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Toblinogate: l’ordinanza che inchioda il Cda di Cantina Toblino e scagiona gli enologi licenziati

Toblinogate: l'ordinanza che inchioda il Cda di Cantina Toblino e scagiona gli enologi licenziati Lorenzo Tomazzoli e Marco Pederzolli

L’utilizzo di 9% alcol in volume, quale parametro utile a determinare la gradazione minima dei vini atti a divenire Vigneti delle Dolomiti Igt, non è attribuibile alla discrezionalità di Lorenzo Tomazzoli e Marco Pederzolli. Ecco perché il Tribunale civile di Trento ha intimato il reintegro dei due enologi licenziati da Cantina Toblino. Costringendo la cooperativa trentina a pagare stipendi e contributi arretrati, oltre alle spese processuali.

È quanto emerge dalle carte dell’ordinanza firmata il 28 dicembre 2021 dal giudice del lavoro Giorgio Flaim. Un documento che inchioda la cantina della della Valle dei Laghi presieduta da Bruno Luterotti e diretta da Carlo De Biasi. E scagiona definitivamente i due winemaker Tomazzoli e Pederzolli, accusati di «fatti inesistenti».

Tra i supertestimoni del Toblinogate, caso che ha tenuto il Trentino – e non solo – col fiato sospeso per tutto il 2021, figura Gianantonio Pombeni. Trentasei anni al servizio di Cantina Toblino, è l’uomo che ha lasciato il posto a Carlo De Biasi alla direzione generale della cooperativa nell’agosto 2016, per raggiunti limiti di età pensionabile.

TOBLINOGATE: TRA I SUPERTESTIMONI L’EX DG POMBENI

Le parole dell’ex dirigente sono la chiave di volta dell’intero procedimento. La panacea dei mali di Lorenzo Tomazzoli e Marco Pederzolli. L’asso nella manica del loro legale, l’avvocato Osvaldo Cantone del foro di Verona.

«Nel periodo di svolgimento del mio rapporto di lavoro – chiarisce Gianantonio Pombeni nella sua deposizione – la classificazione dell’uva conferita avveniva in base ai  parametri della resa per ettaro e della gradazione zuccherina. In riferimento a quest’ultimo parametro, l’uva Müller-Thurgau destinata a Igt Vigneti delle Dolomiti era di 14,20 Babo, che corrispondeva a un volume alcolico del vino di 9%».

Detto valore è stato applicato fin dagli anni Ottanta e conservato per quanto mi consta, durante il periodo in cui io ho svolto le mansioni di direttore generale. Si trattava di un valore di conoscenza comune, sia in azienda che tra i soci.

Questo valore di 14,20 Babo era necessario per rispettare la qualità che Cavit pretendeva rispetto ai vini che acquistava dalla Cantina di Toblino. Ricordo che era stata redatta una circolare destinata ai soci in cui era stato  indicato anche il suddetto valore».

IL DECLASSAMENTO DELL’IGT VIGNETI DELLE DOLOMITI

Un valore, chiarisce sempre Gianantonio Pombeni nella sua testimonianza, che era stato «individuato dalla cantina dopo aver consultato il Consorzio di Tutela dei Vini del Trentino e l’Icqrf di San Michele all’Adige». «Ricordo anche che io, in prossimità di ciascuna vendemmia, contattavo i due enti per informarmi se vi erano delle novità prescrittive», ammette l’ex dg.

Un aspetto rimarcato nell’ordinanza del Tribunale civile di Trento. «Il parametro dei 9% alcol – scrive il giudice Giorgio Flaim – risale a tempi remoti e sempre con l’avallo delle autorità di vigilanza e di tutela, come emerge nitidamente dalla deposizione del teste Pombeni Gianantonio». A confermare la tesi difensiva sono anche le parole del suo successore.

«In previsione alla vendemmia 2018 – dichiara l’attuale direttore generale Carlo De Biasi nella sua deposizione – io decisi che l’uva oggetto del singolo conferimento da parte dei soci venisse qualificata anche sotto il profilo dell’attitudine, secondo le tre categorie Trentino Doc o Igt Vigneti delle  Dolomiti o vino da tavola. Ho dato il consenso all’applicazione e alla diffusione di detti valori presumendoli corretti».

Emerge così «con evidenza», scrive il giudice Giorgio Flaim, «che l’utilizzo presso Cantina Toblino del  valore 9% vol. […] non solo non fu un’iniziativa adottata autonomamente nel 2018 dal ricorrente (Lorenzo Tomazzoli, ndr) e dal collega Marco Pederzolli».

Ma corrispondeva – prosegue l’ordinanza – a un parametro da tempo condiviso dal Consiglio di amministrazione della società datrice e dall’attuale direttore generale De Biasi (oltre che, come si è già visto, dal predecessore Pombeni). Nonché conosciuto dai soci conferenti, essendo indicato nelle circolari loro inviate e inserito nella tabella affissa presso luoghi di pesa».

IL GIUDICE: ACCUSE INFONDATE AI DUE ENOLOGI LICENZIATI

«Appare così palese l’infondatezza dell’addebito, laddove addebita al ricorrente l’introduzione nel sistema informatico aziendale di un erroneo parametro, l’errata classificazione di consistenti quantitativi di uva conferita dai soci. Nonché l’aver cagionato un grave danno alla società, corrispondente al minor valore del vino, commercializzato come vino comune da tavola».

Tutti aspetti che determinano «l’inesistenza ontologica dei fatti contestati». Tanto da far «apparire quasi superfluo ricordare l’ormai consolidato orientamento della Suprema Corte, che  equipara l’irrilevanza disciplinare all’inesistenza materiale ai fini dell’applicazione della tutela ex art. 18 co.4 St. Lav.». Ovvero il reintegro per mancanza della “giusta causa” del licenziamento.

Non è tutto sul Toblinogate. Raggiunto da WineMag.it, Lorenzo Tomazzoli chiarisce ulteriori dettagli sul potenziale vino Igt Vigneti delle Dolomiti declassato a vino da tavola. «Tra le accuse mosse nei nostri confronti dal Cda di Cantina Toblino – spiega l’enologo della cooperativa – c’è quello di aver causato un danno economico. Nessuno però ha detto che fine ha fatto tutto quel vino prodotto con uva declassata».

L’azienda ha un punto vendita locale in cui si vendono 1.200 ettolitri di vino sfuso all’anno. Il vino da tavola bianco deriva dai superi dello Chardonnay, dai superi del Pinot Grigio, da un po’ di Sauvignon e anche da Müller-Thurgau e Nosiola con gradazioni basse.

Vien fuori un vino da 11 gradi, con l’arricchimento, che è onestissimo, buonissimo. E che si vende allo stesso prezzo a cui viene venduto l’Igt Vigneti delle Dolomiti a Cavit! Dunque Cantina Toblino non ci ha rimesso un euro!».

IL PREZZO DEL VINO DA TAVOLA E I PIWI (DI DOMANI)

Il prezzo del vino da tavola bianco della cooperativa della Valle dei Laghi, presso il punto vendita di Via Lónga, a Sarche di Calavino (TN), è di fatto di 1,80 euro. Si tratta dunque degli stessi 1,50 euro circa al litro riconosciuti all’ingrosso per il Müller-Thurgau atto alla spumantizzazione.

«Anche il danno economico da 420 mila euro, frutto dei prezzi di vendita dello sfuso a Cavit (147 euro all’ettolitro) risultava campato in aria», attacca Lorenzo Tomazzoli. «Il confronto – spiega ancora l’enologo – è stato fatto con il prezzo di vendita del vino da tavola bianco sulla piazza di Verona, ovvero 35 euro all’ettolitro. Senza considerare minimamente il reale prezzo presso il punto vendita di Cantina Toblino».

Entrate, quelle dello sfuso sul mercato locale, che costituiscono uno dei pilastri dei bilanci della cooperativa. Posto di lavoro in cui Lorenzo Tomazzoli è pronto a rientrare tra poche ore. Con qualche macigno nelle scarpe: «Ho tante belle cose da completare», ammette.

Secondo indiscrezioni di WineMag.it, tra i progetti potrebbe esserci il lancio dei vini da vitigni resistenti Piwi targati Cantina Toblino. Un vero e proprio pallino per l’esperto winemaker della cooperativa. La svolta “green” con Solaris e Bronner. Dopo la pagina nera del Toblinogate.

Enologi Cantina Toblino reintegrati dopo licenziamento, Cotarella: «Giustizia è fatta»

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Enologi Cantina Toblino reintegrati dopo licenziamento, Cotarella: «Giustizia è fatta»

«Giustizia è fatta». Il presidente di Assoenologi, Riccardo Cotarella, torna a commentare la vicenda dei due enologi licenziati da Cantina Toblino, reintegrati il 28 dicembre in seguito alla duplice ordinanza del Tribunale civile di Trento.

«Fa molto piacere che i due colleghi Lorenzo Tomazzoli e Marco Pederzolli siano stati valutati per quello che hanno realmente fatto», dichiara il numero uno dell’Associazione Enologi ed Enotecnici Italiani.

Aspetti legati al declassamento delle uve vengono preventivamente decisi dal Cda di una cantina. I due professionisti si sono rimessi a tali decisioni. Giustizia è stata fatta, dunque. Sono contento per loro e per la ristabilita immagine della nostra professione».

CANTINA TOBLINO REINTEGRA GLI ENOLOGI LICENZIATI

L’ordinanza del giudice del Lavoro del Tribunale civile di Trento, Giorgio Flaim, non lascia spazio a interpretazioni. I fatti alla base del licenziamento sono stati giudicati testualmente «inesistenti». È dunque venuto a mancare il principio di giusta causa, come sostenuto sin dagli esordi del dibattimento dall’avvocato di Lorenzo Tomazzoli e Marco Pederzolli, Osvaldo Cantone.

«Noi enologi siamo umani – continua Riccardo Cotarella, già intervenuto sulla vicenda a novembre 2020 – possiamo sbagliare. Ma questo caso è sembrato fin dall’inizio fuori da ogni dubbio. Ai due colleghi enologi non poteva essere addebitata alcuna responsabilità tale da giustificare il licenziamento».

COTARELLA: «GIUSTIZIA È FATTA»

Spesso e volentieri – chiosa il presidente di Assoenologi – si parte con principi di colpevolezza per nascondere altre problematiche, o per scaricare su altri le colpe di cose che non vanno. Non sempre la giustizia riesce ad essere così celere e precisa. Grande soddisfazione, dunque».

Riccardo Cotarella invita i due colleghi a «non farsi condizionare dalle contrapposizioni» degli ultimi 14 mesi. «Il giudice del Tribunale civile di Trento – continua – ha disposto il loro reintegro. Ora devono tornare sul posto di lavoro e fare bene, come hanno sempre fatto, da bravissimi professionisti quali sono. Dimostreranno anche così che hanno sempre fatto gli interessi di Cantina Toblino».

Cantina Toblino deve reintegrare enologi licenziati: «Decisione storica per categoria»

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Cantina Toblino deve reintegrare enologi licenziati: «Decisione storica per categoria»

Cantina Toblino deve reintegrare gli enologi licenziati a ottobre 2020. Lo ha stabilito la duplice ordinanza del Tribunale civile di Trento, accogliendo il ricorso di Lorenzo Tomazzoli e Marco Pederzolli, assistiti dall’avvocato Osvaldo Cantone.

I due winemaker sono tornati sul libro paga della cooperativa trentina il 28 dicembre, per effetto della decisione del giudice del Lavoro Giorgio Flaim. Una chiusura di sipario 2021 indigesta per la cantina della Valle dei Laghi presieduta da Bruno Luterotti e diretta da Carlo De Biasi. Il testo del provvedimento è durissimo: il licenziamento è stato dettato da «fatti inesistenti».

«L’ordinanza del Tribunale civile di Trento – commenta in esclusiva a WineMag.it l’avvocato Osvaldo Cantone – parla da sé. Quello che ci rende più soddisfatti, al di là del reintegro sul posto di lavoro, è che le motivazioni addotte da Cantina Toblino per giustificare il licenziamento sono state definite “inesistenti”. Il giudice ha restituito dignità professionale a due enologi di chiara fama, dopo un licenziamento fortemente lesivo per la loro reputazione».

CANTINA TOBLINO, ENOLOGI LICENZIATI PER «FATTI INESISTENTI»

Oltre al pagamento delle mensilità e dei contributi previdenziali arretrati, la cooperativa dovrà pagare le spese di giudizio. Rigettata, invece, la domanda di risarcimento del danno per diffamazione e ingiuria, generato dalle accuse alla base del licenziamento.

Calcolatrice alla mano, l’ammontare complessivo del risarcimento supera i 150 mila euro. Cantina Toblino stimava invece in 420 mila euro il danno causato dai due enologi, per aver declassato circa 2.500 quintali di uve destinate alla produzione di vini Igt Vigneti delle Dolomiti: Nosiola, Schiava e Müller-Thurgau della Valle dei Laghi.

«Come evidenziato nei mesi scorsi anche dal presidente di Assoenologi Riccardo Cotarella – commenta Lorenzo Tomazzoli – l’enologo di una cantina si rifà alle decisioni dei titolari. Nel nostro caso, come confermato dall’ordinanza, abbiamo eseguito alla lettera le direttive del Cda, declassando le uve conferite dai soci con un grado inferiore a 9% naturali».

In questo senso, la decisione del giudice del Tribunale civile di Trento entra nella storia e fa giurisprudenza. Non è solo una vittoria nostra, ma di tutta la classe degli enologi e degli enotecnici italiani».

TOMAZZOLI: «GLI ENOLOGI? SPESSO SOLO TOPI DI CANTINA»

«Persone che lavorano nelle retrovie – chiosa Lorenzo Tomazzoli – veri e propri “topi di cantina” a cui spesso non vengono riconosciuti i meriti, attribuiti ad altri. Io e il collega Marco Pederzolli non vediamo l’ora di tornare sul nostro posto di lavoro, per ricominciare da dove avevamo lasciato. A testa alta».

Parole tutt’altro che scontate quelle del noto e pluripremiato enologo trentino. «Sono stati 14 mesi durissimi per me e per la mia famiglia – confessa ancora l’enologo a WineMag.it -. In attesa della decisione del giudice mi sono proposto alle due maggiori cantine trentine, Mezzacorona e Cavit».

«Entrambe si sono dichiarate disposte ad accogliermi a braccia aperte, una volta chiuso definitivamente il capitolo giudiziario. Tornerò invece a Cantina Toblino, forte del fatto che le accuse mosse nei nostri confronti siano state ritenute infondate. Fra tre anni andrò in pensione senza macchie sul curriculum».

LICENZIAMENTO ENOLOGI CANTINA TOBLINO: GLI STRASCICHI

Ad occuparsi della vicenda del licenziamento degli enologi di Cantina Toblino era stato anche il Consiglio provinciale di Trento. Come riportato da WineMag.it – unica testata nazionale di settore ad aver dato spazio al caso, ndr – nel novembre 2020 il consigliere Filippo Degasperi (Gruppo Consiliare Onda Civica Trentino) chiamava in causa la cooperativa di Sarche di Madruzzo, attraverso un’interrogazione rivolta al presidente Walter Kaswalder.

Oggi, a commentare l’esito della duplice ordinanza firmata dal giudice Giorgio Flaim è la Flai-Cgil, sindacato di categoria di riferimento per i lavoratori agricoli e dell’industria di trasformazione alimentare.

Non solo i licenziamenti sono stati annullati – evidenzia il segretario generale del Trentino, Elisa Cattani – ma Cantina Toblino è stata condannata al reintegro sul posto di lavoro di Lorenzo Tomazzoli e Marco Pederzolli, ad un cospicuo risarcimento economico, al versamento dei contributi previdenziali ed assistenziali dal giorno del licenziamento fino a quello dell’effettiva reintegra e alla refusione di tutte le spese legali sostenute dagli enologi».

«Riteniamo si tratti di un’enorme vittoria per tutte le lavoratrici e i lavoratori, enologi in primis in questo caso, che non debbono mai smettere di credere nella possibilità di vedere rispettati e tutelati i propri diritti», conclude Elisa Cattani.

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Vini al supermercato

Covid-19 Lombardia, corsie vino chiuse al supermercato: cantine e Consorzi in rivolta

Ha scatenato un turbinio di polemiche l’ordinanza di Regione Lombardia che vieta la vendita di alcolici dalle ore 18. Il provvedimento “anti movida”, varato per arginare Covid-19, comporta tra l’altro la chiusura delle corsie di vino, birra e bevande alcoliche al supermercato. Da giovedì 22 ottobre sarà inoltre coprifuoco per le strade, dalle ore 23.

Duri gli attacchi della clientela, che giudica “proibizionista” la misura del governatore della Lombardia, Attilio Fontana. In molti si riallacciano alle parole di Giorgia Meloni, che ha giudicato il Dpcm del Governo “più utile a combattere la cirrosi epatica che il Coronavirus”.

Non a caso, l’articolo pubblicato da Vinialsupermercato.it e rilanciato anche da altre testate nazionali (con foto rubate alla nostra redazione, come nel caso de Il Fatto Quotidiano), ha fatto il giro del web e scatenato anche l’ira di numerosi produttori di vino. Dal Nord al Sud Italia.

Dalla provincia di Pavia l’attacco di Torrevilla: “Ho indirizzato una mail all’assessore Rolfi – annuncia a Vinialsuper il presidente della cantina oltrepadana, Massimo Barbieri (nella foto, a destra) – mi auguro sia abbastanza chiara per spiegare tutto il mio disappunto per la chiusura delle corsie del vino al supermercato, dalle ore 18″.

“È un provvedimento assurdo: non ritengo che le persone che escono dal lavoro dopo le 6 del pomeriggio e intendano acquistare una bottiglia di vino siano le stesse che, in serata, facciano della movida sconsiderata. I ragazzi, tra l’altro, sono liberi di accedere ai supermercati anche di giorno: il provvedimento, in questo senso, penalizza il consumo famigliare“.

“Quella del governatore Fontana – attacca Barbieri – è un’ordinanza veramente pesante, difficile da capire. Le cantine, già penalizzate dalle perdite nel canale Horeca, nei 3 mesi di lockdown, lavorano ancora oggi al 50% del potenziale. Aggiungere anche questa ulteriore penalizzazione per le aziende di produzione e commercializzazione è una cosa veramente pesantissima”.

“Mi chiedo se chi scrive queste ordinanze abbia un minimo collegamento con la realtà: ho dei seri dubbi. Tra l’altro, da febbraio 2020, quindi con i primi casi di Covid-19, Torrevilla non ha avuto alcun piacere di avere un colloquio a livello istituzionale con chi ci amministra in Regione Lombardia: sono molto deluso“, conclude il presidente di Torrevilla.

Stesso disappunto espresso anche da Andrea Giorgi, presidente del gruppo Terre d’Oltrepò e La Versa, “Ancora una volta siamo stati colpiti da un’ordinanza che mette a dura prova il nostro lavoro. Da noi, in cantina, viene l’appassionato e il winelovers, non certo il giovane che intende fare assembramento. Siamo costretti a subire una chiusura anticipata quotidiana che ci penalizza in un momento così complicato per la vendita del vino. Avanzerò con una lettera le mie perplessità alla Regione:”

Duro anche il commento che arriva dalla Puglia, da una delle cantine più attive nella Grande distribuzione: “L’ordinanza regionale che impone lo stop alla vendita di vino e prodotti alcolici dopo le ore 18 al supermercato – sottolinea Luca Buratti, direttore vendite Italia Gdo di Notte Rossa – appare l’ennesima dimostrazione di come la politica non abbia nessuna competenza su ciò che fa“.

“Le motivazioni di tale decisione sono avvolte nelle nebbie lombarde, che in questo periodo sono tornate a farsi vedere, ma cercando di usare il buon senso, anche se qui sembra totalmente smarrito, si potrebbero ipotizzare due motivazioni alla base della decisione”.

Continua Buratti: “La prima, che sembra simile a quanto fatto per il non food durante il lockdown, potrebbe essere una sorta di “non concorrenza obbligata” della Gdo verso l’Horeca“.

“Se quest’ultima non può vendere alcolici, allora anche la Gdo non lo deve fare. Balza agli occhi di tutti che è sufficiente fare la spesa alle 17 e portarsi a casa tutto quello che serve”.

“Peraltro – aggiunge il direttore vendite di Notte Rossa (nella foto, sotto) – in questo periodo un po’ di alcol potrebbe alleviare lo stress. Ma allora non dovrebbero nemmeno vendere beni alimentari, visto che il divieto per i cittadini vale per ‘consumazione di alimenti e bevande su aree pubbliche’. Per altro confermato anche dall’obbligo di chiusura dei distributori di alimenti e bevande“.

“La seconda, non meno strampalata, potrebbe derivare dall’idea che se l’Horeca non può vendere alcolici dopo le 18 per evitare assembramenti esterni ai locali, allora la gente potrebbe andare al supermercato ad acquistare il famigerato prodotto, causa di raduni oceanici e feste pro Covid-19″, continua Buratti.

“Il mio buon senso non mi fa ipotizzare null’altro. Dando però spazio alla fantasia (fantascienza) potrei spingermi a pensare che non sapendo che cavolo fare e non avendo la minima idea delle dinamiche dei consumi, abbiano scelto questa strada tirando a casaccio i dadi o estraendo a sorte un provvedimento qualsiasi con lo scopo di far vedere che sono capaci di decidere e di fare”

L’attacco di Notte Rossa all’ordinanza di Regione Lombardia prosegue su toni molto accesi: “Questa situazione, dove ogni governatore fa quello che vuole, spesso random e senza logica, deriva dal fatto che il governo centrale non è assolutamente capace di fornire linee guida precise ed esatte, obbligando le regioni a seguirle con diligenza assoluta”.

Fa eco Paolo d’Adamo, neo responsabile vendite Gdo di Cantine Settesoli, realtà di Menfi, in Sicilia: “Penso e credo sia ancora presto per vedere effettivamente dei riscontri del provvedimento sulle vendite, che temo saranno negativi. Avremo un effetto, seppur limitato, sulle vendite in Gdo. Non ci aiuta, peraltro, sul fronte dell’Horeca, l’ulteriore decisione di Regione Lombardia relativa al coprifuoco dalle ore 23″.

Tra le critiche, anche quella del Consorzio Vino Chianti: “Vietare dalle 18 la vendita del vino nei supermercati, nelle enoteche, in tutti gli esercizi commerciali e artigianali, è una follia, un attacco al buon senso, un provvedimento incomprensibile”, commenta il presidente Giovanni Busi.

“Si vuole attaccare e criminalizzare il vino – continua – come fosse la causa degli assembramenti. La cosa incredibile, e che ci stupiamo non venga colta è che ad essere penalizzate sono soprattutto le persone che dopo il lavoro fanno la spesa e magari per cena comprano una bottiglia di vino”.

“Di solito i giovani, a cui crediamo sia rivolta questa misura, hanno più tempo libero: il vino possono comprarlo anche prima delle 18 e poi berlo fuori, per strada. Non è difficile da comprendere, ma di cosa stiamo parlando?”, chiede il presidente del Consorzio Vino Chianti, in rappresentanza dei produttori toscani. Tra questi anche Mario Piccini, che ha indirizzato una lettera ad Attilio Fontana.

La preoccupazione per le ripercussioni di questa misura sono tante. “Attaccare il settore nel canale della grande distribuzione, l’unico che ha retto e ha garantito nel corso della pandemia la sopravvivenza di molte aziende, significa non comprendere la gravità della crisi che sta mettendo in difficoltà imprese e lavoratori. La Regione Lombardia ci ripensi”, conclude il presidente del Consorzio Vino Chianti.

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Lombardia, Covid-19: chiusa la corsia di vino, birra e alcolici al supermercato

Bianco e rosso. Non il colore del vino ma quello del nastro segnaletico che dalle ore 18 di oggi, 17 ottobre 2020, limita l’accesso alle corsie di vino, birra e alcolici dei supermercati, in Lombardia. È entrato in vigore da poche ore uno dei provvedimenti dell’ordinanza regionale n. 620 per contrastare la diffusione del Covid-19 e scongiurare la possibilità di un nuovo lockdown. Un colpo durissimo, che le attività produttive non potrebbero sopportare.

Almeno dal 17 ottobre al 6 novembre è quindi stretta su ristoranti, pub, bar, enoteche, pasticcerie, chioschi, ambulanti e anche supermercati. Tutte attività “vittime” delle norme anti movida, che prevedono tra le altre limitazioni il divieto di vendita di qualsiasi bevanda alcolica dopo le 18. Resta consentita la ristorazione con consegna a domicilio.

La somministrazione di bevande su area pubblica e privata sarà possibile solo fino alle 24 e dalle 18 esclusivamente con consumo al tavolo. Chiusi anche i distributori di alimenti confezionati e bevande dalle 18 alle 6 del mattino, se con accesso dalla strada.

In Lombardia è vietata nella stessa fascia oraria la consumazione di alimenti e bevande su aree pubbliche e resta sempre valido il divieto di consumo di alcolici di qualsiasi gradazione nelle aree pubbliche, compresi parchi, giardini e ville aperte al pubblico.

Il bilancio dei nuovi positivi registrati nella giornata odierna si assesta su 2664 persone, pari al 9,1% dei tamponi effettuati (29.053). La provincia di Milano è quella più colpita, con oltre la metà dei casi (+1.388).

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Glifosate vietato in Italia dal Ministero: proteste dei viticoltori nel Sannio

Arriva a sorpresa in Italia, dopo il dietrofront di metà maggio dell’Organizzazione mondiale della sanità, il divieto di utilizzo del Glifosate e dei prodotti contenenti sostanza attiva. A decorrere dal 22 agosto 2016, entrerà in vigore la “revoca di autorizzazioni all’immissione in commercio” e la “modifica delle condizioni d’impiego di prodotti fitosanitari contenenti la sostanza attiva glifosate in attuazione del regolamento di esecuzione (UE) 2016/1313 della Commissione del 1° agosto 2016”. La Rai aveva dedicato una puntata della trasmissione Presa Diretta alla preoccupazione degli abitanti delle zone vinicole del Prosecco. Sul banco degli imputati era finito proprio l’utilizzo del Glifosate e di altri prodotti fitosanitari “potenzialmente dannosi per la salute”. E nel Sannio, come riportato da vinialsupermercato.it il 27 marzo 2016, la drastica limitazione dell’utilizzo di fitofarmaci e Glifosate prevista dalle ordinanze di alcuni Comuni rischiavano, secondo Salvatore Falato, presidente dell’Associazione Strada dei Vini e dei Prodotti Tipici Sanniti, “di mettere a rischio la raccolta delle uve in occasione della vendemmia 2016”. Falato non si oppone al divieto di utilizzo del glifosate, erbicida del quale non si conoscono ancora con certezza i possibili danni in termini di salute umana e ambientale. Non condivide, piuttosto, “il modo in cui è stato fatto il divieto nelle ordinanze e la generalizzazione dell’utilizzo del Glifosate con fitofarmaci”. “Con le particolari limitazioni previste dalle ordinanze – evidenziava Falato – c’è il rischio di compromettere seriamente il lavoro nei vigneti necessario alla produzione di uve e di vini, anche per le colture biologiche, con seri danni economici per i produttori già dalla prossima campagna vitivinicola”.  Tra i Comuni coinvolti proprio Castelvenere, ma anche Guardia Sanframondi e Casalduni, tutte zone a vocazione vitivinicola.

Il 12 agosto, l’ufficiale presa di posizione del Ministero della Salute. Che, “ritenuto di dover procedere alla revoca dei prodotti fitosanitari contenenti Glifosate con il coformulante Ammina di sego polietossilata (n. CAS 61791- 26-2”, ha decretato “a decorrere dal 22 agosto 2016 la revoca dell’impiego nelle aree frequentate dalla popolazione o dai gruppi vulnerabili quali parchi, giardini, campi sportivi e aree ricreative, cortili e aree verdi all’interno di plessi scolastici, aree gioco per bambini e aree adiacenti alle strutture sanitarie; revoca dell’impiego in pre raccolta al solo scopo di ottimizzare il raccolto o la trebbiatura; inserimento nella sezione delle prescrizioni supplementari dell’etichetta in caso di impieghi non agricoli, della seguente frase: ‘divieto, ai fini della protezione delle acque sotterranee, dell’uso non agricolo su suoli contenenti una percentuale di sabbia superiore all’80%; aree vulnerabili e zone di rispetto'”. Il decreto stabilisce inoltre la “revoca dell’autorizzazione all’immissione in commercio e all’impiego dei prodotti fitosanitari contenenti la sostanza attiva Glifosate ed il coformulante Ammina di sego polietossilata”.

Eppure, il rapporto del Panel of Experts on Pesticide Residues in Food and the Environment, commissionato dall’Oms, sembrava dare ragione a chi sosteneva che il Glifosate non fosse pericoloso per la salute. “È improbabile  – recita il documento – che l’assunzione di Glifosato attraverso la dieta sia cancerogena per l’uomo. La grande maggioranza delle prove scientifiche indica che la somministrazione di Glifosato e di prodotti derivati a dosi fino a 2000 milligrammi per chilo di peso per via orale, la più rilevante per l’esposizione con la dieta, non è associata ad effetti genotossici nella stragrande maggioranza degli studi condotti su mammiferi”.

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