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Oltrepò, senti il sommelier stellato: «Vini top ma listini troppo bassi. Serve più squadra»

Oltrepò pavese senti il sommelier stellato Vini top ma listini troppo bassi. Fate più squadra Luca Giuliano Salvigni villa naj stradella
Classe 1989. Romagnolo d’origine. In giro per lo stivale ormai da 6 anni. Luca Giuliano Salvigni è il sommelier dell’unico ristorante stellato dell’Oltrepò pavese, nonché uno dei due stellati dell’intera provincia di Pavia: il Villa Naj di Stradella. Numeri da capogiro per la carta vini: circa 400 etichette, che la “Rossa” sintetizza come «un’approfondita selezione di bollicine locali e francesi e un’ottima scelta di Marsala». «
Vengo da una famiglia di ristoratori, mamma e babbo sono entrambi chef», racconta Salvigni a Winemag. Un’intervista esclusiva che abbraccia la sfera professionale del 35enne sommelier, ma soprattutto riguarda il futuro del vino dell’Oltrepò pavese.

Luca Giuliano Salvigni, sommelier dello stellato Villa Naj. Quali sono le tappe che ti hanno portato in Oltrepò pavese?

Sostanzialmente ho seguito le orme dei miei genitori, innamorandomi della sala. Tant’è che il primo piatto in sala l’ho portato a 4 anni, durante la cena per la comunione di mia sorella. Nonostante gli studi informatici, sentivo che comunque la mia strada era nei ristoranti. Così, tra le stagioni estive – che in Romagna vogliono dire o bagnino al mare o ristorazione – durante gli studi e le esperienze nei locali come primi lavori, ho preso in gestione il mio primo ristorante nel 2012, con mia sorella. Ristorante che abbiamo tenuto fino al 2018, quando mi sono trasferito a Milano, chiamato da Felix Lo Basso per gestire la sala del suo ristorante stellato, in Duomo.

Terminata quell’esperienza, ho fatto consulenze un anno in Piemonte, durante la pandemia, per poi approdare a maggio 2021 a Stradella, chiamato da Lella e Marco Viglini per seguire la Cantina del loro ristorante e mia attuale casa, Villa Naj. Negli anni ho seguito il percorso Ais e Wset. Sono sempre stato curioso nella vita e nelle due formazioni ho trovato metodo ed ispirazione per le mie ricerche e l’accrescimento culturale. Non mi sento mai arrivato e son sempre alla ricerca di qualcosa che non conosco.

Chi sono, oggi, i clienti di Villa Naj?

Non essendo in una località turistica, lavoriamo quasi esclusivamente con clientela nazionale. Qualche tavolo estero al mese c’è, con Svizzera e Francia in testa sul fronte della provenienza. Abbiamo tanta clientela lombarda, ma la cosa che ci rende molto orgogliosi è vedere sempre più clienti che si fanno anche due ore di viaggio per venirci a trovare. L’altra cosa che notiamo è tanta clientela “fidelizzata”. Clienti che tornano più volte durante l’anno, tanto da considerarli ormai amici, più che clienti. L’età media, ultimamente, si sta abbassando tanto. Vediamo tanti giovani e giovanissimi approcciarsi al fine dining, che è una notizia bellissima per la ristorazione “gourmet”. Vuol dire che c’è voglia di scoprire, di fare un’esperienza. Voglia di conoscenza.

Con quanta probabilità i clienti chiedono una bottiglia di vino, un calice o un percorso di abbinamento cibo-vino a Villa Naj?

Quello che ho notato in questi tre anni e mezzo a Villa Naj è che nella clientela cresce sempre più la voglia e la curiosità del menù degustazione (90% della scelta) e di affidarsi a me nel percorso di abbinamento cibo-vino, che oramai copre il 60% delle comande. In ogni caso, la parte restante, difficilmente guarda la carta dei vini. Si affida piuttosto a me per la scelta della bottiglia.

Parliamo appunto della carta vini di Villa Naj: quali sono le linee guida?

La mia carta è molto variabile. Attualmente ho circa 400 etichette divise fra locale (Oltrepò pavese), nazionale ed estero. Ho cercato di aver zone più “classiche”, ma anche zone in Italia e nel mondo più particolari, sconosciute, per far divertire ed emozionare i clienti, con vini che meriterebbero più visibilità per qualità e territorialità. Quello che cerco in un vino è il suo carattere. Il calice mi deve raccontare chi è, il territorio, mi deve raccontare dell’amore e dei sogni di chi quel vino l’ha prodotto. Amo la storytelling e, tendenzialmente, ho conosciuto di persona tutti i produttori dei vini che ho in carta. Amo raccontare proprio quello, il “backstage” del vino.

E restringendo il campo all’Oltrepò pavese?

Per quanto riguarda  l’Oltrepò pavese, ho scelto una settantina di referenze tra bolle, bianche e rossi. Sono le etichette che ritengo dare una grande espressione del territorio. Oltre a questo, sono tutti produttori che in qualche modo sono legati alla mia “storia” nella sommellerie. Non ho comunque limiti, se mi innamoro di un prodotto, di uno stile o di una storia, se supportati dalla qualità, lo spazio in carta c’è sempre.

Come è cambiata negli anni, se è cambiata, la tua selezione Oltrepò? Su che direttive ti sei mosso?

Quando sono arrivato da Villa Naj c’era una carta veramente ampia dell’Oltrepò. Negli anni ammetto di averla ridotta. Non per una questione di qualità, ma per una questione di feeling con stili e idee.

Proporre vini dell’Oltrepò pavese alla clientela di Villa Naj è complicato?

Nessun problema nel proporre il nostro territorio, anzi. Parto sempre consigliando un “tour” locale. Avendo tanta clientela che viene da fuori, credo sia parte del mio ruolo quello di far conoscere un territorio che non ha da invidiare niente a nessuno. Mettendoci la faccia in prima persona, anche i clienti più diffidenti alla fine rimangono colpiti. Poi, certo, se un cliente mi chiede di muoversi dall’Oltrepò, allora andiamo insieme ad esplorare altre zone.

La clientela conosce i vini dell’Oltrepò?

La clientela è sempre più informata e sempre più curiosa. Quindi sì, conosce già qualcosa in Oltrepò, cosa che ritengo essere sempre positiva. Magari conoscono le etichette più famose o più presenti nel territorio nazionale, ma le persone stanno iniziando a capire che non solo in Oltrepò si fa vino, ma che si fa anche vino di alta qualità.

Qual è la tua opinione sulla zona? Punti di forza, debolezze?

La zona non avrebbe da invidiare niente alle zone più blasonate. Ha colline splendide, scorci bellissimi, ha varietà di climi e terreni, ha tanti produttori con una gran mano. Quello che manca, forse, è un’idea comune per venire fuori, per farsi conoscere veramente per quello che questo territorio è. Manca una rete vera e delle strutture per l’hospitality, per fare arrivare gli enoturisti e far loro conoscere questo territorio. E far conoscere questa zona al di fuori, per la qualità che ha.

Qual è la tua opinione sulla qualità media dei vini dell’Oltrepò pavese?

Ogni anno che passa la qualità media migliora. Anche quest’anno ho assaggiato calici ai vertici dell’enologia nazionale. Hanno tanta potenzialità non ancora sfruttata al massimo. E questo è un segnale forte di dove possono arrivare i vini.

Quali sono le tipologie che, a tuo avviso, possono aiutare il territorio ad affermarsi?

L’Oltrepò pavese è la terza zona al mondo per produzione di Pinot Nero di qualità. Questo basta, secondo me, per capire quale sia la cosa su cui puntare per farsi conoscere al mondo. Ritengo che l’Oltrepò meriti di essere considerata la “Bollicina d’Italia”. Non che le altre zone spumantistiche italiane non meritino, o non abbiano la qualità. Ma qui c’è qualcosa in più, oltre al fatto che il Pinot Nero vinificato in rosso incontra molto i gusti dei consumatori attuali, nelle tavole di casa e nei locali. C’è questa fortuna di avere questo vitigno e di saperlo lavorare. Bisogna continuare su questa strada.

Il vino dell’Oltrepò molto “battuto” anche dalla Grande distribuzione organizzata: qual è la tua opinione a riguardo?

La Gdo ha fatto fortune con territori come l’Oltrepò, perché ci sono esigenze diverse di clienti diversi. Il problema è che se non hai un territorio forte nel comunicare che in zona si fanno sì vini da 3 o 4 euro a scaffale, ma soprattutto una viticoltura di altissima qualità, ti trovi ad essere considerato una grande vasca da sfuso. E non passa quello che sei, in realtà Ti ritrovi ad essere la zona dei vini da tavola dove si spende poco.

Con estrema franchezza, come piace a me: i listini delle cantine oltrepadane da te selezionate sono conformi alla qualità del prodotto, o il “rapporto qualità prezzo” è sbilanciato anche nell’Horeca?

Questo è un problema enorme in Oltrepò, ne parlo spesso con le cantine quando ci incrociamo. I listini delle cantine sono troppo bassi. Ho trovato prodotti pazzeschi sotto i 7 euro ivati. Vini che, in altre zone, sarebbero venduti ad almeno il doppio. Secondo me, facendo così, si svaluta il proprio lavoro e la propria qualità. Ma capisco anche che si venga da un passato in cui c’era la guerra del prezzo. E ci vuol tempo ad invertire la rotta.

Il nodo dei listini e dei prezzi è centrale, a mio avviso. Mi risulta che ci siano diverse cantine oltrepadane che vendono vini a prezzi molto aggressivi. E non mi riferisco agli imbottigliatori e alle cooperative, ma soprattutto a cantine medio-piccole. Perché, a tuo avviso, l’Oltrepò pavese non riesce ad affermarsi e a costruire vero “valore comune” attorno alle proprie produzioni, preferendo troppo spesso “svendere” a “vendere”? Di chi è la responsabilità? Come risolvere questo problema, che interessa in maniera preoccupante anche le nuove generazioni di produttori pavesi?

Come dicevo prima, se tu costruisci negli anni (involontariamente) la tua immagine come “la terra dei vini da poco” non è semplice cambiare il percepito. La responsabilità è di tutti, dai produttori di uva all’ultimo dei sommelier e dei vari comunicatori di vino. Non è giusto attribuirle le colpe a qualcuno in particolare. La colpa è comune. Bisogna invece cercare il modo per invertire questo trend. E lo si inverte facendo rete, facendo squadra in maniera seria, vera e collaborativa. E facendolo su tutta la linea. Ognuno deve fare il proprio. Ci vorranno anni, ma son sicuro che prima o poi, e spero molto “prima”, il mondo capirà quale tesoro vitivinicolo c’è qui.

Vedi dunque un futuro roseo per l’Oltrepò pavese del vino, della ristorazione e dell’alta ristorazione?

Ogni giorno che passa l’Oltrepò cresce. E credo che lo farà per tanto. Poi, per quanto in alto arriverà, bisognerà vedere quanta squadra sarà in grado di fare.

Per costruire un’identità di territorio occorrono una base solida e idee chiare. Se potessi costruire una ideale “piramide della qualità” del vino dell’Oltrepò, quali tipologie di vino inseriresti dai vertici alla base? Punteresti più sul nome delle varietà o su quello del territorio?

Io sono sempre dell’idea che sia il territorio che deve venire fuori, non la varietà. Guardiamo le zone più importanti d’Italia: leggi Barolo e sai che è Nebbiolo; leggi Brunello e sai che è Sangiovese. Anche al sud è cosi. Bisogna arrivare a leggere Oltrepò e sapere che è Pinot Nero, sia che parliamo di bollicine, sia che parliamo di rosso, senza scriverlo in etichetta. Se parlassimo di bianco, vorrei leggere Oltrepò e che tutti sapessero che si parla di Riesling. Penso che prima di parlare di “piramidi di qualità” bisognerebbe insegnare al mondo questo. Le piramidi vengono di conseguenza.

Domanda da grande appassionato di Riesling italico internazionale: cosa pensi dell’espressione di questa varietà in Oltrepò pavese? Non pensi che sia arrivato il momento di fare chiarezza, nei disciplinari, tra “Riesling italico” e “Riesling renano”, dal momento che la maggior parte degli ettari presenti in Oltrepò sono  di “Italico” (oltre 1.200) e che la quota di “Renano” è pari a circa a un terzo?

Penso che il Riesling sia il grande bianco in Oltrepò e ci sono espressioni splendide. Andrebbero valorizzate le due varietà per quello che sono, valorizzandone la vigna e la tipicità nel territorio, senza confronti d’Oltralpe. Dei Renani dell’Oltrepò, quello che amo è la capacita di beva e di essere immediato. Amo la nota agrumata e piacevole dei renani giovani e la sapidità dei Renani pi evoluti fatti, soprattutto, ad Oliva Gessi. Trovo il Renano oltrepadano estremamente sottile. Mentre dell’Italico amo la freschezza, che mantiene per tanti anni. L’Italico meriterebbe più spazio. Da qualche tempo ho in mente un’idea, ma per ora non posso svelare nulla!

Abbiamo dimenticato qualche tematica a te cara?

Abbiamo parlato di Pinot nero, di Renano ed Italico. Ma vorrei ricordare a tutti un altro vino enorme dell’Oltrepò: non dimentichiamoci mai del Buttafuoco! Negli anni, i produttori, soprattutto sullo storico, hanno portato tanta eleganza e tanta modernità su un vino enorme come struttura e potenza. Questo è il vino che l’Oltrepò non deve mai dimenticare, perché è una chicca che abbiamo in Italia e di cui dobbiamo sempre parlare.

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La Guida Michelin sarà presentata per i prossimi tre anni in Franciacorta

La regina delle guide gastronomiche italiane ed internazionali ha scelto il suo reame. La Franciacorta è stata eletta Destination Partner di Michelin per la presentazione della Guida, momento clou in cui avviene l’annuncio delle “Stelle” assegnate ai ristoranti italiani. L’accordo tra il Consorzio di Tutela del Franciacorta e Michelin avrà una durata di 3 anni.

«Franciacorta è orgogliosa di poter ospitare i protagonisti della migliore qualità culinaria Italiana: i Cuochi», commenta Silvano Brescianini, presidente del Consorzio Franciacorta. «Dobbiamo moltissimo alla ristorazione – aggiunge – che rappresenta il meglio dell’esperienza gastronomica tricolore».

IL COMMENTO

I nostri vini trovano in questi ambasciatori del gusto e del “Made in Italy” preziosi alleati nelle tavole più importanti nel mondo. Ancor più, dopo aver passato il terribile periodo di chiusura, abbiamo il piacere di brindare e festeggiare le stelle in Franciacorta accogliendole con gratitudine ed amicizia».

Entusiasta anche il commento di Marco Do, direttore comunicazione della Michelin Italiana. «La storia della Guida Michelin è una storia di viaggio. Siamo felici di questa partnership che vedrà la Franciacorta come sede delle prossime tre edizioni della Guida Michelin».

«Questo territorio è la cornice ideale per continuare il nostro viaggio alla scoperta dei prodotti vitivinicoli di una terra dalla lunga tradizione e della sua unicità che l’ha resa una delle ambasciatrici del Made in Italy nel mondo», conclude Do.

LA STORIA DELLA GUIDA MICHELIN

La Guida Michelin, che fu originariamente concepita con l’intenzione d’incoraggiare gli automobilisti a mettersi in viaggio, nasce nel 1900 in Francia da un’idea dei fratelli André ed Édouard Michelin, fondatori dell’omonima azienda di pneumatici.

Per aiutare le poche migliaia di automobilisti francesi alle prese con un viaggio che era spesso avventuroso, i fratelli Michelin creano un volumetto per il viaggiatore. Conteneva mappe, procedure per cambiare una ruota, stazioni di servizio. E una lista d’indirizzi in cui mangiare e pernottare la notte.

Preso atto del crescente interesse per la buona tavola, i fratelli Michelin reclutano un’équipe di “avventori misteriosi” – oggi li si chiama “ispettori” – per visitare e recensire anonimamente i ristoranti.

Nel 1926 la guida inizia ad assegnare le stelle agli indirizzi di alta cucina, evidenziandoli inizialmente con una sola stella. Dopo cinque anni, viene introdotta la scala attuale: una, due, tre stelle. Una storia che prosegue e che, per i prossimi tre anni, ha uno spumante ufficiale con cui brindare: il Franciacorta.

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Davide Oldani, due stelle Michelin e quel piatto da leccare

EDITORIALE – «Il piatto va preso con due mani e leccato, dal basso verso l’alto. Avete capito bene: leccato. Davide racconta che la sua bambina lo fa sempre, a casa. L’idea gli è venuta così». Inizia in modo inusuale l’esperienza al “nuovo” D’O di Davide Oldani, a Cornaredo.

Lo chef non smette di sorprendere, neppure dopo aver conquistato la seconda stella Michelin. Nel solco delle più nobili e rare doti dei tempi moderni (semplicità e umiltà) Oldani continua a portare l’aria di casa in un ambiente ricercato come quello del ristorante “stellato”.

Lo fa dentro e fuori dal piatto, girando più volte per i tavoli a caccia di pareri sinceri, come lui. Lo fa in un angolo semi sconosciuto di provincia, territorio snobbato da tanti grandi nomi che preferiscono agi e pubblico delle grandi città e delle metropoli italiane.

In una società dominata da fake e artifizi, ogni scelta semplice risulta straordinariamente “destabilizzante”. Perché ricorda il valore incommensurabile dei gesti veri e genuini, che vengono dal cuore. Come un piatto leccato da un bambino felice (nello specifico: aceto di mele ridotto, salsa verde alla rucola e orzo). Evviva.

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Prima Stella Michelin per Fourghetti di Bruno Barbieri: la scommessa dei bookmakers

Durante la quarantena non si è mai arreso, ha saputo farsi apprezzare e conoscere fino in fondo dal pubblico anche grazie ai social network. Bruno Barbieri, l’unico chef italiano ad aver ottenuto 7 stelle Michelin in 40 anni di carriera, è tornato alla carica ai fornelli.

Protagonista l’ultima “casa” dell’ormai volto noto della tv (grazie al suo ruolo di giudice in MasterChef), il Fourghetti di Bologna, su cui si concentrano le scommesse dei bookmaker per la Prima Stella Michelin.

Come riporta Agipronews, agenzia di stampa periodica telematica che si occupa del mondo dei giochi a pronostico e delle scommesse, l’american bar e bistrot di Barbieri è in lavagna a 6,00.

Il ristorante di via Augusto Murri 7 è stato anche ridipinto dallo street artist Afran, artista contemporaneo cresciuto e residente nell’altopiano valsassinese. Chissà che le modifiche di ristrutturazione non diano una mano a Bruno Barbieri, al fine di ottenere il tanto ambito premio Michelin.

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Stella Michelin per lo chef Paolo Griffa al Grand Hotel Royal e Golf di Courmayeur

Con la stella Michelin il giovane chef Paolo Griffa chiude un 2019 decisivo, che lo proclama tra i migliori chef italiani. Il riconoscimento, ufficializzato oggi, consacra il 28enne come fiore all’occhiello dell’alta ristorazione della Valle d’Aosta e d’Italia.

“Sono orgoglioso per me, per la mia intera brigata e per tutto lo staff dell’Hotel Grand Royal di Courmayeur di ricevere oggi quello che per me è il punto più alto della mia carriera fino ad ora – dice Paolo Griffa – l’emozione che provo mi dà conferma di tutto il lavoro svolto in questi anni insieme al mio team, che di certo non si fermerà qui. Non è un punto di arrivo, ma una grandissima partenza per tutti noi”.

A soli 28 anni, con già una carriera strabiliante alle spalle, Paolo Griffa ha portato la struttura ricettiva più antica della Valle d’Aosta tra i Luxury Resort che si avvalgono del prestigio dell’alta ristorazione, grazie alla sua cultura e alla sua forza creativa, con una cucina eccezionale e raffinata.

Il Grand Hotel Royal e Golf ha infatti chiuso una stagione estiva esplosiva con un successo inaspettato che ha visto i ristoranti Petit Royal, Bistrot e Grand Royal diventare veri e propri cult a Courmayeur e in Valle d’Aosta, riconosciuti per la ricchezza della loro offerta enogastronomica, per la cura del servizio e per l’altissima qualità dell’accoglienza.

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Al Mart di Rovereto apre “Alfio Ghezzi”

 

Rovereto (TN) – Dal 22 ottobre e per i prossimi 6 anni la Caffetteria del Mart si chiamerà “Alfio Ghezzi” e sarà gestita dall’omonimo chef.

Allievo di Gualtiero Marchesi e di Andrea Berton, per quasi un decennio chef della Locanda Margon di Ravina, premiata da due stelle Michelin, Ghezzi è risultato aggiudicatario della gara pubblica indetta dal Museo d’Arte Moderna e Contemporanea di Trento e Rovereto per la gestione della sua caffetteria.

Recentemente rinnovata negli arredi da Mario Botta insieme allo studio Baldessari e Baldessari, in dialogo con la Collezione del museo che annovera alcuni tra i maggiori capolavori italiani del Novecento, la Caffetteria del Mart è un percorso attraverso il design del XX secolo, rigorosamente made in Italy.

Un progetto che rispecchia l’evoluzione del percorso sia interiore che professionale di Ghezzi per dare vita a un vero e proprio spazio culturale nel quale si incontrano i grandi linguaggi della tradizione italiana: cucina, arte e design.

Sono davvero felice di essere in un luogo così profondamente legato al bello e a ciò che faccio perché solo il respiro di qualche istante in questo spazio basta per farmi sentire in sintonia con il Mart.” – afferma Alfio Ghezzi.

Il concept sarà semplice, così come la proposta, ma non banale poiché frutto di scelte ragionate, responsabili, unite a una significativa esperienza all’estero che ha cambiato sin dal profondo la visione dello Chef. I tavoli non avranno la tovaglia, i piatti serviti saranno semplici sia nella composizione che nell’impiattamento, non mancherà mai un piatto conviviale da mettere in centrotavola e lo chef vivrà non sola la cucina, ma anche la sala, dove farà la sua apparizione per sporzionare alcuni piatti davanti agli ospiti.

I prodotti proverranno dalla filiera corta e celebreranno quella che lo chef ha definito “nuova italianità”: sapori nostrani, il tutto ad esplicare l’impostazione di informalità e rispetto delle tradizioni che Ghezzi vuole dare al suo locale.

Alla base l’idea di creare una profonda interazione con gli ospiti e la possibilità, attraverso un percorso itinerante, di assaporare le varie portate, ognuna servita secondo precise modalità, in specifiche zone del ristorante: dalla lounge, dove sarà servito l’aperitivo, alla zona bistrot, dove si potranno gustare la prima colazione e il pranzo, fino alla zona gourmet, riservata all’esperienza serale.

Per il Mart Alfio Ghezzi ha elaborato una proposta articolata che, dalle colazioni alle cene, si inserisce e completa l’offerta culturale del distretto museale e che si dimostra profondamente legata alla tradizione culinaria italiana, soprattutto a quella trentina e alla produzione del territorio.

Nella scelta degli ingredienti, infatti, lo chef prediligerà quelli locali e punterà a valorizzare la tradizione realizzando conserve, confetture, marmellate e altri prodotti artigianali che verranno elaborati sia all’interno del ristorante che in collaborazione con la cooperativa Mas del Gnac. Grande importanza avranno inoltre la “charcuterie”, i formaggi e i sottaceti, che saranno esposti in apposite vetrine.

La presenza di questi prodotti, che secondo la concezione ristorativa italiana sono da collegarsi a un livello piuttosto lontano da quello dell’alta cucina, considerati per lo più cibo “da osteria”, rispecchia invece un trend che lo chef ha fatto proprio a seguito della sua esperienza a Copenaghen e che si basa su un atteggiamento rispettoso e responsabile che, oltre a seguire i cicli della terra, permette di prolungare la vita dei prodotti, a riprova dell’ impegno di responsabilità ambientale che all’interno del ristorante del Mart si coniuga con il rispetto per la tradizione.

Il menù includerà una proposta “all day”, chiamata “Veloce con Gusto”, che prevedrà: la pizza sia alla pala che nel ruoto, una selezione di panini realizzati con prodotti tipici della realtà trentina, dei lievitati, tra cui pane dolce al cioccolato, veneziana e bombolone alla confettura, e torte da “credenza”, come quella di mele o la sacher.

Per il pranzo l’idea è quella di offrire dei lunch veloci con 4 piatti ispirati alla tradizione gastronomica trentina, denominata appunto “Viaggio in Trentino”, oppure, in alternativa, una scelta di otto piatti denominata “Classici Italiani” tra i quali si troveranno come antipasti Vitello tonnato e verdure alla griglia e burrata, come primi Pachè monograno Matt all’Amatriciana, ovvero paccheri prodotti con un’accurata selezione di materie prime, e Riso alla milanese, tra i secondi Saltimbocca alla romana e Baccalà mantecato e sul finire il dessert con Bunet, dolce a cucchiaio tipico del Piemonte, e Meringa semifredda.

La sera invece un Menù Degustazione di alta cucina per un numero selezionatissimo di clienti, massimo 25, che prevedrà sei portate fisse più una scelta (tra i secondi) o, in alternativa, la possibilità di optare per una versione più “light” con 4 portate. La ricerca di Ghezzi si estenderà anche alle bibite: cantine scelte, birre artigianali, ma anche miscelati, estratti e centrifughe, che lo chef proporrà in abbinamento alle portate del menù.

Altro aspetto degno di nota sarà la proposta legata al caffè. Oltre alle bevande classiche, sarà possibile degustare il personal blend realizzato in collaborazione con Illy estratto seguendo i metodi più svariati: dalla Kemex alla V60 alla French Press. La sera invece il caffè assumerà importanza quasi teatrale con la sua realizzazione al tavolo grazie alla caffettiera a leva manuale, ispirata alla prima macchina da caffè di Achille Gaggia.

Un progetto culturale nel quale si incontrano i grandi linguaggi della tradizione italiana: cucina, arte e design.

Credo che l’arte e la cucina siano in connessione per dare entrambe la possibilità al visitatore o all’ospite di emozionarsi e di portarsi a casa un ricordo indelebile. Se tu ti ricordi un piatto, significa che ti ha emozionato” – conclude Ghezzi.

LO CHEF
Alfio Ghezzi nasce alla fine di dicembre del 1970 a Breguzzo (TN), piccolo paese di montagna nella valle che sale verso Madonna di Campiglio. I genitori sono emigrati in Svizzera, così lui cresce con la nonna, grazie alla quale fin da piccolo si avvicina a una cucina autentica.

Gli anni dell’infanzia, si sa, sono quelli che più segnano la personalità nell’età adulta e difatti questa traccia si ritroverà forte nella sua esigenza di fare una cucina senza ridondanze, a ricordare come la semplicità sia in grado di trascurare l’apparenza fine a se stessa per concentrarsi invece su gusto e verità.

Dopo la formazione professionale fa esperienza come commis di cucina e chef de partie in diversi grandi alberghi quali il Miramonti & Majestic di Cortina, il St.Hubertus a Madonna di Campiglio, il Regina a Salsomaggiore Terme, il Villa Cortine Palace di Sirmione ed il Due Torri Di Verona.

Nel 1993 un cambio di rotta: si iscrive alla facoltà di Lettere e Filosofia di Trento senza portare a termine gli studi perché di lì a qualche anno si dedicherà all’attività accademica come docente di cucina e pasticceria al Cfp Alberghiero ENAIP di Tione di Trento fino al 2003.

Esperienza che lo porta a conoscere lo Chef Ettore Bocchia del Grand Hotel Villa Serbelloni che lo affascina per la sua indagine scrupolosa sul prodotto. Dopo una breve esperienza a Londra, al Monti’s Club, del Jumeirah in Sloan Square, affianca lo chef Ettore Bocchia a Villa Serbelloni di Bellagio. È proprio qui, sul lago di Como, che conosce il Maestro Gualtiero Marchesi, con il quale passa tre anni lavorando prima a Erbusco poi al Casinò Les Princes di Cannes e all’Hosteria dell’Orso di Roma, dove fa suoi i concetti di semplicità, essenza ed equilibrio.

Conclusosi il triennio “Marchesiano”, si trasferisce a Milano dove inizia la sua esperienza al Trussardi alla Scala, come allievo di Andrea Berton, che affianca per 4 anni e da cui assorbe la mania del dettaglio.

Nel marzo del 2010 la famiglia Lunelli delle Cantine Ferrari lo chiama “a casa” per dare un nuovo assetto alla Locanda Margon, a Ravina (TN), dove rimarrà come chef per nove anni, nei quali il ristorante verrà insignito di 2 stelle Michelin.

Sul finire dell’esperienza alla Locanda Margon, complice anche una parentesi professionale in Danimarca, lo Chef inizia a percepire nuovi stimoli e prende coraggio: decide così di aprire un ristorante tutto suo dando vita all’interno del Mart di Rovereto a un locale che porta appunto il suo nome.

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eventi

Premio Maculan: Nicola Portinari presidente della Giuria

BREGANZE– Torna il Premio Maculan, miglior abbinamento salato-dolce, sfida ideata da Fausto Maculan insieme alle figlie Angela e Maria Vittoria che si ripeterà per la seconda volta.

A presiedere la giuria sarà Nicola Portinari, chef del ristorante due stelle Michelin La Peca di Lonigo.

Ad affiancarlo nella scelta del vincitore, oltre allo stesso Fausto Maculan,ci saranno grandi firme del settore dell’enogastronomia che durante la finale dovranno decretare la proposta più interessante tra i quattro finalisti: Andrea Radic, Andrea Grignaffini, Marco Colognese, Gigi Costa, Antonino Padovese, Maurizio Bertera del Gambero Rosso, Morello Pecchioli, Renato Malaman e Mauro Buffo, chef del ristorante 12 Apostoli di Verona.

Quest’ultimo, è stato vincitore della scorsa edizione e da poco è stato insignito della sua prima stella Michelin.

I DETTAGLI DELLA SFIDA
Il premio quest’anno è rivolto a chef di tutte le età, professionisti e non e sarà assegnato a chi si distinguerà per il miglior abbinamento di un vino dolce ad un piatto salato.

I quattro finalisti, che saranno selezionati da un comitato tecnico sulla base delle proposte pervenute, si sfideranno nella preparazione dei piatti di fronte alla giuria. Ogni ricetta sarà esaminata attraverso quattro parametri: creatività della proposta, esecuzione, presentazione del piatto e abbinamento al vino.

Al fortunato vincitore verrà consegnato il Premio Maculan, un’opera realizzata dall’artista friulano Giulio Menossi, celebre per i suoi mosaici. Tutte le ricette pervenute saranno pubblicate in un ricettario dedicato all’iniziativa.

La serata della finale si terrà alla Cantina Maculan il 25 marzo 2019. C’è tempo fino al 28 febbraio per presentare la propria candidatura compilando il form ed inviando la propria ricetta all’indirizzo premiomaculan.net  entro il 28/02/2019.

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Approfondimenti

Il Natale dei cinque sensi: Cantina Tramin apre le porte per una giornata di degustazioni

Sabato 8 dicembre 2018 dalle 9 alle 18 Cantina Tramin apre al pubblico per Il Natale dei cinque sensi: una giornata di assaggi, visite guidate e specialità gastronomiche dell’Alto Adige. L’occasione per celebrare le festività natalizie e le giornate d’Avvento è anche quella di scoprire la nuova annata dei vini bianchi della linea Selezione: Nussbaumer Gewürztraminer, Unterebner Pinot Grigio e Stoan Bianco 2017. Inoltre, è prevista una verticale di Terminum Gewürztraminer Vendemmia Tardiva delle annate 2006, 2010, 2013, 2015 e una degustazione di vini classici.

Il programma prevede anche visite guidate alla Cantina alle 11, alle 14 e alle 16. Oltre ai prodotti della cantina, in assaggio diverse proposte di eccellenza dell’enogastronomia altoatesina come le specialità di Schiefer, realtà ittica della Val Passiria, ma anche i formaggi di Hansi Baumgartner, l’Affineur altoatesino ex stella Michelin, o lo Speck e i salumi della macelleria Bertolini di Egna.

Non mancheranno anche proposte dolci come Zelten e Strudel e il Pane con frutta secca del panificio Mataner Brot. Durante la giornata, saranno presenti i produttori delle specialità artigiane e ci sarà anche la possibilità di acquistare. L’evento sarà l’occasione per presentare la strenna natalizia dove il nuovo Pinot Nero Riserva sarà proposto insieme al Riso Vialone Nano della Riseria Ferron di Isola della Scala, in abbinamento ai funghi porcini.

Le iniziative organizzate per le festività continueranno anche nel centro storico di Termeno con Avvento in Cortile. Sabato 8 dicembre dalle 10 alle 19 sarà organizzato il tradizionale mercatino natalizio nel cortile del Ansitz Rynnhof.

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Food Lifestyle & Travel

Eppure, anche tra gli chef, c’è chi se ne fotte della stella Michelin

Stella sì, stella no. Questo è il dilemma in un’Italia che si ritrova ancora una volta a perder tempo dietro all’estetica del nulla, piuttosto che ai contenuti della sostanza. E così, un ironico post su Facebook della giornalista Milena Gabanelli sulla pagina Dataroom (vedi sopra) viene trasformato in una caso nazionale.

“Un attacco alla categoria degli chef“, scrive qualcuno (di parte). “Gente che si fa il culo, come gli chef, denigrata nel nome del populismo”, secondo altri. Secondo noi, invece, l’ennesima occasione persa da qualcuno per tacere. O, per lo meno, per aprire un dibattito serio (e dunque super partes) su un tema che cela (e ribadiamo il concetto: “cela”) risvolti culturali profondi.

Quel che nessuno ha ancora scritto – e che scriviamo noi, che giornalisticamente corretti vogliamo essere per partito preso – è che pure tra gli chef di professione c’è chi se ne fotte della stella. Avete letto bene: non gliene può fregare di meno.

STELLATI O ASSOGGETTATI?
Non tutti quelli che studiano “cucina” in giro per il mondo aspirano a sottostare (perché di questo si tratta) alle regole “chic” necessarie per entrare nell’Olimpo degli “chef stellati”.

Porzioni “ridotte”, tavoli separati da “tot centimetri”, di quella forma lì. E “tot” coperti. Altrimenti non va bene: anche se sei il Cristiano Ronaldo dei fornelli, non sei degno della stella.

Questi sono solo alcuni dei “dogmi” da rispettare per entrare nel gotha delle star della cucina, al netto di alcune vaghe eccezioni che servono solo a confermare la regola. Nulla che abbia a che fare con la bontà assoluta del piatto, insomma.

E allora ecco perché vi assicuriamo – noi che gli stellati li frequentiamo, così come le “bettole” di periferia o i sushi club all you can eat – che anche tra i grandi chef c’è chi se ne fotte della stella Michelin.

“Fottersene” significa condannare un sistema basato in maniera predominante (e dunque premiante e pregnante) sull’estetica, che considera l’abbondanza del piatto una condanna intrinseca della qualità del piatto stesso. Il “troppo” storpia, insomma, nella cucina stellata.

Ed è proprio questo (se ne facciano una ragione i soloni della critica culinaria) l’elemento che allontana il “consumatore medio” dalla cucina stellata: le porzioni “minuscole”.

Un’estetica, cioè, basata sulla riduzione e sulla concentrazione piuttosto che sull’esaltazione di una salutare abbondanza. Vallo a spiegare a un signor Rossi qualsiasi che la cucina “di livello” è prima di tutto un’esperienza, o un “viaggio” tra i sapori più ricercati.

“Ho dovuto rinunciare alla stella Michelin, che più volte mi è stata prospettata, per via della lista di prescrizioni necessarie ad ottenerla. Se avessi deciso di apportare le modifiche richieste al mio ristorante per ottenere la stella Michelin, oggi il locale non sarebbe pieno come lo vedete. E avrei chiuso in pochi mesi”.

Parole e musica di uno chef (del quale, per riservatezza, non riveliamo il nome) che ha deciso di continuare sulla propria strada. Nel suo locale si mangia e si beve (divinamente) con 60 euro a persona: circa la metà di un “menu degustazione” nella maggior parte degli “stellati”.

Ma i piatti, che reinterpretano la tradizione culinaria locale, sarebbero degni di lustro internazionale. Lo stesso valore assicurato da chi, in questo ristorante di una remota provincia d’Italia, tornerà volentieri: sicuro di trovare genuinità e materie prime fresche e ricercate. E un menu degno di applausi. Stellari.

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Eataly Lingotto, nuova cantina da 5 mila etichette

Il 27 gennaio 2007 il primo Eataly, a Torino Lingotto nell’ex opificio Carpano, apre al pubblico. Sono ormai passati quasi dieci anni ma la sede di Torino mantiene ancora oggi un ruolo centrale. Per festeggiare al massimo dello splendore “dieci anni di maturità”, Eataly Lingotto punta su una nuova cantina. Più di 5 mila etichette a scaffale, che faranno bella mostra assieme al Wine Bar Pane & Vino, alla Birreria e al ristorante stellato Casa Vicina. La casa del vino di Eataly Lingotto si estende su più di 2 mila metri quadrati, “dedicati al bere bene mangiando bene, seguendo i 3 pilastri di Eataly: comprare, mangiare e imparare”. La Cantina di Eataly Lingotto è aperta tutti i giorni dalle ore 10 alle ore 22.30. Il venerdì e il sabato sera è eccezionalmente aperta fino alle ore 00.30.

“Bisogna avere il coraggio per cambiare e sono orgoglioso che Eataly Lingotto l’abbia avuto – afferma il patron Oscar Farinetti -. Arrivati al traguardo dei 10 anni, è stato dato nuovo lustro alla mamma di tutti gli Eataly e questo tenendo fede ai valori che da sempre ci contraddistinguono: l’impegno ma anche la leggerezza e naturalmente l’armonia, il valore al quale Eataly Lingotto è dedicato”. “La nuova Cantina di Eataly Lingotto sarà da esempio per gli altri punti vendita”, conferma Andrea Guerra, presidente esecutivo di Eataly. “È un negozio nel negozio – continua – che celebra le più grandi produzioni italiane raccontandone la ricchezza, la bontà e la bellezza. La varietà di proposte di alta qualità in un solo luogo è ciò che rende unica Eataly e anche la Cantina prosegue in questa direzione”.

LA NUOVA CANTINA
Le oltre 5 mila etichette provenienti da più di 30 stati rappresentano al meglio la produzione nazionale e internazionale. Si va dallo Spazio Bollicine, dedicato ai migliori marchi del Metodo Classico, ai rinomati Champagne, ma anche agli ad eccellenti Prosecco e spumanti italiani, per passare poi agli scaffali che ospitano 30 mila bottiglie di vini di 40 regioni del mondo, con una particolare attenzione alle grandi eccellenze piemontesi, Barolo e Barbaresco. La Zona Cult custodisce le bottiglie più preziose, tra le quali più di dieci annate storiche di Barolo del secolo scorso. Per gli amanti della birra non manca naturalmente un’ampia selezione delle produzioni italiane e internazionali di alta qualità: più di 11 mila bottiglie, di cui 6 mila artigianali italiane. Infine, la Cantina di Eataly propone anche oltre 500 etichette di spirits: dal torinese Vermouth alle grappe, rum, whisky e molto altro.

La Cantina non è però solamente degli alcolici ma è anche quella di stagionatura dei salumi e dei formaggi: il Culatello di Zibello, il prosciutto di Parma, Il Castelmagno e le altre eccellenze norcine e casare, in vendita al banco e in degustazione presso i Ristorantini al piano superiore, sono conservate ed esposte in un angolo aperto al pubblico e ricco di fascino, dove immergersi negli odori e nei profumi tipici dei territori e dei luoghi in cui si affinano queste bontà tutte italiane. I clienti possono inoltre scegliere il formaggio o il salume che preferiscono, acquistarlo e far concludere la stagionatura nelle Cantine di Eataly: un’opportunità unica!

PANE&VINO: IL NUOVO WINE BAR DI EATALY
L’offerta della Cantina di Eataly si amplia con una nuova proposta di ristorazione. Pane&Vino è il luogo ideale per degustare un ottimo calice di vino e, se lo si desidera, in accompagnamento un gustoso tagliere, un veloce antipasto o un piatto gourmet. Nel Wine Bar di Eataly Lingotto i clienti possono scegliere tra le più di 100 etichette presenti in Carta, 8 grandi vini al calice e, se preferiscono la bottiglia, tutta la Cantina sarà a loro disposizione. Per non rimanere a stomaco vuoto, Pane e Vino propone le Tapas del Mercato, stuzzicherie preparate con gli Alti Cibi in vendita nel Mercato di Eataly, gli Specialmente, una selezione dei migliori formaggi e salumi e i Vicini, i piatti stellati di Claudio e Anna del ristorante Casa Vicina.

LA BIRRERIA DI EATALY
Dopo New York e Roma, arriva anche a Torino la Birreria di Eataly. Ogni giorno viene proposta una selezione delle migliori produzioni brassicole italiane e internazionali:16 birre alla spina che ruotano ogni mese, 40 in bottiglia nella Carta dedicata e persino la possibilità di scegliere a scaffale l’etichetta preferita. In accompagnamento gli ottimi hamburger nel panino nelle versioni di carne – naturalmente de La Granda – pesce o verdure. E poi gli sfizi, croccanti crostini del pane appena sfornato dal forno a legna di Eataly e farciti con una selezione degli Alti Cibi, e naturalmente i fritti, perfetti con una fresca birra.

LA FAMIGLIA VICINA
Fiore all’occhiello della Cantina di Eataly è il ristorante Casa Vicina. Ristoratori da sempre, la famiglia Vicina guida il ristorante stellato di Eataly Lingotto, tenendo alti i valori che la contraddistinguono sin dal 1902: eccellente qualità delle materie prime, unione tra tradizione e territorio ma anche attenzione all’innovazione e alla soddisfazione del cliente. Claudio Vicina, quarta generazione in cucina, porta avanti il nome di famiglia con Anna e con la preziosa figura del fratello Stefano, responsabile di sala: un’unione premiata con una Stella Michelin, che brilla in tutti i loro piatti. Infine, la nuova Cantina di Eataly Lingotto sarà il palcoscenico di numerose attività didattiche per imparare qualcosa di più sul mondo del bere: cene con i produttori vitivinicoli, lezioni e incontri di degustazione. Il programma sarà presto disponibile su www.torino.eataly.it.

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Local Heroes 02 Limited Edition, il Gin firmato Cracco e Sisti

Una innovativa edizione limitata, realizzata in collaborazione con lo chef stellato Michelin Carlo Cracco e Filippo Sisti, head bartender del suo ristorante e cocktail bar Carlo e Camilla in Segheria di Milano. Un’esclusiva per il mercato italiano. Si tratta di Local Heroes 02 Limited Edition, blend che celebra l’innovativo concetto di miscelazione che contraddistingue il Carlo e Camilla in Segheria. Il progetto Local Heroes è nato dal desiderio di Portobello Road Gin di celebrare un mercato, quello italiano, attraverso la collaborazione con una figura tra i migliori talenti del paese. Il ‘Local Hero’ appunto, con cui realizzare un prodotto innovativo e artigianale. ‘Local Heroes 02‘ è caratterizzato da botanicals unici e ricercati, tra cui buccia di mango, pepe di timut e aneto, accuratamente dosati e distillati da Carlo Cracco e Filippo Sisti a Londra presso “The Ginstitute” – la casa di Portobello Road Gin. Una produzione limitata di mille bottiglie artigianali distillate in alambicchi di rame da 30 litri battezzati Copernico II, imbottigliate ed etichettate a mano prima di essere spedite in Italia per il lancio in occasione del Gin Day l’11-12 settembre a Milano. Local Heroes 02 sarà disponibile alla vendita in negozi selezionati in Italia. Carlo e Camilla in Segheria utilizzerà questo blend unico per offrire cocktails innovativi ai propri clienti. Per i fan Uk, ci sarà un numero limitato di bottiglie disponibili all’acquisto su www.portobelloroadgin.com.

La limited-edition sarà una tra le ultime limited-edition prodotte presso ‘The Ginstitute’ prima del trasferimento di Portobello Road Gin nella sua nuova sede, un moderno palazzo del gin nel cuore di Portobello Road, attrezzata con blending rooms, un museo con gift shop, un ristorante Gintonica di stile spagnolo e alcune esclusive camere per gli ospiti. “E’ un grandissimo onore lavorare con Carlo e Filippo alla creazione di un London Dry Gin dal cuore italiano – commenta Tom Coates, brand director di Portobello Road Gin -. Come immaginavo, i sapori sono completamente unici e siamo estremamente soddisfatti del risultato. Abbiamo introdotto il nostro brand nel mercato italiano solo due anni fa e stiamo avendo risultati incredibili. Con il lancio dell’edizione Local Heroes 002 desideriamo aumentare ulteriormente la notorietà del brand in Italia”. “Siamo molto felici di poter collaborare con un’eccellenza come Portobello Road Gin – aggiungono Carlo Cracco e Filippo Sisti – questo progetto ci ha permesso di condividere la nostra visione ed il nostro gusto attraverso la creazione di una special edition”. A settembre 2015, Portobello Road Gin ha collaborato con Brett Graham, proprietario e capo cuoco del ristorante The Ledbury di London, per creare la prima edizione del Local Heroes: una ricetta di gin distintiva che includeva tra i botanicals olive verdi, clementine, dente di leone e levistico officinale. The Ledbury ha ricevuto numerosi riconoscimenti incluse due stelle Michelin e a maggio 2014 è rientrato tra i 10 migliori ristoranti al mondo su Restaurant Magazine.

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