«Riparte il valzer delle acquisizioni tra le cantine italiane». Come riportato dal Sole 24 Ore, sei cantine italiane sarebbero in vendita. Le recenti riduzioni del costo del denaro stanno favorendo una nuova campagna di acquisizioni in tutto il Paese, da Nord a Sud, con un crescente interesse per le realtà vinicole di alta qualità e forte identità territoriale. Mentre il mercato del vino fermo di fascia media mostra segnali di difficoltà nei consumi, gli spumanti e le bottiglie provenienti da aree a denominazione, con un posizionamento medio-alto, continuano a suscitare grande appeal tra gli investitori.
CASTELLO DI NEIVE IN VENDITA?
Tra le aree di maggiore interesse spiccano le Langhe, dove tornano a circolare voci su un possibile cambio di proprietà del Castello di Neive, storica cantina del Barbaresco. Nei mesi scorsi si era già parlato di un interesse da parte della cantina Argiano di Montalcino, ma di recente sarebbero emersi nuovi potenziali acquirenti. Tuttavia, la situazione interna dell’azienda risulta complicata, con Carolina Stupino, erede del fondatore, pronta a vendere, ma sarebbe – sempre secondo Il Sole 24 Ore – in contrasto con un altro azionista di rilievo, il finanziere greco Giorgio Psacharopulo, titolare del 30% delle quote. Le prossime settimane saranno decisive per capire se verrà raggiunto un accordo tra i soci.
ZENATO NEL MIRINO DI SANTA MARGHERITA, FERRARI E FANTINI GROUP?
Cantine italiane in vendita anche in Valpolicella, altra denominazione di grande prestigio nel mirino degli investitori. La cantina Zenato, noto marchio del vino italiano grazie a prodotti come Amarone, Ripasso della Valpolicella e Lugana, sarebbe nel mirino di diversi pretendenti. Nonostante un apparente accordo interno che ha portato alla nomina di Lorenzo Miollo come amministratore, proseguono incontri sottotraccia con grandi gruppi vinicoli italiani, tra cui Santa Margherita Gruppo Vinicolo, Cantine Ferrari e Fantini Group. Zenato rappresenta un brand di notevole valore, capace di attirare l’interesse di molti per la sua forza commerciale e la solidità dei suoi prodotti.
QUADRA FRANCIACORTA E MIRABELLA SUL MERCATO?
Non meno dinamica è la situazione in Franciacorta, dove alcune cantine potrebbero presto cambiare proprietà, spinte dalle difficoltà nel passaggio generazionale. È il caso di Quadra Franciacorta, azienda sul mercato per mancanza di eredi pronti a succedere al fondatore Ugo Ghezzi, e che sembra aver attirato l’interesse del Gruppo Unipol, già presente nel settore vinicolo con diverse realtà in Toscana e Umbria. Si confermerebbe coì difficilissimo, a Quadra, sostituire Mario Falcetti. Anche la cantina Mirabella potrebbe finire sul mercato, con il socio Giuseppe Chitarra intenzionato a cedere il suo 24%, nonostante l’opposizione della famiglia fondatrice Schiavi e di altri azionisti di rilievo.
VARVAGLIONE COMPRA CLAUDIO QUARTA? RUMORS SU CONTE SPAGNOLETTI ZEULI
Sul fronte delle cantine italiane in vendita, il Sud Italia non resterebbe escluso. In Puglia, la famiglia Varvaglione sarebbe vicina all’acquisto delle tre cantine di Claudio Quarta, due delle quali situate in Salento e una in Irpinia. Si tratta di Tenute Eméra, nelle terre del Primitivo di Manduria (Marina Di Lizzano, Taranto), Cantina Moros nella zona del Negroamaro (Guagnano, Lecce) e Cantina Sanpaolo, nel cuore dell’Irpinia (Tufo, Avellino).
Non resterebbe indenne dalla girandola di interessi e potenziali cambi di proprietà la Murgia. Sempre secondo quanto riferisce Il Sole 24 Ore, l’azienda e i vigneti di proprietà del Conte Spagnoletti Zeuli, ad Andria (Tenuta Zagaria e Tenuta San Domenico) potrebbero passare nelle mani di Casillo Group, nota nel settore agroalimentare per marchi come Molino Casillo e Birra Molina. Anche in questo caso, le trattative sarebbe vicine a una conclusione.
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ERBUSCO – Cenerentola e le sorellastre. La bella al ballo di mezzanotte. Col principe. E le figlie della matrigna a casa. Ad aspettare giorni migliori. Tocca scomodare il celebre romanzo di Charles Perrault per trovare un’immagine capace di rappresentare Curtefranca Doc ed Igt Sebino, i cui bianchi e rossi fermi arrancano in Franciacorta, al cospetto della regina delle bollicine italiane.
Per il Curtefranca, in particolare, si può parlare di una vera e propria Waterloo. I dati forniti dall’ufficio tecnico del Consorzio a WineMag.it (l’Osservatorio Economico si occupa solo del Metodo classico) parlano chiaro. Dal 1995 al 2018, la produzione è calata a 874 mila bottiglie, da una base di oltre 2,2 milioni.
La cifra risulta ancora più significativa se si considera l’anno record per il Curtefranca. Nel 2005, allo scoccare del decennale dal riconoscimento della Doc, furono prodotti oltre 4,5 milioni di bottiglie (1,8 di bianco e 2,6 di rosso).
La luce sugli assemblaggi di Chardonnay, Pinot Nero, Pinot Bianco, Carmenere, Cabernet franc, Cabernet Sauvignon e Merlot, si è spenta l’anno successivo. È nel 2006 che inizia il tracollo dei vini fermi franciacortini, sino ai minimi storici attuali. Inutile pure il flebile accenno di ripresa, a cavallo tra il 2007 e il 2008.
BRESCIANINI: “MAI SMESSO DI INVESTIRE”
“La Franciacorta è un piccolo territorio – commenta Silvano Brescianini, presidente del Consorzio (nella foto) – e la sua superficie vitata è di poco superiore ai 3 mila ettari. Come noto non è facile ottenere i diritti e la autorizzazioni per piantare nuovi vigneti. Molti produttori hanno optato a favore del Franciacorta, in quanto è il vino più rappresentativo e la più nota espressione del territorio”.
“I vini fermi – continua il numero uno del Consorzio – hanno avuto storicamente come mercato di sbocco il Bresciano e negli ultimi anni si è vista una forte specializzazione provinciale.
Tra i bianchi, oggi il Lugana è il più rappresentativo. Anche gli altri vini locali hanno incrementato la loro presenza, come ad esempio Valtènesi per i rosati, Botticino e Montenetto per i rossi”.
Le ragioni del tracollo del Curtefranca, dunque, sarebbero da ricercare nel successo crescente delle vicine Denominazioni, forse più capaci di proporre sul mercato vini moderni e in grado di incontrare il gusto dei consumatori.
Nulla a che vedere, sempre secondo Brescianini, con una precisa scelta di un Consorzio di Tutela ormai universalmente riconosciuto per il proprio Metodo Classico, spumante prodotto con la stessa tecnica dello Champagne. “Ogni associato – ricorda il presidente dell’ente di Erbusco – sceglie liberamente cosa produrre”.
“Sicuramente – aggiunge – la specializzazione verso il Franciacorta è stata importante ed è innegabile che i maggiori investimenti sono stati concentrati in quest’ambito. Non credo il problema sia credere o meno nei Curtefranca: abbiamo tutt’ora eccellenze molto ben posizionate a livello di prezzo anche fuori dall’Italia, ma certamente ci siamo specializzati e forse è giusto così”.
CURTEFRANCA DIMENTICATO ANCHE DALLA GDO
Eppure, la fotografia del Curtefranca offerta dalla Grande distribuzione organizzata è impietosa. Provare per credere. Decine di bottiglie delle tipologie bianco e rosso giaciono impolverate sugli scaffali di tutte le insegne in cui la Doc figura in assortimento, nel Nord Italia.
Il segnale che le rotazioni (ovvero le vendite) siano molto basse, è dato anche dalla presenza sul banco di diverse annate per la medesima etichetta. Il Curtefranca bianco di marchi noti per il Franciacorta, come Ferghettina e Castel Faglia, dimostra che un buon brand, da solo, non basta a garantire il successo nel mondo del vino.
Nella stessa fila, mal disposte, sono riscontrabili diverse bottiglie delle vendemmie 2014, 2015, 2016 e 2017, che risultano ormai “datate”, considerando le logiche della Gdo. Non va meglio ai Curtefranca rosso e al Sebino Igt “Riflesso” di Mirabella. Tipologie destinate , dunque a sparire, al supermercato come in enoteca?
“Credo piuttosto che diventeranno sempre più una nicchia“, risponde Silvano Brescianini. “Non abbiamo mai smesso di promuoverle e abbiamo costantemente supportato la denominazione Curtefranca, soprattutto a livello locale”.
“Ne è un esempio il progetto con il Giornale di Brescia: dopo il successo di qualche anno fa, abbiamo deciso di riproporlo per dare visibilità ai vini fermi, oltre che ai Franciacorta”, annuncia ancora il presidente del Consorzio.
LE SIRENE DI CAPRIANO DEL COLLE E DEL MONTENETTO
Sul fronte degli investimenti, incuriosiscono quelli effettuati da alcune note aziende franciacortine nei vicini areali di produzione di vini bianchi e rossi fermi, come quelli del Capriano del Colle Doc e del Montenetto di Brescia Igt, per il quale è stato avviato il processo di riconoscimento della Doc, nel 2018.
La stessa Barone Pizzini, di cui Brescianini è general manager, ha finalizzato a marzo 2019 l’acquisto dell’Azienda Vitivinicola La Contessa di Capriano del Colle (nella foto, sopra), proprietà di Alessia Berlusconi dal 2009. La cantina dell’area del Monte Netto si è così aggiunta al portafoglio della casa madre di Provaglio d’Iseo. Distante appena 32 chilometri.
“Indipendentemente da quelle che possono essere le scelte di alcuni – commenta Brescianini – sicuramente questo non rispecchia la strategia del territorio, che è di continuare sicuramente ad investire per l’innalzamento qualitativo della Franciacorta”.
I dati di produzione dell’Igt Sebino forniti a WineMag.it dal Consorzio
Un segnale positivo, in questo senso, viene dall’Igt Sebino, Indicazione Geografica Tipica il cui territorio copre l’intera Franciacorta. Sempre secondo i dati forniti dall’Ufficio Tecnico del Consorzio di Tutela, la produzione rivendicata nel 2018 è sostanzialmente raddoppiata rispetto al 2017, passando da 16 a 30 ettari.
Sono 2.193 i quintali di uve prodotte e rivendicate, da cui sono sono state prodotte 129.540 bottiglie. “Il Disciplinare – precisa il Consorzio di Erbusco – garantisce un ampio margine interpretativo di questi vini. Possiamo trovare interpretazioni anche molto diverse tra loro, da vini freschi e di immediata piacevolezza a vini particolarmente importanti e di grande personalità”.
I vini dell’Igt Sebino possono essere prodotti in quattro versioni (bianco, rosso, novello e passito) oltre che nelle tipologie recanti il nome dei vitigni Chardonnay, Pinot Bianco, Pinot Nero, Cabernet Franc, Cabernet Sauvignon, Merlot, Carmenere, Nebbiolo e Barbera. Le sorelle di Cenerentola, in Franciacorta, sono molte più di due.
Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, tra carta stampata e online, dirigo winemag.it. Collaboro inoltre come corrispondente per una delle testate internazionali più autorevoli del settore, in lingua inglese. Edito con cadenza annuale la “Guida Top 100 Migliori vini italiani” e partecipo come giurato ai più importanti concorsi enologici internazionali. Oltre alle piazze tradizionali, studio con grande curiosità i mercati emergenti, seguendone dinamiche, trend ed evoluzioni. Negli anni ho maturato una particolare esperienza nei vini dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa, tanto da aver curato la selezione vini per un importatore leader in Italia. Nel 2024 mi è stato assegnato un premio nazionale di giornalismo enogastronomico.
RODENGO SAIANO – Acqua che scorre, silenziosa. Plasmando i sassi di un greto che porta lontano. Non c’è immagine migliore per descrivere il lavoro, operoso, tenace e coraggioso, della famiglia Schiavi con Mirabella Franciacorta. Già, perché in Pinot Bianco they trust. Da sempre. Dall’inizio. Non da ieri. Dal 1979.
Mentre tutti, in zona, estirpavano la varietà per puntare solo su Chardonnay e Pinot Nero – uve meno problematiche che compongono la cuvée dello Champenoise bresciano – Teresio Schiavi, nel silenzio, come un fiume che scorre invisibile, sotto la falda, continuava a credere nelle potenzialità di quel vitigno, “maltrattato e bistrattato”.
L’ORA DEI PIONIERI
E oggi che in tanti, in Franciacorta, sono tornati a impiantare Pinot Bianco, Mirabella ha deciso di uscire allo scoperto. Di farsi conoscere. Di alzare la mano. Di dire “ci siamo anche noi”. Anzi: che Mirabella c’è sempre stata. Se non altro perché è tra le aziende fondatrici del Consorzio.
Quell’acqua e quei sassi, che i figli Alberto e Alessandro hanno voluto rappresentare attraverso le forme plastiche delle etichette, oggi scorrono e rotolano alla luce del sole. Sotto gli occhi di tutti. Tanto che il Pinot Bianco, l’orgoglio di Mirabella, sarà presto messo in vendita “in purezza”. Un unicum per l’intera Denominazione, pur non rientrando così tra le tipologie catalogabili come “Franciacorta” Docg.
“E il nostro modo per comunicare in maniera estrema la bontà delle scelte fatte da nostro padre negli anni Novanta – spiegano all’unisono Alberto e Alessandro Schiavi – quando scoprì che tra le barbatelle comprate in Germania come Chardonnay, impiantate negli anni Settanta, si nascondevano in realtà ben 8 ettari di Pinot Bianco“.
Le due varietà, fino ai primi anni Novanta, venivano infatti spesso confuse. Un po’ come Cabernet Franc e Carménère, sui Colli Berici. “Al posto di espiantare lasciai il Pinot Bianco, perché è una varietà straordinaria“, evidenzia con la determinazione di un adolescente il 70enne Teresio Schiavi. Una scelta che oggi si rivela più che mai vincente, se non altro sul fronte della comunicazione del brand Mirabella.
DALLA VIGNA ALL’ETICHETTA VARIETALE
Da qui la scelta di presentare ieri alla stampa, in anteprima, tre etichette mono varietali: un Pinot Bianco, uno Chardonnay e un Pinot Nero. Solo il primo entrerà presto nel ventaglio della gamma della cantina di Rodengo Saiano. E le sperimentazioni sul Pinot Bianco, di fatto, continuano.
“Tra i 9 ettari che stiamo per acquistare – annuncia Alessandro Schiavi – una quota di 33 filari andrà a formare un vigneto sperimentale, nel quale pianteremo 11 diversi cloni di Pinot Bianco provenienti da diversi angoli d’Europa e d’Italia, oltre a quelli selezionati tra i 12 ettari già di nostra proprietà”.
Una cifra rilevante, che costituisce oltre il 20% della superficie vitata di Mirabella. E di Pinot Bianco, in Franciacorta, ce n’è davvero poco oggi. Secondo i dati forniti dall’Ufficio Tecnico del Consorzio di Erbusco (BS), aggiornati al 5 marzo 2019, il vitigno a bacca bianca più presente nell’areale della Docg resta lo Chardonnay, con 2.313,61 ettari.
Al secondo posto il Pinot Nero, con 457,10 ettari. Terza piazza per il Pinot Bianco, con 78,26 ettari, seguito solo dall’Erbamat (3,41 ettari) la varietà autoctona su cui la Franciacorta sta scommettendo, dopo aver iniziato le prime prove di vinificazione nel 2011 e averla inserita nel Disciplinare di produzione nel 2017 (massimo del 10%, ad eccezione della versione Satèn).
Sperimentazioni che riguardano solo in maniera marginale Mirabella, che “l’autoctono” ce l’ha in casa da 40 anni, dalla fondazione: il Pinot Bianco, per l’appunto. E non è l’unica scelta rivelatasi vincente.
Già, perché Mirabella può contare “indoor” su numerose vasche di cemento, oggi vetrificato, utili per conservare e amplificare gli aromi primari delle uve, in anni in cui quel materiale, ormai caduto in disuso, sta tornando di moda tra i vignaioli.
Mentre gli altri le dismettevano in favore dell’acciaio, il buon patron di Mirabella le conservava gelosamente. Stai a vedere allora che in quel fiume, silenzioso e dirompente, simbolo della famiglia, Teresio ha trovato pure sfera e bacchetta magica.
Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, tra carta stampata e online, dirigo winemag.it. Collaboro inoltre come corrispondente per una delle testate internazionali più autorevoli del settore, in lingua inglese. Edito con cadenza annuale la “Guida Top 100 Migliori vini italiani” e partecipo come giurato ai più importanti concorsi enologici internazionali. Oltre alle piazze tradizionali, studio con grande curiosità i mercati emergenti, seguendone dinamiche, trend ed evoluzioni. Negli anni ho maturato una particolare esperienza nei vini dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa, tanto da aver curato la selezione vini per un importatore leader in Italia. Nel 2024 mi è stato assegnato un premio nazionale di giornalismo enogastronomico.
E poi arriva quel momento. Il momento in cui i grandi sono grandi e basta. Cavalli di razza. In quello stesso istante, lo sforzo dei gregari rischia di abbacinare il pubblico più dello slancio di chi taglia il traguardo per primo, da tempo. E’ il momento della manifesta superiorità poetica della sconfitta. È così che la Franciacorta rischia di finire oggi “fuori moda”. Almeno per qualcuno.
In un mondo del vino dominato dalla spasmodica (spesso ingiustificata) ricerca del nuovo e dell’esotico, il confortante abbraccio della costanza non risulta poi più così appagante, agli occhi di un consumatore sempre più simile a un avventuriero del gusto. Tutti pirati dei Caraibi. Nel gioco a chi la Sparrow più grossa.
L’area vinicola più vocata d’Italia per la produzione di spumante (quella che per anni è valsa per tutti l’accostamento agli inarrivabili Champagne) viene quasi snobbata dal winelover medio che finge d’essere un esperto. E così “Franciacorta deludente” is the new “Franciacorta inarrivabile”.
Chi gli preferisce Trento, chi l’Alta Langa. Mettendo però a confronto il top della produzione dei primi con bottiglie franciacortine di media fascia. Per la serie “bello vincere facile”, le degustazioni non sono (quasi mai) tenute alla cieca. Jingle, please.
In realtà la qualità media degli spumanti della Franciacorta, al netto dello sdoganamento commerciale operato da una Grande distribuzione che negli anni d’oro ha allargato gli scaffali degli spumanti come un’avida fisarmonica, è ancora altissima.
GLI STANDARD QUALITATIVI
Merito anche dei controlli serrati operati da un silenzioso quanto attivissimo Consorzio di Tutela, popolato da soci che collaborano e operano tutti nella stessa direzione, come le migliori corazzate.
Si parla di una media di 6-700 analisi organolettiche e di laboratorio annuali, con campioni prelevati direttamente nei negozi. Senza chiedere prima il permesso a nessuno.
Si verificano così parametri “vitali” per la Denominazione, come l’origine delle uve, i livelli di solforosa e dell’alcol in volume. Per le versioni rosé, un passaggio al cromo spettrometro è sempre d’obbligo. Chi supera la prova passa alle finalissime: le degustazioni alla cieca. Chi sgarra finisce segnalato all’Icqrf. Senza se e senza ma.
Una Denominazione, la Franciacorta, che è riuscita a superare anche la clamorosa e ormai palese inutilità delle Commissioni tecniche di degustazione. Come? Creandone una esclusiva per la zona, composta da esperti locali. Ma l’asticella della qualità si è alzata, nei decenni, anche grazie a un Disciplinare rivisto 4 volte in 20 anni.
“Oggi – ricorda Giuseppe Salvioni (nella foto sopra), ad del Consorzio per la Tutela del Franciacorta – siamo l’area vinicola con la produzione per ettaro più bassa al mondo e con il periodo di affinamento minimo necessario prima della commercializzazione più lungo. I controlli sono numerosi e i furbi li buttiamo fuori in due mesi”.
Non è un caso, insomma, se il Comité Interprofessionnel du Vin Champagne (CiVC) si interfaccia spesso proprio con la Franciacorta, quando cerca interlocutori internazionali, fuori dai gelosi confini della Francia.
I NUMERI E I MERCATI In termini di cifre, il prezzo medio al pubblico di una bottiglia di “bollicine” bresciane si aggira attorno ai 19,60 euro ivati e ai 12,45 euro franco cantina (progressivo gennaio/ottobre 2018, +4%). Numeri confortanti anche dai venduti ufficiali: 17,4 milioni di bottiglie nel 2017. Un decennio fa, la Franciacorta si assestava sui 9 milioni, con Trento a inseguire a 8,5 (oggi a 10 milioni).
Numeri che il Consorzio punta a consolidare, anche grazie a una virata decisa sull’export in Paesi ritenuti chiave, a fronte di mercati meno redditizi. E’ il caso del Giappone, più semplice da penetrare grazie a una presenza meno pressante dei cugini d’Oltralpe. Le donne nipponiche, peraltro, amano sempre più l’italian style, specie nella sua versione Satèn.
Ma un occhio di riguardo, in questo 2019, sarà riservato anche a Svizzera (volumi raddoppiati in 3 anni) e Cina. Senza dimenticare gli Usa, dove a frenare gli acquisti sono le politiche internazionali e le decine di leggi che variano di State in State. Lo sforzo economico, da qui a fine anno, sarà ingente: 2 milioni di euro complessivi, di cui 750 mila da investire, appunto, Oltreoceano.
E in Italia? “Saremo concentrati nel miglioramento tecnico e nella formazione – risponde Salvioni – intensificando le collaborazioni con le Università di Milano, Brescia e Padova. Ma il miglioramento qualitativo passa anche dal campo. Forti investimenti sono in programma in questo 2019 sulla lotta integrata, nonché nella sperimentazione della varietà Erbamatt“.
Non finisce qui. “Tra i progetti c’è anche quello di rimettere mano alla zonazione – annuncia l’ad del Consorzio Franciacorta – con particolare cura rispetto alle Mga (Menzioni Grafiche Aggiuntive, ndr) sulla base delle microparticelle e dei reali toponimi delle aree, come leva di ulteriore valorizzazione delle specificità della zona”.
DIECI ETICHETTE DA NON PERDERE
Franciacorta Docg Dosaggio Zero millesimato 2012, Andrea Arici – Colline della Stella 80% Chardonnay e 20% Pinot Noir, sboccatura aprile 2018. Giallo paglierino piuttosto carico, perlage fine e persistente. Impronta minerale calcarea, netta. Un tratto distintivo dei vini di Andrea Arici. Ma qui c’è spazio anche per una vena di frutta tendente al maturo. Naso che si apre poi sulla liquirizia. Ingresso di bocca verticale e asciutto, su note agrumate e chiusura nuovamente minerale. Perfetto per chi ama i vini ricchi di spina dorsale.
Vsq “Tesi 1”, Barone Pizzini Azienda bandiera della Franciacorta diretta dall’attuale presidente del Consorzio, Silvano Brescianini. Si tratta della prima prova (“Tesi 1”, appunto) col vitigno Erbamatt, che compone il blend al 60% (completano un 20% di Chardonnay e un 20% di Pinot Noir). Seimila bottiglie complessive in attesa di “Tesi 2” (40-30-30%), che sarà presto presentato, e “Tesi 3” (20-40-40) in commercio tra 4 anni.
In particolare, l’Erbamatt matura 6-8 settimane dopo lo Chardonnay ed è il vitigno “resistente” su cui sta puntando la Barone Pizzini (e, in generale, il Consorzio) per il futuro della Denominazione. “Tesi 1” (sbocc. maggio 2018) è un Franciacorta a cui l’Erbamatt dà una sferzata dura, aspra, che ricorda alcuni ottimi Metodo classico della Lessinia, base Durella.
Franciacorta Docg Biologico Satèn, Elisabetta Abrami
Chardonnay in purezza, come vuole il disciplinare. Naso tra i più intriganti della Denominazione, con un corredo erbaceo profondo e note talcate e mentolate che fanno da contorno alla tradizionale “crosta di pane”. Corrispondenza gusto olfattiva netta: uno dei Satèn più espressivi e di carattere in circolazione.
Franciacorta Docg Demi-sec “Nuvola”, Bersi Serlini Uno dei migliori spumanti della tipologia “Demi-sec” in vendita al momento: più “Sec” che “Demi”. Si chiama “Nuvola”, forse perché è un nettare spensierato, eppure così “pensato” in ogni sua sfumatura. In realtà è un riferimento pirandelliano delle colte sorelle Chiara e Maddalena Bersi Serlini.
Ancor più di “Nuvola” stupisce il Franciacorta Brut Nature 2005 “Mia” di Bersi Serlini: un Metodo Classico che dimostra quanto il tempo faccia bene agli spumanti bresciani. Note evolute e al contempo freschissime per lo Chardonnay “Mia”, con agrumi e pasticceria che compongono la sinfonia perfetta, prima di una chiusura mielosa.
Franciacorta Docg Brut Nature, Enrico Gatti
Nato quasi per gioco, più di 10 anni fa, su richiesta di un cliente che ritirò tutte le bottiglie non dosate, vendendole nella sua enoteca in pochissimo tempo. Da allora, un must. Chardonnay in purezza fino al 2007, poi in blend con un 15% di Pinot Nero.
In particolare degustiamo la vendemmia 2015 (base), con sboccatura a febbraio 2018. Naso e bocca corrispondenti, su agrumi come il lime che accompagnano verso una chiusura minerale, salina e al contempo balsamica, con accenni di liquirizia.
Franciacorta Docg Brut “Edea”, Mirabella Uno degli spumanti franciacortini che mette più in risalto le caratteristiche del Pinot Bianco (25%), anche se utilizzato per completare il blend con lo Chardonnay (75%). Primo impatto su note cremose, sia al naso sia al palato. Chiusura esotica ed agrumata.
Un Franciacorta “scalare”, per la capacità di evidenziare ed esaltare le capacità dei vitigni di base in fasi differenti (prima lo Chardonnay, poi il Pinot Bianco). Gran bella chiusura fresca, di un balsamico quasi dirompente (sbocc. 06/2018, base vendemmia 2013).
Franciacorta Docg Vendemmia Pas Operè 2011, Bellavista Il vino più elegante ed aristocratico della linea Bellavista. Naso connotato da richiami di fiori come la camomilla, ma anche da note fruttate fresche (mela), e al contempo più evolute (miele), oltre alla classica venatura dettata dalla permanenza sui lieviti.
Lo Chardonnay domina la scena col suo 60%, ma non mancano i muscoli del Pinot Nero (40%), in evidenza al palato per i ricordi agrumati decisi. Il risultato è un sorso di grande eleganza e pienezza, che tende leggermente alle note di arancia matura nel finale, lungo e preciso.
Franciacorta Docg Rosé Pas Dosé, 1701 Franciacorta
Il volto biodinamico della Franciacorta, ma la scelta di Silvia Stefini va ben oltre le logiche commerciali: è un vero credo, peraltro in linea con le linee guida della Denominazione. Di questa cantina premiamo su tutti il rosé, tra i più centrati e di carattere.
Cinque ore circa di contatto con le uve 100% Pinot Nero regalano al nettare una veste color cipria. Al naso arancia sanguinella e bergamotto. In bocca gran carattere, ottima struttura, pur evidenziando qualche esuberanza di gioventù (vendemmia 2015, sbocc. luglio 2018). Chiusura nuovamente connotata da note d’agrumi, con pregevoli ritorni minerali.
Franciacorta Riserva Docg Vintage Collection Dosage Zéro Noir 2001, Ca’ del Bosco. Avete presente quando dicono che il vino più invecchia, più diventa buono? Ecco. Premio al miglior Pinot Nero di Franciacorta, certamente più nota per lo Chardonnay. L’eccezione.
Franciacorta Docg Rosé Brut 2o11 “QRosè”, Quadra
Circa 27 mila bottiglie di questo portentoso rosé riposano tuttora sui lieviti nelle cantine di Quadra, in catasta. Due terzi Pinot Nero e un terzo Chardonnay è la “ricetta” perfetta studiata da Mario Falcetti.
Ne assaggiamo la versione 78 mesi sui lieviti, che consta di un 40-50% dei vini base fermentati e pre affinati in legno. Un rosato di freschezza disarmante, balsamico, pieno, tra gli agrumi e la menta. Un vino giovanissimo, che ha bisogno di tempo per diventare indimenticabile.
Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, tra carta stampata e online, dirigo winemag.it. Collaboro inoltre come corrispondente per una delle testate internazionali più autorevoli del settore, in lingua inglese. Edito con cadenza annuale la “Guida Top 100 Migliori vini italiani” e partecipo come giurato ai più importanti concorsi enologici internazionali. Oltre alle piazze tradizionali, studio con grande curiosità i mercati emergenti, seguendone dinamiche, trend ed evoluzioni. Negli anni ho maturato una particolare esperienza nei vini dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa, tanto da aver curato la selezione vini per un importatore leader in Italia. Nel 2024 mi è stato assegnato un premio nazionale di giornalismo enogastronomico.
Due giorni di degustazioni al Merano Wine Festival 2017. E l’imbarazzo della scelta nello stilare una “classifica” dei migliori assaggi. Si è chiusa martedì pomeriggio in grande stile, al Kurhaus, con Catwalk Champagne (100 etichette di 40 aziende francesi tra le più note e prestigiose) l’edizione 2017 del “salotto bene” del vino italiano.
Organizzazione pressoché impeccabile nelle varie location che hanno ospitato il ricco calendario di eventi. Tanti professionisti, pochi curiosi. Biglietti da visita che finiscono in poche ore, tra un assaggio e l’altro.
Perché il Wine Festival di Helmuth Köcher, per il vino italiano, sta al business quasi quanto il Prowein di Dusseldorf. Per le sale, a caccia di “chicche”, tanto importatori, distributori ed enotecari quanto buyer della Gdo (segnalata la presenza, tra gli altri, dell’attento buyer di Coop).
Peraltro, con un occhio alla sostenibilità delle pratiche agricole in vigna, visto l’ampio spazio dedicato ai vini naturali, biologici, biodinamici e Piwi dall’evento d’apertura “Bio&Dynamica”. Una classifica, quella dei migliori vini degustati al Merano Wine Festival 2017 da vinialsuper, che tiene conto anche di questo aspetto.
I MIGLIORI SPUMANTI 1) Riserva Extra Brut Alto Adige Doc 2011 “1919”, Kettmeir. Sul podio una bollicina altoatesina da vertigini. A produrla è Kettmeir, azienda del gruppo vinicolo Santa Margherita di stanza in via Cantine 4, a Caldaro.
Sessanta ettari complessivi, per una produzione che si aggira attorno alle 400 mila bottiglie: 120 mila sono di spumante, di cui 70 mila metodo classico. Il progetto, come spiega l’enologo Josef Romen, è quello di incrementare ulteriormente gli sparkling nei prossimi anni, “senza perdere territorialità”.
Naso fine ed elegante per la Riserva Extra Brut 2011 “1919”, tra il candito d’arancia e l’arnica. Il blend di Chardonnay (60%) e Pinot Nero (40%) funziona, al palato, al ritmo di una bollicina che esalta nuovamente note d’agrumi, questa volta in grado di ricordare la buccia del lime. E una balsamicità tendente alla spezia.
Il Pinot Nero, raccolto in un vigneto circondato dai boschi, a 700 metri sul livello del mare, ci mette i muscoli e la “zappa” sulla lingua. Lo Chardonnay la cravatta e il savoir-faire. Immaginate una Ricola buttata in un bicchiere d’acqua e sale: eccolo lì, questo tagliente Extra Brut. Sul gradino più alto del podio. “E’ una prova – chiosa Romen – per capire fino a dove possiamo arrivare”. Di questa cantina se ne sentirà parlare bene e a lungo. Purché si decida a cambiare colore alla Riserva in questione: sembra quella di uno spumante rosè.
2) Blanc de Blanc Extra Brut Franciacorta Docg 2011 “Elite”, Mirabella. Interessante realtà della Franciacorta “alternativa”, la cantina Mirabella. Si presenta ai banchi di Merano con un “Senza Solfiti” che ti sfida sin dall’etichetta, essenziale ma pretenziosa, con quel nome di fantasia che chiama i tempi dei cavalieri. Ma è una dama dalla chioma bionda, l’export manager Marta Poli, a servire la sfida nel calice.
Sboccatura 2016, 48 mesi sui lieviti per questo Chardonnay in purezza. “Elite” si presenta di un giallo invitante. Al naso crema pasticcera, burro, arancia candita, liquirizia. Palato pieno, secco, corrispondente nei sentori. Chiusura di gran pulizia su una bocca di pompelmo, prima del nuovo capolino della crema pasticcera. A colpire è l’evoluzione di questo spumante nel calice, sensibilissimo alle temperature di servizio.
Gioca col termometro questo figlio della Franciacorta che avanza, giovane e dinamica. Scaldandosi, libera note di erbe aromatiche e di macchia mediterranea. E la crema pasticcera, mista a quella speziatura dolce di liquirizia, diventa crème brûlée: la parte alta, quella col caramello elegantemente bruciacchiato. Chapeau.
Aggiungi al curriculum che si tratta di un “Senza Solfiti” (fra 3 e 6 mg/l). Che è il frutto di 10 anni di sperimentazioni da cui sono scaturite quatto tesi universitarie. Che è il “primo metodo classico italiano Docg senza solfiti e senza allergeni”. E il quadro è davvero completo.
3) Alto Adige Doc Extra Brut 2012 “Cuvée Marianna”, Arunda. Sessanta mesi sui lieviti per questo metodo classico altoatesino della nota casa di Molten (Meltina, BZ), 4 g/l di dosaggio: 80% Chardonnay elaborato al 100% in barrique (dal primo al quinto passaggio), più un 20% di Pinot Nero vinificato in bianco, che fa solo acciaio.
Vini base da Terlano e Salorno, vendemmie 2009, 2010 e 2011. E’ lo sparkling dedicato a “Marianna”, moglie di Joseph Reiterer: i due decidono assieme come bilanciare la cuvée, prima di metterla in commercio. Cinque, massimo 6 mila bottiglia totali.
Giallo dorato nel calice, naso di frutta a polpa gialla (albicocca non matura), lime, bergamotto. Non manca una vena balsamica, che porta il naso tra le montagne: in particolare ai sentori mentolati tipici dei semi dell’angelica. Una gran freschezza, insomma, che al palato si tramuta in un gran carattere: buccia di arancia, ricordi di menta, una punta di liquirizia.
Piacevolmente tagliente il gioco tra l’acidità e la sapidità spinta. Poi, d’un tratto, “Cuvée Marianna” sembra ammorbidirsi: siamo tra il finale e il retro olfattivo, che assume tinte di vaniglia bourbon. Un signor spumante, dal rapporto qualità prezzo eccezionale.
Segnalazioni Bianco dell’Emilia Igt Frizzante Secco 2016 “L’Ancestrale nativo”, Terraquila: Sboccatura à la volée per questo frizzante di Terraquila. Siamo in Emilia Romagna, per un blend di Pignoletto e Trebbiano che non può mancare nella cantina degli amanti dei vini dritti, diretti, “salati”.
Moscato Giallo Igt Veneto 2016, Maeli: Vino frizzante dei Colli Euganei, più esattamente ottenuto sui Colli di Luvigliano, tra le Dolomiti e Venezia. Una realtà, Maeli, che punta tutto sul Fior d’Arancio, nome locale del Moscato Giallo che, nell’occasione, si presenta in un calice capace di sfoderare note sulfuree, di grafite e fruttate di nettarina matura. Corrispondente al palato, tra il sale e la frutta.
VINI BIANCHI 1) Vigneti delle Dolomiti Igt 2008 “Julian”, Weingut Lieselehof. E’ l’edizione del Merano Wine Festival che segnerà la definitiva consacrazione sul mercato di molti vini Piwi, acronimo di Pilzwiderstandfähig, riferito alle “viti resistenti” a malattie come oidio, peronospora e botrite, tutte originate da funghi.
Weingut Lieselehof, cantina della famiglia Werner Morandell situata a Caldaro, in Alto Adige, è all’avanguardia da questo punto di vista. E sul podio dei vini bianchi di viniasuper finisce proprio “Julian”, vendemmia 2008: un blend tra due varietà Piwi qualità hyperbio: Bronner (60%) e Johanniter (40%).
Se il Bronner, per certi versi, ricorda lo Chardonnay, è il Johanniter a dare l’impronta (soprattutto olfattiva, ma anche gustativa) del Riesling. Un sinonimo di longevità che ritroviamo appunto anche nella degustazione del blend Julian, straordinariamente vivo. A partire dal colore: un giallo dorato stupendo.
Alle note di idrocarburo fanno eco richiami di erbe di montagna, camomilla e miele. Di primo acchito, al naso, questo bianco di casa Lieselehof sembra aver fatto barrique. In realtà è solo chiuso e necessita tempo per aprirsi, scaldandosi un poco tra le mani.
Acidità ancora viva (rinvigorita da ricordi di agrumi come il pompelmo, ingentiliti da quelli della pesca matura) per un vino destinato a durare ancora a lungo nel tempo. Lungo il retro olfattivo, tutto giocato sul rincorrersi di freschi sentori di erbe mediche.
2) Secondo posto nella nostra speciale classifica per due vini, pari merito. Li elenchiamo in ordine di assaggio. Il primo è il Grillo Terre Siciliane Igt Canaddunaschi 2016, della Società agricola Le sette Aje di Cannata Rosalia e S.lle. Biodinamico non certificato per questa piccola cantina di Santa Margherita di Belice, in provincia di Agrigento, che utilizza i principi dell’omeopatia in vigna, sottoponendo le piante a veri e propri “vaccini” contro le malattie.
Una realtà tutta al femminile, presa sotto l’ala “protettiva” da una delle donne del vino simbolo della regione: Marilena Barbera, presso la quale avviene la vinificazione delle uve Grillo de Le Sette Aje, in vasche d’acciaio di proprietà. Il risultato è eccezionale. Tremilacinquecento bottiglie in totale per l’annata 2016. Qualcuna di più per la 2017.
Giallo dorato ammaliante e naso intrigante, tutto giocato sulle erbe aromatiche. Macchia mediterranea in primo piano, ma anche mentuccia. In bocca è una vera e propria esplosione: un Grillo pieno, ricco, carico, caldo: corrispondente al naso per le sensazioni che conferiscono una freschezza e un corpo da campione, assieme a una bilanciata sapidità.
Chiude lungo, riuscendo a sorprendere ancora nello sfoderare inattese note di burro e crema pasticcera. Un contrasto interessantissimo tra le durezze e le morbidezze, che regala un sorso unico. A 15 euro circa (al consumatore) uno dei migliori bianchi in circolazione in Italia, per l’annata 2016.
Gli mettiamo accanto un altro vino difficile da dimenticare. Per farlo saliamo dalla Sicilia alla Campania. Raggiungiamo il beneventano per il racconto della Falanghina 2016 “Donnalaura” di Masseria Frattasi. Siamo nella terra d’elezione della Falangina, a Montesarchio, dove la cantina coltiva il biotipo campano e un altro clone, ancora più raro, dotato di una vena acida ulteriormente accentuata. Siamo poco sotto i 920 metri sul livello del mare, per un vino estremo, di “montagna”.
Donna Laura è la nonna di Pasquale Clemente, patron di Masseria Frattasi a cui è dedicato questo bianco dalle caratteristiche uniche. Si tratta infatti di una Falanghina da vendemmia tardiva. Le uve restano sulla pianta fino al 15 novembre, concentrando così zuccheri e aromi. Vengono poi vinificate in acciaio e, prima dell’imbottigliamento, passano 6 mesi in barrique nuove di rovere francese.
Una scommessa perfettamente riuscita quella di compensare con la concentrazione su pianta la vena tipicamente acida della Falanghina. Il risultato è un vino che si presenta di un giallo paglierino molto carico. Naso eccezionalmente fine e “montano”: arnica, resina di pino, liquirizia, una lieve nota dolciastra che ricorda per certi versi quelle della veneta Glera e un richiamo sottile di vaniglia, assimilabile al legno della barrique.
In bocca, l’ingresso è di quelli tipici dell’uvaggio: caldo, acido, quasi tagliente. Una sensazione accentuata dal sollevarsi delle note balsamiche già percepite al naso, che rinfrescano ulteriormente il sorso. Grande lunghezza per un retro olfattivo che fa emergere note delicate di surmaturazione, con ricordi di miele d’eucalipto.
3) Frühroter Veltliner 2015, Schmelzer Weingut. Ci spostiamo in Austria per questo “orange” capace di regalare vere e proprie emozioni. Più esattamente a Gols, piccolo Comune a sud est di Vienna, non lontano dai confini con Slovacchia e Ungheria.
Il vitigno in considerazione è il Frühroter Veltliner, autoctono austriaco nato dall’incrocio spontaneo tra Grüner Sylvaner (Silvaner verde) e Roter Veltliner (Veltliner Rosso). Solo una delle ottime etichette prodotte da Georg ed Elisabeth Schmelzer, in stretto regime biodinamico.
Cinque settimane di fermentazione in barrique di rovere aperte, con batonnage due volte al giorno. Il succo viene poi trasferito in altre barrique, a riposare per un anno. Quindi, il Frühroter Veltliner di Schmelzer viene imbottigliato. Ne risulta un orange velato, che sprigiona sentori pieni, intensi, di zenzero e arancia candita, ma anche di frutta tropicale matura: ananas, papaya.
Bocca corrispondente, ma con bella vena sapida: le note agrumate dominano il palato, ben bilanciate da quelle dolci, esotiche. Un vino gastronomico di grande interesse. Rimanendo tra i “bianchi” di casa Schmelzer, ottimo anche il Gruner 2016, con le sue note di fiori secchi e una vena sapida, rude.
4) Trentino Doc Gewurztraminer 2016, Cantina Endrizzi. Medaglia di “legno” per il coraggio di questa cantina di San Michele all’Adige. Capace di andare controcorrente, proponendo sul mercato un Gewurztraminer dal taglio serio, senza la stucchevolezza “piaciona” in voga tra i tanti competitor (grandi nomi compresi). Per di più, il rapporto qualità prezzo è eccezionale.
E’ ottenuto dai vigneti Masetto e Maso Kinderleit, situati in zona collinare, attorno alla cittadina della provincia di Trento. Un Gewurz, quello di Endrizzi, che conserva tutta l’aromaticità tipica del vitigno, svestita di qualsiasi risvolto pacchiano. Gran pienezza in un sorso che risulta caldo, visti i 14 gradi, tutti di “sostanza”, quasi di “materia tattile”, e non della morbida lascivia dello zucchero. Un bianco che non stanca mai.
Segnalazioni Langhe Doc Nascetta 2013 “Se'” e 2016, Poderi Cellario: le potenzialità di “invecchiamento” dell’autoctono piemontese sono evidenti nella mini verticale proposta da Fausto Cellario, appassionato vignaiolo che sa trasmettere entusiasmo e amore per la propria terra;
Bianco fermo 2016 “89-90”, La Piotta: si discosta in maniera elegante dalla media dei vini bianchi passati in barrique questo vino bio e vegan dell’Azienda Agricola La Piotta. Utilizzo ineccepibile del legno sullo Chardonnay, a smorzare le asperità del Riesling. Luca Padroggi è un giovane che farà parlare (bene) dell’Oltrepò pavese, a lungo.
Lugana Dop Bio 2016, Perla del Garda: “Cru” di 4 ettari per dare vita a una Lugana potente, tanto piena e intensa quanto fine, con fresche note di mentuccia ad accostare la vena tipicamente sapida.
Vernaccia di San Gimignano Docg 2016, Fattoria di Pancole: Come molte delle aziende presenti al Merano Wine Festival 2017, Fattoria di Pancole fa Gdo (per l’esattezza con Conad in Toscana, 25 mila bottiglie l’anno). Si presenta al banco con la Vernaccia top di gamma, capace di esaltare appieno le caratteristiche del vitigno, presentando ottimi margini di affinamento futuro.
Igt Marche Bianco 2016 “Corniale”, Conventino: Non poteva mancare la segnalazione di un vino bianco quotidiano. Per farlo voliamo nella zona Nord delle Marche, da Conventino. Siamo a Monteciccardo, in provincia di Pesaro e Urbino. Semplice ma tutt’altro che banale il suo Corniale 2016. Acidità al rintocco di sentori di kiwi, mela verde, lime e pompelmo, ben calibrati con una bocca beverina, giustamente sapida. Davvero un bell’Incrocio Bruni 54.
VINI ROSSI 1) Beneventano Igt Aglianico 2015 “Kapnios”, Masseria Frattasi. Di nuovo questa straordinaria cantina campana sul podio del Merano Wine Festiaval 2017 di vinialsuper. Il miglior rosso è ottenuto da uve Aglianico amaro del Taburno in purezza, allevate nella zona di Montesarchio, Tocco e Bonea, a un’altitudine compresa tra i 500 e i 600 metri sul livello del mare.
Le uve, raccolte a metà novembre, vengono appassite in due modi: in parte appese e in parte su graticci, all’interno di un piccolo caseggiato coperto da tegole di terracotta. Passaggio in rovere nuovo, prima dell’ulteriore affinamento in bottiglia, per un anno.
Ne scaturisce un vino dal rosso rubino intrigante, sgargiante. Il naso è di quelli che ti fanno innamorare del bordo del calice: piccoli frutti a bacca rossa e nera, erbe di montagna, ginepro, miele d’eucalipto. Un’infinità di sentori, pronti a spuntare di minuto in minuto. E il palato non delude: caldo, esageratamente pieno, di frutta fragrante e liquirizia dolce, ma anche di caffé tostato. Un vino di cui innamorarsi.
Straordinario – ancor di più in ottica futura – anche il Cabernet Sauvignon 2015 “Kylyx” di Masseria Frattasi. Viti appositamente innestate su portinnesto debole: se ne portano in cantina solo 2 grappoli. Mille bottiglie in totale per la vendemmia 2015 (2016 non prodotto).
Acciaio prima e barrique di rovere francese poi (14 mesi) per questo Cab ottenuto dal recupero di un terreno abbandonato, circondato dal bosco. Naso che esalta appieno le caratteristiche del vitigno, con la sua vena sia vegetale sia piccante. Tannini e acidità di immensa prospettiva, ben corroborati da una mineralità unica.
2) Alto Adige Doc Pinot Nero 2007 “Villa Nigra”, Colterenzio Schreckbichl. Cornell è la linea dei “cru” di cantina Colterenzio, dalla quale peschiamo l’argento della nostra speciale classifica dei migliori vini degustati al Merano Wine Festival. In particolare, a colpire, è il Pinot Nero vendemmia 2007 ottenuto – come tutti i vini della “Selezione” Schreckbichl (Colterenzio) – da vigneti che godono di particolari condizioni d’eccellenza: altitudine di 400 metri, esposizione a sud ovest su terreni ghiaiosi e calcarei di origine morenica, con microclima fresco. Resa di 35 ettolitri per ettaro.
Nel calice, il Pinot Nero 2007 di Colterenzio di presenta ancora come un giovincello: il classico rubino di buona trasparenza, tipico del re degli uvaggi altoatesini a bacca rossa. Un naso finissimo di mirtillo e fragolina di bosco, ma anche di ciliegia, con una punta leggerissima di pepe, anticipa sentori più evoluti tendenti al dolce (miele d’acacia), senza mai trascinare il quadro olfattivo in disomogenee percezioni di marmellata.
Nel calice c’è il bosco. E lo si capisce anche dai richiami “vegetali” al muschio e alla menta. In bocca, questo Pinot Nero è più che corrispondente: la spalla acida è ancora muscolosa, il tannino levigato ma ancora in grado di dire la sua. A completare il quadro, richiami minerali salini che contribuiscono a chiamare il sorso successivo. Beva eccezionale per questo vino che ha ancora davanti diversi anni sulla cresta dell’onda.
3) Vigneti delle Dolomiti Igt Teroldego 2012 “Gran Masetto”, Cantina Endrizzi. Conquista il podio, dopo la medaglia di “legno” tra i vini bianchi, Cantina Endrizzi con il suo prodotto di punta: un Teroldego fatto alla maniera dell’Amarone, col 50% delle uve diraspate e sottoposte per circa tre mesi ad appassimento in celle refrigerate, alla temperatura di 10 gradi.
Uve raccolte nello storico vigneto di Masetto, tra i Comuni di Mezzolombardo e Mezzocorona, in provincia di Trento. Il risultato è un vero e proprio Teroldego alla seconda. Colore rosso purpureo, impenetrabile. Naso tipico, rinvigorito dai sentori affascinanti del parziale appassimento, che non coprono la fragranza della ciliegia e della prugna per il quale si fa apprezzare il re dei vini rossi trentini.
Grande pulizia ed eleganza anche in un palato corrispondente, arricchito da preziosi richiami di polvere di cacao. Un vino che fa venir voglia d’aver davanti un piatto di selvaggina. O, perché no? Un buon libro.
Segnalazioni Toscana Igt “Argena”, Orlandini Aziende Agricole Forestali(verticale). In degustazione le annate 2000, 2001, 2003, 2004, 2005 e 2006. Un vino unico, prodotto dalla famiglia Orlandini da un vecchio vigneto di Sangiovese con piccole quantità di Cabernet Sauvignon. Un microclima particolare, circondato da boschi, sulle colline situate tra il Castello di Gargonza ed il Castello del Calcione, a metà tra Arezzo e Siena.
Tutte le annate di Argena conservano le caratteristiche dell’annata, a riprova del metodo col quale opera la famiglia Orlandini, che non ama “uniformare” al gusto comune i propri gioielli. Anzi. Tra tutte le etichette, segnaliamo quelle di Argena 2004 e 2005: “nasi” pregevoli, tra la frutta (ciliegia) e la macchia mediterranea (rosmarino) e sapore armonico, corroborato da tannini tutt’altro che mansueti.
Barbera d’Alba Doc Superiore 2015 Vigna Serraboella, Rivetti Massimo. Siamo a Neive, in provincia di Cuneo, Piemonte. L’azienda agricola Massimo Rivetti sfodera due Barbaresco 2013 diversi ma ugualmente meritevoli di attenzione: il primo, Froi, è di “easy” e di “pronta beva”; il secondo, “Serraboella”, ottenuto da un cru sulla stessa collina di “Froi”, è incredibilmente fine e presenta tannino e acidità di gran prospettiva.
Ma è l’outsider Barbera d’Alba Superiore 2015 “Serraboella” a fare davvero centro nel cuore. Si tratta di una selezione ottenuta da una singola vigna di 75 anni, la più vecchia dell’azienda, nel cru “Serraboella”. Due anni in barrique di rovere francese 1/3 nuove e 2/3 di secondo passaggio. Naso da campione, tra il frutto rosso e la liquirizia dolce, con un accenno di cuoio e un sottofondo di erbe di montagna. Corrispondente al palato, dove si conferma una Barbera destinata ad essere molto longeva.
Zweigelt 2015, Schmelzer Weingut. Abbiamo già incontrato questa cantina austriaca tra i migliori vini bianchi. Tra tutti i vini proposti in degustazione, a colpire c’è anche un rosso: lo Zweigelt. Si tratta di un incrocio tra St. Laurent con il Blaufränkisch, noto anche con il nome di Blauer Zweigelt, Rotburger e Zweigeltrebe.
In sintesi? Un vino da provare, destinato al pubblico (sempre più vasto) degli amanti dei vini naturali. Colore rosso rubino poco trasparente, ovviamente velato, trattandosi di un non filtrato. Alle note di piccoli frutti a bacca rossa, risponde al naso una vena di iodio che ritroveremo al palato: more mature, ribes nero maturo, una nota amarognola tipica di erbe come il rabarbaro. Tannino vigoroso, sapidità straordinariamente bilanciata col resto dei descrittori. Un “vino wow”.
Nebbiolo d’Alba “Il Donato”, La Torricella di Diego Pressenda. Vino di grande prospettiva questo Nebbiolo prodotto a Monforte d’Alba da La Torricella. Frutti rossi, frutta secca, pepe, tabacco dolce. Tannino equlibrato, ma in chiara evoluzione. Ottimo anche il Barolo 2013.
PASSITI E VINO COTTO 1) Bronner “Sweet Claire”, Weingut Lieselehof. Si tratta di un passito da Bronner, vitigno Piwi di qualità hyperbio. E siamo sempre in casa Lieselehof, già premiata tra i bianchi per lo strepitoso “Julian 2008”.
In questo caso, uve Bronner in purezza essiccate in inverno e pressate a febbraio. Giallo oro luccicante, note di agrumi (lime e limone), pesca e albicocca sciroppata, una punta di idrocarburo. In bocca c’è corrispondenza, arricchita ulteriormente dalla freschezza di note di menta piperita pressata, quasi concentrata. Stra-or-di-na-rio.
2) Erbaluce di Caluso Doc Passito 2009 “Alladium”, Cieck. Cieck è sinonimo di Erbaluce di Caluso, uno dei grandi vini bianchi piemontesi, capaci di prestarsi a un ottimo invecchiamento. Sul podio di vinialsuper finisce nella categoria passiti con “Alladium”. Deliziosamente avvolgente al naso, con le sue note agrumate e candite. Caldo e freddo allo stesso tempo, come quando si mette il naso nel talco. Corrispondente al palato, con un finale fresco.
3) Vino Cotto Stravecchio “Occhio di Gallo”, Cantina Tiberi David. Vera e propria “chicca” al Merano Wine Festival 2017, prossimamente tra i banchi del Mercato dei Vini e dei Vignaioli Fivi 2017. Parliamo della cantina Tiberi David di Loro Piceno (MC), patria del “vino cotto”, localmente chiamato “lu vi cottu”.
Un vino dalle origini nobili, che questa bella realtà a conduzione famigliare (nella foto sopra Emanuela Tiberi con il figlio Daniele Fortuna) è riuscita a far apprezzare nei salotti del Kurahus, con la stessa genuinità del prodotto. Tipico colore “occhio di gallo” (ambra) nel calice per le annate 2003 e 2005, ottenute dalla “cottura” di uve Verdicchio, Trebbiano, Montepulciano e Sangiovese.
Grande complessità in un naso e in un palato corrispondenti, con note di frutta passita e spezie calde. Perfetto accompagnamento per una vasta gamma di dessert, ma anche per i formaggi.
Fotogallery dei migliori assaggi al Merano Wine Festival 2017, compresi fuori classifica
Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, tra carta stampata e online, dirigo winemag.it. Collaboro inoltre come corrispondente per una delle testate internazionali più autorevoli del settore, in lingua inglese. Edito con cadenza annuale la “Guida Top 100 Migliori vini italiani” e partecipo come giurato ai più importanti concorsi enologici internazionali. Oltre alle piazze tradizionali, studio con grande curiosità i mercati emergenti, seguendone dinamiche, trend ed evoluzioni. Negli anni ho maturato una particolare esperienza nei vini dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa, tanto da aver curato la selezione vini per un importatore leader in Italia. Nel 2024 mi è stato assegnato un premio nazionale di giornalismo enogastronomico.
La Franciacorta torna anche quest’anno a Vinitaly con una rappresentanza significativa della realtà che sempre più si conferma un’eccellenza nel panorama vitivinicolo internazionale. Saranno 70 le aziende presenti dal 9 al 12 Aprile alla 51esima edizione dell’evento veronese, per portare in degustazione le loro migliori etichette, raccontando l’impegno e la passione che caratterizza il loro vino.
In un’area espositiva interamente dedicata, Franciacorta celebrerà, insieme a quanti sceglieranno di vivere questa esperienza, l’eleganza di un prodotto riconosciuto come uno dei più autorevoli ambasciatori del Made in Italy e la bellezza di un territorio ricco di storia, cultura, tradizioni capaci di affascinare e coinvolgere ogni appassionato del buon gusto.
Nella Sala degustazione riservata, allestita all’interno dell’area Franciacorta, si terranno vari appuntamenti, tra cui la conferenza di presentazione del Festival Franciacorta d’Estate, uno degli eventi più attesi dagli amanti del Franciacorta, che si terrà il 17 e 18 giugno, ogni anno coinvolge appassionati e curiosi in un weekend all’insegna di visite in cantina, itinerari in bicicletta tra le colline e cene suggestive con gli chef del territorio.
Non potranno ovviamente mancare momenti di confronto, verticali e degustazioni di vario tipo, come quella interamente dedicata al Satèn, per scoprire l’espressione unica del vino più morbido ed elegante prodotto esclusivamente in Franciacorta.
GLI EVENTI
SALA DEGUSTAZIONI • STAND B/C 16 • AREA FRANCIACORTA
Lunedì 10 Aprile, 12.00 – 13.00 – SINERGIA TRA DUE ECCELLENZE ITALIANE
Degustazione guidata di tre tipologie di Franciacorta in abbinamento a tre stagionature di Parmigiano Reggiano. Posti limitati. Prenotazione obbligatoria a: mail@franciacorta.net
Martedì 11 Aprile, 15.00 – 16.00: SATÈN, UNICITÀ IN FRANCIACORTA
Degustazione di 6 diverse interpretazioni della tipologia più elegante e morbida prodotta esclusivamente in Franciacorta. Posti limitati. Prenotazione obbligatoria a: mail@franciacorta.net
Alla manifestazione, in programma dal 9 al 12 aprile 2017 presso Veronafiere, Franciacorta sarà presente all’interno del Palaexpo nel padiglione Lombardia (lato Nord, 2° piano) con 46 cantine (area Franciacorta) e con altre 24 presenti nei padiglioni esterni al Palaexpo.
LE CANTINE PRESENTI NEL PADIGLIONE LOMBARDIA
Antica Fratta, Az. Agr. Fratelli Berlucchi, Az. Agr. Santo Stefano, Barboglio De Gaioncelli, Bariselli Gabriella, Barone Pizzini, Bellavista, Contadi Castaldi, Berlucchi Guido, Biondelli, Bonfadini, Bosio, Ca Del Bosco, Camossi, Cantina Chiara Ziliani, Cascina San Pietro, Castello Bonomi – Tenute In Franciacorta, Castelveder, Clarabella, Corte Aura, Faccoli Lorenzo, Ferghettina, La Fioca, La Fiorita, La Montina, La Rotonda, La Torre, La Valle, Lantieri De Paratico, Le Cantorie, Le Marchesine, Le Quattro Terre, Marzaghe, Mirabella, Quadra, Ricci Curbastro, Romantica, Ronco Calino, Santus, Santa Lucia, Solive, Tenuta Montedelma, Tenuta Moraschi, Ugo Vezzoli, Vezzoli Giuseppe, Vigna Dorata, Villa Franciacorta.
LA FRANCIACORTA NEI PADIGLIONI ESTERNI
1701, Abrami Elisabetta, Bellavista, Contadi Castaldi, Bersi Serlini, Ca’ D’or, Castel Faglia, Castello Bonomi, Tenute In Franciacorta, Castello Di Gussago La Santissima, Castelveder, Cavalleri, Corte Fusia, Derbusco Cives, Lo Sparviere, Lovera, Marchese Antinori Tenuta Montenisa, Monte Rossa, Monzio Compagnoni, Mosnel, Plozza Ome, Sullali, Uberti, Villa Crespia.
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