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degustati da noi news news ed eventi vini#02

Jako Wine: la “cantina che non c’è” di Berti e Barzan, i globetrotter del vino italiano

Tutto, in fondo, è iniziato attorno a una “bollicina”. Uno spumante Metodo classico dell’Oltrepò pavese, per l’esattezza. Era il 2011. Oggi, a 10 anni di distanza, solo GianlucaLucaBerti e Severino Barzan sanno cosa può accadere quando un imprenditore del ramo della logistica e un noto ambasciatore del vino italiano mettono assieme l’unica cosa più forte delle idee: i sogni. Jako Wine è nata così. Dall’incrocio fortunato di due (e più) calici.

Un progetto innovativo, che si basa su tre capisaldi: niente cantina, niente vigneti di proprietà e ricerca della qualità assoluta, dal campo alla bottiglia. Da veri globtrotter del vino italiano, Berti e Barzan danno la caccia alle migliori parcelle, le affittano e le affidano allo staff agronomico ed enologico oggi capeggiato dal prof Leonardo Valenti e dal giovane winemaker veronese Lorenzo Dionisi.

Sono loro a supervisionare la vinificazione che avviene all’interno di cantine partner, prescelte nei vari territori (le stesse che affittano i terreni): Oltrepò pavese, Lago di Garda, Valpolicella e Montefiascone, nel Lazio.

Una volta imbottigliato, il vino viene trasportato nel magazzino all’avanguardia di Jako Wine, a Verona. Cinque Metodo classico, due bianchi e due rossi, per un totale di circa 30 mila bottiglie e un fatturato cresciuto lo scorso anno sino a quota 400 mila euro.

Passi da gigante, insomma, rispetto all’idea iniziale di produrre solo «Wine for Friends», con il brand name “Jako” elaborato dal nome di figlio di Luca Berti, Jacopo; e il fenicottero – per meglio dire il flamingo, simbolo di Miami – a celebrare lo sguardo internazionale del duo di eno-globetrotter.

Proprio a Miami e negli Usa finisce una buona fetta della produzione, distribuita in esclusiva anche in Danimarca, Inghilterra, Germania e Cina. Il mercato italiano è invece affidato a pochi selezionati ristoranti, enoteche e locali delle principali città: da Verona a Milano, da Roma a Firenze, passando per piazze “in” come Capri e Forte dei Marmi.

JAKO WINE: 6 VINI IN ASSAGGIO

  • Metodo classico Pas Dosé 2015: 90/100
    Sboccatura 4/2020, 12.5% vol. Vitigno: Chardonnay 60%, Garganega 40%. Alla vista di un bel giallo paglierino con riflessi dorati, perlage fine e persistente. Naso largo, sulla frutta matura: pesca gialla, esotico, un tocco di agrume, sempre maturo. Bel bouquet di fiori che spazia dalla camomilla al biancospino. Sorso di buona tensione, sapido in centro bocca, prima dei ritorni setosi pennellati dai ritorni di frutta matura, già avvertita al naso. Finale di buona persistenza, ancora una volta nel segno dell’equilibrio fra le tonalità tipiche dei due vitigni. Un Metodo classico che nasce da 5 ettari di terreno morenico, nella zona del lago di Garda.
  • Oltrepò pavese Docg Metodo classico Brut Rosé 2015: 89/100
    Sboccatura 12/2020, 12,5% vol. Vitigno: Pinot Nero in purezza. Alla vista un bel rosa salmone, tipico dei Cruasé oltrepadani. Perlage fine e persistente. Tanto floreale al naso, che lascia spazio anche ad agrumi e piccoli frutti rossi. Un quadro preciso e intrigante che si ripresenta anche al palato, con un’ottima corrispondenza. Il finale è piuttosto cremoso, con il dosaggio che arrotonda la beva, placando la tensione agrumata iniziale. Un Metodo classico ottenuto da 3 ettari di Pinot Noir in Oltrepò pavese e terreni di medio impasto calcareo.
  • Pinot Grigio delle Venezie Doc 2018 “Griso Venèxian”: 87/100
    13% vol. Giallo paglierino alla vista. Al naso le note esotiche tipiche del vitigno. Si avvertono ricordi di pesca e pera perfettamente matura, nonché agrumi come il mandarino, che spaziano dal succo alla buccia. Il sorso è agile, altrettanto tipico, di buon equilibrio acido-glicerico. I vigneti da cui nasce questa etichetta sono situati lungo le sponde del Lago di Garda, con terreni prettamente morenici.
  • Vino Bianco Igp Lazio 2017 “Campocasa”: 92/100
    12,5% vol. Rossetto 100%, varietà autoctona molto diffusa nella zona dei Castelli Romani. Alla vista un bel giallo paglierino, luminoso. Naso generoso, non solo in termini di intensità, ma soprattutto dal punto di vista della complessità. Si spazia dai fiori di camomilla secchi alla frutta a polpa bianca e gialla matura; da una speziatura leggera ai ricordi di radice di liquirizia, passando per la macchia mediterranea (alloro, rosmarino). Ingresso di bocca che abbina leggerezza e profondità, su note concordi col naso. L’accento agrumato iniziale, unito a una corroborante vena sapida, lascia spazio a un finale morbido, su vaghi ritorni vanigliati, ben combinati al resto del corredo. La chiusura è lunga e consistente, tanto da ampliare lo spettro di abbinabilità gastronomica di questo nettare. Un Rossetto che prende vita da terreni a 300 metri d’altezza, individuati dallo staff di Berti e Barzan nella zona di Montefiascone, friabili e ricchi di scheletro.
  • Rosso Veronese Igt 2018 “Ruber”: 89/100
    16% vol, uvaggio Corvina e Merlot. Rosso rubino dall’unghia violacea, alla vista. Al naso le note verdi e speziati dei due vitigni, ben abbinate a ciliegia e frutta di bosco matura: lampone, ribes, mora. Al palato una gran generosità e “abbondanza”, data soprattutto dall’alcol (non disturbante) e dai precisi ritorni di frutta matura. Buona la freschezza, che riequilibra la morbidezza del sorso. Vino in definitiva piacevole, da godersi anche con qualche grado di temperatura in meno rispetto alla media dei rossi importanti. “Ruber” nasce da terreni morenici, nella zona a sud del Lago di Garda.
  • Rosso Veneto Igt 2015 “Siresol”: 90/100
    16% vol, uvaggio Corvina, Rondinella, Oseleta, Croatina e Cabernet Sauvignon. Un piccolo “Amarone della Valpolicella”, in cui il Cabernet gioca il ruolo di mediatore, arrotondando le asperità (tannino, speziature, note verdi e durezze) dei vitigni tipici del “Re dei rossi” del Veneto. Alla vista un bel rubino dall’unghia granata. Naso molto interessante e stratificato. Si passa dalla frutta rossa, come ribes, ciliegia e lampone, all’agrume rosso, una sanguinella succosa. Non mancano ovviamente le spezie nere, oltre a una spolverata di cumino. Sorso teso in ingresso, con un bel ritorno fresco regalato dai tironi speziati, scuri. Vino strutturato e decisamente gastronomico che nasce dalle colline della Valpolicella, in particolare da vigneti posti fra i 100 e i 350 metri sul livello del mare e terreni di composizione argilloso-calcarea.

*** DISCLAIMER: La recensione di queste etichette è stata richiesta a WineMag.it da Jako Wine. I giudizi sono stati comunque espressi in totale autonomia, nel rispetto dei nostri lettori ***

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Jamin, lo Champagne negli abissi di Portofino che fa infuriare Bisson e la Lega

Si chiama Champagne Jamin -52 Underwater Cloe Marie Kottakis Menocinquantadue ed è la risposta italo-francese ad Abissi di Bisson. Un progetto molto simile a quello della cantina ligure guidata da Pierluigi PieroLugano. In questo caso sono le “bollicine” francesi – Pinot Noir in purezza dell’Aube – ad affinare nei fondali di Portofino, al posto delle autoctone Bianchetta Genovese, Vermentino, Cimixià che compongono la cuvée del notissimo spumante Metodo classico Pas Dosé Portofino Doc.

Un progetto che Pierluigi Lugano ha contestato sin dagli esordi, senza successo. Oggi il caso è finito addirittura alla Camera, attraverso un’interrogazione presentata dal deputato spezzino della Lega Nord Lorenzo Viviani, sottoscritta anche da altri 8 deputati del Carroccio, tra cui il commissario regionale Lega Liguria, Edoardo Rixi.

Nell’occhio del ciclone le 3 mila bottiglie di Champagne immerse nei fondali liguri dalla società Jamin Portofino Srl, amministrata sin dalla fondazione (4 dicembre 2015) da Emanuele Kottakhs, residente a Camogli ed ex titolare di un’officina per la sostituzione di vetri di auto a Cogorno, sempre in provincia di Genova.

Tra i soci, oltre all’ex nazionale di nuoto sincronizzato Chiara Reviglio, figura anche Massimiliano Gorrino, ex dipendente della Drafinsub Srl, la ditta incaricata del recupero di Abissi di Bisson dai fondali.

L’INTERVENTO DELLA LEGA NORD
«La vicenda – spiega il leghista Viviani a Rpl Radio Padania Libera – ci è stata segnalata da Coldiretti. La domanda potrebbe essere la seguente: “Un imprenditore può prendere una ‘bottiglia X’ di vino e immergerla nel mare, dove gli pare, secondo il diritto d’impresa?”. La risposta è “Ni”. Su quelle bottiglie di Champagne c’è il simbolo dell’Area marina protetta di Portofino, con tanto di scritta “Portofino”: un richiamo geografico molto esplicito a un territorio tutelato dall’omonima Doc».

Una presa di posizione, quella della Lega Nord, che non nasconde rilievi nazionalistici. «È giusto promuovere in un’area marina protetta italiana dei prodotti che vengono da un’altra parte, dai cugini francesi – chiede Viviani – quando abbiamo il nostro vino che viene fatto con costi altissimi? Parliamo di terrazzamenti, di fatica immane. Parliamo di persone che meriterebbero uno stipendio dallo Stato oltre alla tutela da parte delle istituzioni».

Puoi valorizzare lo Champagne immergendolo a Montecarlo o a Marsiglia: richiamare Portofino per vendere Champagne mi sembra inopportuno. Proviamo a fare l’inverso? “Ciaone”».

Sulla vicenda interviene anche Marco Rezzano, presidente dell’Enoteca regionale della Liguria: «Si tratta di un imprenditore ligure che, avendo trovato un accordo abbastanza singolare con l’Area protetta, riesce a proporre questo Champagne sul mercato con varie tempistiche di affinamento. Se il Mipaaf verificherà che esiste infrazione di quanto prevede il disciplinare dei vini nel comprensorio di Portofino, bisognerà quantomeno togliere la dicitura dalla bottiglia».

LA REPLICA
Dal canto suo, la società Jamin difende la propria “italianità” e precisa la natura del progetto attraverso un comunicato stampa: «Siamo un’azienda 100% italiana, iscritta al registro delle imprese italiane nella sezione speciale delle Start up innovative a carattere scientifico».

La società ha per oggetto lo sviluppo, la produzione e la commercializzazione di prodotti o servizi innovativi ad alto valore tecnologico nel settore alimentare e più specificamente lo studio e lo sviluppo di tecniche di cantinamento subacqueo per prodotti vinosi e alimentari in genere».

Quanto alla scritta “Portofino” sulle etichette dello Champagne Jamin -52 Underwater Cloe Marie Kottakis Menocinquantadue, «rispetta i termini di legge nella retro-etichetta, come da accordo di promozione in essere, in cui viene riportato il Disegno/Logo della Area Marina Protetta per la collaborazione allo studio».

SEI ANNI DI BATTAGLIE
La querelle, in realtà, affonda le radici nel 2016, anno in cui Jamin ha presentato la richiesta di immersione delle proprie gabbie contenenti lo Champagne nel mare di Portofino. L’anno precedente, Pierluigi Lugano aveva depositato il brevetto di Abissi, con la tecnica di immersione e affinamento dello spumante nei fondali liguri.

Una procedura perfezionata nel lontano 2008, consacrata dal pagamento del canone di occupazione del fondale di Portofino. Un business cresciuto a dismisura, così come il prezzo medio di Abissi, passato dai 30 euro delle prime 6.500 bottiglie agli attuali 50 euro per il millesimo 2016.

Le bottiglie prodotte da Bisson sono oggi circa 30 mila, ma la nuova cantina inaugurata da Lugano a Sestri Levante il 30 marzo 2019 è in grado di ospitarne almeno il triplo, assieme al resto della produzione.

Dal canto suo, Jamin Srl ha proceduto a luci spente sino all’ottenimento di tutte le autorizzazioni necessarie per l’inabissamento delle gabbie nella Baia del Silenzio, prima di avviare una campagna di promozione dei propri prodotti su social, testate e blog di settore, tuttora in corso. L’ultima parola sulla bontà del progetto spetta al Mipaaf.

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Approfondimenti

Lessini Durello Doc: incoraggianti i risultati del 2020

Nel 2020, nonostante l’emergenza sanitaria, il Lessini Durello Doc è riuscito a mantenere gli imbottigliamenti stabili a 900.000 bottiglie con un aumento del 37% della sboccatura del metodo classico dal 2018, segno che la denominazione sta puntando molto su questa tipologia.

E proprio al metodo classico è dedicato il cambio del disciplinare che sta continuando e che vedrà, a iter terminato, il trasferimento della tipologia nella Doc Monti Lessini, con l’obiettivo di darne maggiore identità territoriale.

La valorizzazione dell’areale continuerà nel 2021 con delle importanti ricerche sugli effetti del cambiamento climatico e sulla biodiversità. I risultati verranno editi in una pubblicazione che farà sintesi di tutto il lavoro fatto negli ultimi 10 anni da parte del Consorzio.

«L’impegno che vediamo ogni giorno da parte dei nostri produttori ci da lo stimolo a continuare il nostro lavoro – dice Paolo Fiorini, presidente del Consorzio – sebbene l’emergenza sanitaria continui, stiamo progettando un calendario promozionale che permetterà in sicurezza di tornare a parlare della nostra denominazione a più persone possibili. Rimangono quindi in piedi le tre parole chiave, formazione, ricerca e promozione che saranno il cuore dell’azione del Consorzio dei prossimi mesi.»

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Vini al supermercato

Metodo Classico Nebbiolo d’Alba Rosè Doc Brut 2016, San Silvestro

(4 / 5) Rosso lo conosciamo tutti, rosato un po’ meno. E in versione Metodo classico rosé? Soggetto, il Nebbiolo. Spinti dalla nostra missione di affiancare il consumatore di vino in Gdo, aiutandolo a fare scelte sempre più consapevoli, non poteva che finire nel nostro calice il Metodo Classico Nebbiolo d’Alba Rosè Doc Brut 2016 di Cantine San Silvestro di Novello (sboccatura 2019).

Una interpretazione particolare del nobile vitigno piemontese dal quale nasce il noto e pregiato Barolo, ovviamente con un altro procedimento o, per meglio dire, “Disciplinare di produzione”.

Uno spumante disponibile nei supermercati Iper, la Grande i (Finiper), ultima scelta “coraggiosa” di un’insegna che ha ormai abituato a etichette un po’ più di nicchia. Del resto, bisogna farsene una ragione: la cultura del vino passa anche (“a-n-c-h-e”, a scanso d’equivoci) da qui: dai supermercati.

LA DEGUSTAZIONE
Color rosa buccia di cipolla molto luminoso, il Metodo Classico Nebbiolo d’Alba Rosè Doc Brut 2016 di Cantine San Silvestro ha un perlage esuberante, di grana piuttosto fine, così come la persistenza. Naso pulito e piuttosto semplice, che si sviluppa tra note fruttate di mela, agrumi come il limone, cenni di frutta secca e lievito.

Al palato si conferma agrumato e molto rinfrescante. Acidità equilibrata, “bollicina” pastosa, per un sorso teso ma cremoso. Forse leggermente scarico il centro bocca, comunque godibile. Discreta anche la persistenza gustativa e, soprattutto, buona la stabilità del prodotto riassaggiato a distanza di ore.

Perfetto per l’aperitivo o con pietanze a base di pesce, il Nebbiolo d’Alba Rosè San Silvestro va servito intorno agli 8 gradi. Il prezzo, va detto,  potrebbe scoraggiare, soprattutto se comparato (erroneamente) ad altre denominazioni.

A concorrere alla formulazione del pricing sono molte variabili: tra questi il metodo di vinificazione (in questo caso il Metodo classico o Champenoise, lo stesso dello Champagne), il posizionamento della Denominazione e i volumi. Lo abbiamo trovato in promozione a 8,90 euro, cifra che sancisce un buon rapporto qualità prezzo.

LA VINIFICAZIONE
Il Nebbiolo d’Alba Rosè Doc Brut 2016 di Cantine San Silvestro è ottenuto con uve Nebbiolo al 100% allevate nella Langhe. La vinificazione avviene con macerazione delle uve in pressa, pressatura soffice.

Fermentazione a temperatura controllata con blocco della stessa ad un residuo di 25 gr/lt di zuccheri. Presa di spuma con permanenza sulle fecce fini per 24 mesi.

Cantine San Silvestro si trova a Novello, in provincia di Cuneo, nel cuore delle Langhe. È stata fondata nel 1871 ed oltre ai 7 ettari vitati di proprietà si avvale di uve di conferitori.

Lavora da sempre i vitigni tipici del territorio come Barbera, Nebbiolo, Dolcetto, Grignolino, Arneis e Moscato, oltre a autoctoni recentemente riscoperti come Favorita e Nas-cëtta di Novello.

Prezzo: 14,90
Acquistabile presso: Iper La Grande I

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Vini al supermercato

Oltrepò Pavese Metodo Classico Docg Extra Brut 2016, Gerry Scotti

(5 / 5) Uno spumante “spumeggiante”, consentiteci il gioco di parole. Spensierato ma di carattere ed “empatico” come chi gli dà il nome. Sotto la lente di ingrandimento di Vinialsuper l’Oltrepò pavese Metodo Classico Docg Extra Brut 2016 Gerry Scotti, prodotto da Cantine Giorgi a Canneto Pavese (PV).

LA DEGUSTAZIONE
Giallo paglierino dorato, si presenta nel calice con un perlage fine e persistente. Il naso è molto fresco, con sentori di frutta bianca, mela, pesca tabacchiera, accenni di fieno e pasticceria. All’assaggio conferma la freschezza espressa all’olfatto.

Il frutto diventa più maturo, il sorso è cremoso e di buon corpo. Dosaggio Extra brut, ha l’acidità ben bilanciata dal corpo e dagli zuccheri. Lo spumante Gerry Scotti risulta molto armonioso e piacevole. Il rapporto qualità prezzo è buono, anche se fuori dalla fascia prezzi medio bassa della Gdo.

Un Metodo classico, insomma, che valica – seppur di poco – la linea Maginot dei “vini democratici” da 10 euro, con cui Scotti e Cantine Giorgi hanno presentato l’iniziativa nel 2017. Ma 12,90 euro sono un prezzo ampiamente giustificato per un Metodo classico Docg dell’Oltrepò pavese.

Buona anche la versatilità del nettare in cucina: lo spumante di Gerry Scotti è apprezzabile come aperitivo, su piatti a base di pesce e, perché no? Anche in accompagnamento a una buona pizza. Il piatto più democratico che sia. Cracco a parte, s’intende.

LA LINEA DI GERRY SCOTTI
L’Oltrepò Pavese Metodo Classico Extra Brut Gerry Scotti è la prima etichetta ad essersi aggiunta alle tre del progetto originale dell’accoppiata Scotti-Cantine Giorgi, nel 2017. Dal lancio sono cambiate un po’ di cose.

È stato accantonato il nome di fantasia “Nato in una vigna” presente in etichetta frontale, una “vigna” che allora aveva fatto discutere. Inoltre, il viso dello zio Gerry non occupa più la scena, sulle bottiglie: un’immagine che, forse, rischiava di distogliere l’attenzione dalla qualità del prodotto, facendo presupporre a una mera operazione di marketing.

La gamma di vini di Gerry Scotti si è evoluta ulteriormente con un Buttafuoco Doc, il ’56, come la data di nascita del noto conduttore televisivo. Un vino prodotto in tiratura limitata: 1956 bottiglie, chiaramente un po’ meno “democratiche” nei prezzi.

All’orizzonte c’è una Bonarda e chissà quale altra sorpresa, per una linea e un progetto che sono tutto, tranne che di immediata comprensione per il pubblico dei supermercati. Sul sito della Cantina Giorgi, partner e produttore dei vini, alla voce “Linea Vini Gerry Scotti”, il tempo si è fermato ai primi tre vini, dell’annata 2016.

“In tv chi usa meno il copione dura di più”, sostiene Gerry Scotti. Diversi film di successo sono stati scritti senza un copione, o addirittura senza un finale. Non resta che seguire la “scalata” di Gerry, nel mondo del vino al supermercato targato Oltrepò pavese.

LA VINIFICAZIONE 
L’Oltrepò pavese Metodo Classico Docg Extra Brut 2016 Gerry Scotti è ottenuto da uve Pinot Nero e Chardonnay allevate su terreno calcareo-argilloso, a 250-400 metri sul livello del mare. Le vigne sono esposte a sud, sud-est.

La vendemmia viene compiuta manualmente, con la scelta dei migliori grappoli riposti in piccole cassette, portate immediatamente in cantina per preservare le caratteristiche organolettiche delle due varietà.

Dopo la pressatura soffice avviene la prima fermentazione in acciaio a temperatura controllata, seguita dalla seconda fermentazione in bottiglia, secondo il Metodo classico (lo stesso di Champagne e Denominazioni italiane come la Franciacorta). L’affinamento in bottiglia è di almeno 30 mesi.

Il vino di Gerry Scotti è prodotto dalla Cantina Giorgi a Canneto Pavese, partner del progetto dal 2017. L’azienda storica del territorio è nata nel 1875 ed oggi esporta in 59 paesi del mondo.

Prezzo pieno: 12,90 euro
Acquistabile presso: Famila

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Esteri - News & Wine news news ed eventi

Addio a Pere Llopart i Vilarós, presidente di Celler Llopart e padre del Corpinnat

Lutto nel mondo del vino spagnolo per la morte di Pere Llopart i Vilarós, scomparso martedì 1 dicembre all’età di 91 anni. Da presidente di Celler Llopart, ha contribuito al rilancio di una delle aziende simbolo del mondo del Metodo classico spagnolo, prima all’interno della denominazione Cava e negli ultimi anni nel brand collettivo Corpinnat, riconosciuto dall’Ue per il rigido disciplinare di produzione.

In occasione di una visita di WineMag.it nel Penedés, lo scorso anno in Contrada de Sant Sadurni a Ordal, a Els Casots, non lontano da Barcellona, Pere Llopart i Vilarós commentava così gli ultimi anni di attività di una cantina ormai nella storia delle “bollicine” spagnole: “No soy un revolucionario. Esta no es una revolución. Es evolución”.

Non sono un rivoluzionario. Questa è non è una rivoluzione. È evoluzione”

A dare l’annuncio della morte del padre sono stati i figli, in un toccante messaggio affidato ai social: “Pere, la tua spinta, lo sforzo e la coerenza saranno sempre con noi. Ci prenderemo cura della tua eredità. E seguiremo le tue orme con l’amore che ci hai sempre dimostrato”.

Cordoglio è stato espresso anche dal Corpinnat: “La famiglia Corpinnat si unisce al dolore della famiglia Llopart per la morte del padre e del fondatore della cantina. Pere Llopart i Vilar è stato un uomo onorevole, laborioso, costante, fedele e impegnato a valorizzare la sua terra. Ecco come vorrebbe essere ricordato. Rip”.

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degustati da noi news news ed eventi vini#02

Cinque spumanti per Natale dalla Top 100 migliori vini italiani WineMag.it

Cinque spumanti per Natale dalla Top 100 Migliori vini italiani 2021 di WineMag.it, la Guida Vini edita dalla nostra testata indipendente, grazie a un rigoroso blind tasting.

  • Alta Langa Docg Brut 2014 “Cuvée Leonora”, Cascina Bretta Rossa
    Un vero e proprio vino di terroir, ottenuto da uve Pinot Nero e Chardonnay, allevate a 400 metri sul livello del mare. Giallo paglierino, riflessi dorati. Perlage fine e persistente. Note di frutta matura, mineralità calcarea, piacevole freschezza. Armonico in bocca, chiude su una leggera vena amaricante.
  • Vsq Metodo classico Nature “Ugo Botti”, Tenuta la Vigna
    Guarda un po’ che succede (di molto bello, s’intende) a un passo dalla Franciacorta. Lo Champenoise di Tenuta la Vigna si presenta di un giallo paglierino con rifessi dorati. Perlage molto fine e molto persistente. Nota di pasticcera classica dello Chardonnay, a far da sottofondo ad agrumi e frutti perfettamente maturi. Chiusura su sale e liquirizia netta. Bello il profilo calcareo, che regala un sorso asciutto. Una perla, in una gamma più che mai completa.
  • Vsq Metodo classico Blanc de Blancs Extra Brut, Monsupello
    La maison dell’Oltrepò pavese tiene alta la bandiera del territorio con uno Champenoise di pura classe, ottenuto da uve Chardonnay in purezza. Giallo paglierino, riflessi dorati. Perlage molto fine e molto persistente. Al naso tocco di liqueur, poi gelsomino, frutto maturo, esotico. Centro bocca salino e cremoso, dritto e freschissimo. Gran chiusura su note di crema pasticcera.
  • Lessini Durello Doc Riserva 2016 Pas Dosè, Dal Maso
    Non sbaglia un colpo la cantina Dal Maso, che ha scelto di scendere in campo nella sfida degli spumanti Metodo classico base Durella. Carattere ed estrema gastronomicità per questo spumante che racconta bene l’annata.
  • Asolo Prosecco Superiore Docg 2019 Extra Brut, Tenuta Amadio Rech Simone
    Uno spumante di grandissima stoffa, ottenuto da vecchie viti. Perlage fine e molto persistente. Naso burroso, tocco di lievito e note di ananas, banana, papaia. Ingresso di bocca minerale, per poi ritornare su un frutto pienissimo e perfettamente maturo anche nel lungo finale, fresco e preciso. Il perlage ‘lavora’ benissimo sulla frutta matura, conferendo cremosità assoluta. La gemma in una gamma completa, di altissimo livello. Azienda da tenere in assoluta considerazione nel panorama di Asolo e del Prosecco Superiore.

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Dalla Ribolla al Pinot Nero: 18 vini fermi e spumanti del Friuli diventano Dop

Friuli Dop e Friuli Venezia Giulia Dop, con le rispettive traduzioni in sloveno “Furlanija” e “Furlanija Julijska krajina“, sono state iscritte nel registro europeo dei vini a Denominazione di origine protetta (Dop). L’atteso via libera è arrivato il 13 novembre, attraverso la pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale dell’Unione europea del Regolamento di esecuzione Ue 2020/1680 del 6 novembre 2020, in riferimento all’articolo 99 del regolamento Ue 1308/2013 del Parlamento e del Consiglio europeo.

La tutela delle nuove Dop potrà essere riservata ad alcuni vini fermi e frizzanti originari delle provincie di Pordenone, Gorizia, Trieste e Udine nel Friuli Venezia Giulia. Un’area importante per la viticoltura italiana, con le prime tracce comprovate già a partire dall’VIII secolo a.C.

In particolare, nella Dop della Regione Friuli Venezia Giulia sono state inserite 18 tipologie di vini e spumanti: Bianco friulano, Ribolla gialla Spumante Metodo italiano (Charmat) e Spumante Metodo classico, Verduzzo, Riesling, Chardonnay, Traminer, Malvasia, Pinot bianco, Pinot grigio, Pinot nero, Cabernet Franc, Cabernet Sauvignon, Merlot e Refosco dal Peduncolo Rosso. I vini friulani si uniscono così ad altri 1174 vini Dop già tutelati dall’Ue.

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Monsupello Blanc de Blancs: sfida allo Champagne e dedica a mamma Carla

Saggezza, tenacia, tecnica, emozione. In una parola Monsupello Blanc de Blancs, il nuovo Metodo classico Extra Brut della storica maison di Torricella Verzate (PV). Un’etichetta che condensa la storia centenaria degli eredi di Carlo Boatti e Carla Dallera. E accende la luce sull’Oltrepò pavese del presente e del futuro, sempre più casa dello spumante italiano di gran qualità. Che non teme confronti. Neppure con i francesi della Champagne.

La presentazione del Monsupello Blanc de Blancs – in vendita da questa mattina a 30 euro più Iva – è avvenuta ieri al Castello di San Gaudenzio di Cervesina (PV). Un elegante Albergo Ristorante che dal giorno dell’inaugurazione – avvenuta il 16 dicembre 1977 – brinda con le bollicine oltrepadane della cantina fondata dal compianto Boatti.

La location perfetta per un Metodo classico base Chardonnay di classe assoluta, che ha già fatto incetta di premi dalle maggiori guide enologiche italiane. Inserito nella Top 100 Migliori Vini italiani di WineMag.it, è stato premiato anche da Gambero Rosso e Slow Wine e inserito nella “Top 25” vini italiani del Merano Wine Festival 2020, notizia data ieri dal patron della kermesse altoatesina, Helmuth Köcher.

“Dedico questo spumante a mia madre Carla”, ha commentato un commosso Pierangelo Boatti, insieme alla sorella Laura Boatti: “Questo Metodo classico – ha aggiunto – è la risposta alla sfida lanciataci da alcuni amici e colleghi italiani e francesi, che hanno voluto metterci alla prova con lo Chardonnay, uvaggio tipico in Champagne adottato per la prima volta in purezza da Monsupello, da sempre fedele al Pinot Nero dell’Oltrepò pavese”.

Non a caso l’etichetta, a livello grafico, strizza l’occhio al noto brand di Champagne Salon, produttore di Mesnil sur Oger, Grand Cru della Côte des Blancs. Tinte verde scuro e scritte oro, a richiamare una sfida accettata a tutto tondo. Dal concept al calice.

“Lo Chardonnay non è una novità assoluta per Monsupello – ha precisato l’enologo Marco Bertelegni – dal momento che le stesse uve, provenienti dalla vigna Montagnera, sono da sempre impiegate per completare la cuvée composta al 90% dal Pinot Noir, nel Brut e nel Nature”.

In particolare, la vigna con esposizione a Est, situata di fronte alla sede aziendale, presenta piante con età media compresa fra i 25 e i 30 anni. Il 60% del vino base è d’annata e vinificato in acciaio, mentre il restante 40% affina in barrique usate, scelte per completare e arricchire la verve dello Chardonnay più giovane.

La prima sboccatura del Metodo Classico Blanc de Blancs di Monsupello (novembre 2019) ha riposato sui lieviti 50 mesi. Ne seguiranno altre, sino a un massimo di 70, 80 mesi, come nel caso della Cuvée Ca’ del Tava.

“L’Oltrepò pavese – ha ricordato nel suo intervento Carlo Veronese, direttore del Consorzio Tutela Vini locale – è uno dei pochi territori dove vengono bene praticamente tutte le uve”.

“Quello che manca – ha aggiunto – è riuscire a essere come Monsupello, unica azienda oltrepadana veramente conosciuta in tutta Italia e non solo. È arrivato il momento che anche altri colleghi facciano lo stesso, girando il mondo per rendere ancora più famoso l’Oltrepò”. Chi accetta la sfida?

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Approfondimenti

Monti Lessini, il futuro degli spumanti da Durella sotto la lente di ingrandimento

Si chiama “Caratterizzazione viti enologica dei Monti Lessini” il nuovo progetto iniziato dal Consorzio del Lessini Durello assieme all’Università degli Studi di Verona, per la profilazione dei vini ottenuti da Durella e destinati alla produzione di spumanti, in tutta la denominazione berico-scaligera.

Questo studio prevede l’analisi organolettica e chimica delle basi spumanti ottenute nelle varie zone della denominazione, che portano i nomi di Val Leogra, Monte di Malo, Arzignano, Chiampo, Agugliana, Trissino per la parte vicentina e Brenton, Duello, Piani, Calvarina, Madarosa, San Giovanni, Cattignano e Vestenanova per la parte veronese.

Vigneti che arrivano fino ai 600 metri di altitudine, spesso su versanti scoscesi e con terreno prevalentemente vulcanico. Importante quindi è studiare come i vari fattori pedoclimatici influenzano le caratteristiche di quest’uva che, sebbene sia conosciuta da centinaia di anni, sia ancora una bellissima sorpresa per la sua versatilità.

Non solo una fotografia del presente ma un vero e proprio viaggio dal passato al futuro. I risultati di quest’analisi verranno messi a confronto con lo stesso lavoro compiuto dal 2002 al 2005, concluso con la pubblicazione de “Il Durello le terre, le vigne, gli uomini: Zonazione viticola del Lessini Durello”.

Un’occasione unica per potere comparare e analizzare con precisione gli effetti del cambiamento climatico su una varietà la cui caratteristica primaria è la freschezza. Si tratta infatti di una delle uve del futuro per il mondo della spumantizzazione italiana.

Gli assaggi comparativi tra basi spumante verranno poi ripetuti con il vino dopo la seconda fermentazione, mentre all’Università di Verona è stato affidato il compito di analizzarlo dal punto di vista chimico per valutarne composizione e profilo aromatico. Ne uscirà quindi uno studio unico nel suo genere, che aprirà importanti scenari su questo vitigno e la zonazione, con l’obiettivo di valorizzarne le peculiarità e le differenze.

“Uno studio così elaborato ci darà tantissimi elementi per comunicare l’unicità del nostro vino – sottolinea Paolo Fiorini, presidente del Consorzio del Durello – la zonazione da un lato, con le altitudini e le influenze del suolo e dell’ambiente, il cambiamento climatico dall’altro che ha ingentilito il vitigno rendendo le basi più cremose, seppur con la straordinaria freschezza, sono fattori importantissimi per direzionare le scelte di caratterizzazione del vitigno. Questo aiuterà anche le aziende a dare la massima valorizzazione delle basi spumanti”.

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degustati da noi vini#02

Trento Doc Riserva 2008 “Cuvée dell’Abate”, Abate Nero

Siamo a Trento, per la precisione in località Sponda Trentina. È qui che si trova una piccola ma storica realtà, nata dalla passione di Luciano Lunelli e oggi condotta dalla figlia Roberta. Un segno di continuità forte, che dura da più di quarant’anni. Parliamo dell’azienda Abate Nero , di cui la “Cuvée dell’Abate” è l’etichetta di punta.

Sotto la lente di ingrandimento il millesimo 2008, proposto con la classica bottiglia “sciampagnotta”. L’uvaggio, 100% Chardonnay ed il lungo affinamento sui lieviti (80 mesi), mettono il timbro sulla carta d’identità di una  produzione totalmente artigianale.

LA DEGUSTAZIONE
Cuvée dell’Abate” 2008 si presenta di un bel colore giallo paglierino lucente. Il perlage è fine e persistente, di una continuità esemplare. Il naso è complesso: si distinguono in sequenza sentori floreali e fruttati. Tiglio, biancospino, mela golden matura, kiwi, un cenno di mango. Poi ricordi di miele, una gradevole tostatura e frutta secca.

L’ingresso di bocca è connotato dalla cremosità e avvolgenza del perlage, in un gioco prezioso con la freschezza, più che mai viva. I sentori risultano corrispondenti a quelli avvertite al naso. La finezza risponde alle attese di uno spumante Trento Doc pensato per il lungo affinamento sui lieviti.

Ottanta mesi che permettono alla “Cuvée” 2008 di Abate Nero di abbinarsi a piatti importanti e strutturati, sia di terra che di mare. Un Metodo classico ottimo da degustare anche da solo, in un calice più ampio del consueto, che permetta di apprezzarne al meglio la straordinaria complessità gusto-olfattiva.

LA VINIFICAZIONE
La vinificazione è tradizionale. La prima fermentazione delle uve Chardonnay avviene in acciaio e la rifermentazione in bottiglia secondo il Metodo Classico, con presa di spuma e lungo affinamento sulle lisi. In particolare, la sboccatura risale alla primavera 2019. La massima espressione della “Cuvée dell’Abate” 2008 si verificherà attorno al 2025.

Abate Nero produce complessivamente 50 mila bottiglie. Abbastanza per permettere alla “maison” trentina di collocarsi tra i migliori produttori di “Bollicine di Montagna” Trento Doc, con un’impronta da sempre orientata alle lunghe evoluzioni.

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Brut Metodo Classico Verdicchio Doc Riserva 2012 “Ubaldo Rosi”, Colonnara

Siamo ad Apiro e Cupramontana, nel cuore della zona classica di produzione del Verdicchio dei Castelli di Jesi, su terreni di origine marina, di medio impasto. Il motivo? La degustazione del Brut Metodo Classico Verdicchio Doc Riserva 2012Ubaldo Rosi” della cantina Colonnara.

Qui, grazie ad altitudini superiori ai 500 metri sul livello del mare, si ottengono uve con acidità elevate e pH molto bassi, perfette per la spumantizzazione. “Ubaldo Rosi” dell’azienda Colonnara è un metodo classico di sole uve Verdicchio, che con i suoi 60 mesi di affinamento sui lieviti si conferma ancora oggi un’eccellenza italiana.

LA DEGUSTAZIONE
Di colore giallo paglierino con riflessi verdolini presenta perlage finissimo e persistente. Al naso è intenso ed elegante. I richiami varietali del Verdicchio, come i fiori bianchi, precedono note di scorza d’arancia e rosmarino, per poi virare sulla crosta di pane e la piccola pasticceria.

Il sorso è fresco, secco e ben strutturato con buona corrispondenza retro olfattiva. La bollicina è sottilissima ed invoglia una beva già di per sé semplice per acidità e sapidità.Il finale è lungo e salino, tipico del vitigno.

“Ubaldo Rosi” è un Metodo classico che sorprende giovane, ma ancor di più se conservato qualche anno in cantina. Può accompagnare tranquillamente piatti di pesce in ogni declinazione.

LA VINIFICAZIONE
Le uve di Verdicchio utilizzate per la produzione del Metodo classico Brut “Ubaldo Rosi” vengono vendemmiate anticipatamente, per preservare i livelli di acido malico. Dopo pressatura e sfecciatura avviene la prima fermentazione, per ottenere il vino base a cui verrà aggiunta la liqueur de tirage.

L’affinamento sui lieviti, successivo alla presa di spuma per questa tipologia di vino dura 60 mesi. Per quanto riguarda la Riserva 2012, la sboccatura è stata effettuata nel febbraio del 2018.

Tutte le fasi di lavorazione, dal remuage alla sboccatura, vengono compiute manualmente. Prima della tappatura definitiva viene aggiunta la liqueur de expedition per ridosare gli zuccheri all’interno della bottiglia (Brut).

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I migliori assaggi a “Viva la Vite” 2020, rassegna dei vini artigianali di Pescara

Circa sessanta produttori nazionali ed internazionali hanno animato la due giorni di “Viva la Vite” 2020 all’ex Aurum di Pescara. La manifestazione, giunta alla terza edizione il 16 e 17 febbraio, ha l’obiettivo di “valorizzare i vini artigianali e naturali“. Spazio anche allo Champagne.

Organizzazione sempre più ricca, a cura dell’omonima Associazione Culturale pescarese “Viva la Vite”. Ottima la risposta del pubblico ai banchi di assaggio, ma anche alle conferenze e ai laboratori che hanno visto protagoniste etichette italiane ed estere.

I MIGLIORI ASSAGGI A VIVA LA VITE 2020

Montepulciano d’Abruzzo Doc Riserva 2015, Praesidium
Praesidium si conferma un punto fermo a livello regionale delle filiere naturali. L’azienda ha sede a Prezza (l’Aquila). Le sue coltivazioni sono esclusivamente biologiche per il tramite del sovescio e del favino. In degustazione il Montepulciano Doc Riserva 2015.

Dalla macerazione a contatto con le bucce delle uve Montepulciano d’Abruzzo e dal lungo periodo di maturazione nascono le Riserve, si tratta di vini rossi longevi e complessi. Il 2015 degustato, seppur ancora giovane, appare già ben delineato grazie alla vinificazione con fermentazione spontanea in botti di acciaio e macerazione di 12 giorni.

Affinamento di circa 24 mesi in botti di rovere di Slavonia. Ulteriori 6 mesi in bottiglia. Al naso profumi che ricordano la frutta rossa matura con note speziate e balsamiche. Al palato è un vino avvolgente, caldo, con tannino amalgamato nella massa e con un ottima persistenza. Sarebbe interessante degustarlo tra qualche anno.

Montepulciano d’Abruzzo Doc 2016, Amorotti
Azienda ubicata a Loreto Aprutino, notoriamente famosa per le celebri produzioni dell’azienda agricola Valentini. Caratteristica dell’azienda risiede nell’ utilizzo di soli cristalli di rame e zolfo, con esclusione di diserbanti e concimi chimici.

Abbiamo degustato la produzione di Montepulciano annata 2016. Alla vista il vino si presenta rosso rubino; e al naso invaso da chiari profumi di frutta rossa ben matura, riempie la bocca per la sua pienezza ed il suo corpo con evidenti sfumature fruttate e minerali. Un vino artigianale di grande prospettiva.

Cerasuolo d’Abruzzo Doc 2018, Nic Tartaglia
Azienda estesa per una decina di ettari presso Alanno (Pescara). Produzioni sincere e senza fronzoli, potremmo definirli “come natura crea”. In degustazione abbiamo scelto il Cerasuolo d’Abruzzo Doc vendemmia 2018.

Caratteristico il suo colore rosato di media intensità, al naso gradevoli note di frutta sia bianca che rossa, in particolare pesche ed amarene. In bocca di buona morbidezza ed intensità.

Si potrebbe ben accompagnare a preparazioni che prevedano anche l’utilizzo di pomodoro, ad esempio brodetti di pesce non molto elaborati del vastese oppure pizza.

Spumante Metodo classico Brut Nature Rosé Viktorija, Slavcek
Ci spostiamo virtualmente in Slovenia, su una produzione “Triple A”. Azienda condotta da Franc Vodopivec. Questo spumante viene realizzato con i vitigni Rebosco 90% e Merlot 10%. La macerazione per 6 ore con le bucce, fermentazione spontanea in contenitori di acciaio e affinamento negli stessi per 1 anno sulle fecce fini.

La vendemmia successiva avviene con rifermentazione in bottiglia con mosto fresco di Merlot proveniente dalla stessa vigna. Sboccato dopo circa 7/8 mesi con una piccola aggiunta dello stesso vino.

Un classico vino spumante rosato, dal naso marcatamente fruttato a tratti vinoso. In bocca il sorso è fresco e minerale. Lo immaginiamo di facile abbinamento con pesce, crostacei e salumi. Azienda che merita senz’altro una sosta.

Trebbiano d’Abruzzo Doc 2018, Azienda Agricola Santoleri
Siamo a Guardiagrele (CH), più precisamente in località Crognaleto, azienda ora diretta da Giovanni Santoleri che oltre alle produzioni vitivinicole cura anche delle eccellenti produzioni di farine ed oli. I cicli naturali della vigna sono alla base della filosofia per la realizzazione di ottimi vini.

Il Trebbiano d’Abruzzo doc 2018 degustato si presenta alla vista giallo paglierino ed al naso fruttato e floreale, si distingue in modo marcato l’acacia. In bocca il vino risulta sin da subito armonico e con una punta di sapidità non invadente. Un vino di corpo ed armonico reso elegante anche da una giusta freschezza.

Montepulciano d’Abruzzo Doc 2008, Azienda Agricola Santoleri
Altra produzione dell’azienda di Santoleri in rassegna a Viva la Vite 2020 di Pescara: sotto i riflettori il vitigno principe della regione, dodici anni trascorsi ma questo Montepulciano è ancora longevo.

Il suo colore rosso rubino invita ad una lunga bevuta, confermata in bocca grazie ad un gusto pieno, con un tannino ancora equilibrato e con alcuni piacevoli sentori conferiti dal legno, anticipati in precedenza all’olfatto, vaniglia su tutti.

Annata difficile quella 2008 a causa delle insistenti piogge ma che in tal caso ha messo in risalto tutte le potenzialità del nobile vitigno abruzzese. Una certezza regionale, da provare anche gli altri prodotti dell’azienda.

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Vini al supermercato

Coop voltafaccia dopo lo scandalo di Canneto: per la Bonarda, avanti i Colli Piacentini

EDITORIALE – In fondo, si tratta solo di guardare l’orizzonte e scegliere il versante della collina. Testa o croce. Oltrepò pavese o Colli Piacentini. Lo scandalo del vino contraffatto dalla Cantina sociale di Canneto Pavese e l’epic fail del “volantino del giorno dopo”, rischia di avere presto conseguenze evidenti sugli scaffali di Coop.

Secondo indiscrezioni di Vinialsuper, i buyer milanesi del colosso della Grande distribuzione sarebbero stati invitati a fare acquisti sui Colli Piacentini, piuttosto che in Oltrepò pavese. Anche lì, se non altro per questioni di prossimità (geografica e ampelografica) si producono Bonarda e altre tipologie di vini (come il Barbera) spesso in promozione nei supermercati Coop e vitali per il eno-giro d’affari dell’insegna.

Un segnale forte, dunque, quello che potrebbe arrivare dopo lo scandalo di Canneto. La cantina sociale, di fatto, è una delle cooperative vitivinicole interessate dal progetto “Assieme” di Coop.

Se confermata, l’indiscrezione sulle scelte d’acquisto confermerebbe la scarsa propensione di varie insegne della Grande distribuzione ad investire realmente nei territori a maggiore vocazione vitivinicola italiana, come l’Oltrepò pavese. Un’occasione persa, dunque, dopo un’inchiesta utile a far piazza pulita da tante “mele marce”.

D’altro canto, il binocolo di Coop puntato sui Colli Piacentini è un elemento che conferma la grande crescita qualitativa della provincia emiliana. Lo dimostra la (coraggiosa, diciamo noi) scelta di Vinialsuper di premiare come “Miglior cantina Gdo” la cooperativa Valtidone, per la qualità media dei vini presenti in Gdo e per i rivoluzionari progetti destinati all’Horeca, come quello della linea “50 Vendemmie“, riservato alle vecchie viti.

Crescono, i Colli Piacentini, anche nell’Horeca. E proprio nei segmenti più concorrenziali con l’Oltrepò pavese. Il riferimento è agli spumanti Metodo Classico, base Pinot Nero: un vitigno che trova a casa dei vicini oltrepadani la vera patria, ma che i piacentini stanno interpretando sempre meglio, in vigna e in bottiglia.

Merito – anche – dell’expertise di enologi nati, cresciuti e formatisi in prestigiose realtà oltrepadane. È il caso di Francesco Fissore (nella foto, a destra) enologo di Cantina Valtidone, giunto nel piacentino dopo l’incarico in La Versa. Provare per credere le ultime “bollicine” di Valtidone, per comprendere come la cantina abbia svoltato, sul fronte dei Martinotti e – ancor più – del Metodo classico.

L’eventuale “voltafaccia” di Coop all’Oltrepò pavese va dunque ben contestualizzato, per essere compreso appieno. Da un lato, gli scandali oltrepadani non premiano un territorio che merita moltissimo ben oltre il vino, coi suoi paesaggi mozzafiato e le sue colline che non hanno nulla da invidiare alle Langhe e alla Toscana, col vantaggio di essere a mezzora da Milano (traffico e vie di comunicazione permettendo).

Dall’altro c’è una provincia, quella di Piacenza, che sta crescendo tanto e bene, soprattutto in termini di credibilità, sia nell’Horeca sia in Gdo. E, curiosità: la discriminante non è il Consorzio di Tutela Vini, pressoché inesistente da anni sui Colli Piacentini. Un’assenza colmata dall’iniziativa di privati e cooperative virtuose, come Valtidone. Chi vivrà, vedrà. Cin, cin.

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Vini al supermercato

Alta Langa Docg Dosaggio zero Trentamesi, Cantine San Silvestro

(5 / 5) Vendemmia 2014, sboccatura 2019. Da Iper, La grande i, il Metodo classico Alta Langa Docg Trentamesi di Cantine San Silvestro di Novello (CN). Un dosaggio zero ottenuto da uve Pinot Nero (70%) e Chardonnay (30%). Interessante il prezzo: 14,90 euro, ridotti a 8,90 per smaltimento delle giacenze.

LA DEGUSTAZIONE
Bel giallo paglierino con riflessi dorati, alla vista. Il perlage è sottile e persistente. Il naso risulta generoso, tra sentori di lisi e di frutta matura, candita: più biscotto e brioche che crosta di pane, pesca a polpa gialla, arancia, nocciola e un tocco fumè. Non mancano risvolti floreali, freschi come gli accenni di talcati.

In bocca, il Trentamesi di San Silvestro sfodera una buona verticalità, abbinata a ritorni di frutta matura. Il perlage, cremoso, non risulta invadente e contribuisce a chiamare il sorso successivo, unitamente alla buona corrispondenza col naso al finale asciutto.

In definitiva, un Metodo Classico Alta Langa Docg di buona fattura, perfetto per chi ha intenzione di avvicinarsi alla preziosa denominazione spumantistica piemontese, capace di garantire ottime etichette qualità prezzo anche in enoteca (qui i migliori assaggi Horeca di WineMag.it).

Quanto all’abbinamento, l’Alta Langa Docg di Cantine San Silvestro si presa alla perfezione ad accompagnare piatti di crostacei e di pesce. Uno spumante ottimo a tutto pasto, dall’aperitivo ai secondi delicati.

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La Versa riparte con gruppo Francoli: un milione di bottiglie di Metodo Classico

Siglato in Oltrepò pavese l’accordo tra la storica cantina La Versa e il gruppo Francoli, azienda leader della distillazione e nella commercializzazione di prodotti vinicoli. La firma, che arriva dopo il termine dell’avventura con i trentini di Cavit, è avvenuta nelle ore scorse presso la sede della cantina oltrepadana. Obiettivo: produrre un milione di bottiglie di Metodo Classico dell’Oltrepò pavese in più.

La sigla in calce al contratto è stata posta dai presidenti di La Versa, Andrea Giorgi e dell’azienda Francoli, Alessandro Francoli. Il gruppo piemontese si occuperà della distribuzione in esclusiva dei prodotti della cantina di Santa Maria della Versa nel canale Horeca, su tutto il territorio nazionale. L’azienda, in accordo con La Versa, mette in campo un esercito commerciale di un centinaio di agenti che si muoveranno su tutta la penisola.

“E’ ormai acclarato – spiega il presidente Andrea Giorgi di La Versa – che la politica aziendale è radicalmente cambiata dal 2017, anno del nostro insediamento, ad oggi. Questo accordo segna una svolta per il futuro di questa realtà che ritornerà, dopo l’assemblea di inizio febbraio, un patrimonio dell’Oltrepò Pavese con l’acquisizione da parte di Terre d’Oltrepò delle quote di Cavit”.

Il gruppo Francoli rappresenta un nuovo percorso, abbiamo trovato in questo accordo un valore aggiunto per il nostro mondo commerciale perché abbiamo la certezza che ci siamo affidati ad un’azienda leader. Questo passo rappresenta un cambio epocale perché ci consentirà una distribuzione capillare dei nostri prodotti su tutto il territorio nazionale con una forza commerciale mai vista prima”.

Piena soddisfazione anche per il direttore di La Versa, Massimo Sala. “Il cambio di mentalità auspicato da tutti – spiega –  si sta concretizzando con una serie di operazioni commerciali che ci vedranno protagonisti, in accordo con importanti partner, sia nell’ambito GDO, sia in quello dell’Horeca con il gruppo Francoli”.

Oggi si aggiunge un altro importante tassello nella rivalutazione del brand La Versa che tornerà presto ad essere il faro della viticoltura oltrepadana. Oggi è difficile parlare di cifre perché il primo passo sarà quello di rodare la collaborazione, ma siamo intenzionati a mettere sul mercato nel 2020 circa un milione di bottiglie di Metodo Classico in più”.

“L’alleanza con Francoli significa mettere a diposizione di La Versa la migliore rete di vendita in Italia; dovete pensare che la sinergia con l’azienda piemontese è nata in pochi minuti di conversazione a testimoniare la bontà dell’operazione che nasce sotto le migliori premesse”, conclude Sala. Soddisfatto anche il presidente del gruppo Francoli che ha studiato a Pavia e che ricorda come il marchio La Versa fosse un emblema nel mondo del vino.

“E’ un onore – spiega il patron Alessandro Francoli – collaborare con una cantina che ha fatto la storia italiana della spumantistica. E lo è ancor di più in quanto questa dirigenza è riuscita a risollevare da un periodo di stagnazione un brand che deve essere il faro dell’intero territorio”.

“Mettiamo in campo una forza commerciale di circa 100 agenti che si occuperanno dell’intero territorio nazionale. Siamo convinti che la strada giusta sia stata intrapresa, ora non ci resta che lavorare sodo”, aggiunge.

L’accordo con il gruppo Francoli arriva alla vigilia dell’acquisizione totale da parte di  Terre d’Oltrepo di La Versa (l’assemblea dei soci è in programma nella prima decade di febbraio) e del lancio delle dieci etichette della Selezione Riccardo Cotarella, realizzate con le uve dei soci che hanno aderito al “Progetto qualità”.

Usciranno solo con il marchio “La Versa”, curate dall’importante enologo italiano. Nel 2020 debuteranno anche il Testarossa in versione Cruasè e Blanc de Blanc e i nuovi Charmat (Pinot nero, Riesling, Moscato, Rosè).

“Abbiamo lavorato sodo – chiosa il presidente Giorgi – per arrivare concretamente quest’anno sul mercato con dei vini di massima qualità come i nostri spumanti e la selezione firmata da Cotarella. Gli sforzi, in tutti i settori, sono stati notevoli ma siamo convinti che il piano industriale ormai delineato sia quello della crescita economica, quello della qualità in cantina e quello che garantisce ai soci una remunerazione maggiore. Abbiamo attuato una vera rivoluzione”.

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La notte degli alambicchi accesi 2019: cinque distillerie da non perdere in Trentino

Santa Massenza, piccola frazione di Vallelaghi. Pochi chilometri da Trento, a destra dell’Adige, lungo la strada che attraversa la splendida Valle dei Laghi e conduce al lago di Garda. Poco più di 150 abitanti e 5 distillerie. Un fazzoletto di terra chiuso fra i vigneti ed il lago di Santa Massenza che custodisce la tradizione della distillazione artigianale. È qui che ogni anno va in scena la “La notte degli alambicchi accesi“.

Una manifestazione, organizzata con la collaborazione di Strada del Vino e dei Sapori del Trentino e Trentino Marketing, che fonde insieme teatro ed enoturismo svoltasi in questo 2019 dal 6 all’8 dicembre. Francesco Poli, Casimiro, Giovanni Poli, Maxentia, Giulio e Mauro Poli sono i produttori protagonisti.

Ci vuole più tempo a pronunciare i loro nomi che a recarsi a piedi da una distilleria all’altra. Centimetri che non impediscono, ad ognuna, di esprimersi con estrema identità. Tutte distillerie che “derivano” dall’attività di viticultura e “dall’esser vignaioli”. Tutte con un unico comune denominatore: la Nosiola.

L’unico vitigno autoctono trentino a bacca bianca trova qui il suo areale d’elezione. Quel vitigno che sfruttando i venti locali (il Pelér e l’Ora) da vita ad un passito fragrante e profumato, il Vino Santo, da in realtà anche ottimi vini fermi, basti pensare alla versione “col fondo” della distilleria Francesco Poli.

Ma non solo. Le vinacce della Nosiola sono alla base delle grappe delle Valle dei Laghi. Talvolta in purezza e talvolta in taglio con altri vitigni. Talvolta bianca, talvolta invecchiata.

Ecco quindi tornare, ancora una volta, Distilleria Francesco Poli che nelle parole di Alessandro spiega la necessità di “tutelare la biodiversità trentina” attraverso i vini da Nosiola, il Vino Santo, e la grappa di Nosiola e di Schiava (altro vitigno trentino, stavolta a bacca rossa).

Graziano, presso Giovanni Poli, invita all’assaggio di una mini verticale. Grappa di Nosiola 24 mesi sorprende con una freschezza mentolata. Grappa di Nosiola 36 mesi è più morbida ed avvolgente. Grappa di Vino Santo rimanda alla frutta secca ed alle note sapide.

Dalle mani di Bernardino Poli (Casimiro) escono vini freschi e piacevoli non solo da Nosiola ma anche una Schiava Rosè ed un bianco da Piwi (Solaris, Johanniter, Bronner) profumato e tropicale. Le grappe invecchiate sono morbide mentre le bianche tendono a marcare la nota “verde” tipica della grappa tradizionale.

Mauro, di Giulio e Mauro Poli, presenta una grappa di Schiava e Nosiola dritta e verticale, cosi come la Grappa Maxentia che fa dell’immediatezza il suo biglietto da visita.

MASO NERO

Ben fuori dalla Valle dei Laghi, a Grumo frazione di San Michele all’Adige, in piena Piana Rotaliana, ha sede un’altra importante realtà della distillazione artigianale: l’Azienda Agricola Zeni, guidata da Rudy e dal padre Roberto.

Sintetizzare Zeni con una Grappa è quantomeno riduttivo. Zeni è un’azienda vinicola certificata bio dal 2011. Oltre 12 ettari vitati che danno vita a circa 120.000 bottiglie anno suddivise in 13 etichette di vini fermi e 3 etichette di Trento DocMaso Nero” (dal nome del maso nelle cui cantine riposa il metodo classico).

Zeni è una distilleria da 12.000 bottiglie anno suddivisa in 8 etichette. Grappe bianche affinate un anno in acciaio e grappe invecchiate in oltre 200 barrique finanche a 15 anni.

Zeni è anche Nero Brigante. Birra artigianale (al momento in gamma un Blanche, una Vienna ed una Golden Ale) ad alta fermentazione che utilizza i lieviti del Metodo Classico.

Espressioni di Teroldego in acciaio e legno, entrambe identificative di un territorio e di uno stile. Una Nosiola “vinificata in rosso” per estrarre il più possibile dalle bucce ed affinata per un mese in legno che racconta l’aromaticità del vitigno.

Trento Doc Rosè, 60% Pinot Nero 40% Chardonnay, profumato e croccante. Trento Doc Pas Dosè, 100% Pinot Bianco, ricco e rotondo nasconde la sua viva acidità fino alla chiusura, leggermente amaricante, del sorso.

Grappe da Teroldego. La 12 anni, vendemmia 2004, conquista con eleganza ed un ottimo bilanciamento fra varietale e legno. La Grado pieno, 59%, vendemmia 2001, è potente ma l’alcool non disturba ed in bocca sviluppa un ventaglio di aromi degna di distillati esteri più blasonati.

LA GRAPPA TRENTINA OGGI

Tutelata sin dal 1960, data di fondazione dell’Istituto di Tutela, la Grappa Trentina è oggi uno dei fiori all’occhiello della distillazione Italiana. Un disciplinare ferreo che limita tanto la zona di produzione (alla sola Provincia di Trento) quanto i tempi di distillazione (che deve concludersi entro il 31 dicembre per garantire la freschezza delle vinacce).

Ad oggi sotto il marchio di tutela Grappa del Trentino IG o Grappa Trentina IG viene prodotta circa il 10% dell’intera produzione nazionale. Grappe dalle sfumature diverse a seconda della sottozona, dei vitigni utilizzati e della mano del distillatore. Perché, ancora oggi, distillare è un’alchimia di scienza ed esperienza.

A fare il punto sulla Grappa Trentina oggi è Mirko Scarabello, presidente dell’Istituto di Tutela. Nelle sue parole emerge il quadro di un prodotto che ha retto bene agli scossoni del mercato dell’ultimo decennio, dato dal calo generale del consumo di alcolici dato dalla crisi e dai maggiori controlli sulle strade.

La Grappa Trentina ha resistito grazie alla sua qualità in un momento storico che ha fatto “pulizia” di molti prodotti non eccelsi e ad oggi vede un graduale recupero di mercato. Mercato che si sta aprendo sempre più verso il sud Italia in regioni che si scoprono amanti delle buona grappa.

Quote di mercato rosicchiate agli altri competitor nazionali, in primis grappe Piemontesi e Venete, che spesso faticano a tenere il passo qualitativo della Grappa del Trentino pur spuntando, a volte, prezzi più alti sul mercato.

Quote di mercato che ancora non si riesce a sottrarre ai distillati esteri quali Whisky, Rum e Cognac forti non solo di una fama ed una tradizione difficile da scalzare, ma anche di una tipologia di consumo diversa.

Ecco quindi l’idea di proporre la Grappa anche come ingrediente nella Mixology, ad esempio attraverso la collaborazione e le creazioni del bartender Leonardo Veronesi (già incontrato da Winemag durante la nostra visita in Marzadro) per favorirne sempre più la conoscenza e la diffusione fra i consumatori più attenti.

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Oltrepò pavese: Castello di Cigognola riparte dal Metodo Classico base Pinot Nero

Se il petrolio avesse le bolle (fini) sarebbe Pinot Nero. E l’Oltrepò pavese l’Arabia Saudita del Metodo classico italiano, coi suoi 3 mila ettari da trivellare. Lo sa bene Gabriele Moratti, figlio di Gian Marco e Letizia, a capo della holding Stella Wines. È grazie al rampollo della Saras che la cantina boutique Castello di Cigognola – dal nome del maniero acquistato dai Moratti nel 1982, con annessi 36 ettari di terreni, di cui 28 vitati – vuol tornare oggi a dire la sua, nel mondo degli Champenoise italiani.

“L’aspirazione – chiarisce il Ceo di Stella Wines, Gian Matteo Baldi – è competere a livello internazionale nel mondo del Metodo classico, partendo dalla consapevolezza di trovarci in un territorio particolarmente vocato, come l’Oltrepò pavese. Del resto, il dominio assoluto dello Champagne è un retaggio del passato. E, a nostro avviso, l’Italia non si è ancora espressa al massimo del suo potenziale”. È di poche parole, invece, Gabriele Moratti.

“Quasi astemio” ma col senso del buono, ammette di aver fatto sua quella massima di Confucio che dice: “Se sei la persona più intelligente della stanza, sei nella stanza sbagliata”. Per questo, per il rilancio di Cigognola, ha voluto al suo fianco Gian Matteo Baldi, ex Terra Moretti. Nessun bisogno di traslocare dalla stanza con vista Oltrepò, per lanciare la sfida di Cigognola al Metodo classico internazionale.

Tre le etichette presentate all’ora di pranzo, in centro a Milano, allo Spazio Niko Romito di Galleria Vittorio Emanuele II, vista Duomo. Si tratta della Moratti Cuvée dell’Angelo Pas Dosé 2012, della Moratti Cuvée ‘More Pas Dosé S.A. e della Moratti Cuvée ‘More Brut S.A.

Un triangolo di Oltrepò pavese Docg Metodo classico Blanc de Noirs – dunque Pinot nero vinificato in bianco – messi a confronto alla cieca con due Champagne (L’Ouverture di Frederic Savart e L’Audace di Pierre Garbais) e uno Sparkling Wine inglese (la Classic Cuvée di Nyetimber).

Una batteria da 6 nella quale gli spumanti di Castello di Cigognola hanno fatto un’ottima figura. Su tutti spicca la performance della Cuvée dell’Angelo 2012: sboccata di recente, ancora un po’ spigolosa, ma nettamente in grado di far comprendere le straordinarie potenzialità del Pinot Nero dell’Oltrepò.

“Rispetto a territori come la Champagne, che stanno pagando pegno dal punto di vista dei cambiamenti climatici – commenta Gian Matteo Baldi – nel pavese abbiamo il vantaggio di una arrivare a una perfetta maturazione fenolica, fondamentale per un Metodo classico di qualità”. Le scelte, in cantina, sono state drastiche.

“L’enologo Riccardo Cotarella – spiega Baldi a WineMag.it – ha seguito per qualche anno l’azienda ma ha preferito non far parte di un progetto dove le responsabilità fossero condivise fra tante persone, come deciso da Gabriele Moratti quando ha preso il timone di Castello di Cigognola”.

Una vera e propria “svolta generazionale” – per dirla con Baldi – che non ha però coinvolto l’enologo storico della maison oltrepadana, Emilio De Filippi, rimasto di fatto al suo posto.

E che, anzi, ha portato in Oltrepò un personaggio di grande rilievo per il Pinot Nero italiano: Federico Staderini, primo direttore di Ornellaia e deus ex machina di Podere Santa Felicita, cantina incentrata proprio sul Noir, sulle colline di Arezzo (“Cuna” è l’etichetta da assaggiare).

“Il concetto nuovo, nell’ambito della gestione delle risorse del personale – spiega ancora Gian Matteo Baldi – è quello di unire figure di grande esperienza ad altre più giovani, che cresceranno in azienda, senza più parlare di un enologo che rappresenti totalmente lo stile”.

Staderini, non a caso, segue solo il progetto di Castello di Cigognola legato al Pinot Nero vinificato in rosso. “Una persona di grande esperienza – commenta il Ceo di Stella Wines – che può essere di grande supporto ai nostri ragazzi. Troveremo magari anche qualcuno che possa affiancare De Filippi nel progetto legato al Metodo Classico. Abbiamo abbandonato l’idea di un enologo totalizzante“.

Altro nodo da sciogliere, in un territorio frammentato come l’Oltrepò pavese, è quello dell’adesione al Consorzio di Tutela. “Preferirei un no comment – risponde Baldi, interrogato sull’argomento da WineMag.it – ma se devo dire la mia, l’idea è che per tirare il fuori il talento, in questo territorio, ci sia bisogno di un grande lavoro”.

“La mia impressione è che in Italia l’individualismo sia ancora un elemento trainante – continua il Ceo di Cigognola – ma se ognuno si impegna a ottenere grandi risultati, con grande determinazione, ritrovandosi con quattro o cinque che condividono gli stessi obiettivi, le stesse spese e le stesse opportunità, è anche più facile”.

Castello di Cigognola verso un Club modello Corpinnat nell’area del Cava, accanto ad aziende come Monsupello o Conte Vistarino? Ipotesi che, al momento, pur senza conferme ufficiali, pare convincere la dirigenza.

“Con le due aziende citate abbiamo certamente parlato – conferma Baldi a WineMag.it – trovandoci molto allineati. Del resto, un Consorzio deve inglobare gli interessi di tante parti. Tra produttori simili è più facile trovare una comunità d’intenti”. Quel che è certo è che l’Oltrepò della qualità, da oggi, ha una nuova cantina protagonista.

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Ecco Merotto Space: una finestra sulle colline del Prosecco Unesco

Dopo più di quarant’anni di attività, Merotto ha inaugurato sabato 7 settembre il “Merotto Space“. Una vera e propria finestra sulle colline del Prosecco Superiore di Conegliano Valdobbiadene, divenute patrimonio Unesco.

Non solo un punto vendita, ma uno spazio in cui accogliere i visitatori, enoturisti, winelover e clienti abituali, in modo informale e coinvolgente. Merotto Space, a Col San Martino (TV), nasce in una vecchia casa contadina in pietra locale, risalente a circa 200 anni fa.

Un progetto di recupero in linea con la direttiva della Regione Veneto, che non prevede nuove edificazioni nell’area ma una riconversione e riqualificazione di strutture già esistenti: le tipiche case coloniche tradizionalmente composte da un unico ambiente in cui abitazione, stalla e fienile erano integrati in un unico edificio.

IL MEROTTO SPACE
Una struttura collegata alla storica cantina di vinificazione, attraverso un sentiero di poche centinaia di metri, che attraversa le vigne. Al piano inferiore un piccolo ma completo show room e un angolo adibito a wine bar. Luogo dal design minimal e pulito, in cui conoscere ed acquistare i prodotti aziendali.

Al piano superiore una grande sala degustazione e ricevimenti; un ambiente unico e spazioso con grandi vetrate ai lati in cui la vista apre sulle colline vitate italiane che danno vita allo spumante italiano più bevuto al mondo. Un unicum visivo in cui il “dentro” ed il “fuori” si fondono coinvolgendo il visitatore a 360 gradi.


È Graziano Merotto, patron e fondatore dell’azienda, a fare gli onori di casa e ad introdurre alla degustazione delle etichette della cantina. Sguardo sereno, sorriso appena accennato, ma nel quale leggi grande apertura d’animo.

Mani grandi, dalla stretta possente ma accogliente. Una storia che parte da lontano la sua, legata al territorio come le radici di quelle viti che fanno l’occhiolino da sotto la pioggia.

Diploma alla Scuola Enologica di Conegliano e una avventura che inizia nel 1972, quando Graziano Merotto fonda la sua cantina, anche se l’amore per la terra gli era già stato trasmesso tempo addietro, dal nonno Agostino.

Già l’anno seguente, nel 1973, l’acquisto di un appezzamento, la Particella 86, ancora oggi fiore all’occhiello dell’azienda. Anni a produrre vini col fondo a rifermentazione naturale in bottiglia, rigorosamente da uve Glera, fino all’introduzione, nel 1979, della prima autoclave in azienda.

Sempre con un obiettivo, allora come oggi – ci tiene a precisare Graziano Merotto – che è quello di fare un prodotto di una certa qualità…”

Un totale di 600 mila bottiglie annue, divise fra le varie etichette commercializzate al 70% sul mercato italiano. L’estero si concentra in Europa, Stati Uniti e Russia con una recente apertura verso Giappone e Messico.

Trenta ettari, suddivisi in 9 località differenti (tutte collinari), croce e delizia di questa realtà come dice Mark Merotto enologo della cantina. La fortuna di poter vinificare da areali diversi, la sfortuna di non poter gestire tutto in un’unica soluzione.

Alle uve di proprietà si affiancano quelle acquistate dai conferitori, seguiti dallo stesso perito agrario per garantire uniformità qualitativa. Parlare con Mark è un modo per conoscere non solo la realtà di Merotto ma anche le differenze e le sfumature di un territorio spesso non compreso fino in fondo dal consumatore.


Diventa così chiaro come forse sarebbe più corretto parlare “dei Prosecchi” più che “del Prosecco“. Perché sono profonde le differenze fra le uve e i vini prodotti in pianura e quelli prodotti nell’area collinare e prealpina (quella ormai famosa come patrimonio Unesco).

Differenze legate a terreni, clima, età delle viti, tecniche di coltivazione e raccolta. Differenze fondamentali che generano, inevitabilmente, vini diversi. Non solo macro differenza fra collina e pianura, ma anche micro differenze fra i vari mappali in collina.

Ecco quindi la scelta di Merotto di vinificare separatamente per zona di provenienza delle uve. Macerazione pellicolare direttamente in pressa per evitare l’intervento di organi meccanici, decantazione statica e 30 ora di ossidazione.

Il tutto alla ricerca della pienezza del frutto e dei suoi sentori. Differenze di terroir, tecniche di vinificazione e scelte produttive che ci attendono al varco perchè, al solito, è “il calice” ad avere l’ultima parola.

LA DEGUSTAZIONE
Valdobbiadene Prosecco Superiore Docg Brut 2018 “Integral”. Ultimo nato in casa Merotto, presentato a Vinitaly 2019, rappresenta la sfida delle cantina nel voler produrre un Prosecco dallo scarsissimo residuo zuccherino: solo 2,7 g/l, praticamente un Pas Dosè. Integaralmente Glera da un unico vigneto di oltre 40 anni, fermentazione in autoclave di 60 giorni ed ulteriori 120 giorni di permanenza sui lieviti per cercare struttura anche in assenza di zuccheri aggiunti.

Paglierino e brillante ha naso fresco e floreale ma è in bocca che da il meglio di se dove si dimostra più ricco e generoso. Perlage piacevole, quasi croccante, un buon retro nasale di frutti bianchi ed un chiusura sapida e minerale che le rendono pericolosamente beverino.

Valdobbiadene Prosecco Superiore Docg Brut “Bareta”. Espressione Brut (8 g/l) della gamma Merotto prende il nome da un nomignolo locale, essendo “Merotto” un cognome assai comune in zona. Si presenta delicato al naso con note di fiori bianchi ed un piacevole fruttato di mela verde. Sapido e ben equilibrato, aromatico quanto basta, è una bolla che può trovare piacevole collocazione a tavola.

Valdobbiadene Prosecco Superiore Docg Extra Dry “Colbello”. Extra Dry “alto” da 16 g/l è forse quello che nell’immaginario collettivo è l’idea del “Prosecco”. Delicato al naso e dai sentori primaverili, dal sapore abboccato quel tanto da non essere stucchevole. Morbido e non molto persistente incarna il concetto di “aperitivo”, di “vino dell’accoglienza”.

Valdobbiadene Prosecco Superiore Docg Extra Dry 2018 “Castè”. Nome preso dalla zona di produzione nota come “Colle il Castello”, collina dalle forti pendenze in cui la Glera ha ricavato il proprio spazio vitale. Extra Dry “basso” (12 g/l) è ottenuto con un’unica vinificazione. È il mosto infatti ad essere direttamente vinificato in autoclave eseguendo in un unica ripresa vino base e presa di spuma.

Più pieno di Colbello, più coinvolgente col suo naso più intenso dai vivi richiami alla mela golden ed alla pera matura. Facile e scorrevole al sorso ha un buon corpo ed una viva acidità che maschera piacevolmente il residuo zuccherino. Piacevole ed ordinata la persistenza.

Valdobbiadene Prosecco Superiore Docg Dry 2018 “La Primavera di Barbara”. Dedicato alla figlia di Graziano, Barbara per l’appunto, si compone al 90% di Glera ed al 10% di Perera. Un Prosecco dall’importate residuo zuccherino di 21 g/l pensato per essere morbido ed avvolgente. E cosi è, con profumo dolci di frutta matura ed un sorso in cui è la morbidezza a vincere sull’acidità senza però sforare nella grassezza, senza perdere di nerbo.

Valdobbiadene Prosecco Superiore di Cartizze Docg Dry 2018. Vellutato e fragrante come un Cartizze deve essere se la gioca sulle note di pesca e pera Williams. Viva freschezza che sposa i 26 g/l rendendolo largo ma non pastoso ne tanto meno stucchevole.

LA VERTICALE DI “CUVEE DEL FONDATORE”
Vino emblema della volontà di Graziano Merotto di creare un Prosecco d’alto livello, un brut che non abbia nulla da invidiare ai più blasonati Metodo Classico. Anni di prove e ricerche culminati nella prima vendemmi utile nel 2009, proprio l’anno di creazione della Docg.

Le uve provengono da un unico vigneto, proprio quella Particella 86 proprietà aziendale dal 1973 e parte della storia della cantina. Uve che subiscono un processo particolare di maturazione noto come DMR (Doppia Maturazione Ragionata), una tecnica nata in Nuova Zelanda e qui adottata ed adattata alla Glera.

In sintesi il 20 giorni prima della vendemmia il 20% dei tralci viene reciso lasciando però i grappoli in pianta. Questi grappoli subiscono così un leggero processo di appassimento concentrando gli aromi senza però perdere di acidità.

Il restante 80% dei grappoli per contro matureranno ricevendo più sostanze nutrienti dovendo la pianta “distribuirle” a 20 grappoli su 100 in meno. Una doppia maturazione che porta le uve allo stato ideale per un processo di vinificazione e presa di spuma in unico passaggio, direttamente da mosto come per Castè.

Lunga giacenza sui lieviti per arricchire il vino grazie all’auto lisi, dosaggio di 6,9 g/l ed un contenuto di solforosa fra i più bassi (inferiore agli 80 g/l) per un Prosecco che si accinge a sfidare il tempo. Cinque le annate proposte: 2018, 2016, 2014, 2012, 2010.

Valdobbiadene Prosecco Superiore Docg Brut “Cuvée del Fondatore” 2018. Figlio di un’annata climaticamente “normale” è un Prosecco potente, aromatico, ricco. Colpisce subito al naso mostrando non solo una certa presenza di aromi ma anche una leggera nota verde, acerba, che fa subito pensare che si tratti ancora di “un bambino”. Sensazione confermata in bocca dove l’acidità seppur non fastidiosa risulta viva e quasi “dura”.

Valdobbiadene Prosecco Superiore Docg Brut “Cuvée del Fondatore” 2016. L’annata si rivelò un poco calda sul finale in generale dall’andamento regolare. In questo calice tutta la potenza e l’eleganza che la Glera può offrire.

Il colore leggermente più marcato rispetto al ’18 e gli aromi vivi e freschi di frutta bianca ed agrumi confermano l’impressione precedente: forse questo Fondatore ha bisogno un paio d’anni di bottiglia per potersi esprimere al meglio, a dispetto di ciò che solitamente si dice dei prosecchi.

Valdobbiadene Prosecco Superiore Docg Brut “Cuvée del Fondatore” 2014. Annata notoriamente difficile, bestia nera per la maggior parte di vignaioli ed enologi specialmente da queste parti. Ne risulta il vino più minerale della batteria carico di quelle note che i sommelier amano definire di “pietra focaia” o “idrocarburo”. Nonostante tutto morbido ha una chiusura di sorso lievemente amaricante.

Valdobbiadene Prosecco Superiore Docg Brut “Cuvée del Fondatore” 2012. Caratterizzata da un ritardo in fioritura, come il 2019, l’annata ha generato il vino più coinvolgente della batteria. Naso ricco di note evolute come miele d’acacia e frutta molto matura con una leggera nota di marmellata d’arancia. Rotondo in bocca ma supportato da una buona acidità e da grande mineralità che donano una verticalità non trascurabile. La prova provata che anche un Prosecco può invecchiare e può farlo bene.

Valdobbiadene Prosecco Superiore Docg Brut “Cuvée del Fondatore” 2010. Al naso risulta un po’ stanco, come se si stesse approntando alla sua parabola discendente. Ricco di note mielose e fruttate non ha difetti o cattivi sentori ma manca un pizzico di slancio. In bocca invece si mantiene vivo. Le note terziarie donano calore e rotondità, la freschezza resta presente anche se meno vivace. Piacevolissima la persistenza.

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Kettmeir compie 100 anni: brindisi di stile per i pionieri dello spumante in Alto Adige


CALDARO –
I ritocchi in vista della grande festa, come s’addice a una premurosa Dama d’inizio Novecento, sono iniziati ben prima della data fatidica. Tanto che ieri pomeriggio, Kettmeir, si è presentata con l’abito lungo e la “casa” tirata a lucido alle celebrazioni dei suoi primi 100 anni di storia, a Caldaro (BZ).

Un secolo di vita per la cantina fondata nel 1919 da Giuseppe Kettmeir, che produce spumanti dal 1964. Pionieri delle “bollicine” in Alto Adige, insomma. Prima col Metodo italiano (Martinotti). Poi, dal 1992, anche con il Metodo classico (Champenoise), all’insegna di un’etichetta divenuta emblema degli sparkling altoatesini: l’Athesis Brut.

Quanto sia stata azzeccata la scelta compiuta nel 1986 da Franco Kettmeir, che ha individuato in Santa Margherita Gruppo Vinicolo “l’erede ideale per l’impresa di famiglia”, è parso chiaro ieri alle celebrazioni del centenario.

Gli investimenti ricamati attorno al gioiellino altoatesino dal colosso di Fossalta di Portogruaro (VE) – ben 242 milioni di euro spesi nelle dieci tenute sparse per l’Italia nel periodo 2005-2019 – hanno consentito a Kettmeir di dotarsi, negli ultimi anni, di strumentazioni all’avanguardia assoluta.

Dalle presse alle decine di serbatoi di acciaio utili alle micro vinificazioni, passando per l’impianto geotermico che ha abbattuto a un decimo i costi (e le emissioni) di una cantina divenuta sempre più green e attenta alla qualità assoluta.

Strumenti utilissimi nelle mani dell’enologo Josef Romen. Uno con le idee chiare sul senso del proprio lavoro: “Si parla tanto di territorio, e allora noi vogliamo che si senta da quando si mette il naso nel bicchiere. Chi beve Kettmeir deve pensare: ecco l’Alto Adige”.

Un puzzle di 60 ettari, che sarebbe meglio definire microcosmo. La cantina, di fatto, possiede un solo ettaro, interamente allevato a Moscato Rosa. La parte del leone spetta ai 40 soci viticoltori. Sessanta ettari complessivi, estremamente frazionati. Si va dai 326 metri quadrati ai 5 ettari, dislocate in diverse zone vocate.

Maso Reiner, sulla sinistra-Adige, a pochi chilometri dal confine con la provincia di Trento, poggia su un terreno calcareo che è ideale per la coltivazione di Pinot Nero e Chardonnay. Riceve il sole dalla tarda mattinata ed è protetto dalle correnti più fredde grazie alle montagne sovrastanti.

Maso Ebnicher, più a nord, guarda il massiccio del Catinaccio e domina la città di Bolzano. Il terreno qui è sabbioso, d’alta collina, caratterizzato da un’elevata pendenza. Un luogo dove la coltivazione può davvero considerarsi eroica, ma dove cresce il miglior Müller Thurgau di Kettmeir.

Grande rilevanza, specie nella produzione dello spumante Alto Adige Doc, anche al Pinot Bianco. La rinascita di della tradizione spumantistica regionale si deve proprio alla presentazione, del primo sparkling sudtirolese del Dopoguerra, avvenuta nel 1965 alla Fiera del Vino di Bolzano: la “Grande Cuvée” di Pinot Bianco.

Uno Charmat lungo – tuttora in produzione – che costituisce una buona fetta delle 420 mila bottiglie complessive prodotte annualmente da Kettmeir. Ben 85 mila bottiglie sono di Metodo classico, su un totale di circa 350 mila prodotte in Alto Adige. Una parte rilevante, dunque, nell’ambito di quella che resta ancora una nicchia.

Non a caso Gaetano Marzotto, presidente del Gruppo Vinicolo Santa Margherita (vendite per 177 milioni di euro nel 2018), ha definito in occasione del suo discorso per i 100 anni di Kettmeir “un gioiello”. “Un brand che può contare su una forte caratterizzazione e uno stile inconfondibile”, ha aggiunto l’amministratore delegato Ettore Nicoletto.

LA CENA DI GALA: STELLE IN CUCINA

Per celebrare i primi 100 anni di storia, Kettmeir ha pensato in grande. Una cena stellata “a quattro mani”, curata con maestria dagli chef Anna Matscher (“Zum Löwen” di Tesimo) e Claudio Melis (ristorante “In Viaggio” di Bolzano).

Antipasto – Claudio Melis: “Sangue di Rapa” (Rapa rossa affumicata, Kefir, Crescioni)

Un piatto “di terra e territoriale”, rivisitato in chiave estremamente moderna e abbinato al Lago di Caldaro Classico Doc 2017 Kettmeir.


Primo piatto – Anna Matscher: “Risotto ai tre pomodori gialli”

Giallo come l’Alto Adige Doc Chardonnay “Vigna Maso Reiner” 2017 Kettmeir in abbinamento, ancora un po’ troppo condizionato dal legno e degno, a maggior ragione, di piatti ancora più strutturati (secondi a base di carne).


Secondo piatto – Claudio Melis: “Maialino Cinturello Orvietano – New York, Tokyo, Sardegna”

Maialino Cinturello Orvietano, selezione Alfredo Angeli e cinta senese in purezza. Poi, a parte, alcuni ricordi di viaggio dello chef, che delizia con la testina salmistrata di maialino impanata e fritta, servita con maionese e senape.

In abbinamento l’Alto Adige Doc “1919” Riserva Extra Brut 2013, la “novità” del 2019 Kettmeir: il vino del centenario non poteva che essere un Metodo classico. Siamo all’apice della qualità degli spumanti della casa di Caldaro, che con questa etichetta mette nel calice due delle grandi caratteristiche dell’enologia altoatesina: potenza e finezza.


Dessert – Anna Matscher: “Zuppetta alle erbe aromatiche, sorbetto al basilico rosso e all’ananas

Chiusura deliziosa e all’insegna della freschezza per la cena celebrativa dei 100 anni di Kettmeir. Dal piatto si liberano intensi i profumi di mentuccia e delle altre erbe della montagna altoatesina.

Un po’ come stare in un prato, ovviamente con un ottimo calice di vino. In questo caso l’Alto Adige Doc Moscato Rosa 2018 “Athesis” Kettmeir, prelevato da vasca ma già in grado di mostrare tratti dell’equilibrio che sarà, tra potenza, dolcezza e freschezza.

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degustati da noi vini#02

Vsq Metodo Classico Brut “Avenir”, San Patrignano

Chardonnay e Pinot Noir per Avenir, il Metodo classico 36 mesi sui lieviti della cantina San Patrignano. Solo uno dei prodotti frutto dell’impegno dei ragazzi dell’omonima comunità di Coriano (Rimini), che nei diversi settori di formazione riscoprono i loro talenti e affinano capacità e mestieri indispensabili per il loro reinserimento nella società, dopo un passato turbolento.

LA DEGUSTAZIONE
Alla vista, Avenir si presenta di un giallo paglierino luminoso. Al naso succosi ritorni fruttati di mela Golden e intensi richiami speziati di lievito e crosta di pane, che esprimono nel complesso un naso ampio ed etereo.

In bocca è suadente, rivelando una splendida vena acida che dona grinta alla beva. La persistenza gustativa è compatta e con un bell’equilibrio sul finale. Avenir ha grande mineralità ed è versatile nell’abbinamento. La spuma è fine e vivace.

Da abbinare ad una tartare di salmone, a scampi crudi, tagliolini all’uovo con pomodori e astice, cappesante e crostacei alla griglia, carpaccio di manzo all’extravergine di oliva.

LA VINIFICAZIONE
La zona di produzione è Coriano, nei pressi di Rimini. I due ettari di Chardonnay e Pinot noir si trovano a 200 metri sul livello del mare, su terreno calcareo-argilloso con forma di allevamento a guyot e densità di oltre 6 mila piante per ettaro.

La raccolta delle uve è precoce e viene effettuata rigorosamente a mano ad inizio agosto, durante le prime ore del mattino per mantenere inalterate la freschezza ed il tenore zuccherino delle uve, con rese di circa 80 quintali per ettaro.

La vinificazione avviene secondo il Metodo classico o Champenoise, lo stesso dello Champagne. Le uve, dopo un’attenta selezione in vigna, vengono pressate senza l’eliminazione del raspo con rese in mosto pari al 50%.

Il mosto fiore viene repentinamente raffreddato e tenuto al riparo dall’aria onde evitare ossidazioni, successivamente la fermentazione avviene a basse temperature. Sul finire dell’inverno viene preparata la “liqueur de tirage” che insieme al vino verrà messa in bottiglia per far partire la rifermentazione o “presa di spuma”.

Solo dopo 36 mesi di sosta sui lieviti le bottiglie saranno posizionate sulle pupitres per poter eseguire manualmente il remuage. Segue il tradizionale degorgement e l’aggiunta della liqueur d’expedition.

Avenir, così come gli altri prodotti e servizi offerti dalla comunità di San Patrignano, sono acquistabili nei punti vendita della cooperativa sociale, situati soprattutto nel Nord e nel Centro Itali. Qui l’elenco completo.

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Sicilia in Bolle 2019: è record di presenze. L’evento punta al palcoscenico nazionale


AGRIGENTO – 
Si è conclusa il 1 Luglio la quinta edizione di “Sicilia in bolle”, manifestazione organizzata da Ais Agrigento in collaborazione con Ais Sicilia. All’evento, che ha acceso nuovamente i riflettori sul mondo della spumantistica siciliana, hanno partecipato quarantadue aziende con oltre cento etichette in degustazione offerte ai mille visitatori registrati nei due giorni della kermesse. Un record assoluto.

Un trend di presenze in continua ascesa a conferma dell’interesse crescente  da parte di appassionati ma anche degli operatori settore. Ospite d’onore, per il secondo anno consecutivo, l’Istituto Trento Doc presente ai banchi d’assaggio con circa 50 etichette e protagonista della masterclass focus sul millesimo 2010 guidata da Roberto Anesi, miglior sommelier d’Italia Ais del 2017.

Una piacevole contaminazione di spumanti provenienti da diversi territori, quella di “Sicilia in bolle”, tra Metodo classico di montagna, spumanti locali charmat e Champenoise prodotti con vitigni internazionali ed autoctoni.

Un territorio emergente nel campo della spumantistica, come la Sicilia, a confronto con una certezza assoluta: il Trento Doc. Ma secondo Sabrina Schench, direttrice dell’Istituto Trento Doc, la Sicilia è una regione interessante, con bottiglie già di spessore che riescono ad esprimere una propria originalità ed un tratto distintivo.

“Le bollicine siciliane sono in grande fermento – conferma il sommerlier Roberto Anesi – c’è grande voglia di sperimentazione, fondamentale per accrescere le conoscenze e poter puntare a raggiungere risultati di vertice. Ho potuto assaggiare dei prodotti molto interessanti. Altri devono ancora trovare la loro identità ma di certo non manca la passione e l’impegno, caratteristiche fondamentali per raggiungere obiettivi importanti”.

Grande soddisfazione è stata espressa dalla delegazione Ais Agrigento per la riuscita di Sicilia in Bolle 2019. “Siamo felici – dichiara Francesco Baldacchino – di aver potuto offrire ai tanti appassionati del mondo del vino, e di bollicine nello specifico, un’occasione in cui poter conoscere nuove realtà, approfondirne altre, confrontarsi e arricchirsi”.

“Credo che il successo di Sicilia in Bolle – sottolinea Camillo Privitera, presidente Ais Sicilia – sia proprio quello di riuscire ad includere elementi di novità e qualità che accrescano l’attenzione e anche l’interesse verso questa  segmento enologico, che in Sicilia sta vivendo un momento di grande crescita e maggiore consapevolezza”.

“Ci sembra doveroso pertanto, anche per dare il giusto riconoscimento a tutte quelle realtà che stanno investendo sulla realizzazione di bollicine siciliane, rendere ancora più alto il livello e innalzare sempre più l’asticella verso l’eccellenza”, conclude Privitera.

QUATTRO MASTERCLASS

Molto partecipate le masterclass svolte tra il pomeriggio del 30 Giugno e la mattina del 1° Luglio nella sala ricevimenti Madison di Realmonte. Il via alle degustazioni si è dato con i 30 anni del Metodo Classico dell’azienda Murgo: una speciale verticale con annate storiche dell’azienda.

Interessanti anche gli spunti offerti dalla masterclass incentrata su  sei diversi territori da Metodo Classico siciliano con la degustazione degli spumanti delle aziende Milazzo, Donnafugata, Cusumano, Tasca d’Almerita, Avide e Terrazze dell’Etna.

Le restanti masterclass hanno aperto gli orizzonti oltre la Sicilia e anche oltre i confini nazionali con Roberto Anesi, che è riuscito a catalizzare l’attenzione del pubblico presente attraverso una degustazione di otto diverse etichette trentine realizzate da cantine dell’Istituto Trentodoc, e con il Presidente AIS Sicilia Camillo Privitera che lunedì mattina ha chiuso il ciclo masterclass Sicilia in Bolle 2019 con una speciale degustazione di sei tipologie di Champagne.

PREMIAZIONE ALBERTO GINO GRILLO
Nella suggestiva location del ristorante Re di Girgenti, sito sulla strada panoramica dei Templi, la sera del 30 Maggio è stato assegnato il Premio Alberto Gino Grillo, nato in questa edizione in ricordo di un sommelier prematuramente scomparso che, insieme a Francesco Baldacchino, è stato fautore e ideatore della manifestazione.

Ad aggiudicarsi la prima edizione del Premio Alberto Gino Grillo sono state l’azienda Funaro con il suo Extra Brut 2013 come miglior Metodo Classico bianco di Sicilia, l’Azienda Murgo con l’Extra Brut Rosé 2013 come miglior Metodo Classico rosé di Sicilia e Laura Piscopo come Miglior Neo Sommelier Delegazione AIS Agrigento. A premiare i vincitori il figlio di Alberto Gino Grillo, Alfonso Grillo.

Ad accompagnarle gli spumanti le portate gourmet frutto di studio, attenzione alla materia prima e alla valorizzazione del territorio della Terrazza degli Dei dell’Hotel 5 Stelle Villa Athena. Merito dello chef resident Nino Ferreri insieme allo chef Alessandro Ravanà del ristorante Il Salmoriglio di Porto Empedocle, che hanno dato vita ad un pranzo speciale a quattro mani.

Calato il sipario sulla quinta edizione, Ais Agrigento e Ais Sicilia, grazie anche al sostegno della presidenza nazionale dell’Associazione Italiana Sommelier, sono già proiettate verso l’edizione 2020: “Quello che ci auguriamo – dichiarano i Delegati Ais locali – e che in parte è già successo è che Sicilia in Bolle possa diventare in maniera ancora più strutturata, un vero e proprio punto di riferimento di rilievo nazionale: questa sarà la nostra scommessa, e anche la nostra ambizione, nell’approcciarci alla nuova edizione”.

I MIGLIORI ASSAGGI A “SICILIA IN BOLLE “2019

Vino Spumante Brut, “Spumante 50°” – CVA Canicattì
La cooperativa di Canicattì celebra i suoi cinquant’anni con un’intrigante metodo Charmat prodotto con l’ 80% di Grillo e il 20 % di Catarratto. 60 giorni in autoclave e 2 mesi di affinamento in bottiglia per questo spumante, il primo assoluto dell’azienda lanciato in occasione dell’ultimo Vinitaly.

Lo “Spumante 50° è un vino fresco ed elegante. Le note tropicali e agrumate percepite al naso si riconfermano all’assaggio in bocca.  Un aperitivo ideale per l’estate appena iniziata.

Metodo Classico Pas Dosè 2015, Cantine Fina
36 mesi sui lieviti per questa novità dell’azienda marsalese fatta con il 70% di Chardonnay ed il 30 % di Pinot Nero. Giallo paglierino  nel calice ha un perlage fine e persistente. All’olfatto risaltano lieviti e crosta di pane accompagnati da leggere note di mela e fiori bianchi.  Fresco e piacevole in bocca è ideale in abbinamento ai crostacei.

Trento Dosaggio Zero DOC Talento Metodo Classico – Letrari
Dosaggio zero per questo spumante di una delle cantine più antiche del Trento Doc ottenuto da una cuvèe di Chardonnay e Pinot Nero con permanenza sui lieviti di almeno 24 mesi. Di colore giallo paglierino brillante ravviva il calice di un perlage fine e persistente.

Al naso delicati sentori di mela e crosta di pane. Buona acidità, sicuramente tra le più belle espressioni di questa meravigliosa terra di bollicine in trasferta in Sicilia.

Spumante Metodo Classico Brut Rosé 2017 – Murgo
A Sicilia in bolle hanno festeggiato i 30 anni di bollicine con una masterclass “Etna, 30 anni del Metodo Classico dell’azienda Scammacca del Murgo”.  Il loro nerello mascalese vinificato rosè, profuma di ciliegia dell’Etna, lampone e nocciola.  In bocca spicca il melograno che accompagna con una bella freschezza naturale in chiusura. Di estrema godibilità.

Vino Spumante Rosé Sicilia, Brut Rosé Metodo Classico 2014, Donnafugata
Prodotto nelle tenute di Contessa Entellina a 500 m sul livello del mare è un metodo classico, sboccatura 2018, da uve Pinot Nero. Di colore rosa antico e brillante ha un perlage fine e persistente. Ricco ed elegante il bouquet che sprigiona delicati sentori di fragoline, ciliegie e lamponi. Buona la struttura anche al palato e perfetto l’equilibrio.

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degustati da noi vini#02

Spumante Metodo Classico Brut Cuvée “Il Pigro”, Cantine Romagnoli


Di “bollicine” e “frizzanti” sono pieni i Colli Piacentini, che adesso possono contare anche su un Metodo classico di valore. E’ “Il Pigro” di Cantine Romagnoli, Brut ottenuto con un 70% di Pinot Nero e un 30% di Chardonnay.

La cantina di Villò (PC) – 45 ettari per un totale di 200 mila bottiglie – si sta specializzando proprio nella produzione di Champenoise, grazie a mirati investimenti in tecnologia e in vigna.

Una scelta presente nel Dna dell’azienda, il cui rilancio è stato voluto a metà degli anni Novanta dall’ingegner Antonio Romagnoli, grande appassionato di Champagne. Oggi è l’ad Alessandro Perini (nella foto) a credere nel progetto.

LA DEGUSTAZIONE
Colore giallo paglierino, ravvivato da un perlage fine e persistente. Il naso dello spumante “Il Pigro” è caratterizzato da richiami fruttati precisi, che vanno dalla pesca a polpa gialla all’esotico, su un sottofondo fresco, di macchia mediterranea.

Più verticale il palato, tutto giocato sulla freschezza, sino a toccare le note balsamiche. Tratti che rendono “Il Pigro” tutt’altro che stanco, a dispetto del nome. Anzi, il sorso è dinamico, vivo, agile e salino, dopo un ingresso che richiama le note fruttate già avvertite al naso. Uno spumante perfetto a tutto pasto.

LA VINIFICAZIONE
Vinificazione in bianco, in acciaio, e fermentazione a freddo a temperatura controllata per 15 giorni. Segue la rifermentazione in bottiglia secondo il Metodo Classico, con aggiunta di lieviti selezionati. Affinamento minimo sui lieviti di 30 mesi.

“Il Pigro” viene prodotto anche in versione Rosé ed “Extra Brut”. Quest’anno, Cantine Romagnoli toccherà quota 50 mila bottiglie di Metodo Classico, a distanza di soli 6 anni dalla prima vendemmia pensata per le “bollicine”, la 2013. Un segnale preciso della direzione in cui vuole andare questa interessante realtà della provincia di Piacenza.

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Prima dell’Alta Langa 2019: migliori assaggi di una Docg che sa dove andare


GRINZANE CAVOUR –
 Una Denominazione relativamente giovane, che sa perfettamente dove andare. Questa l’impressione che regala l’Alta Langa, Doc dal 2002 e Docg dal 2011, alla Prima dell’Alta Langa 2019 in corso al Castello di Grinzane Cavour (CN) fino alle ore 19.

Al banco di assaggio 23 produttori (5 in più dello scorso anno) con 50 etichette di spumante Metodo Classico base Pinot Nero e Chardonnay, nelle tipologie bianco, rosato, riserva e grandi formati. Qualità media più che buona, ma a colpire è un altro aspetto.

I “big” dell’Alta Langa, tra cui figurano aziende orientate al mercato di massa come Gancia e Tosti (rispettivamente 28 e 32 milioni di bottiglie complessive) risultano orientate alla qualità assoluta, al pari dei “piccoli produttori”.

E tra questi ultimi sono diverse le aziende che si sono affacciate per la prima volta sull’Alta Langa, con risultati stupefacenti. Grandi e piccoli, dunque, nella stessa direzione: un elemento raro da riscontrare nell’Italia del vino.

Ad oggi il Consorzio riunisce 105 produttori, per 280 ettari complessivi di vigneto, cresciuti in maniera regolare negli anni, a partire dai 40 ettari originari (Banfi, Giulio Cocchi, Enrico Serafino, Fontanafredda, Gancia e Tosti i fondatori).

Chiara la strada, da queste parti. Ma chiaro anche l’obiettivo da centrare nel futuro. Fra tre anni gli ettari complessivi saranno 350 e le bottiglie potenziali 3 milioni. “Venderle tutte è l’obiettivo che ci siamo prefissi”, commenta con un pizzico di orgoglio il presidente del Consorzio, Giulio Bava, al secondo mandato consecutivo.

Numeri che chiariscono bene il ruolo dell’Alta Langa nel panorama delle Denominazioni spumantistiche italiane. Ovvero quello di “nicchia”, con l’1,5 milioni di bottiglie attuali, a fronte degli oltre 17 milioni della Franciacorta e dei 10 milioni del Trento Doc.

Più vicino, geograficamente e numericamente, l’Oltrepò pavese (circa 1,5 milioni di bottiglie), territorio che però soffre dell’annoso “M.S.S.”: il “Morbo di Se Stesso”, malattia rara e, forse, davvero incurabile.

L’Alta Langa è un gioiellino – evidenzia il presidente del Consorzio Giulio Bava – oltre a costituire un pezzo di storia del Piemonte. I grandi utilizzano questa Denominazione come tale. E le piccole aziende costituiscono il vero fiore all’occhiello della Denominazione”.

“Non sta a me dirlo – continua il presidente – ma in Alta Langa è tutto buono e tutto di qualità. Un aspetto che è nel Dna stesso della Denominazione. Alta Langa è un Metodo Classico solo millesimato, con un minimo di 30 mesi di affinamento in bottiglia”.

“Se non avesse qualità e non fosse buono, questo vino, dopo 3 anni, non avrebbe spazio sul mercato. La chiarezza su quello che vogliamo essere è una delle chiavi del nostro successo: il nostro è uno spumante riconoscibile per rigore e per classe”, conclude il presidente del Consorzio.

I MIGLIORI ASSAGGI ALLA PRIMA DELL’ALTA LANGA 2019

Alta Langa Docg Brut 2014, Azienda Agricola Matteo Giribaldi: 91/100
Prima volta con l’Alta Langa per l’azienda. E il ciak dice chiaramente: “Buonissima la prima”. Strepitoso, tra l’altro, il rapporto qualità prezzo.

Trentasei mesi sui lieviti, 60% Pinot Nero, 40% Chardonnay, sboccatura 2019 e dosaggio attorno ai 6-7 grammi litro.

Colore giallo paglierino carico, dal quale si libera un naso balsamico, di mentuccia e macchia mediterranea. Non manca il frutto, a polpa gialla. Lo squillo dello Chardonnay, prima che il muscolo del Noir torni a fare il prepotente, pur sempre in cravatta. Lunga persistenza, calcarea e salina.

Alta Langa Docg Pas Dosé 2015 “Psea”, Pecchenino: 90/100
Sboccatura recentissima (03/2019) eppure questo spumante è già in grado di mostrarsi per quello che sarà: basta guardare oltre alla gioventù, immaginandolo adulto, formato, fatto e finito. Bellissima espressione di Chardonnay (70%) e Pinot Nero (30%) per questa azienda alla seconda “prova” con l’Alta Langa.

Note di agrumi, pietra bagnata e fumè impreziositi da un legno (9 mesi di barrique usate) utilizzato magistralmente. Ottima anche la Magnum, millesimata 2014 (sboccatura ottobre 2018) dai toni freschi e sapidi, quasi “alpini”.

Alta Langa Docg Rosé 2014 “Tenuta il Cascinone”, Araldica: 90/100
Pinot Nero in purezza, così come tutti gli Alta Langa di Araldica. Sboccatura avvenuta a fine 2018. Un rosé croccante e consistente, che gioca col palato a stringere e ad allargare le papille gustative, tra richiami di buccia d’arancia e di miele. Divertente e serio allo stesso tempo. Certamente gastronomico.

Alta Langa Docg Pas Dosé 2012, Giulio Cocchi: 89/100
Settantadue mesi sui lieviti per questo Metodo classico 100% Pinot Nero (biotipo Champagne) che è l’emblema dell’equilibrio tra verticalità salina e polpa del frutto rara da trovare in un non dosato. Un fifty-fifty garantito anche da una “bollicina” che in bocca si fa sentire in termini di grana, ma senza disturbare: contribuisce, anzi, a fare da bilancia tra il nerbo delle durezze e il “grasso” del frutto.

Alta Langa Docg Extra Brut 2015, Roberto Garbarino: 88/100
Seconda volta con l’Alta Langa per l’azienda. Trenta mesi sui lieviti e sboccatura effettuata il 2 novembre 2018 per questa cuvée composta al 60% da Chardonnay e per il 40% da Pinot Noir. Strepitoso rapporto qualità prezzo.

I vigneti a 480 metri d’altitudine sono vocatissimi e il calice parla chiaro. Un Alta Langa di gran personalità, capace come pochi (li abbiamo assaggiati tutti) di condensare bevibilità, verticalità, sale e frutto. Accenni di macchia mediterranea al naso, che in bocca si fanno balsamici, ricordando la mentuccia. Chiusura su un salino leggero.

Alta Langa Docg Riserva 2012 “Zero”, Enrico Serafino: 88/100
Ottimo il “base” di Serafino, noto per il suo ottimo rapporto qualità prezzo. Ma il prodotto icona, da quel punto di vista, è il Pas Dosè. Buona verticalità con lo Chardonnay (15% della cuvée) nel ruolo del comprimario audace.

Agrumi e fiori di campo al naso. In bocca scheletro e muscoli, ma anche una certa capacità di riempire il palato, sfoderando un ottimo equilibrio col frutto rosso, tendente al croccante.

Alta Langa Docg Blanc de Blancs Pas Dosé 2014 “For England”, Contratto: 88/100
Chardonnay in purezza, dunque, di cui il 30% affina in legno. Naso di grande intensità e pienezza, con impronta dei terziari che contribuisce a generare complessità, al posto di appesantire. Lo stesso avviene al palato, dominato dal frutto impreziosito da una nota di pietra bagnata e fumè.

Chiusura salina, quasi salmastra, lunga e scalare, in cui fa capolino, oltre alle note di tostatura già avvertite al naso, anche uno zafferano preciso. Vino complesso, gastronomico, che non stanca mai la beva.

Alta Langa Docg Extra Brut 2015, Ettore Germano: 87/100
I vini di Ettore Germano hanno uno stile preciso, un’eleganza giocata su un filo sottile. Una consistenza e un corpo mai gridato, mai ostentato, mai aggressivo. Eppure mai taciturno, timido o sommesso. Vini a metà tra l’essere grandi e urlarlo al mondo intero. E l’essere grandi senza saperlo.

Vini come questo Alta Langa (80% Pinot Nero, 20% Chardonnay), 30 mesi sui lieviti, sboccatura novembre 2018. Eleganza e verticalità che con un po’ più di struttura a sostegno sarebbero da sballo vero.

Alta Langa Docg Extra Brut Riserva 2011, Coppo: 86/100
Vino che si ama o si odia, per la netta intromissione del legno, in cui il vino base fermenta. Oggettivamente, però, un Alta Langa riconoscibile tra tutti quelli della Denominazione per lo stile improntato sull’assoluta gastronomicità.

La cuvée è composta per l’80% da Chardonnay e per il 20% da Pinot Nero, 60 mesi sui lieviti e dosaggio a 3 grammi litro. Lo Chardonnay, assieme al legno, ammorbidisce il muscolo del Pinot Nero, comunque ben in evidenza.

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Gli Editoriali news

“Other area” a chi? Falstaff “declassa” l’Oltrepò pavese allo Sparkling Trophy 2018

EDITORIALE – D’accordo, diciamocelo. Ci sarà pure un po’ di paraculismo da parte dei tedeschi di Falstaff, per allargare la platea degli incoronabili. Ma la medaglia d’argento conferita alla Conte Vistarino allo Sparkling Wine Trophy 2018 ideato dalla rivista tedesca, a dire il vero, è un mezzo scandalo. E non perché non si tratta di un oro.

Il risultato è stato annunciato ieri, nella giornata di chiusura della Prowein Trade Fair 2019  di Düsseldorf.

Il premio ritirato dalla contessa Ottavia Giorgi di Vistarino per il Metodo Classico Oltrepò Pavese Docg Millesimato 2008 Pas Dosé “Cepage” rientra nella categoria “Other Areas Italy“. Ovvero: “Altre aree d’Italia“.

E’ un po’ come se una rivista di settore italiana creasse una categoria ad hoc per uno Champagne della Montagne de Reims, per premiare nella categoria “Francia” solo quelli della Cote Des Blancs o della Cote des Bar.

Per favore adesso qualcuno, dalle parti di Pavia, alzi la mano dal fondo della sala per ricordare ai tedeschi di Falstaff che l’Oltrepò pavese è una delle aree più vocate in Italia per la produzione di Metodo Classico.

Qualcuno alzi la mano, dalle parti di Pavia, per dire ai tedeschi che la famiglia Vistarino ha a disposizione 200 ettari di Pinot Nero e una modernissima cantina, inaugurata da pochi mesi.

Qualcuno alzi la mano, va bene anche da Garlasco (ex targa “PV”, per l’appunto) per dire ai tedeschi che è un insulto all’Italia inserire uno spumante dell’Oltrepò pavese nella categoria “Other Areas Italy”.

Qualcuno, da Torrazza Coste o giù di lì, inviti i tedeschi a farsi un giro in Oltrepò. Per scoprire, se non altro, quanto ben di vino c’è da quelle parti, non solo con le bollicine. A meno che l’eterno ruolo di “serbatoio” non faccia stare un po’ zitti tutti. Allora sarebbe il caso di berci su, anche in questa “Other Area of Italy”. Cin, cin.

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Il vino per il bacalà alla vicentina? Ce l’ha “Io Mazzucato”. Adesso anche Metodo Classico

(4 / 5) E’ al momento il vino più interessante della cantina “Io Mazzucato“, giovane realtà che, nel giro di 5 anni, è diventata la terza “forza” di Breganze, dopo mostri sacri come Maculan e la Cantina sociale Beato Bartolomeo. Parliamo di “Io e il bacalà“, La Cuvée Brut pensata da Andrea Mazzucato per benedire (anzi bagnare) la collaborazione con la Confraternita del Bacalà alla Vicentina. Un matrimonio che funziona, eccome.

LA DEGUSTAZIONE
Si tratta di un Metodo Martinotti, quello che i francesi chiamano Charmat, ottenuto dall’uva tipica di Breganze, la Vespaiola (la stessa che dà vita, una volta appassita, al Torcolato), unita a Chardonnay, Pinot Bianco e Pinot Grigio.

La vinificazione prevede una spremitura soffice e la decantazione statica del mosto. La fermentazione alcolica avviene a basse temperature, per preservare gli aromi. Fondamentale la maturazione sulle fecce fini. Cinque mesi di autoclave, prima dell’imbottigliamento.

Nel calice, “Io e il bacalà” rivela un perlage fine e persistente. Note d’agrumi al naso, dominato dal Pinot Bianco. Non manca l’apporto dello Chardonnay, che ingentilisce il quadro con la sua vena cremosa. Bello l’accenno minerale.

Al palato, la dirompente freschezza della Vespaiola è addomesticata dall’impronta fruttata ed elegante delle altre uve che compongono la La Cuvée Brut. Un quadro di perfetto equilibrio in cui il residuo zuccherino fa da spettatore, senza disturbare il sorso e la bella chiusura minerale-salina.

Davvero perfetto l’abbinamento di questo spumante di Breganze con il Bacalà alla vicentina, tra le prelibatezze della gastronomia italiana da provare almeno una volta nella vita. Con un avvertimento necessario: crea dipendenza.

IL METODO CLASSICO
(3,5 / 5) Un’etichetta, “Io e il bacalà”, che Io Mazzucato produce dal 2014. Gli ultimi arrivati sono invece due Metodo Classico, presentati oggi alla Porta del Vino di piazza Cinque Giornate, a Milano. I primi Champenoise della cantina breganzese, che effettua tutta la lavorazione in proprio, nella moderna struttura di via San Gaetano, 21.

Si tratta ancora una volta di una cuvée, con la Vespaiola a dividersi il palco con il Pinot Nero, in due versioni: bianco e rosé. Ed è proprio la versione “in bianco” del Pinot Nero quella che, ad oggi, si esprime meglio nel calice.

Passione e territorio sono le due parole che meglio sintetizzano il mio progetto sul Metodo classico”, spiega Andrea Mazzucato. Territorialità che ritroviamo al centro del sorso della versione “bianca”, con il Pinot Nero a fare da vera spalla elegante e raffinata, alla ruvida Vespaiola.

Non si può dire lo stesso della versione Rosé, dove il frutto rosso del Noir prende troppo la scena, rendendo questo Metodo classico adatto al gusto moderno più comune.

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Il Durello (Charmat o Metodo Classico) e la stampa che si guarda allo specchio


SELVA –
Cambiar nome, (ri)partire da zero, o quasi. E pensare che il mercato stia aspettando proprio te e il tuo (risicato) milioncino di bottiglie. La tavola rotonda “Durello: utopia o la nuova frontiera?” organizzata dall’Azienda agricola Dal Maso di Selva (VI), voleva essere un momento di riflessione sulle prospettive della Denominazione veneta, che di recente ha deciso di dare un nuovo nome agli spumanti Metodo Classico: Monti Lessini.

Un incontro riservato a stampa tecnica e operatori della ristorazione, che si è invece trasformato nel consueto sfoggio elitario di una buona parte dei rappresentanti della critica enogastronomica.

Scatta addirittura l’applauso quando Nicola Dal Maso (nella foto sotto) annuncia che “non produrrà più la versione Martinotti-Charmat del Durello”, per promuovere esclusivamente il Metodo classico “Monti Lessini”. Manco avesse rinunciato al Napalm in vigna, per combattere l’Oidio.

Una versione – tra l’altro – poi corretta dallo stesso produttore ai microfoni di WineMag: “Punteremo tutto sul Durello Metodo classico con la prima Riserva Pas Dosé 2015, in uscita a maggio. Ma in futuro, quando il parco vigneti sarà più ampio, ricominceremo a produrre anche il Durello Charmat”. Game. Set. Match.

Per qualcuno, in particolare per la stampa locale, il Consorzio dovrebbe dimenticarsi della versione Martinotti e virare esclusivamente sul Metodo Classico. Raddoppiando (come per magia, puff!) la produzione di Champenoise (a proposito: da quando la stampa fa i conti con i portafogli dei produttori?) o portandola addirittura a un sostanziale pareggio con la versione Martinotti. Fifty-fifty.

Oggi, invece, i 400 ettari vitati su terreno collinare, garantiscono alle 34 aziende del Consorzio una produzione di circa 1 milione di bottiglie, il 30% delle quali sono Metodo classico. Una cifra in lievitazione, anno dopo anno, ma che non basta a tener botta nei confronti delle grandi Denominazioni della spumantistica, a livello nazionale. Figurarsi nel marasma di bollicine globali.

PARLANO I NUMERI
Proprio per questo dimenticarsi dello Charmat sarebbe un vero e proprio autogol. E a confermarlo sono i numeri snocciolati dal presidente del Consorzio di Tutela, Alberto Marchisio, direttore di ViteVis Cantine. Mille soci, 38 milioni di euro di fatturato, è seconda solo a Cantina di Soave per ettari vitati di Durella (circa 130, in crescita) e numero di bottiglie di Durello prodotte (300 mila).

“Siamo l’azienda della zona che più ha creduto nel Lessini Durello Charmat – commenta Marchisio – e oggi possiamo dire che il cliente lo viene a cercare proprio per la sua precisa identità. Viene letto come uno spumante ottenuto da una buona uva, originale e caratterizzante della zona di produzione”.

“Una bollicina perfetta a tutto pasto – continua Marchisio – che ben si abbina alle abitudini culinarie del territorio. I numeri stanno crescendo, così come la consapevolezza dei consumatori. Del resto, chi cerca uno spumante generico si indirizza ormai senza esitazioni sul Prosecco”.

Ma anche la cooperativa ViteVis produce un Metodo classico da uve Durella. “Negli ultimi due, tre anni – commenta Alberto Marchisio – le vendite sono triplicate per questa tipologia, raggiungendo le 7 mila unità. Si acquista a 9,90 euro in cantina e lo si trova a 18-22 euro al ristorante, a differenza dello Charmat, che nei supermercati è reperibile a circa 5 euro”.

Il cammino da percorrere, secondo Marchisio, è tracciato: “La vera sfida della Denominazione, secondo me, non è eliminare il Durello Charmat, ma fare in modo che il suo prezzo si alzi a scaffale, pian piano, di 60-70 centesimi. Allora sì che potremo dire di avere fatto centro, anche nel nome della versione Metodo Classico, che a sua volta godrebbe di un incremento”.

“Del resto – chiosa il direttore della cooperativa – lo dico sempre: il nostro compito è quello di produrre vino per il consumo dal lunedì al venerdì. Per il sabato la domenica è giusto che i consumatori puntino a produzioni artigianali, di piccoli produttori. Ma non per questo i vini ‘base’ non devono essere perfetti, esprimendo tipicità dell’uva e del territorio, come nel caso del nostro Charmat. Il vino quotidiano non è banale”.

Chi acquista, invece, il Metodo Classico Monti Lessini? “Lo stesso consumatore che compra il Lessini Durello Charmat – risponde un determinato Marchisio – e non solo in Italia. Abbiamo un importatore scandinavo che da un ordine di 20 mila bottiglie di Charmat, è passato al Metodo classico, proponendo le due etichette una accanto all’altra, raccontandole a dovere per le loro diverse peculiarità”.

Il Durello Martinotti di ViteVis, di fatto, è un prodotto che stacca – qualitativamente – la media espressa dalle etichette di Prosecco presenti in Gdo. L’uva è riconoscibile, con la sua caratteristica acidità e durezza.

CHARMAT NON FA FIGO, “COL FONDO” (FORSE) SÌ
Nella rincorsa alla spumantizzazione cui si sta assistendo in tutta Italia, il Durello Charmat è la bollicina più sensata, tipica e capace di rappresentare il vitigno nel calice, senza le storpiature e gli impersonali scimmiottamenti del Prosecco (mai assaggiato, per esempio, qualche Passerina o Negroamaro vinificato in bianco? Meglio per voi, nel 95% dei casi).

Eppure non fa figo. Non accontenta gli elitari palati di mezza stampa tecnica (specie locale), evidentemente dotata di portafogli più gonfio della media degli italiani che fanno la spesa al supermercato, nel fine settimana.

Il dubbio è che se si trattasse di “rifermentati in bottiglia” o di un torbido “Durello col fondo” – più “radical” e più “chic” dei bistrattati “Charmat” degni del consumatore sfigato della Gdo – tutti (stampa compresa) ne berrebbero e godrebbero amabilmente, consigliandola urbi et orbi. Con buona pace del Metodo Classico e dei Monti Lessini. Cin, Cin.

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Torrevilla: nuova cantina per il Pinot Nero Metodo classico. Si chiamerà La Genisia

CODEVILLA – Una nuova cantina per puntare tutto sul Metodo classico da uve Pinot Nero, vera eccellenza dell’Oltrepò pavese. E’ il progetto della cooperativa Torrevilla di Torrazza Coste (PV). La cantina si chiamerà La Genisia, nome che oggi indica la linea top di gamma della cantina oltrepadana.

Un investimento da oltre un milione di euro, in parte finanziato dal Programma di Sviluppo Rurale (Psr), il circuito di sostegno all’agricoltura dell’Unione europea, attraverso Regione Lombardia.

La cantina non sarà realizzata ex novo. Per volere del presidente della cooperativa, Massimo Barbieri, sarà infatti ristrutturata l’imponente struttura in cemento della cantina di Codevilla, già di proprietà di Torrevilla.

L’adiacente Torre Vinaria potrà così diventare un importante polo di attrazione enoturistica, assieme alla nuova sala di degustazione pensata per winelovers e professionisti del settore. La spettacolare volta in mattoncini della cantina Codevilla sarà recuperata. E valorizzata, nella parte sottostante, da 500 metri quadrati dedicati esclusivamente al Metodo classico dell’Oltrepò pavese.

“Sino ad ora – spiega Massimo Barbieri (nella foto sotto, a sinistra) – la produzione di spumanti Metodo classico di Torrevilla è rimasta relegata alla linea top di gamma La Genisia. Con questo progetto vogliamo scommettere sull’eccellenza dell’Oltrepò pavese, puntando sul Pinot Nero che in questa zona si esprime in maniera unica”.

“L’idea di Torrevilla – aggiunge il direttore Gabriele Picchi – è quello di alzare il livello attraverso una linea di etichette che rappresenti il territorio e il terroir, sullo stile delle cooperative dell’Alto Adige. Senza però dimenticare il resto della produzione, su cui continueremo a credere e a garantire elevati standard qualitativi”.

IL PROGETTO DI ZONAZIONE

La nuova cantina La Genisia sarà il fiore all’occhiello del progetto di zonazione dei vigneti di Torrevilla. Uno studio che ha visto coinvolto il prof. Leonardo Valenti (nella foto, a destra), agronomo, enologo e docente dell’Università degli Studi di Milano.

“Siamo partiti dal Pinot Nero – spiega Valenti – per poi allargare la ricerca a tutte le altre varietà presenti nei 600 ettari di vigneto della cooperativa. L’obiettivo era quello di capire le caratteristiche dei singoli appezzamenti a disposizione dei 200 soci di Torrevilla, per individuare quelli più adatti al produrre vini di eccellenza”.

Il risultato è una vera e propria mappa, in cui sono riuniti sotto lo stesso colore i vigneti con le medesime caratteristiche microclimatiche e pedologiche. Il “Programma qualità” affidato da Torrevilla al prof. Valenti sarà anche la base di partenza di un nuovo sistema di remunerazione delle uve conferite alla cooperativa.

“Entro il prossimo mese – annuncia il presidente Barbieri – porteremo in assemblea una revisione dell’attuale sistema di pagamento dei nostri soci, che saranno retribuiti per superficie e non più per quantità di uva conferita”.

“In questo modo – precisa il presidente di Torrevilla – contiamo di poter intervenire in maniera più specifica sulla qualità della produzione, favorendo per esempio i diradamenti, che col sistema attuale risultano piuttosto invisi dai soci”. Tanta carne al fuoco, insomma, al 112° anno dalla fondazione della cooperativa di Torrazza Coste.

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Gli Editoriali news

Eureka! Ecco perché “Prosecco” è diventato sinonimo di “spumante”

EDITORIALE – “Cià, dai, cosa prendiamo? Prosecchino per tutti?”. Mano alla calcolatrice. Quante volte avete sentito questa domanda al bar, al ristorante o in osteria?

Ogni volta il dubbio amletico che al posto del Prosecco (quello vero) non arrivi una Ribolla Gialla, un Pinot Nero vinificato in bianco, o addirittura un Negroamaro ottenuto col Metodo Martinotti (Charmat), lo stesso delle “bollicine” veneto-friulane.

Sarò anche scemo, ma ci ho messo un po’ a capire qual è (forse) il motivo della confusione dei consumatori che considerano “Prosecco” sinonimo di “Spumante”: troppi Charmat italiani sono uguali tra loro, indipendentemente dalle uve con le quali sono prodotti e dai territori dai quali provengono.

Spumanti tristi. Senza personalità. Standardizzati sullo zucchero, o meglio su un “dosaggio” (l’Extra Dry, proprio come il “vero” Prosecco) che ammazza il varietale nel nome della facilità di… vendita.

Il punto è che non lo consiglia il dottore di produrre spumante. Ma le logiche del mercato, si sa, si giocano tutte sulla domanda e sull’offerta. C’è chi deve arrivare a fine mese con la propria cantina.

LA BEFFA E L’ECCEZIONE
Come tutte le storie tristi, anche questa ha il suo paradosso: il Prosecco autentico, ottenuto da Glera in perfetto stato fitosanitario, magari da vigne vecchie e poco produttive – insomma, il Prosecco senza trucchi e senza inganni – spesso non viene più riconosciuto.

Un problema che non riguarda solo i consumatori, ma anche (e soprattutto) i ristoratori meno attenti. Anche in Veneto e in Friuli. Ci è capitato più volte di incontrare produttori di Glera che preferiscono etichettare come Igt il loro vino, al posto della Doc: “Tanto i ristoratori a cui la propongo mi dicono che non è Prosecco, perché non è dolce”. Game. Set. Match.

Peccato che così perdono un po’ tutti. Tranne una: la Franciacorta, divenuta sinonimo di “Metodo Classico” e di “Champagne”. In parte a buona “ragione”. La Doc bresciana è quella che si mostra più compatta in tutti i contesti, nazionali e internazionali. Anche a costo di sembrare sgarbata e presuntuosa.

Come al recente concorso dedicato agli spumanti italiani andato in scena in Abruzzo (Spumantitalia), dove non ha figurato neppure un’etichetta di Franciacorta. Una scelta degna del Marchese del Grillo. Quando all’estero si parla di spumanti di qualità, è proprio in Franciacorta che va il pensiero. Ubi maior, Prosecco cessat.

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