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Grecia, Santorini wine tour: il vino sull’isola del vulcano

La strada che da Thira collega a Oia è un gomitolo d’asfalto a strapiombo sul mare. Curve mozzafiato, che preparano all’ingresso nel villaggio a nord dell’isola di Santorini. Poco più di 3 mila anime a popolare una terra resa nota dai tramonti sul mare, tra i più sensazionali al mondo.

Ma da qualche tempo, a Oia, ci si emoziona pure senza bisogno di cercare il riflesso del Sole sulle acque piatte che circondano la “Caldera”, ossia ciò che rimane del vulcano attorno al quale si è sviluppata – come in un abbraccio – l’intera pittoresca isola greca.

“Seconda svolta a destra, questo è il cammino”, canterebbe Edoardo Bennato in una rivisitazione ‘terrestre’ de “L’Isola che non c’è”: appena entrati a Oia, il cartello stradale indica il Domaine Sigalas, prima tappa del wine tour a Santorini.

Una discesa piuttosto ripida, col mare sullo sfondo. Poi le prime vigne di proprietà della Winery. La sala per la degustazione dei vini è all’aperto, sotto un ampio porticato di due livelli che si apre direttamente sulle vigne di Paris Sigalas. Le puoi quasi sfiorare, dai tavolini sui quali vengono serviti undici vini in assaggio.

Si tratta di 6 bianchi, un rosato, due rossi (il terzo, un Mavrotragano, risulta esaurito) e due vini da dessert tra cui il noto Vinsanto, che ha contribuito a rendere noto nel mondo il nome di Santorini legato alla produzione vinicola.

Ma ormai, anche e soprattutto grazie a enologi e viticoltori come Sigalas, che dal 1991 opera sull’isola e dal 1998 ha iniziato a introdurre metodi sperimentali e innovativi nelle proprie vigne, sostenere che il Vinsanto sia l’emblema del vino a Santorini non è solo riduttivo, ma addirittura fuorviante.

DOMAINE SIGALAS

Di fatto, durante il wine tasting, spiccano gli assaggi di due bottiglie, “Nychteri” e “Mm”, ottenute da uve autoctone dell’isola. La prima è il risultato della raccolta tardiva di uve Assyrtiko, da vigne di età compresa tra i dieci e i sessant’anni. La seconda risulta invece dal blend tra Mavrotragano (60%) e Mandilaria (40%).

Nychteri, annata 2012, è una vera sorpresa. Fermentazione e affinamento avvengono in vecchie barrique di legno di quercia, sur lies per per 30 mesi. Di colore giallo intenso, con riflessi dorati, Nychteri di Domaine Sigalas risulta complesso al naso, richiamando al contempo agrumi, miele, erbe aromatiche e nocciole, oltre a una spiccata mineralità. In bocca è pieno, dotato di buon corpo; aromi di nuovo citrici e agrumati, ben bilanciati con le sensazioni aromatiche. Si avverte un residuo zuccherino, che contribuisce a regalare un finale lungo e sostenuto a questa splendida bottiglia.

Viene da chiedersi come sarà tra quattro, cinque anni, dal momento che Nychteri è invecchiabile in bottiglia fino a dieci anni. Perfetto l’abbinamento con l’anatra all’arancia, nonché con i formaggi molto saporiti e con lo stufato. Mm è invece il rosso che più colpisce durante il wine tasting alla Sigalas Winery.

L’annata è la 2013, per questo calibrato mixaggio di uve Mavrotragano e Mandilaria, raccolte anche in questo caso da vigne di 60 anni. Vinificazione tipica, con fermentazione e affinamento in acciaio. Solo una parte del mosto viene trattata in barrique di quercia francese.

Di colore rosso piuttosto profondo, con riflessi violacei, Mm regala un naso complesso, di spezie e frutti rossi maturi. Al palato è elegante, pulito, regalando gli stessi sentori avvertiti al naso, con tannini e acidità ben bilanciati.

Vale la pena di un assaggio anche il Vinsanto di Sigalas: annata 2005, ottenuto da varietà Assyrtiko (75%) e Aidani (25%), viene ottenuto tramite l’essicamento delle uve al sole per 10-14 giorni, per poi essere invecchiato in botti di quercia per un minimo di 24 mesi.

Il Domaine Sigalas invecchia il proprio Vinsanto per almeno 7 anni. Procedimento che invece non viene applicato a Apiliotis, altro vino da dessert che durante il wine tasting viene proposto nell’annata 2009, risultando così ancora più dolce del Vinsanto.

Il continuo investimento in modernizzazione e sviluppo da parte del Domaine Sigalas lo ha portato in pochi anni a una capacità produttiva di 300 mila bottiglie all’anno. Gli ettari di vigne sperimentali superano addirittura quelli totali dell’azienda (20 su 27), che produce le varietà indigene Assyrtiko, Aidani, Athiri e Mavrotragano.

E l’ultima novità riguarda proprio il Mavrotragano: è infatti in arrivo un rosso coltivato col metodo internazionale delle vigne “a filari”, che a Santorini non viene praticato. Già, perché su questa splendida isola della Grecia le viti hanno sembianze molto particolari.

LA VITE DI SANTORINI

Avete presente il canestro nello sport del basket? Immaginate di doverlo riprodurre, utilizzando i rami della vite. E’ questo il metodo col quale, sin dall’antichità, i viticoltori di Santorini proteggono le piante di uva dal vento che costantemente sferza l’isola, nonché dal sole cocente dell’estate.

La vite cresce così protetta, all’interno del canestro realizzato in piccole fosse scavate appositamente diverse decine di centimetri sotto al livello del terreno della vigna, di origine vulcanica.

La pianta viene mantenuta molto bassa, così da poter ricavare dal terreno reso secco dalla scarsità di precipitazioni il massimo del calore nella stagione più fredda. Nonostante le difficoltà nella coltivazione, le vigne di Santorini non sono mai state attaccate dalla Fillossera (Phylloxeridae).

Il particolare terroir regala di per sé vini bianchi minerali e rossi di grande asprezza, che per questo hanno bisogno di essere ‘corretti’ (meglio sarebbe dire ‘ingentiliti’) in barrique. Dalle vie che collegano un villaggio all’altro, lo spettacolo regalato dalle vigne di Santorini è unico: a un passo dal mare e a due dai tetti azzurri delle case bianche dell’isola.

SANTO WINES WINERY E VENETSANOS WINERY

E a proposito di “paesaggi mozzafiato”, il wine tour di vinialsupermercato.it non poteva non passare da due ‘case del vino’ di Santorini che si affacciano direttamente sul mar Egeo e sulla Caldera del vulcano: la Santo Wines Winery e la Venetsanos Winery.

Due realtà che hanno sulla collocazione geografica, una accanto all’altra, il loro unico tratto in comune. Se da un lato la Santo Wines è certamente l’azienda vinicola che sull’isola può vantare tra le migliori ‘macchine del marketing’ – vera e propria schiacciasassi legata soprattutto però, fate bene attenzione, alla location suggestiva più che ai vini prodotti – la Venetsanos Winery bada molto più alla concretezza.

I camerieri (sommelier?) in divisa della Santo Wines non possono competere con il savoir-faire, la gentilezza e la preparazione tecnica di Giorgio, il giovane enologo che guida il wine tasting, districandosi tra un gruppo e l’altro di turisti e appassionati di Bacco. Di fatto, i vini della Santo Wines non lasciano il segno. Viene proposto un vassoio con sei vini in degustazione: tre bianchi, un solo rosso e i due vini da dessert Santo e Santorini Vinsanto.

Sopra la media solo Kameni (Kamenh), un rosso del 2012 piuttosto robusto ottenuto da uve 100% Mandilaria, lasciate a seccare per due giorni dopo la raccolta e affinate per 24 mesi in botti di quercia francese.

Delicato e minerale, invece, Santorini Nikteri Reserve, combinazione di Assyrtiko (75%), Athiri (15%) e Aidani (10%) che regala un naso complesso, buon carattere minerale e la bilanciata combinazione tra sensazioni agrumate-citriche e vaniglia, grazie a un affinamento di 12 mesi. Il “semi dolce” Santo pare un succo di frutta e il Santorini Vinsanto, con soli 3 anni di invecchiamento in barrique, non emoziona certo quanto altri provati sull’isola.

Due passi più in là, alla Venetsanos Winery, Giorgio accoglie i suoi ospiti con cortesia e professionalità, in un edificio che ha fatto dello sfruttamento della gravità il suo must nella scelta del design architettonico.

La struttura è stata realizzata dall’alto verso il basso e modernizzata di anno in anno a partire dal 1947 dalla famiglia che porta lo stesso nome. Qui sono quattro i vini proposti in degustazione. Non può mancare l’Assyrtiko, la varietà più importante per l’isola di Santorini, con il 75% della superficie vitata.

Di questa bottiglia colpiscono le note saline che emergono resistenti nel lungo finale, ad accompagnare le note citriche e minerali preponderanti. Più delicato è Nykteri (che Giorgio spiega essere “il vino della notte”, dal greco “nikta”, “notte”). Quattro mesi in barrique per maturare sentori di vaniglia dall’aspro uvaggio Assyrtiko in purezza.

Frutta a polpa bianca matura, fiori bianchi e burro al palato, da abbinare alle carni bianche (14 gradi per l’annata 2014). Il rosso secco proposto in degustazione alla Venetsanos Winery è un Mandilaria in purezza, l’uvaggio rosso più diffuso a Santorini. Un vino di grande potenza, con i suoi 15 gradi. Il 60% del mosto passa in barrique nuove di quercia francese e il 40% matura semplicemente in acciaio.

“Un procedimento – spiega Giorgio – necessario per sminuire gli eccessivi tannini dell’uvaggio, nonché l’acidità. I grappoli vengono precedentemente lasciati al sole per tre giorni, dopo la raccolta”.

Al naso frutti rossi e spezie. Al palato la curiosità di assaggiare la stessa annata, la 2014, tra qualche anno, con ottime prospettive. Perfetto l’abbinamento con carni cotte alla griglia o alla brace, da provare per esempio con l’agnello. Ultimo bicchiere è quello di Vinsanto, considerato uno dei migliori dell’isola. Parere che condividiamo in toto.

Per la sua produzione, alla Venetsanos viene utilizzato il 90% di uvaggio Assyrtiko e il 10% di Aidani. “Le uve – spiega Giorgio – vengono lasciate al sole dai 5 ai 10 giorni, a seconda delle condizioni meteorologiche. La sensazione dolce ottenuta è così naturale. Non commercializziamo il nostro Vinsanto prima di due anni di affinamento”. Al naso e al palato si evidenziano elegantemente mela matura, pesca, albicocca, miele, vaniglia, cioccolato e caramello.

BOUTARI WINERY

Nel sud dell’isola, il wine tour di Santorini prosegue alla Boutari Winery. Un colosso greco del vino, che sull’isola fa bella figura grazie alla sapiente presentazione di Maria Karamolegou, che ci guida nella degustazione. Viene proposta la degustazione di quattro vini autoctoni, tutti di buona qualità.

Dopo l’assaggio del bianco Santorini (100% Assyrtiko, 13,20 euro per la bottiglia da 750 ml) e la sorpresa Kallisti Reserve 2012 (di nuovo Assyrtiko in purezza, ma questa volta affinato in barrique prima e in bottiglia poi, per un totale di 14 mesi, ottenendo dal legno sentori di vaniglia) finalmente qui troviamo un rosè degno di nota, Kouloura, dal nome della forma a “cesto” tipica delle viti di Santorini.

L’annata è la 2013 e viene prodotto al 100% con uve Mandilaria. Al naso ciliegia, miele, fragola. Al palato, Kouloura è invece molto più secco di quello che ci si possa aspettare dal naso, con un finale amarognolo molto accattivante e sorprendentemente salino.

Buon livello anche per Kouloura red, vino rosso secco dai tannini nobili, delicati e dalla buona acidità. Incuriositi, alla Boutari Winery degustiamo anche un vino dell’area della Mantineia, a ovest di Atene: Ilida, blend tra un uvaggio autoctono (Moshofilero) e gli internazionali Chardonnay (affinato in barrique per 4 mesi) e Gewurztraminer.

Ottimo il risultato, da provare. Non a caso, la Boutary Winery è la più visitata dell’isola, grazie anche alla propria esperienza in un campo dove opera dal 1879, anno della propria fondazione a Naoussa. E, sempre non a caso, Boutari è stata nel 2008 la prima azienda vinicola greca ad aggiudicarsi il titolo di “European Winery of the year” per il prestigioso “Wine Enthusiast”.

GAVALAS WINERY
Alla Gavalas Winery, l’atmosfera è invece molto intima e familiare. Si viene accolti dalla dolce Fotini Tsiboni, che con voce pacata accomodare gli ospiti sotto il porticato della casa vinicola, allestito a sala di degustazione. Una menzione particolare va al Santorini Natural Ferment, vino bianco secco molto pulito e delicato al palato, nonché dal perfetto bilanciamento tra sale, frutta e dolce.

“Le uve di Assyrtiko – spiega Fotini – vengono raccolte all’inizio del mese di agosto, selezionate accuratamente e poi vinificate secondo il metodo tradizionale di Santorini, ma allo stesso tempo avvalendosi di tutto il nostro know how nel settore, grazie all’apporto di vasche d’acciaio a temperatura controllata”.

Nasce così un vino bianco adatto all’abbinamento con piatti di mare e carne di pollo e tacchino. Non lasciano il segno, invece, né il Nykteri (di 14 gradi, da riassaggiare forse più maturo) proposto in degustazione né il Mavrotragano (risultato ancora troppo acido, nonché salino, nonostante l’utilizzo di barrique nuove di quercia francese per più di 12 mesi) e delude il Vinsanto, davvero troppo zuccherino.

ARTEMIS KARAMOLEGOS WINERY

Il wine tour di Santorini di vinialsupermercato.it si chiude alla Artemis Karamolegos Winery, dove Fani ci guida nella degustazione di 6 vini dell’azienda, fondata nel 1952 e rinnovata dal 2004, pluripremiata in diversi concorsi internazionali.

Segni particolari? Un vero e proprio marchio di fabbrica: l’obiettivo di mantenere 3 grammi per litro di residuo zuccherino. Un grande lavoro di ‘chimica’ che si traduce in vini molto asciutti e puliti, che vale davvero la pena di degustare, magari in abbinamento ai piatti del vicino ristorante annesso alla winery, “Aroma Avlis”.

Del resto, dietro alle fatiche di laboratorio, va detto che la Karamolegos Winery può contare sui vigneti più ambiti sull’isola di Santorini, ovvero quelli a 600 metri sul livello del mare della zona di Pyrgos. L’assaggio del primo vino fa subito comprendere che siamo di fronte a un’azienda vinicola di tutto rispetto.

L’Assyrtiko in purezza è tra i più delicati degustati sull’isola, nonché tra i più fruttati. L’acidità non è così spiccata e, anzi, si fanno apprezzare le note di frutti a polpa bianca. Note fruttate che diventano addirittura esotiche in Santorini, blend di Assyrtiko con piccole percentuali di Athiri e Aidani. Apporto fondamentale, quello di quest’ultimo uvaggio, per conferire alla bottiglia note di pera e banana.

Nykteri è al solito di elevato grado alcolemico, ma quello di Artemis Karamolegos è pure ricco di vaniglia e miele, con palato pulito ed elegante che si accende di vaniglia e limone (3 mesi in barrique di quercia francese). In Santorini Barrel Aged, proposto in degustazione con l’annata 2013, troviamo addirittura l’ananas, in un finale lungo e strutturato.

Il rosato (blend Mandilaria e Assyrtiko) non è degno di nota, ma Fani avverte appunto che fa parte della linea “Terranera”, ovvero quella dei vini base, da tavola. La nostra guida torna subito su un buon livello, versando nel calice il Mavrotragano in purezza, maturato in barrique per oltre 24 mesi per l’annata 2010.

Vino potente, molto ben strutturato, con note speziate e di piccoli frutti di bosco a bacca rossa riscontrabili sia al naso che al palato, fa venir voglia di tornare a Santorini tra un altro paio d’anni, per provarlo nuovamente, ancora più maturato in bottiglia: ottimo e perfetto per accompagnare carni saporite e formaggi molto grassi.

“Produrlo – spiega Fani – è molto costoso. L’uva ha un valore di 3,50 euro al Kg e possono occorrere anche 2 Kg per produrre un solo litro di vino”. La Artemis Karamalegos Winery, inoltre, non lo commercializza prima di due anni di ulteriore affinamento in bottiglia.

IL WINE MUSEUM DI SANTORINI
A Santorini non poteva mancare un museo del vino. E’ il Koutsoyannopoulos Wine Museum di Santorini, che ospita la Koutsoyannopoulos Winery. Il cuore del museo è ricavato a una profondità di 8 metri rispetto al livello del suolo, su una superficie totale di 300 metri e presenta – grazie a supporti di audio guida in quattordici lingue – la storia del vino di Santorini dal 1660 al 1970. Anche qui, ovviamente, la possibilità di dedicarsi al termine della visita del museo al wine tasting di quattro diverse produzioni della Koutsoyannopoulos Winery. Il costo di ingresso al museo è di 8 euro.

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degustati da noi vini#02 visite in cantina

Alla scoperta dei vini e delle cantine di Cipro

Le valigie scorrono lente verso i legittimi proprietari sul rullo bagagli del Terminal 1, aeroporto Milano Malpensa. D’un tratto, la mente vola indietro di qualche giorno. Vuoto d’aria. Flashback. Pedro, uno degli eredi titolari della Vouni Panayia Winery, ripone con cura in un elegante cartonato una bottiglia di Barba Yiannis. “Here you are, enjoy it”. Stretta di mano, saluti di rito. E da quello stesso istante non pensi ad altro che al viaggio che, quella bottiglia di fragile vetro, dovrà affrontare nella stiva dell’aeromobile di compagnia Aegean, col quale sei appena atterrato a Milano dopo una settimana di vacanza sull’isola di Cipro. La Dea bendata sembrerebbe stata benevola. Fronte e retro, la valigia è pulita. Nessuna macchia viola, di vino infranto. Check definitivo: Barba Yiannis ce l’ha fatta. Sì. Dio benedica il pilota. Una settimana di vacanza a Cipro può bastare per fare la conoscenza dei migliori prodotti delle vigne cipriote.

E alla Vouni Panayia Winery, al 60 di Archiepiskopou Makariou III Avenue, nel villaggio di Panayia, distretto di Paphos, Cipro centro-occidentale, la bandiera dell’enologia isolana viene tenuta alta sin dalla fondazione, avvenuta nel 1987 su intuizione di un uomo formatosi al dipartimento di Viticultura e Enologia del Ministero dell’Agricoltura di Cipro, Andreas Kyriakides. Oggi, ad accogliere i numerosi visitatori di tutto il mondo dietro al banco degustazioni della casa vinicola, c’è Pedro. Terza generazione, stessa passione. E una invidiabile formazione enologica, portata a termine niente meno che in Toscana.

VOUNI PANAYIA WINERY
               
Calice e piattino di formaggi locali: la degustazione dei vini dell’azienda di famiglia può cominciare. Le uve utilizzate sono tutte autoctone di Cipro. Si parte ovviamente dai bianchi, con Alina: dalle uve Xynisteri nasce un vino delicato, soave. Al naso emergono note di frutta esotica, pesca e limone. A dominare il palato sono appunto i sentori aciduli, che lasciano spazio a un finale più fruttato. Il secondo calice viene riservato a una “chicca” di Panayia: Spourtiko, nome del vino ottenuto dalla medesima uva, coltivata unicamente dalla famiglia Kyriakides nei vigneti di proprietà, nel cuore dei monti Troodos. Di colore giallo trasparente, Spourtiko risulta più secco di Alina.

Sentori di mela e finale lungo. Tocca poi a Promara, bianco più “importante”, affinato per due mesi in botti di rovere francese. Naso pieno, di frutta tropicale. La stessa percepibile al palato, in un finale delicatamente citrico. Quarto e ultimo bianco degustato: Alina medium dry. Uve Xynisteri, come per l’Alina “base”, ma in questo caso coltivate a un’altitudine superiore, tra gli 800 e i 1150 metri sul livello del mare, in suoli prettamente calcarei.

Ne risulta un bianco dalle note piacevolmente minerali. Sorprendente il finale, tendente al mieloso su note di arancia e limone. La degustazione prosegue con un rosato dal nome esotico, Pampela. In realtà si tratta di un blend di uve autoctone di Cipro, Maratheftiko e Mavro. Di colore rosso sgargiante, luminoso, si presenta al naso con carattere: si percepiscono note di ciliegia, fragola, arancia matura e melograno. Al palato è ricco, pieno, equilibrato, anche nel finale, lungo e fruttato.

Capitolo vini rossi. Quello di Barba Yiannis, per intenderci. Un amore sbocciato dopo l’assaggio di Plakota, il primo dei red wines proposti da Pedro. Siamo di fronte all’ennesimo blend, questa volta di tre differenti uvaggi: Maratheftiko, Mavro e il mai citato Ofthalmo. Un rosso aromatico, fruttato, che ricorda alcuni Cannonau sardi. Ciliegia, mora e mirtillo al naso; prugna al palato, delicato e tondo.

E infine, Barba Yiannis. Eccolo, il re dei vini Panayia. Di colore rosso impenetrabile, profondo, regala al naso decisi sentori fruttati e terziari, conferiti dall’affinamento. Il palato è elegante, pulito, asciutto. Chiaro il tocco della barrique francese, in cui Barba Yiannis riposa dodici mesi, affidandosi prima dell’imbottigliamento. Tredici gradi per un vino piacevolmente caldo, in cui spuntano neppure tanto timidamente vaniglia e cioccolato. Sorprendente.

Da provare. Pedro accompagna poi i visitatori nel sul regno: lo stabilimento della Vouni Panayia Winery. “Per me, per noi – dichiara timido, ma con orgoglio – fare vini non è semplicemente un modo come un altro di ‘fare impresa’, bensì un vero e proprio stile di vita. Qualcosa che ormai abbiamo nel sangue da diverse generazioni”.

E la si può toccare con mano questa passione. La si percepisce chiaramente tra le botti di acciaio dove le uve subiscono i primi trattamenti dopo la vendemmia, a cavallo tra i mesi di settembre e ottobre. Sullo stanzone veglia un dipinto di Dioniso, la divinità che – secondo il mito – insegnò agli uomini l’arte di produrre vino. Si scende poi sotto il livello del suolo. Ancora più nel cuore dei monti Troodos.

Qui riposano le bottiglie di vino Panayia, ordinatamente riposte in posizione orizzontale, come a formare un mosaico di sapori e profumi solo da scoprire. Poco lontano, due operai sistemano con cura le sei bottiglie che compongono ogni cartone di vino. Trecento ogni ora. “Quasi tutti i nostri macchinari provengono dall’Italia – evidenzia Pedro, sorridendo e ammiccando gli ospiti di Milano – e in particolare sono prodotti da un’azienda del Veneto”.

Regna il silenzio poco oltre, quando il giovane mostra la stanza delle barrique francesi. Sembra di percepire il sonno operoso dei vini. “Utilizziamo solo due volte ogni botte – spiega Pedro – e poi la rivendiamo ad altri produttori locali di vino, che le utilizzano per l’affinamento di vini liquorosi come la tradizionale Commandaria, o liquori come la Zivania (Zibania)”.

Le barrel hanno una capienza tra i 200 e i 250 litri e sono collocate in una stanza a temperatura naturale di 18-20 gradi. Ultima tappa della visita ai ‘sotterranei’ della Vouni Panayia è il museo dei vini prodotti in loco, dove è possibile ammirare la prima bottiglia, datata 1990. Il tour è finito, ed è già ora di tornare verso Paphos.

Non prima di aver ammirato la pineta che circonda le vigne della Vouni Panayia Winery, che si estendono su una superficie di oltre 25 ettari, lavorati prettamente a mano, con l’ausilio di un piccolo trattore (un ambiente protetto, che aderisce al network “Life, Natura 2000).

Vigne che ogni anno consentono la produzione di 300 mila bottiglie di vino. Rigorosamente autoctono, unicamente cipriota. Distribuite anche nei supermercati locali, comprese le grandi catene internazionali della grande distribuzione organizzata (Gdo), come il gruppo francese Carrefour.

KAMANTERENA SODAP LTD WINERY
Il wine tour prosegue più a valle. E l’esperienza alla Kamanterena – Sodap Ltd Winery si può racchiudere tutta in un aggettivo: vulcanica. Merito di Irene Georgiu, la tour guide che ci accompagna nella degustazione, mescolando la propria passione per i vini ciprioti a nozioni di vita privata e battute degne d’un comico di Zelig.

Un metro e cinquanta di pura elettricità, umanità e simpatia. E quel fare materno che con guasta, se accostato tanto ai vini quanto agli ospiti. Ma cominciamo con il contestualizzare. Ci troviamo esattamente in località Stroumbi, nel distretto di Paphos, all’interno di una cooperativa sorta in loco nel 2004, ma che unisce dal 1947 oltre diecimila famiglie di produttori di vino di tutta l’isola di Cipro.

Siamo a un’altezza di circa 600 metri sul livello del mare, nella casa di una pluripremiata impresa vitivinicola, capace di aggiudicarsi premi internazionali al Decanter World Wine e all’International Wine & Spirits Competition, grazie a un sapiente mixaggio delle uve autoctone con quelle internazionali (Shiraz, Cabernet Sauvignon, Merlot, Semillon). Per intenderci: 2 milioni di bottiglie prodotte mediamente all’anno.

Il biglietto da visita con il quale il gruppo Sodap, secondo indiscrezioni, sta tentando di allettare nuovi soci o acquirenti, navigando finanziariamente in acque che non sarebbero limpide come quelle del mare di Cipro. E mentre alcuni colossi bancari stanno alla finestra, i vini prodotti nello stabilimento di Stroumbi continuano a essere esportati principalmente in Paesi come Danimarca (Horsholm e Rodding), Spagna (La Jonquera), Belgio (Woluwe Saint Lambert).

E ancora Grecia (Atene), Germania (Berlino), Giappone (Tokyo), Australia (Sydney), Stati Uniti d’America (New York e Florida), Francia (Orlienas), Svezia (Solna) e Repubblica Ceca (Praga). Una vocazione internazionale, quella di Kamanterena Sodap, che si riflette appunto sull’assortimento di vini commercializzati e proposti in degustazione.

Ed ecco addentrarci nell’affaire dell’istrionica Irene Georgiou. La prima bottiglia che stappa è uno Xynisteri della linea Kamanterena. Un bianco secco, di colore giallo paglierino intenso, con riflessi verdi. Naso energico, palato accattivante e astringente: mela verde, limone e lime.

Dodici gradi: più leggero di altri Xynisteri, ma più pulito e lungo nel finale. Passiamo poi all’assaggio di Arsinoe 62, un altro vino derivato da uve dell’autoctono Xynisteri, selezionate appositamente nella zona di Laona, nel distretto di Paphos. L’affinamento in bottiglia ne migliora l’aromaticità e lo rende il miglior accompagnamento testato in loco ai piatti di pesce e carne di pollo dei tradizionali Meze di Cipro.

E mentre Irene stappa il primo rosso, alla Sodap inizi a sentirti un po’ come a casa, coinvolto dalle storie di vita vissuta di questa straordinaria donna, di origini turche, con legami di sangue in Romania. E che ha vissuto per diversi anni persino in Canada.

Nel cielo dell’ampia stanza adibita a enoteca, Irene culla un calice d’un rosso di cui l’azienda va fiera: il Maratheftiko della linea Stroumbeli. “Il nostro enologo – spiega la guida, tenendo gli occhi fissi su quel calice – tiene molto alla perfetta ossigenazione dei vini, prima dell’assaggio. In questo momento sarebbe fiero di me”.

La risata che segue è incredibilmente contagiosa. Il Maratheftiko offerto risulta in effetti un ottimo esempio della potenza che può offrire quest’uva cipriota. Di colore rosso intenso, profondo, esprime un elegante profumo di frutti di bosco, cuoio e legno.

Il palato è asciutto, pulito, con un finale in cui emerge tutto il carattere della barrique francese, resa ancora più elegante dalla vaniglia. Irene passa poi ai blend. E’ il momento di assaggiare un altro “pezzo da 90”: il blend tra Maratheftiko e Cabernet Sauvignon cipriota, della linea Mountain Vines. Nel calice si presenta di un rosso intenso, tendente al viola.

Colpisce l’intensità delle note fruttate, che abbracciano sentori di legno affumicato. Al palato si presenta complesso, ricco, lungo: si avvertono note di frutti di bosco e barrique. I tannnini risultano eleganti, caratteristici del Cabernet. Un bel mix, a metà tra Francia e Cipro. Ultimo assaggio: tocca allo Shiraz della linea Stroumbeli.

Un bel rischio, quello corso da Irene, dal momento che ho subito precisato di non amare gli Shiraz “moderni” diffusisi come funghi negli ultimi dieci anni, in ogni angolo del Pianeta – rimanendo fedele al gusto di quelli siciliani. Ma quella di Irene è una scommessa vinta.

Già, perché lo Shiraz Stroumbeli della Kamanterena Winery Sodap Ltd è incredibilmente fedele alla tradizione italiana, più che a quella francese. Non presenta, per esempio, alcuna nota dolciastra, che caratterizza gli Shiraz francesi (forse più internazionali di quelli siculi, ma certamente meno fedeli al terroir). E, a completare l’opera, il profumo che si diffonde nel calice è magico: intenso, caldo, con spiccate note speziate e rinfrescanti sentori di menta e pepe.

All’assaggio, questo rosso si presenta molto ben strutturato: buono il corpo e decisamente soddisfacente la lunghezza, in un crescendo di spezie e frutti di bosco a bacca scura. Sarebbe stato meraviglioso poterlo accorstare, all’istante, a un buon filetto di carne al sangue. Ma questo è il momento dei saluti, che con Irene non può essere che quello di un sentito, accorato “arrivederci”.

KEO
Parlare di vini di Cipro non può prescindere dal raccontare un’altra realtà: quella di Keo. La sede di produzione si trova nella parte centro-meridionale dell’isola, a Limassol (in italiano, Limisso), seconda città dello Stato di Cipro per numero di abitanti (circa 190 mila).

Lo stabilimento principale è collocato a poca distanza dal porto, ma esistono attualmente altri due poli di produzione, uno a Mallia e l’altro a Pera Pedi, sui monti Troodos, nella regione di Krasochoria. A Limassol l’azienda ‘sforna’ attualmemente 30 mila ettolitri di birra al mese, mentre nelle altre due sedi viene prodotto vino.

La conoscenza con Keo avviene non appena sbarcati sull’isola, dove in ogni angolo sono presenti pubblicità di questo colosso. Il primo bacio avviene quasi spontaneamente, nel primo locale di Cipro dove il turista sosta alla ricerca di refrigerio. La birra Keo è una lager leggera che deve competere soltanto con un altro prodotto: la birra Lion. Ma il confronto con questa superpotenza del settore è improponibile.

Èquasi raro trovare qualche ristorante o chiosco che abbia entrambe in lista. Il risultato è che Keo opera in un regime di quasi totale monopolio sull’isola. E di conseguenza i prodotti risultano poco tipici, poco ciprioti, troppo internazionali (nel senso negativo del termine) e troppo “chimici”.

Nei vini Keo, acquistabili in ogni catena di distribuzione di Cipro, sia essa nazionale o internazionale (Carrefour, per intendenrci) si avverte un utilizzo smodato dei solfiti. In sintesi: due bicchieri e sei KO. Anzi, KeO. Un esempio? Provate lo Xynisteri, acquistabile anche al Lidl locale.

CYPRUS WINE MUSEUM – MUSEO DEL VINO DI ERIMI, LIMASSOL
Altra tappa obbligata per gli amanti del vino a Cipro è il Cyprus Wine Museum, il Museo del vino di Cipro. Situato a Erimi, piccolo borgo di 1.400 abitanti a pochi chilometri da Limassol. Si tratta di una meritevole iniziativa privata di Anastasia Guy, che ha messo a disposizione del pubblico (biglietto di ingresso tra i 4 e 7 euro) la propria collezione privata di cimeli dell’arte di fare il vino, abbinando al tour guidato del museo la degustazione dei vini rigorosamente ciprioti prodotti e venduti sul posto, recanti il marchio Cyprus Wine Museum.

Si passa dal Maratheftiko al Mattaro, nonché all’immancabile Xynisteri, per poi degustare – accompagnati da dolci tipici – la famosa Commandaria, uno dei vini più antichi del mondo, che per Riccardo Cuor di Leone era “il re dei vini e un vino da re”. “Le uve di Mavro e Xynisteri – spiega Anastasia Guy – vengono lasciate appassire sulla vite, raccolte tardivamente per elevarne il tasso zuccherino presente in ogni acino. Vengono poi lasciate al sole a seccare e solo in seguito pigiate.

Di questo vino liquoroso parla Esiodo, già nell’800 avanti Cristo. Ma conosce una diffusione eccezionale al tempo delle Crociate, quando diventa il vino per eccellenza nei banchetti regali. Questa denominazione di origine controllata – la più antica del mondo anche secondo il Guinness World Records – è consentita solo in quattordici villaggi dell’omonima regione dominata dal castello di Kolossi, situato a pochi chilometri dal Cyprus Wine Museum, in cui si può ancora respirare il fascino dell’epoca del Cavalieri Templari.

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