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La miscelazione incontra l’Aceto balsamico tradizionale di Modena

Sapore acido eppur dolce allo stesso tempo, morbido, avvolgente. L’Aceto balsamico tradizionale di Modena, eccellenza dell’enogastronomia italiana, è da sempre considerato un prodotto versatile che grazie alla sua complessità trova spazio ed utilizzo in un’infinità di piatti. Tanto tradizionali quanto moderni.

Perché, quindi, non pensare al balsamico di Modena come da un ingrediente per i cocktail? Acidità e dolcezza sono proprio due elementi tipici di molti di drink. Ecco quindi che l’aceto balsamico può rappresentare una marcia in più.

Durante lo scorso Milano Whisky Festival Fabio Bacchi, star internazionale del Bartending, accompagnato da Mirco Casari dell’acetaia La Tradizione, ha presentato tre drink a base Whisky ed Aceto balsamico tradizionale di Modena.

Non solo tre bicchieri. Bacchi ha rapidamente ripercorso la storia del bere mescolato, dallo Sling e l’Hot Toddy ai giorni nostri, soffermandosi su tre drink iconici e “contaminandoli” col balsamico.

I DRINK

Old Fashoned
Tanto iconico da essere praticamente il banco prova per ogni aspirante bartender. Bar spoon di zucchero, Angostura, Aceto balsamico tradizionale di Modena, sciroppo di Parmigiano (quando di dice “abbinamento territoriale”) e Whiskey Rye Ezra Brooks 45%.

Bitter e speziatura del rye che si sposano con l’acidità dell’aceto. Dolcezza dell’aceto che si appoggia sulla morbidezza dello sciroppo di parmigiano che a sua volta chiude il quadro con una leggera sapidità. Rivisitazione vincente di un classico intramontabile.

Whiskey Sour
il sour è letteralmente un modo di bere. Un equilibrio dolce/acido che si può applicare a qualunque drink. In pratica sembra proprio la descrizione dell’aceto balsamico.

Succo di lime, sciroppo di parmigiano, Whiskey Rye Ezra Brooks 45% e sette gocce di Aceto balsamico tradizionale di Modena. Aceto spennellato sul bordo del bicchiere come garnish. Ne risulta una bevuta fresca, golosa, immediata. Accattivante eppur ricca di sfumature.

Rusty Nail
Il drink reso celebra dal Rat Pack negli anni ’60 trova qui una nuova dimensione. Speyside Blended Malt Berry Bros & Rudd 44,2%, Drambuie, dieci gocce di Aceto balsamico tradizionale di Modena. Anche qui garnish di aceto spennellato.

Penetrante nei sui contrasti freschi e dolci. Verticale. Persistente. Beva resa complessa proprio dalla presenza del balsamico che risulta essere il primo sapore percepito quando si appoggiano le labbra al bicchiere, ma anche l’ultimo quando ci si sofferma a soppesare la persistenza al palato.

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Vertical Choco-Whisky Lab

MILANO – Tre praline di cioccolato. Tre calici di whisky. Abbinamento scontato? Abbinamento forzato? A proporre il gioco sono stati T’a Milano e The Glenlivet in occasione dello scorso Milano Whisky Festival. Una doppia verticale, whisky da un lato, praline d’altro, in un crescendo di intensità e consistenze.

Stefano Bettelli, Maître Chocolatier di T’a Milano, ha mostrato al pubblico come preparare le diverse praline ripiene in uno show cooking semplice ed istruttivo. Alain Winchester, Master Distiller di The Glenlivet, ha guidato la degustazione dei tre dram.

Ad ognuno dei presenti la possibilità di assaggiare e valutare come cioccolato e whisky lavorano al palato. Com’è andata? Ecco l’opinione di Winemag.

GLI ABBINAMENTI
The Glenlivet 12 y.o – pralina al cioccolato equadoreño 55% con cuore morbido al Glenlivet. Croccante e scioglievole la pralina sviluppa in bocca la sua aromaticità floreale. The Glenlivet 12 y.o. è il punto di riferimento di se stesso, lieve e delicato con l’inconfondibile sentore di mela e legno.

Nel pairing il cioccolato risulta troppo dolce e troppo poco avvolgente rispetto al whisky. La bocca tende ad avvertire un sapore amaricante che predomina sulle altre sensazioni e taglia di netto la persistenza. Due ottimi prodotti che però, purtroppo, non lavorano bene insieme.

The Glenlivet 15 y.o. French Oak – Pralina al cioccolato Madagascar 55%. Aromatico, fruttato e con una viva acidità il cioccolato seduce subito il palato. Segue il whisky che, forte del suo invecchiamento in rovere francese, risulta morbido e rotondo.

L’abbinamento, che sulla carta rischia di finire con un nulla di fatto come il precedente, si rivela invece più azzeccato. Certo si crea ancora quella spiacevole sensazione amara ma le reciproche persistenze di pralina e scotch riescono a sgattaiolarne fuori regalando un finale più piacevole.

Chiude la verticale The Glenlivet Nadurra First Fill Selection abbinato ad una pralina con blend di cioccolati fondente al 66%. Pralina intensa, aromatica, con note di frutta e spezia. Nadurra è un gradazione piena a 60,3% invecchiato in sole botti ex bourbon di primo passaggi: arancia candita, vaniglia, frutta fresca ed una nota burrosa.

L’abbinamento stavolta è vincente. Il whisky pulisce bene il palato e si integra con gli aromi del cioccolato. Ne risultano avvantaggiati entrambi invogliando ad un secondo assaggio.

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Milano Whisky Festival 2019: i migliori assaggi

MILANO – “Ho visto cose che voi astemi non potete nemmeno immaginare” recita una delle magliette celebrative dell’ultimo Milano Whisky Festival parafrasando la più nota scena del film Blade Runner. Ma al di là dell’ironia la simpatica polo sintetizza bene cosa è stata la 14° edizione del Festival.

Due giorni e circa 2.000 metri quadri suddivisi in due sale del Marriott Hotel di via Washington a Milano. Oltre 2.000 etichette a rappresentare più di 200 distillerie da tutto il mondo, mixology, e 30 fra Masterclass e seminari. Il tutto per raccontare, celebrare, scoprire o approfondire il Re dei distillati. Il Whisk(e)y.

Formula vincente ormai da tre lustri il Milano Whisky Festival è “il” punto di riferimento nazionale per il famoso distillato di cereali. Attraverso i suoi banchi d’assaggio si può esplorare l’intero panorama mondiale, dai nomi noti alle piccole distillerie, dalle nuove release dei grandi gruppi agli imbottigliamenti indipendenti.

Occasione imperdibile, quindi, per appassionati, esperti, addetti del settore o semplici curiosi che desiderano assaggiare qualche buon dram ed approfondirne la conoscenza parlando e confrontandosi con gli operatori.

Un parco giochi del bere in cui ogni palato può trovare il prodotto (o i prodotti) più in linea col proprio gusto. Ecco la selezione di Winemag.

I MIGLIORI ASSAGGI
Impossibile non partire dal vincitore del World Whisky Award 2019 – World Best Single Malt. Bottiglia purtroppo non più disponibile sul mercato è l’Irish Single Malt Whiskey 24 anni di Teeling, imbottigliato ad agosto 2016 dopo invecchiamenti in botti ex Bourbon ed ex Sauternes.

Un’esplosione di frutta gialla (pesca in prevalenza) e rossa (prugna su tutto) tanto al naso quanto in bocca cui seguono note di miele, vaniglia, caramello, frutta esotica ed una leggera speziatura tendente al cacao. Finale lungo, lunghissimo, che non si fa dimenticare per un bel po’ di tempo.

Sempre rimanendo in casa Teeling ottima prova per il Single Pot Still. Si tratta del primo single malt prodotto dalla nuova distilleria di Dublino. 50% di orzo maltato e 50% di orzo non maltato. Tre tipi di legno per l’invecchiamento (età non dichiarata, ma il suddetto impianto è del 2015). Di medio corpo, morbido fruttato e burroso come un Irish dovrebbe essere.

Per rimanere in terra irlandese, stavolta del Nord, non si può non parlare di Bushmills. La più antica distilleria attiva al mondo (fu fondata nel 1608) presenta una verticale dei propri prodotti con il blended Black Bush ed i Single Malt 10 y.o., 16 y.o., 21 y.o. di cui il più equilibrato è senza dubbio il 16 anni. Giusta via di mezzo fra le note della materia prima e quelle del legno.

Curiosa l’iniziativa delle distilleria di portare in assaggio anche il distillato puro, così come esce dagli alambicchi a valle delle tre distillazioni. Uno spirito bianco di orzo “atto a diventare Irish Whiskey” (direbbero i sommelier) ad 84% prelevato lo scorso 29 ottobre 2019. Al palato brucia molto meno di quanto ci si aspetti, grande astringenza sulle gengive ma ricco di quelle note di cereali, malto e tostatura che poi ritroveremo nei whiskey.

The Glenlivet Single Cask Edition 15 y.o. Sherry Butt, 58,6%. Il whisky dello Speyside botte ex Sherry per definizione. Spezie, frutta disidratata, pungente eppur non fastidioso per un naso ed un palato intriganti.

Sempre interessanti le selezioni di Wilson & Morgan fra cui spicca il Mcduff 2006, intenso ed equilibrato con una persistenza seducente che evolve dal sottobosco allo speziato ed alla frutta surmatura, così come le selezioni di Douglas Laing’s guidate da un ottimo Glenrothes 12 anni.

Sul fronte dei torbati da notare l’ultima release di Ardbeg ed il gradazione piena di Smokehead. Se Ardbeg  An Oa, fa contenti gli appassionati con grandi note di fumo, tabacco e toffee è High Voltage di Smokehead a stupire.

Marchio che strizza l’occhio ai giovani grazie ad un packging accattivante ed al misterioso nome (mai svelato) della distilleria che lo produce Smokehead, col suo High Voltage, colpisce per la sua solo apparente semplicità. Se la dicitura “Explosive” sulla confezione lascia presagire un pugno di fumo al naso ecco che in realtà il sorso regala note verdi di fieno, di tabacco, di erbe medicinali.

Interessante il “gioco” di Ballantine’s che, famosa per il suo blended, da un po’ di tempo propone unica al mondo imbottigliamenti separati dei tre single malt che compongono il blend. Miltonduff 15 y.o., facile e scorrevole con note di vaniglia, liquirizia, caramello. Glenburgie 15 y.o. più dolce e corposo. Glentauchers 15 y.o. fine ed elegante con agrumi, pasta frolla, frutti rossi.

Dagli Stati Uniti spicca, ancora una volta, Koval Distillery di Chicago. Sempre perfetti il Rye ed il Four Grain qui a Milano presenta le novità Millet, whiskey di miglio bio coltivato nel midwest, sottile al naso con sentori di anice stellato e fiori secchi, e Wheat. Wheat è un whiskey di frumento che si presenta cremoso al palato con note di banana, burro ed una leggera vena tostata.

L’Altoatesina Puni presenta qui il suo Aura, un 5 anni, l’invecchiamento più lungo sin qui realizzato. Complesso; frutta bianca, spezie dolci ed una leggera aurea di fumo che accompagna il sorso.

Curiosa la novità Five Farms. Irish Cream a base di latte di cinque fattorie bio della regione di Cork che conferiscono il latte ogni due settimane. Morbida, dolce e cioccolatosa. Un prodotto goloso per chi si approccia al Whiskey, per chi cerca un’alternativa di qualità alle creme industriali, o per accompagnare un dessert.

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Spirit Experience: al Merano Wine Festival sbarcano i distillati

Il Merano Wine Festival 2018 è stato anche Spirit Experience. Per la prima volta all’interno della Gourmet Arena ha fatto mostra di se una selezione di distillati, masterclass dedicate e preparazioni dei bartender presenti.

Il mondo del vino, in uno dei suoi appuntamenti più prestigiosi, ha aperto le porte al mondo degli spirits. Per la prima volta, i “distillati” hanno messo la punta del piede all’interno del mondo del vino.

Un binomio, quello fra vino e spirits, che in realtà è da sempre ben presente nella testa dei consumatori, ma che ha sempre visto contrapposti i due mondi. Quasi non ci fosse interesse reciproco. Quasi che un bevitore di spirits o di mixology non sia intenditore di vino e viceversa.

E così, mentre a Milano si teneva il Milano Whisky Festival (di cui vi abbiamo raccontato la scorsa edizione), ecco spuntare nella Passerpromenade di Merano bottiglie di superalcolici, amari e vermouth.

Non moltissime, per la verità, e con un forte sbilanciamento al “bere mescolato” piuttosto che al consumo “in purezza”. Ma per essere la prima occasione decisamente un grande successo.

LE TIPOLOGIE, GLI ASSAGGI, LA COCKTAIL COMPETITION

Qualche “incursione” dall’estero, ma sono prodotti e produttori italiani a guidare il gioco alla Spirit Experience. Primo fra tutti il più italico degli spiriti: la Grappa. Protagonista non solo dei banchi d’assaggio ma anche di una masterclass a lei dedicata.

Dalla bianca di Nardini, che propone Extrafina per i 240 della distilleria, alla bianca aromatica di Roner, monovitigno di Gewurztraminer ricca del suo varietale. Sempre Roner propone la ottima Weissburgunder (da noi già degustata a al Milano Rum Day), mentre interessanti sono le due ambrate: Selezioni, edizione limitata di Marzadro ricca di terziari legnosi e Fuoriclasse, riserva 7 anni di Castagner, che non snatura i profumi primari.

Italia che tiene banco anche sul fronte del Gin. Seven Hills stupisce per la freschezza erbacea del suo Dry mentre Greedy Gin, dal veneto, è più profondo e balsamico con note di lavanda e thè verde. Dalla Calabria è Vecchio Magazzino Doganale a sorprendere con un Gin dai sentori affumicati, mentre Gin del Professore gioca su note agrumate e Roner mette i boschi dell’Alto Adige in un Gin che profuma di pino cirmolo.

Italia che si confronta anche sugli altri spirts internazionali. Stock presenta qui il suo Brandy Riserva 20 anni per i 130 di attività, saranno 5000 bottiglie non ancora confezionate (ma abbiamo la possibilità di assaggiare una campionatura): uno spirito di gran corpo ricco di note erbacee e con un leggero tannino probabilmente dovuto ai legni dell’invecchiamento, sapido e persistente chiude in modo leggermente amaricante.


Puni
porta l’intera gamma dei suoi Whisky fra cui spicca Vina, 5 anni di invecchiamento in botte ex Marsala vergine: secco e verticale ricco di note vinose e di frutta secca. Roner tiene alta bandiera del Rum col suo R74: morbido e dolce dai sentori fruttati.

Grande carrellata di liquori della tradizione come Limoncello, Nocino, Cedro, Rabarbaro, Anice e liquori a base di frutta ma è la grande qualità dei Vermouth a cogliere l’attenzione. Martini Riserva Ambrato gioca sul dolce-amaro di miele e rabarbaro.

Roner con GW utilizza il Gewurztraminer come vino base arricchendolo con le botaniche ma senza perderne la caratteristica nota fruttata.

Gamondi (Toso) col suo Vermouth di Torino Superiore Rosso si rifà alla tradizione piemontese dove arancia amara e china donano intensità e freschezza.

Originali le due proposte di Tomaso Agnini. Vermouth al mallo di noce, più morbido e dolce, e Vermouth all’aceto balsamico, più fresco. Ottima l’intera linea di Del Professore: Bitter, Aperitivo ed i Vermouth Classico, Chinato, di Torino e di Torino Superiore.

Aziende italiane che si distinguono per la loro produzione e costante presenza nelle ricette dei bartender di tutto il mondo, come Luxardo, che oltre al famoso Maraschino qui porta anche Bitter, Sangue Morlacco ed il proprio Triple Sec, o come Varnelli coi proprio liquori, amari e distillati.

E proprio Varnelli, per la celebrazione dei 150 anni di attività, è stata la protagonista della Cocktail Competition tenutasi il 12 novembre alla Spirit Experience.

Nove giovani emergenti Bartender italiani si sono sfidati nella preparazione e presentazione di cocktail da loro ideati a base “Varnelli”. Una gara che ha visto vincitore il giovanissimo Alessandro Governatori del Bar Torino di Ancona con la sua ricetta “La merenda di nonno Italo“:

La merenda di nonno Italo
30 ml di Varnelli Anice Secco Speciale
30 ml di Vermouth uvaggio rosso
30 ml di Amaro dell’Erborista
Top Cedrata
5 ml Caffè Moka Varnelli

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The Glenlivet: sei assaggi esclusivi al Milano Whisky Festival

Correva l’anno 1822 quando Re Giorgio IV chiese, durante una visita ufficiale in Scozia, un bicchiere di Glenlivet. Il whisky scozzese allora era ancora illegale, ma il fatto che il Re stesso d’Inghilterra ammettesse di berlo (ed apprezzarlo) fu la scintilla che spinse verso la legalizzazione del distillato delle Highlands. Nel 1824 Glenlivet fu, storicamente, la prima distilleria scozzese legalmente registrata.

Il tempo è passato e la distilleria ha continuato a crescere in volume e qualità, anche attraverso le battaglie legali negli anni ’60 per la registrazione del marchio (da cui l’aggiunta dell’articolo “The” nel nome ufficiale della distilleria), arrivando oggi ad essere un’incona nel mondo del Single Malt Scotch Whisky ed a contendersi il primato di distilleria più grande di Scozia coi suoi 12 milioni di litri di alcool prodotti ogni anno.

Milano Whisky Festival ha dato la possibilità ad esperti ed appassionati, lo scorso 28 febbraio, di degustare ben sei diversi prodotti della distilleria, alcuni non più in commercio.

LA DEGUSTAZIONE
15 y.o. French Oak Reserve
, 40%. Strutturato e ricco. Invecchia per ben 15 anni in botte di rovere francese nuove, arricchendosi in morbidezza e note fruttate. Ed eccole le note fruttate emergere già al primo naso, frutta fresca a polpa bianca e gialla, note vagamente esotiche di mango ed una leggera speziatura (cannella). Chiude una piacevole nota agrumata. Morbido in bocca, libera al palato gli stessi profumi del naso.

18 y.o., 40%. Botti ex-sherry ed ex-bourbon per questo prodotto, simbolo stesso della distilleria. Soli 3 anni di differenza dal precedente eppure i due whisky non potrebbero essere più diversi. Ricchezza e finezza per il 18 y.o.; se le botti da sherry donano spezie e complessità, il legno americano dona larghezza e dolcezza. Ecco quindi emergere cannella, pepe nero, cuoio, tabacco a fianco di pere, arancia, vaniglia e miele.

Nadurra First Fill, 63,1%. “Nadurra” in gaelico significa “Naturale”, è la parola con cui The Glenlivet identifica i propri prodotti imbottigliati “Cask Strength” (a forza di botte), cioè a gradazione piena.

Questo batch è un Ex Bourbon First Fill, vale a dire che è ottenuto usando botti americane ex bourbon al loro primo riempimento in Scozia. Grande alcolicità sia al naso che al palato, occorre adeguare un poco i sensi per poterlo capire ed esplorare.

Bouquet intrigante ricco di vaniglia e frutta fresca supportate da una fresca nota citrica, ben presente la nota dolce del malto. Con l’aggiunta di una goccia d’acqua emergono più marcate le note dolci fruttate ed i sentori di legno.

Nadurra Peated, 61,8%. Stessa distillazione del precedente ma con un finishing (si vocifera di un anno, ma non vi sono informazioni ufficiali da parte della distilleria) in botti che hanno precedentemente contenuto whisky torbato. Al naso ricorda il precedente, ma in bocca esplode la torba con sentori fumosi e salmastri.

Single Cask Meiklour, 58%. Un 17 anni, non filtrato, che prende il nome da un paesino vicino Perth importante snodo per il contrabbando nell’epoca del whisky illegale. Un modo per The Glenlivet di rendere omaggio alla propria storia.

Morbidezza da vendere, frutta a non finire con mela e pera in prima evidenza. Tipiche dolcezze delle botti americane come vaniglia e cannella. Un whisky corposo e pieno che non smette mai di sorprendere.

Single Cask Uisge Beatha, 60,2%. Imbottigliato, non filtrato, nel 2012 dopo 16 anni in botte ex sherry. Un prodotto ormai non più in commercio, che regala sensazioni uniche. Un solo anno di differenza nell’invecchiamento rispetto al barile precedente, ma anche quì le differenze sono enormi.

Ricchissimo di sentori speziati. Cuoio, tabacco da pipa, cannella, pepe bianco e nero. Note di frutta disidratata come albicocca o prugna. Secco, quasi tannico al palato. Complesso, elegante. Persistenza infinita.

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Nikka Distillery: il whisky giapponese in cinque mosse

“Dicono che il Giappone è nato da una spada. Dicono che gli antichi Dei hanno immerso una lama di corallo nell’oceano e che, al momento di estrarla, quattro gocce perfette siano cadute nel mare e che quelle gocce sono diventate le isole del Giappone”. Chi ha visto “L’ultimo samurai” ricorderà certamente questo passaggio.

Oggi sappiamo che non è così. Sappiamo che oltre alle quattro isole principali, l’arcipelago giapponese conta altre 6.578 isole. Sappiamo che le isole non son fatte di corallo, ma sono il frutto di centinaia di migliaia di anni di attività vulcanica e movimenti oceanici dovuti all’incontro di tre placche tettoniche (hai voglia che terroir!).

Sappiamo che il 73% del territorio non è ospitale e disabitato. Ma c’è qualcosa in questa leggenda che ci dice molto sulla mentalità giapponese, sul suo approccio al bello, sulla sua ricerca continua della perfezione in ogni campo. E tutto questo lo ritroviamo anche in un prodotto che, a prima vista, non ha nulla di giapponese: il Whisky.

UN MOVIMENTO IN CRESCITA
Per conoscere meglio la storia, le tipologie, i profumi ed i sapori del distillato nipponico, il Milano Whisky Festival ha organizzato lo scorso 9 maggio, presso il Bao Bab Caffè di via Pietrasanta 14, una serata di degustazione di ben 5 Japanese Whiskies della distilleria Nikka. A guidare la serata e la degustazione Sayumi Oyama, la brand ambassador per l’Europa della Nikka Distillery.

Sayumi, nel suo inglese dalla tipica cadenza nipponica, ci interroga subito chiedendoci se sappiamo quante distillerie attive ci sono in Giappone. Restiamo tutti attoniti quando scopriamo che sono ben 15, moltissime delle quali sono micro distillerie artigianali, di cui ben 5 ancora non commercializzano perché in fase di rodaggio, le altre sono riconducibili ai 2 grandi gruppi Nipponici del beverage: Santoy e, appunto, Nikka.

LA DEGUSTAZIONEI bicchieri sono già pronti davanti a noi, ma Sayumi ci ferma. A dispetto delle regole di degustazione “verticale”, la brand ambassador ci fa invertire i primi due Whisky. Così, dice, capiremo meglio. Ne degusteremo cinque, in totale. In un crescendo di emozioni.

Partiamo quindi dal secondo prodotto: Nikka Coffey Malt 45%. È ottenuto da un blend di diversi malti prodotti utilizzando la colonna Coffey acquistata dal nel 1961 (per la distillazione in continuo) ed invecchiati minimo 6 anni (è giusto dire che in Giappone il disciplinare non prevede un periodo minimo di invecchiamento come invece avviene in Scozia).

Nikka ha deciso di non sostituire questa colonna con impianti più moderni ed efficienti per non snaturare i propri prodotti e mantenere quella rotondità che li contraddistingue. Bel colore dorato carico, è un malto dolce e fruttato. Effettivamente rotondo sia al naso che in bocca rivela pian piano la propria dolcezza fino ad aggiungere sul finale una nota speziata. Potremmo definirlo “da dessert”.

Passiamo quindi al Nikka Coffey Grain 45% e capiamo perché Sayumi ci ha fatto invertire i bicchieri. Blend di Whisky di Grano ottenuti dalla stessa colonna Coffey si presenta immediatamente più dolce. Il colore è più scuro del predente, al naso emerge una bella nota fruttata ed una spezia morbida. Note di vaniglia. In bocca non tradisce le aspettative.

È invecchiato in botti ex Bourbon recharded (riparate) o retoasted (che hanno subito un processo di nuova tostatura all’inteno) ed è questa componente “americana” a regalare i sentori. Se lo avessimo bevuto subito forse non avremmo capito fino in fondo il Coffey Malt precedente.

È il momento di degustare il Nikka From The Barrel 51.4%. Il prodotto è un blend di 60% Grain Whisky (prodotto a Miyagikyo) e 40% Malt Whisky (prodotto in entrambe le distillerie) finissato in botti ex Bourbon. Colore tendente all’ambrato al naso rivela subito l’utilizzo della botte americana ma la vera sorpresa è all’assaggio. È potente nei suoi oltre 51 gradi eppure non perde di eleganza, è anche estremamente rotondo e morbido. Proprio per la sua eleganza non ci sorprende sapere che questo fu il Whisky che nel 1984 stupì a Parigi rivelando al mondo l’esistenza del Giappone.

Il quarto Whisky è Miyagikyo Single Malt 45%. Single Malt non torbato dal colore dorato. Al naso rivela tutta la maestria e la ricerca della perfezione tipiche della cultura giapponese. Pulito, fruttato. In bocca alcolicità ed acidità sono perfettamente dosate. È un “no age” ed è veramente difficile trovarlo in commercio in Italia, questo perché per lungo tempo l’export è stato bloccato. È questo infatti il malto che ha sancito la nascita ed esplosiva crescita del mercato interno giapponese.

Oggi nei magazzini di Miyagikyo riposano diverse partite in attesa di maturazione, per cui si spera di poterlo avere più facilmente in futuro. Il Whisky in invecchiamento riposa in botti ex Bourbon ed ex Sherry. Nikka (ma anche Suntory) non usa più le botti di Mizunara, la Quercia Giapponese (Quercus Mongolica), tipica di Hokkaido, il cui legno è molto duro e quindi difficile da curvare col rischio di continue rotture delle botti. La Mizunara però ha anche la caratteristica di essere estremamente porosa e quindi di donare al Whisky una maturazione (ci dicono) del tutto particolare.

Ultimo assaggio per Yoichi 10 y.o. 45%, l’unico malto giapponese torbato. 20ppm, una torbatura leggera ma ben evidente. Se Miyagikyo è la Geisha, Yoichi è il Samurai. Più forte, più deciso, ma altrettanto preciso. La distilleria è a meno di 1 Km dal mare e si sentono le note iodate. I caratteristici alambicchi di Yoichi hanno il “collo di cigno” rivolto verso il basso che dona una maggiore oleosità.

Una curiosità: unico caso al mondo gli alambicchi qui sono ancora riscaldati a fuoco diretto utilizzando carbone naturale, metodo che non consente certo lavorazioni rapide e che costringe a lunghi tempi di improduttività. Ancora una volta la millenaria cultura giapponese si rivela.

La serata si chiude sulla lunga persistenza del nostro Yoichi. Resta il tempo di salutare, ringraziare e rubare una foto a Sayumi. Ma nella mente i profumi e le parole vissuti ci accompagnano ancora a lungo mentre meditiamo su come lo straordinario incontro di due culture, di due gusti, di due mondi tanto diversi ha dato vita ad un prodotto, ad un’esperienza, così seducente.

LA STORIA DEL WHISKY GIAPPONESE
Il noto film di Zwick, con protagonisti Tom Cruise e Ken Watanabe, per quanto romantizzato in stile hollywoodiano, ci catapulta nella storia di questa affascinante nazione. Ed è da lì che dobbiamo partire per capirne il Whisky.

È il 1853 ed il Giappone, nazione fino ad allora chiusa al commercio ed allo scambio culturale con le nazioni estere, riceve la visita dell’Ambasciatore Americano che chiede al Giappone di aprire i propri confini. L’Ambasciatore si presenta con in dono due bottiglie, una di Bourbon e l’altra di American Irish Whiskey (il Whiskey irlandese prodotto per il mercato americano). È un successo! Fino ad allora l’unico alcolico consumato è stato il sakè (bevanda di riso fermentato) e negli anni seguenti a corte, e non solo, si fa a gara per accaparrarsi le poche bottiglie che le delegazioni straniere portano con se nelle visite ufficiali.

È il 1871 quando finalmente i trattati commerciali diventano operativi ed inizia l’import di Whisky ma è un import costoso, poche bottiglie a prezzi elevatissimi e così c’è chi prova ad organizzarsi per una produzione interna. Per farlo però mancano completamente le conoscenze ed i produttori di sakè iniziano a produrre un sakè corretto con spezie ed aromi nel vano tentativo di imitare il Whisky, finché nel 1918 un giovane ragazzo, Masataka Taketsuru, decide di partire per la Scozia per imparare l’arte della distillazione e dell’invecchiamento.

In Scozia Taketsuru studia a Glasgow e nello Spayside per poi lavorare in ben 4 distillerie diverse, dalle Lowlands alle coste del nord, producendo dai malti dolci ai malti torbati. Durante la sua permanenza in Scozia Taketsuru conosce, se ne innamora, e sposa Jessie Roberta Cowan, detta “Rita”, figlia di un’importante famiglia borghese. Questo amore, comprensibilmente contrastato dai di lei genitori, giocherà inconsapevolmente un ruolo di rilievo nella storia del Whisky made in Japan.

Nel 1923 Taketsuru e Rita rientrano in Giappone e lui viene immediatamente assunto come Master Distiller da Shinjiro Torii che stava giusto in quel momento fondando la prima distilleria, quella destinata a divenire l’attuale Suntoy. La fonda a Yamazaki per due ragioni: la grande presenza di acqua e la vicinanza con Osaka, la città più importante in quel momento, nella parte meridionale dell’isola di Honshu.

Il palato giapponese, il senso del gusto nipponico, è però toppo delicato per chi come Taketsuru si è forgiato nelle Glen scozzesi e questo lo porta sin da subito in contrasto con Torii. I primi prodotti sono infatti un fiasco commerciale e se Taketsuru vuole perseverare sapendo che quello è il modo di fare il Whisky, Torii vorrebbe ammorbidirlo per renderlo più gradito al mercato interno. Nel 1934 si consuma la frattura, Yamazaki continuerà a produrre in proprio il Whisky “alla Torii” mentre Taketsuru lascia l’azienda per fondarne una propria.

In realtà non riuscirà a fondarla subito per mancanza di capitali ed aprirà quindi una azienda di succhi di frutta, prevalentemente mela, che chiama “Dai Nippon Kaju” (contratto poi in Nikka). Solo nel 1940, coi soldi guadagnati, aprirà la sua distilleria e sceglie di farlo a Yoichi, sulla punta più settentrionale dell’isola di Hokkaido, quella più a nord. Lo fa lì per due validissime ragioni.

La prima è la presenza di una ricca sorgente di acqua purissima, indispensabile per fare il Whisky. La seconda è il terroir. Avete mai fatto caso che il Gippone è disposto in verticale? Le sue isole coprono ben 22 paralleli di latitudine e così se le isole più meridionali godono di un clima sub tropicale Hokkaido, a nord, è caratterizzata da inverni rigidi, estati fresche e precipitazioni. Hokkaido è una piccola Scozia!

Il contrasto che ha portato alla divisione fra Torii e Taketsuru è il motivo per cui Suntory e Nikka ancora oggi non si scambiano partite di Whisky, come invece avviene per i blend scozzesi, ed ognuna è costretta a prodursi da sola tutte le partite necessarie ai tagli. Così nel 1969 Nikka fonda la sua seconda distilleria, Miyagikyo, dove oltre agli alambicchi decide di installare anche una colonna Coffey del 1961, ancora oggi in funzione per produrre, appunto, alcuni dei whisky degustati con Sayumi Oyama.

Le due distillerie, Yamazaki e Yoichi, continuano e lentamente incrementano la loro produzione ma la domanda interna scarseggia ed il whisky si vende prevalentemente all’estero. Nel 1984 e 1985 accadono i due fatti che sconvolgeranno il mercato del Whisky nipponico.

Nel 1984 Nikka presenta in fiera a Parigi un prodotto: “Nikka Form The Barrel” 51.4% (che abbiamo degustato). È confezionato in una strana bottiglia quadrata, ancora oggi in uso, che attira l’attenzione e vince il premio per il miglior design. È un whisky morbido eppur deciso che non piace al mercato giapponese ma che unitamente al design riscuote un immediato successo internazionale. È l’inizio del grande export.

Nel 1985 una TV privata giapponese mette in onda uno sceneggiato dedicato all’amore romantico e contrastato di un giovane uomo giapponese ed una ragazza scozzese. Il riferimento a Taketsuru e Rita è palese, il Giappone scopre il proprio Whisky, è il boom della domanda interna. Professionisti e casalinghe non vedono l’ora di acquistarlo.

Considerata la limitata capacità produttiva di Nikka e Suntory e la grande richiesta data dalla sommatoria di domanda interna ed esterna è il collasso. Le due distillerie sono costrette a contingentare le esportazioni ed a sacrificare partite che riposavano tranquille in invecchiamento per soddisfare le richieste.

Questo il motivo per cui moltissimi Whisky Giapponesi oggi sono “No Age”, questo il motivo per cui il ricercato Yoichi 10 y.o. 45% è quasi introvabile così come lo è il Miyagikyo Single Malt (entrambi degustati).

Considerate che oggi Nikka produce annualmente circa 2 milioni di litri nelle due distillerie, Suntory ne produce circa 5 milioni. Sette milioni di litri è poco meno della produzione annuale della famosa distilleria Bowmore ad Islay. L’intero Giappone produce quanto una media distilleria scozzese, non c’è da stupirsi se è così raro da trovare sul mercato.

L’effetto di “under allocation” persiste, lo sanno bene importatori e distributori che vorrebbero poterne commercializzare di più, ma il mercato europeo è tenuto in grande considerazione dalle due case giapponesi e così Nikka riesce ad essere presente con ben 11 prodotti diversi, figli dei 2 malti di Yoichi e Miyagikyo e delle varie distillazioni a colonna.

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