Jac come Jacopo (Di Battista). Diminutivo, non acronimo: chi si aspetta Just another cabernet, insomma, sbaglia due volte. Si chiama così l’ultimo vino della cantina Querceto di Castellina. Un Toscana Igt Cabernet Franc 2021 con cui l’azienda agricola bio di Castellina in Chianti (Siena) si proietta fuori dalla dimensione del Gallo Nero in cui ha già dimostrato di saper eccellere, con il Chianti Classico Gran Selezione “Sei” (vero capolavoro, di annata in annata).
Jac, sì. Tre lettere e una dedica personale, che Jacopo Di Battista si regala subito dopo il giro di boa dei 25 anni di Querceto. Come a voler provare d’essere maturo. D’essere cresciuto, esorcizzando quel nomignolo, Jac, che gli veniva affibbiato dagli amici, da ragazzino. D’esser pronto a spingersi oltre. Misurandosi con i grandissimi (toscani e non solo) che già interpretano il Cabernet Franc in purezza. Un vino, Jac, che è prima di tutto coraggioso e sfidante.
JAC CABERNET FRANC: IL NUOVO VINO DI QUERCETO DI CASTELLINA
Di fatto sbaglia, assai, chi cerca analogie. Jac non è come gli altri toscani. Non è come i Franc della Loira: non è né léger, né complexe. E non è neppure come i francesi di Bordeaux, il territorio “galeotto” che diede a Jacopo Di Battista, agli inizi degli anni Duemila, l’idea di produrre un Cabernet Franc in purezza a Castellina in Chianti, divenuta realtà oltre 20 anni dopo, reinnestando la varietà su 3 mila ceppi di un vigneto di oltre 10 anni. Cos’è, allora, Jac? Se stesso e basta. Un vino che ti sbatte in faccia la propria unicità, un secondo prima d’iniziare a farti pensare a qualsiasi paragone.
Illude, è vero, quel gran bel frutto che si presenta al naso, più sulla bacca rossa croccante, che nera. Illude pure quella bella speziatura candida, elegantissima, in sottofondo. Cosa sarà? Chi sarà il modello? Il palato non mente. Porta dritto in azienda, a Castellina in Chianti. Alla verticalità e alla tensione acida che contraddistingue tutti i vini di Querceto e la mano (leggera, dosatissima) dell’enologa Gioia Cresti, capace di restituire nel calice le specificità dei terreni al confine esatto con Radda.
L’ETICHETTA DI JAC
Jac è tutto tranne che qualcun altro. È un Cabernet Franc divisivo, che può piacere tanto quanto deludere nell’annata specifica (la 2021, prima annata ufficiale), proprio per quel suo essere carico d’aspettative tradite dall’impossibilità d’un assonanza. Jac è se stesso. Il via libera a una nuova frontiera per i vigneti “d’altitudine” del Chianti Classico, al di là del Sangiovese? Un Franc quasi “di montagna”, lontano dalle logiche e dai cliché sul vitigno. Quasi sottile, per quel tannino fitto che non sembra trovare il giusto contraltare nella polpa, al di là della spiccata gioventù attuale.
Eppure bello da bere, nel suo essere fresco e rusticamente raffinato. Ossimori che si riflettono persino sull’etichetta realizzata «dopo quasi un anno di ricerca» dallo studio milanese Aldo Segat & Partners. C’è chi ci vede un soffice grappolo d’uva; chi una sequenza d’acini (di Franc?) maturi. E chi, giustamente, la stilizzazione di un motore V8 cilindri, a sintetizzare la grande passione di Jacopo Di Battista per le auto e i motori. Cosa s’era detto? Tutto tranne che Just another cabernet, il buon Jac. Sin dall’etichetta.
Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, tra carta stampata e online, dirigo winemag.it. Collaboro inoltre come corrispondente per una delle testate internazionali più autorevoli del settore, in lingua inglese. Edito con cadenza annuale la “Guida Top 100 Migliori vini italiani” e partecipo come giurato ai più importanti concorsi enologici internazionali. Oltre alle piazze tradizionali, studio con grande curiosità i mercati emergenti, seguendone dinamiche, trend ed evoluzioni. Negli anni ho maturato una particolare esperienza nei vini dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa, tanto da aver curato la selezione vini per un importatore leader in Italia. Nel 2024 mi è stato assegnato un premio nazionale di giornalismo enogastronomico.
In occasione della vendemmia 2024, i vigneti del Centro-Loira hanno affrontato sfide climatiche straordinarie, tra piogge costanti che hanno favorito la peronospora, ma anche gelate e grandinate. Tuttavia, grazie al sole di agosto e alle escursioni termiche, il “millesimo” è promettente. Lo riferisce il Bureau Interprofessionnel des Vins du Centre-Loire. Fabrice Doucet, direttore ed enologo consulente del Servizio interprofessionale di consulenza agronomica, enologica e analisi del Centro (SIVAC), si spinge oltre: «A memoria d’uomo, l’annata 2024 non ha precedenti. Tra la pioggia, che non ha dato tregua ai viticoltori durante la primavera e l’inizio dell’estate, il gelo e la grandine, i vigneti del Centro-Loira non sono stati risparmiati».
I VINI 2024 DEL CENTRO LOIRA
La speranza di una buona annata però persiste, grazie al sole di agosto e ad un’escursione termica tra la mattina e la giornata che favorisce la maturazione delle uve. La vendemmia 2024 in Centro Loira risulta posticipata rispetto agli anni precedenti. Nonostante il forte impatto della peronospora, che ha ridotto i raccolti, si prevede un ritorno a vini dal profilo più classico, freschi e fruttati, segnando un’eccezione rispetto ai millesimi recenti, che hanno dato mosti e vini più densi e zuccherini. Le previsioni del Bureau Interprofessionnel des Vins du Centre-Loire riguardano pregiate denominazioni francesi, rinomate in tutto il mondo, come Sancerre, Pouilly-Fumé, Menetou-Salon, Quincy, Reuilly, Coteaux du Giennois, Châteaumeillant, Pouilly-sur-Loire, Côtes de la Charité e Coteaux de Tannay.
Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, tra carta stampata e online, dirigo winemag.it. Collaboro inoltre come corrispondente per una delle testate internazionali più autorevoli del settore, in lingua inglese. Edito con cadenza annuale la “Guida Top 100 Migliori vini italiani” e partecipo come giurato ai più importanti concorsi enologici internazionali. Oltre alle piazze tradizionali, studio con grande curiosità i mercati emergenti, seguendone dinamiche, trend ed evoluzioni. Negli anni ho maturato una particolare esperienza nei vini dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa, tanto da aver curato la selezione vini per un importatore leader in Italia. Nel 2024 mi è stato assegnato un premio nazionale di giornalismo enogastronomico.
EDITORIALE – Mentre i fondi europei stanno dando una nuova centralità enologica (non del tutto ancora meritata) a Paesi dei Balcani e dell’ex blocco sovietico, in buona parte spesi dalle organizzazioni locali per foraggiare la stampa internazionale di settore e incoraggiarla a scrivere di “quanto siano meravigliosi” i vini oggi prodotti in quelle zone (non saranno sfuggiti ai più informati alcuni “titoloni” di pubbliredazionali apparsi, per esempio, su Decanter, oppure lo spazio crescente conquistato a Prowein da queste nazioni, con la Germania e i suoi scrupolosi intermediari a proporsi come mercato chiave dell’export Ue) è bene che gli amanti del nettare di Bacco non perdano di vista una regione vinicola su tutte in Europa. Una tra le più note, che continua a produrre vini di assoluta qualità, mai abbastanza glorificati in Italia e nel panorama mondiale e oggi da (ri)scoprire: la Loira.
Gli importatori italiani di Borgogna e Bordeaux, per non parlare di Champagne, abbondano ma non sempre riescono a convincere in termini di profondità dell’assortimento. Il motivo è che la richiesta è alta e c’è un po’ di spazio per tutti, anche per gli improvvisati. Trovare invece vini della Loira in Italia, specie nelle carte dei ristoranti, è cosa ben più complicata. Eppure questa regione andrebbe collocata, a mio avviso, almeno tra le prime tre da scoprire (o approfondire) dentro e fuori dal calice, a partire da questo 2023.
Il motivo risiede nella moderna raffinatezza della produzione dei Vignerons della Loira, capaci di sfornare vini rossi leggeri (nuovo, vero trend internazionale che sta man, mano seppellendo l’abbondare delle sovra-concentrazioni, nonché l’uso smodato delle barrique di primo passaggio, vere e proprie serial killer di primari e varietali) tanto quanto vini bianchi freschi, minerali, verticali (altro trend) e spumanti – i Crémant – di ottima levatura (valide alternative ai più costosi Champagne).
LOIRE MILLÉSIME 2023: L’ANALISI DELL’ANTERPIMA
A Loire Millésime 2023, l’anteprima vini organizzata da InterLoire – Interprofession des Vins du Val de Loire che ha visto protagonista la stampa internazionale tra il 25 e il 29 aprile scorso, la Loira ha confermato che per essere tra i migliori basta, a volte, rimanere se stessi. Soprattutto se a cambiare sono gli altri. Un cambiamento dettato principalmente dalle novità del clima. Le alte temperature stanno letteralmente “cuocendo a puntino” diverse denominazioni internazionali, in cui si assiste – tra gli altri fenomeni negativi – a un’impennata dei valori dell’alcol che contribuisce ad allontanare i consumatori da determinate tipologie, se non a costringerli a puntare su bevande diverse dal vino.
Il climate change sta invece – per molti versi – avvantaggiando la Loira, regione connotata per lo più da un clima fresco e che del “Cool Climate” – formula ormai divenuta vera e propria leva di marketing internazionale da parte di cantine e territori più avveduti e all’avanguardia – fa e farà sempre più un cavallo di battaglia. Basti pensare che InterLoire ha messo “l’acqua” al centro della sua campagna di promozione negli Usa e nei mercati target europei (tra cui non figura, per ora, l’Italia) nella duplice presenza “rinfrescante” dell’Oceano – soprattutto a ovest di Nantes, patria degli straordinari Cru del Muscadet – e dello stesso fiume Loira, che attraversa la regione contribuendo al 25% delle risorse idriche dell’intera Francia. Condizioni ideali, insomma, per reggere – anche in futuro – all’urto di stagioni calde, secche e siccitose, senza che i viticoltori locali debbano rivoluzionare di molto le pratiche agronomiche o di cantina.
CABERNET FRANC FAVORITO DAI CAMBIAMENTI CLIMATICI IN LOIRA
Dell’aumento delle temperature medie si avvantaggia soprattutto il Cabernet Franc, varietà simbolo della Loira che, in occasione della vendemmia 2021 proposta in anteprima dai produttori a Loire Millésime 2023, si presenta succoso più che mai, sapido (a volte addirittura bilanciatamente “salato”), golosissimo nelle migliori espressioni primarie del frutto.
Si passa dalla polpa rossa croccante tipica dei “leggerissimi” Saint-Nicolas-de-Bourgueil – vini tendenzialmente longilinei e slanciati nell’espressione del millesimo, seppur mai banali – alle più strutturate versioni “complesse” di Saumur-Champigny, l’Aoc che più di tutte concentra in 1.500 ettari di vigneto l’impressionante versatilità del Cabernet Franc della Loira. Non è raro trovare nella stessa gamma di una cantina vinslégers e vinscomplexes, tipologie accomunate da un’immensa “approcciabilità“, garantita dall’immancabile agilità di beva.
GLI CHENIN DI SAVENNIÈRES: UNA GARANZIA
Un motivo in più per (ri)scoprire la Loira è la versatilità della produzione. Se le modernissime interpretazioni del Cabernet Franc potrebbero rivelarsi una scoperta per il mercato italiano – incentivando così i produttori a piantare Cabernet Franc nelle aree più adatte, scommettendo su vini “croccanti”, in pieno stile francese, segmento purtroppo poco presidiato al momento nel Bel Paese – di una maggiore notorietà godono Chenin e Sauvignon Blanc. Soprattutto per quest’ultimo, la notizia è che non bisogna per forza addentrarsi negli ormai noti Sancerre o Pouilly-Fumé per trovare assoluto appagamento dei sensi, in zona. Ma andiamo con ordine.
Lo Chenin è la terza varietà più piantata in Loira, diffusa soprattutto ad Angers e Touraine. I vini più verticali e minerali, specchio fedele dei suoli, trovano casa nella Savennières Aoc, a sud di Angers, sulle rive del fiume. Solo 150 gli ettari complessivi, per lo più arroccati su speroni rocciosi a picco sul fiume. Rese molto basse e terreni composti da scisti di arenaria e rioliti vulcaniche donano caratteristiche uniche allo Chenin. E per chi è a caccia di una longevità maggiore, ci sono i Savennières Roche aux Moines (veri mattatori a Loire Millésime 2023) e i Coulée de Serrant.
TOURAINE OISLY E CHENONCEAUX: L’EVOLUZIONE DEL SAUVIGNON BLANC
Anche sul Sauvignon Blanc della Loira si potrebbero scrivere pagine e pagine, ma è sul nuovo capitolo della varietà che è giusto concentrare la massima attenzione. La nuova “frontiera” si chiama Touraine Oisly, considerata “The cradle of Sauvignon Blanc“, ovvero la “Culla” del vitigno. Siamo a ovest di Montrichard, nella parte più orientale dell’Aoc Touraine, su un areale di soli 35 ettari allevati ad oggi da 7 viticoltori. In soli 12 anni (l’Aoc Oisly è stata istituita nel 2011 e riguarda solo le migliori parcelle della Sologne Viticole) il Sauvignon qui ha trovato un profilo unico, che mette al centro finezza ed eleganza, giusta concentrazione del frutto e sapidità, costituendo ormai una validissima alternativa ad Aoc più note (e costose).
Stesso discorso vale per un’altra denominazione in crescita, istituita nel 2011 all’interno della Aoc Touraine, proprio come quella di Oisly. Al centro, ancora una volta, il Sauvignon Blanc: si tratta della della Touraine-Chenonceaux, dal nome che richiama lo splendido Château della foto di copertina. I suoli, ricchi di calcare e argilla silicea, assicurano centralità e croccantezza al frutto. Nonostante la buona concentrazione aromatica, i vini base Sauvignon qui prodotti risultano sempre freschi, connotati da un’ottima agilità di beva e gastronomicità. Nelle prossime settimane, come per le altre denominazioni, i migliori assaggi a Loire Millésime 2023.
SEMPRE PIÙ PROFILATI I CRU DEL MUSCADET
Una lunga tavolata, con i produttori e i loro vini schierati in bell’ordine. Alle loro spalle, un roll-up che mostra il nome e il suolo di ogni cru. Si sono presentati così alla stampa i Vigneron di Nantes, per dare ulteriore (meritatissimo) risalto ai loro Crus Communaux, i Cru del Muscadet. Più passano gli anni e più i produttori di questo areale francese riescono a dare un senso a quello che, solo apparentemente, potrebbe sembrare un “abuso di zonazione”.
I vini provenienti dai differenti crus communaux del Muscadet hanno un’identità singolare precisa, al netto di qualche somiglianza che potrebbe avvicinare l’espressione di un cru a quella di un altro. Dieci quelli identificati, così riassumibili grazie alle impressioni degli assaggi. Per le versioni più piene, stratificate e “potenti”: Clisson, Gorges, Mouzzillon-Tillières, Monnières-Saint Fiacre e Vallet. Per i crus del Muscadet di maggiore equilibrio e rotondità: Le Pallet, La Haye-Fouassière, Goulaine, Champtoceaux, La Haye-Fouassière e Château-Thébaud.
Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, tra carta stampata e online, dirigo winemag.it. Collaboro inoltre come corrispondente per una delle testate internazionali più autorevoli del settore, in lingua inglese. Edito con cadenza annuale la “Guida Top 100 Migliori vini italiani” e partecipo come giurato ai più importanti concorsi enologici internazionali. Oltre alle piazze tradizionali, studio con grande curiosità i mercati emergenti, seguendone dinamiche, trend ed evoluzioni. Negli anni ho maturato una particolare esperienza nei vini dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa, tanto da aver curato la selezione vini per un importatore leader in Italia. Nel 2024 mi è stato assegnato un premio nazionale di giornalismo enogastronomico.
Dal 14 al 16 marzo, 1.210 vini Sauvignon provenienti da tutto il mondo si sono contesi le ambite medaglie del Concours Mondial du Sauvignon 2023. Per la prima volta nella sua storia, la competizione si è svolta fuori dall’Europa, a Franschhoek, in Sudafrica. Non è cambiata, tuttavia, la supremazia dell’Austria, incoronata regina delle nazioni produttrici di Sauvignon Blanc (20, per la precisione, quelle in lizza) da 50 giudici internazionali.
Il miglior Sauvignon del concorso proviene di fatto dalla Stiria, la regione austriaca di Graz. Il Trofeo Dubourdieu è stato quindi assegnato al Sauvignon Blanc “Sieme Eichberg” della cantina Adam-Lieleg. All’Austria un totale di 85 medaglie, di cui 45 d’oro e 40 d’argento.
Nonostante la difficile annata 2022, la Loira (Francia) ha comunque ottenuto 77 medaglie (28 d’oro, 49 d’argento). Si tratta di una bella ricompensa per i produttori della regione che hanno dovuto fare i conti con condizioni meteorologiche avverse. Al Concours Mondial du Sauvignon 2023, la Francia ha vinto anche il Trofeo Internazionale per il miglior assemblaggio, che è andato al Saint-Lannes Sauvignon Chardonnay di Duffour Père & Fils.
RAIF 2021 DI CASTELFEDER RIVELAZIONE ITALIANA
La Spagna mantiene la sua posizione, con ben 12 medaglie, di cui quattro d’oro. La Castiglia e León è chiaramente una terra privilegiata per questo vitigno, ma nell’elenco dei vincitori sono presenti anche altre zone di produzione come la Catalogna, l’Aragona, la Navarra e la Mancia.
L’Italia si è aggiudicata 14 medaglie d’oro e 17 d’argento, con il Friuli-Venezia Giulia che si conferma territorio di produzione leader della penisola. Il Sauvignon 2021 “Raif” di Castelfeder si aggiudica tuttavia il premio Rivelazione 2023 per l’Italia, spostando il cerchio del vitigno in Trentino Alto Adige.
Il Sudafrica fa grandi progressi, tra le maggiori nazioni produttrici di Sauvignon Blanc. Ben 56 le medaglie rimasta in casa agli organizzatori del Concours Mondial du Sauvignon 2023, di cui 26 d’oro e 30 d’argento, oltre al titolo “Tonnellerie Sylvain” per il miglior vino invecchiato in botti di rovere assegnato al Villiera Bush Vine di Villiera Wines.
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EDITORIALE – Premessa: chi mi conosce sa che assaggio, pressoché quotidianamente, dal vino in brik al top di gamma, col medesimo approccio e rigore. Scollegando, cioè, i neuroni del marketing e dell’etichetta e spremendo, piuttosto, quelli della logica. Lasciando “parlare il calice“. Ed è proprio mentre chiacchieravo con un vino rosso della Loira che mi sono reso conto di quanto sono belli gli autoctoni. Ma il Cabernet…
All’epoca della riscoperta dei vitigni autoctoni, fenomeno che riguarda tutti i maggiori Paesi produttori di vino del mondo, accelerato dalle misure restrittive volte ad arginare la pandemia che hanno spinto i winelovers a scoprire varietà e vini presenti “dietro casa”, in Italia stiamo perdendo la grande occasione di produrre versioni di Cabernet moderne, che invece abbondano a livello internazionale. Non solo in Francia.
A scatenare questa riflessione è la piacevolezza (letteralmente “goduriosa”) dell’Aop Anjou “Un(e) Tour en Anjou“ 2021 del produttore “Fivi” francese Domaine des Trottières. Un uvaggio Cabernet Sauvignon – Cabernet Franc senza solfiti aggiunti, capace di ergersi a manifesto assoluto dell’occasione che il nostro Paese sta perdendo nello snobbare versioni delle due varietà bordolesi (e in particolare di Franc) che in Loira definirebbero vin lèger.
CALL TO ACTION WINEMAG.IT: SEGNALATECI I CABERNET GLOU-GLOU!
L’Anjou dei vignerons indépendants della famiglia Gourdon mostra i risvolti più “leggeri”, sbarazzini e golosi dei due vitigni; caratteristiche così difficili da trovare in Italia, anche nelle aree in cui Cabernet Franc e Cabernet Sauvignon sono più diffusi. Perché perdiamo questa occasione? Vogliamo approfondire il tema, tanto da chiedere aiuto ai lettori.
Chiunque conosca produttori italiani che affrontino i due vitigni (in particolare il Cabernet Franc) in versione glou-glou (tutta beva e spiensieratezza) ce lo segnali con una mail a redazione@winemag.it. Raccoglieremo i vini per una degustazione comparativa e ne daremo notizia su winemag.it, col proposito di essere smentiti su questa “falla” nella stilistica dei bordolesi in Italia. Prosit!
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Prodotto con Chenin Blanc (50% di cui 10% vini di riserva), Chardonnay e Cabernet franc, il Crémant de Loire di Langlois Chateau rappresenta uno specchio fedele della denominazione d’Oltralpe. Le uve provengono da una selezione di 6 appezzamenti, scelti per l’espressione tipica dei vitigni che compongono la cuvée, negli specifici suoli della Loira: Côtes de Saumur (silice e calcare), Bas Layon (scisto), Haut Layon (argilla e calcare), Coteaux St Léger (calcare), Puy Notre Dame (argilla e calcare) e Montreuil Bellay (argilla e calcare).
Netta, dunque, la prevalenza di suoli calcarei, evidente anche nell’espressione del vino. Un Crémant da godere in gioventù, per apprezzare freschezza e slancio verticale del vitigno principe dell’assemblaggio scelto da Langlois Chateau, lo Chenin Blanc (re delle varietà a bacca bianca della Loira). Le note dominanti sono quelle della frutta a polpa bianca, appena matura, introdotte da un naso piuttosto generoso e finissimo, che abbina un floreale fresco a tinte minerali, ancor più nette al palato.
La vinificazione del Crémant de Loire di Langlois Chateau avviene per varietà e terroir, in tini di acciaio inox a temperatura controllata. La degustazione dei vini base suddivisi per parcella determina l’assemblaggio finale. L’affinamento avviene secondo il metodo tradizionale, con successiva maturazione sui lieviti per un minimo di 24 mesi. Molto ben integrati i 12 g/l di dosaggio.
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Mentre la Loira, e in particolare i vigneron di Vouvray, si interrogano sull’opportunità di seguire l’esempio dell’Alsazia, indicando sulla retro-etichetta dei propri Chenin Blanc il residuo zuccherino, il Sudafrica mette la freccia. E sorpassa. L’ultima trovata della Chenin Blanc Association (Cba) è infatti “l’indicatore di stile” dello Chenin (“Fresh”, “Fruity” oppure “Rich”) che apparirà sulle bottiglie della vendemmia 2022.
A guidare i consumatori verso una scelta più consapevole, e soprattutto più vicina al proprio gusto, sarà un duplice bollino. Sarà apposto alle bottiglie di Chenin Blanc, sulla parte frontale e sul retro. La “Show-and-tell taste icon” non lascerà spazio a dubbi: “Quello che vedi è ciò che compri”, recita il claim dell’iniziativa.
Una freccia, posizionata sulla scala di valori che va da “Fresh” (“Fresco”) a “Fruity” (“Fruttato”), sino a “Rich” (“Ricco/Complesso”), spiegerà lo stile di ogni Chenin Blanc presente a scaffale, ancor prima di aprire la bottiglia e assaggiarlo.
La Chenin Blanc Association lo descrive, senza mezzi termini, come «un nuovo asso nella manica». «Parte del fascino dello Chenin è la sua versatilità», spiega Ken Forrester, uno dei principali artefici della creazione dell’Acb e della reputazione mondiale degli Chenin sudafricani.
In Sudafrica si possono ottenere Chenin Blanc assolutamente deliziosi, da quelli secchi a quelli finemente dolci; da quelli puri e freschi a quelli stratificati e complessi. La notizia non così buona è che lo Chenin, a volte, può confondere gli acquirenti. Come possono sapere quali caratteristiche gustative aspettarsi dalla bottiglia che prendono dallo scaffale?».
LA “SHOW-AND-TELL TASTE ICON” PER SCEGLIERE LO CHENIN BLANC
«Per semplificare la selezione – continua Ken Forrester – abbiamo creato un’icona a scala lineare. Inizia con “Fresco” a un’estremità e “Ricco” all’altra, con “Fruttato” posizionato proprio nel mezzo. Una freccia indica la posizione del vino lungo la linea, dal punto di vista del gusto. Non riflette la composizione chimica del vino. Serve a prevedere, in modo rapido e comprensibile, cosa ci si può aspettare dal punto di vista stilistico».
L’indicatore di stile, sviluppato in collaborazione con il South African Wine & Grape Research Institute dell’Università di Stellenbosch, è stato approvato dal South African Wine Industry and Systems (SAWIS), l’ente responsabile delle denominazioni di origine del vino sudafricano e della loro etichettatura.
La nuova icona è stata sperimentata da diversi produttori di grandi dimensioni e da piccoli produttori artigianali. Alcuni sono andati ben oltre, collegandola a un codice QR per offrire ai consumatori la possibilità di ottenere informazioni aggiuntive, su aromi e sapori dello Chenin blanc del Sudafrica.
«Speriamo che alla fine tutti i membri della Chenin Blanc Association la adottino – commenta ancora Forrester – nel tentativo di rendere gli acquisti ancora più facili. Non tutte le etichette saranno dotate di codici QR. Ma i produttori che sceglieranno questa strada saranno in grado di portare i consumatori a descrittori più approfonditi, che si allineano alla ruota degli aromi dello Chenin Blanc».
LA RUOTA DEGLI AROMI DELLO CHENIN BLANC
Uno degli Chenin Blanc sudafricani disponibili sul mercato italiano
I descrittori sensoriali su scala lineare, da “Fresco” a “Fresco/Fruttato”, “Fruttato”, “Fruttato/Ricco” e “Ricco”, sono tratti dalla “Ruota” ideata nel 2007 dalla CBA, insieme all’Università di Stellenbosch e a diversi operatori del settore.
Secondo Forrester, i vini che si collocano sul lato “Fresh” della scala sono freschi e sapidi. Quelli che si trovano al punto “Fruity” o in sua prossimità, mostreranno caratteri di frutta e spezie. Quelli che si trovano all’estremità “Rich” dello spettro mostreranno probabilmente qualche traccia di affinamento in legno e note di frutta cotta o secca, con memorie di burro e vaniglia.
«Gli sforzi per costruire il profilo di prestigio dello Chenin Blanc del Sudafrica a livello nazionale stanno già dando i loro frutti – sottolinea Ken Forrester – con vini dal prezzo compreso tra R100 e R120 a bottiglia (dai 5,95 ai 7.10 euro, ndr) che cresceranno del 96% in volume tra il 2020 e il 2021».
Nel frattempo, gli Chenin venduti al dettaglio tra i R90 e R100 (dai 5,30 ai 5,95 euro) sono aumentati dell’87%. Quelli nella fascia tra R70 e R80 (4,15 / 4,70 euro) del 49% nello stesso periodo. «Nel complesso – conclude Forrester – c’è stata una buona crescita in valore, ma siamo particolarmente soddisfatti dell’interesse crescente per i vini con un prezzo superiore a 70 Rand».
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A Val de Loire Millésime 2022, i vini ottenuti da Cabernet Franc in purezza si confermano ad alti livelli a Saumur-Champigny, tanto quanto a Chinon e Bourgueil. Le novità arrivano dalla zona occidentale della Valle della Loira, dove Champtoceaux ha avviato il procedimento per il riconoscimento di Cru Communaux del Muscadet (già in etichetta, come consentito dalla legislazione francese).
Nel distretto di Anjou, lungo le sponde dell’affluente Layon, continua invece l’affermazione dei vini secchi da Chenin (localmente chiamato Pineau de la Loire). Una tipologia che si fa sempre più largo all’interno della nota denominazione di vini dolci Coteaux du Layon.
Questi i trend in evidenza in occasione dell’ultima “passerella” dei vini della Loira. Ad ospitare la stampa internazionale che ha preso parte a Val de Loire Millésime 2022 è stata la città di Angers, patrimonio Unesco e capoluogo del dipartimento del fiume Maine.
TUFFEAU E SAVOIR-FAIRE: I MIGLIORI CABERNET FRANC DI SAUMUR-CHAMPIGNY
Poco spazio per Sancerre in questa edizione della kermesse. In compenso, è salita in cattedra l’Aoc Saumur-Champigny, parte integrante del triangolo delle meraviglie del Cabernet Franc della Loira, assieme a Chinon e Bourgueil.
Al di là della qualità indubbia dei vini della zona, è interessante l’approccio dei produttori locali a una varietà tutt’altro che semplice da lavorare. Oltre alle basse rese, la catalogazione dei vini 100% Cabernet Franc Aoc Saumur-Champigny prevede due macro-categorie, legate alle caratteristiche della beva.
Si passa dai “Vin léger“, (quasi) tutto frutto e agilità, ai “Vin complexe“, per l’appunto più “complessi” e adatti a un medio-lungo affinamento. La vera discriminante è tuttavia il suolo, composto da Tuffeau. A dispetto del nome non si tratta di tufo vulcanico, bensì di un composto calcareo-sabbioso robusto, ma facile da lavorare.
Non a caso è stato utilizzato per la costruzione dei famosi castelli della Loira. Diverse cantine, case, chiese e cunicoli sono stati scavati nel Tuffeau, creando un sistema di Troglodytes (Trogloditi) lungo 1.500 chilometri, unico in Europa. È tra queste spettacolari caverne che molti vignerons della Loira accolgono gli enoturisti.
Il Tuffeau è il risultato di depositi di organismi fossili e sabbia sul fondale del mare che, nel Mesozioico, copriva interamente la Valle della Loira. Una componente che si riflette nei fini Cabernet Franc di Saumur-Champigny.
Altra prerogativa dei rossi locali è la tecnica di vinificazione, con i vignaioli impegnati a non eccedere nell’estrazione. Preservando ed esaltando, piuttosto, i primari della varietà. Tracce evidenti di queste caratteristiche nei migliori Cabernet Franc degustati a Val de Loire Millésime 2022.
Una ventina di ettari allevati in biodinamica per la cantina che riesce a convincere più di tutte – trasversalmente tra bianchi e rossi – a Val de Loire Millésime 2022. In particolare, questo Franc in purezza nasce da Clos du Château, connotato da viti di 60 anni. Frutto, freschezza, sapidità, perfetto equilibrio tra estrazione e slancio ne fanno oggi un vino di estrema eleganza e raffinatezza, tanto quanto dal luminoso futuro.
“Vin léger” che, per concentrazione del frutto e potenziale, si avvicina molto al concetto di “Vin complexe”. Brilla nella categoria per precisione e succosità del frutto, nonché per la capacità di risultare, al contempo, pieno ed estremamente godibile. Pronto e di prospettiva.
Aoc Saumur-Champigny 2020 “Le clos Saint Pere”, Château de Targé
Colore che si avvicina al rosato intenso e chiarisce subito l’intenzione del giovane Paul Pisani-Ferry: un “Vin Léger” tutto su frutto e primari, che esalti il suolo con prevalenza calcarea. Missione centrata al naso e al sorso. Uno di quei vini che piace trovare nel frigo, tornati dal lavoro.
Altro “Vin Léger” che sintetizza suolo, varietale e savoir-faire del vigneron in maniera ineccepibile. Naso-bocca su ottima intensità del frutto rosso. Beva sorretta da una spina dorsale minerale elegantissima, che chiama il sorso successivo, assieme alla vibrante freschezza. Giovane e di prospettiva.
Forse non è un caso se questa etichetta riesce più di altre a rendere l’idea del “Vin complexe” ottenuto da Cabernet Franc, nell’ambito della denominazione. A produrlo è la presidente del consorzio locale, Amélie Neau. Parte della massa trascorre 18 mesi in legno.
Una scelta che regala al vino un volume importante, unitamente alle note di frutta rossa più matura del resto dei campioni. Profilo del sorso ricco e pieno, senza rinunciare all’agilità di beva. Vino che può ancora affinare, perfetto per abbinamenti importanti.
Les Poyeux richiama il nome della località in cui le viti di Cabernet Franc affondano le radici tra Tuffeau, argilla e sabbia. Un terreno dalla composizione più “calda” rispetto ad altri della zona, tanto da dare accenti particolari e distinguibili al nettare prodotto da Céline Sanzay, ben oltre la trama tannica elegante e distesa.
Netti accenti floreali, di violetta, sul frutto pienamente maturo, oltre a tinte d’agrume rosso, si aggiungono al corredo classico dei Franc di Saumur-Champigny. Il risultato è un vino che premia ancora una volta la beva, pur risultando più stratificato e opulento di altri. Alto gradiente di gastronomicità, per un etichetta con tanta vita davanti.
Solo cemento per il Cabernet Franc di Loïc Terquem, che risponde ai complimenti senza falsa modestia: «È la prova che si possono fare grandi vini sulla sabbia». Nulla di più vero. Quello di “Encore” è il naso più intenso, ricco e materico tra i Franc dell’Aoc.
Ricordi di prugna e amarena sul frutto rosso grondante di succo anche al palato, in cui una freschezza elettrica riequilibra il sorso e rende la beva irresistibile. Precisione e finezza abbinate ad intensità e potenza, qui in maniera magistrale.
CHAMPTOCEAUX, L’ULTIMA FRONTIERA DEL MUSCADET DI NANTES
Dalle certezze dei Franc di Saumur-Champigny, ai desiderata dei produttori al confine tra le sottoregioni di Angers e Nantes, il passo è breve a Val de Loire Millésime 2022. L’idea dei vignaioli di Champtoceaux è infatti quella di dar vita a un nuovo Cru Communaux (Cru comunale), che porti il nome della località e valorizzi le specificità locali del Melon de Bourgogne.
Champtoceaux sarebbe l’unico tra i Crus Communaux a trovarsi nell’areale del Muscadet Coteaux de la Loire. Un modo per distinguere l’espressione locale del vitigno, allevato da 14 produttori, da quelle del Muscadet Sèvre et Maine e del Muscadet Côtes de Grandlieu.
«In Coteaux de la Loire – spiega a winemag.it Benoit Landron di Domaine Landron Chartier – non ci sono vigne ovunque. Le piante sono collocate solo nei posti migliori, sulla base dell’analisi del terreno. Riteniamo che Champtoceaux meriti il riconoscimento di Cru Communaux per la presenza di parcelle che già vinifichiamo separatamente, in grado di dare caratteristiche uniche al Melon».
«Il procedimento – continua Landron – è già avviato e giungerà a compimento nei prossimi 2, 3 anni. Il governo francese ci ha autorizzato a mettere già sull’etichetta il nome Champtoceaux, per aiutare i consumatori a familiarizzare con l’espressione particolare del Melon de Bourgogne da suoli ricchi di micascisti, gneiss, leptinite e anfibolite».
In questa zona il microclima è favorevole per la vite, grazie alle sferzanti correnti fresche provenienti dall’Oceano Atlantico, anche d’estate. «Abbiamo selezionato solo alcuni appezzamenti di terreno – commenta ancora Benoit Landron – definendoli Cru Champtoceaux. Come i cru vicini di Clisson, Gorges, Château Thébaud e così via, la nostra zona ospita dei terroir superbi».
Ciò implica una selezione rigorosa delle parcelle, un lungo invecchiamento sui lieviti di almeno due anni e uve di qualità impeccabile. I vini di Champtoceaux sono morbidi, setosi.
Da giovani profumano di frutta fresca, agrumi, pesca e fiori d’arancio. Con l’età, sviluppano note di spezie ed erbe come timo, salvia e liquirizia. Delicate note amaricanti e una leggera sapidità completano un quadro di equilibrio fresco ed elegante».
Da provare, su tutti, l’Aop Coteaux de la Loire Muscadet 2018 Champtoceaux di Domaine des Génaudières (nella foto, sopra) Il Melon de Bourgogne della cantina di Le Cellier, nota anche come Athimon et Ses Enfants, sfodera un naso d’agrume e pesca, frutta a polpa gialla e bianca.
Al palato estremo equilibrio tra pienezza del frutto e freschezza, sinonimo di una perfetta epoca di raccolta delle uve, precoce ma non prematura. Aiutano, certamente, i 24 mesi trascorsi sui lieviti, ben oltre il “disciplinare” degli Champtoceaux. Uno dei quei vini capaci di rappresentare alla perfezione chi lo produce, nello specifico la vigneron independantAnne Athimon.
IN COTEAUX DU LAYON SI PUNTA SULL’ANJOU BLANC: CHENIN SECCO IN 5 CRU
Più che un vero e proprio trend di Val de Loire Millésime 2022, una conferma: ad Anjou e, in particolare in Coteaux du Layon, zona rinomata per la produzione di vini dolci che può contare sul 1er Cru Chaume (100 ettari, 30 produttori) e sul Grand Cru Quarts de Chaume (30 ettari, 18 produttori), è ormai data per assodata la produzione di vini secchi da Chenin.
Patrick Baudouin, patriarca dei vigneron del distretto di Anjou, è tra i più strenui sostenitori del binomio dolce-secco. Ritiene, infatti, che le due tipologie possano, anzi debbano, convivere. «Così facendo – risponde Baudouin alla domanda di winemag.it – si innalza la qualità dei vini dolci. Prodotti, a maggior ragione della coesistenza con i vini secchi, solo nelle annate davvero favorevoli».
Sono quasi 20 anni che ad Anjou (e in Coteaux du Layon) ci si interroga su quale debba essere lo stile dei vini bianchi secchi da Chenin. Al di là delle tecniche di vinificazione (malolattica sì, malolattica no? Acciaio o legno? Quale?), i produttori hanno convenuto sulla necessità di identificare 5 Cru dell’Anjou Blanc: Ronceray, Ardenay, Pierre Bise, Bonnes Blanches e Saint Aubin.
I vini da cru, già etichettati come tali ma non ancora approvati dall’Institut National de l’Origine et de la qualité (Inao) – come Champtoceaux per il Muscadet Coteaux de la Loire – occupano una quota rilevante del vigneto dell’Anjou Blanc: ben 100 ettari sui circa 800 complessivi. Ecco i migliori della degustazione di winemag.it a Val de Loire Millésime 2022.
Vanessa Cherruau (nella foto, sopra) è uno dei volti nuovi della denominazione, ma ha già le idee chiare. Ha scelto la biodinamica per far esprimere al meglio le proprie vigne e regalare vini di terroir. Espressione sincera del vitigno, dell’annata e del suolo di Ronceray (il cru più promettente, almeno dagli assaggi effettuati, tra quelli in fase di approvazione), dal nome della locale abbazia, sulla collina di Quarts de Chaume.
Non fa eccezione Zerzilles, il cui nome richiama l’appezzamento condiviso con Patrick Baudoin, Domaine de la Bergerie e Cédric Bourrez. Scisto e arenaria per un bianco tesissimo, dal finale minerale. Da non perdere anche l’Aoc Anjou Ronceray 2020Grande pièce di Chateau de Plaisance, altro manifesto dei nuovi cru allo Chenin.
Scisto degradato su suolo argillo gessoso per questo bianco di grande dinamicità. Colpisce per l’espressione abbondante, generosa del frutto esotico, riequilibrata da una splendida spalla acida. Ottima anche la persistenza, che ne esalta la gastronomicità. Ottimo rapporto qualità prezzo.
Un “vino naturale”, per definizione degli stessi produttori, ottenuto dalla vigna più vecchia a disposizione del Domaine (60-100 anni), a Bellevigne en Layon. Eddy e Mileine Oosterlinck – Bracke, di origini belghe, riescono a mettere in bottiglia uno Chenin che rompe la barriera del tempo.
Pare uscito dagli anni Novanta, per l’utilizzo di un 50% di legno nuovo e per l’importante concentrazione del frutto. Ma al contempo vibra della freschezza elettrica che ha reso celebre il vitigno nel mondo. Vino con le spalle larghe, come quelle di Eddy. Una chicca: solo 1.310 bottiglie.
Convince per la purezza delle note fruttate lo Chenin di Domaine de la Tuffière. Alle note d’agrumi perfettamente maturi (pompelmo, arancia) che marcano il profilo fresco e teso del sorso, si accostano ricordi di mela e pesca bianca.
A far da sottofondo, una mineralità stuzzicante. Dopo un ingresso sulle durezze, centro bocca e chiusura si distendono in un allungo setoso, pieno, che esalta ancor più la perfetta maturità delle uve. Gioventù da vendere: le note vanigliate leggere andranno a uniformarsi ulteriormente al corredo.
Non può mancare tra i migliori Anjou Blanc quello del pioniere Patrick Baudouin (nella foto, sopra). Un vino che definisce e conferma il carattere unico del terroir di Roncery. Esaltandolo all’ennesima potenza. Freschezza affilata e pienezza del frutto di dividono il palco di questo Chenin.
A legare il sorso, dall’ingresso alla chiusura, quella nota minerale, pietrosa, dettata dalla ricca presenza di scisto nel suolo. C’è un fil-rouge netto che lega questo vino all’Aoc Anjou 2020 “Zerzilles” di Chateau de Plaisance. Una sorta di passaggio di consegne in atto tra generazioni diverse, da Patrick Baudouin alla giovane enologa Vanessa Cherruau. Il futuro dell’Anjou Blanc è luminoso.
Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, tra carta stampata e online, dirigo winemag.it. Collaboro inoltre come corrispondente per una delle testate internazionali più autorevoli del settore, in lingua inglese. Edito con cadenza annuale la “Guida Top 100 Migliori vini italiani” e partecipo come giurato ai più importanti concorsi enologici internazionali. Oltre alle piazze tradizionali, studio con grande curiosità i mercati emergenti, seguendone dinamiche, trend ed evoluzioni. Negli anni ho maturato una particolare esperienza nei vini dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa, tanto da aver curato la selezione vini per un importatore leader in Italia. Nel 2024 mi è stato assegnato un premio nazionale di giornalismo enogastronomico.
Cloni di Chenin Blanc ormai estinti in Loira sono stati ritrovati in Sudafrica, da un team di esperti al lavoro su vecchie viti. La sensazionale scoperta è stata compiuta dal team sudafricano di Old Vine Project, che sta collaborando con il più importante centro vivaistico del Western Cape, Vititec, per la propagazione.
Fondamentale il riscontro di InterLoire, l’associazione interprofessionale dei Vini della Loira, che ha confermato come il materiale genetico rinvenuto in Sudafrica sia Chenin Blanc ormai scomparso tra i filari della nota regione vinicola.
L’obiettivo comune dei due Paesi è ora quello di salvare i cloni dall’oblio. Tanto che un numero consistente di barbatelle sono già state trasferite in Francia, in un vivaio che avrà il compito di moltiplicare il “nuovo – vecchio” Chenin Blanc.
VECCHIE E GIOVANI VITI: LO STUDIO SUL PROFILO SENSORIALE
Nel frattempo, Old Vine Project lavora alla definizione del profilo chimico sensoriale dei vini ottenuti dalle vecchie vigne della varietà. Passi avanti sono stati compiuti grazie alle interazioni con il Dipartimento di Chimica e l’Istituto di Biotecnologia del Vino del Sudafrica, nonché con l’Associazione Chenin Blanc e con le cantine private.
È stata dimostrata una chiara differenziazione tra i vini Chenin Blanc di “vecchie viti” e quelli prodotti da viti più giovani – sottolinea il team guidato da Rosa Kruger -. Sono stati identificati i singoli composti volatili responsabili delle differenze. La ruota “Aroma dei vini sudafricani Chenin Blanc” è stata aggiornata per includere i nuovi aromi e gli attributi del palato».
La Chenin Blanc Association of South Africa ha inoltre intrapreso con Old Vine Project uno studio genomico di cloni rappresentativi, sia in Sudafrica che in Francia. Lo scopo è «comprendere i cambiamenti somatici che sono maturati nel tempo, al fine di fornire una base scientifica per la diversità intra-varietale e sviluppare un test per la discriminazione clonale».
I FUTURI IMPIANTI DI CHENIN BLANC IN FRANCIA E SUDAFRICA
Questo studio è vicino alla fine della fase I, con la mappatura del clone 220, utilizzato come riferimento. I campioni di Dna dei dodici cloni ufficiali di Chenin Blanc (17.148 ettari complessivi in Sudafrica) sono stati inviati in Francia. Gli esperti completeranno la fase II.
Lo studio consentirà la completata mappatura del genoma della varietà. Un importante progetto che vede i due Paesi legati in una forte collaborazione, sotto la direzione scientifica del prof Johan Burger, a capo di un gruppo di ricerca all’Università di Stellenbosch.
A finanziare i lavori, con una fetta consistente del budget, è proprio Parigi. L’interesse dei produttori della Loira – e non solo – è chiaro. Un test genetico affidabile per identificare le discriminanti dei cloni di Chenin blanc potrebbe servire a compiere scelte di impianto e coltivazione sempre più accurate in futuro.
Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, tra carta stampata e online, dirigo winemag.it. Collaboro inoltre come corrispondente per una delle testate internazionali più autorevoli del settore, in lingua inglese. Edito con cadenza annuale la “Guida Top 100 Migliori vini italiani” e partecipo come giurato ai più importanti concorsi enologici internazionali. Oltre alle piazze tradizionali, studio con grande curiosità i mercati emergenti, seguendone dinamiche, trend ed evoluzioni. Negli anni ho maturato una particolare esperienza nei vini dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa, tanto da aver curato la selezione vini per un importatore leader in Italia. Nel 2024 mi è stato assegnato un premio nazionale di giornalismo enogastronomico.
Qualità media dei vini altissima a TheWine Rendez-Vous2021. Protagoniste 19 cooperative vinicole francesi, che hanno messo in mostra i loro pezzi da novanta destinati al segmento Horeca e Gdo, in occasione di una due giorni settembrina, all’ombra della Tour Eiffel.
Una riprova di quanto il sistema cooperativistico d’Oltralpe punti a standard di eccellenza assoluta. Merito, forse, anche del pressing dei tanti vignerons (non ultimi gli Indépendants) che non disdegnano un confronto diretto con i colossi del vino francese. Persino sugli scaffali della Grande distribuzione organizzata: i supermercati.
Sono i numeri a dire molto sull’evento. I 19 espositori di TheWine Rendez-Vous2021 hanno rappresentato 10.141 viticoltori da 112 denominazioni. Ottantamila gli ettari vitati coperti, in tutte le zone più vocate e rinomate della Francia.
Un primo incontro, quello di Parigi, che ha visto ai banchi di degustazione 350 vini, presentati da export manager e titolari delle 19 cooperative. In un’unica sala, un fatturato aggregato annuale di 700 milioni di euro, dato dalle sole vendite di queste etichette.
Dall’Alsazia, Alliance Alsace (Alsace). Dalla Loira, Alliance Loire. Dalla Valle del Rodano (Vallée du Rhône), Cellier des Princes e Jaillance e Maison Sinnae. Per la Bourgogne, Compagnie de Burgondie. Per Bordeaux, Terre de Vignerons, Tutiac e Union de Producteurs de Saint-Emilion (Udpse). Couleurs d’Aquitaine, Plaimont e Vinovalie per l’area Sud Ovest.
E ancora: Marrenon per l’Entre Rhône e la Provenza (Provence), a sua volta rappresentata da Estandon. Non ultime Foncalieu e Sieur d’Arques per la Linguadoca (Languedoc), Vignerons Ardéchois per l’Ardèche e Vignerons Catalans per Roussillon. Un rappresentante anche per la Corsica: l’Union vignerons Ile de Beaute (Uvib), nota come Cave d’Aléria.
«Siamo un gruppo di cantine cooperative con strategie di marketing ambiziose, nonché grandi operatori nelle nostre rispettive zone di coltivazione», commenta a WineMag.it Philippe Tolleret, presidente dell’Unscv, l’Union Nationale De Services Des Cooperatives Vinicoles e Managing director di Marrenon.
Storicamente, abbiamo tutti creato delle reti di distribuzione in Francia e all’estero, concentrandoci sul marchio e sulla costruzione del brand, guidati dall’obiettivo di promuovere rigorosamente la personalità delle nostre regioni. Condividiamo i seguenti valori: motivazione, innovazione, umanità e, naturalmente, qualità».
Pierre Cohen, Managing Director di Cellier des Princes nonché ideatore del format The Wine Rendez-Vous, fa eco a Tolleret. «Ho voluto promuovere questo gruppo di cooperative, leader nelle rispettive regioni e/o denominazioni, il cui standard di qualità è aumentato in modo spettacolare. Da qui l’idea di allestire una degustazione con i loro migliori prodotti».
Tanto ha inciso la voglia di ritrovarci tutti assieme, dopo 18 mesi di pandemia di Covid-19 che ha complicato il contatto fisico e l’opportunità di offrire esperienze a misura d’uomo. Non potevamo scegliere location migliore di Parigi, una città magica».
«In quanto produttori di grandi volumi – chiosa Jean Baptiste Tarel, export manager della cooperativa Union Alliance Alsace – siamo un po’ sottovalutati, anche se la situazione sta pian, piano migliorando».
Eventi come questo dimostrano che la qualità è un cardine delle cooperative del vino francese, che altro non sono se non l’unione di tante famiglie di vignerons. Abbiamo un grande senso di appartenenza e conosciamo bene il valore sociale del sistema cooperativistico».
THE WINE RENDEZ-VOUS 2021 DI PARIGI: I MIGLIORI ASSAGGI
Decine le etichette meritevoli di una menzione, tra le circa 300 degustate in occasione della due giorni parigina. Di seguito quelle da non perdere (non solo nel rapporto qualità prezzo) tra i vini dei vari brand presentati dalle 19 cooperative vitivinicole francesi, in occasione di The Wine Rendez-Vous 2021.
SPUMANTI
Crémant de Limoux Brut Extra Brut 2014 Toques et Clochers, Sieur d’Arques (Languedoc)
*BEST IN SHOW*
Crémant Mayerling Brut, Cave de Turckheim (Alsazia)
Crémant Brut Cigogne, Cave du Roi Dagobert (Alsazia)
Crémant de Loire Blanc Brut Bio, De Chanceny (Loira)
Crémant de Loire Blanc Brut 2012 Impétus, De Chanceny (Loira)
Crémant de Bourgogne Brut Réserve, Le Burgondie (Bourgogne)
Crémant de Loire Brut Rosé, La Cave de Die Jaillance (Loira)
Crémant de Die Grande Réserve 2015, La Cave de Die Jaillance (Vallée du Rhône)
Clairette de Die Tradition Aop brut Légère, La Cave de Die Jaillance (Vallée du Rhône)
Crémant de Limoux blanc, Aguila (Languedoc)
Crémant de Limoux blanc Première Bulle Premium Van Binh, Sieur d’Arques (Languedoc)
VINI BIANCHI
Riesling Racines et Terroirs 2019, Cave du Roi Dagobert (Alsazia) *BEST IN SHOW*
Saumur Blanc Chenin Bio Vegan 2020 Escapade, Alliance Loire (Loira)
Touraine Sauvignon 2018 La Dilecta, Alliance Loire (Loira)
Vacqueyras Blanc 2020, Domaine De La Libellule (Vallée du Rhône)
Châteauneuf-du-pape Blanc 2019, Cellier des Princes (Vallée du Rhône)
Riesling Grand Cru Brand 2017, Cave du Roi Dagobert (Alsazia)
Pinot Gris bio 2019, Cave du Roi Dagobert (Alsazia)
Montagny Blanc 2020 La Burgondie, La Compagnie de Burgondie (Bourgogne)
Aop Gaillac blanc Loin de l’œil 2018 Astrolabe, Vinovalie (Sud-Ouest)
Sauvignon Blanc 2018 Origines Font Renard Blaye blanc, Tutiac (Bordeaux)
Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, tra carta stampata e online, dirigo winemag.it. Collaboro inoltre come corrispondente per una delle testate internazionali più autorevoli del settore, in lingua inglese. Edito con cadenza annuale la “Guida Top 100 Migliori vini italiani” e partecipo come giurato ai più importanti concorsi enologici internazionali. Oltre alle piazze tradizionali, studio con grande curiosità i mercati emergenti, seguendone dinamiche, trend ed evoluzioni. Negli anni ho maturato una particolare esperienza nei vini dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa, tanto da aver curato la selezione vini per un importatore leader in Italia. Nel 2024 mi è stato assegnato un premio nazionale di giornalismo enogastronomico.
Ci sono fiumi che raccontano storie e lo fanno attraversando regioni e territori, panorami a volte omogenei altre volte diversi fra loro. Il Nilo, il Danubio, Il Mississippi: li abbiamo studiati anche a scuola con i popoli e le vicende ad essi legati. Così è anche per il più lungo fiume di Francia, la Loira, che con il suo bacino idrografico ne copre circa un quinto del territorio. Lungo i suoi 1.020 Km la Loira incontra territori diversi, dalle sorgenti presso il vulcanico MontGerbier de Jonc fino al suo gettarsi nell’Oceano Atlantico con un estuario sabbioso. Nel mezzo 5 regioni diverse ed una parte importante della storia Francese, testimoniata dai famosi castelli oggi patrimonio dell’UNESCO.
Altrettanto variegata è la produzione vinicola della Loira. Seguendone il corso incontriamo il Pouilly Fumé ed il Sancerre (forse i più famosi Sauvignon Blanc del mondo), piccole produzioni di Pinot Noir, il Gamay ed i Cabernet Franc, Malbec e Chardonnay fino ad arrivare alla foce dove col Melon de Bourgogne si produce il Muscadet.
Tutti nomi noti agli amanti del vino, ma tra i vitigni meno conosciuti e più sottovalutati della regione c’è ne è un altro: lo Chenin Blanc. L’occasione per conoscerlo ce l’ha fornita l’ONAV, sezione di Bergamo, che lo scorso 19 Aprile presso lo Starhotels Cristallo Palace di via Ambivieri 35, Bergamo, ha organizzato una interessante degustazione sui vini prodotti da questo vitigno.
Coltivato nelle zone di Anjou e Touraine, ha una brutta fama che deriva principalmente dal pessimo utilizzo che se ne è fatto in passato quando rese massive, vinificazioni “di quantità” ed uso eccessivo di solforosa lo hanno relegato al ruolo di vino ordinario. In realtà questo vitigno, il cui nome deriva dal Mont-Chenin, nel distretto di Touraine, è estremamente versatile e se coltivato-vinificato correttamente, con basse rese, può regalare grandi emozioni. È dotato di grande acidità, seconda solo al Riesling, che lo rende adatto a lunghi affinamenti. L’uva è naturalmente ricca di zuccheri, il che la rende adatta alla produzione di spumanti. Infine lo Chenin Blanc è, in alcuni casi, soggetto all’attacco di muffa nobile con conseguente produzione di vini Botrytizzati.
LA DEGUSTAZIONE
25Sette i vini presentati da ONAV. Ad aprire la serata l’AOC Touraine Azay Le Rideau, “Premier Nez” 2014 di Marie Thibault, azienda biologica certificata della zona centrale della Touraine. Di colore paglierino carico il vino al naso si presenta chiuso, con sentori salmastri poco piacevoli che non svaniscono neppure dopo lungo tempo. Solo in sottofondo sono presenti deboli note fruttate. In bocca è piuttosto denso, poco sapido e nel fin di bocca avvertiamo profumi di frutta esotica ma è l’elevata acidità che sorprende e che accompagna nel finale con una nota piacevolmente amaricante.
Forse non eccelso il vino di apertura ma a farci ricredere ci pensa il secondo, un vero fuoriclasse: AOC Jasnières, “Calligramme” 2014, Domaine de Bellivière. Nasce da una vigna di oltre 50 anni su terreno argilloso e ricco di silici, vinificato in barrique. Il naso è incredibilmente pulito e ricco, fiori bianchi (tiglio), frutta tropicale come melone e mango, grande mineralità. Rotondo al palato, caldo, con una grande acidità “secca” che accompagna per tutto il lungo finale. Ottimo così com’è, giovane, ma con ampi margini di miglioramento negli anni.
AOC Saumur, “Clos Romans” 2012, Domaime des Roches Neuves è il terzo assaggio. È quello che si dice un Cru, nato da una singola parcella (Parnay) costituita da circa 30 cm di terreno sabbioso che insistono su di un suolo roccioso. L’azienda bio certificata utilizza botti da 400 litri, la fermentazione dura 2 mesi dopo di che il vino riposa 9 mesi “sur lie”. Il colore è dorato pieno, il profumo prevalente ricorda la mela “ammaccata” ed una leggera ossidazione quasi si trattasse di uno champagne a sboccatura tardiva. In bocca l’acidità la fa da padrone. È un vino difficile da descrivere: al naso sembra avere almeno 5 anni sulle spalle, in bocca non gli si da più di sei mesi. Contrasto interessante.
Per l’AOC Vouvray Sec è proposto un 2014 del Domaine du Clos Naudin. Paglierino scarico ha naso semplice e neutro, solo un poco di frutta fresca. Più tardi anche note di frutta tropicale. Anche in questo caso è l’acidità a guidare l’analisi gustativa.
Forse il vino più famoso presentato durante la serata: AOC Savennières, “Coulée de Serrant” 2010, Domaine Nicolas Joly. Azienda estremamente biodinamica il Domaine Nicolas Joly in cui la cura dei vigneti non avviene con mezzi meccanizzati ma solo con l’uso di cavalli ed in cui tutti i processi produttivi in cantina avvengono per caduta, senza ausilio di pompe. Il Coulée de Serrant è un Clos di poco meno di 7 ettari dal terreno vulcanico ricco di scisti di gres e di minerali metallici con una vigna che supera i 60 anni d’età e resa bassissima. Il vino è complesso, si direbbe “da meditazione” per come ha bisogno di evolversi nel bicchiere, ma la sorpresa è che evolve rapidamente. Non è un Orange Wine, non fa macerazione, eppure il colore è dorato carico, pieno, e trae in inganno. I profumi sono ricchi, mela cotogna, pera, erbe aromatiche come timo e salvia ed un sentore balsamico. In bocca è pieno, riempie il palato, quasi un rosso vestito di bianco. Torniamo al naso e la rapida evoluzione fa emergere note di marmellata di albicocche, ancora pera, ed appare una piacevole nota di arancia amara.
La sesta proposta è dolce, moelleux come dicono i francesi. Quarts de Chaume Grand Cru 2014, Château Pierre-Bise. Vigneto di 55 anni, uve parzialmente botrytizzate, fermentazione di almeno 6 mesi, utilizzo di barrique. Tipico colore dorato da vino passito rivela un naso ampio ma garbato. Marmellata di prugne e di mele, miele, buccia d’arancia e sentori di canfora e zafferano che rivelano la presenza della Botrytis. Morbido in bocca, rotondo e molto dolce.
L’ultimo vino è AOC Coteaux du Layon Beaulieu, “Le Rouannières” 2014, Château Pierre-Bise. Stesso produttore del precedente ma sottozona diversa. Qui il terreno è composto da uno strato di 60-70cm di argille e scisti su di un fondo basaltico duro. Colore dorato carico al naso profuma di miele di castagno, erbe mediterranee, agrumi, zafferano, forse meno ricco del precedente ma più elegante. In bocca è meno dolce del precedente e con una bella acidità. Se il Quarts de Chaume è più “orizzonatale”, Le Rouannières è nettamente più verticale.
Il Coulée de Serrant, la quinta proposta, è un vino che evolve rapidamente e così prima di terminare la serata ci mettiamo ancora il naso. È cambiato, o forse siamo cambiati noi, ora sentiamo di più gli agrumi e la frutta surmatura. Ma la cosa interessante è scoprire che questo vino regge al palato dopo ben due assaggi di passito. Una rivelazione.
Si chiude la serata, con la certezza di aver incontrato un vitigno ancora poco conosciuto con le sue diverse declinazioni.
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(4,5 / 5) Capita spesso di leggere, prima di stendere la recensione di un vino, le impressioni della casa produttrice riportate sulla controetichetta. A tal proposito il vino in questione, come tanti reperibili sugli scaffali dei supermercati Lidl, non regala un ventaglio dignitoso di informazioni. Ma da una più attenta analisi sul web, il sito tedesco della catena di (ex) discount, suggerisce un accostamento de L’Impertinente Crémant de Limoux Aoc Brut (sboccatura gennaio 2016) agli antipasti.
Umili, almeno per una volta, i tedeschi. In realtà, questo Metodo Classico acquistabile per meno di 6 euro da Lidl, supera alla grande la nostra prova del calice. Candidandosi “sul campo” ad abbinamenti ben più strutturati d’un semplice entrée. E, non ultimo, a una menzione particolare tra le bottiglie “qualità-prezzo” acquistabili nel panorama italiano della Gdo.
Una spuma corposa, bianca, lascia presto spazio al giallo paglierino di uno spumante che rivela – già alla vista – buone caratteristiche. Il perlage, ovvero la “bollicina”, è fine e l’effervescenza è persistente. Al naso, L’Impertinente Crémant de Limoux Brut si presenta spavaldo: una carica intensa di sentori che richiamano, assieme, l’esotico e l’agrumato. Il leitmotiv è quello della crosta di pane e del burro, tipico dei lieviti. Poi cocco per la parte esotica; pompelmo e scorza di arancia e limone per la parte “acre”, unita a sentori (più vaghi) che ricordano il sidro di mele.
L’impronta minerale all’olfatto non manca, ma sarà ancora più evidente al palato. E’ qui che L’Impertinente da il meglio di sé. Giustificando il nome. Di fatto, eleganza mista a carattere: ecco spiegata l’accattivante etichetta. La “bolla” di questo Brut francese è di quelle che si fanno sentire, ma senza infastidire. A sorprendere è soprattutto la struttura di uno spumante che rischia davvero di essere preso sottogamba, per il prezzo al pubblico. E non è un discorso legato all’alcolicità, che si limita ai canonici 12,5%. Acidità viva, rotondità al limite della “poca morbidezza” e uno spunto minerale di rilievo spostano la lancetta verso durezze che raccontano un’equilibrio non canonico, quasi da ossimoro. L’equilibrio dell’impertinenza, per l’appunto.
Di nuovo le note fruttate d’agrume, che s’uniscono stavolta a una chiusura tutt’altro che facile, capace di riportare alla mente tra le più austere delle nocciole. Il finale è lungo, persistente. Debitamente e coerentemente impertinente. Detto ciò, quanto all’abbinamento: beh, fatene un po’ ciò che vi pare, a una temperatura di servizio tra i 6 e gli 8 gradi. Purché non si tratti d’un banale aperitivo, che finirebbe sovrastato. D’impertinenza.
LA VINIFICAZIONE Poco nulla è dato a sapersi sulle specifiche relative alla vinificazione de L’Impertinente Crémant de Limoux Aoc Brut. Quello che sappiamo per certo è che la base di questo spumante Metodo Classico francese è costituita da uve Chardonnay, con la possibile aggiunta – a completamento della cuvée – di Mauzac (nota a livello locale col nome di Blanquette) e Chenin Blanc, così come previsto dal rigido disciplinare della denominazione Crémant Aoc (Appellation d’origine contrôlée), diffusa nella zona sudovest della Francia, ai piedi dei Pirenei, nota appunto col nome di Limoux.
La produzione di Cremant è tuttavia consentita anche in Alsazia, Loira, Jura, Die Bordeaux e Borgogna. Non si tratta ovviamente di Champagne, ma le caratteristiche del clima e del terreno consentono la produzione ottimali di ottimi vini bianchi.
Interessante, oltre al prodotto L’Impertinente, anche il produttore. Si tratta di La Cave Sieur d’Arques, bella realtà con base nel Limoux che commercia vini di tutte le fasce prezzo, arrivando a punte di eccellenza riconosciute dalle maggiori guide nazionali francesi.
Sieur d’Arques si trova a 25 km dal borgo medioevale di Carcassonne ed è un player importante nel mondo del vino della Linguadoca-Rossiglione, dove è considerata una dei pionieri. La Cave des Vignerons di Sieur d’Arques ha sviluppato sin dagli 80 gli attuali 2800 ettari di vigneto, tutti appartenenti all’AOC.
Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, tra carta stampata e online, dirigo winemag.it. Collaboro inoltre come corrispondente per una delle testate internazionali più autorevoli del settore, in lingua inglese. Edito con cadenza annuale la “Guida Top 100 Migliori vini italiani” e partecipo come giurato ai più importanti concorsi enologici internazionali. Oltre alle piazze tradizionali, studio con grande curiosità i mercati emergenti, seguendone dinamiche, trend ed evoluzioni. Negli anni ho maturato una particolare esperienza nei vini dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa, tanto da aver curato la selezione vini per un importatore leader in Italia. Nel 2024 mi è stato assegnato un premio nazionale di giornalismo enogastronomico.
Ebbene sì. In Sudafrica si produce vino. Abbastanza da arrivare anche sugli scaffali dei supermercati italiani. E’ da quelli di Iper Coop che preleviamo lo Chenin Blanc Cape Spring Western Cape 2014. Importato in Europa dal colosso francese Les Grands Chais de France (Gcf Groupe) di Petersbach, Alsazia, questo vino bianco sudafricano viene prodotto nella più grande regione vinicola del Sud Africa: Western Cape, sede della più lunga “strada del vino” del mondo, con i suoi 850 chilometri che corrono da Cape Town (Città del Capo, la capitale) a Port Elizabeth. Un vino del quale – diciamocelo – non avremmo certo sentito la mancanza, in Italia. Ma la “moda” è questa. E le più attente catene della Gdo italiana come Iper Coop si vedono ormai costrette ad annoverare sui propri scaffali anche vini di scarsa personalità provenienti dalle zone emergenti (o recentemente consolidate a livello planetare), pur di ampliare la gamma, internazionalizzandola.
Tant’è. Nel calice, questo Chenin Blanc, vitigno originario della zona della Loira, in Francia, si presenta di un giallo paglierino scarico. Al naso note di pera bianca in un contorno di frutta esotica, che spazia dal melone all’ananas. Corrispondente al palato, si rivela vino fresco, anche se di ordinaria acidità. La buona morbidezza ne fa il vino perfetto per l’aperitivo (12%). Ostico l’abbinamento con pietanze più complesse della cucina italiana, soprattutto considerando che al prezzo di questo Chenin Blanc sudafricano è possibile acquistare, nella stessa catena, dignitosissimi vini bianchi italiani più adatti a portate di pesce o carne bianca. In definitiva possiamo definire lo Chenin Blanc Cape Spring Western Cape 2014 quale bottiglia ordinaria. Certamente non in grado di esprimere le potenzialità delle straordinarie terre del vino del Sud Africa, settimo Paese produttore di vino nel mondo, con una tradizione vinicola di oltre tre secoli.
Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, tra carta stampata e online, dirigo winemag.it. Collaboro inoltre come corrispondente per una delle testate internazionali più autorevoli del settore, in lingua inglese. Edito con cadenza annuale la “Guida Top 100 Migliori vini italiani” e partecipo come giurato ai più importanti concorsi enologici internazionali. Oltre alle piazze tradizionali, studio con grande curiosità i mercati emergenti, seguendone dinamiche, trend ed evoluzioni. Negli anni ho maturato una particolare esperienza nei vini dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa, tanto da aver curato la selezione vini per un importatore leader in Italia. Nel 2024 mi è stato assegnato un premio nazionale di giornalismo enogastronomico.
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