La grande bellezza dello stare nel vino è la sua interdisciplinarità, occorre conoscere di chimica, fisica, botanica,biologia,meccanica, economia, è importante mantenere sempre una mente aperta ed una visione d’insieme.
Cosi’ per rimanere sempre con la mente aperta, non rimanere chiusa nel mio ghetto. Avevo una giornata libera e sono andata a Live Wine a Milano.
Ho assaggiato, parlato con produttori, incontrato amici e colleghi e si mi sono divertita molto. Come tutte le volte in cui sono nel vino con leggerezza. “Leggerezza di linguaggio naturale”, vorrei leggere.
Basta focalizzare l’attenzione sui lieviti selezionati!
Si limita il racconto del vino ad un unico elemento, mentre il cammino dall’uva alla bottiglia è molto più lungo e complesso.
Basta addentrarsi in diatribe fra industriali vs artigianali!
Correte due campionati diversi, inutile sprecare fiato.
Il terrorismo sugli additivie sui coadiuvanti non ha portato a nulla. La casalinga di Voghera e la sua amica di Voghiera non conoscono la differenza fra queste due famiglie di prodotti.
E poi vi ricordo che la gomma arabica è un principale componente delle caramelle.
Raccontate del vino naturale figlio del tempo e non delle logiche commerciali. Raccontate del vino fatto da viticoltori che sono custodi del territorio.
Non parlate di vino fatto con le ricette!
Il vino è un lavoro di squadra, un racconto corale, non un susseguirsi di fredde operazioni di fabbrica.
Amici naturali, non correte dietro – in etichetta – ad api, coccinelle, farfalle, foglie con le stelline… Siate minimalisti ed essenziali, il vino parlerà da sé.
I giornalisti e le guide non vi hanno fatto nulla, non sono faziosi. Sono solo dei curiosi del vino che vogliono capire e conoscere il vostro mondo. Un nuovo linguaggio è possibile. Basta volerlo.
Winemag.it, wine magazine italiano incentrato su wine news e recensioni, è una testata registrata in Tribunale, con base a Milano. Un quotidiano online sempre aggiornato sulle news e sulle ultime tendenze italiane ed internazionali. La direzione del wine magazine è affidata a Davide Bortone, giornalista, wine critic, giudice di numerosi concorsi internazionali e vincitore di un premio giornalistico nazionale. Winemag edita inoltre con cadenza annuale la Guida Top 100 Migliori vini italiani. Winemag.it è un progetto editoriale indipendente e di elevata reputazione in Italia e in Europa. Puoi sostenerci con una donazione.
Si è conclusa da una settimana la rassegna enologica milanese Live Wine 2018. Quattromila i visitatori, tra pubblico di appassionati di vini naturali e operatori.
Per alcuni un’edizione sottotono, nonostante il gran traffico al Palazzo del Ghiaccio di via Piranesi. A contribuire a questo giudizio, forse, le tante novità.
Tra queste, l’esordio di molte cantine estere, accanto ai soliti nomi e a qualche new entry nostrana.
I MIGLIORI ASSAGGI A LIVE WINE 2018 Quest’anno siamo andati anche noi a caccia di novità. Pescando soprattutto fuori dai confini italiani. Sempre lontani dai soliti cliché enofighetti e dalle convenzioni della “Milano da Bere”. La prima “bollicina” che segnaliamo – non a caso – è un Cava, il Metodo Classico spagnolo.
Azienda sorprendente quella di Recaredo, 50 ettari di vigneto a conduzione famigliare nella zona del Riu de Bitlles, comarca de l’Alt Penedès, vicino Barcelona. La linea offre interessanti variazioni sul tema e sugli affinamenti.
Magnifico il Terrers 2012 Brut Nature (58% Macabeo, 39% Xarel-lo, 3% Parellada) rimasto per 57 mesi sui lieviti. C’e tutto in questo prodotto di ingresso della cantina. Perlage finissimo, freschezza e sapidità spiccanti, mineralità data dal terreno calcareo. Poi note di frutta bianca e gialla con qualche accenno fumè. Bocca cremosa e mediamente persistente. Ottimo finale.
Gran reserva 2007 (64% Macabeo, 36 Xarel-lo), 117 mesi di affinamento sui lieviti. Qui l’espressività del territorio e la freschezza del frutto lasciano spazio alla complessità e alle note evolute. Giallo dorato dal finissimo perlage, note di pane tostato, biscotti, frutta secca poi agrumi e anice. Bottiglia completa.
Serral del Vell Brut Nature 2008 è quello dei tre che ci convince di meno, ma merita comunque una menzione. Sempre combinazione di Macebeo e Xarel-lo in diverse percentuali. Quest’ultimo fermenta parzialmente in barrique poi la seconda fermentazione in bottiglia e la sosta per 96 mesi. Vino potente e al tempo stesso raffinato, pasticceria, nocciole tostate, agrumi canditi. Lunga la persistenza. Una bolla cremosa, complessa.
Ci spostiamo su un distributore che presenta sparkling francesi. Champagne in prevalenza, ma noi vi consigliamo il Best/buy del banchetto .
Domaine des Marnes Blanches e il suo Cremant du Jura 100% Chardonnay. Due giovani ragazzi che lavorano in biologico dieci ettari di vigneti (alcuni dei quali hanno 100 anni) situati nel sud del Revermont, a Saint Agnes.
Pressatura soffice delle uve e fermentazione in vasche d’acciaio per 6 mesi, mentre la seconda fermentazione avviene in bottiglia per 18 mesi. Giallo paglierino intenso, bollicina fine e persistente.
All’olfatto richiama aromi fruttati e di agrumi. In bocca si nota subito la bollicina cremosa, frutta acidula , arancia, limone, ribes, ben equilibrati tra loro.
Crémant Brut Nature Flèche Saignante, Domaine Brand & Fils (40% Pinot Blanc, 30 % Pinot Gris, 30% Pinot Noir). Zero dosato. Diciotto mesi sui lieviti in barrique. Aromi intensi e fortissimo carattere minerale per questo gioiellino, abbinabile a tutto pasto.
Impossibile non citare l’Azienda Agricola TerreVive Bergianti con il suo “Per Franco”, metodo classico di Lambrusco Salamino 100% del 2015. Fermentazione in cemento con lieviti indigeni e rifermentazione in bottiglia con sosta di 36 mesi. Rosato brillante, fragoline in esplosione , poi violette e fiori di campo. Freschezza da non farne mai a meno. Da avere sempre pronto a temperatura a 8° dalla pizza ai salumi al pesce. Incredibile.
Nando Wine si trova invece a cavallo tra il Carso italiano e quello sloveno. Dei 5,5 ettari totali, infatti, il 60% è nel Collio italiano, il 40% a Pleviso, Brda, nella regione della Primorska.
Clima mediterraneo e vigne di famiglia da sempre, con età massima intorno ai 40 anni. Proviamo un po’ tutta la linea ma quello che ci rimane di più è la magnifica semplicità della Rebula 2016. Pochi giorni di macerazione poi acciaio dove matura per 6 mesi.
Bocca setosa , palato morbido ma aromatico , paglia , fieno e frutta gialla fino al mango sorretti da una freschezza e da una mineralità ben bilanciate. Altro best/buy.
Torniamo a riassaggiare i vitigni Piwi – ovvero vitigni resistenti agli attacchi fungini e quindi meno esposti alle temibili malattie dell’oidio e della peronospora – del giovane Thomas Niedermayr titolare del maso Hof Gandberg di Appiano (BZ).
Straordinario il Solaris 2016 uno degli ultimi nati in casa. Piante ancora molto giovani ma dalla grande prospettiva. Fermentazione spontanea del mosto, 8 mesi di maturazione con le fecce in acciaio, 14 settimane in botte di rovere usata da 500 litri.
Imbottigliato in agosto 2017, non filtrato. Aromatico, fresco, sapido e minerale, bouquet di fiori, sambuco, poi frutta bianca come l’uva spina, mela, fino a note tropicali di ananas. Caleidoscopico nel bicchiere.
Allo stand dell’Azienda Agricola Nino Barraco ci lasciamo conquistare non dai soliti (splendidi) bianchi o dalle vendemmie tardive tipiche della tradizione di Marsala, ma da quello che c’è sotto il banchetto.
Un metodo classico di nero d’Avola fuori commercio, ormai rimaste pochissime bottiglie in cantina, che Nino ci confida non rifarà più. Almeno per ora. Sessanta mesi di permanenza sui lieviti. Colore rosato e tutta la gamma dei frutti piccoli rossi caldi del sud esplodono nel bicchiere. Persistenza lunghissima, freschezza e acidità.
Assaggiamo poi tutta la gamma di Frank Cornelissen cercando di soffermarci sui singoli cru in degustazione. Sette per la precisione. Ogni cru una vigna, una contrada, un’altezza dei vigneti, un suolo, un’esposizione. E’ come giocare al cubo di Rubik. Mille sfaccettature di un terroir che è il più stimolante di tutto lo stivale: l’Etna.
A colpirci sono Zottorinoto, cru Chiusa Spagnolo 2016, 700 metri versante nord, vigne di oltre 60 anni a piede franco. Lunga macerazione di 2 mesi e affinamento in vasche neutre di resina da 1500 a 2500 litri per diversi mesi.
Di colore rosso rubino. Al naso intensi profumi di frutta rossa e note di spezie dolci, poi salamoia. Al sorso è fine, elegante, corposo, equilibrato con un finale lungo e profondo.
Campo Re 2016, Nerello 100%, vigne di oltre 70 anni. Snche qui macerazione per due mesi. Colore rosso rubino. Molto più intensa la nota di frutta rossa, in particolare di ribes e di mora. A seguire note speziate molto gradevoli. Morbido, caldo ben equilibrato dalla freschezza e dalla trama tannica.
Sempre Sicilia, sempre Etna, sempre un mosaico affascinante quello di Etnella i vini di Davide Bentivegna, già segnalato da vinialsuper tra i migliori assaggi a VinNatur 2017.
Assaggiamo Anatema 2016, assemblaggio di Nerello Mascalese (85%) e Nerello Cappuccio (15%) da parcelle allevate ad alberello con oltre 30 anni di età situate in contrada Porcaria a Passopisciaro, a circa 700 metri di altitudine sul versante nord dell’Etna.
La particolarità in questo cru è che dopo la macerazione di circa una settimana e la fermentazione alcolica, si passa a un affinamento per circa 12 mesi in botti grandi di castagno. E’ meno varietale rispetto al Kaos ma la rotondità conferita dal legno scarico ne completa la complessità.
Incredibile l’intreccio di frutta rossa come ribes, amarena e della tipica macchia mediterranea siciliana, ginestra, cappero. Il retro olfattivo è un esplosione di mirtillo e amarena. Kaos 2016 è un intreccio di vendemmie, una in agosto, una in settembre, una in ottobre per cogliere il meglio di ogni fase di maturazione.
Una precoce, una matura e una surmatura. Anche qui un passaggio in castagno grande, poi torna in acciaio e infine affina in bottiglia. Fantastico perché il gioco è il perfetto bilanciamento tra la parte più acida della vendemmia prematura e il frutto della fase tardiva.
Un blend meraviglioso per una esplosione di frutta con trama fresca e acida sorretta da un tannino non invadente. Al naso sentori di frutta rossa matura, confettura di amarena e di ciliegie, prugna, poi esce il balsamico come liquirizia e sullo sfondo cannella.
Chiudiamo al nord, più esattamente nelle Langhe, in Piemonte. Con il Barbaresco 2014 di Cascina Roccalini. E chi parlava di un’annata debole, a Barbaresco, dovrà ricredersi. Il solito bellissimo frutto rosso, la solita eleganza, la solita acidità.
Quando c’è il tocco sapiente del produttore, il vino esce sempre bene. Sessanta giorni di macerazione a cappello sommerso, poi solo botte grande. Un grandissimo vino.
Medico per vocazione e sommelier per passione. Mi sono poi riscoperto medico per passione e sommelier per vocazione. Sostieni il nostro progetto editoriale con una donazione a questo link.
MILANO – Dev’essere colpa della politica o del calcio. Per osmosi, anche il mondo del vino registra derive degne di una tribuna d’ultras o di un’aula parlamentare. Da una parte i puri. Gli eno vergini. Quelli che il vino si fa da solo (e l’aceto, di conseguenza, non esiste). Dall’altra, chi riesce ad apprezzare anche i vini cosiddetti “convenzionali”.
Battaglie tra intolleranze mentali più che alimentari, combattute sulla linea Maginot dei social. Eno allergie scatenate dall’utilizzo di “additivi” dipinti come armi chimiche di distruzione di massa. Roba che manco Bram Stoker.
https://youtu.be/3xivuKINhoU
L’ultima pagina di questo wine horror l’hanno scritta gli organizzatori di Live Wine. E dove, se non sui social? La pagina ufficiale dell’evento in programma il 3, 4 e 5 marzo al palazzo del Ghiaccio di Milano, ha diffuso un’immagine che sintetizza bene il contenuto di altre mille cronache di eno guerre tra “puristi” e amanti dei vini convenzionali.
“Quanti additivi ci possono essere in un vino a parte i solfiti? Troppi, ed è per questo che a Live Wine invitiamo solo produttori che scelgono di non utilizzarli”. Segue l’infografica, nemmeno troppo leggibile nelle parti testuali (ma questo non conta ai fini dello sputtanamento) con l’elenco di una sfilza di additivi utilizzati per la produzione dei vini convenzionali, biologici, biodinamici.
Solo “anidride solforosa” per quelli che saranno presenti a Live Wine. Chapeau. Perché io so’ io. E voi non siete un cazzo. Chi garantisce? Il più delle volte non si sa. In fondo, è anche una questione di Fede: basta crederci. Un po’ come non si smette mai di credere nella squadra del cuore.
“Parlare e scrivere di additivi e coadiuvanti nell’enomondo 3.0, dove dopo 4 post su Instagram e 100 like su Facebook prendi la patente da degustatore, è un’impresa coraggiosa”, commenta a vinialsuper l’enologa romagnola Claudia Donegaglia.
“Sull’onda dell’estremismo, del tutto e del contrario di tutto, si è persa la visione d’insieme del vino – continua – demonizzando, invece di cercare di conoscere la materia vino in tutte le sue sfaccettature. Come mi capita di dire spesso, con tutte questa ansia comunicativa si è persa la visione d’insieme del bicchiere”.
UN PO’ DI STORIA: COSA SONO GLI ADDITIVI DEL VINO
Come siamo arrivati a tanto? Perché si insiste a creare muri al posto di costruire ponti tra le due fazioni? Ma soprattutto: perché non partire dal “buono” racchiuso in entrambi gli schieramenti?
Questo è proprio il modello editoriale di noi di vinialsuper, in un eno mondo della stampa e dei wineblogger sempre più avvelenato dalla violenza di certi commentatori frustrati.
“Il mondo del vino è estremamente normato – spiega l’enologa Claudia Donegaglia – ma non da tempi recenti e con l’avvento del vino industriale. Leggete con attenzione: nel 1487 un decreto reale autorizzò in Germania l’aggiunta dello zolfo al vino. Se ne parlava anche in precedenza, ma fino ad allora non era stata stabilita la quantità da utilizzare”.
Calcolando quanto indicato nel decreto, si arriva a 18,8 mg/l. “L’aggiunta – precisa Donegaglia (nella foto) – avveniva impregnando dei trucioli di legno con una miscela di zolfo, erbe aromatiche ed incenso, bruciati nella botte vuota prima di riempirla di vino. Alla luce di tutto questo, vogliamo smettere di bere Riesling?”.
L’uso dei contenitori di legno, secondo l’enologa piemontese, è da far risalire ai tempi degli antichi Greci. “Per avere le prime botti con le doghe dobbiamo ringraziare i Celti e la barrique come contenitore da trasporto era pratica comune ai commerciati di Bordeaux. Cosa facciamo, basta bere vino francese?”.
“Del vino delle sue malattie e de i suoi rimedi è un libro di Giovanni Pozzi del 1816. Di due metodi per levare al vino l’odore di acido solforicodi Giuseppe Gatti risale al 1868. In questi trattati trovate l’indicazione dell’utilizzo del tartrato di potassio per stabilizzare il vino d’inverno, nonché quella di utilizzare la gelatina per limitare la durezza dei vini. Si parla anche dell’uso dell’olio di oliva per eliminare il gusto di fusto, dell’acqua di calce per limitare l’acescenza. Quindi, di additivi e coadiuvanti, mi sembra che si parli da tempo”.
Ai giorni nostri la normativa di riferimento sono: DPR 162/85; Legge UE 817/70; Regolamento UE 822/87; Codice enologico internazionale regolamenta le varie pratiche enologiche.
“Additivo”, come ricorda Donegaglia, “è qualunque sostanza che non è consumata di per sé come alimento, né utilizzata come ingrediente tipico di un alimento, la cui aggiunta intenzionale durante ogni qualsiasi fase della produzione, comporti la sua incorporazione e che influenza le caratteristiche di tale alimento”.
IL VADEMECUM DEGLI ADDITIVI
“L’enologia della demonizzazione e della contrapposizione – continua l’enologa Donegaglia – dovrebbe lasciare il posto alla conoscenza, alla visione d’insieme ed al buonsenso. Gli additivi esistono, così come si sono evoluti la tecnica enologica, la conoscenza, il gusto e le esigenze del consumo finale”. Ecco dunque le spiegazioni dell’esperta sull’utilizzo degli additivi demonizzati da Live Wine.
Acido tartatico, acido malico, acido lattico, acido citrico Acidi organici naturalmente presenti del mosto e nel vino, che possono esse aggiunti per rendere più equilibrato un vino dal punto di vista organolettico ed agevolarne la longevità. Perché, ammettetelo, è l’equilibrio una delle caratteristiche che ricercate.
L’acidificazione ha la funzione di aumentare l’acidità totale e diminuire il pH. L’aggiunta di acido citrico non deve portare il contenuto totale superiore a 1 gr/l. Questo acido ha anche la funzione di chelante (perdita di tossicità) dei metalli.
Colla di pesce Chiarificante ottenuto dalla vescica natatoria dei pesci, viene utilizzato sia in regime biologico che convenzionale, trova il suo uso più diffuso nella chiarifica dei vini bianchi. Rispetto alla gelatina, non dà surcollaggio e fa meno deposito, flocculando in maniera più compatta.
Acido ascorbico Grazie alle proprietà antiossidanti del prodotto, protegge il vino dall’influenza dell’ossigeno e generalmente viene utilizzato a ridosso dell’imbottigliamento. E’ un valido aiuto per le vinificazioni in riduzione e viene utilizzato in regime convenzionale e biologico. La dose aggiunta non deve oltrepassare i 100 mg/l.
Alginato di potassio
Con funzione chiarificante, usato come rifinitore a ridosso dell’imbottigliamento, viene estratto dalle alghe brune e viene utilizzato sia in regime convenzionale che biologico.
GILY: “LIVE WINE? COMUNICAZIONE SBAGLIATA” Sul tema interviene a vinialsuper anche Maurizio Gily dell’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo.
“Per me – sottolinea Gily – il concetto è che questo modo di comunicare allontana il consumatore dal vino, da tutto il vino. Si cerca un vantaggio competitivo attraverso una forma subdola di diffamazione dei concorrenti”.
“Subdola – continua – perché si suggerisce che un vino convenzionale contenga tutti quegli additivi che poi in gran parte nemmeno sono tali. Inoltre i produttori che ‘scelgono di non utilizzarli’ non hanno modo di dimostrare che è vero, non essendo sottoposti ad alcun controllo. Ci si basa su una dichiarazione, del tutto priva di rischi se si dichiara il falso”.
“Come ho già avuto modo di sottolineare in passato – precisa ancora Maurizio Gily – quella di Live Wine è una una sparacchiata che non giova, in ultima analisi, nemmeno ai produttori di vini ‘naturali'”.
“Infatti – spiega Maurizio Gily – è noto anche a chi, come me, abbia solo minime nozioni di marketing e comunicazione, che pensare di valorizzare il proprio prodotto suggerendo (sia pure senza dichiararlo esplicitamente) che quello degli altri è ‘sporco’ e pericoloso non è soltanto una mancanza di etica della concorrenza. Soprattutto è una strategia da perdenti, che attira su di sé il sospetto di millanteria e quindi non fa vendere di più. Forse il contrario”.
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