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Nizza Docg, Stefano Chiarlo confermato presidente. Continuità per il gioiello del Monferrato

Nizza Docg: Stefano Chiarlo confermato presidente

Stefano Chiarlo è stato confermato presidente dell’Associazione Produttori del Nizza. «L’ordine del giorno del prossimo mandato – commenta il produttore – rimarrà fedele agli sforzi passati dell’associazione. Questa responsabilità è significativa e sono grato per la fiducia accordatami. Dopo aver raggiunto nel 2o23 il traguardo di un milione di bottiglie di Nizza Docg prodotte, siamo pronti a ideare nuove strategie di comunicazione per questo gioiello del Monferrato, che ha catturato l’attenzione dei consumatori esigenti».

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Le 30 migliori Barbera d’Asti, Alba, Monferrato e Nizza a Rosso Barbera 2023

Tutti la conoscono, tantissimi la amano, pochi lo dicono. La Barbera del Piemonte è quel vino tra le cui sicure sfumature rifugiarsi, nel bene o nel male della sua acidità appuntita e dei suoi eccessi d’alcol e legno. Un vino che ha poco di veramente “nuovo” da raccontare al grande pubblico, se non qualche coraggiosa e ben riuscita vinificazione alternativa, per esempio in anfora. Ed è forse proprio per questo che piace (a tutti, o quasi) ed è un vino di successo, ambasciatore del Made in Italy enologico (soprattutto piemontese) nel mondo. La Barbera è una certezza. Uguale a se stessa, ormai da tempo. Ecco le 30 migliori Barbera d’Asti, d’Alba, Monferrato e Nizza a Rosso Barbera 2023.

  1. Barbera d’Asti Docg 2022 Cascina Vigna, Az. Agr. Gozzelino Stefano
  2. Barbera d’Asti Docg 2018 Ricordi, Sant’Anna dei Bricchetti
  3. Barbera d’Asti Docg 2020 Romea, Az. Agr. Gozzelino Emiliano
  4. Barbera d’Asti Docg 2019 Bruna, Costa dei Tigli
  5. Barbera d’Asti Docg Pianoalto 2021 Libera, Bava
  6. Barbera d’Asti Docg 2022 San Bastian, Poderi Rosso Giovanni
  7. Barbera d’Asti Docg 2022 Pian Scorrone, Tenuta Il Falchetto
  8. Barbera d’Asti Docg 2022 La Maestra, Dacasto Duilio
  9. Barbera d’Asti Docg 2020 Margà, Vini Domanda
  10. Barbera d’Asti Docg 2021 Robiross, Prediomagno
  11. Barbera d’Asti Docg 2021 Desolina, Vinicola Arno
  12. Barbera d’Asti Docg 2022 Robiano, Az. Agr. Gatto Pierfrancesco
  13. Barbera d’Asti Docg 2022 P-Cit, La Montagnetta di Capello Domenico
  14. Barbera d’Asti Docg 2020 Rebarba, Cantine Post dal Vin
  15. Barbera d’Asti Docg 2020 Tanguera, Vada Azienda agricola di Guido Vada
  16. Barbera del Monferrato Docg Superiore 2019 Le Cave, Castello di Uviglie
  17. Barbera d’Alba Doc 2021 San Cristoforo, Marsaglia
  18. Barbera d’Alba Doc 2021 Anna, Pasquale Pelissero
  19. Barbera d’Alba Doc Superiore 2021 I Patriarchi, Francone
  20. Barbera d’Alba Doc Superiore 202o Bricco Capre, Mario Rivetti – Cascina Serre
  21. Barbera d’Alba Doc 2021 Castellinaldo, Marchisio Tonino
  22. Barbera d’Asti Docg Superiore 2019 Beneficio, Az. Vitivinicola Cascina Sciorio
  23. Barbera d’Asti Docg Superiore 2020 Litina, Cascina Castlet
  24. Nizza Docg 2020 Le Nicchie, La Gironda
  25. Nizza Docg 2020 Vialta, Az. Agr. Serra Domenico
  26. Nizza Docg 2017 Augusta, Isolabella della Croce
  27. Nizza Docg 2020 Viti Vecchie, Gianni Doglia
  28. Nizza Docg 2021 Moncucco, Dacasto Duilio
  29. Nizza Docg Riserva 2019 Quattrofilari, Beppe Marino
  30. Nizza Docg Riserva 2016, Garesio
LE MIGLIORI BARBERA DEL PIEMONTE A ROSSO BARBERA 2023

L’occasione per l’assaggio di circa 160 vini sugli oltre 300 in degustazione è stata appunto Rosso Barbera 2023, la più importante rassegna sul vitigno organizzata dal Comune di Costigliole d’Asti in collaborazione con il Consorzio Barbera d’Asti e Vini del Monferrato, l’Associazione Produttori “Noi di Costigliole” e i sommelier Ais Asti, in scena dal 3 al 6 novembre al Castello di Costigliole d’Asti. Location per nulla casuale: si tratta del Comune più vitato del Piemonte a livello di denominazione e con più di 220 aziende dedite alla vinificazione del Barbera.

Tra i migliori assaggi figurano vini molto diversi tra loro, a conferma della grande versatilità del vitigno sulla base del microclima e delle caratteristiche del suolo. Colpisce l’uniformità dei vini proprio sulla base del territorio di provenienza, ancor più che per la tecnica di vinificazione. Il Barbera ama acciaio e cemento, regalando nettari dal frutto croccante, solo in apparenza semplici e degustabili anche col pesce. La musica cambia nelle versioni vinificate in legno, più corpose e strutturate ma sempre in grado di mostrare un ottimo equilibrio tra eleganza e potenza, almeno tra le etichette che figurano tra i migliori assaggi a Rosso Barbera 2023.

L’ALCOL DEL BARBERA NEL 2023: OCCHIO ALLA TEMPERATURA DI SERVIZIO

Un capitolo a parte è quello dell’alcol del Barbera, che merita un approfondimento. Nell’epoca in cui il consumo di vini rossi strutturati ha subito una battuta d’arresto a beneficio di spumanti, vini bianchi e vini rossi freschi, connotati dall’agilità di beva, il ruolo del marketing territoriale diventa sempre più centrale in territori contraddistinti dalla produzione di vini dall’alta percentuale alcolica. Su tutti, in Italia, la Valpolicella sta facendo di questo tema una bandiera della propria comunicazione nazionale e internazionale, sia nel confronto con la stampa sia sul fronte dei consumatori.

Ottima, dunque, la scelta di suddividere i 300 (e più) vini Barbera in degustazione sulla base della tecnica di vinificazione, oltre che della provenienza geografica e della denominazione. Ottimo anche il servizio dei sommelier Ais Asti, partner preziosissimi e fondamentali dell’evento più importante dedicato al vitigno principe del Piemonte. Ottima, infine, la presenza di vini da diversi territori del mondo, oltre che dalla vicina Lombardia (Oltrepò pavese). Ma nel 2023 si può (e si deve) fare di più, almeno a Rosso Barbera, per evitare di assaggiare vini da 15, 16 o 17 gradi a “temperatura ambiente”, incidendo sul loro profilo ancor più di quanto stiano facendo i cambiamenti climatici.

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Walter Massa e la sua Monleale: «In Piemonte 8 mila ettari di Barbera senza dignità economica»

«In Piemonte abbiamo sulle palle 8 mila ettari di Barbera che non hanno dignità economica. E per di più non esiste l’assessorato all’Agricoltura in Regione, perché un tizio che governa circa 3 milioni di ettolitri di vino prodotti e 15 milioni di ettolitri di vino comprati non può essere chiamato assessore all’Agricoltura, bensì al Commercio». Walter Massa ha appena finito di deliziare gli ospiti del Ristorante Montecarlo di Tortona con uno dei suoi pezzi da novanta – un Monleale 2000 in formato magnum – quando chiede l’attenzione della stampa presente in sala nell’ambito dell’Anteprima Derthona Due.Zero 2023. Il discorso è di quelli che lasciano il segno. Tema: la Barbera piemontese.

«Dobbiamo smettere di chiamarla “Barbera d’Asti” per poi vedere quella prodotta da Caldirola a 1,99 al supermercato, con tanto di fascetta. Se lo Chardonnay a Meursault si chiama “Meursault“, se la Malvasia puntinata a Frascati si chiama “Frascati“, se la Garganega a Soave si chiama “Soave“, un motivo c’è. Smettiamo di chiamare “Barbera” il vino fatto con l’uva Barbera. Diamogli nomi di fantasia, piuttosto. Dobbiamo imparare dalla Borgogna, dalla Francia, non dall’Oltrepò pavese: a Tortona nasce la rivoluzione della Barbera, che qui si chiama “Monleale” e basta». Walter Massa, in sostanza, invita tutti i “barberisti” a seguire l’esempio del Nizza Docg.

Ma anche il vitigno simbolo dei Colli Tortonesi, il Timorasso, è stato oggetto negli ultimi anni di un profondo restyling “concettuale”. I vini prodotti con uve Timorasso sui Colli Tortonesi potranno presto chiamarsi semplicemente “Derthona“, dall’antico nome romano della città capoluogo della regione vinicola, Tortona. Il tutto a partire dalla vendemmia 2022, grazie alla ratifica delle modifiche al disciplinare di produzione della Doc, che già prevedeva la sottozona “Monleale” per i vini ottenuti da Barbera (min. 85%; 72 quintali di resa per ettaro).

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Vendemmia 2022, Nizza Docg come il Douro: «Gradazioni non esasperate ed equilibrio»


«Vini che già oggi svelano grande colore purpureo, morbidezza e struttura, ma sorprendentemente gradazioni alcoliche non esasperate con carattere di equilibrio impensabile». Ecco cosa aspettarsi dalla vendemmia 2022 dei Nizza Docg, secondo il presidente dell’Associazione Produttori del Nizza, Stefano Chiarlo.

La vendemmia 2022 sarà ricordata per la “resilienza” climatica che la vite ha dimostrato e per l’attuazione delle pratiche virtuose che i produttori del Nizza, facendo tesoro delle annate precedenti con condizioni climatiche simili, hanno adottato ottenendo vini di  ottima qualità, carattere ed equilibrio».

Due le parole con cui si può sintetizzare la vendemmia 2022 del Nizza Docg: calda e secca. Queste condizioni climatiche impegnative si sono concretizzate in una raccolta mediamente anticipata di circa 10/15 giorni per la varietà Barbera nella zona.

Climaticamente l’annata 2022 ricorda molto la 2017. Con la differenza che quest’anno la vite ha sviluppato un maggior adattamento. Reagendo con una grande resilienza definita «sorprendente» dagli stessi produttori.

Un commento che accomuna i produttori del Nizza a quelli del Moscato bianco per l’Asti Docg, che proprio ieri hanno tirato le somme sulla vendemmia 2022. Uscendo dai confini nazionali, si sono detti «sorpresi» dell’esito dell’annata anche i vignaioli della Valle del Douro, zona notoriamente connotata da vini con alte gradazioni alcoliche.

La vendemmia 2022 nella Valle del Douro: «Vini mai così “leggeri”. E sarà un grande Porto»

STEFANO CHIARLO: «RESE BASSE DETERMINANTI PER IL NIZZA DOCG»

Il fattore critico, per i produttori del Nizza Docg, è stato la scarsità idrica con una riduzione del 60% della caduta d’acqua rispetto ad un’annata normale. Nel dettaglio si parla, nel 2022, di soli 400 mm d’acqua rispetto ad uno standard di 950 mm.

«Tutto ciò – spiega l’Associazione produttori del Nizza – deriva da scarse nevicate invernali, moderate piogge primaverili e da un’estate lunga e siccitosa contrassegnata da rari temporali che fortunatamente non sono stati grandiniferi».

Ma «l’esperienza, l’ingegno e la sensibilità dei viticoltori» hanno permesso di adottare le giuste pratiche agronomiche nel vigneto. Per fronteggiare condizioni climatiche impegnative «senza intaccare l’equilibrio e la qualità del prodotto».

Il fatto che da disciplinare la resa per ettaro, stabilita a 70 quintali, sia più bassa rispetto alle altre – commenta ancora Stefano Chiarlo – è stato un ulteriore fattore che ha fatto in modo che le viti superassero meglio di altre lo stress idrico. Le vigne del Nizza Docg hanno dunque saputo reagire molto bene».

A garantire «la perfetta maturazione delle uve preservandone la freschezza, l’integrità e l’equilibrio» hanno contribuito anche altre decisioni. Tra queste, la scelta di lasciare la vegetazione a proteggere i grappoli dall’insolazione diretta, evitando che le bucce venissero danneggiate e consentendo ai grappoli di non disidratarsi. A buon fine anche il ritardo sul consueto periodo riservato ai diradamenti, al pari dell’anticipo della vendemmia.

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Barolo col tappo a vite per la Svezia: lo chiede un tender del Systembolaget

Barolo col tappo a vite o, meglio, “Screwcap of stelvin type”. La richiesta è stata messa nero su bianco in un tender del Monopolio della Svezia. Lo Systembolaget, ovvero la rete di 445 negozi che controlla la vendita di alcolici nel Paese scandinavo, chiede mille bottiglie del vino simbolo del Piemonte, vendemmia 2014, 2015 o 2016, rigorosamente “tappate” a vite. È disposto a pagarle tra le 500 e le 999 corone svedesi (Sek): tradotto, tra i 45,54 e i 90,98 euro. Il prezzo di un ottimo Barolo, col tradizionale tappo in sughero. Nessuna operazione al ribasso, dunque.

Quella dello screwcap sul Barolo appare la scelta di un mercato pronto, su tutti i fronti. Consumatori e professionisti del settore (buyer, sommelier, enotecari) sembrano aver ormai digerito tutte le perplessità legate al tappo a vite. Tanto da accettarlo anche su vini rossi da lungo affinamento. Senza storcere il naso.

Il tender del Monopolio svedese contiene tuttavia un errore e dovrà essere riformulato per trovare qualche temerario vignaiolo di Langa disposto a soddisfarne le richieste. Il disciplinare del Barolo Docg, infatti, permette l’utilizzo del tappo a vite solo sui vini senza menzioni, come “base” e “riserva”.

Lo stelvin è vietato, invece, come metodo di tappatura dei Barolo in cui sia presente in etichetta una menzione di “vigna“, una menzione geografica aggiuntiva (Mga) o una menzione comunale.

Al contrario di quanto avvenuto in altri Consorzi italiani – Brunello di Montalcino e Amarone della Valpolicella, per citare altri due vini rossi italiani da lungo affinamento – nelle Langhe non ha raggiunto il quorum l’assemblea del Consorzio chiamata a recepire le indicazioni dell’Unione europea, in materia di chiusure da adottare sui vini comunitari a denominazione (Regolamento Ue n. 1308/2013).

Un aspetto chiarito a WineMag.it dal presidente del Consorzio di Tutela del Barolo, Matteo Ascheri: “Il Barolo con il tappo a vite è ammesso, in quanto il disciplinare di produzione non prevede limitazioni di sorta. I produttori stessi, una decina di anni fa, sono stati chiamati ad esprimersi in merito, ma l’assemblea convocata a riguardo non ha raggiunto il numero legale e quindi si è ammessa una liberalizzazione totale sulle chiusure“.

“Il futuro del Barolo – commenta ancora Ascheri (nella foto, sopra) – non è tuttavia legato al tappo a vite. Tale chiusura può essere ottima per vini con evoluzione breve, ma può dare problemi per vini destinati ad un lungo invecchiamento in bottiglia”.

Altre chiusure alternative al sughero naturale, come il sughero polverizzato e trattato o simili – aggiunge Ascheri – possono rappresentare il giusto compromesso tra neutralità della chiusura e potenziale evolutivo del vino. Oltre a garantire il 100% delle bottiglie prodotte, consentono di salvaguardare il percepito del cliente finale. Un aspetto che non è da sottovalutare”.

Quanto al tender dei Monopoli scandinavi: “Il più delle volte riscontriamo richieste estemporanee, quasi ‘umilianti’ per i produttori – chiosa il presidente del Consorzio piemontese – a volte assurde. Sono mercati importanti anche se ancora relativamente giovani, con consumatori attenti e alla ricerca di prodotti come i nostri. Dispiace che i Monopoli, che sono l’intermediario principale su quei mercati, rappresentino una interlocuzione a volte difficile e contrastante per i produttori stessi”.

Non occorre andare troppo lontano dal territorio d’elezione del Barolo per trovare, invece, grande entusiasmo nei confronti del tender targato Systembolaget. “Il Barolo col tappo a vite – commenta Gianluca Morino, vignaiolo Fivi di Cascina Garitina, a Castel Boglione (AT) – può aprire nuovi scenari per tanti vini e invogliare tanti altri produttori a usare un tappo sicuro”.

“Personalmente estenderei la possibilità di utilizzare lo ‘screwcap of stelvin type‘ anche ai vini con menzione vigna, geografica o comunale – aggiunge Morino – motivo per il quale il tender del mercato svedese dovrà essere modificato per trovare recepimento in Langa. Una forzatura dettata dal fatto che, spesso, i buyer non conoscono i disciplinari con precisione e avanzano richieste insoddisfabili”.

Per aggirare questo ostacolo, Gianluca Morino, così come altri produttori che utilizzano il tappo a vite in Italia, evitano la “menzione” in etichetta. “Sul mio Nizza Docg ‘900’ appare la scritta ‘Margherita‘ come nome di fantasia, ma in realtà si tratta della ‘Vigna Margherita’. Un escamotage che vorrei evitare di usare, se solo le normative me lo consentissero”.

Entusiasta del tender svedese anche un altro strenuo sostenitore del tappo a vite, il re del Timorasso Walter Massa. “Se sommelier, degustatori e importatori del Monopolio scandinavo hanno avanzato una simile richiesta – ipotizza il vignaiolo di Monleale – è certamente perché avranno avuto riscontri positivi sulla tenuta della denominazione, dopo aver effettuato appositi test in loco, ritappando dei Barolo almeno negli ultimi 15 anni“.

“Questo tender rivoluzionario – continua Massa, che a gennaio ha presentato il tappo a vite ‘intelligente’ sui suoi Derthona 2018 – è certamente la risposta dettata da risultati e degustazioni tecniche, ben oltre la mera richiesta del mercato: sfido chiunque a sostenere che gli svedesi propongano ai loro consumatori un vino ‘tarocco’, risultando responsabili in prima persona di questa scelta”.

Si tratta di un’operazione di grande rispetto nei confronti del consumatore finale – aggiunge – oltre che nei confronti del vino e della denominazione. Sono pronto a partire per Stoccolma e offrire al primo produttore di Langa che aderirà a questo tender una bottiglia del suo vino, appena sarà sul mercato!”.

“Anche perché – chiosa Massa – sono stufo di sentir dire che il Derthona è il Barolo bianco. Quest’auspicabile apertura del Barolo al tappo a vite fungerebbe da reale trait d’union tra un vino bianco e un grande vino, per dimostrare che anche i vini bianchi sono grandi vini, capaci di affinare a lungo nel tempo”.

Grande entusiasmo anche in Alto Adige, alla corte di un altro produttore simbolo della battaglia per la diffusione del tappo a vite in Italia: “Sono ormai sono 14 anni che lavoriamo con lo screwcap – commenta Franz Haas (nella foto, sopra) – ovvero dal 2006, senza essercene ancora pentiti. Anzi! Lo usiamo anche per vini importanti e abbiamo le prove che sia di gran lunga migliore del sughero, eliminandone tutte le influenze negative”.

In questi giorni di lockdown dettato dai decreti volti a contenere Covid-19, Haas sta approfittando per assaggiare vecchie annate in cantina. Tappate proprio con lo stelvin. “Ieri sera, in famiglia – rivela a WineMag.it – abbiamo aperto un Pinot Nero del 2001 risultato in condizioni straordinarie: sembrava Borgogna! Più passa il tempo, più il tappo a vite esalta il vino in bottiglia, compresi i vini rossi da invecchiamento”.

“Ben venga se qualcuno, anche in Langa, voglia cogliere l’opportunità di un tender del mercato scandinavo – conclude Haas – contribuendo a propagare la cultura di questa tecnica di tappatura. Più siamo e più importanti sono i vini tappati a vite, prima ci libereremo delle rogne legate al sughero”. Che la Svezia sia foriera di rivoluzioni?

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Nizza Docg, successo di filiera: crescono le bottiglie e il valore a scaffale

Non solo più bottiglie, ma anche un valore crescente a scaffale. Il Nizza Docg si conferma tra i progetti di filiera di maggiore successo del Made in Italy enologico. I numeri snocciolati da Valoritalia attestano la crescita a doppia cifra della produzione (+44,75%) in occasione della vendemmia 2019. La Denominazione raggiunge infatti le 632.536 bottiglie: 37.116 sono di Barbera d’Asti Superiore Nizza Docg e 594.420 di Nizza Docg. Ben 195.555 in più rispetto al 2018.

Da un’analisi più estesa si evince che, dal 2016 al 2019, l’ormai ex sottozona della Barbera d’Asti Doc Superiore è cresciuta in modo costante, con un incremento del 100% rispetto alle 315.472 bottiglie complessive del 2016. L’imbottigliato è salito del 17% tra il 2016 e 2017, del 18% tra il 2017 e il 2018 e del 44,75% nell’ultimo biennio.

Siamo orgogliosi di vedere tali risultati – commenta Gianni Bertolino, presidente dell’Associazione Produttori del Nizza – in quanto sono il frutto di una grande sfida partita all’inizio del 2000 e che negli anni è stata accolta da un numero crescente di produttori, ad oggi oltre 60. I numeri che crescono danno la misura della fiducia che i produttori e i consumatori hanno nel progetto Nizza, un progetto vero di territorio”.

Alla crescita del numero di bottiglie prodotte si è accostato l’incremento del prezzo medio di vendita di una bottiglia di Nizza Docg. “L’Associazione – continua Bertolino – ha sempre voluto un Nizza che esprimesse eccellenza e un vino che fosse giustamente remunerativo, per dare la possibilità ai produttori di reinvestire risorse maggiori nella propria attività”.

“In un mercato altamente competitivo e che richiede sempre più l’eccellenza è fondamentale migliorare la tecnologia di produzione, implementare la qualità e le condizioni lavorative oltre che sviluppare iniziative di marketing per la promozionare del territorio”, chiosa il presidente dell’Associazione produttori piemontese.

Secondo l’Enoteca Regionale di Nizza Monferrato, il prezzo medio delle bottiglie di Nizza Docg a scaffale in enoteca è di 22,30 euro, con prezzi minimi intorno ai 10/13,00 euro e massimi che superano gli 85,00 euro.

“Valori – commenta Bertolino – che fino a non molti anni fa sembravano difficilmente raggiungibili in questa parte di Piemonte. Ci vorrà ancora un po’ di tempo, ma questo valore si riverserà a catena su tutta la filiera. Si vedono già alcuni riscontri tangibili, per esempio il valore crescente dei vigneti”.

“Il Nizza Docg – precisa Daniele Chiappone, vicepresidente dell’Associazione Produttori del Nizza – diventa dunque una Denominazione di riferimento anche per il valore che riesce ad esprimere. Il numero di bottiglie è importante ma la sua remuneratività, in un contesto produttivo fatto di tante piccole aziende, è fondamentale”.

Un’area capace, tra l’altro, di attrarre turismo dall’estero, grazie al lavoro dei tanti ambasciatori del Nizza Docg, in mercati chiave per l’export come gli Usa. Oltre agli ottimi vini ottenuti dall’uva Barbera, Nizza offre infatti eccellenze gastronomiche come i cardi gobbi, il tartufo e pregiate carni della razza bovina Piemontese.

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Rosso Barbera 2019: i migliori 10 (+20) assaggi al Castello di Costigliole d’Asti

COSTIGLIOLE D’ASTI – Grande successo per Rosso Barbera 2019. Oltre mille gli accessi alla tre giorni andata in scena dal 2 al 4 novembre, al Castello di Costigliole d’Asti (AT). Una location degna della crescente attenzione dei produttori piemontesi nei confronti della Barbera.

È recente, infatti, il riconoscimento in Piemonte della terza Docg dedicata al noto vitigno a bacca rossa. Si tratta del Nizza Docg, che è andato ad affiancarsi alla Barbera d’Asti Docg e alla Barbera del Monferrato Superiore Docg.

Per l’esordio di Rosso Barbera, evento che nasce dalle ceneri di “Barbera – Il gusto del territorio”, sono stati coinvolti i sommelier Ais della delegazione di Asti. “Grazie alla concessione del castello da parte del Comune e alla nostra collaborazione tecnica – commenta Paolo Poncino (nella foto, sotto) delegato locale dell’Associazione italiana sommelier – l’evento è finalmente decollato”.

“Siamo molto soddisfatti – aggiunge Poncino – soprattutto per i numeri. Lo scorso anno la manifestazione ha coinvolto 80 produttori, quest’anno 150. La copertura geografica è stata dunque molto più capillare e utile, ai nostri ospiti, per comprendere le differenze tra le varie espressioni di questo vitigno, importantissimo per il Piemonte”.

“La Barbera – sottolinea il delegato Ais di Asti – è buonissima vinificata in acciaio, nella sua versione più fresca. Ma si presta ottimamente anche ad essere affinata in legno, con diversi tempistiche e tipologie di botte. Un vino, dunque, molto versatile e gastronomico“.

Diverse le zone rappresentate ai banchi d’assaggio. Corposo il numero di Barbera proveniente dall’Astigiano. Buona la rappresentanza di altri territori piemontesi, come Alba (Cuneo), le Colline Novaresi (Novara) e i Colli Tortonesi (Alessandria).

Non sono mancati rappresentanti dal vicino Oltrepò pavese, con quattro etichette provenienti da San Damiano al Colle, Rovescala, Canneto Pavese e Montecalvo Versiggia, tutti Comuni in provincia di Pavia. Ecco dunque i migliori assaggi di WineMag.it a Rosso Barbera 2019.

TOP 10

1) La Montagnetta – Roatto (AT): Barbera d’Asti Docg Superiore 2016 “Piovà”
2) Mossio – Rodello (CN): Barbera d’Alba Doc 2017
3) Accornero e Figli – Vignale Monferrato (AL): Barbera Del Monferrato Doc 2016 “Giulin”
4) Pomodolce – Montemarzino (AL): Colli Tortonesi Doc Monleale 2011 “Marsen”
5) Gatto Pierfrancesco – Castagnole Monferrato (AT): Barbera d’Asti Docg Superiore 2017 “Vigna Serra”

6) Michele Chiarlo – Calamandrana (AT): Nizza Docg Riserva 2016 “La Court”
7) Dacasto Duilio – Agliano Terme (AT): Nizza Docg 2017 “Moncucco”
8) Tenuta Il Falchetto – Santo Stefano Belbo (CN): Barbera d’Asti Docg Superiore 2017 “Lurei”
9) Cascina Delle Rocche Di Moncucco – Santo Stefano Belbo (CN): Barbera d’Asti Docg 2017 “Vigne Erte”
10) Gianni Doglia – Castagnole Delle Lanze (AT): Barbera d’Asti Docg 2018 “Bosco Donne”

MENZIONI

11) Cascina Fiore – Costigliole d’Asti (AT): Barbera d’Asti Docg 2016
12) Baldi Pierfranco – Costigliole d’Asti (AT): Barbera d’Asti Docg Superiore 2015 “Castelburio”
13) Sant’Anna Dei Brichetti – Costigliole d’Asti (AT): Barbera d’Asti Docg Superiore 2015 “Vigna Dei Brichetti”
14) Bianco Marco – Costigliole d’Asti (AT): Barbera d’Asti Docg Superiore 2015 “Vigna Del Mor”
15) Montalbera – Castagnole Monferrato (AT): Barbera d’Asti Docg 2018

16) Bava – Cocconato (AT): Barbera d’Asti Docg 2018 “Libera Pianoalto”
17) Cantina Sant’Evasio – Nizza Monferrato (AT): Barbera d’Asti Docg 2018
18) Dacasto Duilio – Agliano Terme (AT): Barbera d’Asti Docg 2018 “La Maestra”
19) Gaudio Bricco Mondalino – Vignale Monferrato (AL): Barbera d’Asti Docg 2018 “Zerolegno”
20) Coppo – Canelli (AT): Barbera d’Asti Docg 2018 “L’avvocata”

21) Sei Castelli – Agliano Terme (AT): Barbera d’Asti Docg 2018 “Ventiforti”
22) Cascina La Barbatella – Nizza Monferrato (AT): Barbera d’Asti Docg 2017 “La Barbatella”
23) Cascina Valle Asinari – San Marzano Oliveto (AT): Barbera d’Asti Docg 2017
24) Scarpa – Nizza Monferrato (AT): Barbera d’Asti Docg 2016 “Casa Scarpa”
25) Bava – Cocconato (AT): Piemonte Doc Barbera 2018 “Viva In Bottiglia Gura” (metodo ancestrale)

26) Malabaila Di Canale – Canale (CN): Barbera d’Alba Doc Superiore 2016 “Mezzavilla”
27) Olim Bauda – Incisa Scapaccino (AT): Nizza Docg 2016 “Cru Bauda”
28) La Gironda – Nizza Monferrato (AT): Nizza Docg 2016 “Le Nicchie”
29) Franco Roero – Montegrosso D’Asti (AT): Barbera d’Asti Docg Superiore 2017 “Mappale 213”
30) Prasso Piero – Mongardino (AT): Barbera d’Asti Docg Superiore 2016 “Colli Astiani”

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Canelli Docg, ok del Consorzio: in etichetta dal 2020. Sarà anche Riserva


CANELLI –
Canelli è Docg. Il Consorzio per la Tutela dell’Asti Docg ha approvato il provvedimento nel tardo pomeriggio di oggi, lunedì 15 aprile 2019. Quella che fino a ieri era una sottozona del Moscato d’Asti Docg, Canelli per l’appunto, diventa una Denominazione di origine controllata e garantita indipendente.

Si chiamerà Canelli Docg o Moscato di Canelli. La scelta, almeno nei primi mesi di vita della nuova Docg, sarà lasciata ai singoli produttori che poi potranno omettere la parola “Moscato”, in etichetta. Il provvedimento è il frutto di cinque anni di lavoro dell’Associazione Produttori Moscato di Canelli, riattivatasi nel 2014.

Un percorso già visto in Piemonte, in epoca recente. Il passaggio del Moscato di Canelli da sottozona a vera e propria Docg ricorda infatti quello del Nizza Docg, prima relegata al ruolo di sottozona della Barbera d’Asti Docg.

“Solo un punto di inizio – commenta il presidente Gianmario Cerutti – che ci vedrà impegnati nei prossimi mesi a seguire i passaggi in Regione, al Governo e poi a Bruxelles, in attesa della prima bottiglia di Canelli Docg, che potrà essere etichettata nel 2020“.

Poi – continua Cerutti – passeremo alla promozione della nuova tipologia proposta dal Disciplinare: la Riserva, con almeno 30 mesi di affinamento, di cui almeno 20 in bottiglia. Il nostro Moscato si differenzia dagli altri per la sua capacità di migliorare nel tempo. In particolare, dopo tre anni giunge a un percorso di terziarizzazione che conferisce nuovi aromi al nettare, rendendolo davvero unico nel genere”.

Anche per questo il presidente vuole rivolgere un invito ai consumatori, in vista dell’ormai prossima Pasqua 2019: “Bevete un Moscato di Canelli 2017 e vi renderete conto che è ancora più buono di quello d’annata!”

Il Moscato Bianco di Canelli trova il suo abbinamento perfetto con la pasticceria secca, le creme e i dolci a base di frutta. Ingiustamente relegato all’esclusivo consumo con i dessert si sposa in realtà alla perfezione anche a piatti salati, dai formaggi erborinati, alla Robiola di Roccaverano, ai salumi.

LA NUOVA DOCG
La zona del Canelli Docg o Moscato di Canelli è ristretta a 18 Comuni. Restano esclusi Alba, Rocchetta Belbo, Serralunga, Treiso e Trezzo Tinella. Tutti in provincia di Cuneo.

Sarà dunque possibile produrre il Canelli Docg col solo vitigno Moscato Bianco, nei Comuni di Bubbio, Calamandrana, Calosso, Canelli, Cassinasco, Castagnole Lanze, Coazzolo, Costigliole d’Asti, San Marzano Oliveto, Moasca e Loazzolo per la provincia di Asti.

Per quanto riguarda la provincia di Cuneo, i Comuni sono quelli di Camo, Castiglione Tinella, Cossano Belbo, Mango, Neive, Neviglie, Santo Stefano Belbo. Il nuovo disciplinare, tuttavia, interessa solo parzialmente i territori dei 18 Comuni in cui è ammessa la produzione.

“In questi anni – sottolinea il presidente Cerutti – il nostro lavoro si è concentrato studi di tipo geologico e microclimatico, utili a identificare solo le aree più vocate alla produzione di Moscato. Un vero e proprio lavoro di ricamo: la Docg vuole infatti essere un provvedimento ulteriormente migliorativo della qualità del nostro Moscato”.

Il disciplinare prevede la possibilità di allevare il vitigno storico di Canelli a partire da un’altezza di 165 metri sul livello del mare e fino a 500 metri. Sono stati esclusi tutti i vigneti con esposizione a Nord, a partire dai 400 metri.

I NUMERI DEL MOSCATO DI CANELLI
I dati più aggiornati della sottozona, riferiti a dicembre 2018, parlano di mezzo milione di bottiglie di Moscato d’Asti Docg Canelli. Ventitré le aziende produttrici, anche se a possedere vigneti all’interno del comprensorio della Docg sono 68 aziende.

“I numeri, in crescita dal 2014 – sottolinea ancora Gianmario Cerutti – dimostrano quanta attenzione ci sia stata a livello locale per questo progetto. Il numero stesso dei produttori iscritti all’Associazione è cresciuto dai 10 del 2014 ai 18 del 2019, interessando anche vignaioli dei Comuni limitrofi”. La riprova che il Canelli Docg è un vero progetto di territorio.

Del resto, la coltura della vite in questo angolo di Piemonte è attestata fin dell’epoca romana. Nel Medioevo, il Moscato arriva nella regione del Nord Italia per trovare una delle sue terre d’elezione. La sua presenza si concentrerà pian piano nelle zone più vocate di Canelli e dintorni, al punto da confondersi nel corso dei secoli, con la vita stessa della comunità.

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Michele Chiarlo, nuovo investimento nel Nizza Docg: acquisiti altri 10 ettari tra Montemareto e Moncucco Cavino

“Sarà un onore per noi confrontarci con questi nuovi appezzamenti ed è nostra intenzione, se si presenteranno le giuste occasioni, di continuare ad investire nei grandi territori piemontesi, perché da sempre la vocazione della nostra famiglia è quella di vinificare nelle più prestigiose denominazioni del Piemonte”.

Così Stefano Chiarlo, nel commentare sul blog della cantina Michele Chiarlo i nuovi investimenti della cantina nella zona del Nizza Docg. Si tratta di altri 10 ettari di vigneti all’interno dell’areale. Con questa acquisizione, il patrimonio viticolo di proprietà della cantina nella zona di produzione del Nizza Docg sale a 20 ettari.

In particolare si tratta di due nuovi appezzamenti, rispettivamente di 2,5 ha nel Comune di Castelnuovo Calcea, nel cru Montemareto, e di 7,5 ha a Mombercelli, nel cru Moncucco Cavino. Gli altri 10 ettari riguardano la storica Tenuta de La Court.

“Siamo felici di aver avuto la possibilità di annettere al nostro patrimonio viticolo due appezzamenti così vocati all’interno di una denominazione che abbiamo fortemente voluto e che abbiamo intenzione di continuare a supportare nella sua crescita”, commenta Stefano Chiarlo, titolare assieme al fratello Alberto e al padre della Michele Chiarlo.

“Fin dagli albori di questa Docg – continua – ai tempi in cui nostro padre Michele ricopriva il ruolo di primo presidente della neonata Associazione del Nizza, abbiamo creduto che questo vino, che oggi sta ricevendo importanti riconoscimenti dalla critica nazionale e internazionale, avesse tutte le carte in regola per entrare nella rosa dei grandi rossi piemontesi“.

“Gli investimenti su questo territorio sono una prova concreta delle sue grandi potenzialità, che come produttori e membri dell’Associazione è nostro desiderio continuare a valorizzare in vigna e a promuovere sui mercati internazionali”, conclude Stefano Chiarlo.

Come viene precisato sul blog della cantina, entrambi i vigneti si estendono all’interno della parte centrale dell’areale del Nizza Docg. La parcella di Montemareto (2,5 ettari) è caratterizzata da una forte pendenza e da un’invidiabile esposizione a sud che consente di avere, durante il periodo estivo ed autunnale, un notevole numero di ore di luce.

I suoli sono di origine sedimentaria marina con prevalenza di marne chiare sabbioso limose e un’importante presenza di microelementi tra cui calcio e magnesio. caratteristiche che contribuiscono alla produzione di vini strutturati, longevi ed equilibrati.

Pochi chilometri più a nord si sviluppano invece i 7,5 ettari di vigneto con esposizione sud situati all’interno del cru Moncucco Cavino. Qui le colline si fanno più dolci e i terreni bianchi tipici di quest’area si colorano di sfumature azzurre, dovute alla consistente presenza di argille di lugagnano. In quest’area infatti scarseggia la componente sabbiosa in favore di quella limosa che si rivela in vini caratterizzati da freschezza, acidità e mineralità.

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Nizza Docg: la mappa dei cru, verso il milione di bottiglie

NIZZA MONFERRATO – Prima sottozona della Barbera d’Asti Superiore, poi Docg indipendente. Ora una mappa delle vigne che identifica i terreni storicamente più vocati.

Un processo di “Barolizzazione”, che consacra il Nizza Docg tra le grandi denominazioni del vino del Piemonte. Dopo i vini di Langa e verso l’obiettivo del milione di bottiglie.

Molto più di un semplice compitino da svolgere a tavolino quello commissionato alla casa editrice Enogea, presentato lo scorso sabato al Foro Boario di Nizza Monferrato.

Alessandro Masnaghetti ha visitato le aziende della zona. Consumando, per un anno, suole e matite. Obiettivo: disegnare una carta utile tanto ai consumatori finali del Nizza Docg, quanto ai produttori e agli esperti del settore.

In definitiva sono più di sessanta i cru identificati. La mappa delle vigne del Nizza elaborata da Enogea non stabilisce differenze tra una produzione o l’altra. Nessun commento, insomma, sulle caratteristiche dei vini ottenuti da Barbera in purezza, nei diversi cru.

Questa è una delle sfide che attendono i produttori, impegnati da anni in degustazioni alla cieca delle proprie etichette. L’Associazione produttori del Nizza contava 15 “tesserati” nel 2000. Oggi sono 51, con ulteriori tre richieste al vaglio.

Il primo presidente dell’Associazione produttori Nizza fu Michele Chiarlo. Uno dei portabandiera globali della Barbera d’Asti e del Nizza Docg. Una denominazione che punta a raggiungere il milione di bottiglie e a triplicare il vigneto, fino a 700 ettari. Ma senza perdere di vista la qualità, dettata da un disciplinare di produzione più restrittivo rispetto a quello della Barbera d’Asti.

I NUMERI DELLA DENOMINAZIONE
I numeri sono tutti dalla parte del Nizza Docg. Tra le denominazioni italiane più performanti in assoluto. Non a caso, diversi produttori di Barolo stanno facendo shopping di vigneti nei 18 Comuni della zona Sud dell’Astigiano.

Secondo i dati ufficiali, il Nizza ha subito una vera e propria impennata dal 2015, in seguito al riconoscimento della Docg, avvenuta nel 2014. La superficie vitata è aumentata del 50% in tutti e due gli anni. Oggi tocca quota 196 ettari.

Numeri che si traducono anche in ettolitri. Nel 2017 la produzione si è assestata sugli 8.754 ettolitri di vino atto a divenire Nizza Docg. I mercati di riferimento sono gli Usa e la Svizzera. Ma i produttori riescono ad affermarsi anche a livello locale, soprattutto grazie a un turismo a caccia di eccellenze enogastronomiche.

Cifre rese possibili (anche) dal successo dalla Barbera d’Asti. “Il vino rosso piemontese – ricorda Filippo Mobrici, presidente del Consorzio Barbera d’Asti e Vini del Monferrato – più esportato al mondo. Su oltre 21 milioni di bottiglie prodotte, il 50% raggiunge i mercati esteri e porta fuori dai confini nazionali il nome ‘Asti’, creando forte richiamo turistico di città del vino e di territorio da scoprire attraverso i suoi paesaggi vitivinicoli unici”.

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Gagliardo compra Garetto: Barolo conquista Nizza

Poderi Gianni Gagliardo investe nel Nizza con l’acquisizione di Tenuta Garetto. Non si conoscono ancora i dettagli, ma la notizia è ormai ufficiale.

Gagliardo, storica cantina di viticoltori piemontesi dal 1847, ha chiuso in giornata l’acquisizione della cantina di Agliano Terme, in provincia di Asti.

Alla guida della cantina astigiana è oggi Alessandro Garetto, grande promotore del vitigno Barbera, in tutte le sue sfumature. La tenuta, 18 ettari posti a un’altitudine di 250 metri sul livello del mare, ha una capacità produttiva di 120 mila bottiglie.

Poderi Gianni Gagliardo allarga così il raggio d’azione in Piemonte, investendo nella giovane Docg del Nizza. Fino a ieri sede produttiva nel Comune di La Morra, ma vigneti distribuiti tra le Langhe e il Roero, tra i migliori cru della zona del Barolo: Lazzarito, Castelletto, Monvigliero, Mosconi e Fossati.

Un matrimonio d’intenti quello tra le due cantine piemontesi, da sempre unite dall’attenzione nei confronti dell’ambiente.

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Una Docg per il Moscato di Canelli: partita aperta in Piemonte

Quattromila aziende coinvolte complessivamente nella filiera, su 9.700 ettari di superficie nelle province di Alessandria, Asti e Cuneo. Una capacità produttiva di 80 milioni di bottiglie, tra Asti e Moscato Docg, in cui la sottozona Canelli chiede di avere “maggiore peso”.

E’ il tema caldo delle elezioni del nuovo presidente del Consorzio Asti Docg, in corso da ieri nel sud del Piemonte, che non termineranno prima di sabato 22 aprile. Il gruppo di produttori nato più di 10 anni fa attorno a Canelli, in una zona compresa tra i Comuni di Castel Boglione, Bubbio e Loazzolo, ha avanzato in Regione la proposta di riconoscimento di una Denominazione di Origine Controllata e Garantita a sé stante. Una Docg in grado di valorizzare un “cru” che prenderebbe il nome di “Moscato di Canelli Docg”, o “Canelli Docg”.

“La nostra iniziativa – spiega Gianfranco Torelli, a capo dell’omonima cantina – non mira tout court a un’uscita dal Consorzio di Tutela dell’Asti Docg. Intendiamo piuttosto staccarci da questo grande mondo che è l’Asti: grande e importante, ma dentro al quale noi ci sentiamo un po’ stretti. Un mondo che non ci rappresenta più come vigneron del Moscato”.

“UN MILIONE DI BOTTIGLIE”
Oltre a Cantine Torelli di Bubbio, aderiscono alla richiesta di Docg importanti realtà della zona come Astoria, Ignazio Giovine, Cascina Barisel, Ezio Cerruti. Avrebbero mostrato interesse e già dato appoggio anche Tenuta Il Falchetto di Santo Stefano Belbo, l’Azienda Agricola Paolo Saracco di Castiglione Tinella, nonché Gianni Doglia e i Vignaioli di Santo Stefano. Aziende che, sommate assieme, garantirebbero alla nuova Docg una potenza sul campo “di circa un milione di bottiglie”.

“Nomi come questi – continua Torelli – ci consentirebbero in una decina di anni di modificare il nome della denominazione da ‘Moscato di Canelli Docg’ a, più semplicemente, ‘Canelli Docg’. Un’operazione possibile, grazie alla forza che potrebbero mettere in campo assieme le aziende in termini di marketing e comunicazione”. L’esempio a cui guarda il gruppo di produttori del sud Piemonte è quello del “Cortese di Gavi”, oggi noto a tutti col semplice nome “Gavi”. Al pari, il Nizza Docg.

I TEMPI
Gianfranco Torelli (nella foto) ha le idee chiare anche sui tempi necessari per realizzare il progetto. “Ci siamo dati come limite il 2018 – spiega il produttore – proprio perché siamo consci che non si tratta di un’operazione semplice. La sottozona Canelli è già prevista dal disciplinare di produzione. Il passaggio a Docg necessita l’appoggio della Regione, già ampiamente confermato dall’assessore Giorgio Ferrero, oltre all’avallo del Consorzio di Tutela, che deve far partire l’iter legislativo. Una volta eletto il nuovo presidente ed entrato in carica il nuovo direttivo, attenderemo un mese prima di chiedere un incontro ufficiale, nella speranza che sia portata avanti la linea già confermata dall’attuale direttivo”.

Il gruppo di promotori del Moscato di Canelli Docg è già stato accolto a Palazzo Gastaldi in Piazza Roma 10 dall’attuale direttore del Consorzio, Giorgio Bosticco. “Che in linea di massima – conclude Torelli – ha garantito il suo assenso e appoggio all’istituzione della nuova Docg”. Entro qualche settimana, dunque, le sorti del nobile Moscato di Canelli saranno segnate.

IL MOSCATO D’ASTI DOCG
Riconosciuto Docg nel 1993, il Moscato d’Asti deve essere prodotto secondo il disciplinare esclusivamente con il vitigno Moscato Bianco. La resa massima è di 100 quintali di uva per ettaro. Il Moscato d’Asti Docg è un vino di colore giallo parglierino brillante, che nel calice evidenzia una spuma fine e persistente. Al naso è fragrante, floreale. Il tratto distintivo è il sentore di salvia. Il sapore è delicatamente dolce, aromatico, caratteristico. La gradazione minima complessiva è 11 gradi, con alcool svolto minimo a 4,5.

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