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Perpetuo Wine Fest 2022: prima edizione per il Festival del “Marsala, prima del Marsala”

Perpetuo Wine Fest 2022 prima edizione per il Festival del Marsala, prima del Marsala
Perpetuo Wine Fest
2022 è l’evento che rimette al centro della scena vitivinicola i vini ossidativi, di cui la Sicilia vanta una storia secolare grazie al vino Marsala. Scopo di questa prima edizione è anche quello di valorizzare il pesce povero, portandolo dalle tavole delle famiglie ai ristoranti gourmet. Abbinandolo al Perpetuo.

L’ossidazione, ovvero la reazione chimica che ha la capacità di alterare le caratteristiche dei vini, creando spesso un difetto, diventa fase fondamentale del processo produttivo dei vini ossidativi. Marsala, Vin Jaune, Madeira e Sherry sono solo alcuni esempi dei migliori vini a carattere ossidativo prodotti al mondo.

PERCHÈ PERPETUO WINE FEST

Il nome dell’evento ripercorre le tappe della storia del Marsala, prima che fosse conosciuto come tale. «Sembra un gioco di parole, ma non lo è. Oggi conosciamo il vino Marsala così per come lo hanno voluto gli inglesi», evidenziano gli organizzatori del Perpetuo Wine Fest 2022, Ais Trapani e Ais Sicilia, in collaborazione con Slow Food Trapani.

Arrivati in Sicilia nella metà del Settecento per cercare un vino da vendere al mondo, hanno trovato il Perpetuo, ovvero quel vino che si produceva nel trapanese già da diversi secoli. A questo vino gli inglesi hanno aggiunto l’alcol. Lo hanno quindi fortificato, per riuscire a trasportarlo senza rovinarlo. Così nasce il vino Marsala».

Ma cos’era il Perpetuo? «Era, ed è, un vino che si rinnova per sempre – è la risposta degli organizzatori del – perpetuamente. Ogni anno i produttori di vino perpetuo lasciano una quantità di questo vino in una singola botte, dove affina per poi addizionarlo l’anno successivo con il vino nuovo. Così ogni anno il vino prodotto porta in sé un po’ del vino dell’anno precedente. Rinnovandosi di anno in anno, all’infinito».

LA MAGIA DEL VINO PERPETUO DA MARCO DE BARTOLI

Una magia del vino che si era un po’ persa nei primi del Novecento e che è stata ripresa nella metà del secolo scorso da Marco De Bartoli, enologo e produttore di vini marsalese, visionario e lungimirante nelle sue scelte.

E proprio la cantina Marco De Bartoli (nella foto di copertina) sarà il palcoscenico del Perpetuo Wine Fest 2022. Il 18 ottobre è prevista la presentazione dell’evento e la prima masterclass targata Ais Trapani, dedicata ai vini perpetui: “Perpetuo, il Marsala prima del Marsala“.

L’evento continua il 19 ottobre presso l’agriturismo Vultaggio, nel comune di Misiliscemi, dove si svolgerà una tavola rotonda sul tema “Vini a carattere ossidativo e pesce povero, dalle tavole dei pescatori e dei contadini alle proposte gourmet”. Un appuntamento pensato per valorizzare il territorio con nuovi percorsi enogastronomici.

Si confronteranno chef, ristoratori, produttori, giornalisti e sommelier, per capire e sviluppare insieme idee che possano valorizzare al meglio i prodotti del mare abbinati ai vini a carattere ossidativo, riscoprendo anche i sapori di una volta.

Al termine di questa tavola rotonda, le cantine, gli chef, i ristoratori e i produttori apriranno i banchi d’assaggio al pubblico per scoprire ed assaporare i vini, i prodotti e gli abbinamenti enogastronomici del territorio.

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Piazza Marco De Bartoli: Marsala rende onore al suo vignaiolo simbolo (video)

Piazza Marco De Bartoli è realtà a Marsala. L’intitolazione è avvenuta ieri nella città della Sicilia, il cui nome circola per il mondo grazie ai vini del «vignaiolo e produttore» scomparso il 18 marzo 2011, all’età di 66 anni.

Commossa la figlia Gipi De Bartoli, che ha letto un messaggio durante la cerimonia. «A nome di tutta la famiglia, dei miei fratelli e mia madre – ha dichiarato – voglio ringraziare sentitamente e con profonda riconoscenza tutti color che in questi 10 anni si sono spesi affinché questo importante riconoscimento alla memoria di nostro padre sia oggi realtà».

IL MESSAGGIO DI BEPI DE BARTOLI

Noi della famiglia siamo stati sempre semplici spettatori di tutte le meravigliose opere e commorazioni dedicate in questi 10 anni a papà, e anche in questo caso lo siamo stati. Quindi non possiamo che essere profondamente riconoscenti e ringraziare di cuore chi lo ha proposto, riproposto, ricordato, chi ha lavorato, lottato affinché ciò oggi questa intitolazione sia stata possibile».

«Abbiamo avuto sempre grande consapevolezza dell’importanza dell’opera di nostro padre in campo vitivinicolo – ha aggiunto Gipi De Bartoli – per questo territorio e forse non solo. E grandi riconoscimenti gli sono sempre stati attribuiti in tutta Italia e nel mondo».

PIAZZA MARCO DE BARTOLI: L’INTITOLAZIONE A MARSALA
L’intitolazione in Sicilia viene ritenuta ancor più significativa dalla famiglia del vignaiolo: «Che oggi avvenga anche a Marsala è per noi, e sono sicura soprattutto per lui ,il più bello e il più auspicato dei riconoscimenti. Oggi per noi è solo una ulteriore conferma di quanto la vita e la persona di nostro padre non ci abbiano già insegnato».

Che se si lavora con amore, passione, dedizione pensando sempre al bene comune, e non solo (o posso affermare mai) , al proprio tornaconto, se si è persone per bene e oneste , si lascia un segno indelebile in questa terra e si rimane per sempre vivi nella memoria di chi resta, in qualsiasi campo si operi».

Naturalmente con l’auspicio che la sua vita e il suo lavoro possano essere nel suo ricordo da esempio e da stimolo a chi oggi si approccia al difficile mestiere di viticoltore e artigiano del vino, impegnandosi a portar sempre alta l’immagine della nostra terra lavorando sempre per far emergere il meglio che essa può e sa offrire, così come ha fatto lui».

Infine, Gipi De Bartoli ha rivolto «un grazie immenso a chi ha partecipato e a chi ha gioito da lontano anche solo alla notizia di questa intitolazione , inviando messaggi meravigliosi di stima, di lietezza e vicinanza da tutto il mondo».
«Papà – ha concluso la figlia di Marco De Bartoli – ha già tante vie e piazze segnate nei cuori di tanti che lo hanno conosciuto e amato , questo è il riconoscimento di cui sono più orgogliosa. Infinitamente grazie».
[foto e video: Giuseppe Peppino Briuccia]
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Il “Passito della Solidarietà” a sostegno del futuro di Pantelleria

Nato nel 2018, quando i produttori del Consorzio Vini Pantelleria Doc reagirono al furto dell’uva subito da Marco De Bartoli, il “Passito della Solidarietà” si arricchisce di un nuovo significato: un valore aggiunto per i giovani che studieranno Viticoltura ed Enologia.

Parte del ricavato delle vendite sarà trasformato in borse di studio da assegnare ai futuri “winemaker” panteschi. Quella di Pantelleria è infatti una viticoltura eroica che deve fare i conti con l’apporto di mano d’opera qualificata e fortemente motivata.

Sull’isola del sole e del vento, la pratica agricola della coltivazione dello Zibibbo ad alberello ha ricevuto il prestigioso riconoscimento Unesco. Affinché questo straordinario “patrimonio immateriale” abbia un futuro, come sottolinea il Consorzio Vini Pantelleria, è «fondamentale che i giovani studino viticoltura e poi tornino sull’isola per mettere a frutto le competenze acquisite».

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Gipi De Bartoli e Carlo Martinez a WineMag: “Ecco come rilanciare il vino Marsala”


EDITORIALE –
C’è un’immagine che descrive meglio di tutte la crisi del vino Marsala. Quella di un castello di sabbia, costruito troppo vicino al mare. Un maniero venuto su in fretta. Dalle palizzate ai merletti. Spazzato via dalla prima onda lunga, aiutata dal vento. Facile comprendere come possano sentirsi Carlo Martinez e Giuseppina “Gipi” De Bartoli. Due figli della storia del vino Marsala. Eredi di un patrimonio ridotto in cocci.

La “favola” del commerciante inglese John Woodhouse, che diede vita alla commercializzazione internazionale del Marsala, si scontra con le (il)logiche commerciali dell’industria e degli imbottigliatori.

Chi oggi invoca la “Marsala Revolution” come panacea di tutti i mali è lo stesso che, al supermercato, devasta la Denominazione con “primi prezzi” da vergogna. Senza neppure il garbo di firmare con nome e cognome l’etichetta, ma utilizzando sigle lecite, ma offensive per il consumatore.

Del resto, 3,59 al litro (prezzo a scaffale, Iva compresa) costituiscono un bel margine rispetto agli 80 centesimi attorno ai quali si aggira – secondo fonti locali di WineMag.it – lo sfuso atto a divenire vino Marsala, che esce dalle grandi cantine ad appena 4 mesi dalla vinificazione.

Un surrogato che solo in alcuni casi prende la via della bottiglia una volta fortificato, “degno” com’è di diventare piuttosto “ingrediente” nelle preparazioni delle peggiori cucine del mondo, o delle industrie alimentari e dolciarie.

Tra proclami per giornali e riviste prezzolate ed eventi utili ai “brand” più che alla Denominazione, il Marsala è senza un Consorzio di Tutela. E viene da chiedersi se, forse, non sia meglio così. Che cosa resta da “tutelare”? Intanto, nell’ombra, c’è chi prova a tener alta la bandiera. Ecco l’intervista a Carlo Martinez e Gipi De Bartoli.

Giuseppina De Bartoli, detta “Gipi”. Carlo Martinez. Chi siete?

Sono Giuseppina De Bartoli, ho 37 anni e sono la figlia di Marco De Bartoli, fondatore dell’omonima cantina che produce, tra le altre etichette, anche Marsala. Porto avanti l’azienda occupandomi della parte amministrativa, assieme ai miei fratelli Renato e Sebastiano che si occupano della produzione.

Sono Carlo Martinez, contitolare della Martinez Srl. Faccio parte insieme ai miei cugini, della quinta generazione della mia famiglia che da sempre gestisce la società. In cantina lavorano anche i nostri figli che appartengono alla sesta generazione.

Qual è la storia delle vostre aziende?

– Giuseppina De Bartoli. L’Azienda è stata fondata nel 1978 da Marco De Bartoli, con motivazioni non legate al business o alla moda. Mio padre usciva da due grosse aziende industriali di Marsala.

In quegli anni, si era reso conto che l’immagine di quel vino era ormai deviata e la Sicilia non era per nulla tenuta in considerazione, se non per lo sfuso o per i vini utili a tagliarne altri: erano gli anni della Sicilia “cantina d’Europa”.

Mio padre capì che era venuto il tempo di cambiare rotta. Puntò tutto sul serio lavoro in vigna, sugli autoctoni come il Grillo. In una parola, sulla “qualità”. Si mise così a fare il “vigneron” nel senso più alto del termine. Ripartì dal vino del territorio, quello ormai dimenticato: il Perpetuo, ovvero il Marsala delle origini.

L’obiettivo era quello di produrre un vino naturale, che non necessitava di gradazioni altissime o di fortificazioni, prodotto nel pieno dello stile ossidativo. Lo chiamò “Vecchio Samperi“, dal nome della vigna dove ora sorge la nostra cantina. Irruppe con quel vino, senza Denominazione, nel mondo delle industrie del Marsala.

Marco (nella foto) fu coraggioso: per amore del vino si dimenticò dei fatturati e difese il territorio, cercando di far capire a tutti che la Sicilia poteva e doveva fare ben altro, per emergere come meritava.

Intraprese solo in un secondo momento la strada del Marsala riconosciuto dal disciplinare, per l’esattezza nel 1984. Tra le 29 tipologie consentite, decise di puntare su tutto su “Oro” e “Superiore Riserva”, le due versioni che gli consentivano di portare avanti la sua visione, puntando tutto su lunghissimi invecchiamenti, ossidazioni ed evoluzione. Bandì così le tipologie “Ambra”, “Fine” e “Superiore”.

Ancora oggi lavoriamo il nostro Marsala come un grande vino da tavola: bassissime rese, vendemmie manuali, selezione, pressa soffice, lieviti indigeni. Mosto cotto e concentrato, per noi, mistificano il vino.

Il nostro fatturato si assesta su 1,5 milioni di euro, per una produzione complessiva di 120 mila bottiglie. Per quanto riguarda il solo Marsala, si tratta di 25 mila bottiglie all’anno per 400 mila euro.

– Carlo Martinez. Era il 1866 quando Carlo Martinez fondò a Marsala la sua azienda vinicola, destinata a diventare una delle più antiche della città. Originario di Palermo, dove conobbe e fu grande amico di Ignazio Florio, lavorò a Napoli come suo rappresentante della ditta di ceramiche.

Lì conobbe Angelina Miraglies, che poi sposò. Per sigillare questa amicizia, quando nacque il suo secondo figlio lo chiamò Domenico Florio Martinez. Un nome che si è ripetuto con gli altri discendenti.

In oltre 150 anni di attività la nostra azienda ha sempre mirato alla qualità, filosofia rimasta immutata negli anni. Produciamo una vasta gamma di vini Marsala, ma puntiamo soprattutto, da sempre, su prodotti a lungo invecchiamento ed antiche riserve.

Completano la nostra produzione anche i vini liquorosi Igt Terre Siciliane, i vini aromatizzati ed i vini da Messa. L’80% del nostro fatturato è destinato all’Italia, l’altro 20% al resto del mondo.

Le vostre aziende hanno rapporti con la Grande distribuzione organizzata, ovvero il mondo dei supermercati?

Giuseppina De Bartoli. No, la Marco De Bartoli non ha rapporti diretti con la Grande distribuzione. Abbiamo un distributore unico, Les Caves de Pyrene, che cura la commercializzazione.

Non è escluso che si possa reperire qualche etichetta nei supermercati più attrezzati, dotati di un reparto enoteca ben strutturato e organizzato. Di certo, tuttavia, non si tratta di contratti diretti con noi.

– Carlo Martinez. Il nostro rapporto con la Gdo è iniziato circa vent’anni fa, esclusivamente con Bennet, partner con il quale ci troviamo molto bene, con discreti volumi di vendita della sola tipologia “Fine”.

Cosa potrebbe fare la Grande distribuzione per il vino Marsala?

– Giuseppina De Bartoli. Dev’essere proprio la Gdo a fare qualcosa? È il suo compito quello di acquistare prodotti da rivendere, possibilmente col margine più alto possibile. Impossibile chiedere ai buyer di rifiutarsi.

Sono piuttosto i produttori che dovrebbero fare qualcosa, come per esempio rifiutarsi di produrre e vendere Marsala a basso costo, anche di fronte alle eventuali richieste della Gdo. La nostra azienda, tuttavia, non ragiona con la logica industriale.

L’etichetta che potremmo definire “base”, ovvero il Marsala Superiore Oro 5 anni “Vigna la Miccia”, potrebbe uscire sul mercato dopo 5 anni, ma in realtà l’affinamento si protrae sempre più a lungo. L’ultima annata in commercio, la 2012, è finita nel 2018.

Abbiamo cambiato l’etichetta, eliminando la dicitura “5 anni” ed uscirà millesimato: il 2016 sarà in commercio nel 2020. Per intenderci, l’altra vendemmia De Baroli attualmente in commercio è la 2004.

Imbottigliamo poi riserve degli anni 80 e 90, in edizioni limitatissime. Si tratta di etichette che non interessano neppure lontanamente alla Grande distribuzione: quelle su cui la Denominazione e i produttori dovrebbero puntare quotidianamente, per il bene del Marsala.

Carlo Martinez. Prima dovremmo fare tanto noi produttori. Poi dopo il nostro lavoro la Gdo potrebbe darci una mano veicolando il messaggio che vogliamo proporre.

Come giudicate il quadro dipinto dalla nostra inchiesta sul Marsala?

– Giuseppina De Bartoli. È un quadro molto coraggioso e realistico, che raramente viene dipinto dalla stampa, specie quella del settore enogastronomico. Si preferisce piuttosto nascondersi dietro un ago. Non ci si focalizza mai sugli aspetti da voi evidenziati.

L’unica cosa che chiederei ai miei colleghi produttori è la coerenza, perché ognuno con disciplinare fa quello che vuole, nel rispetto della legge. È giusto che ci siano piccole cantine e grandi industrie, ovunque.

Ma serve coerenza e sincerità: servire due padroni non è una cosa che si può fare. L’immagine realista che emerge dall’inchiesta di WineMag.it è esattamente quella contro cui noi sbattiamo la testa quotidianamente.

Non abbiamo letto nulla di inventato, anzi una ricerca così documentata serve ad andare a fondo su una realtà in profonda crisi come quella del Marsala. A voi va il nostro ringraziamento.

– Carlo Martinez. Il vostro servizio ha rappresentato purtroppo chiaramente e realmente quella che è l’attuale situazione del mercato della Gdo. Ci sono però altre realtà, come le enoteche ed i negozi specializzati che, avendo delle persone competenti ed esperte, riescono a far conoscere ed a far apprezzare questo vino.

Una Denominazione che, soprattutto per le tipologie a lungo invecchiamento, sorprende tutti quelli che la degustano per la prima volta. Purtroppo molta gente pensa che il Marsala sia quello all’uovo che si usa nello zabaione.

Quali sono i costi di produzione del Marsala, nelle varie tipologie?

Giuseppina De Bartoli. I nostri costi sono diversi da quelli di altri produttori, in quanto non agiamo secondo logiche industriali. Non possiamo nemmeno decifrarli al momento, in quanto non li abbiamo mai calcolati.

Per dare comunque qualche metro di paragone, il nostro vino “base”, ovvero il già citato “Vigna la Miccia”, esce all’ingrosso a 16 euro più Iva per la bottiglia da mezzo litro. Un prezzo basso rispetto al valore dell’etichetta.

– Carlo Martinez. Il Marsala, nella tipologia “Fine”, ha costi relativamente contenuti. Mai quanto quelli del vino della prima fascia di prezzo e comunque non bassissimi, perché ha un invecchiamento minimo in botti di legno di almeno un anno. Le tipologie “Superiore” e “Vergine”, in special modo quelle che subiscono lunghi invecchiamenti, hanno dei costi di produzione piuttosto alti.

Quanto dovrebbe costare un Marsala di qualità, a scaffale?

– Giuseppina De Bartoli. A scaffale almeno 20 euro, stando bassi. Ma non perché “spari il prezzo”, tentando un’operazione di marketing sull’etichetta: mi riferisco al reale valore della bottiglia, al suo minimo sindacale, qualora tutta la filiera produttiva venisse rispettata a dovere.

– Carlo Martinez. Esistono, purtroppo, Marsala di elevata qualità ed altri meno. Un Marsala perché di qualità, nella tipologia “Superiore”, in bottiglia da cl. 75 e venduto al supermercato, non dovrebbe costare meno di 8 euro.

Credete che i “vini aromatizzati” che contengono Marsala danneggino l’immagine della Denominazione o siano un veicolo utile al “brand” Marsala?

– Giuseppina De Bartoli. Queste tipologie costituiscono, per la nostra visione del Marsala, un grande “dolore”. Fortunatamente, però, non contengono in etichetta la parola “Marsala” e devono essere chiamati “vini aromatizzati” o “creme”.

Per quanto mi riguarda non hanno senso di esistere. Hanno inficiato l’immagine del Marsala, dagli anni 50 in poi. La loro produzione e diffusione ha generato la fine di questo vino, dal punto di vista qualitativo.

Gran parte della colpa della crisi è da addebitare a questo tipo di sottoprodotti. Sono persino sorpresa che esitano consumatori intenzionati ad acquistarli, motivo per il quale vengono evidentemente prodotti.

– Carlo Martinez. Danneggiano sicuramente l’immagine del vero vino Marsala. Le tipologie aromatizzate si possono produrre tranquillamente con altri tipi di vini. Se si usa come base il Marsala non dovrebbe essere specificato in etichetta ma citato solo come uno degli ingredienti. La differenza dovrebbe farla il bicchiere.

Marsala e Mixology: giusto trattarlo da “ingrediente” per i cocktail?

– Giuseppina De Bartoli. Se i barman usassero un grande Marsala per fare grandi cocktail, o gli chef usassero un grande Marsala per fare grandi piatti, sarebbe il massimo. Invece finisce come al solito: in cucina, nove volte su dieci, finisce il marsalaccio.

E per i cocktail, come succede per gin e distillati vari, gran parte dei bar si accontentano dell’etichetta a minor costo. Queste dinamiche generano produzione di Marsala di bassa qualità. Non sono contro al cocktail “figo”, anzi. Ma credo che la mixology non sia la soluzione. Bisogna fare altro per renderlo più appetibile e famoso.

– Carlo Martinez. Più che ingrediente penso dovrebbe essere la base per una tipologia di cocktail ben precisa. Dovremmo essere noi produttori, sicuramente con l’aiuto di barman professionisti e di alto profilo, ad individuarne una sola tipologia con un solo nome ben definito.

Cambiereste qualcosa del disciplinare di produzione del Marsala?

– Giuseppina De Bartoli. Questo è un argomento caldissimo. Se ci penso bene, però, è un po’ come lottare contro i mulini da vento. Pensare di cambiare le cose porta a quanto successo a mio padre Marco: gliene hanno fatte di ogni. Brutto da dire, ma per certi versi ci abbiamo anche rinunciato.

Abbiamo una sorta di consapevolezza che è impossibile cambiare lo stato attuale delle cose. Noi siamo nulla. Comandano i fatturati nei Disciplinari. Nel nostro piccolo, ogni giorno lavoriamo per far conoscere il Marsala. Viaggiamo, facciamo degustazioni. Anche questo è il nostro dovere, da produttori. Ma ci siamo forse un po’ arresi.

Tuttavia, secondo noi, dal disciplinare sarebbe bene togliere la tipologia “Fine” ottenuta dai vini sfusi che escono dalle cantine dopo 4 mesi, o quantomeno togliere un nome che poi finisce nelle peggiori cucine e industrie mondiali.

Dovremmo preservare in qualche modo questo vino dall’immagine di “ingrediente da cucina”, riportandolo alla sola immagine che gli è consona, ovvero quella del “vino da bere”. Così però toglierei il fatturato a molte cantine, che con lo sfuso di Marsala campano.

Molto si potrebbe fare abbassando le gradazioni alcoliche minime: perché ancora 18 gradi? Tutto ciò è legato all’aspetto storico del Marsala, legato al fatto che gli inglesi fortificavano per proteggerlo dai lunghi viaggi in nave.

Oggi è anacronistico. L’alcol aggiunto evidenzia un lavoro non eseguito in vigna, copre le mancanze. E ne serve di più, se il vino base viene lavorato male in vigneto. Punterei ad abbassare la soglia alcolica a 16 o 17 gradi. Sarebbe quantomeno un segnale.

Infine, leverei dal disciplinare anche la tipologia “Ambra”. Bisogna puntare sul lavoro dei viticoltori e meno sull’acquisto di vino già pronto, di bassa qualità, da conciare in cantina prima della commercializzazione.

– Carlo Martinez. Quattro cose secondo me hanno la priorità assoluta. Innanzitutto si dovrebbero razionalizzare le varie tipologie di produzione. Attualmente, ne esistono 29, che si differenziano per caratteristiche, colore e contenuto zuccherino. Sono sicuramente troppe: confondono il consumatore.

Seconda operazione: diminuire le zone di produzione delle uve. Altra cosa che ho proposto tanti anni fa è fare diventare Docg la tipologia più nobile, che è quella Vergine. Ultima, ma secondo me la più importante: cambiare leggermente il nome al Marsala “Fine”.

Non chiamarlo più completamente Marsala, ma modificarlo leggermente così da differenziarlo dai Marsala di pregio, cioè le tipologie “Superiore” e “Vergine”, che sono dei veri e propri vini da meditazione e non solo.

Sul nome penso di avere anche un’idea che potrebbe mettere d’accordo tutti i produttori, quelli conservatori (i più difficili da convincere) e quelli che la pensano come me e tanti altri.

La tipologia “Fine” viene usata come ingrediente (sì di alto livello, ma sempre di un ingrediente si tratta) dai ristoratori in cucina, dalle aziende di dolciumi ed anche dai salumifici, perché è un conservante naturale. Noi dalla grafica dell’etichetta lo facciamo capire. Se si vuole cambiare il trend dei consumi, bisogna guardare non ad oggi ma al domani.

Di chi sono le responsabilità di questa crisi?

– Giuseppina De Bartoli. Si tratta degli effetti della degenerazione industriale, dagli anni 50 in poi. Qui in Sicilia è iniziata, a un certo punto, una guerra fratricida a chi lo facesse pagare meno, non a chi producesse il miglior Marsala.

Chi vuole risparmiare toglie tutto: qualità, lavoro in vigna, invecchiamenti. E lavora invece su altri canali: più sfuso, più uovo, più fragola, più banana, per venderlo al più basso prezzo possibile. Ecco cosa condiziona oggi la produzione di qualità del Marsala: il Dio Denaro.

– Carlo Martinez. Essenzialmente di noi produttori. Dovremmo fare sistema, lavorare insieme dentro un Consorzio che stabilisca le strategie e detti le linee guida.

Perché il vino Marsala non ha un Consorzio?

– Giuseppina De Bartoli. Colpa nostra non è, perché non siamo mai stati considerati. Prima c’era un Consorzio. Ora lo si rimpiange: mi chiedo perché. Non ha mai fatto nulla per la tutela del vino Marsala e questo è sotto gli occhi di tutti, mi pare.

Neppure sul fronte internazionale il Consorzio è riuscito ad essere efficace, dal momento che si può produrre Marsala negli Usa. Inoltre, questo vino è in sostanza in mano ad alcuni imbottigliatori. I protagonisti del Consorzio, oggi, sarebbero gli stessi di ieri.

Ma c’è la volontà di ricostituirlo. Noi siamo stati invitati a partecipare alla prima riunione, questa primavera. Mio fratello Renato ha preso la parola, dicendo chiaramente quanto sto condividendo con voi, in questa intervista.

Renato andò oltre, chiedendo di limitare lo strapotere delle cantine sociali e delle tipologie di Marsala consentite dal disiciplinare. Apriti cielo, tutti a imprecare.

Così, prima della convocazione della seconda riunione, abbiamo inviato una lettera, dichiarando che non intendiamo essere solidali con produttori che non hanno i nostri stessi scopi. Ad impedircelo sono visioni completamente diverse sul futuro del Marsala e sulla strada da intraprendere per il rilancio.

Non siamo degli ipocriti, dunque non intendiamo prendere parte al Consorzio. Magari ci fosse un ente che tutelasse la produzione. Il problema è che non si hanno visioni comune, nemmeno tra le gradi industrie, che tra loro hanno rivalità commerciale. Il nostro auspicio è per un Consorzio che salvaguardi i vignaioli del Marsala.

– Carlo Martinez. Le aziende del vecchio Consorzio (che non ha mai funzionato, infatti la quasi totalità dei produttori, come noi, poi è andata via) hanno sempre guardato al poco di oggi, per non toccare gli interessi di nessuno, anziché al futuro che sarebbe potuto essere sicuramente più prestigioso per tutto il comparto.

Significative le parole del notaio Salvatore Lombardo, presidente della Strada del Vino, riportate proprio dalla vostra testata: “O si riesce a ricreare un Consorzio serio del Vino Marsala, che investa e lo rilanci, oppure sarà difficile godere di nuovi benefici legati al vino”.

“E su questo – ha aggiunto Lombardo – tutti i produttori di Marsala devono essere d’accordo. I grandi vini da meditazione come Madera, Porto e Sherry sono legati a una città e non possono fare a meno di raccontarla. I vini non si bevono solo perché buoni, ma soprattutto perché nel calice si ritrova il territorio e la sua storia”.

Ecco, oltre all’aspetto tecnico-normativo, cosa deve fare il Consorzio che speriamo possa nascere al più presto. Lavorando bene, come hanno fatto di recente al Consorzio Sicilia Doc, si ottengono i risultati sperati.

Quante bottiglie di Marsala si può stimare vengano prodotte complessivamente, nelle varie tipologie, al giorno d’oggi? Quante in passato, all’epoca “d’oro”?

– Giuseppina De Bartoli. Secondo dati in nostro possesso, oggi si parlerebbe di circa 70 mila ettolitri, ovvero circa 6 milioni di bottiglie. All’inizio del secolo scorso, la cifra era nettamente superiore: 1,5 milioni di ettolitri.

– Carlo Martinez. A questa domanda non posso rispondere con precisione, per mancanza di dati ufficiali. Il Consorzio, che al momento non esiste, ha anche il compito di raccogliere tutti i vari dati su produzioni e vendite. I volumi di Marsala venduti tanti anni fa erano sicuramente maggiori.

Riguardo invece quelli dell’imbottigliato, secondo me il dato non è molto differente tra passato ed oggi. Attualmente penso che le bottiglie vendute, nelle varie tipologie, siano intorno a 6 milioni.

Cosa significa per voi il Marsala?

– Giuseppina De Bartoli. Un grande vino, territoriale. Deve sentirsi il sole, il calcare. Il Marsala è un vino naturale, invecchiato. Un Marsala deve sopravvivere, non deve essere venduto subito. Per questo occorre effettuare un grande lavoro in vigna, sulla varietà Grillo. Il Marsala dev’essere un vino non dico eterno, ma quasi.

– Carlo Martinez. Il Marsala è la storia ed il patrimonio della mia famiglia e della mia città. Il vero Marsala, è il risultato della gente, della terra, della storia da cui nasce e da cui è circondato.

È il mare che lo profuma, il bottaio che crea l’ambiente più giusto per farlo maturare, il sole, gioioso ed onnipresente, che ne prepara il futuro. Un prodotto che regala una austerità ed una severità commovente, fatta di lunghi riposi in botti di legno e di tempo, tanto tempo necessario per raggiungere espressioni di altissimo gusto.

Cosa significa “vino Marsala” per i trapanesi, ieri e oggi?

– Giuseppina De Bartoli. Secondo me c’è molta ignoranza sul Marsala, anche qui da noi. Non c’è l’idea concreta di cosa sia, dei vitigni col quale lo si produce e delle varie tipologie esistenti. Se vai in molti ristoranti, non ti chiedono né tipologia né vitigni, né produttore: te ne rifilano uno generico.

È un vino poco conosciuto anche a Marsala, perché non si dà importanza a tutte le sue sfumature, andando nel profondo. Tutti sanno che è un vino Doc, sì. Ma nel concreto lo scenario del Marsala si conosce poco, nel bene e nel male. Si consuma anche poco. E si va su prodotti economici. Ci sono eccezioni, ma la percentuale è molto bassa.

– Carlo Martinez. Non vorrei passare per campanilista: direi piuttosto per i marsalesi che per i trapanesi. Marsala contraddistingue la parte estrema della nostra isola. Nasce nel 397 a.C. (si chiamava prima Lilibeo) ed è la quinta città della Sicilia.

Tra i numerosi reperti archeologici si trovano innumerevoli anfore e giare (contenitori di terracotta) che servivano per il trasporto del vino. La nostra provincia (la più vitata d’Italia) ed il vino sono un’unica cosa ed il Marsala, per quanto è conosciuto nel mondo, è il vino più famoso. Ricordo che è stato il primo prodotto italiano riconosciuto come Doc.

Quale provvedimento ritenete più urgente per sollevare le sorti del vino Marsala?

– Giuseppina De BartoliNoi come debartoliani, lavorare su prodotto bene: uve, prodotto di eccellenza e qualità.

– Carlo Martinez. Fare chiarezza sulle tipologie di produzione, essenzialmente semplificarle, così da indirizzare il consumatore alla tipologia da lui preferita. Differenziare il nome per la tipologia “Fine”, così da guidare il consumatore a bere le tipologie “Superiore” e “Vergine”.

Come si muove l’azienda sui mercati per promuovere il Marsala?

– Giuseppina De Bartoli. Degustazioni in cantina ed enoturismo molto selezionato: accogliamo qui da noi circa 2 mila persone all’anno. In cantina non ospitiamo mai più di 20 persone per gruppo. Un “pacchetto” che si può tranquillamente definire tecnico e concettuale, sia al momento della visita sia della degustazione.

Non a caso dura 2 ore: chi viene qui da noi è perché è fortemente interessato a conoscere una dimensione diversa. Inoltre viaggiamo molto e lavoriamo a stretto contatto con i nostri importatori. Il turista, del resto, ha un’ampia offerta in centro città, dove ci sono aziende bellissime da visitare per vedere la grande produzione.

– Carlo Martinez. Stiamo puntando molto sull’enoturismo come veicolo di divulgazione della cultura del Marsala. Nell’ultimo decennio, infatti, abbiamo aperto le porte della nostra cantina per accogliere non solo i nostri clienti ma anche i consumatori.

Un modo per far sì che possano conoscerci da vicino e apprezzare quei piccoli grandi segreti della nostra azienda, che siamo lieti di condividere con chi viene a trovarci. In tanti sono diventati “ambasciatori” del nostro Marsala, che come tutti i Marsala di qualità sono patrimonio di tutti noi italiani.

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Signorvino e Domori: i segreti dell’abbinamento cioccolato vino

Chiedigli con cosa l’abbina. C’è un momento preciso in cui il “goloso” si trasforma in gourmand: quando nella testa gli balena il pensiero d’abbinare a quella tavoletta di cioccolato un buon vino. Questione di gusto. Ma anche di sensibilità. E di tecnica.

Occasione imperdibile per tutti i buongustai la degustazione organizzata mercoledì 10 aprile presso Il Centro di Arese (MI) da Signorvino e Domori. Cinque varietà del miglior produttore di cioccolato al mondo, abbinate a tre primizie dell’enologia italiana.

Apurimac (dark chocolate 70%), Sur del Lago (fine cacao 70%), Morogoro (fine cacao 70%) e Criollo (80 e 90%), a fare da contraltare al Barolo Chinato di G.D. Vajra, al Marsala Superiore Riserva 10 anni “Oro” di Marco De Bartoli e al Brandy italiano di Villa Zarri. Che si cercasse concordanza o contrapposizione, poco importa. Il risultato della degustazione condotta per Domori da Giulia Agnolin (marketing) e Beatrice Gaboardi (store manager Arese) e per Signorvino dal wine specialist Matteo Sala e dallo store manager Alessandro Mazzoleni, è stata pura emozione.

LA DEGUSTAZIONE
Si parte con Sur del Lago, cacao 70% proveniente dalla patria del cioccolato Domori, il Venezuela. Un fondente con richiami di mandorla, caffè e un sottofondo nemmeno troppo soffuso di tabacco. Con il Barolo Chinato di G.D. Vajra l’abbinamento funziona, eccome. Tutto si gioca sulle morbidezze. Con il chinato che prova a fare il furbo, sfoderando nel retro olfattivo una spezia piccante che non intacca la piacevolezza dell’abbinamento.

Tocca poi ad Apurimac, dark chocolate 70% originario del Perù. Un cacao Trinitario dall’acidità più spiccata rispetto a quella di Sur del Lago. I richiami di note floreali fresche, spuma di latte e toffee sono una sorpresa. L’abbinamento con il Barolo Chinato Vajra è solo apparentemente in contrasto: la grande freschezza che contraddistingue tutta la produzione della cantina di Via della Viole fa il pari con l’acidità del cioccolato, rinvigorendone con le erbe addizionate al nobile vino Docg piemontese la struttura fresca. Chapeau.


Tocca ora a Morogoro, altro 70% cacao fine proveniente però dalla Tanzania. L’abbinamento con il Marsala Superiore Riserva 10 anni “Oro” di Marco De Bartoli esalta la tostatura del cioccolato e i suoi richiami al legno. Una persistenza aromatica intensa infinita, frutto dell’incontro tra la nocciola tostata che contraddistingue Morogoro Domori e il contributo dei 10 anni di affinamento in fusti di rovere e castagno del Marsala De Bartoli.

Il secondo cioccolato abbinato all’affascinante semi-secco siciliano è il Criollo 80% (Venezuela). La percezione zuccherina è inferiore rispetto a Morogoro. Più evidente la pastosità al palato. Un test più arduo, dunque, per il Marsala. L’abbinamento, in questo caso, si gioca tutto sul filo dell’alcolicità. Il poderoso ma elegante Criollo riesce così a svelare la vena “secca” della base Grillo del Marsala De Bartoli. E’ un trionfo per le papille gustative.


Si passa dunque al Brandy italiano di Villa Zarri, ottenuto dalla casa emiliana su una base di uve Trebbiano. Giulia Agnolin pesca dal mazzo un Criollo 90%, che trae inganno per il colore chiaro, che ricorda tutto tranne un fondente “così fondente”. Un cacao delicato e prezioso, che lascia la bocca pulita. Rotondo. Il Brandy sfoderato dal wine specialist Matteo Sala gioca sullo spunto tannico del cioccolato, che non manca. E, al contempo, ne esalta l’aromaticità.

Tutto bellissimo. Eppure mai quanto la chicca finale. Domori, infatti, ha nel suo paniere anche le fave di cioccolato. Un abbinamento emozionale quello con il Brandy italiano Villa Zarri, che gioca tutto sulla vena vegetale della fava e del Trebbiano. Un modo perfetto per concludere una degustazione da favola.

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Live Wine 2017: percorso “anarco-emozionale” tra i vini artigianali

Chiudono oggi a Milano i battenti di LiveWine 2017, salone mercato dei vini artigianali giunto alla sua terza edizione. Evento diventato tappa obbligatoria per winelovers alla ricerca di emozioni nuove nel bicchiere, non sempre positive, talvolta omologate – checché se ne dica – e a volte davvero sconvolgenti. Difficile, per esempio nei panni dei neofiti, approcciare un percorso “lineare” tra i banchi d’assaggio presi d’assalto già dalle prime ore del mattino della prima giornata, sabato 18 febbraio.

“La vite è una pianta anarchica, va assecondata”, parole di Aurelio del Bono di Casa Caterina che intercettiamo al suo banco. Ed è assolutamente anarchico il nostro viaggio a LiveWine. “Via tacchi e taccuini” è il nostro motto della giornata: facciamoci trasportare dall’intuito.

Cominciamo il nostro tour con il vino del momento, il Prosecco. Non quello da spritz e aperitivo pre-serata.  Il nostro entrée è un Prosecco fuori dal comune, che tutti quelli che amano Prosecco dovrebbero provare per capire il tipo di evoluzione e la longevità che può avere l’uva Glera. Si tratta del Prosecco Colfondo di Casa Belfi. Vino bianco frizzante prodotto con uve glera 100% fermentato in acciaio con lieviti indigeni ed imbottigliato in primavera secondo il calendario biodinamico di Maria Thun. Una sorta di vinho verde “Made in Veneto“, ma non da consumare entro l’anno, tutt’altro.

 

 

 

 

 

 

Il colore è intenso  come il naso, esplosione di frutti e fiori con accentuate note sulfuree. In bocca discreto. Troviamo più interessante la versione in anfora, il naso è ancora più sulfureo e minerale e con invitanti sentori di crosta di pane. Per questa versione, l’uva diraspata viene posta in anfore di terracotta con macerazione  sulle bucce per 8 giorni cui segue pressatura soffice e fermentazione, sempre in anfora, a contatto con i propri lieviti fino a primavera . Il fascino dell’anfora fa la sua parte, ma in bocca risulta più equilibrato e godibile. Una buona spalla acida ed un corpo più  in carne del precedente.

Passiamo dal Veneto alla vicina Slovenia e raggiungiamo il banco di Movia azienda di ventidue ettari al confine con l’Italia. Stare lì davanti è come partecipare ad uno show. Polona, ammaliante presenza femminile al banco, maneggia con destrezza gli originali decanter. I calici col fondo sembrano crema whisky. Tre i vini proposti in degustazione. Il primo è un Lunar 2008 Ribolla, prodotto con uve da vendemmie tardive, raccolte a mano e messe a macerare ed affinare sulle bucce per otto mesi in botti di rovere.  Il secondo uno Chardonnay, stesso tipo di vinificazione.

Il terzo vino è uno spumante. Si tratta di “Puro”, blend di Ribolla e Chardonnay. Il vino base, viene fatto maturare 4 anni in barrique, ma a differenza dei metodo classico tradizionali, il liquer de tirage è semplicemente mosto. Una volta imbottigliato, Puro, nasce e vive a contatto con i suo lieviti fino alla sboccatura che viene fatta al momento di bere. E al dègorgement live, che si fa a testa in giù, con il collo della bottiglia nell’acqua e con l’ausilio di una specie di piede di porco da spumante (anche con l’aiuto di una mano maschile che non guasta) assistiamo. Per i vini di Movia non ci sono parole, schede a punti e parametri. Unici. Da provare.

 

 

 

 

 

 

Dirottiamo verso uno stand piemontese. Scegliamo Ezio Cerruti, piccolo produttore conosciuto in particolare per il suo Moscato Passito. Cerruti produce anche una versione di moscato secco e fermo. L’Asti Spumante e il Moscato d’Asti non gli piacevano, ci racconta, e con la stessa uva ha deciso di produrre qualcosa di diverso. Ha iniziato a produrlo nel 2012  non avendo idea di quanto durasse nel tempo. Ha scoperto recentemente che è anche un vino longevo. Ha prodotto 18 bottiglie per il suo consumo personale durante l’anno e, “pur non volendo bestemmiare”, sostiene che il 2012 che ha appena aperto “rieslingheggia”.

Scherziamo con Ezio Cerruti sul naso del Fol Moscato, che nonostante evidenti note minerali è assolutamente varietale. “E voglio ben vedere – ci risponde – se no sarebbe uno Chardonnay”. Il Moscato Fol di Cerruti in bocca è assolutamente gradevole. Una buona acidità sostiene una beva non banale. In versione passita ammalia con il suo colore ambrato intenso. Il naso è frutta secca pura. In bocca per niente stucchevole, fresco e con un finale ammandorlato e persistente.

 

 

 

 

 

 

Il nostro viaggio anarchico, da nord a sud, approda in Sicilia. Vicini di casa, anche qui agli stand due grandi aziende sicule. Marco De Bartoli di Contrada Samperi a 14 km da Marsala e Nino Barraco, altra contrada, sempre a Marsala. Il primo vino che degustiamo è il Grillo Terre Siciliane Igt di De Bartoli, in parte affinato in anfora. Un vino giovane e fragrante dal colore intenso e dalla spiccata mineralità. Tanta salinità, note iodate e agrumate: una grande freschezza a dispetto dell’alcolicità. Il secondo assaggio lo Zibibbo Terre Siciliane Igt.

Prodotto da vigneti allevati ad alberello pantesco, affina in fusti di rovere francese per almeno dieci mesi sulle fecce fini tenute in sospensione. Al naso “stende” con la sua complessità: note dolci di frutta, pesca ed albicocca disidratata in primis, seguiti, in bocca,  da una sferzata sapida e salmastra per un finale dalla persistenza disarmante. Emozionante,  in una sola parola. Quasi impossibile acquistarlo, sono in crisi al banco di De Bartoli per accontentare i winelovers.

Prima di spostarci dal vicino Barraco, un goccio del Vecchio Samperi del quale si è già detto tutto quanto si possa dire. Sublime al naso e al palato: caffè, tabacco, caramello, fichi, un gusto ed una finezza inimitabili. Ma non possiamo esimerci dall’esprimere anche due parole su Bukkuram. Un signor vino passito da uva zibibbo. Sontuoso al naso con sentori di miele, datteri, fichi secchi e marmellata di albicocche. Una complessità indubbia che viene confermata in bocca dove stravince per la morbidezza e con la spinta data dall’ottima acidità che bilancia il notevole residuo zuccherino. Persistente fino alla morte. Un vino da abbinare alla piccola pasticceria e dolci tipici siciliani. Dato il grande livello, un vino perfetto con formaggi stagionati oppure da abbinare al “nulla”, ergo,  da assaporare in maniera “contemplativa”.


“Seconda stella a destra questo è il cammino…”. E alla destra di De Bartoli troviamo l’azienda Nino Barraco. Non basterebbe un articolo intero per descrivere tutti i suoi vini. A Live Wine si presenta con una squadra e un modulo di gioco da finale di Champions League. Un crescendo di emozioni dai vini bianchi, nei quali sono eccellenti, ai rossi. L’idea aziendale di Barraco non è quella del vino “perfetto”, ma di un vino riconoscibile per personalità, in cui le note dissonanti partecipano prepotentemente alla caratterizzazione dello stesso. Missione compiuta.

Dal primo all’ultimo giocatore, ognuno ha la sua personalità. Il Catarratto in purezza 2015 al naso fonde perfettamente la pesca, l’albicocca, l’arancia e lo zolfo risultando ancora più intrigante al palato. Il Pignatello al naso è un mazzolino di timo e rosmarino. L’apice lo raggiungono due esperimenti, Si tratta di due rossi prodotti in purezza da vitigni autoctoni siciliani riscoperti recentemente del quale Barraco ha già intuito le potenzialità. Si chiamano Vitrarolo e Orisi. All’assaggio il Vitrarolo è una spremuta di liquirizia sostenuta da un buon corpo (molto meglio del Nero d’Avola). Impressionante la facilità della beva. Altrettanto speziato, con sentori di chiodi di garofano e pepe nero  l’Orisi. Una beva altrettanto facile, ma un corpo leggermente più debole. Rimandano a Pinot Nero e Nebbiolo per eleganza e finezza. Chapeau. Un battaglione fiero di vini eccellenti.


Tappa imprescindibile di LiveWine è Principiano, azienda tra Langhe e Monferrato. Cominciamo il nostro giro con una bollicina da uve Barbera, di nome“Belen”, Niente a che vedere con le farfalline, Belen è il nome della moglie. Si tratta di uno spumante rosè metodo classico prodotto da uve Barbera di Serralunga e Monforte. Per la presa di spuma viene utilizzato mosto delle stesse uve. Un prodotto tutto centrato sulle durezze. Acidità e mineralità di piacevole freschezza. Il secondo vino è il  Nebbiolo che fa solo acciaio. Prodotto dalle uve allevate sulle parti più basse, non vocate per il Barolo. Un Barolo declassato a Nebbiolo. Molto fresco e beverino, con note di rosa e frutti rossi. Buona qualità in un corpo medio.

Ma il prodotto top di Principiano è sicuramente il Barolo. Assaggiamo il Barolo Serralunga 2013: il classico Barolo con un ottimo rapporto qualità prezzo. Prodotto senza inoculo di lieviti e senza solforosa per circa un mese, l’affinamento di ventiquattro mesi avviene in botti di 20 e 40 ettolitri e successivamente nelle circa 20.000 bottiglie prodotte. Ad un prezzo al pubblico di circa 25 euro, Ferdinando Principiano lo ha pensato anche per la coppia giovane che al ristorante vuole prendere un Barolo senza “svenarsi”. Prezzo abbordabile, ma prodotto non banale. Di altra stoffa il Barolo Boscareto 2012,  fratello maggiore.

Nel bicchiere il colore è classico del Nebbiolo, di bella trasparenza e luminosità. Il profilo aromatico è di maggiore complessità rispetto al Serralunga 2013. Naso tutto giocato sulla frutta matura, in bocca è energia pura ed agilità pur mantenendo spessore. Un beva ben diversa da quella del Boscareto di annate precedenti, da quando Ferdinando ha cambiato il metodo di vinificazione, utilizzando uve con tutti i raspi. Barolo pronto, ma con ampia prospettiva.

 

 

 

 

 

 

Non possiamo non spendere due parole anche per Thomas Niedermayr, artigiano del vino che si crea addirittura i vitigni. La sua azienda si trova a San Michele Appiano.  Con il suo accento altoatesino ci introduce al suo mondo fantascientifico. I suoi sono vini da vitigni Piwi, acronimo tedesco che indica vitigni resistenti contro i crittogami.  Si tratta di incroci tra vitis vinifere e viti selvatiche. In etichetta il nome è l’anno di messa in produzione dell’impianto. Il nome, un codice, apparentemente freddo cela invece vini caldi. Tutti semi aromatici che rimandano a tanti vini. Sono tra loro simili eppure diversi per complessità.

Alcuni hanno principalmente rimandi fruttati esotici, spezie dolci. Tra il Gewurtztraminer, il Riesling, il Pinot, indefinibili, ma tutti con una bella cremosità. Molto bevibili, difficile scegliere il migliore. Dopo tutti questi bianchi non possiamo andare via senza Pinot Nero. Lo chiediamo a Thomas che ci guarda stralunato. Gaffe. Per noi il Pinot Nero sta all’Alto Adige come il Lambrusco al salame. Invece il rosso in degustazione è un’altra combinazione misteriosa di vitigni Piwi. Leggero e fruttato, un po’ in fondo ci sembra il Pinot Nero, sarà suggestione, fatto sta che ci conquista.

 

 

 

 

 

 

Non basta una sola giornata al Live Wine. Nel pomeriggio aumenta notevolmente la folla e diventa difficile avere informazioni dai produttori o solo ascoltare per il gran brusio nella sala. Ci vorrebbe una “seconda puntata”, per raccontare tutti i 138 vini che abbiamo degustato. Due appunti sull’organizzazione dobbiamo farli però. Il primo è che non è prevista tasca porta bicchiere, un po’ scomodo portarsi il bicchiere in mano. Prossima volta si porta da casa.

Secondo appunto sul salone-mercato. Di fatto sono pochissimi i produttori a vendere, nonostante il carrello verde indicato su tutti i banchetti (errore di stampa?). La povera Polona di Movia tenta in modo un po’ artigianale di comunicare anche visivamente che non vende.

Quelli che hanno capito tutto del salone mercato sono i francesi del Sauternes. I loro banchetti sembrano la cassa della sala scommesse,  addirittura dotati di Pos. Troppo avanti. Chi chiede un’annata a destra, chi a sinistra. I prezzi sono davvero competitivi. 25 euro per una Demi bouteille del 1975: quando ci ricapita a noi italiani?

 

 

 

 

 

 

Vino e cibo vanno di pari passo. Per fare “fondo” ai vini degustati merita una menzione speciale la parte street food di Live Wine. E per noi ha vinto lui su tutto, anche sui vini, il panino alla barese polpo e patate di Pantura.

 

 

 

 

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