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Gavi sempre più “tipico” grazie al “Progetto Lieviti Autoctoni” del Consorzio


MILANO –
Il Gavi Docg torna nel cuore di Milano, Palazzo Giureconsulti, a due passi dal Duomo, più tipico che mai. Merito del progetto sui lieviti autoctoni portato a termine dal Consorzio di Tutela della Denominazione piemontese. L’annuncio è avvenuto lo scorso 26 marzo, in occasione di “Tutto il Gavi a Milano” 2019.

Durante la degustazione riservata alla stampa, che ha preceduto l’apertura al pubblico dei banchi di degustazione, sono stati serviti i primi due calici di vino “Atto a Gavi Docg” del “Progetto Lieviti Autoctoni”. Un’etichetta della cantina La Mesma di Novi Ligure (AL) e una della Cantina Produttori del Gavi.

Con questo studio, il Consorzio di Tutela del Gavi si inserisce nel solco già tracciato da altri territori del vino italiano, come quello dell’Asolo Prosecco Superiore e della Barbera d’Asti.

Un percorso necessario – ha sottolineato il presidente del Consorzio Roberto Ghio (nella foto) – per non perdere di vista la tipicità del Gavi, portando il territorio nel calice. Le aziende potranno usare questo lievito, testato ad hoc e proveniente dalle nostre vigne, al posto di quelli in commercio”.

La Denominazione, del resto, registra una crescita a doppia cifra su tutti i fronti. Negli ultimi 10 anni, gli ettari vitati sono sono passati da 1076 ettari a 1510 (+41%). Il numero complessivo di bottiglie è schizzato del 62%, da 8 a 13 milioni.

L’85% della produzione è destinata all’export, con l’Inghilterra capofila. I produttori di Gavi, nell’Alessandrino, hanno superato la quota di 180, tra vignaioli, vinificatori e imbottigliatori soci del Consorzio. Il fatturato delle aziende supera i 50 milioni e 5 mila persone sono impiegate nella filiera.

Ma “Tutto il Gavi a Milano” è stata anche occasione per presentare il “Di Gavi in Gavi Festival” 2019, il nuovo format di promozione del bianco piemontese, in programma dal 7 al 9 giugno prossimi.

Una tre giorni di incontri, dibattiti, degustazioni, abbinamenti “Vino & Cibo”, “Arti e Cultura”, convivialità, esplorazione del territorio che unisce (ed evolve) le principali iniziative della Denominazione: “Di Gavi in Gavi” e il Premio Gavi “La buona Italia”.

IL FESTIVAL

Il “Di Gavi in Gavi Festival” 2019 punterà l’attenzione sull’innovazione digitale applicata al vino – lo Smart Wine – che per la prima volta sarà esplorata in maniera trasversale toccando ogni ambito della filiera enologica: in vigna, in cantina, a livello di distribuzione e comunicazione.

Agricoltura di precisione, wine blockchain sono alcune delle parole chiave del futuro vocabolario enologico, come confermato a Milano da Marco Gualtieri, Presidente Seeds & Chips: il Global summit dedicato all’innovazione agroalimentare è tra le piattaforme italiane più innovative del settore e sarà partner del Premio Gavi a giugno.

Il programma, in attesa del nome dell’ospite “vip” che come ogni anno farà da padrino all’intera manifestazione, è costituito da una fitta serie di appuntamenti. Grande spazio, in occasione del primo Di Gavi in Gavi Festival, al tema della grande versatilità nell’abbinamento del bianco piemontese, in cucina.

Sarà Andrea Ribaldone  ad esaltare questa caratteristica del Gavi e a preparare un menu internazionale, in occasione della cena di Gala di sabato 8 giugno, ospitata nel suggestivo Chiostro del Convento di nostra Signora delle Grazie.

Tra gli appuntamenti da non perdere del Festival ci sono anche tre masterclass, che consentiranno di mettere a confronto il Gavi Docg con lo Chablis, grande bianco di Borgogna, ma anche con altri vini bianchi piemontesi: Arneis, Erbaluce, Timorasso, Favorita, Cortese Alto Monferrato, Nascetta. E infine di nuovo l’abbinamento protagonista, con il Gavi abbinato a ricette create ad hoc dalla Scuola della Cucina Italiana.

Sempre martedì, il Consorzio ha presentato a Milano l’etichetta che veste la sua bottiglia istituzionale. Una sorta di ambasciatrice della denominazione del Gavi Docg durante gli eventi internazionali e nazionali. E’ stata disegnata da Enrico Bafico, noto artista genovese.

Dedicata al comune di Novi Ligure, ritrae le figure dei Campionissimi nell’anno dei festeggiamenti del centenario della nascita di Fausto Coppi e celebra le colline e i percorsi sui quali il campione e Costante Girardengo si sono cimentati nei loro allenamenti.

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Food Lifestyle & Travel

Pizza (buonissima), cocktail e vini naturali: a Milano apre Giolina


MILANO –
E’ la sorella dandy e rock di Gelsomina, pasticceria di via Carlo Tenca. Ma in quanto a pizza, Giolina, non è seconda a nessuno a Milano. L’abbinata con cocktail e vini naturali rende lo spazioso locale di via Bellotti 6 ancor più unico sulla piazza meneghina.

L’inaugurazione di quella è molto più di una semplice pizzeria è avvenuta ieri sera. A fare gli onori di casa, una delle giovani imprenditrici del retail&food più in vista di Milano, Ilaria Puddu, cotitolare col socio Stefano Saturnino. A completare il terzetto Danilo Brunetti, primo pizzaiolo: l’apostrofo di lievito tra il forno e il ben servito bancone riservato alla preparazione dei cocktail.

Materia prima ricercata al centimetro (al chilometro sarebbe riduttivo), girovagando tra piccoli produttori italiani, meglio se “artigianali”. Imprinting partenopeo per l’impasto delle pizze di Giolina, con un paio di ingredienti segreti, nella migliore delle tradizioni.

Ed è così che, accanto a ingredienti unici (mai assaggiata la ricotta al ginepro?), Ilaria Puddu ha voluto un’intera carta di vino naturale per la sua pizzeria. “Per noi – spiega l’imprenditrice che in 7 anni di carriera ha aperto 35 locali- questa scelta è il completamento di un intenso percorso di ricerca per assicurare a Milano un posto unico”.

Siamo andati a caccia di piccole e piccolissime aziende italiane con delle storie da raccontare. Ma soprattutto – continua Puddu – si tratta di vini naturali molto piacevoli, lontani da quei ‘sentori estremi‘ che ormai non convincono più come un tempo. E’ una cosa a cui credo molto, al di là del fatto che a Milano stiano aprendo diverse enoteche e locali incentrati sul vino naturale”.

In carta, da Giolina, 5 spumanti tra Metodo classico e Charmat, 7 vini bianchi e 7 vini rossi. Completano l’offerta due passiti. Tutto il concept del cocktail si ispira invece alla “Milano da bere”.

Banco bar e drink list sono stati ideati da Flavio Angiolillo (Mag Cafè), un’istituzione in città e non solo. I nomi scelti per i cocktail sono quelli di noti personaggi milanesi, che fanno il paio con i nomi delle pizze, numerate in dialetto milanese (“Vün”, “Dü”, “Trì”, fino a “Vündes”, ovvero “undici”).

“In Italia – sottolinea Ilaria Puddu – non è ancora passato abbastanza il concetto ‘pizza e vino’. Basti pensare a quanti abbinano la birra alla pizza naturalmente, anzi quasi meccanicamente. Con Giolina cercheremo di scardinare questo ‘mito’, proponendo buoni vini e buoni cocktail pensati per questo simbolo del Made in Italy nel mondo”. E allora buona fortuna. E buon appetito.

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birra

Beer Farm Hoppy Hobby: la birra artigianale secondo Giancarlo Longhi


LEGNANO – Convinti dalla degustazione di Adorable Saison di Beer Farm Hoppy Hobby abbiamo deciso di incontrare il mastro birraio nel suo laboratorio di Legnano (MI), Corso Sempione 193. Giancarlo Longhi, leva 1977, laurea in ingegneria, sorriso aperto e disponibile, ci accoglie nella sua officina.

Piccola realtà puramente artigianale fatta di passione e competenza. Un piccolo impianto tradizionale a tre tini, semi-autocosturito, in cui le automazioni sono ridotte al minimo e dal quale nascono le 9 etichette del birrificio, circa 10.000 l/anno.

Appassionato di cucina e birre, in particolare dello stile belga, Giancarlo apre ufficialmente il suo birrificio a Legnano, tra Milano e Varese, poco meno di un anno fa. È il maggio 2018, ma studi prove e sperimentazioni erano già iniziate da tempo.

Complici un kit per l’home brewing ed un paio di viaggi in Belgio che gli hanno permesso di identificare la propria strada. Una strada fatta di ricerca e studio, di conoscenza degli aromi e dei meccanismi che li generano attraverso il comportamento dei lieviti.


“Sono appassionato di birre del Belgio – dice Giancarlo – dove il lievito la fa da padrona. Anche il malto, anche il luppolo giocano sicuramente un ruolo fondamentale, ma è il lievito che ti dà le caratteristiche più importanti”.

Se inizi a lavorare con tre, quattro, cinque ceppi di lievito, a conoscerli e a capirne la storia e le caratteristiche, che tipo di esteri e di fenoli producono, studiando queste caratteristiche, poi le ritrovi nella birra”

Questo uno dei due elementi chiave del suo approccio: la conoscenza e consapevolezza tecnica fatta di studio ed esperienza. L’altro elemento chiave? L’idea che la birra sia un bere “di classe”.

Nelle sue produzioni infatti si mantiene distante da quello che definisce “machismo da birra“: un atteggiamento che vede nella ricerca di birre dal corpo pesante, ad alto contenuto alcolico ed iper-luppolate la “birra” da “uomo”.

È invece nella ricerca di una bevuta raffinata, dell’equilibrio fra i vari elementi, della piacevolezza di beva il segreto delle birre di Hoppy Hobby. La birra come alternativa elegante al vino. La birra che si spina, serve e sorseggia in camicia e non necessariamente con indosso la maglietta della band Thrash Metal del momento.

LA BIRRA BRETTATA
La birra che fa godere di se ad ogni sorso senza necessariamente ammazzarti di alcool ed amaro del luppolo. Eleganza nella birra che ritroviamo in ogni sperimentazione del birrificio, come nella prima birra brettata, appositamente “contaminata” da brettanomyces. Quello che nel vino è considerato un difetto, nella birra viene invece ricercato come tratto distintivo.

Ancora in affinamento (in un locale separato per evitare contaminazioni) si presenta luminosa nel colore e dal naso intrigante: frutta gialla, nota agrumata ed un fondo di pepe bianco. In bocca l’acidità è evidente ma non invadente lasciando spazio ad un interessante retro olfattivo dolce di frutta esotica matura.

Competenza ed equilibrio, uniti ad un approccio “green” nella scelta di materie prime naturali e nella gestione delle trebbie che stanno decretando il successo del Beer Farm di Giancarlo, al punto da portarlo a pensare ad un prossimo ampliamento dell’impianto.

Ampliamento che, nonostante i legittimi dubbi legati alla capacità di confezionamento ed alla replicabilità delle ricette, si sta rendendo sempre più necessario viste le richieste del mercato che, seppur locale, sta dando riscontri molto positivi.


LA DEGUSTAZIONE

Oltre al campione “da vasca” della nuova brett-beer abbiamo la fortuna di degustare altre preparazioni di Beer Farm Hoppy Hobby.

Danke! Weizen ad alta fermentazione in stile tedesco. Schiuma bianca, copiosa e mediamente persistente. Al naso da subito note di banana e chiodi di garofano.

Frutta e spezia che ritroviamo anche in bocca accompagnate dalla viva frizzantezza e dalla piacevole freschezza. Amaro appena accennato. Finale asciutto e non eccessivamente persistente.

La Belle Blonde. Stile Belgian Blond Ale. Al naso note floreali ed un leggero ma intrigante sentore speziato che accompagna le delicate note fruttate. In bocca il corpo leggero invita da subito al sorso successivo, sorso che si arricchisce di un piacevole sentore di miele.

Old Style. Stile English IPA. Al naso alterna note floreali ad una nota quasi boisè cui segue un sentore di biscotti al burro. Complessa ma scorrevole al palato chiude il sorso con una sensazione fresca ed amaricante, agrume e luppolo che accompagnano la piacevole persistenza invitando al sorso successivo.

Adorable Seison. Complessa al naso. Frutta bianca e gialla. Pesca, albicocca e prugna gialla, ed una nota agrumata di scorza d’arancia. Poi spezia morbida come pepe bianco.

Di corpo medio e carbonazione fine è scorrevole in bocca, quasi setosa. Accompagna bene il sorso con una piacevole freschezza che la rende pericolosamente beverina.

Pagan Deity. Birra senza una definizione di stile nata dalla fantasia del Mastro Birraio. Colore rosso intenso, quasi mogano. Schiuma ambrata compatta e persistente.

Naso intrigante dove si alternano frutti gialli e frutti rossi (derivanti da due ceppi di lievito diversi che lavorano a temperature ed in tempi diversi). Pesca gialla, albicocca, mora, prugna, dattero.

Di buon corpo in bocca è avvolgente e coinvolge con sentori retro olfattivi che cambiano con la temperatura. Se fresca, questa etichetta di Beer Farm Hoppy Hobby regala frutta fresca e frutta secca, scaldandosi mette in evidenza note speziate e terziarie come caffè, cacao e radice di liquirizia.

Black Abbey. Stile Belgian Dark Strong Ale. Birra da meditazione. Prugna nera, fico, uvetta disidratata, pepe nero. In bocca è morbida ed arricchita da una piacevole pesudo dolcezza. Finale pulito e persistente.

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Approfondimenti

St. Patrick’s Day 2019: Milano si tinge di verde con Jameson Irish Whiskey

Anche quest’anno Jameson Irish Whiskey organizza eventi in tutta Italia per celebrare il St. Patrick Day, il National Day più celebrato al mondo. Sabato 16 marzo la vigilia della festa di San Patrizio si celebra da Torino a Catania, passando per Perugia, Firenze, Bari, Roma e Napoli. Ma sarà Milano, come nell’edizione 2018, il fulcro della festa.

Via Corsico sui Navigli, l’equivalente milanese dell’iconico quartiere Temple Bar di Dublino, dalle 18.00 si anima e si tinge di verde con proiezioni sugli edifici in puro spirito Global Greening. Un block-party con i concerti live dai balconi delle case dell’eclettico Diego Montinaro e del gruppo Irish folk Wooden Leg.

Dalle 22.00 sarà al Superstudio in via Tortona 27  il cuore del Jameson Neighborhood. L’evento è gratuito e aperto al pubblico (iscrizione su Eventbrite). Eventi anche nei quartieri Isola, Tortona e NoLo con il programma “Waiting St Patrick“: concerti live, proiezioni, tattoo, street-art, emporio per i fan più appassionati, freccette, calcio balilla, ping-pong, il food-truck di fish & chips ed il DJ set Bassi Maestro.

Allo scoccare della mezzanotte Slaintè a St. Patrick, il brindisi gaelico, con i 4 cocktail originali a base di Jameson Irish Whiskey, in compagnia del gruppo rock Bock And The Sailors, del Dj Andrea Mazzantini a.k.a Mazay e del live painting di Mate, pittore iper-realista, disegnatore e tatuatore milanese.

Un assaggio di Irlanda nel giorno di San Patrizio: Why? Taste, that’s why! (Perchè? Assaggia, ecco perchè!)

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A Live Wine 2019 “Mr. Brett”: il vino brettato “per intenditori” che costa 8 euro

MILANO – Brettato è bello. Si chiama “Mr. Brett” il vino rosso più controverso scovato e degustato a Live Wine Milano 2019, il Salone Internazionale del Vino Artigianale andato in scena domenica 3 e lunedì 4 marzo (qui i migliori assaggi).

Un vino chiaramente infestato dal brettanomyces, messo comunque in vendita dal produttore alla “modica” cifra di 8 euro. A conti fatti, più di quanto possa costare a un milanese un giro in stalla, in qualche cascina o agriturismo del Parco del Ticino.

Roba da far impallidire pure il Rosario Scimoni (alias Alberto Sordi) di quel capolavoro che è “L’Arte dell’arrangiarsi”.

“Io cerco di avere prezzi abbastanza democratici su tutta la linea”, sostiene di fatto il “papà” del vino rosso da tavola “Mr. Brett”, un Cabernet Sauvignon vendemmia 2013.

Si chiama Mathieu Ferré ed è il figlio del cantautore, poeta ed anarchico monegasco Léo Ferré. Mathieu è titolare dell’Azienda Agricola San Donatino di Castellina in Chianti (SI). E non ci gira troppo intorno, nel spiegare “il senso” dell’etichetta: “Faccio il vino come viene. Aiuto solo l’uva a trasformarsi in vino, senza cambiare l’essenza della natura”.

Non fa una grinza. Ma il rischio, chiediamo a Mathieu, non è quello di danneggiare l’immagine dei vignaioli naturali attraverso l’esaltazione di un palese difetto, proclamato a chiari “versi” in etichetta?

Non sono poi così famoso – replica Ferré – sono un vignaiolo piuttosto sconosciuto. Non sono nella vetta dei nomi celebri. E non mi interessa neanche esserci, tra l’altro.

Il brett è considerato un difetto ma secondo me, in certi limiti, è quello che fa il successo di alcuni vignaioli, come dimostrano alcuni casi in Borgogna. Il brett fa bene al vino. Lo struttura, gli dà una complessità che potrebbe non avere”.

LA GENESI DI “MR. BRETT”
Come è nata l’idea di imbottigliare “Mr. Brett”? “Nel 2013 ho avuto un serbatoio che ha preso una strada in modo autonomo, non è stata una cosa voluta. E’ stato un po’ un problema per me. Probabilmente c’era fin dalla vigna, perché quei lieviti sono già lì. Lo buttavo via o lo imbottigliavo?”.

No doubt. “Ho deciso di metterlo in bottiglia con questa etichetta esplicita, per ben avvertire il consumatore di cosa si tratta, anche se molta gente non sa neppure cosa sia il Brett”.

Del resto, sostiene Mathieu Ferré, “questo è un vino per le persone che se ne intendono, per gli addetti ai lavori“. Mica poco.

“Ricordo che quando l’ho imbottigliato era ancora più evidente la devianza dovuta al brettanomyces – dichiara il vignaiolo intervistato a Live Wine Milano 2019 – ma è una cosa volatile che col tempo è svanita, sebbene il vino sia modificato nella fibra, nel suo Dna, nella sua natura profonda”.

Chi lo compra? “Qualche enoteca, qualche ristorante. Si lavora molto anche con la vendita diretta. Ne ho fatte solo 600 bottiglie, dunque poche. Diciamo che non è il vino che si vende maggiormente”, conclude Mathieu, sorridendo. E voi, che fate? Versate? Cin, cin.

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Live Wine 2019: i migliori assaggi al Salone Internazionale del Vino Artigianale a Milano


MILANO –
Live Wine Milano 2019 nel solco delle altre Fiere del vino “artigianale” (leggi “naturale”) d’Italia: cresce la qualità media dei vini in degustazione e l’interesse del pubblico, soprattutto giovane e piuttosto preparato sull’argomento. Mal disposto, cioè, ad accettare come dogmi difetti spacciati per virtù.

C’è tempo ancora oggi, dalle 10 al Palazzo del Ghiaccio di via Piranesi, per degustare i vini di 150 produttori provenienti da tutte le regioni d’Italia e da alcuni territori ad alta vocazione vitivinicola in Europa. Ecco gli assaggi da non perdere.

I MIGLIORI ASSAGGI A LIVE WINE 2019

Barolo Docg Riserva 2011 Perno, Elio Sandri: 96/100
Semplicemente delizioso. Nel 2011 Elio Sandri decide di imbottigliare solo la riserva del Barolo: il perché è nel calice, a distanza di 8 anni.

Vigneti delle Dolomiti Igt 2016 “Granato”, Elisabetta Foradori: 96/100
Il Teroldego, in una delle sue massime espressioni di sempre. Un calice di estrema eleganza.

Toscana Igp 2015 “Il Bilaccio”, Il Borghetto: 94/100
Si legge Igp, ma si consideri pure Chianti Classico a tutti gli effetti: misteri delle fatidiche commissioni di degustazione, che bocciano vini come si trattasse di scolaretti indisciplinati, a fronte di colpi di classe assoluta come questa selezione di Sangiovese. Della medesima cantina, da non perdere “Montigiano” 2016 e “Montedesassi” 2015.

Costa Toscana Rosso Igt 2015, Ampeleia: 92/100
Un Cabernet “d’altura”, allevato a 500 metri sul livello del mare. Se ne assaggiano tanti, così, tra i premiatissimi cileni. Questo li ricorda, in termini di finezza. Anzi: ne lascerebbe alle spalle tanti. Un fuoriclasse tra i rossi di Toscana.

Terre Siciliane Igt 2017 “Nakone”, Le Sette Aje: 92/100
Tra i vini più emozionanti e sorprendenti di Live Wine 2019. Si tratta di un rosato, ottenuto dal blend tra un’antica varietà presente nel vigneto storico de Le Sette Aje, nella zona di Santa Margherita di Belice (AG), e uve Moscato.

Forlì Igt Bianco 2017, Marta Valpiani: 92/100
Un’Albana dall’assoluta gastronomicità, qui in una delle sue vesti più tipiche, eleganti e di prospettiva.

Cirò Doc Rosato 2017, Tenuta del Conte: 91/1000
Ci sono le Donne del Vino che si ricordano per lo smalto e i capelli cotonati. E poi c’è Mariangela Parrilla (nella foto sotto), che preferisce farsi ricordare nel calice. Straordinaria la padronanza di questa giovane vignaiola con le varietà storiche di Cirò, dal Gaglioppo al Greco. Una linea (intera) che racconta una Calabria vera e tradizionale. Chapeau.

Emilia Igt 2017 “Fricandó”, Al di là del fiume: 90/100
Avete presente quando vi raccontano che l’Albana è un rosso travestito da bianco? Questione di mercato. La vinificazione in anfora aiuta il varietale e i primari a esplodere, sopra i tannini. Un bianco di carattere, a tutti gli effetti.

Soave Doc 2017, Garganuda – Andrea Fiorini Carbognin: 90/100
La Garganega come mamma l’ha fatta. Nuda. Ma non per questo timida. Anzi. Esibizionismo allo stato puro del varietale, nell’interpretazione veristica e cruda di un Soave che mancava nel panorama della Denominazione.

Vermentino Doc Colli di Luni 2014 “Plinio”, Terra della Luna: 89/100
Vendemmia considerata tra le più sfortunate in Italia. Provare per ricredersi questo bianco della Liguria, nella verticale proposta da questa Azienda agricola di Isola di Ortonovo (SP).

Vsq Metodo Classico Rosé Dosaggio Zero 2003 “Estia”, Famiglia Mario Gatta: 89/100
Sua maestà il Pinot Nero, in Franciacorta. O quasi. Guai a parlare di Chardonnay a Mario Gatta, che ha fatto del Noir il colore di una vita. E di una vigna. Con risultati eccezionali. Tappa obbligata a Live Wine 2019.

Vsq Metodo Classico 2016 “Omomorto”, Giovanni Menti: 88/100
Uva Durella come poche, con l’aggiunta di un tocco di mosto di Garganega passita (3%) utile alla rifermentazione. Quattordici mesi sui lieviti per questo spumante della zona di Gambellara, da non perdere.

Vsq Metodo Classico Rosato 2015, Le More Bianche: 88/100
Uno dei pochi “esemplari” sensati di Barbera spumantizzata in circolazione. L’assaggio vale la sosta, per assaggiare l’intera linea. Roero Docg “Vigna San Bernardo” 2016 in primis.

Nero d’Avola Doc Sicilia 2017, Mastro di Baglio: 88/100
E’ una “sicilianità” coinvolgente quella con cui si viene accolti al banco di Mastro di Baglio.

La stessa che, poi, si ritrova nel calice di questo splendido Nero d’Avola 2017: frutto da masticare e mineralità salina a chiamare il sorso successivo.

Amarone della Valpolicella 2013 “Valmezzane”, Corte Sant’Alda: 87/100
Freschezza e beva i punti forti di questa etichetta, che rappresenta appieno il nuovo corso del re dei rossi del Veneto.

Igp Terre Siciliane Grecanico 2017 “Sketta”, Cantina Marilina: 87/100
Tanto timida al naso (ma sarebbe meglio dire austera) quanto croccante e vogliosa di esibirsi al palato: “Sketta” è una fanciulla dall’animo tosto e ribelle, che si rivela solo dietro a un velo di tannino. Vino gastronomico.

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Montecucco: la bomboniera della Toscana. Dieci vini per conoscerla (e amarla)


MILANO –
Carta e penna. Si scrive la lista della spesa del vino della “nuova” Toscana. Una bomboniera, ancora tutta da scoprire. Chi è a caccia del rapporto “qualità prezzo” nella regione non può più fare a meno dello “scaffale” della Doc Montecucco.

Lo ha confermato la trasferta milanese di 15 produttori, in degustazione lunedì 25 al Westin Palace Hotel. Un evento organizzato dal Consorzio Tutela Vini Montecucco, in collaborazione con l’Associazione italiana sommelier meneghina.

Sono sette i Comuni della Doc, che si concentra principalmente sul Sangiovese Grosso (non a caso Docg dal 2011) e su vitigni internazionali come Cabernet e Syrah. La parte del leone della bacca bianca spetta al Vermentino, che in verità non convince come quello della Costa Tosacana.

La vocazione naturale del Montecucco è per i rossi, come conferma la possibilità di produrre anche Brunello e Morellino di Scansano, almeno su una parte dell’areale della Doc. Un territorio che produce vini di qualità, perfetti per la ristorazione e per il consumatore a caccia di etichette degne della grande tradizione vitivinicola Toscana, senza per questo svenarsi.

Quanto durerà? Per molto tempo ancora, si spera. Il “sistema Montecucco“, tra l’altro, è riuscito a trovare il proprio equilibrio e la propria dimensione a scaffale senza snaturarsi, o sfruttare intensivamente il territorio.

Come ha evidenziato il caporedattore centrale del Corriere della Sera, Luciano Ferraro, conduttore di una masterclass sui vini di Montecucco, “la Denominazione ha da sempre una grande sensibilità ambientale, come dimostra il 70% della produzione certificata biologica”.

“Avventurandosi nei territori del Montecucco non è difficile imbattersi in scorci di natura incontaminata – ha aggiunto Ferraro – in cui la coltura della vite si inserisce in maniera armonica col resto delle attività agricole e di allevamento”.

I MIGLIORI ASSAGGI DI MONTECUCCO DOCG E DOC
Una Denominazione sana, dunque. Lo ha dimostrato ampiamente il banco di degustazione al Westin Palace di Milano. Molte aziende, tra l’altro, si trovano al cambio generazionale. La propensione all’estero, anche grazie alle nuove “leve” sta facendo conoscere Montecucco fuori dai confini toscani.

Ad oggi, il 60% della produzione finisce all’estero, con Usa e Germania sul podio. Le 67 aziende produttrici del Consorzio raggruppano poco più di 500 ettari di vigneto su una superficie vitata di circa 800 ettari:  poco più 1,2 milioni di bottiglie su una produzione complessiva di 1,8 milioni l’anno.

Montecucco Sangiovese Docg Riserva 2015, Otto Ettari: 91/100
L’azienda più interessante della Denominazione, se non altro in termini di prospettiva. Prima vendemmia nel 2015 e già una Riserva di Sangiovese commovente: 5 mila bottiglie in totale su una produzione di 40 mila.

Si tratta di un “cru”, dotato di un gran bel corpo, struttura, sapidità. Pregevole e lunga la chiusura, su tinte speziate. Il tutto dopo un naso che anticipa la gran precisione del sorso, su note fruttate e richiami di liquirizia.

A firmare questa etichetta è un giovane enologo di cui conviene appuntarsi il nome: Jacopo Vagaggini. Formatosi alla Faculté d’Oenologie de Bordeaux, si sentirà parlare molto di lui in futuro. Scommettiamo?

Montecucco Sangiovese Docg 2015, Le Maciarine: 90/100
Gran freschezza e mineralità: questo il filo conduttore dei vini de Le Maciarine. Dopo l’ottima prova del Montecucco Doc 2013, lascia ancora più il segno il Sangiovese 2015 con i suoi tannini vivi, ammansiti da un anno in tonneaux di rovere francese.

Montecucco Sangiovese Docg Riserva 2015, Campi Nuovi: 90/100
Il vino che riesce più di qualsiasi altro in degustazione a Milano a far comprendere le potenzialità internazionali della piccola Doc toscana, senza perdere per questo tipicità. Un vino bandiera del Montecucco. Ottima anche la vendemmia 2013 di questa Riserva, di cui restano appena 700 bottiglie.

Montecucco Sangiovese Riserva Docg 2011 “Viandante”, Tenuta L’Impostino: 89/100
Gran frutto e bevibilità per questa Riserva che mostra le ottime capacità di affinamento “in vetro” del Sangiovese di Montecucco. Un sorso connotato ancora da una gran freschezza, che costituisce la spina dorsale del “Viandante”.

Montecucco Rosso Doc 2015 “Albatreto”, Pierini e Brugi: 89/100
Una vera e propria “chicca” questo Sangiovese impreziosito da un sapientissimo tocco di Syrah. E’ il vino più interessante portato Milano da un piccolo produttore: 4 ettari, 10 mila bottiglie complessive, produzione bio certificata.

Frutto, spezia, richiami alla macchia mediterranea corrispondenti tra naso e palato, che chiude su un tannino vivo, di prospettiva. Splendido, sempre di questa cantina, anche il Montecucco Doc Riserva 2013 “Sugherettaio”.

Montecucco Sangiovese Docg 2016, Montenero: 88/100
Vinificazione in cemento, affinamento in rovere francese e 9 mesi di bottiglia per questo cru da vigne di 40 anni, che affondano le radici a 400 metri sul livello del mare. Si tratta di un clone particolare di Sangiovese, con grappoli più piccoli rispetto a quelli classici.

Messo da poco sul mercato, già racconta una bella storia fatta di frutti di bosco, al naso. Al palato, oltre al frutto, si evidenziano richiami erbacei di macchia mediterranea, una mineralità salina e un tannino di prospettiva. Legno che deve ancora integrarsi al meglio. Vino (e cantina) da tenere in grande considerazione per il futuro.

Montecucco Sangiovese Docg Riserva 2012 “SottoCasa”, Poderi Firenze: 88/100
Sua maestà la bevibilità, espressa al meglio in questo calice di Poderi Firenze, che della freschezza del sorso fa il proprio credo. Terreni alcalini e scelta della botte di rovere di Slavonia da 40 ettolitri sono i segreti di Matteo Meloncelli, per domare i tannini del Sangiovese senza banalizzare il calice.

Montecucco Doc Vermentino 2016 “Irisse”, ColleMassari: 87/100
Quando stai per gettare la spugna sui bianchi di Montecucco, ecco la luce. Un Vermentino impreziosito da un 15% di Grechetto, vendemmia 2016. Bel frutto, salinità e utilizzo sapiente del legno per un vino di grande gastronomicità.

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Live Wine 2019: torna a Milano il Salone Internazionale del Vino Artigianale

MILANO – Torna a Milano Live Wine l’appuntamento con le produzioni vitivinicole artigianali di qualità. Domenica 3 e lunedì 4 marzo, 150 cantine italiane e estere si riuniranno al Palazzo del Ghiaccio di via Giovanni Battista Piranesi per la quinta edizione del Salone Internazionale del Vino Artigianale Live Wine.

Una manifestazione che sembra aver trovato (finalmente) la giusta collocazione all’interno del mondo del cosiddetti “vini naturali”, grazie soprattutto a una svolta – soprattutto in termini di comunicazione – utile all’intero gruppo di vignaioli che non si riconoscono nelle pratiche agronomiche ed enologiche “convenzionali”.

Uno stile ormai lontano da quello che caratterizza le orde di ultras del vino naturale, che popolano (sempre meno numerose) il variegato e pittoresco mondo dei social network. Dopo le sbandate delle scorse edizioni, insomma, finalmente il Salone Internazionale del Vino Artigianale milanese ha trovato la quadra.

“Un evento, Live Wine 2019, aperto al grande pubblico e agli addetti ai lavori – spiegano i promotori – che permette di conoscere da vicino i vini e il lavoro appassionato di viticoltori che praticano metodi biologici o biodinamici in vigna e vinificano senza additivi enologici. Un approccio che riduce al minimo gli interventi in cantina in modo da ottenere un vino che sia reale espressione del territorio di provenienza, dell’annata e della sensibilità del produttore”.

LE NOVITA’ DELL’EDIZIONE 2019

Al centro dell’edizione 2019 di Live Wine due territori d’eccezione: la rinomata Alsazia con i suoi splendidi vini aromatici noti in tutto il mondo e il Roero, che negli ultimi anni sta vivendo una stagione radiosa anche grazie al lavoro di una giovane generazione di vignaioli. A questi due territori saranno dedicate le degustazioni guidate di domenica dal titolo Alsazia zero solfiti e Roero on my mind.

Degustazioni ma anche approfondimenti tematici. Lunedì 4 marzo alle ore 14.30, si terrà, infatti, la tavola rotonda Il giusto prezzo del vino (naturale), una riflessione allargata e condivisa su cosa determini il valore del vino e come influisce sulle scelte del consumatore.

Moderati dal giornalista e critico gastronomico del Corriere della Sera, Valerio M. Visintin, Raffaele Bonivento (fondatore e amministratore di Meteri distribuzione di vini), Pietro Caroli (socio e responsabile vino del ristorante Trippa di Milano) e il produttore friulano di vini Damijan Podversic cercheranno di fare chiarezza su un tema che riguarda tutte le parti della filiera.

IL FUORI SALONE
Come ogni salone milanese che si rispetti, anche Live Wine ha il suo “fuori salone”. Da sabato 2 a lunedì 4 marzo, con Live Wine Night la filosofia del vino artigianale conquisterà la città con degustazioni, incontri e serate a tema nelle enoteche, nei ristoranti e nei locali che hanno scelto di aderire all’iniziativa.

Il biglietto d’ingresso consente la degustazione di tutti i vini presentati e la possibilità di acquistarli direttamente dai produttori. Live Wine è realizzato in collaborazione con l’Associazione Italiana Sommelier Lombardia e con la storica manifestazione Vini di Vignaioli di Fornovo.

LISTA PARTECIPANTI LIVE WINE 2019

CANTINE ESTERE


AUSTRIA

Fritz Salomon – Gut Oberstockstall
Quantum

FRANCIA

Buecher (Alsazia)
Champagne Legret & Fils
Château de Piote (Bordeaux)
Château Lamery (Bordeaux)
Château Pascaud Villefranche (Sauternes)
Château Tour Blanc (Sud-Ovest)
Domaine Bannwarth (Alsazia)
Domaine Christian Binner (Alsazia)
Domaine Pierre Frick (Alsazia)
Domaine de l’Immortelle (Occitania)
Domaine du Château de Grand Pré (Beaujolais)
Domaine Viret (Valle del Rodano)
La Grange de l’Oncle Charles (Alsazia)
Les Vins Pirouettes (Alsazia)
Maison Lissner (Alsazia)
Mas Llossanes (Roussillon)
Sons Of Wine – Farid Yahimi (Alsazia)
Karim Vionnet (Beaujolais)

REPUBBLICA CECA

Dva Duby

SLOVENIA

Batič
Gordia
Movia
Nando
Reia
Sveti Martin
Viticoltura JNK

SPAGNA

Celler La Gutina
Clot de les Soleres

UNGHERIA

Bencze

CANTINE ITALIANE


Abruzzo

Caprera
Emidio Pepe
Q500 – Colle Trotta

Basilicata
Le Nuvole
Ripanero

Calabria
Giuseppe Calabrese
Diana
Lucà Santino
Masseria Perugini
Tenuta del Conte

Campania
Canlibero
Fabio De Beaumont
I Cacciagalli
Podere Veneri Vecchio
Terra di Briganti

VITI – Cantine dell’Angelo
VITI – Il Cancelliere

Emilia Romagna
Al di Là del Fiume
Ancarani
Il Maiolo
Lusenti
Podere Cervarola
Podere Giardino
Podere Sottoilnoce
Solenghi Gaetano
Terraquilia
Marta Valpiani
Vigne Nuove
Villa Venti

Friuli Venezia Giulia
Aquila del Torre
Paraschos
Damijan Podversic
Marco Sara
Villa Job

Lazio
Damiano Ciolli
Andrea Occhipinti
Palazzo Tronconi
Piana dei Castelli

Liguria
Il Torchio
Santa Caterina
Terra della Luna

Lombardia
Barbacàn
Boffalora
Castello di Stefanago
Divella
Mario Gatta
Josef
La Morosina (birra agricola)
Martilde
Piccolo Bacco dei Quaroni
Tenuta Belvedere
Vigne del Pellagroso
VNA

Marche
Oppeddentro
Poderi San Lazzaro
Tenuta Ca’ Sciampagne

Molise
Vinica

Piemonte
Auriel
Carussin
Casa Wallace
Cascina Bandiera
Cascina Bricco Ottavio
Cascina degli Ulivi
Cascina Fornace
Maurizio Ferraro
Le More Bianche
Alberto Oggero
Principiano Ferdinando
Daniele Ricci
Rivetto
Rocca Rondinaria
Ilaria Salvetti
Elio Sandri
Valfaccenda
Valli Unite

Puglia
L’Archetipo
Francesco Marra
Paglione

Sardegna
Sa Defenza
Giuseppe Sedilesu

Sicilia
Barraco
Cantina Marilina
Frank Cornelissen
Marco De Bartoli
Elios
Enò Trio – Nunzio Puglisi
Fenech
La Chiusa
Le Sette Aje
Marabino
Salvatore Marino
Mastro di Baglio
Meridio
Nuzzella
Agricola Oliva (olio extra vergine)
Porta del Vento
Rappa Raffaella
Valdibella
Viteadovest

Toscana
Ampeleia
Casale
CasteldelPiano
Cuna
Fabiani
Fattoria Castellina
Fattoria di Caspri
Fattoria di Sammontana
Le Calle
Le Masse
Il Borghetto
Paolo Marchionni a Vigliano
Pacina
Podere Anima Mundi
Sàgona
San Donatino
Santa10
Tenuta di Valgiano
Terre a Mano-Fattoria di Bacchereto
Vanempo
Villa Cilnia

Trentino Alto Adige
Foradori
In der Eben
Tenuta Thomas Niedermayr

Umbria
Agri Segretum
Annesanti

Valle d’Aosta
Maison Maurice Cretaz

Veneto
Alla Costiera
Calalta
Corte Sant’Alda
Meggiolaro Vini
Menti
Musella
Daniele Portinari

DISTRIBUZIONI
GluGlu Wine
Il Rosso e il Nero
Meteri
Rolling Wine
Sarfati
Venti 10 Champagne
Vina

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La Toscana da scoprire: i vini di Montecucco a Milano con Ais

MILANO – Appuntamento a Milano per il Consorzio Tutela Vini Montecucco per un evento di degustazione volto a far conoscere la Denominazione e il territorio al pubblico meneghino. La degustazione, organizzata in collaborazione con Ais Milano, si terrà lunedì 25 febbraio al The Westin Palace Hotel, dalle 15.00 alle 20.00.

Il tasting, dedicato alla stampa e agli operatori del settore, vedrà la partecipazione di quindici cantine: Basile, Campinuovi, Collemassari, De Vinosalvo, Maciarine, Montenero, Otto Ettari, Parmoleto, Peteglia, Pianirossi, Pierini e Brugi, Podere Montale, Poderi Firenze, Poggio Stenti e Tenuta L’Impostino.

Durante l’evento, per approfondire la conoscenza del Montecucco Sangiovese Docg, gioiello enologico della Maremma Toscana e punta di diamante della Denominazione, avrà luogo la masterclass “Montecucco, il Sangiovese vulcanico dell’Amiata” guidata dal giornalista Luciano Ferraro.

I NUMERI DELLA DOC
“Milano è un panorama interessante per presentare la nostra Denominazione, che registra una crescita costante dei volumi di produzione – dichiara Claudio Tipa, presidente del Consorzio Claudio Tipa – e cresce in termini di margini e soprattutto di qualità, ricevendo sempre maggiori conferme dal mercato italiano ed estero”.

Il Consorzio di Tutela Vini Montecucco oggi conta 67 aziende produttrici, raggruppa oltre 500 ettari di vigneto su una superficie vitata di 750-800 ettari e oltre 1,2 milioni di bottiglie su una produzione complessiva di 1,8 milioni l’anno.

La denominazione, Doc e Docg, si estende su sette comuni del territorio dell’Amiata (Arcidosso, Campagnatico, Castel del Piano, Cinigiano, Civitella Paganico, Roccalbegna e Seggiano), in provincia di Grosseto, e conta il 70% circa di produzione biologica.

L’intera filiera, dalla produzione delle uve all’imbottigliamento, è sottoposta a un accurato sistema di tracciabilità, che permette ai consumatori di verificare in ogni momento la provenienza delle bottiglie acquistate, oltre ad un controllo sul prodotto confezionato già presente nei canali di vendita.

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La Regola: radici in Toscana, futuro all’estero. Degustazione con punteggi

MILANO – Meno di 10 chilometri dal mare azzurro di Cecina, poco più di 20 dal mare rosso di Bolgheri. Se La Regola è una, meglio si trovi tra due cose belle. Ma con la propria identità. A presentare la cantina-gioiello di Riparbella (PI) ci ha pensato ieri uno dei suoi due fratelli titolari, Flavio Nuti.

Appuntamento al Tartufotto by Savini Tartufi, in zona Cairoli a Milano, per un pranzo-degustazione dall’accento tutto toscano: vino e piatti “conditi” da generose spolverate della varietà “bianchetto”, tartufo noto anche col nome di “marzuolo”, che predilige litorali sabbiosi (costa un decimo del “Bianco” ma è davvero ottimo).

I VINI DE LA REGOLA
A sorpresa, ma nella migliore delle tradizioni, si comincia con una “bollicina”. Il Brut Nature Metodo Classico Millesimato de La Regola. Base Gros Manseng, con un 10% di Chardonnay a completare un naso e un sorso di gran carattere. Acidità viva, citrina, quasi dura, solleticata da un perlage fine, cremoso.

“Molto più di una scelta commerciale – spiega Nuti -. Da un lato, con questo Champenoise, veniamo incontro alla crescente richiesta di bollicine sullo splendido litorale nel quale operiamo. Dall’altro offriamo agli intenditori un’etichetta di qualità, capace di distinguersi a partire dall’utilizzo di una varietà rarissima in Italia, come il Manseng”.

Trentasei mesi sui lieviti sono un periodo utile a rendere tutt’altro che banale l’esperimento. Ottomila bottiglie in versione Brut, per ora. Un numero destinato certamente a crescere, visto il trend del mercato e il grande “senso” di queste unconventional bubbles.

Segue l’assaggio del bianco top di gamma di casa La Regola. Anche in questo caso la scelta dei fratelli Nuti non è banale. “Lauro” è un blend di Viognier e Chardonnay, Costa Toscana Igt. Un vino che parla di mare e di serate con gli amici, in maglietta. Ma anche di abbinamenti che in altri casi risulterebbero azzardati.

Un bianco di struttura, capace di liberare con garbo il calore intrappolato dai grappoli di Viognier, avidi di sole e di brezza marina. Bello, in bocca, l’equilibrio tra la frutta matura e la delicata vena speziata, unita a un legno dosato, che si esprime su precisi rintocchi di vaniglia. Un vino “di” e “da” mare.

I VINI ROSSI
E’ poi la volta del Rosso Toscana Igt 2015 “Vallino”. Cabernet Sauvignon (85%) e Sangiovese (15%) affinati in barrique di secondo e terzo passaggio, messo in commercio dopo almeno 12 mesi di bottiglia. Un rosso che risponde bene a “Lauro”, per la sua capacità di coniugare bevibilità e freschezza.

Il naso colpisce per le sue pacate e tipiche tinte erbacee, corroborate da richiami leggeri alla frutta secca. Il frutto rosso è estremamente preciso al palato. Il legno, ancora una volta, è stato utilizzato con grande maestria da La Regola. Si rivela sotto forma di piacevoli sbuffi di caffè e caramella mou. Chiude il sorso una bella vena salina.

Ma è “La Regola” il vino paradigma della cantina di Riparbella. Nel calice la vendemmia 2015 di questo Rosso di Toscana Igt, prodotto con uve Cabernet Franc in purezza. Vino paradigma non solo per il nome, ma soprattutto per la sua capacità di raccontare l’attitudine della cantina per la qualità.

E’ il vino che più colpisce de La Regola, per la sua capacità di essere tanto tipico, “toscanaccio”, quanto internazionale. Un Cabernet Franc dal verde garbato e dal tannino integrato ma di prospettiva.

Grandissima bevibilità nonostante i 14,5% d’alcol in volume, grazie a una freschezza assoluta. Frutto e liquirizia a giocarsi il centro bocca, prima di una chiusura elegante, lunghissima. Utilizzato ancora una volta molto bene il legno: i 18 mesi in barrique nuove di rovere francese esaltano il resto del corredo. Chapeau.

In una zona di “Super Tuscan”, non poteva mancare il Merlot. E allora ecco “Strido”, altro Rosso di Toscana Igt. In degustazione al Tartufotto la vendemmia 2013 del vino di punta de La Regola, ottenuto in seguito a selezione manuale degli acini. Diciotto mesi in barrique nuove e almeno 12 in bottiglia.

Un Merlot tattile, di gran carattere, ancora una volta rispondente allo stile de La Regola: struttura e freschezza. Splendida e quasi infinita la chiusura, su note balsamiche e di macchia mediterranea, già avvertita al naso.

La degustazione termina con “Sondrete”, il Passito Bianco di Toscana Igt ottenuto da Trebbiano, Malvasia e Colombana. La vinificazione prevede la permanenza per 10 anni in caratelli da 100 litri, più altri 12 mesi in vetro prima della commercializzazione. Il vino su cui La Regola può ancora migliorare molto.

Vino spumante Brut Nature Metodo Classico Millesimato: 89/100   (4,5 / 5)
Bianco Costa Toscana Igt “Lauro”
: 87/100   (4 / 5)
Rosso Toscana Igt 2015 “Vallino”: 91/100  (5 / 5)
Rosso Toscana Igt  “La Regola”: 92/100   (5 / 5)
Rosso Toscana Igt “Strido”: 90/100   (5 / 5)
Passito Bianco di Toscana Igt “Sondrete”: 85/100   (4 / 5)

IL FUTURO DE LA REGOLA
Non a caso Milano per Flavio Nuti. “Più dell’80% della nostra produzione – spiega – si concentra oggi tra le province di Pisa e Lucca. Crediamo sia giusto favorire i consumi di vino nei luoghi in cui viene prodotto e continueremo a puntare sulla ristorazione locale. Ma il futuro dell’azienda vuole passare anche attraverso un consolidamento all’estero“. Anche su questo fronte i fratelli Nuti hanno le carte in Regola.

Venti ettari, che entro due anni diventeranno 25, in produzione. Centomila bottiglie complessive, ad oggi, ma un potenziale di gran lunga maggiore vista l’attuale media di 50-60 quintali per ettaro di resa. E, sempre per l’estero, anche una storia da raccontare.

“La nostra cantina – spiega Flavio Nuti – oltre ad essere stata realizzata secondo i più moderni canoni ecosostenibili, è ispirata alla tradizione etrusca di cui è pregna la nostra zona. La barricaia è stata affrescata dall’artista Stefano Tonelli con l’Opera Sognum, che ripercorre la storia degli Etruschi e la loro venerazione per il vino, tanto da farsi seppellire con le anfore per rendere il viaggio per l’aldilà più leggero e all’insegna dell’ebbrezza”.

Storia e concretezza nel calice, dunque, per una cantina che merita un posto tutto suo nel panorama enologico della Toscana e dell’Italia della qualità. Purché si continui a seguire negli anni La (stessa) Regola.

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***DISCLAIMER*** L’articolo è frutto di un pranzo-degustazione organizzato per la stampa dalla cantina e dal relativo ufficio stampa. I commenti espressi sono comunque frutto della completa autonomia di giudizio della nostra testata, nel rispetto assoluto dei nostri lettori

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Buttafuoco storico verso la Docg: scomparirà la versione frizzante

MILANO – Il Veliero del Buttafuoco Storico è pronto a salpare. Ma per farlo deve liberarsi dell’àncora: la versione frizzante, certamente più nota al grande pubblico. Un ostacolo che Marco Maggi, presidente del Club del Buttafuoco Storico, sa bene come superare.

In Oltrepò pavese dovrebbe infatti partire l’iter burocratico per il riconoscimento della Docg per il Buttafuoco Storico. Con la relativa scomparsa della versione frizzante. E’ lo stesso Maggi ad annunciarlo, in un’intervista concessa a WineMag in mattinata, in occasione dei festeggiamenti del 23° compleanno del Club-Consorzio, a Palazzo Bovara.

Si tratta della prima volta del Buttafuoco Storico a Milano. Il segno tangibile di una rinnovata apertura internazionale dei 14 produttori che animano il Club, con una produzione di circa 70 mila bottiglie annue in 7 Comuni della provincia di Pavia, con Canneto Pavese capofila.

L’ANNUNCIO
“Tra i tavoli di Denominazione promossi dall’assessore regionale Fabio Rolfi – commenta Marco Maggi – ce n’è uno proprio sul Buttafuoco. Il vissuto generale di noi produttori è che la versione frizzante sia in completa discesa nella Grande distribuzione e, di conseguenza, anche nel consumo quotidiano”.

“Proprio per questo – annuncia Maggi – abbiamo deciso di non puntare affatto sulla versione frizzante, bensì sul Buttafuoco Storico, ovvero la versione ferma, che rappresenta una vera e propria eccellenza per il nostro territorio. L’intenzione è quella di posizionare il Buttafuoco Storico sotto una Docg, elevandolo dall’attuale Doc”.

“In questo modo – continua Maggi – daremmo un input preciso alle aziende che attualmente puntano sulla versione frizzante: un tempo massimo in cui convertire la produzione alla versione ferma”.

La Denominazione oltrepadana guadagnerebbe non solo dal punto di vista della comunicazione, ma anche per l’accresciuto peso commerciale sui mercati. Il numero di bottiglie prodotte, di fatto, potrebbe più che raddoppiare. “Puntando su una Docg  – conclude Maggi – vorremmo dunque pian, piano far scomparire il Buttafuoco frizzante dall’Oltrepò pavese”.

GLI ASTRI FAVOREVOLI

Ad oggi, il disciplinare di produzione non fa distinzioni tra la versione ferma e quella frizzante. Il “Buttafuoco dell’Oltrepò Pavese” o “Buttafuoco” si ottiene dal sapiente blend di Barbera (dal 25% al 65%), Croatina (dal 25% al 65%) con un massimo del 45% di Uva rara e Ughetta di Canneto (Vespolina).

E non potrebbe esserci momento migliore, per l’Oltrepò, per cominciare l’iter di valorizzazione della propria “chicca enologica”. Regione Lombardia e Ministero delle Politiche agricole alimentari, forestali e del turismo sembrano remare dalla parte del Veliero. Come non mai.

“Per me il Buttafuoco è un vero amore – dichiara il ministro Gian Marco Centinaio – lo promuovo ovunque, non solo perché sono pavese, ma soprattutto perché vedo un progetto serio e di territorio dietro a questo vino. Un progetto di promozione dell’Oltrepò pavese come meta turistica, che consente alla zona di guardare al futuro con ottimismo”.

“L’Oltrepó Pavese – aggiunge Fabio Rolfi, assessore regionale lombardo all’Agricoltura, Alimentazione e Sistemi Verdiproduce vino di grande qualità. Per vincere le sfide del mercato deve avere come stella polare una comunicazione più efficace e incisiva. La costituzione dei tavoli di denominazione avvenuta nelle scorse settimane rappresenta una svolta storica in questo senso. Aiuteremo l’Oltrepó Pavese a sprigionare le sue straordinarie potenzialità”.

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Autoctono si nasce 2019: buona la prima di Go Wine a Milano. I migliori assaggi

MILANO – Non poteva scegliere tema migliore l’associazione Go Wine per aprire a Milano la nuova stagione enoica. “Autoctono si nasce2019 – in passerella oltre 60 varietà di vitigni autoctoni italiani – è stato un successo ieri pomeriggio all’Hotel Michelangelo di Milano.

“La nostra associazione promuove la cultura del vino – ha precisato Massimo Corrado, presidente di Go Wine – oltre al turismo. Il nome scelto dice tutto: il vino fa viaggiare le persone. Il vino ci fa diventare mobili. Si assaggia per esempio un buon vino in città e poi si avverte il piacere di andare a vedere dove nasce”.

“Autoctono si nasce – continua Corrado – è una diretta conseguenza di questo nostro credo: gli autoctoni sono legati a tanti territori, hanno radici profonde e sviluppano quel concetto di identità e diversità che per noi è centrale nell’approccio al vino”.

E mentre Go Wine scalda i motori del secondo appuntamento meneghino, con Barolo, Barbaresco e Roero protagonisti il 21 febbraio sempre a Milano, ecco i migliori assaggi ad “Autoctono di nasce” 2019.

I MIGLIORI ASSAGGI
Dolcetto d’Alba Doc 2017, Azienda Agricola Baldissero. Uber alles. Un Dolcetto di emozionante perfezione quello di Baldissero.

Bel rubino brillante nel calice, da cui si sprigionano precisi e intensi sentori fruttati, prima di una chiusura in cui appare il tannino, nascosto da una vena di mandorla amara.

Colli Tortonesi Doc Terre di Libarna Timorasso 2013 “L’Archetipo”, Azienda Vinicola Poggio. Il Timorasso che non t’aspetti, ma solo se non conosci il Poggio, unica azienda dei Colli Tortonesi operante in Val Borbera, al confine estremo della Doc con la Liguria.

Balsamicità, vena talcata e mentolata sono le caratteristiche di un Timorasso unico nel suo genere nel panorama della Denominazione, degustato in magnum.

Doc Friuli Colli Orientali Pignolo 2008, Adriano Gigante. Ennesima dimostrazione delle potenzialità di questo straordinario autoctono friulano.

Un vino che mostra ancora risvolti giovanili, nonostante gli 11 anni già sulle spalle. Un rosso elegante e allo stesso tempo potente, sia al naso sia al palato. Il Friuli di finezza, con tanta strada ancora davanti.

Riviera Ligure di Ponente Doc Vermentino 2012, Tenuta Maffone. Un Vermentino ligure che sembra strizzare l’occhio al piemonte, per l’eleganza che ricorda certe punte di qualità dell’Arneis. Richiami minerali netti al naso, vicini all’idrocarburo, ne denotano una certa evoluzione. Ma in bocca è ancora tutta frutta, freschezza e prospettiva. Meraviglioso.

Buttafuoco Storico Vigna Sacca del Prete Doc 2013, Fiamberti. Poco meno di 4 mila bottiglie per questa “chicca” che esalta le grandi potenzialità rossiste dell’Oltrepò pavese (Croatina, Barbera, Ughetta di Canneto e Uva Rara). Un vino giocato su garbate note di frutti rossi sotto spirito e terziari dovuti al lungo affinamento in legno. Ancora giovane, ma già dotato di una gran bella gastronomicità.

Morellino 2016 “Heba” / Maremma Toscana Rosso 2015 “Sinarra”, Fattoria di Magliano. Si cambia zona e stile. Andiamo in Toscana, più esattamente in Maremma, per una linea di vini tutto frutto, ma tutt’altro che banali. Fattoria di Magliano riesce infatti a coniugare come pochi nel panorama nazionale la tipicità e rappresentatività del proprio terroir e l’eleganza del frutto, che esalta naso e beva.

“Heba” 2016 e “Sinarra” 2015 sembrano solo all’apparenza due vini agli antipodi: pronto e fresco il primo, più sui terziari e destinato all’allungo il secondo. Li lega un pregevole fil rouge: la capacità di portarti col pensiero sulle vigne, affacciate sul mare.

Prosecco Superiore Valdobbiadene Docg Rive di Guia “Otreval”, La Tordera. Unconventional Prosecco, tradotto: Prosecco vero. Dosaggio zero che esalta in maniera ineccepibile il terroir, senza uccidere la semi aromaticità della Glera. Forza e coraggio prosecchisti, la strada è questa: quella della qualità.

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Il Buttafuoco Storico debutta a Milano

MILANO – Per la prima volta il Buttafuoco Storico e i suoi 14 produttori arrivano a Milano per festeggiare il ventitreesimo compleanno del Consorzio.

La sua storia e la costante ricerca della qualità lo rendono un progetto unico, un vino diventato uno dei fiori all’occhiello dell’Oltrepò Pavese. L’appuntamento è per  venerdì 8 febbraio a Palazzo Bovara.

La degustazione aperta al pubblico è prevista nel pomeriggio, dalle 15.00 alle 17.00. Un banco d’assaggio utile a conoscere e degustare 14 etichette, al costo di 10 euro a persona. La mattinata è invece dedicata alla stampa e agli addetti del settore.

Interverranno Gian Marco Centinaio, Ministro delle Politiche Agricole Alimentari, Forestali e del Turismo, Fabio Rolfi, Assessore Agricoltura Regione Lombardia, Marco Gatti e Paolo Massobrio, giornalisti , Fiorenzo Detti, presidente uscente Ais Lombardia, Vito Intini, Presidente O.N.A.V. e Marco Maggi, Presidente Club del Buttafuoco Storico. Modererà l’incontro Gene Gnocchi.

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Pinot Nero dell’Oltrepò pavese: quattro incontri a Milano

MILANO – Quattro incontri per scoprire la terra d’elezione del Pinot nero italiano, l’Oltrepò pavese. La Porta del Vino, il luogo voluto dal Movimento Turismo del Vino nel capoluogo lombardo, inaugura le attività del nuovo anno con una settimana dedicata ad una gamma di vini di assoluto prestigio.

Dal 28 gennaio al 2 febbraio, in Piazza Cinque Giornate 16, si potranno infatti apprezzare tutte le sfumature del Pinot Nero, nell’interpretazione che ne danno alcuni tra i vignaioli più attenti dell’Oltrepò Pavese (per il programma e le date: info@laportadelvino.com)

“Dopo le settimane dedicate a zone più piccole e poco note – afferma Carlo Pietrasanta, vicepresidente del Movimento Turismo del Vino Lombardo – è doveroso guardare anche ai territori che hanno certamente fatto grande e importante la produzione vitivinicola della nostra Regione”.

“Non possiamo ignorare che l’Oltrepò Pavese è una delle zone di produzione più importanti d’Italia per numero di aziende e per volumi di produzione. Aggiungo: possiamo dire anche, in molti casi, per la qualità assoluta della produzione”, conclude Pietrasanta.

Ne è convinto anche Claudio Maspes, responsabile delle degustazioni de La Porta del Vino, formatore e Direttore dei Corsi Aspi per Milano e Provincia: “Oltre ad essere stati per decenni i più consumati nelle famiglie milanesi, quelli dell’Oltrepò sono anche vini che hanno conosciuto una crescita qualitativa impressionante, grazie ad alcuni produttori illuminati che non si sono accontentati di facili ma temporanei successi”.

Tra le aziende portabandiera del pavese c’è Frecciarossa, storicamente legata a questo vitigno. “Affascinante, difficile, faticoso, raffinato: il Pinot Nero è una delle scommesse più impegnative per qualsiasi vignaiolo e qualsiasi enologo – sostiene Valeria Radici Odero – che però in Oltrepò Pavese ha trovato una delle sue case d’elezione”.

Un vitigno versatile, tanto che può dare risultati di valore in forme diverse. Dai bianchi ai grandi Metodo Classico fino alle vinificazioni in rosso, anche Riserva. “L’importante – conclude la produttrice – è lavorare in modo serio e preciso, per ottenere dei vini che possono reggere il confronto con le produzioni più blasonate al mondo”.

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“Io bevo così” 2019: i migliori assaggi


MILANO –
Se c’è una manifestazione di vini naturali che, negli anni, è cresciuta senza il clamore degli slogan e gli slogan del clamore, quella è “Io bevo così”. Andrea Pesce e Andrea Sala, imprenditori con la testa sulle spalle, ne hanno dato prova lo scorso lunedì all’hotel Excelsior Gallia di Milano, location prescelta per la sesta edizione della kermesse meneghina.

Buono il riscontro di pubblico, con 650 operatori intervenuti tra Horeca e stampa e 450 attività commerciali coinvolte. Buono anche il livello dei vini in degustazione, anche se i veri “lampi di luce” si contano sul palmo di una mano. E permane il punto di domanda dell’attendibilità del vino naturale nella ristorazione.

Una parte consistente dei vignaioli dimostra grande dimestichezza nelle pratiche in vigna e in cantina. Ma c’è anche una buona fetta di produttori che alza le mani ancor prima di versare il vino nel calice.

Frasi come “La bottiglia ha fatto un bel viaggio, si deve un po’ sistemare”, oppure “E’ stata un’annata difficile, se non volevamo intervenire sul vino ‘chimicamente’ questo è il massimo che potevamo ottenere”, non depongono certo in favore dell’auspicabile proliferazione dei vini naturali (quelli buoni, of course) sulle carte dei vini dei ristoranti.

I MIGLIORI ASSAGGI A IO BEVO COSI’ 2019

Spazio alle realtà meno conosciute nella nostra scaletta dei migliori assaggi di “Io bevo così 2019“. Doverose le menzioni ai friulani di Vignai da Duline e agli umbri di Raína: vignaioli che si confermano sempre ad altissimi livelli nel panorama dei vini naturali italiani.

IL PODIO
1) Refosco dal Peduncolo Rosso 2014 “Morus Nigra”, Vignai da Duline  (5 / 5)
Il vero Vino manifesto di Vignai da Duline, capace di racchiudere ed esemplificare la filosofia produttiva della cantina di San Giovanni al Natisone (UD). Ovvero: recupero e conservazione di vecchi cloni, sostenibilità, rispetto del terroir e della tipicità del vitigno, esaltate da un Refosco esemplare in termini di equilibrio organolettico.

2) Umbria Rosso Igt / Sagrantino di Montefalco Docg 2014 “Campo di Raína”, Raína  (5 / 5)
Doppia indicazione (Igt e Docg) per questo rosso potente dell’Umbria. Doppia perché la commissione tecnica della Docg ha pensato di bocciare (la prima volta) il campione di Francesco Mariani. Per poi ripensarci, riassaggiandolo. Il vino è dunque in commercio attualmente come Umbria Igt Rosso. Ma da febbraio sarà Docg.

3) Valtellina Superiore Docg 2008, Le Strie  (5 / 5)
Tre vini di altissimo livello nella gamma di questa piccola azienda agricola di San Gervasio di Teglio (SO). Su tutti il Valtellina Superiore Docg: bello per il frutto e per il naso finissimo, ma soprattutto perché il terreno dà la netta impressione di prevalere sul legno. Un rosso valtellinese che pare aver fatto un patto col Diavolo in termini di longevità. Del resto, l’Inferno è dalle parti di Sondrio. “Regalato” in cantina: 17 euro (13,40 all’Horeca).

LE SCOPERTE
1) Ghemme Docg 2011 “Il Motto”, La Torretta. Colpisce questo rosso dell’Alto Piemonte per la precisione del disegno, in un’annata calda come la 2011. Freschezza, tannino integrato ma ancora in evoluzione, splendida chiusura, lunga, balsamica, con ricordi fumé e di cioccolato. Prezzo incredibile: 13 euro all’Horeca, 20 euro in cantina.

2) Brandisio 2010, Oreste Tombolini. “B” come “Brandisio”, da mettere sul dizionario dei sinonimi sotto la voce “Primitivo”. Un esemplare di rara finezza il 2010 di Oreste Tombolini, fiero “vitivinicoltore per vocazione” di Grottaglie (TA). Una chicca: appena 1.500 bottiglie sulle 10 mila prodotte complessivamente nei 2 ettari di proprietà.

3) Colli del Limbara Bianco Igt 2017, “Fria”, Deperu Holler. Un Vermentino “old style“, che a un naso fruttato e minerale fa seguire un palato pieno, caldo e strutturato, succoso e al contempo verticale.

4) Igt Toscana Sangiovese 2013 “Il Bruno”, Le Verzure. Per vicinanza ai colli di Montalcino, un Brunello in miniatura, anche nel prezzo: 17,40 euro per questo rosso di Murlo (SI), davvero intrigante per la trama di frutti di bosco, spezie e il tannino di gran prospettiva.

5) Ravenna Igt Bianco 2017 “Sabbiagialla”, Cantina San Biagio Vecchio. Un rosso vestito da bianco questa Albana prodotta nella zona di Faenza (RA). Note di sambuco nette al naso, avvolgenti come la frutta. In bocca, tannino e freschezza. Vino “wow”.

6) Vino Bianco 2017 “Brezza”, Luca Fedele. C’è sostanza oltre al volto “social oriented” di Luca Fedele. Una bella linea quella del giovane produttore friulano di Corno di Rosazzo (UD). In particolare, nel mare magnum del Pinot Grigio, si distingue il suo “Brezza”. Un bianco pieno, carico, giocato su una sapiente permanenza sui lieviti. Certamente uno dei bianchi più gastronomici di “Io bevo così” 2019. Di Fedele, ottimo anche il Refosco 2016 “Clap Ros”.

7) Vino Bianco 2017 “Fùnambol”, Podere Sotto il Noce. Massimiliano “Max” Brondolo ha trovato l’amore e le vigne in Emilia, nella zona di Castelvetro (MO). Il bianco fermo “Fùnambol” 2017 è il suo biglietto da visita: un Trebbiano di Spagna femminile, che regala un naso e un palato di suadente aromaticità e gran persistenza. Ottimo anche “Franzes”, il fruttato blend di uve Lambrusco di questo vignaiolo determinato (a buona ragione) a imporsi sul mercato con una produzione di qualità.

QUALITA’ PREZZO

Senza dubbio il modo migliore per definire l’intera linea di Tenuta Lenzini, piccola realtà di Capannori, in provincia di Lucca. Ottimo rapporto qualità prezzo per il “vino base”, il Colline Lucchesi Doc “Casa e Chiesa” 2016: frutto, consistenza e gran pienezza per questo Merlot affinato in acciaio (10 euro).

Serviva un vino dell’estate nella gamma. Ecco come nasce “Casa e Chiesa B-Side” 2017, il rosato di Tenuta Lenzini: da bere col secchiello questo Merlot vinificato in rosa (12 euro). Poteva mancare il vino da dolce o da meditazione? Il Toscana Igt 2003 “Dolcemente Lenzini” è un’altra etichetta interessante: un Merlot passito che non stanca mai (29 euro).

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Io bevo così: 15 domande agli organizzatori su vini naturali, ristoranti e comunicazione


MILANO –
Entrano solo operatori Horeca e giornalisti. Porte chiuse al pubblico – forse (anche) per “tagliare fuori” le note frange di ultras del vino naturale – e arrivare dritti al punto: promuovere alla ristorazione di qualità le “piccole realtà vitivinicole artigiane e contadine”, spesso incapaci di muoversi in maniera efficace a livello commerciale.

Io bevo così, in programma lunedì 14 gennaio 2019 all’hotel Excelsior Gallia di Milano, è l’evento più garbato (e chic) del “vino naturale” in Italia, paragonabile solo a Vinnatur di Angiolino Maule. Lo organizzano per il sesto anno consecutivo Andrea Pesce e Andrea Sala, imprenditori sensibili al movimento dei vini “non convenzionali”.

Pesce ha trasformato la salumeria di famiglia in caffetteria ed enoteca, dando vita a Vini e più. Sala ha fondato la distribuzione That’s Wine, che propone a ristoranti, enoteche e bar una selezione di vini naturali.

Come è nata l’idea di “Io bevo così”?

L’idea nasce nel 2014 quando abbiamo sentito l’esigenza di portare nel nostro territorio (in particolare Lecco-Como e la Brianza) un evento che promuovesse piccole realtà artigiane e contadine legate alla propria terra e che producessero vini senza l’utilizzo di sostanze chimiche, dando così un’interpretazione quanto più fedele del territorio e dell’annata senza ricorrere a compromessi o scorciatoie.

I nostri rispettivi lavori (all’inizio eravamo in 3) sono stati un motore non indifferente per poter partire con questa idea che all’inizio ci sembrava tanto folle quanto brillante. Da allora le cose sono cambiate e sempre migliorate sino ad arrivare a oggi.

L’affluenza è cresciuta negli anni?

“Io bevo così” era inizialmente organizzato in provincia di Lecco e a Milano. Siamo passati dai 120 espositori e 1100 partecipanti del 2014 ai 1700 partecipanti e 97 produttori del 2017. A Milano, 300 persone e 30 produttori nel 2015, fino alle 400 persone (massima capienza della location) con 40 produttori del 2017. Nel 2018 un unico evento a Milano dedicato agli operatori e alla stampa di settore, all’Excelsior Hotel Gallia: 400 attività commerciali (600 persone), 100 testate giornalistiche, 90 produttori.

Ma cos’è il “vino naturale”? E’ corretto chiamarlo così?

È difficile poter dare una definizione unica e ufficiale di “vino naturale” fino a che non ci sarà un disciplinare registrato come per il biologico o il biodinamico. Quello che è il nostro pensiero e i punti di riferimento sui quali ci basiamo per la selezione delle aziende sono: l’assenza di utilizzo di pesticidi, diserbanti, prodotti sistemici, ecc in vigna (quindi vigne come minimo a regime bio o biodinamico), le fermentazioni spontanee senza utilizzo di lieviti in cantina, il non utilizzo di coadiuvanti enologici (enzimi, tannini, batteri ecc), le basse quantità di solforosa e le filtrazioni (se presenti) non sterili.

Vino naturale: c’è qualcosa da migliorare nella comunicazione al giorno d’oggi? I social sembrano popolati da ultras e intransigenti, più che da conoscitori della materia

Non crediamo esista un “modo migliore di comunicarlo”, ma il modo che più si addice alla persona che lo comunica: ognuno di noi, che si tratti di distributori, titolari di wine bar o ristoranti, enotecari, pubblico privato, blogger, appassionati, sceglie una linea di comportamento, come nel lavoro così nella vita e ognuno si prende le responsabilità di quello che dice e di quello che fa.

Ci stiamo rendendo conto che ultimamente sorgono continue polemiche sui social e su alcuni gruppi specifici e di questo ce ne dispiace molto. Dovremmo essere tutti un grande gruppo che aiuta questo piccolo, ma grande ed effervescente movimento. Non crediamo che sia utile a nessuno (ai produttori in primis) farsi coinvolgere in questo genere di battibecchi. E’ uno stile che non ci appartiene.

Vino naturale e ristorazione: quali sono i vantaggi?

Sicuramente la maggiore versatilità di questi vini sugli abbinamenti con i piatti e la possibilità di stupire il proprio ospite (sia neofita che già conoscitore). Senza dimenticare la maggiore digeribilità e “leggerezza” nella beva: caratteristiche che permettono al commensale di poter cambiare più vini durante una cena e di alzarsi il mattino dopo senza i classici mal di testa o bruciore di stomaco, che vengono nella maggior parte delle volte collegate a ciò che si mangia e non a ciò che si beve.

Vino naturale in carta: non se ne trovano, se non in pochissimi ristoranti. Come promuovere l’interesse della ristorazione e dei clienti verso questo segmento?

Certamente a tavola, ma anche e soprattutto con iniziative come la nostra, che ci permettiamo di dire UNICA nel suo genere: perché mettiamo in una giornata dedicata la ristorazione e la comunicazione di settore di fronte alle aziende che a loro volta sono pronte a farsi conoscere. Sarà poi compito della ristorazione e degli uomini che la compongono comunicare al cliente finale questa filosofia, guidarlo e aiutarlo a capire.

Vino naturale in carta: pensiate sia meglio mostrarlo assieme agli altri, oppure in una sezione propria, “indipendente” dal resto della lista?

Riteniamo che creare una sezione a parte in una carta vini sia un po’ ghettizzare. Sarebbe come dire “noi lo facciamo diverso e stiamo in una sezione a parte”. Qui dunque ritorna il ruolo fondamentale del front man di sala o del wine bar che deve conoscere a fondo la propria proposta e capire le esigenze de cliente. Invece troviamo un’idea più giusta indicare a fianco delle referenza in lista (con un simbolo o altro) se si tratta di un vino naturale (vero, artigiano).

Vino naturale a Milano: quali sono i locali consigliati?

Ci sono numerosi locali che hanno dedicato una buona parte, se non la totalità delle proprie referenze al “naturale”. Se dobbiamo citarne alcuni possiamo dire Vinoir, Vinello, Surlì, Bicerin, Champagne Socialist, Forno Collettivo (ce ne sarebbero molti altri) e per i ristoranti ci piace citare Mu Dim Sum, alta cucina cinese con una carta vini davvero interessante, e il “neonato” ristorante di Eugenio Boer, Bu:r, il cui sommelier, Yoel, ha fatto scelte ben precise e mirate.

Io bevo così: e gli altri, perché dovrebbero “così”?

Per ritrovare il gusto del vino, dello stupirsi ogni volta che si stappa una bottiglia perchè è importante quanto quello che mangiamo.

Un hotel 5 stelle a ospitare l’edizione 2019. E’ la risposta naturilista “enofighetta” a LiveWine e La Terra Trema, o qualcosa di diverso? Tradotto: si entra solo in giacca e cravatta e con la “r” moscia?

Non è nostra intenzione fare la “guerra” a nessuno: dal 2015 vi è sempre stata un’anteprima milanese a gennaio dedicata ai soli operatori che vedeva la partecipazione di circa 40 aziende: rappresentava il preludio alla due giorni di maggio che si svolgeva in provincia di Lecco e che ospitava oltre 100 espositori.

Dal 2018 abbiamo deciso di spostarci con un unico grande evento a Milano dedicato ai soli operatori. La scelta della location è molto semplice: riteniamo sia la migliore per spazi, logistica, posizione e servizi per quello che è il nostro intento.

La decisione di aprire solo agli operatori non è una scelta fighetta che implica giacca e cravatta o “r” moscia: ci sono moltissime belle fiere in Italia dedicate al vino naturale (tra cui il Live Wine) e che sono aperte al pubblico. Parlando spesso con i produttori ci siamo resi conto che sono stanchi di dover girare l’Italia (con tutto ciò che comporta anche  a livello di spese).

Da noi possono fare tutto in un giorno, con poche bottiglie, arrivando comodamente in treno o in macchina e senza dovere obbligatoriamente stare fuori due giorni. E soprattutto hanno la possibilità di fare contatti con l’operatore finale: che è il loro principale scopo.

A volte con la presenza del privato si crea troppa confusione e l’operatore che ha generalmente poco tempo non riesce ad assaggiare i vini nelle giuste condizioni. Tutti gli operatori a Io Bevo Così entrano su invito senza alcuna spesa: se ci pensate per noi è anche anti-economico non aprire al pubblico. Ma siamo fermamente convinti che questa sia la direzione giusta.

Bere “naturale” fa figo? Quanta “moda” c’è nel fenomeno?

Da quello che vediamo recentemente non crediamo che faccia figo bere naturale, ma più farsi vedere a stappare bottiglioni di blasone con sciabole, telefonini, forchette e chi ne ha più ne metta. Sembrano quel genere di cose a fare tendenza.

Vino naturale e “puzzette”. Il vino naturale puzza?

Ecco il domandone che ci aspettavamo: argomento davvero troppo complesso, perché per alcune persone quelle che sono puzze insostenibili sono invece per altri massima espressione di territorio o di stile o di altro. Certamente alcune imperfezioni nel vino a volte sono le cose che rendono quel vino ancor più accattivante.

Facciamo questa riflessione: perché se un formaggio artigianale ha profumi “particolari”, magari di stalla o di fieno, allora è riconosciuto come autentico/artigianale/senza trucchi e perché con un vino che presenta magari dei profumi di cantina non si è altrettanto clementi?

Tre etichette che avete bevuto a Natale e/o berrete a Capodanno

Se ci dobbiamo limitare a sole 3 etichette: il Metodo classico Revolution Pas Operé 2012 di Cà del Vènt (il vero e unico che non ci fa sfigurare di fronte ai grandi francesi), lo Chardonnay di Borgogna L’Ecart 2005 da vigne centenarie di Gilles e Catherine Vergè e il Buchepale 2016 di Jason Ligas (Ktima Ligas) da uve autoctone Xinomavro di montagna coltivate in permacultura nel nord della Grecia.

Il futuro del vino naturale: su cosa devono puntare i produttori?

Crediamo che i produttori debbano puntare in primis a una totale trasparenza nei confronti dei propri clienti e consumatori finali. Insomma, a nostro avviso vi è la necessità che i produttori facciano gruppo e che spingano tutti insieme e con forza per arrivare a una certificazione ufficiale e unica di “vino naturale”, basata su seri principi. Vinnatur ci sta provando da tempo, incrociamo le dita. Ultimamente assistiamo alla comparsa dei “produttori naturali dell’ultimo momento” su cui nutriamo molti dubbi.

Chi beve naturale può bere e apprezzare anche i vini convenzionali

Bella domanda. Nel mio caso (Andrea Sala) il percorso è stato quello di partire dai convenzionali e iniziare circa 10 anni fa a bere vini naturali. Una strada senza ritorno. Io credo che il vino vada assaggiato senza preconcetti e facendo parlare il bicchiere. Ritengo ci siano moltissimi vini convenzionali molto buoni e che hanno fatto la storia, ma non mi emozionano più. Diciamo che apprezzare un vino è una cosa. Emozionarsi quando lo si beve è un’altra.

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Tappo di sughero? “Superato”. Le 7 tesi di Walter Massa sulla tappatura del vino

MONLEALE – “E’ da coglioni mettere in vendita 50 mila bottiglie che hanno 50 mila sfumature diverse a causa del tappo, quando uno accarezza la vigna e tratta la cantina come un museo o un santuario per tutto il resto dell’anno”.

Non usa giri di parole Walter Massa, per spiegare il perché della sua ultima battaglia. Nel mirino, questa volta, i problemi dati dalla tappatura del vino con il tradizionale sughero, a fronte di metodi alternativi meno graditi dai consumatori. Più efficaci e, addirittura, più salubri.

A pochi giorni da Natale, giovedì 20 dicembre, il vignaiolo che ha fatto conoscere al mondo il Timorasso ha imbottigliato con 7 tappi diversi 6.600 bottiglie (50 ettolitri) del suo Derthona 2017, vino simbolo dei Colli Tortonesi.

Sette “tesi” differenti, come le ha definite Massa. Per dimostrare analiticamente che una tappatura efficace può aumentare la vita del vino, favorendo un perfetto affinamento in bottiglia. E riducendo al contempo i quantitativi di solforosa: i tanto temuti “solfiti”, che fungono da “conservanti” del vino.

LE SETTE TESI

Un’anteprima della scelta definitiva di Massa, che ha deciso di imbottigliare in sette modi differenti le 60 mila bottiglie di Derthona della vendemmia 2017: 25 mila con Stelvin (tappo a vite), 15 mila con Nomacorc (due tipologie), 15 mila con Diam, 4 mila con Mureddu Sugheri e mille con Bourrassé. Chiudono il cerchio 60 bottiglie di tappo corona: la pennellata finale dell’artista del vino Walter Massa.

Le analisi compiute nel laboratorio della cantina di Monleale, a pochi minuti dall’imbottigliamento, parlano chiaro: con lo Stelvin i livelli di solforosa libera si sono assestati su 22 mg/l, con la solforosa totale a soli 39 mg/l. Valori ben inferiori ai limiti di legge, stabiliti in 200 mg/l per i vini rossi e in 250 mg/l per i vini bianchi in agricoltura convenzionale.

“Il tappo – sottolinea Walter Massa – è la chiosa di tutto il circuito. Non capisco perché dobbiamo continuare, nel 2018 o 2019 che dir si voglia, a giocare a testa e croce. Io sono un artigiano artista del vino e della vigna. Ma la scienza è fondamentale per far godere dell’Italia tutto il mondo, con il vino almeno”.

Sempre giovedì, nella cantina di Massa, era presente Antonino La Placa, Sales manager Italy dell’azienda Vinventions (Nomacorc), specializzata nella produzione di tappi a base vegetale e altre soluzioni come lo Stelvin, garantiti e addirittura personalizzabili dal punto di vista estetico.

Grazie alla somma di Totale Pacchetto di Ossigeno (Tpo), solforosa libera utilizzata dal produttore e tipologia di chiusura scelta – ha spiegato il tecnico – è possibile calcolare in maniera scientifica la shelf-life del vino, ovvero quanto sarà in grado di conservarsi ad ottimi livelli in bottiglia”

Da diversi anni sono sul mercato dei tappi speciali, in grado di garantire scientificamente una micro ossigenazione controllata del vino, in base alle necessità di affinamento. Strumenti che, nella maggior parte dei casi, risultano meno costosi del sughero di qualità.

E IL TAPPO DIVENTA TESI UNIVERSITARIA
Che la questione del tappo del vino sia molto attuale, lo dimostra anche l’attenzione dei giovani studenti italiani di Viticoltura ed Enologia. Carlo Trezzi si laureerà il prossimo anno alla Statale di Milano, dopo il tirocinio effettuato proprio nella cantina piemontese di Walter Massa.

“Ho scelto di improntare la mia tesi sulle varie tappature di Derthona perché ho capito che un vino, per evolversi nel tempo, ha bisogno di uno strumento, il tappo, che non conosciamo ancora appieno”.

“Penso che in Italia ci sia molta disinformazione a riguardo – conclude lo studente – il sughero è un’opzione, ma non è l’unica. Esistono altri metodi, soprattutto per un vino bianco, che possono esaltarlo ancora meglio”.

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Food Lifestyle & Travel

A Milano è Festa del Panettone: 4 giorni di assaggi gratuiti

MILANO – Il panettone è un simbolo della tradizione enogastronomica milanese. A confermarlo sono i produttori fedeli alla ricetta originale che aderiscono al protocollo per il panettone tipico della tradizione artigianale milanese, sentiti dalla Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi tra novembre e dicembre.

E la città, infatti, da oggi dà il via alla Festa del panettone, con una serie di appuntamenti e assaggi gratuiti negli esercizi commerciali indicati da una speciale mappa, scaricabile cliccando qui.

GLI APPUNTAMENTI
Le degustazioni coinvolgeranno alberghi, panifici, pasticcerie, bar e ristoranti, piazze e feste di quartiere. La festa culminerà alle ore 17 di 16 dicembre in Galleria Vittorio Emanuele II, con la presentazione del panettone artistico più grande del mondo realizzato dal maître chocolatier Davide Comaschi, il milanese campione mondiale del cioccolato nel 2013 e oggi direttore del Chocolate Academy Center Milano.

Un evento che sarà animato da Filippo Solibello di Caterpillar e accompagnato dai canti del Coro di Milano degli Alpini. Ma non è tutto. Il calendario, da oggi, è ricchissimo di appuntamenti da non perdere.

– Sabato 15 dicembre in Piazza Duca D’Aosta: degustazione panettoni nel mercatino di Natale. L’evento si articolerà in due momenti: uno mattutino (dalle ore 10:30 alle ore 12:30) e uno pomeridiano (dalle ore 14 alle ore 17). La distribuzione avverrà presso una tipica casetta natalizia, dove saranno presenti i maestri pasticceri e dove sarà possibile sostenere con una firma la candidatura del panettone a bene patrimonio dell’Unesco.

– Domenica 16 dicembre a Niguarda in via Val di Ledro 11: degustazione alle ore 12 del panettone “stellato” alla mela creato dallo chef Giancarlo Morelli. La Fanfara degli Alpini annuncerà il taglio e la distribuzione dei panettoni a cura degli allievi del Capac, la scuola di formazione di Confcommercio Milano.

– Domenica 16 dicembre a Villa Scheibler (Quarto Oggiaro): dalle 14 alle 15, taglio del panettone e arrivo di Babbo Natale per la distribuzione di giocattoli ai bambini.

– Domenica 16 dicembre in piazza Angilberto II (Corvetto): dalle 14.30 alle 16.30 giochi in piazza, laboratori per bambini e attività promosse da Assolombarda, a cura di Associazione E’-Vento e Teatro della zucca, a cui seguiranno il taglio del panettone e i canti natalizi con il Coro degli Alpini.

– Domenica 16 dicembre in Galleria Vittorio Emanuele II alle 17 il sindaco Giuseppe Sala e il presidente di Confcommercio Carlo Sangalli taglieranno il “Panettone artistico più grande del mondo” realizzato da Davide Comaschi direttore del Chocolate Academy Center Milano.

Il panettone, pesato grazie ad una bilancia realizzata ad hoc dall’azienda modenese Dini Argeo, sarà decorato con una pralina di cioccolato denominata #RosaMilano, in omaggio al lato femminile di Milano. La manifestazione sarà introdotta dal Coro degli Alpini.

Una volta svelato il panettone sarà offerto al pubblico presente dagli studenti del Capac e contemporaneamente saranno proposti altri assaggi di panettone donati per l’occasione dalla pasticceria Arte del Dolce di Corbetta Silvio e dall’Unione Artigiani di Milano e Provincia.

– Domenica 16 dicembre in Galleria Vittorio Emanuele II sarà inoltre possibile visitare nello spazio di Galleria 92 (di fronte all’Urban Center) la mostra storica del “Panettone Baj” creato dalla pasticceria Baj nella seconda metà dell’800 aggiudicandosi il primo premio all’Esposizione Internazionale di Milano del 1881 e del 1887

IL SUCCESSO DEL PANETTONE
Un dolce che, nel corso degli ultimi 5 anni, ha riscosso sempre più successo: il 68,9% delle imprese dichiara che il consumo è aumentato, anche molto e solo il 13,8% ha visto una diminuzione. I clienti preferiscono la tipologia tradizionale, con uvetta e canditi, tra questi anche gli stranieri, stimati oggi attorno al 5% per circa tre panettieri e pasticceri su quattro.

Rispetto allo scorso anno, spesa prevista in aumento per il Natale 2018 per 1 operatore su 3 mentre il 41,4% prevede stabilità e continuità rispetto al passato. Nel mese di dicembre, circa la metà dei pasticceri e panettieri (44,8%) vende in media tra 10 e 30 panettoni al giorno e sono il 10,3% le imprese che ne vendono oltre 50 ogni giorno sotto le feste.

Le vendite del dolce tipico del Natale pesano tra l’11% e il 30% degli incassi del periodo natalizio per 1 imprenditore su 3 (31%), per il 24,1% invece oltre il 30% del fatturato del mese di dicembre è legato alla vendita del panettone.

Ciò che distingue il panettone tipico della tradizione artigianale milanese è il fatto di essere realizzato secondo un regolamento tecnico, con determinati ingredienti, nelle proporzioni stabilite e seguendo le tecniche della lavorazione artigianale.

E i dolci a Milano, sempre secondo i dati della Camera di commercio, muovono un business da 1,2 miliardi all’anno, con 1.828 imprese con 9 mila addetti. Sono le imprese attive nella produzione di pane, prodotti di pasticceria freschi, produzione di fette biscottate e di biscotti, di prodotti di pasticceria conservati, commercio all’ingrosso di zucchero, cioccolato, dolciumi e prodotti da forno e commercio al dettaglio di pane, torte, dolciumi e confetteria in esercizi specializzati.

Milano, con 156 milioni di euro di esportazioni di dolci nel mondo nei primi sei mesi del 2018 (+2,0% tra 2017 e 2018), si colloca al primo posto in Italia. I principali clienti dei dolci milanesi all’estero sono la Francia, il Regno Unito, la Germania e la Spagna.

In Italia sono 40.408 le imprese attive nella produzione e nel commercio di prodotti da forno, un comparto che offre lavoro a circa 162 mila addetti, per un giro d’affari che supera 8,3 miliardi di euro all’anno. Ammontano a 1,8 miliardi le esportazioni nei primi 6 mesi del 2018, in crescita del +3,4% tra 2017 e 2018.

La Francia è il primo mercato (277 milioni di euro di export, +8,0%), seguita da Germania (271 milioni, +4,2%) e Stati Uniti (176 milioni, +5,4%). In testa alla classifica degli esportatori di dolci nel Milano, Parma, Treviso, Napoli e Bolzano.

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Approfondimenti

Assessore Rolfi: La viticultura è un comparto strategico per la Lombardia

MILANO – La Regione Lombardia, su proposta dell’assessore all’Agricoltura, Alimentazione e Sistemi verdi Fabio Rolfi, ha approvato le modalità e le condizioni per l’applicazione della misura Investimenti OCM vino, finalizzata ad aumentare la competitività dei produttori di vino, a migliorare il rendimento globale dell’impresa e il suo adeguamento alle richieste di mercato.

SOSTEGNO PER INVESTIMENTI MATERIALI E IMMATERIALI
“La misura concede un sostegno per investimenti materiali e immateriali in impianti di trattamento, in infrastrutture vinicole e nella commercializzazione del vino – ha dichiarato Fabio Rolfi – Nel 2019, grazie ai fondi messi a disposizione dal Ministero, i produttori lombardi potranno contare su 11.800.000 euro. Potranno ricevere questi fondi le micro, piccole e medie imprese agricole e di trasformazione e le grandi imprese che occupano meno di 750 persone con fatturato inferiore a 200 milioni di euro. Con la misura OCM vino la Regione Lombardia ha appena distribuito 3,5 milioni di euro per 20 progetti di internazionalizzazione del vino lombardo. Si tratta di un comparto su cui vogliamo investire. Il vino rappresenta uno dei prodotti più distintivi del nostro territorio”.

LE AZIONI PREVISTE
Le azioni previste nell’ambito della Misura Investimenti sono le seguenti: nuova costruzione, ristrutturazione, restauro o risanamento conservativo di fabbricati adibiti alla trasformazione, alla commercializzazione dei prodotti vinicoli, a magazzino, a sala degustazione o uffici aziendali; acquisto o realizzazione di impianti e acquisto di dotazioni fisse per la produzione, lavorazione e conservazione dei prodotti vinicoli e la trasformazione e commercializzazione; acquisto di recipienti per l’affinamento del vino; acquisto di macchine o attrezzature mobili innovative; allestimento di punti vendita al dettaglio, allestimento di sale degustazione; dotazioni utili per l’ufficio; creazione e l’aggiornamento di siti internet dedicati all’e-commerce.

GLI IMPORTI
L’importo complessivo delle spese ammissibili non può essere inferiore a 5.000 euro né superiore a 200.000. Il contributo massimo concedibile è pari al 40 per cento della spesa ammissibile effettivamente sostenuta per le micro, piccole e medie imprese agricole e di trasformazione e pari al 20 per cento per le grandi imprese. Il progetto presentato con la domanda di aiuto può avere durata annuale o biennale.

VIVERE IN MONTAGNA SIA UN’OPPORTUNITÀ
“Si tratta di una misura significativa anche per il territorio valtellinese – ha commentato l’assessore regionale alla Montagna Massimo Sertori -, destinata a sostegno delle micro, piccole e medie imprese, con particolare attenzione a quelle allocate in zone svantaggiate, montane o con vigneti terrazzati”. “In Provincia di Sondrio, l’unica provincia interamente montana, – ha proseguito Sertori – il settore vitivinicolo concorre in maniera importante alla conservazione del territorio e necessita di misure ad hoc. Da Regione Lombardia in questa ottica arriva un segnale forte e importante, volto a favorire la competitività e l’imprenditorialità locale, massimizzando un patrimonio che, nel nostro territorio, è considerato un sinonimo d’eccellenza ed è apprezzato in tutto il mondo”. “Vivere in montagna – ha concluso Sertori – può trasformarsi in opportunità”.

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Cerdini & Quenardel: lo champagne “gelato”

MILANO – Una vera celebrazione dell’eccellenza e di tutta la maestria e l’esperienza di due storici marchi artigianali: è da questo connubio che nasce il gelato al gusto champagne proposto da Cerdini & Quenardel, il nuovo concept store inaugurato lo scorso ottobre, che unisce una gelateria, una champagneria e una cioccolateria, in una boutique di prodotti artigianali a impronta familiare nel cuore di Milano.

Una vera esaltazione dell’artigianalità e del gusto che trova una delle sue migliori espressioni nei tre gusti di gelato 100% Champagne J.H. Quenardel – Champagne Brut, Champagne Blanc de Blancs e Champagne Rosé – che presentano una percentuale di Champagne del 30%.

Ma non solo: giocando con un mix di sapori, da Cerdini & Quenardel il gelato allo champagne è presente anche in abbinamento alla frutta, tutta proveniente da agricoltura biologica o sostenibile, ed è così nascono i gusti Champagne Brut e Lampone Bio e Champagne Rosé e Fragole di Bosco Bio.

Grazie alla maestria della famiglia Cerdini – che sin dagli anni ’30 è dedita alla produzione e alla lavorazione artigianale di gelati e cioccolato – tutti i gelati allo champagne vengono realizzati consentendo al gelato di non cristallizzarsi e di rimanere cremoso.

Ma non solo gelato allo champagne, da Cerdini & Quenardel l’ospite potrà provare anche tutti gli altri classici gusti di gelato, oppure i famosimacaron, nella versione dolce, in quella salata o anche nella nuovissima edizione limitata 100% champagne (nella variante Macaron Champagne Brut Blason Vert o Macaron Champagne Rosé Brut), o i prodotti artigianali di cioccolateria realizzati dal Maestro G.Cerdini, più volte premiato a livello internazionale.

L’ospite avrà inoltre sempre la certezza di poter contare su materie prime da agricoltura biologica o sostenibile selezionata tra i migliori produttori, sull’assenza di additivi o conservanti e su una produzione totalmente interna. Il nuovo concept store rappresenta inoltre il primo negozio monomarca di Champagne J.H. Quenardel e garantisce sempre la vendita diretta di prodotti artigianali e di alta qualità.

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Spirit Experience: al Merano Wine Festival sbarcano i distillati

Il Merano Wine Festival 2018 è stato anche Spirit Experience. Per la prima volta all’interno della Gourmet Arena ha fatto mostra di se una selezione di distillati, masterclass dedicate e preparazioni dei bartender presenti.

Il mondo del vino, in uno dei suoi appuntamenti più prestigiosi, ha aperto le porte al mondo degli spirits. Per la prima volta, i “distillati” hanno messo la punta del piede all’interno del mondo del vino.

Un binomio, quello fra vino e spirits, che in realtà è da sempre ben presente nella testa dei consumatori, ma che ha sempre visto contrapposti i due mondi. Quasi non ci fosse interesse reciproco. Quasi che un bevitore di spirits o di mixology non sia intenditore di vino e viceversa.

E così, mentre a Milano si teneva il Milano Whisky Festival (di cui vi abbiamo raccontato la scorsa edizione), ecco spuntare nella Passerpromenade di Merano bottiglie di superalcolici, amari e vermouth.

Non moltissime, per la verità, e con un forte sbilanciamento al “bere mescolato” piuttosto che al consumo “in purezza”. Ma per essere la prima occasione decisamente un grande successo.

LE TIPOLOGIE, GLI ASSAGGI, LA COCKTAIL COMPETITION

Qualche “incursione” dall’estero, ma sono prodotti e produttori italiani a guidare il gioco alla Spirit Experience. Primo fra tutti il più italico degli spiriti: la Grappa. Protagonista non solo dei banchi d’assaggio ma anche di una masterclass a lei dedicata.

Dalla bianca di Nardini, che propone Extrafina per i 240 della distilleria, alla bianca aromatica di Roner, monovitigno di Gewurztraminer ricca del suo varietale. Sempre Roner propone la ottima Weissburgunder (da noi già degustata a al Milano Rum Day), mentre interessanti sono le due ambrate: Selezioni, edizione limitata di Marzadro ricca di terziari legnosi e Fuoriclasse, riserva 7 anni di Castagner, che non snatura i profumi primari.

Italia che tiene banco anche sul fronte del Gin. Seven Hills stupisce per la freschezza erbacea del suo Dry mentre Greedy Gin, dal veneto, è più profondo e balsamico con note di lavanda e thè verde. Dalla Calabria è Vecchio Magazzino Doganale a sorprendere con un Gin dai sentori affumicati, mentre Gin del Professore gioca su note agrumate e Roner mette i boschi dell’Alto Adige in un Gin che profuma di pino cirmolo.

Italia che si confronta anche sugli altri spirts internazionali. Stock presenta qui il suo Brandy Riserva 20 anni per i 130 di attività, saranno 5000 bottiglie non ancora confezionate (ma abbiamo la possibilità di assaggiare una campionatura): uno spirito di gran corpo ricco di note erbacee e con un leggero tannino probabilmente dovuto ai legni dell’invecchiamento, sapido e persistente chiude in modo leggermente amaricante.


Puni
porta l’intera gamma dei suoi Whisky fra cui spicca Vina, 5 anni di invecchiamento in botte ex Marsala vergine: secco e verticale ricco di note vinose e di frutta secca. Roner tiene alta bandiera del Rum col suo R74: morbido e dolce dai sentori fruttati.

Grande carrellata di liquori della tradizione come Limoncello, Nocino, Cedro, Rabarbaro, Anice e liquori a base di frutta ma è la grande qualità dei Vermouth a cogliere l’attenzione. Martini Riserva Ambrato gioca sul dolce-amaro di miele e rabarbaro.

Roner con GW utilizza il Gewurztraminer come vino base arricchendolo con le botaniche ma senza perderne la caratteristica nota fruttata.

Gamondi (Toso) col suo Vermouth di Torino Superiore Rosso si rifà alla tradizione piemontese dove arancia amara e china donano intensità e freschezza.

Originali le due proposte di Tomaso Agnini. Vermouth al mallo di noce, più morbido e dolce, e Vermouth all’aceto balsamico, più fresco. Ottima l’intera linea di Del Professore: Bitter, Aperitivo ed i Vermouth Classico, Chinato, di Torino e di Torino Superiore.

Aziende italiane che si distinguono per la loro produzione e costante presenza nelle ricette dei bartender di tutto il mondo, come Luxardo, che oltre al famoso Maraschino qui porta anche Bitter, Sangue Morlacco ed il proprio Triple Sec, o come Varnelli coi proprio liquori, amari e distillati.

E proprio Varnelli, per la celebrazione dei 150 anni di attività, è stata la protagonista della Cocktail Competition tenutasi il 12 novembre alla Spirit Experience.

Nove giovani emergenti Bartender italiani si sono sfidati nella preparazione e presentazione di cocktail da loro ideati a base “Varnelli”. Una gara che ha visto vincitore il giovanissimo Alessandro Governatori del Bar Torino di Ancona con la sua ricetta “La merenda di nonno Italo“:

La merenda di nonno Italo
30 ml di Varnelli Anice Secco Speciale
30 ml di Vermouth uvaggio rosso
30 ml di Amaro dell’Erborista
Top Cedrata
5 ml Caffè Moka Varnelli

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Approfondimenti

Vivite Milano: “Cooperazione importante per la tenuta del vigneto”

Milano – Che viticoltura sarebbe senza la cooperazione? I dati dicono che il vigneto italiano negli ultimi 5 anni ha conosciuto un calo delle superfici del 7% e che le riduzioni maggiori abbiano interessato proprio le regioni dove mancano cooperative strutturate e dimensionate. Regioni come Campania, Sardegna, Lazio (in cui si concentra solo il 12% delle cooperative), hanno conosciuto la contrazione più significativa, da un -15% della Campania a un -21% della Calabria.

Al contrario, in territori dove la viticoltura è estremamente frammentata come Trento e Bolzano, Emilia Romagna, Abruzzo e Veneto, la significativa presenza di cooperative molto grandi per fatturato (oltre 30 milioni di media per cooperativa a Trento, Verona, Treviso e Reggio Emilia) ha garantito una tenuta della coltivazione della vite in questi territori, registrando anche una crescita delle superfici del vigneto.

È questo lo studio inedito realizzato da Winemonitor-Nomisma e che è stato presentato oggi a Vivite, il festival del vino cooperativo in programma oggi e domani al Museo della Scienza e della tecnologia Leonardo da Vinci di Milano, con una seconda edizione arricchita nel programma e nel parterre di ospiti.

Alla cerimonia di inaugurazione hanno partecipato il presidente di Alleanza cooperative Italiane Maurizio Gardini, insieme ai copresidenti Mauro Lusetti e Brenno Begani, che hanno voluto rimarcare con la loro presenza la grande vitalità di un comparto come quello della cooperazione vitivinicola, espressa da numeri di tutto riguardo: oltre 480 imprese operanti su tutto il territorio nazionale, 140.000 soci viticoltori, un fatturato di 4,5 miliardi di euro, 8 cooperative nella classifica delle prime 15 imprese italiane del vino.

“Lo studio presentato da Nomisma dimostra con l’evidenza dei numeri – ha spiegato Ruenza Santandrea, coordinatrice Vino di Alleanza cooperative Agroalimentari – il ruolo svolto dalle cantine cooperative nell’opera di salvaguardia e di sviluppo dei produttori di uva anche nelle zone più svantaggiate del paese. Nelle province dove la cooperazione non c’è, il potenziale produttivo va via via riducendosi. Ma attenzione, la cooperazione spesso è una condizione necessaria ma non sufficiente alla tenuta del vigneto, sufficienza che invece dipende dalla dimensione competitiva della cooperative, perché è nelle zone dove insistono cooperative più grandi ed internazionalizzate che è garantita la coltivazione della vite e la sostenibilità economica d migliaia di piccoli agricoltori che producono il 58% circa del vino italiano”.

“Oggi più che mai – le ha fatto eco il presidente di Alleanza cooperative agroalimentari Giorgio Mercuri – la sfida è quella della sostenibilità, che la cooperazione è pronta a raccogliere, nel senso più profondo della definizione, ossia garantendo uno sviluppo che non metta a repentaglio quello delle future generazioni”. E ai quattro asset della sostenibilitàambientale, sociale, economica e culturale – verranno dedicati quattro momenti di confronto nell’ambito della due giorni della manifestazione.

IL FESTIVAL DEL VINO COOPERATIVO
Pensata non per essere una mostra di vini, bensì un vero e proprio racconto del mondo del vino cooperativo, Vivite offre ai visitatori, nella splendida cornice delle ex scuderie Le cavallerizze, un allestimento “esperienziale”, per far conoscere da vicino le tante realtà produttive della cooperazione e i loro territori, per far assaggiare i loro vini ascoltando i loro racconti. L’obiettivo è quello di comunicare a tutti, esperti di vino e neofiti, curiosi e grande pubblico, attraverso un format alternativo che parli, come recita il pay-off, la “lingua di tutti”.

I visitatori possono scegliere tra un ampio ventaglio di attività. Insieme alle classiche degustazioni e masterclass, il programma include: laboratori didattici e ludici, workshop, concerti, attività di intrattenimento, degustazioni, momenti di confronto informali (“pane e salame”), animati da un ricco parterre di ospiti che include: Raffaele Borriello, Giampaolo Buonfiglio, Francesco Citarda, Renzo Cotarella, Paolo De Castro, Francesco Giangregorio, Giovanni Luppi, Giorgio Mercuri, Denis Pantini, Christian Scrinzi, Raffaele Testolin, Angelo Totaro, Adriano Turrini e Pierluigi Zama

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Whisky & Rum Day 2018: Milano capitale dei distillati

Si è tenuto lo scorso 28 e 29 ottobre a Milano presso il Megawatt Court The Whisky Day e The Rum Day 2018. Evento aperto ad appassionati e professionisti del settore che hanno potuto scoprire, confrontarsi e degustare tanto le novità del mercato quanto le grandi conferme. Proprio la trasversalità degli avventori è la chiave di lettura dell’evento.

Ecco quindi che fra i banchi d’assaggio non troviamo eccellenze assolute o rare bottiglie da collezione, ma prodotti di ottima fattura nati per soddisfare il consumatore, tanto l’esperto quanto il neofita, siano esse consumate “streight” o attraverso le sapienti mani di un “mixologist”. Ecco quindi far capolino fra whisky e rum anche altri distillati.

I MIGLIORI ASSAGGI
Al solito è impossibile raccontare l’intera manifestazione in poche righe, ci limitiamo quindi a raccontarvi gli assaggi che più hanno colpito la nostra attenzione.

Michter’s, dal Kentucky, porta una interessantissima selezione di Bourbon e Rye. Sette prodotti diversi per tipologia di legno utilizzata e durata di invecchiamento.

Fra tutti svettano il Bourbon 10yo ed il Rye 10yo, pieni morbidi e strutturati, con menzione d’onore al Streight Rye Toasted Barrel Finish che alterna all’acidità del Rye una spiccata nota di frutta secca netta e pulita anche nella breve persistenza.

Sempre dagli Stati Uniti Jack Daniel’s presenta Single Barrel Rye. Un Rye da singolo barile prodotto col tipico processo di mellowing. Un Rye dolce e vanigliato, perfetta declinazione della segale secondo lo stile JD.

Dall’Irlanda si fanno notare Redbreast 12yo, un pot still ben equilibrato pulito fresco e consistente, ed le due release di Mitchell & Son Green Spot, fresco e speziato, e Yellow Spot 12yo, più dolce e morbido.

Ancora l’Irlanda protagonista con Teeling che a fianco degli ormai noti imbottigliamenti (veri punti di riferimento per gli appassionati) presenta Brabazon, finissato in botti di Porto rotondo e vinoso, e Trois Rivières Small Batch.

Quest’ultimo attore di un gioco curioso: se Teeling ha usato botti ex rum agricole della distilleria Trois Rivières per il suo whisky al capo opposto della sala troviamo al bachetto di Trois Rivières un rum finito in botti ex Teeling. Un Whisky che profuma di Rum ed un Rum che profuma di Whisky che valgono la degustazione incrociata.

Fra i rum oltre alle grandi conferme di Damoiseau si distinguono le due release di Hampden, rum dalle forti note secondarie prima ancora che terziarie, e la bella verticale 12yo, 18yo e 25yo di Flor de Cana in un crescendo di rotondità e dolcezza.

Spicca l’idea di Roner, distilleria di Termeno in Alto Adige, di produrre due rum, uno bianco ed uno scuro. Quest’ultimo in particolare invecchiato nelle botti che hanno contenuto Caldiff il famoso distillato di mele di Roner.

Un rum dallo stile Alto Atesino. Ma ancor più Alto Atesino sono il gin, ottenuto con botaniche locali che profuma di bosco, e la grappa da Weissburgunder (pinot bianco) unica nel suo genere.

Sempre piacevoli e ben fatti Nikka Coffey Gin e Nikka Coffey Vodka della giapponese Nikka. Menzione d’onore per l’imbottigliamento 18yo di Longmorn dell’imbottigliatore indipendente Duglas Laing.

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The Spirit gioca d’azzardo: nella nuova drink list un cocktail analcolico

MILANO – The Spirit Milano, giocando anche su un inatteso cocktail analcolico, apre le porte per presentare la nuova drink list.

Porte nere e pesanti, da cui fa capolino solo un timida luce attraverso degli oblò. Porte quasi anonime, nel caos della “Grande mela” italiana. Porte che rimandano agli Speakeasy americani dell’epoca proibizionista.

All’interno, il calore e la pacatezza di uno dei migliori cocktail bar di Milano. Scelta di materie prime d’eccellenza, sapienza nell’abbinarle e dosarle. Un fil rouge che lega le varie preparazioni. Così nasce la nuova lista di cocktail, pensati per stupire.

LE NOVITA’
È con vivo entusiasmo che Fabio Bacchi, bar manager di The Spirit, introduce il quarto cambio stagionale. Quattordici i cocktail che vanno ad affiancarsi alle 4 preparazioni fisse, per creare la Drink list Fall Winter 18 di The Spirit a tema “Il Gioco“. Il gioco in tutte le sue forme: gioco di società, gioco d’azzardo, gioco territoriale. Ecco quindi far capolino nomi che rimandano ai giochi da tavolo come Shanghai o Checkmate (scaccomatto).

Nomi che ricordano il gioco d’azzardo come The Joeker, Rien ne va plus (nelle due versioni Rosso e Nero) e Bluff. Il gioco rappresentato sul grande schermo con scene memorabili da cui traggono il nome Goldfinger e Russian Roulette. Il gioco raffigurato nell’arte con I Bari (noto quadro di Caravaggio) o il gioco come identità culturale in Pachinko (gioco tradizionale giapponese).

Una drink list con una precisa idea di fondo, non lunghissima (ed è un bene) e nella quale ognuno può trovare il bicchiere che incontra i propri gusti, se serve consigliato dai professionisti del The Spirit.

GLI ASSAGGI
Abbiamo avuto modo di degustare tre di questi “giochi”, primo fra tutti Bluff. Bluff perché ti inganna. Entra in bocca fruttato, fresco e speziato. Avvolge il palato e lascia una piacevole persistenza.

Ma, inaspettatamente, è analcolico. La base infatti è Memento (distillato di acqua aromatizzata alle erbe), cui si sommano shrub di agrumi, tè matcha, aloe vera, miele di melata e sciroppo di melagrano e pepe rosa.

Segue Not a Club Soda. Plymouth Gin, Falernum, lemongrass, habanero cordial, acqua e King’s Ginger gli ingredienti ma lo si capisce davvero solo assaggiandolo. Fresco, molto aromatico ma anche incredibilmente beverino e con una leggera ma decisa piccantezza che arriva solo a fine sorso. Equilibrato in tutte le sue note è terribilmente pericoloso nella sua facilità di beva.

Chiude Shanghai. Un drink inusuale. Servito caldo in una teiera. Ingredienti base sono infatti tè bianco (per l’appunto caldo) e Koval grain spirit (whisky di grano non passato in legno) cui seguono fiori di tè, pepe di Sichuan, Triplum Luxardo, Bitter Bianco, Luxardo, Chai Walla bitters ed olio di zagara.

Intenso al naso ha note balsamiche che rimandano la mente alle radici aromatiche (rabarbaro e liquirizia), alle erbe aromatiche ed alla macchia mediterranea. In bocca è morbido ed avvolgente con un finale amarognolo e vagamente agrumato.

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Approfondimenti

Valpolicella tour fa tappa a Vancouver, Chicago, Washington DC e Zurigo

Prosegue l’attività di internazionalizzazione del Consorzio Tutela Vini Valpolicella che nel mese di ottobre farà tappa a Vancouver, Chicago, Washington DC e Zurigo.

Si parte il 10 ottobre con il Canada, un mercato strategico per la denominazione che, nel 2017,  ha assorbito il 25% dell’export complessivo di Valpolicella, il 17% di Valpolicella Ripasso e il 6% di Amarone.

Tra le attività in calendario nella città canadese, un walk around tasting e una media dinner, entrambi organizzati in collaborazione con l’agenzia Town Hall Brands, Consorzio Tutela Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore DOCG e il sostegno del Consolato d’Italia a Vancouver.

Inoltre, nella stessa giornata si svolgerà un contest dedicato agli operatori di settore che darà la possibilità al vincitore di accedere direttamente alla seconda edizione del Valpolicella Education Program (VEP), il corso di certificazione sui vini e sul territorio della Valpolicella per la formazione di nuovi esperti della denominazione (Verona, 29-31 gennaio 2019), senza passare dalla fase di selezione.

Il Valpolicella 50 Anniversary Tour proseguirà poi negli Usa il 15 e 17 ottobre, dove a Chicago sono previsti  tasting e incontri istituzionali. Gli eventi, promossi in sinergia con Balzac Communications & Marketing e il Consorzio Tutela Lugana DOC.

La Svizzera chiuderà le attività internazionali del Consorzio. A Zurigo, il 29 ottobre al Metropol, si terranno un walk around tasting organizzato in collaborazione con Vinum,  il wine magazine numero uno per lettori in Germania, Austria e Svizzera e il Consorzio Tutela Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore, oltre a due masterclass istituzionali condotte da Christian Eder, corrispondente per l’Italia di Vinum.

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Food Lifestyle & Travel

Gelato (macarons) e Champagne? A Milano Cerdini & Quenardel

MILANO – Gelato, macarons “salati”, cioccolatini e Champagne. A Milano si può, da Cerdini & Quenardel. Il nuovo concept store è stato inaugurato giovedì sera in via Cusani 10, a due passi dal Castello Sforzesco in zona Cairoli. Un format che conferma il ruolo di capitale del gusto del capoluogo lombardo, dopo la spinta all’internazionalizzazione e all’innovazione nel food favorita da Expo 2015.

Il piccolo negozio, ricavato su due piani perpendicolari alla strada, è risultato dell’incontro di due famiglie golose. Un appuntamento neppure troppo casuale, degno della Divina Commedia, nato a metà della strada del “peccato”.

La famiglia Cerdini, originaria della Toscana e fuggita in Francia a cavallo delle due Guerre Mondiali, tramanda da quattro generazioni il proprio savoir-faire nell’arte del gelato, della pasticceria e della cioccolateria. Un marchio ormai riconosciuto anche Oltralpe, che oggi punta a un ritorno alle origini italiane.

I Quenardel sono invece produttori di Champagne dal 1906. La maison ha base a Ludes, Premier Cru della Grande Montagne de Reims e opera in regime “sostenibile”. Venti ettari di vecchie vigne, di cui 18 in produzione. Meno di duecentomila bottiglie l’anno, distribuite principalmente in Inghilterra, Belgio e Germania, ma anche in diversi ristoranti stellati italiani.

L’anello di congiunzione tra i due modelli di business è Matteo Corbetta, esperto di gestione alberghiera, ristorazione e bar. Nove mesi di gestazione e di studio del mercato italiano, prima del taglio del nastro avvenuto in settimana a Milano. Una destinazione multietnica e multiculturale, che ha convinto più delle altre papabili Capri, Courmayeur e Cortina, ritenute meno “pronte” per una tale provocazione.

L’ABBINAMENTO E IL FORMAT
“L’idea – spiega Alexandre Quenardel – è frutto della pluridecennale amicizia delle nostre famiglie. I Cerdini erano abituati a produrre e consumare a livello domestico gelati e sorbetti a base di Champagne e macarons salati, con farciture di pomodoro, di olive o di foie gras per citarne solo alcuni, da abbinare alle nostre etichette Quenardel. Col tempo ci siamo accordi che poteva funzionare e che avremmo potuto proporre questo modello anche al pubblico”.

L’abbinamento gelato e Champagne può sembrare azzardato. A renderlo sempre meno difficoltoso sarà l’utilizzo di percentuali sempre maggiori di Champagne, che oggi si assestano sul 25-30%. “I gelati – anticipa Alexandre Quenardel – dovranno rispecchiare sempre di più la tipologia di Champagne utilizzato: Brut, Blanc del Blancs e Rosé”. I gelati allo Champagne in realtà saranno 8, su una gamma di 20.

“La sfida nella sfida – precisa Quenardel – sarà quella di riuscire a ottenere un gelato che sappia di Champagne, oltre che di frutta, dall’ingresso in bocca sino al retrolfattivo”. Più facile, sin da oggi, l’abbinamento con i macarons salati, ottenuti tramite una sapiente aggiunta di sale nell’impasto della meringa. Non resta che assaggiare.

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Approfondimenti news

Franciacorta protagonista alla Milano Wine Week

MILANO – Franciacorta sotto i riflettori al debutto della prima settimana del vino milanese. La novità si chiama Milano Wine Week e dal 7 al 14 ottobre trasformerà Milano nel paradiso di tutti i winelover che tra palazzi, quartieri, ristoranti e bar potranno sbizzarrirsi in un palinsesto ricchissimo di avvenimenti dedicati al mondo del vino.

Per acquistare i biglietti in prevendita basta cliccare qui. Per gli iscritti alla newsletter del Consorzio, peraltro, è previsto uno sconto del 15%.

IL PROGRAMMA FRANCIACORTINO
Franciacorta Day – Giovedì 11 Ottobre
Due eventi, doppia soddisfazione! Nella stessa giornata Franciacorta propone l’appuntamento con la tappa milanese dei Festival itineranti Franciacorta e l’inedito Franciacorta Stories.

Il Festival Franciacorta, nel suo format consueto, riunisce nella location di Palazzo Bovara 40 produttori franciacortini per l’incontro con operatori, esperti del settore ed eno-appassionati attraverso banchi d’assaggio e degustazioni.

Dalle 15.00 alle 17.30 – Ingresso riservato a stampa e operatori
Dalle 17.30 alle 20.00 – Apertura al pubblico.

Franciacorta Stories: dalle 19.30 alle 22.30, a pochi metri di distanza nei piani del Brian & Barry Building, Franciacorta si racconta attraverso i diversi volti del territorio.

Tanti temi e tanti vini distribuiti sui diversi piani in un divertente saliscendi alla scoperta delle bollicine simbolo dell’eccellenza italiana. Per questo evento è obbligatoria la prevendita.

Franciacorta Wine District – Dal 7 al 14 Ottobre
I ristoranti ed i locali dell’affascinante e raffinato quartiere di Brera ospiteranno degustazioni di Franciacorta, creeranno ad hoc menù in abbinamento ed apriranno le porte a tutti coloro che vorranno scoprire la versatilità delle bollicine franciacortine.

Franciacorta Masterclass
Presso Palazzo Bovara, due diverse masterclass dedicate alla scoperta territorio e dei suoi segreti attraverso la degustazione di 6 Franciacorta.

– 9 OTTOBRE – Ore 19.00 “FRANCIACORTA DOSAGGIO ZERO” – Diverse interpretazioni della tipologia che meglio racconta il terroir Franciacorta
Biglietto d’ingresso unico € 15
– 13 OTTOBRE – Ore 17.00 “SATÈN, UNICITÀ IN FRANCIACORTA”

Degustazione della tipologia più elegante e morbida prodotta esclusivamente in Franciacorta. Biglietto d’ingresso unico € 15.

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Food Lifestyle & Travel

Giornata internazionale del caffè: a Milano il Bio Coffee Lab Morettino

MILANO – Un caffè che nasce dai migliori raccolti d’altura da agricoltura biologica e successivamente tostato artigianalmente ad aria calda pulita per rispettare la salute e la natura, preparato in tutte le forme e declinazioni: dalla tradizionale moka – portata al tavolo per rivivere l’atmosfera del risveglio a casa – alla mixology – con drink detox a base di caffè, passando per l’espresso e i più moderni sistemi di estrazione a filtro.

Lunedì 1 e martedì 2 ottobre, in occasione della Giornata internazionale del caffè e all’interno del calendario di eventi del MilanoCaffè, la torrefazione siciliana Morettino e Bioesserì presentano a Milano, da Bioesserì Brera (Via Fatebenefratelli, 2) il “Bio Coffee Lab”, la versione green del progetto “Morettino Coffee Lab”, che unisce gli antichi saperi della tradizione ai sapori dell’innovazione e vuole stimolare un consumo più consapevole del caffè, proponendo nuove modalità di preparazione insieme alla riscoperta dei metodi più tradizionali.

Questo mettendo sempre al centro il cliente e la materia prima, che va rispettata e raccontata per creare cultura del caffè. Materia prima proveniente da agricoltura biologica e frutto della collaborazione tra Morettino e piccole comunità di produttori locali che coltivano il caffè nei più rappresentativi paesi tropicali, lavorata con una tostatura ecologica e valorizzata da differenti metodi di preparazione, in grado di offrire una Coffee Experience nel segno dell’artigianalità e della sostenibilità.

Dalla condivisione di questi valori e da una visione comune di rispetto per la natura e di attenzione per la qualità del prodotto nasce la collaborazione tra Morettino e Bioesserì.

IL PROGRAMMA
Lunedì 1 ottobre
, dalle 16 alle 18, la preview riservata alla stampa, che avrà modo di scoprire in anteprima le degustazioni dell’evento aperto al pubblico del giorno successivo. La prima degustazione sarà in Espresso del blend “Naturae” della linea Morettino “Pure Organic Coffee”.

Una miscela intensa dal carattere mediterraneo, in cui le note degli Arabica naturali brasiliani incontrano i sentori floreali tipici del micro-lotto Perù Negrisa e accenti di cioccolato fondente dei caffè indiani.

Si proseguirà con la preparazione con la moka di “Terrae”, selezione di puri Arabica della linea “Pure Organic Coffee”, per un blend aromatico, in cui i sentori speziati tipici del Messico Berilo incontrano le note floreali dei caffè lavati peruviani e accenti di miele e mandorle dei caffè della fazenda brasiliana Nossa Senhora De Fatima.

Infine la monorigine “La Musa Nera” Bio Mexico Altura, coltivata sugli altipiani della regione montuosa del Chapas tra i 1300-1500 metri, che sarà preparata con il metodo di estrazione a filtro Clever e utilizzata come base di un drink detox ideato dal coffee specialist Sabino Settanni di BarProject, partner della Morettino School of Coffee, che sarà presente alla due giorni di eventi.

Martedì 2 ottobre, invece, l’evento aperto al pubblico che, dalle 10 alle 12 e dalle 16 alle 19 da Bioesserì Brera, potrà immergersi nel mondo del “Bio Coffee Lab”, con le degustazioni dei blend Naturae e Terrae, espressione delle infinite sfumature di profumi tropicali delle singole origini selezionate, e della monorigine di Arabica Mexico Altura, declinate in espresso, moka, Clever e come drink detox analcolico.

In esclusiva per la due giorni di eventi sarà possibile ammirare alcuni antichi pezzi della collezione del Museo del Caffè Morettino, primo esempio di museo del caffè in Italia, che si trova a Palermo nel cuore della torrefazione e ospita oltre mille pezzi tra macinini, macchine espresso, caffettiere e tostatrici dal 1600 ad oggi.

Da Bioesserì – Brera saranno esposte alcune caffettiere a filtro di fine Ottocento, una macchina espresso Faema dei primi del Novecento e alcune moka degli anni Quaranta e Cinquanta. Una sorta di “antenati” dei sistemi di estrazione più moderni utilizzati durante l’evento per preparare le diverse tipologie di caffè.

IL PROGETTO
“Crediamo che il racconto di un’esperienza possa stimolare un consumo consapevole e contribuire alla riscoperta del piacere del rito del caffè, apprezzandone a pieno il gusto e l’aroma – spiega Andrea Morettino – rappresentante della quarta generazione della famiglia di torrefattori che produce un caffè artigianale di qualità a Palermo dal 1920″.

Il progetto Morettino Coffee Lab nasce per diffondere la cultura autentica del caffè, raccontando le peculiarità della materia prima e coinvolgendo il consumatore finale nella scelta tra un blend o una monorigine in purezza e anche del metodo di preparazione, in funzione delle caratteristiche sensoriali ricercate, dell’umore o del momento della giornata.

“Bioesserì ha creduto da subito nel progetto – spiega Morettino – prima nella sede di Palermo e poi anche a Milano. Oggi è bello potere raccontare una comune storia fatta di passione e rispetto per la materia prima, che parte dalla Sicilia e unisce idealmente l’Italia”.

“Offrire ospitalità ad un progetto che vuole riportare al centro dell’attenzione il buon rito del caffè all’italiana, il valore dell’artigianalità della tostatura e l’importanza dell’attenta e rigorosa selezione delle materie prima di una piccola e valorosa attività di torrefazione come quella di Morettino è per noi un dovere morale prima ancora che un piacere”, commenta Vittorio Borgia, fondatore del marchio Bioesserì insieme al fratello Saverio.

“Bioesserì fin dalla sua prima apertura ha scelto di affidarsi alla preziosa partnership di Morettino per assicurare ai suoi clienti un caffè ricercato, biologico, sano e con quel tocco di sicilianità discreto ed elegante che da sempre contraddistingue l’esperienza nei nostri ristoranti”.

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I vini dell’Alto Adige in tour a Roma, Firenze e Milano: le date

Roma, Firenze e Milano. Queste le tre tappe de “I vini dell’Alto Adige in tour“, road show che porterà i vini altoatesini in giro per l’Italia. Si comincia dalla capitale, sabato 6 ottobre, per proseguire a Firenze domenica 7 e concludere a Milano, lunedì 8.

In realtà, l’evento itinerante sarà un’occasione per vivere l’Alto Adige attraverso due delle sue componenti distintive. Protagonista indiscusso sarà il vino, ma anche il legno.

L’allestimento emozionale che verrà ricreato all’interno delle tre location prevede infatti delle strutture a forma di albero, completamente realizzate in legno. Un materiale che è parte integrante della cultura dell’Alto Adige, coperto per oltre il 50% della sua superficie da boschi.

“È la prima volta che pensiamo di organizzare un road show per portare in tournée i vini del nostro territorio”, spiega Maximilian Niedermayr, presidente del Consorzio Vini Alto Adige.

“L’obiettivo – aggiunge – è di far vivere a wine lover e operatori l’atmosfera dell’Alto Adige, abbinando alla tradizionale degustazione un allestimento che ci rappresenta. Chi avrà voglia di staccare dalla routine quotidiana e passare a trovarci avrà modo di conoscere da vicino le sfaccettature della produzione enologica altoatesina, percorrendo nel vero senso della parola il nostro territorio senza spostarsi dalla propria città”.

LE DATE DA SEGNARE
Il banco di assaggio sarà aperto al pubblico delle tre città dalle 16.30 alle 20.30, previo acquisto di un ticket di ingresso sia sul posto che in prevendita, a condizioni agevolate, su vinialtoadige.com. Gli operatori (stampa e sommelier) potranno invece accedere gratuitamente dalle 15.30, accreditandosi sul sito del consorzio.

Sabato 6 ottobre – Roma
Set Spazio Eventi Tirso, Via Tirso 14
A completare la ricca offerta di vini del banco di degustazione, è in programma uno show cooking di Iside De Cesare, chef del ristorante stellato “La Parolina”. Saranno offerti assaggi delle preparazioni ai presenti.

Domenica 7 ottobre – Firenze
Fortezza da Basso (Sala Fureria dell’Arsenale), Viale Filippo Strozzi 1
In aggiunta al banco di assaggio sono in programma due seminari a posti limitati. Il primo, dalle 15.30 alle 16.30, sarà dedicato al Pinot Bianco. Il secondo, dalle 16.30 alle 17.30, avrà come focus il Pinot Nero.

Lunedì 8 ottobre – Milano
W37, Via Giacomo Watt 37
In occasione dell’appuntamento sarà possibile incontrare i referenti del Consorzio e una selezione di produttori

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Food Lifestyle & Travel

Pescheria con Cottura Milano: pesce e cocktail in abbinamento nel lounge bar

MILANO – Per rendertene conto ci devi entrare. Pescheria, ristorante. E da ieri sera pure lounge bar. Pescheria con Cottura è un nome che sta “stretto” al concept restaurant inaugurato il 7 giugno in via Tito Speri 7, a Milano. Da giovedì sera, ancor di più.

Quattro anni fa, Fabio e Daniele Ingrosso aprivano a Lecce il primo Pescheria con Cottura. A Milano il balzo fuori regione, prima della prossima apertura a Ginevra, in Svizzera. Ma nella lounge del locale meneghino si respira già aria internazionale.

L’idea è quella di offrire un luogo alternativo al ristorante, che già funziona a pieno ritmo. Un ambiente elegante e curato, ma informale. In cui godersi cocktails innovativi e sperimentali. Abbinati a piatti e stuzzicherie di pesce. Freschissimo, of course. Né una cena né un aperitivo, insomma. Una novità assoluta. All’insegna della qualità pugliese.

La “manona” di uno più grandi esperti in Italia di Bartending e Mixology, Fabio Bacchi, si vede da lontano. E’ lui che ha curato la drink list (attualmente 11 proposte in carta) assieme al mixologist Paolo Mastropasqua e allo chef Rocco Costantini.

Un connubio nuovo, quello tra cucina e bar, che avvicina e svecchia il concetto stesso di chef. Una figura oggi aperta a contaminazioni sino a poco tempo fa impensabili. Mix che si riversano in pieno nei cocktails. Come quelli proposti giovedì sera, per l’inaugurazione del lounge bar di Cucina con Cottura.

LA DRINK LIST
Un grande classico della miscelazione come il Pisco Sour, realizzato con una base aromatica di Pisco Acholado con lo sciroppo violaceo di chicha morada, in infusione con diverse spezie. Filtrato e zuccherato con zucchero grezzo e completato da lime e ginger beer. Ecco Chicha al mar, abbinato a un raviolo croccante di alghe, ripieno di gamberi.

St Nicholas Punch è il secondo cocktail. Base di rum haitiano, tra i più antichi, figlio di una storia lunga 500 anni. Si tratta del Casimir, rum ottenuto da lunghe fermentazioni, miscelato con shrub di aceto di miele e sciroppo di pepe di Sichuan.

L’effetto è tra l’acido e il dolce, con la note verde agrumata conferita dal pepe. Succo di lime e salsa di soia a chiudere la “ricetta”, tra lo spicy, il sapido e l’umami. Guarnizione con noce moscata e chips di banana.

Lo chef Rocco Costantini ha costruito su questo “Punch rivisitato” un piatto semplice, ma molto gustoso: calamaro arricciato scottato sulla griglia, marinato con salmoriglio, servito su crema di finocchi e decorato con del pomodoro disidratato e germogli di affilla.

Il terzo cocktail è Negroni Mediterraneo. Ma scordatevi il classico Negroni. Il drink pensato da Bacchi e Mastropasqua si presenta bianco, perché ottenuto dalla miscelazione tra Gin Mare, Vermouth Macchia, bitter bianco sardo e bitter delle sirene. Elementi che riportano il naso alla macchia mediterranea: rosmarino, basilico, mirto, timo. Si termina on the rocks, guarnendo con una foglia di basilico e del limone grattuggiato.

L’accostamento della cucina richiama la componente mediterranea di questo drink: una sarda impanata e fritta, presentata con un cracker di erbe secche e maionese con erbe fresche, provenienti dal bacino del Mediterraneo. Il mare nel piatto.

LA CARTA DEI VINI
Ad ogni ristorante che rispetti, una carta dei vini degna di questo nome. A compilarla minuziosamente ci ha pensato la sommelier Fisar Milano Valentina Rizzi. “In realtà – spiega – i 100 vini presenti attualmente sono solo l’avvio di un progetto di ricerca di piccoli produttori che lavorano molto bene”.

Si va da un minimo di 20 euro (3 etichette) a un massimo di 800 euro previsti per lo Champagne Cuvée “S” di Salon. Tra le “chicche” suggerite da Valetina Rizzi, lo spumante di Lugana a firma Olivini e lo Champagne Rosé Brut “Dame-Jane” di Henri Giraud.

Da segnalare anche il Metodo classico Brut 2011 della cantina bergamasca Il Calepino, dall’ottimo rapporto qualità prezzo. Oppure la Malvasia di Candia “Sorriso di Cielo” della piacentina La Tosa, o il Brunello Riserva 2011 de Le Potazzine.

Per la serata d’inaugurazione, la sommelier ha proposto tre calici, in abbinamento ad alcuni appetizer a base di pesce e crostacei: il Pinot Bianco Sudtirol Alto Adige Doc di Cantina Cortaccia (Kellerei Kurtatsch), il rosato del Salento Igt Mjère di Michele Calò e il rosso Amativo di Cantele. Grande spazio alla Puglia, dunque. Come nelle attese.

IL CONCEPT
Ma cosa ci fa, in fondo, un “bar” all’interno di un ristorante di pesce? A spiegarlo è Fabio Bacchi. “Si tratta di un concetto innovativo, in un mondo della ristorazione che ci ha abituato a pensare al distillato, all’amaro e ai liquori come a qualcosa di gratuito, da offrire al termine di un pranzo o di una cena”.

Una nobilitazione del fine pasto? Non esattamente. “Il trend più moderno della mixology e del bartending – suggerisce Bacchi – è quello di suggerire un consumo e una realizzazione domestica del cocktail, a partire da ingredienti che, un tempo, facevano parte solo della cucina: maionesi di lampone, aceti di miele sono solo uno degli esempi”.

“Qui a Pescheria con Cottura abbiamo voluto guardare Oltreoceano, dove ogni ristorante che si rispetti ha un lounge bar. In particolare, il focus è sul pairing tra i cockatails presenti nella drink list e il menu proposto dallo chef. Ingredienti che scherzano con il gusto e con l’olfatto, stuzzicandolo. Milano, del resto, è la città perfetta per sperimentare e spingere nuove tendenze”. Non resta, allora, che provare.

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