificità ed unicità. Attraverso l’acquisizione sarà possibile ampliare l’offerta commerciale puntando su promettenti varietà che al momento sono meno rappresentate nell’assortimento, senza creare sovrapposizioni».
In particolare i vini della Doc Venezia, come Pinot Grigio e Chardonnay. Ma anche i rossi tradizionalmente prodotti nel territorio, come il Cabernet e il Merlot. «La fusione – continua la nota – darà un maggiore impulso all’export. I vini di Cantine Riviera del Brenta potranno beneficiare della forte presenza commerciale di San Martino Vini in Germania, Francia, Inghilterra, Usa e Canada, che rappresentano i principali mercati di vendita per questa denominazione».
FOCUS SU EXPORT, GDO NAZIONALE ED ENOTURISMO
In Italia «verranno sviluppate nuove strategie per la distribuzione nel canale moderno», ovvero i supermercati. Il contatto diretto con il consumatore finale rappresenta «l’ulteriore opportunità di crescita per San Martino», in un segmento di mercato «che potrebbe continuare ad espandersi nei prossimi anni».
Tutti percorsi che saranno attivati sin dai prossimi giorni, senza tralasciare un’altra carta importante per il futuro: l’enoturismo. «Il fascino della Riviera del Brenta, una delle zone più belle della provincia di Venezia – sottolinea San Martino Vini – rappresenta un grande patrimonio da rivalutare per far conoscere in Italia e all’estero i pregiati vini prodotti nelle tenute di campagna che furono dei Dogi e dei nobili veneziani».
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La scorsa settimana si è ufficialmente chiusa la quinta stagione produttiva del Pinot grigio Doc delle Venezie anche nelle ultime zone del Trentino. Un ritardo generalizzato, per tutte le varietà precoci del Nordest, che va dai 7 ai 15 giorni rispetto al 2020.
Il trend di metà estate anticipava cali più o meno lievi della produzione. Da un -5% in Friuli a un -10/-15% in Veneto e nella Provincia Autonoma di Trento. Ottimo lo stato fitosanitario dell’uva e da qualità eccellente diffusa su tutto l’areale.
L’andamento climatico è stato decisamente altalenante in tutto il Nordest e caratterizzato da eventi estremi. Gelata dell’8/9 aprile, temperature basse nel mese di maggio che hanno ritardato la fioritura ai primi di giugno e alte nel mese successivo, stress idrico ed eccessivo caldo di metà agosto. Ma ciò non ha compromesso la salute né la qualità del Pinot grigio.
«Rispetto al 2020, ci aspettiamo un Pinot grigio più fresco, elegante e di buona struttura, che già dagli ultimi prelievi effettuati a fine agosto in aree del Veneto occidentale presentava un equilibrio zuccheri/acidi perfetto. A livello di qualità dell’uva un’annata uguale, se non migliore, alla 2015». Dichiara il dottor Diego Tomasi del Centro Ricerca Viticoltura ed Enologia (CREA-VE) di Conegliano.
Con la chiusura dell’ultima stagione produttiva, la Doc delle Venezie sta assistendo a un notevole aumento dei prezzi dell’uva. Aumento dovuto a una diminuzione dell’offerta, ma soprattutto legato alle misure straordinarie di gestione oggi in vigore. Mitigazione delle rese, blocco degli impianti e stoccaggio amministrativo.
“Questa è a tutti gli effetti la seconda stagione produttiva che avvalora la tenuta del nostro ambizioso progetto – Dice il Presidente del Consorzio di Tutela Albino Armani -. Attualmente assistiamo ad un incremento del prezzo dell’uva pari al 30-35%. Un “percorso di crescita” legato soprattutto alla gestione del potenziale di produzione voluta dal Consorzio delle Venezie. Aumenti di prezzo come questi non sono sempre di facile comprensione per il mercato. Le Doc grandi come la nostra e ancora in parte legate al varietale avrebbero bisogno di variazioni e crescite dei prezzi lente e costanti”.
In crescita nel 2021 anche gli imbottigliamenti con un +6,9 sul 2020 ed una media mensile di quasi 160.000 hl che si traducono in 21,3 milioni di bottiglie/mese.
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Taglio delle rese in Oltrepò pavese per l’Igt Provincia di Pavia Pinot Nero e Pinot Grigio. Regione Lombardia ha approvato la delibera con cui si prevede di regolamentare la raccolta delle uve provenienti dai due vitigni mediante la riduzione di resa massima di uva per ettaro.
A partire dalla vendemmia 2022 è stabilito un massimo di 17 tonnellate ad ettaro, sia per il Pinot nero che per il Pinot grigio idoneo all’Igt Provincia di Pavia con specificazione di vitigno. La precedente normativa prevedeva un massimale di 20 tonnellate. «Un provvedimento atteso da mesi», commenta l’assessore regionale lombardo all’Agricoltura, Alimentazione e Sistemi verdi, Fabio Rolfi.
Vogliamo che le bottiglie dell’Oltrepò pavese abbiano il giusto valore – aggiunge – sia per la redditività degli agricoltori che per le ricadute in termini di immagine su un intero territorio vitivinicolo, dove viene prodotto il 40% del vino lombardo».
Il provvedimento è stato trasmesso al Ministero delle Politiche agricole alimentari e forestali, all’Ispettorato centrale della tutela della qualità e repressione frodi dei prodotti agroalimentari (Icqrf) – Ufficio di Milano, all’organismo di controllo Valoritalia, al Consorzio tutela vini Oltrepò Pavese e alle Organizzazioni di categoria che hanno approvato la proposta di riduzione delle rese di Pinot Nero e Pinot Grigio Igt Provincia di Pavia.
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Sul sito web ufficiale della Doc Prosecco, Trieste e provincia vengono descritte come «un altopiano che regala emozioni». Una descrizione quantomeno soggettiva, stando ai malumori che regnano da oltre 10 anni fra Treviso e i produttori del Carso. Domani, un’altra goccia potrebbe far traboccare il vaso già colmo, tra Veneto e Friuli Venezia Giulia.
A promettere battaglia ai microfoni di WineMag.it è Matej Skerlj. Il presidente dell’Associazione Viticoltori del Carso, domani farà gli onori di casa in occasione del convegno d’apertura di Mare e Vitovska in Morje 2021, al quale è atteso il Ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali, Stefano Patuanelli.
«Ci sarà da ballare – anticipa Skerlj – esprimeremo concetti un po’ caldi, “talebani”. Vorremmo restare padroni del nostro territorio. Qui sul Carso, negli ultimi anni, abbiamo subìto delle Doc “di cappello” come Doc Prosecco, Doc Friuli Venezia Giulia, Doc Pinot Grigio che non ci appartengono».
RISCHIO BOOMERANG: «LE DOC DI CAPPELLO HANNO FALLITO NEL CARSO»
Se un produttore del Carso registra un vigneto in un’altra Doc, per esempio quella del Prosecco, si sa bene che le decisioni su quell’appezzamento saranno prese presumibilmente da un collega di Conegliano che ha ettari quanta mezza Lombardia. Uno che non conosce assolutamente le condizioni e le esigenze di questo territorio. Il motivo è presto spiegato: le Doc non funzionano in democrazia, ma come delle Spa. Chi ha più ettari ha il potere decisionale»
Un’entrata in scivolata sul tema, caldissimo, dei meccanismi di rappresentatività all’interno dei Consorzi del vino italiano. Una querelle che, a livello nazionale, sembra interessare solo alla Federazione italiana vignaioli indipendenti (Fivi). L’unica a richiedere una revisione dei criteri, nel silenzio delle associazioni di categoria.
Proprio per difendere gli interessi dei produttori del Carso, Matej Skerlj non vuole perdere l’occasione dell’incontro con Patuanelli. «Con tutte queste “Doc di cappello” non si parla più di territorialità – ammonisce il presidente dell’associazione carsolina -. Siamo di fronte all’abc di come perdere l’identità di un territorio. Un po’ come dare le chiavi di casa a uno sconosciuto. Queste Doc vogliono dire perdere il contatto con le nostre radici, i nostri suoli, la nostra storia. E non avere la possibilità di costruire il futuro per i nostri figli».
IL LOGO UFFICIALE DEI PRODUTTORI DEL CARSO
Al contrario, l’Associazione Viticoltori del Carso intende «rimanere padrona dell’identità locale». E «costruire la promozione su questo territorio e sulla Vitovska, non su progetti campati in aria che fanno favori solo alle grande aziende e ai grandi portafogli». Da qui il progetto di «un logo del Carso».
Un’azione di marketing territoriale – anticipa Matej Skerlj a WineMag.it – che non comprenda solo il vino, ma metta in rete una serie di disciplinari che interessano anche il food. Il vino da solo non fa molta strada senza altre filiere. Qui abbiamo olio, prosciutto, formaggio, miele. Una squadra di imprenditori del territorio, interessati a promuoversi in giro per il mondo».
Del logo, allo studio con il Gal guidato da David Pizziga, esiste già una bozza, che dovrebbe essere approvata e presentata entro fine anno. Più criptiche le logiche dei disciplinari. «Sul fronte del vino potranno adottare il logo del Carso tutti i produttori aderenti alla Doc Carso. Biologico certificato? No – risponde Skerlj – il territorio non è ancora pronto, ma è nel mio profondo volere, alla prima occasione di revisione del disciplinare, almeno eliminare i diserbanti».
Il macro obiettivo è chiaro. «Sarà impossibile eliminare la Doc Prosecco dal Carso – sottolinea il presidente dell’Associazione che domani accoglierà in convegno il ministro Patuanelli – ma tutte queste Doc hanno fallito. Il Friuli ha già perso la nomea di regione di grandi bianchi. Un domani perderemo la nomea del Made in Italy, se continueremo su questa strada». All’orizzonte, anzi dietro l’angolo, un tentativo di sterzata. Anzi, di inversione a “u”. Appuntamento alle 15.30, al Castello di Duino.
Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, tra carta stampata e online, dirigo winemag.it. Collaboro inoltre come corrispondente per una delle testate internazionali più autorevoli del settore, in lingua inglese. Edito con cadenza annuale la “Guida Top 100 Migliori vini italiani” e partecipo come giurato ai più importanti concorsi enologici internazionali. Oltre alle piazze tradizionali, studio con grande curiosità i mercati emergenti, seguendone dinamiche, trend ed evoluzioni. Negli anni ho maturato una particolare esperienza nei vini dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa, tanto da aver curato la selezione vini per un importatore leader in Italia. Nel 2024 mi è stato assegnato un premio nazionale di giornalismo enogastronomico.
Tutto, in fondo, è iniziato attorno a una “bollicina”. Uno spumante Metodo classico dell’Oltrepò pavese, per l’esattezza. Era il 2011. Oggi, a 10 anni di distanza, solo Gianluca “Luca” Berti e Severino Barzan sanno cosa può accadere quando un imprenditore del ramo della logistica e un noto ambasciatore del vino italiano mettono assieme l’unica cosa più forte delle idee: i sogni. Jako Wine è nata così. Dall’incrocio fortunato di due (e più) calici.
Un progetto innovativo, che si basa su tre capisaldi: niente cantina, niente vigneti di proprietà e ricerca della qualità assoluta, dal campo alla bottiglia. Da veri globtrotter del vino italiano, Berti e Barzan danno la caccia alle migliori parcelle, le affittano e le affidano allo staff agronomico ed enologico oggi capeggiato dal prof Leonardo Valenti e dal giovane winemaker veronese Lorenzo Dionisi.
Sono loro a supervisionare la vinificazione che avviene all’interno di cantine partner, prescelte nei vari territori (le stesse che affittano i terreni): Oltrepò pavese, Lago di Garda, Valpolicella e Montefiascone, nel Lazio.
Una volta imbottigliato, il vino viene trasportato nel magazzino all’avanguardia di Jako Wine, a Verona. Cinque Metodo classico, due bianchi e due rossi, per un totale di circa 30 mila bottiglie e un fatturato cresciuto lo scorso anno sino a quota 400 mila euro.
Passi da gigante, insomma, rispetto all’idea iniziale di produrre solo «Wine for Friends», con il brand name “Jako” elaborato dal nome di figlio di Luca Berti, Jacopo; e il fenicottero – per meglio dire il flamingo, simbolo di Miami – a celebrare lo sguardo internazionale del duo di eno-globetrotter.
Proprio a Miami e negli Usa finisce una buona fetta della produzione, distribuita in esclusiva anche in Danimarca, Inghilterra, Germania e Cina. Il mercato italiano è invece affidato a pochi selezionati ristoranti, enoteche e locali delle principali città: da Verona a Milano, da Roma a Firenze, passando per piazze “in” come Capri e Forte dei Marmi.
JAKO WINE: 6 VINI IN ASSAGGIO
Metodo classico Pas Dosé 2015: 90/100
Sboccatura 4/2020, 12.5% vol. Vitigno: Chardonnay 60%, Garganega 40%. Alla vista di un bel giallo paglierino con riflessi dorati, perlage fine e persistente. Naso largo, sulla frutta matura: pesca gialla, esotico, un tocco di agrume, sempre maturo. Bel bouquet di fiori che spazia dalla camomilla al biancospino. Sorso di buona tensione, sapido in centro bocca, prima dei ritorni setosi pennellati dai ritorni di frutta matura, già avvertita al naso. Finale di buona persistenza, ancora una volta nel segno dell’equilibrio fra le tonalità tipiche dei due vitigni. Un Metodo classico che nasce da 5 ettari di terreno morenico, nella zona del lago di Garda.
Oltrepò pavese Docg Metodo classico Brut Rosé 2015: 89/100
Sboccatura 12/2020, 12,5% vol. Vitigno: Pinot Nero in purezza. Alla vista un bel rosa salmone, tipico dei Cruasé oltrepadani. Perlage fine e persistente. Tanto floreale al naso, che lascia spazio anche ad agrumi e piccoli frutti rossi. Un quadro preciso e intrigante che si ripresenta anche al palato, con un’ottima corrispondenza. Il finale è piuttosto cremoso, con il dosaggio che arrotonda la beva, placando la tensione agrumata iniziale. Un Metodo classico ottenuto da 3 ettari di Pinot Noir in Oltrepò pavese e terreni di medio impasto calcareo.
Pinot Grigio delle Venezie Doc 2018 “Griso Venèxian”: 87/100
13% vol. Giallo paglierino alla vista. Al naso le note esotiche tipiche del vitigno. Si avvertono ricordi di pesca e pera perfettamente matura, nonché agrumi come il mandarino, che spaziano dal succo alla buccia. Il sorso è agile, altrettanto tipico, di buon equilibrio acido-glicerico. I vigneti da cui nasce questa etichetta sono situati lungo le sponde del Lago di Garda, con terreni prettamente morenici.
Vino Bianco Igp Lazio 2017 “Campocasa”: 92/100
12,5% vol. Rossetto 100%, varietà autoctona molto diffusa nella zona dei Castelli Romani. Alla vista un bel giallo paglierino, luminoso. Naso generoso, non solo in termini di intensità, ma soprattutto dal punto di vista della complessità. Si spazia dai fiori di camomilla secchi alla frutta a polpa bianca e gialla matura; da una speziatura leggera ai ricordi di radice di liquirizia, passando per la macchia mediterranea (alloro, rosmarino). Ingresso di bocca che abbina leggerezza e profondità, su note concordi col naso. L’accento agrumato iniziale, unito a una corroborante vena sapida, lascia spazio a un finale morbido, su vaghi ritorni vanigliati, ben combinati al resto del corredo. La chiusura è lunga e consistente, tanto da ampliare lo spettro di abbinabilità gastronomica di questo nettare. Un Rossetto che prende vita da terreni a 300 metri d’altezza, individuati dallo staff di Berti e Barzan nella zona di Montefiascone, friabili e ricchi di scheletro.
Rosso Veronese Igt 2018 “Ruber”: 89/100
16% vol, uvaggio Corvina e Merlot. Rosso rubino dall’unghia violacea, alla vista. Al naso le note verdi e speziati dei due vitigni, ben abbinate a ciliegia e frutta di bosco matura: lampone, ribes, mora. Al palato una gran generosità e “abbondanza”, data soprattutto dall’alcol (non disturbante) e dai precisi ritorni di frutta matura. Buona la freschezza, che riequilibra la morbidezza del sorso. Vino in definitiva piacevole, da godersi anche con qualche grado di temperatura in meno rispetto alla media dei rossi importanti. “Ruber” nasce da terreni morenici, nella zona a sud del Lago di Garda.
Rosso Veneto Igt 2015 “Siresol”: 90/100 16% vol, uvaggio Corvina, Rondinella, Oseleta, Croatina e Cabernet Sauvignon. Un piccolo “Amarone della Valpolicella”, in cui il Cabernet gioca il ruolo di mediatore, arrotondando le asperità (tannino, speziature, note verdi e durezze) dei vitigni tipici del “Re dei rossi” del Veneto. Alla vista un bel rubino dall’unghia granata. Naso molto interessante e stratificato. Si passa dalla frutta rossa, come ribes, ciliegia e lampone, all’agrume rosso, una sanguinella succosa. Non mancano ovviamente le spezie nere, oltre a una spolverata di cumino. Sorso teso in ingresso, con un bel ritorno fresco regalato dai tironi speziati, scuri. Vino strutturato e decisamente gastronomico che nasce dalle colline della Valpolicella, in particolare da vigneti posti fra i 100 e i 350 metri sul livello del mare e terreni di composizione argilloso-calcarea.
*** DISCLAIMER: La recensione di queste etichette è stata richiesta a WineMag.it da Jako Wine. I giudizi sono stati comunque espressi in totale autonomia, nel rispetto dei nostri lettori ***
Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, tra carta stampata e online, dirigo winemag.it. Collaboro inoltre come corrispondente per una delle testate internazionali più autorevoli del settore, in lingua inglese. Edito con cadenza annuale la “Guida Top 100 Migliori vini italiani” e partecipo come giurato ai più importanti concorsi enologici internazionali. Oltre alle piazze tradizionali, studio con grande curiosità i mercati emergenti, seguendone dinamiche, trend ed evoluzioni. Negli anni ho maturato una particolare esperienza nei vini dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa, tanto da aver curato la selezione vini per un importatore leader in Italia. Nel 2024 mi è stato assegnato un premio nazionale di giornalismo enogastronomico.
Compie 60 anni il Pinot Grigio Santa Margherita prodotto in Valdadige, vera e propria icona del Gruppo vinicolo di Fossalta di Portogruaro (VE) fondato nel 1935 dal conte Gaetano Marzotto. Un vino nuovo, elegante e moderno, che rivoluzionò il gusto e la percezione del vino bianco italiano nel mondo. Oggi è reperibile al supermercato, ma anche sugli scaffali di enoteche e carte dei vini di ristoranti di mezzo mondo.
Era la fine degli anni Cinquanta quando, in anticipo sulle future tendenze, il conte Gaetano Marzotto si mise alla ricerca di una nuova tipologia di vino che uscisse dal cliché, «capace di distinguersi per originalità, peculiarità sensoriali e forte richiamo al binomio vitigno-territorio».
Un vino, insomma, capace al contempo di favorire un approccio diverso al vino, diventando vero protagonista del convivio moderno. Il Conte e il suo team di enologi finirono così in Trentino Alto Adige, zona ritenuta ideale per la produzione di uve che contenessero il carattere fresco e fruttato con cui si desiderava caratterizzarne il profilo.
In particolare, l’attenzione ricadde in Valdadige, la Valle del fiume Adige. Un’areale che, ancora oggi, gode di una totale autonomia rispetto al più noto Pinot Grigio delle Venezie, certificata da una Doc “ad hoc”.
La vinificazione in bianco delle delicate uve Pinot Grigio, eliminando ogni contatto tra mosto e bucce, trasformò un vino dal colore ramato in un vino bianco brillante, elegante ed intenso, unico nel suo genere.
Così, nel 1961, il Pinot Grigio Santa Margherita faceva il suo debutto sul mercato italiano. Il favore del pubblico fu sorprendente quanto immediato. Abituata fino a quel momento a fare una semplice distinzione tra vini bianchi, rossi e rosati, l’Italia apprezzò fin da subito la straordinaria bevibilità e la fragranza di questo vino-novità, che si distingueva per un nuovo modo di interpretare non solo le uve Pinot Grigio ma anche il vino bianco in genere.
«Grazie al Pinot Grigio – evidenzia Santa Margherita in una nota – si diede avvio a un cambiamento radicale nelle abitudini di consumo, dal vino-alimento al vino-piacere. Il processo favorì la democratizzazione del vino, permettendo a nuovi consumatori, come le donne, di avvicinarsi a questo mondo, scommettendo su un pubblico che nelle decadi a seguire avrebbe giocato un ruolo sempre più determinante nelle scelte di acquisto».
In questo senso il Pinot Grigio Santa Margherita è una vera e propria icona: il primo, originale apripista che ha saputo conquistare il favore dei consumatori, parlando di futuro e innovazione.
Lo strepitoso successo lasciava intravedere ottime opportunità anche oltreconfine, dove venne sapientemente esportato a partire dagli anni ’70. Il nuovo bianco dimostrò al mondo intero che l’Italia poteva offrire vini appetitosi, perfettamente coerenti con l’evoluzione delle società e del gusto moderno.
Un’evoluzione che prosegue anche oggi, con la particolare attenzione del Gruppo Santa Margherita al “chilometro zero“. La produzione di oltre il 90% delle bottiglie nella vetreria a pochi passi dalla cantina si affianca al programma di “carbon neutrality” che certifica da sette anni l’azzeramento dell’impronta di carbonio di quasi 2 milioni di bottiglie di Pinot Grigio prodotte annualmente.
Winemag.it, wine magazine italiano incentrato su wine news e recensioni, è una testata registrata in Tribunale, con base a Milano. Un quotidiano online sempre aggiornato sulle news e sulle ultime tendenze italiane ed internazionali. La direzione del wine magazine è affidata a Davide Bortone, giornalista, wine critic, giudice di numerosi concorsi internazionali e vincitore di un premio giornalistico nazionale. Winemag edita inoltre con cadenza annuale la Guida Top 100 Migliori vini italiani. Winemag.it è un progetto editoriale indipendente e di elevata reputazione in Italia e in Europa. Puoi sostenerci con una donazione.
Friuli Dop e Friuli Venezia Giulia Dop, con le rispettive traduzioni in sloveno “Furlanija” e “Furlanija Julijska krajina“, sono state iscritte nel registro europeo dei vini a Denominazione di origine protetta (Dop). L’atteso via libera è arrivato il 13 novembre, attraverso la pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale dell’Unione europea del Regolamento di esecuzione Ue 2020/1680 del 6 novembre 2020, in riferimento all’articolo 99 del regolamento Ue 1308/2013 del Parlamento e del Consiglio europeo.
La tutela delle nuove Dop potrà essere riservata ad alcuni vini fermi e frizzanti originari delle provincie di Pordenone, Gorizia, Trieste e Udine nel Friuli Venezia Giulia. Un’area importante per la viticoltura italiana, con le prime tracce comprovate già a partire dall’VIII secolo a.C.
In particolare, nella Dop della Regione Friuli Venezia Giulia sono state inserite 18 tipologie di vini e spumanti: Bianco friulano, Ribolla gialla Spumante Metodo italiano (Charmat) e Spumante Metodo classico, Verduzzo, Riesling, Chardonnay, Traminer, Malvasia, Pinot bianco, Pinot grigio, Pinot nero, Cabernet Franc, Cabernet Sauvignon, Merlot e Refosco dal Peduncolo Rosso. I vini friulani si uniscono così ad altri 1174 vini Dop già tutelati dall’Ue.
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La Doc delle Venezie (o “Beneških okolišev”) ottiene la protezione ufficiale del nome e la conseguente iscrizione nel registro eAmbrosia da parte della Commissione Europea, aprendo alla possibilità di richiedere il riconoscimento del Consorzio da parte del Ministero delle Politiche Agricole.
“Si chiude oggi un capitolo importante della storia della viticoltura italiana ed europea con la conclusione dell’iter di riconoscimento della Doc delle Venezie avviato nel 2014”, ha commentato il Presidente del Consorzio di Tutela Albino Armani.
Un progetto inedito e ambizioso che è stato capace di costruire un concetto allargato di identità territoriale e porsi come punto di riferimento della produzione nazionale e globale di Pinot grigio“.
“Il riconoscimento comunitario rappresenta la meta di un percorso intrapreso con coscienza da tutti i protagonisti della scena vinicola di Friuli, Trentino e Veneto, che hanno saputo accantonare campanilismi e fare squadra a beneficio di un patrimonio comune. Un Consorzio che, ora più che mai, deve ottenere presto il riconoscimento Ministeriale per entrare nella pienezza delle sue funzioni”, ha concluso il Presidente.
Il riconoscimento europeo ottenuto in questi giorni costituisce un’ulteriore legittimazione del lavoro e del percorso di crescita nel segno della continuità, promosso da un team di filiera interregionale che ha creduto e crede fortemente nella valorizzazione di un prodotto-territorio che rappresenta l’85% del pinot grigio italiano e il 43% di quello mondiale.
Dopo l’iscrizione della Dop nel registro europeo occorre ottenere dal Ministero delle Politiche Agricole il riconoscimento e l’attribuzione ufficiale dell’incarico a svolgere le legittime funzioni di tutela, promozione, valorizzazione ed informazione.
Per l’anno prossimo il Consorzio punta non solo a recuperare e rafforzare le posizioni acquisite sui principali mercati di riferimento, tra cui Uk e Usa, animati da turbolenze legate ai temi Brexit e dazi, ma intende aprire una strada anche verso Paesi nuovi, dove il Pinot grigio delle Venezie è assente o marginalmente presente.
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“Meno uva, più qualità”. Anche l’Alto Adige riduce le rese in vigneto per la vendemmia 2020, a partire dai vitigni più coltivati nella regione: Pinot Grigio e Schiava. A deciderlo è stata l’Assemblea generale del Consorzio Vini Alto Adige con oltre il 70% di voti a favore, dopo il consulto con il Südtiroler Beratungsring, il Centro di Consulenza per la fruttiviticoltura. Il taglio, voluto anche per arginare le conseguenze di Covid-19 sul settore vitivinicolo altoatesino, si assesta su una percentuale compresa tra il 15 e il 30%, a seconda del vitigno.
In particolare, tra le varietà a bacca bianca, il Pinot Grigio passa dal da 130 a 115 quintali per ettaro (- 12%). Il Gewürztraminer subisce una riduzione del 25%, passando da 120 a 90 quintali. Per il Pinot Bianco un calo del 19%: si passa da 130 a 105 quintali ettaro. Stessa percentuale di decrescita (- 19%) per lo Chardonnay: da 130 a 105.
Quanto alle rese dei vitigni a bacca rossa, per la Schiava è stato deciso un taglio dell’11%, ovvero da 140 a 125 quintali per ettaro. Tra i vitigni che subiranno un “taglio” più marcato in vigneto per la vendemmia 2020 c’è il Pinot Nero: riduzione del 25% per il pregiato rosso dell’Alto Adige, che passa da 120 a 90 quintali ettaro.
“La riduzione delle rese – spiega il Direttore del Consorzio Vini Alto Adige Eduard Bernhart – ha un duplice effetto perché, se da una parte viene da anni già portata avanti autonomamente da moltissime cantine del territorio”.
Le aziende hanno compreso l’importanza di un calo della produzione allo scopo di ottenere vini di maggiore qualità, dall’altra ci aspettiamo possa dare respiro a tutte quelle realtà che a causa del Covid-19 hanno registrato un calo importante del mercato“.
Per far fronte a questa situazione, il Consorzio altoatesino ha deciso di guardare all’esempio di altri territori. “Ci siamo messi anche in ascolto di altri territori – evidenzia Bernhart – e abbiamo avanzato questa proposta di riduzione delle rese per la vendemmia 2020 che si inserisce quindi in un momento di forte cambiamento dei mercati. Era necessario agire in maniera rapida e proattiva, per sostenere i viticoltori altoatesini nel particolare contesto che stiamo vivendo”.
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Confermati i timori dell’Italia. Il vino è stato incluso nella lista definitiva dei prodotti oggetto dei nuovi dazi del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Interessati i 2/3 del valore dell’export agroalimentare che si estende tra l’altro vino, olio e pasta Made in Italy oltre ad alcuni tipi di biscotti e caffe esportati negli Stati Uniti per un valore complessivo di circa 3 miliardi di euro.
Lo rende noto la Coldiretti nel sottolineare l’avvenuta ufficializzazione sul sito del Dipartimento del Commercio statunitense (USTR) dell’inizio il 26 giugno della procedura pubblica di consultazione per la revisione delle tariffe da applicare e della lista di prodotti europei colpiti da dazi addizionali a seguito della disputa sugli aiuti al settoreaereonautico.
Nell’ambito del sostegno Ue ad Airbus gli Usa sono stati autorizzati ad applicare sanzioni all’Unione Europea per un limite massimo di 7,5 miliardi di dollari dal Wto, che dovrebbe però a breve esprimersi sulla disputa parallela per i finanziamenti Usa a Boeing la quale darebbe a Bruxelles margini per proporre contromisure.
“Occorre impiegare tutte le energie diplomatiche per superare inutili conflitti che rischiano di compromettere la ripresa dell’economia mondiale duramente colpita dall’emergenza coronavirus” ha affermato il presidente della Coldiretti Ettore Prandini nel sottolinerare l’importanza della difesa di un settore strategico per l’Ue che sta pagando un conto elevatissimo per dispute commerciali che nulla hanno a che vedere con il comparto agricolo.
Con la nuova consultazione gli Usa minacciano di aumentare i dazi fino al 100% in valore e di estenderli a prodotti simbolo del Made in Italy, dopo l’entrata in vigore il 18 ottobre 2019 delle tariffe aggiuntive del 25% che hanno colpito per un valore di mezzo miliardo di euro specialità italiane come Parmigiano Reggiano, Grana Padano, Gorgonzola, Asiago, Fontina, Provolone ma anche salami, mortadelle, crostacei, molluschi agrumi, succhi e liquori come amari e limoncello.
L’export del Made in Italy agroalimentare in Usa nel 2019 è risultato pari a 4,7 miliardi ma con un aumento del 10% nel primo quadrimestre del 2020 nonostante l’emergenza coronavirus. Il vino con un valore delle esportazioni di oltre 1,5 miliardi di euro, è il prodotto agroalimentare italiano più venduto negli States mentre le esportazioni di olio di oliva sono state pari a 420 milioni ma a rischio è anche la pasta con 349 milioni di valore delle esportazioni. Un settore fino ad ora in crescita nel 2020 nonostante l’emergenza coronavirus con un aumento del 10,3% nel primo quadrimestre dell’anno.
Gli Stati Uniti sono il principale consumatore mondiale di vino e l’Italia è il loro primo fornitore con gli americani che apprezzano tra l’altro il Prosecco, il Pinot grigio, il Lambrusco e il Chianti che a differenza dei vini francesi erano scampati alla prima black list scattata ad ottobre 2019. Se entrassero in vigore dazi del 100% ad valorem sul vino italiano una bottiglia di prosecco venduta in media oggi al dettaglio in Usa a 10 dollari ne verrebbe a costare 15, con una rilevante perdita di competitività rispetto alle produzioni non colpite.
Allo stesso modo si era salvato anche l’olio di oliva Made in Italy anche perché la proposta dei dazi aveva sollevato le critiche della North American Olive Oil Association (NAOOA) che aveva avviato l’iniziativa “Non tassate la nostra salute”. Ora però Trump in piena campagna elettorale sembra ignorare le sollecitazioni dall’interno e dall’esterno degli Usa mettendo a rischio il principale mercato di sbocco dei prodotti agroalimentari Made in Italy fuori dai confini comunitari e sul terzo a livello generale dopo Germania e Francia.
“L’Unione Europea – ha aggiunto Prandini – ha appoggiato gli Stati Uniti per le sanzioni alla Russia che come ritorsione ha posto l’embargo totale su molti prodotti agroalimentari, come i formaggi, che è costato al Made in Italy 1,2 miliardi in quasi sei anni ed è ora paradossale che l’Italia si ritrovi nel mirino proprio dello storico alleato, con pesanti ipoteche sul nostro export negli Usa”.
“Al danno peraltro si aggiunge la beffa poiché il nostro Paese – ha concluso il presidente – si ritrova ad essere punito dai dazi Usa nonostante la disputa tra Boeing e Airbus, causa scatenante della guerra commerciale, sia essenzialmente un progetto francotedesco al quale si sono aggiunti Spagna ed Gran Bretagna”.
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Stop all’impianto di nuovi vigneti atti a produrre Doc Venezia Pinot grigio e stoccaggio del Doc Venezia Pinot Grigio non biologico, bloccando da subito una quota parte della produzione. Sono le decisioni prese all’unanimità dall’Assemblea dei Soci del Consorzio Vini Venezia, venerdì 19 giungo 2020. Le proposte andranno ora sul tavolo della Regione Veneto per l’ufficializzazione, prevista per la fine di luglio.
In particolare, la sospensione temporanea all’iscrizione delle superfici vitate allo schedario viticolo della produzione dei vini Doc Venezia Pinot Grigio è stata invece estesa a partire dalla campagna viticola 2020/2021 fino alla campagna 2021/2022.
“Queste misure – spiega il Direttore del Consorzio Stefano Quaggio – nascono da un’attenta analisi svolta sull’andamento della denominazione. La pandemia da Covid-19 ha avuto ripercussioni importanti sull’intera filiera vitivinicola del trevigiano e del veneziano, al punto da rendere necessaria l’adozione di provvedimenti per mantenere l’equilibrio di mercato, migliorarlo o quanto meno stabilizzarlo”.
Una scelta concertata, preceduta da una importante fase di ascolto non solo delle associazioni di categoria e dei diversi stakeholder ma anche di altri territori. “Le misure deliberate – continua Quaggio – si inseriscono in un momento di forte cambiamento per il settore vitivinicolo che ha bisogno oggi più che mai di reagire a sostegno dei viticoltori del territorio”.
Lo stoccaggio vincolerà di fatto fino alla data del 31 luglio 2021, tutte le produzioni (uve, mosto e vini) idonee alla rivendicazione della Doc Venezia Pinot Grigio ottenibili dalla vendemmia 2020, eccedenti i 130 q.li ettaro fino alla produzione massima consentita di 150 q.li per ettaro.
Una scelta questa da interpretarsi anche come “la volontà di lavorare in sinergia con altre denominazioni del territorio”, sulla scorta dell’appello avanzato da Albino Arbani, in merito alla necessità di concertazione tra le Doc del Pinot Grigio, Venezie e Triveneto.
I quantitativi di prodotto oggetto di stoccaggio obbligatorio potranno essere riclassificati in ogni momento dai produttori a vino bianco, vino bianco con indicazione geografica tipica o Pinot Grigio atto al taglio Doc “Prosecco”, compatibilmente con il rispettivo disciplinare di produzione e alle misure di gestione dell’offerta messa in atto dal rispettivo Consorzio di Tutela.
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Secondo solo al Prosecco. Il Pinot grigio Doc delle Venezie esce “indenne” dal lockdown, almeno sul fronte degli imbottigliamenti. Il dato di fine maggio segna un +0,39% sul 2019 e convince il Consorzio a guardare con attenzione alla vendemmia 2020 – che si preannuncia in calo del 15% rispetto al 2019 – convocando un tavolo per un’alleanza d’intenti con i produttori del Triveneto. Tra le misure al vaglio, la riduzione della resa a 150 quintali per ettaro e l’attivazione dello stoccaggio amministrativo.
L’obiettivo, più in generale, sarà “condividere misure di gestione coordinata del potenziale produttivo che mantengano in equilibrio l’offerta e garantiscano la tenuta del valore del Pinot grigio del Nordest”. Si tratta infatti del primo vino bianco fermo dell’export italiano.
Così Albino Armani, presidente del Consorzio delle Venezie: “L’ultimo Consiglio di Amministrazione del Consorzio ha ribadito la necessità di tenere aperto un tavolo permanente di confronto del Pinot grigio del Triveneto che rappresenta più dell’80% del totale Italiano”.
“Dobbiamo favorire una gestione programmatica e condivisa nell’areale vitato del Nordest con modalità che ci auguriamo, in un prossimo futuro, di poter estendere anche ai produttori delle altre regioni italiane”.
Abbiamo lavorato con i rappresentanti delle Doc trivenete arrivando a una visione collegiale e quindi alla proposta di misure concrete di gestione a livello territoriale sulle singole denominazioni in vista della vendemmia 2020, volte al mantenimento del valore del Pinot grigio”.
“Questa alleanza – continua Armani – rappresenta un passo importante per la tutela del valore della filiera del Pinot grigio: un atteggiamento di collegialità territoriale che, si spera, possa diventare presto un esempio per l’applicazione di sistemi alternativi di tracciabilità sull’intero sistema Pinot grigio Italia, che oggi raggiunge il 43% della varietà nel mondo”.
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“Dopo un periodo di crescita e maturazione delle viti scandito da eventi atmosferici estremi, a fine estate 2019 sono arrivate condizioni meteorologiche ideali, che hanno propiziato una buona vendemmia con uve di qualità promettente”. Con queste parole il direttore del Consorzio Vini Alto Adige, Eduard Bernhart, commenta la vendemmia 2019 nella regione del nord Italia.
Cosa aspettarsi nel calice? “Vini bianchi ricchi di aromi freschi e fruttati – riferisce Bernhart – con una spiccata acidità, struttura elegante e un ottimo potenziale d’affinamento, soprattutto per i vini provenienti dalle quote più elevate”. Quanto ai rossi, sono da aspettare in cantina per poter godere appieno del loro potenziale.
L’ANDAMENTO ATMOSFERICO NEL VIGNETO
L’inverno 2018/19 è trascorso con temperature insolitamente calde, a tratti già quasi primaverili, e se si eccettuano le nevicate copiose dei primi giorni di febbraio, si è trattato di un anno piuttosto asciutto.
Dopo un marzo altrettanto avaro di precipitazioni e più caldo delle medie stagionali, in aprile e maggio è prevalso, invece, un clima piuttosto umido accompagnato, soprattutto in maggio, da temperature troppo basse per la stagione.
Parallelamente, la primavera ha visto imperversare fenomeni meteorologici estremi, tanto che già in aprile si sono verificate le prime grandinate, e vari periodi freddi hanno aumentato il rischio di gelate tardive.
Per questi motivi nel 2019 la fioritura è cominciata in ritardo e ha dovuto fare i conti con un tempo assai variabile, caratterizzato da temperature decisamente inferiori alla media, soprattutto in maggio. Questo ritardo si è ripercosso sull’inizio della maturazione, che rispetto alle medie pluriennali è arrivato con una sfasatura di 10-14 giorni.
Dopo la vendemmia anticipata per la raccolta delle uve base per lo spumante avvenuta intorno alla fine di agosto e ai primi di settembre, la vendemmia 2019 vera e propria in Alto Adige è cominciata a metà settembre, con un ritardo di circa due settimane rispetto al 2018.
Pinot bianco, Pinot grigio, Chardonnay e Sylvaner si distinguono sia per la loro acidità, fresca e gradevole, sia per la loro struttura elegante. Il Gewürztraminer si presenta elegante e con note fruttate mature, mentre il Sauvignon dei vigneti più pregiati sfodera un’acidità accattivante, accompagnata da un ventaglio aromatico molto tipico.
Anche la Schiava del 2019 ha una tipicità molto marcata; fruttata, sapida, ben strutturata, elegante e di piacevole beva. Pinot nero, Lagrein, Merlot e Cabernet in quest’annata hanno avuto parecchie difficoltà. Sempre secondo il Consorzio, !”avranno bisogno di più tempo per affinare bene in cantina, sviluppando tutto il loro potenziale”.
Per il Lagrein, a causa delle violente grandinate abbattutesi sugli appezzamenti classici nella conca di Bolzano, purtroppo si è registrato un calo della resa che in alcuni casi ha sfiorato il 70%.
In Valle Isarco e in Val Venosta, i vini dell’annata 2019 fanno risaltare caratteristiche di freschezza e acidità, accompagnate da note fruttate intense e da una gradazione alcolica inferiore agli anni passati. In tutto l’Alto Adige, il totale delle uve vendemmiate ha fatto segnare un calo del 10-15% rispetto alla media.
Winemag.it, wine magazine italiano incentrato su wine news e recensioni, è una testata registrata in Tribunale, con base a Milano. Un quotidiano online sempre aggiornato sulle news e sulle ultime tendenze italiane ed internazionali. La direzione del wine magazine è affidata a Davide Bortone, giornalista, wine critic, giudice di numerosi concorsi internazionali e vincitore di un premio giornalistico nazionale. Winemag edita inoltre con cadenza annuale la Guida Top 100 Migliori vini italiani. Winemag.it è un progetto editoriale indipendente e di elevata reputazione in Italia e in Europa. Puoi sostenerci con una donazione.
L’immagine giusta, mica per niente, la offre proprio Riccardo Cotarella, al telefono: “In Oltrepò pavese? Sto tirando il fiato adesso. M’hanno spremuto come un limone. Andrea Giorgi ha una passione straordinaria per quello che fa ed è riuscito a trasmettermela sin da subito”. Che ci sia del “cuore” nella nuova linea “Selezione Cotarella” di La Versa, è la notizia più bella per l’Oltrepò, seconda solo al fatto che si tratti di vini con l’anima, abbinata alla tecnica. Il tutto impreziosito da un rapporto qualità prezzo eccezionale. I vini, in vendita esclusivamente nel canale Horeca, sono reperibili tra i 7 e i 10 euro.
Pinot Nero, Riesling (renano), Pinot Grigio, Barbera, Bonarda e Buttafuoco, vendemmia 2019. Queste le etichette che la cantina di Santa Maria della Versa (PV) avrebbe dovuto presentare a Vinitaly 2020, assieme all’enologo più famoso, osteggiato e apprezzato d’Italia. Non a caso, forse, l’etichetta è in bianco e nero.
La sagoma a forma di triangolo rovesciato del vigneto Oltrepò si staglia, candida, sullo sfondo scuro. Come a dire: “Il peggio è passato”. “Se mi guardo alle spalle e penso che nel 2016 questa cantina era fallita – commenta a WineMag.it il presidente di La Versa, Andrea Giorgi – non posso che essere fiero di dove siamo oggi”.
“Presentare la nuova linea top di gamma ai tempi del Coronavirus non è certo la più agevole delle imprese – chiosa il numero uno della cooperativa oltrepadana – ma bisogna fare di necessità virtù e pensare dove eravamo fino a quattro anni fa. Oggi, per i nostri 650 soci distribuiti in 50 comuni, la prospettiva è completamente diversa”.
Si è rifatto la vista, il naso e la bocca anche Riccardo Cotarella, al cospetto delle colline dell’Oltrepò: “Quante sono? Ah, sì. Ho sulle spalle 54 vendemmie come enologo, molte più in realtà nella vita, ma non avevo mai trovato prima tanto potenziale in un territorio, così mal sfruttato dalle persone. Un territorio incredibile”.
“Mi sto divertendo da matti, mi sento ringiovanire – sottolinea un incalzante Cotarella – ma voglio essere chiaro: non ho fatto miracoli, anche perché sono arrivato un mese prima della vendemmia 2019″.
Da allora, il numero uno di Assoenologi ha iniziato a seguire tutto, assieme a quattro giovani che stanno crescendo tra La Versa e Terre d’Oltrepò: Alessio Gaiaschi, Pietro Dilernia, Andrea Rossi e Nicola Parisi. Il risultato? Una gamma da 150 mila bottiglie complessive, suddivise in maniera piuttosto uniforme su 6 etichette.
“Il punto – commenta Andrea Giorgi – è che si tratta di vini in cui è chiara l’impronta del terroir. Ma vogliamo andare oltre il progetto di zonazione. A partire dalla prossima vendemmia, oltre ad operare selettivamente in vigneto, uno scanner analizzerà ad uno ad uno i rimorchi, restituendo in poco tempo un riscontro sulla qualità dell’uva conferita”.
“Non si tratta solo di una garanzia ulteriore in termini di tracciabilità per il consumatore – spiega il presidente di La Versa – ma di un modo per iniziare a raccogliere lo storico dei migliori vigneti dei nostri conferitori, su cui puntare per i nostri progetti di qualità”. Nel 2019, ai soci interessati dalla “Selezione Cotarella” sono stati riconosciuti circa 8 mila euro ad ettaro, circa 2 mila in più della redditività media oltrepadana.
LA DEGUSTAZIONE
Pinot Nero dell’Oltrepò pavese Doc 2019 “Selezione Cotarella”, La Versa: 92/100
Il colore è quello tipico del vitigno, uno splendido rubino mediamente trasparente, luminoso. Al naso è ampio, intenso. Note ancora una volta schiette, che esaltano il prezioso varietale: lamponi sulle fragoline di bosco per la parte fruttata, assieme al ribes; una speziatura elegantissima a tendere la corda, su note di pepe.
Più di qualsiasi altro aspetto, è la freschezza a costituire il vero trait d’union tra naso e palato. Spezia e mentuccia aprono il sorso e lo chiudono, unite a una vena salina e a un frutto che si fa polposo, grondante, irresistibile per quanto invita al nuovo assaggio. È il trionfo dell’eleganza vera: quella non esibita, sussurrata fino a convincere, nel riverbero di un’ottima persistenza.
Non traggano in inganno quei 14% di percentuale d’alcol in volume, in retro etichetta: perfettamente integrati, per nulla disturbanti, anzi piacevolmente gioiosi su un tannino presente, ma perfettamente domato. L’Oltrepò ha un nuovo grande Pinot Nero vinificato in rosso. Spensieratezza in cravatta.
Le uve diraspate vengono poste in serbatoi di acciaio dove sostano per 48 ore a 15°, al fine di agevolare la diffusione di aromi e proteggere il delicato colore. A seguire viene condotta la macerazione per 4/6 giorni ad una temperatura massima di 25°.
Riesling dell’Oltrepò pavese Doc 2019 “Selezione Cotarella”, La Versa: 91/100
Tappatura Select Green 100 Nomacorc. Giallo paglierino, riflessi verdolini. Altro profilo nasale intenso, per un vino bianco che – appena aperto – ha ancora più bisogno del Pinot nero di stiracchiarsi, distendersi, aprire le braccia per farsi abbracciare. Poi eccola lì, la frutta.
La prima a rispondere al campanello e a lasciar entrare in un mondo di ricordi esotici: melone, pesca bianca e un accenno di banana, su un letto d’erba appena sfalciata che pizzica soavemente le narici e diventa liquirizia, col passare dei minuti.
Preziosi i richiami di pietra bagnata diventano sempre più ‘ingombranti’ con l’ossigenazione, sino ad evolversi in veri e propri ricordi d’idrocarburo e soluzione iodica. Il sorso è teso, fresco, salino, riequilibrato da un frutto di perfetta maturità.
Un vino di grande gastronomicità, manifesto di un vitigno, il Riesling renano, che è un altro tesoro nascosto dell’Oltrepò pavese, meritevole di essere scoperto anche nelle sue prospettive d’affinamento nel tempo. Diciottomila bottiglie complessive, circa la metà rispetto alla media della nuova gamma. Del resto, di Riesling renano vero, non ce n’è molto in giro, nel pavese.
Le uve diraspate vengono poste in serbatoi di acciaio termo condizionati. La macerazione pellicolare dura circa 8 ore a una temperatura di 6° per meglio preservare i precursori aromatici di transito dalla buccia al mosto. Segue la fermentazione a temperatura di 16°, fino ad esaurimento degli zuccheri e un successivo affinamento sulle fecce fini con frequenti bàtonnage.
Oltrepò pavese Doc Pinot Grigio 2019 “Selezione Cotarella”, La Versa: 91/100 Giallo paglierino tendente al carta. Un’esplosione di fiori bianchi e frutta, appena aperto, con la pera in primo piano, su ananas, banana e pesca. Non manca l’agrume, in particolare il mandarino che, assieme a una venatura minerale, salina, rinvigorisce un quadro che, altrimenti, finirebbe per far accostare questa etichetta a centinaia d’altre, in Oltrepò.
Invece ecco un altro vino che, nel rispetto del varietale (e, non ultimo, del territorio) sfodera quella marcia in più di cui ha bisogno il vino di Pavia. Quella scintilla che fa la differenza e fa scegliere, in un parterre vastissimo come quello del Pinot Grigio – a livello nazionale, ma anche internazionale – un’etichetta piuttosto che un’altra.
Un altro totem a un vitigno storicamente maltrattato in Oltrepò (e non solo, pur avendo l’Italia il primato mondiale della varietà). Trentamila le bottiglie complessive per questa etichetta.
Le uve vengono sottoposte a una pressatura soffice, ottenendo un mosto integro e fragrante. Segue la fermentazione a temperatura di 16 fino ad esaurimento degli zuccheri e un successivo affinamento sulle fecce fini con frequenti bàtonnage.
Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, tra carta stampata e online, dirigo winemag.it. Collaboro inoltre come corrispondente per una delle testate internazionali più autorevoli del settore, in lingua inglese. Edito con cadenza annuale la “Guida Top 100 Migliori vini italiani” e partecipo come giurato ai più importanti concorsi enologici internazionali. Oltre alle piazze tradizionali, studio con grande curiosità i mercati emergenti, seguendone dinamiche, trend ed evoluzioni. Negli anni ho maturato una particolare esperienza nei vini dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa, tanto da aver curato la selezione vini per un importatore leader in Italia. Nel 2024 mi è stato assegnato un premio nazionale di giornalismo enogastronomico.
Dati in linea con le medie stagionali degli ultimi due anni, con la Gdo a supportare le vendite. È quanto emerge dall’analisi delle performance del primo trimestre 2020 del Consorzio delle Venezie Doc Pinot grigio. Il quadro è quello di una sostanziale stabilità di imbottigliato e certificazioni. Le aziende della Doc stanno lavorando con continuità e l’Organismo di Controllo, Triveneta Certificazioni, è pienamente operativa.
“Il mercato del Pinot grigio delle Venezie tiene e ad oggi non ha mostrato scossoni – dichiara il Presidente Albino Armani – i numeri in leggera crescita delle certificazioni del primo trimestre (511.752 ettolitri, pari a un +6,9% sul 2019) sono il frutto di un trend consolidato nei mesi scorsi che ancora non sta risentendo della pesante congiuntura negativa di queste settimane”.
“Il nostro CdA – assicura Armani – tiene costantemente monitorato il mercato, siamo pronti ad intervenire con tutti gli strumenti che la legge ci consente per garantire l’equilibrio tra la domanda e l’offerta internazionale a tutela della filiera, contrastando eventuali tendenze speculative”.
Quanto ai prossimi mesi: “È innegabile che i prossimi mesi rappresentino per tutti una grande incognita – ammette il presidente del Consorzio – e non nascondiamo una certa preoccupazione, ma non vogliamo nemmeno cedere a facili pessimismi”.
Il trend di mercato relativo al primo trimestre per il Pinot grigio delle Venezie resta dunque costante grazie soprattutto alla Gdo internazionale, con un export che raggiunge il 95% di prodotto verso Paesi la cui domanda, al momento, risulta positiva.
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Igor Boccardo, torinese, classe 1969, è il nuovo amministratore delegato di Genagricola, maggiore azienda agroalimentare italiana con una superficie coltivata che supera i 15 mila ettari tra Italia e Romania. Nel portafoglio del gioiello del gruppo assicurativo Generali Spa, 25 aziende agricole che spaziano dalla viticoltura all’allevamento, passando per i seminativi e l’energia rinnovabile.
Boccardo approda a Genagricola dopo una vasta esperienza maturata come responsabile marketing, commerciale e direttore generale, in primarie multinazionali del comparto Fast Moving Consumer Goods.
“Siamo lieti di accogliere Igor Boccardo nella nostra squadra – dichiara Giancarlo Fancel, presidente di Genagricola Spa – e siamo certi che la sua esperienza e le competenze maturate nel corso della carriera sapranno guidare la società verso nuovi ambiziosi obiettivi, consentendoci di rappresentare un punto di riferimento nel panorama dell’agricoltura italiana”.
Sono 900 gli ettari di vigneto del gruppo Genagricola, tra Veneto, Friuli Venezia Giulia, Piemonte, Emilia Romagna, Lazio e Romania, con la consulenza enologica di Riccardo Cotarella.
L’azienda ha chiuso il 2018 con un fatturato di 56 milioni di euro derivante per il 60% dalla produzione agricola tradizionale e dall’energia generata dalle due centrali a biomasse di proprietà e per il 40% dalla produzione vitivinicola. Le bottiglie prodotte, distribuite in tutto il mondo attraverso otto brand, superano i 4 milioni.
LA DEGUSTAZIONE
Friulano Friuli Colli Orientali Doc 2018, Torre Rosazza: 86/100
Il colore è giallo dorato, luminoso. Prima ha profumi floreali netti di fiori di campo, un accenno di gelsomino, poi il fruttato della pera. In bocca è piacevole, tipico, con un buon equilibrio tra la salinità e la freschezza, tra la struttura e la persistenza, poi ha un ritorno minerale che dona sapidità alla chiusura.
Pinot Grigio Friuli Colli Orientali Doc 2018, Torre Rosazza: 88/100
Dopo una tonalità giallo paglierino, con riflessi dorati, esordisce al naso con sentori floreali che virano poi verso il fruttato di mela e pera matura. Al palato è morbido, avvolgente e dosa sapientemente un buon corpo con una nervatura piacevolmente acidula, che dona freschezza alla bevuta. Equilibrato in ogni suo componente, ha una buona persistenza.
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Il Pinot Grigio è tra i vitigni più coltivati in Italia, con una crescita degli impianti che dal 2010 ad oggi ha fatto segnare un + 83% di superficie vitata (dai 17mila ettari del 2010 ai 31mila del 2018), nonché il primo vino Italiano bianco fermo per volumi di esportazione. Per comprendere il “fenomeno” Pinot Grigio Italia è sufficiente evidenziare che dei 67mila ettari mondiali vitati a questa varietà, 31.360 si trovano in Italia (47%), di cui l’87% nel Triveneto, che detiene così il 41% di quella mondiale.
Proprio il Pinot Grigio è stato il tema della riunione congiunta che si è tenuta quest’oggi tra Uiv (Unione italiana vini) e Alleanza delle Cooperative Agroalimentari per la presentazione dei dati elaborati dall’Osservatorio del Vino di UIV circa la produzione e commercializzazione dei vini imbottigliati base Pinot grigio in Italia nelle diverse aree produttive.
Obiettivo dell’incontro è stato quello di restituire ai produttori del “Pinot Grigio Italia”, che hanno commissionato tale ricerca a Vinitaly 2019, oltre ai dati strutturali legali alle superfici coltivate in tutte le regioni italiane, alcuni spunti di riflessione sul potenziale produttivo e alla “geografia” dei vigneti, sulla produzione, sui volumi di vino imbottigliato e sulle giacenze.
I dati sui quali è stata effettuata l’elaborazione sono stati forniti dall’organismo pagatore nazionale Agea, dai principali organismi di controllo e dal registro telematico SIAN (fonte ICQRF) con riferimento all’anno 2018.
La produzione va di pari passo con 2,2 milioni di ettolitri l’anno di Pinot Grigio Italia, di cui 1,7 milioni di Do-Ig provenienti dal Triveneto (75%), che si traducono in 298 milioni di bottiglie nazionali, di cui 168 milioni delle Venezie.
“È fondamentale – commenta Paolo Castelletti, Segretario Generale di Unione Italiana Vini – impostare una strategia di monitoraggio delle produzioni, per comprendere come sta evolvendo la situazione di questo importante vino italiano. Solo così potremo consentire alle imprese di svolgere in maniera consapevole le migliori valutazioni sulla realtà del mercato e intraprendere opportune strategie di governo dell’offerta e le conseguenti scelte commerciali”.
Questa iniziativa, sostenuta da UIV e Alleanza Cooperative Agroalimentari su richiesta e sollecitazione degli stessi produttori di Pinot grigio a livello nazionale, va in questa direzione e il dato messo a disposizione dei produttori potrà certamente essere utile per incoraggiare le scelte dei territori nei prossimi mesi”.
Uiv e Alleanza Cooperative Agroalimentari hanno approfittato dell’incontro odierno per presentare anche un’esclusiva indagine di mercato elaborata da Wine Intelligence sulla percezione e le attitudini di consumo del Pinot grigio italiano sui mercati americano, inglese e tedesco, da cui emergono sia punti di forza, come la profonda conoscenza della varietà, ma anche punti critici, come la difficile associazione alle denominazioni che lo producono.
“Il lavoro condotto sul Pinot grigio – ha dichiarato Luca Rigotti, Coordinatore Vino di Alleanza Cooperative Agroalimentari – dimostra che nel comparto vitivinicolo possiamo disporre di dati molto importanti per poter leggere l’andamento del settore”.
“Si tratta – ha concluso Rigotti – di un vero e proprio capitale informativo che va poi opportunamente messo a sistema. Il nostro auspicio è che a questa analisi sul Pinot grigio facciano seguito altre rilevazioni sulle principali DO/IG di vino italiane, magari condotte su iniziativa del Ministero delle politiche agricole tramite Icqrf o Ismea e con il necessario coinvolgimento diretto da parte degli operatori e delle organizzazioni nelle fasi di raccolta e sintesi dei dati”.
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Per Hans Terzer, le rese del Pinot Grigio italiano “sono troppo alte per garantire la qualità”. L’enologo altoatesino di Cantina San Michele Appiano, a Milano per la presentazione di Appius 2015, introduce l’argomento mentre ai commensali di palazzo Bovara viene servito il Pinot Grigio 2015 di St. Michael-Eppan.
In Italia ci siamo impegnati a far morire questo vitigno. Spero che i miei amici e colleghi di qualche altra zona in Italia non si incazzino, ma purtroppo questo vino molte volte viene discriminato. Il Pinot Grigio è il vino bianco italiano forse più conosciuto al mondo, ma tante volte registra una qualità che mi fa quasi piangere.
Stiamo però parlando di un grandissimo vitigno che dà grandissimi risultati, soprattutto se viene messo nelle zone vocate, collinari e ventilate, con una produzione naturalmente mirata. Negli anni Ottanta e Novanta c’erano pochissimi ettari di Pinot grigio italiano, perché era temuto dai nostri viticoltori.
“Soffre infatti del gravissimo problema del marciume. Da quando abbiamo tolto il Pinot Grigio dalla pergola, mettendolo più al sole e più al vento, abbiamo toccato con mano le punte di qualità che è possibile ottenere.
Stiamo parlando di un vitigno che richiede sì un bel po’ di impegno in vigneto, ma che dà delle soddisfazioni immense. Un vitigno, tra l’altro che può essere vinificato in acciaio, ma che si trova molto bene anche nel legno”.
Da una parte il calice del proprio Pinot Grigio. Dall’altra il microfono e il cuore. Solo qualche pausa per Hans Terzer, durante l’accorato discorso. La voce ferma di chi vuol cogliere la palla al balzo, per parlare alla platea di giornalisti di qualcosa che ha nel petto, più che nello stomaco. Molto più di un sassolino nella scarpa. Ben oltre la banale polemica.
E allora eccoci, a fine serata. Ad approfondire il tema a tu per tu con il noto winemaker. “La mia ricetta per sollevare il Pinot Grigio in Italia? Dobbiamo innanzitutto migliorare in termini di qualità, abbassando le rese”.
“Non voglio criticare certe zone – commenta l’enologo, in esclusiva a WineMag.it – ma rese che si avvicinano ai 150 quintali per ettaro sono esagerate per un Pinot Grigio, se si punta a ottenere qualità anche solo discrete”.
Dunque, che fare? “Con rese attorno ai 100 quintali per ettaro – replica Hans Terzer – si riuscirebbe ad ottenere produzioni molto interessanti. La mia impressione è che in certe zone si esagera, perché si fa troppo poco lavoro in vigna e si lascia su tutto quello che nasce e cresce, per poi lavorarlo in cantina. Non è la via giusta, secondo me”.
Come spiegarlo ai grandi gruppi? “Devono riuscire a far capire alla Grande distribuzione che per un vino di qualità ci vuole una resa più bassa e, di pari passo, un certo prezzo minimo”, risponde il winemaker altoatesino.
“Bisogna insomma intervenire con una modifica del disciplinare – continua Hans Terzer nell’intervista rilasciata a WineMag.it – ma sopratutto bisogna smettere di prendersi per il naso e dire: ‘Ragazzi, non ci siamo’. Basta assaggiare il Pinot Grigio internazionale per rendersi conto che certi Pinot Grigi italiani non sono all’altezza, anche se costano poco”.
L’enologo di Cantina San Michele Appiano sa cosa bere, anche fuori dall’Alto Adige. “Abbiamo delle belle etichette di Pinot Grigio in Friuli, ma anche in Trentino e forse in qualche zona collinare del Veneto, nell’Alto Veronese”.
Qualche nome? “Se puntiamo in alto, trovo molto buono il Pinot Grigio di Vie di Romans. In Trentino, qualche cantina cooperativa fa del Pinot Grigio di una certa cilindrata. Ho visto che anche le grandi aziende trentine si danno da fare e programmano la produzione attraverso buoni progetti di qualità”.
Hans Terzer si tiene alla larga (volutamente) dal Veneto. Ma poi precisa: “Non lo conosco tanto bene, non conosco Pinot grigi veneti di alta qualità. Ma sono convinto che se si lavora bene, in zone collinari come i Colli Euganei, si possano tirar fuori dei bei prodotti”.
A VENEZIA LO “STILE ITALIANO” DEL PINOT GRIGIO
Intanto a Venezia, lunedì 14 ottobre, si è svolto il primo convegno internazionale sul Pinot grigio. “Un’occasione – come ha spiegato il Consorzio Doc delle Venezie – per mettere a fuoco le possibili tendenze del Pinot grigio italiano e il grande potenziale rappresentato da una denominazione che ha posto al centro della propria filosofia lo Stile Italiano“, inteso come “garanzia di origine e qualità, in una identità territoriale attorno alla quale costruire il percorso di valorizzazione del Pinot grigio”.
Al convegno sono intervenuti il presidente della Regione, Luca Zaia, gli assessori Giuseppe Pan per il Veneto, Stefano Zannier per la Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia e Mario Tonina per la Provincia Autonoma di Trento. Tutti hanno espresso “sostegno per l’importante progettualità che il Consorzio sta portando avanti”.
Secondo i dati snocciolati durante l’incontro, la Doc delle Venezie rappresenta l’85% della produzione italiana di Pinot Grigio e il 42% di quella mondiale. Oltre 10 mila i viticoltori interessati, accanto a 362 imbottigliatori.
Nei loro interventi, i relatori hanno sottolineato “gli ampi margini di crescita del Pinot Grigio sui due principali mercati di riferimento, Regno Unito e Stati Uniti d’America”, che oggi rappresentano oltre il 70% dell’export.
“Abbiamo iniziato a parlare di Stile Italiano e oggi rappresentiamo qualcosa di più – ha commentato Albino Armani (nella foto sopra) presidente del Consorzio Doc delle Venezie – ovvero un sistema che comunica un territorio dalla forte identità”.
“La qualità di un vino si fonda sui valori che rappresenta: la personalità espressa dal suo profilo organolettico, la sua versatilità negli abbinamenti con il cibo, il territorio e la sua storia, il saper fare, la capacità di crescere sui mercati, i brand che lo rappresentano, la sua sostenibilità economica e ambientale”, ha concluso Armani.
Nel solco dell’intervento di Hans Terzer a Milano, che ha precisato di riferirsi “ad alcune Igt italiane dove il prodotto non viene sempre controllato a dovere”, le parole di Alberto Marchisio: “A dispetto dell’immagine di semplicità della varietà – ha sottolineato il Dg delle cantine vicentine Vitevis – il Pinot grigio è un vitigno molto difficile da coltivare al di fuori del suo optimum climatico, che richiede una cultura e una tradizione viticola da valorizzare in termini di comunicazione, come elemento di valore della Doc”. La sfida del Pinot Grigio italiano, insomma, è appena iniziata.
Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, tra carta stampata e online, dirigo winemag.it. Collaboro inoltre come corrispondente per una delle testate internazionali più autorevoli del settore, in lingua inglese. Edito con cadenza annuale la “Guida Top 100 Migliori vini italiani” e partecipo come giurato ai più importanti concorsi enologici internazionali. Oltre alle piazze tradizionali, studio con grande curiosità i mercati emergenti, seguendone dinamiche, trend ed evoluzioni. Negli anni ho maturato una particolare esperienza nei vini dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa, tanto da aver curato la selezione vini per un importatore leader in Italia. Nel 2024 mi è stato assegnato un premio nazionale di giornalismo enogastronomico.
VENEZIA – Quasi la metà della produzione mondiale di Pinot Grigio si concentra in Italia e per l’85% è originario del Triveneto. Con queste premesse si terrà il prossimo 14 ottobre a Venezia il primo convegno internazionale dedicato “ai valori del Pinot grigio“.
Al centro del dibattito e delle degustazioni, il vino bianco italiano tranquillo più venduto al mondo, proveniente da Friuli Venezia Giulia, Trentino, Veneto, si presenterà a stampa specializzata italiana ed estera e a operatori di settore. Un’iniziativa del Consorzio del Pinot grigio delle Venezie Doc. Dalle ore 9 alle ore 12, la Sala Mozart dell’Hotel Amadeus ospiterà la conferenza “I valori del Pinot grigio delle Venezie Doc“, introdotta da Albino Armani, presidente del Consorzio, e coordinata da Alessandro Torcoli, direttore di Civiltà del bere.
Un importante momento di confronto sulla Doc, con un parterre di autorità, sia italiane che estere, chiamate a fare il punto su presente e prospettive future di questo vino di indiscusso successo.
La sfida del Consorzio è partita nel 2016 con il riconoscimento della nuova Doc e l’obiettivo ora diventa “il riposizionamento del Pinot grigio italiano sul mercato internazionale attraverso lo sviluppo di una denominazione dal profilo unitario e dalle caratteristiche ben distinte”.
Di può di fatto parlare di “fenomeno Nordest”: un’area produttiva molto vasta. che unisce, climaticamente e culturalmente, la Provincia Autonoma di Trento, il Veneto e il Friuli Venezia Giulia. Oltre 26 mila ettari gli ettari oggi finalmente riuniti sotto il cappello “delle Venezie“.
“La campagna di comunicazione del Consorzio – spiega il presidente Albino Armani – esprime l’idea dello ‘Stile Italiano‘: una grande sfida dell’eccellenza nel trasmettere una forte identità territoriale legata alla storia di questo vitigno. La quasi totalità del prodotto Doc viene venduta oltre confine. In particolare negli Stati Uniti con il 37% delle quote export, a seguire, Gran Bretagna con il 27% e Germania, il 10%”.
“Il nostro lavoro – continua Armani – vuole garantire un Pinot grigio nazionale capace di distinguersi per personalità e qualità, grazie a una riduzione delle rese per ettaro e a una meticolosa attività di controlli e analisi organolettiche. L’obiettivo è di offrire un vino che vada oltre il vitigno per mostrarsi con un’immagine diversa, in cui emergano territorio e uva di eccellenza”.
“A Venezia – conclude Armani – parleremo a un pubblico di stampa specializzata e operatori di settore con il preciso scopo di comunicare e valorizzare questa denominazione in un contesto internazionale: per farlo bisognerà quindi puntare sui nostri valori più alti come denominazione e come persone”.
IL CONVEGNO
Al convegno di Venezia parteciperanno alcuni noti esperti provenienti dai principali mercati stranieri di riferimento, tra cui Emma Dawson MW (buyer Berkmann Wine Cellars, Londra), per il mercato inglese, sul tema “In UK è una questione di stile”, Christy Canterbury MW (giornalista di New York), per il mercato americano, “Un fenomeno Born in the Usa”.
Tra le autorevoli testimonianze italiane, Ettore Nicoletto (ad Gruppo Santa Margherita) “La forza del brand, la responsabilità dei pionieri”, Sandro Sartor (md Constellation Brands Europe, Middle East, Africa and Ruffino) “Una nuova DOC e la tutela dei valori sui mercati globali”, Alberto Marchisio (DG Cantine Vitevis) “Da commodity a progetto di territorio”, Flavio Innocenzi (dc Veronafiere) “Interpretare, promuovere e difendere l’origine italiana nel mondo”.
Il vitigno resta al centro della giornata anche nel successivo walk-around tasting riservato ad operatori di settore e stampa presso l’Hotel Principe dalle 12.30 alle 16, durante il quale vi sarà l’opportunità di scoprire le diverse espressioni di Pinot grigio delle Venezie grazie alle oltre 80 etichette in degustazione.
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