Firenze – “La Regione Toscana si faccia parte attiva assieme al mondo della ricerca ed al mondo Consortile regionale per dare vita, in tempi brevi, ad un progetto applicativo ed operativo sui vitigni resistenti a cui fare seguire una sperimentazione in campo della coltivazione e successiva vinificazione delle uve di cloni di Sangiovese ed altri vitigni tradizionali della toscana enologica“.
Questo l’appello che il Consorzio Vino Chianti, attraverso il suo Presidente Giovanni Busi, ha deciso di rivolgere alle istituzioni e alle imprese agricole della Toscana.
RAGIONI E OPPORTUNITA’ Il motivo dell’appello? “Che siamo ancora fermi – spiega Busi – mentre altre realtà, soprattutto del Nord-Est stanno andando avanti e che se anche qui in Toscana non ci iniziamo a muovere rischiamo di restare indietro in un aspetto fondamentale della coltivazione della vite e quindi della produzione vinicola dei prossimi decenni: cioè un prodotto di qualità che risponde a standard ecologici elevatissimi per garantire così sia il produttore che il cliente finale”.
Il Presidente del Consorzio Vino Chianti si riferisce alle viti resistenti “PIWI” , un acronimo che sta a indicare le varietà di vite resistenti alle crittogame e capaci di battere le malattie fungine, che, al contempo, mantengono però tutte le caratteristiche di aroma profumo e gusto dei propri “genitori” merlot, chardonnay, cabernet-sauvignon e anche sangiovese. Viti che non hanno bisogno di difese chimiche e che non hanno niente a che fare con gli OGM.
“Basti pensare – puntualizza Busi – che la resistenza totale o parziale a malattie crittogamiche come peronospora e oidio, permette una coltivazione più sostenibile, sia dal punto di vista ambientale che da quello economico: con l’utilizzo dei vitigni resistenti si risparmia in prodotti fitosanitari: è stato calcolato che ne servono circa l’80% in meno per un risparmio di mille euro circa per anno/per ettaro. E ciò significa non solo non sprecare risorse ma anche tutelare il nostro ambiente.
“Anche se le viti resistenti sono ormai frutto di una ricerca datata, ed oggi il mondo della ricerca va verso il nuovo rappresentato dal cosiddetto “genome editing” o “cisgenesi”, è importante avviare fin da subito, con le autorizzazioni regionali del caso, un processo di prove tecniche in pieno campo approcciando l’argomento in modo laico e senza pregiudizi”.
“Quello che chiediamo – prosegueBusi – è semplicemente che possano essere autorizzate, in via di sperimentazione, in Toscana. Questo processo è già avviato per la produzione di vini ad indicazione geografica nelle regioni del nord Italia con particolare riferimento a Veneto, Friuli Venezia Giulia, Lombardia, Province di Bolzano e Trento, dove la sperimentazione è avviata ormai da tempo e già esistono vigneti realizzati in pieno campo e già si sono fatte prove di vinificazione.
“Ovviamente trattandosi di regioni del nord Italia la ricerca si è concentrata su vitigni tipici di quei territori con particolare riferimento a quelli per produzione di uve bianche. Ma riteniamo che anche da noi occorre partire”.
“Da qui l’invito alla Regione Toscana a far partire la sperimentazione, indistintamente per IGT, DOC e DOCG, piantando vigneti con questi nuovi cloni resistenti alle malattie con particolare riguardo alla peronospora ed oidio. Ovviamente dovranno essere fatte prove di vinificazione delle uve ottenute, sui cloni dei vitigni classici toscani, a partire dal sangiovese nelle sue varie declinazioni, per verificare se il vino che si otterrà da queste uve sarà in linea con qualità e caratteristiche, tradizione e tipicità delle produzioni enologiche toscane”.
“Non possiamo più attendere, sostenendo posizioni di retroguardia o mettendo la testa sotto la sabbia, il mondo va avanti e non possiamo rimanere inerti o indifferenti, costringendo le aziende a muoversi autonomamente in una palude amministrativa.” – conclude Busi
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“Lavoriamo in biologico, sia in cantina sia in vigna. Non siamo certificati ‘bio’, ma è come se lo fossimo”. Chi gira per cantine avrà sentito decine di volte questo ritornello. Ma cosa significa, allora, essere “certificati bio”?
Il “biologico” è solo una questione burocratica? Vale la pena certificarsi? Ma soprattutto: che differenza c’è tra un vino “convenzionale” e uno “biologico”?
Lo abbiamo chiesto a due belle realtà tutte italiane: l’Azienda agricola Quaquarini Francesco, che opera in Oltrepò Pavese ed è stata selezionata da vinialsuper come “Miglior Cantina Gdo 2016“, e Cantine Losito – Terre del Gargano, in Puglia. Le dividono 742 chilometri. Ma le due aziende sono vicinissime nel modo di condurre vigna e cantina. Rispondono alle domande Francesco Quaquarini e Giovanni Losito.
1) Da quanto l’azienda è certificata biologica? Quaquarini: Dal 2002. Losito:Dal 1997 al 2000 mio padre ha testato le pratiche bio, per verificarne l’efficacia e l’applicabilità nelle nostre vigne. Ottenendo buoni risultati, dal 2000 è cominciata la conversione a livello burocratico e, dopo i 5 anni previsti dal regolamento, le vigne hanno ottenuto la certificazione bio.
Dal 2012, con l’introduzione della menzione “vino biologico” a livello europeo, è stato necessario anche certificare la cantina ed il processo, ottenendo immediatamente la certificazione.
2) Perché questa scelta? Conviene? Quaquarini: E’ una scelta personale, non legata alla commercializzazione. Noi viviamo in mezzo alle nostre vigne, lavoriamo in campagna e non vogliamo utilizzare prodotti chimici per la nostra salute e quella dei nostri collaboratori.
Pensiamo che una corretta gestione del terreno possa essere positivo per un giusto equilibrio e rispetto dell’ecosistema, per salvaguardare la naturale fertilità e biodiversità del terreno.
Dai controlli sulla vegetazione si rilevano analiticamente l’assenza totale di residui di fitofarmaci che, altrimenti, se ci fossero, andrebbero sicuramente a finire in parte nel vino. E’ provato che l’impatto ambientale su equivalenti di area non è enormemente distante tra l’agricoltura convenzionale e quella biologica, ma sul prodotto finale i risultati sono scientificamente provati.
La lotta contro i parassiti nell’agricoltura biologica si basa soprattutto sull’utilizzo di antagonisti naturali (animali-antagonisti), repellenti naturali, barriere naturali etc. L’inerbimento controllato inoltre protegge il suolo dall’erosione, mantenendo una naturale ricchezza e fertilità , anche dal punto di vista idrico gli effetti sono assolutamente positivi.
Penso convenga qualitativamente, anzi ne sono convinto. Da un punto di vista strettamente economico sicuramente no, per il mercato italiano. I costi di produzione sono più alti del 30% circa, inoltre il rischio di perdere la produzione è molto più elevato.
Losito:La risposta sembrerà una frase fatta, ma è stata prima di tutto una scelta di sensibilità. Siamo viticoltori a livello professionale da tre generazioni, pertanto abbiamo visto persino la viticoltura intensiva da tavola delle nostre zone degli anni 70-90, con l’uso smodato di antiparassitari e fitofarmaci residuali, prima che gli studi dimostrassero gli effetti negativi su salute e natura.
Siamo le persone più presenti nei nostri stessi terreni ed i primi consumatori dei nostri prodotti, quindi abbiamo voluto tutelare la nostra salute e quella dei nostri clienti. Inoltre, volendo proseguire in questo lavoro ed in queste zone anche nelle generazioni a venire, è logico pensare ad una gestione più sostenibile e rispettosa della vitalità della natura stessa.
L’uso prolungato e smodato di fitofarmaci residuali o sistemici ed una agricoltura volta alla “rapina” alla lunga porta all’infertilità ed al disequilibrio dell’ambiente dove si coltiva…e lì, di che terroir si vuole più parlare. Conviene? Dal punto di vista economico le valutazioni da fare sono troppe e la risposta è diversa per ogni produttore.
Per fare una regola generale mi sento di dire che, in ambito vitivinicolo, conviene solo quando la gestione è affidata a persone tecnicamente e scientificamente molto competenti, nel territorio con condizioni pedoclimatiche favorevoli, ed avendo il mercato giusto a cui vendere e/o facendo accordi di filiera con chi vende professionalmente nel biologico.
3) Quali sono stati i passi necessari per ottenere la certificazione? Quaquarini: A parte la burocrazia , da un punto di vista tecnico abbiamo solo dovuto formalizzare su carta quello che già facevamo, implementando la ricerca scientifica per migliorare il risultato (es: capannina meteo con programma anticrittogamico in collaborazione con l’Università Agraria di Piacenza).
Losito: È stata fatta richiesta ad agronomi professionisti, i quali hanno curato burocraticamente la richiesta all’Organismo di Controllo (OdC) da noi scelto (nel nostro caso, quello con l’ufficio più vicino alla nostra azienda, a 20 km di distanza).
L’OdC a sua volta ha verificato l’ammissibilità della nostra richiesta a livello agronomico e si è interfacciato con l’Unione Europea per l’autorizzazione. Abbiamo poi aspettato cinque anni come da regolamento, per far sì che diminuisse la concentrazione degli eventuali residuali in precedenza usati.
Nel nostro caso, si poteva aspettare anche molto meno dato che già la nostra gestione era molto più “pulita” ed eravamo reduci da tre anni di prove in bio, ma la legge è legge.
4) A quale costo (economico, burocratico, di personale necessario a gestire le pratiche)? Quaquarini: La burocrazia è il primo vero ostacolo alla scelta del biologico. L’impegno gravoso in ufficio è equivalente al maggior impegno che dobbiamo sostenere in campagna.
La certificazione giustamente ci obbliga ad una serie interminabile di trascrizioni, registrazioni, dove gli attori sono diversi: noi, l’ente certificatore, l’ente provinciale e i rivenditori di prodotti agricoli (dalle vitine fino alla vendemmia). C’è anche un impegno non irrilevante in termini di studio, sperimentazione e aggiornamento tecnico sull’intera filiera produttiva.
Losito: Il costo dipende da azienda ad azienda, ma diciamo che tra i nostri costi vivi e nascosti in media siamo sulle 500 euro a ettaro. L’Europa però dà contributi per la gestione bio, pertanto i costi potrebbero diminuire anche di molto, dipende dalla professionalità dell’azienda.
5) Cosa distingue un’azienda certificata bio da una non certificata bio, ma che segue comunque i dettami dell’agricoltura biologica? Quaquarini: Molti dicono “Non siamo certificati ma è come se lo fossimo”. E’ un modo di operare non molto chiaro. O lo sei, o non lo sei. L’autocertificazione non è ancora ammessa, i controlli devono essere garantiti da un ente terzo (sicuramente per me non è giusto che a certificare sia una struttura privata pagata dall’azienda).
Certo dipende fondamentalmente dalla serietà delle persone. Basta guardare il telegiornale per sentire parlare di truffe sul biologico di aziende perfettamente certificate e questo è un grandissimo problema per chi cerca di lavorare bene.
Losito: Prima di tutto la certezza di controlli e l’affidabilità dell’operato (salvo frodi, comunque punibili per legge). Nel primo caso l’azienda, essendo controllata da enti esterni (i dettagli nelle risposte successive), riesce a garantire prima di tutto una tracciabilità di prodotto, ma anche che il prodotto sia effettivamente assente da residuali non ammessi.
Nel secondo caso, in genere, il solo applicare le tecniche bio non garantisce che siano stati fatti controlli analitici e che non ci siano problemi di deriva da contadini vicini. Considerando che l’Europa aiuta economicamente coloro che decidono di passare al bio, sarebbe economicamente svantaggioso non aderire ai sistemi di controllo nonostante l’applicazione delle tecniche.
Chi decide di non aderire, in genere, è più un millantatore che altro, perseguibile anche per legge. È come dire “il mio vino è docg, fidati solo della mia parola”.
6) Quali sostanze sono ammesse nella pratica bio in vigna e in cantina? Quali sono escluse rispetto al vino ottenuto da agricoltura “tradizionale”? Quaquarini: Per la campagna tutti i concimi organici certificati bio (dal letame ai pellettati), per la difesa contro gli insetti dannosi si possono usare antagonisti naturali (imenotteri, thuringiensis, ferormoni per la confusione sessuale), piretroidi.
Contro la peronospora si usa rame con il limite di utilizzo di 6 Kg/ha per annata agraria. Per l’oidio si usa zolfo e il fungo ampelomyces quisqualis. No OGM. A queste si aggiungono adeguate pratiche agronomiche atte a minimizzare gli attacchi dannosi e aumentare l’efficienza degli interventi (inerbimento, potaturasecca e verde, siepi, arieggiamento del grappolo, scelta delle varietà di uva più idonee alla zona, forme di allevamento, sesti d’impianto).
Per la cantina, l’utilizzo della solforosa è tollerato e regolamentato con un dosaggio più basso rispetto al vino convenzionale. La chiarificazione e stabilizzazione dei vini può essere può essere ottenuto con mezzi fisici (freddo, centrifugazione, filtrazione) con o senza l’impiego di prodotti enologici (lieviti, caseina, albumina, bentonite, sol di silice, tannini).
Non si possono usare un’infinità di prodotti, per esempio: carbone, lisozima, polivinil pirrolidone, ferrocianuro di potassio, trattamenti termici…
Losito: In vigna le principali ammesse sono diverse. Sostanze di origine vegetale o animale come c’era d’api, gelatina; olii vegetali e minerali; batteri, virus e funghi o loro estratti che attaccano i parassiti della vite; feromoni; rame e zolfo (a concentrazioni controllate dall’OdC).
Per quelle non ammesse ti allego una nostra analisi multiresiduale, in cui si attesta l’assenza di oltre 500 fitofarmaci non ammessi (previsti invece nell’agricoltura convenzionale), nome per nome.
In cantina i principali coadiuvanti ammessi sono bentonite, chiarificanti di origine vegetale e animale, anidride solforosa (in concentrazioni massime minori rispetto al convenzionale, fino quasi al dimezzamento per alcune tipologie).
Non ammessi sono acido sorbico e sorbati, lisozima, Chitosano, acido malico, ammonio bisolfito, solfato di ammonio, pvpp, Carbossimetilcellulosa, Mannoproteine di lieviti, enzimi beta-glucanasi, Ferrocianuro di potassio, Caramello.
Non sono neanche ammessi alcuni procedimenti fisici quali concentrazione parziale attraverso il raffreddamento, eliminazione dell’anidride solforosa, trattamento per elettrodialisi, dealcolizzazione parziale, trattamento con scambiatori di cationi, filtrazioni inferiori a 0,2 micrometri.
7) Il vino bio è diverso da quello “tradizionale”? La differenza si può riscontrare nel calice, all’assaggio? Quaquarini: Alla degustazione non è paragonabile, nasce da principi diversi. Sicuramente analiticamente è diverso, i residui di trattamenti, diserbanti,coadiuvanti enologici lasciano una traccia chimico/analitica ben evidente. La diversità sta nel lavoro.
Per valutare una diversità all’assaggio bisognerebbe fare una degustazione in parallelo di due vini identici ottenuti con metodi diversi. Penso che i vini bio e convenzionali possano essere buoni o cattivi entrambi: dipende dall’attenzione e dalla cura nella produzione.
Losito: Oggettivamente, dal solo punto di vista dei fitofarmaci residui, è sicuramente diverso, è più salubre. Per chi consuma vino quotidianamente, sicuramente questo fattore è importante per evitare accumuli. Sul fronte delle differenze nella degustazione si apre un mondo di valutazioni, tutte opinabili, senza una regola oggettiva.
Mettiamola così: premettendo che per fare un vino biologico si debbano prendere precauzioni e provvedimenti atti ad ottenere per forza un prodotto di alta qualità (in maniera da evitare problemi risolvibili solo con metodi non ammessi in bio), sicuramente la media dei vini biologici ha una qualità organolettica migliore della media dei vini convenzionali.
Se un vino biologico non è buono, non deve essere giustificato, come invece accade per i cosiddetti “vini naturali”, ai quali erroneamente spesso sono associati.
9) Come avvengono i controlli e con che periodicità? Quaquarini: L’ente certificatore effettua 2-3 controlli all’anno. Non c’è un calendario e sono casuali e imprevisti.I controlli avvengono in ufficio, in campagna e in cantina, per valutare tutte le fasi della produzione e della vendita del prodotto.
In campagna oltre al controllo visivo, si prelevano campioni di foglie e di uva per le analisi.In cantina si prelevano campioni di vino, mentre in ufficio (con tempi lunghissimi) si controllano tutte le carte, si contano bottiglie ed etichette bio e tutti i documenti della vendita.
Purtroppo il peso dei controlli è sempre più spostato verso una burocrazia mastodontica e inutile.Gli addetti ai controlli sono tecnici esterni agli enti certificatori che cambiano ogni tre anni al massimo. Poi ci sono i controlli degli organi pubblici, come Ufficio Repressione Frodi (ICQ), Nas, Provincia, Finanza etc.
Losito: L’OdC assegna un profilo di rischio per ogni azienda (dimensioni, vicinanza con altri, tipo di colture e prodotti) ed in base a questo aumenta la frequenza di visita. Noi abbiamo in media una visita ogni due mesi, ed in media durano 5 ore, in funzione della regolarità riscontrata e della complessità aziendale (conosco colleghi che hanno subìto controlli anche per 16 ore).
Come avviene: per ogni ispezione viene assegnato all’azienda un agronomo (non può ispezionare la stessa azienda più di tre volte consecutive) il quale fa un’indagine documentale riepilogativa, prelevando documenti in possesso delle autorità (fascicolo aziendale, pap, piano colturale, registri e verbali di precedenti ispezioni).
Viene poi in azienda a verificare che i documenti rispondano alla realtà ed analizza i nostri registri, nel quale sono indicati acquisti e vendite dei prodotti, dei fitofarmaci, delle materie prime, le operazioni colturali, la quantità di fitofarmaci utilizzata per ogni trattamento, le lavorazioni sui prodotti (uve, mosti, vini), il rispetto delle rese per ettaro (molto minori rispetto ai disciplinari igp o doc), riscontra la giacenza dei prodotti in base alle entrate ed uscite e la loro regolare etichettatura secondo le norme bio.
Infine, l’ispettore potrebbe prelevare campioni di terreno, pianta, uve, foglie o vini e sottoporli ad analisi multiresiduale per verificare l’effettiva assenza di fitofarmaci e coadiuvanti non ammessi.
Nel caso di irregolarità (che può anche essere un numero sbagliato sulla fattura), l’ispettore fa diffidare l’azienda e la certificazione bio è sospesa, così come la commercializzazione, il prodotto declassato a convenzionale ecc. L’azienda, in funzione della gravità del problema, si dovrà difendere e dimostrare l’innocenza, anche per vie legali.
10) Ha ragione chi dice che il biologico è ormai diventato una moda? Quaquarini: Magari lo fosse! Losito: La domanda porta con sé che la concezione che il settore del bio sia tutto uguale. Questo potrebbe valere per gli alimenti più comuni, ma il vino, rientrando anche nella categoria degli alcolici, segue dinamiche diverse, quasi opposte, specialmente in Italia.
Nel nord Europa, Nord America e Giappone, sicuramente il bio in alimentazione è anche una moda, una moda ragionata. Il vino bio, in questi posti, sicuramente è più apprezzato che qui da noi, seguendo le dinamiche del settore alimentare perché considerato comunque più salubre.
Nel nord Italia penso che il vino bio certificato sia visto più come una “alternativa interessante”, non una moda. Questo perché, mentre i produttori si impegnavano a far conoscere il vero bio, sono arrivate anche orde di “naturalisti” a confondere le idee, nel bene e nel male.
Oggi un operatore Ho.Re.Ca. del nord Italia, quando deve rifornirsi, in genere ragiona per estremi e semplificazioni: o grandi aziende famose e blasonate/di tendenza del momento, o l’estremista naturale (vedi il successo dei Triple A). In entrambi casi, mode. Il vino bio, che in genere prende il buono dei due estremi, si trova invece penalizzato in quanto tra i due estremi.
Ed al sud? Al sud, solo che ci penso, mi vengono amare risate. La maggior parte degli operatori classici (il 90% del mercato) pensa bio = puzza. Quando lo andiamo a vendere spesso non specifichiamo che è bio, altre volte ci sentiamo dire “ah, peccato che è bio”, oppure “bio? Non si direbbe” o ancora “bio? Allora siete truffatori, il bio non esiste”.
Quelli che comprano invece credono che il vino bio certificato sia fatto da santoni che fanno miracoli. Quindi no, altro che moda. Sicuramente ci ha aiutato ad emergere nel mercato soddisfacendo una nicchia, ma ora capisco la scelta di Gaja nel fare bio ma non dirlo.
I più esperti, soprattutto i sommelier italiani, sono tra i maggiori oppositori del biologico (basta guardare i commenti nei gruppi facebook sul vino, quando vengono aperte discussioni in merito). Se quindi i primi a doverli consigliare sono i primi a denigrarli, sicuramente è più difficile venderli.
11) Spazio per ulteriori considerazioni Losito:Credo nel vino biologico certificato, se di qualità. Esso prende la professionalità del convenzionale e la sensibilità del naturale. È il giusto che sta nel mezzo. Tutela il produttore, il consumatore e gli operatori del settore. Ha bisogno di essere comunicato, ha bisogno di scrollarsi di dosso i pregiudizi positivi e negativi dovuti dall’ignoranza (giustificata) derivata dalla sua complessità.
Ha bisogno di essere conosciuto per quello che è: un prodotto derivato da una gestione scientifica e meticolosa della pianta e del vino, volta ad una maggiore salubrità dell’ambiente e del prodotto, nella maniera più trasparente possibile.
Mi faccio una domanda, e la girerei anche ad Umberto: cosa cambiereste del biologico? Personalmente, farei qualche passo indietro nella legislazione, quando il vino era “da agricoltura biologica” o “da uve biologiche”.
Prima di tutto, con quelle menzioni era più chiara l’impronta ambientale di questa certificazione. Secondo, e parlo da enologo, molti coadiuvanti e processi fisici non ammessi in bio in realtà non costituiscono né un pericolo per l’ambiente, né per l’uomo.
Il loro uso potrebbe sprigionare il potenziale di molti vini bio, mantenendone intatta la salubrità. La paura della “chimica” in cantina ha generato ciò, ma deriva dalla scarsa conoscenza del comune consumatore. Non si può pretendere che tutti siano laureati in enologia, ma ci vorrebbe più fiducia negli enologi. Il consumatore teme ciò che non capisce e disprezza ciò che teme, divenendo prone alla manipolazione.
Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, tra carta stampata e online, dirigo winemag.it. Collaboro inoltre come corrispondente per una delle testate internazionali più autorevoli del settore, in lingua inglese. Edito con cadenza annuale la “Guida Top 100 Migliori vini italiani” e partecipo come giurato ai più importanti concorsi enologici internazionali. Oltre alle piazze tradizionali, studio con grande curiosità i mercati emergenti, seguendone dinamiche, trend ed evoluzioni. Negli anni ho maturato una particolare esperienza nei vini dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa, tanto da aver curato la selezione vini per un importatore leader in Italia. Nel 2024 mi è stato assegnato un premio nazionale di giornalismo enogastronomico.
Sono rimasti solo due Paesi a seminare organismi geneticamente modificati in Europa, dove nel 2017 si registra un ulteriore calo della superficie coltivata del 4,3%. E’ quanto rende noto la Coldiretti sulla base dell’analisi Infogm dalla quale emerge che la superficie europea coltivata a transgenico risulta pari ad appena 130571 ettari rispetto ai 136338 dello scorso anno.
Nel 2017 infatti, sottolinea la Coldiretti, le colture ogm sopravvivono nell’Unione Europea solo in Spagna e Portogallo dove tuttavia si registra una riduzione delle semine del mais MON810, l’unico coltivato. Anche Repubblica Ceca e Slovacchia hanno infatti abbandonato la coltivazione e si sono aggiunte alla lunga lista di Paesi “Ogm free” dell’Unione Europea.
Le scelte degli agricoltori europei sono la dimostrazione concreta della mancanza di convenienza nella coltivazione Ogm nonostante le proprietà miracolistiche propagandate dalle multinazionali che ne detengono i diritti. Quasi 8 italiani su 10 (76 per cento) peraltro si oppongono oggi al biotech nei campi, secondo una indagine Coldiretti/Ixe’.
“Per l’Italia – afferma il presidente Coldiretti, Roberto Moncalvo – gli organismi geneticamente modificati in agricoltura non pongono solo seri problemi di sicurezza ambientale, ma soprattutto perseguono un modello di sviluppo che è il grande alleato dell’omologazione e il grande nemico del Made in Italy”.
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Tttip, il trattato transatlantico deve assicurare la tutela dei vini italiani rispetto a un fenomeno, quello del falso Made in Italy a tavola, assai diffuso sul mercato Usa dove ha superato il valore di 20 miliardi di euro. A sottolinearlo è la Coldiretti nell’esprimere preoccupazione per le notizie sull’andamento delle trattative tra Usa e Ue secondo le quali gli americani hanno ribadito la loro intenzione di continuare ad usare le denominazioni “semigeneriche” dei vini europei, come gli italiani Chianti, Marsala, il greco Retzina, il portoghese Madeira e i francesi Chablis e Champagne. Il risultato – denuncia la Coldiretti – è che oggi il Chianti si produce in California, mentre sempre negli States è possibile acquistare del Marsala Wine. Ma il fenomeno del falso vino ”Made in Italy” trova un forte impulso anche dalle opportunità di vendita attraverso la rete dove è possibile acquistare pseudo vino ottenuto da polveri miracolose contenute in wine-kit che promettono in pochi giorni di ottenere le etichette piu’ prestigiose come Chianti, Valpolicella, Frascati, Primitivo, Gewurztraminer, Barolo, Verdicchio, Lambrusco o Montepulciano. Il Made in Italy tarocco a stelle e strisce non riguarda però – ricorda la Coldiretti – il solo vino ma colpisce tutti i comparti dell’export tricolore, dai pomodori san Marzano all’olio d’oliva fino ai salumi, mentre addirittura il 99 per cento dei formaggi di tipo italiano negli States è fasullo nonostante il nome richiami esplicitamente le specialità casearie piu’ note del Belpaese, dalla Mozzarella alla Ricotta, dal Provolone all’Asiago, dal Pecorino Romano al Grana Padano, fino al Gorgonzola. La presunzione statunitense di continuare a chiamare con lo stesso nome alimenti del tutto diversi è inaccettabile – sostiene la Coldiretti – perché si tratta di una concorrenza sleale che danneggia i produttori e inganna i consumatori e l’Unione Europea ha il dovere di difendere prodotti che sono l’espressione di una identità territoriale non riproducibile altrove realizzati sulla base di specifici disciplinari di produzione sotto un rigido sistema di controllo. ”La trattativa sull’accordo di libero scambio tra Unione Europea e Stati Uniti, Tansatlantic Trade and Investment Partnership (Ttip) deve rappresentare un appuntamento determinante per tutelare le produzioni agroalimentari italiane dalla contraffazione alimentare e del cosiddetto fenomeno dell’Italian sounding” spiega il presidente della Coldiretti,Roberto Moncalvonel ricordare che “in gioco c’è un consistente interscambio economico visto che per la prima volta le esportazioni agroalimentari Made in Italy in Usa hanno superato nel 2015 i 3,6 miliardi di euro con un aumento del 20 per cento. E proprio il vino è il prodotto italiano piu’ apprezzato dagli americani con 1,3 miliardi”. Ma sul tavolo del Ttip ci sono anche altri argomenti ”scottanti” su cui l’Europa non deve abbassare la guardia – conclude la Coldiretti – dalla carne agli ormoni al pollo alla varechina che rischiano di finire nel piatto dei cittadini italiani ed europei, fino alla questione degli Ogm.
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