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Alba e Langhe: in arrivo tre nuovi spumanti Metodo classico da Nebbiolo e…

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Tre nuovi spumanti Metodo classico da uve Nebbiolo in Piemonte. È quanto ha richiesto la maggioranza dei produttori aderenti al Consorzio Tutela Barolo, Barbaresco, Alba, Langhe e Dogliani. L’esito delle votazioni, raccolte in parte attraverso una raccolta firme (l’assemblea fissata a metà giugno non aveva raggiunto il quorum di partecipanti), è stato comunicato ieri alle cantine aderenti al Consorzio piemontese. L’iter per l’approvazione definitiva delle modifiche ai disciplinari potrebbe portare alla nascita di due sparkling Blanc de NoirNebbiolo d’Alba spumante Metodo classico vinificato in bianco e Langhe Doc Nebbiolo Metodo classico vinificato in bianco – e di un rosato, il Langhe Doc Nebbiolo Metodo classico rosé. I tre nuovi spumanti Made in Piemonte potrebbero vedere la luce a partire dalla vendemmia 2024.

Le votazioni sono state accompagnate da un dibattito a tratti acceso tra i produttori. L’esito è frutto di maggioranze tutt’altro che schiaccianti. Secondo fonti di winemag.it, l’accordo maggiore sarebbe stato registrato dal Nebbiolo d’Alba spumante Metodo classico da Nebbiolo vinificato in bianco. Il disciplinare di produzione dei vini a Denominazione di origine controllata Nebbiolo d’Alba prevedeva già le tipologie “Nebbiolo d’Alba Spumante” (rosso) e “Nebbiolo d’Alba Spumante Rosé”. Il Blanc de Noir completerebbe la gamma di colori dello sparkling ottenuto da uve Nebbiolo, con l’avallo alla vinificazione in bianco della varietà allevata in 25 comuni situate sulle due sponde del fiume Tanaro. Un provvedimento che innalzerebbe il valore dei BdN albesi, per i quali al momento è obbligatorio il declassamento delle uve.

La vera svolta riguarda i due Metodo classico Langhe Doc da uve Nebbiolo, Blanc de Noir e Rosé. A spingere per questa tipologia sono soprattutto i produttori di Barolo e Barbaresco, a cui è stata negata l’introduzione del vitigno simbolo del Piemonte nel disciplinare dell’Alta Langa, lo Champenoise ormai diventato simbolo d’eccellenza del mondo delle bollicine piemontesi. Di qualche anno fa l’esplicita richiesta di produttori come Sergio Germano (Ettore Germano, Serralunga d’Alba), rispedita al mittente dall’allora management dell’Alta Langa, guidato dal 2013 al 2022 da Giulio Bava (Cocchi). Una decisione poi confermata anche dalla nuova gestione targata Mariacristina Castelletta (Tosti 1820), in carica appunto dallo scorso anno. Nessuna indicazione, al momento, sul periodo minimo di affinamento sui lieviti dei due nuovi spumanti langhetti base Nebbiolo (qualcuno spinge per un minimo di 24 mesi, proprio come previsto dal disciplinare dell’Alta Langa).

RESE, BAG IN BOX, VARIETÀ AROMATICHE, ALBAROSSA E ROSÉ

Le tre novità “spumeggianti” non sono le uniche ad essere state approvate. Sono state infatti richieste modifiche delle rese del Langhe Rosso e del Langhe Rosato, portate a 110 quintali per ettaro, rispetto ai 100 attuali. La recente introduzione del Langhe Doc Barbera, con rese pari a 110 quintali, impedisce al momento il declassamento utile alla produzione di uvaggi Langhe Rosso o Langhe Rosato. L’innalzamento di 10 quintali pareggia i conti tra le due tipologie e offre ai produttori nuovi strumenti di valorizzazione del Barbera.

Sempre sul fronte del Langhe Doc Bianco e Rosso, è stata introdotta la possibilità di utilizzo di varietà aromatiche nell’uvaggio. Un provvedimento già varato nel 2020 dalla Doc Piemonte. Si potrà quindi produrre, per esempio, un Langhe Doc Bianco da uve Moscato secco, pur con divieto di menzione della varietà. Permangono tuttavia dubbi su quello che sarà il nuovo profilo organolettico di vini “Langhe Doc Bianco” potenzialmente ottenibili da varietà aromatiche (anche in purezza), in precedenza non ammesse nell’uvaggio. Il mercato darà le risposte attese. A larghissima maggioranza è stata poi introdotta la tipologia Langhe Doc Albarossa, varietà ad oggi ascrivibile alla sola Doc Piemonte.

Un passo in avanti sui mercati internazionali riguarda poi il Bag in Box, tanto in voga nei mercati scandinavi, Norvegia in testa. Sarà presto possibile produrre Bag in Box Langhe Doc Bianco, Rosso e Rosato, pur senza menzionare le varietà dell’uvaggio né ricorrere a menzioni aggiuntive, come quella della vigna. In precedenza, i BiB langaroli non potevano essere etichettati come “Langhe Doc”, ma solo come vini generici. Un’altra modifica riguarda i rosati. Valoritalia, negli ultimi mesi, ha sanzionato diverse aziende piemontesi di Langa per aver etichettato i loro vini come “rosé” al posto che “rosati”. Con larga maggioranza, è stato proposto di introdurre nel disciplinare il termine “rosé”, ad oggi assente dai testi vagliati dal Ministero e pubblicati in Gazzetta Ufficiale.

MODIFICHE AI DISCIPLINARI DELLE LANGHE: LE TRE BOCCIATURE

Tre le bocciature alle proposte di modifica dei disciplinari del Consorzio Tutela Barolo, Barbaresco, Alba, Langhe e Dogliani. La prima riguarda la mancata approvazione della proposta di avvio dell’iter delDoc Langhe Moscato secco“. Una denominazione a cui avrebbero potuto aderire molti produttori di Moscato d’Asti Docg i cui vigneti si trovano in provincia di Cuneo, in comuni importanti per la bollicina astigiana come Santo Stefano Belbo e Cossano Belbo, senza contare Neive, Santa Vittoria d’Alba e Neviglie. Un’opzione per il momento scartata, nonostante sul territorio del cuneese esista un brand, “Escamotage”, che raccoglie 13 produttori di Moscato secco.

La Doc avrebbe consentito loro di non declassare questi vini a generici bianchi da tavola, oltre a delimitare l’area di produzione del Moscato secco, creando valore e possibilità di accesso ai bandi europei, che ammettono solo vini a denominazione di origine. No anche al Langhe Doc Viognier, che continua comunque la sua strada nella Doc Piemonte. La terza ed ultima bocciatura riguarda la proposta di istituzione di un Langhe Doc Nebbiolo Superiore con menzione di vigna, sulla scorta di Barolo e Barbaresco. La tipologia attualmente prevista, il Langhe Doc Nebbiolo, non ammette infatti menzioni di vigna per il Nebbiolo, a differenza di quanto invece concesso per i Langhe Cabernet Sauvignon, Chardonnay, Favorita, Freisa, Merlot, Nascetta, Pinot Nero, Riesling, Rossese bianco e Sauvignon.

I barolisti temono che questa concessione possa scalfire fette di mercato di Barolo e Barbaresco, intaccando la salvaguardia delle due denominazioni al vertice della piramide qualitativa. Per i proponenti, al contrario, il Langhe Doc Nebbiolo Superiore con menzione di vigna sarebbe un’ottima via per proporre sul mercato vini con le stesse rese di Barolo e Barbaresco, immessi tuttavia sul mercato almeno un anno prima. Vini freschi, più beverini e “pronti” dei grandi Re di Langa, che avrebbero portato in giro per il mondo il nome delle vigne di Barolo e Barbaresco, stuzzicando i consumatori a fare, in seguito, l’upgrade. Tra bocciature e approvazioni, una cosa è certa: nella Langhe non ci si annoia mai. Dentro. E fuori. Dal calice.

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Parola “vigna” in etichetta: sequestrate 2.250 bottiglie di vino nel Beneventano

SANT’AGATA DE’ GOTI – Usava indebitamente la parola “vigna” in etichetta. Nei guai il titolare di una cantina di Sant’Agata de’ Goti, nel Beneventano, in Campania. L’operazione, condotta nei giorni scorsi dai carabinieri del Reparto Tutela Agroalimentare (R.A.C.) di Salerno, guidati dal tenente colonnello Giorgio Borrelli, ha consentito il sequestro preventivo di un totale di 2.250 bottiglie di vino rosso e bianco Doc.

Si tratta di Piedirosso, Aglianico del Sannio e Greco, per 1.700 litri complessivi. Circa 20 mila euro il valore dello stock. I militari escludono qualsiasi problema legato alla salubrità dei vini. Il sequestro amministrativo è stato accompagnato da tre sanzioni, per un totale di 10.500 euro (3.500 euro l’una).

Alla cantina di Sant’Agata de’ Goti è stata contestata la presenza in etichetta di indicazioni non consentite dal Testo unico sul Vino (legge 238/2016 sulla “Disciplina organica della coltivazione della vite e della produzione e del commercio del vino”).

Il titolare della cantina avrebbe dichiarato ai carabinieri di non essere a conoscenza della normativa. Avrebbe inoltre aggiunto di non sapere che la “vigna” menzionata in etichetta non fosse presente tra i toponimi registrati.

Il vino potrà essere rietichettato correttamente e rimesso sul mercato. Non è la prima volta che i carabinieri intervengono su violazioni legate alle menzioni geografiche.

Nei guai, negli anni scorsi, anche Gerry Scotti, con l’etichetta originaria del vino prodotto in Oltrepò pavese. Un caso segnalato proprio dall’altra testata del nostro network, Vinialsuper.it, che ha costretto il noto conduttore ad eliminare dalle etichette la scritta “Nato in una Vigna“.

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Cantine Giorgi difende Gerry Scotti: “Nato in una Vigna? Nome evocativo”

E’ affidata a un comunicato stampa la replica di Cantine Giorgi ai dubbi espressi dal prof Michele Antonio Fino sulla conformità della menzione “Vigna” sull’etichetta dei vini di Gerry Scotti (nella foto con Fabiano Giorgi).

“Dal punto di vista normativo – scrive la cantina di Canneto Pavese – la menzione ‘vigna’ può essere utilizzata solo se seguita da un toponimo, purché rivendicata in denuncia di produzione e il toponimo sia iscritto in un apposito elenco regionale. Il toponimo fa riferimento ad una specifica vigna identificata da una o più particelle catastali. Nel nostro caso, il nome ‘Nato in una Vigna’ è stato dato ad una linea di vini e non fa riferimento, in alcun modo, al tipo di vino o a uno specifico vitigno e non intende conferire una menzione superiore al vino stesso”.

“Questo nome – continua il comunicato della famiglia Giorgi – è strettamente legato alla storia personale del presentatore che, come riportato in contro etichetta, racconta di essere nato in campagna, e di avere un particolare e prezioso ricordo della vigna del nonno e di tutto ciò che la campagna ha significato per la sua famiglia. In sostanza quest’iniziativa nasce dal desiderio di Gerry Scotti di creare qualcosa di concreto che richiami le proprie origini e che gli ricordi in modo tangibile da dove viene”.

“In conclusione – aggiunge Cantine Giorgi – ‘Nato in Vigna’ è scritto solamente sulla parte frontale, nella quale non si fa alcun riferimento al vino. La scritta appare sopra la foto del presentatore. Per cui, a nostro avviso, si evince chiaramente che è riferita a lui e non al vino. Sulla contro etichetta, dove è indicato il disciplinare di riferimento, il nome non viene più riportato”. Resta dunque confermata la presentazione della linea di vini di Gerry Scotti, in programma il 10 aprile a Verona, durante la 51a edizione di Vinitaly.

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Etichette del vino “sessiste”: la battaglia di Marilena Barbera

Altro che la menzione “vigna”, che tanto fa discutere in merito alla nuova linea di vini di Gerry Scotti. In Italia, le regole sull’etichettatura dei vini, sono “sessiste”. Lo denuncia Marilena Barbera, appassionata viticoltrice siciliana che dall’inizio del mese ha intrapreso una battaglia contro il divieto all’utilizzo della parola “viticoltrice” sulle etichette dei vini. Marilena produce vini “naturali” e scrive a mano l’etichetta di uno dei vini simbolo della sua cantina.

“Me ne stavo al tavolo del soggiorno a scrivere ‘Imbottigliato dal viticoltore’ sulle bottiglie di Ammàno, il mio vino bianco prodotto da uve Zibibbo, selezionate e raccolte senza ausilio di macchinari in vigneto. Più scrivevo, più mi sembrava strano pensare a me stessa al maschile. E allora, fra la settantaquattresima e la settantacinquesima etichetta, ho deciso che avrei dovuto scrivere ‘viticoltrice’. Perché questo sono io: una donna che coltiva la vite per raccoglierne uva da trasformare in vino. Solo che la legge non lo prevede. E non prevede nemmeno che le diciture obbligatorie sulle etichette dei vini possano essere manipolate”.

La legge, ricorda Marilena Barbera, “prevede esclusivamente diciture al maschile perché per secoli la società di cui la legge è espressione ha considerato il lavoro fuori casa, per il quale è prevista una tutela o una disciplina, esclusivo appannaggio degli uomini”. “Fin qui nulla di male – aggiunge la viticoltrice – la legge è lo specchio dei tempi in cui viene emanata, quindi può essere cambiata. E secondo me è proprio arrivato il tempo di cambiarla, magari partendo dalla semplice constatazione che in Italia esistono anche viticoltrici oltre che viticoltori, e che non c’è nulla di straordinario in questo”.

“BISOGNA CAMBIARE LA LEGGE”
Marilena Barbera, poi, rincara la dose. “La cosa straordinaria – dichiara – è che una cosa assolutamente normale, come chiamare i mestieri svolti dalle donne con un termine declinato al femminile, dà molto fastidio. Soprattutto agli uomini. I commenti al post che ho scritto su FB dopo aver preso questa decisione mi hanno rivelato due cose: intanto, che un termine femminile utilizzato per descrivere il lavoro che faccio ‘suona male’. Poi, riflettendoci, ho pensato che suona male perché in Italia nel 2017 non è ancora accettabile che una donna possa svolgere un lavoro per secoli ritenuto esclusivamente maschile”.

“Suona male – aggiunge la produttrice siciliana – che una donna voglia veder riconosciuto il proprio ruolo e il proprio lavoro a parità di condizioni e con pari dignità. Suona male che una donna non voglia limitarsi a fare le foto per la brochure, ad andare alle fiere in tailleur e tacchi alti, e magari ad accogliere gli ospiti in cantina, ma abbia anche la velleità di farlo, il vino. E soprattutto, suona male che pretenda che questo ruolo le venga riconosciuto. Anche dalla legge”.

“La seconda cosa rivelata dai commenti a quel post – continua Marilena Barbera – è che una cosa per me così normale per molti non lo è affatto. Mi è stato detto, nell’ordine: 1) che credere ancora alla necessità delle quote rosa sia lunare; 2) che quello che faccio sia mistificare la realtà, suggerendo che esista un conflitto tra generi o una discriminazione esercitata a danno delle donne; 3) che mi dedico a battaglie capziose; 4) che esercito un ‘boldrinismo’ di retroguardia. Ed altre amenità del genere”.

“Non ho mai pensato di scendere in piazza con i cartelli – chiosa la viticoltrice – a scandire slogan come ‘L’utero è mio e me lo gestisco io’. Però a pensarci bene sì, credo che esista un atteggiamento maschilista e discriminatorio. Credo che esista una parte della nostra società per la quale denigrare, ridicolizzare, sminuire, ostacolare il lavoro delle donne e negare loro diritti quali parità di accesso, di retribuzione, di carriera non è affatto un problema, ma la regola. Una parte della nostra società, e una consistente e molto autorevole parte di questo nostro mondo del vino, ritiene che le donne esistano solo in quanto ‘figlie di’ o ‘mogli di’. Ed è l’unico ruolo che ad esse accetta di riconoscere”.

Marilena Barbera, a tal proposito, cita un esempio lampante. “Acquistando una copia della Guida ai Migliori 100 vini e vignaioli d’Italia, edita dal Corriere della Sera, scritta da due professionisti della comunicazione del vino, un famoso giornalista e un famoso sommelier, mi sono accorta che il premio a ‘La Donna del Vino’ è stato assegnato a Elda Felluga con la motivazione che è ‘figlia di uno straordinario vignaiolo’. Nessun cenno alle sue capacità, che di certo ci saranno e saranno importanti, nessun cenno al lavoro che sicuramente ha svolto e continua a svolgere nell’azienda della sua famiglia. Nessun cenno alla sua formazione, alle sue scelte personali, alle esperienze professionali, tutte cose che la rendono una grande donna e un’imprenditrice meritevole di riconoscimenti. Elda Felluga, in quella descrizione, esiste solo ed esclusivamente in quanto figlia di suo padre.
Se non è sessismo questo”.

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Vini al supermercato

Etichetta “fuorilegge” per i vini di Gerry Scotti: “Nato in una Vigna confonde il consumatore”

“L’utilizzo della parola ‘vigna’ sull’etichetta dei vini di Gerry Scotti viola le normative vigenti e l’imbottigliatore rischia una sanzione amministrativa fino a 4 mila euro”. E’ quanto sostiene Michele Antonio Fino, professore associato di Fondamenti del Diritto Europeo dell’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo.

Oggetto del contendere è la dicitura “Nato in una Vigna”, formula che il noto conduttore televisivo Mediaset ha deciso di apporre sull’etichetta della propria linea di vini. Una leggerezza che potrebbe costare cara allo Zio Gerry.

Per poter commercializzare i propri vini, il volto noto della televisione italiana dovrebbe rietichettare tutte le bottiglie. Una doccia fredda che arriva a pochi giorni dalla presentazione ufficiale della linea, fissata per il prossimo 10 aprile a Verona, durante Vinitaly. Riflettori che si accendono dunque anche sui partner del conduttore in questo progetto, le Cantine Giorgi di Canneto Pavese.

“In realtà – spiega Fino – il problema non è la menzione ‘vigna’ in sé. Piuttosto l’utilizzo in etichetta della formula ‘nato-in-una-vigna’. L’Oltrepò Pavese, come Denominazione di Origine, non prevede l’uso della menzione vigna, che si può trovare invece nel Barolo, nel Chianti e in molti altri. Quando si usa la menzione vigna bisogna sottostare a regole molto strette: bisogna produrre meno, tutta l’uva atta alla produzione di quel vino deve provenire da un singolo vigneto, deve essere separata per tutto il tempo della vinificazione fino all’imbottigliamento dal resto del vino dell’azienda. E solo a queste condizioni, dopo aver registrato il toponimo della vigna, nei modi stabiliti dal disciplinare, il produttore può imbottigliare rivendicando il nome della sua vigna e appunto la parola ‘vigna’. Nessuno in Oltrepò Pavese può utilizzare questo termine”. Insomma: quello che i francesi chiamano “cru”.

“Peraltro – continua il professor Fino – tale dicitura induce il consumatore a confondersi rispetto al fatto che quel vino provenga da un singolo vigneto. Poiché questo è normalmente un attributo della qualità, è evidente che si fornisca un’informazione errata. Siamo di fronte a un duplice errore: il primo relativo al disciplinare della Doc Oltrepò pavese e il secondo relativo al conseguente advertising della linea di vini di Scotti”.

L’etichettatura dei vini, per Michele Antonio Fino (nella foto), è pane quotidiano. E’ tra i fondatori di etichetteOK, servizio di supporto alle aziende vitivinicole nell’ambito delle attività del centro di ricerca Bi.lab di Guarene, in provincia di Cuneo. Nel portfolio di etichetteOK veri e propri mostri sacri della viticoltura italiana come Angelo Gaja in Piemonte, Gravner in Friuli Venezia Giulia e Cavalleri in Franciacorta. Un laboratorio, quello di Fino, pronto ad assumersi, in caso di errori, i costi di un’eventuale sanzione con lo slogan: “Se abbiamo sbagliato, la sanzione la paghiamo noi”.

Secondo Fino, la sanzione nei confronti di Gerry Scotti sarebbe inevitabile. “Non siamo di fronte a un nome di fantasia o generico come quello della selezione ‘Grandi Vigne’ di Iper la Grande I – spiega il professor Fino -, che non si riferisce a una vigna di una denominazione. Ovvio che l’uva provenga dalle vigne! Dire ‘Grandi Vigne’ non vuol dire nulla. Dire ‘Nato in una Vigna’, con sotto una denominazione che non permette questo utilizzo, vuol dire generare un vero e proprio cortocircuito logico. Se per dare un nome di fantasia a un vino utilizzo parole che sono regolate non dalla legge dei marchi, e dunque dal diritto privato o industriale, bensì dal diritto pubblico. Non vale nemmeno il fatto che si tratti di un nome di fantasia: la legge non ammette ignoranza. Lasciare la macchina in divieto di sosta perché devo far salire un disabile o scendere a comprare le sigarette comporta la pari una sanzione”.

Altro problema riscontrato da Fino è quello dell’assenza dell’annata sui vini di Scotti, sulla scheda tecnica. “L’annata ce l’avranno sicuramente sulla bottiglia – commenta il docente di Pollenzo – ma sulle schede tecniche diffuse da vinialsupermercato.it ieri non è dichiarata. L’indicazione di un tenore alcolico preciso per ognuno dei tre vini della linea di Scotti è curiosa per vini presentati senza annata, per di più abbinato al nome ‘Nato in una Vigna’. Perché il vino che ‘nasce in una vigna’ ogni anno è diverso. Un altro motivo di confusione all’atto dell’eventuale acquisto da parte dei consumatori”. AGGIORNAMENTO – Qui la replica di Cantine Giorgi.

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