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Prima dell’Alta Langa 2023: il millesimo 2019 tra new entry e conferme

Prima dell'Alta Langa 2023 il millesimo 2019 tra new entry e conferme reggia di venaria metodo classico piemontese
L’Alta Langa cresce nei numeri e nella testa. Il millesimo 2019, presentato in anteprima alla stampa e agli addetti del settore alla Reggia di Venaria lunedì 8 maggio in occasione della Prima dell’Alta Langa 2023 conferma l’attitudine alla qualità dei padri fondatori del Consorzio e dei loro “discepoli”. Altra costante della denominazione piemontese è la lettura fedele dell’annata nel calice. L’ultima annata si dimostra generalmente più verticale e tesa rispetto alla 2018 e perfetta per i lunghi affinamenti, con qualche (rara) eccezione dovuta alla scelta del dosaggio. Da poco sul mercato anche gli Alta Langa Riserva 2016, tra i quali spicca la doppietta di gran classe firmata Ettore Germano: un Blanc de Blancs e un Blanc de Noirs assolutamente da non perdere.

Tutti elementi che contribuiscono a disegnare in maniera sempre più netta i contorni di una Denominazione che non punta alla massa, ma al consumatore attento, formato, esperto. Molte aziende che negli ultimi anni hanno investito nell’Alta Langa hanno una reputazione consolidata nella produzione di vini fermi di pregio, come Barolo e Barbaresco. Cantine per le quali il Metodo classico non potrà mai essere un semplice “accessorio”, bensì la ciliegina sulla torta del puzzle di vini d’eccellenza, targati Piemonte.

Tra gli esordienti, a convincere su tutti è Anna Maria Abbona con il suo “San BartoméExtra Brut 2019 (4000 bottiglie per l’annata 2019, che diventeranno già 15 mila col millesimo 2021). «Per noi – spiega il cantiniere Lorenzo Schellino – l’Alta Langa, ad oggi, rappresenta un vino fatto in vigna. Sfruttando le zone a disposizione e i nostri suoli, otteniamo vini base predisposti per la spumantizzazione, senza grandi ritocchi in cantina. Vini di vigna, competitivi sul mercato anche a confronto con Champagne e altre grandi denominazioni».

Grandi conferme dell’intera gamma di Enrico Serafino che, con il direttore commerciale Lino Lanfrancone, analizza ancora più a fondo il fenomeno: «L’Alta Langa è prima di tutto una riappropriazione dei piemontesi delle origini del Metodo classico italiano, dato che siamo stati i primi in Italia a produrlo. I terreni sono di qualità indiscutibile: siamo in Langa, dove vengono prodotti Baroli e Barbareschi, al di sopra dei 250 metri. Il disciplinare è l’unico che dà un minimo di altitudine. Il Franciacorta, per esempio, dà un massimo di altitudine.

C’è voglia di rimettersi in gioco, di riproporre il grande Metodo classico italiano con vitigni internazionali come Pinot Nero e Chardonnay e di lavorare con vigneti di altissimo pregio per ottenere cuvée rappresentative di una parte del territorio e del vitigno.

Noi lavoriamo all’85% con il Pinot Nero perché reputiamo lo Chardonnay un vitigno adattivo, capace di adattarsi a dove lo si pianta: è un orgoglio avere grandi vigne di Pinot Nero, qui capace di dare grande longevità, piacevolezza, durezza, grinta, carattere. Non abbiamo timore di aspettare, anzi: oggi abbiamo portato uno Zero millesimo 2014 sboccato tre anni fa, quando in vendita abbiamo un 2017».

Eppure, tra i recenti ingressi nel mondo Alta Langa, non mancano interpretazioni “timide” del vigneto e del varietale, con dosaggi zuccherini volti a rendere – per ammissione stessa di alcuni produttori – più «commerciale» e «vendibile» la novità dell’assortimento. «A chi si approccio alla Denominazione – è il messaggio di Lino Lanfrancone – posso solo dire che l’esperienza fa la differenza. La Fiat ha sempre cercato di accontentare tutti, ma non è mai diventata leader. Puntando solo sulla qualità, Audi è arrivata in alto. Questo vale per auto, orologi, borse e vino. L’idea di base è distinguersi: dieci anni fa bevevano tutti roba tendenzialmente dolce, ma da quando i Pas Dosé hanno iniziato ad essere buoni, la gente si è spostata su questa tipologia».

Della stessa idea Sergio Germano (Ettore Germano): «Ho scelto di presentare alla Prima dell’Alta Langa 2023 le due riserve 2016, sboccate a novembre 2022. Per il Blanc de Blancs è la seconda annata, dopo la 2015. Per il Blanc de Noir si tratta invece della terza annata. Dopo un esperimento con meno di 2 mila bottiglie nel 2014 sono seguite 3.500 bottiglie per entrambe le tipologie nel 2015, sino ad arrivare alle 6 mila bottiglie per ciascuna delle Riserve 2016. I clienti hanno apprezzato queste nuove selezioni, abbiamo esaurito tutte le bottiglie delle annate precedenti. L’idea è quella di dare un messaggio alla tipologia riserva dell’Alta Langa, con uno spumante che permane sui lieviti 65 mesi, 5 in più dell’obiettivo minimo che si porrà il nuovo disciplinare, per la tipologia Riserva».

Secondo la mia esperienza, ed è un’opinione condivisa con altri colleghi – commenta ancora Sergio Germano – la differenza nell’Alta Langa di qualità la fa l’attenzione nella pressatura, la scelta delle frazioni, per non avere amari e acidità aggressive, partendo ovviamente da uve di qualità, con l’idea di fare un Pas Dosé. Esce così questo territorio che regala vini sapidi, minerali, freschi, connotati al contempo da un’estrema piacevolezza, nonché dalla tipica gastronomicità dei vini piemontesi. Il tutto con l’annata sull’etichetta, ovvero il millesimo. Sono poi convinto che il tempo è galantuomo con l’Alta Langa: bisogna lasciarlo sui lieviti, e con il tappo dopo la sboccatura»

E sul successo della denominazione: «È fisiologico – aggiunge il patron della Ettore Germano – che l’Alta Langa abbia iniziato a destare l’interesse di molti. Qualcuno più motivato, qualcuno più aggressivo e volenteroso di saltare su un treno che adesso viaggia veloce. Dobbiamo andare avanti così, senza abbassare l’asticella, convincendo i nuovi arrivati a condividere con noi gli obiettivi originari. Il fatto che l’Alta Langa sia veicolata dal Piemonte e dai suoi produttori è una garanzia di qualità anche per il futuro: un biglietto da visita pesante, in linea con la personalità e identità molto definita di questa denominazione, in un periodo in cui l’interesse internazionale cresce nei confronti delle bollicine».

Sabrina Perrone parla a nome di un’altra azienda che si affaccia per il secondo anno a un Alta Langa Pas Dosé, l’Azienda Agricola Fabio Perrone di Valdivilla, frazione di Santo Stefano Belbo (CN): «Il nostro Brut Nature 2019, 80% Pinot Nero e 20% Chardonnay, 2 mila bottiglie complessive, proviene da un vigneto a 650 metri sul livello del mare. Il vigneto può arrivare a produrre 6.500 bottiglie e le raggiungeremo, perché crediamo molto in questo vino e nella scelta di un dosaggio zero dettata dal nostro approccio: non aggiungere zucchero o liqueur ci consente di non “conciare” il vino, presentandolo in tutto il suo carattere e “pulizia”. Con il nostro ingresso nell’Alta Langa vogliamo puntare sul mercato italiano di nicchia».

Simone Allario Piazzo di Piazzo Comm. Armando di Alba (CN), è tra i sostenitori di una linea più “moderata”. «Siamo all’esordio nell’Alta Langa con le prime 3.600 bottiglie – spiega – e abbiamo dunque pensato a di partire tenendo conto innanzitutto dei risvolti commerciali. Siamo produttori di Barberesco e di Barolo e, anche in questo caso, con alcune etichette, ci stiamo concentrando sul concetto di bevibilità, propendendo per un Brut. In gamma, del resto, abbiamo anche un Nebbiolo in purezza Metodo classico Vsq non dosato, più incline al nostro gusto personale certamente non per tutti. L’idea, senza alcuna fretta, è quella di produrre in futuro anche un Alta Langa Pas Dosé, magari Riserva».

Daniele Cusumano, classe 1983 titolare ed enologo di Tenute Rade – Poderi in Calamandrina (AT) ha invece percorso una terza via. «Per il nostro Alta Langa Riserva preferiamo lavorare bene sulla cuvée ed evitare di intervenire con la liqueur d’expedition. Per questo abbiamo scelto la fermentazione malolattica al posto del dosaggio, ottenendo così un bilanciamento degli acidi. Non è una ricetta: in occasione del millesimo 2015 è stata svolta al 30%, in altre annate potrà essere diverso».

Sylla Sebaste, figlia di Mauro Sebaste che deve il nome alla nonna, fondatrice dell’azienda agricola di frazione Gallo, ad Alba (CN), presenta la seconda annata della cantina, la 2019, ancora una volta Pas Dosé. «Siamo voluti entrare in questo mondo per volontà di mio padre, che crede moltissimo in questa denominazione e siamo sicuri che si svilupperà ulteriormente nel prossimo futuro. Per arrivare alla nostra idea di Alta Langa ne abbiamo assaggiati molti alla cieca, traendone ispirazione. Crediamo che debba essere un vino molto rappresentativo del territorio e siamo entrati a gamba tesa in questo segmento, con un Alta Langa distinguibile». Molto particolare l’approccio della cantina Mauro Sebaste, che può contare su una cuvée frutto di 4 cloni di Pinot Nero e altrettanti di Chardonnay, selezionati appositamente in Champagne.

Un’altra donna al timone è Sara Vezza, dell’omonima azienda agricola che può contare anche sul brand Josetta Saffirio per il Barolo, a Monforte d’Alba. Si tratta di una delle aziende che sta investendo maggiormente nell’Alta Langa, con 3.500 bottiglie nel 2018 che arriveranno a 11 mila col millesimo 2022. Circa 4 mila le bottiglie del 2019 in assaggio alla Prima dell’Alta Langa 2023, frutto di uve acquistate a Perletto e Clavesana, poi interamente lavorate e confezionate. «Abbiamo investito in un progetto di vigneto molto ambizioso, a 680 metri di altitudine, a Murazzano (CN), non ancora entrato in produzione, per arrivare a una superficie complessiva di 8 ettari. L’Alta Langa risponde a requisiti di grande qualità ed è un brand che vuole focalizzarsi sulle bollicine di alto livello.

Speriamo che il Consorzio lasci spazio ai piccoli produttori artigianali presenti nella base sociale, consentendo loro di costruire una rete di sostegno alla denominazione. L’esempio da seguire è quello del Consorzio del Barolo e Barbaresco, vera e propria costellazione di vignaioli custodi e interpreti del territorio, con il minimo comun denominatore della qualità.

Forse sarebbe il caso di rivedere lo statuto, riflettendo sull’opportunità di rimodulare la rappresentatività dei soci tenendo maggiormente in considerazione vignaioli e piccoli produttori e non solo il numero di bottiglie prodotte. Se non ci si sente coinvolti in un progetto comune è difficile condividere gli obiettivi: al contrario, se si fa parte di una visione comune, ci si sente molto più motivati. Accentrare è un peccato».

Invita alla massima fiducia la presidente del Consorzio Alta Langa Mariacristina Castelletta (Tosti 1820). «Abbiamo scelto questa location non solo perché la Reggia di Venaria è strepitosa, ma perché dispone di questa sala, con dimensioni particolari: è lunga 80 metri, larga 12 e alta 15. Dai 18 produttori dell’edizione 2018 siamo diventati 60 e ci tenevo che ci presentassimo tutti insieme, uniti, al cospetto del pubblico qualificato di operatori che ha risposto con grande entusiasmo alla Prima dell’Alta Langa 2023, quinta edizione della kermesse. La crescita, del resto, è avvenuta sotto tutti i profili».

«Credo che il segreto sia l’unicità dell’Alta Langa – aggiunge Castelletta – uno spumante diverso da qualsiasi altro Metodo classico italiano e internazionale e per questo ricercato. Registriamo nel 2022 un +67% di bottiglie sul mercato rispetto al 2021: 1,7 milioni di bottiglie già vendute rispetto ai 3 milioni di bottiglie prodotte, grazie ai 377 ettari attuali. Visto l’interesse, che si respira anche qui, abbiamo programmato nuovi impianti per ulteriori 220 ettari nel triennio 2023-2025, nel segno della grande fiducia che muove tutti noi produttori». Il futuro è solo da scrivere.

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La forza di un brand italiano: l’Asti Martini a 12,64 euro al supermercato, in Ungheria!

EDITORIALE – Sono spesso al centro di feroci polemiche, le grandi aziende del settore Food & Beverage. Eppure, sono proprio i “big” a portare i numeri del Made in Italy nel mondo, contribuendo alla notorietà di tutto il comparto. A beneficio delle proprie casse, certo. Ma anche dei piccoli produttori. Incredibile, a questo proposito, il costo dell’Asti Docg Martini nei supermercati Spar (Despar), in Ungheria: 4.199 fiorini. Ovvero 12,69 euro.

Una cifra su cui incide in maniera determinate la forza del brand Martini, noto a livello internazionale e legato alla “gioia di vivere” degli italiani. Un sinonimo dell’Italian Style. Il prezzo dell’Asti Docg salta ancora più all’occhio, allargando lo zoom dall’etichetta all’intero scaffale del supermercato di Debrecen, seconda città dell’Ungheria.

Lo spazio dedicato da Spar alla referenza è risicato, un solo facing. Ma è la stessa “visibilità” riservata agli spumanti ungheresi, nonché all’Asti Docg di Cinzano e al Prosecco Doc Treviso di Mionetto (a proposito: nessuna traccia del Prosecco Superiore Conegliano Valdobbiadene). Ottima, per tutti gli spumanti, l’esposizione: altezza presa.

L’Asti Docg Martini è lo Charmat più costoso dell’assortimento Spar. Rischia quasi di duplicare, a scontrino, le bollicine locali “Hungaria”, ferme a 2.199 fiorini (6,62 euro) su tutte le tipologie, Extra Dry e Rosè.

Benissimo anche la Cuvée storica di Cinzano: secondo gradino del podio, con 3.099 fiorini (9,33 euro). Non male Mionetto: 2.499 fiorini, ovvero 7,52 euro. Tutte cifre più alte del doppio o del triplo del prezzo esposto in Italia.

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Prima Alta Langa, debutto record a Milano. L’idea: più Nebbiolo nelle future cuvée?

MILANO – Quando si dice “più forti della sorte”. Sono tornati in Piemonte dimenticandosi della pioggia e del traffico i 29 produttori langaroli intervenuti ieri alla Prima dell’Alta Langa, a Milano. Il debutto da record della giovane Denominazione spumantistica nel capoluogo lombardo è avvenuto a Palazzo Serbelloni. Circa 850 gli operatori Horeca coinvolti, tra cui 150 giornalisti di settore, nel centralissimo Corso Venezia.

Una giornata più che mai positiva – tira le somme il presidente del Consorzio, Giulio Bava – in cui finalmente ci siamo confrontati con Milano, il mercato più importante per il mondo del vino italiano”.

Tra tanti assaggi convincenti, connotati da conferme assolute come l’Azienda Agricola Pecchenino e new entry come Poderi Cusmano, la novità è il possibile aumento della percentuale di Nebbiolo nella cuvée. Una scelta in favore del vitigno autoctono delle Langhe.

Nulla di ufficiale, ma il dibattito è aperto tra i produttori per alzare l’asticella della tipicità, oltre la quota del 10% attualmente ammessa dal Disciplinare. A confermarlo in esclusiva a WineMag.it è un veterano come Sergio Germano.

So di prove di spumantizzazione che hanno dato risultati decisamente interessanti in Alta Langa – commenta il numero uno della storica cantina Ettore Germano di Serralunga d’Alba – ma non essendoci delle regole precise intorno al Nebbiolo, al momento ci sono tante espressioni, tanti stili. E forse un po’ di confusione”.

“È un vitigno che può dare carattere e personalità: personalmente ho intenzione di usarlo in futuro – annuncia Germano – per dare un risultato più ‘langarolo’ ai miei spumanti. Volendoci distinguere nel panorama mondiale, è bello ‘combattere’ ad armi pari con la Champagne, con Pinot Nero e Chardonnay“.

“Ma dare una vena di territorio un po’ più profonda, potrebbe avere un senso: non sarebbe comunque un obbligo ma un’opportunità. Ovviamente solo a fronte di sperimentazioni pluriennali”, conclude Sergio Germano.

Non è un nebbiolista Gianmario Cerutti, storico produttore di Moscato di Canelli salito volentieri sul treno dell’Alta Langa: “Crediamo nelle Denominazioni che portano il nome di un territorio – spiega il vignaiolo Fivi – e per questo abbiamo voluto aderire al Consorzio, avviando l’iter previsto per iniziare a produrre il Metodo classico dai vigneti autorizzati”.

Quello dell’Alta Langa è un bel progetto – continua Cerutti – perché c’è un territorio, c’è una filosofia, una realtà concreta, un marketing solido. E un Consorzio che tiene conto di una visione di alta qualità, più che dell’aumento del numero delle bottiglie. Anche per questo la crescita della Denominazione è costante e solida”.

L’Alta Langa, del resto, viaggia su rotaie sgombre d’ostacoli sul mercato italiano, confermando il suo ruolo di “nicchia in espansione” anche grazie alle défaillance storiche di zone spumantistiche come l’Oltrepò pavese. La Docg piemontese è passata da 16 a 40 produttori e da 600 mila a 2 milioni di bottiglie, in 6 anni.

“Entro il 2022 – annuncia il presidente del Consorzio, Giulio Bava – pensiamo di superare quota 3 milioni di bottiglie, sulla base di un ampliamento della base vigneti, sino a 350 ettari. Stiamo acquisendo un’autorevolezza sempre più importante, confermata dalle tante nuove aziende che scelgono di produrre Alta Langa”.

“Numeri – precisa Bava – che non sono frutto di una volontà speculativa. Occorre infatti una programmazione di 7 anni: bisogna pensare a una vigna che può dare solo Alta Langa, senza possibilità di attingere ad altre uve; aspettarne i frutti, per almeno quattro anni. Poi altri 3 anni di affinamento minimo, per uscire sul mercato”.

PRIMA DELL’ALTA LANGA A MILANO: I MIGLIORI ASSAGGI


LA CONFERMA

Azienda Agricola Pecchenino

Si conferma ad altissimi livelli l’Alta Langa disegnata nei calici dall’Azienda Agricola Pecchenino di Dogliani (CN). Ottime entrambe le etichette portate in degustazione a Milano, che evidenziano gran carattere, nerbo e capacità di raccontare il terroir.

In realtà si tratta sempre di “Psea“, Pas Dosé 2015 (secondo anno di produzione nella classica bottiglia da 0,75 cl) e 2014 (in versione magnum, per la prima volta). Si tratta della medesima cuvée, che prevede una prevalenza di Pinot Nero (70%) sullo Chardonnay (30%). Entrambe le varietà provengono dai vigneti di Bossolasco.

LA NOVITÀ
Poderi Cusmano
Sede di una delle ultime realtà entrate a far parte del Consorzio dell’Alta Langa è l’ex cooperativa delle mele di San Marzano Oliveto (AL). “Da una selezione delle nostre migliori uve produciamo i 5 vini della linea ‘Tenute Rade‘ – spiega Daniele Cusmano (nella foto sopra) – tra cui 25 mila bottiglie di Alta Langa”.

In degustazione il Pas Dosé 2014, ottenuto da un 70% di Pinot Nero e un 30% di Chardonnay, 50 mesi sui lieviti. “No barrique, no malolattica”, si affretta a spiegare il titolare della cantina. Il risultato è gratificante.

Alla gran pienezza e verticalità del sorso, si abbina una larghezza del frutto riequilibrante, spiegata dal solo utilizzo di mosto fiore. Pregevole chiusura salina, sussurrata ma capace di chiamare in fretta il sorso successivo. Chapeau.

LE GARANZIE
– Alta Langa Docg Blanc de Noir Pas Dosé 2014 “For England”, Contratto (magnum)
– Alta Langa Docg Blanc de Blancs Pas Dosé 2014, Contratto (magnum)

– Alta Langa Docg Riserva 2013, Coppo (magnum)

– Alta Langa Docg Pas Dosé 2013 “Zero”, Enrico Serafino
– Alta Langa Docg Rosé de Saignée Brut 2015 “Oudeis”, Enrico Serafino

– Alta Langa Docg Extra Brut 2015, Ettore Germano

– Alta Langa Docg Pas Dosé 2012, Giulio Cocchi
– Alta Langa Docg Pas Dosé 2011, Giulio Cocchi (jeroboam)
– Alta Langa Docg Rosé Brut “Rösa”, Giulio Cocchi

– Alta Langa Docg Brut Nature 2011 “Vigna Gatinera”, Fontanafredda

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Cent’anni di basilico e vino: viaggio alla Anfossi di Albenga

Dormire “in cantina” e puntare la sveglia “ogni due-tre ore”, per controllare “il colore del rosato” ottenuto da uve Rossese. Che non dev’essere “né troppo rosso, né d’un rosso scialbo”. Problemi con cui solo un viticoltore ligure deve fare i conti. Problemi, per fare i nomi, di viticoltori di Liguria come Luigi Anfossi, trentacinque anni. Rappresentante della quarta generazione di una famiglia d’origine genovese – con influenze inglesi – che nel quartier generale di Bastia d’Albenga, Savona, produce basilico atto a divenire pesto destinato alla grande distribuzione italiana (Unilever). E vini (Vermentino, Pigato, Rossese Riviera Ligure di Ponente Doc e rosato) reperibili sugli scaffali di Esselunga e Carrefour. Un’impresa a conduzione famigliare che può annoverare tra i propri clienti la nota “John Frog”, nome col quale Luigi Anfossi ama chiamare la Giovanni Rana. Ma se è vero che il basilico rappresenta il core business dell’Azienda agraria Anfossi (10 gli ettari coltivati), degna di nota è anche la produzione di vini liguri, ottenuti grazie all’allevamento di 5 ettari di terreno vitato e dalle uve di alcuni conferitori della zona. Per una produzione annuale complessiva che si assesta sulle 70 mila bottiglie.

Un’azienda fondata nel 1919, che si appresta a spegnere entro breve le (prime) cento candeline. Una storia lunga un secolo che vede il suo momento chiave negli anni Ottanta, quando l’impresa agricola viene rilanciata sul mercato italiano ed europeo da Mario Anfossi con la collaborazione del socio piemontese Paolo Grossi. Al figlio Luigi il compito di occuparsi delle sorti del settore vitivinicolo. Diplomato in agraria dopo aver iniziato gli studi al Liceo Classico, Luigi sogna per la propria azienda e per il settore vitivinicolo ligure un futuro luminoso. “La Liguria ha grandissime potenzialità inespresse in questo settore – commenta Luigi Anfossi -. Potenzialità che potremmo alimentare innanzitutto iniziando a valorizzare a livello locale i nostri vini, ottenuti da vitigni autoctoni come il Pigato. Capisco che in un mondo globalizzato come il nostro sia corretto trovare anche in Liguria una selezione sterminata di Gewurztraminer. Ma se si puntasse di più sulla promozione dei vini locali, raccontandone la storia anche ai turisti nelle varie attività del lungomare, sono sicuro che ne trarrebbe grande beneficio tutta l’economia locale”. D’altronde “quanti liguri sanno come mai il Pigato si chiama così?”, chiede ironicamente Luigi Anfossi, alludendo alle “macchie” presenti sull’acino di questa straordinaria varietà autoctona della Liguria.

LA DEGUSTAZIONE
Il Pigato dell’Azienda agraria Anfossi, esprime tutta la ‘semplice complessità’ dei vini liguri. Di facile beva per i suoi richiami fruttati freschi, eppure tutto sommato ‘impegnativo’ per il suo corpo e la sua struttura, tutt’altro che banale. Morbido al palato, è capace di sorprendere con quella punta amara che risveglia i sensi, in un finale sapido che preclude un retrogusto amarognolo, stuzzicante, da sgranocchiare come le nocciole tostate. Un vino dall’ottimo rapporto qualità prezzo, insomma, da pescare tra le corsie degli store del marchio Caprotti a una cifra che si aggira solitamente attorno agli 8 euro. Non presente in Esselunga, ma comunque apprezzabilissimo, il Vermentino ligure di Anfossi. Meno impegnativo del Pigato, ancora più soave nei richiami fruttati, strizza l’occhio a un consumatore meno esigente di quello che preferisce il Pigato. Un Vermentino da regalarsi nelle giornate di sole, da abbinare a piatti di pesce o di carne bianca non troppo elaborati. Meno profumato, invece, il naso del rosato Paraxo 2015 Anfossi: classificato come vino da tavola, ottenuto come anticipato da uve Rossese rimaste a contatto con le bucce non oltre le 24 ore, soddisfa nell’abbinamento con piatti della tradizione come il coniglio alla ligure. Al palato sfodera infatti la buona struttura del Rossese e una complessità aromatica non banale (13% di alcol in volume). La degustazione si chiude con l’ottimo Rossese in purezza, l’unico vino rosso prodotto dall’Azienda agraria Anfossi di Bastia di Albenga. Uno di quei rossi non convenzionali, capaci di esprimere il meglio della terra di provenienza. Il Rossese Anfossi parla infatti – al naso – di resine di macchia mediterranea, in un concerto di piccoli frutti a bacca rossa. Corrispondente al palato, non manca un finale di buona persistenza. Un vino da assaporare sia con il pesce (provare per credere, per esempio con un piatto di tonno in crosta di pistacchio) sia con la carne (ben cotta). Il segreto dei vini Anfossi? Lo spiega Luigi. “Non possiamo contare su terreni in altura – commenta – ma abbiamo la fortuna di avere una grande vigna in prossimità del fiume Centa, qui ad Albenga. Viene così assicurata una buona escursione termica. In futuro mi piacerebbe comunque sperimentare qualcosa di nuovo, magari attraverso macerazioni prolungate delle uve per ottenere vini più longevi”. Segreti e progetti per il futuro di un viticoltore ligure pieno di idee. Una storia, quella di Anfossi, destinata a continuare a lungo.

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Quatar Pass per Timurass: i migliori vini degustati tra i Colli Tortonesi

Slow Food Piemonte e Valle D’Aosta fa centro, un’altra volta. Si è conclusa con un successo la grande domenica tra le cantine della Doc Colli Tortonesi, lo scorso 19 giugno. Quatar Pass per Timurass, quarto appuntamento del ricco programma di Cantine a Nord Ovest, ha visto la partecipazione di 210 persone. E mentre la macchina organizzativa di Slow Food è già all’opera per il prossimo appuntamento (il 23 luglio per “Scopri il Canelli”, incentrato sull’Oro Giallo, il Moscato d’Asti) Leo Rieser, responsabile eventi della banda piemontese della chiocciola, gongola per il risultato raggiunto. “E’ stata l’edizione di Quatar Pass per Timurass di maggiore successo – evidenzia – pur essendo questo appuntamento uno dei meno storici dell’intero candelario. Abbiamo incontrato persone che erano già state qui nelle edizioni precedenti, a dimostrazione della grande attrattività di questo territorio, che oltre al Timorasso offre grandi vini rossi e specialità gastronomiche eccezionali, come il formaggio Montebore e il salame Nobile del Giarolo”. Un ‘microclima’ particolare, dunque, anche per i rapporti tra viticoltori. “La peculiarità dei Colli Tortonesi – sottolinea Rieser – è che l’esponente d’eccellenza Walter Massa ha saputo recuperare un vitigno autoctono come il Timorasso e creare, assieme ad altri grandi pionieri della zona, un sistema di sincera collaborazione tra viticoltori. Una collaborazione fattiva, tutt’altro che di facciata. Non so quanto sia sincera o puramente provocatoria la dichiarazione che nel 2018 smetterà di fare vino, a voi rilasciata. Quello che mi sento di dire – conclude l’esponente Slow Food – è che qualsiasi cosa farà, la saprà fare benissimo. Walter Massa è un grande, non hai mai sbagliato un colpo. Ma è anche l’uomo dei grandi annunci, dunque staremo a vedere”.

CLAUDIO MARIOTTO

Non è iniziato da Walter Massa il tour di vinialsupermercato.it tra le cantine dei Colli Tortonesi. Bensì da un altro grande riferimento della zona: Claudio Mariotto. Lo abbiamo raggiunto nella cantina di strada per Sarezzano 29, proprio a Tortona, dopo aver ritirato il nostro calice al banchetto Slow Food allestito presso “Il Dì Cafè” di corso Leoniero, angolo piazza Duomo. Grande ressa già alle 11 alla cantina di Mariotto. “Il Timorasso – dichiara il viticoltore – ha fatto sì che un territorio pressoché sconosciuto avesse visibilità. Oggi il Timorasso è a New York, Tokyo, Londra e in tutto il mondo. in vigna l’attività viene portata avanti nel rispetto dell’ambiente, senza entrare però nella partitocrazia del mondo del vino di oggi: mi riferisco alle bandierine del ‘biologico’ o del ‘vino etico’. Facendo vino buono, senza avere soldi per fare pubblicità, si diventa dei riferimenti: il marketing nel vino si fa con le bottiglie buone, bicchiere dopo bicchiere. In una parola, il mio vino è vero”. Oltre a uno splendido Derthona 2010, vino delizioso che promette ancora parecchi anni di evoluzione in bottiglia, degustiamo Pitasso 2004: ottenuto dalla vigna storica di Timorasso, esposta a sud est sul territorio di Vho, colpisce per la potenza espressa dalla struttura, ma anche per le note fruttate che esaltano una beva lenta e voluttuosa, in un sorso che pare di glicerina pura. Le radici profonde della vecchia vecchia pescano gli elementi nutritivi da un suolo che regala un’espressione fantastica di Timorasso, da provare. Ottimi anche i rossi di Mariotto. La Freisa 2014 Braghé è un esempio di quanto questo antico vitigno autoctono piemontese possa essere (anzi debba essere) ulteriormente valorizzato in Italia e nel mondo. Un naso elegante e fine di rosa e piccole bacche rosse, precede un palato in cui le note fruttate di marasca e lampone – chiare, distinte, pulite – chiudono un sorso di grande corpo e sapidità. Chiudono il cerchio i vini Barbera di Mariotto, vero trait d’union di un terroir capace di regalare grandi bianchi, ma anche eccellenti rossi. Non a caso Poggio del Rosso è il vino preferito del viticoltore tortonese, quello che considera la migliore espressione della sua intera produzione. E non solo per una questione di cuore, dal momento che “Il Rosso” è il soprannome col quale veniva chiamato il padre Oreste. Il Poggio del Rosso affina 3 anni in cantina, per la maggior parte in rovere. Risulta così un vino dal tannino morbido ma vivace, impreziosito da note di ciliegia e cioccolato. Sentori terziari di grande pregevolezza già percepibili al naso: dalla cannella al tabacco dolce, dal caffè alla liquirizia.

LA COLOMBERA

Non è dello stesso impatto “emotivo” la visita all’azienda Agricola Semino Piercarlo “La Colombera” di strada comunale per Vho, 7, a Vho per l’appunto. Degustiamo Derthona e Il Montino, entrambi ottenuti da uve Timorasso. Viene proposta una mini verticale che mette in luce le grandi capacità di invecchiamento del vitigno, anche se i prodotti de La Colombera paiono meno ‘pronti’ in gioventù rispetto ad altri degustati domenica 19 in zona Tortona. Le annate 2014 e 2013 suggeriscono di bere Cortese piuttosto che Timorasso, per trovare soddisfazioni immediate sia al naso sia al palato. Merita invece una menzione il Derthona 2009: caldo, complesso, finalmente corposo e strutturato. Capace di regalare i tipici idrocarburi e sentori minerali del vitigno. Lascia perplesso il prezzo di vendita della vendemmia 2009 Derthona: soli 9 euro, a dispetto degli 8 euro delle vendemmie ‘giovani’. In una zona vinicola capace di fare squadra come in poche altre in Italia, una tale disparità di prezzi tra le stesse annate di diversi produttori rischia di sconcertare il consumatore. E deviarlo verso la ricerca del prezzo, più che della qualità. Un punto, questo, su cui devono lavorare in concerto i produttori di Timorasso, pur nell’autonomia delle singole aziende vitivinicole. Alla Colombera apprezziamo anche il naso di Suciaja, rosso ottenuto da uve Nibiò, vitigno autoctono dei colli tortonesi, ‘parente’ del Dolcetto. Ottimo invece nel complesso Arché 2011, altro vino rosso de La Colombera, ottenuto questa volta da uve Croatina. Dopo un breve appassimento sulla pianta, i grappoli vengono raccolti e vinificati. Il vino matura 14 mesi in tonneaux, regalando un naso speziato (pepe) e di piccoli frutti a bacca rossa. Al palato buona la struttura e il corpo: tannino piuttosto elegante e alcolicità sostenuta (14,5%) ma tutt’altro che fastidiosa, impreziosita da una sapidità non banale.

WALTER MASSA
Il filosofo del vino, il pioniere e marinaio che ha condotto Tortona a Hong Kong, passando per Londra, New York e Tokyo. Dire Timorasso senza citare Walter Massa è come parlare di calcio senza aver mai toccato un pallone. Lo raggiungiamo all’ora di pranzo nel suo quartier generale di piazza Capsoni 10, a Monleale. Quando arriviamo, Massa sta dicendo messa. E’ al centro di una lunga tavolata, affollata di ospiti che lo ascoltano come se stesse parlando il Messia. Perché Walter Massa è il verbo del Timorasso e il Timorasso è il verbo di Walter Massa. Per questo, chi non c’era, provi a portarsi a casa un Costa del Vento (dalla vendemmia 2014 in giù, finché il portafogli lo consente); o uno Sterpi 2013, un Timorasso che pare per certi versi Vermentino di Gallura. “Io prendo quello che la natura mi dà e cerco di portarlo in bottiglia”, dice Walter Massa mentre invita Pigi, la sua graziosa “badante”, a smettere di riempire i piatti di cassoeula e brodo con i ceci: “Sono qui per il vino, mica per mangiare!”. “Qui abbiamo l’acqua ligure, il vento piacentino, ma ci troviamo in Piemonte: siamo bastardi pieni”, scherza (ma non troppo) Massa, sollevando l’ilarità generale. E tra un sorriso e l’altro spuntano i vini rossi. E che rossi. Pertichetta 2010, 14,5%, ottenuto da uve Croatina, e soprattutto Bigolla 2001, 14,5% di Barbera granata, da definire con una sola parola: eccezionale.

OLTRETORRENTE
Dal mito alla new entry. Il passo è breve tra i Colli Tortonesi. Approdiamo così in via Cinque Martiri, a Paderna, dove Chiara Penati e Michele Conoscente, marito e moglie di 35 e 38 anni, sono espatriati da Milano per inseguire il loro sogno, dopo la laurea in Agronomia e diverse esperienze in aziende del settore. Tutto inizia nel 2010, con l’acquisto dell’attuale cantina su tre piani, un edificio storico nel centro del paese, parzialmente ristrutturato. Vengono condotte qui nei primi anni, per la vinificazione, le uve provenienti dal primo ettaro e mezzo di Oltretorrente, che prende il nome “da un romantico episodio di resistenza nell’omonimo quartiere di Parma – spiega Chiara – durante il ventennio fascista: alcuni abitanti, grazie a fantasiosi espedienti, fecero credere di essere armati fino ai denti, barricandosi in un palazzo e scacciando così le milizie. Un episodio che dimostra come, a volte, basta poco per fare le cose in grande e raggiungere grandi obiettivi”. In effetti la produzione di Oltretorrente è degna di nota. Oggi l’azienda può contare su un’altra struttura, sempre a Paderna, in grado di sostenere la lavorazione dei 3,5 ettari complessivi sin ora acquistati. “Si tratta di vigne vecchie – spiega Chiara – dai 20 anni ai 100 anni, con una media di 60”. Un aspetto fondamentale per comprendere la maturità di questa piccola ,e interessantissima realtà. In degustazione non troviamo (purtroppo) una grande varietà di prodotti. L’antipasto è il Cortese 2015, ottenuto dalla pressatura soffice delle uve intere, seguita da un affinamento di 8 mesi in acciaio sui propri lieviti, senza malolattica. Un’attenzione che offre un ottimo naso, fragrante, floreale e fruttato. Al palato vince invece lo spunto minerale, apprezzabilissimo. Sorprendente il Timorasso 2014, che regala note eleganti di fiori bianchi (camomilla). Al palato grande acidità e bel corpo, sorretto anche da una sapidità e da una mineralità che fanno presagire le grandi potenzialità del prodotto. Sulla via di una buona evoluzione anche il Timorasso 2013, l’unico in occasione di Quatar Pass a mostrare venature di uva passa e frutta candita. Buoni prodotti anche i due Barbera dei Colli Tortonesi, con quella Superiore (vendemmia 2012) che si eleva nettamente sulla prima per la grande pulizia delle note fruttate, sia al naso sia in bocca, impreziosite dalle spezie (liquirizia) e da un tannino levigato. “Accorpando vigne di anno in anno – annuncia Chiara – non siamo ancora riusciti a certificarci come produttori biologici, ma questo è il progetto per il futuro”.

POGGIO AZIENDA VINICOLA
Un capitolo a parte merita l’azienda vincola Poggio di Vignole Borbera, sempre in provincia di Alessandria ma all’estremo confine con la Liguria: per intenderci, siamo a pochi chilometri dall’outlet dell’abbigliamento di Serravalle Scrivia (buon motivo per combinare le due visite). Ci troviamo nella preziosa sottozona delle “Terre di Libarna”. Ezio e Mary Poggio, fratello e sorella, lui enologo, lei farmacista, rappresentano la terza generazione di una famiglia che vive nel mondo del vino da 50 anni, che da circa 15 anni ha iniziato a produrre in proprio, appoggiandosi anche su una filiera di piccole aziende agricole limitrofe, alcune delle quali condotte da giovani viticoltori. “Il Timorasso nasce qui come vitigno, in Val Borbera – sottolinea Mary – poi è stato portato nel Tortonese. A un certo punto scomparve per via delle malattie della vite e dello spopolamento delle valli, con gli abitanti della zona attirati dalle industrie, nelle grandi città come Genova, nel dopoguerra. Negli anni 90 Walter Massa ha avuto il merito di cominciare la riscoperta di questo autoctono. Noi siamo arrivati un po’ più tardi, nel 2002, avviando la produzione”. Nella Valle Borbera e nella limitrofa Valle Spinti, negli anni 40, c’erano 275 ettari di vigneto, tutti persi. Oggi in produzione ce ne sono una decina, tutti inseriti nella sottozona Terre di Libarna della Doc Colli Tortonesi. Quella della famiglia Poggio è stata una scommessa: “Abbiamo iniziato a impiantare Timorasso nella speranza che di lì a pochi anni fosse riconosciuta la Doc, altrimenti avremmo dovuto estirpare – sottolinea Mary -. Fortunatamente l’abbiamo ottenuta e abbiamo deciso di chiamare questa sottozona ‘Terre di Libarna’ in onore del sito archeologico di Libarna, che si trova a 4 Km da noi: un’antica cittadella romana, del II secolo avanti Cristo, che godeva di una fiorente viticoltura in Val Borbera e Spinti”.

I vigneti del Poggio si trovano tutti a un’altezza compresa tra i 450 ai 550 metri sul livello del mare. Le viti, come nel Tortonese, affondano le radici in un terreno argilloso e calcareo. Ma le grandi escursioni termiche permettono di produrre un Timorasso da degustare a tutti i costi. Diverso da quello di Tortona e Vho: un Timorasso dall’acidità ancora più spiccata. Con una gradazione alcolica inferiore anche di due gradi rispetto alla media tortonese, che si aggira sui 14 – 14,5%, compensata però da una balsamicità magicamente avvolgente. I risultati ottenuti dal Poggio dalla prima vendemmia del 2008, fa pensare ai coraggiosi Ezio e Mary che avrebbero potuto produrre con successo anche una versione spumantizzata. Ed è così che nel 2010 nasce Lusarein, ottenuto in purezza da uve Timorasso, raccolte precocemente, ottenendo una “base” da 11,5 gradi. Uno charmat d’autoclave lunga (6 mesi), imbottigliato a 12,5 gradi. Di colore giallo paglierino con riflessi verdognoli, Lusarein sfodera una spuma leggera con perlage fine e persistente. Al naso note minerali e agrumate. In bocca una sapidità piuttosto spiccata, cui fa eco un’acidità notevole: caratteristiche che invitano al sorso successivo, che si chiude con un retrogusto amarognolo. Ottimo come aperitivo, può essere abbinato a primi e secondi di pesce, ma anche alle carni bianche. Di Lusarein 2014 sono state prodotte 4 mila bottiglie. Ottimi, del Poggio, anche L’Archetipo e il Caespes, ottenuti sempre da uve Timorasso 100%. Caespes è il base, di cui degustiamo l’annata 2014, già pronta a sorprendere per la grande acidità che regala una beva facile, ma tutt’altro che banale. Si sale ulteriormente di livello con L’Archetipo 2013, dalla notevole vena balsamica, che diventa ancora più profonda e fresca nella vendemmia 2011, davvero degna di nota. Tutti vini ottenuti da rese per ettaro basse, sotto i 50 quintali. Un numero che, per la vendemmia 2015, è sceso addirittura a 35 quintali. Diciottomila le bottiglie prodotte complessivamente dal Poggio, tutte all’insegna di una grande qualità.

AZIENDA AGRICOLA RICCI
Di grande pregio anche la produzione dell’azienda Azienda Agricola Ricci, situata in via Montale Celli 9, Costa Vescovato. Una realtà alla quale ci siamo avvicinati in occasione del Vinitaly 2015. Carlo Daniele Ricci, il titolare, si è ormai specializzato nella produzione di un Timorasso senza pari. Il viaggio tra i sapori (e i colori) di questo uvaggio inizia con Terre del Timorasso 2013, vinificato in acciaio. Vino di un giallo dorato, sfodera un naso non particolarmente intenso, preludio tuttavia di un palato caldo e persistente. Si passa dunque a San Leto 2009, ottenuto mediante fermentazione e affinamento in acacio. San Leto 2006 stupisce per l’intensità olfattiva, che sfiora le tinte balsamiche. Giallo di Costa 2011 scorre nel calice tingendolo di un ambra allettante, che in bocca diventa piacere puro, tanto risulta morbido e rotondo il nettare, nonostante il calore dei suoi 14 gradi di alcol in volume. Giallo di Costa 2007, è l’eleganza fatta vino. E San Leto 2004 la ciliegina su una torta di una produzione di altissimo livello. “Lavorare bene in vigna – commenta il produttore Carlo Daniele Ricci – è il primo passo per ottenere vini di grande equilibrio. Conosco ogni singolo componente dei terreni che coltivo, avendo effettuato per anni delle ricerche accuratissime che mi permettono di capire come sarà il vino ancor prima di produrlo. Nell’area di produzione del Timorasso c’è grande rispetto per l’ambiente e unità tra produttori. Siamo partiti come carbonari, contro tutti i commercianti di vino e le cantine sociali. Dopo 20 anni di fatiche e battaglie, possiamo finalmente affermare che il territorio ce l’abbiamo in mano noi, produttori attenti alla terra e all’ambiente”. Quale immagine migliore per la Doc Colli Tortonesi?

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Francesco Quarna, il “Nebbiolo addicted” di Radio Deejay

E alla fine t’accorgi che ha ragione lui. Il “primitivista”, “montagnard” e “nebbiolista”, come ama definirsi su Twitter, Francesco Quarna. T’accorgi che – parafrasando Andreotti – il vino annoia, chi (la passione) non ce l’ha. Ma noi sì. Eccome. Ed è per questo che incontriamo negli studi di Radio Deejay, in via Massena 2 a Milano, un nostro follower d’eccezione: il web content manager Francesco Quarna, per l’appunto.

Fatecela tirare un po’, adesso, da dietro la tastiera, mentre stendiamo il testo di quest’intervista. Perché al Deejay Building le gambe tremavano, di quel tremore tipico di chi ha la fortuna di entrare a piè pari in un sogno. Radio Deejay è da una vita la nostra radio di riferimento.

E toccarla con mano non è “roba” da poco. Francesco ci accoglie con un bel tour dell’edificio. Per lui abbiamo incartato a dovere una bottiglia di Grumello Valtellina Superiore Docg Mamete Prevostini. Un 100% Nebbiolo, con cui contiamo di fare centro con Quarna, grande amante del Nebbiolo in purezza.

Francesco, per i più sbadati: qualcosa su di te Nella mia vita ho sempre fatto solo radio, prima come fonico, poi come deejay, poi nell’ufficio Musica.

Sono a Radio Deejay dal 2003, dove oggi ricopro il ruolo di caporedattore e social manager, oltre a seguire la parte di programmazione musicale di “Tropical Pizza”.

Ho una compagna di lungo corso e una bimba di 4 anni, che si chiama Giuditta. Loro sono la mia prima passione. Poi vengono musica, vino e montagna.

Da buon piemontese, allora, non ti manca nulla “sotto casa” Esattamente. Sono originario di un paese che si chiama Ghemme. E la mia famiglia è proprio originaria del Piemonte, tra Vercelli e Novara. Sono cresciuto lì, con un forte legame alla terra. I miei nonni hanno sempre avuto dei piccoli appezzamenti di terra, coltivati a vite. Si sono sempre fatti il vino da soli, per uso e consumo personale.

Esser cresciuto in una zona che ha vissuto e sta vivendo un revival enologico, mi gasa molto! Ci sono un sacco di produttori giovani, che stanno innalzando il livello del vino dell’Alto Piemonte, conosciuto altrimenti soprattutto per le Langhe.

Da amante di Cesare Pavese, vivo quotidianamente questa dicotomia tra città e paese: trascorro cinque giorni a settimana a Radio Deejay e, negli altri due, avverto il bisogno di tornare a casa, tra le vigne, a fare danni! Ho proprio bisogno di respirare, di vedere orizzonti. Se non vedo il Monte Rosa almeno una volta a settimana mi manca proprio l’aria, il fiato…

Dal paesello della provincia piemontese alla metropoli milanese: uno shock? La città è una figata e la radio è un mondo meraviglioso, che mi ha dato da vivere e regalato un sacco di soddisfazioni. Però, diciamo che le radici affondano nei suoli fluvioglaciali di Ghemme, piuttosto che nell’asfalto cittadino.

Ti definisci “primitivista”, “montagnard” e “nebbiolista”: qual è il fil rouge? “Primitivista” per il mio legame fortissimo con la natura, nel solco tracciato da filosofi e poeti come Ralph Waldo Emerson, che si sono esplicati poi in opere come “Walden ovvero vita nei boschi” di Henry David Thoreau. Tutti temi ripresi poi da Mario Soldati nel Novecento: natura, contemplazione.

Di lì il passo è breve verso l’altra definizione, “montagnard”: amo andare in montagna, sono un alpinista di serie b! “Nebbiolista” perché sono cresciuto bevendo Nebbiolo: secondo me, e non solo secondo me, è il vino più elegante del mondo, oltre ad avere un modo eccezionale di leggere il terreno e di trasferire nel bicchiere quello che c’è nella terra. Il richiamo del suolo, insomma, è sempre presente dentro me. E’ questo il filo conduttore.

E se non fossi nato in Piemonte? Beh, certamente mi sarebbe piaciuto nascere in Borgogna! Ma so di poter risultare prevedibile con questa risposta, quindi aggiungo anche Nuova Zelanda, dove fanno dei Sauvignon incredibili.
Che fai? Tradisci il Nebbiolo? E’ un altro tipo di vino, ma bevo anche i bianchi. Mi piacciono quelli molto minerali, il Riesling in particolare. Da buon piemontese aggiungo l’Erbaluce. Vini comunque scarichi di colore, freschi, modello Reno, dove senti tanto la nota minerale, la pietra focaia.

Ma il vino di tutti i giorni qual è? Un vino fatto “in casa”, blend tra vari autoctoni piemontesi come Nebbiolo, Uva Rara e Vespolina. Se devo invece scegliere un vino per il sabato sera o nelle occasioni, si tratta sicuramente di Nebbioli da invecchiamento: Ghemme, Gattinara, Carema, Valtellina, Nebbioli delle Langhe. Tutti vinificati in botte grande, evoluti, dagli 8 anni in su. Quest’anno sto bevendo il 2007-2008. L’ultimo vino aperto è un Barbaresco 2009, pensando fosse pronto vista l’annata calda. Invece probabilmente un paio d’anni ancora in bottiglia gli avrebbero fatto bene. In ogni caso bevo sempre in compagnia.

Quale vino regali, invece? Di solito cerco di fare da ambasciatore della mia terra, cambiando di volta in volta produttore. Quindi regalo dei Ghemme, dei Gattinara, dei Lessona, dei Bramaterra. Mi è capitato una volta di regalare un ottimo Barolo e di sentirmi dire che faceva schifo: la persona a cui lo avevo donato non era un intenditore e lo ha stappato ad agosto. Accompagnandolo con un piatto di pasta! In generale, il vino ce l’ho sempre con me. Se mi capita di fare dei viaggi in treno porto spesso una bottiglia delle mie parti, per fargli respirare un’aria diversa. Perché il vino cambia in base a dove si trova. Ricordo ancora il Boca bevuto sull’Alpe Sattal, un rifugio a oltre 2 mila metri situato nella zona di Alagna Valsesia, gestito dal mio amico Jo. Aveva tutto un altro sapore rispetto a quello a cui siamo abituati giù in paese.

Acquisti vini al supermercato? Sì, certo. Ma se acquisto, la condizione essenziale è che siano vini imbottigliati all’origine. Cerco sempre questa formula: “all’origine”. Altrimenti non acquisto. Mi dà sicurezza questa dicitura, forse perché mi dà l’idea che ci sia un coinvolgimento maggiore da parte del produttore – viticoltore. Altro criterio di acquisto sono le offerte: ma cerco di non scendere mai sotto la soglia dei 5 euro, a meno che non si tratti di un’offerta al 50%. D’altro canto non supero mai 15 euro a bottiglia. E cerco di stare local. Apprezzo infatti molto le catene che hanno una selezione di vini locali dichiarata, come Tigros e Carrefour, per fare due esempi.

Qual è la catena della Gdo che più ti soddisfa? Sicuramente Coop, che in alcuni punti vendita ha addirittura una cantinetta dedicata ai vini del posto, separati dal resto dell’enoteca del supermercato. Ma mi trovo bene anche con Esselunga, che ha un bell’assortimento.

Che cos’è per te il vino? Il vino è un veicolo emozionale, molto efficace, un po’ come la musica. Ha una capacità incredibile di raccontare una storia attraverso i sensi. Il vino è cultura, ha un qualcosa da dire. E’ complesso da realizzare: può vantare una componente di terreno, clima e uomo che nessun’altra cosa ha. E in più riesce a far leva sui sensi, colpendoti dritto alla pancia, al cervello. Il vino, se è buono, te lo ricordi. Ha una potenza evocativa forte. E’ un’emozione. Un’esperienza multisensoriale.

Tornando alla tua terra d’origine: cosa manca all’Alto Piemonte? Quali invece i punti di forza? Secondo me il punto debole è la difficoltà nel fare sistema. Non c’è massa critica. Ci sono troppe Doc piccole che confondono il consumatore, spesso figlie di campanilismi incredibili. Fosse per me, in zona esisterebbero solo tre Docg: Ghemme, Gattinara, Boca.
Il resto, con buona pace dei miei amici produttori di Sizzano, Fara, Bramaterra, Coste della Sesia, Colline Novaresi… Farei un conto unico, creando una Doc “Alto Piemonte”. Punto di forza dell’enogastronomia piemontese potrebbe poi essere il connubio riso-vino. Abbiamo picchi di qualità ed eleganza che non hanno eguali in Italia nel vino.
E il riso cresce praticamente solo lì in Italia, con la Dop della Baraggia Biellese e Vercellese. Si potrebbe partire da questo punto di forza per costruire attorno il resto. E dal canto mio, con gli amici Mauro e Marco, ho di recente fondato un sito, altropiemonte.it, che parla proprio di questa zona straordinaria ma ancora poco conosciuta, pur essendo distante pochi chilometri da Milano, da Malpensa e da Torino.
Il rapporto di Milano con il vino? C’è ancora molto da fare. E’ una piazza che, secondo me, andrebbe ancora evangelizzata. Si parla un po’ troppo per sentito dire. Non si fa cultura. Va tutto ad ondate, in base alla moda del momento: Morellino, Nero D’Avola, ora Prosecco. Ma il primo passo dovrebbe essere quello di calmierare i prezzi.
Non è possibile trovare calici di modesti Dolcetto a 6,50 euro al calice. Le liste dei vini, del resto, sono troppo omologate tra loro. Secondo me si dovrebbe bere più local: puntare sull’Oltrepò Pavese, oppure sull’altra Doc, quella vera e propria milanese, che è la San Colombano. La ‘Milano da Bere’, beve. Ma non bene. A Torino si beve decisamente meglio.
E a Radio Deejay, chi beve oltre a Francesco Quarna? Dj Aladyn e Nikki, i due colleghi con cui condivido “Tropical Pizza”. Nikki è uno da barrique e litighiamo sempre su questa cosa. A lui piacciono i vini belli ‘tostati’, californiani, quelle cose lì. Chi beve peggio? Meglio non dirlo!
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