«Mi accingo a raccontare la storia di un incontro: quello tra un mio antenato e una località in Valpolicella Classica. Il primo, individuato qui come il capostipite del mio ramo della famiglia Boscaini. La seconda, una terra fortunata come altre, vocate a produrre uve straordinarie e per questo destinate a essere conosciute e apprezzate in Italia e nel mondo». È con questo incipit che Sandro Boscaini, presidente di Masi Agricola, si rivolge ai lettori invitandoli a intraprendere un viaggio lungo 250 anni. Quello di “Amarone e oltre“, libro edito da Egea in cui ripercorre la storia dell’azienda di famiglia, dalla prima vendemmia nel 1772 fino ai giorni nostri.
Le vicende della storia si intrecciano con quelle della famiglia, delle cantine e del territorio, dalla Valpolicella fino alle Venezie. La narrazione si snoda tra il rispetto della tradizione e le innovazioni introdotte nei processi produttivi. Lasciando spazio ad aneddoti personali e curiosità tecniche, testimonianze di prima mano e fonti letterarie.
L’andamento cronologico della prima parte del volume cede il passo nella seconda a un punto di vista più manageriale. Lo sguardo si posa sui temi all’ordine del giorno nella gestione dell’azienda.
LA RIFLESSIONE SULLA SOSTENIBILITÀ
«Ritengo che la contestualizzazione delle vicende di famiglia in quelle generali di portata nazionale e territoriale sia di estrema importanza per leggere con un’ottica più ampia il territorio e la sua cultura, il vigneto e la professionalità vitivinicola, la passione e l’imprenditorialità, la cultura d’impresa e la sostenibilità», commenta Sandro Boscaini riferendosi a un tema centrale in “Amarone e Oltre”.
Senza sostenibilità economica – continua Boscaini – non ci sarebbe stato sviluppo e sopravvivenza dell’impresa; senza quella sociale non si sarebbero creati e sviluppati rapporti indispensabili in campo produttivo e distributivo; senza la sostenibilità ambientale e l’amore per la terra e il vigneto si sarebbero distrutte nel tempo le fonti di ricchezza».
E nelle prossime settimane “Amarone e oltre” supererà i confini italiani, dove è già disponibile nei principali canali. L’edizione inglese del volume, curata da Bocconi University Press, sarà disponibile a partire da fine novembre.
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Mentre in Italia continua senza sosta la campagna anti Prošek guidata dall’industria del Prosecco, sostenuta a tutti i livelli – tra una gaffe e l’altra – dalla politica, la Croazia sta alla finestra. E confida nell’esito positivo della procedura di iscrizione del suo vino dolce a Bruxelles. La carta per il riconoscimento, perdipiù, parlerebbe italiano. È un libro scritto nel 1774 e pubblicato a Venezia dal geologo e naturista Alberto Fortis (Padova, 1741 – Bologna, 1803), in cui viene menzionato per la prima volta il Prošek: “Put po Dalmaciji“, ovvero “Viaggio in Dalmazia“.
A rivelarlo in esclusiva a WineMag.it è l’Associazione dei viticoltori croati presso la Camera di Commercio della Croazia, l’Hrvatska gospodarska komora (Hgk). «Dopo quasi otto anni – dichiarano i produttori – la Commissione europea ha pubblicato la richiesta croata di protezione del termine tradizionale Prošek nella Gazzetta ufficiale dell’Ue, il 22 settembre 2021 (2021/C 384/05). Prošek è un termine che è stato tradizionalmente usato in Croazia per secoli, per designare il vino da dessert ottenuto da uve dissecate».
La Camera di Commercio croata sostiene pienamente l’iniziativa di lunga data volta a proteggere il Prošek come termine tradizionale a livello dell’Unione europea. E sta dalla parte dei produttori di questo prodotto, appartenente alla categoria dei vini da dessert.
Riteniamo che questo requisito sia pienamente in linea con la procedura stabilita dall’Ue per la protezione delle menzioni tradizionali, a sua volta dipendente dalla protezione delle indicazioni geografiche, come livello superiore di protezione».
IN DALMAZIA DI PRODUCE IL VINO DOLCE PROŠEK DAL 1774
In Croazia, la legge parla chiaro. Solo i vini a Denominazione d’origine protetta possono utilizzare il termine Prošek in etichetta, sottostando alle condizioni previste dal disciplinare. Si tratta delle sole Dop Sjeverna Dalmacija, Srednja i Južna Dalmacija, Dalmatinska zagora e Dingač. Tradotto: Dalmazia settentrionale, Dalmazia centrale e meridionale, Entroterra dalmata e Dingač, subregione della Pelješac Peninsula, parte integrante del litorale vitivinicolo della Primorska Hrvatska, che corre dall’Istria a Dubrovnik.
Contro chi affibbia al Prošek le infamanti definizioni di italian sounding o di “imitazione del Prosecco”, c’è la storicità della produzione in Dalmacija. Un aspetto che l’Associazione dei produttori di vino croato tiene a rimarcare nell’intervista esclusiva a WineMag.it.
«Per capire cosa giustifica la richiesta di protezione del Prošek avanzata nei confronti dell’Ue – sottolineano i viticoltori – è importante sottolineare che il Prošek non è né un nuovo prodotto, né un nuovo termine. Quindi non dovrebbe essere trattato diversamente da altri prodotti protetti. Ci sono molte prove scritte a sostegno di questa affermazione».
La prima testimonianza conosciuta del Prošek è il libro “Put po Dalmaciji” (“Viaggio in Dalmazia”) pubblicato nel 1774, dove questo vino da dessert è menzionato come uno dei vini di maggiore qualità in quella parte della Croazia, nella seconda metà del XVIII secolo».
IL TESTO DELLO STUDIOSO ALBERTO FORTIS
«Il Territorio d’Almissa – recita il libro dell’abate Alberto Fortis – stendesi per quindici miglia lungo il mare sino a Brella. Quantunque non sia coltivato con molta intelligenza produce squisito vino: e la bontà de’ fondi vince la poco buona coltura. Il Moscadello, e ‘l Prosecco vecchio d’Almissa, e generalmente tutto il vino, che vi si fa con diligenza d’uve ben mature e riposate, merita d’aver luogo in qualunque banchetto. S’egli fosse più conosciuto lo vedremmo certamente preferito a molti vini stranieri, che costano una riguardevole annua somma di denaro alla Nazione».
Il Prošek – ricordano i produttori croati – è anche menzionato nella descrizione probabilmente più antica delle tipologie di vino in Croazia, elaborata nel 1823 dall’accademico Ivan Luka Garagnin, originario della città di Trogir (e formatosi a Padova, ndr). Questo documento è anche importante per spiegare l’origine della parola croata Prošek, che deriva dal processo di ottenere il vino dagli acini secchi».
Oggi è prodotto in piccole quantità: circa 80 milioni di bottiglie, contro i 620 milioni del terzetto Prosecco Doc, Superiore Conegliano Valdobbiadene Docg e Asolo Docg. Non solo. «È commercializzato principalmente a livello locale – riferiscono i produttori – anche se trova alcuni conoscitori e clienti sia nel mercato dell’Ue che nei Paesi terzi». E la “pubblicità” offerta dalla battaglia italiana in Ue ne ha certamente accresciuto la notorietà. Se non altro nel Bel paese.
«OMONIMIA? POSIZIONE DELL’ITALIA SENZA GIUSTIFICAZIONI»
Un vino dolce che, in Croazia, è «particolarmente importante per i produttori e i consumatori nel contesto storico, turistico e gastronomico». Tanto che in Dalmazia è tradizionalmente presente in tavola in occasione di eventi e delle principali festività.
«Riteniamo che il quadro legislativo dell’Ue per la protezione delle menzioni tradizionali sia chiaro e trasparente. Garantisce una protezione adeguata delle menzioni che hanno soddisfatto le condizioni prescritte, senza compromettere i diritti dei prodotti già protetti», chiosano i vignaioli croati.
«Il sistema si basa sulla riconosciuta storicità dell’uso del termine tradizionale – prosegue l’Associazione iscritta alla Camera di commercio della Croazia – fornendo grado di protezione all’altezza. Proprio grazie a tale eccezionale tradizione, la produzione di Prošek deve essere riconosciuta anche dalla legislazione europea.
A nostro parere, i produttori croati hanno una legittima aspettativaper la protezione dei loro vini realizzati in modo tradizionale. Meritano il pieno accesso al mercato, con pari garanzie rispetto ai loro omologhi europei».
Spazio anche per un commento alla battaglia dell’Italia, che si oppone al riconoscimento in Europa. «Purtroppo – dichiara l’Associazione dei viticoltori croati – gli italiani si oppongono alla protezione del Prošek come termine tradizionale. Non vediamo alcuna giustificazione adeguata per una tale posizione».
«Si tratta di due prodotti completamente diversi e distinti. Inoltre – concludono – non vediamo alcun nesso di omonimia, come invece paventato dall’Italia. Le parole Prošek e Prosecco sono piuttosto diverse, sia in termini di pronuncia che di ortografia. Questo non può essere fuorviante per i consumatori in nessun caso».
Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, tra carta stampata e online, dirigo winemag.it. Collaboro inoltre come corrispondente per una delle testate internazionali più autorevoli del settore, in lingua inglese. Edito con cadenza annuale la “Guida Top 100 Migliori vini italiani” e partecipo come giurato ai più importanti concorsi enologici internazionali. Oltre alle piazze tradizionali, studio con grande curiosità i mercati emergenti, seguendone dinamiche, trend ed evoluzioni. Negli anni ho maturato una particolare esperienza nei vini dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa, tanto da aver curato la selezione vini per un importatore leader in Italia. Nel 2024 mi è stato assegnato un premio nazionale di giornalismo enogastronomico.
«Le frodi alimentari? È come usare bombe e mitra. Si muore lo stesso, ma col silenziatore». «Se mi viene un tumore non è come se m’avessero sparato?». «In Italia mancano magistrati specializzati nell’agroalimentare: ne basterebbero tre, uno al Nord, uno al centro, l’altro al Sud». «Le infiltrazioni della mafia, della camorra e della ‘ndrangheta nell’agroalimentare? Solo dove c’è da guadagnarci coi fondi europei».
Stralci, taglienti come la lama di un coltello, dell’intervista concessa a WineMag.it dall’agronomo Gianfranco Scarfone, 67 anni, una vita spesa all’Icqrf della Calabria, distaccamento dell’Ispettorato centrale qualità repressione frodi del Mipaaf, nonché al Noc.
Smessi i panni del “controllore” e ormai in pensione, dopo 42 anni di servizio, Scarfone ha preso carta e penna e messo nero su bianco «Frodi – Confessioni di un repressore», libro edito da Link Edizioni e disponibile sugli store Amazon e Mondadori.
«In fondo mi era tutto chiaro quando entrai a far parte della squadra Servizio Repressione Frodi – si legge sulla quarta di copertina – sapevo che non mi sarei occupato di semplici controlli nel settore agroalimentare. Sapevo che presto il mio modo di vedere le cose, di sentire i profumi, di percepire i sapori, sarebbe cambiato per sempre».
E oggi, mentre la fine di questa storia s’avvicina, mi porto dentro l’angoscia di chi non riesce a entrare in un supermercato da cliente, uno di quelli che pensano solo a riempire il carrello, rovesciando dentro una confezione dopo l’altra, senza niente per la testa se non comprare e comprare.
Vorrei scegliere cosa portare a casa lasciandomi convincere dal colore del pacchetto, dal prezzo scontato, da uno spot divertente visto la sera prima in tv. O più semplicemente da un odore. Ma so che non accadrà, non più. Io non sono quel genere di persona: io controllo.
«Sono l’uomo giusto – aggiunge Gianfranco Scarfone – se vi serve una ragione per stare lontani da qualcosa che vorreste mangiare o bere. E in genere ce n’è sempre più di una, non si scappa. Questa è la storia che mi tiene sveglio. La mia storia, la storia che non mi lascia riempire quel maledetto carrello. Il racconto in prima linea di chi ha combattuto le grandi contraffazioni alimentari».
Dottor Scarfone, perché oggi questo libro e non ieri?
In «Frodi – Confessioni di un repressore» c’è il 30-40% di quello che è a mia conoscenza. Capisce bene che non potevo assolutamente dire tutto all’epoca: significava non mangiare più niente. Ho dovuto attendere la pensione. E in ogni caso il libro è suddiviso in due parti.
Nella prima racconto alcune delle operazioni più eclatanti compiute in qualità di ispettore dell’Icqrf, senza indicare i nomi delle aziende coinvolte, molte delle quali già finite su tutte i giornali, all’epoca dei fatti. La seconda parte è invece frutto della presa di coscienza che la gente non sa cosa mangia: un monito a una maggiore consapevolezza alimentare.
Un libro che ho voluto dedicare al dottor Giuseppe Fraggetta dell’Ufficio Repressione Frodi di Catania, che conobbi a Napoli nel 1987. “Pippo”, purtroppo scomparso, è stato sicuramente il migliore dirigente che l’Ispettorato Repressione Frodi abbia mai avuto: lo porterò sempre nel cuore, ovunque si trovi.
Lo stesso Giuseppe Fraggetta coinvolto in un’inchiesta sulla sofisticazione del passito di Pantelleria di Abraxas, cantina dell’ex ministro Calogero Mannino?
Sì, fu un periodo molto brutto per lui. Fu incriminato per falso ideologico e coinvolto per via di una telefonata con l’ex ministro. Il procedimento risale al 2007, sono stati poi tutti prosciolti dalle accuse.
Può darci qualche anticipazione sul libro?
Preferisco raccontare qualcosa che non ho scritto. Come quella volta in cui scoprimmo un’intercapedine nei silos di acciaio di una cantina della Puglia, finiti poi sotto sequestro: le vasche sembravano vuote e di fatto avevano tutti i bocchettoni aperti. In realtà i titolari ci stipavano segretamente acqua e zucchero, utile all’adulterazione dei vini non italiani. Scoprimmo infatti che le cisterne dovevano finire in Champagne.
Un’altra operazione clamorosa riguardò l’olio, sempre al Sud. Se oggi questo prodotto è molto difficile da sofisticare è anche merito di chi, ai tempi della pioggia di elargizioni statali note come “aiuto al consumo”, scoprì intere raffinerie intente alla produzione di olio extravergine d’oliva con oli estratti dai semi di nocciola.
Oggi, piuttosto, occorre fare attenzione agli oli troppo economici che non sono né piccanti né amari: molti di questi finiscono quotidianamente nelle case degli italiani. Come dicevo, uno degli scopi del libro è proprio l’aiuto ai consumatori nelle scelte della spesa, al supermercato.
Con quale meccanismo vengono attivati i controlli delle forze dell’ordine e dell’Icqrf? Siamo a conoscenza di diverse aziende vitivinicole setacciate da capo a fondo più volte, durante la vendemmia. Altre, invece, non vengono mai controllate.
Partiamo dal presupposto che, anche grazie alla digitalizzazione, il personale in forza oggi all’Icqrf, pur essendo preparatissimo, è numericamente in sofferenza. Altro limite, riscontrato sin quando ero in servizio, riguarda l’aspetto organizzativo: a inizio anno si stabiliscono a Roma le priorità, in una riunione ad hoc a cui partecipano tutti i responsabili.
Se si esce dal “seminato”, procurando ulteriore lavoro, si rischia di disturbare l’attività programmata, aggiungendo carne al fuoco non gestibile. Poi c’è il nodo dei premi di fine anno: si pensa a raggiungere gli obiettivi prefissati e basta, accantonando altre questioni. Devi prelevare tot campioni? Sono quelli basta, né uno più né uno meno.
Al vostro fianco ci sono le forze dell’ordine: Arma dei Carabinieri e Guardia di Finanza
Certo, fanno a gara per lavorare al nostro fianco e sono preziosissimi. Oggi però occorre produrre troppa “carta”, c’è troppa burocrazia alle spalle di ogni controllo. Il contrasto alla frode alimentare è sempre stata una materia troppo astratta, a troppi livelli.
Come rimediare?
In un certo senso, digitalizzazione, registri telematici come quello del Sian e l’apertura a organismi esterni come Valoritalia sono state mosse di grande aiuto. Ma personalmente avrei salvato la Forestale, accorpandola all’Icqrf. E poi mi piacerebbe vedere magistrati molto più ferrati sul settore agroalimentare.
Se non altro occorrerebbero almeno tre maxi referenti: uno al Nord, uno al centro Italia e l’altro nel Sud. Tre super magistrati dell’antisofisticazione alimentare, a cui non dover spiegare per filo e per segno ogni fascicolo dell’Icqrf in materia di contrasto alle frodi, per evitare che fascicoli “pesanti” vengano accantonati solo perché non compresi a fondo. Vorrei che qualcuno portasse avanti questa mia battaglia, a livello istituzionale.
C’è davvero questo rischio?
Ricordo quando, per puro scrupolo e abitudine, mi presentai in Tribunale in occasione di un dibattimento e fui quasi accolto come il Salvatore da una magistrata. Mi disse che era stata appena nominata e che non aveva avuto modo di approfondire tutti i fascicoli, molti dei quali necessitavano competenze molto tecniche sul sistema di sofisticazione messo in atto dagli imputati. Grazie al mio intervento, non dovuto ma frutto del mio scrupolo, il processo finì con diverse condanne.
Oppure ricordo ancora quella volta in cui partecipai a un’operazione in cui scovammo ingenti quantitativi di alcool isopropilico in un’azienda del settore agroalimentare. Per la cronaca, si tratta di un solvente cancerogeno.
Il sequestro fu convalidato da un magistrato che arrivò scortato da 6 carabinieri armati, perché le sue competenze specifiche erano nell’antidroga e nel traffico di armi. Mi disse: «Mi spieghi di cosa diavolo si parla e convalido il sequestro». Andò a finire bene anche quella volta.
Eppure lei sostiene che oggi non è più possibile realizzare le sofisticazioni descritte nel libro: perché? Negli ultimi 30 anni si è evoluta più la macchina della sofisticazione o la macchina dell’antisofisticazione?
Le inchieste, in molti casi, hanno trasformato radicalmente il tessuto imprenditoriale. In materia olearia, basti pensare al numero incomparabile di raffinerie presenti negli scorsi decenni in Italia e oggi presenti invece in paesi come Spagna e Portogallo.
Se da un lato si è dato un taglio a meccanismi di contraffazione e frode, dall’altro non si può non considerare il “danno collaterale” causato al Paese, dal punto di vista dell’occupazione.
Nel rispondere alla domanda, direi che oggi le frodi in campo alimentare sono molto più difficili da compiere rispetto al passato, anche grazie alla preparazione del personale dell’Icqrf, invidiata e imitata in tutto il mondo.
La criminalità organizzata ha interessi nelle frodi?
La criminalità organizzata è marginalmente interessata dal fenomeno propriamente definibile come “frode alimentare”. Mafia, camorra e ‘ndrangheta si muovono sul fronte degli aiuti comunitari, cercando di accaparrarsi indebitamente fondi: agiscono a monte, o alle spalle del prodotto.
Chi falsifica alimenti è piuttosto l’imprenditore comune, che vuole aggirare le leggi per generare indebiti profitti. Non dobbiamo però dimenticare che le frodi alimentari equivalgono ad usare bombe e mitra. Si muore lo stesso, ma col silenziatore. Se mi viene un tumore per colpa di qualcosa di nocivo ingerito non è come se m’avessero sparato?
Lei del resto vive in Calabria, regione contaminata dalla ‘ndrangheta
Sono contento del lavoro di Gratteri. Quando fa arrestare i boss e gli affiliati batto le mani. Ma sono anche convinto che sia meglio avere tre delinquenti fuori che un innocente dentro. Quando parla di “danni collaterali” nell’ambito delle sue inchieste, non mi trova completamente d’accordo.
Ha mai avuto paura?
Durante gli anni dell’aiuto al consumo dell’olio, un’inchiesta a cui avevo dato avvio grazie ad alcune ispezioni ebbe come conseguenza, tra le altre cose, lo scioglimento del Consiglio comunale di un comune della Calabria.
Poco dopo mi accorsi, mentre ero in macchina con un collega, che il braccio destro di un boss locale ci veniva dietro. Pensavamo ci seguisse, invece no. Ho avuto paura quella e altre volte. Chi, del resto, non ha paura?
Hanno mai tentato di corromperla?
Una volta, in particolare, durante l’operazione compiuta in una azienda che produceva falso olio di oliva. Denunciai subito il fatto ai miei superiori. L’imprenditore in questione ha tentato inutilmente di farci chiudere un occhio.
Chiudiamo con una curiosità: che vino beve?
Bevo il vino che odora di uva e ha il sapore dell’uva.
«Vorrei sapere come avete fatto a farvi assolvere in istruttoria», incalzò con scaltrezza il mio responsabile. Ci fu un attimo di silenzio, poi l’amministratore rispose:
«Dottore, ho dato la mia parola e pertanto le dirò la verità che qui dico e rinnego. Quando sono venuto a sapere della denuncia a mio carico mi sono recato dal Giudice dicendogli che, se mi avesse condannato, non avrebbe ricevuto neanche una lira, su un totale di 200 milioni, per gli svariati quintali di uva da tavola che lui stesso mi aveva consegnato e venduto».
Nella stanza ci furono attimi di silenzio e di incredulità; il Giudice era uno di quelli che aveva contribuito agli illeciti. Il mio responsabile, usciti dall’incontro, informò immediatamente dell’accaduto il Direttore Generale dal quale dipendevamo che inviò immediatamente un’informativa al CSM.
Il destino ci aveva riservato una piacevole sorpresa, il mio direttore aveva confermato il grande talento che tutti gli riconoscevamo e i N.O.C. dell’Italia meridionale avevano inflitto i primi colpi”.
Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, tra carta stampata e online, dirigo winemag.it. Collaboro inoltre come corrispondente per una delle testate internazionali più autorevoli del settore, in lingua inglese. Edito con cadenza annuale la “Guida Top 100 Migliori vini italiani” e partecipo come giurato ai più importanti concorsi enologici internazionali. Oltre alle piazze tradizionali, studio con grande curiosità i mercati emergenti, seguendone dinamiche, trend ed evoluzioni. Negli anni ho maturato una particolare esperienza nei vini dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa, tanto da aver curato la selezione vini per un importatore leader in Italia. Nel 2024 mi è stato assegnato un premio nazionale di giornalismo enogastronomico.
Ha pubblicato di recente il suo primo libro e ha scelto di mettersi in copertina, per metà. Lo ha intitolato “Il vino dalla parte del cuore“: la sinistra, su cui poggia un elegante calice di vino rosso. Il sogno del sommelier Fis Raffaele Fischetti è quello di mostrare «il lato più nascosto del degustatore, alimentato dalla scintilla della passione». Ma non solo.
L’autore del libro, pugliese di Mattinata (Gargano) da vent’anni in Alto Adige, dove ha iniziato da giovanissimo la carriera negli Alberghi Bolzanini, spera ancor più in un mondo della sommellerie italiana diverso. Unito.
«È una gara di appartenenza a questa o quella associazione ed ogni volta si arriva a discorsi beceri ed inutili per cui la gente, piuttosto che avvicinarsi al mondo del vino, scappa. Anche in privato o a degustazioni miste ho assistito a scene che, credetemi, mi facevano venire il latte alle ginocchia», ha scritto non troppo tempo fa su Facebook.
Raffale Fischetti, prima di entrare “a gamba tesa” nell’argomento, sdrammatizziamo come piace a te (e a noi di WineMag.it): cosa ci fa un pugliese a Bolzano, da vent’anni?
Sono sommelier professionista dal 2006 e dal 2015 ricopro il ruolo di presidente per Fondazione italiana Sommelier Trentino Alto Adige – Bibenda, con immenso orgoglio. Sono docente per i corsi sia del vino che dell’olio, altra mia immensa passione.
Siamo riusciti in questi anni a far partire 5 corsi professionali per la figura del sommelier del vino e uno meraviglioso per diventare sommelier dell’olio: il primo in Trentino Alto Adige oltre a tante altre meravigliose attività. Mi occupo inoltre di Marketing, consulenza e formazione aziendale. Insomma non mi annoio!
Con immenso orgoglio ho compiuto tutta la gavetta negli Alberghi Bolzanini, fino ad arrivare a ricoprire il ruolo di Maitre in locali importanti e la figura di sommelier anche in locali stellati. Faccio il buyer a tempo pieno e per alcuni anni ho selezionato solo vini certificati Bio per i mercati Europei.
Affronti in maniera molto diretta ma oggettiva quella che potrebbe essere chiamata “la guerra” tra associazioni della sommellerie italiana. La gara al “senso di appartenenza” a cui fai accenno, di per sé, dovrebbe essere un valore aggiunto in ogni settore. Perché, a tuo avviso, diventa invece un fattore limitante tra professionisti del vino?
Cerco di rispondere alla tua domanda in punta di fioretto, proprio come ho fatto sulla pagina Facebook “Sommelier: Appunti di degustazione”. La pagina nasce tanti anni fa, proprio per consentire agli appassionati di poter scrivere in maniera libera le loro degustazioni.
Da altre parti e su altre pagine si creavano alcuni attriti quando scriveva qualcuno che non era di una determinata associazione. Nel nucleo principale della nostra pagina figuravano e figurano invece amministratori e moderatori di quasi tutte le associazioni più grandi.
Ad ogni post di qualche iscritto che recitava più o meno così: “Ciao a tutti, sono Raffaele e vorrei iscrivermi ad un corso da sommelier, cosa mi consigliate?”, sembrava di stare allo stadio, ad assistere ad una partita che, come minimo, decideva le sorti del campionato. Si cercava ogni volta di moderare al massimo la conversazione tra gli utenti, ma spesso si finiva in malo modo con toni alticci e altisonanti per restare eleganti.
La goccia da cui è scaturita quella mia frase è stato un messaggio privato dell’ennesimo utente: non capiva il perché di tutte quelle risposte poco eleganti e sosteneva di aver deciso di non approfondire più le sue conoscenze e la sua passione attraverso un corso professionale, proprio per quello. Io vivo di passioni ed emozioni per carattere. Vedere svanito il sogno di alcuni utenti mi ha fatto molto riflettere.
Il mio, insomma, voleva essere un grido accorato e di speranza a tutti quegli appassionati che vogliono curare un seme e farlo diventare una splendida rosa. Continuo a credere fermamente in questo: tutti devono essere liberi di frequentare il corso che reputano più opportuno, a loro deve interessare la rosa che nasce.
Ci sono altri episodi che ti hanno convinto a impegnarti ancora di più per questo obiettivo?
In genere una gara, in termini di “senso di appartenenza”, dovrebbe generare la voglia e l’esigenza di “spingere l’asticella sempre più in alto”, per offrire a tutti i corsisti il massimo, migliorando sempre più la didattica e portandola al passo con i tempi, preparando sempre più i docenti con corsi di approfondimento, scegliendo i vini più rappresentativi per ogni lezione. Questa è la gara 3.0 a cui vorrei assistere, sana, costruttiva.
Il bicchiere, al momento, è “mezzo pieno” o “mezzo vuoto”?
Siamo una nazione dove, di fatto, non esiste un’associazione unita, anzi più si va avanti più se ne creano. Da questo però io vedo anche il “bicchiere mezzo pieno”, da buon sommelier. Le differenze portano ricchezza e la ricchezza è un dono. La soluzione non è dietro l’angolo ma credo che il momento di riflessione sia già in atto da parte di molti.
Al di là dell’aspetto etico e delle scelte compiute per promuovere l’iniziativa, la recente polemica sul “Corso online” della Scuola italiana sommelier rivela come ci siano diversi “nodi scoperti” nel settore: uno di questi è l’impossibilità di passare direttamente da un’associazione all’altra.
Pensi possa essere utile, nonché un segnale di “distensione” tra le varie compagini, l’eliminazione di questo vincolo, oppure le didattiche sono talmente diverse da giustificare le attuali misure?
Non entro in merito alla questione ma dirò in maniera esplicita come la penso. Personalmente non riesco a concepire un corso del vino online senza quella parte emozionale e di racconto che solo durante un corso si può trasmettere. Non credo e non voglio credere che il futuro sia questo.
Per me non ha senso per un corso professionale, sono troppe le variabili che non possono essere controllate. Ricordo sempre le facce delle persone che finiscono il corso e ti guardano come per dirti: “E adesso il martedì sera cosa faccio?”.
Si instaura un rapporto particolare con tutti i corsisti che, per 52 incontri, ti porta a sapere che quel giorno, in quel posto e in quell’orario hai un appuntamento fisso che è stato scelto da loro, fortemente. Molti, alla fine, ne sentono la mancanza.
Fai parte di Fis, una realtà per certi versi “simbolo” delle divisioni e delle lotte, a tratti intestine, tra associazioni della sommellerie.
La storia del settore è costellata da scissioni che hanno portato alla nascita di una costellazione di realtà che promuovono la cultura del vino.
Una promiscuità utile alla causa, oppure il primo dei grandi motivi di quei “discorsi beceri ed inutili per cui la gente piuttosto che avvicinarsi al mondo del vino, scappa”?
Fondazione Italiana Sommelier, per me come per tutto lo staff regionale, è stata un’opportunità, un modo unico per poter esprimere noi stessi, far conoscere a chi ci avrebbe scelto la nostra passione e il nostro entusiasmo. Abbiamo avuto l’onore di avere ospiti meravigliose cantine da tutta Italia e siamo riusciti a portare in giro per il Paese le nostre eccellenze.
Tengo a precisare che tutti i sommelier e tutto lo staff regionale hanno un lavoro fisso e vive di altro. Finiamo di lavorare e ricominciamo a farlo per organizzare le attività che si svolgeranno in regione, sottraendo una marea di tempo ai nostri familiari. Corsi e degustazioni sono tutt’altro che una cosa semplice.
Nessuno, da solo, riuscirebbe a fare tutto questo. La mia fortuna più grande è stata proprio quella di avere un gruppo solido e affidabile, che sostiene tutte le attività e i corsi. La passione è il motore che ci spinge a saltare l’ostacolo. Abbiamo intrapreso la strada giusta, diamo sempre il massimo di noi stessi e sappiamo che dobbiamo ancora migliorare. Per dirla in breve, noi non ci sentiamo proprio arrivati.
Le associazioni sono fatte di uomini e, per questo, ogni delegazione di ogni singola associazione meriterebbe un discorso a sé. Siamo tuttavia a conoscenza di casi in cui le associazioni sembrano voler accentrare sempre più “potere”, giocando sulle sorti degli iscritti e impedendo, di fatto, il processo di “amalgama” tanto auspicato. Che fare?
Le associazioni sono fatte di uomini e sono gli uomini che fanno la differenza, lo dico da sempre. Ho amici e colleghi in tutte le associazioni preparatissimi e seri professionisti che fanno la differenza dove sono.
Per quanto riguarda le iscrizioni da altri corsi, posso dirti che Fis accetta tutti gli iscritti che vogliono finire un percorso. In Alto Adige ho avuto alcuni iscritti che hanno terminato il percorso da noi entusiasti.
Per le altre associazioni non posso esprimermi, non conoscendo a fondo la scelta che ha portato a non far partecipare e terminare i corsi a chi magari, per essersi trasferito, non ha potuto chiudere le sessioni dove le ha iniziate.
Altro tema centrale sollevato dalla Scuola italiana sommelier sono i costi dei corsi delle realtà più accreditate (Ais, Fisar, oltre alla stessa Fis): credi che la critica sia giustificabile?
Anche in questo caso preferisco parlare delle cose che faccio io. Per garantire lo standard che attuiamo in Trentino Alto Adige il corso è al minimo della spesa. Le spese che affrontiamo sui vini (in degustazione i corsisti degustano, tra gli altri, Sassicaia, San Leonardo, Gaja), oltre alla sala, i kit di alta qualità, le tovaglie, i sommelier di servizio e i docenti che arrivano da tutta Italia, giustificano al minimo la somma richiesta. Ovvio che spostando tutto online avrai altre spese. Si eliminano ingenti costi fissi.
La didattica della sommellerie italiana è al passo coi tempi o risponde a logiche che meriterebbero di essere rivoluzionate? Mi spiego: ha ancora senso parlare di “giallo paglierino tenue”?
La didattica deve evolversi ed essere al passo con i tempi. Deve migliorare sempre. In Fondazione ho la fortuna di avere i responsabili alla didattica che stanno lavorando per modificare proprio le lezioni, che in questi ultimi anni sono cambiate in sequenze e fatti, avendo anche un taglio più moderno e attuale. Un punto di forza sicuramente.
Sempre sul fronte della didattica, i corsi sono strutturati in modo da formare allievi in grado di determinare le differenze tra le varie denominazioni più sulla base delle caratteristiche dettate dai disciplinari che sull’assaggio di una moltitudine di vini di “terroir”, in grado di rappresentare i vini prodotti in una determinata zona in tutte le sue più profonde e variegate sfaccettature.
Questo certamente perché il corso da sommelier è solo un punto di partenza, ma non tutti gli allievi hanno “voglia” di andare “oltre” al diploma e di approfondire le proprie conoscenze.
D’altro canto, sempre più produttori che non si riconoscono nei “meccanismi industriali” e “consortili” stanno proponendo sul mercato vini validissimi, interpreti autentici dei territori e dei vitigni.
Non sarebbe il caso che anche la didattica della sommellerie si “distraesse” un poco dai disciplinari (ormai superati) avvicinandosi a forme di viticoltura alternative e fornendo strumenti di comprensione e lettura delle espressioni meno “convenzionali”?
Risposta molto complessa, a cui cerco di rispondere per sommi capi. In primis, il corso da sommelier è un punto di partenza non un punto di arrivo. Credo serva per avere anche a chi lo frequenta “un linguaggio comune tra colleghi”. In genere, in una lezione ci sono tre vini in degustazione che devono “raccontare con il calice la lezione”.
Si cerca quindi di prendere in considerazione vini che raccontano la tipicità di un vitigno, legato anche a sfaccettature particolari di un determinato territorio. Un lavoro certosino che mi è capitato di affrontare ultimamente anche per la carta nazionale dei vini di Fondazione italiana sommelier, per un progetto che partirà presto.
Nella nostra didattica abbiamo aperto anche alle “viticulture alternative”, dando risalto in una lezione specifica ai cosiddetti “vini naturali”, biologici, biodinamici eccetera. Un piccolo passo che verrà seguito sicuramente da altri in seguito.
Restano sempre nozioni da approfondire. Non si può pensare che in due ore si possa dare tutto, ma di certo spingere i corsisti alla curiosità è un primo passo per approfondire in seguito l’argomento. In questa lezione ovviamente si degustano vini di questa tipologia, ricercati per la specificità dell’argomento.
Cosa deve aspettarsi chi si approccia alla lettura del tuo libro “Il vino dalla parte del cuore“, in cui appari in copertina solo per metà? La metà di quello che pensi e vivi, o la parte che conta di più di Raffaele Fischetti?
Per quanto possa sembrare strano per chi mi conosce personalmente, resto nel mio intimo un uomo molto timido. La copertina nasce dall’esigenza specifica di non voler apparire protagonista, ma appunto lasciare in primo piano il vino e la “poesia liquida” che ne scaturisce: il pensiero e le parole che si generano senza vincoli specifici, semplicemente degustando un vino in un determinato momento, in uno specifico posto con determinate persone.
Un contesto che non sarà più perfettamente replicabile in seguito. Questa è la magia anche del vino, per chi sa sognare e guarda al futuro con ottimismo e positività. In tanti lo chiamano “libro”, io lo chiamo “sogno realizzato”, per chi quel sogno lo ha alimentato nel tempo: gli amici, i miei genitori e la mia famiglia che hanno collaborato alla stesura del libro, compresi i miei due figli, con un loro disegno!
Volevo catturare per un attimo, in un’istantanea, queste schegge sparse, ma allo stesso modo lasciarle libere. Mi piace immaginare chi leggerà questo libro cimentarsi a modo suo, con parole e qualsiasi forma di comunicazione, con un calice di vino in mano e non prendendosi troppo sul serio, comunicando emozioni enoiche.
In questo libro racconto il Raffaele più nascosto, quello non impegnato a degustare per lavoro: lì scattano altri bisogni e specifiche. Il degustatore alimentato dalla scintilla della passione.
Mettere il “vino dalla parte del cuore” significa solo in apparenza “leggerlo” in maniera soggettiva. Si può essere sommelier ed esperti di vino mettendo l’emozione in primo piano, oppure la tecnica (la parte destra del tuo corpo, celata in copertina?) deve rimanere sempre il cardine fondamentale nell’assaggio?
Quesito interessante. Tecnicamente nel libro parlo di “degustazione emozionale”. Un racconto per ricordi ed immagini di un determinato assaggio. Una strada da percorrere particolare.
Una degustazione che si scosta completamente da quella fredda del secco-caldo-morbido. Credo che per raccontare un vino in questo modo bisogna padroneggiare le tecniche di degustazione classiche, per poi scegliere una strada tutta propria, che il cuore e la passione ci indica.
Sostieni che “non è importante aver bevuto milioni di calici, è più importate averne bevuti il giusto”. Qual è “il giusto”?
Credo nei casi, in quei momenti scritti da altri che accadono per un motivo particolare. Mi è capitato spesso di capire l’importanza del momento senza riuscire a metterla a fuoco subito. Senti dentro però che è importante, anche in quel momento. Il “giusto” è un concetto personale, diverso per ogni persona.
Il mio “giusto”, nello specifico, in questo momento è approfondire quello che mi incuriosisce e quello che il cuore e la passione mi spingono a fare, anche attraverso nuove sfide e passioni scaturite in un determinato periodo. Proprio strani sti sommelier vero?.
I tre (o più, o meno) vini “avvicinati al cuore” che ti hanno sorpreso di più?
Ci sono dei vini che mi hanno veramente emozionato e che mi hanno colpito in maniera particolare, mi capita spesso soprattutto da vini che non ti aspetti a volte ma che riescono a scuoterti in maniera particolare. Le emozioni forti le ho ricevute sia da vini blasonati sia da vini poco conosciuti.
Tutti quelli presenti nel libro mi hanno donato tanto e alcuni sono stati veramente eccezionali. Sono certo però che quello che ancora mi farà rimanere a bocca aperta e senza parole deve ancora arrivare nel mio calice. In fondo sono un’inguaribile sognatore.
Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, tra carta stampata e online, dirigo winemag.it. Collaboro inoltre come corrispondente per una delle testate internazionali più autorevoli del settore, in lingua inglese. Edito con cadenza annuale la “Guida Top 100 Migliori vini italiani” e partecipo come giurato ai più importanti concorsi enologici internazionali. Oltre alle piazze tradizionali, studio con grande curiosità i mercati emergenti, seguendone dinamiche, trend ed evoluzioni. Negli anni ho maturato una particolare esperienza nei vini dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa, tanto da aver curato la selezione vini per un importatore leader in Italia. Nel 2024 mi è stato assegnato un premio nazionale di giornalismo enogastronomico.
Michel Rolland è consulente enologo per oltre cento aziende vitivinicole in tutto il mondo, tra cui la Arnaldo Caprai di Montefalco. Nel libro “Il guru del vino“, edito in Italia da Edizioni Ampelos, già in vendita in libreria e in versione e-book, il noto winemaker francese racconta l’incontro con Marco Caprai. Una collaborazione nata 5 anni fa, che ha portato Rolland a “mettere le mani” su uno dei vitigni italiani più nobili ma scorbutici: il Sagrantino.
“Un vitigno che ha personalità marcata – evidenzia l’enologo francese – ma è possibile educarlo e indirizzarlo. Nel mondo del vino si ha successo quando si è in grado di proporre qualcosa di originale e il Sagrantino ha la capacità di essere unico“.
L’obiettivo di Rolland alla Arnaldo Caprai è proprio quello di rendere questo vino “seducente”. Come? “Smussandone le peculiari ruvidità, ma preservandone il carattere”. Rolland come Pigmalione, in grado di modellare e migliorare la personalità dell’allievo Sagrantino, favorendone al contempo le naturali inclinazioni.
All’assaggio, il cambio di rotta sul Sagrantino di Caprai è evidente nelle ultime annate, sin dai vini en primeur. Un’evoluzione che riguarda soprattutto il tannino, muscolare ma elegante, nella sua immutata e ruvida tipicità.
“Lo scopo – conferma Caprai – è quello di allargare la schiera di consumatori abituali. Un salto di qualità che può portare ‘numeri importanti’ anche per il turismo. Rolland è l’uomo che conosce, meglio di tutti, i gusti nel settore dell’enologia. Con lui possiamo davvero puntare a fare del Sagrantino di Montefalco uno dei migliori vini del mondo“.
Con Rolland alla Arnaldo Caprai sono nate anche alcune nuove etichette. Su tutte il “Belcompare” e il “Malcompare“. Belcompare è un 100% Merlot affinato 2 anni in barrique e 8 mesi in bottiglia.
Malcompare, invece, è un 100% Pinot Nero, maturato 2 anni in barrique e 8 mesi in bottiglia. Entrambe le etichette sono l’espressione della continua tensione alla sperimentazione e innovazione dell’Azienda agricola Arnaldo Caprai, che fonda le sue basi su un profondo e instancabile lavoro di ricerca e valorizzazione del terroir.
“Vinexpo – ricorda Michel Rolland – è stato galeotto ben tre volte tra me e l’Italia. Il terzo straordinario incontro è avvenuto a Bordeaux nel 2015, complice Charlie Artourola: fu lui a chiamarmi e a dirmi che Marco Caprai voleva incontrarmi”.
“I suoi Sagrantino di Montefalco erano già famosi in tutto il mondo ma lui voleva andare oltre e iscrivere questo vitigno tra i grandi dell’enologia. La sfida sapeva, e sa ancora oggi, di complessità, per questo accettai subito. E poi la 2015 era una grande annata e non andava certo sprecata”. La storia, come i libri, è lì. Tutta da scrivere.
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Valdobbiadene, i vigneti del Cartizze visti da ColVetoraz
Sono 19 le sottozone su cui pone l’accento “I Terroirs del Conegliano Valdobbiadene Prosecco“, lo Studio sull’origine della qualità nelle Colline Patrimonio Unesco. Il volume, edito da Antiga Edizioni e curato dai ricercatori Federica Gaiotti e Diego Tomasi, aggiorna gli studi e le analisi su uno dei più preziosi territori viticoli italiani, ricavandone le specificità distintive.
La pubblicazione è stata presentata oggi dal Consorzio di Tutela del Conegliano Valdobbiadene Prosecco Docg in collaborazione con il Crea-Ve – Centro ricerca viticoltura ed enologia di Conegliano (TV).
“Questo studio – sottolinea il presidente del Consorzio Innocente Nardi – fornisce la conferma che il luogo di origine di un vino sia parte integrante e irrinunciabile del suo valore e scardina la teoria del ‘primato del vitigno’ che attribuisce a quest’ultimo il maggior peso e responsabilità nel determinare il risultato qualitativo di un calice”.
Il lavoro condotto dai ricercatori Gaiotti e Tomasi contribuisce a segnare in modo sempre più consistente quel percorso di valore che come Consorzio stiamo perseguendo da anni”.
L’obiettivo di questa pubblicazione, come sottolinea il Consorzio di Tutela, è restituire rilevanza a ogni frammento di territorio della Denominazione facendone emergere le peculiarità di ognuno e illustrandone ogni aspetto, quelli morfologici come quelli culturali e legati alla tradizione agricola, che hanno portato i viticoltori a gestire il territorio in modo diverso e sempre adeguato al singolo appezzamento.
L’intero studio si basa su esperienze, sperimentazioni, misurazioni, ma anche tradizioni e fattori materiali e umani che contribuiscono in modo determinante alla qualità dell’uva e del vino.
“Non esiste in Italia altro territorio così studiato e scandagliato nei minimi dettagli al fine di averne rispetto e credere nel suo futuro”, sottolineano Diego Tomasi e Federica Gaiotti. “Ci auguriamo che dalla lettura emerga la difficoltà del lavoro del viticoltore, soprattutto in aree poco accessibili, dove il lavoro è concesso solo a mani abili ed esperte senza l’ausilio di mezzi meccanici”.
La consapevolezza di questo ruolo implica impegno e conoscenza ed è segno di una visione futura indispensabile per un terroir blasonato e prestigioso come il Conegliano Valdobbiadene Docg. Questo terroir è tra i pochi ad avere ottenuto il riconoscimento Unesco, di conseguenza è un terroir unico e come tale va studiato e conosciuto, ma soprattutto protetto”.
“Conservazione del paesaggio e progresso sono temi che si devono esprimere all’unisono e d’ora in poi essere considerati le sole mete da perseguire per mantenere inalterato il successo di questa denominazione”, conclude il Consorzio di Tutela.
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CORTINA – L’anno dello chef “bistellato” Max Mascia è iniziato in una delle località sciistiche più chic dell’Inverno italiano: l’Hotel de la Poste di Cortina.
Quattro serate durante la prima settimana di gennaio che vedono protagonisti gli amuse-bouche diventati cult a Imola: i tortellini fritti proposti nel cono di bamboo, i bonbon di Parmigiano Reggiano con mousse di mortadella e i mini toast croccantissimi.
Food lovers, edonisti e gourmands si sono dati appuntamento per un assaggio sport&chic della cucina di uno dei ristoranti stellati storici d’Italia in pairing con Veuve Clicquot.
E in libreria, edito da Minerva nella collana “Ritratti di Gusto”, c’è la prima fatica su inchiostro dello chef. L’autobiografia “Massimiliano Mascia, il San Domenico di Imola. Piatti e sogni di un cuoco tra le stelle”.
Il libro racchiude la storia di uno dei ristoranti cardine della grande cucina italiana, visto con gli occhi del suo chef, oggi 34enne.
Tra i quattro menù rigorosamente stagionali troviamo le ricette cult del San Domenico, eredità dello zio Valentino Marcattilii (assieme nella foto, sotto), ma anche piatti nuovi e freschi che testimoniano il recupero della tradizione e la necessità di innovare.
Nel cilindro anche altre novità per lo chef, che annuncia un ciclo di cene al Ristorante di Identità Golose, dal 10 al 13 aprile a Milano. “Per me il rispetto della materia prima e della stagionalità sono elementi essenziali e costituiscono la base di partenza nel processo di ricerca e innovazione delle tecniche di preparazione”, spiega Mascia.
Nel capoluogo lombardo, Mascia porterà lo “sbuzzo”. Non un ingrediente segreto, bensì: “La sintesi tutta romagnola di fantasia, estro, tecnica, intuito e manualità. Lo ‘sbuzzo’ – confida lo chef – è ciò che può fare la differenza portandoti, magari, a mettere insieme una cosa che hai visto a New York, con un’altra che hai visto altrove, per farne un qualcosa di nuovo e di buono per te”. E per gli altri, c’è da scommetterci.
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ROMA – E’ il “caso editoriale” dell’anno, sul mondo del vino: Borgogna – Le vigne della Cote d’Or. La presentazione del libro è avvenuta a Roma, alla presenza dell’autore Armando Castagno, del finanziatore Paolo Bartolomeo Buongiorno, del fotografo del libro Andrea Federici e di numerosi estimatori dell’autore e della Borgogna.
A ospitare l’evento, l’11 dicembre, la suggestiva Sala Gianfranco Imperatori, sede dell’associazione Civita di Roma. Ad accogliere i visitatori, all’ingresso, alcune foto sulla Borgogna, scattate durante uno dei viaggi utili alla stesura del libro. Da queste fotografie si è subito catturati dall’attenzione che il fotografo ha messo nel cogliere i dettagli, i giochi di luce. E si intravede anche l’amore per il suo mestiere.
Per vedere la luce, questa monografia ha avuto bisogno di circa due anni d’impegno ininterrotto da parte dell’autore, Armando Castagno, così come racconta l’autore stesso nella conferenza stampa. Senza contare i dieci anni per la raccolta del materiale. Il testo è uno studio sulla Borgogna divisa in 4 parti.
LA BORGOGNA FATTA IN QUATTRO La prima parte tratta dei temi generali relativi al vino Borgogna, da quelli storico-territoriali a quelli legislativi, ampelografici, viticolturali, enologici e toponomastici.
La seconda e la terza parte sono poi consacrate allo studio approfondito di tutte le denominazioni previste nella Cote d’Or, annoverate lungo un ideale percorso di viaggio, da Nord verso Sud. In questa sezione, che copre quattro quinti del libro, ogni singola vigna di pregio è fatta oggetto di una monografia.
Non essendoci dati tecnici come note di degustazione, tabelle, valutazione di vini, “Borgogna – Le vigne della Cote d’Or” pùò essere definito un libro pensato per essere sempre attuale nel tempo.
La quarta ed ultima parte rende conto – in apposite appendici – dell’andamento stagionale particolareggiato e della qualità dei vini delle annate 1900-2016. In questa sezione, inoltre, Armando Castagno racconta ben 117 assaggi. In chiusura anche un glossario: un repertorio di fonti bibliografiche e sitografiche.
Nel raccontare le motivazioni che lo hanno spinto a redigere quest’opera, Castagno mostra tutta l’emozione e la gioia vissuta in Borgogna. Particolarmente toccante il momento in cui ha ringraziato la moglie e la figlia per la “pazienza e il sostegno dimostratogli, non facendogli mai pesare la sua inevitabile assenza, anche nei giorni importanti dell’anno, come Natale e Pasqua”.
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Sarà il Consorzio di Tutela del Primitivo di Manduria a incoronare il “Miglior Sommelier del Primitivo”, il primo master organizzato dall’Associazione Italiana Sommelier (Ais) Puglia che premia il più bravo esperto di vino ottenuto dal vitigno Primitivo.
La cerimonia di consegna del premio, organizzata dall’Associazione Italiana Sommelier (Ais) Puglia, sarà di scena alle ore 18 martedì 13 giugno presso il Relais Reggia Domizia di Manduria (TA).
“Siamo certi che i vincitori porteranno in giro con professionalità la storia, la tradizione e le virtù del nostro Primitivo di Manduria – dichiara Roberto Erario, presidente del Consorzio di Tutela del Primitivo di Manduria – una delle prime dieci doc più amate all’estero. I wine taster più richiesti al mondo sono proprio gli italiani. Il nostro export rappresenta il 60-70% della produzione vendibile. La vendemmia 2016 ha prodotto 20 milioni di litri di Primitivo di Manduria rispetto ai 18 milioni del 2015″.
“Un risultato – continua Erario – che equivale a 25 milioni di bottiglie destinate non solo al mercato italiano ma anche a quello di molti altri Paesi: Usa, Germania, Svizzera, Giappone, Nord Europa e Cina. Il volume d’affari si aggira intorno agli 80 milioni di euro, con un consumo interno di circa 30 milioni euro ed estero di circa 50 milioni euro”.
I CONCORRENTI Il concorso Miglior Sommelier del Primitivo metterà alla prova quindici concorrenti professionisti provenienti da tutte le regioni d’Italia con esami scritti sulla storia del vitigno e sul suo sviluppo storico, sulle caratteristiche enologiche, sulle aziende fino alla prova pratica di servizio dei vini.
Assegnato il premio al vincitore, si passerà al convegno Primitivo: zone e stili, distinguere per unire coordinato da Giuseppe Baldassarre, relatore AIS e autore del libro “Primitivo di Puglia” e moderato da Vincenzo Magistà, direttore del TG Norba, che vedrà la presenza di Roberto Erario per il Consorzio di Manduria e di Donato Giuliani, presidente del Consorzio di Tutela Vini Doc Gioia del Colle, oltre a quella di Leonardo di Gioia, assessore all’Agricoltura della Regione Puglia.
A suggellare la giornata, in serata alle ore 20 la degustazione aperta al pubblico, nella quale tutte le etichette presenti saranno raccontate dai sommelier AIS in un evento che intende rappresentare un vero e proprio “Party del Primitivo”, tutto da vivere in abbinamento a piatti e prodotti della terra di Puglia.
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